Da qualche tempo, con le elezioni del 2027 all’orizzonte, Giuseppe Conte cerca di ritagliarsi un’identità e maggiore influenza politica all’interno del campo largo: da un lato, provando a caratterizzarsi rispetto all’establishment del PD a guida Schlein, dall’altro, con una confusa operazione, cercando di intercettare qualche simpatia nei settori sociali ultimamente più sensibili alle esternazioni di Vannacci, compresi quelli più popolari che un tempo erano stati bacino elettorale dei 5 stelle.
Stavolta ha inseguito il trend americano (forse un tentativo di capitalizzare il grande “hype” per Mamdani, nuovo sindaco di New York?) con una lettera a Repubblica, in cui critica gli “eccessi” della cultura woke partendo da una frase pronunciata dalla deputata americana Ocasio-Cortez “Woke 1 was crazy” (secondo la sintesi ripresa dai nostri giornali).
Ne è nata una discussione enorme, tra giornali, politici e opinionisti, di destra ma soprattutto “di sinistra”, con il risultato che in Italia ci facciamo trascinare in dibattiti che arrivano da altri Paesi, con situazioni diverse, e che nel dibattito nazionale finiscono per essere oggettivamente sterili.
Infatti, anche se si riferiscono a questioni che ovviamente riguardano anche l’Italia – tra cui il razzismo, il sessismo e i diritti sociali – vengono proposte in modo da scollegarle dai problemi reali delle persone che – evidentemente – non è molto comodo affrontare.
Conte dice che gli eccessi della cultura woke sarebbero diventati una “dottrina totalizzante”, “l’ossatura ideologica” della sinistra. E propone invece di tornare a occuparsi delle vere disuguaglianze economiche e sociali, mettendo però dentro tutti (ceto medio, operai, imprenditori, come se non ci fosse alcuna differenza).
Certo, di fronte a un interesse rispetto alle disuguaglianze sociali si potrebbe dire: meglio tardi che mai (o meglio, buongiorno!). Ma detto da uno che è stato al governo per due anni e mezzo (e quindi ci poteva pensare allora, magari) e che adesso sostiene il “campo largo” che, nelle sue varie forme, ha governato per anni, appare quantomeno stridente, guardando alla condizione sociale disastrosa in cui versa questo paese.
Il paradosso, quindi, è che proprio mentre condanna il “woke”, Conte conferma che né lui né gli altri prima e dopo hanno mai davvero affrontato strutturalmente le disuguaglianze di cui adesso parlano, e usano quel vuoto per attaccare e cercare di prendere qualche voto in più.
Cos’è quindi davvero il “woke”, in questo dibattito? Un insulto, un contenitore vago in cui si butta dentro di tutto (linguaggio inclusivo, identità di genere, antirazzismo, ambientalismo, ecc.). È diventato un nemico facile da colpire senza dover realmente discutere nel merito di nessuno di questi temi.
E proprio per questo, così com’è usato oggi, il termine “woke” funziona nella pratica come un’arma di distrazione portata avanti dalle persone privilegiate, che sposta l’attenzione dai problemi reali delle persone comuni e dalle loro cause.
Diventa il prodotto di una deriva individualista, che porta a leggere i problemi come questioni del singolo; essenzialista, che tende a considerare le identità come qualcosa di fisso, separando le persone in categorie e concentrandosi sulle loro differenze; e culturalista, che rimane nel campo della cultura (spesso quella di un’élite privilegiata) e non mette in discussione le radici sociali ed economiche che portano a determinate discriminazioni e disuguaglianze.
Il risultato è che ogni battaglia di quel contenitore diventa un “movimento di opinione” a sé, invece di riconoscere che hanno la stessa radice e le stesse cause sociali e culturali insite nelle dinamiche di potere della società in cui viviamo. E questa divisione fa comodo, perché permette di parlare dei singoli problemi senza mettere in discussione il sistema intero che li crea, mantenendo così tutto com’è ed evitando qualsiasi ipotesi di conflitto sociale generalizzato.
È quello che succede, per esempio, anche con il “pink washing” e il “rainbow washing”: battaglie portate avanti da chi vive ogni giorno determinate discriminazioni vengono prese, svuotate del loro significato e usate come una bandierina da chi è privilegiato.
È più comodo usare in questo modo i diritti civili, dicendo le parole giuste con il linguaggio giusto e mettendosi la coscienza a posto fingendo che così si possano automaticamente ridurre le disuguaglianze e le discriminazioni. Ma diritti civili e diritti sociali dovrebbero andare insieme, non gli uni al posto degli altri.
E noi, come Donne de Borgata, questo lo diciamo da anni. Nelle periferie, nelle borgate, queste problematiche non sono un dibattito tra le persone d’élite, ma qualcosa di molto più serio e reale.
Donne de Borgata nasce proprio perché le donne e le persone queer, precarie, disoccupate, migranti e studentesse nelle periferie sono state lasciate indietro da chi, a destra e a sinistra, non ha fatto niente per il sociale e ora prova (a parole) a trattarlo così, superficialmente, rendendo anche l’accesso ai diritti un lusso per poche e pochi.
Noi invece nasciamo per rappresentare le necessità di chi vive una realtà durissima, perché è donna e perché proviene da un contesto sociale ed economico non privilegiato e, se è immigrata, le difficoltà aumentano ancora di più. Senza casa, senza un contratto di lavoro, senza documenti, senza soldi per arrivare a fine mese.
In questa situazione, a noi donne delle borgate il dibattito sul «woke» non interessa e non appartiene. Per questo, per noi, le battaglie civili e quelle sociali devono camminare insieme, da sempre. Sapendo però – e la storia ce lo insegna – che i veri cambiamenti culturali e sociali non possono esserci senza cambiare anche i rapporti sociali e di potere.
Non basta “soltanto” cambiare il modo in cui il singolo parla o pensa: bisogna fare in modo che le persone abbiano gli strumenti, le risorse e le possibilità concrete per poter scegliere, partecipare e farsi sentire. Perché oggi chi vive condizioni di precarietà spesso non ha nemmeno la possibilità di partecipare a un dibattito che, di fatto, resta nelle mani di chi il potere lo ha già.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Diritti sociali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Diritti sociali. Mostra tutti i post
28/08/2026
Il dibattito “woke”, una distrazione interessata
30/06/2025
Spiaggiati sull’ultima spiaggia?
Ci risiamo con l’“effetto Serra”. Il quale gongola su Repubblica per lo straordinario successo del Gay Pride di Budapest. Con argomenti, però, che sembrano la riedizione del famoso teorema del Ricucci da Zagarolo, che sosteneva “so tutti fr..ci col c..o degli altri”, condito da quell’assonanza tra vizio e sfizio, preso in prestito da un penoso quanto inutile spot pubblicitario di un casinò online contro il gioco d’azzardo (!!!), dove il vero azzardo è stato l’improvvida interpretazione di Lino Banfi travestito da croupier.
Le ipocrisie sono come le ciliegie, una tira l’altra.
A proposito di ciliegie, veniamo al nocciolo. Il nuovo “effetto Serra” sostiene che le battaglie civili non sono seconde a quelle politiche e sociali. Tutto qui? Le grandi lotte operaie e studentesche degli anni in cui Serra era nel Pci avrebbero – almeno – dovuto insegnarli che le lotte sociali in Italia sono state il locomotore della difesa e della conquista di nuovi diritti civili, anche se il Pci nicchiava, tanto che lo stesso Serra aderì al Partito radicale, che ammetteva la doppia tessera.
Ecco allora il punto. Se non si riprendono le redini del disagio e delle contraddizioni politiche e sociale di milioni di lavoratori poveri, precari, donne, gay, immigrati per guidarli verso il riscatto dalla condizione di penosa subalternità cui la società neoliberista li ha soggiogati, non ci saranno conquiste sul terreno dei diritti civili. Un omosessuale povero avrà sempre meno diritti di un gay dei quartieri alti.
L’essenza stessa della democrazia non è la tolleranza nei confronti dell’omosessualità, né della povertà, né della nazionalità, ma l’uguaglianza tra i generi, tra i cittadini italiani e quelli del mondo, insomma tra gli esseri umani, perché la discriminazione, prima di diventare un fenomeno di costume, è un asset fondante dello sfruttamento degli individui attraverso redditi scandalosi che conducono a vite sociali miserabili, nelle quali si annida la discriminazione.
E allora, che il PD – che sembra ormai spiaggiato sull’ultima spiaggia della politica italiana – partecipi pure a tutte le manifestazioni che vuole, soprattutto a quelle che fanno tanto effetto a Serra.
Però, quello che manca è quello che serve, cioè la consapevolezza politica che dalla partecipazione è necessario passare all’organizzazione di nuove e incisive esperienze politiche collettive che sappiano resistere allo sfacelo della democrazia occidentale – di cui l’Europa è ormai portabandiera – e prefigurare un mondo capace di salvarsi dal declino degli imperi, che ci sta portando alla guerra come lavabo liturgico di tutti i mali.
Fonte
Le ipocrisie sono come le ciliegie, una tira l’altra.
A proposito di ciliegie, veniamo al nocciolo. Il nuovo “effetto Serra” sostiene che le battaglie civili non sono seconde a quelle politiche e sociali. Tutto qui? Le grandi lotte operaie e studentesche degli anni in cui Serra era nel Pci avrebbero – almeno – dovuto insegnarli che le lotte sociali in Italia sono state il locomotore della difesa e della conquista di nuovi diritti civili, anche se il Pci nicchiava, tanto che lo stesso Serra aderì al Partito radicale, che ammetteva la doppia tessera.
Ecco allora il punto. Se non si riprendono le redini del disagio e delle contraddizioni politiche e sociale di milioni di lavoratori poveri, precari, donne, gay, immigrati per guidarli verso il riscatto dalla condizione di penosa subalternità cui la società neoliberista li ha soggiogati, non ci saranno conquiste sul terreno dei diritti civili. Un omosessuale povero avrà sempre meno diritti di un gay dei quartieri alti.
L’essenza stessa della democrazia non è la tolleranza nei confronti dell’omosessualità, né della povertà, né della nazionalità, ma l’uguaglianza tra i generi, tra i cittadini italiani e quelli del mondo, insomma tra gli esseri umani, perché la discriminazione, prima di diventare un fenomeno di costume, è un asset fondante dello sfruttamento degli individui attraverso redditi scandalosi che conducono a vite sociali miserabili, nelle quali si annida la discriminazione.
E allora, che il PD – che sembra ormai spiaggiato sull’ultima spiaggia della politica italiana – partecipi pure a tutte le manifestazioni che vuole, soprattutto a quelle che fanno tanto effetto a Serra.
Però, quello che manca è quello che serve, cioè la consapevolezza politica che dalla partecipazione è necessario passare all’organizzazione di nuove e incisive esperienze politiche collettive che sappiano resistere allo sfacelo della democrazia occidentale – di cui l’Europa è ormai portabandiera – e prefigurare un mondo capace di salvarsi dal declino degli imperi, che ci sta portando alla guerra come lavabo liturgico di tutti i mali.
Fonte
26/01/2025
Montblanc, il lusso del Daspo sindacale
A ottobre dell’anno scorso ho letto sul quotidiano Avvenire della protesta di un gruppo di lavoratori di Campi Bisenzio, dipendenti di due ditte cinesi che realizzavano borse per l’azienda tedesca Montblanc: immigrati di origine asiatica – quasi tutti pachistani e afghani – chiedevano di poter continuare a fare il loro mestiere in condizioni dignitose.
La mobilitazione s’è spostata dai capannoni industriali alle vie del centro di Firenze, dove ha sede la boutique che, accanto alle storiche penne, vende borse e altri oggetti di pelletteria. Nel frattempo, altri presidi erano stati organizzati davanti ai negozi di Milano, in galleria Vittorio Emanuele, e a quelli di Napoli, Roma, Bologna e Verona.
In quell’occasione, il sindacato Sudd Cobas aveva denunciato “la vergogna di operai pagati tre euro l’ora per turni di dodici ore al giorno che producono borse da 1.700 euro” e chiesto alla Regione Toscana di convocare al tavolo il gruppo Richemont, proprietario del marchio Montblanc, in merito alla vicenda del taglio e successivo azzeramento delle commesse alle ditte cinesi: scelta non dettata da motivazioni di carattere produttivo, ma da una ritorsione rispetto alla mobilitazione sindacale avviata nel 2023 per chiedere salari e orari equi.
Riguardo la spinosa situazione creatasi, il gruppo svizzero Richemont – uno dei giganti del lusso mondiale specializzato in gioielli, orologi e accessori di moda con un fatturato di oltre 20 miliardi di euro e un utile operativo di quasi 5 miliardi nel 2024 – parrebbe aver rilasciato, all’epoca, la sola dichiarazione che l’interruzione del rapporto con le due ditte è il risultato del loro mancato rispetto del codice etico del Gruppo.
Il 21 gennaio scorso, il quotidiano La Nazione – titolando l’articolo Montblanc chiede il ’daspo sindacale’ – è tornato sull’argomento per informare che, per tutelare “la propria reputazione”, il brand del lusso ha richiesto al Tribunale di Firenze (Sezione Civile) di emettere nei confronti del Sudd Cobas un divieto a manifestare nel raggio di cinquecento metri dalla boutique di via Tornabuoni, nel salotto buono di Firenze, pena sanzioni da cinquemila euro.
Da una parte, Montblanc accusa il sindacato e alcuni suoi appartenenti d’aver “ripetutamente formulato, e continuano a formulare, accuse false e diffamatorie nei confronti dell’azienda in merito a presunte condotte scorrette nei confronti dei dipendenti di un ex fornitore”; dall’altra, i Sudd Cobas accusano Montblanc d’aver “deciso di scrivere una delle pagine più indegne della storia delle politiche antisindacali di questo paese”.
Ho provato a parlare di questa vicenda con amici e colleghi, ma nessuno era a conoscenza dell’episodio e, per il sottoscritto, già questo è un interessante argomento su cui riflettere.
Informati a grandi linee dell’accaduto, ho raccolto diversi commenti.
C’è chi mi ha detto che è tutto inutile, che la protesta di questi lavoratori non servirà a nulla, ma non mi hanno convinto: ero e resto d’accordo con quanto scritto da Stig Dagerman nel suo libro La politica dell’impossibile: “[…] è necessario ribellarsi, attaccare questo ordine nonostante la tragica consapevolezza […] che ogni difesa e ogni attacco non possono essere altro che simbolici. E tuttavia devono essere tentati, se non altro per non morire di vergogna”.
Ecco, intanto s’inizi a non morire di vergogna, prima di morir di fame.
C’è chi ha detto che i sindacalisti che si stanno esponendo rischiano grosso e su questo, invece, son d’accordo: “Conosco l’ambiente dell’industria, perché l’ho visto, sono entrato nelle fabbriche, nelle officine; ho visto i padroni seduti al tavolo delle trattative o nel proprio ufficio, mi hanno indicato le loro case, mi hanno mostrato le loro proprietà, ho visto le loro auto davanti alla fabbrichetta, e sono entrato nei loro negozi; […] uno l’ho guardato da vicino, vicinissimo, quando ha tentato di investirmi” – scriveva Paco Ignacio Taibo II nella sua raccolta di racconti intitolata E doña Eustolia brandì il coltello per le cipolle.
C’è anche chi ha detto il contrario, ossia che i sindacalisti sono quelli che rischiano meno di tutti perché, a breve, verranno sicuramente avvicinati da “qualcuno” e convinti a passare dall’altra parte della barricata, e questa purtroppo non è una novità: “[...] ti buttano addosso merda a palate, e poi ti dicono, vieni con noi, qui c’è un buon posto, farai i soldi in fretta... ma quello che vogliono da te è che diventi obbediente come un cane, e che tutto quello che hai imparato come sindacalista lo usi per controllare i lavoratori” – ancora Taibo II.
C’è anche chi ha detto a chiare lettere che i sindacalisti sono solo dei rompicoglioni, un po’ come scriveva il buon Valerio Evangelisti nel suo bel romanzo One Big Union: “Siamo usciti dalla crisi della fine degli anni Novanta. Stiamo entrando in un periodo di prosperità. C’è lavoro, si produce, la ricchezza aumenta. I poveri non sono più per strada a fare lavori inutili, disposti da sindaci e governatori troppo buoni. E chi ti salta fuori? Il rompicoglioni di sempre. Il sindacalista, il socialista, l’anarchico”.
In One Big Union, il protagonista – un giovane meccanico americano, religioso, affezionato alla famiglia, con pregiudizi razziali e un patriottismo che sconfina nel nazionalismo – s’infiltra nei sindacati col fine di combattere gli scioperi e riportare la disciplina fra i lavoratori, per conto di agenzie investigative come la Pinkerton e la Burns (da cui nascerà l’FBI) – agenzie pagate da industriali e grandi proprietari.
Attraverso le sue vicissitudini, si seguono i grandi scioperi dei ferrovieri di fine Ottocento sino all’epopea, nei primi vent’anni del Novecento, dell’Industrial Workers of the World, l’organizzazione che cercò di unificare gli operai precari e non specializzati di tutte le etnie, usando armi inedite quali i volantini multilingue, la canzone e il fumetto.
Ma torniamo agli operai precari di tutte le etnie dei giorni nostri.
Fra le varie reazioni, c’è stato anche chi ha sostenuto che il sindacato continua ad avere troppo potere, e così mi è venuto in mente 1985, l’interessante romanzo di Anthony Burgess basato sull’opera di George Orwell, 1984, da cui trae spunto per il titolo.
È un libro dove, in un futuro dominato dai sindacati e oramai completamente allo sfascio, il protagonista decide di non sottostare alla disciplina collettiva e così, dopo aver ascoltato le ultime parole della moglie bruciata viva in un ospedale durante uno sciopero dei pompieri – «Non permettere che vadano impuniti» –, inizia la sua lotta solitaria, caparbia e disperata, in nome della libertà di scelta tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto, tra la volontà e la convenienza.
Ascolto tutti, son fatto così.
Ascolto tutti, ragiono sulle elucubrazioni altrui e poi vedo cosa m’è rimasto in mano.
Stavolta resto con la sensazione che, tempo fa, per non danneggiare la propria immagine, una ditta come la Montblanc non si sarebbe avventurata in una querelle di questo genere e che se, invece, oggi succede è perché s’è pensato che, al contrario, l’immagine non solo non verrà danneggiata ma, chissà, magari ne trarrà addirittura qualche giovamento, un beneficio. Ma, ripeto, è solo una mia personalissima sensazione, frutto anche dei commenti da me raccolti, poco o nulla in sintonia coi lavoratori pachistani e afghani.
Purtroppo, è tutto qui quanto m’è rimasto in mano.
Se penso alle marce e alle battaglie ferocissime ascoltate, viste e vissute per decenni, per la conquista di diritti sociali e civili...
Meno male che i Miei non son più qui a veder tutto ‘sto sfacelo.
Fonte
La mobilitazione s’è spostata dai capannoni industriali alle vie del centro di Firenze, dove ha sede la boutique che, accanto alle storiche penne, vende borse e altri oggetti di pelletteria. Nel frattempo, altri presidi erano stati organizzati davanti ai negozi di Milano, in galleria Vittorio Emanuele, e a quelli di Napoli, Roma, Bologna e Verona.
In quell’occasione, il sindacato Sudd Cobas aveva denunciato “la vergogna di operai pagati tre euro l’ora per turni di dodici ore al giorno che producono borse da 1.700 euro” e chiesto alla Regione Toscana di convocare al tavolo il gruppo Richemont, proprietario del marchio Montblanc, in merito alla vicenda del taglio e successivo azzeramento delle commesse alle ditte cinesi: scelta non dettata da motivazioni di carattere produttivo, ma da una ritorsione rispetto alla mobilitazione sindacale avviata nel 2023 per chiedere salari e orari equi.
Riguardo la spinosa situazione creatasi, il gruppo svizzero Richemont – uno dei giganti del lusso mondiale specializzato in gioielli, orologi e accessori di moda con un fatturato di oltre 20 miliardi di euro e un utile operativo di quasi 5 miliardi nel 2024 – parrebbe aver rilasciato, all’epoca, la sola dichiarazione che l’interruzione del rapporto con le due ditte è il risultato del loro mancato rispetto del codice etico del Gruppo.
Il 21 gennaio scorso, il quotidiano La Nazione – titolando l’articolo Montblanc chiede il ’daspo sindacale’ – è tornato sull’argomento per informare che, per tutelare “la propria reputazione”, il brand del lusso ha richiesto al Tribunale di Firenze (Sezione Civile) di emettere nei confronti del Sudd Cobas un divieto a manifestare nel raggio di cinquecento metri dalla boutique di via Tornabuoni, nel salotto buono di Firenze, pena sanzioni da cinquemila euro.
Da una parte, Montblanc accusa il sindacato e alcuni suoi appartenenti d’aver “ripetutamente formulato, e continuano a formulare, accuse false e diffamatorie nei confronti dell’azienda in merito a presunte condotte scorrette nei confronti dei dipendenti di un ex fornitore”; dall’altra, i Sudd Cobas accusano Montblanc d’aver “deciso di scrivere una delle pagine più indegne della storia delle politiche antisindacali di questo paese”.
Ho provato a parlare di questa vicenda con amici e colleghi, ma nessuno era a conoscenza dell’episodio e, per il sottoscritto, già questo è un interessante argomento su cui riflettere.
Informati a grandi linee dell’accaduto, ho raccolto diversi commenti.
C’è chi mi ha detto che è tutto inutile, che la protesta di questi lavoratori non servirà a nulla, ma non mi hanno convinto: ero e resto d’accordo con quanto scritto da Stig Dagerman nel suo libro La politica dell’impossibile: “[…] è necessario ribellarsi, attaccare questo ordine nonostante la tragica consapevolezza […] che ogni difesa e ogni attacco non possono essere altro che simbolici. E tuttavia devono essere tentati, se non altro per non morire di vergogna”.
Ecco, intanto s’inizi a non morire di vergogna, prima di morir di fame.
C’è chi ha detto che i sindacalisti che si stanno esponendo rischiano grosso e su questo, invece, son d’accordo: “Conosco l’ambiente dell’industria, perché l’ho visto, sono entrato nelle fabbriche, nelle officine; ho visto i padroni seduti al tavolo delle trattative o nel proprio ufficio, mi hanno indicato le loro case, mi hanno mostrato le loro proprietà, ho visto le loro auto davanti alla fabbrichetta, e sono entrato nei loro negozi; […] uno l’ho guardato da vicino, vicinissimo, quando ha tentato di investirmi” – scriveva Paco Ignacio Taibo II nella sua raccolta di racconti intitolata E doña Eustolia brandì il coltello per le cipolle.
C’è anche chi ha detto il contrario, ossia che i sindacalisti sono quelli che rischiano meno di tutti perché, a breve, verranno sicuramente avvicinati da “qualcuno” e convinti a passare dall’altra parte della barricata, e questa purtroppo non è una novità: “[...] ti buttano addosso merda a palate, e poi ti dicono, vieni con noi, qui c’è un buon posto, farai i soldi in fretta... ma quello che vogliono da te è che diventi obbediente come un cane, e che tutto quello che hai imparato come sindacalista lo usi per controllare i lavoratori” – ancora Taibo II.
C’è anche chi ha detto a chiare lettere che i sindacalisti sono solo dei rompicoglioni, un po’ come scriveva il buon Valerio Evangelisti nel suo bel romanzo One Big Union: “Siamo usciti dalla crisi della fine degli anni Novanta. Stiamo entrando in un periodo di prosperità. C’è lavoro, si produce, la ricchezza aumenta. I poveri non sono più per strada a fare lavori inutili, disposti da sindaci e governatori troppo buoni. E chi ti salta fuori? Il rompicoglioni di sempre. Il sindacalista, il socialista, l’anarchico”.
In One Big Union, il protagonista – un giovane meccanico americano, religioso, affezionato alla famiglia, con pregiudizi razziali e un patriottismo che sconfina nel nazionalismo – s’infiltra nei sindacati col fine di combattere gli scioperi e riportare la disciplina fra i lavoratori, per conto di agenzie investigative come la Pinkerton e la Burns (da cui nascerà l’FBI) – agenzie pagate da industriali e grandi proprietari.
Attraverso le sue vicissitudini, si seguono i grandi scioperi dei ferrovieri di fine Ottocento sino all’epopea, nei primi vent’anni del Novecento, dell’Industrial Workers of the World, l’organizzazione che cercò di unificare gli operai precari e non specializzati di tutte le etnie, usando armi inedite quali i volantini multilingue, la canzone e il fumetto.
Ma torniamo agli operai precari di tutte le etnie dei giorni nostri.
Fra le varie reazioni, c’è stato anche chi ha sostenuto che il sindacato continua ad avere troppo potere, e così mi è venuto in mente 1985, l’interessante romanzo di Anthony Burgess basato sull’opera di George Orwell, 1984, da cui trae spunto per il titolo.
È un libro dove, in un futuro dominato dai sindacati e oramai completamente allo sfascio, il protagonista decide di non sottostare alla disciplina collettiva e così, dopo aver ascoltato le ultime parole della moglie bruciata viva in un ospedale durante uno sciopero dei pompieri – «Non permettere che vadano impuniti» –, inizia la sua lotta solitaria, caparbia e disperata, in nome della libertà di scelta tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto, tra la volontà e la convenienza.
Ascolto tutti, son fatto così.
Ascolto tutti, ragiono sulle elucubrazioni altrui e poi vedo cosa m’è rimasto in mano.
Stavolta resto con la sensazione che, tempo fa, per non danneggiare la propria immagine, una ditta come la Montblanc non si sarebbe avventurata in una querelle di questo genere e che se, invece, oggi succede è perché s’è pensato che, al contrario, l’immagine non solo non verrà danneggiata ma, chissà, magari ne trarrà addirittura qualche giovamento, un beneficio. Ma, ripeto, è solo una mia personalissima sensazione, frutto anche dei commenti da me raccolti, poco o nulla in sintonia coi lavoratori pachistani e afghani.
Purtroppo, è tutto qui quanto m’è rimasto in mano.
Se penso alle marce e alle battaglie ferocissime ascoltate, viste e vissute per decenni, per la conquista di diritti sociali e civili...
Meno male che i Miei non son più qui a veder tutto ‘sto sfacelo.
Fonte
20/01/2025
Il World Report 2025 di Human Rights Watch boccia l’Italia
Nel suo rapporto annuale l’organizzazione per i diritti umani scatta una fotografia dello stato di salute del diritto internazionale e umanitario a livello globale, con la puntuale analisi della situazione di oltre 100 Paesi. Il ritratto dell’Italia è impietoso: destano preoccupazione le crescenti discriminazioni e le restrizioni dei diritti civili e sociali. Dal “Ddl sicurezza” alla violazione dei diritti delle persone in movimento
“A livello globale nel 2024 abbiamo osservato due principali tendenze negative: il persistere di alcuni conflitti per i quali la risposta della comunità internazionale è stata insufficiente e la rinascita e il consolidamento di governi populisti contrari ai diritti umani, che con gradazioni diverse coinvolge vari Paesi”. Lo dice Federico Borello, vicedirettore esecutivo di Human Rights Watch, presentando il nuovo World Report 2025 pubblicato il 16 gennaio.
Rientra nel secondo gruppo l’Italia, che secondo Borello “ha confermato il trend rilevato lo scorso anno”. Come già nel 2023, infatti, anche nel 2024 il nostro Paese ha registrato un incremento delle discriminazioni razziali e della violenza di genere, la restrizione dei diritti delle donne, l’aumento della retorica ostile nei confronti delle persone Lgbtqia+ e una maggiore difficoltà di accesso ai diritti per comunità rom e richiedenti protezione internazionale.
Ad aprire le pagine del World Report 2025 dedicate all’Italia è proprio un’ampia panoramica sulle violazioni dei diritti delle persone migranti. In materia di ricerca e soccorso il report denuncia innanzitutto come “il governo italiano ha ostacolato le operazioni di soccorso delle organizzazioni non governative almeno 25 volte tra febbraio 2023 e settembre 2024” e ricorda che dallo scorso ottobre “le autorità hanno il potere di multare e trattenere gli aerei delle Ong”, utilizzati per monitorare dall’alto il Mediterraneo centrale e segnalare eventuali imbarcazioni in difficoltà.
Sotto accusa anche la “politica dei porti lontani” italiana, che “costringe le navi di soccorso a sbarcare nei porti delle città del Centro e del Nord del Paese e le ricorrenti detenzioni amministrative in atto sulle stesse imbarcazioni”.
Human Rights Watch, inoltre, condanna senza appello i respingimenti italiani e la cooperazione con Paesi che non rispettano i diritti umani. “Abbiamo assistito alla parziale débâcle dell’esternalizzazione delle frontiere – spiega Borello – la cui legalità è stata messa in discussione dalla magistratura italiana”.
Nello specifico il report dell’organizzazione ricorda come i tribunali italiani abbiano stabilito che “i capitani delle navi mercantili non devono restituire alla Libia le persone soccorse in mare a causa del rischio di gravi violazioni dei diritti umani”. Va in questa direzione la sentenza con cui lo scorso febbraio la Corte di Cassazione ha confermato la condanna del comandante del rimorchiatore Asso 28, reo di aver riconsegnato alla guardia costiera libica 101 persone nel luglio 2018.
Infine, puntualizza Hrw, “il tribunale di Crotone ha stabilito che il Centro di coordinamento del soccorso marittimo (Mrcc) e la guardia costiera libica non sono attori legittimi di ricerca e soccorso”. Il focus sulla migrazione si conclude ripercorrendo gli accordi che l’Italia ha sottoscritto con i governi di Tunisia e Albania. Nel primo caso la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha descritto questa intesa, che prevede un sostegno finanziario e linee di credito per 105 milioni di euro in favore del Paese nordafricano, come “parte del piano dell’Italia per frenare la migrazione”. Nel secondo caso, invece, il rapporto ricorda che il momentaneo stop all’applicazione del protocollo d’intesa tra Italia e Albania è giunto quando “i giudici italiani hanno dichiarato illegittima la detenzione di due gruppi di uomini salvati in mare dall’Italia e inviati in Albania”.
Trend negativo anche sul fronte dei diritti civili e sociali, temi sui quali secondo il vicedirettore esecutivo Borello “da molti anni i nostri politici seguono alla perfezione la strategia populista: individuare nemici sulla base di criteri etnici, religiosi o legati all’orientamento sessuale e attaccarne i diritti”.
Preoccupano, in particolare, le discriminazioni nei confronti di persone nere e di etnia rom. Citando il rapporto 2024 degli esperti indipendenti sulle violazioni dei diritti umani da parte delle forze dell’ordine nei confronti di persone di origine e discendenza africana a cura delle Nazioni Unite, Hrw denuncia il racial profiling e il razzismo sistemico attuato dalle forze di polizia italiane.
Matita rossa anche per il “Ddl 1660” approvato alla Camera lo scorso settembre. L’organizzazione evidenzia le criticità dell’articolo 15 del disegno di legge, che consente l’incarcerazione delle donne in stato di gravidanza e di quelle con bambini di età inferiore a un anno, e sottolinea come questa misura sia stata esplicitamente definita “anti-rom”, “dopo che il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha ripetutamente affermato che le donne rom che commettono reati eviterebbero il carcere rimanendo incinte”.
L’analisi prosegue rivelando che in Italia la forbice sociale tra ricchi e poveri si è allargata. Human Rights Watch ricorda che, secondo i dati Istat del 2024, circa il 10% della popolazione italiana viveva in condizioni di povertà nel 2023. Anche in questo ambito poi non mancano le discriminazioni. Il World Report 2025, infatti, rileva che “la Corte di giustizia dell’Ue, a luglio, ha stabilito che il requisito di residenza di dieci anni richiesto dall’Italia ai cittadini stranieri per accedere al ‛reddito di cittadinanza’ costituiva una discriminazione illegale”. A gennaio, il governo aveva già sostituito questo strumento con un sistema di aiuti che comprende, tra le altre cose, “assegni di inclusione” e formazione professionale e che “fornisce però un’assistenza più limitata ai cittadini stranieri rispetto a quella di cui beneficiano i cittadini italiani”.
Il rapporto si concentra poi sui fenomeni di violenza sessuale e di genere, che in Italia rappresentano un problema di drammatica attualità: “Le statistiche pubblicate a luglio dal governo hanno mostrato un aumento costante, dal 2021 al 2023, dei casi di violenza domestica contro le donne, di aggressione sessuale e di altri atti di violenza e molestie di genere”. Si segnala, inoltre, l’emendamento al disegno di legge 19/2024, approvato dal Parlamento lo scorso aprile, che riconosce legittimità all’ingresso delle associazioni antiabortiste nei consultori. A questo proposito è bene ricordare – come fa il report di Human Rights Watch – che in Italia “l’interruzione di gravidanza è legale entro il primo trimestre, e anche dopo in alcune circostanze, ma le persone spesso affrontano ostacoli significativi a causa dell’elevato numero di operatori obiettori di coscienza che rifiutano di praticare l’intervento”.
“In tema di orientamento sessuale e identità di genere – riprende Borello – l’Italia è scivolata dal 34esimo al 36esimo posto su 49 Paesi europei nella valutazione di Ilga Europe (International lesbian and gay association) sulle politiche e le leggi a tutela delle persone Lgbt”: sono ritenuti gravi i discorsi di odio e gli attacchi alle famiglie di genitori dello stesso sesso da parte di politici di primo piano e inadeguata la risposta dello Stato alla violenza e alla discriminazione nei confronti delle persone Lgbt.
“In un sondaggio condotto dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali – scrive Hrw – il 60% degli intervistati in Italia ha dichiarato che negli ultimi cinque anni la violenza anti-Lgbt è aumentata, mentre il 68% ha affermato di aver subito atti di bullismo, insulti o minacce a scuola”.
Il World Report, inoltre, condanna il disegno di legge che ha reso la gestazione per altri (Gpa) un reato universale. Secondo Human Rights Watch questa misura “avrà un impatto sproporzionato sul diritto delle coppie omosessuali e sterili di creare una famiglia”.
A chiudere la panoramica sull’Italia è lo stato di salute dell’informazione e del diritto di protesta. Anche in questo caso le note positive sono poche: Human Rights Watch definisce “allarmanti” la mancanza di indipendenza dei media e l’uso di intimidazioni legali contro i giornalisti in Italia e, richiamando la Relazione sullo Stato di diritto a cura della Commissione europea, segnala “un aumento delle cause legali contro i giornalisti, un uso eccessivo dei decreti di emergenza da parte del governo e la restrizione dello spazio civico”. Per l’organizzazione andrebbero interpretati proprio in questo senso gli articoli del Ddl 1660 che prevedono un incremento di pena per alcuni reati commessi durante proteste e manifestazioni.
“Dalla democrazia italiana ci aspetteremmo che orientasse le proprie risposte basandosi sul diritto internazionale, eliminando la retorica verso le minoranze e tutelando maggiormente i diritti di tutti”, conclude Borello, che ritiene però che questo auspicio difficilmente si realizzerà “visto che il governo attualmente in carica ha una posizione di chiusura ideologica verso tutte le tematiche da noi prese in esame”.
Fonte
“A livello globale nel 2024 abbiamo osservato due principali tendenze negative: il persistere di alcuni conflitti per i quali la risposta della comunità internazionale è stata insufficiente e la rinascita e il consolidamento di governi populisti contrari ai diritti umani, che con gradazioni diverse coinvolge vari Paesi”. Lo dice Federico Borello, vicedirettore esecutivo di Human Rights Watch, presentando il nuovo World Report 2025 pubblicato il 16 gennaio.
Rientra nel secondo gruppo l’Italia, che secondo Borello “ha confermato il trend rilevato lo scorso anno”. Come già nel 2023, infatti, anche nel 2024 il nostro Paese ha registrato un incremento delle discriminazioni razziali e della violenza di genere, la restrizione dei diritti delle donne, l’aumento della retorica ostile nei confronti delle persone Lgbtqia+ e una maggiore difficoltà di accesso ai diritti per comunità rom e richiedenti protezione internazionale.
Ad aprire le pagine del World Report 2025 dedicate all’Italia è proprio un’ampia panoramica sulle violazioni dei diritti delle persone migranti. In materia di ricerca e soccorso il report denuncia innanzitutto come “il governo italiano ha ostacolato le operazioni di soccorso delle organizzazioni non governative almeno 25 volte tra febbraio 2023 e settembre 2024” e ricorda che dallo scorso ottobre “le autorità hanno il potere di multare e trattenere gli aerei delle Ong”, utilizzati per monitorare dall’alto il Mediterraneo centrale e segnalare eventuali imbarcazioni in difficoltà.
Sotto accusa anche la “politica dei porti lontani” italiana, che “costringe le navi di soccorso a sbarcare nei porti delle città del Centro e del Nord del Paese e le ricorrenti detenzioni amministrative in atto sulle stesse imbarcazioni”.
Human Rights Watch, inoltre, condanna senza appello i respingimenti italiani e la cooperazione con Paesi che non rispettano i diritti umani. “Abbiamo assistito alla parziale débâcle dell’esternalizzazione delle frontiere – spiega Borello – la cui legalità è stata messa in discussione dalla magistratura italiana”.
Nello specifico il report dell’organizzazione ricorda come i tribunali italiani abbiano stabilito che “i capitani delle navi mercantili non devono restituire alla Libia le persone soccorse in mare a causa del rischio di gravi violazioni dei diritti umani”. Va in questa direzione la sentenza con cui lo scorso febbraio la Corte di Cassazione ha confermato la condanna del comandante del rimorchiatore Asso 28, reo di aver riconsegnato alla guardia costiera libica 101 persone nel luglio 2018.
Infine, puntualizza Hrw, “il tribunale di Crotone ha stabilito che il Centro di coordinamento del soccorso marittimo (Mrcc) e la guardia costiera libica non sono attori legittimi di ricerca e soccorso”. Il focus sulla migrazione si conclude ripercorrendo gli accordi che l’Italia ha sottoscritto con i governi di Tunisia e Albania. Nel primo caso la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha descritto questa intesa, che prevede un sostegno finanziario e linee di credito per 105 milioni di euro in favore del Paese nordafricano, come “parte del piano dell’Italia per frenare la migrazione”. Nel secondo caso, invece, il rapporto ricorda che il momentaneo stop all’applicazione del protocollo d’intesa tra Italia e Albania è giunto quando “i giudici italiani hanno dichiarato illegittima la detenzione di due gruppi di uomini salvati in mare dall’Italia e inviati in Albania”.
Trend negativo anche sul fronte dei diritti civili e sociali, temi sui quali secondo il vicedirettore esecutivo Borello “da molti anni i nostri politici seguono alla perfezione la strategia populista: individuare nemici sulla base di criteri etnici, religiosi o legati all’orientamento sessuale e attaccarne i diritti”.
Preoccupano, in particolare, le discriminazioni nei confronti di persone nere e di etnia rom. Citando il rapporto 2024 degli esperti indipendenti sulle violazioni dei diritti umani da parte delle forze dell’ordine nei confronti di persone di origine e discendenza africana a cura delle Nazioni Unite, Hrw denuncia il racial profiling e il razzismo sistemico attuato dalle forze di polizia italiane.
Matita rossa anche per il “Ddl 1660” approvato alla Camera lo scorso settembre. L’organizzazione evidenzia le criticità dell’articolo 15 del disegno di legge, che consente l’incarcerazione delle donne in stato di gravidanza e di quelle con bambini di età inferiore a un anno, e sottolinea come questa misura sia stata esplicitamente definita “anti-rom”, “dopo che il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha ripetutamente affermato che le donne rom che commettono reati eviterebbero il carcere rimanendo incinte”.
L’analisi prosegue rivelando che in Italia la forbice sociale tra ricchi e poveri si è allargata. Human Rights Watch ricorda che, secondo i dati Istat del 2024, circa il 10% della popolazione italiana viveva in condizioni di povertà nel 2023. Anche in questo ambito poi non mancano le discriminazioni. Il World Report 2025, infatti, rileva che “la Corte di giustizia dell’Ue, a luglio, ha stabilito che il requisito di residenza di dieci anni richiesto dall’Italia ai cittadini stranieri per accedere al ‛reddito di cittadinanza’ costituiva una discriminazione illegale”. A gennaio, il governo aveva già sostituito questo strumento con un sistema di aiuti che comprende, tra le altre cose, “assegni di inclusione” e formazione professionale e che “fornisce però un’assistenza più limitata ai cittadini stranieri rispetto a quella di cui beneficiano i cittadini italiani”.
Il rapporto si concentra poi sui fenomeni di violenza sessuale e di genere, che in Italia rappresentano un problema di drammatica attualità: “Le statistiche pubblicate a luglio dal governo hanno mostrato un aumento costante, dal 2021 al 2023, dei casi di violenza domestica contro le donne, di aggressione sessuale e di altri atti di violenza e molestie di genere”. Si segnala, inoltre, l’emendamento al disegno di legge 19/2024, approvato dal Parlamento lo scorso aprile, che riconosce legittimità all’ingresso delle associazioni antiabortiste nei consultori. A questo proposito è bene ricordare – come fa il report di Human Rights Watch – che in Italia “l’interruzione di gravidanza è legale entro il primo trimestre, e anche dopo in alcune circostanze, ma le persone spesso affrontano ostacoli significativi a causa dell’elevato numero di operatori obiettori di coscienza che rifiutano di praticare l’intervento”.
“In tema di orientamento sessuale e identità di genere – riprende Borello – l’Italia è scivolata dal 34esimo al 36esimo posto su 49 Paesi europei nella valutazione di Ilga Europe (International lesbian and gay association) sulle politiche e le leggi a tutela delle persone Lgbt”: sono ritenuti gravi i discorsi di odio e gli attacchi alle famiglie di genitori dello stesso sesso da parte di politici di primo piano e inadeguata la risposta dello Stato alla violenza e alla discriminazione nei confronti delle persone Lgbt.
“In un sondaggio condotto dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali – scrive Hrw – il 60% degli intervistati in Italia ha dichiarato che negli ultimi cinque anni la violenza anti-Lgbt è aumentata, mentre il 68% ha affermato di aver subito atti di bullismo, insulti o minacce a scuola”.
Il World Report, inoltre, condanna il disegno di legge che ha reso la gestazione per altri (Gpa) un reato universale. Secondo Human Rights Watch questa misura “avrà un impatto sproporzionato sul diritto delle coppie omosessuali e sterili di creare una famiglia”.
A chiudere la panoramica sull’Italia è lo stato di salute dell’informazione e del diritto di protesta. Anche in questo caso le note positive sono poche: Human Rights Watch definisce “allarmanti” la mancanza di indipendenza dei media e l’uso di intimidazioni legali contro i giornalisti in Italia e, richiamando la Relazione sullo Stato di diritto a cura della Commissione europea, segnala “un aumento delle cause legali contro i giornalisti, un uso eccessivo dei decreti di emergenza da parte del governo e la restrizione dello spazio civico”. Per l’organizzazione andrebbero interpretati proprio in questo senso gli articoli del Ddl 1660 che prevedono un incremento di pena per alcuni reati commessi durante proteste e manifestazioni.
“Dalla democrazia italiana ci aspetteremmo che orientasse le proprie risposte basandosi sul diritto internazionale, eliminando la retorica verso le minoranze e tutelando maggiormente i diritti di tutti”, conclude Borello, che ritiene però che questo auspicio difficilmente si realizzerà “visto che il governo attualmente in carica ha una posizione di chiusura ideologica verso tutte le tematiche da noi prese in esame”.
Fonte
15/11/2024
USA - «Harris sconfitta perché ha abbandonato la classe operaia»
Lo staff di Kamala Harris ha addebitato la sconfitta della vicepresidente al tardivo ritiro di Joe Biden dalla corsa e alle scelte politiche dell’ex presidente. Commentatori ed editorialisti hanno puntato poi il dito contro quella fetta di elettorato, soprattutto nelle comunità afroamericane e latinos, che non se l’è sentita di votare una donna.
Indubbiamente Donald Trump ha vinto perché ha saputo mobilitare a suo favore una quota maggiore, rispetto al passato, di elettori provenienti dalla minoranze etniche, ottenendo un’ottima performance tra i votanti maschi.
Ma subito dopo l’ufficializzazione dei risultati elettorali Bernie Sanders, capofila di una corrente socialista interna ed esterna al Partito Democratico, ha individuato ragioni più profonde e strutturali. «Non dovrebbe suscitare grande sorpresa che un Partito Democratico che ha abbandonato la classe operaia si accorga che la classe operaia lo abbia abbandonato» ha scritto in uno scarno comunicato il senatore rieletto nel Vermont. Sanders ha poi spiegato: «Prima è stata la classe operaia bianca, e ora anche i lavoratori latinoamericani e neri. Mentre la leadership democratica difende lo status quo, il popolo americano è arrabbiato e vuole un cambiamento. E ha ragione».
Commentando il voto, Sanders ha elencato alcuni degli elementi che hanno penalizzato Harris: diseguaglianze record, due terzi degli americani che vivono “di stipendio in stipendio”, standard di vita in calo, costi elevati dei farmaci, assenza di diritti di base che i cittadini di altri paesi danno per scontate come l’assicurazione sanitaria pubblica e il congedo familiare e sanitario retribuito.
«I grandi interessi economici e i consulenti ben pagati che controllano il Partito Democratico impareranno qualche vera lezione dalla sua disastrosa campagna?» si è chiesto infine l’ex sfidante di Joe Biden alle primarie del 2020. Il suo verdetto però è pessimista: «Hanno qualche idea su come affrontare la sempre più potente oligarchia che ha così tanto potere economico e politico? Probabilmente no».
Dai dati elettorali risulta evidente che Trump ha saputo mobilitare non solo l’elettorato reazionario e conservatore, ma anche molti elettori che, delusi dalle politiche di Joe Biden, hanno “provato” a votare a destra nella pur ingenua speranza di innescare un cambiamento. La svolta moderata impressa da Kamala Harris soprattutto nell’ultima fase della campagna elettorale, poi, ha convinto molti elettori ed elettrici progressisti ad astenersi o in qualche caso a votare per la candidata dei Verdi Jill Stein, scelta compiuta anche da una parte dei cittadini di origine araba o di religione musulmana scioccati dal sostegno bipartisan ad Israele di democratici e repubblicani.
Se Joe Biden, dopo la vittoria alle primarie – ottenuta grazie alla mobilitazione della grande stampa e dei potentati economici sponsor del Partito Democratico che assolutamente volevano evitare che prevalesse un Bernie Sanders considerato un estremista di sinistra – aveva inserito alcune delle proposte dello sfidante socialista nel suo programma di governo, durante il mandato le ha messe in un cassetto. E Kamala Harris ha chiarito che non le avrebbe neanche prese in considerazione avvicinando i suoi obiettivi a quelli dei repubblicani moderati.
In un intervento sulla rivista della sinistra americana Jacobin, Branko Marketic dà ragione al senatore del Vermont ed aggiunge altri elementi.
L’intera campagna elettorale della candidata democratica, scrive Marketic, ha ignorato sistematicamente le preoccupazioni dell’elettorato in campo economico, offrendo una manciata di risposte populiste – come la promessa di sovvenzionare con 25 mila dollari l’acquisto della prima casa e l’estensione del Medicare all’assistenza domiciliare per i pensionati – all’interno di un discorso interamente incentrato sulla difesa del diritto all’aborto e della democrazia, basato sulla denuncia di quanto Trump fosse pericoloso.
«Non sorprende affatto che milioni di elettori della classe operaia di diversa estrazione razziale abbiano respinto questa proposta o non si siano sentiti abbastanza ispirati a votare. In un periodo di costi degli alloggi alle stelle, l’unica politica abitativa della campagna di Harris era rivolta agli aspiranti proprietari di casa (un elettorato favorevole a Trump) e non offriva nulla agli affittuari, che sono in gran parte giovani, con redditi bassi e non bianchi. Harris non ha offerto alcuna politica sanitaria per chiunque abbia meno di sessantacinque anni, anche se rimane la principale fonte di ansia finanziaria per l’americano medio. Non ha fatto campagna per un salario minimo più alto, in un periodo in cui quasi un quarto dei lavoratori americani, ovvero 39 milioni, guadagna salari bassi (circa 35.000 dollari all’anno), tra cui circa un terzo dei lavoratori neri e latini» spiega il giornalista.
Sempre su Jacobin, in un articolo scritto poco prima del voto, Milan Loewer ha accusato Kamala Harris di aver abbandonato i messaggi anti-élite che avevano caratterizzato la prima parte della campagna elettorale per venire incontro alle pressioni della comunità imprenditoriale, scommettendo sull’inseguimento degli elettori moderati e laureati.
Il ricercatore del Center for Working-Class Politics di New York elenca ed esamina i risultati di un sondaggio condotto su un campione di 1000 elettori della Pennsylvania, uno degli “stati in bilico” conquistando i quali Trump si è assicurato la vittoria. Secondo la rilevazione, le dichiarazioni sull’economia considerate più “populiste” e di sinistra sono assai più condivise dall’elettorato rispetto a quelle sulla difesa astratta della democrazia utilizzate dalla candidata democratica.
«Mentre alcuni sono diffidenti, temendo che questo tipo di comunicazione possa dissuadere gli elettori «moderati» indecisi cruciali per le elezioni, abbiamo scoperto che è vero il contrario: l’unico altro gruppo che ha dimostrato un sostegno altrettanto significativo è stato infatti quello degli elettori indipendenti, che rispondono in modo più positivo alle forti affermazioni populiste e progressiste in campo economico rispetto a quelle sulla democrazia di circa l’11%» scrive Loewer.
Il ricercatori spiega come gli intervistati abbiano messo le élite in cima alla loro lista di bersagli, percepiti come influenze dannose nella vita del paese: «il nostro sondaggio mostra che gli indipendenti e gli intervistati della working class sono significativamente più diffidenti nei confronti delle élite in generale. Apparentemente quindi, conquistare il consenso di questi gruppi non richiede una posizione più «moderata» contro l’avidità delle imprese o la corruzione legalizzata. Il sondaggio suggerisce anche che le argomentazioni contro le élite culturali e l’establishment «woke» suonerebbero a vuoto se contrastate da una politica che chiama in causa i principali obiettivi dell’ira anti-élite: i lobbisti, i finanziatori e le corporation che manipolano il sistema».
Da quando è entrato sulla scena nazionale nel 2016, Trump si è descritto come un campione del cittadino medio, in lotta contro l’establishment antipatriottico. Se i democratici rimarranno legati alle istituzioni e agli ambienti imprenditoriali odiati dai cittadini, «Trump sarà in grado di restituire il sentimento anti-élite attraverso una lente partigiana e culturale».
Mentre Paolo Heidemann denuncia in un articolo che «nell’era di Donald Trump, i democratici sono diventati, incredibilmente, il partito preferito dal capitale americano» spiegando come e perché Kamala Harris ha ricevuto donazioni record da parte dei grandi e medi gruppi imprenditoriali statunitensi, David Sirota scrive: «In un paese in declino, il rifiuto dei democratici nei confronti della classe operaia (e l’aperta ostilità del partito verso i politici populisti al suo interno) non può che creare le condizioni politiche migliori per un uomo forte conservatore che promette di rendere di nuovo grande l’America».
Secondo il giornalista e scrittore statunitense, «Trump e i suoi compari hanno inventato storie di burocrati autoritari, di guerrieri e bande di migranti per tessere una narrazione secondo cui il governo delle élite è così (…) concentrato sulla politica dell’identità, che non gli importa della crisi di accessibilità che sta rovinando la vita quotidiana di tutti. I democratici hanno risposto tirando fuori le star di Hollywood, i Cheney e il miliardario Mark Cuban per raccontare la storia di un assalto alle norme dell’establishment che sta mettendo a repentaglio il brunch».
Sirota punta il dito contro la scelta di Kamala Harris di circondarsi di dirigenti repubblicani ostili a Trump, spaventando gli elettori progressisti, e riassume i passi che hanno convinto una parte importante della classe operaia statunitense ad abbandonare il partito, dall’approvazione del NAFTA (North American Free Trade Agreement) da parte dell’amministrazione Clinton negli anni ’90 al tradimento da parte di Barack Obama delle promesse di una rivoluzione legislativa favorevole agli strati medio-bassi della società. «Il tradimento ha provocato un’ondata di consensi della classe operaia per la prima candidatura presidenziale di Trump e una rinascita del populismo di destra» spiega il commentatore, secondo il quale non deve stupire che molti elettori abbiano snobbato il Partito Democratico che pure prometteva di salvare la democrazia americana dall’assalto di Trump: «Le tendenze autoritarie antidemocratiche esistono certamente in alcune parti dell’elettorato. E se l’esperienza economica vissuta dagli americani peggiora e il governo viene visto come complice, quelle tendenze probabilmente si intensificheranno».
Su un’altra rivista della sinistra radicale statunitense, In These Times, Jeff Schuhrke punta il dito contro l’elitarismo della dirigenza democratica, che dopo le elezioni ha accusato l’elettorato popolare di aver voltato le spalle a Biden nonostante tutto quello che il presidente ha fatto per avvantaggiarlo.
«La classe operaia statunitense è eterogenea, stratificata e ampiamente disorganizzata, il che rende facile per fascisti come Trump minare la solidarietà di classe mettendo certi lavoratori (soprattutto uomini e bianchi) contro altri. E di sicuro, molti dei più accaniti lealisti di Trump, indipendentemente dal loro status di classe, sono razzisti, misogini e transfobici» scrive il giornalista, secondo il quale però la causa principale della sconfitta di Kamala Harris è la scelta da parte dei democratici di voltare le spalle alla working class.
Schuhrke spiega come la decisione dell’amministrazione Biden di cancellare sussidi e programmi sociali varati nel 2020 per permettere a decine di milioni di persone di far fronte alle conseguenze economiche della pandemia abbiano fatto infuriare settori importanti del tradizionale elettorato democratico.
«Screditare la stragrande maggioranza dell’elettorato non è solo una risposta poco seria e controproducente all’attuale ascesa del fascismo, ma è anche ciò che ci ha portato fin qui» conclude Schuhrke.
Sempre su In These Times, Adam Johnson attacca la scelta della dirigenza democratica di evitare ogni forma di autocritica: «coloro che vengono incolpati non sono le élite del Partito Democratico, le istituzioni mediatiche liberali o il mondo della consulenza aziendale in cui operano, ma forze economiche esterne, persone transgender, immigrati e una schiera di gruppi minoritari impotenti o generalizzazioni così vaghe da risultare prive di senso».
Per il commentatore «Che i democratici stiano dissanguando gli elettori della classe operaia di tutte le fasce demografiche è indiscutibile, quindi bisogna trovare un colpevole. Ovviamente la soluzione non può essere una discussione sostenuta sul populismo economico di sinistra, poiché ciò metterebbe in discussione gli interessi di classe dei donatori e dei consulenti aziendali».
Kamala Harris e la dirigenza democratica hanno accolto con stizza le critiche provenienti dalla propria base e dai settori più progressisti. Ma i sondaggi e le rilevazioni dei flussi elettorali sono unanimi: i temi su cui ha puntato la candidata non rappresentano la priorità per la maggior parte degli elettori, per non parlare dell’ambiguità di molte proposte. La maggior parte delle persone sono più preoccupate delle difficoltà economiche, dell’inflazione, dei prezzi crescenti degli alloggi e delle cure mediche che delle sorti della democrazia o di diritti civili che, pur garantiti dalla legge, spesso non possono essere esercitati da chi ha redditi troppo bassi. In un contesto simile le paure nei confronti degli immigrati illegali, considerati – a torto – dei competitori per l’accesso alle risorse pubbliche e al lavoro – sono aumentate e hanno condotto una parte crescente dell’elettorato a scegliere Trump e le sue promesse di sigillare i confini e di operare una deportazione di massa dei clandestini.
Non ha pagato neanche la scelta di sostenere l’Ucraina con decine di miliardi di euro che a giudizio di molti elettori si sarebbero dovuti impiegare per migliorare le condizioni di vita di chi, negli Stati Uniti, non se la passa troppo bene.
Fonte
Indubbiamente Donald Trump ha vinto perché ha saputo mobilitare a suo favore una quota maggiore, rispetto al passato, di elettori provenienti dalla minoranze etniche, ottenendo un’ottima performance tra i votanti maschi.
Ma subito dopo l’ufficializzazione dei risultati elettorali Bernie Sanders, capofila di una corrente socialista interna ed esterna al Partito Democratico, ha individuato ragioni più profonde e strutturali. «Non dovrebbe suscitare grande sorpresa che un Partito Democratico che ha abbandonato la classe operaia si accorga che la classe operaia lo abbia abbandonato» ha scritto in uno scarno comunicato il senatore rieletto nel Vermont. Sanders ha poi spiegato: «Prima è stata la classe operaia bianca, e ora anche i lavoratori latinoamericani e neri. Mentre la leadership democratica difende lo status quo, il popolo americano è arrabbiato e vuole un cambiamento. E ha ragione».
Commentando il voto, Sanders ha elencato alcuni degli elementi che hanno penalizzato Harris: diseguaglianze record, due terzi degli americani che vivono “di stipendio in stipendio”, standard di vita in calo, costi elevati dei farmaci, assenza di diritti di base che i cittadini di altri paesi danno per scontate come l’assicurazione sanitaria pubblica e il congedo familiare e sanitario retribuito.
«I grandi interessi economici e i consulenti ben pagati che controllano il Partito Democratico impareranno qualche vera lezione dalla sua disastrosa campagna?» si è chiesto infine l’ex sfidante di Joe Biden alle primarie del 2020. Il suo verdetto però è pessimista: «Hanno qualche idea su come affrontare la sempre più potente oligarchia che ha così tanto potere economico e politico? Probabilmente no».
Dai dati elettorali risulta evidente che Trump ha saputo mobilitare non solo l’elettorato reazionario e conservatore, ma anche molti elettori che, delusi dalle politiche di Joe Biden, hanno “provato” a votare a destra nella pur ingenua speranza di innescare un cambiamento. La svolta moderata impressa da Kamala Harris soprattutto nell’ultima fase della campagna elettorale, poi, ha convinto molti elettori ed elettrici progressisti ad astenersi o in qualche caso a votare per la candidata dei Verdi Jill Stein, scelta compiuta anche da una parte dei cittadini di origine araba o di religione musulmana scioccati dal sostegno bipartisan ad Israele di democratici e repubblicani.
Se Joe Biden, dopo la vittoria alle primarie – ottenuta grazie alla mobilitazione della grande stampa e dei potentati economici sponsor del Partito Democratico che assolutamente volevano evitare che prevalesse un Bernie Sanders considerato un estremista di sinistra – aveva inserito alcune delle proposte dello sfidante socialista nel suo programma di governo, durante il mandato le ha messe in un cassetto. E Kamala Harris ha chiarito che non le avrebbe neanche prese in considerazione avvicinando i suoi obiettivi a quelli dei repubblicani moderati.
In un intervento sulla rivista della sinistra americana Jacobin, Branko Marketic dà ragione al senatore del Vermont ed aggiunge altri elementi.
L’intera campagna elettorale della candidata democratica, scrive Marketic, ha ignorato sistematicamente le preoccupazioni dell’elettorato in campo economico, offrendo una manciata di risposte populiste – come la promessa di sovvenzionare con 25 mila dollari l’acquisto della prima casa e l’estensione del Medicare all’assistenza domiciliare per i pensionati – all’interno di un discorso interamente incentrato sulla difesa del diritto all’aborto e della democrazia, basato sulla denuncia di quanto Trump fosse pericoloso.
«Non sorprende affatto che milioni di elettori della classe operaia di diversa estrazione razziale abbiano respinto questa proposta o non si siano sentiti abbastanza ispirati a votare. In un periodo di costi degli alloggi alle stelle, l’unica politica abitativa della campagna di Harris era rivolta agli aspiranti proprietari di casa (un elettorato favorevole a Trump) e non offriva nulla agli affittuari, che sono in gran parte giovani, con redditi bassi e non bianchi. Harris non ha offerto alcuna politica sanitaria per chiunque abbia meno di sessantacinque anni, anche se rimane la principale fonte di ansia finanziaria per l’americano medio. Non ha fatto campagna per un salario minimo più alto, in un periodo in cui quasi un quarto dei lavoratori americani, ovvero 39 milioni, guadagna salari bassi (circa 35.000 dollari all’anno), tra cui circa un terzo dei lavoratori neri e latini» spiega il giornalista.
Sempre su Jacobin, in un articolo scritto poco prima del voto, Milan Loewer ha accusato Kamala Harris di aver abbandonato i messaggi anti-élite che avevano caratterizzato la prima parte della campagna elettorale per venire incontro alle pressioni della comunità imprenditoriale, scommettendo sull’inseguimento degli elettori moderati e laureati.
Il ricercatore del Center for Working-Class Politics di New York elenca ed esamina i risultati di un sondaggio condotto su un campione di 1000 elettori della Pennsylvania, uno degli “stati in bilico” conquistando i quali Trump si è assicurato la vittoria. Secondo la rilevazione, le dichiarazioni sull’economia considerate più “populiste” e di sinistra sono assai più condivise dall’elettorato rispetto a quelle sulla difesa astratta della democrazia utilizzate dalla candidata democratica.
«Mentre alcuni sono diffidenti, temendo che questo tipo di comunicazione possa dissuadere gli elettori «moderati» indecisi cruciali per le elezioni, abbiamo scoperto che è vero il contrario: l’unico altro gruppo che ha dimostrato un sostegno altrettanto significativo è stato infatti quello degli elettori indipendenti, che rispondono in modo più positivo alle forti affermazioni populiste e progressiste in campo economico rispetto a quelle sulla democrazia di circa l’11%» scrive Loewer.
Il ricercatori spiega come gli intervistati abbiano messo le élite in cima alla loro lista di bersagli, percepiti come influenze dannose nella vita del paese: «il nostro sondaggio mostra che gli indipendenti e gli intervistati della working class sono significativamente più diffidenti nei confronti delle élite in generale. Apparentemente quindi, conquistare il consenso di questi gruppi non richiede una posizione più «moderata» contro l’avidità delle imprese o la corruzione legalizzata. Il sondaggio suggerisce anche che le argomentazioni contro le élite culturali e l’establishment «woke» suonerebbero a vuoto se contrastate da una politica che chiama in causa i principali obiettivi dell’ira anti-élite: i lobbisti, i finanziatori e le corporation che manipolano il sistema».
Da quando è entrato sulla scena nazionale nel 2016, Trump si è descritto come un campione del cittadino medio, in lotta contro l’establishment antipatriottico. Se i democratici rimarranno legati alle istituzioni e agli ambienti imprenditoriali odiati dai cittadini, «Trump sarà in grado di restituire il sentimento anti-élite attraverso una lente partigiana e culturale».
Mentre Paolo Heidemann denuncia in un articolo che «nell’era di Donald Trump, i democratici sono diventati, incredibilmente, il partito preferito dal capitale americano» spiegando come e perché Kamala Harris ha ricevuto donazioni record da parte dei grandi e medi gruppi imprenditoriali statunitensi, David Sirota scrive: «In un paese in declino, il rifiuto dei democratici nei confronti della classe operaia (e l’aperta ostilità del partito verso i politici populisti al suo interno) non può che creare le condizioni politiche migliori per un uomo forte conservatore che promette di rendere di nuovo grande l’America».
Secondo il giornalista e scrittore statunitense, «Trump e i suoi compari hanno inventato storie di burocrati autoritari, di guerrieri e bande di migranti per tessere una narrazione secondo cui il governo delle élite è così (…) concentrato sulla politica dell’identità, che non gli importa della crisi di accessibilità che sta rovinando la vita quotidiana di tutti. I democratici hanno risposto tirando fuori le star di Hollywood, i Cheney e il miliardario Mark Cuban per raccontare la storia di un assalto alle norme dell’establishment che sta mettendo a repentaglio il brunch».
Sirota punta il dito contro la scelta di Kamala Harris di circondarsi di dirigenti repubblicani ostili a Trump, spaventando gli elettori progressisti, e riassume i passi che hanno convinto una parte importante della classe operaia statunitense ad abbandonare il partito, dall’approvazione del NAFTA (North American Free Trade Agreement) da parte dell’amministrazione Clinton negli anni ’90 al tradimento da parte di Barack Obama delle promesse di una rivoluzione legislativa favorevole agli strati medio-bassi della società. «Il tradimento ha provocato un’ondata di consensi della classe operaia per la prima candidatura presidenziale di Trump e una rinascita del populismo di destra» spiega il commentatore, secondo il quale non deve stupire che molti elettori abbiano snobbato il Partito Democratico che pure prometteva di salvare la democrazia americana dall’assalto di Trump: «Le tendenze autoritarie antidemocratiche esistono certamente in alcune parti dell’elettorato. E se l’esperienza economica vissuta dagli americani peggiora e il governo viene visto come complice, quelle tendenze probabilmente si intensificheranno».
Su un’altra rivista della sinistra radicale statunitense, In These Times, Jeff Schuhrke punta il dito contro l’elitarismo della dirigenza democratica, che dopo le elezioni ha accusato l’elettorato popolare di aver voltato le spalle a Biden nonostante tutto quello che il presidente ha fatto per avvantaggiarlo.
«La classe operaia statunitense è eterogenea, stratificata e ampiamente disorganizzata, il che rende facile per fascisti come Trump minare la solidarietà di classe mettendo certi lavoratori (soprattutto uomini e bianchi) contro altri. E di sicuro, molti dei più accaniti lealisti di Trump, indipendentemente dal loro status di classe, sono razzisti, misogini e transfobici» scrive il giornalista, secondo il quale però la causa principale della sconfitta di Kamala Harris è la scelta da parte dei democratici di voltare le spalle alla working class.
Schuhrke spiega come la decisione dell’amministrazione Biden di cancellare sussidi e programmi sociali varati nel 2020 per permettere a decine di milioni di persone di far fronte alle conseguenze economiche della pandemia abbiano fatto infuriare settori importanti del tradizionale elettorato democratico.
«Screditare la stragrande maggioranza dell’elettorato non è solo una risposta poco seria e controproducente all’attuale ascesa del fascismo, ma è anche ciò che ci ha portato fin qui» conclude Schuhrke.
Sempre su In These Times, Adam Johnson attacca la scelta della dirigenza democratica di evitare ogni forma di autocritica: «coloro che vengono incolpati non sono le élite del Partito Democratico, le istituzioni mediatiche liberali o il mondo della consulenza aziendale in cui operano, ma forze economiche esterne, persone transgender, immigrati e una schiera di gruppi minoritari impotenti o generalizzazioni così vaghe da risultare prive di senso».
Per il commentatore «Che i democratici stiano dissanguando gli elettori della classe operaia di tutte le fasce demografiche è indiscutibile, quindi bisogna trovare un colpevole. Ovviamente la soluzione non può essere una discussione sostenuta sul populismo economico di sinistra, poiché ciò metterebbe in discussione gli interessi di classe dei donatori e dei consulenti aziendali».
Kamala Harris e la dirigenza democratica hanno accolto con stizza le critiche provenienti dalla propria base e dai settori più progressisti. Ma i sondaggi e le rilevazioni dei flussi elettorali sono unanimi: i temi su cui ha puntato la candidata non rappresentano la priorità per la maggior parte degli elettori, per non parlare dell’ambiguità di molte proposte. La maggior parte delle persone sono più preoccupate delle difficoltà economiche, dell’inflazione, dei prezzi crescenti degli alloggi e delle cure mediche che delle sorti della democrazia o di diritti civili che, pur garantiti dalla legge, spesso non possono essere esercitati da chi ha redditi troppo bassi. In un contesto simile le paure nei confronti degli immigrati illegali, considerati – a torto – dei competitori per l’accesso alle risorse pubbliche e al lavoro – sono aumentate e hanno condotto una parte crescente dell’elettorato a scegliere Trump e le sue promesse di sigillare i confini e di operare una deportazione di massa dei clandestini.
Non ha pagato neanche la scelta di sostenere l’Ucraina con decine di miliardi di euro che a giudizio di molti elettori si sarebbero dovuti impiegare per migliorare le condizioni di vita di chi, negli Stati Uniti, non se la passa troppo bene.
Fonte
26/08/2024
Crisi della democrazia liberale ed egemonia gramsciana
L’incoronazione di Kamala Harris si è verificata all’interno di una convention democratica che ha mostrato per intero tutta la difficoltà che sta attraversando il modello di democrazia liberale che gli USA hanno voluto/saputo imporre/proporre a tutto il mondo occidentale dopo la caduta del muro di Berlino con l’assunzione dei concetti di “fine della storia” e di “gendarme del mondo” che ne sono derivati con relativo scivolamento nella “guerra di civiltà”.
A Chicago tutti i leader dell’asinello si sono rifugiati dentro il recinto dei grandi valori repubblicani (ne parla Nichols in una intervista al “Corriere della Sera”) rinunciando a declinarli in una progettualità concreta che definisse – almeno – l’orizzonte di un sistema da modificare.
Anche la sinistra di Sanders e Ocasio-Cortez ha fatto a meno di evidenziare la necessità di delineare un quadro di sistema su cui proprio l’ultimo lavoro di Bernie Sanders si era comunque addentrato.
L’esclusione dei militanti pro-Palestina ha rappresentato il punto di maggiore evidenza di questa difficoltà nella rinunzia a fare della pace l’emblema di una prospettiva epocale, proseguendo invece oggettivamente sulla linea portata avanti dall’amministrazione Biden.
Non è però il dettaglio rappresentato dall’esito della convention di Chicago ad interessarci maggiormente, bensì il fatto che in quella sede siano emerse per intero le ragioni di questa crisi. Ragioni che derivano dal mancato riconoscimento dell’incapacità espressa dalla democrazia liberale classica (occidentale, bianca, a prevalenza maschile) ad affrontare il tema dell’uguaglianza.
Caduto il sistema sovietico, modificato nel profondo quello cinese e preso atto dell’impossibilità di riforma – da quella parte – in senso democratico, gli epigoni della democrazia liberale dovrebbero riconoscere prima degli altri la difficoltà di porsi sul terreno egualitario: intendiamo l’eguaglianza di fondo non semplicemente quella borghese emersa dalla Rivoluzione del 1789.
Dall’Italia può arrivare un grande contributo di pensiero rielaborando il concetto di egemonia gramsciana: concepire il dominio politico come qualcosa che va al di là dello stato e del mercato e che si colloca nella sfera della cultura e della società.
Per uscire dalla transizione si dovrebbe uscire da una politica condotta nei termini esistenti del dibattito (guerra di movimento, secondo Gramsci) a una guerra di posizione con l’obiettivo della definizione di un nuovo ordine da realizzarsi attraverso l’espressione di una nuova filosofia pubblica e un programma politico incentrato sul superamento di una organizzazione sociale incentrata sull’individualismo competitivo e consumistico
Si tratta di delineare una visione post-liberale evitando forme rozze di solidarietà costruite sull’omogeneità etica o religiosa: si tratterebbe di ricercare – invece – l’eredità pluralista delle tradizioni etiche forgiate nell’800 e nel ‘900; in sostanza il postliberalismo non deve sostituire la vecchia opposizione sinistra vs. destra (considerate ancora valide le argomentazioni di Norberto Bobbio), né contrapposizioni apparentemente più moderne come quelle tra liberalismo e populismo aggiornandole in relazione all’emergenza scaturita della complessità delle contraddizioni in atto
Come abbiamo visto l’esito del ‘900 ha dimostrato che tra Stato e Classe il nodo teorico non è stato risolto. Un nodo che riguarda ancora la dimensione etica degli scopi del “governo” poiché proprio l’esito del ‘900 ha posto il problema di verificare fin dove potesse spingersi l’azione di un governo che volesse salvaguardare non solo i diritti negativi (di non interferenza: si può fare tutto quello che non è vietato) dei cittadini, ma anche i diritti positivi, ossia l’estensione a fasce sempre più vaste della popolazione dei diritti di tutela sociale, salute, istruzione, assistenza, fino all’eguaglianza nell’accesso alle risorse disponibili (salvo il grande interrogativo orwelliano, sugli alcuni più eguali degli altri).
Le domanda finali riguarderebbero:
1) la radicalità della natura del razzismo emergente e consolidatosi sia dal punto di vista della paura del “diverso” e soprattutto della “diversa” anche questa è vicina, anzi accanto;
2) il chi espande e tutela i diritti della natura, già così fortemente compromessi da un’antropizzazione esasperata che attraverso la logica del consumo non riconosce più differenze di status e di scansione sociale in una sorta di “omogeneizzazione al ribasso”? Come questi diritti della natura possono intrecciarsi, o restare irrimediabilmente conflittuali, con quelli della tensione al permanere della disuguaglianza versus la tensione all’eguaglianza e alla fine dello sfruttamento umano
3) L’altro punto è quello di fornire una risposta riguardo la consapevolezza che nell’applicazione del dominio della scienza e dei suoi effetti tecnologici emerge sempre un rapporto mercificante tra soggetto e oggetto in una forma sempre più piena come dimostrato dalla realtà della comunicazione sociale. È necessario essere capaci di esercitare una funzione critica sulla violenza che la tecnica, frutto della scienza del dominio, esprime implicitamente. Serve una critica che reclami il recupero delle finalità umanistiche che avevano contraddistinto l’emergere della civiltà moderna, anche attraverso l’espressione delle utopie egualitarie e della “critica all’economia politica”.
Tutte contraddizioni irrisolte che si collocano oltre l’usato schema di Rokkan della “contraddizione principale” e di quelle (città/campagna, religione/stato; centro/periferia) intrecciate ad essa.
Riconoscersi quindi nell’interrogativo della ricerca di Thomas Piketty in “Capitale e Ideologia”? Come può la politica trasformare questi interrogativi in una nuova “incarnazione storica”?
Sarebbe necessario il recupero dell’impianto gramsciano dell’egemonia in un quadro di rinnovata tensione verso la trasformazione sociale e le nuove fratture emergenti nel moderno conflitto sociale.
Nel quadro immediato rimane il tema della soggettività politica e forse è questo il punto più irrisolto di un possibile dibattito.
Fonte
A Chicago tutti i leader dell’asinello si sono rifugiati dentro il recinto dei grandi valori repubblicani (ne parla Nichols in una intervista al “Corriere della Sera”) rinunciando a declinarli in una progettualità concreta che definisse – almeno – l’orizzonte di un sistema da modificare.
Anche la sinistra di Sanders e Ocasio-Cortez ha fatto a meno di evidenziare la necessità di delineare un quadro di sistema su cui proprio l’ultimo lavoro di Bernie Sanders si era comunque addentrato.
L’esclusione dei militanti pro-Palestina ha rappresentato il punto di maggiore evidenza di questa difficoltà nella rinunzia a fare della pace l’emblema di una prospettiva epocale, proseguendo invece oggettivamente sulla linea portata avanti dall’amministrazione Biden.
Non è però il dettaglio rappresentato dall’esito della convention di Chicago ad interessarci maggiormente, bensì il fatto che in quella sede siano emerse per intero le ragioni di questa crisi. Ragioni che derivano dal mancato riconoscimento dell’incapacità espressa dalla democrazia liberale classica (occidentale, bianca, a prevalenza maschile) ad affrontare il tema dell’uguaglianza.
Caduto il sistema sovietico, modificato nel profondo quello cinese e preso atto dell’impossibilità di riforma – da quella parte – in senso democratico, gli epigoni della democrazia liberale dovrebbero riconoscere prima degli altri la difficoltà di porsi sul terreno egualitario: intendiamo l’eguaglianza di fondo non semplicemente quella borghese emersa dalla Rivoluzione del 1789.
Dall’Italia può arrivare un grande contributo di pensiero rielaborando il concetto di egemonia gramsciana: concepire il dominio politico come qualcosa che va al di là dello stato e del mercato e che si colloca nella sfera della cultura e della società.
Per uscire dalla transizione si dovrebbe uscire da una politica condotta nei termini esistenti del dibattito (guerra di movimento, secondo Gramsci) a una guerra di posizione con l’obiettivo della definizione di un nuovo ordine da realizzarsi attraverso l’espressione di una nuova filosofia pubblica e un programma politico incentrato sul superamento di una organizzazione sociale incentrata sull’individualismo competitivo e consumistico
Si tratta di delineare una visione post-liberale evitando forme rozze di solidarietà costruite sull’omogeneità etica o religiosa: si tratterebbe di ricercare – invece – l’eredità pluralista delle tradizioni etiche forgiate nell’800 e nel ‘900; in sostanza il postliberalismo non deve sostituire la vecchia opposizione sinistra vs. destra (considerate ancora valide le argomentazioni di Norberto Bobbio), né contrapposizioni apparentemente più moderne come quelle tra liberalismo e populismo aggiornandole in relazione all’emergenza scaturita della complessità delle contraddizioni in atto
Come abbiamo visto l’esito del ‘900 ha dimostrato che tra Stato e Classe il nodo teorico non è stato risolto. Un nodo che riguarda ancora la dimensione etica degli scopi del “governo” poiché proprio l’esito del ‘900 ha posto il problema di verificare fin dove potesse spingersi l’azione di un governo che volesse salvaguardare non solo i diritti negativi (di non interferenza: si può fare tutto quello che non è vietato) dei cittadini, ma anche i diritti positivi, ossia l’estensione a fasce sempre più vaste della popolazione dei diritti di tutela sociale, salute, istruzione, assistenza, fino all’eguaglianza nell’accesso alle risorse disponibili (salvo il grande interrogativo orwelliano, sugli alcuni più eguali degli altri).
Le domanda finali riguarderebbero:
1) la radicalità della natura del razzismo emergente e consolidatosi sia dal punto di vista della paura del “diverso” e soprattutto della “diversa” anche questa è vicina, anzi accanto;
2) il chi espande e tutela i diritti della natura, già così fortemente compromessi da un’antropizzazione esasperata che attraverso la logica del consumo non riconosce più differenze di status e di scansione sociale in una sorta di “omogeneizzazione al ribasso”? Come questi diritti della natura possono intrecciarsi, o restare irrimediabilmente conflittuali, con quelli della tensione al permanere della disuguaglianza versus la tensione all’eguaglianza e alla fine dello sfruttamento umano
3) L’altro punto è quello di fornire una risposta riguardo la consapevolezza che nell’applicazione del dominio della scienza e dei suoi effetti tecnologici emerge sempre un rapporto mercificante tra soggetto e oggetto in una forma sempre più piena come dimostrato dalla realtà della comunicazione sociale. È necessario essere capaci di esercitare una funzione critica sulla violenza che la tecnica, frutto della scienza del dominio, esprime implicitamente. Serve una critica che reclami il recupero delle finalità umanistiche che avevano contraddistinto l’emergere della civiltà moderna, anche attraverso l’espressione delle utopie egualitarie e della “critica all’economia politica”.
Tutte contraddizioni irrisolte che si collocano oltre l’usato schema di Rokkan della “contraddizione principale” e di quelle (città/campagna, religione/stato; centro/periferia) intrecciate ad essa.
Riconoscersi quindi nell’interrogativo della ricerca di Thomas Piketty in “Capitale e Ideologia”? Come può la politica trasformare questi interrogativi in una nuova “incarnazione storica”?
Sarebbe necessario il recupero dell’impianto gramsciano dell’egemonia in un quadro di rinnovata tensione verso la trasformazione sociale e le nuove fratture emergenti nel moderno conflitto sociale.
Nel quadro immediato rimane il tema della soggettività politica e forse è questo il punto più irrisolto di un possibile dibattito.
Fonte
15/07/2024
Oggi in Francia domani in Europa. Ma cosa di preciso?
Il primo posto ottenuto al ballottaggio delle elezioni legislative francesi dal Fronte Popolare rappresenta un grosso risultato e
una grossa sorpresa. Cominciamo dalla sorpresa: la mattina della stessa domenica delle elezioni, sulla base dei sondaggi a disposizione, il presidente Macron stava valutando le modalità di assegnazione di un incarico, in Italia diremmo esplorativo, a Bardella, premier designato dalla destra di RN. Ancora nel pomeriggio della domenica, su siti e blog francofoni, circolavano sondaggi e risultati di exit poll che attribuivano una corposa maggioranza relativa al partito di Marine Le Pen. Lo stesso stato maggiore del fronte popolare, secondo diverse fonti della stampa francese, è rimasto sorpreso dal risultato. Questo per ricordare, specie in politica, che a volte i modelli previsionali dei comportamenti degli elettori sembrano aver conquistato la realtà e altre, come in questo caso, lo scarto tra previsione e mondo reale rimane ampio per quanto sofisticati siano i modelli predittivi che si utilizzano.
Il grosso risultato del Fronte Popolare è sotto gli occhi di tutti: aver raccolto in termini elettorali i frutti di anni di mobilitazioni di differenti soggetti di massa contrari allo smantellamento dei diritti sociali che in Francia ha visto diverse stagioni politiche, per quasi un trentennio, a partire dall’inverno 1995. In questo lungo periodo lo schieramento di sinistra ha visto differenti ristrutturazioni, tra clamorose sconfitte e risultati incoraggianti, per arrivare al risultato storico di oggi col primo posto in parlamento in termini di deputati eletti. Per il Fronte Popolare si tratta di acquisire nuovi consensi in vista del tentativo (tra possibili elezioni legislative anticipate del 2025 o presidenziali del 2027) di conquista del potere. Certo, la tenuta antifascista della Francia, con il sistema delle desistenze, è un fatto positivo ma i cartelli delle sinistre – a cominciare dal primo governo Herriot che nel 1925 fu fatto direttamente fuori dalla banca di Francia per arrivare alla breve esperienza di Leon Blum – hanno una storia decisamente tempestosa. Solo a partire dall’inizio del primo settennato Mitterand, con un governo PS-PCF, il governo di sinistra in Francia ha trovato un processo di stabilizzazione ma entro un quadro di costruzione della governance multivello europea le cui politiche sono quello che il Fronte popolare di oggi di fatto nega.
Già perché il problema del Fronte Popolare, oltre all’allargamento del consenso utile per una definitiva vittoria elettorale, è quello di avere una strategia sistemica utile per affrontare coloro che votano tutti i giorni, influenzando le politiche dei governi, ovvero i mercati finanziari. Questo a maggior ragione quando la base elettorale della sinistra esprime la difesa di quello che per i mercati finanziari va aggredito: diritti sociali, spesa pubblica, beni comuni. Nei giorni precedenti al ballottaggio era toccato al RN di Marine Le Pen giustificarsi di fronte ai mercati finanziari sulle politiche da adottare, in caso di eventuale vittoria, e infatti su Bloomberg era apparso un articolo da Parigi che parlava di accantonamento, da parte del RN, degli sgravi fiscali per ricchi (che indeboliscono il bilancio dello stato e non piacciono alle borse) e di sostanziale adesione al piano di austerità Ue prospettato per la Francia. In caso di governo del Fronte Popolare gli attacchi, da parte dei mercati finanziari, possono moltiplicarsi, unirsi a quelli della governance Ue e Bce, creando un caso Grecia dalle dimensioni francesi, quindi molto più grandi, rispetto al quale il Fronte Popolare deve avere una strategia sistemica efficace e marcata visto che la sua esperienza somiglia molto di più a quella dei governi Blum ed Herriot che a quella del periodo Mitterand.
La vicenda francese dimostra che la reazione alla disgregazione dei diritti sociali, in atto in tutto il continente dalla caduta del muro di Berlino con differenti velocità da paese a paese, ha toccato un serio livello di criticità sistemica diventando un rompicapo politico più grande che nel recente passato. Quando la Francia, paese cardine della governance UE che conosciamo, entra in crisi politica a partire dai diritti sociali è l'”Europa”, come convenzionalmente viene chiamata, che subisce seri scossoni. Specie nel momento in cui alle politiche di austerità prospettate dalla Ue, per essere finanziariamente “sostenibile” sui mercati internazionali, si aggiunge un impegno bellico continentale, dall’immediato riflesso planetario e dai contorni pericolosi e indefiniti. La crisi greca, visibile già da inizio 2009, ha rappresentato un forte elemento di criticità per tutta l’Ue entro la crisi complessiva del debito sovrano europeo, almeno fino al 2015. E stiamo parlando di un paese con il PIL più piccolo del continente non paragonabile alla Francia. Una eventuale crisi francese, causata dallo scontro tra difesa dei diritti sociali e attacco di mercati finanziari e governance europea, rappresenterebbe qualcosa di molto più esteso sul piano continentale rispetto alla già tragica esperienza greca. Per questo il Fronte Popolare, che merita i complimenti e gli auguri per l’esperienza che rappresenta, deve mostrare appena possibile una strategia in grado di disinnescare una crisi alla greca e di garantire i diritti sociali che sono una conquista di civiltà da non cancellare e casomai da estendere.
Fonte
Il grosso risultato del Fronte Popolare è sotto gli occhi di tutti: aver raccolto in termini elettorali i frutti di anni di mobilitazioni di differenti soggetti di massa contrari allo smantellamento dei diritti sociali che in Francia ha visto diverse stagioni politiche, per quasi un trentennio, a partire dall’inverno 1995. In questo lungo periodo lo schieramento di sinistra ha visto differenti ristrutturazioni, tra clamorose sconfitte e risultati incoraggianti, per arrivare al risultato storico di oggi col primo posto in parlamento in termini di deputati eletti. Per il Fronte Popolare si tratta di acquisire nuovi consensi in vista del tentativo (tra possibili elezioni legislative anticipate del 2025 o presidenziali del 2027) di conquista del potere. Certo, la tenuta antifascista della Francia, con il sistema delle desistenze, è un fatto positivo ma i cartelli delle sinistre – a cominciare dal primo governo Herriot che nel 1925 fu fatto direttamente fuori dalla banca di Francia per arrivare alla breve esperienza di Leon Blum – hanno una storia decisamente tempestosa. Solo a partire dall’inizio del primo settennato Mitterand, con un governo PS-PCF, il governo di sinistra in Francia ha trovato un processo di stabilizzazione ma entro un quadro di costruzione della governance multivello europea le cui politiche sono quello che il Fronte popolare di oggi di fatto nega.
Già perché il problema del Fronte Popolare, oltre all’allargamento del consenso utile per una definitiva vittoria elettorale, è quello di avere una strategia sistemica utile per affrontare coloro che votano tutti i giorni, influenzando le politiche dei governi, ovvero i mercati finanziari. Questo a maggior ragione quando la base elettorale della sinistra esprime la difesa di quello che per i mercati finanziari va aggredito: diritti sociali, spesa pubblica, beni comuni. Nei giorni precedenti al ballottaggio era toccato al RN di Marine Le Pen giustificarsi di fronte ai mercati finanziari sulle politiche da adottare, in caso di eventuale vittoria, e infatti su Bloomberg era apparso un articolo da Parigi che parlava di accantonamento, da parte del RN, degli sgravi fiscali per ricchi (che indeboliscono il bilancio dello stato e non piacciono alle borse) e di sostanziale adesione al piano di austerità Ue prospettato per la Francia. In caso di governo del Fronte Popolare gli attacchi, da parte dei mercati finanziari, possono moltiplicarsi, unirsi a quelli della governance Ue e Bce, creando un caso Grecia dalle dimensioni francesi, quindi molto più grandi, rispetto al quale il Fronte Popolare deve avere una strategia sistemica efficace e marcata visto che la sua esperienza somiglia molto di più a quella dei governi Blum ed Herriot che a quella del periodo Mitterand.
La vicenda francese dimostra che la reazione alla disgregazione dei diritti sociali, in atto in tutto il continente dalla caduta del muro di Berlino con differenti velocità da paese a paese, ha toccato un serio livello di criticità sistemica diventando un rompicapo politico più grande che nel recente passato. Quando la Francia, paese cardine della governance UE che conosciamo, entra in crisi politica a partire dai diritti sociali è l'”Europa”, come convenzionalmente viene chiamata, che subisce seri scossoni. Specie nel momento in cui alle politiche di austerità prospettate dalla Ue, per essere finanziariamente “sostenibile” sui mercati internazionali, si aggiunge un impegno bellico continentale, dall’immediato riflesso planetario e dai contorni pericolosi e indefiniti. La crisi greca, visibile già da inizio 2009, ha rappresentato un forte elemento di criticità per tutta l’Ue entro la crisi complessiva del debito sovrano europeo, almeno fino al 2015. E stiamo parlando di un paese con il PIL più piccolo del continente non paragonabile alla Francia. Una eventuale crisi francese, causata dallo scontro tra difesa dei diritti sociali e attacco di mercati finanziari e governance europea, rappresenterebbe qualcosa di molto più esteso sul piano continentale rispetto alla già tragica esperienza greca. Per questo il Fronte Popolare, che merita i complimenti e gli auguri per l’esperienza che rappresenta, deve mostrare appena possibile una strategia in grado di disinnescare una crisi alla greca e di garantire i diritti sociali che sono una conquista di civiltà da non cancellare e casomai da estendere.
Fonte
29/06/2024
La salute non è più un diritto, con l’autonomia differenziata sarà persino peggio
L’autonomia differenziata arriva come colpo finale alla capacità del Servizio Sanitario Nazionale di rispondere alla propria funzione di tutela della salute. Con 20 sistemi sanitari differenti e non solidali, vedremo presto peggiorare numeri e qualità delle prestazioni al Sud, e aumentare la migrazione sanitaria verso il Nord.
A inizio 2024 la Fondazione Gimbe aveva evidenziato come, nel 2021, il valore della mobilità sanitaria regionale, ovvero della dinamica che porta i cittadini a spostarsi per ottenere delle cure, aveva visto un saldo nettamente positivo per il Nord Italia. 4,25 miliardi, con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna che raccoglievano il 93,3% di questa somma.
Con la fine dell’intervento pubblico e le forme di autonomia già garantite, il divario è tornato a riaumentare tra Meridione e Settentrione. E il Nord Italia ha continuato a drenare risorse dal Mezzogiorno, attraverso canali differenti come quello sanitario.
Il Presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, aveva parlato di “un gap diventato ormai una frattura strutturale destinata ad essere aggravata dall’autonomia differenziata, che in sanità legittimerà normativamente il divario Nord-Sud, amplificando le inaccettabili diseguaglianze nell’esigibilità del diritto costituzionale alla tutela della salute“.
Il fatto che anche questo principio della carta fondante la nostra Repubblica non sia già più rispettato è confermato dal CREA Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità). Nato nel 2013 per iniziativa dell’Università di Tor Vergata Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (F.I.M.M.G.), le sue analisi parlano di un’Italia spaccata a metà.
104 ricercatori hanno elaborato vari dati e quel che è emerso è che solo il 55% degli italiani vive in regioni con risultati soddisfacenti per la tutela della salute. 26 milioni di persone non ricevono cure adeguate, e ben 7,5 milioni di esse (tutte tra Sicilia, Molise, Basilicata e Calabria) possono usufruire solo di prestazioni fortemente insufficienti.
La valutazione non si limita agli aspetti strettamente sanitari, ma riguarda anche quelli sociali, economici e di equità dell’assistenza. L’indice che ne è stato costruito va da 0 a 100, e in questo caso basterebbe arrivare a 45 per ottenere la sufficienza: fino alla Toscana e alle Marche quella soglia è raggiunta, dall’Umbria in giù no.
L’autonomia differenziata arriva dunque unicamente a sancire la divisione già esistente tra due Italie. Bisogna però ricordare che qualsiasi riflessione intorno all’autonomia differenziata che parli di uno scontro tra il Nord e il Mezzogiorno nasconde il fatto che il conflitto non è mai orizzontale (tra le regioni), ma verticale (tra classi privilegiate e classi subalterne).
Il Rapporto Ospedali & Salute dell’AIOP (Associazione Italiana Ospedalità Privata), stilato in collaborazione con il CENSIS, ha calcolato che la percentuale dei pazienti che hanno rimandato o rinunciato alle cure sanitarie arriva al 42% per chi dichiara fino a 15 mila euro. Percentuale che diminuisce con l’aumentare dei redditi.
Lo stesso vale se si osserva in quanti hanno rinunciato a curarsi per sostenere altre spese: uno su due tra i redditi bassi, meno di uno su quattro per quelli alti. E anche al Nord si affrontano tempi biblici per poter accedere a determinate prestazioni.
Se a uno sguardo generale, sopra Roma sembrano passarsela meglio, la linea di faglia è sempre di classe. Sempre nel rapporto AIOP viene esplicitato che si determina “una divaricazione tra coloro che possono rivolgersi al mercato delle prestazioni sanitarie al di fuori del SSN e coloro che, per ragioni economico-sociali, non possono ricorrere alla sanità a pagamento“.
Infatti, la percentuale di coloro che si rivolgono a quest’ultima aumenta con l’aumentare dei redditi. Insomma, i ricchi hanno risolto il problema della fine della sanità pubblica pagando, gli altri che decidano se mangiare o curarsi.
Fonte
A inizio 2024 la Fondazione Gimbe aveva evidenziato come, nel 2021, il valore della mobilità sanitaria regionale, ovvero della dinamica che porta i cittadini a spostarsi per ottenere delle cure, aveva visto un saldo nettamente positivo per il Nord Italia. 4,25 miliardi, con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna che raccoglievano il 93,3% di questa somma.
Con la fine dell’intervento pubblico e le forme di autonomia già garantite, il divario è tornato a riaumentare tra Meridione e Settentrione. E il Nord Italia ha continuato a drenare risorse dal Mezzogiorno, attraverso canali differenti come quello sanitario.
Il Presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, aveva parlato di “un gap diventato ormai una frattura strutturale destinata ad essere aggravata dall’autonomia differenziata, che in sanità legittimerà normativamente il divario Nord-Sud, amplificando le inaccettabili diseguaglianze nell’esigibilità del diritto costituzionale alla tutela della salute“.
Il fatto che anche questo principio della carta fondante la nostra Repubblica non sia già più rispettato è confermato dal CREA Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità). Nato nel 2013 per iniziativa dell’Università di Tor Vergata Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (F.I.M.M.G.), le sue analisi parlano di un’Italia spaccata a metà.
104 ricercatori hanno elaborato vari dati e quel che è emerso è che solo il 55% degli italiani vive in regioni con risultati soddisfacenti per la tutela della salute. 26 milioni di persone non ricevono cure adeguate, e ben 7,5 milioni di esse (tutte tra Sicilia, Molise, Basilicata e Calabria) possono usufruire solo di prestazioni fortemente insufficienti.
La valutazione non si limita agli aspetti strettamente sanitari, ma riguarda anche quelli sociali, economici e di equità dell’assistenza. L’indice che ne è stato costruito va da 0 a 100, e in questo caso basterebbe arrivare a 45 per ottenere la sufficienza: fino alla Toscana e alle Marche quella soglia è raggiunta, dall’Umbria in giù no.
L’autonomia differenziata arriva dunque unicamente a sancire la divisione già esistente tra due Italie. Bisogna però ricordare che qualsiasi riflessione intorno all’autonomia differenziata che parli di uno scontro tra il Nord e il Mezzogiorno nasconde il fatto che il conflitto non è mai orizzontale (tra le regioni), ma verticale (tra classi privilegiate e classi subalterne).
Il Rapporto Ospedali & Salute dell’AIOP (Associazione Italiana Ospedalità Privata), stilato in collaborazione con il CENSIS, ha calcolato che la percentuale dei pazienti che hanno rimandato o rinunciato alle cure sanitarie arriva al 42% per chi dichiara fino a 15 mila euro. Percentuale che diminuisce con l’aumentare dei redditi.
Lo stesso vale se si osserva in quanti hanno rinunciato a curarsi per sostenere altre spese: uno su due tra i redditi bassi, meno di uno su quattro per quelli alti. E anche al Nord si affrontano tempi biblici per poter accedere a determinate prestazioni.
Se a uno sguardo generale, sopra Roma sembrano passarsela meglio, la linea di faglia è sempre di classe. Sempre nel rapporto AIOP viene esplicitato che si determina “una divaricazione tra coloro che possono rivolgersi al mercato delle prestazioni sanitarie al di fuori del SSN e coloro che, per ragioni economico-sociali, non possono ricorrere alla sanità a pagamento“.
Infatti, la percentuale di coloro che si rivolgono a quest’ultima aumenta con l’aumentare dei redditi. Insomma, i ricchi hanno risolto il problema della fine della sanità pubblica pagando, gli altri che decidano se mangiare o curarsi.
Fonte
23/06/2024
Una diffida al governo sulla legge per l’Autonomia Differenziata
Il ddl Calderoli è diventato legge nonostante il diffuso grido di allarme per gli effetti distruttivi sull’uguaglianza dei diritti ed eversivi dell’unità della Repubblica.
Il 20 giugno, i Comitati e il Tavolo No AD hanno diffidato formalmente il Governo a non compiere alcun atto per l’applicazione di tale legge in quanto palesemente incostituzionale: al regionalismo cooperativo e solidaristico del 1948 voluto dalle Madri e dai Padri Costituenti, viene sostituito un regionalismo competitivo ed egoistico estraneo allo spirito e alla lettera della Costituzione.
Nella Diffida viene evidenziato che la legge contraddice gli artt. 2, 3 e 5 della Costituzione (solidarietà, uguaglianza, unità ed indivisibilità della Repubblica), come rilevato anche dalle osservazioni critiche pervenute dalla grande maggioranza di costituzionalisti, economisti, enti, istituzioni ed associazioni, auditi nel corso dell’iter parlamentare. L’aperto dissenso di cittadine e cittadini, concretizzato in manifestazioni di protesta organizzate su tutto il territorio nazionale, si è sommato all’appello incessante della CEI apertamente critica sul provvedimento ed ai rilievi di enti quali Ufficio Parlamentare di Bilancio, Banca d’Italia, Commissione Europea e Confindustria.
I Comitati e il Tavolo NO AD hanno intimato al Governo di rendere pubblico tempestivamente ogni atto di esecuzione di tale legge, anche solo preparatorio od istruttorio, in apposita sezione Web del Ministero delle Autonomie affinché ogni cittadino, ogni formazione sociale e le stesse Regioni siano messe in grado di seguire e contestare tempestivamente le fasi della denegata attuazione.
A nostro parere, le intese differenziate saranno illegittime, perché la legge prevede intese singole ed impedisce di conoscere il quadro complessivo dai possibili effetti devastanti sull’ordinamento della Repubblica (rapporti caotici e asimmetrici tra Stato, Regioni, Enti Locali e Città Metropolitane, parcellizzazione della Pubblica Amministrazione). Le singole regioni possono essere contro interessate rispetto all’intesa raggiunta da altre, e così per interi territori del paese.
“Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” non potranno essere disposte senza che i livelli essenziali delle prestazioni siano determinati e finanziati: i Lep inoltre dovrebbero essere utilizzati per realizzare una parità effettiva di diritti civili e sociali fra i diversi territori, con l’abbandono definitivo del criterio discriminante della spesa storica.
Vanno cassate le pre-intese a suo tempo sottoscritte con Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna anche perché sproporzionate e velleitarie.
L’approvazione della legge apre una nuova fase di lotta contro questo disegno criminoso capace di spezzare l’Italia in tanti staterelli. Sarà una lotta sempre più dura in tutte le sedi, comprese quelle giudiziarie e di responsabilità politica ed amministrativa.
La diffida è stata notificata alla Presidente del Consiglio dei Ministri ed al Ministro Calderoli quale responsabile del procedimento di attuazione della legge. È stata inviata per opportuna conoscenza ai Presidenti ed ai Consigli Regionali di tutte le Regioni, alle Associazioni del Comuni e delle Province nonché alla cortese attenzione del Presidente della Repubblica quale supremo garante dell’unità nazionale.
Fonte
Il 20 giugno, i Comitati e il Tavolo No AD hanno diffidato formalmente il Governo a non compiere alcun atto per l’applicazione di tale legge in quanto palesemente incostituzionale: al regionalismo cooperativo e solidaristico del 1948 voluto dalle Madri e dai Padri Costituenti, viene sostituito un regionalismo competitivo ed egoistico estraneo allo spirito e alla lettera della Costituzione.
Nella Diffida viene evidenziato che la legge contraddice gli artt. 2, 3 e 5 della Costituzione (solidarietà, uguaglianza, unità ed indivisibilità della Repubblica), come rilevato anche dalle osservazioni critiche pervenute dalla grande maggioranza di costituzionalisti, economisti, enti, istituzioni ed associazioni, auditi nel corso dell’iter parlamentare. L’aperto dissenso di cittadine e cittadini, concretizzato in manifestazioni di protesta organizzate su tutto il territorio nazionale, si è sommato all’appello incessante della CEI apertamente critica sul provvedimento ed ai rilievi di enti quali Ufficio Parlamentare di Bilancio, Banca d’Italia, Commissione Europea e Confindustria.
I Comitati e il Tavolo NO AD hanno intimato al Governo di rendere pubblico tempestivamente ogni atto di esecuzione di tale legge, anche solo preparatorio od istruttorio, in apposita sezione Web del Ministero delle Autonomie affinché ogni cittadino, ogni formazione sociale e le stesse Regioni siano messe in grado di seguire e contestare tempestivamente le fasi della denegata attuazione.
A nostro parere, le intese differenziate saranno illegittime, perché la legge prevede intese singole ed impedisce di conoscere il quadro complessivo dai possibili effetti devastanti sull’ordinamento della Repubblica (rapporti caotici e asimmetrici tra Stato, Regioni, Enti Locali e Città Metropolitane, parcellizzazione della Pubblica Amministrazione). Le singole regioni possono essere contro interessate rispetto all’intesa raggiunta da altre, e così per interi territori del paese.
“Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” non potranno essere disposte senza che i livelli essenziali delle prestazioni siano determinati e finanziati: i Lep inoltre dovrebbero essere utilizzati per realizzare una parità effettiva di diritti civili e sociali fra i diversi territori, con l’abbandono definitivo del criterio discriminante della spesa storica.
Vanno cassate le pre-intese a suo tempo sottoscritte con Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna anche perché sproporzionate e velleitarie.
L’approvazione della legge apre una nuova fase di lotta contro questo disegno criminoso capace di spezzare l’Italia in tanti staterelli. Sarà una lotta sempre più dura in tutte le sedi, comprese quelle giudiziarie e di responsabilità politica ed amministrativa.
La diffida è stata notificata alla Presidente del Consiglio dei Ministri ed al Ministro Calderoli quale responsabile del procedimento di attuazione della legge. È stata inviata per opportuna conoscenza ai Presidenti ed ai Consigli Regionali di tutte le Regioni, alle Associazioni del Comuni e delle Province nonché alla cortese attenzione del Presidente della Repubblica quale supremo garante dell’unità nazionale.
Fonte
19/06/2024
La sinistra neoliberale e la visione di Sara Wagenknecht
di Vladimiro Giacché
“Sinistra” era un tempo sinonimo di ricerca della giustizia e della sicurezza sociale, di resistenza, di rivolta contro la classe medio-alta e di impegno a favore di coloro che non erano nati in una famiglia agiata e dovevano mantenersi con lavori duri e spesso poco stimolanti. Essere di sinistra voleva dire perseguire l’obiettivo di proteggere queste persone dalla povertà, dall’umiliazione e dallo sfruttamento, dischiudere loro possibilità di formazione e di ascesa sociale, rendere loro la vita più facile, più organizzata e pianificabile.
Chi era di sinistra credeva nella capacita della politica di plasmare la società all’interno di uno Stato nazionale democratico e che questo Stato potesse e dovesse correggere gli esiti del mercato. [...] Naturalmente ci sono sempre state grandi differenze anche tra i sostenitori della sinistra. [...] Ma nel complesso una cosa era chiara: i partiti di sinistra, che fossero socialdemocratici, socialisti o, in molti paesi dell’Europa occidentale, comunisti, non rappresentavano le élite, ma i più svantaggiati.
Credo che i lettori non faranno fatica a condividere questa descrizione proposta da Sahra Wagenknecht nel primo capitolo del suo libro. Questa descrizione è anche il miglior punto di partenza per introdurre quelle che ritengo siano le tesi principali di questo testo, quelle che lo rendono un libro importante e opportunamente scandaloso.
Un tempo la sinistra era questo, in effetti. E oggi? Oggi le cose sono parecchio cambiate. Se un tempo al centro degli interessi di chi si definiva di sinistra vi erano problemi sociali ed economici, oggi non è più cosi.
Adesso, osserva l’autrice, «l’immaginario pubblico della sinistra sociale è dominato da una tipologia che definiremo da qui in avanti sinistra alla moda [l’originale tedesco è Lifestyle-Linke, letteralmente ‘sinistra dello stile di vita’], in quanto chi la sostiene non pone più al centro della politica di sinistra problemi sociali e politico-economici, bensì questioni riguardanti lo stile di vita, le abitudini di consumo e i giudizi morali sul comportamento. […] Il rappresentante della sinistra alla moda […] è cosmopolita e ovviamente a favore dell’Europa […]. Si preoccupa per il clima e si impegna in favore dell’emancipazione, dell’immigrazione e delle minoranze sessuali. È convinto che lo Stato nazionale sia un modello in via di estinzione e si considera cittadino del mondo senza troppi legami con il proprio paese». Il rappresentante della sinistra alla moda non può – né desidera – essere definito un “socialista”, neppure nell’accezione socialdemocratica del termine: semmai un liberale di sinistra.
La concezione stessa del fare politica e delle sue finalità appaiono profondamente mutate: «Non si tratta più di cambiare la società, ma di trovare conferma di sé, tanto che anche la partecipazione alle manifestazioni diviene un atto di realizzazione personale: ci si sente a posto con la propria coscienza a manifestare per il bene insieme a persone che la vedono nello stesso modo». In effetti, credo che chiunque di noi abbia fatto esperienza di manifestazioni che avevano più l’aspetto di giocose performance teatrali che di dimostrazioni della volontà di lotta su temi specifici.
Beninteso, non si può dire che questa nuova sinistra alla moda rifugga dal conflitto in quanto tale. Il problema è che non di rado esso è rivolto verso l’obiettivo sbagliato. Come osserva Wagenknecht, in effetti «la sinistra alla moda risulta poco simpatica anche perché, pur sostenendo una società aperta e tollerante, mostra di solito nei confronti di opinioni diverse dalle proprie un’incredibile intolleranza, che non ha nulla da invidiare a quella dell’estrema destra.
Questa scarsa apertura deriva dal fatto che il liberalismo di sinistra, secondo la concezione dei suoi sostenitori, non è un’opinione, bensì una questione di decoro. Chi si discosta dal canone dei loro precetti, appare agli occhi dei liberali di sinistra non semplicemente come un individuo che la pensa in modo diverso, ma come una persona cattiva, forse persino un nemico dell’umanità o addirittura un nazi.
Di questo atteggiamento intollerante e presuntuoso (non per caso il titolo originale del libro è Die Selbstgerechten, ossia ‘I presuntuosi’) la stessa Wagenknecht offre diversi esempi. Ne ripropongo uno che reputo significativo.
Nel 2019 i giovani di Fridays for Future che si erano radunati in corteo a Lausitz (nell’Est della Germania) per richiedere l’uscita dal carbone si videro marciare contro i circa mille abitanti del paese, che intonavano i canti dei minatori. E non trovarono nulla di meglio da fare che insultare queste persone – i cui mezzi di sussistenza dipendevano dalla miniera di carbone – con l’appellativo di “nazi del carbone”.
Le etichette dispregiative che la sinistra liberale e alla moda ama applicare ai propri avversari coprono del resto un ampio ventaglio di posizioni: «Chi si aspetta che il proprio governo si occupi prima di tutto del benessere della popolazione interna e la protegga dal dumping internazionale e da altre conseguenze negative della globalizzazione – un principio, questo, che per la sinistra tradizionale sarebbe stato ovvio – viene oggi etichettato come nazionalsociale, a volte persino con il suffisso -zsta» (quindi “nazionalsocialista”, cioè nazista). E ovviamente «chi non trova giusto trasferire sempre più competenze dai parlamenti e dai governi prescelti a un’imperscrutabile lobbycrazia a Bruxelles è di certo un antieuropeo».
Anche in Italia, come sappiamo, chi desidera che l’immigrazione sia regolamentata è un razzista, chi ritiene che il Trattato di Maastricht e la moneta unica abbiano molto nuociuto ai lavoratori e alla nostra economia è un “nostalgico della liretta” e probabilmente un “rossobruno”, chi dubita della sensatezza della conversione forzata dai motori a scoppio all’elettrico è un “negazionista del clima”, chi ritiene che lo Stato debba recuperare alcune sue fondamentali prerogative è una persona fuori dal tempo quando non direttamente un fascista.
Verso questo approccio ai problemi convergono in verità due distinte metamorfosi avvenute all’interno dei partiti di sinistra in Europa: da una parte, la defocalizzazione dal tema dei diritti sociali a quello dei diritti civili (e, più di recente, della salvaguardia ambientale); dall’altro – almeno per quanto riguarda i partiti socialdemocratici – la sostanziale adesione alla visione neoliberale della “modernizzazione” economica.
Correttamente l’autrice individua il punto di svolta, a quest’ultimo riguardo, nella cosiddetta “terza via” di Clinton, Blair e Schroeder, che diede inizio alla seconda ondata di riforme economiche neoliberali dopo quella di Reagan e di Thatcher, trovando illustri emuli anche nella sinistra italiana.
Questa combinazione di liberalismo di sinistra e liberismo economico ha generato il modello politico che la filosofa americana Nancy Fraser ha definito “neoliberismo progressista”.
Precisamente l’affermarsi a sinistra di questo modello secondo Wagenknecht ha spianato la strada alle vittorie della destra, che negli ultimi anni hanno cominciato a connotare le elezioni in numerosi paesi occidentali. Ovviamente, la risposta del liberale di sinistra alla domanda perché alle elezioni vinca la destra sarà che «a votare le destre sono persone che rifiutano la società liberale, che preferiscono le soluzioni autoritarie» e che sono caratterizzate da atteggiamenti ostili nei confronti di immigrati, minoranze e omosessuali.
Ma c’è una seconda risposta a questo interrogativo. Questa risposta – osserva l’autrice – «ci dirà che il liberismo economico, la globalizzazione e lo smantellamento dello Stato sociale hanno peggiorato la vita di molti, o quantomeno hanno costretto molti a fare i conti con incertezze maggiori e con la paura del futuro. E ci dirà che l’orientamento liberale di sinistra, quello che domina la stampa, ha dato loro anche la sensazione che i loro valori e il loro modo di vivere non fossero più rispettati, ma moralmente condannabili».
La seconda risposta parte insomma dal presupposto «che gli elettori votano a destra perché sono stati abbandonati da tutte le altre forze politiche e non si sentono più apprezzati dal punto di vista culturale». Questi elettori vedono nel liberalismo di sinistra un duplice attacco nei propri confronti: «un attacco ai loro diritti sociali, in quanto descrive come modernizzazioni progressiste proprio quei cambiamenti che hanno sottratto loro il benessere e la sicurezza»; ma al tempo stesso «un attacco ai loro valori e al modo in cui vivono, che nella narrazione liberale di sinistra viene svalutato moralmente e squalificato come retrogrado».
Qui in verità si intersecano due ordini di problemi: il primo riguarda l’effettiva rappresentanza di classe dell’attuale liberalismo di sinistra, il secondo i suoi valori. Riguardo a entrambi Wagenknecht è tranchant.
Sulla rappresentanza di classe: «Oggi, quando parliamo di sinistra, ci riferiamo a una politica che si occupa degli interessi del ceto medio laureato, organizzata e diretta da chi ne fa parte. Perché è questo ceto sociale, insieme a quello superiore, a risultare vincente dopo tutti i cambiamenti degli ultimi decenni: ha tratto vantaggi dalla globalizzazione e dall’integrazione europea», nonché, «almeno in parte, anche dallo status quo dell’economia liberista».
In realtà, «sono proprio gli sviluppi che hanno reso più ardua la vita dei vecchi elettori dei partiti di sinistra ad avere creato le condizioni per l’ascesa e la posizione privilegiata del ceto sociale che ha una formazione universitaria e che vive in città». E in effetti anche nelle nostre grandi città a votare a sinistra sono soprattutto gli abitanti del centro storico e dei quartieri bene (la cosiddetta “sinistra della ZTL”).
Quanto ai valori: ciò che oggi va sotto il nome di liberalismo di sinistra è la “grande narrazione” del ceto medio dei laureati e degli accademici, di cui rispecchia valori e interessi. In definitiva, «il liberalismo di sinistra vede la storia degli ultimi decenni dall’ottica dei vincitori: una storia di progresso e di emancipazione», al cui centro ci sono «i valori individualistici e cosmopolitici».
Tra gli aspetti importanti di questo libro vi è per l’appunto il coraggio di mettere direttamente in questione valori quali l’individualismo e il cosmopolitismo. Wagenknecht osserva infatti che «con questi valori si può sottrarre legittimità tanto a una concezione dello Stato sociale elaborata entro i confini dello Stato nazionale, quanto a una concezione repubblicana della democrazia.
Ricorrendo a questo canone di valori, è possibile inserire il liberismo economico, la globalizzazione e lo smantellamento delle infrastrutture sociali in una narrazione che li fa apparire alla stregua di cambiamenti progressisti: una narrazione che parla di superamento dell’isolamento nazionalista, dell’ottusità provinciale e di un opprimente senso della comunità, una narrazione a favore dell’apertura al mondo, dell’emancipazione individuale e della realizzazione di sé».
Conseguentemente, nella seconda parte del libro, dedicata a un programma politico alternativo alle idee del liberalismo di sinistra, ha un ruolo chiave la rivendicazione dell’importanza dei vincoli comunitari, unita all’osservazione che questi vincoli conservano il loro valore di collante sociale soltanto all’interno di contesti circoscritti e delimitati.
«Senza i vincoli di comunità», osserva l’autrice, «non esiste alcuna res publica». Comunità, politica e democrazia sono concetti tra loro saldamente connessi. «Non è un caso, quindi, che il concetto moderno di nazione come comunità dei cittadini di un paese sia stato formulato per la prima volta in modo consapevole durante la Rivoluzione francese e messo in rapporto diretto con la pretesa di una configurazione democratica degli affari comuni. Con il dissolvimento di questo senso di comunità […] scompare, dunque, anche il presupposto essenziale per una politica che possa quantomeno mettere un freno al capitalismo e, in prospettiva, persino superarlo». L’opposto di “comunità” non è, quindi, la libertà individuale, ma la libertà del potere economico di delocalizzare imprese, di fare arbitraggio tra sistemi fiscali, di aggirare – a vantaggio di pochi – le protezioni sociali costruite in decenni per la maggioranza delle persone.
Ma il vero obiettivo dell’attacco alla comunità è in realtà un altro: è lo Stato. Ed è precisamente su questo terreno che la continuità tra la narrazione neoliberista e la sua variante di sinistra emerge con particolare evidenza.
«Lo Stato», osserva Wagenknecht, «ha sempre avuto un posto come nemico nella narrazione neoliberista. È avido e inefficiente, troppo invasivo con le proprie regole e presuntuoso nel modo di organizzarsi. È abbastanza chiaro dove vuole andare a parare questa narrazione: occorre dissolvere lo Stato sociale, che è diventato troppo costoso per le élite economiche, privatizzare il più possibile i servizi pubblici e tagliare i costi dell’amministrazione, fino a quando essa, disperata, non si sottometterà all’economia privata e si affiderà in sempre più ambiti alla sua (ovviamente mai disinteressata!) consulenza e professionalità».
Ora, la variante di sinistra di questo attacco allo Stato consiste nel rappresentare lo Stato nazionale «non solo come obsoleto, ma addirittura come pericoloso, ovvero potenzialmente aggressivo e guerrafondaio. Per questo i contributi del liberalismo di sinistra sul tema culminano quasi sempre con l’avvertimento che non ci deve essere un ritorno allo Stato nazionale, come se esso facesse parte del passato e noi vivessimo già in un mondo transnazionale». In Italia, come è noto, sono molto in voga a sinistra anche le varianti dello “Stato incapace/corrotto/sprecone” (evidentemente per limiti ontologici dei nostri connazionali), che quindi deve cedere quanti più poteri e prerogative possibili a un’Unione Europea certamente benevolente è comunque più “seria” di quanto siano i cittadini di questo paese e coloro che li rappresentano.
Per quanto caratteristica del nostro paese, questa posizione ha qualcosa in comune col liberalismo di sinistra in quanto tale descritto da Wagenknecht nel suo libro. Quest’ultimo infatti si distingue dal neoliberismo anche perché «non è a favore di un passaggio del potere governativo dagli Stati direttamente alle multinazionali. La sua idea è semmai lo slittamento delle strutture democratiche su un piano transnazionale.
Per questo, riguardo all’Unione Europea, propone un’integrazione più profonda che si spera possa sfociare in uno Stato federale europeo con un Parlamento perfettamente funzionante e un governo europeo. Spesso, in relazione a questo tema, si sente dire che gli Stati nazionali nel mondo globalizzato di oggi non sono comunque già più in grado di portare avanti una politica sociale ed economica sovrana. La necessità delle strutture decisionali transnazionali auspicate viene cosi giustificata col fatto che solo in questo modo la politica potrà tornare a essere veramente democratica».
L’autrice contesta questo punto di vista sotto un duplice profilo. Intanto, non ha alcun senso parlare di una “incapacità di agire” degli Stati nazionali. In ogni grande crisi degli ultimi decenni, «che sia il collasso delle banche o il coronavirus che ha messo in ginocchio l’economia, gli Stati nazionali ormai dichiarati morti hanno dimostrato di essere gli unici attori realmente in grado di agire». In effetti sono stati gli Stati a salvare il sistema finanziario «con enormi pacchetti finanziari di salvataggio» (non a caso definiti “aiuti di Stato”) o, «nella crisi legata al Covid-19, a mobilitare centinaia di miliardi in aiuti per la loro economia».
Non solo: «Gli Stati nazionali sono anche l’unica istanza che al momento corregge in modo significativo gli esiti del mercato, distribuisce i redditi e garantisce la sicurezza a livello sociale».
Ma è soprattutto l’idea che l’UE possa essere il motore di una rivitalizzazione della democrazia a rappresentare una pericolosa illusione. È vero il contrario: «Il progressivo scivolamento delle competenze decisionali dal piano nazionale, più controllabile ed esposto alla sorveglianza pubblica, a quello internazionale, poco trasparente e facilmente manovrabile da banche e grandi imprese, significa allora soprattutto una cosa: la politica perde il suo fondamento democratico».
Da questo punto di vista, gli stessi diritti attribuiti al Parlamento europeo sono non soltanto ben poco rilevanti, ma rappresentano in ultima analisi la foglia di fico che copre malamente una de-territorializzazione delle decisioni politiche a vantaggio di poteri sovranazionali opachi e sostanzialmente privi di legittimazione democratica.
A quella pericolosa illusione “europeista” Wagenknecht contrappone un solido realismo: «il livello più alto in cui potranno esistere istituzioni, che si occupino del commercio e della soluzione di problemi condivisi e siano controllate in modo democratico, non sarà in tempi brevi né Europa né il mondo. Sarà, invece, il tanto vituperato e troppo precocemente dato per morto Stato nazionale. Esso rappresenta al momento l’unico strumento a disposizione per tenere sotto controllo i mercati, garantire l’uguaglianza sociale e liberare determinati ambiti dalla logica commerciale. È quindi possibile ottenere maggiore democrazia e sicurezza sociale non limitando, bensì accrescendo la sovranità degli Stati nazionali».
Pertanto non solo non bisogna cedere altri poteri a Bruxelles, ma occorre ri-nazionalizzare una parte di quelli che sono stati già ceduti: l’autrice si dichiara in effetti a favore di «un’Europa di Stati democratici sovrani». Sono questi Stati gli unici possibili attori di quel rafforzamento del settore pubblico dell’economia, di quella «deglobalizzazione sensata della nostra economia» e di quella «deglobalizzazione radicale dei mercati finanziari» che rappresentano aspetti essenziali del programma politico che Wagenknecht propone nella seconda parte del suo libro.
Non mi è possibile entrare nel merito di tale programma, in buona parte condivisibile. Desidero invece riproporre un passo delle conclusioni del libro di Sahra Wagenknecht: «Negli ultimi decenni, nelle società occidentali, il modo di vivere e di lavorare degli uomini è cambiato considerevolmente e anche quello di ripartire i frutti del loro lavoro. Questi mutamenti non sono l’esito peculiare di innovazioni tecnologiche, ma il risultato di scelte strategiche prese a livello politico.
In molti campi ne è venuto fuori il contrario di quello che ci era stato promesso. Il credo neoliberale della competitività, con cui erano stati fondati la globalizzazione, il liberismo economico e le privatizzazioni, ha scacciato la concorrenza equa. La fede cieca nella saggezza dei mercati ha portato alla nascita di imprese enormi che dominano il mercato e a monopolisti digitali potentissimi, che oggi impongono il loro tributo a tutti gli altri operatori e distruggono la democrazia. Al posto di un’economia dinamica, ne è sorta una scarsamente innovativa, che profonde un sacco di soldi in modelli di business dannosi per la collettività e che ci rendono quasi impossibile risolvere i problemi davvero importanti».
Credo che queste righe consentano di porre in luce conclusivamente il principale pregio di questo libro: che consiste nel mettere a nudo le promesse non mantenute del mondo neoliberale e nell’indicare con coraggio una strada diversa. Senza paura di andare controcorrente e di opporsi ai dogmi della sinistra liberale e alla moda. Ogni possibile ripresa di un pensiero critico e di una politica che intenda cambiare in meglio la nostra società non potrà che passare per un confronto serio con i problemi sollevati in questo testo.
Fonte
“Sinistra” era un tempo sinonimo di ricerca della giustizia e della sicurezza sociale, di resistenza, di rivolta contro la classe medio-alta e di impegno a favore di coloro che non erano nati in una famiglia agiata e dovevano mantenersi con lavori duri e spesso poco stimolanti. Essere di sinistra voleva dire perseguire l’obiettivo di proteggere queste persone dalla povertà, dall’umiliazione e dallo sfruttamento, dischiudere loro possibilità di formazione e di ascesa sociale, rendere loro la vita più facile, più organizzata e pianificabile.
Chi era di sinistra credeva nella capacita della politica di plasmare la società all’interno di uno Stato nazionale democratico e che questo Stato potesse e dovesse correggere gli esiti del mercato. [...] Naturalmente ci sono sempre state grandi differenze anche tra i sostenitori della sinistra. [...] Ma nel complesso una cosa era chiara: i partiti di sinistra, che fossero socialdemocratici, socialisti o, in molti paesi dell’Europa occidentale, comunisti, non rappresentavano le élite, ma i più svantaggiati.
Credo che i lettori non faranno fatica a condividere questa descrizione proposta da Sahra Wagenknecht nel primo capitolo del suo libro. Questa descrizione è anche il miglior punto di partenza per introdurre quelle che ritengo siano le tesi principali di questo testo, quelle che lo rendono un libro importante e opportunamente scandaloso.
Un tempo la sinistra era questo, in effetti. E oggi? Oggi le cose sono parecchio cambiate. Se un tempo al centro degli interessi di chi si definiva di sinistra vi erano problemi sociali ed economici, oggi non è più cosi.
Adesso, osserva l’autrice, «l’immaginario pubblico della sinistra sociale è dominato da una tipologia che definiremo da qui in avanti sinistra alla moda [l’originale tedesco è Lifestyle-Linke, letteralmente ‘sinistra dello stile di vita’], in quanto chi la sostiene non pone più al centro della politica di sinistra problemi sociali e politico-economici, bensì questioni riguardanti lo stile di vita, le abitudini di consumo e i giudizi morali sul comportamento. […] Il rappresentante della sinistra alla moda […] è cosmopolita e ovviamente a favore dell’Europa […]. Si preoccupa per il clima e si impegna in favore dell’emancipazione, dell’immigrazione e delle minoranze sessuali. È convinto che lo Stato nazionale sia un modello in via di estinzione e si considera cittadino del mondo senza troppi legami con il proprio paese». Il rappresentante della sinistra alla moda non può – né desidera – essere definito un “socialista”, neppure nell’accezione socialdemocratica del termine: semmai un liberale di sinistra.
La concezione stessa del fare politica e delle sue finalità appaiono profondamente mutate: «Non si tratta più di cambiare la società, ma di trovare conferma di sé, tanto che anche la partecipazione alle manifestazioni diviene un atto di realizzazione personale: ci si sente a posto con la propria coscienza a manifestare per il bene insieme a persone che la vedono nello stesso modo». In effetti, credo che chiunque di noi abbia fatto esperienza di manifestazioni che avevano più l’aspetto di giocose performance teatrali che di dimostrazioni della volontà di lotta su temi specifici.
Beninteso, non si può dire che questa nuova sinistra alla moda rifugga dal conflitto in quanto tale. Il problema è che non di rado esso è rivolto verso l’obiettivo sbagliato. Come osserva Wagenknecht, in effetti «la sinistra alla moda risulta poco simpatica anche perché, pur sostenendo una società aperta e tollerante, mostra di solito nei confronti di opinioni diverse dalle proprie un’incredibile intolleranza, che non ha nulla da invidiare a quella dell’estrema destra.
Questa scarsa apertura deriva dal fatto che il liberalismo di sinistra, secondo la concezione dei suoi sostenitori, non è un’opinione, bensì una questione di decoro. Chi si discosta dal canone dei loro precetti, appare agli occhi dei liberali di sinistra non semplicemente come un individuo che la pensa in modo diverso, ma come una persona cattiva, forse persino un nemico dell’umanità o addirittura un nazi.
Di questo atteggiamento intollerante e presuntuoso (non per caso il titolo originale del libro è Die Selbstgerechten, ossia ‘I presuntuosi’) la stessa Wagenknecht offre diversi esempi. Ne ripropongo uno che reputo significativo.
Nel 2019 i giovani di Fridays for Future che si erano radunati in corteo a Lausitz (nell’Est della Germania) per richiedere l’uscita dal carbone si videro marciare contro i circa mille abitanti del paese, che intonavano i canti dei minatori. E non trovarono nulla di meglio da fare che insultare queste persone – i cui mezzi di sussistenza dipendevano dalla miniera di carbone – con l’appellativo di “nazi del carbone”.
Le etichette dispregiative che la sinistra liberale e alla moda ama applicare ai propri avversari coprono del resto un ampio ventaglio di posizioni: «Chi si aspetta che il proprio governo si occupi prima di tutto del benessere della popolazione interna e la protegga dal dumping internazionale e da altre conseguenze negative della globalizzazione – un principio, questo, che per la sinistra tradizionale sarebbe stato ovvio – viene oggi etichettato come nazionalsociale, a volte persino con il suffisso -zsta» (quindi “nazionalsocialista”, cioè nazista). E ovviamente «chi non trova giusto trasferire sempre più competenze dai parlamenti e dai governi prescelti a un’imperscrutabile lobbycrazia a Bruxelles è di certo un antieuropeo».
Anche in Italia, come sappiamo, chi desidera che l’immigrazione sia regolamentata è un razzista, chi ritiene che il Trattato di Maastricht e la moneta unica abbiano molto nuociuto ai lavoratori e alla nostra economia è un “nostalgico della liretta” e probabilmente un “rossobruno”, chi dubita della sensatezza della conversione forzata dai motori a scoppio all’elettrico è un “negazionista del clima”, chi ritiene che lo Stato debba recuperare alcune sue fondamentali prerogative è una persona fuori dal tempo quando non direttamente un fascista.
Verso questo approccio ai problemi convergono in verità due distinte metamorfosi avvenute all’interno dei partiti di sinistra in Europa: da una parte, la defocalizzazione dal tema dei diritti sociali a quello dei diritti civili (e, più di recente, della salvaguardia ambientale); dall’altro – almeno per quanto riguarda i partiti socialdemocratici – la sostanziale adesione alla visione neoliberale della “modernizzazione” economica.
Correttamente l’autrice individua il punto di svolta, a quest’ultimo riguardo, nella cosiddetta “terza via” di Clinton, Blair e Schroeder, che diede inizio alla seconda ondata di riforme economiche neoliberali dopo quella di Reagan e di Thatcher, trovando illustri emuli anche nella sinistra italiana.
Questa combinazione di liberalismo di sinistra e liberismo economico ha generato il modello politico che la filosofa americana Nancy Fraser ha definito “neoliberismo progressista”.
Precisamente l’affermarsi a sinistra di questo modello secondo Wagenknecht ha spianato la strada alle vittorie della destra, che negli ultimi anni hanno cominciato a connotare le elezioni in numerosi paesi occidentali. Ovviamente, la risposta del liberale di sinistra alla domanda perché alle elezioni vinca la destra sarà che «a votare le destre sono persone che rifiutano la società liberale, che preferiscono le soluzioni autoritarie» e che sono caratterizzate da atteggiamenti ostili nei confronti di immigrati, minoranze e omosessuali.
Ma c’è una seconda risposta a questo interrogativo. Questa risposta – osserva l’autrice – «ci dirà che il liberismo economico, la globalizzazione e lo smantellamento dello Stato sociale hanno peggiorato la vita di molti, o quantomeno hanno costretto molti a fare i conti con incertezze maggiori e con la paura del futuro. E ci dirà che l’orientamento liberale di sinistra, quello che domina la stampa, ha dato loro anche la sensazione che i loro valori e il loro modo di vivere non fossero più rispettati, ma moralmente condannabili».
La seconda risposta parte insomma dal presupposto «che gli elettori votano a destra perché sono stati abbandonati da tutte le altre forze politiche e non si sentono più apprezzati dal punto di vista culturale». Questi elettori vedono nel liberalismo di sinistra un duplice attacco nei propri confronti: «un attacco ai loro diritti sociali, in quanto descrive come modernizzazioni progressiste proprio quei cambiamenti che hanno sottratto loro il benessere e la sicurezza»; ma al tempo stesso «un attacco ai loro valori e al modo in cui vivono, che nella narrazione liberale di sinistra viene svalutato moralmente e squalificato come retrogrado».
Qui in verità si intersecano due ordini di problemi: il primo riguarda l’effettiva rappresentanza di classe dell’attuale liberalismo di sinistra, il secondo i suoi valori. Riguardo a entrambi Wagenknecht è tranchant.
Sulla rappresentanza di classe: «Oggi, quando parliamo di sinistra, ci riferiamo a una politica che si occupa degli interessi del ceto medio laureato, organizzata e diretta da chi ne fa parte. Perché è questo ceto sociale, insieme a quello superiore, a risultare vincente dopo tutti i cambiamenti degli ultimi decenni: ha tratto vantaggi dalla globalizzazione e dall’integrazione europea», nonché, «almeno in parte, anche dallo status quo dell’economia liberista».
In realtà, «sono proprio gli sviluppi che hanno reso più ardua la vita dei vecchi elettori dei partiti di sinistra ad avere creato le condizioni per l’ascesa e la posizione privilegiata del ceto sociale che ha una formazione universitaria e che vive in città». E in effetti anche nelle nostre grandi città a votare a sinistra sono soprattutto gli abitanti del centro storico e dei quartieri bene (la cosiddetta “sinistra della ZTL”).
Quanto ai valori: ciò che oggi va sotto il nome di liberalismo di sinistra è la “grande narrazione” del ceto medio dei laureati e degli accademici, di cui rispecchia valori e interessi. In definitiva, «il liberalismo di sinistra vede la storia degli ultimi decenni dall’ottica dei vincitori: una storia di progresso e di emancipazione», al cui centro ci sono «i valori individualistici e cosmopolitici».
Tra gli aspetti importanti di questo libro vi è per l’appunto il coraggio di mettere direttamente in questione valori quali l’individualismo e il cosmopolitismo. Wagenknecht osserva infatti che «con questi valori si può sottrarre legittimità tanto a una concezione dello Stato sociale elaborata entro i confini dello Stato nazionale, quanto a una concezione repubblicana della democrazia.
Ricorrendo a questo canone di valori, è possibile inserire il liberismo economico, la globalizzazione e lo smantellamento delle infrastrutture sociali in una narrazione che li fa apparire alla stregua di cambiamenti progressisti: una narrazione che parla di superamento dell’isolamento nazionalista, dell’ottusità provinciale e di un opprimente senso della comunità, una narrazione a favore dell’apertura al mondo, dell’emancipazione individuale e della realizzazione di sé».
Conseguentemente, nella seconda parte del libro, dedicata a un programma politico alternativo alle idee del liberalismo di sinistra, ha un ruolo chiave la rivendicazione dell’importanza dei vincoli comunitari, unita all’osservazione che questi vincoli conservano il loro valore di collante sociale soltanto all’interno di contesti circoscritti e delimitati.
«Senza i vincoli di comunità», osserva l’autrice, «non esiste alcuna res publica». Comunità, politica e democrazia sono concetti tra loro saldamente connessi. «Non è un caso, quindi, che il concetto moderno di nazione come comunità dei cittadini di un paese sia stato formulato per la prima volta in modo consapevole durante la Rivoluzione francese e messo in rapporto diretto con la pretesa di una configurazione democratica degli affari comuni. Con il dissolvimento di questo senso di comunità […] scompare, dunque, anche il presupposto essenziale per una politica che possa quantomeno mettere un freno al capitalismo e, in prospettiva, persino superarlo». L’opposto di “comunità” non è, quindi, la libertà individuale, ma la libertà del potere economico di delocalizzare imprese, di fare arbitraggio tra sistemi fiscali, di aggirare – a vantaggio di pochi – le protezioni sociali costruite in decenni per la maggioranza delle persone.
Ma il vero obiettivo dell’attacco alla comunità è in realtà un altro: è lo Stato. Ed è precisamente su questo terreno che la continuità tra la narrazione neoliberista e la sua variante di sinistra emerge con particolare evidenza.
«Lo Stato», osserva Wagenknecht, «ha sempre avuto un posto come nemico nella narrazione neoliberista. È avido e inefficiente, troppo invasivo con le proprie regole e presuntuoso nel modo di organizzarsi. È abbastanza chiaro dove vuole andare a parare questa narrazione: occorre dissolvere lo Stato sociale, che è diventato troppo costoso per le élite economiche, privatizzare il più possibile i servizi pubblici e tagliare i costi dell’amministrazione, fino a quando essa, disperata, non si sottometterà all’economia privata e si affiderà in sempre più ambiti alla sua (ovviamente mai disinteressata!) consulenza e professionalità».
Ora, la variante di sinistra di questo attacco allo Stato consiste nel rappresentare lo Stato nazionale «non solo come obsoleto, ma addirittura come pericoloso, ovvero potenzialmente aggressivo e guerrafondaio. Per questo i contributi del liberalismo di sinistra sul tema culminano quasi sempre con l’avvertimento che non ci deve essere un ritorno allo Stato nazionale, come se esso facesse parte del passato e noi vivessimo già in un mondo transnazionale». In Italia, come è noto, sono molto in voga a sinistra anche le varianti dello “Stato incapace/corrotto/sprecone” (evidentemente per limiti ontologici dei nostri connazionali), che quindi deve cedere quanti più poteri e prerogative possibili a un’Unione Europea certamente benevolente è comunque più “seria” di quanto siano i cittadini di questo paese e coloro che li rappresentano.
Per quanto caratteristica del nostro paese, questa posizione ha qualcosa in comune col liberalismo di sinistra in quanto tale descritto da Wagenknecht nel suo libro. Quest’ultimo infatti si distingue dal neoliberismo anche perché «non è a favore di un passaggio del potere governativo dagli Stati direttamente alle multinazionali. La sua idea è semmai lo slittamento delle strutture democratiche su un piano transnazionale.
Per questo, riguardo all’Unione Europea, propone un’integrazione più profonda che si spera possa sfociare in uno Stato federale europeo con un Parlamento perfettamente funzionante e un governo europeo. Spesso, in relazione a questo tema, si sente dire che gli Stati nazionali nel mondo globalizzato di oggi non sono comunque già più in grado di portare avanti una politica sociale ed economica sovrana. La necessità delle strutture decisionali transnazionali auspicate viene cosi giustificata col fatto che solo in questo modo la politica potrà tornare a essere veramente democratica».
L’autrice contesta questo punto di vista sotto un duplice profilo. Intanto, non ha alcun senso parlare di una “incapacità di agire” degli Stati nazionali. In ogni grande crisi degli ultimi decenni, «che sia il collasso delle banche o il coronavirus che ha messo in ginocchio l’economia, gli Stati nazionali ormai dichiarati morti hanno dimostrato di essere gli unici attori realmente in grado di agire». In effetti sono stati gli Stati a salvare il sistema finanziario «con enormi pacchetti finanziari di salvataggio» (non a caso definiti “aiuti di Stato”) o, «nella crisi legata al Covid-19, a mobilitare centinaia di miliardi in aiuti per la loro economia».
Non solo: «Gli Stati nazionali sono anche l’unica istanza che al momento corregge in modo significativo gli esiti del mercato, distribuisce i redditi e garantisce la sicurezza a livello sociale».
Ma è soprattutto l’idea che l’UE possa essere il motore di una rivitalizzazione della democrazia a rappresentare una pericolosa illusione. È vero il contrario: «Il progressivo scivolamento delle competenze decisionali dal piano nazionale, più controllabile ed esposto alla sorveglianza pubblica, a quello internazionale, poco trasparente e facilmente manovrabile da banche e grandi imprese, significa allora soprattutto una cosa: la politica perde il suo fondamento democratico».
Da questo punto di vista, gli stessi diritti attribuiti al Parlamento europeo sono non soltanto ben poco rilevanti, ma rappresentano in ultima analisi la foglia di fico che copre malamente una de-territorializzazione delle decisioni politiche a vantaggio di poteri sovranazionali opachi e sostanzialmente privi di legittimazione democratica.
A quella pericolosa illusione “europeista” Wagenknecht contrappone un solido realismo: «il livello più alto in cui potranno esistere istituzioni, che si occupino del commercio e della soluzione di problemi condivisi e siano controllate in modo democratico, non sarà in tempi brevi né Europa né il mondo. Sarà, invece, il tanto vituperato e troppo precocemente dato per morto Stato nazionale. Esso rappresenta al momento l’unico strumento a disposizione per tenere sotto controllo i mercati, garantire l’uguaglianza sociale e liberare determinati ambiti dalla logica commerciale. È quindi possibile ottenere maggiore democrazia e sicurezza sociale non limitando, bensì accrescendo la sovranità degli Stati nazionali».
Pertanto non solo non bisogna cedere altri poteri a Bruxelles, ma occorre ri-nazionalizzare una parte di quelli che sono stati già ceduti: l’autrice si dichiara in effetti a favore di «un’Europa di Stati democratici sovrani». Sono questi Stati gli unici possibili attori di quel rafforzamento del settore pubblico dell’economia, di quella «deglobalizzazione sensata della nostra economia» e di quella «deglobalizzazione radicale dei mercati finanziari» che rappresentano aspetti essenziali del programma politico che Wagenknecht propone nella seconda parte del suo libro.
Non mi è possibile entrare nel merito di tale programma, in buona parte condivisibile. Desidero invece riproporre un passo delle conclusioni del libro di Sahra Wagenknecht: «Negli ultimi decenni, nelle società occidentali, il modo di vivere e di lavorare degli uomini è cambiato considerevolmente e anche quello di ripartire i frutti del loro lavoro. Questi mutamenti non sono l’esito peculiare di innovazioni tecnologiche, ma il risultato di scelte strategiche prese a livello politico.
In molti campi ne è venuto fuori il contrario di quello che ci era stato promesso. Il credo neoliberale della competitività, con cui erano stati fondati la globalizzazione, il liberismo economico e le privatizzazioni, ha scacciato la concorrenza equa. La fede cieca nella saggezza dei mercati ha portato alla nascita di imprese enormi che dominano il mercato e a monopolisti digitali potentissimi, che oggi impongono il loro tributo a tutti gli altri operatori e distruggono la democrazia. Al posto di un’economia dinamica, ne è sorta una scarsamente innovativa, che profonde un sacco di soldi in modelli di business dannosi per la collettività e che ci rendono quasi impossibile risolvere i problemi davvero importanti».
Credo che queste righe consentano di porre in luce conclusivamente il principale pregio di questo libro: che consiste nel mettere a nudo le promesse non mantenute del mondo neoliberale e nell’indicare con coraggio una strada diversa. Senza paura di andare controcorrente e di opporsi ai dogmi della sinistra liberale e alla moda. Ogni possibile ripresa di un pensiero critico e di una politica che intenda cambiare in meglio la nostra società non potrà che passare per un confronto serio con i problemi sollevati in questo testo.
Fonte
24/05/2023
Il Sinn Féin conferma la vittoria alle elezioni amministrative. Stallo politico in Irlanda del Nord
Alle elezioni locali del 18 maggio il partito della sinistra indipendentista e repubblicana Sinn Féin ha conquistato 144 dei 462 comuni, 39 in più della scorsa tornata. La maggioranza relativa delle amministrazioni al voto in Irlanda del Nord è stata ottenuta con un balzo in avanti dei voti del +7.7% rispetto al 2019.
La destra unionista del Democratic Unionist Party è riuscita a mantenersi sul 23,3%, calando di meno di un punto percentuale e riconfermando i suoi 122 comuni. La volontà di approfittare della contesa elettorale locale per risolvere lo stallo iniziato con le scorse elezioni per il Parlamento regionale non è andata a buon fine.
Nel maggio scorso, infatti, il Sinn Féin aveva già ottenuto una storica vittoria all’Assemblea dell’Irlanda del Nord, dopo le dimissioni del primo ministro del DUP Paul Givan. La crisi politica era cominciata per protesta contro il Protocollo sull’Irlanda del Nord che regolamenta le questioni doganali e migratorie dell’area dopo la Brexit.
La vittoria del partito indipendentista ha dato loro il diritto di nominare il nuovo primo ministro, ma il DUP ha boicottato sin dall’inizio la formazione di un governo di coalizione. Per questo il vertice dell’esecutivo che siede a Stormont è ancora vacante e non occupato da Michelle O’Neill, vice-presidente fino al 2022 e numero due del partito repubblicano.
“Queste elezioni sono un positivo endorsement del nostro messaggio sul fatto che lavoratori, famiglie e comunità hanno bisogno di sostegno e che il blocco dell’assemblea ad opera di una sola parte deve cessare” ha detto la O’Neill. Il richiamo alle condizioni sociali di lavoratori e famiglie esprime l’indirizzo politico che la formazione indipendentista ha preso negli ultimi anni.
Il primo obiettivo del Sinn Féin rimane l’unificazione dell’isola, con la legittimità di un referendum in questo senso rafforzata dai recenti risultati elettorali. Ma da tempo la campagna politica del partito si è concentrata su temi sociali come sanità, disoccupazione e carovita, questioni aggravatesi nella crisi che i settori popolari della regione stanno subendo.
Ridurre la situazione nordirlandese alla pur secolare questione irlandese non riesce a restituire la complessità dello scenario. La capacità del Sinn Féin di connettere le proprie rivendicazioni storiche con tematiche sociali, con un forte ritorno elettorale, mostra la profondità della crisi del sistema politico britannico, che per decenni si è retto nella zona sul DUP.
Non si può non sottolineare come lo stallo per la formazione dell’esecutivo dell’Irlanda del Nord si è accompagnata alla successione di Boris Johnson a Londra, alla veloce ascesa e caduta di Liz Truss, seguita dall’arrivo a Downing Street di Rishi Sunak. La polarizzazione della politica dell’Irlanda del Nord si va dunque approfondendo, ma questa va letta come un sintomo di sommovimenti più generali di tutto il paese.
La classe politica britannica, così come quella di tanti altri paesi euro-atlantici, deve fare i conti con le contraddizioni di un modello che si è avventurato in guerra, ma che non riesce a dare risposte alle difficoltà della maggioranza della popolazione. Anche in Irlanda del Nord serve un’alternativa, e il Sinn Féin, con questa vittoria, si candida ulteriormente a essere l’ago della bilancia di una significativa riconfigurazione degli equilibri politici.
Fonte
La destra unionista del Democratic Unionist Party è riuscita a mantenersi sul 23,3%, calando di meno di un punto percentuale e riconfermando i suoi 122 comuni. La volontà di approfittare della contesa elettorale locale per risolvere lo stallo iniziato con le scorse elezioni per il Parlamento regionale non è andata a buon fine.
Nel maggio scorso, infatti, il Sinn Féin aveva già ottenuto una storica vittoria all’Assemblea dell’Irlanda del Nord, dopo le dimissioni del primo ministro del DUP Paul Givan. La crisi politica era cominciata per protesta contro il Protocollo sull’Irlanda del Nord che regolamenta le questioni doganali e migratorie dell’area dopo la Brexit.
La vittoria del partito indipendentista ha dato loro il diritto di nominare il nuovo primo ministro, ma il DUP ha boicottato sin dall’inizio la formazione di un governo di coalizione. Per questo il vertice dell’esecutivo che siede a Stormont è ancora vacante e non occupato da Michelle O’Neill, vice-presidente fino al 2022 e numero due del partito repubblicano.
“Queste elezioni sono un positivo endorsement del nostro messaggio sul fatto che lavoratori, famiglie e comunità hanno bisogno di sostegno e che il blocco dell’assemblea ad opera di una sola parte deve cessare” ha detto la O’Neill. Il richiamo alle condizioni sociali di lavoratori e famiglie esprime l’indirizzo politico che la formazione indipendentista ha preso negli ultimi anni.
Il primo obiettivo del Sinn Féin rimane l’unificazione dell’isola, con la legittimità di un referendum in questo senso rafforzata dai recenti risultati elettorali. Ma da tempo la campagna politica del partito si è concentrata su temi sociali come sanità, disoccupazione e carovita, questioni aggravatesi nella crisi che i settori popolari della regione stanno subendo.
Ridurre la situazione nordirlandese alla pur secolare questione irlandese non riesce a restituire la complessità dello scenario. La capacità del Sinn Féin di connettere le proprie rivendicazioni storiche con tematiche sociali, con un forte ritorno elettorale, mostra la profondità della crisi del sistema politico britannico, che per decenni si è retto nella zona sul DUP.
Non si può non sottolineare come lo stallo per la formazione dell’esecutivo dell’Irlanda del Nord si è accompagnata alla successione di Boris Johnson a Londra, alla veloce ascesa e caduta di Liz Truss, seguita dall’arrivo a Downing Street di Rishi Sunak. La polarizzazione della politica dell’Irlanda del Nord si va dunque approfondendo, ma questa va letta come un sintomo di sommovimenti più generali di tutto il paese.
La classe politica britannica, così come quella di tanti altri paesi euro-atlantici, deve fare i conti con le contraddizioni di un modello che si è avventurato in guerra, ma che non riesce a dare risposte alle difficoltà della maggioranza della popolazione. Anche in Irlanda del Nord serve un’alternativa, e il Sinn Féin, con questa vittoria, si candida ulteriormente a essere l’ago della bilancia di una significativa riconfigurazione degli equilibri politici.
Fonte
29/11/2022
Richarlison, sulle orme di Socrates
Negli scorsi giorni, dopo la spettacolare doppietta alla Serbia, sono circolate alcune dichiarazioni molto belle dell’attaccante brasiliano Richarlison risalenti a un’intervista del 2020 a O Globo: “È un diritto fondamentale avere cibo in tavola, assistenza sanitaria, istruzione e alloggio. Sono favorevole a un minimo di dignità e uguaglianza per tutti i brasiliani che non hanno avuto la mia stessa fortuna“.
Non molti sanno, però, che la punta del Tottenham è una persona che si è spesso spesa su tematiche sociali, negli ultimi anni.
Nello stesso anno, aveva denunciato i problemi del razzismo in Brasile e delle violenze della polizia, paragonando il caso dell’omicidio del giovane João Pedro con quello di George Floyd. “Il razzismo è qualcosa a cui chi viene da una favela è abituato. Le persone che protestano nelle strade negli USA fanno bene a chiedere giustizia. Se fossi là, lo farei anch’io“.
E di nuovo di razzismo ha dovuto parlare un paio di mesi fa quando, durante un’amichevole contro la Tunisia a Parigi, qualcuno dagli spalti gli ha tirato una banana.
Durante i primi mesi della pandemia del Covid-19 si è fatto promotore della campagna di vaccinazioni, invitando a sostenere il lavoro di medici e ricercatori, e a non credere alle fake news e alle teorie del complotto.
Di nuovo, nel gennaio 2021 è intervenuto per sensibilizzare la popolazione brasiliana sul problema della città di Manaus, dov’era in corso una grave crisi sanitaria dovuta all’esaurimento delle scorte di ossigeno negli ospedali.
Nel 2020 si è schierato dalla parte della popolazione di Amapá, rimasta senza elettricità per oltre due settimane, e nello stesso anno prese posizione contro la violenza sulle donne, intervenendo a proposito di un caso che stava facendo molto discutere in Brasile: “La violenza sulle donne è abominevole. Non importa chi la commette o perché. Non c’è motivo al mondo che possa giustificarla“.
Richarlison ha poi dimostrato interesse anche per la causa ambientalista e animalista. Lo scorso giugno, è stato il primo calciatore a a chiedere pubblicamente verità e giustizia per Dom Phillips e Bruno Pereira, il giornalista e l’indigenista, entrambi attivisti ambientalisti, scomparsi e poi ritrovati assassinati in Amazzonia, dove stavano conducendo un’inchiesta.
Prima di partire per i Mondiali, l’attaccante ha anche adottato un giaguaro nel Parco Nazionale del Pantanal, nel Mato Grosso.
Nella stessa intervista da cui è partito questo post, Richarlison spiegava di sentire il bisogno di parlare di temi così importanti perché proviene da una zona in cui “la gente non ha voce“: “Ho letto in un articolo – aggiungeva – che il 75% della popolazione povera in Brasile è nera, e che anche il 76% delle persone uccise ogni anno sono nere. Coincidenza? Non devi essere un re della matematica per realizzare l’ovvietà“.
Fonte
01/10/2022
Il meraviglioso mondo di Elly
di Giovanni Iozzoli
Se si vuole capire perchè la “sinistra” italiana sia stata travolta dalla destra in queste elezioni, Elly Schlein rappresenta una buona cartina di tornasole, soprattutto in vista di una sua imminente candidatura alla guida del PD. Apparentemente Elly è la candidata giusta, per ricoprire l’improbo ruolo: moderna, dinamica, anglosassone a partire dal nome, europeista nell’anima, con una accorata ed esibita sensibilità ambientalista e “di sinistra”. Nell’ultima esternazione che ha reso prima della chiusura delle urne, Elly ha dichiarato: non sono una mamma, vivo con una donna e non mi sento per questo meno donna! Apparentemente un controcanto a Giorgia, la mamma cristiana. Gli slogan servono a quello, restano nell’aria, si piantano nella testa delle platee televisive, racchiudono universi di senso e rimandano al proprio mondo valoriale. Ma ad una lettura più approfondita, qual è il messaggio che voleva lanciare Elly con quelle parole? Io non è che l’abbia proprio capito. Forse che la nuova famiglia arcobaleno è più “moderna”, più in linea con l’Europa, o con la “sinistra”: ma in che senso? Non è che io ce l’abbia con la Schlein, è solo per capire: perchè io, elettore di sinistra, dovrei farmi suggestionare da questa specie di competizione tra “vecchia e nuova famiglia”?
Io ho idea che Elly scenda sullo stesso terreno – che a me non piace – di Giorgia Meloni, cercando di proporre un calco, più civile e progressisticamente potabile, del medesimo immaginario. Giorgia ha usato il suo corpo, il suo essere donna, la sua maternità, per dare un’aura di credibilità alla propria leadership – e questo è molto “de destra”: votate una brava mamma italiana e fidatevi. Ma Elly, in fondo, la mette sullo stesso piano; vuole dire: anche io “tengo famiglia” ma la mia è più moderna della tua e sullo stesso mercato il mio prodotto è più competitivo perchè convivo con una donna! Ma Elly, scusa: ma chi se ne frega? Perché dovresti risultare più convincente o affidabile? Per le tue scelte affettive? Ma saranno bene affari tuoi. A me elettore devi parlare d’altro. Tanto il modello di Giorgia sarà ancora maggioritario, almeno per una altra trentina d’anni. Quindi il controcanto risulta oggettivamente inefficace, anche sul mercato elettorale.
Una volta la destra era molto interessata a quel che succede “dalla cintola in giù”. I gusti sessuali, le frequentazioni e lo stile di vita degli avversari, erano argomenti sui quali si costruivano polemiche furiose e tentativi di egemonia nella società. La vita privata di Pasolini, davanti al suo giganteggiare come intellettuale antifascista, diventò un bersaglio continuo di giornali e campagne scandalistiche della destra. A sinistra si rivendicava la libertà di scelta, ma soprattutto si cercava di riportare il discorso sul terreno sociale e collettivo: del resto un/a omosessuale è prima di tutto un/a cittadino/a e quasi sempre un lavoratore/ice; questa idea fantasiosa che esista un mondo LGBT alieno dai rapporti sociali e dai normali problemi della vita ordinaria, è una convinzione farlocca con cui spesso ci si autoillude, alla continua ricerca di “nuovi soggetti”, nicchie e spazi elettorali. Gli LGBT sono persone comuni che votano come gli pare e difficilmente si fanno inquadrare dentro una categoria sociologica. È per quello che le dame della carità che cercano fortuna nel mondo LGBT – come la Cirinnà – quasi sempre finiscono male.
Oggi i paradigmi sono rovesciati: è la “sinistra” di Elly che sbandiera il corpo, l’affettività e la sessualità, mentre la destra appare assai meno interessata all’argomento e preferisce “buttarla in politica”. Forse perchè Elly non trova sostanzialmente null’altro da mettere sul piatto della bilancia, e si sposta su un terreno meno problematico del reddito o della bolletta energetica? Sembra quasi perseguire l’operazione opposta alla manovra delle destre: scomporre l’elettorato popolare a partire non dalla condizione materiale, ma da gusti e stili di vita. Del resto, se stai nel PD di che vuoi parlare? Le politiche di bilancio sono blindate, Europa, Nato, guerra – tutto è già definito nel famigerato pacchetto Draghi-Letta che gli italiani hanno gentilmente respinto al mittente dentro le urne. Quindi? Meglio puntare tutto sul refrain dei “diritti civili”, che al momento non paiono, francamente, messi in discussione da alcuno (a breve, la sora Georgia avrà ben altre gatte da pelare).
Va bene, probabilmente la pragmatica Elly ha superato il dualismo platonico – e quindi il corpo desiderante, singolare e libero deve occupare il centro dell’agenda politica. Ma bisogna che questi corpi siano nutriti, riscaldati, curati, se diamo loro solo il diritto di rivendicare alterità di genere, alla fine pure loro – i presunti “alteri” – voteranno per la Mamma Cristiana, che magari risulta un pò più consapevole della vita sul pianeta terra. Le nostre bollette nulla raccontano del nostro mondo affettivo: c’è solo un codice cliente.
Ho detto che non ce l’ho con Elly. In realtà non è vero, un pò mi ha fatto incazzare. Qualche tempo addietro, i facchini e gli operai modenesi, inquisiti in centinaia di processi attualmente istruiti presso il Tribunale di Modena, cercarono di coinvolgere la Schlein in una discussione pubblica su libertà sindacale e repressione. Niente di troppo compromettente, un dibattito pubblico in una sala cittadina, insieme ad altri parlamentari. Lei, vicepresidente della Regione Emilia Romagna, aveva capeggiato una lista denominata La Coraggiosa – quindi mica si tirerà indietro, no? Invece, dopo aver cincischiato un po’ con i suoi portavoce-filtri, diede proprio l’impressione di volersi tirare indietro, accampando problematiche e impegni vari. In realtà si può supporre che la Coraggiosa, in virtù del suo ruolo istituzionale, non volesse farsi vedere troppo vicina a questi imbarazzanti operai, inquisiti e dal picchetto facile. La prossima volta si potrebbe tenderle una trappola: inviarle un finto invito per parlare della maternità surrogata o di omogenitorialità, e poi – zanghete! – rinchiuderla dentro la sala pubblica e costringerla a parlare di salari, contratti e processi: che dici, Coraggiosa, sei con noi o con Confindustria? Poi dopo, con calma, direbbe la sua anche sul resto. Dopo.
Immagino che queste argomentazioni suonino farraginose, vecchie, poco in linea con l’agenda pubblica contemporanea – oddio, qua si separano i diritti sociali dai diritti civili! E un po’ vecchie lo sono, lo ammetto. Ma non bisogna dare per risolte e assodate, alcune contraddizioni essenziali, che forse dal chiuso dei Palazzi non si possono cogliere (parafrasando una canzone di Fiorella Mannoia: quello che i compagni non dicono...). Chi si sporca le mani con l’organizzazione materiale dei proletari, in fabbrica o nei quartieri, deve gestire spesso il problema delle “alleanze variabili”: i lavoratori stranieri sono i più generosi e consapevoli nel conflitto, ma anche quelli più allergici ai temi cari alla Schlein. E alcune questioni etiche restano maledettamente aperte: vedi l’utero in affitto, che nessun comunista perbene riterrebbe accettabile. Non esiste una ricetta comoda per uscirne. L’importante è non fingere che i problemi non ci siano.
Sarà la vecchiaia? La crisi? Le delusioni ideologiche? Non lo so. So solo che, come molti altri, comincio a provare una specie di delicata ritrosia o pudore, anzi, quasi fastidio, verso tutto il menù del politicamente corretto – sempre calato dall’alto, formattato dalla serialità televisiva, non mediabile, non spacchettabile, da assumere in toto – che ci stanno mettendo sotto al muso per ingozzarci di malavoglia, come l’olio di fegato di merluzzo che si dava ai bimbi. Non ce la faccio più. E so che questo scetticismo rischia di mischiare il bambino dei diritti e delle libertà, con l’acqua sporca dell’american way of life che vogliono farmi digerire. Perchè di stili di vita si parla, oltre che di diritti. Cioè di modelli ideologici. E mentre il vecchio vessillo del Dio-Patria-Famiglia (a cui non credono più neanche i suoi sbandieratori pubblici) sembra decisamente fuori mercato, l’estremismo dell’individualismo liberale mi pare oggettivamente più in linea con le esigenze del capitalismo contemporaneo. Da questo punto di vista, la “modernità” di certe scelte di vita coincide con la forma moderna degli assetti sociali. E questo non è bene e non è male, ma è meglio dircelo, per individuare le tendenze – ciò che sta decantando e ciò che si sviluppa, e come collocarci dentro questo groviglio di contraddizioni irrisolte.
L’impressione è che negli ultimi anni il personale, si è spettacolarizzato, è diventato discorso egemone e s’è mangiato il politico, fino ad eclissarlo. Sottraiamoci ai diktat di una discussione pre-impostata, che spesso sembra più calata dall’alto che espressa da bisogni diffusi. Ricominciamo a dare centralità alla dimensione collettiva, di massa e spieghiamo come secondo noi dovrebbe funzionare la società: a prescindere da chi sposa chi (come direbbe qualche mio amico facchino, con la brutale saggezza della gente semplice).
Fonte
Se si vuole capire perchè la “sinistra” italiana sia stata travolta dalla destra in queste elezioni, Elly Schlein rappresenta una buona cartina di tornasole, soprattutto in vista di una sua imminente candidatura alla guida del PD. Apparentemente Elly è la candidata giusta, per ricoprire l’improbo ruolo: moderna, dinamica, anglosassone a partire dal nome, europeista nell’anima, con una accorata ed esibita sensibilità ambientalista e “di sinistra”. Nell’ultima esternazione che ha reso prima della chiusura delle urne, Elly ha dichiarato: non sono una mamma, vivo con una donna e non mi sento per questo meno donna! Apparentemente un controcanto a Giorgia, la mamma cristiana. Gli slogan servono a quello, restano nell’aria, si piantano nella testa delle platee televisive, racchiudono universi di senso e rimandano al proprio mondo valoriale. Ma ad una lettura più approfondita, qual è il messaggio che voleva lanciare Elly con quelle parole? Io non è che l’abbia proprio capito. Forse che la nuova famiglia arcobaleno è più “moderna”, più in linea con l’Europa, o con la “sinistra”: ma in che senso? Non è che io ce l’abbia con la Schlein, è solo per capire: perchè io, elettore di sinistra, dovrei farmi suggestionare da questa specie di competizione tra “vecchia e nuova famiglia”?
Io ho idea che Elly scenda sullo stesso terreno – che a me non piace – di Giorgia Meloni, cercando di proporre un calco, più civile e progressisticamente potabile, del medesimo immaginario. Giorgia ha usato il suo corpo, il suo essere donna, la sua maternità, per dare un’aura di credibilità alla propria leadership – e questo è molto “de destra”: votate una brava mamma italiana e fidatevi. Ma Elly, in fondo, la mette sullo stesso piano; vuole dire: anche io “tengo famiglia” ma la mia è più moderna della tua e sullo stesso mercato il mio prodotto è più competitivo perchè convivo con una donna! Ma Elly, scusa: ma chi se ne frega? Perché dovresti risultare più convincente o affidabile? Per le tue scelte affettive? Ma saranno bene affari tuoi. A me elettore devi parlare d’altro. Tanto il modello di Giorgia sarà ancora maggioritario, almeno per una altra trentina d’anni. Quindi il controcanto risulta oggettivamente inefficace, anche sul mercato elettorale.
Una volta la destra era molto interessata a quel che succede “dalla cintola in giù”. I gusti sessuali, le frequentazioni e lo stile di vita degli avversari, erano argomenti sui quali si costruivano polemiche furiose e tentativi di egemonia nella società. La vita privata di Pasolini, davanti al suo giganteggiare come intellettuale antifascista, diventò un bersaglio continuo di giornali e campagne scandalistiche della destra. A sinistra si rivendicava la libertà di scelta, ma soprattutto si cercava di riportare il discorso sul terreno sociale e collettivo: del resto un/a omosessuale è prima di tutto un/a cittadino/a e quasi sempre un lavoratore/ice; questa idea fantasiosa che esista un mondo LGBT alieno dai rapporti sociali e dai normali problemi della vita ordinaria, è una convinzione farlocca con cui spesso ci si autoillude, alla continua ricerca di “nuovi soggetti”, nicchie e spazi elettorali. Gli LGBT sono persone comuni che votano come gli pare e difficilmente si fanno inquadrare dentro una categoria sociologica. È per quello che le dame della carità che cercano fortuna nel mondo LGBT – come la Cirinnà – quasi sempre finiscono male.
Oggi i paradigmi sono rovesciati: è la “sinistra” di Elly che sbandiera il corpo, l’affettività e la sessualità, mentre la destra appare assai meno interessata all’argomento e preferisce “buttarla in politica”. Forse perchè Elly non trova sostanzialmente null’altro da mettere sul piatto della bilancia, e si sposta su un terreno meno problematico del reddito o della bolletta energetica? Sembra quasi perseguire l’operazione opposta alla manovra delle destre: scomporre l’elettorato popolare a partire non dalla condizione materiale, ma da gusti e stili di vita. Del resto, se stai nel PD di che vuoi parlare? Le politiche di bilancio sono blindate, Europa, Nato, guerra – tutto è già definito nel famigerato pacchetto Draghi-Letta che gli italiani hanno gentilmente respinto al mittente dentro le urne. Quindi? Meglio puntare tutto sul refrain dei “diritti civili”, che al momento non paiono, francamente, messi in discussione da alcuno (a breve, la sora Georgia avrà ben altre gatte da pelare).
Va bene, probabilmente la pragmatica Elly ha superato il dualismo platonico – e quindi il corpo desiderante, singolare e libero deve occupare il centro dell’agenda politica. Ma bisogna che questi corpi siano nutriti, riscaldati, curati, se diamo loro solo il diritto di rivendicare alterità di genere, alla fine pure loro – i presunti “alteri” – voteranno per la Mamma Cristiana, che magari risulta un pò più consapevole della vita sul pianeta terra. Le nostre bollette nulla raccontano del nostro mondo affettivo: c’è solo un codice cliente.
Ho detto che non ce l’ho con Elly. In realtà non è vero, un pò mi ha fatto incazzare. Qualche tempo addietro, i facchini e gli operai modenesi, inquisiti in centinaia di processi attualmente istruiti presso il Tribunale di Modena, cercarono di coinvolgere la Schlein in una discussione pubblica su libertà sindacale e repressione. Niente di troppo compromettente, un dibattito pubblico in una sala cittadina, insieme ad altri parlamentari. Lei, vicepresidente della Regione Emilia Romagna, aveva capeggiato una lista denominata La Coraggiosa – quindi mica si tirerà indietro, no? Invece, dopo aver cincischiato un po’ con i suoi portavoce-filtri, diede proprio l’impressione di volersi tirare indietro, accampando problematiche e impegni vari. In realtà si può supporre che la Coraggiosa, in virtù del suo ruolo istituzionale, non volesse farsi vedere troppo vicina a questi imbarazzanti operai, inquisiti e dal picchetto facile. La prossima volta si potrebbe tenderle una trappola: inviarle un finto invito per parlare della maternità surrogata o di omogenitorialità, e poi – zanghete! – rinchiuderla dentro la sala pubblica e costringerla a parlare di salari, contratti e processi: che dici, Coraggiosa, sei con noi o con Confindustria? Poi dopo, con calma, direbbe la sua anche sul resto. Dopo.
Immagino che queste argomentazioni suonino farraginose, vecchie, poco in linea con l’agenda pubblica contemporanea – oddio, qua si separano i diritti sociali dai diritti civili! E un po’ vecchie lo sono, lo ammetto. Ma non bisogna dare per risolte e assodate, alcune contraddizioni essenziali, che forse dal chiuso dei Palazzi non si possono cogliere (parafrasando una canzone di Fiorella Mannoia: quello che i compagni non dicono...). Chi si sporca le mani con l’organizzazione materiale dei proletari, in fabbrica o nei quartieri, deve gestire spesso il problema delle “alleanze variabili”: i lavoratori stranieri sono i più generosi e consapevoli nel conflitto, ma anche quelli più allergici ai temi cari alla Schlein. E alcune questioni etiche restano maledettamente aperte: vedi l’utero in affitto, che nessun comunista perbene riterrebbe accettabile. Non esiste una ricetta comoda per uscirne. L’importante è non fingere che i problemi non ci siano.
Sarà la vecchiaia? La crisi? Le delusioni ideologiche? Non lo so. So solo che, come molti altri, comincio a provare una specie di delicata ritrosia o pudore, anzi, quasi fastidio, verso tutto il menù del politicamente corretto – sempre calato dall’alto, formattato dalla serialità televisiva, non mediabile, non spacchettabile, da assumere in toto – che ci stanno mettendo sotto al muso per ingozzarci di malavoglia, come l’olio di fegato di merluzzo che si dava ai bimbi. Non ce la faccio più. E so che questo scetticismo rischia di mischiare il bambino dei diritti e delle libertà, con l’acqua sporca dell’american way of life che vogliono farmi digerire. Perchè di stili di vita si parla, oltre che di diritti. Cioè di modelli ideologici. E mentre il vecchio vessillo del Dio-Patria-Famiglia (a cui non credono più neanche i suoi sbandieratori pubblici) sembra decisamente fuori mercato, l’estremismo dell’individualismo liberale mi pare oggettivamente più in linea con le esigenze del capitalismo contemporaneo. Da questo punto di vista, la “modernità” di certe scelte di vita coincide con la forma moderna degli assetti sociali. E questo non è bene e non è male, ma è meglio dircelo, per individuare le tendenze – ciò che sta decantando e ciò che si sviluppa, e come collocarci dentro questo groviglio di contraddizioni irrisolte.
L’impressione è che negli ultimi anni il personale, si è spettacolarizzato, è diventato discorso egemone e s’è mangiato il politico, fino ad eclissarlo. Sottraiamoci ai diktat di una discussione pre-impostata, che spesso sembra più calata dall’alto che espressa da bisogni diffusi. Ricominciamo a dare centralità alla dimensione collettiva, di massa e spieghiamo come secondo noi dovrebbe funzionare la società: a prescindere da chi sposa chi (come direbbe qualche mio amico facchino, con la brutale saggezza della gente semplice).
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)
