Finita l’avventura olimpica, per i vertici dello sport italiano è tempo di guardare al futuro. Il prossimo anno infatti scade il mandato di Giovanni Malagò, da 12 anni presidente del Comitato olimpico nazionale italiano (Coni), la massima istituzione pubblica per il governo dello sport.
Nel totonomi per la successione, l’ultima suggestione riguarda l’attuale presidente della Regione Veneto Luca Zaia, leghista esponente di peso della linea “territorial-nordista” nella Lega a carattere nazionale di Matteo Salvini.
Il futuro di Zaia
“Ormai sono candidato a tutto”, minimizza Zaia, che vede aumentare le indiscrezioni riguardo il suo futuro politico all’interno del partito, dove Salvini sembra non aver ancora vinto la battaglia contro i più-europeisti a là Giorgetti o i più-nordisti a là Zaia, scatenata dalle brutte acque in cui naviga la Lega del post-Papeete.
L’indiscrezione si immette in uno scenario in cui negli ultimi anni la destra di governo sta, passo dopo passo, allungando sempre di più le mani sulle leve di comando e di gestione dello sport italiano.
Sport e Salute S.p.A. come strumento di governo
Già con la legge di bilancio del 2019, varata dall’ora governo giallo-verde Conte I, la società “Coni Servizi S.p.A.” con socio unico il Mef veniva rinominata in “Sport e Salute S.p.A.”.
Al cambio nome corrispondeva un ampliamento delle competenze (soldi), diventando così lo strumento operativo tramite cui il governo poteva intervenire in materia sportiva.
Oggi, “Sport e Salute” gestisce il 90% del finanziamento pubblico del settore, circa 370 milioni annui, mentre al Coni rimangono in dote i restanti 40 milioni necessari per la preparazione delle spedizioni azzurre alle olimpiadi.
Gli interessi del Gruppo Mezzaroma
Il presidente di “Sport e Salute” è Marco Mezzaroma, avvocato perfezionatosi alla Luiss, cugino di Massimo Mezzaroma e parte del gruppo omonimo (fondato da Pietro Mezzaroma, papà di Massimo), uno dei più importanti gruppi costruttori romani, o palazzinari come si dice in città, che si sono arricchiti con la “produzione indiscriminata di quartieri”, il vero motore economico per il capitale nella capitale e la vera ragione del fallimentare sviluppo urbano di Roma.
Inoltre, Marco è l’ex marito Mara Carfagna (ex Forza Italia passata ad Azione), mentre la sorella Cristina Mezzaroma è la moglie di Claudio Lotito (di cui Berlusconi fu testimone di nozze), attuale presidente della Lazio e coordinatore di Forza Italia in Molise, nonché ex patron della Salernitana in condivisione proprio con Marco Mezzaroma.
Fedelissimo di Giorgia Meloni, ultimamente il nome di Marco Mezzaroma è salito alle cronache per aver gestito proprio tramite “Sport e Salute” 9 milioni di euro stanziati dal governo per la riqualificazione di Caivano.
Il “decreto sport” del Ministro Abodi
Negli ultimi mesi invece l’attenzione del governo è stata rivolta verso il mondo del calcio, con due linee di intervento volte a sottrarre terreno alla tradizionale autonomia della Federazione italiana giuoco calcio (Figc), presieduta da Gabriele Gravina (vicepresidente anche dell’Uefa), in favore di un maggior controllo da parte dell’esecutivo.
Da una parte, il “decreto sport” del Ministro Andrea Abodi (Fratelli d’Italia) prevedeva la creazione di un’Autorità facente capo al governo per la sorveglianza sui conti delle società professionistiche che rimpiazzasse la Covisoc, ossia l’autorità della Figc deputata a questo controllo.
Dall’altra, il famigerato emendamento Mulè (Forza Italia), presente all’interno dello stesso decreto e sponsorizzato da Lotito, mirava ad autonomizzare la Lega Serie A dalla Figc sul modello ricco quanto classista della Premier League. L’emendamento è stato poi stravolto a seguito delle minacce ricevute dall’Uefa, preoccupata dalla perdita di controllo sul calcio italiano.
Il poco panem e i tanti circenses del governo Meloni
Indipendentemente da come andrà a finire la partita del Coni, come già scritto su questo giornale, pare proprio che il governo Meloni, ossequioso nel togliere il panem a chi abita nel nostro Paese, sembri molto interessato al controllo dei circenses in funzione di arma di distrazione di massa.
Repressione e distrazione emergono come i due strumenti tramite cui il governo si prepara a far passare il giro di vite che verrà imposto dall’Ue alle tasche dei cittadini con la prossima legge di bilancio.
Quanto la popolazione si accontenterà dei “giochi” in sostituzione del “pane”, lo scopriremo nel prossimo futuro.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/08/2024
10/05/2023
Il ritorno dell’ultraterreno tramite il calcio
A metà degli anni ’60, ancora nell’epoca d’oro della società dei consumi americana, apparve su American Anthropologist un articolo firmato da William Branch Johnson dal titolo esemplare: “Football, A Survival of Magic ?”.
Si trattava di football americano ma, a maggior ragione, l’articolo di Branch Johnson rompeva con una serie di luoghi comuni tra i quali l’idea che il maggiore sport degli USA fosse una disciplina totalmente commodificata, ridotta a semplice bene di consumo e quella che non fosse oggetto di indagine antropologica attraverso il tema del magico, uno dei temi strutturali dell’antropologia da sempre. Tra l’altro Branch Johnson ipotizzava che il football professionistico americano fosse un terreno di sopravvivenza del magico al contrario di come in Europa, all’epoca, si vedeva il calcio: come un divertimento frivolo o come una sorta di stadio finale dell’alienazione da superconsumo.
Oggi è consolidato il fatto che lo sport sia una rappresentazione del magico: la performance, il record, i rituali, la produzione di gesti ed eventi eccezionali sono tutti elementi che richiamano a questa dimensione straordinaria. Inoltre il magico, se si legge un classico come Frazer, è una dimensione antropologicamente autonoma sia dalla religione che dalla scienza che dimostra, se ci allontaniamo un attimo dall’autore del Ramo d’oro, anche attraverso lo sport di sapersi riprodurre, in forme sempre nuove, in una miriade di contesti anche lontani dal soprannaturale.
Nella rappresentazione sportiva del magico ritroviamo questa dimensione autonoma, e straordinaria, che assorbe elementi culturali della religione (lessico del miracolo compreso) e della scienza (il record, le statistiche). In questo modo lo sport diventa una forza antropologicamente autonoma che si estende sulla società, produce eccitazione liminale, rottura energetica dei confini sociali tra vaste masse di persone, gesti, momenti ed eventi codificati come straordinari con un linguaggio e un sistema simbolico adeguati a questa dimensione del magico che non ha a che fare con il soprannaturale ma con la rappresentazione onirica della forza del sociale. È un nuovo tipo di magico, quello della forza del sociale, ormai permanente, che cresce e muta all’interno di quella istituzionalizzazione del gioco che chiamiamo sport, nella sua mediatizzazione, nella sua popolarizzazione attraverso molte forme dai social e grazie a cosa avviene in campo aperto. Come si vede, questo non è un mondo disincantato ma, piuttosto, diversamente incantato nel quale gli elementi del magico emergono dai processi che si pensano essere antropologicamente sterili, commodificati, oggetti di consumo senza significato.
Il calcio, molto più degli altri sport, produce una serie di grandi eventi che elaborano il linguaggio e il simbolico del magico. Questo non avviene solamente a Napoli, nell’esplosione tellurica delle feste per lo scudetto, ma è oggetto di analisi anche dove meno te lo aspetti come in Svezia, dove il magico ricorda echi di culture norrene. Certamente il calcio, specie quello che in gergo viene chiamato “calcio moderno” cioè il gioco in mano alle pay tv di ogni genere, è un fenomeno altamente commodificato. Ma la rappresentazione del magico nel calcio, che produce il simbolico dello straordinario e della rottura dei confini socialmente stabiliti, tende anche a sfuggire ai processi di commodificazione. Per cui i festeggiamenti dello scudetto del Napoli, per quanto mediatizzati, istituzionalizzati, pervasivi sui social, vendibili in molte forme tanto da alimentare una economia, finiscono per oltrepassare con forza tutte queste dimensioni disponendosi come qualcosa di magico irriducibile alla stessa commodificazione che ha contribuito a produrli.
In questo senso, in quanto appartenente a quel genere di magico, l’evento scudetto del Napoli aiuta ad aggiornare, oltre al calcio, il concetto di popolo, di rito, le modalità di socializzazione, la disposizione delle gerarchie di potere. Per fare questo, antropologicamente parlando, dobbiamo andare nello specifico napoletano e, prima ancora, in quello del sud. In Sud e magia di De Martino, testo tanto celebrato quanto ancora inesplorato, la magia cerimoniale dei contadini lucani rappresenta un elemento essenziale di protezione e di cura delle classi popolari dai processi sociali che li vogliono subalterni.
In De Martino, la rappresentazione magica, che avviene grazie a figure magiche specialistiche, non solo è liturgia dello straordinario, e momento liminale, ma anche valorizzazione delle figure sociali subalterne presenti nella società lucana. Nei festeggiamenti per lo scudetto del Napoli, quelli che travalicano ogni confine urbano, la figura magica specialistica, quella che produce lo straordinario, si sostanzia negli undici calciatori messi in campo assieme a tutte le figure in grado, attraverso il calcio, di produrre questo straordinario dallo speaker dello stadio ai commentatori ascoltati in tv a chi fa post virali sui social. È evidente la valorizzazione delle classi subalterne in questo processo tanto che, nelle rappresentazioni dei festeggiamenti per lo scudetto, è forte l’identificazione tra città, luoghi e rioni popolari. La magia, quella “nuova” della forza del sociale, è quindi quello che è sempre stata nel testo di De Martino, un processo di valorizzazione delle classi subalterne, su un terreno consolidato ma del tutto contemporaneo quello della partecipazione tellurica ai grandi eventi sportivi. La risoluzione positiva, la cura benefica delle sofferenze del tifoso napoletano, che aspettava lo scudetto da 33 anni e che nel frattempo ha visto anche la C, è effetto dell’azione di queste figure magiche specialistiche che agiscono entro la forza sociale del magico dettata dal calcio.
Nelle letture dei festeggiamenti dello scudetto del Napoli si leggono poi espressioni come “riscatto dei popoli del sud” che sono troppo e troppo poco rispetto a quello che sta accadendo. Sono troppo perché espressioni esagerate e generiche che non colgono la differenza tra fenomeno magico e politico infatti nel secondo intervengono elementi di razionalizzazione di massa dei processi, di scontro che trattengono solo in parte ciò che è socialmente prodotto dal magico diffuso. Troppo poco perché non vedono che la dimensione dell’incanto, dell’onirico che scende sulla terra, del magico come forza sociale è più profonda e diffusa dei processi di “riscatto” tanto da sopravvivere a ogni ondata di protesta politica. La massa, la forza sociale del magico, dell’onirico che scende sulla terra, non si sovrappone mai al politico casomai ne alimenta gli elementi energetici: è forza liminale, rottura dei confini quindi, ma non diretto rovesciamento dei rapporti di potere.
Nella forza sociale del magico, come nei festeggiamenti della vittoria del Napoli, sono presenti almeno tre tipi di masse: quelle quiete, controllabili da un potere pastorale, oggetto delle attenzioni e dei decreti istituzionali; quelle dionisiache che travalicano ogni confine e rappresentazione; quelle, appunto, che alludono a un linguaggio di riscatto sociale. Queste ultime quindi esistono, si vedono, ma non sono predominanti.
Le feste per lo scudetto del Napoli sono fenomeno magico che è alimentato dai codici delle ritualità che contiene, da quelle del capodanno a quelle del carnevale, ai matrimoni e ai funerali degli avversari perché il magico, come da tradizione, mette in contatto i vivi con i morti. Durante i festeggiamenti per il primo scudetto qualcuno scrisse in un cimitero napoletano “cosa vi siete persi” era un messaggio rivolto all’interno del proprio mondo che delimitava il tempo dell’esplosione tellurica della festa dividendo, con ironia, tra coloro che avevano potuto partecipare e coloro che erano già morti. Oggi, la delimitazione tra i morti e i viventi, che esalta questi ultimi come partecipanti della forza sociale del magico, è stata celebrata seppellendo simbolicamente, e la rappresentazione è finita velocemente sui media e sui social, gli avversari del Napoli dividendo geograficamente tra i morti e chi partecipa alla forza sociale del magico. Da fenomeni come questo si vede uno spostamento nella definizione del concetto di popolo, quello che contiene i tre tipi di masse: da un popolo che parla a sé stesso a uno che definisce i confini geografici nei quali avviene l’onirico che si realizza sulla terra grazie alla forza sociale del magico.
In questo senso i linguaggi della devozione, perché non diretti al soprannaturale ma interni alla forza sociale del magico, subiscono un importante processo di rilettura. Nel testo a cura di Gianfranca Ranisio e Domenica Borriello, dedicato ai linguaggi e alle forme espressive del patrimonio sacro nella cultura napoletana (Linguaggi della devozione, 2015, Edizioni di pagina) troviamo questa dimensione espressiva già pronta sia per il congedo dalla descrizione del soprannaturale che per la sua convivenza con i fenomeni sportivi. Infatti le curatrici precisano che il patrimonio sacro ha una vasta gamma espressiva da quella della ritualità festiva, commemorativa, a quella dell’iconografia, dell’oralità, della museografia a quelle che vengono chiamate “le nuove produzioni del web e della multimedialità”. In questo senso, già occupata questa gamma espressiva coincidente con la capacità di produzione di significati off e online, il passaggio all’elaborazione delle forme espressive del culto di Osimeh è stato solo questione di risultati. E la forza della rappresentazione di questo culto ha invaso le strade di Napoli come TikTok entro una visibilità immediata e globale.
Ed è sempre attraverso la rappresentazione dei morti che finisce di definirsi la struttura della forza sociale del magico espressa dai festeggiamenti per il terzo scudetto. Questo perché i morti rappresentano un confine, definendo così una struttura sociale, la sua identità, gli elementi di ordine e quelli caotici che contiene. L’emergere dell’ultraterreno, rielaborato in termini di forza sociale del magico non come evocazione del soprannaturale ma come atto di devozione terrena, rappresenta questo ultimo passaggio che non può che essere rappresentato dal murale di Maradona divenuto, da tempo, oggetto di pellegrinaggio.
Nella descrizione del Maradona Tour su Tripadvisor lo storico numero 10 del Napoli, potente e dominante tratto unitario tra il magico di ieri e quello di oggi, viene descritto “venerato come un semidio”. Ora la definizione antropologica di semidio può essere sempre mutevole e sfuggente ma in questo caso definisce cosa è l’ultraterreno come forza sociale del magico sganciata dalla devozione verso il soprannaturale pur entro un processo di acquisizione delle sue forme simboliche. Si tratta di un ultraterreno espresso dalle forme di devozione calda per un defunto, in questo caso Maradona, con capacità, in questo caso sportive, inarrivabili per quasi tutti.
Ma a cosa serve l’ultraterreno? Soprattutto a strutturare il rapporto tra i vivi e i morti, evitando forme caotiche di devozione legate alla convivenza confusa tra le due dimensioni, indirizzando, verso l’alto, la devozione per le forme di eccellenza, le vite straordinarie definitivamente trapassate. Ultraterreno significa, letteralmente, al di sopra dei limiti terreni e quindi capace di porre confine tra terra e cielo. L’ultraterreno nella forza sociale del magico prodotta dal calcio pone nelle qualità, sociali non soprannaturali, a Maradona che serve così come elemento regolatore, quello che definisce ciò che è terra e ciò che è cielo, dell’intera struttura del magico napoletano.
Siamo quindi all’interno di una dimensione sociale del magico la quale, come ogni struttura di questo tipo, trova una forma nella rappresentazione dei morti. Definendo confini geografici, nella sepoltura simbolica degli avversari e strutturandosi entro un concetto di cielo e di terra, di alto e di basso come di valore e di disvalore, legittimato dal culto di Maradona oggetto di pellegrinaggi fatti da un nuovo genere di paganesimo.
Naturalmente questo genere di magico, l’evento scudetto del Napoli aiuta ad aggiornare, oltre al calcio, il concetto di popolo, di rito, le modalità di socializzazione, la disposizione delle gerarchie di potere. Per quanto riguarda il calcio, il calcio moderno, è evidente che i pesanti processi di commodificazione subiti negli ultimi decenni hanno semplicemente spostato la sua capacità di produrre magico entro pratiche di piazza, come da tradizione, ma anche su tutte le piattaforme mediali trasformate in espressione del magico non tanto della commodificazione. Tutto questo ne fa un magico persino maggiormente pervasivo rispetto al passato nel momento in cui è evidente il distacco dal soprannaturale. Il concetto di popolo, visto dal punto di vista del magico, è qualcosa di molto più esteso di quello concepito dal politico, il cui simbolico è comunque espresso in questa forza sociale. Del resto anche nell’epoca dei partiti di massa, pervasivi e tendenti a occupare ogni interstizio della società, il popolo, qualsiasi cosa fosse, e il politico erano sempre comunque lontani da un processo di sovrapposizione.
Riti e processi di socializzazione, di conseguenza, subiscono il processo visto per le forme di devozione del napoletano: contengono elementi delle precedenti codificazioni storiche che, off e online, finiscono per tuffarsi nella nuova dimensione. E le forme del potere? Ogni rito, specie se rinnovato, esalta il potere di chi è in grado di officiarlo ma, soprattutto, le forme del potere istituzionale rimangono, di fronte al tellurico sociale, stavolta magico, le stesse. Cercando di presidiare, delimitare, definire confini che verranno travolti in una serie di atti e di pratiche che, però, rimangono intatte una volta passata l’ondata.
Che tipo di Italia ne esce da questo genere di eventi? Il sud lungo gli anni ’10 ha subito una contrazione del PIL simile a quella della Grecia. Quello che vediamo in questi giorni è anche la risposta, elaborata in silenzio a lungo, energetica e magica a quanto accaduto con differenza rispetto al nord nel quale i riti di festa sono comunque contenuti. In questa risposta stabilire una dimensione ultraterrena, evita confusione nella festa, mette ordine e ridefinisce lo spazio del caos e dell’indefinito non come irrazionale ma come un qualcosa di molto moderno: l’intreccio tra razionale e onirico.
Fonte
Si trattava di football americano ma, a maggior ragione, l’articolo di Branch Johnson rompeva con una serie di luoghi comuni tra i quali l’idea che il maggiore sport degli USA fosse una disciplina totalmente commodificata, ridotta a semplice bene di consumo e quella che non fosse oggetto di indagine antropologica attraverso il tema del magico, uno dei temi strutturali dell’antropologia da sempre. Tra l’altro Branch Johnson ipotizzava che il football professionistico americano fosse un terreno di sopravvivenza del magico al contrario di come in Europa, all’epoca, si vedeva il calcio: come un divertimento frivolo o come una sorta di stadio finale dell’alienazione da superconsumo.
Oggi è consolidato il fatto che lo sport sia una rappresentazione del magico: la performance, il record, i rituali, la produzione di gesti ed eventi eccezionali sono tutti elementi che richiamano a questa dimensione straordinaria. Inoltre il magico, se si legge un classico come Frazer, è una dimensione antropologicamente autonoma sia dalla religione che dalla scienza che dimostra, se ci allontaniamo un attimo dall’autore del Ramo d’oro, anche attraverso lo sport di sapersi riprodurre, in forme sempre nuove, in una miriade di contesti anche lontani dal soprannaturale.
Nella rappresentazione sportiva del magico ritroviamo questa dimensione autonoma, e straordinaria, che assorbe elementi culturali della religione (lessico del miracolo compreso) e della scienza (il record, le statistiche). In questo modo lo sport diventa una forza antropologicamente autonoma che si estende sulla società, produce eccitazione liminale, rottura energetica dei confini sociali tra vaste masse di persone, gesti, momenti ed eventi codificati come straordinari con un linguaggio e un sistema simbolico adeguati a questa dimensione del magico che non ha a che fare con il soprannaturale ma con la rappresentazione onirica della forza del sociale. È un nuovo tipo di magico, quello della forza del sociale, ormai permanente, che cresce e muta all’interno di quella istituzionalizzazione del gioco che chiamiamo sport, nella sua mediatizzazione, nella sua popolarizzazione attraverso molte forme dai social e grazie a cosa avviene in campo aperto. Come si vede, questo non è un mondo disincantato ma, piuttosto, diversamente incantato nel quale gli elementi del magico emergono dai processi che si pensano essere antropologicamente sterili, commodificati, oggetti di consumo senza significato.
Il calcio, molto più degli altri sport, produce una serie di grandi eventi che elaborano il linguaggio e il simbolico del magico. Questo non avviene solamente a Napoli, nell’esplosione tellurica delle feste per lo scudetto, ma è oggetto di analisi anche dove meno te lo aspetti come in Svezia, dove il magico ricorda echi di culture norrene. Certamente il calcio, specie quello che in gergo viene chiamato “calcio moderno” cioè il gioco in mano alle pay tv di ogni genere, è un fenomeno altamente commodificato. Ma la rappresentazione del magico nel calcio, che produce il simbolico dello straordinario e della rottura dei confini socialmente stabiliti, tende anche a sfuggire ai processi di commodificazione. Per cui i festeggiamenti dello scudetto del Napoli, per quanto mediatizzati, istituzionalizzati, pervasivi sui social, vendibili in molte forme tanto da alimentare una economia, finiscono per oltrepassare con forza tutte queste dimensioni disponendosi come qualcosa di magico irriducibile alla stessa commodificazione che ha contribuito a produrli.
In questo senso, in quanto appartenente a quel genere di magico, l’evento scudetto del Napoli aiuta ad aggiornare, oltre al calcio, il concetto di popolo, di rito, le modalità di socializzazione, la disposizione delle gerarchie di potere. Per fare questo, antropologicamente parlando, dobbiamo andare nello specifico napoletano e, prima ancora, in quello del sud. In Sud e magia di De Martino, testo tanto celebrato quanto ancora inesplorato, la magia cerimoniale dei contadini lucani rappresenta un elemento essenziale di protezione e di cura delle classi popolari dai processi sociali che li vogliono subalterni.
In De Martino, la rappresentazione magica, che avviene grazie a figure magiche specialistiche, non solo è liturgia dello straordinario, e momento liminale, ma anche valorizzazione delle figure sociali subalterne presenti nella società lucana. Nei festeggiamenti per lo scudetto del Napoli, quelli che travalicano ogni confine urbano, la figura magica specialistica, quella che produce lo straordinario, si sostanzia negli undici calciatori messi in campo assieme a tutte le figure in grado, attraverso il calcio, di produrre questo straordinario dallo speaker dello stadio ai commentatori ascoltati in tv a chi fa post virali sui social. È evidente la valorizzazione delle classi subalterne in questo processo tanto che, nelle rappresentazioni dei festeggiamenti per lo scudetto, è forte l’identificazione tra città, luoghi e rioni popolari. La magia, quella “nuova” della forza del sociale, è quindi quello che è sempre stata nel testo di De Martino, un processo di valorizzazione delle classi subalterne, su un terreno consolidato ma del tutto contemporaneo quello della partecipazione tellurica ai grandi eventi sportivi. La risoluzione positiva, la cura benefica delle sofferenze del tifoso napoletano, che aspettava lo scudetto da 33 anni e che nel frattempo ha visto anche la C, è effetto dell’azione di queste figure magiche specialistiche che agiscono entro la forza sociale del magico dettata dal calcio.
Nelle letture dei festeggiamenti dello scudetto del Napoli si leggono poi espressioni come “riscatto dei popoli del sud” che sono troppo e troppo poco rispetto a quello che sta accadendo. Sono troppo perché espressioni esagerate e generiche che non colgono la differenza tra fenomeno magico e politico infatti nel secondo intervengono elementi di razionalizzazione di massa dei processi, di scontro che trattengono solo in parte ciò che è socialmente prodotto dal magico diffuso. Troppo poco perché non vedono che la dimensione dell’incanto, dell’onirico che scende sulla terra, del magico come forza sociale è più profonda e diffusa dei processi di “riscatto” tanto da sopravvivere a ogni ondata di protesta politica. La massa, la forza sociale del magico, dell’onirico che scende sulla terra, non si sovrappone mai al politico casomai ne alimenta gli elementi energetici: è forza liminale, rottura dei confini quindi, ma non diretto rovesciamento dei rapporti di potere.
Nella forza sociale del magico, come nei festeggiamenti della vittoria del Napoli, sono presenti almeno tre tipi di masse: quelle quiete, controllabili da un potere pastorale, oggetto delle attenzioni e dei decreti istituzionali; quelle dionisiache che travalicano ogni confine e rappresentazione; quelle, appunto, che alludono a un linguaggio di riscatto sociale. Queste ultime quindi esistono, si vedono, ma non sono predominanti.
Le feste per lo scudetto del Napoli sono fenomeno magico che è alimentato dai codici delle ritualità che contiene, da quelle del capodanno a quelle del carnevale, ai matrimoni e ai funerali degli avversari perché il magico, come da tradizione, mette in contatto i vivi con i morti. Durante i festeggiamenti per il primo scudetto qualcuno scrisse in un cimitero napoletano “cosa vi siete persi” era un messaggio rivolto all’interno del proprio mondo che delimitava il tempo dell’esplosione tellurica della festa dividendo, con ironia, tra coloro che avevano potuto partecipare e coloro che erano già morti. Oggi, la delimitazione tra i morti e i viventi, che esalta questi ultimi come partecipanti della forza sociale del magico, è stata celebrata seppellendo simbolicamente, e la rappresentazione è finita velocemente sui media e sui social, gli avversari del Napoli dividendo geograficamente tra i morti e chi partecipa alla forza sociale del magico. Da fenomeni come questo si vede uno spostamento nella definizione del concetto di popolo, quello che contiene i tre tipi di masse: da un popolo che parla a sé stesso a uno che definisce i confini geografici nei quali avviene l’onirico che si realizza sulla terra grazie alla forza sociale del magico.
In questo senso i linguaggi della devozione, perché non diretti al soprannaturale ma interni alla forza sociale del magico, subiscono un importante processo di rilettura. Nel testo a cura di Gianfranca Ranisio e Domenica Borriello, dedicato ai linguaggi e alle forme espressive del patrimonio sacro nella cultura napoletana (Linguaggi della devozione, 2015, Edizioni di pagina) troviamo questa dimensione espressiva già pronta sia per il congedo dalla descrizione del soprannaturale che per la sua convivenza con i fenomeni sportivi. Infatti le curatrici precisano che il patrimonio sacro ha una vasta gamma espressiva da quella della ritualità festiva, commemorativa, a quella dell’iconografia, dell’oralità, della museografia a quelle che vengono chiamate “le nuove produzioni del web e della multimedialità”. In questo senso, già occupata questa gamma espressiva coincidente con la capacità di produzione di significati off e online, il passaggio all’elaborazione delle forme espressive del culto di Osimeh è stato solo questione di risultati. E la forza della rappresentazione di questo culto ha invaso le strade di Napoli come TikTok entro una visibilità immediata e globale.
Ed è sempre attraverso la rappresentazione dei morti che finisce di definirsi la struttura della forza sociale del magico espressa dai festeggiamenti per il terzo scudetto. Questo perché i morti rappresentano un confine, definendo così una struttura sociale, la sua identità, gli elementi di ordine e quelli caotici che contiene. L’emergere dell’ultraterreno, rielaborato in termini di forza sociale del magico non come evocazione del soprannaturale ma come atto di devozione terrena, rappresenta questo ultimo passaggio che non può che essere rappresentato dal murale di Maradona divenuto, da tempo, oggetto di pellegrinaggio.
Nella descrizione del Maradona Tour su Tripadvisor lo storico numero 10 del Napoli, potente e dominante tratto unitario tra il magico di ieri e quello di oggi, viene descritto “venerato come un semidio”. Ora la definizione antropologica di semidio può essere sempre mutevole e sfuggente ma in questo caso definisce cosa è l’ultraterreno come forza sociale del magico sganciata dalla devozione verso il soprannaturale pur entro un processo di acquisizione delle sue forme simboliche. Si tratta di un ultraterreno espresso dalle forme di devozione calda per un defunto, in questo caso Maradona, con capacità, in questo caso sportive, inarrivabili per quasi tutti.
Ma a cosa serve l’ultraterreno? Soprattutto a strutturare il rapporto tra i vivi e i morti, evitando forme caotiche di devozione legate alla convivenza confusa tra le due dimensioni, indirizzando, verso l’alto, la devozione per le forme di eccellenza, le vite straordinarie definitivamente trapassate. Ultraterreno significa, letteralmente, al di sopra dei limiti terreni e quindi capace di porre confine tra terra e cielo. L’ultraterreno nella forza sociale del magico prodotta dal calcio pone nelle qualità, sociali non soprannaturali, a Maradona che serve così come elemento regolatore, quello che definisce ciò che è terra e ciò che è cielo, dell’intera struttura del magico napoletano.
Siamo quindi all’interno di una dimensione sociale del magico la quale, come ogni struttura di questo tipo, trova una forma nella rappresentazione dei morti. Definendo confini geografici, nella sepoltura simbolica degli avversari e strutturandosi entro un concetto di cielo e di terra, di alto e di basso come di valore e di disvalore, legittimato dal culto di Maradona oggetto di pellegrinaggi fatti da un nuovo genere di paganesimo.
Naturalmente questo genere di magico, l’evento scudetto del Napoli aiuta ad aggiornare, oltre al calcio, il concetto di popolo, di rito, le modalità di socializzazione, la disposizione delle gerarchie di potere. Per quanto riguarda il calcio, il calcio moderno, è evidente che i pesanti processi di commodificazione subiti negli ultimi decenni hanno semplicemente spostato la sua capacità di produrre magico entro pratiche di piazza, come da tradizione, ma anche su tutte le piattaforme mediali trasformate in espressione del magico non tanto della commodificazione. Tutto questo ne fa un magico persino maggiormente pervasivo rispetto al passato nel momento in cui è evidente il distacco dal soprannaturale. Il concetto di popolo, visto dal punto di vista del magico, è qualcosa di molto più esteso di quello concepito dal politico, il cui simbolico è comunque espresso in questa forza sociale. Del resto anche nell’epoca dei partiti di massa, pervasivi e tendenti a occupare ogni interstizio della società, il popolo, qualsiasi cosa fosse, e il politico erano sempre comunque lontani da un processo di sovrapposizione.
Riti e processi di socializzazione, di conseguenza, subiscono il processo visto per le forme di devozione del napoletano: contengono elementi delle precedenti codificazioni storiche che, off e online, finiscono per tuffarsi nella nuova dimensione. E le forme del potere? Ogni rito, specie se rinnovato, esalta il potere di chi è in grado di officiarlo ma, soprattutto, le forme del potere istituzionale rimangono, di fronte al tellurico sociale, stavolta magico, le stesse. Cercando di presidiare, delimitare, definire confini che verranno travolti in una serie di atti e di pratiche che, però, rimangono intatte una volta passata l’ondata.
Che tipo di Italia ne esce da questo genere di eventi? Il sud lungo gli anni ’10 ha subito una contrazione del PIL simile a quella della Grecia. Quello che vediamo in questi giorni è anche la risposta, elaborata in silenzio a lungo, energetica e magica a quanto accaduto con differenza rispetto al nord nel quale i riti di festa sono comunque contenuti. In questa risposta stabilire una dimensione ultraterrena, evita confusione nella festa, mette ordine e ridefinisce lo spazio del caos e dell’indefinito non come irrazionale ma come un qualcosa di molto moderno: l’intreccio tra razionale e onirico.
Fonte
19/02/2022
Italia - Disuguaglianze sociali anche nello sport. A Cuba invece…
Al Senato è stato depositato un disegno di legge di modifica costituzionale con l’obiettivo di rendere lo sport oggetto di promozione da parte della Repubblica attraverso il suo inserimento all’interno dell’articolo 9 della Costituzione che recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”.
Lo sport e un avanzamento delle sue tutele e valorizzazione, sono venuti alla luce come esigenza durante dalla pandemia che ha ristretto in maniera assai significativa le possibilità di praticare attività sportive. Una spinta in tal senso è venuta obiettivamente anche dai recenti risultati ottenuti dalle nostre rappresentative nazionali a livello europeo e olimpionico.
Ma al di là della retorica, quello che è emerso è la necessità di promuovere e regolarizzare compiutamente lo sport a livello nazionale. Anche perché, come dimostra la tabella, in Italia le disuguaglianze sociali nell’accesso allo sport sono ancora fortissime. Introdurre e promuovere il diritto allo sport come diritto costituzionale sarebbe dunque un significativo passo nella direzione di ridurre – o ancora meglio eliminare – le disuguaglianze per i cittadini nell’accesso allo sport. La realtà del paese ci dice infatti che lo sport viene praticato ma solo a pagamento. Lo Stato, i Comuni etc. non si prendono carico di gestire “pubblicamente” lo sport in modo gratuito.
Al momento il “diritto allo sport” viene riconosciuto attraverso la legge n. 280/2003 il cui articolo 1 recita espressamente: “La Repubblica riconosce e favorisce l’autonomia dell’ordinamento sportivo nazionale, quale articolazione dell’ordinamento sportivo internazionale facente capo al Comitato Olimpico Internazionale.”
Il problema è che, sulla base di questa legge, quello che viene tutelato non è lo sport in sé, ma l’ordinamento sportivo, ovvero il cosiddetto contenitore di tutti gli sport cioè il Coni. Ma la realtà del mondo sportivo in Italia è assai più ampia di quella rappresentata dal Coni che da sempre fa un po’ da “rubamazzo”.
Al contrario, nel caso di un paese come Cuba, anche sul piano del diritto allo sport la differenza è sostanziale
A Cuba sin dalla Rivoluzione del 1959 lo sport è stato riconosciuto come “diritto del popolo” nell’art. 52 della costituzione. E che questa visione sia un valore aggiunto nell’esperienza politico/sociale cubana, è ben visibile nei risultati che fanno di Cuba il Paese latinoamericano ad aver vinto più medaglie olimpiche e la seconda potenza sportiva dei Giochi Panamericani, alle spalle solo degli Stati Uniti ma ampiamente davanti al Canada, sottolinea Giulio Chinappi sul sito specializzato OA Sport.
L’INDER (Istituto Nazione di Sport, Educazione Fisica e Ricreazione) è stato fondato nel 1961, con l’incarico di pianificare i programmi delle varie attività sportive in tutto il Paese e a livello internazionale. In seguito è stata costituita l’ESEF (Scuola Superiore di Educazione Fisica). Nel tentativo di mantenere vivo lo spirito sportivo autentico e di evitare la commercializzazione dello sport, nel 1962 è stato eliminato il professionismo, misura che ancora oggi è in vigore. L’assenza del professionismo è compensata dall’importante sostegno economico dello Stato ai suoi atleti di tutte le discipline, compresi gli atleti paralimpici.
Cuba è protagonista da decenni in numerose discipline. Lo sport nazionale resta il baseball. Gli altri sport in cui Cuba eccelle sono, tra gli altri, il volley, la boxe, il judo e l’atletica.
Inoltre, ricorda OA Sport, il modello sportivo cubano è visto come un esempio in tutto il continente latinoamericano, infatti numerosi Paesi si avvalgono della collaborazione di tecnici ed allenatori provenienti da Cuba. Sono oltre mille gli istruttori sportivi cubani che lavorano presso le federazioni di paesi come Venezuela, Bolivia, Colombia e Repubblica Dominicana, ma anche del gigante Brasile e di numerosi Paesi africani.
L’alterità tra socialismo e capitalismo è una ginnastica sana che dovrebbe essere incentivata, anche su aspetti come questo.
Fonte
Lo sport e un avanzamento delle sue tutele e valorizzazione, sono venuti alla luce come esigenza durante dalla pandemia che ha ristretto in maniera assai significativa le possibilità di praticare attività sportive. Una spinta in tal senso è venuta obiettivamente anche dai recenti risultati ottenuti dalle nostre rappresentative nazionali a livello europeo e olimpionico.
Ma al di là della retorica, quello che è emerso è la necessità di promuovere e regolarizzare compiutamente lo sport a livello nazionale. Anche perché, come dimostra la tabella, in Italia le disuguaglianze sociali nell’accesso allo sport sono ancora fortissime. Introdurre e promuovere il diritto allo sport come diritto costituzionale sarebbe dunque un significativo passo nella direzione di ridurre – o ancora meglio eliminare – le disuguaglianze per i cittadini nell’accesso allo sport. La realtà del paese ci dice infatti che lo sport viene praticato ma solo a pagamento. Lo Stato, i Comuni etc. non si prendono carico di gestire “pubblicamente” lo sport in modo gratuito.
Al momento il “diritto allo sport” viene riconosciuto attraverso la legge n. 280/2003 il cui articolo 1 recita espressamente: “La Repubblica riconosce e favorisce l’autonomia dell’ordinamento sportivo nazionale, quale articolazione dell’ordinamento sportivo internazionale facente capo al Comitato Olimpico Internazionale.”
Il problema è che, sulla base di questa legge, quello che viene tutelato non è lo sport in sé, ma l’ordinamento sportivo, ovvero il cosiddetto contenitore di tutti gli sport cioè il Coni. Ma la realtà del mondo sportivo in Italia è assai più ampia di quella rappresentata dal Coni che da sempre fa un po’ da “rubamazzo”.
Al contrario, nel caso di un paese come Cuba, anche sul piano del diritto allo sport la differenza è sostanziale
A Cuba sin dalla Rivoluzione del 1959 lo sport è stato riconosciuto come “diritto del popolo” nell’art. 52 della costituzione. E che questa visione sia un valore aggiunto nell’esperienza politico/sociale cubana, è ben visibile nei risultati che fanno di Cuba il Paese latinoamericano ad aver vinto più medaglie olimpiche e la seconda potenza sportiva dei Giochi Panamericani, alle spalle solo degli Stati Uniti ma ampiamente davanti al Canada, sottolinea Giulio Chinappi sul sito specializzato OA Sport.
L’INDER (Istituto Nazione di Sport, Educazione Fisica e Ricreazione) è stato fondato nel 1961, con l’incarico di pianificare i programmi delle varie attività sportive in tutto il Paese e a livello internazionale. In seguito è stata costituita l’ESEF (Scuola Superiore di Educazione Fisica). Nel tentativo di mantenere vivo lo spirito sportivo autentico e di evitare la commercializzazione dello sport, nel 1962 è stato eliminato il professionismo, misura che ancora oggi è in vigore. L’assenza del professionismo è compensata dall’importante sostegno economico dello Stato ai suoi atleti di tutte le discipline, compresi gli atleti paralimpici.
Cuba è protagonista da decenni in numerose discipline. Lo sport nazionale resta il baseball. Gli altri sport in cui Cuba eccelle sono, tra gli altri, il volley, la boxe, il judo e l’atletica.
Inoltre, ricorda OA Sport, il modello sportivo cubano è visto come un esempio in tutto il continente latinoamericano, infatti numerosi Paesi si avvalgono della collaborazione di tecnici ed allenatori provenienti da Cuba. Sono oltre mille gli istruttori sportivi cubani che lavorano presso le federazioni di paesi come Venezuela, Bolivia, Colombia e Repubblica Dominicana, ma anche del gigante Brasile e di numerosi Paesi africani.
L’alterità tra socialismo e capitalismo è una ginnastica sana che dovrebbe essere incentivata, anche su aspetti come questo.
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30/11/2021
Scommesse e soldi facili
Nel secondo trimestre del 2021 negli Stati Uniti il gioco d’azzardo ha fatturato 13,6 miliardi. Se il trend si manterrà stabile l’anno si chiuderà con una cifra superiore ai 44 miliardi raggiunti nel 2019, avvicinandosi alle dimensioni del mercato di film, libri e musica messi insieme.
In Nevada (+17%), Pennsylvenia (+44,6%), New Jersey (+35,5%) si gioca alla grande, e gli Stati incassano cospicue creste. Il Nevada, a giugno, ha incassato 1,2 miliardi, e Lo Strip di Las Vegas (casinò) ha realizzato il suo terzo maggiore incasso di tutti i tempi.
L’iGaming, la vera grande novità, legale solo in 6 stati, ha maturato un aumento del 15%, con incassi superiori a quelli di tutto il 2020.
Il giro di scommesse si è allargato alla borsa, generando un processo di concentrazione, con un volume d’affari superiore ai 20 miliardi. (forbes.com).
DraftKings, specializzata in scommesse sportive, ad agosto 2019 valeva al NYSE 9,85. Il 21 marzo 2021 chiudeva a 71,98. MGM Resorts International, nello stesso lasso di tempo, è passata da 5,90 a 51. International Game Technology PLC, controllata da De Agostini, il 22 aprile del 2020 valeva 3,59. L’11 luglio del 2021 è balzata a 32,95. Sono numeri da tavolo da gioco.
I ricavi delle scommesse sportive sono cresciuti del 69% dal 2019 al 2020, e di un altro 270% durante il primo trimestre del 2021 (theatlantic.com).
Il processo è contagioso. Anche i conduttori delle trasmissioni sportive sono entrati nel giro. Discutono allegramente di scommesse e probabilità di vincita. Charles Barkley, di TNT, ha un contratto di sponsorizzazione con FanDuel. Jalen Rose, di ESPN, ne ha uno con BetMGM. Fox ha la sua piattaforma di scommesse, Fox Bet. Anche Disney è voluta entrare nel giro, con una piccola partecipazione in DraftKings, e ha in cantiere altre opzioni per aumentare la sua quota di mercato.
Il gioco d’azzardo è ora saldamente radicato nella matrice sportiva. Le stesse società posseggono il diritto di trasmettere i giochi, il giornalismo sui giochi e i mercati delle scommesse per quei giochi.
Il gioco d’azzardo, scrive Stephen Marche su theatlantic.com, è divertente perché fa sembrare i soldi un gioco, una sciocchezza. L’euforia si è diffusa più ampiamente di recente, da quando le criptovalute, con un volume di mercato che ha superato i 2 trilioni, hanno cominciato a minare l’idea stessa di denaro.
I token (i gettoni) sono, per così dire, virtuali, rimbalzano da un computer ad un altro, e tutto ha il fascino del Monopoly e la parvenza del gioco.
Quando nel gioco entra a gamba tesa un organismo istituzionale, la differenza tra reale e virtuale, tra gioco e vita vera, diventa ancora più sfumata.
Dal 2008, dice Stephen Marche, la Federal Reserve (la Banca centrale Usa, ndr) ha iniziato a stampare denaro a manetta, facendo del quantitative easing parte integrante del suo regolare programma.
L’offerta di moneta degli Stati Uniti è cresciuta di 5,5 trilioni, con un aumento, da dicembre 2019 ad agosto 2021, del 35,7%.
L’inflazione, dice Marche, sta aumentando più velocemente di quanto non abbia fatto in 20 anni, minando ancora di più la credibilità che la gente riponeva nel denaro. Se i quattro spiccioli che hai sul conto oggi non equivalgono più a quelli di ieri, e domani saranno ancora meno, chi ti ferma più? Chi non gioca adesso?
Se il modello sociale è Tesla, che in Borsa corre più che sulle strade; se i soldi non hanno più una misura riconoscibile, e nemmeno il mercato, con la sua distruzione creatrice, è in grado di fermare le vertiginose ascese in borsa, chi sono io per non tentare la fortuna?
Fonte
In Nevada (+17%), Pennsylvenia (+44,6%), New Jersey (+35,5%) si gioca alla grande, e gli Stati incassano cospicue creste. Il Nevada, a giugno, ha incassato 1,2 miliardi, e Lo Strip di Las Vegas (casinò) ha realizzato il suo terzo maggiore incasso di tutti i tempi.
L’iGaming, la vera grande novità, legale solo in 6 stati, ha maturato un aumento del 15%, con incassi superiori a quelli di tutto il 2020.
Il giro di scommesse si è allargato alla borsa, generando un processo di concentrazione, con un volume d’affari superiore ai 20 miliardi. (forbes.com).
DraftKings, specializzata in scommesse sportive, ad agosto 2019 valeva al NYSE 9,85. Il 21 marzo 2021 chiudeva a 71,98. MGM Resorts International, nello stesso lasso di tempo, è passata da 5,90 a 51. International Game Technology PLC, controllata da De Agostini, il 22 aprile del 2020 valeva 3,59. L’11 luglio del 2021 è balzata a 32,95. Sono numeri da tavolo da gioco.
I ricavi delle scommesse sportive sono cresciuti del 69% dal 2019 al 2020, e di un altro 270% durante il primo trimestre del 2021 (theatlantic.com).
Il processo è contagioso. Anche i conduttori delle trasmissioni sportive sono entrati nel giro. Discutono allegramente di scommesse e probabilità di vincita. Charles Barkley, di TNT, ha un contratto di sponsorizzazione con FanDuel. Jalen Rose, di ESPN, ne ha uno con BetMGM. Fox ha la sua piattaforma di scommesse, Fox Bet. Anche Disney è voluta entrare nel giro, con una piccola partecipazione in DraftKings, e ha in cantiere altre opzioni per aumentare la sua quota di mercato.
Il gioco d’azzardo è ora saldamente radicato nella matrice sportiva. Le stesse società posseggono il diritto di trasmettere i giochi, il giornalismo sui giochi e i mercati delle scommesse per quei giochi.
Il gioco d’azzardo, scrive Stephen Marche su theatlantic.com, è divertente perché fa sembrare i soldi un gioco, una sciocchezza. L’euforia si è diffusa più ampiamente di recente, da quando le criptovalute, con un volume di mercato che ha superato i 2 trilioni, hanno cominciato a minare l’idea stessa di denaro.
I token (i gettoni) sono, per così dire, virtuali, rimbalzano da un computer ad un altro, e tutto ha il fascino del Monopoly e la parvenza del gioco.
Quando nel gioco entra a gamba tesa un organismo istituzionale, la differenza tra reale e virtuale, tra gioco e vita vera, diventa ancora più sfumata.
Dal 2008, dice Stephen Marche, la Federal Reserve (la Banca centrale Usa, ndr) ha iniziato a stampare denaro a manetta, facendo del quantitative easing parte integrante del suo regolare programma.
L’offerta di moneta degli Stati Uniti è cresciuta di 5,5 trilioni, con un aumento, da dicembre 2019 ad agosto 2021, del 35,7%.
L’inflazione, dice Marche, sta aumentando più velocemente di quanto non abbia fatto in 20 anni, minando ancora di più la credibilità che la gente riponeva nel denaro. Se i quattro spiccioli che hai sul conto oggi non equivalgono più a quelli di ieri, e domani saranno ancora meno, chi ti ferma più? Chi non gioca adesso?
Se il modello sociale è Tesla, che in Borsa corre più che sulle strade; se i soldi non hanno più una misura riconoscibile, e nemmeno il mercato, con la sua distruzione creatrice, è in grado di fermare le vertiginose ascese in borsa, chi sono io per non tentare la fortuna?
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08/08/2021
La retorica delle Olimpiadi
Le Olimpiadi di Tokyo hanno messo in luce un brutto guaio legato alla retorica sportiva. Non c’entra lo sciovinismo da competizione: fare il tifo insieme è bello e, quando va bene, lo è anche esultare. Il problema inizia in sala stampa, con le interviste agli atleti. Chissà perché, quasi tutti i vincitori si sentono in dovere di trarre una qualche conclusione filosofica dal proprio successo. E il concetto che esprimono è più o meno sempre lo stesso: “Questa medaglia dimostra che se ci credi tutto è possibile”.
Di sicuro gli sportivi dicono questa frase con sincerità e convinzione. Purtroppo, però, rimane una frase sbagliata, per non dire una fesseria. La retorica del “getta il cuore oltre l’ostacolo” è un grande inganno in molti campi dell’esistenza, ma paradossalmente ha più successo proprio nell’ambito in cui la sua falsità è più manifesta: lo sport.
Basta rifletterci un attimo: sei hai le articolazioni fragili, non vincerai l’oro nei 100 metri piani. Se soffri d’asma, non diventerai un campione di stile libero. Se sei alto un metro e sessanta, non schiaccerai mai a canestro. Non importa quanto lo desideri, quanto ti alleni, quanto ci credi. È impossibile e basta, per un motivo brutale quanto ovvio: le condizioni fisiche di partenza non sono uguali per tutti.
Ma andiamo oltre. A pensarci bene, anche quando i mezzi fisici sono comparabili, il successo di un atleta può essere determinato da fattori imperscrutabili. Immaginiamo due nuotatori che toccano la fine della corsia a un centesimo di secondo l’uno dall’altro. Il tizio che arriva in ritardo ci ha creduto meno del primo? Si è allenato meno duramente? Ha fatto meno sacrifici? Probabilmente no, ma ha perso lo stesso.
Questo non significa che le medaglie si vincano solo per superiorità genetica o per fortuna: bisogna anche essere motivati e lavorare sodo. Grazie tante. Il punto è che determinazione e impegno sono condizioni necessarie, ma, da sole, non sufficienti a garantire il successo. Lo sappiamo tutti, in fondo, è dannatamente ovvio, ma ci piace lo stesso pensare che “basta crederci e tutto è possibile”.
Ecco, siamo arrivati al punto della questione. Perché ci piace tanto pensare che “volere è potere”? In effetti, questo genere di retorica si estende ben oltre l'ambito sportivo. Ce la propinano per tutta la vita in messaggi esaltanti, che si presentano come discorsi motivazionali ma in realtà sono marketing (abbigliamento, prodotti per il corpo, automobili, perfino società che vendono luce e gas).
Eppure, la retorica del “se lavori sodo ce la fai” è in realtà il contrario di un discorso motivazionale. È una frase reazionaria, tesa al mantenimento dello status quo. Chi ha di più colpevolizza chi ha di meno per tenerlo dov'è: “Se non ce la fai – è il messaggio – la responsabilità è solo tua: non ci hai creduto abbastanza, non hai lavorato abbastanza”. E per rendere la lezione più convincente, i pochissimi che dal basso riescono a salire (spesso estratti a sorte) vengono esaltati come eroi, come prove viventi che la società in fondo è giusta, perché “se ci credi tutto è possibile”.
Questo show è un trucco per nascondere la realtà, e cioè che la realizzazione personale è spesso impedita da barriere economiche, sociali e culturali che nessuno intende rimuovere né mettere in discussione. Il risultato è che nove volte su 10 il successo è appannaggio di chi parte dalle condizioni migliori: per loro, la frase “volere è potere” ha molto più senso.
Fonte
Di sicuro gli sportivi dicono questa frase con sincerità e convinzione. Purtroppo, però, rimane una frase sbagliata, per non dire una fesseria. La retorica del “getta il cuore oltre l’ostacolo” è un grande inganno in molti campi dell’esistenza, ma paradossalmente ha più successo proprio nell’ambito in cui la sua falsità è più manifesta: lo sport.
Basta rifletterci un attimo: sei hai le articolazioni fragili, non vincerai l’oro nei 100 metri piani. Se soffri d’asma, non diventerai un campione di stile libero. Se sei alto un metro e sessanta, non schiaccerai mai a canestro. Non importa quanto lo desideri, quanto ti alleni, quanto ci credi. È impossibile e basta, per un motivo brutale quanto ovvio: le condizioni fisiche di partenza non sono uguali per tutti.
Ma andiamo oltre. A pensarci bene, anche quando i mezzi fisici sono comparabili, il successo di un atleta può essere determinato da fattori imperscrutabili. Immaginiamo due nuotatori che toccano la fine della corsia a un centesimo di secondo l’uno dall’altro. Il tizio che arriva in ritardo ci ha creduto meno del primo? Si è allenato meno duramente? Ha fatto meno sacrifici? Probabilmente no, ma ha perso lo stesso.
Questo non significa che le medaglie si vincano solo per superiorità genetica o per fortuna: bisogna anche essere motivati e lavorare sodo. Grazie tante. Il punto è che determinazione e impegno sono condizioni necessarie, ma, da sole, non sufficienti a garantire il successo. Lo sappiamo tutti, in fondo, è dannatamente ovvio, ma ci piace lo stesso pensare che “basta crederci e tutto è possibile”.
Ecco, siamo arrivati al punto della questione. Perché ci piace tanto pensare che “volere è potere”? In effetti, questo genere di retorica si estende ben oltre l'ambito sportivo. Ce la propinano per tutta la vita in messaggi esaltanti, che si presentano come discorsi motivazionali ma in realtà sono marketing (abbigliamento, prodotti per il corpo, automobili, perfino società che vendono luce e gas).
Eppure, la retorica del “se lavori sodo ce la fai” è in realtà il contrario di un discorso motivazionale. È una frase reazionaria, tesa al mantenimento dello status quo. Chi ha di più colpevolizza chi ha di meno per tenerlo dov'è: “Se non ce la fai – è il messaggio – la responsabilità è solo tua: non ci hai creduto abbastanza, non hai lavorato abbastanza”. E per rendere la lezione più convincente, i pochissimi che dal basso riescono a salire (spesso estratti a sorte) vengono esaltati come eroi, come prove viventi che la società in fondo è giusta, perché “se ci credi tutto è possibile”.
Questo show è un trucco per nascondere la realtà, e cioè che la realizzazione personale è spesso impedita da barriere economiche, sociali e culturali che nessuno intende rimuovere né mettere in discussione. Il risultato è che nove volte su 10 il successo è appannaggio di chi parte dalle condizioni migliori: per loro, la frase “volere è potere” ha molto più senso.
Fonte
20/04/2021
SuperLega: la concentrazione dei capitali nel calcio
Bisognerebbe quasi ringraziare chi ha avuto l’idea di promuovere una “Superlega” nel calcio europeo. Scherziamo, ovviamente, ma è la verità.
È sempre difficile, a volte “noioso”, spiegare in termini semplici, popolari, con esempi immediatamente illuminanti, cosa significa “concentrazione e centralizzazione dei capitali”, quel processo immanente al processo di accumulazione capitalistica, che porta ai monopoli.
Poi ci pensa un Agnelli di seconda fila – quello messo a dirigere la Juventus, non la Fiat ed evoluzioni successive – a mettere sul piatto la prova evidente, il fatto solare, scatenando la reazione dei capitali “minori” (quelli che hanno gestito fin qui il calcio europeo, pur miliardario) e quella molto meno decisiva dei tifosi di qualsiasi squadra.
Anche in questo caso la pandemia ha accelerato una crisi che covava già da anni. Molti club, di qualsiasi livello, erano pieni di debiti. Frequenti i cambi di proprietà, e ad ogni passaggio di consegne si sono fatti avanti o grandi gruppi multinazionali (per i club più titolati) o avventurieri dall’incerta biografia.
Sia i primi che i secondi cercavano e cercano un modo per rompere la tradizione (“a gestire una squadra si diventa famosi, ma ci rimettono soldi”), “valorizzando” progetti edilizi (“un nuovo stadio!”) e/o scambi impropri (deroghe al piano regolatore, costruzione di centri commerciali, “edilizia in compensazione”, ecc).
Ma alla fin fine, in un mondo che va anch’esso mutando le proprie coordinate fondamentali, il vero business sono i diritti televisivi. I miliardi da investire in strutture, allenatori, calciatori, ecc, vengono di lì.
Ma se il cuore dell’industria calcistica – i suoi proventi principali, per dimensione e certezza (si firmano contratti ad inizio stagione) – è la televisione, si vengono a rompere tutti i legami atavici, territoriali, culturali, economici, sociali, persino politici (do you remember Berlusconi? da presidente del Milan a “nuovo leader della società civile”). E anche quel tanto di condivisione della torta tra club di punta e piccole società.
Un esempio semplice per capirci. Qualche anno fa il presidente della Lazio, Claudio Lotito, fu intercettato in una telefonata in cui – incidentalmente – spiegava la questione: “Ho detto ad Abodi (presidente di Lega B): se me porti su il Carpi, se me porti squadre che non valgono un cazzo, noi tra due o tre anni non c’abbiamo più una lira. Se c’abbiamo Frosinone, Latina, chi li compra i diritti?”
Detto in parole più educate: il mercato televisivo di massa viene riempito con le star, non con gli sparring partner. Tutti conoscono e guardano le partite con le squadre più forti, i calciatori migliori, che assicurano lo spettacolo più divertente (oggi Nereo Rocco o Helenio Herrera non verrebbero assunti da nessuno).
Le squadre “territoriali”, espressione di comunità più o meno larghe ma non troppo, possono avere quel che vogliono: bravi calciatori scovati da talent scout attenti a spendere pochissimo, allenatori geniali che fanno necessariamente le prime prove nelle categorie inferiori, alcune migliaia di tifosi fedelissimi ogni domenica e disposti a svenarsi pur di vedere “i nostri ragazzi” calcare le scene più importanti.
Ma non garantiscono un pubblico di milioni – anzi, decine di milioni – di spettatori.
Per capirci. Quando Giuliana Sgrena, giornalista de il manifesto, venne sequestrata in Iraq, molte star si fecero fotografare con la maglietta “Liberate Giuliana”. Tra questi Francesco Totti, non ancora campione del mondo. Le foto fecero il giro del pianeta al punto che, scrisse poi Sgrena, “Uno dei due guardiani, il più religioso, è venuto da me esterrefatto, sia perché la tv mostrava i miei ritratti appesi nelle città europee, e sia per Totti. Sì, Totti. Lui si è dichiarato tifoso della Roma ed era rimasto sconcertato che il suo giocatore preferito fosse sceso in campo con la scritta ‘liberate Giuliana’ sulla maglietta“.
Chiaro?
La pandemia, si diceva, ha costretto per oltre un anno a giocare in stadi vuoti. Le entrate provenienti dei biglietti e il merchandising – già insufficienti prima a coprire anche una minima parte dei costi di gestione – sono sparite. Diritti televisivi e sponsorizzazioni pubblicitarie sono rimaste le uniche fonti profitto commerciale.
Ma se la dinamica è quella “selettiva”, assolutamente naturale e senza alternativa – si tende a vedere lo spettacolo migliore – allora quella torta dei diritti televisivi non può più essere spartita “tra tutti”, club di star e squadre di onesti pedatori pieni di voglia di emergere.
Di qui la mossa di Agnelli minor e altri undici “consigli di amministrazione” di multinazionali del calcio europeo. “Tutta la torta a noi”.
Per capire qualcosa di questo processo di concentrazione del capitale e centralizzazione del business non bisogna guardare alla storia dei club, alle dimensioni o alle tradizioni della tifoseria, al “peso” identitario. Bisogna guardare alla proprietà e agli investitori finanziari.
Tra questi ultimi il primo a confermare la partecipazione, con 3,5 miliardi, è JpMorgan, la banca d’affari Usa che – ricorderete – si scagliò contro le Costituzioni vigenti in Europa (“I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”).
Gli altri finanziatori sono ancora ignoti, ma “voci di mercato” assicurano l’interesse di fondi statunitensi e sauditi.
Quanto alle proprietà.
Delle tre italiane aderenti alla nuova Superlega due sono appendici di gruppi finanziari cinesi (Inter e Milan), la terza – la Juventus – è una frazione della nuova multinazionale Stellantis, che riunisce i marchi francesi Peugeot e Citroen, le italiane Fiat e Lancia (e qualcos’altro), l’americana Chrysler (con Jeep, Dodge, ecc). Peraltro è l’unica frazione controllata da un Agnelli e, quest’anno, fa fatica persino ad entrare nel ristretto numero degli aventi diritto a partecipare alla Champions.
Ha un grande passato sportivo, tifosi e telespettatori in tutto il mondo, quindi può “legittimamente” (sul piano economico) fare a meno di doversi conquistare ogni anno una sudata qualificazione. Tanto vale partecipare al “campionato dei migliori” e mettersi a contare i soldi dei diritti tv e degli sponsor.
L’inglese Chelsea è del “dissidente” russo Roman Abramovic. L’Arsenal appartiene alla Kroenke Sports & Entertainment, holding americana di sport e intrattenimento con sede a Denver. Il Manchester United è una società con sede nel Regno Unito, controllata dalla famiglia dell’uomo d’affari americano Malcom Glazer, attivo attraverso la società di investimento First Allied Corporation in diversi settori industriali.
La cugina Manchester City, allenata per ora da Pep Guardiola, è di proprietà della Abu Dhabi United Group for Developement and Investments (ADUG), società interamente controllata dallo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, componente della famiglia reale di Abu Dhabi.
Il Liverpool, che fa commuovere anche i non tifosi per il suo splendido e solidale inno (You’ll never walk alone), è controllato invece dalla UKSV Holdings Company Limited, a sua volta controllata da UKSV I LLC con sede nello Stato del Delaware (un paradiso fiscale made in Usa). Quest’ultima società fa capo a Fenway Sports Group, società americana che centralizza diversi investimenti nel settore sportivo, tra cui la squadra di baseball dei Red Sox di Boston. Il principale azionista di Fenway Sports Group è l’uomo d’affari americano John W. Henry.
Il Tottenham Hotspur Limited è controllato da Enic International Limited, società registrata alle Bahamas. Il principale azionista di quest’ultima società è con il 70,59% l’uomo d’affari inglese (residente a New Providence, Bahamas) Joe Lewis.
Apparentemente diversa è la struttura proprietaria del Real Madrid: una polisportiva costituita sotto forma di associazione privata di persone fisiche “senza scopo di lucro”. Ma è difficile associare Florentino Perez a qualcosa “senza fini di lucro”.
Stessa situazione per il Barcellona, che ha effettivamente una struttura di azionariato diffuso con quasi 200.000 soci.
Più tradizionale, infine, la struttura dell’Atletico Madrid, acquistato nel 1987 da Jesus Gil. Oggi il socio di maggioranza della società è Miguel Angel Gil Marin.
Queste dodici società sono anche quelle – più pochissime altre – di maggior valore economico in Europa (ma senza calcolare quelle francesi e tedesche, che per ora non partecipano all’”affare”).
Questo è il processo di concentrazione e centralizzazione dei capitali in un settore “industriale” molto specifico. Ma funziona nello stesso modo nell’automotive (l’esempio di Stellantis è sufficiente, forse) e in qualsiasi altro settore.
Diciamo che le “disuguaglianze” diventano il vero tratto distintivo del capitale giunto a questo punto. E non parliamo soltanto delle immani differenze di reddito tra lavoratori e “azionisti di riferimento”, tra precari e general manager, ma anche all’interno dei capitali stessi.
Chi ha la forza per diventare “multinazionale” va avanti, chi può soltanto gestire un’attività locale resta indietro, e probabilmente, prima o poi, sarà costretto a chiudere.
Nel mondo del calcio la (eventuale) nascita reale della Superlega ha (avrebbe) un effetto esplosivo. La concentrazione degli investimenti, trainata dai diritti tv, creerebbe un “mondo a parte”, con 15 “soci a vita” e cinque “invitati”, scelti anno per anno tra i migliori dei vari campionati nazionali.
Fuori da questo mondo ricchissimo tutti gli altri club, a cascata, si ritroverebbe con entrate drasticamente decurtate (i diritti tv trascinano con sé quelli pubblicitari) e quindi nell’impossibilità materiale (“mecenati” a parte) di costruire squadre importanti e competitive.
Entrerebbero in crisi le scuole calcio, che si finanziano con le carissime rette degli allievi calciatori (le famiglie che inseguono il sogno di un figlio campione, o almeno “onesto professionista della pedata”) e con le plusvalenze della vendita del cartellino dei “prodotti” migliori.
Soprattutto, però, si verrebbe fisicamente a interrompere il legame sociale e politico tra calcio e popoli. E questo è il solito problema di qualsiasi centralizzazione dei capitali. Ogni squadra della ristretta élite europea non sarebbe più (o molto meno) il simbolo identitario di un territorio e di “un modo d’essere” (chiedete agli interisti...).
Ogni proprietario futuro, come avviene a volte negli Usa con la Nba, potrebbe “cambiare franchigia” e associare quella squadra con un’altra città. Forse anche con un diverso paese.
Tra le “vittime” qualcuno conterà anche i capi delle curve, i gestori dello spaccio, i canalizzatori del consenso politico, ecc.
Questo è il capitalismo, bellezza.
Può darsi che per ora questa “iniziativa” non abbia successo. L’assenza di squadre tedesche e francesi (soprattutto Paris Saint Germain e Bayern) toglie molto alla pretesa di rappresentare davvero l’élite immodificabile del calcio, a meno che le tre società non ancora “scoperte” non siano proprio di quei paesi.
Anche la reazione della “politica europea” minaccia piuttosto seriamente la fattibilità del progetto. Escluse dai campionati nazionali le squadre, e di conseguenza anche i calciatori dalle rispettive nazionali, l’appeal della superlega sarebbe molto minore. E la “competitività” scenderebbe di parecchio (una cosa sono i Los Angeles Lakers, tutt’altra gli Harlem Globe Trotter).
Ma la tendenza di medio periodo appare chiara. Chi vuol fare davvero i soldi con il calcio spinge nella direzione della centralizzazione e concentrazione in poche mani di uno spettacolo.
Ed è inutile spargere lacrime sui nostri miti minacciati e/o perduti, sui “valori dello sport”, la “meritocrazia”, ecc.
Già 165 anni fa i due saggi ammonivano:
“Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l’uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo “pagamento in contanti”.
Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell’esaltazione devota, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli.
In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche.
La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che fino allora erano venerate e considerate con pio timore. Ha tramutato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l’uomo della scienza, in salariati ai suoi stipendi.
La borghesia ha strappato il commovente velo sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di denaro.”
Pensavate davvero che il calcio potesse subire altra sorte?
Fonte
È sempre difficile, a volte “noioso”, spiegare in termini semplici, popolari, con esempi immediatamente illuminanti, cosa significa “concentrazione e centralizzazione dei capitali”, quel processo immanente al processo di accumulazione capitalistica, che porta ai monopoli.
Poi ci pensa un Agnelli di seconda fila – quello messo a dirigere la Juventus, non la Fiat ed evoluzioni successive – a mettere sul piatto la prova evidente, il fatto solare, scatenando la reazione dei capitali “minori” (quelli che hanno gestito fin qui il calcio europeo, pur miliardario) e quella molto meno decisiva dei tifosi di qualsiasi squadra.
Anche in questo caso la pandemia ha accelerato una crisi che covava già da anni. Molti club, di qualsiasi livello, erano pieni di debiti. Frequenti i cambi di proprietà, e ad ogni passaggio di consegne si sono fatti avanti o grandi gruppi multinazionali (per i club più titolati) o avventurieri dall’incerta biografia.
Sia i primi che i secondi cercavano e cercano un modo per rompere la tradizione (“a gestire una squadra si diventa famosi, ma ci rimettono soldi”), “valorizzando” progetti edilizi (“un nuovo stadio!”) e/o scambi impropri (deroghe al piano regolatore, costruzione di centri commerciali, “edilizia in compensazione”, ecc).
Ma alla fin fine, in un mondo che va anch’esso mutando le proprie coordinate fondamentali, il vero business sono i diritti televisivi. I miliardi da investire in strutture, allenatori, calciatori, ecc, vengono di lì.
Ma se il cuore dell’industria calcistica – i suoi proventi principali, per dimensione e certezza (si firmano contratti ad inizio stagione) – è la televisione, si vengono a rompere tutti i legami atavici, territoriali, culturali, economici, sociali, persino politici (do you remember Berlusconi? da presidente del Milan a “nuovo leader della società civile”). E anche quel tanto di condivisione della torta tra club di punta e piccole società.
Un esempio semplice per capirci. Qualche anno fa il presidente della Lazio, Claudio Lotito, fu intercettato in una telefonata in cui – incidentalmente – spiegava la questione: “Ho detto ad Abodi (presidente di Lega B): se me porti su il Carpi, se me porti squadre che non valgono un cazzo, noi tra due o tre anni non c’abbiamo più una lira. Se c’abbiamo Frosinone, Latina, chi li compra i diritti?”
Detto in parole più educate: il mercato televisivo di massa viene riempito con le star, non con gli sparring partner. Tutti conoscono e guardano le partite con le squadre più forti, i calciatori migliori, che assicurano lo spettacolo più divertente (oggi Nereo Rocco o Helenio Herrera non verrebbero assunti da nessuno).
Le squadre “territoriali”, espressione di comunità più o meno larghe ma non troppo, possono avere quel che vogliono: bravi calciatori scovati da talent scout attenti a spendere pochissimo, allenatori geniali che fanno necessariamente le prime prove nelle categorie inferiori, alcune migliaia di tifosi fedelissimi ogni domenica e disposti a svenarsi pur di vedere “i nostri ragazzi” calcare le scene più importanti.
Ma non garantiscono un pubblico di milioni – anzi, decine di milioni – di spettatori.
Per capirci. Quando Giuliana Sgrena, giornalista de il manifesto, venne sequestrata in Iraq, molte star si fecero fotografare con la maglietta “Liberate Giuliana”. Tra questi Francesco Totti, non ancora campione del mondo. Le foto fecero il giro del pianeta al punto che, scrisse poi Sgrena, “Uno dei due guardiani, il più religioso, è venuto da me esterrefatto, sia perché la tv mostrava i miei ritratti appesi nelle città europee, e sia per Totti. Sì, Totti. Lui si è dichiarato tifoso della Roma ed era rimasto sconcertato che il suo giocatore preferito fosse sceso in campo con la scritta ‘liberate Giuliana’ sulla maglietta“.
Chiaro?
La pandemia, si diceva, ha costretto per oltre un anno a giocare in stadi vuoti. Le entrate provenienti dei biglietti e il merchandising – già insufficienti prima a coprire anche una minima parte dei costi di gestione – sono sparite. Diritti televisivi e sponsorizzazioni pubblicitarie sono rimaste le uniche fonti profitto commerciale.
Ma se la dinamica è quella “selettiva”, assolutamente naturale e senza alternativa – si tende a vedere lo spettacolo migliore – allora quella torta dei diritti televisivi non può più essere spartita “tra tutti”, club di star e squadre di onesti pedatori pieni di voglia di emergere.
Di qui la mossa di Agnelli minor e altri undici “consigli di amministrazione” di multinazionali del calcio europeo. “Tutta la torta a noi”.
Per capire qualcosa di questo processo di concentrazione del capitale e centralizzazione del business non bisogna guardare alla storia dei club, alle dimensioni o alle tradizioni della tifoseria, al “peso” identitario. Bisogna guardare alla proprietà e agli investitori finanziari.
Tra questi ultimi il primo a confermare la partecipazione, con 3,5 miliardi, è JpMorgan, la banca d’affari Usa che – ricorderete – si scagliò contro le Costituzioni vigenti in Europa (“I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”).
Gli altri finanziatori sono ancora ignoti, ma “voci di mercato” assicurano l’interesse di fondi statunitensi e sauditi.
Quanto alle proprietà.
Delle tre italiane aderenti alla nuova Superlega due sono appendici di gruppi finanziari cinesi (Inter e Milan), la terza – la Juventus – è una frazione della nuova multinazionale Stellantis, che riunisce i marchi francesi Peugeot e Citroen, le italiane Fiat e Lancia (e qualcos’altro), l’americana Chrysler (con Jeep, Dodge, ecc). Peraltro è l’unica frazione controllata da un Agnelli e, quest’anno, fa fatica persino ad entrare nel ristretto numero degli aventi diritto a partecipare alla Champions.
Ha un grande passato sportivo, tifosi e telespettatori in tutto il mondo, quindi può “legittimamente” (sul piano economico) fare a meno di doversi conquistare ogni anno una sudata qualificazione. Tanto vale partecipare al “campionato dei migliori” e mettersi a contare i soldi dei diritti tv e degli sponsor.
L’inglese Chelsea è del “dissidente” russo Roman Abramovic. L’Arsenal appartiene alla Kroenke Sports & Entertainment, holding americana di sport e intrattenimento con sede a Denver. Il Manchester United è una società con sede nel Regno Unito, controllata dalla famiglia dell’uomo d’affari americano Malcom Glazer, attivo attraverso la società di investimento First Allied Corporation in diversi settori industriali.
La cugina Manchester City, allenata per ora da Pep Guardiola, è di proprietà della Abu Dhabi United Group for Developement and Investments (ADUG), società interamente controllata dallo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, componente della famiglia reale di Abu Dhabi.
Il Liverpool, che fa commuovere anche i non tifosi per il suo splendido e solidale inno (You’ll never walk alone), è controllato invece dalla UKSV Holdings Company Limited, a sua volta controllata da UKSV I LLC con sede nello Stato del Delaware (un paradiso fiscale made in Usa). Quest’ultima società fa capo a Fenway Sports Group, società americana che centralizza diversi investimenti nel settore sportivo, tra cui la squadra di baseball dei Red Sox di Boston. Il principale azionista di Fenway Sports Group è l’uomo d’affari americano John W. Henry.
Il Tottenham Hotspur Limited è controllato da Enic International Limited, società registrata alle Bahamas. Il principale azionista di quest’ultima società è con il 70,59% l’uomo d’affari inglese (residente a New Providence, Bahamas) Joe Lewis.
Apparentemente diversa è la struttura proprietaria del Real Madrid: una polisportiva costituita sotto forma di associazione privata di persone fisiche “senza scopo di lucro”. Ma è difficile associare Florentino Perez a qualcosa “senza fini di lucro”.
Stessa situazione per il Barcellona, che ha effettivamente una struttura di azionariato diffuso con quasi 200.000 soci.
Più tradizionale, infine, la struttura dell’Atletico Madrid, acquistato nel 1987 da Jesus Gil. Oggi il socio di maggioranza della società è Miguel Angel Gil Marin.
Queste dodici società sono anche quelle – più pochissime altre – di maggior valore economico in Europa (ma senza calcolare quelle francesi e tedesche, che per ora non partecipano all’”affare”).
Questo è il processo di concentrazione e centralizzazione dei capitali in un settore “industriale” molto specifico. Ma funziona nello stesso modo nell’automotive (l’esempio di Stellantis è sufficiente, forse) e in qualsiasi altro settore.
Diciamo che le “disuguaglianze” diventano il vero tratto distintivo del capitale giunto a questo punto. E non parliamo soltanto delle immani differenze di reddito tra lavoratori e “azionisti di riferimento”, tra precari e general manager, ma anche all’interno dei capitali stessi.
Chi ha la forza per diventare “multinazionale” va avanti, chi può soltanto gestire un’attività locale resta indietro, e probabilmente, prima o poi, sarà costretto a chiudere.
Nel mondo del calcio la (eventuale) nascita reale della Superlega ha (avrebbe) un effetto esplosivo. La concentrazione degli investimenti, trainata dai diritti tv, creerebbe un “mondo a parte”, con 15 “soci a vita” e cinque “invitati”, scelti anno per anno tra i migliori dei vari campionati nazionali.
Fuori da questo mondo ricchissimo tutti gli altri club, a cascata, si ritroverebbe con entrate drasticamente decurtate (i diritti tv trascinano con sé quelli pubblicitari) e quindi nell’impossibilità materiale (“mecenati” a parte) di costruire squadre importanti e competitive.
Entrerebbero in crisi le scuole calcio, che si finanziano con le carissime rette degli allievi calciatori (le famiglie che inseguono il sogno di un figlio campione, o almeno “onesto professionista della pedata”) e con le plusvalenze della vendita del cartellino dei “prodotti” migliori.
Soprattutto, però, si verrebbe fisicamente a interrompere il legame sociale e politico tra calcio e popoli. E questo è il solito problema di qualsiasi centralizzazione dei capitali. Ogni squadra della ristretta élite europea non sarebbe più (o molto meno) il simbolo identitario di un territorio e di “un modo d’essere” (chiedete agli interisti...).
Ogni proprietario futuro, come avviene a volte negli Usa con la Nba, potrebbe “cambiare franchigia” e associare quella squadra con un’altra città. Forse anche con un diverso paese.
Tra le “vittime” qualcuno conterà anche i capi delle curve, i gestori dello spaccio, i canalizzatori del consenso politico, ecc.
Questo è il capitalismo, bellezza.
Può darsi che per ora questa “iniziativa” non abbia successo. L’assenza di squadre tedesche e francesi (soprattutto Paris Saint Germain e Bayern) toglie molto alla pretesa di rappresentare davvero l’élite immodificabile del calcio, a meno che le tre società non ancora “scoperte” non siano proprio di quei paesi.
Anche la reazione della “politica europea” minaccia piuttosto seriamente la fattibilità del progetto. Escluse dai campionati nazionali le squadre, e di conseguenza anche i calciatori dalle rispettive nazionali, l’appeal della superlega sarebbe molto minore. E la “competitività” scenderebbe di parecchio (una cosa sono i Los Angeles Lakers, tutt’altra gli Harlem Globe Trotter).
Ma la tendenza di medio periodo appare chiara. Chi vuol fare davvero i soldi con il calcio spinge nella direzione della centralizzazione e concentrazione in poche mani di uno spettacolo.
Ed è inutile spargere lacrime sui nostri miti minacciati e/o perduti, sui “valori dello sport”, la “meritocrazia”, ecc.
Già 165 anni fa i due saggi ammonivano:
“Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l’uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo “pagamento in contanti”.
Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell’esaltazione devota, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli.
In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche.
La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che fino allora erano venerate e considerate con pio timore. Ha tramutato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l’uomo della scienza, in salariati ai suoi stipendi.
La borghesia ha strappato il commovente velo sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di denaro.”
Pensavate davvero che il calcio potesse subire altra sorte?
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19/04/2021
SuperLega: parte l’assalto liberista finale al calcio
Una Lega, o meglio una SuperLega di venti squadre: quindici “fisse”, e sono i “fondatori”. Le altre cinque invitate ogni anno con una “wild card” sulla base di non meglio precisate caratteristiche di merito ottenute nel corso della stagione precedente. Un sistema a parte, estraneo a UEFA, FIFA e leghe nazionali, che intende massimizzare i profitti e, ovviamente, dividerseli. Anche se un ritorno di liquidità al movimento calcistico “normale” dovrebbe essere assicurato.
E la massimizzazione sarebbe clamorosa: dai 3 miliardi, ad esempio, che la UEFA tira fuori dalla Champion’s League si arriverebbe intorno ai 10 a stagione. Una manna dal cielo, in epoca di pandemia, lockdown, stadi chiusi e crisi finanziaria.
Questo, in estrema sintesi, il progetto di SuperLega europea di cui si parla ormai da tempo e che, tra ieri notte e questa mattina, è stato ufficializzato dai “fondatori”. Sei club inglesi – Chelsea, Tottenham, Manchester City, Manchester United, Liverpool ed Arsenal – tre italiani – Juventus, Milan ed Inter – e due spagnoli: Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid. Secondo le indiscrezioni anche due club francesi sarebbero pronti ad entrare nel progetto.
Questo il primo nucleo di società, vere e proprie “big” europee, a cui dovrebbero quindi aggiungersene altre tre. A capo di questa SuperLega c’è Florentino Perez, presidente del Real Madrid, il vice presidente è Andrea Agnelli, che si è dimesso dalla guida dell’ ECA (European Club Association), un cartello in cui erano rappresentate 256 società calcistiche europee.
Il programma, una volta definita la struttura della Lega, è quello di organizzare questo “super campionato europeo”: due gironi da dieci, poi semifinali e finali. Partite di livello altissimo, i migliori giocatori del pianeta sempre gli uni contro gli altri. Spettacolo e show più che sport e competizione, con i diritti televisivi alle stelle e – presumibilmente – i biglietti dei vari stadi. Un progetto che punta molto al modello NBA americano, per capirsi.
La risposta delle istituzioni calcistiche è stata oppositiva e veemente: dalla UEFA alla FIFA, passando alle Leghe e federazioni nazionali, e finendo addirittura ad alcuni governi nazionali, il “no” è stato netto e granitico.
Addirittura, per le squadre “ribelli”, è arrivata una sorta di minaccia: fuori dai campionati nazionali fuori dalle competizioni europee, addirittura niente nazionale per i calciatori tesserati dai club membri della SuperLega. Altrettanto veemente la risposta di alcuni addetti ai lavori come l’ex allenatore dello United Alex Ferguson, oppure come il suo ex – altrettanto storico – calciatore Gary Neville, che ha definito il progetto come “criminale”.
In Italia, tra gli altri si è espresso Marco Tardelli, e non è l’unico. Voci tutt’altro che isolate: anche la stampa di settore è stata decisa nel condannare il progetto: il calcio non è solo business.
Ed invece l’operazione sarebbe – ed attenzione al condizionale – esclusivamente una operazione di business. Lo spiega bene il proprietario del Manchester United, Joe Glazer: «Mettendo insieme i più grandi club e giocatori del mondo ad affrontarsi per tutta la stagione, la Super League aprirà un nuovo capitolo per il calcio europeo, assicurando una competizione e strutture di prim’ordine a livello mondiale, oltre a un accresciuto supporto finanziario per la piramide calcistica nel suo complesso».
Ovviamente la frase che interessa è l’ultima del ragionamento. Non è un caso che nove tra le squadre più indebitate del globo siano tra le promotrici della lega. E non è nemmeno un caso che la multinazionale di servizi finanziari JP Morgan abbia già annunciato di voler finanziare il progetto con almeno 3,5 miliardi di euro.
Per la cronaca, il titolo della Juventus è schizzato del +6% dopo l’annuncio ufficiale della nascita della SuperLega.
Cosa c’è dietro? Business e profitto, come abbiamo ampiamente illustrato. Che, unito alla crisi innescata dalla pandemia e ai debiti pregressi, sta creando le condizioni per una tempesta perfetta. Ma, nonostante l’impressione, il tentativo potrebbe essere più sottile di quello di una semplice “rottura”: l’interlocutore infatti è sempre l’istituzione calcistica.
La UEFA in primis, che sta approvando in questi giorni la riforma della Champion’s League: la massima competizione continentale si allargherà a 36 squadre (dalle 32 attuali) e vedrà sostanziali modifiche al calendario, che prevederà 10 partite garantite nei gironi anziché le attuali sei.
Un modo per giocare – e capitalizzare – di più, che però soddisfa solo in parte le richieste avanzate dalla ECA, che chiedeva di tutelare la partecipazione dei “club storici” a prescindere dai piazzamenti. Proposta respinta – ovviamente – dalla maggioranza dei club: ma che cos’è la SuperLega se non un modo clamoroso e roboante di garantire un costante ingresso di danaro sempre alle stesse squadre?
Il sospetto che però ci si trovi di fronte ad un processo in atto e non ad una scelta definitiva, ad un tentativo di “ricatto” nei confronti dell’UEFA, c’è. E lo conferma, ad esempio, il comunicato della Juventus, che dice: “I club fondatori faranno tutto il possibile per realizzare il progetto nel più breve tempo possibile. Tuttavia, la Società non può al momento assicurare che il progetto sarà effettivamente realizzato né prevedere in modo preciso la relativa tempistica. La Società non dispone quindi allo stato attuale di tutti gli elementi necessari al fine di svolgere valutazioni di dettaglio sull’impatto che la Super Lega potrà avere sulle sue condizioni e performance finanziare ed economiche”.
Insomma, lo vogliamo fare ma non sappiamo ne se, ne quando ne come si farà. A noi pare questo, il senso.
Resta, ovviamente, il senso di una operazione ignobilmente speculativa, che fa sparire o quasi sport, competizione, merito, passione e che appare interessata solo al profitto. Un approccio perfettamente in linea con il metodo piratesco del capitalismo d’assalto di questi anni. Un sistema in crisi che, invece di ridimensionarsi, prova a sopravvivere rilanciando continuamente, spingendo sull’acceleratore della speculazione, non avendo alcun ritegno a fagocitare tutto quel che può pur di arraffare sempre di più.
Lo abbiamo visto avvenire dopo la crisi sistemica del 2008, lo vediamo ora nel calcio, il settore più mediaticamente colpito dagli effetti della pandemia (e già in crisi da prima, lo ripetiamo). Ci sembra quasi surreale dirlo, ma per una volta possiamo fare nostre le parole della UEFA: “Chiediamo a tutti gli amanti del calcio, tifosi e politici, di unirsi a noi nella lotta contro un progetto del genere se dovesse essere annunciato. Questo persistente interesse personale di pochi va avanti da troppo tempo. Quando è troppo è troppo”.
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E la massimizzazione sarebbe clamorosa: dai 3 miliardi, ad esempio, che la UEFA tira fuori dalla Champion’s League si arriverebbe intorno ai 10 a stagione. Una manna dal cielo, in epoca di pandemia, lockdown, stadi chiusi e crisi finanziaria.
Questo, in estrema sintesi, il progetto di SuperLega europea di cui si parla ormai da tempo e che, tra ieri notte e questa mattina, è stato ufficializzato dai “fondatori”. Sei club inglesi – Chelsea, Tottenham, Manchester City, Manchester United, Liverpool ed Arsenal – tre italiani – Juventus, Milan ed Inter – e due spagnoli: Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid. Secondo le indiscrezioni anche due club francesi sarebbero pronti ad entrare nel progetto.
Questo il primo nucleo di società, vere e proprie “big” europee, a cui dovrebbero quindi aggiungersene altre tre. A capo di questa SuperLega c’è Florentino Perez, presidente del Real Madrid, il vice presidente è Andrea Agnelli, che si è dimesso dalla guida dell’ ECA (European Club Association), un cartello in cui erano rappresentate 256 società calcistiche europee.
Il programma, una volta definita la struttura della Lega, è quello di organizzare questo “super campionato europeo”: due gironi da dieci, poi semifinali e finali. Partite di livello altissimo, i migliori giocatori del pianeta sempre gli uni contro gli altri. Spettacolo e show più che sport e competizione, con i diritti televisivi alle stelle e – presumibilmente – i biglietti dei vari stadi. Un progetto che punta molto al modello NBA americano, per capirsi.
La risposta delle istituzioni calcistiche è stata oppositiva e veemente: dalla UEFA alla FIFA, passando alle Leghe e federazioni nazionali, e finendo addirittura ad alcuni governi nazionali, il “no” è stato netto e granitico.
Addirittura, per le squadre “ribelli”, è arrivata una sorta di minaccia: fuori dai campionati nazionali fuori dalle competizioni europee, addirittura niente nazionale per i calciatori tesserati dai club membri della SuperLega. Altrettanto veemente la risposta di alcuni addetti ai lavori come l’ex allenatore dello United Alex Ferguson, oppure come il suo ex – altrettanto storico – calciatore Gary Neville, che ha definito il progetto come “criminale”.
In Italia, tra gli altri si è espresso Marco Tardelli, e non è l’unico. Voci tutt’altro che isolate: anche la stampa di settore è stata decisa nel condannare il progetto: il calcio non è solo business.
Ed invece l’operazione sarebbe – ed attenzione al condizionale – esclusivamente una operazione di business. Lo spiega bene il proprietario del Manchester United, Joe Glazer: «Mettendo insieme i più grandi club e giocatori del mondo ad affrontarsi per tutta la stagione, la Super League aprirà un nuovo capitolo per il calcio europeo, assicurando una competizione e strutture di prim’ordine a livello mondiale, oltre a un accresciuto supporto finanziario per la piramide calcistica nel suo complesso».
Ovviamente la frase che interessa è l’ultima del ragionamento. Non è un caso che nove tra le squadre più indebitate del globo siano tra le promotrici della lega. E non è nemmeno un caso che la multinazionale di servizi finanziari JP Morgan abbia già annunciato di voler finanziare il progetto con almeno 3,5 miliardi di euro.
Per la cronaca, il titolo della Juventus è schizzato del +6% dopo l’annuncio ufficiale della nascita della SuperLega.
Cosa c’è dietro? Business e profitto, come abbiamo ampiamente illustrato. Che, unito alla crisi innescata dalla pandemia e ai debiti pregressi, sta creando le condizioni per una tempesta perfetta. Ma, nonostante l’impressione, il tentativo potrebbe essere più sottile di quello di una semplice “rottura”: l’interlocutore infatti è sempre l’istituzione calcistica.
La UEFA in primis, che sta approvando in questi giorni la riforma della Champion’s League: la massima competizione continentale si allargherà a 36 squadre (dalle 32 attuali) e vedrà sostanziali modifiche al calendario, che prevederà 10 partite garantite nei gironi anziché le attuali sei.
Un modo per giocare – e capitalizzare – di più, che però soddisfa solo in parte le richieste avanzate dalla ECA, che chiedeva di tutelare la partecipazione dei “club storici” a prescindere dai piazzamenti. Proposta respinta – ovviamente – dalla maggioranza dei club: ma che cos’è la SuperLega se non un modo clamoroso e roboante di garantire un costante ingresso di danaro sempre alle stesse squadre?
Il sospetto che però ci si trovi di fronte ad un processo in atto e non ad una scelta definitiva, ad un tentativo di “ricatto” nei confronti dell’UEFA, c’è. E lo conferma, ad esempio, il comunicato della Juventus, che dice: “I club fondatori faranno tutto il possibile per realizzare il progetto nel più breve tempo possibile. Tuttavia, la Società non può al momento assicurare che il progetto sarà effettivamente realizzato né prevedere in modo preciso la relativa tempistica. La Società non dispone quindi allo stato attuale di tutti gli elementi necessari al fine di svolgere valutazioni di dettaglio sull’impatto che la Super Lega potrà avere sulle sue condizioni e performance finanziare ed economiche”.
Insomma, lo vogliamo fare ma non sappiamo ne se, ne quando ne come si farà. A noi pare questo, il senso.
Resta, ovviamente, il senso di una operazione ignobilmente speculativa, che fa sparire o quasi sport, competizione, merito, passione e che appare interessata solo al profitto. Un approccio perfettamente in linea con il metodo piratesco del capitalismo d’assalto di questi anni. Un sistema in crisi che, invece di ridimensionarsi, prova a sopravvivere rilanciando continuamente, spingendo sull’acceleratore della speculazione, non avendo alcun ritegno a fagocitare tutto quel che può pur di arraffare sempre di più.
Lo abbiamo visto avvenire dopo la crisi sistemica del 2008, lo vediamo ora nel calcio, il settore più mediaticamente colpito dagli effetti della pandemia (e già in crisi da prima, lo ripetiamo). Ci sembra quasi surreale dirlo, ma per una volta possiamo fare nostre le parole della UEFA: “Chiediamo a tutti gli amanti del calcio, tifosi e politici, di unirsi a noi nella lotta contro un progetto del genere se dovesse essere annunciato. Questo persistente interesse personale di pochi va avanti da troppo tempo. Quando è troppo è troppo”.
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19/07/2020
La tratta dei bambini negli sport minori
Anche i lavoratori dello sport sono rimasti a casa senza stipendio. Non parliamo delle super star del calcio e del golf o del tennis. Parliamo degli istruttori di nuoto, dei maestri di arti marziali e di ginnastica artistica o degli istruttori della Federazione Italiana sport Rotellistici – per esempio.
Non ci sono superstar in questi sport, non ci sono divinità da mandare in televisione a perorare la causa. Al loro fianco si sono mossi solo i sindacati – i blogger, gli influencer o gli opinionisti non si sono visti. Nessuna dimostrazione è stata organizzata, nessun blocco, nemmeno un innocente sciopero della fame. Si sono visti i soliti barbosi sindacalisti tradizionali, quegli stessi sindacalisti che anche la sinistra acculturata e dabbene vorrebbe vedere bruciare all’inferno.
Eppure, parliamo di attività che coinvolgono una platea vastissima di cittadini. Nel 2015 l’Istat ha stimato in oltre 20 milioni le persone di tre anni e più che dichiarano di praticare uno o più sport con continuità (24,4%), con un’incidenza sulla popolazione totale del 34,3%.
Togliamoci dalla testa che queste persone siano ragazzotti col pallone nel campetto dell’oratorio. Sono persone di tutte le età, sono pensionati con le vertebre schiacciate o in sovrappeso o col fiato corto, sono giovani con il mal di schiena per le troppe ore passate alla scrivania a riversare nel Big-data fatture e scontrini delle cene dei dirigenti, sono passacarte delle conglomerate, appesantiti da insalate al tonno e panini ingurgitati nei bar e nelle tavole calde delle periferie urbane, sono lavoratori delle catene di montaggio di elettrodomestici incriccati da operazioni reiterate.
La pratica sportiva continuativa, dice l’Istat, cresce nel tempo per entrambi i generi e in tutte le età. Si è passati dal 15,9% del 1995 al 22,4% nel 2010, per raggiungere il 24,5% nel 2015. Gli utenti più attivi si trovano tra i giovani e giovanissimi, con una percentuale del 70,3% nella fascia di età 11-14 anni, percentuale che tende a decrescere con l’età. Insomma, gli utenti della palestre e delle piscine si trovano perlopiù tra i bambini delle elementari e delle medie.
Fra gli sport più praticati, dice l’Istat, ci sono la ginnastica, l’aerobica, il fitness e la cultura fisica, con il 25,2% di sportivi coinvolti, pari a 5 milioni e 97 mila persone. Il calcio attrae il 23% della popolazione, con 4 milioni e 642 mila persone. Mentre gli sport acquatici accalappiano il 21,1% dei consumatori, pari a 4 milioni e 265 mila persone. Il nuoto, dice l’Istat, è lo sport più diffuso tra i bambini fino a 10 anni (43,1%), il calcio tra gli under 35 (33,6%), mentre ginnastica, aerobica, fitness e cultura fisica tra gli adulti fino a 59 anni e sopra i 60 anni (27,4%).
La mia vicina di casa dice che imparare a nuotare è importante – saper nuotare serve. Lei non sa nuotare. Quando era piccola, e andava in riviera, doveva stare sempre sotto l’ombrellone o sulla spiaggia a costruire castelli di sabbia. Non poteva andare in acqua con gli altri bambini, doveva sempre essere accompagnata da un genitore.
Nella nostra cittadina di 26 mila abitanti è stato costruito un centro sportivo nuovo di zecca, con campo da rugby, palestra e, ovviamente, piscina coperta e riscaldata. Si somma all’altro centro sportivo comunale, con campo da calcio regolamentare, campi da tennis indoor e outdoor, eccetera. Possiamo fruire anche di una bellissima pista di skating e di una nuovissima pista di skateboard, messe a disposizione dal comune limitrofo.
Tutte queste strutture, compresa la piscina, sono affidate a organizzazioni private che le gestiscono con personale proprio (pochissimo), personale esterno (di solito per le pulizie) e personale precario (tantissimo) che spesso lavora per un numero ridotto di ore, come per esempio i maestri di nuoto – lo si arguisce anche dalle facce, sempre tristi e rapite dai mille problemi della vita cittadina.
Per diventare maestro di nuoto (allievo istruttore) bisogna seguire un corso di 48 ore di lezioni pratiche e 50 ore di tirocinio pratico presso una Scuola di Nuoto Federale, e sostenere un esame finale. A questo punto, sotto la supervisione di un coordinatore, si può iniziare a insegnare – e a lavorare e guadagnare qualche soldino – ma sempre rimanendo sull’attenti, perché non si tratta di un lavoro vero e proprio, ma di un lavoretto (per qualcuno) o di un modo per arrotondare (per altri).
Resta il fatto, dice la vicina, che imparare a nuotare serve – a cosa serva non si capisce, visto e considerato che l’unico uso pratico che se ne possa fare è appunto nuotare, e che nuotare, a meno che non si voglia andare per mare da Genova a Palermo, serve solo a nuotare – è fine a se stesso.
Tutte le attività che hanno il fine in se stesse sono libere – direbbe il filosofo. Il gioco (lo sport) non avendo altro fine se non il gioco stesso rientra di diritto nelle attività sommamente libere, auto-poietiche – sovrane, direbbe il politologo. È proprio in virtù di questa sovranità che i poeti moderni e patibolari hanno visto nello sport un’attività da cantare.
Mentre altri, per esempio Pasolini (Intervista, Europeo 1970), vi hanno visto l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Nel fondo, disse Pasolini, il calcio è rito, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro.
È del tutto evidente che quando lo sport viene ricondotto a un qualsiasi fine (salutismo, bellezza fisica, rituale, divertimento del pubblico, intorto, mercato, eccetera) perde la sua indipendenza e libertà – la sua giocosità. Diventa un mezzo per raggiungere altri fini, fini che gli rimangono estranei, esterni.
Se negli anni docili della Democrazia Cristiana il pensatore radicale e pantofolaio ha potuto giudicare lo sport moderno come un’attività massimamente alienata, ciò è stato possibile perché, secondo lui, lo sport era stato asservito ad altre attività mondane.
Asservimento che si consolidò quando il presidente Kennedy, nei suoi appelli alla nazione, iniziò a lodare costantemente i benefici della forma fisica. Appelli ai quale aderì anche il blocco real-socialista, convinto che lo sport potesse essere il mezzo giusto per avvicinare il proletario al partito.
Per il Movimento ludico, ispirato da Huizinga, la società industriale aveva estirpato l’aspetto ludico da ogni attività culturale. La razionalizzazione di ogni ambito della vita non aveva lasciato spazio all’estro dell’inventiva o alla propensione ad affidarsi al caso.
Il rischio, l’audacia, l’incertezza – componenti fondamentali del gioco – non trovavano posto nell’industria o nelle attività dominate dagli standard industriali. Attività che non si fermavano alla standardizzazione, ma che cercavano con ogni mezzo, anche meccanico, di predire il futuro, eliminando ogni possibilità di rischio, di alea, e, appunto, di gioco.
Il gioco, come l’attività industriale, era diventato produzione per un consumatore – per il pubblico – asservimento della forza fisica ad un fine estraneo. Lavoro mercenario rivolto al tifoso consumatore.
Secondo Christopher Lasch (La cultura del narcisismo) era stata proprio l’industrializzazione dello sport ad aver creato, come suo giusto contrappeso, il Critico Radicale, convinto sostenitore di un ritorno ad una dimensione sovranista dello sport.
La critica radicale, dice Lasch, svuotando lo sport di ogni suo elemento simbolico, e dunque di ogni rimando ad altro all’infuori di sé – tipo il suolo, la patria, il campanile, la città e la nazione – permise il dilagare di quella transumanza degli atleti che portò a quelle squadre modulari e multinazionali e a quelle star frizzanti capaci di indossare qualsiasi maglia – purché pagate bene.
In più, lo stesso industrialismo aveva tratto grande beneficio introducendo nei suo processi elementi del gioco sovranista, come ad esempio il Brainstorming, l’Aperitivo aziendale, il Build it with a brick, il Carton Boat (€ 50 + iva a dipendente), il Masterchef in azienda, il Secret Santa.
Rimane da chiarire in cosa consista l’aspetto religioso del pallone, facendo attenzione a non subire la lusinga di quell’hegelismo di ritorno che vede in ogni rivolgimento della storia una croce da portare in collo sino alla casella base, manco fossimo nel baseball.
In ogni caso, vittime della degradazione (vera o presunta) dello sport sono proprio i bambini, tratti dalle loro faccende fanciullesche, e condotti negli stabilimenti balneari urbani, assoggettati a una disciplina eterogenea capace di imprimere nelle loro testoline innocenti la tecnica necessaria per andare avanti e indietro in una vaschetta lunga dieci metri – senza pubblico che li osanni, senza competizione, senza sfoggio fisico, senza prodezze e patemi, senza vittorie e sconfitte, senza regole, senza falli, senza arbitro, senza meta, soprattutto, senza tifo – senza quella religiosità che i patibolari (tifosi e giocatori) amano dello sport.
Fonte
Non ci sono superstar in questi sport, non ci sono divinità da mandare in televisione a perorare la causa. Al loro fianco si sono mossi solo i sindacati – i blogger, gli influencer o gli opinionisti non si sono visti. Nessuna dimostrazione è stata organizzata, nessun blocco, nemmeno un innocente sciopero della fame. Si sono visti i soliti barbosi sindacalisti tradizionali, quegli stessi sindacalisti che anche la sinistra acculturata e dabbene vorrebbe vedere bruciare all’inferno.
Eppure, parliamo di attività che coinvolgono una platea vastissima di cittadini. Nel 2015 l’Istat ha stimato in oltre 20 milioni le persone di tre anni e più che dichiarano di praticare uno o più sport con continuità (24,4%), con un’incidenza sulla popolazione totale del 34,3%.
Togliamoci dalla testa che queste persone siano ragazzotti col pallone nel campetto dell’oratorio. Sono persone di tutte le età, sono pensionati con le vertebre schiacciate o in sovrappeso o col fiato corto, sono giovani con il mal di schiena per le troppe ore passate alla scrivania a riversare nel Big-data fatture e scontrini delle cene dei dirigenti, sono passacarte delle conglomerate, appesantiti da insalate al tonno e panini ingurgitati nei bar e nelle tavole calde delle periferie urbane, sono lavoratori delle catene di montaggio di elettrodomestici incriccati da operazioni reiterate.
La pratica sportiva continuativa, dice l’Istat, cresce nel tempo per entrambi i generi e in tutte le età. Si è passati dal 15,9% del 1995 al 22,4% nel 2010, per raggiungere il 24,5% nel 2015. Gli utenti più attivi si trovano tra i giovani e giovanissimi, con una percentuale del 70,3% nella fascia di età 11-14 anni, percentuale che tende a decrescere con l’età. Insomma, gli utenti della palestre e delle piscine si trovano perlopiù tra i bambini delle elementari e delle medie.
Fra gli sport più praticati, dice l’Istat, ci sono la ginnastica, l’aerobica, il fitness e la cultura fisica, con il 25,2% di sportivi coinvolti, pari a 5 milioni e 97 mila persone. Il calcio attrae il 23% della popolazione, con 4 milioni e 642 mila persone. Mentre gli sport acquatici accalappiano il 21,1% dei consumatori, pari a 4 milioni e 265 mila persone. Il nuoto, dice l’Istat, è lo sport più diffuso tra i bambini fino a 10 anni (43,1%), il calcio tra gli under 35 (33,6%), mentre ginnastica, aerobica, fitness e cultura fisica tra gli adulti fino a 59 anni e sopra i 60 anni (27,4%).
La mia vicina di casa dice che imparare a nuotare è importante – saper nuotare serve. Lei non sa nuotare. Quando era piccola, e andava in riviera, doveva stare sempre sotto l’ombrellone o sulla spiaggia a costruire castelli di sabbia. Non poteva andare in acqua con gli altri bambini, doveva sempre essere accompagnata da un genitore.
Nella nostra cittadina di 26 mila abitanti è stato costruito un centro sportivo nuovo di zecca, con campo da rugby, palestra e, ovviamente, piscina coperta e riscaldata. Si somma all’altro centro sportivo comunale, con campo da calcio regolamentare, campi da tennis indoor e outdoor, eccetera. Possiamo fruire anche di una bellissima pista di skating e di una nuovissima pista di skateboard, messe a disposizione dal comune limitrofo.
Tutte queste strutture, compresa la piscina, sono affidate a organizzazioni private che le gestiscono con personale proprio (pochissimo), personale esterno (di solito per le pulizie) e personale precario (tantissimo) che spesso lavora per un numero ridotto di ore, come per esempio i maestri di nuoto – lo si arguisce anche dalle facce, sempre tristi e rapite dai mille problemi della vita cittadina.
Per diventare maestro di nuoto (allievo istruttore) bisogna seguire un corso di 48 ore di lezioni pratiche e 50 ore di tirocinio pratico presso una Scuola di Nuoto Federale, e sostenere un esame finale. A questo punto, sotto la supervisione di un coordinatore, si può iniziare a insegnare – e a lavorare e guadagnare qualche soldino – ma sempre rimanendo sull’attenti, perché non si tratta di un lavoro vero e proprio, ma di un lavoretto (per qualcuno) o di un modo per arrotondare (per altri).
Resta il fatto, dice la vicina, che imparare a nuotare serve – a cosa serva non si capisce, visto e considerato che l’unico uso pratico che se ne possa fare è appunto nuotare, e che nuotare, a meno che non si voglia andare per mare da Genova a Palermo, serve solo a nuotare – è fine a se stesso.
Tutte le attività che hanno il fine in se stesse sono libere – direbbe il filosofo. Il gioco (lo sport) non avendo altro fine se non il gioco stesso rientra di diritto nelle attività sommamente libere, auto-poietiche – sovrane, direbbe il politologo. È proprio in virtù di questa sovranità che i poeti moderni e patibolari hanno visto nello sport un’attività da cantare.
Mentre altri, per esempio Pasolini (Intervista, Europeo 1970), vi hanno visto l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Nel fondo, disse Pasolini, il calcio è rito, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro.
È del tutto evidente che quando lo sport viene ricondotto a un qualsiasi fine (salutismo, bellezza fisica, rituale, divertimento del pubblico, intorto, mercato, eccetera) perde la sua indipendenza e libertà – la sua giocosità. Diventa un mezzo per raggiungere altri fini, fini che gli rimangono estranei, esterni.
Se negli anni docili della Democrazia Cristiana il pensatore radicale e pantofolaio ha potuto giudicare lo sport moderno come un’attività massimamente alienata, ciò è stato possibile perché, secondo lui, lo sport era stato asservito ad altre attività mondane.
Asservimento che si consolidò quando il presidente Kennedy, nei suoi appelli alla nazione, iniziò a lodare costantemente i benefici della forma fisica. Appelli ai quale aderì anche il blocco real-socialista, convinto che lo sport potesse essere il mezzo giusto per avvicinare il proletario al partito.
Per il Movimento ludico, ispirato da Huizinga, la società industriale aveva estirpato l’aspetto ludico da ogni attività culturale. La razionalizzazione di ogni ambito della vita non aveva lasciato spazio all’estro dell’inventiva o alla propensione ad affidarsi al caso.
Il rischio, l’audacia, l’incertezza – componenti fondamentali del gioco – non trovavano posto nell’industria o nelle attività dominate dagli standard industriali. Attività che non si fermavano alla standardizzazione, ma che cercavano con ogni mezzo, anche meccanico, di predire il futuro, eliminando ogni possibilità di rischio, di alea, e, appunto, di gioco.
Il gioco, come l’attività industriale, era diventato produzione per un consumatore – per il pubblico – asservimento della forza fisica ad un fine estraneo. Lavoro mercenario rivolto al tifoso consumatore.
Secondo Christopher Lasch (La cultura del narcisismo) era stata proprio l’industrializzazione dello sport ad aver creato, come suo giusto contrappeso, il Critico Radicale, convinto sostenitore di un ritorno ad una dimensione sovranista dello sport.
La critica radicale, dice Lasch, svuotando lo sport di ogni suo elemento simbolico, e dunque di ogni rimando ad altro all’infuori di sé – tipo il suolo, la patria, il campanile, la città e la nazione – permise il dilagare di quella transumanza degli atleti che portò a quelle squadre modulari e multinazionali e a quelle star frizzanti capaci di indossare qualsiasi maglia – purché pagate bene.
In più, lo stesso industrialismo aveva tratto grande beneficio introducendo nei suo processi elementi del gioco sovranista, come ad esempio il Brainstorming, l’Aperitivo aziendale, il Build it with a brick, il Carton Boat (€ 50 + iva a dipendente), il Masterchef in azienda, il Secret Santa.
Rimane da chiarire in cosa consista l’aspetto religioso del pallone, facendo attenzione a non subire la lusinga di quell’hegelismo di ritorno che vede in ogni rivolgimento della storia una croce da portare in collo sino alla casella base, manco fossimo nel baseball.
In ogni caso, vittime della degradazione (vera o presunta) dello sport sono proprio i bambini, tratti dalle loro faccende fanciullesche, e condotti negli stabilimenti balneari urbani, assoggettati a una disciplina eterogenea capace di imprimere nelle loro testoline innocenti la tecnica necessaria per andare avanti e indietro in una vaschetta lunga dieci metri – senza pubblico che li osanni, senza competizione, senza sfoggio fisico, senza prodezze e patemi, senza vittorie e sconfitte, senza regole, senza falli, senza arbitro, senza meta, soprattutto, senza tifo – senza quella religiosità che i patibolari (tifosi e giocatori) amano dello sport.
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14/06/2020
Gli “invisibili” lavoratori del turismo e dello sport alzano la voce
Lunedì mattina alle 10 sotto al Campidoglio faranno di tutto per farsi sentire le lavoratrici e i lavoratori del turismo, uno dei più colpiti dalle conseguenze della pandemia di Covid-19, che in città come Roma, o nelle altre condannate alla maledizione della “vocazione turistica”, vivono pesantemente il blocco delle attività.
L’emergenza Covid-19 ha congelato da subito il settore del turismo e tutto il suo indotto, una filiera che rappresenta il 13% del PIL e vede impiegati su scala nazionale 4,2 milioni di lavoratori.
Il Decreto Legge Rilancio Italia non registra la grave specificità del settore e si dimostra l’ennesimo regalo per le grandi aziende a cui vengono destinate gran parte delle risorse pubbliche.
Per le lavoratrici e i lavoratori, le piccole imprese e le famiglie solo le briciole delle risorse messe a disposizione dal Governo per l’emergenza Covid-19.
Il nuovo Patto Sociale siglato dal Governo Conte e dai suoi più fedeli alleati, Confindustria da una parte e CGIL, CISL e UIL dall’altra, ancora una volta abbandona il turismo all’assenza di politiche per la crescita, mentre tutela e garantisce gli interessi delle grandi imprese.
Per le lavoratrici e i lavoratori del settore resta solo la prospettiva di veder svanire da qui a poco la miseria erogata dagli ammortizzatori sociali senza alcuna prospettiva per il futuro.
In un comunicato USB fa sapere che “Le lavoratrici e i lavoratori del turismo non saranno né complici né vittime della macelleria sociale orchestrata dal Governo Conte e i suoi compari” e avanza una serie di obiettivi rivendicativi:
- reddito garantito e divieto di licenziamento fino alla totale ripresa del settore;
- applicazione delle norme in materia di sicurezza nei posti di lavoro;
- sospensione immediata del pagamenti di tutti i tributi e contributi fino a fine crisi e rimborso degli anticipi già versati per le partite IVA;
- rimodulazione delle addizionali comunali e regionale per i lavoratori dipendenti;
- riallocazione dei proventi delle tasse di soggiorno e permessi ZTL Bus per la creazione di un fondo di mutuo soccorso per i lavoratori e le lavoratrici del turismo e potenziamento dei servizi sul territorio.
Giovedì 18 giugno, invece, scenderanno in piazza davanti al Coni, i lavoratori e le lavoratrici dello sport, un’altra categoria di “invisibili”, che il perdurante blocco delle attività sportive ha lasciato senza lavoro e senza reddito.
Un terzo della popolazione italiana pratica sport (20 milioni di persone di cui il 40% donne), molti lo svolgono all’interno di strutture organizzate e la parte più rilevante dello sport non è professionistica ma dilettantistica.
I lavoratori dello sport sono per lo più inquadrati come “collaboratori sportivi” pur essendo di fatto dei lavoratori subordinati: una vera e propria rimozione nazionale, un voluto “equivoco” alimentato da interessi economici a cui ammiccano leggi ingiuste. In particolare, l’art. 67 coma 1 lett. m) del TUIR (testo unico sulle imposte e redditi DPR 22 dicembre 1985 n° 917) qualifica come redditi “diversi” (cioè non riconducibili al rapporto di lavoro) quelli erogati nel limite di 10mila euro nell’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche e per le società sportive dilettantistiche e ciò anche per i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di carattere amministrativo e gestionale di natura non professionale.
Questi rapporti quindi non hanno alcuna tutela retributiva (minimi contrattuali, tredicesima, TFR) e non godono di alcuna copertura contributiva e assicurativa. Si tratta quindi di lavoratori che non avranno mai una pensione, che non ricevono alcuna tutela in caso di infortunio sul lavoro, in caso di malattia, di maternità e di ferie retribuite. Questo è frutto anzitutto di una vecchia concezione che accompagna il nostro ordinamento che contiene una rigida divaricazione tra attività sportiva professionistica e attività c.d. “dilettantistica”, considerando vere prestazioni lavorative solo quelle svolte in ambito professionistico, mentre quelle prestate nell’ambito dilettantistico vengono equiparate a prestazioni volontarie o comunque rese al di fuori di un rapporto obbligatorio. Ma ciò è falso: il settore che la normativa definisce “dilettantistico” è animato da migliaia di persone che svolgono la propria attività non per diletto. Sono lavoratori e lavoratrici che operano con professionalità e passione ma anche con la necessità di mantenere famiglie e pagare mutui e che svolgono una funzione sociale molto importante. Tutto ciò emerge anche dall’articolo 96 comma 3 del Decreto Cura Italia (D.L. 18/2020) che non può negare la natura lavoristica delle prestazioni sportive dilettantistiche e che ha stanziato 50mln di euro complessivi per tutti i lavoratori dello sport, prevedendo un’indennità di 600€.
Nel jobs act nel 2015 si vollero escludere proprio i lavoratori-collaboratori sportivi dalla tutele del lavoro subordinato che in quell’occasione vennero estese a tutti i collaboratori coordinati e continuativi (art.2 c.2 lett. d della legge n.81 del 2015).
Vogliamo inoltre ricordare che delle agevolazioni fiscali ai danni dei “collaboratori sportivi” ne usufruiscono non solo tutte le ASD (Associazioni Sportive Dilettantistiche) e le SSD (Società Sportive Dilettantistiche) ma allo stesso modo anche i grandi centri sportivi e di fitness con esose tariffe di iscrizione e di abbonamento mensile.
Nell’annunciare la mobilitazione di giovedì 18 giugno davanti al Coni, USB ha reso note le rivendicazioni che avanzerà in quella sede.
“Il giusto intento di voler promuovere e valorizzare lo sport dilettantistico è a carico dei lavoratori ed a favore delle aziende, in un settore dove sono possibili anche grandi profitti; crediamo sia il momento di andare oltre questo “equivoco” e dare ai lavoratori sportivi i loro diritti:
- riconoscere la natura subordinata del rapporto di lavoro con le dovute tutele retributive, contributive, previdenziali e assistenziali;
- istituire un Tavolo interministeriale con il Ministero del Lavoro e Ministero Sport e Salute, aperto alle parti sociali, per regolamentare le condizioni di lavoro nello sport, con la piena tutela retributiva, assicurativa e previdenziale per chi svolge queste attività;
- favorire il rilancio dello sport come bene comune, promuovendo la municipalizzazione dei centri sportivi comunali che nel corso degli anni sono stati dati in mano alla gestione privatistica, con personale dipendente del Comune e sostenere tutte le ASD che perseguono lo stesso fine applicando tariffe calmierate”.
Fonte
L’emergenza Covid-19 ha congelato da subito il settore del turismo e tutto il suo indotto, una filiera che rappresenta il 13% del PIL e vede impiegati su scala nazionale 4,2 milioni di lavoratori.
Il Decreto Legge Rilancio Italia non registra la grave specificità del settore e si dimostra l’ennesimo regalo per le grandi aziende a cui vengono destinate gran parte delle risorse pubbliche.
Per le lavoratrici e i lavoratori, le piccole imprese e le famiglie solo le briciole delle risorse messe a disposizione dal Governo per l’emergenza Covid-19.
Il nuovo Patto Sociale siglato dal Governo Conte e dai suoi più fedeli alleati, Confindustria da una parte e CGIL, CISL e UIL dall’altra, ancora una volta abbandona il turismo all’assenza di politiche per la crescita, mentre tutela e garantisce gli interessi delle grandi imprese.
Per le lavoratrici e i lavoratori del settore resta solo la prospettiva di veder svanire da qui a poco la miseria erogata dagli ammortizzatori sociali senza alcuna prospettiva per il futuro.
In un comunicato USB fa sapere che “Le lavoratrici e i lavoratori del turismo non saranno né complici né vittime della macelleria sociale orchestrata dal Governo Conte e i suoi compari” e avanza una serie di obiettivi rivendicativi:
- reddito garantito e divieto di licenziamento fino alla totale ripresa del settore;
- applicazione delle norme in materia di sicurezza nei posti di lavoro;
- sospensione immediata del pagamenti di tutti i tributi e contributi fino a fine crisi e rimborso degli anticipi già versati per le partite IVA;
- rimodulazione delle addizionali comunali e regionale per i lavoratori dipendenti;
- riallocazione dei proventi delle tasse di soggiorno e permessi ZTL Bus per la creazione di un fondo di mutuo soccorso per i lavoratori e le lavoratrici del turismo e potenziamento dei servizi sul territorio.
Giovedì 18 giugno, invece, scenderanno in piazza davanti al Coni, i lavoratori e le lavoratrici dello sport, un’altra categoria di “invisibili”, che il perdurante blocco delle attività sportive ha lasciato senza lavoro e senza reddito.
Un terzo della popolazione italiana pratica sport (20 milioni di persone di cui il 40% donne), molti lo svolgono all’interno di strutture organizzate e la parte più rilevante dello sport non è professionistica ma dilettantistica.
I lavoratori dello sport sono per lo più inquadrati come “collaboratori sportivi” pur essendo di fatto dei lavoratori subordinati: una vera e propria rimozione nazionale, un voluto “equivoco” alimentato da interessi economici a cui ammiccano leggi ingiuste. In particolare, l’art. 67 coma 1 lett. m) del TUIR (testo unico sulle imposte e redditi DPR 22 dicembre 1985 n° 917) qualifica come redditi “diversi” (cioè non riconducibili al rapporto di lavoro) quelli erogati nel limite di 10mila euro nell’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche e per le società sportive dilettantistiche e ciò anche per i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di carattere amministrativo e gestionale di natura non professionale.
Questi rapporti quindi non hanno alcuna tutela retributiva (minimi contrattuali, tredicesima, TFR) e non godono di alcuna copertura contributiva e assicurativa. Si tratta quindi di lavoratori che non avranno mai una pensione, che non ricevono alcuna tutela in caso di infortunio sul lavoro, in caso di malattia, di maternità e di ferie retribuite. Questo è frutto anzitutto di una vecchia concezione che accompagna il nostro ordinamento che contiene una rigida divaricazione tra attività sportiva professionistica e attività c.d. “dilettantistica”, considerando vere prestazioni lavorative solo quelle svolte in ambito professionistico, mentre quelle prestate nell’ambito dilettantistico vengono equiparate a prestazioni volontarie o comunque rese al di fuori di un rapporto obbligatorio. Ma ciò è falso: il settore che la normativa definisce “dilettantistico” è animato da migliaia di persone che svolgono la propria attività non per diletto. Sono lavoratori e lavoratrici che operano con professionalità e passione ma anche con la necessità di mantenere famiglie e pagare mutui e che svolgono una funzione sociale molto importante. Tutto ciò emerge anche dall’articolo 96 comma 3 del Decreto Cura Italia (D.L. 18/2020) che non può negare la natura lavoristica delle prestazioni sportive dilettantistiche e che ha stanziato 50mln di euro complessivi per tutti i lavoratori dello sport, prevedendo un’indennità di 600€.
Nel jobs act nel 2015 si vollero escludere proprio i lavoratori-collaboratori sportivi dalla tutele del lavoro subordinato che in quell’occasione vennero estese a tutti i collaboratori coordinati e continuativi (art.2 c.2 lett. d della legge n.81 del 2015).
Vogliamo inoltre ricordare che delle agevolazioni fiscali ai danni dei “collaboratori sportivi” ne usufruiscono non solo tutte le ASD (Associazioni Sportive Dilettantistiche) e le SSD (Società Sportive Dilettantistiche) ma allo stesso modo anche i grandi centri sportivi e di fitness con esose tariffe di iscrizione e di abbonamento mensile.
Nell’annunciare la mobilitazione di giovedì 18 giugno davanti al Coni, USB ha reso note le rivendicazioni che avanzerà in quella sede.
“Il giusto intento di voler promuovere e valorizzare lo sport dilettantistico è a carico dei lavoratori ed a favore delle aziende, in un settore dove sono possibili anche grandi profitti; crediamo sia il momento di andare oltre questo “equivoco” e dare ai lavoratori sportivi i loro diritti:
- riconoscere la natura subordinata del rapporto di lavoro con le dovute tutele retributive, contributive, previdenziali e assistenziali;
- istituire un Tavolo interministeriale con il Ministero del Lavoro e Ministero Sport e Salute, aperto alle parti sociali, per regolamentare le condizioni di lavoro nello sport, con la piena tutela retributiva, assicurativa e previdenziale per chi svolge queste attività;
- favorire il rilancio dello sport come bene comune, promuovendo la municipalizzazione dei centri sportivi comunali che nel corso degli anni sono stati dati in mano alla gestione privatistica, con personale dipendente del Comune e sostenere tutte le ASD che perseguono lo stesso fine applicando tariffe calmierate”.
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03/03/2017
Ma che mischia è questa? Spunti su tattica e istituzioni dall’Italia del rugby
Domenica 26 febbraio si è giocata una partita di rugby che certamente rimarrà negli annali, con l'Italrugby (squadra di modesta capacità e con un curriculum più di sconfitte che di vittorie) che è riuscita effettivamente a contendere la vittoria all'Inghilterra (che si combatte il primo posto nel ranking mondiale con la Nuova Zelanda), per poi capitolare soltanto negli ultimi 15 minuti. Quello che ha sorpreso di più però non è stata tanto la nuova capacità anche offensiva dell'Italia (fino a ieri quasi assente) che aveva anche portato all'intervallo in vantaggio sugli avversari, ma un'innovativa tattica difensiva che, dopo avere sconvolto sul campo la squadra inglese, da giorni regna come argomento di discussione unico su tutte le riviste specialistiche, oltre che su tutti i giornali del Regno Unito. E quello che è diventato il chiodo fisso di tutti i rugbisti può dare degli spunti interessanti anche a chi non è appassionato direttamente di questo sport (o addirittura potrebbe farlo appassionare).
La regola
Per spiegare molto brevemente ciò che è successo, senza entrare in eccessivi tecnicismi: il rugby (da non confondere con il football americano, quello con le armature) è uno sport di contatto in cui la regola fondamentale, e per i non addetti la più bizzarra, è che il pallone si può passare soltanto all'indietro. Questo comporta un complicato sistema di regole sul fuorigioco quando si formano le mischie, cioè assembramenti di giocatori delle due squadre che spingono per contendersi il pallone, con gli altri giocatori che devono stare dalla propria parte del campo: da una parte gli attaccanti pronti a giocare quando la palla viene passata dalla mischia ai giocatori fuori, dall'altra parte i difensori pronti a correre avanti per placcare gli avversari.
La partita
Che qualcosa non funzionasse i tifosi inglesi lo capirono presto, accorsi come al solito in massa allo stadio di Twickenham, “il Tempio del Rugby”, già gustandosi l'attesa mattanza dei giocatori azzurri: durante una “ruck” (una mischia con giocatore attaccante e pallone a terra, e non in piedi) il mediano italiano supera la mischia e va a disturbare il mediano inglese, che non riesce a fare uscire la palla dalla mischia per passarla ai trequarti. Il pubblico rumoreggia contro l'arbitro gridando al fuorigioco, i giocatori inglesi non capiscono cosa sta succedendo e si perdono per il campo. Anche molti tifosi italiani pensano di avere sbagliato canale e di stare guardando un altro sport, quando vengono svegliati dalla voce squillante di Vittorio Munari, storico ed espertissimo commentatore di rugby: “Non è ruck! Non c'è il fuorigioco!”. Cosa stava succedendo? I giocatori italiani dopo il placcaggio non cercavano di contendere il pallone andando a spingere, ma si schieravano subito in difesa, evitando così di formare la ruck, per cui non formandosi nessuna linea del fuorigioco, potevano superarla.
I giocatori inglesi hanno impiegato quasi tutta la partita a capire una regola ovvia, andando ripetutamente a chiedere spiegazioni all'arbitro, fino alla conversazione che rimarrà nella storia del rugby, tra il capitano (l'unico giocatore a cui è permesso di parlare) Haskell e il referee francese Romain Poite.
H: “Sir, posso capire una cosa? Sulla cosa della ruck, cosa dobbiamo fare per fare sì che sia una ruck?”
P: “Non posso dirlo, io sono l'arbitro, non sono un allenatore. Probabilmente troverete la soluzione con il vostro allenatore che è più portato di me a dirvi cosa dovete fare”.
Haskell: "Sir, can I just get some clarity? On the ruck thing, what do we need to do for it to be a ruck?"
Poite: "I can't say, I'm the referee, I'm not a coach. You will probably find the solution with your coach who is more able to tell you what you have to do than I am."
Haskell: "We just want to know what the actual rule is."
Poite: "If there's no ruck, there is just an area around the tackle on the ground."
La partita è poi finita 36-15 per l'Inghilterra, ma che soddisfazione vedere la nazione che ha inventato il rugby andare a chiedere spiegazioni sul regolamento. E con questa faccia:
Reazioni e i commenti
“Se questo è rugby posso andare in pensione, ma questo non è rugby” e “Io preferirei stare a casa piuttosto che giocare partite come questa”: questi i commenti evidentemente risentiti dell'allenatore inglese Eddie Jones nella conferenza stampa post-partita.
Di tutt'altro avviso sono le dichiarazioni rilasciate dall'allenatore irlandese dell'Italia Conor O'Shea e, soprattutto dell'allenatore sudafricano della difesa Brendan Venter, il vero stratega della tattica “no-ruck-no-fuorigioco”, galvanizzati dall'avere quasi sfiorato l'impresa di battere l'Inghilterra a casa sua, se solo “non avessero finito il gas” nell'ultima parte del match.
Anche l'Economist ha dedicato un lungo articolo sulla vicenda dal titolo “A rucking mess” (gioco di parole con “a fucking mess”: un fottuto casino). Ma quasi tutti gli articoli e commenti più o meno specialistici si sono concentrati a dare una lettura di questa particolare tattica come se si fosse riusciti a sfruttare una “zona grigia” all'interno del regolamento del rugby che, data la sua complessità, consente e spesso incoraggia innovazioni e pensieri “outside the box”: d'altra parte, la nascita stessa di questo sport avviene quando il giovane universitario William Webb Ellis della cittadina di Rugby durante una partita di football prende il pallone in mano, e incomincia a correre.
“Cavillo giuridico”, tattica o strategia?
Ma quanto è corretta la lettura sulla zona grigia del regolamento, che gli inglesi, palesemente feriti nell'orgoglio, chiedono già di andare a sistemare per evitare che questa tattica si ripeta, rovinando l'antico e nobile gioco del rugby? Solo pochi articoli hanno spostato l'accento dall'interpretazione del regolamento a una profonda analisi della tattica stessa della ruck. Il discorso è molto semplice: se la difesa non fa la mischia, sia il giocatore placcato a terra sia tutta la squadra in attacco dietro di lui hanno tutta la libertà di riprendere il pallone e continuare sulla stessa linea di attacco, proprio visto che in quel punto la difesa manca! L'Inghilterra ha capito questa banalità molto tardi, in tempo certo per vincere la partita, ma non abbastanza per evitare di subire una lezione da novellini in mondovisione. Se infatti avessimo visto applicare questa tattica su quei campi di provincia dove i ragazzi incominciano a giocare (la vera bellezza del rugby) qualunque giovane pilone non ci avrebbe pensato due volte a recuperare il pallone e andare – come si dice – dritto per dritto!
Perché dunque a una delle squadre più forti del mondo sono occorsi ben 60 minuti per reagire a una sorta di “tattica del caos” a cui non avrebbe abboccato nessun giocatore under-15?
Evidentemente una squadra così avanzata e tecnica come l'Inghilterra (ma probabilmente sarebbe successo a quasi qualunque altra squadra) si allena e gioca dando per scontate le reazioni degli avversari, e in questo senso hanno affrontato la ruck non come un vero contendersi il pallone, ma come una fase di gioco all'interno della loro tattica di attacco più che come una dinamica reale della partita. In questo senso la ruck inglese è un'istituzione vuota: va fatta perché normalmente è così che si fa, è così che si è imparato a fare, e non perché ce ne sia veramente bisogno.
Alle accusa mosse all'Italia si può rispondere proprio guardando alla storia dell'Inghilterra nel periodo di Johnny Wilkinson, il mediano di apertura con il superpotere di non sbagliare un calcio piazzato (altro modo nel rugby per fare punti oltre alla meta): i calci di Wilkinson guidarono l'Inghilterra per diversi anni, con l'apice nella vittoria della Coppa del Mondo del 2003, la prima vinta da una squadra europea, o meglio, la prima non vinta da una delle “three nations” Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda. Wilkinson in quel mondiale segnò il record di ben 113 punti tutti al piede (tra conversioni, punizioni e drop) senza segnare nemmeno una meta; l'intera squadra giocava intorno a lui, evitando che si esponesse nel gioco aperto per preservarlo, e spostando l'azione in zone del campo da cui lui poteva segnare calciando (cioè più o meno da ogni punto della metà campo avversaria). Così si cambiava radicalmente l'impostazione di gioco, che per natura di questo sport è totalmente corale, e il cui obiettivo primo è segnare la meta, per impostare l'intera strategia al servizio del piede di Wilkinson. Per dare un'idea, nel torneo l'Inghilterra segnò “solo” 36 mete, rispetto alle 43 dell'Australia (sconfitta in finale) e addirittura alle 52 della Nuova Zelanda. Insomma, per tutto il tempo di grazia in cui l'Inghilterra poteva contare sul monopolio dell'incredibile arma di Wilkinson, aveva cambiato completamente la sua visione strategica di gioco, finalizzata non a segnare mete ma calci, in un gioco non più centrato sulla squadra ma su un unico giocatore. Al tempo molti puristi storsero il naso per questa strategia, ma a nessuno venne in mente di cambiare le regole sui punteggi.
L'Italia ha fatto anche meno: non si è nascosta dentro una falla del sistema, ma bensì ha sfruttato l'eccesso di tecnicismo dell'Inghilterra che entrava in ruck senza nemmeno sapere perché.
Il gioco è bello quando dura poco, ma a volte si può usare la superiorità dell'avversario per batterlo. O almeno, per insegnargli una bella lezione.
Fonte
La regola
Per spiegare molto brevemente ciò che è successo, senza entrare in eccessivi tecnicismi: il rugby (da non confondere con il football americano, quello con le armature) è uno sport di contatto in cui la regola fondamentale, e per i non addetti la più bizzarra, è che il pallone si può passare soltanto all'indietro. Questo comporta un complicato sistema di regole sul fuorigioco quando si formano le mischie, cioè assembramenti di giocatori delle due squadre che spingono per contendersi il pallone, con gli altri giocatori che devono stare dalla propria parte del campo: da una parte gli attaccanti pronti a giocare quando la palla viene passata dalla mischia ai giocatori fuori, dall'altra parte i difensori pronti a correre avanti per placcare gli avversari.
La partita
Che qualcosa non funzionasse i tifosi inglesi lo capirono presto, accorsi come al solito in massa allo stadio di Twickenham, “il Tempio del Rugby”, già gustandosi l'attesa mattanza dei giocatori azzurri: durante una “ruck” (una mischia con giocatore attaccante e pallone a terra, e non in piedi) il mediano italiano supera la mischia e va a disturbare il mediano inglese, che non riesce a fare uscire la palla dalla mischia per passarla ai trequarti. Il pubblico rumoreggia contro l'arbitro gridando al fuorigioco, i giocatori inglesi non capiscono cosa sta succedendo e si perdono per il campo. Anche molti tifosi italiani pensano di avere sbagliato canale e di stare guardando un altro sport, quando vengono svegliati dalla voce squillante di Vittorio Munari, storico ed espertissimo commentatore di rugby: “Non è ruck! Non c'è il fuorigioco!”. Cosa stava succedendo? I giocatori italiani dopo il placcaggio non cercavano di contendere il pallone andando a spingere, ma si schieravano subito in difesa, evitando così di formare la ruck, per cui non formandosi nessuna linea del fuorigioco, potevano superarla.
I giocatori inglesi hanno impiegato quasi tutta la partita a capire una regola ovvia, andando ripetutamente a chiedere spiegazioni all'arbitro, fino alla conversazione che rimarrà nella storia del rugby, tra il capitano (l'unico giocatore a cui è permesso di parlare) Haskell e il referee francese Romain Poite.
H: “Sir, posso capire una cosa? Sulla cosa della ruck, cosa dobbiamo fare per fare sì che sia una ruck?”
P: “Non posso dirlo, io sono l'arbitro, non sono un allenatore. Probabilmente troverete la soluzione con il vostro allenatore che è più portato di me a dirvi cosa dovete fare”.
Haskell: "Sir, can I just get some clarity? On the ruck thing, what do we need to do for it to be a ruck?"
Poite: "I can't say, I'm the referee, I'm not a coach. You will probably find the solution with your coach who is more able to tell you what you have to do than I am."
Haskell: "We just want to know what the actual rule is."
Poite: "If there's no ruck, there is just an area around the tackle on the ground."
La partita è poi finita 36-15 per l'Inghilterra, ma che soddisfazione vedere la nazione che ha inventato il rugby andare a chiedere spiegazioni sul regolamento. E con questa faccia:
Reazioni e i commenti
“Se questo è rugby posso andare in pensione, ma questo non è rugby” e “Io preferirei stare a casa piuttosto che giocare partite come questa”: questi i commenti evidentemente risentiti dell'allenatore inglese Eddie Jones nella conferenza stampa post-partita.
Di tutt'altro avviso sono le dichiarazioni rilasciate dall'allenatore irlandese dell'Italia Conor O'Shea e, soprattutto dell'allenatore sudafricano della difesa Brendan Venter, il vero stratega della tattica “no-ruck-no-fuorigioco”, galvanizzati dall'avere quasi sfiorato l'impresa di battere l'Inghilterra a casa sua, se solo “non avessero finito il gas” nell'ultima parte del match.
Anche l'Economist ha dedicato un lungo articolo sulla vicenda dal titolo “A rucking mess” (gioco di parole con “a fucking mess”: un fottuto casino). Ma quasi tutti gli articoli e commenti più o meno specialistici si sono concentrati a dare una lettura di questa particolare tattica come se si fosse riusciti a sfruttare una “zona grigia” all'interno del regolamento del rugby che, data la sua complessità, consente e spesso incoraggia innovazioni e pensieri “outside the box”: d'altra parte, la nascita stessa di questo sport avviene quando il giovane universitario William Webb Ellis della cittadina di Rugby durante una partita di football prende il pallone in mano, e incomincia a correre.
“Cavillo giuridico”, tattica o strategia?
Ma quanto è corretta la lettura sulla zona grigia del regolamento, che gli inglesi, palesemente feriti nell'orgoglio, chiedono già di andare a sistemare per evitare che questa tattica si ripeta, rovinando l'antico e nobile gioco del rugby? Solo pochi articoli hanno spostato l'accento dall'interpretazione del regolamento a una profonda analisi della tattica stessa della ruck. Il discorso è molto semplice: se la difesa non fa la mischia, sia il giocatore placcato a terra sia tutta la squadra in attacco dietro di lui hanno tutta la libertà di riprendere il pallone e continuare sulla stessa linea di attacco, proprio visto che in quel punto la difesa manca! L'Inghilterra ha capito questa banalità molto tardi, in tempo certo per vincere la partita, ma non abbastanza per evitare di subire una lezione da novellini in mondovisione. Se infatti avessimo visto applicare questa tattica su quei campi di provincia dove i ragazzi incominciano a giocare (la vera bellezza del rugby) qualunque giovane pilone non ci avrebbe pensato due volte a recuperare il pallone e andare – come si dice – dritto per dritto!
Perché dunque a una delle squadre più forti del mondo sono occorsi ben 60 minuti per reagire a una sorta di “tattica del caos” a cui non avrebbe abboccato nessun giocatore under-15?
Evidentemente una squadra così avanzata e tecnica come l'Inghilterra (ma probabilmente sarebbe successo a quasi qualunque altra squadra) si allena e gioca dando per scontate le reazioni degli avversari, e in questo senso hanno affrontato la ruck non come un vero contendersi il pallone, ma come una fase di gioco all'interno della loro tattica di attacco più che come una dinamica reale della partita. In questo senso la ruck inglese è un'istituzione vuota: va fatta perché normalmente è così che si fa, è così che si è imparato a fare, e non perché ce ne sia veramente bisogno.
Alle accusa mosse all'Italia si può rispondere proprio guardando alla storia dell'Inghilterra nel periodo di Johnny Wilkinson, il mediano di apertura con il superpotere di non sbagliare un calcio piazzato (altro modo nel rugby per fare punti oltre alla meta): i calci di Wilkinson guidarono l'Inghilterra per diversi anni, con l'apice nella vittoria della Coppa del Mondo del 2003, la prima vinta da una squadra europea, o meglio, la prima non vinta da una delle “three nations” Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda. Wilkinson in quel mondiale segnò il record di ben 113 punti tutti al piede (tra conversioni, punizioni e drop) senza segnare nemmeno una meta; l'intera squadra giocava intorno a lui, evitando che si esponesse nel gioco aperto per preservarlo, e spostando l'azione in zone del campo da cui lui poteva segnare calciando (cioè più o meno da ogni punto della metà campo avversaria). Così si cambiava radicalmente l'impostazione di gioco, che per natura di questo sport è totalmente corale, e il cui obiettivo primo è segnare la meta, per impostare l'intera strategia al servizio del piede di Wilkinson. Per dare un'idea, nel torneo l'Inghilterra segnò “solo” 36 mete, rispetto alle 43 dell'Australia (sconfitta in finale) e addirittura alle 52 della Nuova Zelanda. Insomma, per tutto il tempo di grazia in cui l'Inghilterra poteva contare sul monopolio dell'incredibile arma di Wilkinson, aveva cambiato completamente la sua visione strategica di gioco, finalizzata non a segnare mete ma calci, in un gioco non più centrato sulla squadra ma su un unico giocatore. Al tempo molti puristi storsero il naso per questa strategia, ma a nessuno venne in mente di cambiare le regole sui punteggi.
L'Italia ha fatto anche meno: non si è nascosta dentro una falla del sistema, ma bensì ha sfruttato l'eccesso di tecnicismo dell'Inghilterra che entrava in ruck senza nemmeno sapere perché.
Il gioco è bello quando dura poco, ma a volte si può usare la superiorità dell'avversario per batterlo. O almeno, per insegnargli una bella lezione.
Fonte
13/08/2016
Olimpiadi geopolitiche
Ogni grande evento è un arma politica nelle mani di chi lo organizza.
Premi Nobel, premi Oscar, mondiali di calcio, expo, saloni del libro,
fiere di questo o quel campo del sapere, eccetera, contengono molti
significati sovrapposti. Sono eventi polisemici, difficili da
catalogare (e dunque da condannare o, al contrario, da esaltare) in
blocco, senza considerare l’evento nel suo complesso e nella sua
complessità. Alcuni sono eventi necessari sebbene fagocitati da
logiche capitalistiche; altri hanno perso nel corso del tempo il loro
significato (o funzione) originario, rivestendo nella post-modernità il
ruolo di contenitori del superfluo o dell’inutile; altri sono invece
baracconi devianti. Le manifestazioni sportive hanno da sempre una
funzione legittimante il potere costituito, ma allo stesso tempo
rivestono una funzione necessaria dello spirito sociale dell’uomo che le
ha rese antiche quanto l’uomo stesso, motivo per cui è altresì inutile
marchiarle come “prodotto del capitalismo”. Le Olimpiadi, ad esempio, non sono un
prodotto del capitalismo, ma sono capitalisticamente organizzate più o
meno da quando sono state reintrodotte nella modernità. Eppure una delle
più grandi – la più grande, nel rapporto tra numero dei suoi abitanti,
medaglie vinte e Pil pro-capite – nazioni olimpiche, Cuba, non può
essere certo ridotta a riflesso sportivo del capitalismo. Anche a Cuba,
figuriamoci, lo sport ha valore legittimante, ma in funzione socialista,
dunque progressiva. Perché mai d’altronde lo sport non dovrebbe
legittimare, cioè cementare il rapporto tra popolazione e potere
politico, se questo è espressione di un potere di classe? Ben venga
allora ogni utilizzo dello sport in questo senso, piantandola una volta
per tutte con le retoriche buoniste dello sport come esclusivo momento
ludico-ricreativo. Lo sport è competizione, o meglio cooperazione nella
competizione. Cuba è un sistema che funziona anche perché i suoi atleti
vincono, non vanno a fare passerelle pauperistiche nei palcoscenici del
turbo-capitalismo post-moderno.
Detto questo, due piccoli indizi di quanto possa essere potente il palcoscenico olimpico per veicolare messaggi (e valori) politici sono sotto gli occhi di tutti in questi giorni di esaltazione (e frustrazione) olimpica. Il primo, il boicottaggio generalizzato contro la Russia a cui partecipano pateticamente gli atleti dalle nazionalità meno credibili (Stati Uniti e Italia, ad esempio, fra le nazioni più dopate della storia). Ogni medaglia persa, ogni oro sfumato, ogni qualificazione mancata, e giù a sparare contro gli atleti russi che starebbero barando in quanto “nazione dopata”. Prima dello scandalo del doping russo emerso nel 2015 (dove però la Wada – l’agenzia antidoping mondiale – aveva monitorato e condannato anche altri 12 paesi), gli Usa erano la nazione col maggior numero di atleti dopati alle Olimpiadi. Eppure a nessuno atleta, figuriamoci gli italiani, è mai venuto in mente di delegittimare gli Usa come partecipanti alla competizione (purtroppo, aggiungiamo noi). Da qualche giorno invece ad ogni figura di merda fatta dall’Italia in queste Olimpiadi (a proposito, siamo in corsa per battere il record di peggiore olimpiade di sempre, grazie alla gestione mafiosa dei nostri settori sportivi, ai tagli radicali fatti dai vari governi verso tutto lo sport agonistico, per non dire di quello popolare, grazie alle scelte politiche del Coni, alla poca lungimiranza del settore tecnico, eccetera eccetera: andiamo avanti sperando nello stellone, consona strategia italica), dicevamo, ad ogni eliminazione o delusione segue la dichiarazione contro la Russia, colpevole di partecipare ai giochi e di sottrarre medaglie agli atleti “sani”. Ben venga l’esclusione degli atleti russi se effettivamente colpevoli di doping, sia chiaro, ma al tempo stesso l’utilizzo dei due pesi e delle due misure ha un chiaro risvolto politico. E ha un po’ rotto il cazzo, come direbbe Bizio Capoccetti. Gli Usa avrebbero dovuto essere banditi da ogni Olimpiade s’è per questo, eppure fatichiamo a leggere dichiarazioni in tal senso. Francia e Spagna sono paesi posti sotto osservazione per infrazioni sistematiche al sistema anti-doping: qualcuno ne ha sentito parlare? Qualcuno sta dubitando sui media della loro legittimità a gareggiare? Qualche atleta si è risentito di competere contro francesi o spagnoli? Non ci risulta. La demonizzazione del paese avviene attraverso le dichiarazioni di sportivi bolliti che pensano così di nascondere le proprie attuali miserie atletiche (perché pensate che stiamo parlando di Clemente Russo?).
Eppure, ad un livello più inferiore ma non meno deprimente, c’è qualcosa che batte anche il doping politico contro la Russia. Stiamo parlando cioè della “squadra olimpica dei rifugiati”, la fantasiosa nazionale dei senza Stato, dei migranti salvati dalla bontà occidentale, ai quali viene concessa l’occasione della vita, il palcoscenico per concretizzare l’american dream, l’illusione di un’impossibile parità di condizioni e di trattamento. Dopo aver distrutto gli Stati d’appartenenza, l’Occidente – attraverso la sua mannaia sportiva del Cio – consente anche ai “pezzenti” un posto in paradiso. Non sappiamo chi sia tal Andrea Coccia, ma questo articolo riassume brevemente l’operazione culturale neocoloniale e visceralmente razzista che si cela dietro l’artificiosa squadra creata dal Comitato olimpico. Anche questa, un’operazione culturale magari secondaria ma indicativa, che svela l’approccio del mondo dei ricchi verso quello dei poveri, che elimina le origini di quella povertà ma consente agli assoggettati l’illusione di far parte di quello stesso mondo che li ha resi poveri. Capolavoro.
Fonte
Detto questo, due piccoli indizi di quanto possa essere potente il palcoscenico olimpico per veicolare messaggi (e valori) politici sono sotto gli occhi di tutti in questi giorni di esaltazione (e frustrazione) olimpica. Il primo, il boicottaggio generalizzato contro la Russia a cui partecipano pateticamente gli atleti dalle nazionalità meno credibili (Stati Uniti e Italia, ad esempio, fra le nazioni più dopate della storia). Ogni medaglia persa, ogni oro sfumato, ogni qualificazione mancata, e giù a sparare contro gli atleti russi che starebbero barando in quanto “nazione dopata”. Prima dello scandalo del doping russo emerso nel 2015 (dove però la Wada – l’agenzia antidoping mondiale – aveva monitorato e condannato anche altri 12 paesi), gli Usa erano la nazione col maggior numero di atleti dopati alle Olimpiadi. Eppure a nessuno atleta, figuriamoci gli italiani, è mai venuto in mente di delegittimare gli Usa come partecipanti alla competizione (purtroppo, aggiungiamo noi). Da qualche giorno invece ad ogni figura di merda fatta dall’Italia in queste Olimpiadi (a proposito, siamo in corsa per battere il record di peggiore olimpiade di sempre, grazie alla gestione mafiosa dei nostri settori sportivi, ai tagli radicali fatti dai vari governi verso tutto lo sport agonistico, per non dire di quello popolare, grazie alle scelte politiche del Coni, alla poca lungimiranza del settore tecnico, eccetera eccetera: andiamo avanti sperando nello stellone, consona strategia italica), dicevamo, ad ogni eliminazione o delusione segue la dichiarazione contro la Russia, colpevole di partecipare ai giochi e di sottrarre medaglie agli atleti “sani”. Ben venga l’esclusione degli atleti russi se effettivamente colpevoli di doping, sia chiaro, ma al tempo stesso l’utilizzo dei due pesi e delle due misure ha un chiaro risvolto politico. E ha un po’ rotto il cazzo, come direbbe Bizio Capoccetti. Gli Usa avrebbero dovuto essere banditi da ogni Olimpiade s’è per questo, eppure fatichiamo a leggere dichiarazioni in tal senso. Francia e Spagna sono paesi posti sotto osservazione per infrazioni sistematiche al sistema anti-doping: qualcuno ne ha sentito parlare? Qualcuno sta dubitando sui media della loro legittimità a gareggiare? Qualche atleta si è risentito di competere contro francesi o spagnoli? Non ci risulta. La demonizzazione del paese avviene attraverso le dichiarazioni di sportivi bolliti che pensano così di nascondere le proprie attuali miserie atletiche (perché pensate che stiamo parlando di Clemente Russo?).
Eppure, ad un livello più inferiore ma non meno deprimente, c’è qualcosa che batte anche il doping politico contro la Russia. Stiamo parlando cioè della “squadra olimpica dei rifugiati”, la fantasiosa nazionale dei senza Stato, dei migranti salvati dalla bontà occidentale, ai quali viene concessa l’occasione della vita, il palcoscenico per concretizzare l’american dream, l’illusione di un’impossibile parità di condizioni e di trattamento. Dopo aver distrutto gli Stati d’appartenenza, l’Occidente – attraverso la sua mannaia sportiva del Cio – consente anche ai “pezzenti” un posto in paradiso. Non sappiamo chi sia tal Andrea Coccia, ma questo articolo riassume brevemente l’operazione culturale neocoloniale e visceralmente razzista che si cela dietro l’artificiosa squadra creata dal Comitato olimpico. Anche questa, un’operazione culturale magari secondaria ma indicativa, che svela l’approccio del mondo dei ricchi verso quello dei poveri, che elimina le origini di quella povertà ma consente agli assoggettati l’illusione di far parte di quello stesso mondo che li ha resi poveri. Capolavoro.
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02/08/2016
Tempo di Olimpiadi, tempo di ipocrisia sul doping
Una particolare attenzione va osservata, nei giovani e giovanissimi, per l’uso di integratori e erbe, o piante, medicinali su cui ho lunga e concreta esperienza. Non è mio solito parlare di ciò che ho fatto, per questo mi scuso con i lettori, ma è opportuno anche precisare che chi scrive ha una lunghissima pratica ed esperienza nel mondo dello sport (Calcio, Kendo); è stato medico del calcio femminile, del basket, ha curato molti atleti di primo piano nell’atletica leggera ed è stato medico della Lega Nazionale Dilettanti, nonché esperto di antidoping. Nel 1999, mi recai a Torino dal giudice Raffaele Guariniello per una deposizione spontanea (ben recepita) sul doping.
Detto questo, per non essere classificato come “tuttologo”, torno a dire che non vi sono dubbi sull’evoluzione e sulla globalizzazione del commercio, gestito da mafie e criminalità organizzata, di sostanze e farmaci adoperati illecitamente a scopo doping. Un enorme traffico e “spaccio” che, a livello mondiale, coinvolgerebbe tutti i settori della società.
E’ un’”industria”, quella del doping, che oltre a lavorare in proprio le sostanze, si avvale anche delle più avanzate tecnologie e ricerche medico-scientifiche ufficiali, come ad esempio quella sull’uso di elementi genetici e/o cellulari. Genetica e genomica (branca della genetica che ha per oggetto lo studio comparativo del genoma) non vengono dunque solo adoperate per la cura di molte malattie, ma anche per incrementare le prestazioni sportive.
Le vecchie pratiche però resistono e si aggiornano e così si continuano a utilizzare metodi per aumentare il trasporto dell’ossigeno, l’autoemotrasfusione. Ormoni e sostanze correlate quali l’eritropoietina (EPO), continuano ad andare per la maggiore, ma anche l’ormone della crescita (hGH), il fattore di crescita insulino-simile (IGF-1), il Meccano Growth Factors (IGF-IEb), le gonatropine (proibite solo nel sesso maschile), e poi insulina, corticotropine, stimolanti, glucocorticoidi, beta-bloccanti e altre ancora. Non vanno dimenticate le cosiddette sostanze mascheranti, non dopanti di per sé ma utilizzate per “mascherare” un’eventuale assunzione di sostanze vietate.
Tra le “sostanze mascheranti”, i diuretici (in questi casi non terapeutici) hanno lo scopo di diluire le concentrazioni urinarie di sostanze vietate, in maniera da non poterle individuare al controllo antidoping. Sostanze (non diuretiche) spesso usate come “mascheranti”, a esempio gli inibitori della 5-alfa-reduttasi come la finasteride: farmaco adoperato per curare l’ipertrofia prostatica benigna.
Questa classe di sostanze è proibita dalla WADA (World Antidoping Agency – Agenzia Mondiale Antidoping) perché può, nel controllo antidoping effettuato sulle urine, impedire la corretta valutazione della presenza di steroidi anabolizzanti. Ma le sostanze che ancora creano grande allarme, per la grande diffusione tra i giovani e i frequentatori di palestre in particolare, sono gli steroidi anabolizzanti.
Il Journal of German Society of Dermatology (circa dieci anni fa, nel febbraio 2007) riportava uno studio tedesco che segnalava l’enorme abuso di anabolizzanti soprattutto nei centri di fitness, e l’insorgenza di acne, sia di tipo conglobata che fulminante, ciò mi permette di ricordare il doping delle fotomodelle e dei fotomodelli.
Fenomeni acneici possono verificarsi in consumatori di steroidi anabolizzanti, al punto da poter considerare tali forme di acne come un importante indicatore clinico dell’abuso di questi steroidi.
Gli steroidi anabolizzanti androgeni rappresentano ancora le sostanze dopanti maggiormente adoperate (vengono anche ideati e sintetizzati nuovi steroidi che non vengono individuati all’analisi antidoping) per aumentare la forza e la massa muscolare e, in alcuni sport, per un migliore recupero e per avere una più alta capacità nel sostenere i carichi di lavoro dell’allenamento.
Per quanto riguarda le forme tumorali, l’utilizzo a scopo doping dell’ormone della crescita, e alti livelli del suo mediatore (insuline-like growth factor-1, che inibisce l’apoptosi), è stato associato al tumore del colon, del seno e della prostata. Recenti studi hanno poi trovato che l’eritropoietina può favorire sia l’angiogenesi (cioè la formazione di nuovi vasi sanguigni) che inibire l’apoptosi (morte cellulare programmata), o modulare la chemo-o-radiosensività nelle cellule cancerose.
L’eritropoietina ricombinante (quella di sintesi e non prodotta dall’organismo) aumentando l’ossigenazione dei tessuti potrebbe quindi favorire la sopravvivenza dei tumori e la loro aggressività.
Una notizia “curiosa”, secondo quanto riporta la rivista Sports Medicine (la notizia non è nuova, è del 2007) vi è stata una prevalenza di asma tra gli atleti di elite (diffusa in particolare tra gli atleti di sport invernali) rispetto alla popolazione normale. Sappiamo che tra le sostanze proibite vi sono i beta 2 agonisti adoperati come antiasmatici; tra queste però fanno eccezione, se somministrate per brevi terapie, inalatori, formeterolo, terbutalina, salmeterolo e salbutamolo. Quest’ultimo però, se presente in concentrazione superiore ai 1000 mg/ml, viene considerato doping, salvo che l’atleta non dimostri che tale valore sia conseguenza di terapia inalatoria effettuata.
Attualmente si pensa al Passaporto Endocrinologico, per gli atleti sia di èlite che amatoriali, che ha un duplice scopo: quello di non essere solamente e semplicemente finalizzato alla caccia del doping e alla pratica illecita dell’uso dell’ormone della crescita, ma anche di acquisire informazioni e dati sullo stato di benessere dell’atleta.
Tutto questo è stato già affermato dal compianto e stimato professor Eugenio Muller, che era ordinario di Farmacologia alla Università degli Studi di Milano. “Questo test, – disse Muller – infatti, potrebbe essere ripetuto nel tempo permettendo così di valutare lo stato di salute della persona ed eventualmente anche di stabilire una serie di parametri correlati alla funzione dell’ormone somatotropo in grado quindi di fornire informazioni sullo stato di buona salute dell’atleta sia di èlite che amatoriale. E’ importante la salvaguardia della persona che fa sport mirando al suo benessere fisico”.
Per quanto riguarda poi l’uso dell’ormone della crescita nella pratica doping e sulle difficoltà di individuazione: “L’ormone può essere dosato radioimmunologicamente nel plasma, ha una vita brevissima con una permanenza nel sangue molto breve, inoltre le concentrazioni dell’ormone nel sangue fluttuano spontaneamente e possono raggiungere anche livelli molto elevati, soprattutto nelle donne, questo perché il GH è un ormone la cui secrezione è pulsatoria.
Lo stesso esercizio fisico, inoltre, aumenta la produzione di ormone e rappresenta uno stimolo alla secrezione dell’ormone endogeno (cioè quello prodotto dall’organismo) rendendo così difficile discriminare tra quello prodotto naturalmente dall’ipofisi e quello eventualmente assunto come sostanza dopante.
L’ormone che viene ipoteticamente assunto dall’atleta per via esogena è praticamente identico a quello che l’atleta stesso produce; sono quindi quasi indistinguibili e l’ormone assunto dall’esterno si mimetizza con quello prodotto dal nostro organismo, il dato quantitativo inoltre non è di grande aiuto”. Situazione questa di estrema delicatezza, e oggetto di un vivace dibattito; il professor Muller all’epoca concluse: “Sulla base di queste considerazioni appare razionale una ricerca che porti alla individuazione di parametri endocrini la cui valutazione comparata con quelle delle condizioni di base possa diminuire sensibilmente i margini di incertezza relativi a una diagnosi differenziale tra una secrezione spontanea aumentata di GH e l’assunzione esogena impropria a fini dopanti dell’ormone in modo da giungere a una diagnosi differenziale e ridurre i margini di incertezza relativa tra una spontanea ipersecrezione di questo ormone e la somministrazione esogena, o impropria, a fini dopanti”.
Il GH, o somatotropina, è un ormone che influenza il metabolismo degli zuccheri, stimola la sintesi delle proteine e aumenta la distruzione dei grassi, favorisce la crescita. E’ secreto in una parte del cervello, l’ipofisi anteriore (nelle cellule somatotrope) sotto il controllo di due fattori: a) growth hormone-releasing (GRH ad attività stimolante); b) somatostatina ad attività inibente.
Adoperato nella terapia medica per i bambini con un ritardo dell’accrescimento, ad esempio il nanismo ipofisario, il GH aumenta la massa muscolare, la forza. Attualmente è adoperato quello ottenuto con la tecnica del DNA ricombinante che permette di preparare ormoni di struttura identica a quella umana; molto pericoloso è quello proveniente da cadaveri che può provocare quella grave sindrome neurologica chiamata Creutzfeld-Jakob (“mucca pazza”).
L’uso dunque di sostanze farmacologiche adoperate illecitamente per migliorare una prestazione atletica, o per “mascherare” il loro utilizzo, non ha mai cessato di esistere. L’ormone della crescita prodotto dall’organismo è infatti indistinguibile da quello introdotto a scopo doping, è perciò un’opportunità il “passaporto endocrinologico” che permetterà di scovare una eventuale assunzione dell’ormone della crescita a scopo non terapeutico bensì dopante.
Tale passaporto, sia per atleti di èlite che amatoriali, dovrà avere lo scopo di acquisire informazioni sullo stato di salute dell’atleta; attualmente invece non va avanti, a parte qualche caso, il passaporto biologico dell’atleta, in special modo, per il calcio.
Per quanto riguarda questo sport infatti c’è solamente una “dichiarazione d’intenti” a favore di una serie di controlli ematici, che andrebbero fatti a sorpresa, per il passaporto biologico. E’ quello che, in pratica, ha fatto il giudice Raffaele Guariniello, con il processo alla Juventus.
Il “passaporto biologico” (riconosciuto da ben 25 sport) che, come già detto, ha il suo fondamento nei controlli a sorpresa, avrebbe la funzione di stigmatizzare, come una sorta di fotografia, ogni atleta nei suoi parametri fondamentali, determinando la variabilità per ogni atleta che verrebbe fermato se i propri valori risultassero alterati.
Se pensiamo al calciatore, e gli atleti in genere, sia d’èlite che amatoriali, sono vittime e propri carnefici al tempo stesso (più o meno consapevolmente) nella ricerca e nel bisogno di una sempre maggiore “produttività atletica”. Tutto ciò porta alla utilizzazione (o alla sottomissione) del doping, a un uso indiscriminato di sostanze farmacologiche.
Il nodo sta nell’incrementare le prestazioni atletiche attraverso l’utilizzo illecito di farmaci, del doping, per soddisfare non tanto i “propri bisogni” quanto quelli di un sistema oramai commercializzato, come nel calcio, gestito come una vera e propria industria. Pensare all’antidoping non vuol dire, però, solo repressione e controlli (il controllato non può essere controllore), bensì giocare d’anticipo, educare e proporre una diversa cultura della società e dello sport, soprattutto tra i giovani e nelle scuole.
Va costruita una vera alternativa a una società dopata come è la nostra, ove il medico (e qui la questione morale-giudiziaria di molti medici sportivi va aperta) torni a essere medico con caratteristiche etiche, quindi morali, degne di una società civile. E’ opportuno ricordare che gli Stati Uniti (esiste una ricca documentazione) hanno coperto, per moltissimi anni, gli atleti dopati; il cosiddetto “doping di stato”, presente anche nel nostro paese, non coinvolgeva solamente l’Unione Sovietica o i paesi dell’est, ma era ben radicato anche tra le amministrazioni statunitensi.
I Top gun americani inoltre, quelli che hanno bombardato l’Afhganistan e l’Iraq, si rendevano “più efficienti e impavidi” grazie all’uso delle “Go Pills”: pillole a base di Dexdrina, un’amfetamina usata anche per combattere la stanchezza. Nel rientrare alla base, poi, per placare la furia guerresca non c’era di meglio delle “No Go Pills”: compresse a base di sedativi; e così di continuo, in un ritmo incessante. Sembrerebbe perfetto, la quadratura del cerchio, peccato però che alcune volte i Top Gun, sotto l’effetto di troppe “Go Pills”, bombardavano un banchetto nunziale o quant’altro si muoveva sotto i loro occhi senza rendersi conto di cosa stavano colpendo. Attualmente (Aerospace Medicine, Blog, Flight Medicine, Military Aviation Medicine 2014) gli Stati Uniti ed altre nazioni usano moderni stimolanti per migliorare la “Performance” nei combattimenti.
Anche questo è Doping di stato!
Se pensiamo agli Stati Uniti tanto per fare qualche esempio ricordo che il doping genetico era già conosciuto più di 15 anni fa (ricordo l’esperimento con il famoso topo-Schwarzenegger), e l’endocrinologo Robert Kerr – nel lontano 1984 – dichiarò subito dopo le Oimpiadi di Los Angeles che un gran numero di atleti statunitensi si erano sottoposti a pratiche dopanti.
Più recentemente (2014) – ma la questione è ben più antica – è venuto alla ribalta il Repoxygen per una terapia genica che può essere utilizzata nel doping genetico. Il Repoxygen, originariamente sviluppato per trattare l’anemia, in pratica consiste in un segmento di DNA che stimola la sintesi di eritropoietina. Ne vengono aumentati il numero dei Globuli Rossi, viene aumentata la capacità di trasportare ossigeno e questo migliora, nell’atleta la capacità aerobica.
Tornando in casa nostra, come non ricordare in Italia la nota vicenda “Francesco Conconi”, medico italiano che è stato rettore all’Università di Ferrara nonché direttore del Centro Studi Biomedici Applicati allo Sport.
Da WIKIPEDIA: “Nel 2003, Conconi, insieme ai collaboratori Ilario Casoni e Giovanni Grazzi, è stato riconosciuto colpevole dei reati legati al doping con sentenza n. 533-2003 del Tribunale di Ferrara, depositata il 16 febbraio 2004; il tribunale ha dichiarato di non doversi procedere nei confronti degli imputati solo per intervenuta prescrizione, riconoscendone comunque la colpevolezza fino alla data del 9 agosto 1995. Conconi e i suoi collaboratori sono stati assolti non sussistendo alcuna colpa, limitatamente ai fatti successivi al 9 agosto 1995... Il numero degli atleti i cui dati sono inseriti nel file DBLAB è tuttavia notevolmente maggiore (470 secondo quanto riportato dalla sentenza del Tribunale di Ferrara).”
Anni fa fece molto discutere la proposta della Federazione Britannica di Atletica Leggera, in seguito fatta propria dalla Federazione Europea, di ripartire da zero annullando tutti i record di atletica. Nel 2006 il Financial Times avanzò la proposta di fare due tipi di Olimpiadi, una per gli atleti dopati un’altra per quelli che non si dopavano.
A tutt’oggi il problema del doping, con un enorme traffico e “spaccio” a livello mondiale, coinvolgerebbe circa 15,5 milioni di persone, in tutti i settori della società.
L’Agenzia Mondiale Antidoping (AMA-WADA) ha inserito il doping genetico, noto da tempo, nella lista delle sostanze e dei metodi proibiti, definendolo come “uso non terapeutico di cellule, geni ed elementi genetici o della modulazione dell’espressione genetica, con capacità di aumentare le prestazioni atletiche” (AMA-WADA, 2008).
L’ACE-011 è una sostanza farmacologica, frutto di un raffinato processo biotecnologico, nata negli Stati Uniti con la speranza che si possa concretamente utilizzare per l’osteoporosi, ma anche per i tumori ossei e alcune forme anemiche molto gravi dove l’unica terapia effettiva, e definitiva, sarebbe il trapianto di midollo osseo.
Questo composto agirebbe anche sul meccanismo di produzione dei globuli rossi; si tratta, quindi, di una sostanza farmacologica molto importante ma che, per le sue caratteristiche sulla produzione dei globuli rossi, risulterebbe molto più efficiente e rapida, nell’organismo umano, dell’eritropoietina, il famoso EPO.
Questa sostanza, nei fatti, è un doping di tipo genetico e tecnologico molto più complicato da rilevare; con l’attuazione però del passaporto biologico questo tipo di doping si potrebbe scoprire. Quello che è importante sapere è che l’industria del Doping è già avanti di molti passi rispetto a chi cerca di scoprirlo.
Per mascherare il doping a base di testosterone e sostanze affini, gli atleti potrebbero bere del tè verde o bianco, in questo modo non verrebbero scoperti; lo hanno affermato dei ricercatori della Kingston University di Londra prima delle ultime olimpiadi.
Le catechine, sostanze presenti nel tè verde e in quello bianco (non in quello nero), possono infatti “mascherare” il testosterone quando è in eccesso e “bloccare” gli enzimi che contrassegnano le molecole per l’escrezione.
Lo studio mostra che le catechine disattivano un enzima che controlla la produzione del testosterone glucuronide e così, consumando tè verde o bianco, il testosterone viene bloccato, e non viene escreto adeguatamente con le urine. Alla ricerca antidoping il risultato è la negatività.
La cosa migliore da fare in questo caso non è il test delle urine, ma quello del sangue degli atleti. Il tè bianco deriva dalle gemme apicali prima che schiudono, della Camelia sinensis, che, per prevenire l’ossidazione, vengono lasciate essiccare al sole. Il nome “tè bianco” deriva dalla sottile peluria bianco-argentata che ricopre i germogli e dà, alla pianta un aspetto biancastro e il tè è di un color giallo pallido.
C’è molto altro da dire e noi lo diremo.
Prof. Roberto Suozzi
Medico chirurgo
Specialista in Farmacologia Clinica e Medicina dello Sport
Medico chirurgo
Specialista in Farmacologia Clinica e Medicina dello Sport
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