Il New York Times svela il contenuto di documenti interni dell’agenzia mondiale antidoping (Wada), in relazione all’inchiesta sul ‘doping di stato’ varato da Mosca. “Le prove disponibili non sono state sufficienti per sostenere, contro questi 95 atleti, l’accusa relativa a una violazione delle norme antidoping“, scrive Olivier Niggli, direttore generale della Wada, in un report interno ottenuto dal quotidiano. Il documento non fa riferimento all’identità degli atleti.
Secondo il rapporto stilato dall’avvocato canadese Richard McLaren, a capo della commissione indipendente creata dalla Wada, che ha dato il via alla fantasmagorica accusa di massa per tutta l’atletica russa, sarebbero stati oltre 1000 gli atleti russi favoriti dalla manipolazione dei test antidoping e schierati ai Giochi olimpici e paralimpici estivi e invernali da Londra 2012 a Sochi 2014.
Sulla base di questa accusa rivelatasi insostenibile per 95 atleti su 96, gli atleti russi erano stati esclusi – tutti – dalle Olimpiadi di Rio, e solo alcuni avevano potuto partecipare ai mondiali di Londra di quest’anno; ma come “atleti indipendenti”, senza bandiera e senza inno.
Ora, arriva la notizia dell’archiviazione di quasi 100 casi. Ma lo stesso NY Times, che pure dà la notizia che smantella l’accusa (un solo “dopato” scovato), continua a volerla mantenere in piedi, domandosi retoricamente “se le strategie della Russia per la distruzione delle prove siano state efficienti al punto da impedire” la prosecuzione dei procedimenti “o se i dirigenti abbiano adottato un approccio troppo soft nell’adozione delle sanzioni“. Della serie: se ci inventavamo qualche prova, forse riuscivamo ad ottenere una condanna.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/09/2017
13/08/2016
Olimpiadi geopolitiche
Ogni grande evento è un arma politica nelle mani di chi lo organizza.
Premi Nobel, premi Oscar, mondiali di calcio, expo, saloni del libro,
fiere di questo o quel campo del sapere, eccetera, contengono molti
significati sovrapposti. Sono eventi polisemici, difficili da
catalogare (e dunque da condannare o, al contrario, da esaltare) in
blocco, senza considerare l’evento nel suo complesso e nella sua
complessità. Alcuni sono eventi necessari sebbene fagocitati da
logiche capitalistiche; altri hanno perso nel corso del tempo il loro
significato (o funzione) originario, rivestendo nella post-modernità il
ruolo di contenitori del superfluo o dell’inutile; altri sono invece
baracconi devianti. Le manifestazioni sportive hanno da sempre una
funzione legittimante il potere costituito, ma allo stesso tempo
rivestono una funzione necessaria dello spirito sociale dell’uomo che le
ha rese antiche quanto l’uomo stesso, motivo per cui è altresì inutile
marchiarle come “prodotto del capitalismo”. Le Olimpiadi, ad esempio, non sono un
prodotto del capitalismo, ma sono capitalisticamente organizzate più o
meno da quando sono state reintrodotte nella modernità. Eppure una delle
più grandi – la più grande, nel rapporto tra numero dei suoi abitanti,
medaglie vinte e Pil pro-capite – nazioni olimpiche, Cuba, non può
essere certo ridotta a riflesso sportivo del capitalismo. Anche a Cuba,
figuriamoci, lo sport ha valore legittimante, ma in funzione socialista,
dunque progressiva. Perché mai d’altronde lo sport non dovrebbe
legittimare, cioè cementare il rapporto tra popolazione e potere
politico, se questo è espressione di un potere di classe? Ben venga
allora ogni utilizzo dello sport in questo senso, piantandola una volta
per tutte con le retoriche buoniste dello sport come esclusivo momento
ludico-ricreativo. Lo sport è competizione, o meglio cooperazione nella
competizione. Cuba è un sistema che funziona anche perché i suoi atleti
vincono, non vanno a fare passerelle pauperistiche nei palcoscenici del
turbo-capitalismo post-moderno.
Detto questo, due piccoli indizi di quanto possa essere potente il palcoscenico olimpico per veicolare messaggi (e valori) politici sono sotto gli occhi di tutti in questi giorni di esaltazione (e frustrazione) olimpica. Il primo, il boicottaggio generalizzato contro la Russia a cui partecipano pateticamente gli atleti dalle nazionalità meno credibili (Stati Uniti e Italia, ad esempio, fra le nazioni più dopate della storia). Ogni medaglia persa, ogni oro sfumato, ogni qualificazione mancata, e giù a sparare contro gli atleti russi che starebbero barando in quanto “nazione dopata”. Prima dello scandalo del doping russo emerso nel 2015 (dove però la Wada – l’agenzia antidoping mondiale – aveva monitorato e condannato anche altri 12 paesi), gli Usa erano la nazione col maggior numero di atleti dopati alle Olimpiadi. Eppure a nessuno atleta, figuriamoci gli italiani, è mai venuto in mente di delegittimare gli Usa come partecipanti alla competizione (purtroppo, aggiungiamo noi). Da qualche giorno invece ad ogni figura di merda fatta dall’Italia in queste Olimpiadi (a proposito, siamo in corsa per battere il record di peggiore olimpiade di sempre, grazie alla gestione mafiosa dei nostri settori sportivi, ai tagli radicali fatti dai vari governi verso tutto lo sport agonistico, per non dire di quello popolare, grazie alle scelte politiche del Coni, alla poca lungimiranza del settore tecnico, eccetera eccetera: andiamo avanti sperando nello stellone, consona strategia italica), dicevamo, ad ogni eliminazione o delusione segue la dichiarazione contro la Russia, colpevole di partecipare ai giochi e di sottrarre medaglie agli atleti “sani”. Ben venga l’esclusione degli atleti russi se effettivamente colpevoli di doping, sia chiaro, ma al tempo stesso l’utilizzo dei due pesi e delle due misure ha un chiaro risvolto politico. E ha un po’ rotto il cazzo, come direbbe Bizio Capoccetti. Gli Usa avrebbero dovuto essere banditi da ogni Olimpiade s’è per questo, eppure fatichiamo a leggere dichiarazioni in tal senso. Francia e Spagna sono paesi posti sotto osservazione per infrazioni sistematiche al sistema anti-doping: qualcuno ne ha sentito parlare? Qualcuno sta dubitando sui media della loro legittimità a gareggiare? Qualche atleta si è risentito di competere contro francesi o spagnoli? Non ci risulta. La demonizzazione del paese avviene attraverso le dichiarazioni di sportivi bolliti che pensano così di nascondere le proprie attuali miserie atletiche (perché pensate che stiamo parlando di Clemente Russo?).
Eppure, ad un livello più inferiore ma non meno deprimente, c’è qualcosa che batte anche il doping politico contro la Russia. Stiamo parlando cioè della “squadra olimpica dei rifugiati”, la fantasiosa nazionale dei senza Stato, dei migranti salvati dalla bontà occidentale, ai quali viene concessa l’occasione della vita, il palcoscenico per concretizzare l’american dream, l’illusione di un’impossibile parità di condizioni e di trattamento. Dopo aver distrutto gli Stati d’appartenenza, l’Occidente – attraverso la sua mannaia sportiva del Cio – consente anche ai “pezzenti” un posto in paradiso. Non sappiamo chi sia tal Andrea Coccia, ma questo articolo riassume brevemente l’operazione culturale neocoloniale e visceralmente razzista che si cela dietro l’artificiosa squadra creata dal Comitato olimpico. Anche questa, un’operazione culturale magari secondaria ma indicativa, che svela l’approccio del mondo dei ricchi verso quello dei poveri, che elimina le origini di quella povertà ma consente agli assoggettati l’illusione di far parte di quello stesso mondo che li ha resi poveri. Capolavoro.
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Detto questo, due piccoli indizi di quanto possa essere potente il palcoscenico olimpico per veicolare messaggi (e valori) politici sono sotto gli occhi di tutti in questi giorni di esaltazione (e frustrazione) olimpica. Il primo, il boicottaggio generalizzato contro la Russia a cui partecipano pateticamente gli atleti dalle nazionalità meno credibili (Stati Uniti e Italia, ad esempio, fra le nazioni più dopate della storia). Ogni medaglia persa, ogni oro sfumato, ogni qualificazione mancata, e giù a sparare contro gli atleti russi che starebbero barando in quanto “nazione dopata”. Prima dello scandalo del doping russo emerso nel 2015 (dove però la Wada – l’agenzia antidoping mondiale – aveva monitorato e condannato anche altri 12 paesi), gli Usa erano la nazione col maggior numero di atleti dopati alle Olimpiadi. Eppure a nessuno atleta, figuriamoci gli italiani, è mai venuto in mente di delegittimare gli Usa come partecipanti alla competizione (purtroppo, aggiungiamo noi). Da qualche giorno invece ad ogni figura di merda fatta dall’Italia in queste Olimpiadi (a proposito, siamo in corsa per battere il record di peggiore olimpiade di sempre, grazie alla gestione mafiosa dei nostri settori sportivi, ai tagli radicali fatti dai vari governi verso tutto lo sport agonistico, per non dire di quello popolare, grazie alle scelte politiche del Coni, alla poca lungimiranza del settore tecnico, eccetera eccetera: andiamo avanti sperando nello stellone, consona strategia italica), dicevamo, ad ogni eliminazione o delusione segue la dichiarazione contro la Russia, colpevole di partecipare ai giochi e di sottrarre medaglie agli atleti “sani”. Ben venga l’esclusione degli atleti russi se effettivamente colpevoli di doping, sia chiaro, ma al tempo stesso l’utilizzo dei due pesi e delle due misure ha un chiaro risvolto politico. E ha un po’ rotto il cazzo, come direbbe Bizio Capoccetti. Gli Usa avrebbero dovuto essere banditi da ogni Olimpiade s’è per questo, eppure fatichiamo a leggere dichiarazioni in tal senso. Francia e Spagna sono paesi posti sotto osservazione per infrazioni sistematiche al sistema anti-doping: qualcuno ne ha sentito parlare? Qualcuno sta dubitando sui media della loro legittimità a gareggiare? Qualche atleta si è risentito di competere contro francesi o spagnoli? Non ci risulta. La demonizzazione del paese avviene attraverso le dichiarazioni di sportivi bolliti che pensano così di nascondere le proprie attuali miserie atletiche (perché pensate che stiamo parlando di Clemente Russo?).
Eppure, ad un livello più inferiore ma non meno deprimente, c’è qualcosa che batte anche il doping politico contro la Russia. Stiamo parlando cioè della “squadra olimpica dei rifugiati”, la fantasiosa nazionale dei senza Stato, dei migranti salvati dalla bontà occidentale, ai quali viene concessa l’occasione della vita, il palcoscenico per concretizzare l’american dream, l’illusione di un’impossibile parità di condizioni e di trattamento. Dopo aver distrutto gli Stati d’appartenenza, l’Occidente – attraverso la sua mannaia sportiva del Cio – consente anche ai “pezzenti” un posto in paradiso. Non sappiamo chi sia tal Andrea Coccia, ma questo articolo riassume brevemente l’operazione culturale neocoloniale e visceralmente razzista che si cela dietro l’artificiosa squadra creata dal Comitato olimpico. Anche questa, un’operazione culturale magari secondaria ma indicativa, che svela l’approccio del mondo dei ricchi verso quello dei poveri, che elimina le origini di quella povertà ma consente agli assoggettati l’illusione di far parte di quello stesso mondo che li ha resi poveri. Capolavoro.
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02/08/2016
Tempo di Olimpiadi, tempo di ipocrisia sul doping
Una particolare attenzione va osservata, nei giovani e giovanissimi, per l’uso di integratori e erbe, o piante, medicinali su cui ho lunga e concreta esperienza. Non è mio solito parlare di ciò che ho fatto, per questo mi scuso con i lettori, ma è opportuno anche precisare che chi scrive ha una lunghissima pratica ed esperienza nel mondo dello sport (Calcio, Kendo); è stato medico del calcio femminile, del basket, ha curato molti atleti di primo piano nell’atletica leggera ed è stato medico della Lega Nazionale Dilettanti, nonché esperto di antidoping. Nel 1999, mi recai a Torino dal giudice Raffaele Guariniello per una deposizione spontanea (ben recepita) sul doping.
Detto questo, per non essere classificato come “tuttologo”, torno a dire che non vi sono dubbi sull’evoluzione e sulla globalizzazione del commercio, gestito da mafie e criminalità organizzata, di sostanze e farmaci adoperati illecitamente a scopo doping. Un enorme traffico e “spaccio” che, a livello mondiale, coinvolgerebbe tutti i settori della società.
E’ un’”industria”, quella del doping, che oltre a lavorare in proprio le sostanze, si avvale anche delle più avanzate tecnologie e ricerche medico-scientifiche ufficiali, come ad esempio quella sull’uso di elementi genetici e/o cellulari. Genetica e genomica (branca della genetica che ha per oggetto lo studio comparativo del genoma) non vengono dunque solo adoperate per la cura di molte malattie, ma anche per incrementare le prestazioni sportive.
Le vecchie pratiche però resistono e si aggiornano e così si continuano a utilizzare metodi per aumentare il trasporto dell’ossigeno, l’autoemotrasfusione. Ormoni e sostanze correlate quali l’eritropoietina (EPO), continuano ad andare per la maggiore, ma anche l’ormone della crescita (hGH), il fattore di crescita insulino-simile (IGF-1), il Meccano Growth Factors (IGF-IEb), le gonatropine (proibite solo nel sesso maschile), e poi insulina, corticotropine, stimolanti, glucocorticoidi, beta-bloccanti e altre ancora. Non vanno dimenticate le cosiddette sostanze mascheranti, non dopanti di per sé ma utilizzate per “mascherare” un’eventuale assunzione di sostanze vietate.
Tra le “sostanze mascheranti”, i diuretici (in questi casi non terapeutici) hanno lo scopo di diluire le concentrazioni urinarie di sostanze vietate, in maniera da non poterle individuare al controllo antidoping. Sostanze (non diuretiche) spesso usate come “mascheranti”, a esempio gli inibitori della 5-alfa-reduttasi come la finasteride: farmaco adoperato per curare l’ipertrofia prostatica benigna.
Questa classe di sostanze è proibita dalla WADA (World Antidoping Agency – Agenzia Mondiale Antidoping) perché può, nel controllo antidoping effettuato sulle urine, impedire la corretta valutazione della presenza di steroidi anabolizzanti. Ma le sostanze che ancora creano grande allarme, per la grande diffusione tra i giovani e i frequentatori di palestre in particolare, sono gli steroidi anabolizzanti.
Il Journal of German Society of Dermatology (circa dieci anni fa, nel febbraio 2007) riportava uno studio tedesco che segnalava l’enorme abuso di anabolizzanti soprattutto nei centri di fitness, e l’insorgenza di acne, sia di tipo conglobata che fulminante, ciò mi permette di ricordare il doping delle fotomodelle e dei fotomodelli.
Fenomeni acneici possono verificarsi in consumatori di steroidi anabolizzanti, al punto da poter considerare tali forme di acne come un importante indicatore clinico dell’abuso di questi steroidi.
Gli steroidi anabolizzanti androgeni rappresentano ancora le sostanze dopanti maggiormente adoperate (vengono anche ideati e sintetizzati nuovi steroidi che non vengono individuati all’analisi antidoping) per aumentare la forza e la massa muscolare e, in alcuni sport, per un migliore recupero e per avere una più alta capacità nel sostenere i carichi di lavoro dell’allenamento.
Per quanto riguarda le forme tumorali, l’utilizzo a scopo doping dell’ormone della crescita, e alti livelli del suo mediatore (insuline-like growth factor-1, che inibisce l’apoptosi), è stato associato al tumore del colon, del seno e della prostata. Recenti studi hanno poi trovato che l’eritropoietina può favorire sia l’angiogenesi (cioè la formazione di nuovi vasi sanguigni) che inibire l’apoptosi (morte cellulare programmata), o modulare la chemo-o-radiosensività nelle cellule cancerose.
L’eritropoietina ricombinante (quella di sintesi e non prodotta dall’organismo) aumentando l’ossigenazione dei tessuti potrebbe quindi favorire la sopravvivenza dei tumori e la loro aggressività.
Una notizia “curiosa”, secondo quanto riporta la rivista Sports Medicine (la notizia non è nuova, è del 2007) vi è stata una prevalenza di asma tra gli atleti di elite (diffusa in particolare tra gli atleti di sport invernali) rispetto alla popolazione normale. Sappiamo che tra le sostanze proibite vi sono i beta 2 agonisti adoperati come antiasmatici; tra queste però fanno eccezione, se somministrate per brevi terapie, inalatori, formeterolo, terbutalina, salmeterolo e salbutamolo. Quest’ultimo però, se presente in concentrazione superiore ai 1000 mg/ml, viene considerato doping, salvo che l’atleta non dimostri che tale valore sia conseguenza di terapia inalatoria effettuata.
Attualmente si pensa al Passaporto Endocrinologico, per gli atleti sia di èlite che amatoriali, che ha un duplice scopo: quello di non essere solamente e semplicemente finalizzato alla caccia del doping e alla pratica illecita dell’uso dell’ormone della crescita, ma anche di acquisire informazioni e dati sullo stato di benessere dell’atleta.
Tutto questo è stato già affermato dal compianto e stimato professor Eugenio Muller, che era ordinario di Farmacologia alla Università degli Studi di Milano. “Questo test, – disse Muller – infatti, potrebbe essere ripetuto nel tempo permettendo così di valutare lo stato di salute della persona ed eventualmente anche di stabilire una serie di parametri correlati alla funzione dell’ormone somatotropo in grado quindi di fornire informazioni sullo stato di buona salute dell’atleta sia di èlite che amatoriale. E’ importante la salvaguardia della persona che fa sport mirando al suo benessere fisico”.
Per quanto riguarda poi l’uso dell’ormone della crescita nella pratica doping e sulle difficoltà di individuazione: “L’ormone può essere dosato radioimmunologicamente nel plasma, ha una vita brevissima con una permanenza nel sangue molto breve, inoltre le concentrazioni dell’ormone nel sangue fluttuano spontaneamente e possono raggiungere anche livelli molto elevati, soprattutto nelle donne, questo perché il GH è un ormone la cui secrezione è pulsatoria.
Lo stesso esercizio fisico, inoltre, aumenta la produzione di ormone e rappresenta uno stimolo alla secrezione dell’ormone endogeno (cioè quello prodotto dall’organismo) rendendo così difficile discriminare tra quello prodotto naturalmente dall’ipofisi e quello eventualmente assunto come sostanza dopante.
L’ormone che viene ipoteticamente assunto dall’atleta per via esogena è praticamente identico a quello che l’atleta stesso produce; sono quindi quasi indistinguibili e l’ormone assunto dall’esterno si mimetizza con quello prodotto dal nostro organismo, il dato quantitativo inoltre non è di grande aiuto”. Situazione questa di estrema delicatezza, e oggetto di un vivace dibattito; il professor Muller all’epoca concluse: “Sulla base di queste considerazioni appare razionale una ricerca che porti alla individuazione di parametri endocrini la cui valutazione comparata con quelle delle condizioni di base possa diminuire sensibilmente i margini di incertezza relativi a una diagnosi differenziale tra una secrezione spontanea aumentata di GH e l’assunzione esogena impropria a fini dopanti dell’ormone in modo da giungere a una diagnosi differenziale e ridurre i margini di incertezza relativa tra una spontanea ipersecrezione di questo ormone e la somministrazione esogena, o impropria, a fini dopanti”.
Il GH, o somatotropina, è un ormone che influenza il metabolismo degli zuccheri, stimola la sintesi delle proteine e aumenta la distruzione dei grassi, favorisce la crescita. E’ secreto in una parte del cervello, l’ipofisi anteriore (nelle cellule somatotrope) sotto il controllo di due fattori: a) growth hormone-releasing (GRH ad attività stimolante); b) somatostatina ad attività inibente.
Adoperato nella terapia medica per i bambini con un ritardo dell’accrescimento, ad esempio il nanismo ipofisario, il GH aumenta la massa muscolare, la forza. Attualmente è adoperato quello ottenuto con la tecnica del DNA ricombinante che permette di preparare ormoni di struttura identica a quella umana; molto pericoloso è quello proveniente da cadaveri che può provocare quella grave sindrome neurologica chiamata Creutzfeld-Jakob (“mucca pazza”).
L’uso dunque di sostanze farmacologiche adoperate illecitamente per migliorare una prestazione atletica, o per “mascherare” il loro utilizzo, non ha mai cessato di esistere. L’ormone della crescita prodotto dall’organismo è infatti indistinguibile da quello introdotto a scopo doping, è perciò un’opportunità il “passaporto endocrinologico” che permetterà di scovare una eventuale assunzione dell’ormone della crescita a scopo non terapeutico bensì dopante.
Tale passaporto, sia per atleti di èlite che amatoriali, dovrà avere lo scopo di acquisire informazioni sullo stato di salute dell’atleta; attualmente invece non va avanti, a parte qualche caso, il passaporto biologico dell’atleta, in special modo, per il calcio.
Per quanto riguarda questo sport infatti c’è solamente una “dichiarazione d’intenti” a favore di una serie di controlli ematici, che andrebbero fatti a sorpresa, per il passaporto biologico. E’ quello che, in pratica, ha fatto il giudice Raffaele Guariniello, con il processo alla Juventus.
Il “passaporto biologico” (riconosciuto da ben 25 sport) che, come già detto, ha il suo fondamento nei controlli a sorpresa, avrebbe la funzione di stigmatizzare, come una sorta di fotografia, ogni atleta nei suoi parametri fondamentali, determinando la variabilità per ogni atleta che verrebbe fermato se i propri valori risultassero alterati.
Se pensiamo al calciatore, e gli atleti in genere, sia d’èlite che amatoriali, sono vittime e propri carnefici al tempo stesso (più o meno consapevolmente) nella ricerca e nel bisogno di una sempre maggiore “produttività atletica”. Tutto ciò porta alla utilizzazione (o alla sottomissione) del doping, a un uso indiscriminato di sostanze farmacologiche.
Il nodo sta nell’incrementare le prestazioni atletiche attraverso l’utilizzo illecito di farmaci, del doping, per soddisfare non tanto i “propri bisogni” quanto quelli di un sistema oramai commercializzato, come nel calcio, gestito come una vera e propria industria. Pensare all’antidoping non vuol dire, però, solo repressione e controlli (il controllato non può essere controllore), bensì giocare d’anticipo, educare e proporre una diversa cultura della società e dello sport, soprattutto tra i giovani e nelle scuole.
Va costruita una vera alternativa a una società dopata come è la nostra, ove il medico (e qui la questione morale-giudiziaria di molti medici sportivi va aperta) torni a essere medico con caratteristiche etiche, quindi morali, degne di una società civile. E’ opportuno ricordare che gli Stati Uniti (esiste una ricca documentazione) hanno coperto, per moltissimi anni, gli atleti dopati; il cosiddetto “doping di stato”, presente anche nel nostro paese, non coinvolgeva solamente l’Unione Sovietica o i paesi dell’est, ma era ben radicato anche tra le amministrazioni statunitensi.
I Top gun americani inoltre, quelli che hanno bombardato l’Afhganistan e l’Iraq, si rendevano “più efficienti e impavidi” grazie all’uso delle “Go Pills”: pillole a base di Dexdrina, un’amfetamina usata anche per combattere la stanchezza. Nel rientrare alla base, poi, per placare la furia guerresca non c’era di meglio delle “No Go Pills”: compresse a base di sedativi; e così di continuo, in un ritmo incessante. Sembrerebbe perfetto, la quadratura del cerchio, peccato però che alcune volte i Top Gun, sotto l’effetto di troppe “Go Pills”, bombardavano un banchetto nunziale o quant’altro si muoveva sotto i loro occhi senza rendersi conto di cosa stavano colpendo. Attualmente (Aerospace Medicine, Blog, Flight Medicine, Military Aviation Medicine 2014) gli Stati Uniti ed altre nazioni usano moderni stimolanti per migliorare la “Performance” nei combattimenti.
Anche questo è Doping di stato!
Se pensiamo agli Stati Uniti tanto per fare qualche esempio ricordo che il doping genetico era già conosciuto più di 15 anni fa (ricordo l’esperimento con il famoso topo-Schwarzenegger), e l’endocrinologo Robert Kerr – nel lontano 1984 – dichiarò subito dopo le Oimpiadi di Los Angeles che un gran numero di atleti statunitensi si erano sottoposti a pratiche dopanti.
Più recentemente (2014) – ma la questione è ben più antica – è venuto alla ribalta il Repoxygen per una terapia genica che può essere utilizzata nel doping genetico. Il Repoxygen, originariamente sviluppato per trattare l’anemia, in pratica consiste in un segmento di DNA che stimola la sintesi di eritropoietina. Ne vengono aumentati il numero dei Globuli Rossi, viene aumentata la capacità di trasportare ossigeno e questo migliora, nell’atleta la capacità aerobica.
Tornando in casa nostra, come non ricordare in Italia la nota vicenda “Francesco Conconi”, medico italiano che è stato rettore all’Università di Ferrara nonché direttore del Centro Studi Biomedici Applicati allo Sport.
Da WIKIPEDIA: “Nel 2003, Conconi, insieme ai collaboratori Ilario Casoni e Giovanni Grazzi, è stato riconosciuto colpevole dei reati legati al doping con sentenza n. 533-2003 del Tribunale di Ferrara, depositata il 16 febbraio 2004; il tribunale ha dichiarato di non doversi procedere nei confronti degli imputati solo per intervenuta prescrizione, riconoscendone comunque la colpevolezza fino alla data del 9 agosto 1995. Conconi e i suoi collaboratori sono stati assolti non sussistendo alcuna colpa, limitatamente ai fatti successivi al 9 agosto 1995... Il numero degli atleti i cui dati sono inseriti nel file DBLAB è tuttavia notevolmente maggiore (470 secondo quanto riportato dalla sentenza del Tribunale di Ferrara).”
Anni fa fece molto discutere la proposta della Federazione Britannica di Atletica Leggera, in seguito fatta propria dalla Federazione Europea, di ripartire da zero annullando tutti i record di atletica. Nel 2006 il Financial Times avanzò la proposta di fare due tipi di Olimpiadi, una per gli atleti dopati un’altra per quelli che non si dopavano.
A tutt’oggi il problema del doping, con un enorme traffico e “spaccio” a livello mondiale, coinvolgerebbe circa 15,5 milioni di persone, in tutti i settori della società.
L’Agenzia Mondiale Antidoping (AMA-WADA) ha inserito il doping genetico, noto da tempo, nella lista delle sostanze e dei metodi proibiti, definendolo come “uso non terapeutico di cellule, geni ed elementi genetici o della modulazione dell’espressione genetica, con capacità di aumentare le prestazioni atletiche” (AMA-WADA, 2008).
L’ACE-011 è una sostanza farmacologica, frutto di un raffinato processo biotecnologico, nata negli Stati Uniti con la speranza che si possa concretamente utilizzare per l’osteoporosi, ma anche per i tumori ossei e alcune forme anemiche molto gravi dove l’unica terapia effettiva, e definitiva, sarebbe il trapianto di midollo osseo.
Questo composto agirebbe anche sul meccanismo di produzione dei globuli rossi; si tratta, quindi, di una sostanza farmacologica molto importante ma che, per le sue caratteristiche sulla produzione dei globuli rossi, risulterebbe molto più efficiente e rapida, nell’organismo umano, dell’eritropoietina, il famoso EPO.
Questa sostanza, nei fatti, è un doping di tipo genetico e tecnologico molto più complicato da rilevare; con l’attuazione però del passaporto biologico questo tipo di doping si potrebbe scoprire. Quello che è importante sapere è che l’industria del Doping è già avanti di molti passi rispetto a chi cerca di scoprirlo.
Per mascherare il doping a base di testosterone e sostanze affini, gli atleti potrebbero bere del tè verde o bianco, in questo modo non verrebbero scoperti; lo hanno affermato dei ricercatori della Kingston University di Londra prima delle ultime olimpiadi.
Le catechine, sostanze presenti nel tè verde e in quello bianco (non in quello nero), possono infatti “mascherare” il testosterone quando è in eccesso e “bloccare” gli enzimi che contrassegnano le molecole per l’escrezione.
Lo studio mostra che le catechine disattivano un enzima che controlla la produzione del testosterone glucuronide e così, consumando tè verde o bianco, il testosterone viene bloccato, e non viene escreto adeguatamente con le urine. Alla ricerca antidoping il risultato è la negatività.
La cosa migliore da fare in questo caso non è il test delle urine, ma quello del sangue degli atleti. Il tè bianco deriva dalle gemme apicali prima che schiudono, della Camelia sinensis, che, per prevenire l’ossidazione, vengono lasciate essiccare al sole. Il nome “tè bianco” deriva dalla sottile peluria bianco-argentata che ricopre i germogli e dà, alla pianta un aspetto biancastro e il tè è di un color giallo pallido.
C’è molto altro da dire e noi lo diremo.
Prof. Roberto Suozzi
Medico chirurgo
Specialista in Farmacologia Clinica e Medicina dello Sport
Medico chirurgo
Specialista in Farmacologia Clinica e Medicina dello Sport
Fonte
10/11/2015
Atletica russa sotto accusa per doping, un passo avanti nello scontro geopolitico
La sortita della Wada – l'agenzia internazionale antidoping – dà la misura dello scontro geopolitico di questi tempi. Non c'è infatti alcun dubbio che la richiesta di escludere la Russia dalle prossime Olimpiadi, specificamente nell'atletica leggera, sia un fatto politico di prima grandezza, così come lo è la lettura restituitaci da tutti media di regime. Ma in storie come questa non ci sono innocenti, e sarà bene – nonostante si stia parlando di sport, nel suo aspetto peggiore – evitare di atteggiarsi a tifosi beoti.
I fatti, per orizzontarsi. La Wada ha presentato un rapporto di 323 pagine, in cui dà conto di decine di casi di doping in tutto il mondo e in tutte le discipline sportive. La Russia è citata per 225 casi, la Turchia per 188, la Francia per 106, addirittura l'India (95 casi) precede il Belgio (94, nonostante sia un “piccolo” paese); al sesto posto l'Italia con 83, seguita ad un passo dalla Spagna con 67. Più lontani gli Stati Uniti con appena 43 casi (soltanto?).
Quanto basta a far parlare di malattia contagiosa, visto che il doping non risparmia alcun paese e tantomeno singole discipline (nell'equitazione, per dire, spesso si dopa il cavallo, non necessariamente il cavaliere).
Perché sanzionare, e in modo così pesante, soltanto la Russia? Qui si passa, anche nel rapporto della Wada, dalle considerazioni tecnico-scientifiche a quelle politiche: “Nell'atletica russa il doping è totale e di stato. Le medaglie vinte a Londra 2012 – 17 tra ori, argenti e bronzi – hanno sabotato i Giochi”. Nell'atletica, a Londra, la Russia arrivò seconda dietro gli Stati Uniti.
Nel caso russo viene inoltre documentata l'impossibilità pratica di condurre “controlli a sorpresa” (l'unico modo reale di “beccare” qualcuno, visto che le sostanze dopanti possono essere coperte o fisiologicamente smaltite nel giro di alcuni giorni), l'intervento di “servizi segreti” o comunque polizieschi nella gestione-distruzione delle provette con i prelievi fatti agli atleti, la corruzione di alcuni medici e dirigenti sportivi che “coprivano” in vario modo gli atleti comunque riscontrati “positivi” ai test.
Non c'è motivo di dubitare che questi riscontri siano veritieri. Quel che “stupisce” nel consiglio dato dalla Wada alla Iaaf (la federazione internazionale di atletica leggera) è la sua unicità. Nessun altro paese viene considerato meritevole di sanzioni altrettanto pesanti (neanche la Turchia, seconda in questa disonorevole classifica, quasi alla pari con la Russia, nonostante disponga di un numero di atleti di alto livello molto inferiore).
Il “consiglio” arriva fra l'altro a una federazione che ha perso da pochi mesi il suo presidente – il senegalese Lamine Diack, finito sotto fermo di polizia insieme ai due figli, al consigliere economico della Iaaf e al capo francese dell’antidoping – con l'accusa di corruzione. Il nuovo reggente, una leggenda del mezzofondo mondiale, l'inglese Sebastian Coe, si è messo immediatamente a disposizione dell'accusa chiedendo alla Russia di “chiarire entro domenica” la situazione. I vertici dello sport russo hanno ovviamente risposto che si tratta di un “attacco politico”, che si aggiunge a quello avvenuto in Ucraina.
E anche qui non c'è da dubitare che sia vero. Siamo insomma nella classica situazione della tragedia, in cui entrambi i soggetti del conflitto possono accampare numerose ragioni a proprio favore. Nascondendo, in questo caso, una quantità innumerevole di torti.
Il doping è il tumore che sta uccidendo lo sport, ma è una derivata logica della ricerca smodata del profitto, del prestigio nazionale, del successo personale. Stiamo dicendo cose risapute, lo sappiamo; così come lo sanno i vertici dello sport – dunque della politica – globale.
Mettiamola così. Il corpo umano ha dei limiti prestazionali, che possono essere un po' allargati tramite l'allenamento, l'affinamento della tecnica, la cura dell'alimentazione, ecc. Progressi evidenti e clamorosi possono essere osservati su qualunque essere umano che si metta a fare uno sport qualsiasi, al seguito di un allenatore mediamente competente.
Ma nel giro di pochi anni si arriva inevitabilmente al nuovo limite – quello di un corpo allenato e addestrato tecnicamente – che diventa quasi impossibile da superare con un ulteriore aumento dei carichi di lavoro o l'evoluzione del gesto tecnico. Diciamo che i progressi, a quel punto diventano infinitesimali, nell'ordine dei millesimi di secondo nelle corse o dei millimetri nei lanci e nei salti. Un nuovo record diventa possibile solo se cambiano i parametri fisici fin lì considerati ottimali – per esempio Usain Bolt, con i suoi quasi due metri, in una specialità considerata appannaggio "naturale" di gente molto meno alta – oppure “potenziando” artificialmente il fisico. Col doping, ovvero con un numero sempre crescente di sostanze chimico-sintetiche prodotte da un ramo specifico dell'industria farmaceutica.
Non c'è paese, oggi, che possa essere considerato “puro”, perché gli atleti e i loro allenatori sono ovunque liberi di muoversi sul mercato, acquistare prodotti e assumerli in totale autonomia, al di fuori di qualsiasi “suggerimento” statale. E anche gli atleti russi hanno questa possibilità. Così come esistono ancora Stati che proteggono o "coltivano" i loro atleti per aumentare il prestigio del paese tramite i successi sportivi. Ed anche i paesi occidentali esitano molto prima di “bruciare” un proprio campione clamorosamente dopato (Pantani e Schwazer in Italia, Armstrong e Gatlin negli Usa, per non parlare di Florence Griffith-Joyner, improvvisamente capace di stabilire un record assurdo sui 100 metri piani e poi morta altrettanto improvvisamente a soli 37 anni, ancora considerata “pulita”).
Dunque la decisione di sanzionare la Russia sportiva è supportata da accuse comprovate, ma è una scelta geo-politica che segna un passo avanti nell'escalation che l'imperialismo occidentale sta conducendo da anni contro Mosca.
Fonte
I fatti, per orizzontarsi. La Wada ha presentato un rapporto di 323 pagine, in cui dà conto di decine di casi di doping in tutto il mondo e in tutte le discipline sportive. La Russia è citata per 225 casi, la Turchia per 188, la Francia per 106, addirittura l'India (95 casi) precede il Belgio (94, nonostante sia un “piccolo” paese); al sesto posto l'Italia con 83, seguita ad un passo dalla Spagna con 67. Più lontani gli Stati Uniti con appena 43 casi (soltanto?).
Quanto basta a far parlare di malattia contagiosa, visto che il doping non risparmia alcun paese e tantomeno singole discipline (nell'equitazione, per dire, spesso si dopa il cavallo, non necessariamente il cavaliere).
Perché sanzionare, e in modo così pesante, soltanto la Russia? Qui si passa, anche nel rapporto della Wada, dalle considerazioni tecnico-scientifiche a quelle politiche: “Nell'atletica russa il doping è totale e di stato. Le medaglie vinte a Londra 2012 – 17 tra ori, argenti e bronzi – hanno sabotato i Giochi”. Nell'atletica, a Londra, la Russia arrivò seconda dietro gli Stati Uniti.
Nel caso russo viene inoltre documentata l'impossibilità pratica di condurre “controlli a sorpresa” (l'unico modo reale di “beccare” qualcuno, visto che le sostanze dopanti possono essere coperte o fisiologicamente smaltite nel giro di alcuni giorni), l'intervento di “servizi segreti” o comunque polizieschi nella gestione-distruzione delle provette con i prelievi fatti agli atleti, la corruzione di alcuni medici e dirigenti sportivi che “coprivano” in vario modo gli atleti comunque riscontrati “positivi” ai test.
Non c'è motivo di dubitare che questi riscontri siano veritieri. Quel che “stupisce” nel consiglio dato dalla Wada alla Iaaf (la federazione internazionale di atletica leggera) è la sua unicità. Nessun altro paese viene considerato meritevole di sanzioni altrettanto pesanti (neanche la Turchia, seconda in questa disonorevole classifica, quasi alla pari con la Russia, nonostante disponga di un numero di atleti di alto livello molto inferiore).
Il “consiglio” arriva fra l'altro a una federazione che ha perso da pochi mesi il suo presidente – il senegalese Lamine Diack, finito sotto fermo di polizia insieme ai due figli, al consigliere economico della Iaaf e al capo francese dell’antidoping – con l'accusa di corruzione. Il nuovo reggente, una leggenda del mezzofondo mondiale, l'inglese Sebastian Coe, si è messo immediatamente a disposizione dell'accusa chiedendo alla Russia di “chiarire entro domenica” la situazione. I vertici dello sport russo hanno ovviamente risposto che si tratta di un “attacco politico”, che si aggiunge a quello avvenuto in Ucraina.
E anche qui non c'è da dubitare che sia vero. Siamo insomma nella classica situazione della tragedia, in cui entrambi i soggetti del conflitto possono accampare numerose ragioni a proprio favore. Nascondendo, in questo caso, una quantità innumerevole di torti.
Il doping è il tumore che sta uccidendo lo sport, ma è una derivata logica della ricerca smodata del profitto, del prestigio nazionale, del successo personale. Stiamo dicendo cose risapute, lo sappiamo; così come lo sanno i vertici dello sport – dunque della politica – globale.
Mettiamola così. Il corpo umano ha dei limiti prestazionali, che possono essere un po' allargati tramite l'allenamento, l'affinamento della tecnica, la cura dell'alimentazione, ecc. Progressi evidenti e clamorosi possono essere osservati su qualunque essere umano che si metta a fare uno sport qualsiasi, al seguito di un allenatore mediamente competente.
Ma nel giro di pochi anni si arriva inevitabilmente al nuovo limite – quello di un corpo allenato e addestrato tecnicamente – che diventa quasi impossibile da superare con un ulteriore aumento dei carichi di lavoro o l'evoluzione del gesto tecnico. Diciamo che i progressi, a quel punto diventano infinitesimali, nell'ordine dei millesimi di secondo nelle corse o dei millimetri nei lanci e nei salti. Un nuovo record diventa possibile solo se cambiano i parametri fisici fin lì considerati ottimali – per esempio Usain Bolt, con i suoi quasi due metri, in una specialità considerata appannaggio "naturale" di gente molto meno alta – oppure “potenziando” artificialmente il fisico. Col doping, ovvero con un numero sempre crescente di sostanze chimico-sintetiche prodotte da un ramo specifico dell'industria farmaceutica.
Non c'è paese, oggi, che possa essere considerato “puro”, perché gli atleti e i loro allenatori sono ovunque liberi di muoversi sul mercato, acquistare prodotti e assumerli in totale autonomia, al di fuori di qualsiasi “suggerimento” statale. E anche gli atleti russi hanno questa possibilità. Così come esistono ancora Stati che proteggono o "coltivano" i loro atleti per aumentare il prestigio del paese tramite i successi sportivi. Ed anche i paesi occidentali esitano molto prima di “bruciare” un proprio campione clamorosamente dopato (Pantani e Schwazer in Italia, Armstrong e Gatlin negli Usa, per non parlare di Florence Griffith-Joyner, improvvisamente capace di stabilire un record assurdo sui 100 metri piani e poi morta altrettanto improvvisamente a soli 37 anni, ancora considerata “pulita”).
Dunque la decisione di sanzionare la Russia sportiva è supportata da accuse comprovate, ma è una scelta geo-politica che segna un passo avanti nell'escalation che l'imperialismo occidentale sta conducendo da anni contro Mosca.
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06/02/2013
Non solo Epo, l’ex ciclista racconta il doping: “Coca e anfetamine per reggere”
“Quando correvo non ho fatto solo uso di doping. Ho preso anche altra merda: tiravo cocaina per dimagrire, specie in inverno quando è facile mettere su qualche chilo di troppo; mi impasticcavo di anfetamine per fare super allenamenti di molte ore”. Quella dell’ex ciclista professionista Graziano Gasparre (leggi la scheda sulla sua carriera)
è una confessione choc. La prima senza i filtri della televisione o
degli avvocati. Perché dopo anni di droghe e di veleni il fisico
presenta il conto. Tumore alla natica. Per i medici la causa potrebbe
esser stata il doping. Intervento chirurgico ed esami di laboratorio.
Gasparre è salvo, ma ha avuto paura. E ha deciso di parlare. Senza paracadute e in esclusiva a ilfattoquotidiano.it.
Perché racconta tutto proprio ora?
Per il bene del ciclismo, perché la mia testimonianza possa aiutare gli altri a non rovinarsi la vita per una stupida soddisfazione personale. A me è stato asportato un frammento nodulare di quasi 4 cm. L’operazione è perfettamente riuscita, ora sto bene e nei giorni scorsi ho ricevuto i risultati dell’esame istologico: il tumore era benigno.
Per il chirurgo che ha eseguito l’intervento potrebbe essersi trattato di un effetto collaterale del doping di cui ha abusato per anni.
Esatto: la formazione è cresciuta proprio nel punto in cui ho fatto tantissime iniezioni intramuscolari, il mio corpo non è riuscito ad assorbire quelle schifezze.
Di che schifezze stiamo parlando?
L’epo, ovviamente; ma anche Gh (l’ormone della crescita) e testosterone. Ma è quello che fanno un po’ tutti i corridori professionisti, né più né meno. Avevo un preparatore, da cui andavo un paio di volte al mese, e insieme alla tabella di allenamento mi somministrava anche i farmaci. Una preparazione mirata alle gare più importanti della stagione, nulla di eccezionale nel ciclismo.
Si dice che i ciclisti inizino a drogarsi sin da giovanissimi. E’ vero?
Da dilettante, quando andavo fortissimo, ero pulito: non posso dire che corressi a pane e acqua, perché tra vitamine e integratori c’è sempre una forte componente farmaceutica, ma niente doping. Ho cominciato quando ho lasciato la Mapei, con la squadra con cui ho corso la Milano-Sanremo e il Giro d’Italia (il nome non lo fa, ma si tratta della De Nardi-Colpack, in cui hanno militato alcuni pezzi da novanta del ciclismo – Honcar e Visconti su tutti – che negli anni successivi hanno avuto problemi con il doping, nda). In quei due anni ho fatto uso di sostanze illecite in maniera programmatica.
Come fa un corridore a procurarsi le sostanze illecite?
Fu un’idea che venne di comune accordo a me e alla squadra. Quando vedi sfrecciarti davanti corridori che hai sempre battuto, cominci a farti delle domande. Chiedevo ai miei manager se andassi piano e loro mi rispondevano di no, che avevo solo bisogno di un aiutino. Uno dei dirigenti della squadra mi propose: “Perché non proviamo a fare qualcosina?”. Fu lui a indicarmi il nome di un dottore da cui andare. Provammo e cominciai a volare. Da allora, finché ho corso per quella squadra, non ho più smesso.
Quindi la dirigenza della squadra era a conoscenza del doping?
Certo che sapevano! Ma la responsabilità è tutta dei corridori: il dottore era a carico mio, anche se erano stati loro ad indicarmelo, ero io a pagare profumatamente le sue prestazioni e le sostanze. E questo perché se poi ti pizzicano loro devono uscirne puliti: si scandalizzano, ti licenziano pure. Funziona così.
Sono le società a organizzare ‘collettivamente’ le assunzioni di sostanze vietate?
A parte i casi di doping di squadra, di solito ognuno se la vede da solo. Non so, per esempio, se come me anche i miei compagni di allora si dopassero. Ma dal preparatore che frequentavo ho incontrato spesso altri ciclisti. Il dottore ci fissava gli appuntamenti in maniera che noi ciclisti non ci incontrassimo. “Per rispettare la privacy” ci rassicurava. Ma nel corso di quei due tre anni avrò incontrato una decina di ciclisti: pezzi da novanta del ciclismo italiano, gente che ha vinto tappe al Giro d’Italia o prove di Coppa del Mondo, alcuni sono ancora in attività. Adesso non me la sento di dire chi sono: ci sarebbero delle ovvie conseguenze, anche legali, e in questo momento io devo pensare innanzitutto alla mia salute. Quando tutto sarà finito, farò anche i nomi.
Due anni di doping ‘programmato’ e nessuna positività ai controlli. Come è possibile?
C’è poco da sorprendersi. Il medico che mi seguiva era bravo, programmava i trattamenti in modo da non incappare in questo genere di problemi: assumevo il doping soprattutto in inverno, ed arrivavo in primavera pulito e al massimo della forma. E i controlli non sono poi così efficaci: quelli regolari vengono elusi in questa maniera, quelli a sorpresa spesso non sono davvero a sorpresa…
Significa che i corridori vengono avvisati?
Non è raro che arrivi la ‘soffiata’. Ricordo un episodio in particolare: nel 2006 avevo vinto una tappa di una corsa italiana importante e ricevetti una telefonata da un mio ex compagno di squadra, che mi disse che il giorno dopo ci sarebbero stati dei test a sorpresa. Era vero. Io quella volta stavo tranquillo, ero pulito. Ma se non lo fossi stato avrei potuto salvarmi. Cosa che sicuramente avranno fatto altri.
La lotta al doping senza quartiere condotta dall’Uci è solo una messa in scena?
Non so se il pesce puzzi dalla testa, o siano solo alcuni ispettori Uci ad essere conniventi. Di certo ci sono troppi interessi in ballo, che legano squadre, case farmaceutiche, dirigenti. Per fare un piccolo esempio, sono quasi certo che il manager che mi fece il nome del medico da cui mi dopavo, avesse una percentuale sulla sua parcella: più corridori gli portava, più soldi facevano. La verità è che il doping è un business, a molti fa comodo che resti in piedi.
Ma c’è qualche mosca bianca o i ciclisti sono davvero tutti dopati?
E’ difficile dirlo. Sicuramente c’è ancora chi crede in uno sport pulito: incontrare le persone giuste può fare la differenza. Penso a dirigenti seri, come Giorgio Squinzi, il patron della Mapei. O Ivano Fanini, che mi diede una chance dopo l’infortunio. Ivano una volta mi mise addirittura le mani addosso, quando sospettava che mi dopassi: ma ero pulito, glielo dimostrai e facemmo pace. Con Ivano siamo rimasti legatissimi, è una delle persone che più mi è stata vicina in questo periodo difficile. Ma purtroppo sono delle eccezioni. Anche alla Mapei, nonostante tutti i controlli del professor Sassi, ci sono stati dei casi di positività. Per questo credo che almeno il 90% dei corridori professionisti faccia uso di doping: si dopano i capitani per vincere e i gregari per aiutarli. Nessuno si salva da questo sistema.
E non c’è nessuno che si ribella perché vinto dal rimorso?
Io non ho mai avuto rimorsi. Quando vai forte ti senti bene, ti dimentichi di tutto. E’ come andare giù in discesa a 90 all’ora, l’adrenalina cancella la paura: quando finisci di correre e sei sotto la doccia magari ci pensi, ma il giorno dopo rifai tutto da capo. Anche perché non mi sentivo un dopato, non avevo sensi di colpa: mi comportavo come tutti gli altri, lo facevo solo per competere ad armi pari. Una volta che cominci e che vedi gli effetti, è difficile uscirne: temi di andare piano, di restare senza contratto. Chi non l’ha provato probabilmente non può capire. La squadra ti dà ‘solo’ un consiglio, nessuno ti obbliga a doparti, ma quando sei in gruppo ti rendi conto che o ti adegui al sistema o smetti di correre.
Cos’altro imponeva il sistema?
Quando correvo io non ho fatto uso solo di doping, ho preso anche altra merda, come cocaina e anfetamine. Nel ciclismo la droga è più diffusa di quanto si pensi: ho cominciato su consiglio di un compagno di allenamenti che pure lo faceva, poi è diventato un vizio che mi ha accompagnato negli anni. E non solo per il gusto dello ‘sballo’, ma sempre a fini professionali: tiravo per dimagrire, specie in inverno quando è facile mettere su qualche chilo di troppo; mi impasticcavo per fare super allenamenti di molte ore. Chi si dopa è in qualche maniera ‘predisposto’ a fare uso di stupefacenti. E pure questa diventa una dipendenza: il vizio della cocaina mi ha accompagnato negli anni, anche dopo il 2005. Poi sono riuscito a smettere, di botto, perché stavo perdendo la mia famiglia, mia moglie e mio figlio, quel che ho di più caro al mondo. E adesso c’è stato il tumore.
Ora come vive un ex dopato?
Ho accettato di piegarmi al sistema e di drogarmi per una stupida soddisfazione personale. Un errore che mi stava distruggendo la vita. E’ una cosa che non può succedere. Per questo oggi parlo. E spero che qualcuno mi ascolti.
Fonte
Perché racconta tutto proprio ora?
Per il bene del ciclismo, perché la mia testimonianza possa aiutare gli altri a non rovinarsi la vita per una stupida soddisfazione personale. A me è stato asportato un frammento nodulare di quasi 4 cm. L’operazione è perfettamente riuscita, ora sto bene e nei giorni scorsi ho ricevuto i risultati dell’esame istologico: il tumore era benigno.
Per il chirurgo che ha eseguito l’intervento potrebbe essersi trattato di un effetto collaterale del doping di cui ha abusato per anni.
Esatto: la formazione è cresciuta proprio nel punto in cui ho fatto tantissime iniezioni intramuscolari, il mio corpo non è riuscito ad assorbire quelle schifezze.
Di che schifezze stiamo parlando?
L’epo, ovviamente; ma anche Gh (l’ormone della crescita) e testosterone. Ma è quello che fanno un po’ tutti i corridori professionisti, né più né meno. Avevo un preparatore, da cui andavo un paio di volte al mese, e insieme alla tabella di allenamento mi somministrava anche i farmaci. Una preparazione mirata alle gare più importanti della stagione, nulla di eccezionale nel ciclismo.
Si dice che i ciclisti inizino a drogarsi sin da giovanissimi. E’ vero?
Da dilettante, quando andavo fortissimo, ero pulito: non posso dire che corressi a pane e acqua, perché tra vitamine e integratori c’è sempre una forte componente farmaceutica, ma niente doping. Ho cominciato quando ho lasciato la Mapei, con la squadra con cui ho corso la Milano-Sanremo e il Giro d’Italia (il nome non lo fa, ma si tratta della De Nardi-Colpack, in cui hanno militato alcuni pezzi da novanta del ciclismo – Honcar e Visconti su tutti – che negli anni successivi hanno avuto problemi con il doping, nda). In quei due anni ho fatto uso di sostanze illecite in maniera programmatica.
Come fa un corridore a procurarsi le sostanze illecite?
Fu un’idea che venne di comune accordo a me e alla squadra. Quando vedi sfrecciarti davanti corridori che hai sempre battuto, cominci a farti delle domande. Chiedevo ai miei manager se andassi piano e loro mi rispondevano di no, che avevo solo bisogno di un aiutino. Uno dei dirigenti della squadra mi propose: “Perché non proviamo a fare qualcosina?”. Fu lui a indicarmi il nome di un dottore da cui andare. Provammo e cominciai a volare. Da allora, finché ho corso per quella squadra, non ho più smesso.
Quindi la dirigenza della squadra era a conoscenza del doping?
Certo che sapevano! Ma la responsabilità è tutta dei corridori: il dottore era a carico mio, anche se erano stati loro ad indicarmelo, ero io a pagare profumatamente le sue prestazioni e le sostanze. E questo perché se poi ti pizzicano loro devono uscirne puliti: si scandalizzano, ti licenziano pure. Funziona così.
Sono le società a organizzare ‘collettivamente’ le assunzioni di sostanze vietate?
A parte i casi di doping di squadra, di solito ognuno se la vede da solo. Non so, per esempio, se come me anche i miei compagni di allora si dopassero. Ma dal preparatore che frequentavo ho incontrato spesso altri ciclisti. Il dottore ci fissava gli appuntamenti in maniera che noi ciclisti non ci incontrassimo. “Per rispettare la privacy” ci rassicurava. Ma nel corso di quei due tre anni avrò incontrato una decina di ciclisti: pezzi da novanta del ciclismo italiano, gente che ha vinto tappe al Giro d’Italia o prove di Coppa del Mondo, alcuni sono ancora in attività. Adesso non me la sento di dire chi sono: ci sarebbero delle ovvie conseguenze, anche legali, e in questo momento io devo pensare innanzitutto alla mia salute. Quando tutto sarà finito, farò anche i nomi.
Due anni di doping ‘programmato’ e nessuna positività ai controlli. Come è possibile?
C’è poco da sorprendersi. Il medico che mi seguiva era bravo, programmava i trattamenti in modo da non incappare in questo genere di problemi: assumevo il doping soprattutto in inverno, ed arrivavo in primavera pulito e al massimo della forma. E i controlli non sono poi così efficaci: quelli regolari vengono elusi in questa maniera, quelli a sorpresa spesso non sono davvero a sorpresa…
Significa che i corridori vengono avvisati?
Non è raro che arrivi la ‘soffiata’. Ricordo un episodio in particolare: nel 2006 avevo vinto una tappa di una corsa italiana importante e ricevetti una telefonata da un mio ex compagno di squadra, che mi disse che il giorno dopo ci sarebbero stati dei test a sorpresa. Era vero. Io quella volta stavo tranquillo, ero pulito. Ma se non lo fossi stato avrei potuto salvarmi. Cosa che sicuramente avranno fatto altri.
La lotta al doping senza quartiere condotta dall’Uci è solo una messa in scena?
Non so se il pesce puzzi dalla testa, o siano solo alcuni ispettori Uci ad essere conniventi. Di certo ci sono troppi interessi in ballo, che legano squadre, case farmaceutiche, dirigenti. Per fare un piccolo esempio, sono quasi certo che il manager che mi fece il nome del medico da cui mi dopavo, avesse una percentuale sulla sua parcella: più corridori gli portava, più soldi facevano. La verità è che il doping è un business, a molti fa comodo che resti in piedi.
Ma c’è qualche mosca bianca o i ciclisti sono davvero tutti dopati?
E’ difficile dirlo. Sicuramente c’è ancora chi crede in uno sport pulito: incontrare le persone giuste può fare la differenza. Penso a dirigenti seri, come Giorgio Squinzi, il patron della Mapei. O Ivano Fanini, che mi diede una chance dopo l’infortunio. Ivano una volta mi mise addirittura le mani addosso, quando sospettava che mi dopassi: ma ero pulito, glielo dimostrai e facemmo pace. Con Ivano siamo rimasti legatissimi, è una delle persone che più mi è stata vicina in questo periodo difficile. Ma purtroppo sono delle eccezioni. Anche alla Mapei, nonostante tutti i controlli del professor Sassi, ci sono stati dei casi di positività. Per questo credo che almeno il 90% dei corridori professionisti faccia uso di doping: si dopano i capitani per vincere e i gregari per aiutarli. Nessuno si salva da questo sistema.
E non c’è nessuno che si ribella perché vinto dal rimorso?
Io non ho mai avuto rimorsi. Quando vai forte ti senti bene, ti dimentichi di tutto. E’ come andare giù in discesa a 90 all’ora, l’adrenalina cancella la paura: quando finisci di correre e sei sotto la doccia magari ci pensi, ma il giorno dopo rifai tutto da capo. Anche perché non mi sentivo un dopato, non avevo sensi di colpa: mi comportavo come tutti gli altri, lo facevo solo per competere ad armi pari. Una volta che cominci e che vedi gli effetti, è difficile uscirne: temi di andare piano, di restare senza contratto. Chi non l’ha provato probabilmente non può capire. La squadra ti dà ‘solo’ un consiglio, nessuno ti obbliga a doparti, ma quando sei in gruppo ti rendi conto che o ti adegui al sistema o smetti di correre.
Cos’altro imponeva il sistema?
Quando correvo io non ho fatto uso solo di doping, ho preso anche altra merda, come cocaina e anfetamine. Nel ciclismo la droga è più diffusa di quanto si pensi: ho cominciato su consiglio di un compagno di allenamenti che pure lo faceva, poi è diventato un vizio che mi ha accompagnato negli anni. E non solo per il gusto dello ‘sballo’, ma sempre a fini professionali: tiravo per dimagrire, specie in inverno quando è facile mettere su qualche chilo di troppo; mi impasticcavo per fare super allenamenti di molte ore. Chi si dopa è in qualche maniera ‘predisposto’ a fare uso di stupefacenti. E pure questa diventa una dipendenza: il vizio della cocaina mi ha accompagnato negli anni, anche dopo il 2005. Poi sono riuscito a smettere, di botto, perché stavo perdendo la mia famiglia, mia moglie e mio figlio, quel che ho di più caro al mondo. E adesso c’è stato il tumore.
Ora come vive un ex dopato?
Ho accettato di piegarmi al sistema e di drogarmi per una stupida soddisfazione personale. Un errore che mi stava distruggendo la vita. E’ una cosa che non può succedere. Per questo oggi parlo. E spero che qualcuno mi ascolti.
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