Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/06/2025
Referendum, problemi di quorum
Faccio una semplice considerazione.
Tutti i referendum vinti negli ultimi 50 anni, a partire da quello storico del 1974 sul divorzio, arrivavano in esito a delle estese e lunghe battaglie nel paese condotte da, più o meno, grandi movimenti di massa su istanze totalmente autonome e sganciate dalle logiche e dalle dinamiche del ceto politico e dai partiti e come tali venivano percepite dai cittadini che pure non erano stati attivi nel promuovere quelle lotte ma che si recarono in massa a votare perché sentivano che l’esito del voto avrebbe avuto un peso significativo nella propria esistenza.
Non così è stato in questa occasione perché si è trattato di un’iniziativa calata dall’alto e che non è stata affatto l’epilogo di una battaglia condotta nella società che, a dispetto della giustezza dei quesiti, non è riuscita ad affrancarsi dal segno di un’operazione politica tesa più ad infliggere un colpo al governo Meloni da parte di un ipotetico “campo largo” (peraltro, temporaneamente risorto in quel di Genova il 27 maggio scorso) immaginando, forse, un risultato simile a quello del referendum costituzionale del 2016 che bocciò la schi-forma costituzionale Renzi-Boschi e che segnò l’inizio del declino del bulletto di Rignano sull’Arno.
E poi, forse, troppa carne sul fuoco, ovvero, 5 quesiti su materie diverse. In passato troppi quesiti non hanno mai portato bene, figuriamoci ora in un contesto di tale abulia e passività qual è quello attuale del nostro paese, certificato dall’altissimo tasso di astensione alle elezioni di qualsiasi tipo ed in cui la spinta civica e all’impegno è talmente bassa che anche il solo tentativo di decifrare il merito di ogni quesito, deve essere apparso a molti come un’insormontabile e, fors’anche, un’inutile fatica.
Poi spero tanto di sbagliarmi, eh! Comunque, ora che ho finalmente ritrovato la tessera elettorale, vado a votare.
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07/06/2025
Marx e il quesito referendario sulla cittadinanza
In esso Marx, parlando di “esercito industriale di riserva”, secondo questi opinionisti appartenenti prevalentemente all’area “rossobruna”, inviterebbe a demonizzare coloro che stanno peggio di noi e bloccarli alla frontiera perché, con il loro numero, contribuirebbero a “fare diminuire i salari”.
Talmente diffusa la citazione di questo presunto scritto che sembra l’abbia pubblicato davvero Marx e non sia, invece, una distorsione fatta da gente ignorante.
Marx parla di esercito industriale di riserva a prescindere dal fenomeno migratorio, come un elemento strutturale del capitalismo.
Ma, soprattutto, nella famosa lettera che molte di queste persone citano (quella del 1870 inviata a S. Meyer e A. Vogt), dove egli parla del fenomeno migratorio irlandese in Inghilterra, non sostiene MAI che sia necessario “contrastare l’immigrazione”.
Dice invece che i lavoratori irlandesi, costretti a fuggire per via dello sfruttamento materiale dell’Irlanda da parte dei capitalisti inglesi, si vanno a scontrare con gli operai inglesi perchè si vedono reciprocamente come concorrenti, e che questo FA IL GIOCO DELLA BORGHESIA INGLESE:
«Questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dal pulpito, dai giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese, a dispetto della sua organizzazione. Esso è il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica. E quest’ultima lo sa benissimo.»Invece di proporre ostilità verso chi scappa dal proprio Paese, dunque, Marx sottolinea come questa stessa ostilità sia generata dalla classe dominante. Dice, insomma, che la classe dominante fa esattamente quello che state facendo voi in questo momento: fomentare la guerra tra poveri per legittimare le leggi economiche del mercato della domanda e dell’offerta INVECE DI ATTACCARE CHI I SALARI LI DECIDE (i padroni).
Strano, eh? Un uomo che ha combattuto tutta la vita per l’unità dei lavoratori di tutto il mondo tanto da farne lo slogan del suo pensiero invoca l’unità tra “l’esercito industriale di riserva” e gli operai della madrepatria, mica il contrasto al primo.
Strano che questi opinionisti usino sempre la locuzione, decontestualizzata, “esercito industriale di riserva” e mai “proletari di tutto il mondo, unitevi!”, parola d’ordine notoria e priva di ambiguità di Karl Marx, che rappresenta la lotta di classe comune contro gli sfruttatori di lavoratori “domestici” e stranieri, vera chiamata all’azione e soluzione per i marxisti.
Eh già, perchè Marx, stranamente, attacca chi del mercato beneficia decidendo al ribasso i salari, mica chi dal mercato viene affossato ricevendo salari bassi.
Se tutto ciò vi sembra strano, smettetela di ammantare il vostro razzismo e nazionalismo strisciante di citazioni filosofiche vere o presunte.
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Referendum 8-9 giugno: 5 SÌ contro lo sfruttamento. Ma solo la lotta cambia i rapporti di forza
USB sostiene il voto per 5 SÌ. Lo facciamo senza ipocrisie né deleghe.
Non dimentichiamo chi ha lasciato approvare il Jobs Act in silenzio, chi ha accettato in cambio di pochi spicci le leggi sulla precarietà, chi ha gestito con il cappello in mano le stagioni delle delocalizzazioni e dello sfruttamento.
Oggi molti di quegli stessi attori si ripresentano come promotori di una riscossa referendaria.
Ma la riscossa vera si costruisce nel conflitto sociale organizzato, non nelle cabine elettorali.
La verità è che questi quesiti non sono neutri né interclassisti: parlano il linguaggio del lavoro sfruttato, dei giovani costretti alla partita IVA, delle famiglie che vivono nel ricatto continuo degli appalti, dei migranti a cui si nega perfino il diritto a esistere.
Per questo non possiamo permettere che l’astensione consegni ai padroni e alla destra la narrazione che “va tutto bene così”.
Votare SÌ non basta, ma è necessario.
Per questo USB invita lavoratrici e lavoratori, giovani, migranti, disoccupati, a partecipare e a votare 5 volte SÌ.
Ma non ci illudiamo: il referendum non è il punto di arrivo, è solo un passaggio.
La vera sfida si gioca nei luoghi di lavoro, nelle vertenze, nella costruzione di un’alternativa politica e sindacale all’altezza del tempo che viviamo. Ecco perché USB ha proclamato lo sciopero generale di tutte le categorie per il 20 giugno.
Ecco perché il 21 giugno saremo a Roma con una manifestazione nazionale che vuole rimettere al centro il conflitto, i bisogni popolari, la difesa del lavoro, dei salari, dei servizi pubblici, della pace e dei diritti sociali.
Sì al referendum. Ma soprattutto sì alla lotta.
20 giugno: sciopero generale.
21 giugno: tutti e tutte a Roma, ore 14:00 Piazza Vittorio Emanuele.
Solo il conflitto può cambiare i rapporti di forza.
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06/06/2025
“Italia capolista mondiale del precariato, ai referendum 5 sì per cancellare anni di bugie”
Professor Brancaccio, lei ha sostenuto che la deregulation del lavoro è stato “lo spirito del tempo” che ha dominato l’ultimo trentennio. Può spiegarci?
Nei Paesi Ocse, dal 1990 abbiamo assistito a un crollo medio degli indici di protezione dei lavoratori di circa il 20 per cento e a una riduzione della loro variabilità internazionale di quasi il 60 per cento. In sostanza, c’è stata convergenza internazionale al ribasso, nella direzione del precariato. In questa tendenza generale, l’Italia ha precarizzato più della media. Nel nostro paese, le politiche di flessibilità del lavoro hanno abbattuto le tutele di oltre il 35% per i contratti temporanei e oltre il 20% per i contratti a tempo indeterminato. Siamo stati ai vertici della corsa mondiale a precarizzare.
Il governo sostiene che se al referendum vincono i Sì, ci sarà un aumento della disoccupazione. È così?
È un vecchio slogan totalmente smentito dall’evidenza scientifica. L’88% delle ricerche pubblicate nell’ultimo decennio su riviste accademiche internazionali, mostra che la precarizzazione non stimola affatto le assunzioni e che le tutele non aumentano i disoccupati. Questo risultato è sempre valido, quali che siano le citazioni degli articoli, gli impact factors delle riviste scientifiche esaminate o le tecniche di indagine utilizzate.
Un risultato sorprendente...
Non più di tanto. Già la Banca mondiale nel 2013 riconosceva che “l’impatto della flessibilità del lavoro è insignificante o modesto”. Anche il Fondo monetario internazionale, nel 2016, è giunto alla conclusione che le deregolamentazioni del lavoro “non hanno effetti statisticamente significativi sull’occupazione”. E l’Ocse, nello stesso anno, ha ammesso che “la maggior parte degli studi empirici che analizzano gli effetti delle riforme per la flessibilità, suggeriscono che queste hanno un impatto nullo o limitato sui livelli di occupazione”. Insomma, le stesse istituzioni che per anni hanno propugnato la deregulation, oggi ammettono che questa politica non crea posti di lavoro.
Se la flessibilità non stimola l’occupazione, quali sono i suoi effetti?
L’evidenza scientifica mostra che i contratti flessibili rendono i lavoratori più “docili”, e quindi provocano un calo della quota salari e più in generale un aumento delle disuguaglianze. Anche questo risultato trova conferme in studi pubblicati dalle principali istituzioni, tra cui il National bureau of economic research. Anche da questo punto di vista l’Italia è caso emblematico: da noi la precarizzazione ha contribuito fortemente ad abbattere i salari.
C’è poi il quesito contro gli appalti selvaggi, che mira a contrastare la tragedia delle morti sul lavoro. Che ne pensa?
In Italia, più che altrove, la tendenza storica al declino dei morti sul lavoro si è arrestata. E si intravede una pericolosa inversione della curva. Gli appalti senza regole sono sicuramente parte del problema.
C’è chi dice che la vittoria dei Sì comporterebbe un insostenibile aumento dei costi. Licenziamenti più gravosi e appalti più difficili metterebbero in crisi molte imprese che già faticano a restare sul mercato.
L’idea secondo cui bisogna aiutare in tutti i modi le imprese che non riescono a restare sul mercato è la ragione per cui, nel nostro paese, ancora prosperano enormi sacche di capitalismo inefficiente. Se abitui l’imprenditore a vivacchiare di prebende statali, bassi salari, evasione fiscale e assenza di controlli sulla sicurezza, togli qualsiasi stimolo all’innovazione produttiva. Al contrario, aumentare i costi per il lavoro e la sicurezza è una “frusta competitiva” che forza le imprese a migliorarsi.
Altri avanzano contestazioni politiche: i referendum sono appoggiati anche dal PD, che è lo stesso partito che in passato ha portato avanti le politiche di precarizzazione...
Questa obiezione mi sembra autolesionista. Da Treu a Renzi, ho sempre messo in evidenza le falsificazioni ideologiche dei propugnatori della precarietà che venivano dal PD. Ma se capita l’occasione di intervenire sul quadro legislativo, direttamente e nella direzione giusta, penso che si debba cercare di coglierla.
Anche perché il quorum è a rischio...
È a rischio non per beghe infantili tra fautori dei “piccoli passi” e apologeti del “tanto peggio, tanto meglio”. La verità è che manca la capacità di sviluppare tra masse totalmente depoliticizzate una critica del capitalismo all’altezza di questi tempi tremendi. Molti parlano di carenze organizzative che impedirebbero di creare il movimento. In realtà, opportunamente aggiornato, oggi vale più che mai il vecchio detto: senza moderna teoria “rivoluzionaria” non c’è movimento “rivoluzionario”.
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29/05/2025
5 Sì contro lo sfruttamento
Nel silenzio assordante dei principali mezzi di comunicazione e al margine del dibattito politico nostrano, l’8 e il 9 giugno si voterà per un referendum di straordinaria importanza. Si tratta di esprimere il proprio parere su 5 quesiti. Quattro di essi, quelli di cui tratteremo in questo contributo, riguardano direttamente il tema del lavoro. Il quinto quesito, invece, verte sul tema dei requisiti necessari per ottenere la cittadinanza italiana e propone di dimezzare – da 10 a 5 anni – il periodo di residenza in Italia necessario a un cittadino straniero per richiederla. Si tratta, con ogni evidenza, di una misura di civiltà e decenza, che non si può che accogliere con favore e che ha senza dubbio a che fare con gli altri, in quanto qualsiasi persona con più diritti sarà anche meno ricattabile anche sui luoghi di lavoro.
La ricattabilità sul posto di lavoro è, di fatto, il tema al centro di questo referendum.
Per capire perché è necessario e doveroso non solo votare sì ai referendum, ma anche mobilitarsi attivamente per una loro riuscita, si possono prendere due strade, complementari e non alternative.
La prima guarda al contenuto stesso dei quesiti, e mostra come una vittoria del sì contribuirebbe a migliorare, in maniera diretta, le condizioni materiali di vita e professionali di milioni di lavoratrici e lavoratori:
- Il primo referendum mira ad abrogare una disposizione introdotta dal famigerato Jobs Act del Governo Renzi nel 2015, in virtù della quale la lavoratrice o il lavoratore di un’azienda con almeno 15 dipendenti licenziati dal padrone in maniera illegittima (definizione di ‘illegittimo’ secondo il Dizionario Treccani: che non ha le qualità o le condizioni richieste dalla legge per essere riconosciuto giuridicamente valido) non vanno reintegrati sul posto di lavoro. Chi vota sì al referendum impedisce al padrone di cavarsela con il pagamento di un semplice balzello quando licenzia al di fuori dei casi e delle procedure stabiliti dalla legge, e lo obbliga a reintegrare la lavoratrice oi l lavoratore al suo legittimo posto
- Il secondo referendum si occupa delle aziende con meno di 16 dipendenti. Anche nel caso in cui il primo referendum riuscisse a superare il quorum, la tutela che esso prevede si applicherebbe solo alle aziende con più di 15 dipendenti. Per le piccole imprese rimarrebbe la possibilità in capo al padrone di licenziare una dipendente in maniera illegittima, pagando un semplice indennizzo. Il secondo referendum vuole abrogare la disposizione di legge in virtù della quale l’ammontare massimo dell’indennizzo è limitato a sei mensilità. Chi vota sì al secondo referendum vuole rendere più gravoso, per il padrone di una piccola azienda, commettere un abuso.
- Anche il terzo referendum ha nel mirino una disposizione del Jobs Act. Il Governo Renzi, e la coalizione di centro-sinistra che lo supportava, nella sua offensiva contro il mondo del lavoro rese possibile l’attivazione di contratti a tempo determinato (fino a 12 mesi) senza che il padrone si dovesse neanche dare pena di spiegare quali fossero le ragioni oggettive per la natura precaria e temporanea del contratto. Chi vota sì al referendum vuole reintrodurre un criterio di buon senso minimo, che si applicava fino al Jobs Act, che il Decreto Dignità aveva parzialmente reintrodotto e il Governo Meloni ha di fatto disapplicato: se un lavoro ha natura stabile e continuativa nel tempo, anche il contratto alla base deve essere stabile. La natura temporanea di un contratto deve trovare ragion d’essere non nel desiderio del padrone di mantenere un potere di ricatto nei confronti della lavoratrice o del lavoratore, ma in esigenze produttive specifiche previste dalla legge.
- Il quarto referendum cerca di limitare uno degli aspetti più deteriori delle pratiche dell’appalto e del sub-appalto (una delle passioni del governo Draghi, ai tempi in cui governavano i "migliori"). Chi vota sì al quarto referendum vuole estendere anche all’imprenditore committente, o all’impresa che ha vinto un appalto e vuole sub-appaltare i lavori a un’impresa terza, le responsabilità in caso di infortunio sul lavoro. Chi vota sì vuole mettere un granello di sabbia nell’ingranaggio tramite il quale il padrone aumenta i suoi profitti risparmiando sulla sicurezza di lavoratrici e lavoratori
La seconda strada guarda oltre il contenuto specifico di ciascun referendum, e si concentra invece sul significato complessivo dell’appuntamento dell’8 e del 9 giugno, e sul valore politico di ciò che è in ballo. Ciascuna delle norme che i referendum vogliono abrogare è evidentemente deprecabile e ha senza dubbio contribuito a peggiorare la vita di lavoratrici e lavoratori. Al di là dell’impatto specifico che esse hanno, tuttavia, queste norme esercitano un ruolo come ingredienti di una strategia complessiva del padronato italiano per indebolire, vessare e rendere più ricattabile la popolazione lavoratrice. Da ormai diversi decenni, la legislazione sul lavoro nel nostro Paese ha avuto come obiettivo quello di rendere più vulnerabili e più deboli lavoratrici e lavoratori. Ogni singolo provvedimento, ogni goccia di precarietà istillata nel sistema, ogni nuova forma di contratto con garanzie minori di quella precedente, ogni grado ulteriore di libertà nel licenziare garantito al padrone, è servito a diminuire il potere contrattuale della classe lavoratrice, e a rendere possibile ogni successiva accelerazione sulla strada della precarietà. Ogni tutela per il lavoro sacrificata sull’altare della competitività, ogni espressione di retorica che ci vuole far credere che padronato e classe lavoratrice sono sulla stessa barca e hanno gli stessi interessi, ogni scemenza secondo la quale non ci sono i padroni, ma solo imprenditori che garantiscono ed elargiscono lavoro, tutto questo è servito a comprimere i salari e a rendere l’esistenza di chi lavora per vivere più impervia, difficile e spesso miserabile.
È per questo che votare sì ai referendum, oltre a cercare di migliorare su aspetti specifici le condizioni di vita di milioni di lavoratrici e lavoratori, serve ad affermare un principio e a lanciare un segnale, serve a mettere un intoppo nell’ingranaggio che ci schiaccia e rende i nostri salari non sufficienti per un’esistenza dignitosa, serve a mettere un argine alla ricattabilità e all’indebolimento del nostro potere contrattuale, serve a garantirci la forza per lottare per salari migliori e maggiori diritti. Serve ad invertire la rotta.
E no, il fatto che i referendum siano stati promossi dalla CGIL – un sindacato spesso complice e alfiere della compatibilità – siano sostenuti dal Partito Democratico – un soggetto politico che ha fatto dell’attacco alle tutele del mondo del lavoro la sua ragion d’essere, del resto il Jobs Act porta la firma del PD – e siano trattati da un pezzo di apparato come una maniera per guadagnare peso e influenza all’interno del centro-sinistra, ecco, tutto questo non è una scusa per non andare a votare sì e per non dedicare tutte le nostre energie, da qui all’8 e 9 giugno, al raggiungimento del quorum. A loro resti l’infamia della lunga stagione di politiche reazionarie e contro il mondo del lavoro che ha caratterizzato la nostra storia recente, a noi l’onere di continuare la nostra battaglia per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, a partire dai 5 Sì che esprimeremo l’8 e il 9 giugno.
07/05/2025
Referendum 8-9 giugno, USB ha dato vita al Comitato Indipendente e dà indicazione per 5 Sì
Assieme ad una coalizione di realtà politiche e sociali, l’USB ha dato vita ad un Comitato indipendente perché non ha condiviso la scelta di chi ha promosso i referendum. Avventurarsi in una campagna referendaria ci sembra un forte azzardo e i quesiti, almeno 3 dei 4 promossi dalla Cgil, sono stati formulati con il “freno a mano” per non scontentare i partner politici del sindacato di Landini, a cominciare dal Pd. Nell’eventualità che si dovesse raggiungere il quorum e vincere, il risultato sarebbe quindi modesto e l’effetto concreto più simbolico che reale.
Ma la partita è comunque in campo e, pur se parziali, i quesiti referendari costituiscono un tentativo di assestare un colpo alla precarietà del lavoro e alle leggi che l’hanno sancita. E poi c’è il quinto quesito, che mira a ridurre gli anni di permanenza in Italia per ottenere la cittadinanza e che costituisce una battaglia di civiltà.
L’USB, quindi, pur con tutti i distinguo che non possono essere taciuti, è in campo per sostenere i 5 Si e per provare ad invertire la rotta di una legislazione a senso unico, tutta indirizzata verso l’aumento della precarietà del lavoro e la restrizione dell’accesso ai diritti per i cittadini stranieri.
Unione Sindacale di Base
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09/12/2023
Germania - Obbligo a dichiararsi pro Israele per ottenere la cittadinanza
Chiunque voglia ottenere un passaporto tedesco nello Stato tedesco della Sassonia-Anhalt, governato da una grande coalizione di cristiano-democratici della CDU, socialdemocratici della SPD e liberali della FDP, dovrà ora rilasciare una dichiarazione in cui riconosce “il diritto di Israele a esistere e condanna qualsiasi sforzo diretto contro l’esistenza dello Stato di Israele“.
Lo ha dichiarato il ministro degli Interni Tamara Zieschang, membro della CDU. Ha inoltre incoraggiato gli altri Stati federali ad adottare il suo modello, che è già stato comunicato ufficialmente a tutti i comuni della regione.
Chiunque voglia ottenere la cittadinanza e abbia mostrato atteggiamenti “antisemiti” potrebbe d’ora in poi vedersi respingere la domanda. Finora, i cittadini stranieri che ottenevano la cittadinanza tedesca dovevano dichiarare di rispettare il sistema politico esistente, la cosiddetta “democrazia sociale di mercato”, come previsto dalla Costituzione. Inoltre, dovevano impegnarsi a evitare qualsiasi azione che potesse danneggiare il Paese.
Alla fine di novembre, il leader del partito di opposizione CDU Friedrich Merz ha dichiarato, in mezzo alla guerra di Israele che ha fatto migliaia di vittime innocenti a Gaza, che chiunque voglia essere cittadino tedesco deve riconoscere lo Stato di Israele. “Per chi non lo firma, nulla è perduto in Germania“, ha dichiarato in un’intervista alla televisione pubblica ZDF.
Secondo quanto riferito, si starebbe valutando anche la possibilità di chiedere ai giocatori di calcio che gareggiano in Germania di firmare una dichiarazione simile, dopo che un’associazione sportiva ebraica l’ha caldeggiata.
All’inizio di novembre, il presidente tedesco Frank Walter-Steinmeier si è rivolto a tutti i cittadini “con radici arabe e palestinesi” che vivono nel Paese, invitandoli a non lasciarsi “strumentalizzare” dal gruppo armato Hamas e a prendere le distanze dalle sue azioni.
È il nuovo modo di mettere tutti sotto il sospetto di essere terroristi, tutti gli stranieri con un aspetto musulmano, spiega il giornalista ed esperto di Islam Fabian Goldmann.
“Il fatto che un ministro dei Verdi debba ricordare quanto siano problematiche tali generalizzazioni in tempi di aggressioni quotidiane contro i musulmani dimostra quanto sia cambiato il discorso nelle ultime settimane“, ha scritto Goldmann a proposito di un discorso del ministro dell’Energia dei Verdi Robert Habeck su “Israele e l’antisemitismo“, in cui Habeck aveva fatto lo stesso punto una settimana prima di Steinmeier.
Giornalisti invitati a firmare una dichiarazione pro-Israele
Tuttavia, la criminalizzazione di chiunque sia sospettato di mettere in dubbio l’esistenza dello Stato di Israele non è limitata agli stranieri. In un’intervista al settimanale Die Zeit, il politico di Die Grünen Jürgen Trittin ha invitato tutti i media tedeschi e tutti i partiti a impegnarsi a sostenere Israele.
Trittin, che è stato ministro dell’Ambiente durante il governo socialdemocratico-verde in cui la Germania partecipò nuovamente a una guerra sul suolo europeo dopo la Seconda guerra mondiale, cita come esempio il gruppo editoriale Springer. Si tratta del gruppo editoriale che pubblica il tabloid Bild e il quotidiano Die Welt, il cui caporedattore Ulf Poschardt ha esultato in un commento alla vittoria di Javier Milei in Argentina.
“Non è compito della politica mettere a tacere le armi“, si è spinto a dire il ministro dei Verdi Baerbock.
In particolare, ciò che il verde Trittin elogia del gruppo Springer e di tali media ‘squisiti’ è l’obbligo imposto ai suoi dipendenti di firmare una dichiarazione in cui si impegnano a sostenere “il popolo ebraico” e “il diritto all’esistenza di Israele“.
Nell’intervista, ammette persino di “non aver voluto rendersi conto della portata dell’antisemitismo musulmano che vediamo ora” in Germania, anche se è stato dimostrato che la stragrande maggioranza degli attacchi antisemiti contro gli ebrei nel Paese sono perpetrati da neonazisti.
I crimini di guerra di Israele contro la Palestina non sono cessati, ma la Germania e i suoi politici persistono nella loro posizione negazionista.
Anche se figure come il capo della diplomazia europea o il portavoce della Casa Bianca, alleati convinti di Israele che hanno di fatto chiuso gli occhi sull’uccisione di migliaia di bambini nella Striscia di Gaza per settimane, negli ultimi giorni hanno chiamato in causa il governo israeliano.
Il governo tedesco, e in particolare il suo ministro degli Esteri del partito verde Die Grünen, Annalena Baerbock, si sono limitati a chiedere “il rispetto del diritto internazionale” e sono stati al centro di uno dei momenti più infami dall’inizio della guerra.
“Il compito della politica non è quello di far tacere le armi“, ha dichiarato il ministro dei Verdi Baerbock in un’intervista all’emittente internazionale tedesca Deutsche Welle alla fine di novembre, quando erano già state uccise più di 10.000 persone.
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27/01/2022
Storie di ordinaria discriminazione: carte in regola e offese gratuite
Le persone che abbiamo incontrato o delle quali abbiamo raccolto le storie arrivano per lo più dall’est Europa o dalla vicina Asia (extra Ue) ma anche dal Pakistan.
Diverse sono collaboratrici domestiche, quelle che chiamiamo badanti, e che normalmente godono di un discreto livello di integrazione. Non è il caso di tutte.
Carla (nome di fantasia, ha paura di rivelare la sua identità) ha lavorato per un periodo in un paese dell’interno ma dopo aver passato momenti difficili a causa dei datori di lavoro si è trasferita a Nuoro.
Ha un regolare contratto di lavoro, la sera frequenta la scuola media per ottenere il livello di italiano richiesto dalle norme vigenti in materia di immigrazione, periodicamente deve rinnovare il permesso di soggiorno.
Racconta questa esperienza quasi con terrore per le vessazioni che ha dovuto subire, dalle prese in giro per il nome e la provenienza ai veri e propri insulti, c’è chi le ha dato della prostituta.
Anche chi la accompagnava, un nuorese, è stato vittima di un becero umorismo, quasi che un fidanzamento “misto” fosse degradante.
«Si tratta di veri e propri abusi di potere – dice lui – ma a chi puoi rivolgerti per denunciare?».
Tutti, effettivamente, hanno paura di esporsi per non subire danni come pratiche bloccate o ulteriori discriminazioni, perché di questo si tratta.
L’unica contromisura è quella di recarsi presso gli uffici accompagnati da avvocati o comunque da professionisti che possano rispondere.
«Spesso – ci dicono ancora – puntano sulla nostra debolezza, sulle difficoltà di comprensione della lingua o su piccoli errori nella compilazione dei documenti. Ci vuole un carattere forte per tener loro testa ma non tutti riescono, sono per lo più impauriti e remissivi».
Un’altra donna, sempre dell’est, che ha oggi la fortuna di essere cittadina dice solo: «Non ho voglia di raccontare perché non voglio rivivere quel dolore, so solo che sopra di noi c’è un Giudice che darà a ciascuno secondo le sue azioni».
Ma ci sono anche storie di uomini che lavorano in campagna, per una azienda vitivinicola di un paese vicino. Quando si rivolgono telefonicamente agli uffici per informazioni si sentono spesso ripetere “chiami domani”.
Peggio, quando è il proprietario (sardo) dell’azienda a recarsi in città per i documenti, un uomo ormai anziano, si sente il più delle volte dire “torni domani”, quasi avesse la colpa di voler mettere in regola i propri dipendenti. Una volta, due volte, tre volte: incidente, coincidenza, abitudine.
Capita così, come racconta una struggente canzone dei Negrita che dà idealmente il titolo a questa pagina. Capita di non capire “come funziona e come va” perché si è stranieri ma anche di sentirsi stranieri nella propria città. Un posto che “non è Hollywood” e in cui la sola speranza è di dar ragione a quel tale che dice “Qui va bene così/tanto tutto è troppo e basta quel che hai/e forse un giorno lo capirai”.
Qui non è Hollywood
Nel maggio scorso abbiamo raccontato su queste pagine storie di “invisibili” tra i quali rientrano le coppie cosiddette miste e le difficoltà per ottenere la cittadinanza. C’è chi ce l’ha fatta e ora può raccontare liberamente. Come Marco, nuorese doc. Dopo essersi diplomato a Nuoro ha lasciato la città per studiare in Italia e all’estero, conseguendo laurea e dottorato. Nonostante sia residente a Nuoro, si sposta spesso per lavoro continuando la sua attività di ricerca nel campo delle lingue e della storia contemporanea.
Quando hai conosciuto tua moglie e quando è iniziato l’iter per avere la cittadinanza?
«Ci siamo conosciuti nel 2011 e ci siamo sposati nel 2014. All’inizio non pensavamo a sposarci, meno che mai pensavamo alla cittadinanza: abbiamo iniziato a pensarci dopo alcuni episodi particolarmente gravi di discriminazioni istituzionali contro di noi, mia moglie era stata interrogata per ore dalla polizia in un paese europeo, senza alcun motivo, solo perché non era cittadina Ue. L’iter è iniziato nel 2019».
Cosa ha comportato in termini economici, di tempo, di energie fisiche e mentali?
«Ottenere la cittadinanza italiana non è facile, per alcuni è impossibile. Soltanto il raccogliere tutti i documenti richiesti può richiedere uno o più anni. Le spese tra tasse, documenti, traduzioni, legalizzazioni, esami, corrieri, viaggi nel paese di origine, possono arrivare a diverse migliaia di euro.
Noi ne abbiamo speso circa 4.000, ma non esiste una cifra fissa, perché dipende molto dai singoli e anche dall’arbitrio dell’ente che se ne occupa. In totale, noi ci abbiamo messo due anni, che può essere considerata una velocità supersonica.
Un immigrato che non ha parenti italiani ci può mettere tranquillamente 15, 20 anni, o semplicemente non ottenerla mai. Occorrono dieci anni di residenza per fare domanda (ma in Italia si può avere il permesso di soggiorno senza avere la residenza, e questo complica le cose); il tempo per raccogliere i documenti, ammesso che vi si riesca; 4, 5 o più anni di attesa per la risposta, che può essere anche negativa e senza nessuna possibilità di modifica del verdetto.
Certamente il dispendio di energie mentali necessario è molto grande, perché si ha a che fare con una macchina discriminatoria infernale che esercita su di te l’arbitrio più totale, e senza possibilità di appello, un po’ come nel processo di Kafka. La persona che fa domanda ha paura a lamentarsi, perché sa che qualunque scusa può essere buona per negare ciò cui ha diritto».
Cosa significa essere oggi una famiglia “mista”?
«Voglio precisare che in Italia e in Europa solo i cittadini non europei sono vittime di discriminazioni istituzionali. Per esempio non definirei mista una famiglia col marito italiano e la moglie francese.
Molto dipende anche dal colore: il fatto che noi siamo bianchi certamente ci ha aiutato. In generale, anche se una persona extra-Ue è sposata con un cittadino italiano, lo Stato la considera in tutto e per tutto “immigrata”, la sottopone quindi a tutte o quasi le discriminazioni delle quali sono vittima gli altri immigrati».
Pensi che la vostra sia una storia di “ordinaria burocrazia” o un caso di “razzismo di Stato” (per richiamare il titolo di un libro curato da Pietro Basso)?
«Conosco il libro curato da Pietro Basso e conosco anche l’autore. Non c’è dubbio, la sua definizione è particolarmente azzeccata e centra in pieno il punto. Razzismo di Stato sono tutte le discriminazioni istituzionali contro gli immigrati e le famiglie miste. È ben diverso dal razzismo nella società.
Parlare di “burocrazia” è quanto meno riduttivo, dato che la qualità, la quantità e la gravità di quello che subiscono gli immigrati non ha paragone con quello che subiscono gli italiani».
Credi che a Nuoro esista il razzismo?
«Certo, esiste anche a Nuoro. Devo dire che l’essere vittima di razzismo nel luogo dove sono nato e cresciuto è stata un’esperienza che è difficile descrivere. In particolare ho sofferto molto il fatto che le persone negassero sfacciatamente e spudoratamente i nostri problemi quando io li raccontavo. È un caso lampante di falsa coscienza: se gli italiani sapessero quello che passano gli immigrati e le famiglie miste in Italia, si vergognerebbero di guardarsi allo specchio».
Per te e tua moglie c’è stato un lieto fine, la cittadinanza è finalmente arrivata. Perché continui a occuparti di queste vicende?
«Tutte le discriminazioni che io e mia moglie abbiamo sofferto hanno cambiato per sempre la mia vita. Ho capito che cosa vuol dire essere I dannati della terra, per citare un libro di Fanon. Prima che ne fossi vittima ne ero a conoscenza solo in modo indiretto. Ma l’esperienza diretta cambia tutto.
Appena mi sono reso conto che quello che subivamo non era un caso isolato ma generale, mi sono messo in contatto con partiti, associazioni, movimenti sensibili a questi temi. Io non ho mai pensato che il razzismo di Stato potesse essere ridotto a un caso individuale. Non ho mai pensato che le famiglie miste dovessero ottenere un trattamento preferenziale rispetto agli altri immigrati, né che la mia famiglia fosse speciale e che dovesse subire un trattamento speciale.
Il razzismo di Stato è un crimine. Personalmente, sono sempre stato disgustato dall’egoismo delle persone. Così come ne sono stato disgustato quando la vittima ero io, sarei un ipocrita se ora facessi l’egoista e l’indifferente nei confronti delle altre persone che sono rimaste in questa situazione.
Ho deciso che continuerò a lottare a fianco degli altri immigrati con i poveri mezzi che ho a disposizione. Il fatto che mi sia occupato per anni di storia contemporanea mi dà degli strumenti particolari per capire come il razzismo si è evoluto nel tempo. Pertanto, cerco di pubblicare ricerche sul tema e di presentarle pubblicamente. Ma naturalmente questo non basta.
La soluzione deve essere politica e può passare solo attraverso la mobilitazione degli immigrati stessi e dei pochi italiani disposti a sostenerli. Vedo dei segnali positivi in questo senso, ma non basta».
Fonte
16/06/2017
Ius soli. Furbata Pd, gazzarra fascioleghista, boiata pazzesca M5S
In ballo una legge che definisca finalmente le modalità con cui un minore straniero può ottenere la cittadinanza italiana; un misto di ius soli (chi nasce qui da genitori stranieri residenti acquista automaticamente la cittadinanza italiana, e lo stesso accade per i minori che abbiano frequentato le scuole per almeno cinque anni). Un “buco” legislativo d’altri tempi, diventato occasione di esibizione ideologico-razzista che ha facilmente nobilitato persino l’indecorosa compagine di governo attuale.
Diciamolo tranquillamente. Si tratta di un testo monco, debole, reticente, criticabile quanto quello che fa finta di istituire il reato di tortura.
Contro questa miseria, scritta e messa ai voti solo per evitare qualche altra reprimenda dell’Unione Europea, si è vista per la prima volta una semi-alleanza tra Lega e grillini. Successiva, secondo Repubblica (certamente il giornale più anti-grillino e pro-Pd), ad un incontro segreto tra Davide Casaleggio e Matteo Salvini. I leghisti, capitanati da Calderoli e Centinaio, hanno semi-assaltato i banchi del governo, mentre i più legalitari seguaci del comico genovese si sono limitati all’astensione.
L’insieme è ridicolo, ma la mentalità che c’è dietro è meschina e preoccupante. Non perché i leghisti, o tantomeno i grillini, siano “pericolosi”, ma per lo sdoganamento furbesco di luoghi comuni razzisti e idioti che – per esempio nei fascisti fuori – possono trovare manipolatori ben più inquietanti.
Una regolamentazione “accogliente” della cittadinanza, dopo trent’anni di flussi migratori, è semplicemente la normalità necessaria. Oltre l’8% della popolazione qui residente è nata altrove; molto spesso in paesi verso cui non può o non vuole tornare. Dunque i minori nati o cresciuti qui devono ottenere un riconoscimento formale e godere di tutti i diritti dei “nativi” come noi (non tanti diritti, ormai, ma questo dipende dai governi, non certo degli immigrati).
La situazione attuale è primitiva, anche se risale a soli 25 anni fa. Di fatto prevede un’unica modalità di acquisizione della cittadinanza fondata sul cosiddetto ius sanguinis: un minore è italiano se almeno uno dei genitori è italiano. Un bambino nato da genitori stranieri, anche se partorito sul territorio italiano, può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni e se fino a quel momento abbia risieduto in Italia “legalmente e ininterrottamente”.
Evidente che questa normativa aveva un senso quando gli immigrati si contavano sulle dita di una mano, non costituivano comunità o gruppi consistenti, e dunque i bambini che nascevano qui erano quasi soltanto frutto di “matrimoni misti”. Con i numeri attuali, quella normativa non serve a nulla.
Sul piano politico, è certo che il Pd ha deciso di portare al voto una proposta di legge solo per occhieggiare alle scarse truppe alla sua sinistra, o per ricostruirsi un’immagine meno becera in vista delle elezioni. Lo ha capito anche Grillo, che sul suo blog scrive “Discutere di Ius Soli oggi avrà come unica conseguenza che il dibattito pubblico, su un tema così delicato, sarà deviato ed inquinato da becere derive propagandistiche, sia di destra che di sinistra, sventolato come un vessillo per radunare le proprie truppe e accusare gli avversari”.
Addirittura condivisibile la previsione per cui “Da una parte si agiterà la minaccia della sostituzione etnica o del terrorismo, dall’altra saranno usati i volti dei bambini ed i morti in mare per generare le emozioni più forti. Nel mezzo, schiacciati tra incudine e martello, rimangono il buon senso, la responsabilità, l’onestà intellettuale”. Ma proprio per questo è stato da cretini mettersi stupidamente dalla parte – oggettivamente, con dichiarazioni sempre più campate per aria – di chi paventa la “sostituzione etnica”.
Facciamo l’esempio della giunta comunale romana, che ha scritto la nota lettera al Prefetto in cui chiede non siano mandati altri migranti nella Capitale, secondo il piano di ripartizione deciso a livello nazionale. Il deputato grillino Giuseppe Brescia, incaricato di seguire proprio le vicende dei migranti a livello nazionale, peraltro ben schierato in molte occasioni similari (anche in contrasto con la resistibile ascesa di Luigi Di Maio) è arrivato a giustificare la mossa di Virginia Raggi sostenendo “Ho parlato spesso con l’assessora Laura Baldassarre, a Roma c’è una seria emergenza abitativa”.
Questo giornale scrive sull’emergenza abitativa romana da quando esiste, e forse è in grado addirittura di dare qualche indicazione sul “che fare” in proposito. Le case popolari sono ormai pochissime; quelle poche, non vengono assegnate o lo sono con tempi biblici. Ma la giunta Raggi ha assunto la situazione esistente come immodificabile e, su questo punto, non fa assolutamente nulla per incrementare il patrimonio pubblico. Anzi, fa sgomberare spazi occupati, aggravando l’emergenza. Potrebbe almeno trarre ispirazioni da riformisti d’altri tempi, come Petroselli e Nicolini, e requisire palazzine private inutilizzate, costruite solo per fini speculativi, tenute lì solo come “garanzia” di prestiti bancari che altrimenti andrebbero catalogati tra le “sofferenze”.
E’ insomma chiaro che – tanto a livello locale che sul piano nazionale – la risoluzione dei problemi sociali (per i “nativi” come per i “nuovi giunti”) è possibile solo se si pretende di cambiare radicalmente la situazione esistente, senza troppi riguardi per la cosiddetta “legalità” costituita da governi e parlamenti di nominati. Se invece la si accetta come un limite “dato”, “naturale”, diventa inevitabile comportarsi concretamente come il governo in carica o, peggio ancora, come i fascioleghisti da strapazzo.
Per chi volesse un quadro sintetico, ma preciso, della legislazione sulla cittadinanza negli altri paesi europei, ecco qui uno schema tratto da ActionAid.
Legislazione nei paesi dell’Unione Europea (a 15)
Austria
Si basa sul principio dello ius sanguinis e non prevede la doppia cittadinanza, per cui l’acquisizione della cittadinanza austriaca prevede la rinuncia alla cittadinanza precedente. La naturalizzazione richiede 10 anni di residenza, perché viene considerata come il riconoscimento di un’integrazione riuscita.
Alcuni elementi di ius soli sono stati introdotti nel 1998 e rafforzati nel 2006. Rimane comunque difficile ottenere la cittadinanza per chi è nato sul territorio da genitori stranieri.
In Austria l’attuazione della legge sulla cittadinanza è demandata ai governi provinciali e questa situazione, soprattutto nelle procedure caratterizzate da margini di discrezionalità, ha portato a pratiche sempre più divergenti. Per queste ragioni le ultime riforme si sono focalizzate sul rendere più uniformi le diverse disposizioni di legge, armonizzando i test
di conoscenza della lingua e introducendo un test di cittadinanza.
Belgio
Il Belgio ha adottato una forma intermedia tra ius soli e ius domicilii.
La legge mira a consentire un ampio accesso alla cittadinanza per facilitare
l’integrazione degli stranieri nella società. Per quanto riguarda la procedura di naturalizzazione è possibile diventare cittadino belga dopo un periodo di 3 anni di residenza che sale a 7 se la naturalizzazione avviene per dichiarazione.
La legge più importante in materia è quella del 2000 che ha rafforzato lo ius soli (già introdotto nel 1991), ridotto i requisiti di residenza e gli altri necessari alla naturalizzazione o permesso a coloro che presentassero domanda di mantenere una precedente nazionalità. In base ad essa la seconda generazione che nasce in Belgio acquista automaticamente la cittadinanza belga a condizione che i genitori abbiano risieduto nel territorio almeno 5 dei 10 anni precedenti alla nascita del figlio. La cittadinanza è automatica a 18 anni se si è nati nel Paese o entro i 12 anni (quindi sino a 30 anni) se i genitori stranieri vi hanno risieduto per dieci anni.
È in vigore anche il doppio ius soli, ossia la cittadinanza belga viene assegnata automaticamente alla nascita al figlio di stranieri già nati in Belgio.
Danimarca
In Danimarca vige sostanzialmente lo ius sanguinis.
A differenza di molti altri paesi europei, la Danimarca non ha seguito le tendenze europee finalizzate ad un più facile ottenimento della cittadinanza, anzi le ultime riforme (2002 – 2005 – 2008) hanno inasprito le condizioni per l’ottenimento della cittadinanza. L’anzianità di residenza per il procedimento di naturalizzazione è di 9 anni e il soggetto deve superare diversi esami, dimostrando di conoscere la storia, la struttura sociale e politica del paese e di possedere una padronanza linguistica pari a quella della nona classe della scuola dell’obbligo.
Lo ius soli è stato abolito nel 2004. È uno degli stati che non ammette la doppia cittadinanza, richiede cioè di rinunciare alla cittadinanza del paese di origine per poter diventare cittadini danesi.
Finlandia
Come in altri paesi la legislazione sulla cittadinanza si rifà sia allo ius sanguinis e allo ius soli per quanto riguarda i bambini nati in Finlandia che non possono ottenere la cittadinanza di nessun altro paese.
L’ultima riforma sulla cittadinanza è del 2011 e modifica gli anni di residenza richiesta per la naturalizzazione: sono richiesti 5 anni di residenza continua possono scendere a 4 anni il richiedente soddisfa i requisiti di conoscenza linguistica; l’obiettivo di questa disposizione è quello di incoraggiare lo studio della lingua, considerata come un fattore di vitale importanza per l’integrazione degli immigrati.
Dal 2003 è ammessa la doppia cittadinanza.
Francia
È uno degli Stati membri con provvedimenti di ius soli maggiormente inclusivi.
Già nel 1889 fu introdotto il doppio ius soli, in base a cui i figli di stranieri già nati in Francia acquisivano la cittadinanza francese.
La riforma del 1998 rafforza lo ius soli: ogni bambino nato in Francia da genitori stranieri acquisisce automaticamente la cittadinanza francese al momento della maggiore età se, a quella data, ha la propria residenza in Francia o vi ha avuto la propria residenza abituale durante un periodo, c continuo o discontinuo, di almeno 5 anni, dall’età di 11 anni in poi.
Il processo di naturalizzazione richiede 5 anni di residenza in Francia dimostrando una conoscenza sufficiente della lingua e della Costituzione francese.
Il principio dello ius soli si combina quindi con i l principio dello ius domicilii.
Germania
La riforma del 2000 ha introdotto lo ius soli e ha rappresentato una svolta epocale per la Germania. Da allora i figli degli stranieri acquisiscono la cittadinanza tedesca alla nascita purché uno dei genitori risieda stabilmente nel paese da almeno 8 anni e sia in possesso di regolare autorizzazione al soggiorno o di permesso di soggiorno illimitato da almeno 3 anni.
La procedura di naturalizzazione richiede 8 anni di residenza legale, questo periodo può scendere però a 7 anni se il soggetto ha frequentato un corso di integrazione. Il provvedimento richiede inoltre una serie di requisiti come l’essere in possesso di un’autorizzazione di soggiorno di durata illimitata, essere in grado di provvedere al proprio sostentamento e a quello del nucleo famigliare, rispettare i principi della Costituzione e l’ordinamento costituzionale e democratico della Germania, rinunciare alla cittadinanza di origine (fatta eccezione per i casi in cui è ammessa la doppia cittadinanza), conoscere la lingua tedesca a livello B1 secondo lo standard europeo, non aver riportato condanne penali se non di lieve entità, conoscere l’ordinamento giuridico e la struttura sociale della Germania.
In presenza dei requisiti richiesti la procedura di naturalizzazione è un diritto acquisito (cioè non è discrezionale come in altri Stati).
Nel 2005 sono stati introdotti alcuni provvedimenti più restrittivi (in merito soprattutto al mantenimento della doppia cittadinanza). Nel 2008 sono stati introdotti esami per la cittadinanza e il test di lingua è stato disciplinato in modo rigoroso, introducendo un catalogo di domande consultabile per le persone che aspirano alla cittadinanza, in modo da potersi preparare al test.
Non sono obbligati a sostenere il test i minorenni di età inferiore ai 16 anni e coloro che hanno conseguito un diploma rilasciato dalla scuola dell’obbligo, da un istituto tecnico o professionale.
Grecia
La Grecia ha adottato sia il criterio dello ius sanguinis sia quello dello ius soli, rafforzato con la legge del 2010 ma ancora limitato nei suoi campi di applicazione.
Per quanto riguarda la naturalizzazione il periodo di residenza richiesto agli immigrati è sceso da 10 a 7 anni consecutivi e contempla una serie di requisiti tra cui un permesso di soggiorno di lungo periodo, la conoscenza della lingua greca e una buona integrazione nella vita sociale ed economica del paese (che può essere testimoniata ad esempio dall’attività professionale, dalla partecipazione ad associazioni sociali o ad attività caritatevoli, ecc).
Per quanto riguarda i minori la legge prevede diversi percorsi finalizzati all’inclusione dei giovani che si sentono cittadini greci: i figli degli immigrati nati in Grecia possono acquisire la cittadinanza se i genitori sono regolarmente presenti da almeno 5 anni (la domanda deve essere presentata entro 3 anni dalla nascita del bambino). Per i minori che, invece, non sono nati in Grecia, la legge richiede di aver frequentato con successo almeno 6 anni nella scuola ellenica.
Infine vige il criterio del doppio ius soli, la cittadinanza greca viene assegnata automaticamente alla nascita al figlio di stranierigià nati e in Grecia e qui residenti.
Irlanda
È uno degli Stati membri con provvedimenti di ius soli maggiormente inclusivi.
Sino al 2004 è stato uno dei pochi Stati in cui era in vigore lo ius soli puro, in base a cui chiunque fosse nato in Irlanda ne otteneva la cittadinanza senza ulteriori condizioni. I flussi migratori sempre più consistenti hanno portato ad una modificazione in senso lievemente restrittivo della legge e attualmente la cittadinanza viene acquisita per nascita se almeno uno dei genitori stranieri ha un permesso di residenza permanente o risiede in Irlanda da 3 anni.
La naturalizzazione richiede invece un periodo più lungo di residenza sul territorio: nello specifico occorrono 365 giorni di residenza continua prima della domanda di naturalizzazione e, durante gli 8 anni precedenti, occorrono 4 anni di residenza (complessivamente quindi 5 anni di residenza).
Lussemburgo
La legge sulla cittadinanza ha fatto sempre riferimento allo ius sanguinis. Lo ius soli è stato introdotto per la prima volta nel 2008, anche se alcune riforme liberali sono state varate già nel 2001.
La riforma del 2008 ha rappresentato una svolta profonda per un paese dove il 40% della popolazione ha una cittadinanza straniera, trasformando la legislazione in senso liberale. È stato introdotto il doppio ius soli, per cui un bambino che nasce in Lussemburgo da genitori (almeno uno dei due) a loro volta nati nel paese, acquisisce la cittadinanza lussemburghese. Viene poi ammessa la doppia cittadinanza (mentre prima chi diventava cittadino lussemburghese doveva rinunciare alla cittadinanza del paese di origine).
Fanno da contraltare a questi elementi alcuni provvedimenti che introducono criteri più restrittivi. Per quanto riguarda la naturalizzazione, ad esempio viene richiesta una residenza continuativa di 7 anni, al posto dei 5 anni richiesti precedentemente. Vengono poi introdotti corsi di educazione civica sulle istituzioni dello Stato e test per accertare la conoscenza linguistica: il livello richiesto è B1 per la comprensione e A2 per l’espressione. Sono esentati dal test coloro che hanno frequentato 7 anni di scuola in Lussemburgo.
Paesi Bassi
L’Olanda è un paese particolarmente interessante per la svolta restrittiva che ha caratterizzato la legislazione sulla cittadinanza negli ultimi anni.
Dagli anni ’50 la storia è caratterizzata da una serie di riforme liberali che hanno cercato di facilitare l’accesso alla cittadinanza, vista come un mezzo per aumentare la partecipazione degli immigrati alla società. Nel 1953 venne introdotto il doppio ius soli per la terza generazione (il nipote di stranieri residenti acquisisce automativamente la cittadinanza alla nascita), negli anni ’80 ci sono molte iniziative per migliorare la posizione giuridica degli immigrati, la legge del 1984 semplifica la procedura per la naturalizzazione inserendo tra i requisiti una residenza continuativa di 5 anni. Lo ius soli vale anche per la seconda generazione che può accedere alla cittadinanza olandese ma secondo un principio opzionale, può cioè farne richiesta mediante la presentazione di una domanda.
La legge del 2003 modifica lievemente l’accesso su richiesta della seconda generazione, comprendendo non solo i soggetti nati in Olanda ma anche quelli che vi risiedono dall’età di 4 anni. La procedura non è discrezionale, si configura piuttosto come un diritto del richiedente. Diversa la situazione per coloro che si vogliono naturalizzare, in questo caso ogni vaso viene valutato singolarmente.
In generale però la politica dal 2000 cambia completamente rotta e la cittadinanza inizia ad essere vista come il coronamento di un percorso di integrazione piuttosto che come il presupposto per tale percorso. In termini pratici diventare cittadini olandesi è diventato più difficile. Occorre superare un test in cui dimostrare non solo la conoscenza della lingua (livello A2 del quadro comunitario europeo), ma anche la conoscenza della società olandese tramite 40 domande in materia di politica, questioni finanziarie, occupazione, assistenza sanitaria, trasporti, ecc.
Portogallo
Il Portogallo adotta una formula intermedia tra ius sanguinis e ius soli, ma quest’ultimo è stato rafforzato con la riforma del 2006. Attualmente il Portogallo si configura come uno degli Stati membri con provvedimenti di ius soli maggiormente inclusivi.
Storicamente il Portogallo ha sempre utilizzato dei sistemi misti, però è interessante notare che mentre nella legge del 1981 (in vigore prima della riforma del 2006) prevaleva lo ius sanguinis, nelle legislazioni precedenti prevaleva lo ius soli.
Attualmente lo ius soli si applica automaticamente solo alla terza generazione di immigrati; la seconda generazione può accedere alla cittadinanza sin dalla nascita per acquisizione volontaria (quindi sulla base di una richiesta) e in presenza di alcuni requisiti come la residenza dei genitori in Portogallo da almeno 5 anni o l’aver completato il primo ciclo di istruzione obbligatoria.
La naturalizzazione richiede alcuni requisiti, tra cui un periodo di residenza di 6 anni, non aver riportato condanne e una conoscenza sufficiente della lingua portoghese. L’elemento innovatore della riforma è l’introduzione della naturalizzazione come diritto acquisito se in possesso dei requisiti richiesti, mentre prima la procedura era discrezionale. La legge precedente richiedeva sufficienti mezzi di sussistenza, con la riforma questo requisito è stato eliminato perché la Costituzione portoghese vieta la discriminazione basata su motivi economici.
È prevista la doppia cittadinanza.
Regno Unito
La legislazione relativa alla cittadinanza è piuttosto complessa, in ragione della storia del paese e del suo passato di potenza imperiale e coloniale, basti pensare al sistema del Commonwealth: la legge del 1948 stabiliva ad esempio che erano britannici tutti i cittadini del Regno Unito, delle Colonie o dei Paesi Commonwealth (Canada, Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, Terranova India, Pakistan, la Rodesia del Sud, ora Zambia, Zimbabwe e Malawi), tuttavia non vi è un sistema unico relativo alla cittadinanza e il processo di indipendenza di alcuni paesi ha introdotto ulteriori elementi di complicazione. La principale legge sulla cittadinanza del 1981, nata per semplificare la situazione, di fatto non è riuscita più di tanto nell’intento e tuttora esistono 6 diverse forme di cittadinanza.
La legge del 1981 ha introdotto lo ius sanguinis come riferimento giuridico prevalente, anche se non mancano elementi di ius soli. Vediamo le principali modalità di acquisizione della cittadinanza britannica (la principale tra le sei forme di cittadinanza).
Il percorso di naturalizzazione prevede alcuni requisiti tra cui: il possesso di un permesso di soggiorno a tempo indeterminato, la residenza per 5 anni senza essersi allontanati per più di 450 giorni e non più di 90 giorni nei 12 mesi precedenti al momento della presentazione della domanda, mantenere una buona condotta di vita intesa come l’assenza di procedimenti civili penali ma anche l’avere una situazione contributiva regolare, la conoscenza della lingua inglese, gallese o scozzese (livello B1 del quadro europeo), la conoscenza degli usi e dei costumi del Regno Unito (dal 2002 è previsto un test sulla storia e la società britannica). Norme specifiche riguardano i cittadini del Commonwealth.
È previsto un percorso facilitato di acquisizione della cittadinanza per i figli di stranieri nati nel Regno Unito: in questo caso si richiede ai genitori di essere titolari di un permesso di soggiorno permanente o di essere residenti da 10 anni. Inoltre dal 1981 è previsto il doppio ius soli.
Spagna
Il diritto per l’acquisizione della cittadinanza si basa sia sullo ius sanguinis sia sullo ius soli (ancora debolmente inclusivo).
È previsto il doppio ius soli (introdotto nel 1990) per cui accede automaticamente alla cittadinanza colui che nasce in Spagna se almeno uno dei due genitori è a sua volta nato nel paese. L’acquisizione della cittadinanza per la seconda generazione è piuttosto semplice: se il soggetto nasce in Spagna e i genitori sono nati all’estero è sufficiente un anno di residenza nel paese.
La procedura di naturalizzazione per tutti gli altri soggetti comporta la residenza per un periodo di 10 anni e la rinuncia alla cittadinanza precedente. In presenza dei requisiti la persona vanta un diritto di naturalizzazione, anche se il Governo può negare cittadinanza per ragioni di sicurezza pubblica. Il tempo di residenza in Spagna si riduce per alcune categorie: 5 anni per i rifugiati, 2 anni per i cittadini dell’America Latina e le persone originarie di Andorra, Filippine, Guinea Equatoriale, Portogallo.
Per questi paesi che con legami storici con la Spagna è previsto il mantenimento della doppia cittadinanza, mentre per tutti gli altri l’accesso alla cittadinanza spagnola prevede la rinuncia alla cittadinanza precedente.
Svezia
La legislazione si basa prevalentemente sullo ius sanguinis, anche se qualche elemento di ius soli è stato introdotto con la riforma del 2001 in ragione del fatto che l’immigrazione è diventata una realtà sempre più presente nel paese e occorreva adattare la legge ai nuovi mutamenti sociali.
La riforma entrata in vigore nel 2006 prevede condizioni abbastanza favorevoli per i minori: possono acquisire la cittadinanza svedese i minori che hanno vissuto per 5 anni in Svezia, in questo caso basta che i genitori notifichino alle autorità la volontà che i figli diventino cittadini svedesi. I giovani di età compresa tra i 18 e i 20 anni possono scegliere di diventare cittadini tedeschi se hanno un permesso di soggiorno permanente e hanno vissuto in Svezia dall’età di 13 anni (l’obiettivo è quello di dare i giovani adulti la possibilità di scegliere se vogliono diventare cittadini svedesi al raggiungimento della maggiore età).
L’ultima strada è la procedura di naturalizzazione per i maggiorenni che possono richiedere la cittadinanza se in possesso dei seguenti requisiti: 5 anni di residenza, permesso di soggiorno permanente, condurre una vita decorosa. Il tempo di permanenza è minore per i cittadini danesi, finlandesi, islandesi e norvegesi (2 anni) e per i rifugiati (4 anni). La cittadinanza viene concessa a chi possiede questi requisiti, tuttavia la procedura è discrezionale e dal 2006 si è registrato un aumento delle istanze negate. In ogni caso la riforma è stata un segnale di forte apertura liberale nei confronti della popolazione immigrata.
Dalla legge del 2001 è accetta la doppia cittadinanza.
Non viene richiesta una prova per la conoscenza della lingua perché si assume che l’aspirante cittadino residente in Svezia da alcuni anni abbia una conoscenza sufficiente dello svedese.
Fonte
12/02/2016
Il cuore nazista dell'Unione Europea
Ci vorranno leggi “ordinarie” per disciplinare nei dettagli quello che per ora è “solo” un principio costituzionale, ma appare chiarissimo che questa controriforma affossa definitivamente il modello dello stato moderno che proprio la Francia ha indicato per prima al mondo: quello in cui la comunità è fatta di concittadini e non più di connazionali. Una base etnico-linguistica, dunque, invece che regole e valori condivisi.
Nella formula approvata non si menzionano come bersaglio gli immigrati di seconda o terza generazione che hanno, per vari motivi, conservato la doppia nazionalità. Ma è di evidenza solare che soltanto a costoro potrebbe essere revocata la nazionalità francese, altrimenti si creerebbero per decisione amministrativa degli apolidi. E la Francia aveva aderito fin dal 1961 alla convenzione internazionale che puntava a impedire per sempre la riproduzione della legislazione nazista.
La revoca della cittadinanza ha infatti questi “illustri precedenti”:
- Nel luglio 1934, Hitler fa approvare la legge che revoca la cittadinanza agli ebrei originari dall’Europa Orientale.
- Nel 1935 le cosiddette Leggi di Norimberga tolgono i diritti di cittadinanza a tutti gli ebrei nati in Germania e vietano sia i matrimoni che i semplici rapporti sessuali fra chi è considerato ebreo e chi è di “sangue tedesco”.
- Nel gennaio 1938 la Romania governata dai fascisti della “Guardia di ferro” di Codreanu vara una legge per “revocare i diritti della minoranza ebraica”.
- Nell'ottobre 1940, la Francia di Vichy, guidata dal collaborazionista Petain, revoca la cittadinanza francese agli ebrei di Algeria.
- Novembre 1943, anche la Repubblica di Salò – la parte di Italia sotto occupazione tedesca e riconsegnata a Mussolini – legittima le deportazioni dichiarando gli ebrei di cittadinanza straniera nemica.
Può apparire in fondo una questione minore occuparsi della cittadinanza in tempi di guerra. Ma i precedenti mostrano che è proprio in tempi di guerra che la questione della cittadinanza – del “chi sono i nostri e chi sono i nemici” – diventa centrale. Revocare la cittadinanza equivale a considerare quella persona res nullius, cui si può fare di tutto, senza protezione statuale. E lo si farà, perché privo di ogni diritto garantito dalla Costituzione.
Ed è falsa anche la versione data dai media italiani, che descrivono questa riforma come diretta soltanto contro “i terroristi”. Il testo si riferisce infatti a chi sia stato “condannato per un reato costituente un grave attacco contro la vita della nazione”. Una formula ampia, interpretabile, estensibile a piacere del governante di turno.
La formula approvata dall'Assemblea Nazionale francese non fa neppure riferimento alla eventuale doppia cittadinanza per evitare la conseguente accusa di razzismo. Ma è inevitabile che, nei fatti, una revoca del genere possa essere adottata soltanto nei confronti di chi ne ha un'altra. Dunque solo contro discendenti di ex colonizzati dalla Francia imperiale, trasferitisi nella “madrepatria” alla ricerca di fortuna o per ordine dei colonizzatori.
Da questo punto di vista si comprendono assai meglio le dimissioni del ministro della giustizia, Christiane Taubira, esponente della sinistra socialista e a sua volta discendente degli ex schiavi africani di Parigi. Uno dei tanti casi in cui questioni di principio entrano nella carne viva e dimostrano empiricamente concetti altrimenti astratti e manipolabili.
Non è l'unica reazione tipicamente fascista del governo guidato da Manuel Valls per decisione di François Hollande. Pochi giorni prima erano state decise le condizioni per applicare lo stato d'emergenza, adottato per la prima volta – nella “Francia democratica” – in piena guerra di Algeria, nel 1955. Una formula appena meno dittatoriale dello stato di assedio (il potere rimane ai civili), ma che affida alla polizia poteri eccezionali (interrompere la circolazione, impedire manifestazioni e chiudere temporaneamente tutti i luoghi di aggregazione).
Per molto meno, nel passato anche recentissimo, l'Unione Europea avrebbe aperto una procedura d'infrazione contro un paese tanto evidentemente proiettato verso una deriva totalitaria e razzista. Ma siamo nell'Europa del 2016, in cui la “socialdemocratica” Danimarca espropria i profughi – protetti da apposite convenzioni dell'Onu – degli eventuali gioielli che siano rimasti loro addosso dopo migliaia di chilometri in mare o a piedi. Nell'Europa che paga tre miliardi a un torturatore assassino come Erdogan perché trattenga – nella misura in cui vuole – altri profughi dal venire nel Vecchio Continente. Nell'Europa che erige muri verso l'esterno e al proprio interno.
Nei giorni successivi ai gravi attentati di Parigi o in altre città abbiamo ascoltato fino alla noia la stessa frase: “Non cambieremo le nostre abitudini e non cambieremo i nostri valori!”. Facendovi rientrare anche la “cultura legislativa” nazista – un prodotto tutto europeo – può diventare addirittura vero...
Fonte
13/05/2013
Ius soli: un dibattito falsato. Ecco come si acquista la cittadinanza in europa e nel mondo
La naturalizzazione si può ottenere dopo 8 anni di residenza legale e permanente, ma solo dopo un approfondito esame di conoscenza linguistica e a patto di dimostrare la propria autosufficienza economica. Generalmente la naturalizzazione implica la rinucia ad altre nazionalità, tranne che per altri paesi Ue a condizione di reciprocità. Eccezioni sono vigenti per chi è sposato con un cittadino tedesco, che può fare domanda di naturalizzazione dopo tre anni, se il matrimonio dura da almeno due anni. Inoltre, il superamento di speciali "corsi di integrazione" può far ridurre a 7 il numero di anni di residenza necessari.