Da qualche tempo, con le elezioni del 2027 all’orizzonte, Giuseppe Conte cerca di ritagliarsi un’identità e maggiore influenza politica all’interno del campo largo: da un lato, provando a caratterizzarsi rispetto all’establishment del PD a guida Schlein, dall’altro, con una confusa operazione, cercando di intercettare qualche simpatia nei settori sociali ultimamente più sensibili alle esternazioni di Vannacci, compresi quelli più popolari che un tempo erano stati bacino elettorale dei 5 stelle.
Stavolta ha inseguito il trend americano (forse un tentativo di capitalizzare il grande “hype” per Mamdani, nuovo sindaco di New York?) con una lettera a Repubblica, in cui critica gli “eccessi” della cultura woke partendo da una frase pronunciata dalla deputata americana Ocasio-Cortez “Woke 1 was crazy” (secondo la sintesi ripresa dai nostri giornali).
Ne è nata una discussione enorme, tra giornali, politici e opinionisti, di destra ma soprattutto “di sinistra”, con il risultato che in Italia ci facciamo trascinare in dibattiti che arrivano da altri Paesi, con situazioni diverse, e che nel dibattito nazionale finiscono per essere oggettivamente sterili.
Infatti, anche se si riferiscono a questioni che ovviamente riguardano anche l’Italia – tra cui il razzismo, il sessismo e i diritti sociali – vengono proposte in modo da scollegarle dai problemi reali delle persone che – evidentemente – non è molto comodo affrontare.
Conte dice che gli eccessi della cultura woke sarebbero diventati una “dottrina totalizzante”, “l’ossatura ideologica” della sinistra. E propone invece di tornare a occuparsi delle vere disuguaglianze economiche e sociali, mettendo però dentro tutti (ceto medio, operai, imprenditori, come se non ci fosse alcuna differenza).
Certo, di fronte a un interesse rispetto alle disuguaglianze sociali si potrebbe dire: meglio tardi che mai (o meglio, buongiorno!). Ma detto da uno che è stato al governo per due anni e mezzo (e quindi ci poteva pensare allora, magari) e che adesso sostiene il “campo largo” che, nelle sue varie forme, ha governato per anni, appare quantomeno stridente, guardando alla condizione sociale disastrosa in cui versa questo paese.
Il paradosso, quindi, è che proprio mentre condanna il “woke”, Conte conferma che né lui né gli altri prima e dopo hanno mai davvero affrontato strutturalmente le disuguaglianze di cui adesso parlano, e usano quel vuoto per attaccare e cercare di prendere qualche voto in più.
Cos’è quindi davvero il “woke”, in questo dibattito? Un insulto, un contenitore vago in cui si butta dentro di tutto (linguaggio inclusivo, identità di genere, antirazzismo, ambientalismo, ecc.). È diventato un nemico facile da colpire senza dover realmente discutere nel merito di nessuno di questi temi.
E proprio per questo, così com’è usato oggi, il termine “woke” funziona nella pratica come un’arma di distrazione portata avanti dalle persone privilegiate, che sposta l’attenzione dai problemi reali delle persone comuni e dalle loro cause.
Diventa il prodotto di una deriva individualista, che porta a leggere i problemi come questioni del singolo; essenzialista, che tende a considerare le identità come qualcosa di fisso, separando le persone in categorie e concentrandosi sulle loro differenze; e culturalista, che rimane nel campo della cultura (spesso quella di un’élite privilegiata) e non mette in discussione le radici sociali ed economiche che portano a determinate discriminazioni e disuguaglianze.
Il risultato è che ogni battaglia di quel contenitore diventa un “movimento di opinione” a sé, invece di riconoscere che hanno la stessa radice e le stesse cause sociali e culturali insite nelle dinamiche di potere della società in cui viviamo. E questa divisione fa comodo, perché permette di parlare dei singoli problemi senza mettere in discussione il sistema intero che li crea, mantenendo così tutto com’è ed evitando qualsiasi ipotesi di conflitto sociale generalizzato.
È quello che succede, per esempio, anche con il “pink washing” e il “rainbow washing”: battaglie portate avanti da chi vive ogni giorno determinate discriminazioni vengono prese, svuotate del loro significato e usate come una bandierina da chi è privilegiato.
È più comodo usare in questo modo i diritti civili, dicendo le parole giuste con il linguaggio giusto e mettendosi la coscienza a posto fingendo che così si possano automaticamente ridurre le disuguaglianze e le discriminazioni. Ma diritti civili e diritti sociali dovrebbero andare insieme, non gli uni al posto degli altri.
E noi, come Donne de Borgata, questo lo diciamo da anni. Nelle periferie, nelle borgate, queste problematiche non sono un dibattito tra le persone d’élite, ma qualcosa di molto più serio e reale.
Donne de Borgata nasce proprio perché le donne e le persone queer, precarie, disoccupate, migranti e studentesse nelle periferie sono state lasciate indietro da chi, a destra e a sinistra, non ha fatto niente per il sociale e ora prova (a parole) a trattarlo così, superficialmente, rendendo anche l’accesso ai diritti un lusso per poche e pochi.
Noi invece nasciamo per rappresentare le necessità di chi vive una realtà durissima, perché è donna e perché proviene da un contesto sociale ed economico non privilegiato e, se è immigrata, le difficoltà aumentano ancora di più. Senza casa, senza un contratto di lavoro, senza documenti, senza soldi per arrivare a fine mese.
In questa situazione, a noi donne delle borgate il dibattito sul «woke» non interessa e non appartiene. Per questo, per noi, le battaglie civili e quelle sociali devono camminare insieme, da sempre. Sapendo però – e la storia ce lo insegna – che i veri cambiamenti culturali e sociali non possono esserci senza cambiare anche i rapporti sociali e di potere.
Non basta “soltanto” cambiare il modo in cui il singolo parla o pensa: bisogna fare in modo che le persone abbiano gli strumenti, le risorse e le possibilità concrete per poter scegliere, partecipare e farsi sentire. Perché oggi chi vive condizioni di precarietà spesso non ha nemmeno la possibilità di partecipare a un dibattito che, di fatto, resta nelle mani di chi il potere lo ha già.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/08/2026
Il dibattito “woke”, una distrazione interessata
01/08/2026
La più grande spesa militare compiuta dal dopoguerra in Italia
In data 15 luglio 2026, il governo italiano ha formalizzato la prenotazione di 14,9 miliardi di euro destinati al piano straordinario di riarmo e potenziamento della difesa nazionale, segnando il culmine di una complessa manovra finanziaria avviata nel biennio precedente.
Questa cifra imponente, originariamente accantonata attraverso la rimodulazione dei fondi europei della politica di coesione – che dunque sono stati ridotti – e del meccanismo SAFE, è stata definitivamente vincolata all’acquisizione di sistemi d’arma avanzati e alla modernizzazione tecnologica delle forze armate.
Il decreto di allocazione, firmato il 18 luglio 2026, stabilisce che 7,2 miliardi di euro siano impiegati per l’acquisto di 132 carri armati Leopard 2A8 – prodotti da Rheinmetall a La Spezia – con una tabella di marcia che prevede la consegna dei primi esemplari entro il 20 marzo 2027.
Altri 4,5 miliardi di euro sono stati prenotati per il programma di difesa aerea integrata, con particolare riferimento ai sistemi missilistici SAMP/T NG, i cui contratti di fornitura sono stati ratificati il 22 luglio 2026 per garantire la copertura dei siti sensibili nazionali a partire dal 1° gennaio 2027.
La restante quota di 3,2 miliardi di euro della prenotazione SAFE è stata indirizzata al settore aerospaziale per lo sviluppo del caccia di sesta generazione GCAP, con un impegno di spesa che copre il triennio 2026-2028.
Questa operazione finanziaria permette all’Italia di allineare la propria spesa militare al 2% del PIL entro il termine perentorio del 31 dicembre 2028, rispettando gli impegni assunti in sede NATO durante il vertice del 10 luglio 2026.
In seguito alla notifica ufficiale inviata a Bruxelles il 24 luglio 2026, l’Italia ha ottenuto il riconoscimento di questi investimenti come fattori rilevanti per lo scomputo dal deficit strutturale, per tutto l’esercizio finanziario 2026.
In questo senso, con l’adesione a Safe, il governo Meloni “libera” uno spazio non vincolato dal patto di stabilità da quasi 15 miliardi, che userà per escludere dal computo quantomeno il rinnovo del taglio del cuneo fiscale.
In altre parole, per questa folle Unione Europea, bisogna armarsi per potere spendere.
Ma il dato più rilevante, come accennato è costituito dal fatto che la prenotazione dei 14,9 miliardi rappresenta il più grande stanziamento singolo per la difesa nella storia della Repubblica, consolidando 25 programmi pluriennali di armamento che vedranno la loro piena operatività entro il 29 luglio 2030.
Il piano di ammortamento per il debito relativo alla manovra da 14,9 miliardi di euro avrà inizio ufficialmente il 1° luglio 2028, al termine di un periodo di pre-ammortamento di 24 mesi stabilito per allineare i rimborsi alla crescita economica prevista.
L’interesse medio applicato ai titoli di Stato emessi per coprire questa operazione è del 3,85% annuo, un tasso fissato in base alle rilevazioni di mercato del 15 luglio 2026. Il costo totale dell’operazione, calcolato su un orizzonte temporale di 20 anni con scadenza definitiva al 30 giugno 2048, ammonterà a complessivi 23,2 miliardi di euro, suddivisi in 14,9 miliardi di quota capitale e 8,3 miliardi di interessi cumulati.
Dunque la collettività italiana pagherà oltre 8 miliardi di interessi per procedere ad un riarmo, il cui ritorno economico, secondo le stime stesse dell’Unione, sarà pari solo al 60% dell’investimento fatto.
Su questo esiste il campo largo???
La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, intervenendo il 19 luglio 2026, ha espresso una posizione critica sulle priorità del governo, pur non negando gli impegni internazionali, chiedendo che almeno il 50% dello spazio fiscale liberato dai vincoli europei venga vincolato a investimenti nella transizione ecologica e nel welfare. Cosa significa? Parere favorevole al riarmo di Safe ma, nel gioco contabile, lasciamo uno spazio alle spese per il welfare. In sintesi ci riarmiamo per mantenere un pezzettino di Stato sociale?
Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, il 18 luglio 2026 ha duramente contestato la manovra definendola un furto sociale che sottrae 14,9 miliardi a sanità e istruzione per destinarli a strumenti di morte, preannunciando una mozione di sfiducia entro il 30 settembre 2026.
Ripeto, su questo esiste il campo largo???
Ah no, dicono i saggi, il Campo largo è solo un’operazione elettorale per battere le Destre.
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14/07/2026
Il campo del “ma anche”
Giuseppe Provenzano, fedelissimo di Elly Schlein e responsabile della politica estera del PD, ha dovuto riaffermare sul Corriere della Sera la posizione del suo partito su riarmo e guerra.
Dopo il bombardamento mediatico contro Conte, che aveva osato affermare che la minaccia russa è una invenzione del partito delle armi e della guerra, il PD, che ha una posizione opposta, non poteva tacere.
È vero che la tattica che Schlein ha in comune con Giorgia Meloni è quella dei sommergibili: inabissarsi subito di fronte a ciò che può essere una minaccia, ma stavolta la pressione del palazzo era troppo forte. Volete governare ? Allora dovete garantire che quelle di Conte siano solo parole. Le stesse che ogni tanto borbotta Salvini, per poi obbedire a Meloni.
Così è toccato a Provenzano ribadire che la Russia è sicuramente una minaccia e le armi in guerra si devono inviare. Poi ci deve essere anche la diplomazia , ma intanto si spara.
Quanto al riarmo, l’esponente PD ha detto che il 5% del PIL è insostenibile, lo afferma anche Giorgetti, ma l’alternativa non è il disarmo, bensì “la difesa comune europea”. Cioè un debito comune europeo che finanzi tante belle cose, ma anche le armi se serve.
E per non restare troppo nel fumo, Provenzano ha affermato che il PD è per ricorrere al famigerato SAFE, il prestito europeo per comprare armi che persino il Governo Meloni finora ha cercato di evitare.
Insomma Provenzano ha ribadito le ragioni per cui il PD in Europa vota sempre come Giorgia Meloni su riarmo e guerra.
Quanto al M5S di Conte, è evidente che per il PD deve fare ciò che fa la Lega: affermare un cosa, ma anche votare il suo esatto opposto.
Vi ricordate quando il PD fu fondato da Valter Veltroni con una fila di “ma anche” su cui imperversò la satira? Ecco, il campo largo è allo stesso punto: noi vogliamo la pace, ma siamo anche per la guerra. Solo così stanno assieme, nel centrosinistra come a destra, con il “ma anche”.
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17/06/2026
L’Italia va a infilarsi nel vespaio di Hormuz. I parlamentari votino no
Sarà quindi compito dei partiti dell’opposizione chiarire cosa pensano di questa missione militare che si configura come “ad alto rischio” per almeno due elementi: il primo quello sul campo, in caso di “non gradimento” iraniano; il secondo quello di andare a rinfocolare motivi di tensioni e conflitto proprio nel momento in cui sembra essere stata raggiunta una tregua dopo la guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran lo scorso 28 febbraio.
C’è da augurarsi che in questa occasione PD, M5S, AVS non se ne escano ancora una volta con posizioni e documenti farfugliati e indefiniti. Il NO a questa missione militare deve essere dichiarato chiaro e forte. Nell’editoriale che abbiamo pubblicato, abbiamo provato a spiegare il contesto e lo scenario di una missione militare sconsiderata.
Qui di seguito proviamo a spiegare le argomentazioni – assai solide a nostro avviso – per le quali in Parlamento non si può dare alcun consenso alla missione militare dei “volenterosi” a Hormuz.
In sede di audizione alle Commissioni riunite Esteri e Difesa a maggio, il ministro della Difesa Crosetto aveva affermato che: “Una nuova missione militare prevede prima una vera tregua, poi una cornice giuridica e infine l’autorizzazione del Parlamento”. Crosetto aveva spiegato come “la tregua appare fragile e precaria, è indispensabile mantenere un accordo serio e responsabile sia con i nostri alleati internazionale sia nel rapporto tra governo e parlamento”.
Ma in tutti gli interventi e i ragionamenti fatti dal governo italiano – così come da quelli dei “volenterosi” – continua ad essere mancante un dato decisivo: cosa ne pensa l’Iran?
“Qualsiasi presenza di Paesi stranieri nello Stretto di Hormuz, sia per garantire la sicurezza della navigazione sia per operazioni di sminamento, è inaccettabile. Si tratta di un pretesto per portare forze navali nello stretto e questo non sarà accettato”, ha dichiarato ieri – martedì – un funzionario iraniano all’agenzia Reuters sottolineando che Teheran nutre “fiducia zero nei confronti dei Paesi stranieri”.
Insomma non proprio una dichiarazione di benvenuto alla flotta dei “volenterosi” nello Stretto di Hormuz.
Altrettanto chiara è stata l’ambasciata dell’Iran a Vienna, la quale in una dichiarazione ripresa dall’agenzia iraniana Pars Today ha affermato che: “Per quanto riguarda la sicurezza dello Stretto di Hormuz, solo l’Iran determina quando – e se – necessita di consulenti esterni o assistenza. Fino a quel giorno, qualsiasi azione straniera nello Stretto o relativa a esso, sotto qualsiasi pretesto, sarà considerata un atto aggressivo contro l’integrità territoriale e la sovranità nazionale della Repubblica Islamica dell’Iran”.
La stessa rappresentanza diplomatica iraniana si è espressa anche sulla disponibilità europea e rivedere le sanzioni all’Iran, apprezzando la dichiarazione ma non facendo certo sconti: “Gli irrilevanti (cioè gli europei, ndr) stanno cercando di trovare un ruolo per sé. La dichiarazione congiunta di alcuni paesi europei è notevole – anche se non per la sua sostanza, ma per la sua audacia”, ha scritto l’ambasciata.
“Le loro sanzioni contro l’Iran non sono mai state legittime o legali fin dall’inizio. Sollevarle, quindi, non è una concessione all’Iran, ma un ritorno alla correttezza – e un favore che fanno solo a se stessi”, ha sostenuto la missione diplomatica.
Trump aveva insistito affinché, subito dopo l’annuncio dell’intesa, venissero contemporaneamente riaperti lo Stretto di Hormuz e il traffico marittimo soggetto al blocco. Tuttavia, l’Iran non ha accettato questa richiesta ed è stato concordato che il processo di riapertura dello Stretto di Hormuz sarebbe iniziato dopo la firma dell’accordo venerdì.
E questo è un altro “dettaglio” di cui farebbero bene a tenere conto il dibattito pubblico e l’agenda politica parlamentare in Italia. La missione militare navale dei “volenterosi” infatti non è parte e non è prevista nell’accordo di tregua, al contrario ne sarebbe una ingerenza esterna e una forzatura pericolosa.
Infine, e non certo per importanza, nel dibattito parlamentare sugli esiti della guerra in Iran, è ormai tempo che entri di forza anche un altro convitato di pietra: l’arsenale nucleare israeliano.
È evidente che qualsiasi discorso sul programma nucleare iraniano sia strettamente collegato al fatto che nella regione c’è al momento una sola potenza – Israele – che detiene armi nucleari e che – diversamente dall’Iran – si è rifiutata di firmare il Trattato di Non Proliferazione e quindi di sottostare ai controlli dell’Agenzia atomica internazionale come ha fatto l’Iran.
È evidente come questa asimmetria e il conseguente doppio standard praticato dai governi europei fino ad oggi, siano dei serissimi motivi di tensione che vanno depotenziati e, possibilmente, rimossi.
Vogliamo augurarci che l’opposizione in Parlamento trovi il coraggio e la coerenza di mettere tutte le questioni decisive sul tappeto. Altrimenti per il governo Meloni il gioco sarà sempre facile.
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31/03/2026
La guerra in Ucraina è e sarà una rogna colossale dentro il “campo largo”. Il dietrofront di Conte
Qualcuno ha fatto notare che mezz’ora prima il senatore M5S Patuanelli aveva affermato in televisione l’esatto contrario di quanto affermato da Conte, ribadendo quanto già affermato a Radio 24 due giorni prima ovvero: “Credo che con noi al governo ci fermeremo con gli aiuti all’Ucraina, ma penso che riusciremo a trovar la quadra anche sulla politica estera con le altre forze della coalizione”.
La svolta, è avvenuta nell’intervento di Conte all’evento di + Europa al centro congressi di via Palermo a Roma: “Sul conflitto russo ucraino abbiamo sensibilità diverse, ma sono stato promotore di una risoluzione comune, riconoscendo su questo punto che l’aggressione russa va sanzionata. Non dobbiamo acquistare gas russo finché non ci sarà un trattato di pace”. E ancora: “Difendiamo con le unghie e con i denti il popolo ucraino”.
Il senatore del Partito Democratico Filippo Sensi, anche lui presente all’evento di +Europa, ha colto l’assist di Conte ed ha così commentato: “Mi pare positivo che oggi il leader dei cinque stelle abbia fatto retromarcia e sconfessato i suoi esponenti che minacciavano la fine del sostegno alla Ucraina e l’apertura al gas russo. La sua risoluzione era irricevibile. Ma almeno oggi ha fatto un passo indietro. Vedremo”.
Lo stesso Sensi due giorni prima aveva attaccato il contenuto dell’intervista di Patuanelli (M5S) a Radio 24. “Patuanelli crede che ‘ci fermeremo con gli aiuti militari all’Ucraina’. Con loro di certo, sapendo bene da che parte stanno. Con noi, invece, gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione” aveva commentato il senatore del PD.
Qualcuno potrebbe far notare che sarà almeno la terza volta che Conte cambia idea sul conflitto fra Russia e Ucraina. Prima c’era stato il sostegno al primo decreto di invio di forniture militari del 2022, poi l’organizzazione di manifestazioni di piazza nel 2024 contro l’invio delle armi in Ucraina, fino al riposizionamento in questi giorni sulla linea del PD, evidentemente funzionale a “creare un clima adatto” per le sue ambizioni di partecipazione alle primarie del centrosinistra.
L’Istituto Piepoli ha diffuso un sondaggio in cui Conte appare il favorito in caso di primarie sul leader della coalizione che si candida a scalzare il governo Meloni.
Appare evidente che il posizionamento sulla guerra in Ucraina e sul riarmo europeo sarà una rogna stellare per il campo largo. E anche questo non è e non sarà un dettaglio.
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05/02/2026
Il decreto sicurezza a Palazzo Chigi. Osservazioni dal Quirinale, basso profilo dalle opposizioni
Su questi due aspetti nei giorni scorsi sono emerse le perplessità del Quirinale sulla loro costituzionalità, ma l’incontro di ieri tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Mantovano (il vero “uomo nero” di Palazzo Chigi) avrebbe sottolineato la necessità di apportare alcune modifiche al pacchetto sicurezza, in particolare per quanto riguarda il fermo di polizia e lo scudo penale.
Nel primo caso, dagli uffici giuridici del Quirinale si sarebbe fatto notare come non possa bastare un semplice atteggiamento sospetto per effettuarlo; nel secondo si sarebbe evidenziata l’esigenza di evitare una giurisprudenza separata per categorie.
Entrambe le misure sono comunque destinate a far parte di un decreto legge sulla sicurezza che approda oggi in Consiglio dei ministri assieme a un disegno di legge sullo stesso tema.
Per quanto riguarda il cosiddetto scudo penale, secondo indiscrezioni, vi sarebbe la previsione di un registro diverso – non solo esclusivo per le forze dell’ordine ma anche per i civili – così da evitare l’iscrizione automatica nel registro degli indagati di fronte a una causa di giustificazione, come legittima difesa o adempimento di un dovere.
È un tema piuttosto “rognoso” quello dello scudo penale, modificato in modo tecnicamente più prudente rispetto alle anticipazioni iniziali ma, proprio per questo, potenzialmente più pervasivo.
Infatti questo non riguarda soltanto le forze dell’ordine, come ci si sarebbe aspettati in un impianto classico di tutela degli agenti, ma viene esteso anche ai civili.
Il principio ispiratore è che chi commette un reato in presenza di una “evidente causa di giustificabilità” non venga automaticamente iscritto nel registro degli indagati ordinario, bensì in un registro separato, con garanzie formalmente analoghe ma con una corsia preferenziale che dovrebbe portare a una rapida archiviazione, entro trenta giorni, salvo diversa valutazione del pubblico ministero.
La decisione finale sulla giustificabilità resta affidata a un magistrato, e questa è la clausola che viene usata per rassicurare. Ma il punto politico è un altro: si costruisce un’idea di legittimità preventiva dell’uso della forza, un’anticipazione di fiducia verso chi reagisce, verso chi “si difende”, verso chi afferma di aver agito in un contesto percepito come minaccioso.
L’altro tema rognoso è quello del fermo preventivo di 12 ore prima delle manifestazioni contro i sospetti.
“Serve una norma – ha detto il ministro degli Interni Piantedosi nelle sue comunicazioni alla Camera e al Senato – che consenta un vero e proprio efficace intervento preventivo. Per fermare preventivamente ci vuole un fermo preventivo”.
Ma dalle osservazioni del Quirinale sarebbe ritenuto eccessivo il tempo di 12 ore per il fermo di polizia preventivo (Salvini, in una delle sue “sboronate” aveva tentato di portarlo a 24 o anche 48 ore) nei confronti di viene sospettato di costituire un pericolo per lo svolgimento pacifico dei cortei. E sarebbe stato evidenziato che bisogna regolare dettagliatamente i motivi del fermo.
Secondo le ultime indicazioni, l’intenzione dell’esecutivo sarebbe di mantenere il trattenimento per 12 ore per accompagnamento negli uffici di polizia, senza necessità di convalida da parte del magistrato (che comunque dovrebbe riceverne comunicazione) ma solo per chi ha precedenti specifici.
Fra le misure d’urgenza ci sarebbero anche quelle sulle zone rosse attorno alle stazioni. Nel disegno di legge, che poi dovrà affrontare l’iter parlamentare, dovrebbe essere invece essere inserito il cosiddetto ‘blocco navale, ossia la possibilità di interdire (da 30 giorni a 6 mesi) l’attraversamento del limite delle acque territoriali in casi di minacce terroristiche o di pressione migratoria eccezionale, due cose ben diverse ma poste praticamente sullo stesso piano.
“La scelta del governo di usare sia un decreto che un ddl non è neutra. Il decreto serve a rendere operative subito le misure più delicate e simboliche, quelle che incidono direttamente sulla libertà di manifestare, sulla gestione dell’ordine pubblico e sulla costruzione del ‘nemico interno’” – commenta l’Osservatorio Repressione – “Il disegno di legge, invece, ospita le norme che richiedono un lavoro di assestamento politico e mediatico, quelle più ideologiche o più esposte al rischio di rilievi istituzionali. È una strategia ormai riconoscibile: prima si cambia il clima, poi si consolidano le fondamenta”.
In questo inquietante scenario da stato di polizia incombente sul paese, colpisce la pochezza politica e di merito dei partiti dell’opposizione.
Se, per fortuna, hanno evitato la trappola della convergenza su un testo comune con la maggioranza, nella risoluzione unitaria presentata dalle opposizioni M5S-Pd-Iv-AVS per prendere le distanze dalle comunicazioni del ministro Piantedosi al Senato, non ci sono critiche sostanziali alla gestione governativa dell’ordine pubblico, c’è la “condanna delle violenze degli antagonisti a Torino” accanto all’annuncio del no al nuovo decreto sicurezza atteso per oggi in Consiglio dei ministri.
Il documento delle opposizioni insiste con la richiesta di ulteriori assunzioni nelle forze dell’ordine (richiesta che non ha riscontri fattuali), sulle modifiche normative per reintrodurre la procedibilità d’ufficio per “reati di particolare disvalore sociale” oltre all’abrogazione di “alcune recenti norme contenute nel c.d. decreto Nordio” (il riferimento è alla convocazione preventiva degli “arrestandi” per alcuni reati anche gravi), ma si limita a proporre di impegnare il Governo “a non fare ricorso in materia di ordine pubblico allo strumento della decretazione d’urgenza”.
Nel merito, c’è il no al fermo preventivo attraverso nuovi “provvedimenti amministrativi limitativi della libertà personale”, alla cauzione per le manifestazioni e all’immunità penale per i componenti delle forze dell’ordine.
Diciamo che la posta in gioco sul piano della democrazia in questo paese richiederebbe un po' più di coraggio politico che limitarsi a quanto già segnalato dal Quirinale.
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03/02/2026
In Italia c’è bisogno di più polizia? La realtà dice il contrario
I dati aggiornati al 2021-2023 ci dicono quanti sono in Italia gli uomini e le donne in divisa con funzioni coercitive appartenenti al Ministero dell’Interno e al Ministero della Difesa:
Polizia di Stato: circa ~100.000 unità
Arma dei Carabinieri: circa ~100.000 unità
Guardia di Finanza: circa ~65.000 unità
Polizia Penitenziaria: circa ~40.000 unità
Corpi di polizia locali (Polizia Municipale): circa ~60.000 unità
Il totale approssimativo è di circa 365.000 agenti (comprese le funzioni amministrative e non esclusivamente di “pattuglia”). La popolazione italiana nel 2023 era di circa 58,8 milioni di abitanti. Il rapporto è quindi di 365.000 agenti su 58.800.000 abitanti, ossia di 1 agente ogni 161 abitanti.
Ovviamente il dato include anche personale con compiti amministrativi, investigativi, di sorveglianza penitenziaria, fiscali, ecc. Inoltre, i corpi hanno competenze specifiche e non tutti sono dedicati all’ordine pubblico in strada.
Un poliziotto ogni 220 abitanti. Ancora non basta?
Facendo un confronto a livello internazionale, secondo i dati dell’Eurostat (2020), l’Italia ha circa 455 agenti ogni 100.000 abitanti, cioè 1 ogni 220 abitanti se si considerano solo le forze di polizia principali (se invece si includono le polizie locali e la polizia penitenziaria). Questa cifra è superiore a paesi come il Regno Unito, Germania, Francia o Scandinavia.
La densità degli agenti di polizia/procapite varia poi tra regioni e città, ma il numero “reale” percepito dai cittadini (presenza o visibilità delle pattuglie in strada) è inferiore al dato complessivo.
Diminuiscono i reati visibili, aumentano quelli meno “impattanti”
Questo numero crescente di agenti delle varie polizie contrasta però con la diminuzione dei reati, inclusi quelli “di prossimità” ovvero quelli legati alla microcriminalità che sono poi quelli più rilevati o percepiti dalla gente comune.
Occorre dire che questi sono anche i reati più direttamente legati al peggioramento delle condizioni di vita di ampi settori popolari o marginali del paese. In particolare da dopo la pandemia di Covid – che è stato e rimane un vero e proprio spartiacque temporale e sociale – la situazione in molti ambiti più deboli della società è crollata verticalmente e non è più risalita. Emblematico anche il ritorno di droghe “a basso prezzo”, ad alta diffusione e, di conseguenza, ad alto incentivo di micro-criminalità per rimediare i due soldi necessari alle dosi.
Facendo un rapporto con i dati di più di dieci anni fa e sulla base degli ultimi dati disponibili (2014-2023) i reati in generale registrano un calo generale. Tuttavia, osservando l’ultimo decennio, la tendenza è stata altalenante. Dopo un picco negativo nei primi anni 2010, c’è stata una relativa stabilità o lieve diminuzione, seguita da un aumento significativo nel 2023. Il dato del 2023 – secondo il rapporto del Viminale, ha registrato un aumento complessivo dei reati del +7,8% rispetto al 2022, un dato che ha invertito la tendenza degli anni precedenti.
Ma occorre sottolineare che il 2023 è stato il primo anno pienamente “post-Covid”. Lo stop e le limitazioni alla vita sociale e degli spostamenti durante la pandemia (2020-2021) ha inevitabilmente influito sulle opportunità di commettere reati, soprattutto per quelli contro il patrimonio.
Nel periodo preso in esame sono diminuiti in modo netto i furti in abitazione, borseggi, scippi, rapine, cioè i reati più fastidiosi e invasivi nella vita quotidiana delle persone.
Anche gli omicidi (che in Italia hanno numeri tra i più bassi d’Europa) mostrano un trend in ulteriore calo, nonostante casi di grande impatto mediatico che sembrano voler per forza dimostrare il contrario.
Sono invece aumentati in modo netto i reati informatici e le frodi, con una impennata costante, favorita dalla digitalizzazione.
Sono aumentati i reati legati alla violenza di genere e allo stalking con un aumento delle denunce, che riflette sia una maggiore diffusione del fenomeno ma anche una maggiore consapevolezza e capacità di emersione. I reati predatori “di strada” ((come le rapine) dopo un lungo calo, nel 2022-2023 hanno mostrato segnali di inversione di tendenza, contribuendo all’aumento complessivo del 2023. I reati come usura ed estorsione sono rimasti sostanzialmente stabili o in leggero aumento in alcune aree.
Si registra poi un andamento altalenante, senza un calo strutturale evidente, per reati contro la Pubblica Amministrazione (corruzione, concussione etc.).
Percezione, manipolazione, realtà
L’attenzione morbosa dei mass media su certi crimini (es. aggressioni, risse) ha creato una percezione di aumento generalizzato della criminalità che non sempre corrisponde al dato statistico reale.
Se si osservano le scalette dei principali telegiornali o l’impostazione dei giornali locali (quelli che è più facile trovare sui tavolini dei bar), queste restituiscono una sensazione perenne di insicurezza, pericolo e attenzione alla “cronaca nera” impressionante ma altrettanto strumentale. Ad aggravare lo scenario c’è poi l’insistenza sul fatto che i protagonisti siano immigrati o meno.
La percezione dunque supera abbondantemente la realtà, ma è proprio su questa manipolazione che la destra gioca la sua partita sulla “sicurezza” e il progetto di uno vero e proprio stato di polizia.
Inoltre va registrato l’aumento delle denunce per reati o violazioni su cui prima c’era meno reazione da parte delle vittime. Per alcuni reati come le molestie o la violenza domestica, si registra un aumento delle denunce che può indicare non un aumento dei fatti, ma una emersione dei reati che prima non venivano denunciati.
Volendo tirare le somme possiamo affermare che negli ultimi dieci anni, non c’è stata una tendenza univoca. Per molti reati tradizionali contro il patrimonio (furti, rapine), il trend è stato in calo fino al 2021/2022, mentre per i reati contro la persona (specie in ambito familiare) e i reati informatici, il trend è stato in netto aumento.
Dunque, già oggi in Italia abbiamo il più alto numero di poliziotti a testa di molti paesi europei eppure – dalla destra ma anche da Pd e M5S – sentiamo ancora parlare di aumento degli organici di polizia, carabinieri, guardie penitenziarie, polizie locali etc. Una solerzia che si perde sempre per strada quando parliamo di medici, infermieri, Vigili del Fuoco, addetti ai servizi sociali etc.
Anche i reati più “fastidiosi” per la gente comune (quelli di prossimità come scippi, furti in casa o di automobili o di loro componenti etc.) sono in calo.
Eppure nella percezione sociale, ampiamente manipolata dai mass media e dalla politica, sembra invece il contrario e su questo mondo alla rovescia la destra intende edificare una società-caserma e uno stato di polizia. Facciamogli tana!!
Fonti ufficiali:
Ministero dell’Interno
ISTAT
Rapporto sui bilanci delle Forze di polizia
Eurostat (2020: “Police, court and prison personnel statistics”)
Annuale Statistico del Ministero dell’Interno (ultima edizione: 2023).
Rapporti ISTAT sulla sicurezza dei cittadini.
A questo punto diventa illuminante la lectio magistralis su Repressione è civiltà (Gian Maria Volontè). Ci fa comprendere molte delle cose che stanno avvenendo sotto i nostri occhi.
Fonte
24/10/2025
Maggioranza e opposizione unite. Vola il nuovo tassello del riarmo europeo
È proprio questo allineamento strategico sulla difesa europea che ha permesso a Fratelli d’Italia e PD di trovare un’intesa sulla risoluzione da votare. Le integrazioni proposte dal senatore democratico Alessandro Alfieri sono finalizzate a due cose: informare il Parlamento dello stato di avanzamento del progetto e informare le commissioni nel caso di utilizzo di fondi europei o SAFE, con i quali deve essere anche rispettata la clausola di preferenza per l’acquisto del 65% dei componenti da produttori europei.
In pratica, è il PD che rafforza questa tendenza alla trasformazione definitiva del modello europeo in un modello armato, e per questo, alla fine, il Movimento 5 Stelle si è semplicemente astenuto. Nonostante le capriole sul proprio posizionamento pubblico intorno a quello che era il ReArm Europe, i pentastellati hanno sempre sostenuto la difesa comune e la proiezione militare della UE. Per questo, pur volendo cercare di distinguersi, non possono votare contro questo programma che ha un valore strategico sostanziale.
Più che un semplice caccia, il GCAP è un “Combat Air System”, capace di operare sia con equipaggio che senza, la cui funzionalità si proietta su cinque domini operativi (terra, mare, aria, cyber e spazio) e destinato a svolgere ruoli strategici (controllo aereo, sorveglianza e attacco). Allo sviluppo del progetto partecipano, oltre all’Italia, anche il Regno Unito e il Giappone (e forse l'Arabia Saudita).
L’idea del GCAP è partita alla fine del 2023, con l’alleanza tra Leonardo, Bae Systems e Mitsubishi Heavy Industries: un triangolo tra uno dei campioni UE del settore militare e altri omologhi del Regno Unito, altra principale potenza NATO europea ma fuori dall’UE, e del Sol Levante, fondamentale sponda nel Pacifico per lo scontro a lungo termine con la Cina.
In un progetto del genere si nota immediatamente l’assetto ‘geopolitico’, ma è chiaro anche l’interesse per lo sviluppo di una piattaforma aerea di ultima generazione, di cui la tecnologia e il software non sarebbe in mano a Washington, come per gli F-35. La risoluzione parla infatti di una “nuova ottica di partnership e rafforzamento dei rapporti con i fornitori strategici, accorciando la catena di approvvigionamento e rafforzando l’autonomia strategica europea”, e di “favorire la realizzazione di cluster tecnologici”.
Un passo avanti non di poco conto nella definizione del complesso militare-industriale europeo, seppur dentro la cornice atlantica. L’amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, alla fine del 2024 aveva parlato del GCAP come di un caccia stealth con il quale si potrà controllare da remoto una flotta di droni senza pilota: l’aveva definita una “portaerei che sta in cielo”. Per un progetto così, però, servono molti soldi, oltre che molte competenze.
E qui arrivano i primi scostamenti dubbi con quanto votato dal Senato. Per Cingolani, i costi previsti per lo sviluppo del software e dei droni si aggirano sui 100 miliardi di euro – e per questo i sauditi sarebbero i benvenuti. Nella risoluzione proposta da Roberto Menia, di Fratelli d’Italia, si parla di un investimento totale dei tre paesi intorno ai 50 miliardi di euro... anche se la cifra definitiva non è “ancora quantificabile con precisione a questo livello di attuazione”.
Viene insomma lasciata una porta aperta a un aumento esponenziale delle spese, che verranno giustificate con la necessità di ‘difendersi’ da minacce create ad arte. Del resto, l’impegno italiano nel GCAP è già lievitato: nel Documento programmatico pluriennale della Difesa 2025-27 il finanziamento italiano sarà di 9,6 miliardi entro il 2035. Nello stesso documento, stilato per il triennio 2024-26, tale importo era indicato in 8,9 miliardi fino al 2050.
Un aumento delle spese militari che farà felice il complesso militare-industriale europeo, Leonardo in primis. E a cui, sulla carta, il M5S aveva detto di opporsi, eppure in questo caso si è solo astenuto: è la contraddizione per cui non si può essere per la difesa comune e contro il riarmo, poiché questi due percorsi vanno necessariamente insieme.
E allora ciò significa che, chi vuole un’alternativa a questo modello instradato verso la guerra, innanzitutto deve percorre una strada di indipendenza dal centrodestra e dal campo largo. L’assemblea del 25 ottobre al Cinema Aquila, a Roma, sicuramente intende mettersi su questo percorso.
E deve poi opporsi con nettezza a tutte le forme di incremento delle spese militari e di Difesa Europea, alla conversione verso un’economia di guerra come soluzione alla crisi industriale, e promuovere invece la lotta ai vincoli UE e NATO. A partire dalla prossima legge di bilancio, che li esprime in ogni sua riga.
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22/07/2025
Sul mattone il campo in Italia è larghissimo
Ora che sono partiti arresti ed avvisi di garanzia all’indirizzo dei propri compagni (si fa per dire) di partito, improvvisamente, si svegliano e si ricordano – e ci ricordano – che il vero problema di Milano è “l’emergenza abitativa”. Ma va???
Eppure l’unica risposta all’emergenza abitativa, a Milano, fino ad ora, è stata soltanto l’indifferenza mentre ogni giorno si consumavano sgomberi e si distribuivano manganellate ai senza casa e mentre si tengono sfitte almeno 100 mila case, spesso abbandonate, che rimangono inutilmente vuote.
Peraltro, secondo l’ultimo rapporto ISPRA(marzo 2025), Milano è la terza città italiana per suolo consumato, con quasi il 60% del territorio comunale edificato. L’analisi dei dati tra il 2015 e il 2023, le immagini satellitari e l’uso di programmi GIS open source mostrano che più di un terzo di questa superfice è stata “divorata” dai famigerati “progetti di rigenerazione urbana”.
Pur con qualche diversa sfumatura, tutto il PD fa quadrato attorno a Sala. La Schlein lo ha subito chiamato al telefono per esprimergli la sua “solidarietà e vicinanza”. E il sindaco di Milano ha incassato pure la solidarietà di Giorgia Meloni mentre i partiti della maggioranza che sostiene il suo governo hanno costruito gran parte dei propri granitici sistemi di potere locali e nazionali proprio sulla cementificazione selvaggia, sulle così dette “grandi opere”, sulla gestione opaca degli appalti e sui favori ai palazzinari amici.
Intanto FdI, Lega e M5S hanno chiesto le dimissioni della giunta Sala. Ma come non ricordare, a proposito proprio del Movimento Cinque Stelle, la brutale cacciata dell’urbanista Paolo Berdini dal posto di assessore all’Urbanistica della prima Giunta Raggi del comune di Roma, avvenuta nel febbraio 2017, a causa della sua opposizione al via libera dell’amministrazione pentastellata in merito alla grande speculazione immobiliare che ruotava – e continua a ruotare – attorno alla costruzione del nuovo stadio della Roma, tornato al centro dell’attenzione, proprio in questi giorni, con il nuovo progetto che dovrebbe interessare la zona di Pietralata. Sono cose che non si dimenticano.
La domanda è sempre la stessa: ma se quelli di “sinistra” fanno le stesse cose di quelli della “destra” perché uno dovrebbe votarli? Anzi, perché dovrebbe votare?
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13/07/2025
Do you remenber Bibbiano? E dunque?
“Parlateci di Bibbiano”: come non ricordare questa frase, divenuta slogan, che veniva ripetuta come un mantra per stigmatizzare la bruttissima vicenda – per come si stava delineando – di Bibbiano, paesino in provincia di Reggio Emilia catapultato, tra il 2018 ed il 2019, alla ribalta del dibattito pubblico, mediatico e politico.
Un’inchiesta, partita da una serie di segnalazioni da parte dei servizi sociali, mise alla luce una serie di presunti illeciti commessi da parte di assistenti sociali e psicoterapeuti, con l’avallo di amministratori locali, a danno di famiglie a cui sarebbero stati sottratti i figli, perché vittime di altrettanto presunti abusi, per poi essere affidati ad altri nuclei familiari, in alcuni casi vicini e contigui (amici o parenti) a chi decideva sugli allontanamenti.
Le accuse di abuso sessuale nascevano, in alcuni casi, da dichiarazioni degli stessi bambini “fuorviati” dagli assistenti sociali e dagli psicoterapeuti coinvolti che avrebbero manipolato i minori inducendo in loro tali drammatiche convinzioni.
Terribile. Tutto terribile, se vero. Ma andava, appunto, verificato: dall’inchiesta e da tre gradi di processo, come si usa fare all’interno del sistema giudiziario italiano. Invece, come spesso – anzi quasi sempre – avviene, la vicenda divenne strumento di propaganda politica in maniera abnorme: gli amministratori locali di Bibbiano erano del PD, al governo c’erano il Movimento 5 Stelle e la Lega (ma sarebbe durato poco), Fratelli d’Italia era all’opposizione del governo giallo verde ma anche pronta a scagliarsi contro i Dem o chiunque altro per ottenere consensi. In più, all’orizzonte di breve termine c’erano le elezioni regionali in Emilia Romagna, con la leghista Bergonzoni (poi sconfitta) che provava a scalzare dal governo della regione Stefano Bonaccini ed il PD.
E dunque, in breve il partito guidato allora da Nicola Zingaretti divenne, nel discorso dei suoi oppositori, il partito dei sottrattori di bambini. Lo disse chiaramente Luigi Di Maio, allora alla guida del M5S: «Io col partito di Bibbiano non voglio averci nulla a che fare. Col partito che in Emilia toglieva i bambini alle famiglie con l’elettroshock per venderseli non voglio avere nulla a che fare». Fu dunque per lui uno sforzo terribile accordarsi, qualche mese dopo, proprio col PD per dare vita al governo ‘giallorosso’, nato in seguito al maldestro tentativo di Matteo Salvini di fare il colpaccio e diventare premier e terminato con la Lega all’opposizione insieme a Forza Italia e a Giorgia Meloni.
Anche lui, Matteo Salvini, partecipò all’attacco a testa bassa contro ‘il partito di Bibbiano’, addirittura portando una bambina ‘sottratta alla famiglia’ sul palco di un comizio elettorale: peccato che la minorenne in questione fosse lombarda, e nulla c’entrasse con Bibbiano. Ovviamente anche Fratelli d’Italia provò ad ottenere il massimo – elettoralmente parlando – dalla vicenda, spingendo forte sul ‘Parlateci di Bibbiano’ per mesi.
La vicenda – come spesso accade in casi del genere – perse con il tempo forza, sostituita da altre storie e questioni. Arrivò la pandemia, poi il governo Draghi (con Lega e M5S serenamente in maggioranza assieme al PD), la guerra, poi le elezioni, il governo di destra della Meloni, e chissà se un poco di quel successo elettorale nacque anche dalla potente operazione mediatica costruita sui presunti fatti di Bibbiano.
L’opinione pubblica, con il tempo, si scordò di quella storia: a differenza, immaginiamo, di chi era imputato nel processo. Ah, il processo: come dicevamo, è arrivata la sentenza di primo grado, che ha assolto undici imputati su quattordici, condannandone solo tre per reati che nulla c’entravano con i capi d’imputazione principale, relativi al presunto sistema di affidamenti illeciti.
Ovviamente il PD è immediatamente partito alla carica, chiedendo le scuse formali in particolare ai tre leader dell’epoca che tanto insistettero su quella storia: Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Scuse che ovviamente non arriveranno mai. Anzi, da Fratelli d’Italia è arrivata una specie di supercazzola che più o meno suona così: “La sentenza non cancella un sistema indegno. Continueremo a chiedere conto alla sinistra”. Di cosa, non si capisce bene: a meno che la sentenza di secondo grado ribalti questa, al momento pare che a Bibbiano – rispetto a vicende di affidamenti illeciti e presunte manipolazioni di minori – non sia accaduto praticamente nulla.
Ma qualcosa va detto, come qualcosa doveva dire il PD: rappresentazione utile a quei pochi che, in questo paese, ancora si aspettano che la politica renda contro di quel che dicono, ed in caso di palesi e madornali errori, li riconoscano e si scusino.
Ma non funziona così, è chiaro. E non solo per la politica. Vale quel che si dice nel momento in cui lo si dice, già due giorni dopo non conta più. Altrimenti – tanto per fare un esempio – qualcuno avrebbe chiesto con forza conto al nostro ministro degli Esteri delle avventate dichiarazioni sull’attacco di Israele all’Iran: “Non ci sono segnali di un attacco imminente”, aveva detto neanche 24 ore prima che le bombe israeliane iniziassero ad esplodere. Il fatto che un Ministro degli Esteri faccia una simile figura, e confermi una così smaccata distanza dalla realtà di quel che succede nelle materie di sua competenza, sarebbe grave, in un luogo ed in un tempo normale. Ma non oggi, non in Italia.
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18/06/2025
Dire no al riarmo è dire no alla Nato. Perché saranno due i cortei a Roma il 21 giugno
Tutto ciò non sta avvenendo per caso o per la “pazzia” di singoli leader politici, ma è il frutto del nostro sistema economico e politico. Ormai ci viene detto senza alcuna ipocrisia: le classi dominanti degli Stati Uniti, e il blocco “occidentale” che hanno costruito intorno a loro, vogliono continuare a mantenere il predominio a livello mondiale, e per farlo devono impedire a nuovi attori, che siano la Cina o potenze regionali, di acquisire spazio e di crescere.
Questa rinnovata aggressività imperialista ovviamente va a danno di tutti i popoli e delle classi lavoratrici: innanzitutto di quelle del Sud del Mondo bombardate, affamate, sterminate, o costrette a intrupparsi dietro i loro leader quasi sempre tradizionalisti e autoritari, ma anche di quelle occidentali, che sempre più si vedono spinte verso l’economia di guerra e i sacrifici che questa comporta, mentre subiscono gli effetti della crescita dell’estrema destra, che negli USA e nella UE torna ad essere lo strumento politico per gestire la crisi del capitalismo.
È in questo contesto che prende tutto il suo senso il vertice della NATO previsto a L’Aja dal 24 al 26 giugno. Si tratta di un momento estremamente importante perché in quest’occasione i leader della NATO dovranno decidere di quanto dovrà crescere la spesa militare dei membri dell’Alleanza. All’attuale obiettivo del 2% del PIL ne subentrerà uno nuovo: 3%, 3,5%, forse addirittura 5% come richiesto da Trump. Quest’aumento della spesa manderà un segnale chiaro al mondo: “facciamo sul serio, siamo disposti a tutto, state al posto vostro e accettate di trattare alle nostre condizioni”.
Proprio perché questo momento è così importante, e proprio perché è la NATO a guida USA che impulsa i vari piani di riarmo europei, sono state chiamate il 21 giugno manifestazioni in tutta Europa, in modo da far sentire come i nostri popoli rifiutano il riarmo e rifiutano il macello che, come la Storia insegna, puntualmente gli fa seguito.
L’Italia, da sempre paese a sovranità limitata perché occupato dagli USA con cento basi militari e perno dell’Alleanza Atlantica nel Mediterraneo, con il Governo Meloni, uno dei più filo-atlantici di sempre, alla faccia del “sovranismo” della destra, si sta allineando. 40 miliardi in più saranno progressivamente incanalati verso la guerra e non ai nostri veri bisogni, a scuole, ospedali, messa in sicurezza del territorio e transizione ecologica, sostegno sociale per chi è in difficoltà.
Il ministro Crosetto lo dice chiaramente: “Il nostro compito è rispettare gli impegni Nato e gli assetti richiesti. Ogni Paese ha un ruolo assegnato. Così, contribuiamo anche a costruire un futuro sistema di difesa europea, basato sugli stessi criteri e principi della Nato”. Sono insomma gli USA e la NATO che impulsano le mosse dell’Unione Europea e il suo piano di riarmo (che peraltro finanzierà tante imprese statunitensi).
Per questo anche in Italia, facendo seguito alla piazza del 15 marzo che si opponeva alla NATO e al piano di riarmo europeo, come Disarmiamoli abbiamo lanciato un appello per costruire il 21 giugno, in concomitanza con il vertice NATO (infatti proprio a L’Aja e in diversi paesi europei è prevista una mobilitazione contro il summit!), per accendere un riflettore e indicare i veri responsabili a un’opinione pubblica italiana che in stragrande maggioranza è contraria alla guerra, ma non agisce poi politicamente perché non sa bene come e con chi prendersela o cosa si può fare.
A questo nostro appello hanno risposto circa 80 realtà, tra cui le realtà giovanili e studentesche più attive del paese, i sindacati di base che hanno indetto un coraggioso sciopero per il 20 giugno, i portuali che a Genova e Salerno hanno bloccato il transito di armi verso la Palestina, i giovani palestinesi, il movimento NO TAV e chi resiste alla devastazione del territorio.
Altre realtà vicine al centrosinistra non hanno risposto, e hanno deciso di lavorare a una seconda piazza. Un errore a nostro avviso, perché una piazza unica sarebbe stata molto più forte nel denunciare ciò che NATO, Unione Europea e Governo Meloni stanno determinando, e perché le cose che ci accomunano sono tante. Ma è un errore che dipende da una presa di posizione politica di fondo per le prospettive. Tanto che anche i tentativi di mediazione che sono stati fatti, sono stati rifiutati da chi ha indetto la seconda piazza che ha precisato che intendeva fare “un loro corteo”. È giusto esplicitare quindi le motivazioni, perché possono rappresentare un momento di dibattito e crescita politica.
Per noi è del tutto evidente – lo ammette persino Crosetto! – il ruolo della NATO in questo passaggio e che il 21 giugno bisogna scendere in piazza mettendo al centro questo tema. Di cortei “contro la guerra”, senza altri aggettivi, ce ne sono stati tanti in questi anni. Ora abbiamo l’occasione, perché sono le nostre stesse classi dominanti a fornircela, di poter far compiere un salto in avanti al movimento contro la guerra.
Gli organizzatori della seconda piazza invece sulla questione NATO tacciono e vogliono tacere. Il motivo è lampante: si tratta di una piazza dell’area del centrosinistra che mira a fare assumere a tutto il centrosinistra e in particolare al PD, una posizione più “pulita” su questo tema e contraria al riarmo, visto che il PD si è diviso tra chi è a favore e chi contro al piano europeo.
E che così costruisca una coalizione larga, che recuperi il movimento No War verso le elezioni 2027. Se questo è lo scopo politico, bisogna per forza tenere il livello di politicizzazione più basso, tenere l’appello generico, limitarsi a contrastare il piano europeo, mentre si enuncia la possibilità di una “difesa comune europea” che sarebbe l’alternativa. Come se la difesa comune non implicasse una maggiore integrazione tra le borghesie europee e le loro imprese di morte, come se la “difesa comune” non implicasse individuare dei “nemici comuni”.
Noi di Disarmiamoli vogliamo affermare invece con chiarezza che la prospettiva che ci propongono i “campisti” del centro sinistra non ci piace e vogliamo lavorare per un’alternativa politica e di classe distinta fortemente dagli aggregati ambigui che periodicamente si ripresentano e che spesso portano alla sconfitta.
Insomma, è ovvio che se bisogna costruire un centrosinistra di Governo bisogna essere “responsabili” e non ce la si può prendere né con la NATO né con i motivi profondi di questa situazione. D’altronde i 5 Stelle che saranno in piazza sono stati i primi ad accettare l’aumento al 2% delle spese militari come richiesto in passato dalla NATO, a far crescere l’export di armi verso Israele, oltre a votare per l’invio delle armi in Ucraina e il PD – intorno a cui è nato il solito balletto c’è/non c’è Schlein, che toglie spazio ai motivi della manifestazione – ha sempre votato per le avventure militari italiane, dai banchi del governo e dell’opposizione.
A noi, nel rispetto della sensibilità di tutti, non interessa portare acqua a questo tipo di operazioni politiche o portare a Roma 40 bus, come stiamo facendo, per poi ascoltare dichiarazioni politiche di forze che non ci rappresentano. Noi vogliamo scendere in piazza per mettere in evidenza questi punti:
- No alla NATO e all’aumento della spesa militare a cui ci obbliga la partecipazione all’Alleanza, sì a diplomazia, negoziati, coinvolgimento dell’ONU;
- No al piano di riarmo europeo, alla formazione di un esercito comunitario e a ogni politica bellicista dell’UE, sì a spese sociali, in sanità, istruzione, transizione ecologica;
- No alla costruzione della fortezza Europa, al respingimento e alla morte di migranti, all’Iinquisizione degli attivisti che salvano vite;
-No all’estrema destra, ai decreti sicurezza, ai software israeliani usati per spiare giornalisti, alla “guerra sporca” contro i movimenti sociali;
- Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni verso Israele, rottura delle relazioni diplomatiche e militari con lo stato sionista;
- Sostegno alla Resistenza palestinese e ai popoli che subiscono le aggressioni imperialiste.
Per noi questa è la piattaforma che conta se vogliamo avere una reale autonomia, evitare che il movimento No War venga recuperato e tradito di nuovo, se vogliamo dimostrare proprio a quel ceto politico, come è successo con la Palestina, che la società che si sta mettendo in moto è molto più consapevole di lui e ha voglia di posizioni chiare e non del solito cerchiobottismo italiano. Facciamolo, dando spazio alla ricchezza e alla diversità di ognuno. Non è troppo tardi per scegliere chiaramente da che parte stare.
Continueremo a confrontarci con chiunque voglia mobilitarsi, ci auguriamo che entrambe le piazze siano strapiene e debordanti, ma crediamo che questo sia il momento delle parole e delle lotte senza se e senza ma. Ci vediamo il 21 giugno alle 14 in Piazza Vittorio a Roma!
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18/05/2025
Dentro gli attacchi del ‘campo largo’ a Meloni c’è una contraddizione clamorosa
L’occasione è venuta dalla polemica sulla mancata partecipazione della Meloni al vertice ristretto delle potenze europee della coalizione dei volenterosi (Germania, Francia, Gran Bretagna, Polonia) insieme al presidente ucraino Zelenski, svoltosi venerdì a Tirana.
La Meloni ha spiegato l’assenza con il fatto che quel vertice avrebbe discusso del coinvolgimento di militari europei in Ucraina, mentre l’Italia non è disponibile a inviare i propri soldati su quel fronte. La versione della premier è stata smentita da Macron ma i fatti, fin qui registrati alla televisione francese TF1 pochi giorni fa, ci dicono il contrario.
Ma la mancata presenza della Meloni alla riunione dei peggiori leader guerrafondai d’Europa – curiosamente le stesse potenze che hanno innescato la Seconda Guerra Mondiale – è stata oggetto di attacchi dei partiti dell’opposizione a nostro avviso del tutto sballati, ma anche emblematici di una ambiguità inaccettabile.
Il leader del M5S Giuseppe Conte, pur cavalcando l’onda antimilitarista nel paese, ha accusato la Meloni di “isolare” l’Italia; Angelo Bonelli di AVS, anche lui identificato nel campo “pacifista”, l’ha accusata di fare la “comparsa”; dal PD giungono attacchi simili a quelli di Conte sul fatto che la Meloni disertando il vertice dei guerrafondai “emargina” l’Italia dall’Europa.
Per rispetto di noi stessi e dei nostri lettori non prendiamo poi in considerazione le dichiarazioni di Renzi e Calenda.
I leader del “campo largo” del centro-sinistra a questo punto devono decidere quale sia la loro posizione in materia: sono contrari alle forze che in Europa spingono per la guerra e il riarmo oppure ritengono che l’Italia debba aggregarsi a queste forze e partecipare alle loro riunioni?
La contraddizione a questo punto c’è tutta, e nella frenesia di attaccare la Meloni stavolta hanno messo i piedi su un terreno scivoloso e molto pericoloso.
E come in una matrioska, dentro questa contraddizione se ne presenta un’altra, ed è la posizione sulla natura dell’Unione Europea, troppo spesso mistificata e confusa con “l’Europa”.
Lo scorso 18 marzo le piazze a Roma si sono divise tra euroguerrafondai in Piazza del Popolo e antimilitaristi in Piazza Barberini. Due terzi del campo largo (Pd e Avs) erano presenti o avevano aderito alla piazza del suprematismo europeista, che non disdegna affatto il riarmo e la difesa comune europea ritenendoli decisivi per la costituzione di una “Europa forte” nella competizione globale.
Il M5S, allora, si è smarcato da quella piazza, ma anche da quella antimilitarista che contemporaneamente manifestava in Piazza Barberini in contrapposizione ai guerrafondai in Piazza del Popolo.
Due settimane dopo il M5S ha promosso una manifestazione che ha raccolto una grande adesione e aspettativa popolare per la pace, ma alcuni discorsi dal palco – e di Conte in particolare – non sono sembrati affatto in sintonia con lo spirito di chi era sceso in piazza.
Questa contraddizione adesso si è ripresentata di nuovo e piuttosto nitidamente in occasione della mancata partecipazione dell’Italia al vertice dei “volenterosi guerrafondai europei” a Tirana.
Se l’Italia si terrà alla larga da una coalizione di guerra che vede insieme le potenze più belliciste europee e la Nato sarà un bene e non certo un male. Anzi, andrebbe spinta a procedere in tale direzione. Lasciare che sia Meloni a coprire questo spazio è un suicidio politico, l’esatto contrario dell’averla smascherata sulla complicità con Israele e il genocidio dei palestinesi.
Non vorremmo ricorrere ancora una volta alla metafora del “nemico che marcia alla tua testa”, ma si tratta di “dettagli” di un certo rilievo in una fase storica critica come quella che stiamo attraversando e nelle mobilitazioni che stanno cercando di tenere l’Italia fuori dell’escalation di guerra.
È noto che le classi dirigenti nostrane si dibattono da anni sul voler essere “ultimi tra i primi o primi tra gli ultimi” nella complicatissima geopolitica europea, ma questa ambiguità – che una volta al governo diventa ossessione – non può essere certo il riferimento di un movimento contro i pericoli di guerra all’altezza della posta in gioco.
Anche di questo sarà utile discutere nell’assemblea nazionale convocata a Roma il prossimo 24 maggio e riaffermarlo con forza nella manifestazione nazionale contro la guerra e il riarmo convocata per sabato 21 giugno.
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02/05/2025
Dove vanno i voti della classe lavoratrice? Analisi flussi elettorali 2008-2022
Pubblichiamo, dopo averli assemblati, i materiali di analisi a nostra disposizione dedicati allo spostamento a destra della classe operaia italiana e dei bassi percettori di reditto durante le elezioni parlamentari che sono intercorse tra il 2008 e il 2022. In questa ricerca abbiamo fornito anche una definizione di classe operaia, coloro che sono inquadrabili nell’industria manifatturiera, e di bassi percettori di reddito, coloro che sono assimilabili per condizioni di vita alla classe operaia di oggi ma che non lavorano nell’industria. In entrambi di casi, per i 15 anni presi in considerazione nella nostra ricerca, vi è una marcata prevalenza per la scelta di voto a destra. In questo senso la classe operaia in senso stretto ha scelto come primo partito il Pdl di Berlusconi nel 2008 come ha scelto FdI di Giorgia Meloni nel 2022. Solo nel 2013 il PD è riuscito a conquistare il posto di primo partito tra la classe operaia ma, da allora, come vedremo, i competitori per l’egemonia sulla working class sono altri. Un’altra tendenza chiara dei quindici anni presi in esame è che alla stabilizzazione, a destra, del voto operaio e dei bassi percettori di reddito corriponde una crescita mai vista, in Italia, dell’astensionismo. Oltre 17 punti di percentuale di astensionismo in più in quindici anni accompagnano la stabilizzazione, a destra, dell’elettorato dei ceti subalterni. Naturalmente, questo, per dimensioni e metodo, è un lavoro di comprensione delle dinamiche dei flussi elettorali alle elezioni politiche non un saggio di analisi su cause e tendenze in atto. Ma una cosa va detta, chi ricorda le enormi manifestazioni a difesa articolo 18 del 2002? Sei anni dopo, durante elezioni 2008, il Pdl guidato da Berlusconi era il primo partito operaio. Saper entrare in questi temi, darsi spiegazioni, saper innovare su questo campo aiuta molto a definire una proposta politica all’altezza dei problemi che stiamo attraversando.
1. Introduzione
Contesto generale
Il presente report si propone di analizzare l’evoluzione del comportamento elettorale di due segmenti sociali di particolare rilevanza nel panorama italiano – la classe operaia, con un focus specifico sui lavoratori del settore manifatturiero ove possibile, e i percettori di basso reddito – nel corso delle elezioni politiche generali tenutesi tra il 2008 e il 2022. Questo arco temporale è stato testimone di profonde trasformazioni nel sistema politico italiano, segnato da una notevole instabilità, da ricorrenti crisi economiche, dall’affermazione di nuovi soggetti politici come il Movimento 5 Stelle (M5S), dal declino di forze tradizionali e, in modo particolarmente allarmante, da un progressivo e marcato aumento dell’astensionismo, che ha raggiunto livelli record nelle ultime consultazioni. Comprendere come questi mutamenti abbiano influenzato le scelte di voto di gruppi sociali storicamente significativi è cruciale per decifrare le dinamiche politiche contemporanee.
Rilevanza dell’analisi
L’analisi del voto operaio e dei bassi redditi riveste un’importanza fondamentale. Tradizionalmente considerati un bacino elettorale di riferimento per i partiti della sinistra, questi segmenti hanno manifestato, negli ultimi decenni, una crescente volatilità e un progressivo disallineamento dalle appartenenze storiche. Le loro preferenze elettorali sono diventate oggetto di contesa tra diverse forze politiche, incluse quelle populiste e di destra, e le loro scelte hanno avuto un impatto decisivo sugli equilibri politici nazionali, contribuendo a determinare l’esito delle competizioni elettorali e la formazione dei governi. Studiare i loro orientamenti permette non solo di mappare i cambiamenti socio-politici in atto, ma anche di valutare il grado di rappresentanza politica offerto a fasce della popolazione particolarmente esposte alle difficoltà economiche e sociali.
Metodologia e fonti
La presente analisi si fonda sull’esame critico di dati provenienti da diverse fonti, quali studi sui flussi elettorali, sondaggi post-voto (exit poll e survey campionarie), ricerche accademiche e analisi condotte da istituti di ricerca specializzati come ITANES (Italian National Election Studies), l’Istituto Cattaneo, IPSOS, e altri contributi specifici reperiti nei materiali di ricerca. Un’attenzione particolare è stata dedicata al tentativo di armonizzare, per quanto possibile, le diverse definizioni operative utilizzate per identificare i gruppi target (“classe operaia” e “bassi redditi”), riconoscendo i limiti intrinseci di tale operazione e la potenziale influenza delle diverse metodologie sui risultati.
Struttura del report
Il report si articola nelle seguenti sezioni:
- Una discussione preliminare sulle definizioni operative dei gruppi elettorali oggetto di studio.
- Una sintesi del contesto politico e delle principali tendenze elettorali nel periodo 2008-2022.
- Un’analisi dettagliata degli orientamenti di voto della classe operaia (operai/settore manifatturiero) per ciascuna delle quattro elezioni considerate.
- Un’analisi analoga per i percettori di basso reddito.
- Una sintesi comparativa dei risultati, inclusa una tabella riassuntiva, per evidenziare convergenze e divergenze nelle traiettorie di voto dei due gruppi.
- Una discussione sulle tendenze di fondo e sulle possibili motivazioni che hanno guidato le scelte elettorali di questi segmenti.
- Conclusioni riepilogative e riflessioni finali.
Date delle elezioni analizzate
Le elezioni politiche generali incluse in questa analisi sono quelle tenutesi nelle seguenti date:
- 13-14 aprile 2008
- 24-25 febbraio 2013
- 4 marzo 2018
- 25 settembre 2022
2. Definire l’elettorato: Classe operaia e bassi redditi
La sfida della definizione
Identificare e tracciare nel tempo il comportamento elettorale della “classe operaia” e dei “bassi percettori di reddito” presenta significative sfide metodologiche. Le definizioni operative di questi gruppi non sono univoche e variano considerevolmente tra le diverse fonti di ricerca e nel corso del tempo. Questa eterogeneità dipende da molteplici fattori, tra cui le metodologie impiegate (sondaggi individuali vs. analisi ecologiche basate sui risultati aggregati delle sezioni elettorali ) e le specifiche variabili socio-demografiche disponibili o utilizzate dai ricercatori (tipo di occupazione, settore lavorativo, auto-collocazione soggettiva, livello di reddito dichiarato o stimato, appartenenza a decili di reddito ). Tali differenze influenzano inevitabilmente le stime sul voto e rendono complessa la comparazione diacronica dei risultati.
Definizione di “classe operaia” (settore manifatturiero)
La richiesta specifica di analizzare il voto dei lavoratori del “settore manifatturiero” si scontra con la prassi comune di molte ricerche elettorali, che tendono a utilizzare la categoria più ampia di “operai” o l’espressione colloquiale “tute blu”. Studi accademici e analisi storiche, come la tesi di Occhionero o lo studio della Fondazione Di Vittorio focalizzato sul 2006, discutono l’evoluzione del concetto di classe operaia, sottolineandone la crescente eterogeneità interna e le difficoltà di una definizione univoca nel contesto post-industriale. Anche le indagini ITANES, come quelle relative al 2008 o al 2013, utilizzano prevalentemente la categoria “operai” basata sulla classificazione professionale degli intervistati.
Data questa limitazione nelle fonti primarie disponibili, il presente report utilizzerà prevalentemente la categoria “operai” come proxy per la “classe operaia del settore manifatturiero”, specificando ove possibile la natura dei dati utilizzati e riconoscendo che tale categoria include anche lavoratori di altri settori (es. edilizia, trasporti). Questa scelta, pur necessaria per condurre l’analisi, implica un certo grado di approssimazione rispetto alla richiesta originale. La difficoltà nel reperire dati disaggregati specificamente per il settore manifatturiero riflette, in parte, la trasformazione stessa del mondo del lavoro e la minor centralità analitica attribuita alle distinzioni settoriali in alcune ricerche contemporanee.
Definizione di “Bassi percettori di reddito”
Anche la definizione di “bassi percettori di reddito” presenta una notevole variabilità. Le principali questioni riscontrate nelle fonti includono:
Condizione economica auto-dichiarata. Gli intervistati valutano soggettivamente la propria situazione economica, classificandola ad esempio come “bassa”, “media” o “elevata”, come nell’analisi IPSOS per le elezioni 2022. Questo approccio cattura la percezione individuale del disagio, che può essere influenzata da fattori psicologici e sociali oltre che dal reddito oggettivo.
Appartenenza a decili di reddito. Il campione di intervistati viene suddiviso in dieci gruppi (decili) in base al reddito familiare dichiarato, e si analizza il comportamento di coloro che appartengono ai decili inferiori (es. i primi quattro decili, come nello studio basato su dati ESS9 per il 2018). Questo metodo offre una misura relativa del basso reddito all’interno del campione analizzato.
Reddito medio della zona di residenza. Si utilizzano dati aggregati sul reddito medio dichiarato ai fini fiscali (es. IRPEF) per aree geografiche definite (es. Codice di Avviamento Postale – CAP) e si correla il reddito medio della zona con i risultati elettorali delle sezioni in essa comprese. Questa tecnica, basata sull’inferenza ecologica, assume un’omogeneità interna alle zone che non sempre corrisponde alla realtà.
Correlazione con indicatori di disagio o sussidi. Si analizza la relazione tra il voto e indicatori specifici di difficoltà economica, come il tasso di disoccupazione o inattività, o la quota di beneficiari di misure di sostegno al reddito come il Reddito di Inclusione (REI) o il Reddito di Cittadinanza (RdC). Questo approccio identifica specifici sottogruppi in condizione di vulnerabilità, spesso legati a determinate politiche pubbliche.
La coesistenza di queste diverse definizioni rende evidente che il concetto di “basso reddito” può riferirsi a realtà parzialmente differenti: la povertà percepita, la posizione relativa nella distribuzione dei redditi, la residenza in aree svantaggiate, o la dipendenza da sussidi statali. Questa eterogeneità è un fattore cruciale da considerare nell’interpretazione dei risultati presentati nelle sezioni successive.
Implicazioni metodologiche
Le differenze nelle definizioni operative e nelle metodologie di rilevazione (sondaggi vs. analisi ecologica) comportano cautele interpretative. I risultati basati su sondaggi riflettono le dichiarazioni e le percezioni individuali, mentre le analisi ecologiche stimano comportamenti individuali da dati aggregati, introducendo un potenziale margine di errore (la “fallacia ecologica”). La comparabilità dei dati tra diverse elezioni è inoltre influenzata dai cambiamenti nelle metodologie di indagine e nelle stesse categorie socio-professionali o di reddito utilizzate. Pertanto, ogni dato presentato sarà contestualizzato rispetto alla fonte e alla definizione specifica impiegata, evidenziando le tendenze generali pur nella consapevolezza di queste limitazioni.
3. Il panorama elettorale 2008-2022: contesto politico e principali tendenze
Il periodo compreso tra le elezioni politiche del 2008 e quelle del 2022 è stato uno dei più turbolenti e trasformativi nella storia della Repubblica Italiana. Comprendere il contesto politico generale è essenziale per interpretare le scelte elettorali della classe operaia e dei bassi redditi.
Le elezioni del 2008 (13-14 aprile). Svoltesi dopo la caduta prematura del secondo governo Prodi, queste elezioni videro un ritorno apparente al bipolarismo, con la netta affermazione della coalizione di centrodestra (Popolo della Libertà – PdL, Lega Nord, MPA) guidata da Silvio Berlusconi, a scapito del Partito Democratico (PD) di Walter Veltroni. La legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza (“Legge Calderoli” o “Porcellum”) favorì la semplificazione del quadro politico, riducendo drasticamente il numero di liste rappresentate in Parlamento rispetto al 2006. L’affluenza, pur ancora elevata (80,6%), registrò un calo rispetto alle tornate precedenti.
Le elezioni del 2013 (24-25 febbraio). Tenutesi in un clima di profonda crisi economica e sfiducia verso la politica tradizionale, acuita dall’esperienza del governo tecnico guidato da Mario Monti, queste elezioni segnarono la fine traumatica del bipolarismo. L’elemento dirompente fu l’affermazione del Movimento 5 Stelle (M5S) di Beppe Grillo, che divenne il primo partito per voti alla Camera. Nessuna coalizione ottenne la maggioranza assoluta dei seggi, portando a una lunga fase di instabilità e alla formazione di governi di larghe intese. La legge elettorale “Calderoli”, ancora in vigore, fu successivamente dichiarata parzialmente incostituzionale. L’astensionismo subì un’ulteriore, significativa crescita, con un tasso di partecipazione al 75,2%.
Le elezioni del 2018 (4 marzo). Il sistema politico apparve consolidato su una struttura tripolare: la coalizione di centrodestra (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Noi con l’Italia-UDC), la coalizione di centrosinistra (PD e alleati) e il M5S. Il M5S si confermò primo partito, mentre la coalizione di centrodestra risultò la più votata, trainata da una Lega in forte crescita a livello nazionale. Tuttavia, nessuna delle tre forze raggiunse la maggioranza parlamentare. Dopo una complessa fase di negoziati, si formò il governo “giallo-verde” tra M5S e Lega. L’affluenza continuò il suo declino, attestandosi al 72,9%. Le elezioni si svolsero con la nuova legge elettorale “Rosatellum”, un sistema misto maggioritario-proporzionale.
Le elezioni del 2022 (25 settembre). Indette anticipatamente a seguito della crisi del governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi, queste elezioni furono caratterizzate da una chiara vittoria della coalizione di centrodestra, guidata da Fratelli d’Italia (FdI) di Giorgia Meloni, che divenne il primo partito con il 26% dei consensi. Il PD si confermò secondo partito, mentre il M5S, dato in forte calo nei mesi precedenti, registrò un recupero significativo attestandosi come terza forza. L’elemento più drammatico fu il crollo storico della partecipazione al voto, scesa per la prima volta sotto il 64%. Queste elezioni si tennero con la legge “Rosatellum” e furono le prime con il numero ridotto di parlamentari (400 deputati e 200 senatori).
Tendenze Generali del Periodo 2008-2022
Questo quindicennio è stato segnato da alcune tendenze di fondo:
1) Frammentazione e riconfigurazione continua. Il sistema partitico ha perso i suoi ancoraggi tradizionali, passando da una logica bipolare a una tripolare, per poi vedere l’emergere di una nuova forza egemone (FdI) nel centrodestra nel 2022.
2) Elevata volatilità elettorale. Gli elettori hanno mostrato una propensione crescente a cambiare voto tra un’elezione e l’altra, come evidenziato dalle analisi dei flussi elettorali che mostrano significativi spostamenti tra partiti e coalizioni.
3) Crescita imponente dell’astensionismo. Il calo della partecipazione al voto è stato il fenomeno più costante e preoccupante del periodo. Tra il 2008 e il 2022, la quota di votanti è diminuita di quasi 17 punti percentuali, portando l’area del non voto a superare per dimensioni quella di qualsiasi partito o coalizione. Questo trend segnala una profonda crisi di fiducia e di rappresentanza.
4) Persistenza delle fratture territoriali. Nonostante i cambiamenti, le tradizionali differenze di voto tra Nord e Sud Italia sono rimaste significative, influenzando le strategie dei partiti e l’esito delle elezioni.
5) Impatto delle crisi economiche. Le difficoltà economiche, l’aumento della disoccupazione, la precarizzazione del lavoro e l’erosione dei salari reali hanno costituito uno sfondo costante, alimentando il malcontento sociale e influenzando le scelte politiche degli elettori.
4. Orientamenti di voto della classe operaia (settore manifatturiero)
Come anticipato, l’analisi seguente si riferisce principalmente alla categoria “operai” come definita nelle diverse fonti, data la difficoltà di isolare specificamente il solo settore manifatturiero in modo consistente per tutte le elezioni considerate.
Elezioni 2008. Le fonti dirette disponibili per questa analisi e il volume ITANES dedicato (“Il ritorno di Berlusconi”) non quantificano esplicitamente le percentuali di voto operaio per i singoli partiti. Tuttavia, alcuni elementi contestuali permettono di formulare un’ipotesi plausibile. Lo studio della Fondazione Di Vittorio relativo al 2006 indicava già una spaccatura nel voto operaio: il centrosinistra prevaleva a livello nazionale, ma il centrodestra (in particolare la Lega Nord) era più forte tra gli operai delle regioni settentrionali, specialmente nel Nord-Est. La tesi di Sirna, analizzando il periodo 1994-2008, sottolinea come il fattore occupazionale fosse diventato cruciale, con una tendenza dei lavoratori autonomi a preferire la destra e dei dipendenti la sinistra, ma evidenzia anche la capacità di Berlusconi di raccogliere consensi trasversali, presentando il PdL come un partito dal volto “popolare”. Considerando la netta vittoria del PdL nel 2008 e queste tendenze pregresse, è ragionevole stimare che i due principali partiti per l’elettorato operaio a livello nazionale fossero:
Popolo della Libertà (PdL) (Stima)*
Partito Democratico (PD) (Stima)* *Nota: Questa è un’inferenza basata su dati indiretti e contesto generale, da considerare con cautela. È probabile che la Lega Nord abbia raccolto una quota significativa del voto operaio al Nord, confluita in parte nel risultato nazionale del PdL.
Elezioni 2013. Per questa tornata elettorale, disponiamo di dati più specifici grazie alla tesi di Occhionero, che utilizza dati dell’indagine ITANES 2013. L’analisi indica chiaramente che i primi due partiti scelti dagli operai intervistati (per la Camera dei Deputati) furono:
Partito Democratico (PD) (34,1%)
Movimento 5 Stelle (M5S) (24,3%) Il 2013 rappresenta un momento di svolta significativo. Pur confermandosi come primo partito tra gli operai, il PD vede l’irruzione prepotente del M5S, che si posiziona come seconda forza. Questo risultato segnala un indebolimento del legame tradizionale tra classe operaia e sinistra istituzionale e l’apertura di questo elettorato verso un voto di protesta, anti-establishment, catalizzato dalla grave crisi economica e dalla sfiducia verso la politica tradizionale. Il M5S riesce a sottrarre consensi sia al PD, sia al centrodestra (PdL, frammentato in questa elezione) e agli astenuti.
Elezioni 2018. Le fonti ITANES specifiche per il 2018 (“Vox Populi” e analisi correlate ) non forniscono nei brani disponibili una classifica diretta dei partiti più votati dagli operai a livello nazionale. Tuttavia, le analisi dei flussi elettorali condotte dall’Istituto Cattaneo e le analisi socio-economiche offrono indicazioni convergenti. La Lega emerge come un partito “pigliatutto”, capace di attrarre voti operai da diverse provenienze, inclusi ex elettori PD e M5S, specialmente nelle regioni del Nord, confermando e ampliando la tendenza già osservata nel 2006. Il M5S, pur perdendo voti verso la Lega al Nord, rimane molto forte al Sud, dove intercetta il disagio sociale. Il PD, invece, subisce pesanti perdite verso entrambi. Sulla base di queste dinamiche e dei risultati generali dell’elezione (con M5S primo partito e Lega forza trainante del centrodestra), è altamente probabile che i primi due partiti tra gli operai a livello nazionale fossero:
Lega (Stima)*
Movimento 5 Stelle (M5S) (Stima)* *Nota: Stima basata sull’analisi dei flussi, delle correlazioni socio-economiche e del contesto politico. Sussistono significative differenze territoriali, con la Lega dominante al Nord e il M5S probabilmente prevalente tra gli operai del Sud. Il 2018 sembra quindi sancire il sorpasso dei due principali partiti populisti/sovranisti sul PD all’interno dell’elettorato operaio. Questo cambiamento riflette una profonda trasformazione, dove le tematiche identitarie, la sicurezza, la critica all’immigrazione e all’establishment (portate avanti dalla Lega) e la protesta contro il sistema e il disagio economico (cavalcate dal M5S) trovano maggiore risonanza rispetto all’offerta politica del centrosinistra tradizionale.
Elezioni 2022. L’analisi post-voto condotta da IPSOS fornisce un quadro chiaro per le ultime elezioni. Tra gli operai (“tute blu”), i primi due partiti sono risultati essere:
Fratelli d’Italia (FdI). (oltre il 33%)
Lega (oltre il 13%). Il 2022 segna un’ulteriore e decisa svolta a destra del voto operaio. Fratelli d’Italia emerge come il partito egemone in questo segmento, superando nettamente la Lega. Questo successo si spiega con la capacità di FdI di attrarre consistenti flussi di voto sia dalla Lega stessa, sia dal M5S rispetto al 2018. Si consolida così un blocco di destra/centrodestra tra i lavoratori manuali. Il M5S, pur recuperando a livello generale, non figura tra i primi due partiti in questa specifica categoria a livello nazionale, a differenza di quanto avviene tra i bassi redditi. Il PD rimane ai margini delle preferenze operaie. Questa evoluzione suggerisce che l’offerta politica di FdI, incentrata su identità nazionale, sicurezza, e forse una retorica di protezione sociale coniugata a politiche economiche di destra, abbia trovato particolare ascolto tra i lavoratori operai, superando sia l’appeal sovranista della Lega del 2018, sia quello anti-sistema del M5S.
5. Orientamenti di voto dei bassi percettori di reddito
Anche per questo gruppo, è fondamentale ricordare la variabilità delle definizioni utilizzate (auto-percezione, decili di reddito, reddito medio di zona, beneficiari di sussidi).
Elezioni 2008. Similmente al caso degli operai, le fonti disponibili e il volume ITANES non forniscono una classifica diretta dei partiti più votati dai bassi redditi nel 2008. L’analisi dell’elettorato di Berlusconi (PdL) evidenzia una composizione eterogenea, che includeva anche fasce caratterizzate da “marginalità sociale”. Il PD, d’altro canto, risultava forte tra pensionati e impiegati, categorie che possono includere anche persone a basso reddito. Data la vittoria complessiva del PdL e la sua capacità di penetrazione in segmenti popolari, si può ipotizzare, con notevole incertezza, che i partiti principali fossero:
Popolo della Libertà (PdL) (Stima)*
Partito Democratico (PD) (Stima)* *Nota: Inferenza basata su dati parziali e contesto, da trattare con estrema cautela.
Elezioni 2013. Non emergono dati diretti dai brani forniti sui primi due partiti per i bassi redditi nel 2013. Tuttavia, il contesto è illuminante. L’elezione si svolge nel pieno della crisi economica e vede l’esplosione del M5S, un partito che, fin da subito, si caratterizza per un forte messaggio anti-establishment e di critica alle politiche di austerity. Le analisi dei flussi mostrano come il M5S abbia attratto voti trasversalmente, pescando da PD, Pdl e, in modo significativo, dall’astensione. Considerando che il disagio economico tende a correlarsi con la sfiducia politica e la ricerca di alternative radicali, è altamente probabile che il M5S sia stato il partito più votato da questo segmento. La seconda posizione è più incerta, potenzialmente occupata dal PD o dalle forze eredi del PdL, ma è anche plausibile un alto tasso di astensione tra i più poveri, data la correlazione positiva tra reddito e partecipazione al voto. Pertanto, la stima è:
Movimento 5 Stelle (M5S) (Stima)*
Partito Democratico (PD) / Eredi PdL / Astensione (Stima)* *Nota: Inferenza basata su contesto, flussi generali e natura del voto M5S. Il 2013 segna verosimilmente l’inizio dell’affermazione del M5S come punto di riferimento per una parte consistente dell’elettorato a basso reddito, deluso dalle politiche tradizionali e attratto da promesse di cambiamento radicale.
Elezioni 2018. Per questa tornata, le evidenze sono più robuste e convergenti. Lo studio di Di Cocco e Monechi, basato sui dati della European Social Survey (ESS9) e utilizzando i decili di reddito, indica chiaramente che i due partiti più votati dagli elettori appartenenti ai decili più bassi (1°-4°) furono:
Movimento 5 Stelle (M5S). (Il 47,2% dei suoi elettori totali proveniva da questi decili). Altre analisi confermano la forte correlazione tra il voto al M5S e varie forme di disagio socio-economico, specialmente nel Mezzogiorno, e la sua popolarità tra i beneficiari del Reddito di Inclusione (misura antesignana del Reddito di Cittadinanza). Questi dati consolidano l’immagine del M5S come partito egemone tra le fasce più deboli della popolazione nel 2018, probabilmente anche in virtù della promessa del Reddito di Cittadinanza, percepita come una risposta diretta alle loro difficoltà.
Lega. (Il 44,3% dei suoi elettori totali proveniva da questi decili)L’emergere della Lega come seconda forza suggerisce che anche l’offerta sovranista, incentrata su sicurezza e immigrazione, riusciva a intercettare una parte significativa di questo elettorato, forse con accentuazioni diverse a livello territoriale (più forte al Nord) o tra sottogruppi specifici (es. lavoratori poveri vs. assistiti).
Elezioni 2022. Le analisi post-voto confermano la tenuta del M5S in questo segmento, nonostante il calo rispetto al picco del 2018. L’indagine IPSOS identifica il Movimento 5 Stelle (M5S) come il primo partito tra coloro che si dichiarano in difficoltà economica. La stessa analisi e quella basata sui dati dei CAP nelle grandi città indicano che la seconda posizione è occupata dalla Lega, affiancata o seguita da Forza Italia (FI). L’analisi per CAP è particolarmente eloquente: nei quartieri più poveri delle grandi città (Napoli, Palermo), il M5S ottiene percentuali altissime (oltre il 50-60%), mentre FdI e PD risultano molto deboli. La classifica è quindi:
Movimento 5 Stelle (M5S). Nel 2022, il M5S riesce a mantenere la sua leadership tra i bassi redditi, un risultato probabilmente legato alla strenua difesa del Reddito di Cittadinanza durante la campagna elettorale, misura percepita come essenziale da molti in condizioni di povertà o precarietà.
Lega / Forza Italia (FI). La Lega e Forza Italia conservano una presenza significativa, indicando la persistenza di un appeal legato ad altre tematiche o a reti clientelari locali. Il dato più rilevante è la debolezza di FdI in queste fasce, nonostante il trionfo a livello nazionale e tra gli operai. Questo fenomeno evidenzia una chiara divergenza nel 2022 tra il comportamento della classe operaia (intesa in senso lato) e quello dei percettori di basso reddito: mentre i primi si sono spostati in massa verso FdI, i secondi sono rimasti in larga parte fedeli al M5S.
6. Analisi comparativa e sintesi
Per fornire una visione d’insieme immediata delle tendenze di voto dei due gruppi target nelle quattro elezioni analizzate, si presenta la seguente tabella riassuntiva. È fondamentale tenere presenti le note relative alle definizioni utilizzate e al grado di certezza dei dati (stime vs. dati diretti).
Confronto delle Traiettorie e la Divergenza del 2022
L’analisi comparativa dei percorsi elettorali dei due gruppi rivela dinamiche complesse e non lineari.
- Nel 2008, entrambi i gruppi sembrano essere principalmente contesi tra il PdL berlusconiano e il PD, sebbene con specificità territoriali importanti, come la forza della Lega tra gli operai del Nord già evidente nel 2006.
- La svolta del 2013, innescata dalla crisi economica e dalla sfiducia politica, vede l’irruzione del M5S come attore protagonista per entrambi i segmenti. Diventa la seconda forza tra gli operai e, con alta probabilità, la prima tra i bassi redditi, segnalando un comune allontanamento dalle forze politiche tradizionali.
- Le elezioni del 2018 mostrano un consolidamento di questa tendenza, ma con sfumature diverse. La Lega sembra conquistare la leadership tra gli operai (specialmente al Nord), mentre il M5S rafforza la sua egemonia tra i bassi redditi, in particolare al Sud, anche grazie all’attesa per il Reddito di Cittadinanza. Il PD appare ormai marginalizzato in entrambi i segmenti.
- Il 2022 segna il punto di massima divergenza tra i due gruppi. Mentre la classe operaia si sposta decisamente verso il blocco di destra guidato da FdI, i percettori di basso reddito confermano in maggioranza il loro sostegno al M5S.
Questa divergenza finale è particolarmente significativa. Suggerisce che, pur condividendo spesso condizioni di disagio economico e sociale, le priorità e le risposte politiche ricercate dai due gruppi non sono più sovrapponibili nel 2022. Per la classe operaia, sembrano prevalere istanze legate all’identità nazionale, alla sicurezza, alla critica all’immigrazione e forse a un certo nazionalismo economico, intercettate efficacemente da FdI e Lega. Per i bassi redditi, invece, la difesa di misure di welfare come il Reddito di Cittadinanza e un persistente sentimento anti-establishment sembrano mantenere forte l’attrattiva del M5S. Questa biforcazione rappresenta una sfida complessa per tutti gli attori politici che ambiscono a rappresentare le classi popolari in Italia.
7. Tendenze di fondo e motivazioni
I cambiamenti osservati negli orientamenti di voto della classe operaia e dei bassi redditi tra il 2008 e il 2022 non sono casuali, ma riflettono tendenze profonde di natura sociale, economica e politica.
Il declino del voto di classe tradizionale. Il periodo analizzato ha visto un’accelerazione dell’erosione del tradizionale legame tra classe operaia e partiti di sinistra. Le trasformazioni strutturali dell’economia (deindustrializzazione, crescita del terziario, globalizzazione), la frammentazione del mercato del lavoro (aumento della precarietà, declino del lavoro standard), la crisi di rappresentanza dei sindacati tradizionali e i mutamenti nell’offerta politica hanno contribuito a questo disallineamento. I partiti del centrosinistra, in particolare il PD, sono stati percepiti da segmenti crescenti del mondo del lavoro manuale e delle fasce a basso reddito come distanti dai loro problemi materiali, più focalizzati sui ceti medi urbani, sui diritti civili o sull’integrazione europea. Al contrario, il PD ha consolidato il suo consenso tra gli elettori con livelli di istruzione più elevati, accentuando la distanza dalle classi popolari.
L’impatto delle crisi economiche e dell’insicurezza. Le ripetute crisi economiche (la crisi finanziaria globale del 2008-2009, la crisi del debito sovrano del 2011-2012, le conseguenze della pandemia e della crisi energetica più recenti) hanno avuto un impatto devastante sul tessuto sociale italiano, aumentando la disoccupazione, la povertà e l’insicurezza economica. Questa condizione di vulnerabilità diffusa ha alimentato sentimenti di rabbia, frustrazione e sfiducia verso le istituzioni e le élite politiche, creando un terreno fertile per il voto di protesta e per l’affermazione di partiti che promettevano un cambiamento radicale o una maggiore protezione sociale.
L’appeal dei partiti Popolari/Sovranisti
- Il Movimento 5 Stelle ha capitalizzato su questo malcontento, presentandosi come forza anti-sistema (“né di destra né di sinistra”) capace di dare voce alla protesta dei cittadini contro la “casta” politica. La sua capacità di attrarre voti da tutti gli schieramenti e dall’astensione ne ha decretato il successo, specialmente nel 2013 e 2018. Il suo radicamento tra i bassi redditi, in particolare nel Mezzogiorno è stato poi cementato dalla promessa e successiva implementazione (e difesa) del Reddito di Cittadinanza, percepito come una risposta concreta al disagio sociale.
- La Lega, sotto la leadership di Matteo Salvini, ha trasformato la sua identità da partito autonomista nordista a forza nazionale sovranista. Il suo successo tra gli operai, specialmente al Nord, si è basato su un mix di temi: sicurezza, forte contrasto all’immigrazione, critica all’Unione Europea, difesa dell’identità nazionale e promesse di riduzione fiscale. La Lega è riuscita ad attrarre anche ex elettori di sinistra, dimostrando la permeabilità dei vecchi confini ideologici.
- Fratelli d’Italia ha raccolto l’eredità di questo spostamento a destra, riuscendo nel 2022 a superare la Lega e a diventare il partito egemone nel centrodestra e tra la classe operaia. Il suo successo deriva dalla capacità di attrarre voti sia dalla Lega, sia dal M5S, proponendo un’agenda nazional-conservatrice che combina temi identitari, sicurezza, e una retorica di difesa degli interessi nazionali, che ha evidentemente trovato forte risonanza in ampi settori dell’elettorato popolare.
Il significato dell’astensionismo. L’impressionante crescita dell’astensionismo non può essere interpretata semplicisticamente come mera apatia o disinteresse. Essa rappresenta, per molti versi, una forma di protesta silenziosa, un segnale di profonda disillusione e sfiducia verso l’intero sistema politico. Le analisi dei flussi indicano che una parte significativa degli astenuti proviene da elettori che in precedenza avevano votato per partiti come il M5S o la Lega. Questo suggerisce che la disaffezione colpisce anche le forze politiche emerse più recentemente, forse a causa di aspettative deluse o della percezione di un tradimento delle promesse iniziali. Per la classe operaia e i bassi redditi, l’astensione può rappresentare l’esito di un percorso di allontanamento dalla politica, culminato nella sensazione che nessun partito sia in grado o abbia la volontà di rappresentare efficacemente i loro interessi. Questa vasta area di non voto costituisce un sintomo preoccupante della crisi di rappresentanza democratica e un potenziale bacino elettorale per future mobilitazioni.
La dimensione territoriale. Le differenze tra Nord e Sud rimangono cruciali per comprendere queste dinamiche. Il M5S ha trovato nel Mezzogiorno il suo bacino elettorale più solido tra i bassi redditi, grazie alla maggiore incidenza del disagio sociale e all’impatto del Reddito di Cittadinanza. Al Nord, invece, la Lega prima e FdI poi hanno dimostrato una maggiore capacità di attrarre il voto operaio, facendo leva su temi identitari, produttivistici e sulla critica all’immigrazione. Questa geografia politica del voto popolare riflette fratture economiche, sociali e culturali profonde del Paese.
8. Conclusioni
L’analisi del comportamento elettorale della classe operaia e dei percettori di basso reddito in Italia tra il 2008 e il 2022 rivela un quadro di profonda trasformazione e crescente instabilità. I principali risultati possono essere così sintetizzati:
1) Disallineamento dalla sinistra. Entrambi i gruppi hanno progressivamente abbandonato i partiti tradizionali di sinistra, che storicamente ne costituivano il principale punto di riferimento politico. Il PD, in particolare, ha visto erodere costantemente il proprio consenso in questi segmenti, pur mantenendo forza tra gli elettori più istruiti.
2) Affermazione di nuove forze politiche. Il vuoto lasciato dalla sinistra è stato riempito da nuovi attori politici. Il Movimento 5 Stelle è emerso come forza significativa per entrambi i gruppi nel 2013, consolidandosi poi come partito egemone tra i bassi redditi, specialmente al Sud, grazie a un messaggio anti-establishment e a politiche di welfare mirate. La Lega ha conquistato una posizione di rilievo tra gli operai, soprattutto al Nord, facendo leva su temi identitari e securitari. Infine, Fratelli d’Italia ha capitalizzato su queste tendenze, diventando nel 2022 il primo partito tra gli operai e la forza trainante del centrodestra.
3) Divergenza finale (2022). Nonostante un percorso parzialmente simile nella fase centrale del periodo, le scelte dei due gruppi sono apparse nettamente divergenti nel 2022. La classe operaia si è orientata decisamente verso il blocco di destra (FdI-Lega), mentre i bassi redditi hanno in maggioranza confermato il loro sostegno al M5S. Questa biforcazione suggerisce l’emergere di priorità e logiche di voto differenti all’interno del mondo popolare.
4) Ruolo del contesto e delle crisi. Le crisi economiche ricorrenti, l’aumento dell’insicurezza sociale e la sfiducia verso le istituzioni hanno giocato un ruolo cruciale nell’alimentare la volatilità elettorale e la ricerca di alternative politiche radicali o percepite come più vicine ai bisogni concreti.
5) Astensionismo come sintomo. La crescita esponenziale dell’astensionismo, alimentata anche da elettori delusi provenienti da M5S e Lega, segnala una profonda crisi di rappresentanza che colpisce in modo particolare questi segmenti sociali, lasciando una vasta area di cittadini ai margini della partecipazione politica attiva.
L’interpretazione complessiva di questi fenomeni rimanda a una più ampia trasformazione del sistema politico italiano, caratterizzata dalla crisi delle ideologie tradizionali, dalla personalizzazione della politica, dall’impatto della globalizzazione e dalla crescente rilevanza di fratture culturali (identità vs. cosmopolitismo, apertura vs. chiusura) che si sommano e talvolta sostituiscono la tradizionale frattura di classe. Gli allineamenti elettorali emersi appaiono fluidi e potenzialmente instabili, soggetti all’evoluzione del contesto economico e all’efficacia delle strategie messe in campo dai diversi attori politici.
Questi spostamenti pongono sfide significative per la rappresentanza democratica. I partiti che oggi raccolgono il consenso della classe operaia (FdI, Lega) e dei bassi redditi (M5S) sono chiamati a dimostrare la capacità di tradurre questo sostegno in politiche concrete che rispondano alle esigenze di questi gruppi, al di là della retorica elettorale. La divergenza osservata nel 2022 solleva interrogativi sulla possibilità di costruire piattaforme politiche capaci di unificare le diverse anime del mondo popolare.
Guardando al futuro, la volatilità dimostrata da questi elettorati suggerisce che gli equilibri attuali non sono necessariamente definitivi. L’evoluzione della situazione economica, l’impatto delle politiche del governo in carica e le strategie dei partiti di opposizione potrebbero innescare ulteriori cambiamenti. La vasta platea degli astenuti, in particolare, rappresenta un’incognita e un potenziale serbatoio di voti per chi saprà interpretarne le ragioni della disaffezione e offrire prospettive credibili di cambiamento e rappresentanza. Comprendere e affrontare la crisi di partecipazione che coinvolge ampi strati delle classi popolari rimane una delle sfide più urgenti per la salute della democrazia italiana.
Fonte
