Gli atleti russi non potranno prendere parte alla parata alla cerimonia di apertura delle prossime Olimpiadi di Parigi. Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha deciso martedì a Losanna che gli atleti di Russia e Bielorussia, che gareggiano come “neutrali”, dovranno assumere un ruolo di spettatori allo spettacolo del 26 luglio con 160 barche sulla Senna.
A causa della guerra contro l’Ucraina, gli atleti russi e bielorussi possono competere ai Giochi estivi nella capitale francese solo a determinate condizioni. Tra le altre cose, la bandiera russa, l’inno e altri simboli di stato sono vietati. Inoltre, gli atleti non devono avere alcun legame con l’esercito. Le squadre non sono ammesse.
Alla cerimonia di premiazione, in caso di vittoria di una medaglia, verrà issata una bandiera neutrale e verrà suonato un inno neutrale senza testo, ha spiegato MacLeod.
Una linea severa quella confermata dal Comitato Internazionale Olimpico, ma decisamente contraddittoria rispetto ad un altro Stato – Israele – per il quale viene invocato quantomeno un trattamento analogo a quello riservato alla Russia per i crimini di guerra contro la popolazione palestinese a Gaza. Crimini su cui la Corte Internazionale dell’Aja ha aperto un procedimento per genocidio.
Ieri alcuni attivisti della campagna internazionale BDS hanno protestato davanti alla sede del Comitato Olimpico Internazionale a Losanna, in Svizzera, chiedendo il divieto di Israele a partecipare alle prossime Olimpiadi di Parigi a causa dei crimini di guerra commessi a Gaza.
Venerdi scorso una manifestazione analoga, con analoga richiesta, si è tenuta a Roma sotto la sede del Comitato Olimpico Nazionale (CONI).
Il doppio standard adottato dal CIO è la conferma di un trattamento differenziato tra paese e paese che diventa sempre meno accettabile dalla comunità internazionale, quella vera non quella limitata alle cancellerie dei paesi occidentali.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/03/2024
08/08/2021
La retorica delle Olimpiadi
Le Olimpiadi di Tokyo hanno messo in luce un brutto guaio legato alla retorica sportiva. Non c’entra lo sciovinismo da competizione: fare il tifo insieme è bello e, quando va bene, lo è anche esultare. Il problema inizia in sala stampa, con le interviste agli atleti. Chissà perché, quasi tutti i vincitori si sentono in dovere di trarre una qualche conclusione filosofica dal proprio successo. E il concetto che esprimono è più o meno sempre lo stesso: “Questa medaglia dimostra che se ci credi tutto è possibile”.
Di sicuro gli sportivi dicono questa frase con sincerità e convinzione. Purtroppo, però, rimane una frase sbagliata, per non dire una fesseria. La retorica del “getta il cuore oltre l’ostacolo” è un grande inganno in molti campi dell’esistenza, ma paradossalmente ha più successo proprio nell’ambito in cui la sua falsità è più manifesta: lo sport.
Basta rifletterci un attimo: sei hai le articolazioni fragili, non vincerai l’oro nei 100 metri piani. Se soffri d’asma, non diventerai un campione di stile libero. Se sei alto un metro e sessanta, non schiaccerai mai a canestro. Non importa quanto lo desideri, quanto ti alleni, quanto ci credi. È impossibile e basta, per un motivo brutale quanto ovvio: le condizioni fisiche di partenza non sono uguali per tutti.
Ma andiamo oltre. A pensarci bene, anche quando i mezzi fisici sono comparabili, il successo di un atleta può essere determinato da fattori imperscrutabili. Immaginiamo due nuotatori che toccano la fine della corsia a un centesimo di secondo l’uno dall’altro. Il tizio che arriva in ritardo ci ha creduto meno del primo? Si è allenato meno duramente? Ha fatto meno sacrifici? Probabilmente no, ma ha perso lo stesso.
Questo non significa che le medaglie si vincano solo per superiorità genetica o per fortuna: bisogna anche essere motivati e lavorare sodo. Grazie tante. Il punto è che determinazione e impegno sono condizioni necessarie, ma, da sole, non sufficienti a garantire il successo. Lo sappiamo tutti, in fondo, è dannatamente ovvio, ma ci piace lo stesso pensare che “basta crederci e tutto è possibile”.
Ecco, siamo arrivati al punto della questione. Perché ci piace tanto pensare che “volere è potere”? In effetti, questo genere di retorica si estende ben oltre l'ambito sportivo. Ce la propinano per tutta la vita in messaggi esaltanti, che si presentano come discorsi motivazionali ma in realtà sono marketing (abbigliamento, prodotti per il corpo, automobili, perfino società che vendono luce e gas).
Eppure, la retorica del “se lavori sodo ce la fai” è in realtà il contrario di un discorso motivazionale. È una frase reazionaria, tesa al mantenimento dello status quo. Chi ha di più colpevolizza chi ha di meno per tenerlo dov'è: “Se non ce la fai – è il messaggio – la responsabilità è solo tua: non ci hai creduto abbastanza, non hai lavorato abbastanza”. E per rendere la lezione più convincente, i pochissimi che dal basso riescono a salire (spesso estratti a sorte) vengono esaltati come eroi, come prove viventi che la società in fondo è giusta, perché “se ci credi tutto è possibile”.
Questo show è un trucco per nascondere la realtà, e cioè che la realizzazione personale è spesso impedita da barriere economiche, sociali e culturali che nessuno intende rimuovere né mettere in discussione. Il risultato è che nove volte su 10 il successo è appannaggio di chi parte dalle condizioni migliori: per loro, la frase “volere è potere” ha molto più senso.
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Di sicuro gli sportivi dicono questa frase con sincerità e convinzione. Purtroppo, però, rimane una frase sbagliata, per non dire una fesseria. La retorica del “getta il cuore oltre l’ostacolo” è un grande inganno in molti campi dell’esistenza, ma paradossalmente ha più successo proprio nell’ambito in cui la sua falsità è più manifesta: lo sport.
Basta rifletterci un attimo: sei hai le articolazioni fragili, non vincerai l’oro nei 100 metri piani. Se soffri d’asma, non diventerai un campione di stile libero. Se sei alto un metro e sessanta, non schiaccerai mai a canestro. Non importa quanto lo desideri, quanto ti alleni, quanto ci credi. È impossibile e basta, per un motivo brutale quanto ovvio: le condizioni fisiche di partenza non sono uguali per tutti.
Ma andiamo oltre. A pensarci bene, anche quando i mezzi fisici sono comparabili, il successo di un atleta può essere determinato da fattori imperscrutabili. Immaginiamo due nuotatori che toccano la fine della corsia a un centesimo di secondo l’uno dall’altro. Il tizio che arriva in ritardo ci ha creduto meno del primo? Si è allenato meno duramente? Ha fatto meno sacrifici? Probabilmente no, ma ha perso lo stesso.
Questo non significa che le medaglie si vincano solo per superiorità genetica o per fortuna: bisogna anche essere motivati e lavorare sodo. Grazie tante. Il punto è che determinazione e impegno sono condizioni necessarie, ma, da sole, non sufficienti a garantire il successo. Lo sappiamo tutti, in fondo, è dannatamente ovvio, ma ci piace lo stesso pensare che “basta crederci e tutto è possibile”.
Ecco, siamo arrivati al punto della questione. Perché ci piace tanto pensare che “volere è potere”? In effetti, questo genere di retorica si estende ben oltre l'ambito sportivo. Ce la propinano per tutta la vita in messaggi esaltanti, che si presentano come discorsi motivazionali ma in realtà sono marketing (abbigliamento, prodotti per il corpo, automobili, perfino società che vendono luce e gas).
Eppure, la retorica del “se lavori sodo ce la fai” è in realtà il contrario di un discorso motivazionale. È una frase reazionaria, tesa al mantenimento dello status quo. Chi ha di più colpevolizza chi ha di meno per tenerlo dov'è: “Se non ce la fai – è il messaggio – la responsabilità è solo tua: non ci hai creduto abbastanza, non hai lavorato abbastanza”. E per rendere la lezione più convincente, i pochissimi che dal basso riescono a salire (spesso estratti a sorte) vengono esaltati come eroi, come prove viventi che la società in fondo è giusta, perché “se ci credi tutto è possibile”.
Questo show è un trucco per nascondere la realtà, e cioè che la realizzazione personale è spesso impedita da barriere economiche, sociali e culturali che nessuno intende rimuovere né mettere in discussione. Il risultato è che nove volte su 10 il successo è appannaggio di chi parte dalle condizioni migliori: per loro, la frase “volere è potere” ha molto più senso.
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30/11/2019
Parigi - Sfratti e speculazione in vista dei Giochi Olimpici
Almeno 400 abitanti del 93° dipartimento, nella banlieue nord, perderanno le proprie case a causa della costruzione del Villaggio Olimpico per i Giochi che Parigi ospiterà nel 2024. Tuttavia, in realtà, la zona di Saint-Denis ospiterà gran parte delle gare e delle infrastrutture per la sua vicinanza allo Stade de France e alla futura Gare de Grand Paris. Si tratta di una sostanziale trasformazione dell’intera zona della Plaine del 93°, la quale sarà colpita dai vari progetti prima, durante e dopo le Olimpiadi.
Il Comitato Internazionale Olimpico ha tenuto nei giorni del 26 e 27 novembre a Parigi una riunione di aggiornamento ed eventuale revisione del progetto. Da questa, come dalle precedenti decisioni, sono stati completamente esclusi gli abitanti del 93°, sui quali ricadranno direttamente i costi sociali del progetto, e le associazioni attive per dimostrare le conseguenze e i rischi di questa trasformazione forzata.
Per la costruzione degli impianti olimpici saranno sfrattate diverse unità abitative, una residenza universitaria e il Foyer Adef. Le aziende della zona industriale della vecchia Saint-Ouen saranno sicuramente ricollocate in un’altra parte del dipartimento, così come gli studenti della residenza universitaria. Al contrario, il Foyer Adef dei lavoratori migranti verrà demolito senza soluzioni abitative alternative. Poiché i foyer della regione sono già congestionati, qualsiasi possibile trasferimento sarà fuori da Saint-Denis e Saint-Ouen.
Che ne sarà delle diverse strutture e degli impianti olimpici dopo le Olimpiadi del 2024? La questione è preoccupante, vista l’ampiezza del progetto. Il Villaggio Olimpico si estenderà su 51 ettari, a Saint-Denis, Saint-Ouen e L’Île-Saint-Denis, con 17.000 posti letto per ospitare gli atleti. Dovrebbe essere convertito in 22.000 unità abitative, 900 unità abitative per studenti, 100.000 m² di uffici e 3 ettari di spazio verde. Gli alloggi saranno di alta qualità e quindi finanziariamente inaccessibili per gran parte della popolazione locale.
L’organizzazione dei Giochi Olimpici a Saint-Denis, e tutto ciò che ne deriva, porterà ad un aumento del prezzo dei terreni e delle abitazioni intorno allo Stade de France e al futuro Villaggio Olimpico.
Con la costruzione della Gare de Grand Paris e delle nuove linee della metropolitana – estensione delle linee 12 e 14 e creazione della 16 – Saint-Denis diventerà un’area molto attraente per i promotori immobiliari. I prezzi degli affitti aumenteranno, soprattutto quelli delle abitazioni costruite nell’ambito della conversione degli impianti olimpici. I quartieri popolari della zona subiranno un profondo processo di gentrificazione che costringerà gran parte della popolazione che attualmente vi abita ad andarsene.
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Il Comitato Internazionale Olimpico ha tenuto nei giorni del 26 e 27 novembre a Parigi una riunione di aggiornamento ed eventuale revisione del progetto. Da questa, come dalle precedenti decisioni, sono stati completamente esclusi gli abitanti del 93°, sui quali ricadranno direttamente i costi sociali del progetto, e le associazioni attive per dimostrare le conseguenze e i rischi di questa trasformazione forzata.
Per la costruzione degli impianti olimpici saranno sfrattate diverse unità abitative, una residenza universitaria e il Foyer Adef. Le aziende della zona industriale della vecchia Saint-Ouen saranno sicuramente ricollocate in un’altra parte del dipartimento, così come gli studenti della residenza universitaria. Al contrario, il Foyer Adef dei lavoratori migranti verrà demolito senza soluzioni abitative alternative. Poiché i foyer della regione sono già congestionati, qualsiasi possibile trasferimento sarà fuori da Saint-Denis e Saint-Ouen.
Che ne sarà delle diverse strutture e degli impianti olimpici dopo le Olimpiadi del 2024? La questione è preoccupante, vista l’ampiezza del progetto. Il Villaggio Olimpico si estenderà su 51 ettari, a Saint-Denis, Saint-Ouen e L’Île-Saint-Denis, con 17.000 posti letto per ospitare gli atleti. Dovrebbe essere convertito in 22.000 unità abitative, 900 unità abitative per studenti, 100.000 m² di uffici e 3 ettari di spazio verde. Gli alloggi saranno di alta qualità e quindi finanziariamente inaccessibili per gran parte della popolazione locale.
L’organizzazione dei Giochi Olimpici a Saint-Denis, e tutto ciò che ne deriva, porterà ad un aumento del prezzo dei terreni e delle abitazioni intorno allo Stade de France e al futuro Villaggio Olimpico.
Con la costruzione della Gare de Grand Paris e delle nuove linee della metropolitana – estensione delle linee 12 e 14 e creazione della 16 – Saint-Denis diventerà un’area molto attraente per i promotori immobiliari. I prezzi degli affitti aumenteranno, soprattutto quelli delle abitazioni costruite nell’ambito della conversione degli impianti olimpici. I quartieri popolari della zona subiranno un profondo processo di gentrificazione che costringerà gran parte della popolazione che attualmente vi abita ad andarsene.
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22/11/2018
Milano-Cortina 2026, un’”opportunità imperdibile”. Le Olimpiadi come ipoteca
Lunedì mattina il consiglio comunale di Calgary si è espresso unanimemente per formalizzare il ritiro della candidatura della città canadese ad ospitare le Olimpiadi invernali del 2026. La decisione è maturata in seguito ad un referendum non vincolante che lo scorso 13 novembre ha visto oltre 300 mila cittadini recarsi alle urne per esprimersi sulla questione. Il 56% dei votanti ha bocciato la proposta, e il sindaco stesso della città, convinto promotore del sì, si è trovato costretto ad ammettere come di fronte a un’affluenza tanto alta e ad un voto tanto chiaro non avesse più senso proseguire il discorso olimpico né per il 2026 né per l’edizione ventura del 2030.
Il comitato per il no ha costruito una campagna estremamente semplice, ma efficace, evidenziando quanto dal punto di vista mediatico e politico le Olimpiadi avrebbero distratto la municipalità dall’affrontare i veri problemi dei cittadini, in particolare modo aggravando la questione ambientale e quella abitativa, e divergendo risorse necessarie al sistema sanitario e alla lotta alla povertà crescente.
Nelle previsioni del comune inoltre l’impresa olimpica sarebbe stata in buona parte finanziata da un rialzo di 25 dollari annui delle imposte a carico di ogni famiglia per i seguenti 25 anni. Il comitato per il no da questo punto di vista si è limitato ad evidenziare come questo rincaro potesse divenire ben maggiore, benché già deprecabile, considerando che, soltanto nella fase di valutazione dell’opportunità o meno di presentare la candidatura, i costi avevano sforato il budget per questa fase iniziale del 600%.
Non è certo la prima volta che negli ultimi 5 anni una città si esprime con decisione contro le Olimpiadi, già Innsbruck, Amburgo, Budapest, Cracovia, Monaco e infine Sion, soltanto quest’estate, hanno con forza dato la stessa risposta al Comitato Olimpico Internazionale: NO.
Che le Olimpiadi siano oggi un problema per le comunità locali non è più una sorpresa, dal 1968 a oggi nessuna città ha rispettato in termini di costi il budget previsionale, Tokyo ha rivisto al rialzo il proprio budget per i giochi del 2020 dai 7,3 miliardi iniziali ai 30 miliardi di dollari attuali, Sochi nel 2018 superò il proprio budget del 280%, e procedendo a ritroso di storie virtuose non se ne trovano. La corruzione e la speculazione, così come la devastazione sociale e ambientale di cui le olimpiadi si accompagnano sono ormai temi riconosciuti dall’opinione pubblica internazionale, tanto che il Guardian e il New York Times trovano quasi comiche le analisi costi-benefici (sempre favorevoli e sempre smentite) prodotte per le varie città da compagnie di consulenza private fortemente interessate all’organizzazione dell’evento, e parlano della corsa alle olimpiadi come della competizione che nessuno vuole vincere.
Quali notizie dall’Italia?
Tra tutti i quotidiani che commentano i risultati di Calgary è impossibile trovare un’analisi del risultato, tutto ciò che si può leggere è l’unanime riconoscimento dell’opportunità che le nostre città si trovano nelle mani in seguito alla grande ondata di defezioni.
Zaia, Fontana, Salvini e Sala esultano in silenzio per il ritiro dell’ennesimo concorrente, e invitano a non abbassare la guardia perché la partita non è ancora vinta, sorprendentemente – possiamo dire – resta ancora un avversario, e possiamo solo immaginare come i nostri rappresentanti si sfreghino le mani di fronte ai recenti tentennamenti di Stoccolma, ultima alternativa a Milano-Cortina per i prossimi giochi del 2026.
La nostra “classe dirigente” invece che interrogarsi sull’organizzazione di quello che dovrebbe essere un preventivo imprescindibile passaggio popolare, di fronte a un’impresa che inciderà così pesantemente e negativamente sulla vita di tanti cittadini, mette in ghiaccio lo champagne per festeggiare una vittoria in una competizione senza avversari.
Ma in che modo l’organizzazione di un ennesimo grande evento è un’opportunità per il nostro paese?
Sono ancora freschi nella memoria dei cittadini romani gli incalcolabili costi che la città ha dovuto sopportare per ospitare i mondiali di nuoto 2009, la ormai celeberrima Vela di Calatrava, ancora incompiuta, costata al comune oltre 660 milioni di euro a fronte di un budget iniziale di 60, resta un monumento allo spreco. Di certo più virtuosa non è stata Torino nella valorizzazione degli impianti costruiti in occasione delle olimpiadi del 2006. Le strutture, vendute a pezzi quando non semplicemente dimenticate, offrono oggi dimora a degrado e criminalità come ci ricordano i membri del comitato NoTav. Le piste di Cesana Pariol (78 milioni), Pragelato (54 milioni) e di San Sicario (25 milioni) hanno imposto il disboscamento e la cementificazione di intere montagne e sono oggi abbandonate così come i resti del villaggio olimpico (145 milioni), il Jumping Hotel e tanti altri impianti.
Non è certo un caso che il Movimento 5 stelle proprio facendosi paladino della guerra alle grandi opere abbia ottenuto storiche vittorie nei comuni di Roma e Torino, dove, in particolare modo, il movimento NoTav è riuscito a racchiudere attorno a sé una vera e propria campagna di resistenza culturale a questo tipo di politiche capitalistiche così dannose per le comunità locali.
I 5 stelle tanto opportunisticamente hanno saputo intestarsi politicamente queste lotte popolari da movimento anti-sistema quanto oggi, altrettanto opportunisticamente da forza di governo, sono pronti a voltar loro le spalle per piegare la testa di fronte alle lusinghe o ai diktat del capitale.
Un caso emblematico di questa rinuncia è quello della capitale dove il presidente dell’A.S. Roma Pallotta, forte delle proprie promesse di investimenti in uno stadio sportivo e nella riqualificazione di una zona alluvionata, può permettersi di minacciare i tifosi e ricattare il comune per ottenere l’autorizzazione a edificare 1 milione di metri cubi di torri alte fin oltre i 100 metri (per lo più terziario-direzionali o residenze di lusso). Le battaglie NoTap e NoTav ricordano purtroppo da troppo vicino la questione dello stadio romano, prima fieramente osteggiato poi accettato come investimento improvvisamente imprescindibile, e poco importa dei danni ambientali, dei costi sociali o della corruzione che queste imprese portano con sé, una volta al potere i 5s hanno preferito piegarsi piuttosto che andare a rottura con i poteri forti.
Milano città vetrina, più opaca che pulita
A Milano una consultazione popolare è ritenuta tanto superflua da non essere presa nemmeno in considerazione. Sì perché a Milano va tutto bene, l’economia gira, questo ci viene ripetuto fino allo sfinimento e, se per Milano consideriamo solo la città patinata e imbellettata a cui guarda il capitalismo milanese, il discorso ha senz’altro un senso. Per la nostra classe dirigente le olimpiadi sono solo un espediente funzionale perché la nostra smart city si possa prendere una rivincita sul palcoscenico internazionale dopo che a gennaio ha subito lo smacco del mancato assegnamento da parte dell’UE dell’agenzia europea del farmaco. Sì perché la Milano che i nostri dirigenti vedono non è altro che un prodotto in vetrina, è la città di Citylife e Porta Nuova – fotografate da riviste di moda e tendenza e utilizzate come sfondo per i telegiornali – è la meta privilegiata dei giovani americani e tedeschi che vengono a fare il master in Bocconi, è la città del bosco verticale e degli archilover, è un centro d’elezione per le week dedicate a moda, design, libri e musica dove finalmente l’arte e la cultura sono opportunità di investimento per i grandi sponsor.
Per una città in vetrina un grande evento non è altro che un’ottima occasione per ripulire e rafforzare i poteri dell’amministrazione, non ci ricordiamo come a Como per il Natale 2017 il sindaco emise un’ordinanza perché i barboni fossero portati fuori dal centro per i 45 giorni del periodo natalizio o come per Expo 2015 il comune abbia avuto occasione di sdoganare tutto e di più? Dal lavoro gratuito al cemento autostradale, dalle deroghe al codice degli appalti alla convivenza con la corruzione, dall’uso dei poteri commissariali alla legalizzazione delle marchette stampa, fino alla più grande schedatura di massa di lavoratori mai vista – in centinaia furono tenuti fuori da Expo sulla base di controlli di polizia richiesti dal Governo –. A Expo tutto era giustificato perché per quei sei mesi il mondo ci guardava e non si poteva che ringraziare i magistrati che sapevano dimostrare “sensibilità istituzionale” non indagando durante il grande evento. La corsa e gli affanni che precedono l’organizzazione di un grande evento giustificano ogni nefandezza e abuso, i problemi divengono spazzatura da nascondere sotto i mobili, ma tutto resta sempre legittimo, perché comunque vada, deve essere un successo.
Quando tutto sarà finito l’Olimpiade ci lascerà la solita montagna di sprechi che richiederanno l’intervento del capitale pubblico per ripianare le perdite, tutto come sempre a scapito dei cittadini, va forse diversamente ora che la riqualificazione dell’area di Expo impone la necessità di trasferire le facoltà scientifiche della Statale fuori dalla città solo per rendere più appetibili quei terreni per i grandi capitali? In ogni caso questa è un’operazione che costerà allo stato 130 milioni di fondi europei e che va contro gli interessi degli studenti, che si vedranno ridurre gli spazi a loro disposizione dai 220.000 metri quadri attuali di Città Studi a 150.000. Ma come rinunciare alla socializzazione delle spese di un grande evento pur di attrarre qualche nuovo speculatore?
Un’olimpiade per una città in vetrina vuol dire rafforzamento dei poteri di polizia dell’amministrazione, più ordine, più controlli, più perquisizioni, più sgomberi, più sfratti, offre un grande assist all’edilizia in-sostenibile e alla speculazione – che già oggi è assecondata dal turismo dei grandi eventi e dal fenomeno AirBnB che apprezza gli appartamenti del centro fin oltre i 10.000 euro al metro quadro, e spinge allo sviluppo e alla crescita di veri e propri quartieri-dormitorio nelle periferie –. Significa pulizia del centro dai non presentabili, marginalizzazione e esclusione dei meno abbienti nelle periferie, ghettizzazione dei soggetti potenzialmente disturbatori – tutto questo nel cuore di una regione già saldamente in mano alla Lega nord, che sull’odio razziale e sociale costruisce i suoi successi.
Milano è il modello di sviluppo per questo paese? Retorica troppo spesso assecondata, anche a “sinistra”, per noi da combattere quotidianamente, condizione necessaria per chi vuole rimettere al centro gli interessi di chi subisce le conseguenze di questo modello di sfruttamento.
Fonte
Il comitato per il no ha costruito una campagna estremamente semplice, ma efficace, evidenziando quanto dal punto di vista mediatico e politico le Olimpiadi avrebbero distratto la municipalità dall’affrontare i veri problemi dei cittadini, in particolare modo aggravando la questione ambientale e quella abitativa, e divergendo risorse necessarie al sistema sanitario e alla lotta alla povertà crescente.
Nelle previsioni del comune inoltre l’impresa olimpica sarebbe stata in buona parte finanziata da un rialzo di 25 dollari annui delle imposte a carico di ogni famiglia per i seguenti 25 anni. Il comitato per il no da questo punto di vista si è limitato ad evidenziare come questo rincaro potesse divenire ben maggiore, benché già deprecabile, considerando che, soltanto nella fase di valutazione dell’opportunità o meno di presentare la candidatura, i costi avevano sforato il budget per questa fase iniziale del 600%.
Non è certo la prima volta che negli ultimi 5 anni una città si esprime con decisione contro le Olimpiadi, già Innsbruck, Amburgo, Budapest, Cracovia, Monaco e infine Sion, soltanto quest’estate, hanno con forza dato la stessa risposta al Comitato Olimpico Internazionale: NO.
Che le Olimpiadi siano oggi un problema per le comunità locali non è più una sorpresa, dal 1968 a oggi nessuna città ha rispettato in termini di costi il budget previsionale, Tokyo ha rivisto al rialzo il proprio budget per i giochi del 2020 dai 7,3 miliardi iniziali ai 30 miliardi di dollari attuali, Sochi nel 2018 superò il proprio budget del 280%, e procedendo a ritroso di storie virtuose non se ne trovano. La corruzione e la speculazione, così come la devastazione sociale e ambientale di cui le olimpiadi si accompagnano sono ormai temi riconosciuti dall’opinione pubblica internazionale, tanto che il Guardian e il New York Times trovano quasi comiche le analisi costi-benefici (sempre favorevoli e sempre smentite) prodotte per le varie città da compagnie di consulenza private fortemente interessate all’organizzazione dell’evento, e parlano della corsa alle olimpiadi come della competizione che nessuno vuole vincere.
Quali notizie dall’Italia?
Tra tutti i quotidiani che commentano i risultati di Calgary è impossibile trovare un’analisi del risultato, tutto ciò che si può leggere è l’unanime riconoscimento dell’opportunità che le nostre città si trovano nelle mani in seguito alla grande ondata di defezioni.
Zaia, Fontana, Salvini e Sala esultano in silenzio per il ritiro dell’ennesimo concorrente, e invitano a non abbassare la guardia perché la partita non è ancora vinta, sorprendentemente – possiamo dire – resta ancora un avversario, e possiamo solo immaginare come i nostri rappresentanti si sfreghino le mani di fronte ai recenti tentennamenti di Stoccolma, ultima alternativa a Milano-Cortina per i prossimi giochi del 2026.
La nostra “classe dirigente” invece che interrogarsi sull’organizzazione di quello che dovrebbe essere un preventivo imprescindibile passaggio popolare, di fronte a un’impresa che inciderà così pesantemente e negativamente sulla vita di tanti cittadini, mette in ghiaccio lo champagne per festeggiare una vittoria in una competizione senza avversari.
Ma in che modo l’organizzazione di un ennesimo grande evento è un’opportunità per il nostro paese?
Sono ancora freschi nella memoria dei cittadini romani gli incalcolabili costi che la città ha dovuto sopportare per ospitare i mondiali di nuoto 2009, la ormai celeberrima Vela di Calatrava, ancora incompiuta, costata al comune oltre 660 milioni di euro a fronte di un budget iniziale di 60, resta un monumento allo spreco. Di certo più virtuosa non è stata Torino nella valorizzazione degli impianti costruiti in occasione delle olimpiadi del 2006. Le strutture, vendute a pezzi quando non semplicemente dimenticate, offrono oggi dimora a degrado e criminalità come ci ricordano i membri del comitato NoTav. Le piste di Cesana Pariol (78 milioni), Pragelato (54 milioni) e di San Sicario (25 milioni) hanno imposto il disboscamento e la cementificazione di intere montagne e sono oggi abbandonate così come i resti del villaggio olimpico (145 milioni), il Jumping Hotel e tanti altri impianti.
Non è certo un caso che il Movimento 5 stelle proprio facendosi paladino della guerra alle grandi opere abbia ottenuto storiche vittorie nei comuni di Roma e Torino, dove, in particolare modo, il movimento NoTav è riuscito a racchiudere attorno a sé una vera e propria campagna di resistenza culturale a questo tipo di politiche capitalistiche così dannose per le comunità locali.
I 5 stelle tanto opportunisticamente hanno saputo intestarsi politicamente queste lotte popolari da movimento anti-sistema quanto oggi, altrettanto opportunisticamente da forza di governo, sono pronti a voltar loro le spalle per piegare la testa di fronte alle lusinghe o ai diktat del capitale.
Un caso emblematico di questa rinuncia è quello della capitale dove il presidente dell’A.S. Roma Pallotta, forte delle proprie promesse di investimenti in uno stadio sportivo e nella riqualificazione di una zona alluvionata, può permettersi di minacciare i tifosi e ricattare il comune per ottenere l’autorizzazione a edificare 1 milione di metri cubi di torri alte fin oltre i 100 metri (per lo più terziario-direzionali o residenze di lusso). Le battaglie NoTap e NoTav ricordano purtroppo da troppo vicino la questione dello stadio romano, prima fieramente osteggiato poi accettato come investimento improvvisamente imprescindibile, e poco importa dei danni ambientali, dei costi sociali o della corruzione che queste imprese portano con sé, una volta al potere i 5s hanno preferito piegarsi piuttosto che andare a rottura con i poteri forti.
Milano città vetrina, più opaca che pulita
A Milano una consultazione popolare è ritenuta tanto superflua da non essere presa nemmeno in considerazione. Sì perché a Milano va tutto bene, l’economia gira, questo ci viene ripetuto fino allo sfinimento e, se per Milano consideriamo solo la città patinata e imbellettata a cui guarda il capitalismo milanese, il discorso ha senz’altro un senso. Per la nostra classe dirigente le olimpiadi sono solo un espediente funzionale perché la nostra smart city si possa prendere una rivincita sul palcoscenico internazionale dopo che a gennaio ha subito lo smacco del mancato assegnamento da parte dell’UE dell’agenzia europea del farmaco. Sì perché la Milano che i nostri dirigenti vedono non è altro che un prodotto in vetrina, è la città di Citylife e Porta Nuova – fotografate da riviste di moda e tendenza e utilizzate come sfondo per i telegiornali – è la meta privilegiata dei giovani americani e tedeschi che vengono a fare il master in Bocconi, è la città del bosco verticale e degli archilover, è un centro d’elezione per le week dedicate a moda, design, libri e musica dove finalmente l’arte e la cultura sono opportunità di investimento per i grandi sponsor.
Per una città in vetrina un grande evento non è altro che un’ottima occasione per ripulire e rafforzare i poteri dell’amministrazione, non ci ricordiamo come a Como per il Natale 2017 il sindaco emise un’ordinanza perché i barboni fossero portati fuori dal centro per i 45 giorni del periodo natalizio o come per Expo 2015 il comune abbia avuto occasione di sdoganare tutto e di più? Dal lavoro gratuito al cemento autostradale, dalle deroghe al codice degli appalti alla convivenza con la corruzione, dall’uso dei poteri commissariali alla legalizzazione delle marchette stampa, fino alla più grande schedatura di massa di lavoratori mai vista – in centinaia furono tenuti fuori da Expo sulla base di controlli di polizia richiesti dal Governo –. A Expo tutto era giustificato perché per quei sei mesi il mondo ci guardava e non si poteva che ringraziare i magistrati che sapevano dimostrare “sensibilità istituzionale” non indagando durante il grande evento. La corsa e gli affanni che precedono l’organizzazione di un grande evento giustificano ogni nefandezza e abuso, i problemi divengono spazzatura da nascondere sotto i mobili, ma tutto resta sempre legittimo, perché comunque vada, deve essere un successo.
Quando tutto sarà finito l’Olimpiade ci lascerà la solita montagna di sprechi che richiederanno l’intervento del capitale pubblico per ripianare le perdite, tutto come sempre a scapito dei cittadini, va forse diversamente ora che la riqualificazione dell’area di Expo impone la necessità di trasferire le facoltà scientifiche della Statale fuori dalla città solo per rendere più appetibili quei terreni per i grandi capitali? In ogni caso questa è un’operazione che costerà allo stato 130 milioni di fondi europei e che va contro gli interessi degli studenti, che si vedranno ridurre gli spazi a loro disposizione dai 220.000 metri quadri attuali di Città Studi a 150.000. Ma come rinunciare alla socializzazione delle spese di un grande evento pur di attrarre qualche nuovo speculatore?
Un’olimpiade per una città in vetrina vuol dire rafforzamento dei poteri di polizia dell’amministrazione, più ordine, più controlli, più perquisizioni, più sgomberi, più sfratti, offre un grande assist all’edilizia in-sostenibile e alla speculazione – che già oggi è assecondata dal turismo dei grandi eventi e dal fenomeno AirBnB che apprezza gli appartamenti del centro fin oltre i 10.000 euro al metro quadro, e spinge allo sviluppo e alla crescita di veri e propri quartieri-dormitorio nelle periferie –. Significa pulizia del centro dai non presentabili, marginalizzazione e esclusione dei meno abbienti nelle periferie, ghettizzazione dei soggetti potenzialmente disturbatori – tutto questo nel cuore di una regione già saldamente in mano alla Lega nord, che sull’odio razziale e sociale costruisce i suoi successi.
Milano è il modello di sviluppo per questo paese? Retorica troppo spesso assecondata, anche a “sinistra”, per noi da combattere quotidianamente, condizione necessaria per chi vuole rimettere al centro gli interessi di chi subisce le conseguenze di questo modello di sfruttamento.
Fonte
23/09/2018
Olimpiadi. Il gioco delle tre corti
Assistiamo al degradante balletto olimpico con crescente curiosità. Sottolineiamo che ci troviamo in presenza di un’enorme bolla mediatica, dato che i fatti sono completamente assenti.
Al momento esiste questa sgangherata idea che le Olimpiadi del 2026 possano essere organizzate prive di coperture statali: un bluff. A meno che i futuri soggetti coinvolti non decidano di tagliare i fondi sanitari, aumentare le aliquote fiscali o contrarre nuovi debiti.
Ma, siamo certi di questo, le coperture del governo arriveranno: non subito, ma arriveranno.
Arriveranno perché saranno stornate dalle priorità sociali del paese, sempre più povero, sempre più a pezzi.
Ora che l’infelice e sciagurata avventura olimpica spetta a Milano e Cortina (sempre che non vi siano improvvidi ritorni d’interesse della giunta torinese) occorre che l’opposizione ai Grandi Eventi si sviluppi su scala nazionale: in questo senso l’assemblea torinese del 9 settembre scorso ha dato buoni frutti, grazie alla partecipazione di alcuni militanti dell’associazione milanese Off Topic, da tempo attiva nel vigilare a protezione della propria città contro ogni politica predatrice.
Per quanto concerne Torino, la città dove operiamo, siamo ovviamente soddisfatti dell’esito: il nostro lavoro parallelo a quello dei consiglieri “contrari” del M5s – che non abbiamo mai sostenuto pubblicamente e che non ci rappresentano – hanno messo in chiaro che non esistono le condizioni sociali, economiche e culturali per organizzare le Olimpiadi del 2026.
Noi, al momento, abbiamo contribuito a salvare la città dal saccheggio che colpirà coloro che oggi gioiscono per aver già in tasca la candidatura per il 2026.
Storia finita a Torino, quindi? Dipende dal valore che si darà alla parola democrazia. Al momento una delibera votata dalla maggioranza dal M5s impedisce la candidatura dato che sono presenti, e votati, quattro punti in totale antitesi rispetto l’attuale ipotesi Milano-Cortina.
Per queste ragioni l’impegno del Coordinamento No Olimpiadi proseguirà, nella piena convinzione che proteggere il nostro ambiente possiede più che mai una valenza etica e morale. Finché i terreni che ospitano gli ex-impianti, che ora versano in stato di totale abbandono e incuria, non verranno restituiti alla loro iniziale condizione, ci saranno sempre speculatori pronti a proporre un loro nuovo utilizzo in chiave Olimpica. E dunque, chiediamo a gran voce, in nome dell’autentico benessere delle popolazioni interessate, che vengano trovate le risorse per il rimboschimento di questi siti, una volta ripuliti dalle carcasse di plastica e metallo che servirono ai quindici giorni dello sperpero a cinque cerchi del 2006. È giunto il momento di tornare a vivere in armonia, sicuri da alluvioni e valanghe che sono causate da un inclinazione faustiana al dominio cieco e ottuso del nostro habitat.
Siamo stanchi di una politica che non sa prevedere le catastrofi causate dall’incuria e dall’avidità, e che sa soltanto piangere le morti quando ormai è troppo tardi. Di anno in anno, il numero di città candidate alle Olimpiadi Invernali scende fino ridursi a poche unità, spia evidente, che nel mondo, ben pochi vogliono convogliare le risorse pubbliche per una kermesse che non porta alcun vero benessere, soltanto in Italia si ripetono all’infinito vuoti slogan a favore delle Olimpiadi, nel tentativo di colmare un distacco imbarazzante dalla realtà dei fatti.
Sabato 6 ottobre, nel centro di Torino, in Piazza Santa Giulia, il Coordinamento No Olimpiadi invita la cittadinanza ad un concerto gratuito, scopo della serata sarà quello di sensibilizzare ulteriormente sulla nostra lotta, negli stessi giorni in cui il Cio, a Buenos Aires, deciderà quali saranno le candidature da promuovere, in vista della decisione finale del settembre 2019.
A Milano giovedì 4 Ottobre ore 19:30 (presso Piano Terra, via Federico Confalonieri 3 – Milano) si terrà la prima assemblea metropolitana per informare, approfondire e costruire un fronte contrario nella città.
Inoltre, una nutrita delegazione del Coordinamento No Olimpiadi parteciperà attivamente alle assemblee dei movimenti di base contro le Grandi Opere e i Grandi Eventi, a Venezia il 29 settembre e a Firenze il 6 e 7 ottobre.
Infine, per ribadire con forza e lucidità le proprie posizioni e informare correttamente la popolazione torinese sugli sviluppi futuri, il CoNO convoca una conferenza stampa mercoledì 26 settembre, alle ore 11 di mattina, nelle sale del Municipio di Torino.
Fonte
Al momento esiste questa sgangherata idea che le Olimpiadi del 2026 possano essere organizzate prive di coperture statali: un bluff. A meno che i futuri soggetti coinvolti non decidano di tagliare i fondi sanitari, aumentare le aliquote fiscali o contrarre nuovi debiti.
Ma, siamo certi di questo, le coperture del governo arriveranno: non subito, ma arriveranno.
Arriveranno perché saranno stornate dalle priorità sociali del paese, sempre più povero, sempre più a pezzi.
Ora che l’infelice e sciagurata avventura olimpica spetta a Milano e Cortina (sempre che non vi siano improvvidi ritorni d’interesse della giunta torinese) occorre che l’opposizione ai Grandi Eventi si sviluppi su scala nazionale: in questo senso l’assemblea torinese del 9 settembre scorso ha dato buoni frutti, grazie alla partecipazione di alcuni militanti dell’associazione milanese Off Topic, da tempo attiva nel vigilare a protezione della propria città contro ogni politica predatrice.
Per quanto concerne Torino, la città dove operiamo, siamo ovviamente soddisfatti dell’esito: il nostro lavoro parallelo a quello dei consiglieri “contrari” del M5s – che non abbiamo mai sostenuto pubblicamente e che non ci rappresentano – hanno messo in chiaro che non esistono le condizioni sociali, economiche e culturali per organizzare le Olimpiadi del 2026.
Noi, al momento, abbiamo contribuito a salvare la città dal saccheggio che colpirà coloro che oggi gioiscono per aver già in tasca la candidatura per il 2026.
Storia finita a Torino, quindi? Dipende dal valore che si darà alla parola democrazia. Al momento una delibera votata dalla maggioranza dal M5s impedisce la candidatura dato che sono presenti, e votati, quattro punti in totale antitesi rispetto l’attuale ipotesi Milano-Cortina.
Per queste ragioni l’impegno del Coordinamento No Olimpiadi proseguirà, nella piena convinzione che proteggere il nostro ambiente possiede più che mai una valenza etica e morale. Finché i terreni che ospitano gli ex-impianti, che ora versano in stato di totale abbandono e incuria, non verranno restituiti alla loro iniziale condizione, ci saranno sempre speculatori pronti a proporre un loro nuovo utilizzo in chiave Olimpica. E dunque, chiediamo a gran voce, in nome dell’autentico benessere delle popolazioni interessate, che vengano trovate le risorse per il rimboschimento di questi siti, una volta ripuliti dalle carcasse di plastica e metallo che servirono ai quindici giorni dello sperpero a cinque cerchi del 2006. È giunto il momento di tornare a vivere in armonia, sicuri da alluvioni e valanghe che sono causate da un inclinazione faustiana al dominio cieco e ottuso del nostro habitat.
Siamo stanchi di una politica che non sa prevedere le catastrofi causate dall’incuria e dall’avidità, e che sa soltanto piangere le morti quando ormai è troppo tardi. Di anno in anno, il numero di città candidate alle Olimpiadi Invernali scende fino ridursi a poche unità, spia evidente, che nel mondo, ben pochi vogliono convogliare le risorse pubbliche per una kermesse che non porta alcun vero benessere, soltanto in Italia si ripetono all’infinito vuoti slogan a favore delle Olimpiadi, nel tentativo di colmare un distacco imbarazzante dalla realtà dei fatti.
Sabato 6 ottobre, nel centro di Torino, in Piazza Santa Giulia, il Coordinamento No Olimpiadi invita la cittadinanza ad un concerto gratuito, scopo della serata sarà quello di sensibilizzare ulteriormente sulla nostra lotta, negli stessi giorni in cui il Cio, a Buenos Aires, deciderà quali saranno le candidature da promuovere, in vista della decisione finale del settembre 2019.
A Milano giovedì 4 Ottobre ore 19:30 (presso Piano Terra, via Federico Confalonieri 3 – Milano) si terrà la prima assemblea metropolitana per informare, approfondire e costruire un fronte contrario nella città.
Inoltre, una nutrita delegazione del Coordinamento No Olimpiadi parteciperà attivamente alle assemblee dei movimenti di base contro le Grandi Opere e i Grandi Eventi, a Venezia il 29 settembre e a Firenze il 6 e 7 ottobre.
Infine, per ribadire con forza e lucidità le proprie posizioni e informare correttamente la popolazione torinese sugli sviluppi futuri, il CoNO convoca una conferenza stampa mercoledì 26 settembre, alle ore 11 di mattina, nelle sale del Municipio di Torino.
Fonte
24/03/2018
#Olimpiadi2026 a #Torino? Come si sta muovendo la nuova «Grosse Koalition» del massacro sociale (e perché)
di Maurizio Pagliassotti
«Ci sono momenti in cui è necessario gettare il cuore oltre l’ostacolo. Come diceva XYZ, e pensando anche a quelle parole lontane, ma oggi così vicine, noi diciamo sì. Lo facciamo non a cuor leggero, consapevoli degli errori che sono stati commessi nel passato. Ma è proprio per dimostrare che si può fare bene ciò che è stato fatto male in passato che noi diciamo sì. Perché vogliamo dimostrare che la sostenibilità ambientale ed economica è qualcosa che si può fare. A coloro che dicono “no”, legittimamente, noi rispondiamo: stiamo lavorando anche per voi, per far ritornare la fiducia anche in coloro che l’avevano persa. Daremo tutta la nostra passione e il nostro coraggio per costruire insieme un evento bello, forte, sostenibile, ecologico. Noi trasformeremo gli errori del passato in lavoro, crescita, sviluppo. Quindi Torino [ma forse ci sarà anche Milano, N.d.R.] dice “Sì” alla candidatura per le Olimpiadi di Torino 2026.»
Probabile la deriva «noi ci mettiamo la faccia». Applausi, pagine sul giornale di famiglia, il «coraggio del pragmatismo», «il senso di responsabilità e la visione di futuro», oppure «Torino rilancia la sfida», «ripartenza». Campagna mediatica già ampiamente in corso.
Con ogni probabilità tutto questo, tra pochi giorni, verrà pronunciato dal centro del cratere olimpico di Torino. Città che elegge ogni cinque anni un commissario fallimentare, figura indispensabile per ripianare il maxidebito lasciato dalle Olimpiadi, quelle del 2006.
Dall’uno vale uno, all’uno vale l’altro.
La Stampa di lunedì 30 ottobre 2017, a proposito della difficile situazione finanziaria del Gruppo Trasporti Torinesi e di conseguenza del Comune di Torino:
Le cose, contano solo le cose
Il costo preventivo delle Olimpiadi invernali di Torino 2006, non «low cost», fu pari a 550 milioni di euro.
Il preventivo, informale, delle Olimpiadi invernali di Torino 2026, «low cost», è pari a 975 milioni di euro.
Potremmo fermarci qui, stappare un bottiglia di vino forte affinché, come cantava il poeta, «ci sia allegria anche in agonia.» Ma dato che la vicenda deborda nel grottesco vale la pena di spenderci qualche parola.
Curiosa locuzione, «low cost»: ben conosciuta in Valsusa, perché la Torino – Lione, non è più Tav, ma Tav «low cost»: ribatezzata così da Graziano Delrio, costa appena 4,7 miliardi di euro. I sostenitori del Tav come quelli delle Olimpiadi hanno in comune la voluta distorsione della realtà economica, nonché un uso spregiudicato, e vagamente ridicolo, delle locuzioni. Ma perché sono poi «low cost»?
Il Cio chiede con nuove norme di rendere sostenibili i giochi e dà vaghe indicazioni in merito. Quindi, par di capire, è necessario svenare le casse pubbliche dello Stato per riutilizzare, per altri quindici giorni, impianti abbandonati al termine dei precedenti Giochi del 2006. I proponenti, con ampio uso retorico, sostengono che verranno riutilizzati gli impianti abbandonati: questo processo viene definito, niente meno, «il sogno». Intendono quindi rimettere in sesto:
- la pista di bob di Cesana Torinese;
- il trampolino di Pragelato;
- e probabilmente il Villaggio Olimpico di Torino.
I primi due marciscono da circa dieci anni, il terzo è diventato l’alloggio di circa 1400 migranti in cerca di un tetto.
«Il sogno» – ricicliamo – non tiene conto di cosa fare di questi impianti dopo le Olimpiadi: lo schema sarebbe ovviamente quello del 2006, ancor più sicuro perché questa volta non ci sarebbero – se veramente si vogliono tagliare i costi – fondi necessari per il riutilizzo successivo. Certo, giureranno che dopo la cerimonia di chiusura sarà un florilegio di attività, di cittadelle dello sport, di «Coverciano della neve»: l’hanno già fatto i predecessori nel 2006, dilapidando miliardi, mentre si chiudono gli ospedali. Quanto costerebbe quindi la ristrutturazione pro tempore? Nessuno al momento può dirlo, nemmeno coloro che sostengono il principio del «riciclo».
Per quanto riguarda il Villaggio Olimpico, la situazione è ancora più pericolosa e ridicola. In esso vivono circa 1400 migranti, fantasmi della città che hanno trovato in questi palazzi un luogo dove ripararsi. Si dovrebbe quindi buttarli fuori e sparpagliarli per la città, dato che il processo di «sgombero dolce» organizzato da Comune, fondazioni bancarie e curia, è ormai fallito. Le casette inoltre, costate oltre 140 milioni di euro, risultano devastate, non dalla presenza dei migranti, bensì dalla loro debolezza infrastrutturale. Si dovrebbero rifare da cima a fondo, quindi. Un vecchio adagio torinese dice così «a volte costa più la corda del sacco»: ma ovviamente si punta ai soldi per la corda con i grandi eventi. Se gli atleti verranno ospitati a Torino, è molto probabile un nuovo villaggio olimpico.
Anche perché ci sono appetiti da soddisfare, la corrente cementizia della città già scalpita, e non si accontenteranno di ridare il bianco a qualche muro. Sono in molti ad avere «sogni» e «vision» a Torino, in questi giorni.
In generale, inoltre, tutti gli impianti olimpici che potrebbero essere utilizzati, oggi sono «gestiti» da privati. il Parco Olimpico era interamente di proprietà della Fondazione XX marzo 2006. Nel 2009 il 70% delle azioni è stato affidato ai privati. La gara è stata vinta dalla società americana Live Nation, in collaborazione con la società torinese Set Up.
Vi è inoltre un costo non comprimibile della spesa, e non ammortizzabile, in geometrica espansione dato il contesto storico: quello afferente alla sicurezza. Organizzare le Olimpiadi è come organizzare una guerra: e il Cio, su questo punto, non vuole sentir parlare di risparmi o «low cost». Torino, dopo il disastro di Piazza san Carlo, dovrebbe aver imparato la lezione.
Il riciclo degli impianti, quindi, inciderà minimamente sul piano della spesa finale, è solo fumo gettato negli occhi. In realtà, come sempre accade, nessuno in questo momento può neanche immaginare quanto si spenderà. Nel 2012 il Guardian fece un’analisi di questo fenomeno mettendo sotto la lente le Olimpiadi di Londra. Le sfortunate Olimpiadi parigine del 2024, anch’esse ribattezzate «low cost», si stanno rivelando – come tutte quelle del passato – una voragine senza fine.
Innsbruck – che ha gli impianti a disposizione, e in funzione, su un territorio molto meno vasto – si è ritirata dopo un referendum, e nemmeno Stoccolma ha superato la fase iniziale. L’idea di organizzare giochi olimpici invernali sembra non piacere neanche agli svizzeri. In base a un sondaggio realizzato a quattro mesi dal cruciale voto sul progetto di candidatura di Sion 2026, i pareri contrari raggiungono il 59% degli interpellati, mentre i favorevoli solo il 36%. Decideranno a giugno.
Il direttore del Cio, relativamente ai dubbi svizzeri sulla cosiddetta «garanzia limitata del deficit» ha precisato che a rispondere di un eventuale disavanzo saranno gli organizzatori: «A fare stato sono le firme sul contratto con l’ente ospitante». Ma quali sono i conti degli svizzeri per le loro Olimpiadi del 2026? Come riporta Ticinoonline:
Entusiasta il Partito Democratico, coerentemente con la sua storia.
Entusiaste le banche, entusiasti i costruttori, entusiasta – suppongo – la criminalità organizzata che ancora sta digerendo con fatica l’abbuffata pantagruelica dell’altra volta.
Entusiasti Lega, Forza Italia, destra, tutti. È la Grande Colazione che si avvicina, a Torino e in Italia.
Entusiasti quelli di adesso, i pentastellari torinesi. Ondivaghi, hanno aperto la valvola della protesta anti sistema per poi trasformarla, nell’attimo della vertigine del non-potere che hanno, nel più compiaciuto conservatorismo.
Bigotti del bilancio e dell’austerità, ma pronti a cercare la salvezza laddove vi è la rovina della città. I dissidenti della maggioranza pentastellare in Comune sono quattro e mezzo, gli altri sono impiegati della politica che un tempo sbraitavano contro le grandi opere/eventi, e oggi sbraitano di «sogni» e «vision».
Entusiasta «Beppe», che telefona in diretta durante un’assemblea come nelle migliori tradizioni del cabaret: e Beppe dice a «Chiara» che le Olimpiadi sono «un’occasione», così Chiara si sente forte, e la dissidenza interna viene tacitata per qualche ora.
Costoro affrontano allegramente la candidatura olimpica senza tener conto che il sistema bancario in essere, l’assenza di una banca pubblica – per cortesia nessuno tiri in ballo la Cdp – le regole di bilancio nazionali e sovra nazionali, nonché la dimensione del debito pubblico, la svalutazione del lavoro con il dilagare di impieghi non retribuiti spacciati per volontariato, tutto questo rende impossibile l’organizzazione di una Olimpiade che non sia un massacro sociale.
Ostacoli strutturali, incontrovertibili, a cui i proponenti rispondono con la retorica del lowcost/sogno/vision/facciamo a modo nostro. Il vecchio arnese della fuffa gettata negli occhi, affinché la pietrosa materia risulti invisibile. Vivono, i proponenti, nella allucinata ed egoriferita convinzione che il loro magico tocco possa trasformare in oro il marciume: la sindrome di Re Mida.
Contrario brutalmente – perché consapevole di tutto quanto sopra elencato – il Movimento No Tav, che in un durissimo comunicato stampa contesta la narrazione tossica relativa al principio «low cost” nonché l’intera impalcatura ideologica legata ai grandi eventi. Anche perché, se il Tav non sarà fermato – da chi? Dai pentastellari di governo? – negli anni antecedenti alla cerimonia di apertura i cantieri olimpici si sommeranno al maxicantiere del tunnel di base a Chiomonte e al maxi cantiere di Salbertrand, ove verrà stoccato lo smarino. La Valsusa, ancora una volta, utilizzata da tutti come un territorio da saccheggiare.
Ma perché rifare le Olimpiadi? Le vere ragioni
Premessa: in linea teorica esiste un articolo della Carta Olimpica, Cap. 5 art. 37 comma 7, che così recita:
Alla dolce tentazione leopardiana del prevaler del riso fuori posto o del pianto consolatorio, è bene contrapporre la massima spinoziana «Non piangere, non ridere, comprendere»: le Olimpiadi si vogliono rifare a Torino per le stesse ragioni dell’altra volta.
La Città sta andando verso la fase finale della deindustrializzazione, il cratere sta per eruttare nuovamente conflitto. Soprattutto quelle periferie che brulicano di malessere. Serve un grande evento – non ci sono differenze tra grandi opere e grandi eventi – che distragga, che porti via l’attenzione. Niente più panem, solo circenses: poi tanto da queste parti – mai dimenticare la teoria dei vasi comunicanti quando si parla di debito pubblico e grandi opere – per recuperare denaro chiudiamo due ospedali: Molinette e Sant’Anna. Al loro posto un ospedale più piccolo, la Città della Salute.
«Il privato – si può leggere sul quotidiano di Confindustria – sosterrà il 70% della spesa di realizzazione degli edifici, 306 milioni di euro, e sarà remunerato grazie al canone ottenuto dai risparmi sui costi della gestione corrente.»
È il famoso Project Financing, il meccanismo estrattivo principe – utilizzato sempre più per grandi eventi e grandi opere – per la creazione del debito pubblico e la privatizzazione dei servizi. Ovviamente nella nuova struttura sanitaria privata affittata al pubblico i posti letto saranno tagliati, i pentastellari regionali sostengono addirittura della metà: da 2000 a 1000. Progetto della giunta regionale Chiamparino, fatto proprio dai Cinque Stelle di Torino dopo un repentino cambio di opinione.
Ma torniamo alla deindustrializzazione. Il «Polo del lusso» di Torino, quello che doveva arrivare dopo il referendum di Mirafiori del 2011, si sta rivelando non solo insufficiente, ma inadeguato. La famiglia è sempre più lontana da Torino, volutamente. La Fiat si prepara a lunghe sospensioni produttive a Mirafiori e a Grugliasco. L’ombra dell’Imbraco si allunga sugli ultimi rimasugli, ma ancora sostanziosi, della Fiat a Torino. In questo contesto economico sociale regressivo, l’unica legge che vale è quella dell’antropologo David Graeber:
Fonte
«Ci sono momenti in cui è necessario gettare il cuore oltre l’ostacolo. Come diceva XYZ, e pensando anche a quelle parole lontane, ma oggi così vicine, noi diciamo sì. Lo facciamo non a cuor leggero, consapevoli degli errori che sono stati commessi nel passato. Ma è proprio per dimostrare che si può fare bene ciò che è stato fatto male in passato che noi diciamo sì. Perché vogliamo dimostrare che la sostenibilità ambientale ed economica è qualcosa che si può fare. A coloro che dicono “no”, legittimamente, noi rispondiamo: stiamo lavorando anche per voi, per far ritornare la fiducia anche in coloro che l’avevano persa. Daremo tutta la nostra passione e il nostro coraggio per costruire insieme un evento bello, forte, sostenibile, ecologico. Noi trasformeremo gli errori del passato in lavoro, crescita, sviluppo. Quindi Torino [ma forse ci sarà anche Milano, N.d.R.] dice “Sì” alla candidatura per le Olimpiadi di Torino 2026.»
Probabile la deriva «noi ci mettiamo la faccia». Applausi, pagine sul giornale di famiglia, il «coraggio del pragmatismo», «il senso di responsabilità e la visione di futuro», oppure «Torino rilancia la sfida», «ripartenza». Campagna mediatica già ampiamente in corso.
Con ogni probabilità tutto questo, tra pochi giorni, verrà pronunciato dal centro del cratere olimpico di Torino. Città che elegge ogni cinque anni un commissario fallimentare, figura indispensabile per ripianare il maxidebito lasciato dalle Olimpiadi, quelle del 2006.
Dall’uno vale uno, all’uno vale l’altro.
La Stampa di lunedì 30 ottobre 2017, a proposito della difficile situazione finanziaria del Gruppo Trasporti Torinesi e di conseguenza del Comune di Torino:
«...È Stefano Lo Russo, oggi capogruppo del PD in Consiglio comunale, ma fino alla precedente legislatura uomo chiave della squadra di Fassino intercettato il 4 novembre del 2016 mentre era al telefono con un giornalista. In realtà l’intercettazione è stata effettuata per un’altra inchiesta ma finisce nel faldone GTT perché le dichiarazioni dell’ex assessore sono da considerare eloquenti. Gli inquirenti, che stanno lavorando sul disallineamento dei conti del Comune e sulle Partecipate, vengono colpiti dalla fermezza con cui Lo Russo spiega che i problemi dei conti di Torino sono nati con le Olimpiadi e che poi hanno cercato di nascondere le cose.»È veramente un peccato dover associare la parole del filosofo tedesco a queste cosine ridicole della storia, e chi volesse avere un quadro completo della tragedia, stadio originario della farsa prossima, può leggere qui.
Le cose, contano solo le cose
Il costo preventivo delle Olimpiadi invernali di Torino 2006, non «low cost», fu pari a 550 milioni di euro.
Il preventivo, informale, delle Olimpiadi invernali di Torino 2026, «low cost», è pari a 975 milioni di euro.
Potremmo fermarci qui, stappare un bottiglia di vino forte affinché, come cantava il poeta, «ci sia allegria anche in agonia.» Ma dato che la vicenda deborda nel grottesco vale la pena di spenderci qualche parola.
Curiosa locuzione, «low cost»: ben conosciuta in Valsusa, perché la Torino – Lione, non è più Tav, ma Tav «low cost»: ribatezzata così da Graziano Delrio, costa appena 4,7 miliardi di euro. I sostenitori del Tav come quelli delle Olimpiadi hanno in comune la voluta distorsione della realtà economica, nonché un uso spregiudicato, e vagamente ridicolo, delle locuzioni. Ma perché sono poi «low cost»?
Il Cio chiede con nuove norme di rendere sostenibili i giochi e dà vaghe indicazioni in merito. Quindi, par di capire, è necessario svenare le casse pubbliche dello Stato per riutilizzare, per altri quindici giorni, impianti abbandonati al termine dei precedenti Giochi del 2006. I proponenti, con ampio uso retorico, sostengono che verranno riutilizzati gli impianti abbandonati: questo processo viene definito, niente meno, «il sogno». Intendono quindi rimettere in sesto:
- la pista di bob di Cesana Torinese;
- il trampolino di Pragelato;
- e probabilmente il Villaggio Olimpico di Torino.
I primi due marciscono da circa dieci anni, il terzo è diventato l’alloggio di circa 1400 migranti in cerca di un tetto.
«Il sogno» – ricicliamo – non tiene conto di cosa fare di questi impianti dopo le Olimpiadi: lo schema sarebbe ovviamente quello del 2006, ancor più sicuro perché questa volta non ci sarebbero – se veramente si vogliono tagliare i costi – fondi necessari per il riutilizzo successivo. Certo, giureranno che dopo la cerimonia di chiusura sarà un florilegio di attività, di cittadelle dello sport, di «Coverciano della neve»: l’hanno già fatto i predecessori nel 2006, dilapidando miliardi, mentre si chiudono gli ospedali. Quanto costerebbe quindi la ristrutturazione pro tempore? Nessuno al momento può dirlo, nemmeno coloro che sostengono il principio del «riciclo».
Per quanto riguarda il Villaggio Olimpico, la situazione è ancora più pericolosa e ridicola. In esso vivono circa 1400 migranti, fantasmi della città che hanno trovato in questi palazzi un luogo dove ripararsi. Si dovrebbe quindi buttarli fuori e sparpagliarli per la città, dato che il processo di «sgombero dolce» organizzato da Comune, fondazioni bancarie e curia, è ormai fallito. Le casette inoltre, costate oltre 140 milioni di euro, risultano devastate, non dalla presenza dei migranti, bensì dalla loro debolezza infrastrutturale. Si dovrebbero rifare da cima a fondo, quindi. Un vecchio adagio torinese dice così «a volte costa più la corda del sacco»: ma ovviamente si punta ai soldi per la corda con i grandi eventi. Se gli atleti verranno ospitati a Torino, è molto probabile un nuovo villaggio olimpico.
Anche perché ci sono appetiti da soddisfare, la corrente cementizia della città già scalpita, e non si accontenteranno di ridare il bianco a qualche muro. Sono in molti ad avere «sogni» e «vision» a Torino, in questi giorni.
In generale, inoltre, tutti gli impianti olimpici che potrebbero essere utilizzati, oggi sono «gestiti» da privati. il Parco Olimpico era interamente di proprietà della Fondazione XX marzo 2006. Nel 2009 il 70% delle azioni è stato affidato ai privati. La gara è stata vinta dalla società americana Live Nation, in collaborazione con la società torinese Set Up.
Vi è inoltre un costo non comprimibile della spesa, e non ammortizzabile, in geometrica espansione dato il contesto storico: quello afferente alla sicurezza. Organizzare le Olimpiadi è come organizzare una guerra: e il Cio, su questo punto, non vuole sentir parlare di risparmi o «low cost». Torino, dopo il disastro di Piazza san Carlo, dovrebbe aver imparato la lezione.
Il riciclo degli impianti, quindi, inciderà minimamente sul piano della spesa finale, è solo fumo gettato negli occhi. In realtà, come sempre accade, nessuno in questo momento può neanche immaginare quanto si spenderà. Nel 2012 il Guardian fece un’analisi di questo fenomeno mettendo sotto la lente le Olimpiadi di Londra. Le sfortunate Olimpiadi parigine del 2024, anch’esse ribattezzate «low cost», si stanno rivelando – come tutte quelle del passato – una voragine senza fine.
Innsbruck – che ha gli impianti a disposizione, e in funzione, su un territorio molto meno vasto – si è ritirata dopo un referendum, e nemmeno Stoccolma ha superato la fase iniziale. L’idea di organizzare giochi olimpici invernali sembra non piacere neanche agli svizzeri. In base a un sondaggio realizzato a quattro mesi dal cruciale voto sul progetto di candidatura di Sion 2026, i pareri contrari raggiungono il 59% degli interpellati, mentre i favorevoli solo il 36%. Decideranno a giugno.
Il direttore del Cio, relativamente ai dubbi svizzeri sulla cosiddetta «garanzia limitata del deficit» ha precisato che a rispondere di un eventuale disavanzo saranno gli organizzatori: «A fare stato sono le firme sul contratto con l’ente ospitante». Ma quali sono i conti degli svizzeri per le loro Olimpiadi del 2026? Come riporta Ticinoonline:
«Gli organizzatori hanno messo in preventivo spese complessive per 1,98 miliardi di franchi ed entrate per 1,15 miliardi. Da più parti è tuttavia stato osservato che si tratta di previsioni troppo ottimistiche e che la sicurezza potrebbe fare lievitare i costi. L’ultima parola sulla candidatura olimpica spetta comunque ai cittadini vallesani.»Gli svizzeri hanno già detto che da loro ci sarà un buco minimo di 850 milioni di euro. In Svizzera. Noi qui, a trombe politiche unificate, suoniamo la grancassa del «low cost». E siamo tutti entusiasti.
Entusiasta il Partito Democratico, coerentemente con la sua storia.
Entusiaste le banche, entusiasti i costruttori, entusiasta – suppongo – la criminalità organizzata che ancora sta digerendo con fatica l’abbuffata pantagruelica dell’altra volta.
Entusiasti Lega, Forza Italia, destra, tutti. È la Grande Colazione che si avvicina, a Torino e in Italia.
Entusiasti quelli di adesso, i pentastellari torinesi. Ondivaghi, hanno aperto la valvola della protesta anti sistema per poi trasformarla, nell’attimo della vertigine del non-potere che hanno, nel più compiaciuto conservatorismo.
Bigotti del bilancio e dell’austerità, ma pronti a cercare la salvezza laddove vi è la rovina della città. I dissidenti della maggioranza pentastellare in Comune sono quattro e mezzo, gli altri sono impiegati della politica che un tempo sbraitavano contro le grandi opere/eventi, e oggi sbraitano di «sogni» e «vision».
Entusiasta «Beppe», che telefona in diretta durante un’assemblea come nelle migliori tradizioni del cabaret: e Beppe dice a «Chiara» che le Olimpiadi sono «un’occasione», così Chiara si sente forte, e la dissidenza interna viene tacitata per qualche ora.
Costoro affrontano allegramente la candidatura olimpica senza tener conto che il sistema bancario in essere, l’assenza di una banca pubblica – per cortesia nessuno tiri in ballo la Cdp – le regole di bilancio nazionali e sovra nazionali, nonché la dimensione del debito pubblico, la svalutazione del lavoro con il dilagare di impieghi non retribuiti spacciati per volontariato, tutto questo rende impossibile l’organizzazione di una Olimpiade che non sia un massacro sociale.
Ostacoli strutturali, incontrovertibili, a cui i proponenti rispondono con la retorica del lowcost/sogno/vision/facciamo a modo nostro. Il vecchio arnese della fuffa gettata negli occhi, affinché la pietrosa materia risulti invisibile. Vivono, i proponenti, nella allucinata ed egoriferita convinzione che il loro magico tocco possa trasformare in oro il marciume: la sindrome di Re Mida.
Contrario brutalmente – perché consapevole di tutto quanto sopra elencato – il Movimento No Tav, che in un durissimo comunicato stampa contesta la narrazione tossica relativa al principio «low cost” nonché l’intera impalcatura ideologica legata ai grandi eventi. Anche perché, se il Tav non sarà fermato – da chi? Dai pentastellari di governo? – negli anni antecedenti alla cerimonia di apertura i cantieri olimpici si sommeranno al maxicantiere del tunnel di base a Chiomonte e al maxi cantiere di Salbertrand, ove verrà stoccato lo smarino. La Valsusa, ancora una volta, utilizzata da tutti come un territorio da saccheggiare.
Ma perché rifare le Olimpiadi? Le vere ragioni
Premessa: in linea teorica esiste un articolo della Carta Olimpica, Cap. 5 art. 37 comma 7, che così recita:
«L’elezione riguardante la designazione della Città Ospitante si svolge in un Paese che non presenti nessun candidato all’organizzazione dei Giochi Olimpici in questione, dopo attento esame del rapporto stilato dalla Commissione di valutazione delle città candidate.»Ovvio conflitto di interessi. Il presidente del Coni Giovanni Malagò, il sindaco di Milano Giuseppe Sala e il Governatore della Lombardia Roberto Maroni hanno sottoscritto tale impegno, anche se poi hanno dichiarato di «non volersi precludere nulla». Anche perché, e questo è lo scenario più probabile, Torino, o Torino-Milano, potrebbe rimanere l’unica città candidata in Europa nel caso in cui Sion si ritirasse.
Alla dolce tentazione leopardiana del prevaler del riso fuori posto o del pianto consolatorio, è bene contrapporre la massima spinoziana «Non piangere, non ridere, comprendere»: le Olimpiadi si vogliono rifare a Torino per le stesse ragioni dell’altra volta.
La Città sta andando verso la fase finale della deindustrializzazione, il cratere sta per eruttare nuovamente conflitto. Soprattutto quelle periferie che brulicano di malessere. Serve un grande evento – non ci sono differenze tra grandi opere e grandi eventi – che distragga, che porti via l’attenzione. Niente più panem, solo circenses: poi tanto da queste parti – mai dimenticare la teoria dei vasi comunicanti quando si parla di debito pubblico e grandi opere – per recuperare denaro chiudiamo due ospedali: Molinette e Sant’Anna. Al loro posto un ospedale più piccolo, la Città della Salute.
«Il privato – si può leggere sul quotidiano di Confindustria – sosterrà il 70% della spesa di realizzazione degli edifici, 306 milioni di euro, e sarà remunerato grazie al canone ottenuto dai risparmi sui costi della gestione corrente.»
È il famoso Project Financing, il meccanismo estrattivo principe – utilizzato sempre più per grandi eventi e grandi opere – per la creazione del debito pubblico e la privatizzazione dei servizi. Ovviamente nella nuova struttura sanitaria privata affittata al pubblico i posti letto saranno tagliati, i pentastellari regionali sostengono addirittura della metà: da 2000 a 1000. Progetto della giunta regionale Chiamparino, fatto proprio dai Cinque Stelle di Torino dopo un repentino cambio di opinione.
Ma torniamo alla deindustrializzazione. Il «Polo del lusso» di Torino, quello che doveva arrivare dopo il referendum di Mirafiori del 2011, si sta rivelando non solo insufficiente, ma inadeguato. La famiglia è sempre più lontana da Torino, volutamente. La Fiat si prepara a lunghe sospensioni produttive a Mirafiori e a Grugliasco. L’ombra dell’Imbraco si allunga sugli ultimi rimasugli, ma ancora sostanziosi, della Fiat a Torino. In questo contesto economico sociale regressivo, l’unica legge che vale è quella dell’antropologo David Graeber:
«più i processi di redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto sono iniqui, più necessitano di eventi spettacolari e autocelebrativi.»Nella speranza che queste parole possano fermare la stoltezza di un tempo buio e spensierato, sipario.
Fonte
13/03/2018
Olimpiadi 2026: nessuno ripeta gli errori del passato
Lettera aperta del Movimento NO TAV
Sembra che la sindaca torinese Chiara Appendino, subendo ancora una volta le pressioni dei poteri forti torinesi meglio noti come “Sistema Torino”, si stia lasciando convincere a dare parere favorevole alla candidatura di Torino per le Olimpiadi invernali 2026. A lei riteniamo doveroso lanciare un appello. Anzi un’allerta, perché siamo “lanceurs d’alerte” da quasi trent’anni.
Ill.ma Sig.ra Sindaca,
Vorremmo ricordarLe, anche nella Sua veste di Presidente della Città Metropolitana, che la sua omologa e collega di partito romana ha saputo dire NO alle olimpiadi di Roma pur subendo pressioni fortissime, consapevole dell’effetto disastroso, che avrebbero avuto, sui conti pubblici sia cittadini che metropolitani.
Vorremmo ricordarLe che le ultime olimpiadi del 2006 hanno creato una voragine nei conti pubblici dei due enti che ancora oggi sono da ripianare.
Vorremmo ricordarLe che il grande dispendio di risorse di allora non ha lasciato altro che strutture fatiscenti se non già demolite, degrado ambientale, assenza di manutenzioni, crollo degli investimenti, inesistenti ricadute occupazionali e azzeramento di risorse per proposte turistiche alternative.
Vorremmo ricordarLe che, come scritto l’8 marzo da ATTAC Torino e il 19 febbraio da Pro Natura Torino, le previsioni dei costi sono sempre artificiosamente sottostimate a fronte di consuntivi esorbitanti e fuori controllo.
Vorremmo ricordarLe come città molto più ricche e meno indebitate di Torino abbiano declinato, anche in passato, l’invito ad organizzare giochi olimpici evitando di indebitarsi a vita. Città come Innsbruck, Oslo, Stoccolma, St. Moritz, Toronto, Amburgo, Budapest e Boston hanno rifiutato di candidarsi anche per i giochi olimpici estivi, molto meno costosi di quelli invernali.
Vorremmo ricordarLe gli impegni da Lei assunti, sacrificando il welfare dei suoi cittadini con tagli draconiani sui servizi spesso destinati alle fasce più deboli, per rimettere in sesto i conti pubblici della città.
Vorremmo ricordarLe che per questo virtuoso e severo obiettivo di risanamento nella città di Torino il Movimento 5 Stelle è stato fortemente penalizzato nelle ultime elezioni politiche.
Sarebbe imperdonabile un nuovo e consapevole sperpero di denaro pubblico destinato inevitabilmente a tradursi in lauti profitti per i pochi soliti noti e in lacrime e sangue, citando Winston Churchill, per le popolazioni residenti, per la gente normale che non viene più inebetita dal clamore mediatico che sempre accompagna le più ingenti spese pubbliche in questo Paese.
Ai sindaci della Bassa Valle e a quello di Pinerolo che con tanta leggerezza si sono detti favorevoli alla candidatura, ricordiamo che le soluzioni per tentare di risolvere gli annosi problemi del territorio sono note e ben altre e che non c’è bisogno di rinunciare alla propria autonomia di giudizio per il solo timore di essere tacciati dell’usuale calunnia di essere i pubblici amministratori del NO a tutto.
Non c’è solo il TAV da contrastare in quanto spreco di denaro pubblico, impatto ambientale e distruzione del territorio.
Anche un’olimpiade è un’inutile e infausta grande opera.
L’illusione di fare olimpiadi low cost, (risibile paravento già sentito troppe volte), senza nuove infrastrutture e senza consumo di nuovo territorio, come riportato dai giornali nei giorni scorsi, avrebbe comunque costi assai onerosi già vicini al miliardo di euro sin dal preventivo.
Troppi per un Paese che non ha i soldi per garantire cure ai suoi ammalati, per pagare gli insegnanti di sostegno, per curare il proprio territorio, per evitare disastri idrogeologici e frane ad ogni temporale, per evitare il computo dei morti dopo eventi meteorologici senza nulla di straordinario (oggi li chiamano “bombe d’acqua”) e l’elenco sarebbe ben più lungo.
Chiediamo a tutti i politici coinvolti nella decisione di pensare bene al passato recente per non creare un nuovo disastro finanziario come quello lasciato in eredità dal 2006.
Serve una vera discontinuità con il passato: la Città di Torino e le Valli hanno bisogno di ben altro.
Il Movimento NO TAV, 9 marzo 2018
Fonte
Sembra che la sindaca torinese Chiara Appendino, subendo ancora una volta le pressioni dei poteri forti torinesi meglio noti come “Sistema Torino”, si stia lasciando convincere a dare parere favorevole alla candidatura di Torino per le Olimpiadi invernali 2026. A lei riteniamo doveroso lanciare un appello. Anzi un’allerta, perché siamo “lanceurs d’alerte” da quasi trent’anni.
Ill.ma Sig.ra Sindaca,
Vorremmo ricordarLe, anche nella Sua veste di Presidente della Città Metropolitana, che la sua omologa e collega di partito romana ha saputo dire NO alle olimpiadi di Roma pur subendo pressioni fortissime, consapevole dell’effetto disastroso, che avrebbero avuto, sui conti pubblici sia cittadini che metropolitani.
Vorremmo ricordarLe che le ultime olimpiadi del 2006 hanno creato una voragine nei conti pubblici dei due enti che ancora oggi sono da ripianare.
Vorremmo ricordarLe che il grande dispendio di risorse di allora non ha lasciato altro che strutture fatiscenti se non già demolite, degrado ambientale, assenza di manutenzioni, crollo degli investimenti, inesistenti ricadute occupazionali e azzeramento di risorse per proposte turistiche alternative.
Vorremmo ricordarLe che, come scritto l’8 marzo da ATTAC Torino e il 19 febbraio da Pro Natura Torino, le previsioni dei costi sono sempre artificiosamente sottostimate a fronte di consuntivi esorbitanti e fuori controllo.
Vorremmo ricordarLe come città molto più ricche e meno indebitate di Torino abbiano declinato, anche in passato, l’invito ad organizzare giochi olimpici evitando di indebitarsi a vita. Città come Innsbruck, Oslo, Stoccolma, St. Moritz, Toronto, Amburgo, Budapest e Boston hanno rifiutato di candidarsi anche per i giochi olimpici estivi, molto meno costosi di quelli invernali.
Vorremmo ricordarLe gli impegni da Lei assunti, sacrificando il welfare dei suoi cittadini con tagli draconiani sui servizi spesso destinati alle fasce più deboli, per rimettere in sesto i conti pubblici della città.
Vorremmo ricordarLe che per questo virtuoso e severo obiettivo di risanamento nella città di Torino il Movimento 5 Stelle è stato fortemente penalizzato nelle ultime elezioni politiche.
Sarebbe imperdonabile un nuovo e consapevole sperpero di denaro pubblico destinato inevitabilmente a tradursi in lauti profitti per i pochi soliti noti e in lacrime e sangue, citando Winston Churchill, per le popolazioni residenti, per la gente normale che non viene più inebetita dal clamore mediatico che sempre accompagna le più ingenti spese pubbliche in questo Paese.
Ai sindaci della Bassa Valle e a quello di Pinerolo che con tanta leggerezza si sono detti favorevoli alla candidatura, ricordiamo che le soluzioni per tentare di risolvere gli annosi problemi del territorio sono note e ben altre e che non c’è bisogno di rinunciare alla propria autonomia di giudizio per il solo timore di essere tacciati dell’usuale calunnia di essere i pubblici amministratori del NO a tutto.
Non c’è solo il TAV da contrastare in quanto spreco di denaro pubblico, impatto ambientale e distruzione del territorio.
Anche un’olimpiade è un’inutile e infausta grande opera.
L’illusione di fare olimpiadi low cost, (risibile paravento già sentito troppe volte), senza nuove infrastrutture e senza consumo di nuovo territorio, come riportato dai giornali nei giorni scorsi, avrebbe comunque costi assai onerosi già vicini al miliardo di euro sin dal preventivo.
Troppi per un Paese che non ha i soldi per garantire cure ai suoi ammalati, per pagare gli insegnanti di sostegno, per curare il proprio territorio, per evitare disastri idrogeologici e frane ad ogni temporale, per evitare il computo dei morti dopo eventi meteorologici senza nulla di straordinario (oggi li chiamano “bombe d’acqua”) e l’elenco sarebbe ben più lungo.
Chiediamo a tutti i politici coinvolti nella decisione di pensare bene al passato recente per non creare un nuovo disastro finanziario come quello lasciato in eredità dal 2006.
Serve una vera discontinuità con il passato: la Città di Torino e le Valli hanno bisogno di ben altro.
Il Movimento NO TAV, 9 marzo 2018
Fonte
22/09/2016
Olimpiadi: brava Raggi, questa volta hai fatto la cosa giusta
Il sindaco di Roma, Virginia Raggi, ha chiuso la partita delle Olimpiadi negando il consenso della città ad ospitare i giochi: non ha fatto bene, ha fatto benissimo dimostrando coraggio.
Finalmente, dopo due mesi di sangue acido per le vicende romane, posso
scrivere di essere completamente d’accordo con una decisione della nuova
giunta 5 stelle e lo faccio senza riserve e con grande piacere.
Entro nel merito:
questa delle Olimpiadi si presentava come l’ennesima operazione
speculativa che avrebbe prosciugato risorse comuni per il vantaggio dei
soliti pochi. Ormai è storia nota e ripetuta quella che la politica dei
“grandi eventi” produce regolarmente costi molto maggiori e ricavi molto
più modesti di quelli previsti. E questo non solo in Italia ma
dappertutto. Ancora non abbiamo i conti dell’Expo, ma sappiamo che i
costi sono stati sicuramente maggiori del previsto, quanto ai ricavi
forse è meglio stendere un pietosissimo velo e lasciar perdere.
Non voglio dire che non ci siano le
eccezioni di eventi che hanno effettivamente giovato alla città
ospitante, che hanno avuto spese ragionevoli e ricavi più o meno vicini
a quelli promessi: è il caso delle olimpiadi invernali di Torino il cui
lascito durevole è stata la metropolitana ed un più generale rilancio
della città. Ma queste sono le eccezioni e nel caso di Roma, per le
condizioni della città, per il volo di avvoltoi che già ruotavano sulla
preda, per le facce che abbiamo visto alla testa del progetto, tutto
faceva presagire una grande mangiate dei soliti noti.
Per di più, il comune avrebbe dovuto
coprire in parte le spese con ulteriori debiti ed in una situazione in
cui già oggi la città è al limite del default.
Quanto al ritorno economico, certamente
ristoratori, albergatori, taxisti, locali di intrattenimento, i negozi
di abbigliamento avrebbero avuto una buona stagione ma la parte del
leone l'avrebbero fatta i soliti palazzinari, le compagnie
assicuratrici, le banche e così via. Insomma ai ristoratori ed
albergatori le briciole, ma i bocconi grossi e più golosi ai
profittatori di sempre.
Ma il motivo più serio è un altro:
è ovvio che il peso più consistente per gli investimenti sarebbe
ricaduto sullo Stato che avrebbe dovuto anche sostenere il comune di
Roma. E non si tratterebbe di un investimento leggero. Non è
ancora passato un mese esatto dal terremoto di Amatrice, la terra trema
ancora in tutto l’Appennino centrale con scosse sino al 4° grado,
abbiamo una situazione di pericolo che riguarda intere regioni e voi ci
venite a parlare di spese diverse da quelle della messa in sicurezza di
queste località?
Al solito, passata la festa gabbato lo
santo: per dieci giorni dopo il disastro si fa il mea culpa per le
troppe omissioni, per i ritardi, per le dimenticanze e si giura che
questa volta sarà diverso che non ci saranno altre priorità che la
ricostruzione e la messa in sicurezza. Poi, tutto passa in cavallerie e
ricostruzione e messa in sicurezza scivolano rapidamente verso le
posizioni basse nella lista delle priorità.
Ma, per una volta, questo paese riesce ad essere serio?
Queste sono le occasioni in cui uno può dire perché scegliere il M5s,
nonostante i pasticci che spesso combina. Sulle grandi scelte nella gran
parte dei casi è della parte giusta.
21/09/2016
“No alla candidatura olimpica”. La prima vera rottura di Raggi
Quando nel salotto buono entrano i non invitati – anche a prescindere dalla qualità dei soggetti – si crea per forza una grande turbolenza. Fin qui l'ingresso dei Cinque Stelle come amministratori della Capitale era stato un florilegio di false partenze e brutte figure, che hanno evidenziato spaccature interne e visioni non propriamente collimanti su diversi problemi fondamentali.
Ora, però, c'è un fatto politico-economico preciso e chiaro: il Comune di Roma dice no alla candidatura per le Olimpiadi 2024.
Per quanto preannunciata da Beppe Grillo e da tutti i “direttori”, la decisione sembrava comunque lacerante e incerta. Il dado è stato infine tratto e si tratta di un colpo serio – senza esagerarne la portata – al “sistema Roma” che ha spadroneggiato fin qui, all'incrocio tra speculazione edilizia, interessi dei palazzinari e degli specialisti in “grandi eventi” che portano regolarmente miliardi in tasche privatissime lasciando tramortite le casse pubbliche (peraltro ufficialmente vuote).
Se n'era avuta un'avvisaglia seria all'ora di pranzo, quando il presidente del Coni – l'immortale Giovanni Malagò, quasi sempre in coppia con Luca Cordero di Montezemolo – si è presentato in Campidoglio senza riuscire a vedere la sindaca, Virginia Raggi. Dopo 35 minuti di attesa, evidentemente troppi per le sue abitudini, se n'è andato inferocito sprizzando veleno da tutti i pori.
Poco dopo, alle 15.30, la Raggi ha iniziato la conferenza stampa in cui doveva essere ufficializzata una scelta in ogni caso importante.
«No alle Olimpiadi del mattone», è stato il cuore della sua sortita, in cui ha citato il noto studio dell’università di Oxford: «Il budget è stato sforato quasi sempre, almeno del 50%. E anche di più: a Montreal del 720%, a Barcellona del 266%». Cifre e dinamiche ben note, diverse da paese a paese solo per l'entità e non per la sostanza; tantomeno per gli interessi, ovunque rappresentati da quell'”eventismo” che usa qualsiasi tema, per quanto nobile e popolare (e lo sport lo è sicuramente), per trafficare sottobanco senza peraltro creare alcun posto di lavoro stabile. Gli eventi, infatti, sono un affare soltanto per i costruttori e l'indotto temporaneo legato alla celebrazione; dopo resta un deserto difficile persino da riciclare – basta guardare l'Expo di Milano – e a cui nessuno sembra più interessato.
"Non abbiamo mai cambiato idea, abbiamo rafforzato la nostra posizione. Ci viene chiesto di assumere altri debiti, noi non ce la sentiamo", ha spiegato poi la sindaca. Un buco nero, quello lasciato dalle amministrazioni precedenti, che sembra terrorizzare chiunque venga convocato per proporgli l'assessorato al Bilancio. E non c'è dubbio che l'amministrazione comunale, nell'eventualità di un sì alla candidatura (ottenere l'assegnazione era tutto un altro discorso, viste le città concorrenti), avrebbe dovuto impegnare risorse ingenti – e inesistenti, dunque allargando il debito – senza neppure la certezza di ottenere risultati. Per non parlare poi di cosa sarebbe accaduto ad assegnazione ottenuta...
"Il dossier del Coni dice che 4 miliardi per Roma ci saranno da Regione e Stato anche se non si faranno le Olimpiadi", ha rivelato poi il presidente della commissione Sport di Roma Capitale, Angelo Diario (M5S), lasciando il Campidoglio."Per noi non è un'opportunità mancata, ma il contrario. Il rischio se non la quasi certezza di ulteriori sprechi evitati".
Politicamente parlando, si tratta della prima vera decisione di rottura praticata da questa giunta nei confronti di quel grumo di interessi – perfettamente rappresentato, anche nella squadra di giunta, da Raffaele Marra – abituato da sempre a vedersi esaudita ogni richiesta. Vedremo presto se sarà seguita da una politica complessivamente diversa. Incombono sulla città migliaia di sfratti, sia di semplici cittadini che di strutture storiche, e un'altra marea di problemi (dalla gestione rifiuti ai trasporti pubblici, agli asili, ecc.) che possono essere affrontati in molti modi. La Napoli derenzizzata di Luigi De Magistris è un esempio abbastanza vicino: sapranno i Cinque Stelle capitolini seguirlo?
Le periferie romane, nel frattempo, non staranno e guardare e sapranno presto farsi ascoltare. Gestire Roma non è un fatto “tecnico” e “neutrale”, ma uno scontro tra interessi sociali spesso opposti.
Fonte
Ora, però, c'è un fatto politico-economico preciso e chiaro: il Comune di Roma dice no alla candidatura per le Olimpiadi 2024.
Per quanto preannunciata da Beppe Grillo e da tutti i “direttori”, la decisione sembrava comunque lacerante e incerta. Il dado è stato infine tratto e si tratta di un colpo serio – senza esagerarne la portata – al “sistema Roma” che ha spadroneggiato fin qui, all'incrocio tra speculazione edilizia, interessi dei palazzinari e degli specialisti in “grandi eventi” che portano regolarmente miliardi in tasche privatissime lasciando tramortite le casse pubbliche (peraltro ufficialmente vuote).
Se n'era avuta un'avvisaglia seria all'ora di pranzo, quando il presidente del Coni – l'immortale Giovanni Malagò, quasi sempre in coppia con Luca Cordero di Montezemolo – si è presentato in Campidoglio senza riuscire a vedere la sindaca, Virginia Raggi. Dopo 35 minuti di attesa, evidentemente troppi per le sue abitudini, se n'è andato inferocito sprizzando veleno da tutti i pori.
Poco dopo, alle 15.30, la Raggi ha iniziato la conferenza stampa in cui doveva essere ufficializzata una scelta in ogni caso importante.
«No alle Olimpiadi del mattone», è stato il cuore della sua sortita, in cui ha citato il noto studio dell’università di Oxford: «Il budget è stato sforato quasi sempre, almeno del 50%. E anche di più: a Montreal del 720%, a Barcellona del 266%». Cifre e dinamiche ben note, diverse da paese a paese solo per l'entità e non per la sostanza; tantomeno per gli interessi, ovunque rappresentati da quell'”eventismo” che usa qualsiasi tema, per quanto nobile e popolare (e lo sport lo è sicuramente), per trafficare sottobanco senza peraltro creare alcun posto di lavoro stabile. Gli eventi, infatti, sono un affare soltanto per i costruttori e l'indotto temporaneo legato alla celebrazione; dopo resta un deserto difficile persino da riciclare – basta guardare l'Expo di Milano – e a cui nessuno sembra più interessato.
"Non abbiamo mai cambiato idea, abbiamo rafforzato la nostra posizione. Ci viene chiesto di assumere altri debiti, noi non ce la sentiamo", ha spiegato poi la sindaca. Un buco nero, quello lasciato dalle amministrazioni precedenti, che sembra terrorizzare chiunque venga convocato per proporgli l'assessorato al Bilancio. E non c'è dubbio che l'amministrazione comunale, nell'eventualità di un sì alla candidatura (ottenere l'assegnazione era tutto un altro discorso, viste le città concorrenti), avrebbe dovuto impegnare risorse ingenti – e inesistenti, dunque allargando il debito – senza neppure la certezza di ottenere risultati. Per non parlare poi di cosa sarebbe accaduto ad assegnazione ottenuta...
"Il dossier del Coni dice che 4 miliardi per Roma ci saranno da Regione e Stato anche se non si faranno le Olimpiadi", ha rivelato poi il presidente della commissione Sport di Roma Capitale, Angelo Diario (M5S), lasciando il Campidoglio."Per noi non è un'opportunità mancata, ma il contrario. Il rischio se non la quasi certezza di ulteriori sprechi evitati".
Politicamente parlando, si tratta della prima vera decisione di rottura praticata da questa giunta nei confronti di quel grumo di interessi – perfettamente rappresentato, anche nella squadra di giunta, da Raffaele Marra – abituato da sempre a vedersi esaudita ogni richiesta. Vedremo presto se sarà seguita da una politica complessivamente diversa. Incombono sulla città migliaia di sfratti, sia di semplici cittadini che di strutture storiche, e un'altra marea di problemi (dalla gestione rifiuti ai trasporti pubblici, agli asili, ecc.) che possono essere affrontati in molti modi. La Napoli derenzizzata di Luigi De Magistris è un esempio abbastanza vicino: sapranno i Cinque Stelle capitolini seguirlo?
Le periferie romane, nel frattempo, non staranno e guardare e sapranno presto farsi ascoltare. Gestire Roma non è un fatto “tecnico” e “neutrale”, ma uno scontro tra interessi sociali spesso opposti.
Fonte
13/08/2016
Le medaglie quasi olimpiche del Sahel
Ezekiel, gambiano di origine, aveva già deciso di darsi lui stesso una medaglia d’oro. Finiti i soldi ad Agadez voleva andare a scavare in uno dei cantieri minerari per pagarsi il resto del viaggio. Solo che il giorno prima di partire una moto lo investe ed è, in cambio, portato all’ospedale per alcune fratture. La radiografia conferma la diagnosi e Ezekiel, partito dalla Gambia per andare in Libia, si scopre a Niamey. Raggiunge la capitale con un camion che gli offre un posto panoramico sul tetto tra bidoni, capri e oggetti di artigianato tuareg. Invece della medaglia mostra una carta d’identità plastificata che il sudore delle tasche e la polvere del deserto hanno reso color di argento. Nessuna cerimonia protocollare è prevista. Non parliamo dell’inno nazionale che non canta perché nel suo paese c’è un pazzo militare come presidente. Orfano da sempre, era partito per mantenere, oltre che i suoi due figli, una banda di fratelli, sorelle e nipoti. L’unica gara a cui ha preso parte è stata quella da cui è stato eliminato. La Libia dei gruppi armati farà, almeno per ora, a meno di lui. Dice che vorrebbe curarsi pagando un guaritore in grado di rimetterlo in pista.
Erano in cinque e non c’era posto per tutti sul podio. Camerunesi di origine e ora di ritorno dall’Algeria dopo un mandato di espulsione’ manu militari’. Raccolti dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM), transitano in un paio di centri di passaggio e si prepararono a tornare in patria. Passano perché non hanno di che vestirsi e hanno vergogna di farsi vedere con il poco che indossano. E’ tutto quanto loro rimane dopo l’avventura che era naufragata in Libia. Anzi, prima del naufragio erano già stati derubati della promessa di portarli dall’altra parte del mare. Passavano i giorni e anche le notti e, un poco il mare in cattive condizioni e poi la scomparsa degli scafisti, i nostri hanno abbandonato la corsa. Quattro originari di Douala e uno di Yaoundé, la capitale del Cameroun. Un paese che, assieme a molti altri, esporta migranti come sport olimpico ancora non riconosciuto dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Issa, uno di loro, aveva fatto tre anni di tentativi ed era stato squalificato per tenuta non regolamentare dai passeurs. Di mestiere gioielliere era a suo agio coi metalli preziosi e peccato per la cattiva sorte nei giochi di azzardo.
Gli altri quattro del gruppo, conosciutisi in Libia, avevano rinunciato a gareggiare. Kadj commerciante di vestiti in appalto per matrimoni, Philppe meccanico per moto che vanno quando c’è benzina, Samuel contrattuale per la vendita di alimentari al limite della scadenza e Rodolphe che faceva il saldatore e metteva tutto assieme alla fine del mese. Avevano sborsato il denaro della traversata che non bastava mai. Erano poi stati fatti prigionieri e costretti a chiamare a casa per farsi mandare i soldi della liberazione. Avevano nondimeno fatto proprio l’ideale attribuito al barone Pierre de Coubertin che l’essenziale della vita non è vincere ma partecipare. Quest’ultimo concetto l’avevano messo in pratica senza i tempi di qualificazione prefissati. Giunti a Arlit, la città dell’uranio, non hanno avuto neppure il tempo sufficiente per contaminarsi e si trovano fino a domani al centro OIM di Niamey. Chiedono i pantaloni e una maglietta per l’uniforme alla parata di ritorno al Paese. Dovranno allora raccontare e giustificare agli amici il resto della competizione dalla quale, loro malgrado, si sono ritirati.
Non ci sarà nessuna bandiera ad accoglierli e tanto meno la banda musicale di quartiere per festeggiarne il ritorno. Non si trovano neppure medaglie di bronzo da esibire e non sanno nulla del motto olimpico ‘più in fretta, più forte e più in alto’. Senza darlo troppo a vedere lasciano trapelare l’idea che ritenteranno la sorte tra quattro anni. Giusto prima di partire domandano una preghiera.
Fonte
Olimpiadi geopolitiche
Ogni grande evento è un arma politica nelle mani di chi lo organizza.
Premi Nobel, premi Oscar, mondiali di calcio, expo, saloni del libro,
fiere di questo o quel campo del sapere, eccetera, contengono molti
significati sovrapposti. Sono eventi polisemici, difficili da
catalogare (e dunque da condannare o, al contrario, da esaltare) in
blocco, senza considerare l’evento nel suo complesso e nella sua
complessità. Alcuni sono eventi necessari sebbene fagocitati da
logiche capitalistiche; altri hanno perso nel corso del tempo il loro
significato (o funzione) originario, rivestendo nella post-modernità il
ruolo di contenitori del superfluo o dell’inutile; altri sono invece
baracconi devianti. Le manifestazioni sportive hanno da sempre una
funzione legittimante il potere costituito, ma allo stesso tempo
rivestono una funzione necessaria dello spirito sociale dell’uomo che le
ha rese antiche quanto l’uomo stesso, motivo per cui è altresì inutile
marchiarle come “prodotto del capitalismo”. Le Olimpiadi, ad esempio, non sono un
prodotto del capitalismo, ma sono capitalisticamente organizzate più o
meno da quando sono state reintrodotte nella modernità. Eppure una delle
più grandi – la più grande, nel rapporto tra numero dei suoi abitanti,
medaglie vinte e Pil pro-capite – nazioni olimpiche, Cuba, non può
essere certo ridotta a riflesso sportivo del capitalismo. Anche a Cuba,
figuriamoci, lo sport ha valore legittimante, ma in funzione socialista,
dunque progressiva. Perché mai d’altronde lo sport non dovrebbe
legittimare, cioè cementare il rapporto tra popolazione e potere
politico, se questo è espressione di un potere di classe? Ben venga
allora ogni utilizzo dello sport in questo senso, piantandola una volta
per tutte con le retoriche buoniste dello sport come esclusivo momento
ludico-ricreativo. Lo sport è competizione, o meglio cooperazione nella
competizione. Cuba è un sistema che funziona anche perché i suoi atleti
vincono, non vanno a fare passerelle pauperistiche nei palcoscenici del
turbo-capitalismo post-moderno.
Detto questo, due piccoli indizi di quanto possa essere potente il palcoscenico olimpico per veicolare messaggi (e valori) politici sono sotto gli occhi di tutti in questi giorni di esaltazione (e frustrazione) olimpica. Il primo, il boicottaggio generalizzato contro la Russia a cui partecipano pateticamente gli atleti dalle nazionalità meno credibili (Stati Uniti e Italia, ad esempio, fra le nazioni più dopate della storia). Ogni medaglia persa, ogni oro sfumato, ogni qualificazione mancata, e giù a sparare contro gli atleti russi che starebbero barando in quanto “nazione dopata”. Prima dello scandalo del doping russo emerso nel 2015 (dove però la Wada – l’agenzia antidoping mondiale – aveva monitorato e condannato anche altri 12 paesi), gli Usa erano la nazione col maggior numero di atleti dopati alle Olimpiadi. Eppure a nessuno atleta, figuriamoci gli italiani, è mai venuto in mente di delegittimare gli Usa come partecipanti alla competizione (purtroppo, aggiungiamo noi). Da qualche giorno invece ad ogni figura di merda fatta dall’Italia in queste Olimpiadi (a proposito, siamo in corsa per battere il record di peggiore olimpiade di sempre, grazie alla gestione mafiosa dei nostri settori sportivi, ai tagli radicali fatti dai vari governi verso tutto lo sport agonistico, per non dire di quello popolare, grazie alle scelte politiche del Coni, alla poca lungimiranza del settore tecnico, eccetera eccetera: andiamo avanti sperando nello stellone, consona strategia italica), dicevamo, ad ogni eliminazione o delusione segue la dichiarazione contro la Russia, colpevole di partecipare ai giochi e di sottrarre medaglie agli atleti “sani”. Ben venga l’esclusione degli atleti russi se effettivamente colpevoli di doping, sia chiaro, ma al tempo stesso l’utilizzo dei due pesi e delle due misure ha un chiaro risvolto politico. E ha un po’ rotto il cazzo, come direbbe Bizio Capoccetti. Gli Usa avrebbero dovuto essere banditi da ogni Olimpiade s’è per questo, eppure fatichiamo a leggere dichiarazioni in tal senso. Francia e Spagna sono paesi posti sotto osservazione per infrazioni sistematiche al sistema anti-doping: qualcuno ne ha sentito parlare? Qualcuno sta dubitando sui media della loro legittimità a gareggiare? Qualche atleta si è risentito di competere contro francesi o spagnoli? Non ci risulta. La demonizzazione del paese avviene attraverso le dichiarazioni di sportivi bolliti che pensano così di nascondere le proprie attuali miserie atletiche (perché pensate che stiamo parlando di Clemente Russo?).
Eppure, ad un livello più inferiore ma non meno deprimente, c’è qualcosa che batte anche il doping politico contro la Russia. Stiamo parlando cioè della “squadra olimpica dei rifugiati”, la fantasiosa nazionale dei senza Stato, dei migranti salvati dalla bontà occidentale, ai quali viene concessa l’occasione della vita, il palcoscenico per concretizzare l’american dream, l’illusione di un’impossibile parità di condizioni e di trattamento. Dopo aver distrutto gli Stati d’appartenenza, l’Occidente – attraverso la sua mannaia sportiva del Cio – consente anche ai “pezzenti” un posto in paradiso. Non sappiamo chi sia tal Andrea Coccia, ma questo articolo riassume brevemente l’operazione culturale neocoloniale e visceralmente razzista che si cela dietro l’artificiosa squadra creata dal Comitato olimpico. Anche questa, un’operazione culturale magari secondaria ma indicativa, che svela l’approccio del mondo dei ricchi verso quello dei poveri, che elimina le origini di quella povertà ma consente agli assoggettati l’illusione di far parte di quello stesso mondo che li ha resi poveri. Capolavoro.
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Detto questo, due piccoli indizi di quanto possa essere potente il palcoscenico olimpico per veicolare messaggi (e valori) politici sono sotto gli occhi di tutti in questi giorni di esaltazione (e frustrazione) olimpica. Il primo, il boicottaggio generalizzato contro la Russia a cui partecipano pateticamente gli atleti dalle nazionalità meno credibili (Stati Uniti e Italia, ad esempio, fra le nazioni più dopate della storia). Ogni medaglia persa, ogni oro sfumato, ogni qualificazione mancata, e giù a sparare contro gli atleti russi che starebbero barando in quanto “nazione dopata”. Prima dello scandalo del doping russo emerso nel 2015 (dove però la Wada – l’agenzia antidoping mondiale – aveva monitorato e condannato anche altri 12 paesi), gli Usa erano la nazione col maggior numero di atleti dopati alle Olimpiadi. Eppure a nessuno atleta, figuriamoci gli italiani, è mai venuto in mente di delegittimare gli Usa come partecipanti alla competizione (purtroppo, aggiungiamo noi). Da qualche giorno invece ad ogni figura di merda fatta dall’Italia in queste Olimpiadi (a proposito, siamo in corsa per battere il record di peggiore olimpiade di sempre, grazie alla gestione mafiosa dei nostri settori sportivi, ai tagli radicali fatti dai vari governi verso tutto lo sport agonistico, per non dire di quello popolare, grazie alle scelte politiche del Coni, alla poca lungimiranza del settore tecnico, eccetera eccetera: andiamo avanti sperando nello stellone, consona strategia italica), dicevamo, ad ogni eliminazione o delusione segue la dichiarazione contro la Russia, colpevole di partecipare ai giochi e di sottrarre medaglie agli atleti “sani”. Ben venga l’esclusione degli atleti russi se effettivamente colpevoli di doping, sia chiaro, ma al tempo stesso l’utilizzo dei due pesi e delle due misure ha un chiaro risvolto politico. E ha un po’ rotto il cazzo, come direbbe Bizio Capoccetti. Gli Usa avrebbero dovuto essere banditi da ogni Olimpiade s’è per questo, eppure fatichiamo a leggere dichiarazioni in tal senso. Francia e Spagna sono paesi posti sotto osservazione per infrazioni sistematiche al sistema anti-doping: qualcuno ne ha sentito parlare? Qualcuno sta dubitando sui media della loro legittimità a gareggiare? Qualche atleta si è risentito di competere contro francesi o spagnoli? Non ci risulta. La demonizzazione del paese avviene attraverso le dichiarazioni di sportivi bolliti che pensano così di nascondere le proprie attuali miserie atletiche (perché pensate che stiamo parlando di Clemente Russo?).
Eppure, ad un livello più inferiore ma non meno deprimente, c’è qualcosa che batte anche il doping politico contro la Russia. Stiamo parlando cioè della “squadra olimpica dei rifugiati”, la fantasiosa nazionale dei senza Stato, dei migranti salvati dalla bontà occidentale, ai quali viene concessa l’occasione della vita, il palcoscenico per concretizzare l’american dream, l’illusione di un’impossibile parità di condizioni e di trattamento. Dopo aver distrutto gli Stati d’appartenenza, l’Occidente – attraverso la sua mannaia sportiva del Cio – consente anche ai “pezzenti” un posto in paradiso. Non sappiamo chi sia tal Andrea Coccia, ma questo articolo riassume brevemente l’operazione culturale neocoloniale e visceralmente razzista che si cela dietro l’artificiosa squadra creata dal Comitato olimpico. Anche questa, un’operazione culturale magari secondaria ma indicativa, che svela l’approccio del mondo dei ricchi verso quello dei poveri, che elimina le origini di quella povertà ma consente agli assoggettati l’illusione di far parte di quello stesso mondo che li ha resi poveri. Capolavoro.
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08/04/2016
Chi era Leni Riefenstahl? Note a margine del film Race
A pochi giorni dalla sua uscita nelle sale cinematografiche sono andato a vedere Race. Il colore delle vittoria, film sulla vita e sulle imprese sportive di Jesse Owens. Come è noto, questo eccezionale atleta statunitense di colore vinse quattro medaglie d’oro nell’atletica alle Olimpiadi di Berlino del 1936, dando un bel dispiacere ai teorizzatori della superiorità della “razza ariana”. Il film non mi è parso né bello né brutto, non mi sono annoiato ma non credo che questo film sarà ricordato come un capolavoro nella storia del cinema. Non ci sarebbe dunque ragione di scriverne su Contropiano se non per rilevare che anche questo film si associa alla moda di riabilitare personaggi dal sinistro passato nazista. Mi riferisco, in questo caso, a come viene messa in scena la figura di Leni Riefenstahl, regista di regime che entra nella vicenda come autrice del famoso film Olympia, lungo documentario sulle olimpiadi di Berlino che fu presentato al pubblico il 29 aprile 1938 nel corso delle celebrazioni del quarantanovesimo compleanno di Hitler e in seguito inviato al Festival del cinema di Venezia dove vinse la medaglia d’oro.
Race si associa alla leggenda secondo cui la Riefenstahl sarebbe stata odiata da Goebbels, allora ministro della cultura e della propaganda, il quale avrebbe anche cercato di impedirle le riprese della finale dei 200 metri in previsione della vittoria di Owens. In realtà Leni Riefenstahl era intima amica di Hitler sin dal 1932 ma anche dello stesso Goebbels il quale, in effetti, non avrebbe nemmeno potuto interferire nel suo lavoro poiché, in virtù delle relazioni e dei trascorsi di provata fede al nazismo, era l’unica regista che non doveva rispondere alla Reichsfilmkammer, la sezione della Reichskulturkammer che controllava la produzione cinematografica nella Germania nazista. Il film Olympya fu prodotto su commissione dello stato tedesco che ne finanziò la realizzazione, tuttavia fu costituita appositamente una società fantasma a nome della Riefenstahl per evitare di dichiarare il diretto coinvolgimento del Reich nella produzione. La regista, peraltro, aveva già lavorato per i nazisti alla realizzazione del film di propaganda Triumph des Willens (Trionfo della volontà), sul congresso del Partito Nazionalsocialista del 1934 e in totale realizzò per il regime ben quattro film variamente propagandistici (lavorando anche nei film-studio Barrandov della Praga occupata).
Il film Race sembra anche attribuire alla Riefenstahl un sogno di fraternità tra i popoli quando, commentando il momento di cui l’atleta tedesco Lutz Long(1) invita Owens a compiere insieme un giro di pista dice che il suo connazionale “sta scrivendo il mio film”. In realtà, dei gesti di solidarietà e di sostegno di Long verso Owens nella sceneggiatura di Olympia non c’è nulla, come non si trova niente delle presunte scene di salto in lungo che la Riefenstahl avrebbe chiesto a Owens di girare dopo la chiusura della competizione.
Accreditare oggi l’immagine di una Riefenstahl non coinvolta con l’ideologia nazista appare un’operazione mistificatrice e poco attenta all’estetica dei suoi film. E’ vero che la regista tedesca ebbe a dichiarare ai Cahiers du cinéma, nel 1965, che i suoi lavori non erano propaganda, ma erano “cinema verità” poiché non una sola scena era girata in studio. Tuttavia, i documentari non sono mai neutri, ma rappresentano un punto di vista su una realtà; in particolare i film della Riefenstahl aderiscono a una precisa estetica che si traduce nella scelta dei soggetti, delle inquadrature, delle riprese e non ultimo dell’autore delle musiche. Tutte queste scelte sono rappresentate nella realizzazione di Olympia che, si badi, è, per i tempi in cui fu realizzato, di grande modernità, tuttavia aderente a un’estetica coerente con il nazismo. E’ proprio nel fatto estetico che va ricercato il linguaggio corrivo al nazismo della Riefenstahl.
Le Olimpiadi del 1936 costituirono un’occasione propagandista inattesa per il regime. La decisione di tenere l’XI Olimpiade a Berlino fu presa prima della salita al potere di Hitler e si dice che fu Goebbels a vincere le titubanze del dittatore a confermare l’evento, facendogli intravedere un possibile ritorno di immagine per il regime. Tutta la cultura tedesca nazista fu mobilitata per l’occasione: fu costruito uno stadio ispirato alle forme dell’antica Grecia, il compositore Richard Strauss venne incaricato di comporre l’inno olimpico, che poi diresse nel medesimo stadio, mentre alla Riefensthal toccò la documentazione cinematografica, appunto il film Olympia.
Tale film è suddiviso in due parti: la Festa dei popoli e la Festa della Bellezza che coprono una durata totale di oltre tre ore. La prima parte comprende riprese della marcia dei tedofori verso Berlino (tradizione olimpica inaugurata proprio in quell’edizione dei giochi), della cerimonia inaugurale (con le delegazione italiana che sfila a braccio teso con il berretto fascista in testa), e delle gare di atletica leggera, tra cui quelle disputate da Charlie Owens. La seconda parte, appunto la Festa della Bellezza è consacrata a diverse discipline sportive e ha un’introduzione in cui si vedono alcuni atleti nudi esercitarsi e fare la doccia insieme, con una musica che tende a sottolineare un aspetto quasi rituale di tale momento.
E’ proprio nella seconda parte che il film Olympia manifesta il suo carattere esteticamente nazista, perché vi si dispiega quel mito del corpo, della nudità, della vita primordiale e primitiva, di un comunitarismo falsamente legato alla natura che fu uno degli elementi fondanti dell’estetica nazista. Il culto del corpo slegato dalla mente, dell’elemento primordiale, della nudità rimandano a quell’ideale di rinascita del corpo e della comunità mediati dalla presenza di un irresistibile leader che era, per i nazisti, identificato in Hitler. Il nazismo utilizzò, nella sua costruzione ideologica, il messaggio del ritorno alla natura e alla vita comunitaria e impiegò anche, ai suoi fini, la distorsione di alcune idee e pratiche che facevano parte della repubblica di Weimar, ma che avevano un segno soprattutto socialdemocratico o socialista, piegandole all’irrazionalismo della destra(2). Se tale processo di distorsione fu applicato soprattutto alle idee della sinistra politica, agli ebrei si rimproverò, appunto, di essere urbanizzati, intellettuali, portatori di una cultura critica distruttiva, quindi lontani da quella “natura” tanto decantata dai nazisti.
Tutto questo sottolineato dalle musiche composte dal nazista Herbert Windt, che scriveva musiche per i film di regime mentre i suoi colleghi Schoenberg, Weill, Eisler, Schuloff, Ullmann e tanti altri erano costretti all’esilio o persino alla deportazione e alla morte.
Dopo la seconda guerra mondiale Leni Riefenstahl propose alcune iniziative che avrebbero testimoniato una sua visione non razzista. Mi riferisco alle sue indagini filmiche e fotografiche sulle culture tradizionali africane e in particolare sui Nuba. In realtà, anche queste attività della regista tedesca erano interne alla sua ideologia nazista. Infatti, seppure i Nuba non sono certamente di “razza ariana”, le ragioni del suo interesse per questo popolo non erano di valorizzarne la cultura ma di mettere in luce proprio quei tratti di “naturalità”, di “fisicità” e di “non-corruzione” che nutrirono l’ideologia antirazionale nazista. Ciò che interessa alla Riefenstahl, nella cultura dei Nuba, è l’intrico tra i miti primitivi e la vita primordiale o presunta tale, dei Nuba in una visione del mondo in cui il “Bello” si identifica con il gesto del corpo “puro” contrapposto all’”impuro”, il corrotto all’incorrotto, la mente al fisico e infine la forza allo spirito critico. Nessun interesse specifico, quindi, verso le culture africane, ma annessione di alcune loro immagini primitive al pensiero “razziale”, vale a dire sostenere che nell’esistenza di tali persone ci fosse una primordialità legata alla “razza”.
Leni Riefenstahl fu assolta dai tribunali alleati che si occupavano dei crimini nazisti. Tribunali che spesso erano poco informati su chi fossero gli imputati e su cosa avessero significato nella storia della Germania. Molti intellettuali compromessi con il nazismo, come anche il compositore Carl Orff, riuscirono a mescolare le carte tanto da farsi assolvere. Ma al di là del giudizio di quel tribunale, quello della storia pesa molto di più su Leni Riefensthal.
Note:
1) Carl Ludwig Long (1913-1943) fu un campione tedesco di salto in lungo su cui la Germania contava per una sicura vittoria alle Olimpiadi. Durante le qualificazioni, visto che Owens aveva sbagliato per deconcentrazione i primi due salti, lo consigliò sul punto di battuta da scegliere, consentendogli di passare alla finale. La finale fu spettacolare e serratissima e il tedesco si classificò secondo dopo Owens. I due atleti rimasero per sempre amici sino alla morte di Long, avvenuta in combattimento in Sicilia nel 1943 durante l’occupazione tedesca dell’Italia.
2) Questo processo fu portato avanti massicciamente ma non unicamente nel campo dell’educazione, per esempio distorcendo alcune posizioni sulla positività della vita comunitaria di Leo Kestemberg, illuminato socialdemocratico indipendente che si occupò della riorganizzazione dell’educazione nella Repubblica di Weimar.
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Il film Race sembra anche attribuire alla Riefenstahl un sogno di fraternità tra i popoli quando, commentando il momento di cui l’atleta tedesco Lutz Long(1) invita Owens a compiere insieme un giro di pista dice che il suo connazionale “sta scrivendo il mio film”. In realtà, dei gesti di solidarietà e di sostegno di Long verso Owens nella sceneggiatura di Olympia non c’è nulla, come non si trova niente delle presunte scene di salto in lungo che la Riefenstahl avrebbe chiesto a Owens di girare dopo la chiusura della competizione.
Accreditare oggi l’immagine di una Riefenstahl non coinvolta con l’ideologia nazista appare un’operazione mistificatrice e poco attenta all’estetica dei suoi film. E’ vero che la regista tedesca ebbe a dichiarare ai Cahiers du cinéma, nel 1965, che i suoi lavori non erano propaganda, ma erano “cinema verità” poiché non una sola scena era girata in studio. Tuttavia, i documentari non sono mai neutri, ma rappresentano un punto di vista su una realtà; in particolare i film della Riefenstahl aderiscono a una precisa estetica che si traduce nella scelta dei soggetti, delle inquadrature, delle riprese e non ultimo dell’autore delle musiche. Tutte queste scelte sono rappresentate nella realizzazione di Olympia che, si badi, è, per i tempi in cui fu realizzato, di grande modernità, tuttavia aderente a un’estetica coerente con il nazismo. E’ proprio nel fatto estetico che va ricercato il linguaggio corrivo al nazismo della Riefenstahl.
Le Olimpiadi del 1936 costituirono un’occasione propagandista inattesa per il regime. La decisione di tenere l’XI Olimpiade a Berlino fu presa prima della salita al potere di Hitler e si dice che fu Goebbels a vincere le titubanze del dittatore a confermare l’evento, facendogli intravedere un possibile ritorno di immagine per il regime. Tutta la cultura tedesca nazista fu mobilitata per l’occasione: fu costruito uno stadio ispirato alle forme dell’antica Grecia, il compositore Richard Strauss venne incaricato di comporre l’inno olimpico, che poi diresse nel medesimo stadio, mentre alla Riefensthal toccò la documentazione cinematografica, appunto il film Olympia.
Tale film è suddiviso in due parti: la Festa dei popoli e la Festa della Bellezza che coprono una durata totale di oltre tre ore. La prima parte comprende riprese della marcia dei tedofori verso Berlino (tradizione olimpica inaugurata proprio in quell’edizione dei giochi), della cerimonia inaugurale (con le delegazione italiana che sfila a braccio teso con il berretto fascista in testa), e delle gare di atletica leggera, tra cui quelle disputate da Charlie Owens. La seconda parte, appunto la Festa della Bellezza è consacrata a diverse discipline sportive e ha un’introduzione in cui si vedono alcuni atleti nudi esercitarsi e fare la doccia insieme, con una musica che tende a sottolineare un aspetto quasi rituale di tale momento.
E’ proprio nella seconda parte che il film Olympia manifesta il suo carattere esteticamente nazista, perché vi si dispiega quel mito del corpo, della nudità, della vita primordiale e primitiva, di un comunitarismo falsamente legato alla natura che fu uno degli elementi fondanti dell’estetica nazista. Il culto del corpo slegato dalla mente, dell’elemento primordiale, della nudità rimandano a quell’ideale di rinascita del corpo e della comunità mediati dalla presenza di un irresistibile leader che era, per i nazisti, identificato in Hitler. Il nazismo utilizzò, nella sua costruzione ideologica, il messaggio del ritorno alla natura e alla vita comunitaria e impiegò anche, ai suoi fini, la distorsione di alcune idee e pratiche che facevano parte della repubblica di Weimar, ma che avevano un segno soprattutto socialdemocratico o socialista, piegandole all’irrazionalismo della destra(2). Se tale processo di distorsione fu applicato soprattutto alle idee della sinistra politica, agli ebrei si rimproverò, appunto, di essere urbanizzati, intellettuali, portatori di una cultura critica distruttiva, quindi lontani da quella “natura” tanto decantata dai nazisti.
Tutto questo sottolineato dalle musiche composte dal nazista Herbert Windt, che scriveva musiche per i film di regime mentre i suoi colleghi Schoenberg, Weill, Eisler, Schuloff, Ullmann e tanti altri erano costretti all’esilio o persino alla deportazione e alla morte.
Dopo la seconda guerra mondiale Leni Riefenstahl propose alcune iniziative che avrebbero testimoniato una sua visione non razzista. Mi riferisco alle sue indagini filmiche e fotografiche sulle culture tradizionali africane e in particolare sui Nuba. In realtà, anche queste attività della regista tedesca erano interne alla sua ideologia nazista. Infatti, seppure i Nuba non sono certamente di “razza ariana”, le ragioni del suo interesse per questo popolo non erano di valorizzarne la cultura ma di mettere in luce proprio quei tratti di “naturalità”, di “fisicità” e di “non-corruzione” che nutrirono l’ideologia antirazionale nazista. Ciò che interessa alla Riefenstahl, nella cultura dei Nuba, è l’intrico tra i miti primitivi e la vita primordiale o presunta tale, dei Nuba in una visione del mondo in cui il “Bello” si identifica con il gesto del corpo “puro” contrapposto all’”impuro”, il corrotto all’incorrotto, la mente al fisico e infine la forza allo spirito critico. Nessun interesse specifico, quindi, verso le culture africane, ma annessione di alcune loro immagini primitive al pensiero “razziale”, vale a dire sostenere che nell’esistenza di tali persone ci fosse una primordialità legata alla “razza”.
Leni Riefenstahl fu assolta dai tribunali alleati che si occupavano dei crimini nazisti. Tribunali che spesso erano poco informati su chi fossero gli imputati e su cosa avessero significato nella storia della Germania. Molti intellettuali compromessi con il nazismo, come anche il compositore Carl Orff, riuscirono a mescolare le carte tanto da farsi assolvere. Ma al di là del giudizio di quel tribunale, quello della storia pesa molto di più su Leni Riefensthal.
Note:
1) Carl Ludwig Long (1913-1943) fu un campione tedesco di salto in lungo su cui la Germania contava per una sicura vittoria alle Olimpiadi. Durante le qualificazioni, visto che Owens aveva sbagliato per deconcentrazione i primi due salti, lo consigliò sul punto di battuta da scegliere, consentendogli di passare alla finale. La finale fu spettacolare e serratissima e il tedesco si classificò secondo dopo Owens. I due atleti rimasero per sempre amici sino alla morte di Long, avvenuta in combattimento in Sicilia nel 1943 durante l’occupazione tedesca dell’Italia.
2) Questo processo fu portato avanti massicciamente ma non unicamente nel campo dell’educazione, per esempio distorcendo alcune posizioni sulla positività della vita comunitaria di Leo Kestemberg, illuminato socialdemocratico indipendente che si occupò della riorganizzazione dell’educazione nella Repubblica di Weimar.
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10/11/2015
Atletica russa sotto accusa per doping, un passo avanti nello scontro geopolitico
La sortita della Wada – l'agenzia internazionale antidoping – dà la misura dello scontro geopolitico di questi tempi. Non c'è infatti alcun dubbio che la richiesta di escludere la Russia dalle prossime Olimpiadi, specificamente nell'atletica leggera, sia un fatto politico di prima grandezza, così come lo è la lettura restituitaci da tutti media di regime. Ma in storie come questa non ci sono innocenti, e sarà bene – nonostante si stia parlando di sport, nel suo aspetto peggiore – evitare di atteggiarsi a tifosi beoti.
I fatti, per orizzontarsi. La Wada ha presentato un rapporto di 323 pagine, in cui dà conto di decine di casi di doping in tutto il mondo e in tutte le discipline sportive. La Russia è citata per 225 casi, la Turchia per 188, la Francia per 106, addirittura l'India (95 casi) precede il Belgio (94, nonostante sia un “piccolo” paese); al sesto posto l'Italia con 83, seguita ad un passo dalla Spagna con 67. Più lontani gli Stati Uniti con appena 43 casi (soltanto?).
Quanto basta a far parlare di malattia contagiosa, visto che il doping non risparmia alcun paese e tantomeno singole discipline (nell'equitazione, per dire, spesso si dopa il cavallo, non necessariamente il cavaliere).
Perché sanzionare, e in modo così pesante, soltanto la Russia? Qui si passa, anche nel rapporto della Wada, dalle considerazioni tecnico-scientifiche a quelle politiche: “Nell'atletica russa il doping è totale e di stato. Le medaglie vinte a Londra 2012 – 17 tra ori, argenti e bronzi – hanno sabotato i Giochi”. Nell'atletica, a Londra, la Russia arrivò seconda dietro gli Stati Uniti.
Nel caso russo viene inoltre documentata l'impossibilità pratica di condurre “controlli a sorpresa” (l'unico modo reale di “beccare” qualcuno, visto che le sostanze dopanti possono essere coperte o fisiologicamente smaltite nel giro di alcuni giorni), l'intervento di “servizi segreti” o comunque polizieschi nella gestione-distruzione delle provette con i prelievi fatti agli atleti, la corruzione di alcuni medici e dirigenti sportivi che “coprivano” in vario modo gli atleti comunque riscontrati “positivi” ai test.
Non c'è motivo di dubitare che questi riscontri siano veritieri. Quel che “stupisce” nel consiglio dato dalla Wada alla Iaaf (la federazione internazionale di atletica leggera) è la sua unicità. Nessun altro paese viene considerato meritevole di sanzioni altrettanto pesanti (neanche la Turchia, seconda in questa disonorevole classifica, quasi alla pari con la Russia, nonostante disponga di un numero di atleti di alto livello molto inferiore).
Il “consiglio” arriva fra l'altro a una federazione che ha perso da pochi mesi il suo presidente – il senegalese Lamine Diack, finito sotto fermo di polizia insieme ai due figli, al consigliere economico della Iaaf e al capo francese dell’antidoping – con l'accusa di corruzione. Il nuovo reggente, una leggenda del mezzofondo mondiale, l'inglese Sebastian Coe, si è messo immediatamente a disposizione dell'accusa chiedendo alla Russia di “chiarire entro domenica” la situazione. I vertici dello sport russo hanno ovviamente risposto che si tratta di un “attacco politico”, che si aggiunge a quello avvenuto in Ucraina.
E anche qui non c'è da dubitare che sia vero. Siamo insomma nella classica situazione della tragedia, in cui entrambi i soggetti del conflitto possono accampare numerose ragioni a proprio favore. Nascondendo, in questo caso, una quantità innumerevole di torti.
Il doping è il tumore che sta uccidendo lo sport, ma è una derivata logica della ricerca smodata del profitto, del prestigio nazionale, del successo personale. Stiamo dicendo cose risapute, lo sappiamo; così come lo sanno i vertici dello sport – dunque della politica – globale.
Mettiamola così. Il corpo umano ha dei limiti prestazionali, che possono essere un po' allargati tramite l'allenamento, l'affinamento della tecnica, la cura dell'alimentazione, ecc. Progressi evidenti e clamorosi possono essere osservati su qualunque essere umano che si metta a fare uno sport qualsiasi, al seguito di un allenatore mediamente competente.
Ma nel giro di pochi anni si arriva inevitabilmente al nuovo limite – quello di un corpo allenato e addestrato tecnicamente – che diventa quasi impossibile da superare con un ulteriore aumento dei carichi di lavoro o l'evoluzione del gesto tecnico. Diciamo che i progressi, a quel punto diventano infinitesimali, nell'ordine dei millesimi di secondo nelle corse o dei millimetri nei lanci e nei salti. Un nuovo record diventa possibile solo se cambiano i parametri fisici fin lì considerati ottimali – per esempio Usain Bolt, con i suoi quasi due metri, in una specialità considerata appannaggio "naturale" di gente molto meno alta – oppure “potenziando” artificialmente il fisico. Col doping, ovvero con un numero sempre crescente di sostanze chimico-sintetiche prodotte da un ramo specifico dell'industria farmaceutica.
Non c'è paese, oggi, che possa essere considerato “puro”, perché gli atleti e i loro allenatori sono ovunque liberi di muoversi sul mercato, acquistare prodotti e assumerli in totale autonomia, al di fuori di qualsiasi “suggerimento” statale. E anche gli atleti russi hanno questa possibilità. Così come esistono ancora Stati che proteggono o "coltivano" i loro atleti per aumentare il prestigio del paese tramite i successi sportivi. Ed anche i paesi occidentali esitano molto prima di “bruciare” un proprio campione clamorosamente dopato (Pantani e Schwazer in Italia, Armstrong e Gatlin negli Usa, per non parlare di Florence Griffith-Joyner, improvvisamente capace di stabilire un record assurdo sui 100 metri piani e poi morta altrettanto improvvisamente a soli 37 anni, ancora considerata “pulita”).
Dunque la decisione di sanzionare la Russia sportiva è supportata da accuse comprovate, ma è una scelta geo-politica che segna un passo avanti nell'escalation che l'imperialismo occidentale sta conducendo da anni contro Mosca.
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I fatti, per orizzontarsi. La Wada ha presentato un rapporto di 323 pagine, in cui dà conto di decine di casi di doping in tutto il mondo e in tutte le discipline sportive. La Russia è citata per 225 casi, la Turchia per 188, la Francia per 106, addirittura l'India (95 casi) precede il Belgio (94, nonostante sia un “piccolo” paese); al sesto posto l'Italia con 83, seguita ad un passo dalla Spagna con 67. Più lontani gli Stati Uniti con appena 43 casi (soltanto?).
Quanto basta a far parlare di malattia contagiosa, visto che il doping non risparmia alcun paese e tantomeno singole discipline (nell'equitazione, per dire, spesso si dopa il cavallo, non necessariamente il cavaliere).
Perché sanzionare, e in modo così pesante, soltanto la Russia? Qui si passa, anche nel rapporto della Wada, dalle considerazioni tecnico-scientifiche a quelle politiche: “Nell'atletica russa il doping è totale e di stato. Le medaglie vinte a Londra 2012 – 17 tra ori, argenti e bronzi – hanno sabotato i Giochi”. Nell'atletica, a Londra, la Russia arrivò seconda dietro gli Stati Uniti.
Nel caso russo viene inoltre documentata l'impossibilità pratica di condurre “controlli a sorpresa” (l'unico modo reale di “beccare” qualcuno, visto che le sostanze dopanti possono essere coperte o fisiologicamente smaltite nel giro di alcuni giorni), l'intervento di “servizi segreti” o comunque polizieschi nella gestione-distruzione delle provette con i prelievi fatti agli atleti, la corruzione di alcuni medici e dirigenti sportivi che “coprivano” in vario modo gli atleti comunque riscontrati “positivi” ai test.
Non c'è motivo di dubitare che questi riscontri siano veritieri. Quel che “stupisce” nel consiglio dato dalla Wada alla Iaaf (la federazione internazionale di atletica leggera) è la sua unicità. Nessun altro paese viene considerato meritevole di sanzioni altrettanto pesanti (neanche la Turchia, seconda in questa disonorevole classifica, quasi alla pari con la Russia, nonostante disponga di un numero di atleti di alto livello molto inferiore).
Il “consiglio” arriva fra l'altro a una federazione che ha perso da pochi mesi il suo presidente – il senegalese Lamine Diack, finito sotto fermo di polizia insieme ai due figli, al consigliere economico della Iaaf e al capo francese dell’antidoping – con l'accusa di corruzione. Il nuovo reggente, una leggenda del mezzofondo mondiale, l'inglese Sebastian Coe, si è messo immediatamente a disposizione dell'accusa chiedendo alla Russia di “chiarire entro domenica” la situazione. I vertici dello sport russo hanno ovviamente risposto che si tratta di un “attacco politico”, che si aggiunge a quello avvenuto in Ucraina.
E anche qui non c'è da dubitare che sia vero. Siamo insomma nella classica situazione della tragedia, in cui entrambi i soggetti del conflitto possono accampare numerose ragioni a proprio favore. Nascondendo, in questo caso, una quantità innumerevole di torti.
Il doping è il tumore che sta uccidendo lo sport, ma è una derivata logica della ricerca smodata del profitto, del prestigio nazionale, del successo personale. Stiamo dicendo cose risapute, lo sappiamo; così come lo sanno i vertici dello sport – dunque della politica – globale.
Mettiamola così. Il corpo umano ha dei limiti prestazionali, che possono essere un po' allargati tramite l'allenamento, l'affinamento della tecnica, la cura dell'alimentazione, ecc. Progressi evidenti e clamorosi possono essere osservati su qualunque essere umano che si metta a fare uno sport qualsiasi, al seguito di un allenatore mediamente competente.
Ma nel giro di pochi anni si arriva inevitabilmente al nuovo limite – quello di un corpo allenato e addestrato tecnicamente – che diventa quasi impossibile da superare con un ulteriore aumento dei carichi di lavoro o l'evoluzione del gesto tecnico. Diciamo che i progressi, a quel punto diventano infinitesimali, nell'ordine dei millesimi di secondo nelle corse o dei millimetri nei lanci e nei salti. Un nuovo record diventa possibile solo se cambiano i parametri fisici fin lì considerati ottimali – per esempio Usain Bolt, con i suoi quasi due metri, in una specialità considerata appannaggio "naturale" di gente molto meno alta – oppure “potenziando” artificialmente il fisico. Col doping, ovvero con un numero sempre crescente di sostanze chimico-sintetiche prodotte da un ramo specifico dell'industria farmaceutica.
Non c'è paese, oggi, che possa essere considerato “puro”, perché gli atleti e i loro allenatori sono ovunque liberi di muoversi sul mercato, acquistare prodotti e assumerli in totale autonomia, al di fuori di qualsiasi “suggerimento” statale. E anche gli atleti russi hanno questa possibilità. Così come esistono ancora Stati che proteggono o "coltivano" i loro atleti per aumentare il prestigio del paese tramite i successi sportivi. Ed anche i paesi occidentali esitano molto prima di “bruciare” un proprio campione clamorosamente dopato (Pantani e Schwazer in Italia, Armstrong e Gatlin negli Usa, per non parlare di Florence Griffith-Joyner, improvvisamente capace di stabilire un record assurdo sui 100 metri piani e poi morta altrettanto improvvisamente a soli 37 anni, ancora considerata “pulita”).
Dunque la decisione di sanzionare la Russia sportiva è supportata da accuse comprovate, ma è una scelta geo-politica che segna un passo avanti nell'escalation che l'imperialismo occidentale sta conducendo da anni contro Mosca.
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31/12/2013
La Russia di Putin in pieno caos pre-olimpico
Ce ne siamo accorti soprattutto quando sono esplose le lotte della scorsa estate in Brasile durante la Confederation Cup delle nazionali di calcio: i grandi eventi sono vetrine importanti sulla situazione interna di un paese ospitante, sui conflitti che lo attraversano. Non c'è eccezione riguardo alla Russia; sono infatti giorni complicati quelli che attraversa il governo di Vladimir Putin.
L'ex capo del Kgb è in evidente difficoltà nel riuscire a vincere la battaglia geopolitica, nei suoi versanti economici e di immagine pubblica, riguardante le Olimpiadi Invernali di Sochi che partiranno nel prossimo febbraio. Olimpiadi fortemente volute proprio da Putin, alla ricerca di nuovi investimenti esteri ma soprattutto di un dispositivo di soft power con il quale riabbellire l'immagine di una Russia sempre più dilaniata da diversi fattori, che iniziano a premere con forza contro l'ormai quindicennale dominio putiniano.
In primis, il crescente attivismo interno: espressosi soprattutto con il caso delle Pussy Riot in termini mediatici, già aveva visto l'emergere di forti piazze di contestazione in occasione delle elezioni del marzo 2012, piazze riempite da decine di migliaia di persone che protestavano contro il modello di governo putiniano e per una avanzamento negli standard democratici del paese.
A queste si devono aggiungere diverse questioni di carattere internazionale, fortemente tornate alla ribalta con l'attentato suicida di Volgograd di oggi (che aveva avuto un precedente ad ottobre scorso), ad opera molto probabilmente di una donna legata ai movimenti guerriglieri islamisti non completamente annichiliti dalle guerre cecene degli inizi del XXI secolo e che continuano ad essere un problema soprattutto nella regione del Nord Caucaso.
La mossa dell'amnistia putiniana della scorsa settimana ha infatti rappresentato - come lucidamente sottolineato dalle stesse Pussy Riot in una intervista subito dopo la liberazione - una mossa politica di diplomazia internazionale che doveva rispondere non solo al caso della punk band al femminile, ma anche alla questione della detenzione dei manifestanti di GreenPeace arrestati a seguito di una protesta contro le trivellazioni offshore nell’Artico (sul cui sfruttamento delle risorse naturali proprio la Russia si gioca gran parte della potenza geopolitica futura).
Nonché, ca va sans dire, soprattutto del caos che riguarda l'Ucraina, con la partita in campo tra Mosca e Bruxelles sul futuro di Kiev, che vede le piazze ucraine prodursi da settimane in piazze di assedio ai palazzi del potere locale e che rischiano di minare il progetto geopolitico russo di recupero della sua tradizionale zona d'influenza sfruttando il relativo declino dell'appeal dell'UE.
I 18 morti di oggi sono la prova del fatto che in attesa delle Olimpiadi, c'è da attendersi un forte scontro di mosse tra il potere russo e i movimenti di diverso tipo che si agitano all'interno del paese, movimenti eterogenei e che attaccano il regime da diverse prospettive. Un puzzle intricato insomma, nel quale le Olimpiadi avrebbero dovuto giocare il ruolo di pacificatrici dell'opinione pubblica interna e internazionale e che invece rischiano solamente di essere un nuovo passaggio di destabilizzazione del regime putiniano.
Fonte
L'ex capo del Kgb è in evidente difficoltà nel riuscire a vincere la battaglia geopolitica, nei suoi versanti economici e di immagine pubblica, riguardante le Olimpiadi Invernali di Sochi che partiranno nel prossimo febbraio. Olimpiadi fortemente volute proprio da Putin, alla ricerca di nuovi investimenti esteri ma soprattutto di un dispositivo di soft power con il quale riabbellire l'immagine di una Russia sempre più dilaniata da diversi fattori, che iniziano a premere con forza contro l'ormai quindicennale dominio putiniano.
In primis, il crescente attivismo interno: espressosi soprattutto con il caso delle Pussy Riot in termini mediatici, già aveva visto l'emergere di forti piazze di contestazione in occasione delle elezioni del marzo 2012, piazze riempite da decine di migliaia di persone che protestavano contro il modello di governo putiniano e per una avanzamento negli standard democratici del paese.
A queste si devono aggiungere diverse questioni di carattere internazionale, fortemente tornate alla ribalta con l'attentato suicida di Volgograd di oggi (che aveva avuto un precedente ad ottobre scorso), ad opera molto probabilmente di una donna legata ai movimenti guerriglieri islamisti non completamente annichiliti dalle guerre cecene degli inizi del XXI secolo e che continuano ad essere un problema soprattutto nella regione del Nord Caucaso.
La mossa dell'amnistia putiniana della scorsa settimana ha infatti rappresentato - come lucidamente sottolineato dalle stesse Pussy Riot in una intervista subito dopo la liberazione - una mossa politica di diplomazia internazionale che doveva rispondere non solo al caso della punk band al femminile, ma anche alla questione della detenzione dei manifestanti di GreenPeace arrestati a seguito di una protesta contro le trivellazioni offshore nell’Artico (sul cui sfruttamento delle risorse naturali proprio la Russia si gioca gran parte della potenza geopolitica futura).
Nonché, ca va sans dire, soprattutto del caos che riguarda l'Ucraina, con la partita in campo tra Mosca e Bruxelles sul futuro di Kiev, che vede le piazze ucraine prodursi da settimane in piazze di assedio ai palazzi del potere locale e che rischiano di minare il progetto geopolitico russo di recupero della sua tradizionale zona d'influenza sfruttando il relativo declino dell'appeal dell'UE.
I 18 morti di oggi sono la prova del fatto che in attesa delle Olimpiadi, c'è da attendersi un forte scontro di mosse tra il potere russo e i movimenti di diverso tipo che si agitano all'interno del paese, movimenti eterogenei e che attaccano il regime da diverse prospettive. Un puzzle intricato insomma, nel quale le Olimpiadi avrebbero dovuto giocare il ruolo di pacificatrici dell'opinione pubblica interna e internazionale e che invece rischiano solamente di essere un nuovo passaggio di destabilizzazione del regime putiniano.
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30/12/2013
Bomba su un bus, nuova strage a Volgograd
Non si ferma l’ondata di attentati contro la popolazione russa in quella che appare come una vera e propria escalation volta a terrorizzare il paese in vista delle feste di fine d’anno ed a boicottare le olimpiadi invernali di Sochi - in programma dal 7 febbraio - nel tentativo evidentemente di contribuire ad un isolamento internazionale di Mosca al quale stanno alacremente lavorando già la Nato e l’Unione Europea.
Dopo il macello di ieri all’ingresso della stazione ferroviaria di Volgograd a saltare in aria questa mattina alle 8 e 30 è stato un filobus, il numero 15 in circolazione nell’ex Stalingrado. Il bilancio finora è di 15 morti, tra i quali un bimbo di un anno: per la maggior parte le vittime sono studenti che andavano a scuola nel penultimo giorno di lezioni prima delle vacanze di fine anno. Più di venti i feriti, molti dei quali in gravissime condizioni, e quindi il bilancio definitivo è destinato a crescere nelle prossime ore.
La violentissima esplosione ha completamente sventrato il filobus pieno di gente all'ora di punta. In un primo momento gli inquirenti ritenevano che l’ordigno fosse stato posizionato nel mezzo e fatto esplodere a distanza, invece ora sono dell'opinione che si sia trattato di un attentato kamikaze realizzato da un uomo che avrebbe utilizzato quattro chili di esplosivo Tnt.
Ieri a morire nell’esplosione dell’atrio dello snodo ferroviario russo erano state 18 persone – tra di esse un bambino di nove anni e una ragazzina di 14 ed un ufficiale di polizia che aveva tentato di bloccare l’attentatore - ed altre 38 circa erano rimaste ferite.
Durante la giornata di ieri si era diffusa la notizia che a farsi esplodere in prossimità dell’ingresso alla stazione fosse stata una donna kamikaze di origini caucasiche, appartenente a delle squadre di attentatrici suicide provenienti dal Daghestan e sguinzagliate in giro per la Russia dai signori della guerra che vogliono il distacco delle regioni del sud da Mosca e l’instaurazione della sharia. Informazioni più recenti – tutte da confermare – indicano invece come responsabile dell’attacco mortale un attentatore che si chiamerebbe ‘Pavlov’, che avrebbe riposto l’esplosivo in uno zaino poi abbandonato in prossimità dei metal detector. Il terrorista sarebbe stato ripreso da una telecamera a circuito chiuso ed in prossimità del luogo della strage sarebbero stato anche ritrovate una pistola ed una granata. L'attentatore sarebbe Pavel Pechenkin, nato a Volzhsk nella repubblica dei Mari, nel centro della Russia; nella primavera del 2012 si sarebbe unito ai militanti del Daghestan dopo essersi convertito all’Islam e aver cambiato nome in Ansar ar-Rusi, ha spiegato il portavoce degli investigatori di Mosca, Vladimir Markin.
Naturalmente il clima di terrore, chiunque sia dietro l'escalation terroristica in atto contro Mosca, rafforza gli argomenti delle forze di estrema destra e nazionaliste che da tempo conducono in Russia una virulenta campagna contro l'immigrazione di provenienza asiatica. Teoricamente l'ondata di attentati potrebbe anche rafforzare il governo e il presidente Putin, che però in questa fase appaiono incapaci di gestire la situazione e garantire l'incolumità della popolazione civile. Il che fa supporre che gli attacchi delle ultime settimane abbiano un obiettivo destabilizzante e non stabilizzante. Ma si tratta per ora solo di supposizione. Di certo c'è solo il sangue di tanti innocenti.
Nonostante la gravità di quanto sta accadendo in Russia i nostri media dedicano alle due stragi di ieri e di oggi poco spazio, poche righe sui quotidiani e distratti servizi in tv. Se una bomba fosse esplosa in una stazione ferroviaria statunitense ogni trasmissione sarebbe stata interrotta da edizioni straordinarie dei tg e le varie reti sarebbero entrate in collegamento con i rispettivi corrispondenti a Washington e a New York. Ma è solo Volgograd, e le vittime sono russe. Non è il caso di rovinare la festa agli italiani…
Fonte
Dopo il macello di ieri all’ingresso della stazione ferroviaria di Volgograd a saltare in aria questa mattina alle 8 e 30 è stato un filobus, il numero 15 in circolazione nell’ex Stalingrado. Il bilancio finora è di 15 morti, tra i quali un bimbo di un anno: per la maggior parte le vittime sono studenti che andavano a scuola nel penultimo giorno di lezioni prima delle vacanze di fine anno. Più di venti i feriti, molti dei quali in gravissime condizioni, e quindi il bilancio definitivo è destinato a crescere nelle prossime ore.
La violentissima esplosione ha completamente sventrato il filobus pieno di gente all'ora di punta. In un primo momento gli inquirenti ritenevano che l’ordigno fosse stato posizionato nel mezzo e fatto esplodere a distanza, invece ora sono dell'opinione che si sia trattato di un attentato kamikaze realizzato da un uomo che avrebbe utilizzato quattro chili di esplosivo Tnt.
Ieri a morire nell’esplosione dell’atrio dello snodo ferroviario russo erano state 18 persone – tra di esse un bambino di nove anni e una ragazzina di 14 ed un ufficiale di polizia che aveva tentato di bloccare l’attentatore - ed altre 38 circa erano rimaste ferite.
Durante la giornata di ieri si era diffusa la notizia che a farsi esplodere in prossimità dell’ingresso alla stazione fosse stata una donna kamikaze di origini caucasiche, appartenente a delle squadre di attentatrici suicide provenienti dal Daghestan e sguinzagliate in giro per la Russia dai signori della guerra che vogliono il distacco delle regioni del sud da Mosca e l’instaurazione della sharia. Informazioni più recenti – tutte da confermare – indicano invece come responsabile dell’attacco mortale un attentatore che si chiamerebbe ‘Pavlov’, che avrebbe riposto l’esplosivo in uno zaino poi abbandonato in prossimità dei metal detector. Il terrorista sarebbe stato ripreso da una telecamera a circuito chiuso ed in prossimità del luogo della strage sarebbero stato anche ritrovate una pistola ed una granata. L'attentatore sarebbe Pavel Pechenkin, nato a Volzhsk nella repubblica dei Mari, nel centro della Russia; nella primavera del 2012 si sarebbe unito ai militanti del Daghestan dopo essersi convertito all’Islam e aver cambiato nome in Ansar ar-Rusi, ha spiegato il portavoce degli investigatori di Mosca, Vladimir Markin.
Naturalmente il clima di terrore, chiunque sia dietro l'escalation terroristica in atto contro Mosca, rafforza gli argomenti delle forze di estrema destra e nazionaliste che da tempo conducono in Russia una virulenta campagna contro l'immigrazione di provenienza asiatica. Teoricamente l'ondata di attentati potrebbe anche rafforzare il governo e il presidente Putin, che però in questa fase appaiono incapaci di gestire la situazione e garantire l'incolumità della popolazione civile. Il che fa supporre che gli attacchi delle ultime settimane abbiano un obiettivo destabilizzante e non stabilizzante. Ma si tratta per ora solo di supposizione. Di certo c'è solo il sangue di tanti innocenti.
Nonostante la gravità di quanto sta accadendo in Russia i nostri media dedicano alle due stragi di ieri e di oggi poco spazio, poche righe sui quotidiani e distratti servizi in tv. Se una bomba fosse esplosa in una stazione ferroviaria statunitense ogni trasmissione sarebbe stata interrotta da edizioni straordinarie dei tg e le varie reti sarebbero entrate in collegamento con i rispettivi corrispondenti a Washington e a New York. Ma è solo Volgograd, e le vittime sono russe. Non è il caso di rovinare la festa agli italiani…
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06/08/2012
Giochi senza bandiere
Se tutto fa spettacolo, tutto fa Olimpiadi. All'elenco
sterminato di sport olimpici mancano le freccette da bar, le bocce e il
parcheggio cronometrato in retromarcia. Il bello di questa
manifestazione è che tutte le nazioni del mondo possono avere il loro
momento di gloria. Un bronzo nel beach volley assurge a festa nazionale.
Non conosco, né ho ha mai conosciuto, nessuno che pratichi il fioretto o
la spada in vita mia, però alle Olimpiadi sono orgoglioso se il mio
Paese trionfa sulle pedane. Poi, per quattro anni, non me ne può fregare
di meno. Non vincono gli atleti, ma le nazioni. E' il trionfo del nazionalismo.
La medaglia d'oro la conquista il presidente della Repubblica, il telecomando in mano che dalla poltrona, si precipita a congratularsi con l'atleta dandone ampia copertura a tutti i mezzi d'informazione. L'atleta, che una volta diceva alla mamma "Sono arrivato uno!", oggi si prepara a una carriera da parlamentare. Negli anni della Guerra Fredda, la Germania Est vinceva tutto, aveva atleti formidabili, costruiti in laboratorio, spesso dopati come dei cavalli. Negli anni della Grande Crisi è la Cina a vincere tutto. Il super nazionalismo ha bisogno di un super medagliere. Il mondo moderno ha imparato la lezione dagli antichi Romani. Le Olimpiadi sono una versione smisurata del Colosseo con circences che occupano tutti gli spazi dell'informazione. Un bromuro quotidiano sponsorizzato dalle multinazionali. Lo spirito di Olimpia, sotto il segno della Coca Cola, declassato dalla partecipazione di tennisti, calciatori, giocatori di pallacanestro, professionisti che guadagnano cifre immense, fuori dalla realtà della gente comune, che li applaude come semidei dell'antica Grecia. Atleti che sfilano prima delle gare con tricipiti e pettorali in mostra insieme agli slip griffati. Grida e pianti, buttati per terra, tarantolati per una stoccata o per un tiro, come se fosse morto o resuscitato cento volte il gatto di famiglia. Cosa rimarrà dei Giochi Olimpici di Londra? Una vecchia regina che si lancia con il paracadute e un pugno di medaglie da appuntare sul petto della Patria.
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La medaglia d'oro la conquista il presidente della Repubblica, il telecomando in mano che dalla poltrona, si precipita a congratularsi con l'atleta dandone ampia copertura a tutti i mezzi d'informazione. L'atleta, che una volta diceva alla mamma "Sono arrivato uno!", oggi si prepara a una carriera da parlamentare. Negli anni della Guerra Fredda, la Germania Est vinceva tutto, aveva atleti formidabili, costruiti in laboratorio, spesso dopati come dei cavalli. Negli anni della Grande Crisi è la Cina a vincere tutto. Il super nazionalismo ha bisogno di un super medagliere. Il mondo moderno ha imparato la lezione dagli antichi Romani. Le Olimpiadi sono una versione smisurata del Colosseo con circences che occupano tutti gli spazi dell'informazione. Un bromuro quotidiano sponsorizzato dalle multinazionali. Lo spirito di Olimpia, sotto il segno della Coca Cola, declassato dalla partecipazione di tennisti, calciatori, giocatori di pallacanestro, professionisti che guadagnano cifre immense, fuori dalla realtà della gente comune, che li applaude come semidei dell'antica Grecia. Atleti che sfilano prima delle gare con tricipiti e pettorali in mostra insieme agli slip griffati. Grida e pianti, buttati per terra, tarantolati per una stoccata o per un tiro, come se fosse morto o resuscitato cento volte il gatto di famiglia. Cosa rimarrà dei Giochi Olimpici di Londra? Una vecchia regina che si lancia con il paracadute e un pugno di medaglie da appuntare sul petto della Patria.
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