Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
06/09/2026
«Il problema non è il woke, è il liberalismo»
Professor Brancaccio, su iniziativa di Carlo Galli è partito un dibattito sul “woke” che ha coinvolto vari esponenti della politica e della cultura, da Conte a Tajani, da Renzi a Vannacci, da Piccolotti a Valditara. Galli dichiara che il “woke” è “sovrastruttura” e che le sinistre dovrebbero dare la priorità ai problemi di “struttura”, come le disuguaglianze sociali. Massimo Cacciari sostiene che l’opposizione farebbe bene a mettere in secondo piano il woke e ripassare i fondamentali di Marx. Ma esiste davvero una contrapposizione tra il “woke” dei nostri giorni e la storica lotta di classe marxiana?
Il “woke” nasce nella cultura afroamericana, come esortazione a tenere gli occhi aperti sui rapporti di dominio che regolano la società contemporanea. È un movimento che ha insistito sul carattere “sistemico” delle discriminazioni di razza, di genere e di orientamento sessuale. Ha aiutato tanta gente a capire che se un nero innocente viene ammazzato dalle forze dell’ordine, la causa non è un poliziotto bianco “cattivo” ma un intero apparato di repressione sociale. E se una donna lavoratrice viene pagata molto meno dei suoi colleghi uomini a parità di prestazioni, il problema non risiede in un vago maschilismo dei padroni ma in un sistema strutturato per dividere al suo interno la classe subalterna. E se le libere preferenze sessuali di una persona diventano motivo di discriminazione sociale, la ragione non risiede banalmente nell’arretratezza del contesto culturale ma nel fatto che il governo della sessualità è un classico dispositivo di orientamento, per indurre le persone a metter su famiglia, produrre, consumare, risparmiare, procreare, in sintonia coi ritmi dell’accumulazione. Rispetto molto i colleghi Galli e Cacciari, ma non credo che ridurre questi temi cruciali a “sovrastruttura” o a mero vezzo foucaultiano aiuti la discussione. La verità è che, nelle sue radici originarie, il “woke” può esser pienamente integrato nella moderna critica marxista del capitalismo, sulla scia di Angela Davis, Jules Joanne Gleeson e altre. Se volessi cimentarmi anche io in una citazione dotta, direi che, in un’ottica di “surdeterminazione”, lotta alle discriminazioni e lotta di classe sono esattamente la stessa cosa.
Però converrà che talvolta il “woke” è sfociato in eccessi difficilmente comprensibili. Per esempio, la “cancel culture”, che giudica opere, autori, simboli del passato sulla base dei valori contemporanei, e sostituisce alla comprensione storica la condanna morale.
Tra le file del “woke” esistono sia personalità intelligenti che ottuse, come del resto anche tra i marxisti. Cancellare dai piani di studio Aristotele perché era schiavista sarebbe orrido fanatismo. Altra cosa sarebbe se i programmi partissero proprio dallo studio dell’aristotelico “schiavo per natura”, per situare subito il filosofo greco nell’ordine stringente dei rapporti di potere del suo tempo. Alle militanti woke dico che abbiamo bisogno non di “cancel culture” ma della forza sovversiva di quella che un tempo si definiva “storia sociale”, inclusa la “storia sociale della filosofia”.
Il dibattito di questi giorni, però, ha insistito sul fatto che il “woke” ha confinato la battaglia della sinistra alla sola questione dei diritti di libertà del singolo, abbandonando il tema storico della lotta di classe. Che ne pensa?
Il problema non è il woke, è il liberalismo. Il woke nasce dai ghetti, come movimento di strada contro soprusi e violenze degli apparati di potere, e si è incrociato più volte con le lotte per il lavoro, l’assistenza sanitaria, i servizi sociali. Certo, i liberali hanno lavorato per egemonizzare il movimento e disinnescare la sua carica dirompente. Se tu promuovi leggi contro il razzismo, il femminicidio e l’omofobia fai una cosa degna e giusta, ma se contestualmente agisci anche per indebolire le tutele del lavoro, contestare un’imposta patrimoniale o proteggere la libera circolazione dei capitali, di fatto stai annacquando il woke nel vecchio e placido mare del radicalismo liberale. Nei movimenti, americani ed europei, molti hanno assecondato questa “normalizzazione” liberale, in base all’idea che i temi della lotta di classe fossero ormai superati e che fosse più efficace puntare solo sulle battaglie contro le discriminazioni razziali, sessuali e di genere.
Avevano ragione?
No, è stata una scommessa perdente: in realtà è accaduto l’esatto opposto. Il woke ha perso slancio, diventando una caricatura di sé stesso, proprio perché si è agganciato a un’ideologia liberale che si stava avviando verso una crisi profondissima e irreversibile.
Lei insiste da tempo sul fatto che, dopo il crollo del “muro” di Wall Street del 2008, il liberalismo è entrato in una crisi da cui non può uscire. Può spiegare?
Viviamo in un’epoca segnata da una tendenza che Marx aveva predetto e che trova oggi indiscussi riscontri empirici: è la centralizzazione del capitale in sempre meno mani che, a colpi di fallimenti dei capitali più deboli e acquisizioni da parte dei più forti, ormai pone oltre l’80 percento del capitale azionario sotto il controllo di meno dell’1 percento dei proprietari. Ebbene, proprio questa formazione di oligopoli colossali, questa immane concentrazione del potere economico, è tra i fattori alla base delle “riforme” che stanno determinando un’altra concentrazione, quella del potere politico, dalle aule parlamentari ai governi, dai governi ai capi di governo, e così via. È quella che va sotto il nome di “recessione democratica”, anche questo un fenomeno documentato, che erode dall’interno gli istituti che fondano la democrazia liberale, dalla tipica ripartizione dei poteri fino alla tutela dei più elementari diritti individuali. Il guaio dei liberali è che pretendono di assecondare la tendenza alla centralizzazione capitalistica e al tempo stesso vorrebbero proteggere l’assetto liberaldemocratico che quella stessa tendenza sta distruggendo. È un’aporia, una contraddizione insanabile, dalla quale non riescono a uscire.
Con quali conseguenze?
La loro morte annunciata, direi. Ancora quindici anni fa i liberali tenevano le leve del potere. Mentre oggi, privi di memoria storica, molti di essi si stanno riducendo a perorare un rinnovato abbraccio mortale con le destre reazionarie e con movimenti di nuova fattura, che io definisco “oltrefascisti”. In questo modo credono di difendere i loro interessi, e poco badano al fatto che si stanno rendendo corresponsabili di ulteriori torsioni del sistema verso forme di centralizzazione autoritaria del potere, più o meno imbellettate. Il risultato finale è un “tradimento”: i liberali non sono più in grado di difendere la democrazia, la libertà, figurarsi le istanze “woke”. È un’altra delle catastrofi che stanno caratterizzando il cosiddetto declino dell’Occidente. Ma a pensarci bene è anche un’occasione politica.
Lei sta dicendo che nella crisi del liberalismo toccherà ad altri farsi carico delle lotte per le libertà e contro le discriminazioni?
Esatto. Vede, nella discussione di questa estate mi sembra che sia mancata proprio una percezione della tendenza storica. La contrapposizione che è emersa dal dibattito, tra il “woke” dei diritti civili e un imprecisato “marxismo” dei diritti sociali, non fa i conti con la contraddizione mortale in cui sta cadendo il liberalismo. E con l’enorme spazio politico che questa crisi liberale sta aprendo. La questione, oggi, non è metter da parte il woke per tornare alla lotta sociale. La questione è che le lotte per i diritti civili e sociali hanno un destino comune, sono ormai inesorabilmente intrecciate. E dunque il loro rilancio può venire solo da una ripresa, in chiave moderna, della critica generale del meccanismo capitalistico e delle sue tendenze più distruttive. E quindi da una nuova politica, che sia realmente capace di fronteggiare la tendenza micidiale alla centralizzazione capitalistica del nostro tempo.
In cosa dovrebbe consistere questa nuova politica?
I populisti hanno cercato di rallentare la tendenza alla centralizzazione inondando di prebende e regalie i piccoli proprietari, anche quelli più inefficienti, che sarebbero stati destinati ai fallimenti e alle acquisizioni. È stata una strategia disastrosa, che ha causato solo enormi danni al lavoro, al bilancio pubblico, al welfare. Bisogna agire in direzione contraria. La competizione capitalistica deve andare avanti, i fallimenti e le acquisizioni devono compiersi, la centralizzazione deve avanzare. Ma a un certo stadio di sviluppo deve incrociare la sua unica, vera nemesi: l’acquisizione pubblica dei capitali monopolistici, nell’ambito di un rinnovato progetto di espansione delle logiche di “piano”, nel senso moderno in cui Leontief le intendeva davanti al Congresso degli Stati Uniti nel 1974. Nell’epoca oscura della centralizzazione autoritaria, questa è l’unica via per aprire una nuova stagione di conquiste, civili e sociali.
Professore, tutto molto logico, ma sembra anche lontano dall’agenda politica e dal programma del campo largo, se ne verrà uno.
Niente affatto. È uno sguardo sul futuro, certo, ma coi piedi ben piantati nel presente, ossia nella piena coscienza della crisi presente, che tanti fingono di non vedere. Non dimentichiamo che, dopo le crisi finanziaria, pandemica e militare, pur tra mille contraddizioni, veri e propri prodromi di pianificazione sono ormai situati nei gangli profondi della politica economica contemporanea. Il problema politico odierno è come sciogliere quelle contraddizioni. Per intenderci: chi davvero intende sfidare il governo Meloni dovrà decidere tra la vecchia, costosa e inefficiente politica di regalie ai capitali inefficienti e una nuova politica di comando, basata su norme capaci di elevare le tutele del lavoro, della salute e dell’ambiente e di selezionare così soltanto i capitali migliori. Dovrà decidere la posizione che lo stato dovrà assumere nei processi di fusione e acquisizione in atto, in campo bancario e non solo, superando l’antinomia pedestre tra liberismo dei liberali da un lato e amichettismo delle destre dall’altro. E dovrà decidere se inaugurare una battaglia perdente che contrapponga diritti civili e sociali oppure, al contrario, fare i conti con la tendenza in atto e cogliere nella crisi liberale l’opportunità di nuovi laboratori, di inedite fusioni politiche tra libertà e uguaglianza. Insomma, i leader di questo tempo saranno solo quelli capaci di tenere in gran conto la tendenza del tempo: la centralizzazione autoritaria, che sta già aggredendo la libertà, la democrazia, la stessa pace. “Politica” significa oggi solo una cosa: governare quella tendenza, come si cavalca una tigre.
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03/09/2026
Cancel, woke and cultural wars: hic Rhodus, hic salta
di Alessandro Barile
La polemica sul woke ha terremotato il dibattito a sinistra e vivacizzato questo scampolo d’estate altrimenti costretto ad occuparsi di Lavitola e Ranucci e altri faccendieri della magistratura. Nella grande confusione generata soprattutto dall’articolo di Giuseppe Conte su «Repubblica», agli spernacchi della destra si è sommato il coro dei «finalmente» a sinistra: “non se ne poteva più di questa woke, torniamo ai rapporti di produzione!” – figuriamoci. Ma i conflitti culturali sono proprio una forma di questi rapporti di produzione al tempo della tarda modernità occidentale. Senza riconoscere la coincidenza tra “guerre culturali” e sfruttamento sociale non si potranno che ripetere i concetti della destra con parole “di sinistra”. Alcune scene di vita quotidiana.
Un liceo qualsiasi in una provincia qualsiasi, a Piacenza mettiamo; una classe mista di italiani, italiani razzializzati (studenti nati in Italia da genitori stranieri) e migranti in attesa di cittadinanza (studenti nati all’estero da genitori stranieri). L’intera classe si appresta a studiare Omero, la mitologia classica, la storia di Roma, il genitivo o l’aoristo – ma metà o quasi di quella classe ignora il carattere universale di questa cultura. Lo ignora anche la metà degli italiani non-razzializzati ovviamente, ma percepiscono almeno una cosa decisiva: questa storia parla di loro – perché così è stato loro trasmesso dall’edificio retorico e simbolico in cui si muovono. Ciò che è intuibile ad un italiano non-razzializzato non lo è per chi proviene da altre culture, altre lingue, altre tradizioni familiari e nazionali. Che ne sappiamo d’altronde noi di Qaddur Al-Alami o di Murasaki Shikibu? L’acculturazione attraverso i classici non dovrà per questo dismettersi – nessuno lo chiede, neanche tra i boschi del Massacchussets – ma trovare altre forme, altri sentieri; dovranno essere loro poste domande diverse e ulteriori, e tirate fuori risposte vive e spiazzanti; dovrà istituirsi un’altra relazione, che non disperda ma arricchisca la capacità del classico di parlare allo studente italiano – razzializzato o meno – del XXI secolo. È d’altronde ciò che è sempre avvenuto: il canone è un costrutto (politico)culturale, non ci è stato consegnato tale da una qualche fatidica tradizione. Proprio al fine di evitare la ghettizzazione culturale, conseguenza e premessa al tempo stesso di quella sociale, non c’è altra strada: la battaglia culturale dovrà avvenire trasformando le forme dell’insegnamento, i moduli, il linguaggio, i codici d’accesso.
Un McDonald qualsiasi in una città qualsiasi, a Napoli mettiamo; l’interno del locale è ormai diviso in due: da un lato gli avventori, dall’altro una ventina di rider con casco e zaino ad attendere la chiamata. Sono decine, a tutte le ore, sempre e soltanto stranieri. Decine di migliaia in ogni metropoli. È la nuova classe operaia nazionale, che si muove a chiamata, a cottimo, senza diritti e spesso senza contratti regolari, geolocalizzata da una app che risponde ad un padronato anonimo, disincarnato fisicamente e reincarnato nell’algoritmo, pagata miseramente e senza speranza di qualificazione lavorativa. Il rider di oggi sarà quello di domani, tra un anno, tra dieci anni. Non si parte dal basso per salire di dignità contrattuale e salariale: si rimane al piano terra. Per aspirare ad un miglioramento complessivo e collettivo, materiale, della propria condizione lavorativa, c’è l’armamentario esperienziale di due secoli di lotte: scioperi e picchetti, solidarietà operaia, manifestazioni, organizzazione, insubordinazione. Tutte forme di lotta che comportano conflitto, denunce, notifiche dalla questura, apertura di indagini e rinvii a processo, demansionamento e licenziamento sicuro. Tutte cose che l’operaio straniero senza cittadinanza, e spesso senza permesso di soggiorno permanente, non può permettersi: l’operaio straniero non attende i tempi del processo, rischia il Cpr e il rimpatrio. Per poter lottare sul piano materiale serve l’eguaglianza giuridica di tutti di fronte alla legge. Serve la cittadinanza, che è una qualificazione e un obiettivo preordinato delle lotte di classe della tarda modernità occidentale. Non c’è il salario e poi i diritti: ci sono i diritti che rendono possibile la dignità lavorativa, e questa che rende concreti i diritti.
Una qualsiasi università pubblica di una qualsiasi città, Roma ad esempio. A fronte di una popolazione romana composta per più del 15% da italiani razzializzati dalle più diverse discendenze (asiatici, slavi, maghrebini, latinoamericani eccetera), il vasto cantiere delle humanities è ancora saldamente composto da studenti, ricercatori e professori italiani, figli di italiani, bianchi (e maschi, dopo il dottorato). L’ingresso nei dipartimenti degli studi classici è ancora selezionato in base alla condizione di genere e di classe: chi altro può attendere un ventennio di precarietà prima del reclutamento attorno ai 40-45 anni? Di qui una popolazione docente che continuerà a intrattenere con i classici antichi e moderni un rapporto usurato, vecchio, incapace di parlare alla società – contribuendo così al suo definanziamento e alla sua periferizzazione culturale (e quindi accademica), divenendo passatempo specialistico. È il modello reso immortale nella figura di Peter Kien – a monito di come non usare la cultura di fronte alla trasformazione del mondo. Le opportunità di lavoro seguono il circuito “stem”, e tanti saluti alla “tradizione culturale”, al “canone” e all’intangibilità dei modelli classici. Istituire dei percorsi che possano contemperare la capacità di studio e la possibilità materiale di farlo per chi non è tradizionalmente privilegiato significa porre le basi affinché poi, a cascata, si possano comunicare i codici di aggiornamento del canone classico dall’accademia alla scuola alla società, studiarlo quindi meglio, renderlo attuale e non sepolcrale, consentendo a tutta la popolazione, e non solo a una sua quota privilegiata, di potersi confrontare con lo straordinario universo della classicità latina e greca, con la storia antica, medievale e moderna, con la filologia romanza o con l’italianistica. Per porre le fatidiche nuove domande ai classici – ovvero per mantenerli vitali – serve uno sguardo diverso, posto da persone fisicamente, materialmente e socialmente diverse. Il “merito” non risolve le cose, perché il merito è un’appendice delle condizioni di classe.
Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma la sostanza del discorso sarebbe la stessa: i fenomeni migratori stanno transitando verso una dimensione osmotica tra metropoli e provincia. Non si tratta più di ospitare, accogliere e assimilare, ma di ripensare la società fondata su questa diversità strutturale irriducibile alla vecchia unità culturale della modernità, costringendoci a pensarne un’altra. Non è “l’unità culturale”, il problema: è la vecchia unificazione valoriale e simbolica (un’etnia, una lingua, una tradizione letteraria, una religione eccetera) a non essere più adatta a rispondere alle sfide del presente (e del futuro). D’altra parte, già oggi la costruzione simbolica passa da Netflix e da Tik Tok molto di più di quanto possa passare da un decreto o da una riforma governativa. Se abbiamo capito che lo Stato non disperde poteri e funzioni con la globalizzazione, avremmo pure dovuto capire che lo “Stato-nazione” è un costrutto che è andato mutandosi nel tempo e disperdendo i suoi caratteri otto-novecenteschi.
La popolazione migrante, in forma inconsapevole, non organizzata e neanche pensata, sta attuando una sua “lotta per il riconoscimento”, che è sociale e culturale insieme. Sarebbe marxisticamente lodevole, ma anche astrattamente teorico, che questo “riconoscimento” fosse già adesso fondato sulle demarcazioni di classe (eppure nel settore della logistica molta strada si è fatta in tal senso, soprattutto però per la scarsa presenza di italiani nel facchinaggio, cosa che ha reso la componente migrante un’avanguardia delle lotte). La compenetrazione tra popolazione indigena, razzializzata e migrante sta infatti disfacendo le basi culturali dell’umanitarismo borghese. Il razzismo tracima dalle tradizionali nicchie neofasciste-proprietarie ai settori più vasti della società, un razzismo che non ha ancora la forza di presentarsi su basi etniche, camuffandosi da economicismo (i migranti abbassano i salari) e legalitarismo (sicurezza urbana). Le contraddizioni nella composizione migrante, pure presenti, rimangono sullo sfondo rispetto a un’identità che funziona da anticorpo e autodifesa contro la razzializzazione. Non è l’identità della “tradizione” folclorica però, che pure ha attraversato il mondo della sinistra negli anni Ottanta e Novanta; osservando da vicino le cose, si intravede un’identità che collima con il discorso anticoloniale, ovviamente nelle forme spurie e incoscienti che questo assume nella concretezza delle relazioni sociali.
Questo fa delle guerre culturali, e quindi delle polemiche attorno al woke, un fatto imponente e inaggirabile: non c’è un complotto della satanica sinistra anglosassone ad imporle nell’agenda dei movimenti, ma la realtà capitalistica che le rende un’inevitabile occasione dello scontro di classe. “Materializzare il conflitto” non basta più come slogan, perché questa materialità passa dal riconoscimento giuridico e culturale, dal potersi definire uomini e donne compartecipi del destino di una società su di un piano di parità valoriale. Queste e non altre sono le lotte di classe in Occidente, negli Stati Uniti, in Italia, qui e ora.
È d’altra parte vero che la proiezione culturale di queste lotte è sovente catturata dal ceto intellettuale – accademico e giornalistico – capace sì di amplificarne la voce, ma al tempo stesso di pervertirle, di pacificarle. Ovvero di sottrarle alla dialettica con la materialità dei rapporti sociali, declinandole in un senso esclusivamente identitario e discorsivo. La frammentazione delle codificazioni tradizionali viene assunta come valore in sé (la molteplicità e la differenza) e non come processo che ricostruisce i suoi codici identificativi (codici che dovrebbero produrre una nuova unità fondata non più sulla linea del colore ma su quella del lavoro subordinato).
Le identità, e le conseguenti identity politics, non nascono semplicisticamente dalle “guerre culturali”, ma dall’egemonia borghese che viene esercitata sulla dimensione tellurica del riconoscimento, traducendo “l’identità del razzializzato” in “preservazione della minoranza agente”. Ma quella del colonizzato, indigeno e migrante, appare piuttosto una maggioranza potenziale in-formazione. È l’egemonia culturale della piccola borghesia colta il fattore distorcente, che pensa e parla a nome delle classi subordinate perché prive di una loro indipendenza politica. Se questo è il “midollo del leone”, il campo da gioco è quello della lotta per l’egemonia, che però va combattuta sul terreno della politica e non della cultura. Come diceva Brecht, «non dobbiamo partire dalle buone vecchie cose, ma dalle cattive cose nuove». Ecco, le guerre culturali sono parte di queste cattive cose nuove su cui giocarsi la partita dell’organizzazione politica e dell’orizzonte culturale che sarà sempre più, costitutivamente, meticcio.
Fonte
28/08/2026
Il dibattito “woke”, una distrazione interessata
Da qualche tempo, con le elezioni del 2027 all’orizzonte, Giuseppe Conte cerca di ritagliarsi un’identità e maggiore influenza politica all’interno del campo largo: da un lato, provando a caratterizzarsi rispetto all’establishment del PD a guida Schlein, dall’altro, con una confusa operazione, cercando di intercettare qualche simpatia nei settori sociali ultimamente più sensibili alle esternazioni di Vannacci, compresi quelli più popolari che un tempo erano stati bacino elettorale dei 5 stelle.
Stavolta ha inseguito il trend americano (forse un tentativo di capitalizzare il grande “hype” per Mamdani, nuovo sindaco di New York?) con una lettera a Repubblica, in cui critica gli “eccessi” della cultura woke partendo da una frase pronunciata dalla deputata americana Ocasio-Cortez “Woke 1 was crazy” (secondo la sintesi ripresa dai nostri giornali).
Ne è nata una discussione enorme, tra giornali, politici e opinionisti, di destra ma soprattutto “di sinistra”, con il risultato che in Italia ci facciamo trascinare in dibattiti che arrivano da altri Paesi, con situazioni diverse, e che nel dibattito nazionale finiscono per essere oggettivamente sterili.
Infatti, anche se si riferiscono a questioni che ovviamente riguardano anche l’Italia – tra cui il razzismo, il sessismo e i diritti sociali – vengono proposte in modo da scollegarle dai problemi reali delle persone che – evidentemente – non è molto comodo affrontare.
Conte dice che gli eccessi della cultura woke sarebbero diventati una “dottrina totalizzante”, “l’ossatura ideologica” della sinistra. E propone invece di tornare a occuparsi delle vere disuguaglianze economiche e sociali, mettendo però dentro tutti (ceto medio, operai, imprenditori, come se non ci fosse alcuna differenza).
Certo, di fronte a un interesse rispetto alle disuguaglianze sociali si potrebbe dire: meglio tardi che mai (o meglio, buongiorno!). Ma detto da uno che è stato al governo per due anni e mezzo (e quindi ci poteva pensare allora, magari) e che adesso sostiene il “campo largo” che, nelle sue varie forme, ha governato per anni, appare quantomeno stridente, guardando alla condizione sociale disastrosa in cui versa questo paese.
Il paradosso, quindi, è che proprio mentre condanna il “woke”, Conte conferma che né lui né gli altri prima e dopo hanno mai davvero affrontato strutturalmente le disuguaglianze di cui adesso parlano, e usano quel vuoto per attaccare e cercare di prendere qualche voto in più.
Cos’è quindi davvero il “woke”, in questo dibattito? Un insulto, un contenitore vago in cui si butta dentro di tutto (linguaggio inclusivo, identità di genere, antirazzismo, ambientalismo, ecc.). È diventato un nemico facile da colpire senza dover realmente discutere nel merito di nessuno di questi temi.
E proprio per questo, così com’è usato oggi, il termine “woke” funziona nella pratica come un’arma di distrazione portata avanti dalle persone privilegiate, che sposta l’attenzione dai problemi reali delle persone comuni e dalle loro cause.
Diventa il prodotto di una deriva individualista, che porta a leggere i problemi come questioni del singolo; essenzialista, che tende a considerare le identità come qualcosa di fisso, separando le persone in categorie e concentrandosi sulle loro differenze; e culturalista, che rimane nel campo della cultura (spesso quella di un’élite privilegiata) e non mette in discussione le radici sociali ed economiche che portano a determinate discriminazioni e disuguaglianze.
Il risultato è che ogni battaglia di quel contenitore diventa un “movimento di opinione” a sé, invece di riconoscere che hanno la stessa radice e le stesse cause sociali e culturali insite nelle dinamiche di potere della società in cui viviamo. E questa divisione fa comodo, perché permette di parlare dei singoli problemi senza mettere in discussione il sistema intero che li crea, mantenendo così tutto com’è ed evitando qualsiasi ipotesi di conflitto sociale generalizzato.
È quello che succede, per esempio, anche con il “pink washing” e il “rainbow washing”: battaglie portate avanti da chi vive ogni giorno determinate discriminazioni vengono prese, svuotate del loro significato e usate come una bandierina da chi è privilegiato.
È più comodo usare in questo modo i diritti civili, dicendo le parole giuste con il linguaggio giusto e mettendosi la coscienza a posto fingendo che così si possano automaticamente ridurre le disuguaglianze e le discriminazioni. Ma diritti civili e diritti sociali dovrebbero andare insieme, non gli uni al posto degli altri.
E noi, come Donne de Borgata, questo lo diciamo da anni. Nelle periferie, nelle borgate, queste problematiche non sono un dibattito tra le persone d’élite, ma qualcosa di molto più serio e reale.
Donne de Borgata nasce proprio perché le donne e le persone queer, precarie, disoccupate, migranti e studentesse nelle periferie sono state lasciate indietro da chi, a destra e a sinistra, non ha fatto niente per il sociale e ora prova (a parole) a trattarlo così, superficialmente, rendendo anche l’accesso ai diritti un lusso per poche e pochi.
Noi invece nasciamo per rappresentare le necessità di chi vive una realtà durissima, perché è donna e perché proviene da un contesto sociale ed economico non privilegiato e, se è immigrata, le difficoltà aumentano ancora di più. Senza casa, senza un contratto di lavoro, senza documenti, senza soldi per arrivare a fine mese.
In questa situazione, a noi donne delle borgate il dibattito sul «woke» non interessa e non appartiene. Per questo, per noi, le battaglie civili e quelle sociali devono camminare insieme, da sempre. Sapendo però – e la storia ce lo insegna – che i veri cambiamenti culturali e sociali non possono esserci senza cambiare anche i rapporti sociali e di potere.
Non basta “soltanto” cambiare il modo in cui il singolo parla o pensa: bisogna fare in modo che le persone abbiano gli strumenti, le risorse e le possibilità concrete per poter scegliere, partecipare e farsi sentire. Perché oggi chi vive condizioni di precarietà spesso non ha nemmeno la possibilità di partecipare a un dibattito che, di fatto, resta nelle mani di chi il potere lo ha già.
Fonte
27/08/2026
Facciamo un po’ di chiarezza sul woke
La discussione ha preso spunto da alcune recenti dichiarazioni di Alexandra Ocasio-Cortez. Dopo aver rilanciato il tweet del consigliere newyorchese Chi Ossé (“woke 1.0 was crazy”), la deputata democratica si è dissociata da alcuni punti del programma nazionale dei Democratic Socialists of America (DSA).
In particolare, si è detta in disaccordo con le proposte di definanziamento del dipartimento della difesa e della polizia, di chiusura delle basi militari all’estero, di amnistia per tutti i migranti, di trasformazione degli Stati Uniti in una repubblica parlamentare monocamerale con elezioni su base proporzionale, di proprietà pubblica delle imprese più grandi e delle industrie essenziali.
Allo stesso tempo, ha affermato di volersi concentrare sulla sanità, l’aumento dei salari e i diritti sindacali. Così facendo, Ocasio-Cortez è venuta a patti con le regole non scritte della politica statunitense per accreditarsi come aspirante candidata presidenziale.
Quali sono i gravi misfatti del woke 1.0? Nei giorni scorsi, la stampa statunitense ha citato, a titolo di esempio, l’innocua richiesta di avere un presidente di consiglio comunale non maschio bianco etero, l’affermazione che Dio non è binario (in ritardo di oltre 40 anni rispetto a Papa Luciani), ma soprattutto, sacrilegio che ha fatto grande scalpore oltreoceano, la richiesta da parte della candidata DSA Francesca Huang di cancellare il Ringraziamento perché, fatto innegabile, questa festività celebra il colonialismo.
Il nuovo woke 2.0 sarebbe immune da questi pericolosi estremismi anticolonialisti, pacifisti, antisessisti, addirittura parlamentaristi, per concentrarsi finalmente sugli interessi materiali delle famiglie dei bravi lavoratori senza grilli per la testa, che vogliono mangiare spensierate il tacchino a novembre.
Storicamente, il termine woke, letteralmente “sveglio”, nasce nell’inglese afroamericano dall’espressione stay woke, “resta vigile”, usata già nella prima metà del Novecento per invitare la comunità a mantenere la consapevolezza (wokeness) dei pericoli del razzismo istituzionale negli Stati Uniti.
Il suo significato politico trova grande diffusione con Black Lives Matter nel 2013-2014, quando wokeness indica soprattutto la consapevolezza del carattere sistemico del razzismo. Negli anni successivi, il termine amplia il proprio significato, arrivando a comprendere la sensibilità verso un insieme più vasto di discriminazioni e disuguaglianze, legate al genere e all’orientamento sessuale. In questo modo, il termine si mescola con filoni preesistenti quali la identity politics, il multiculturalismo o la political correctness.
Parallelamente, woke comincia a essere usato ironicamente, anche a sinistra, per criticare forme di progressismo prevalentemente simbolico o ostentato, in analogia a quanto avveniva in precedenza con il politicamente corretto e, dalla seconda metà degli anni Dieci, viene appropriato dalla destra come termine polemico contro la sinistra in generale.
Nel dibattito contemporaneo woke è quindi diventato un termine-ombrello, che viene usato in modo impreciso e strumentale dalla destra, ma spesso anche dalla “sinistra” moderata, per attaccare le idee progressiste, pacifiste, socialiste, anticolonialiste e antimperialiste.
Ad esempio, secondo il politologo Carlo Galli il woke coincide “con l’esercizio della critica che mette in discussione quelle strutture culturali che paiono naturali, indiscutibili – per esempio, che i generi siano soltanto due...”, ma “non ha senso storico, e quindi giudica il passato in modo manicheo... la cancel culture pretende da Omero scrupoli etici implausibili”.
Qui, passatemi la battuta, al poeta greco viene assegnata la parte del tacchino, così come a Cicerone perché, secondo l’ex primo ministro Giuseppe Conte, entrambi sarebbero stati trattati come suprematisti bianchi dai sostenitori del woke. Peccato che si tratti di una vecchia fake news a cui potrebbe dare credito un Salvini o un Vannacci.
Perché non citare casi politicamente molto più significativi di cosiddetta cancel culture, come la rimozione di denominazioni e simboli confederali, la ridenominazione di edifici dedicati a personaggi compromessi con la schiavitù e il colonialismo, la rimozione, talvolta solo tentata, di statue dedicate a Cristoforo Colombo, Cecil Rhodes, Edward Colston, Winston Churchill, tutti dimostrabilmente implicati nella schiavitù o nel colonialismo?
Probabilmente perché avrebbe reso il woke meno folkloristico agli occhi dei lettori, ma anche perché avrebbe costretto a parlare di temi più sostanziali, che restano eccessivamente scomodi per le élite occidentali.
Forse non è proprio un caso che il passato debba essere così intoccabile, quando è alla base dei privilegi economici di cui una larga parte delle popolazioni occidentali gode tutt’oggi.
Né è strano che a difenderlo da una tribuna al di sotto di ogni sospetto sia una pattuglia di nativi europei, uomini e donne maturi, mediamente benestanti e istruiti. Tanto più se si rafforza, anno dopo anno, la richiesta di riparazioni per i crimini e per i danni provocati dalla schiavitù e dal colonialismo, e se l’economista indiana Utsa Patnaik ha quantificato in 45 trilioni di dollari (17 volte il PIL odierno del Regno Unito) il furto di risorse perpetrato dall’impero britannico in India, mentre Jason Hickel ha calcolato che, dal 1960 al 2021, i paesi occidentali hanno drenato dal Sud globale l’equivalente di 152 trilioni di dollari, proprio grazie ai lasciti di quella storia che gli intellettuali di Repubblica vogliono difendere a tutti i costi e che è viva e vegeta ancora oggi nella politica militare estremamente aggressiva dell’Occidente.
Lascio giudicare ai lettori quanto possa essere credibile la “sinistra della ZTL” quando raccomanda maggiore attenzione ai diritti sociali, lavorativi e ai salari.
Il fortissimo sospetto è che la sinistra istituzionale nostrana, sempre alla ricerca di bussole oltre Atlantico, cerchi disperatamente di riportare negli argini un’opinione pubblica che, durante le mobilitazioni a supporto della Palestina, ha cominciato ad abbracciare idee pericolose, costringendo l’opposizione parlamentare a rincorrerla su un terreno anticolonialista e antimperialista che resta totalmente, e non casualmente, indigeribile per il mainstream e per l’opposizione stessa.
Al contrario, per chi vuole veramente cambiare le cose, la wokeness (coscienza) resta uno strumento insostituibile. Scordiamoci che possa esistere una strada per migliorare la condizione economica della maggioranza della popolazione italiana, senza continuare a sfruttare gli altri popoli, che non passi dalla decostruzione dei meccanismi materiali e simbolici alla base della società occidentale, includendo tra questi la persistente presa che le retoriche escludenti ed eurocentriche esercitano su una parte considerevole dell’opinione pubblica.
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