di Marco Santopadre
Le elezioni irlandesi del 29 novembre avrebbero potuto vedere la storica affermazione dei nazionalisti di sinistra del Sinn Féin, ma il risultato dei repubblicani è stato notevolmente inferiore anche a quello conseguito nel 2020.
Mentre scriviamo lo spoglio è ancora in corso – a causa di un complesso sistema elettorale, di tipo proporzionale ma basato sul “voto unico trasferibile” – ma le percentuali delle varie formazioni in lizza si sono stabilizzate permettendo di tracciare un bilancio abbastanza preciso, anche se per la distribuzione definitiva dei seggi al Dáil Éireann (che in totale aumenteranno da 160 a 174 grazie a una recente riforma) occorrerà aspettare ancora diverse ore.
I risultati
Se alle scorse elezioni lo Sinn Féin aveva conquistato la vetta con il 24,53%, frutto di un forte balzo in termini di consensi, stavolta si deve accontentare del 19,01% e del terzo posto.
In vetta è arrivato il Fianna Fáil, storico partito di centrodestra, con il 21,86%, praticamente la stessa percentuale ottenuta quattro anni fa (22,18%).
Subito dietro si posiziona l’altro storico partito di centrodestra, il Fine Gael, con il 20,8%, eguagliando esattamente il risultato del 2020.
In quarta posizione ma a grande distanza si posizionano i Socialdemocratici (centrosinistra) che con il 4,81% migliorano sensibilmente rispetto al 2,9% raggranellato alla precedente tornata.
Subito dietro si piazzano i Laburisti (sinistra moderata) con il 4,65%, risultato leggermente migliore rispetto al 4,38% di quattro anni fa.
Dalle elezioni escono invece sconfitti i Verdi (centrosinistra) che crollano dal 7,13 al 3,04%, puniti per la loro partecipazione ad un governo di centrodestra formato dalle due forze politiche conservatrici eredi degli opposti schieramenti che si sono combattuti durante la guerra civile. Dopo essersi alternati al potere negli ultimi cento anni, nel 2020 Fine Gael e Fianna Fáil hanno per la prima volta dovuto optare per una coalizione e imbarcare gli ecologisti per sbarrare la strada ai nazionalisti di sinistra.
People Before Profit, la coalizione di sinistra radicale legata ad alcuni movimenti sociali, migliora invece leggermente il proprio bottino passando dal 2,63 al 2,84%.
Tra le diverse formazioni di una magmatica galassia conservatrice sempre più affollata, due hanno ottenuto risultati di rilievo. Aontú (“Unità”), un partito creato nel 2019 dall’ex parlamentare dello Sinn Féin Peadar Tóibín, ha ottenuto un discreto 3,9% dei voti e 2 eletti. In rotta con la linea progressista dei repubblicani sui diritti civili, Tóibín e altri membri dell’ala tradizionalista del partito hanno accentuato negli ultimi anni il loro profilo identitario pur affermando di difendere un programma economico di centrosinistra e di continuare a battersi per la riunificazione dell’Irlanda.
Nel nuovo Dáil Éireann siederanno anche 4 rappresentanti di Independent Ireland (3,6%), una formazione costituita recentemente da alcuni ex membri del Sinn Féin e da vari indipendenti che dichiara un profilo politico conservatore (aderisce al gruppo liberale europeo Renew Europe come il Fianna Fáil) ma ha posizioni molto dure sull’immigrazione.
Si conferma in questa tornata l’appeal dei candidati indipendenti – che spaziano ideologicamente dall’estrema sinistra all’estrema destra – che hanno conquistato, in totale, più del 13% dei consensi rivelando una crescente frammentazione del sistema politico e un calo dei consensi nei confronti dei partiti. L’aumento della disaffezione si conferma anche nel calo dell’affluenza che passa dal 62,9% al 59,71%.
Visti i risultati, sicuramente i due partiti maggiori cercheranno di confermare la maggioranza uscente, sostituendo i Verdi con gli altri partiti di centrosinistra ed eventualmente con alcuni indipendenti.
Il passo falso del Fine Gael
Le elezioni avrebbero dovuto tenersi entro marzo 2025, ma il Taoiseach (primo ministro, in gaelico) Simon Harris – subentrato nella primavera del 2024 a Leo Varadkar sia come leader del Fine Gael sia come capo del governo – ha voluto giocare la carta delle elezioni anticipate sulla base dei sondaggi che ne attestavano la crescente popolarità dandolo al 27% mentre lo Sinn Féin perdeva consensi rispetto al boom degli anni scorsi.
Molto concentrato a dare di sé un’immagine dinamica e moderna, il più giovane premier nella storia dell’Irlanda è stato subito ribattezzato “Tik Tok Taoiseach” per il suo presenzialismo sui social.
Poco prima di sciogliere il parlamento bicamerale, ha approfittato di un generoso surplus di bilancio, assicurato dai crescenti introiti fiscali versati dalle multinazionali (soprattutto statunitensi) che hanno stabilito il proprio domicilio fiscale nel paese che garantisce loro una delle tassazioni più basse del mondo, per varare una finanziaria elettorale ricca di bonus ed elargizioni.
Simon Harris aveva a disposizione 8 miliardi di euro da spendere – cifra consistente su un Pil intorno ai 500 miliardi – ed ha ben pensato di utilizzarne un paio per oliare la sua campagna elettorale, assicurando che il prossimo anno ogni lavoratore si troverà mille euro in più in busta paga. Le misure “natalizie” vanno da un aumento dei bonus garantiti alle famiglie con figli a quelli miranti ad alleviare il peso delle bollette fino ad un alleggerimento della tassazione sui redditi da lavoro inferiori ai 44 mila euro annui. Il salario minimo dovrebbe aumentare del 6%, arrivando a 13,50 euro l’ora, il secondo più alto d’Europa dopo quello garantito dal Lussemburgo. Altri fondi sono stati destinati ad alleviare il peso degli affitti sulle famiglie con redditi più bassi.
Il governo ha scelto però di non spendere i 14 miliardi di euro di tasse non pagate dalla Apple negli Stati Uniti e che la multinazionale dovrà versare a Dublino obbedendo ad una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. I fondi verranno versati su due nuovi fondi sovrani. Il centrodestra intende comunque finanziare ingenti investimenti sulla rete elettrica, il sistema idrico e il sistema dei trasporti, venendo incontro alle pressanti richieste delle imprese che gestiscono i voracissimi data center ma anche di una popolazione in crescita.
Nonostante una partenza “col botto”, in poche settimane di campagna elettorale Simon Harris ha però dilapidato il suo vantaggio. Anche se la situazione economica in generale è buona – il tasso di disoccupazione supera di poco il 4% – la maggioranza dell’opinione pubblica considera una priorità la soluzione alla crisi degli alloggi, che sono scarsi e i cui prezzi sono ormai inavvicinabili.
Molte preoccupazioni e malcontento generano il costo della vita e l’insufficienza dell’assistenza sanitaria pubblica. In molte regioni, poi, la popolazione si lamenta per la mancanza di insegnanti nelle scuole e dei prezzi degli asili nido.
Il problema della casa è sicuramente il più rilevante. Negli ultimi quattro anni la forza lavoro nel paese è aumentata di 600 mila unità, raggiungendo quota 2,8 milioni. La stragrande maggioranza sono immigrati provenienti da altri stati dell’Unione Europea, attirati nell’isola verde dai posti di lavoro offerti dalle multinazionali. A questi si aggiungono circa 110 mila cittadini ucraini arrivati in Irlanda dal 2022, solo parte dei quali sono ospitati in centri d’accoglienza. Seguono i lavoratori immigrati provenienti soprattutto da Brasile, India, Pakistan, Cina, Filippine e Sudafrica.
Il rapido e consistente aumento dei residenti ha aggravato fortemente la crisi degli alloggi – gli esperti calcolano che ne manchino almeno 300 mila – ed ha portato vicino al punto di rottura un sistema sanitario molto fragile. Il governo di coalizione ha dimostrato, al di là delle mance elettorali, di non essere in grado di aggredire e risolvere il problema. In più, durante una tappa della campagna elettorale, il taoiseach Harris ha maltrattato, davanti a numerosi giornalisti, la dipendente di una fondazione che assiste disabili che lo aveva accusato di non avere a cuore i lavoratori del settore.
Nel corso di un’iniziativa di sostegno a un candidato del Fine Gael, inoltre, l’amministratore delegato di Ryanair, Michael O’Leary, ha attaccato gli insegnanti – «non ho niente contro di loro ma non ne assumerei molti» – facendo arrabbiare molti potenziali elettori.
Lo Sinn Féin si sgonfia
Dopo l’esclusione dal governo nel 2020, i repubblicani hanno condotto una campagna elettorale permanente e aggressiva.
I nazionalisti di sinistra hanno chiesto al governo di investire una quota maggiore del surplus di bilancio per risolvere finalmente il problema della casa piuttosto che per diminuire il debito pubblico. Il Sinn Féin, in caso di vittoria, aveva promesso di stanziare 39 miliardi in 5 anni per far costruire un gran numero di alloggi, sovvenzionati dallo stato, da rivendere a prezzi ampiamente inferiori a quelli di mercato, e di iniettare consistenti risorse aggiuntive nell’istruzione, nella sanità e in progetti per ammodernare le infrastrutture del paese, spesso fatiscenti.
Nei due anni successivi alle scorse elezioni i sondaggi hanno attestato una forte ascesa dei repubblicani, arrivati a conquistare il 36% delle intenzioni di voto. A metà del 2022, però, la tendenza ha cominciato a invertirsi e alle elezioni amministrative e poi alle europee, nei mesi scorsi, i repubblicani hanno portato a casa risultati abbastanza magri.
A minare la fiducia nel partito che si batte per la riunificazione dell’isola sono stati innanzi tutto una serie di scandali. A metà ottobre la leader del partito Mary Lou McDonald è dovuta intervenire in parlamento per dar conto di quattro gravi episodi che hanno interessato membri anche importanti del Sinn Féin costretti a dimettersi. Tra questi spicca il caso dell’ex addetto stampa del partito Michael McMonagle, dichiaratosi colpevole di diversi reati legati alla pedofilia commessi mentre lavorava per l’ufficio della prima ministra dell’Irlanda del Nord, Michelle O’Neil. In questo e in altri casi la dirigenza ha evitato di rendere conto tempestivamente ed in maniera esauriente delle inchieste a carico di alcuni dei suoi eletti e responsabili, dando l’impressione di voler nascondere la verità per non danneggiare il partito.
Ma sicuramente le difficoltà maggiori le ha provocate il disagio – sfruttato ad arte dall’estrema destra – suscitato in una parte dell’elettorato popolare dei repubblicani dal repentino aumento dell’immigrazione, causato dall’arrivo di più di 100 mila rifugiati ucraini e da decine di migliaia di richiedenti asilo in un territorio che è da sempre terra di emigrazione (tuttora in molti prendono la via dell’Australia e degli USA) ma non aveva mai, prima d’ora, sperimentato l’immigrazione che rappresenta, ormai, il 20% dei 5,3 milioni di abitanti della Repubblica.
Nel 2020 erano state presentate in Irlanda solo 2.195 domande di protezione internazionale, ma nel 2022 le richieste sono diventate 11.115 per salire a 20 mila nei primi nove mesi del 2024.
La cattiva gestione da parte delle autorità e la propaganda dell’estrema destra che tende a incolpare immigrati e rifugiati di tutti i problemi – in primis l’aumento della criminalità – hanno rapidamente riscaldato il clima. Dal 2022 gruppi razzisti violenti si sono dedicati ad assaltare, quando non a incendiare, i centri di accoglienza, ad animare rivolte notturne e a diffondere fake news.
All’inizio dell’anno, quando Simon Harris ha sostituito l’impopolare Leo Varadkar alla guida del governo, ha impresso una svolta a destra alle politiche dell’esecutivo sull’immigrazione, sgomberando alcune tendopoli di immigrati a Dublino e sforbiciando i sussidi.
Lo Sinn Féin ha criticato il governo e si è impegnato in una campagna di denuncia delle falsificazioni dei gruppi razzisti (che oltretutto contendono ai repubblicani l’eredità indipendentista), ma al tempo stesso ha rivisto il proprio programma sull’immigrazione, promettendo in caso di vittoria di creare una “Immigration Management Agency” per gestire più razionalmente i flussi, di accelerare le decisioni in materia di asilo e le espulsioni, e di tagliare i sostegni statali ai rifugiati ucraini.
La destra cresce ma non sfonda
Visti i risultati, una parte del potenziale elettorale repubblicano ha scelto evidentemente di votare per partiti di destra ed estrema destra che però, contrariamente alle aspettative, non sfondano, penalizzati dalla frammentazione e dal sistema elettorale.
Mentre scriviamo sembra che l’estrema destra non sia riuscita a far eleggere nessun candidato, dopo l’irruzione di alcuni eletti nelle istituzioni locali del giugno scorso, anche se rispetto al 2020 i consensi a quest’area sono notevolmente aumentati.
Dei sessanta candidati dell’estrema destra presentatisi alle elezioni di venerdì scorso, una trentina sono riconducibili alla “National Alliance”, una federazione composta dal National Party, dagli Irish People, da Ireland First e da altri gruppi.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/02/2024
Il Sinn Fein a capo dell’esecutivo nord-irlandese
Sabato 3 febbraio Michelle O’Neill, vice-presidente del Sinn Fein, ha preso la testa del governo nord-irlandese, la vice-presidente dell’esecutivo sarà – come da usanza locale – il capo dell’opposizione, l’unionista Emma Little-Pegelly.
È la prima volta dalla firma dei cosiddetti Accordi del Venerdì Santo, di circa 25 anni fa, che hanno posto le basi per una risoluzione del conflitto armato nord-irlandese, che un repubblicano – in questo caso una repubblicana – diviene Prima Ministra.
Le elezioni di maggio 2022 sono state infatti un punto di svolta che lo hanno fatto diventare il primo partito d’Irlanda.
Dal 1998, anno della firma degli Accordi, l’avanzata del Sinn Fein è stata inarrestabile in entrambe le parti dell’isola ,tanto che la vittoria elettorale al Nord – rispetto alle politiche del maggio 2022 – ha fatto segnare una performance ancora migliore nelle amministrative del maggio scorso.
Anche i sondaggi al Sud, pur vedendolo ancora all’opposizione, registrano un consenso maggiore di quello ottenuto con l’exploit del febbraio 2020, data delle ultime elezioni politiche a Dublino, con Mary Lou McDonald, leader della formazione repubblicana.
Dopo due anni di “boicottaggio” degli unionisti che si erano opposti alle disposizioni commerciali post-brexit, la situazione si è sbloccata ed O’Neill è stata designata primo ministro.
Infatti per tutto il campo unionista, egemonizzato dalla DUP, quelle disposizioni contrattate da un governo conservatore erano percepite come una minaccia per la collocazione dell’Irlanda del Nord all’interno del Regno Unito.
Nella notte tra il lunedì 29 gennaio e martedì 30, Jeaffrey Donaldson del Partito Unionista Democratico (DUP) è riuscito a convincere la maggioranza dei 130 membri dell’Esecutivo del suo partito che avrebbero dovuto partecipare all’Assemblea regionale nord-irlandese (nel palazzo di Stormont), e accettare l’esito di un accordo raggiunto faticosamente con il governo britannico.
Donaldson ha promesso ai suoi “nessun controllo, nessun verifica sui prodotti che si muovono all’interno del Regno Unito”.
Nel 2019 la DUP, temendo di perdere l’egemonia nel campo unionista a favore dell’ala più oltranzista nella comunità protestante, che ha una forza paramilitare piuttosto bellicosa, ha sbattuto la porta di Stormont, rifiutandosi di avallare il nuovo statuto dell’Irlanda del Nord uscita dalla Brexit, negoziato tra l’allora primo ministro conservatore Boris Johnson e Bruxelles.
Secondo quell’accordo l’Isola sarebbe rimasta – a differenza dal resto della Gran Bretagna – parte del mercato unico europeo, con un controllo doganale che avrebbe riguardato i prodotti che avrebbero attraversato il Mare d’Irlanda con la Gran Bretagna.
L’opposizione a questa ipotesi si era sviluppata sia tra le fila del più moderato UPP che della più oltranzista TUV, che consideravano questa sorta di confine marittimo un attentato alla loro identità britannica, proprio in un momento in cui le tendenze demografiche all’interno della comunità protestante e lo sviluppo politico repubblicano, contribuivano in prospettiva a ridurne il peso sull’Isola.
Questo ha portato alla paralisi amministrativa l’Irlanda del Nord, con un’Assemblea Legislativa che non poteva neanche insediarsi perché, secondo quanto previsto dall’architettura istituzionale disegnata dagli Accordi del Venerdì Santo, il potere esecutivo e legislativo devono essere divisi in maniera paritaria tra le forze repubblicane e quelle unioniste a Stormont.
Ad inizio 2023 un nuovo accordo siglato dall’attuale capo dell’esecutivo britannico Rishi Sunak con la Commissione Europea, detto «Windsor Framework», prevedeva un significativo alleggerimento dei controlli doganali per i beni provenienti dalla Gran Bretagna e diretti al mercato nord-irlandese.
Ma la situazione non si era comunque sbloccata, e le voci critiche permangono nonostante i soldi (3,3 miliardi di sterline) che Sunak ha promesso alla regione per “indorare la pillola”. Era il sintomo di una crisi dell’unionismo nel giungere ad una sintesi politica in grado di costituire un’alternativa al Sinn Fein, confermando così la tradizionale alleanza con i conservatori britannici.
Il DUP mantiene una certa presa, come dimostra il suo consenso, sostanzialmente invariato, alle amministrative dello scorso anno: “controlla” 122 comuni, contro i 144 conquistati dal SF.
E proprio i successi del SF nel maggio scorso avevano fatto dichiarare ad O’Neil: “Queste elezioni sono un positivo endorsement del nostro messaggio sul fatto che lavoratori, famiglie e comunità hanno bisogno di sostegno e che il blocco dell’assemblea ad opera di una sola parte deve cessare”.
A diciotto mesi dalle elezioni politiche l’ostracismo unionista non aveva più alcuna prospettiva di fronte al malessere degli abitanti della parte settentrionale dell’Isola, con una situazione sanitaria disastrosa e i funzionari pubblici che – a differenza dei colleghi britannici, scozzesi e gallesi – non hanno ancora potuto ottenere l’aumento degli stipendi per assenza di rappresentanti politici legittimati a negoziarli e validarli.
La lotta di classe ha insomma fatto prepotentemente irruzione nel quadro politico irlandese.
Il malessere che covava da tempo ha portato a metà gennaio al primo sciopero generale da 50 anni a questa parte con differenti categorie (insegnanti, infermieri, conducenti d’autobus e ferrovieri, tra gli altri) che nonostante il freddo glaciale sono scese a migliaia per le strade di Belfast, Derry, Enniskillen e Omagh, per reclamare aumenti salariali.
Circa 170mila impiegati del settore pubblico hanno dato vita a picchetti e manifestazioni, bloccando di fatto l’economia del Nord Irlanda per tutta la giornata, e dimostrando la forza delle circa venti organizzazioni sindacali che hanno promosso la mobilitazione, cui ha aderito circa l’80% dei lavoratori, dando finalmente uno sbocco unitario alle singole vertenze che si trascinavano.
Un’ondata che da quel 18 gennaio non si è più fermata.
Così, tra pressioni della piazza da un lato e possibile recrudescenza della violenza sia da parte cattolico-repubblicana – vi è una “dissidenza” attiva rispetto agli Accordi del ’98 – che protestante-unionista, si è fatto un passo in avanti verso quella che sarà comunque una condivisione dei poteri impegnativa, con una agenda sociale molto serrata.
Michelle O’Neill rappresenta quella nuova leadership irlandese che fa dell’inclusione tra le comunità e del progressismo uno dei suoi tratti peculiari, che la fanno emergere di fronte al settarismo ed al conservatorismo dei dirigenti unionisti. Anche se non perde di vista l’ipotesi di un referendum – previsto dagli stessi Accordi del 1998, seppur in termini piuttosto vaghi – per l’unificazione dell’Irlanda.
È chiaro che il Sinn Fein ha lavorato alacremente in questi anni per creare i rapporti di forza che vanno in quella direzione, con un programma che coniugava politiche popolari progressiste, senza disperdere alcuni dei tratti più significativi del repubblicanesimo irlandese.
Come dimostra tra l’altro lo straordinario sostegno alla causa palestinese e per mantenere la EIRE una repubblica “neutrale” in politica estera, non soggetta ai diktat della NATO, una battaglia insieme alle altre forze “di sinistra” come People Before Profit e lo stesso Labour.
Una neutralità messa in discussione dalla sempre maggiore partecipazione alla PESCO in ambito della UE e all’invio di osservatori alle operazioni dell’Alleanza Atlantica, ma che è sostenuta – secondo i sondaggi – da almeno il 60% della popolazione, ben poco incline a seguire le scelte di Svezia e Finlandia.
La 47enne O’Neill viene da una famiglia della working class di Country Tyrone che ha militato nell’IRA, difende la legittimità dell’IRA nell’uso della violenza e onora i martiri dell’Esercito Repubblicano morti durante i troubles.
Suo padre è stato un prigioniero politico dell’IRA, mentre due suoi cugini sono stati uccisi dalle Security Forces.
Con l’aiuto della famiglia, nonostante fosse una “ragazza-madre” già all’età di 15 anni ha completato gli studi ed è stata eletta nel 2005 nel Dungannon borough Council.
Dal 2007 è stata eletta a Stormont ed ha ricoperto diversi incarichi ministeriali, tra cui all’agricoltura e alla sanità, prendendo il posto dello storico leader irlandese Martin McGuinness, dopo la sua morte nel 2017.
Recentemente ha sostenuto che il referendum sull’unificazione dell’Irlanda potrebbe tenersi entro una decina d’anni.
Quello dell’unificazione dell’Irlanda è un obiettivo strategico a cui il Sinn Fein, nonostante la differente tattica adottata, non ha rinunciato per superare la partizione artificiale che segna ancora l’Isola.
Fonte
È la prima volta dalla firma dei cosiddetti Accordi del Venerdì Santo, di circa 25 anni fa, che hanno posto le basi per una risoluzione del conflitto armato nord-irlandese, che un repubblicano – in questo caso una repubblicana – diviene Prima Ministra.
Le elezioni di maggio 2022 sono state infatti un punto di svolta che lo hanno fatto diventare il primo partito d’Irlanda.
Dal 1998, anno della firma degli Accordi, l’avanzata del Sinn Fein è stata inarrestabile in entrambe le parti dell’isola ,tanto che la vittoria elettorale al Nord – rispetto alle politiche del maggio 2022 – ha fatto segnare una performance ancora migliore nelle amministrative del maggio scorso.
Anche i sondaggi al Sud, pur vedendolo ancora all’opposizione, registrano un consenso maggiore di quello ottenuto con l’exploit del febbraio 2020, data delle ultime elezioni politiche a Dublino, con Mary Lou McDonald, leader della formazione repubblicana.
Dopo due anni di “boicottaggio” degli unionisti che si erano opposti alle disposizioni commerciali post-brexit, la situazione si è sbloccata ed O’Neill è stata designata primo ministro.
Infatti per tutto il campo unionista, egemonizzato dalla DUP, quelle disposizioni contrattate da un governo conservatore erano percepite come una minaccia per la collocazione dell’Irlanda del Nord all’interno del Regno Unito.
Nella notte tra il lunedì 29 gennaio e martedì 30, Jeaffrey Donaldson del Partito Unionista Democratico (DUP) è riuscito a convincere la maggioranza dei 130 membri dell’Esecutivo del suo partito che avrebbero dovuto partecipare all’Assemblea regionale nord-irlandese (nel palazzo di Stormont), e accettare l’esito di un accordo raggiunto faticosamente con il governo britannico.
Donaldson ha promesso ai suoi “nessun controllo, nessun verifica sui prodotti che si muovono all’interno del Regno Unito”.
Nel 2019 la DUP, temendo di perdere l’egemonia nel campo unionista a favore dell’ala più oltranzista nella comunità protestante, che ha una forza paramilitare piuttosto bellicosa, ha sbattuto la porta di Stormont, rifiutandosi di avallare il nuovo statuto dell’Irlanda del Nord uscita dalla Brexit, negoziato tra l’allora primo ministro conservatore Boris Johnson e Bruxelles.
Secondo quell’accordo l’Isola sarebbe rimasta – a differenza dal resto della Gran Bretagna – parte del mercato unico europeo, con un controllo doganale che avrebbe riguardato i prodotti che avrebbero attraversato il Mare d’Irlanda con la Gran Bretagna.
L’opposizione a questa ipotesi si era sviluppata sia tra le fila del più moderato UPP che della più oltranzista TUV, che consideravano questa sorta di confine marittimo un attentato alla loro identità britannica, proprio in un momento in cui le tendenze demografiche all’interno della comunità protestante e lo sviluppo politico repubblicano, contribuivano in prospettiva a ridurne il peso sull’Isola.
Questo ha portato alla paralisi amministrativa l’Irlanda del Nord, con un’Assemblea Legislativa che non poteva neanche insediarsi perché, secondo quanto previsto dall’architettura istituzionale disegnata dagli Accordi del Venerdì Santo, il potere esecutivo e legislativo devono essere divisi in maniera paritaria tra le forze repubblicane e quelle unioniste a Stormont.
Ad inizio 2023 un nuovo accordo siglato dall’attuale capo dell’esecutivo britannico Rishi Sunak con la Commissione Europea, detto «Windsor Framework», prevedeva un significativo alleggerimento dei controlli doganali per i beni provenienti dalla Gran Bretagna e diretti al mercato nord-irlandese.
Ma la situazione non si era comunque sbloccata, e le voci critiche permangono nonostante i soldi (3,3 miliardi di sterline) che Sunak ha promesso alla regione per “indorare la pillola”. Era il sintomo di una crisi dell’unionismo nel giungere ad una sintesi politica in grado di costituire un’alternativa al Sinn Fein, confermando così la tradizionale alleanza con i conservatori britannici.
Il DUP mantiene una certa presa, come dimostra il suo consenso, sostanzialmente invariato, alle amministrative dello scorso anno: “controlla” 122 comuni, contro i 144 conquistati dal SF.
E proprio i successi del SF nel maggio scorso avevano fatto dichiarare ad O’Neil: “Queste elezioni sono un positivo endorsement del nostro messaggio sul fatto che lavoratori, famiglie e comunità hanno bisogno di sostegno e che il blocco dell’assemblea ad opera di una sola parte deve cessare”.
A diciotto mesi dalle elezioni politiche l’ostracismo unionista non aveva più alcuna prospettiva di fronte al malessere degli abitanti della parte settentrionale dell’Isola, con una situazione sanitaria disastrosa e i funzionari pubblici che – a differenza dei colleghi britannici, scozzesi e gallesi – non hanno ancora potuto ottenere l’aumento degli stipendi per assenza di rappresentanti politici legittimati a negoziarli e validarli.
La lotta di classe ha insomma fatto prepotentemente irruzione nel quadro politico irlandese.
Il malessere che covava da tempo ha portato a metà gennaio al primo sciopero generale da 50 anni a questa parte con differenti categorie (insegnanti, infermieri, conducenti d’autobus e ferrovieri, tra gli altri) che nonostante il freddo glaciale sono scese a migliaia per le strade di Belfast, Derry, Enniskillen e Omagh, per reclamare aumenti salariali.
Circa 170mila impiegati del settore pubblico hanno dato vita a picchetti e manifestazioni, bloccando di fatto l’economia del Nord Irlanda per tutta la giornata, e dimostrando la forza delle circa venti organizzazioni sindacali che hanno promosso la mobilitazione, cui ha aderito circa l’80% dei lavoratori, dando finalmente uno sbocco unitario alle singole vertenze che si trascinavano.
Un’ondata che da quel 18 gennaio non si è più fermata.
Così, tra pressioni della piazza da un lato e possibile recrudescenza della violenza sia da parte cattolico-repubblicana – vi è una “dissidenza” attiva rispetto agli Accordi del ’98 – che protestante-unionista, si è fatto un passo in avanti verso quella che sarà comunque una condivisione dei poteri impegnativa, con una agenda sociale molto serrata.
Michelle O’Neill rappresenta quella nuova leadership irlandese che fa dell’inclusione tra le comunità e del progressismo uno dei suoi tratti peculiari, che la fanno emergere di fronte al settarismo ed al conservatorismo dei dirigenti unionisti. Anche se non perde di vista l’ipotesi di un referendum – previsto dagli stessi Accordi del 1998, seppur in termini piuttosto vaghi – per l’unificazione dell’Irlanda.
È chiaro che il Sinn Fein ha lavorato alacremente in questi anni per creare i rapporti di forza che vanno in quella direzione, con un programma che coniugava politiche popolari progressiste, senza disperdere alcuni dei tratti più significativi del repubblicanesimo irlandese.
Come dimostra tra l’altro lo straordinario sostegno alla causa palestinese e per mantenere la EIRE una repubblica “neutrale” in politica estera, non soggetta ai diktat della NATO, una battaglia insieme alle altre forze “di sinistra” come People Before Profit e lo stesso Labour.
Una neutralità messa in discussione dalla sempre maggiore partecipazione alla PESCO in ambito della UE e all’invio di osservatori alle operazioni dell’Alleanza Atlantica, ma che è sostenuta – secondo i sondaggi – da almeno il 60% della popolazione, ben poco incline a seguire le scelte di Svezia e Finlandia.
La 47enne O’Neill viene da una famiglia della working class di Country Tyrone che ha militato nell’IRA, difende la legittimità dell’IRA nell’uso della violenza e onora i martiri dell’Esercito Repubblicano morti durante i troubles.
Suo padre è stato un prigioniero politico dell’IRA, mentre due suoi cugini sono stati uccisi dalle Security Forces.
Con l’aiuto della famiglia, nonostante fosse una “ragazza-madre” già all’età di 15 anni ha completato gli studi ed è stata eletta nel 2005 nel Dungannon borough Council.
Dal 2007 è stata eletta a Stormont ed ha ricoperto diversi incarichi ministeriali, tra cui all’agricoltura e alla sanità, prendendo il posto dello storico leader irlandese Martin McGuinness, dopo la sua morte nel 2017.
Recentemente ha sostenuto che il referendum sull’unificazione dell’Irlanda potrebbe tenersi entro una decina d’anni.
Quello dell’unificazione dell’Irlanda è un obiettivo strategico a cui il Sinn Fein, nonostante la differente tattica adottata, non ha rinunciato per superare la partizione artificiale che segna ancora l’Isola.
Fonte
24/05/2023
Il Sinn Féin conferma la vittoria alle elezioni amministrative. Stallo politico in Irlanda del Nord
Alle elezioni locali del 18 maggio il partito della sinistra indipendentista e repubblicana Sinn Féin ha conquistato 144 dei 462 comuni, 39 in più della scorsa tornata. La maggioranza relativa delle amministrazioni al voto in Irlanda del Nord è stata ottenuta con un balzo in avanti dei voti del +7.7% rispetto al 2019.
La destra unionista del Democratic Unionist Party è riuscita a mantenersi sul 23,3%, calando di meno di un punto percentuale e riconfermando i suoi 122 comuni. La volontà di approfittare della contesa elettorale locale per risolvere lo stallo iniziato con le scorse elezioni per il Parlamento regionale non è andata a buon fine.
Nel maggio scorso, infatti, il Sinn Féin aveva già ottenuto una storica vittoria all’Assemblea dell’Irlanda del Nord, dopo le dimissioni del primo ministro del DUP Paul Givan. La crisi politica era cominciata per protesta contro il Protocollo sull’Irlanda del Nord che regolamenta le questioni doganali e migratorie dell’area dopo la Brexit.
La vittoria del partito indipendentista ha dato loro il diritto di nominare il nuovo primo ministro, ma il DUP ha boicottato sin dall’inizio la formazione di un governo di coalizione. Per questo il vertice dell’esecutivo che siede a Stormont è ancora vacante e non occupato da Michelle O’Neill, vice-presidente fino al 2022 e numero due del partito repubblicano.
“Queste elezioni sono un positivo endorsement del nostro messaggio sul fatto che lavoratori, famiglie e comunità hanno bisogno di sostegno e che il blocco dell’assemblea ad opera di una sola parte deve cessare” ha detto la O’Neill. Il richiamo alle condizioni sociali di lavoratori e famiglie esprime l’indirizzo politico che la formazione indipendentista ha preso negli ultimi anni.
Il primo obiettivo del Sinn Féin rimane l’unificazione dell’isola, con la legittimità di un referendum in questo senso rafforzata dai recenti risultati elettorali. Ma da tempo la campagna politica del partito si è concentrata su temi sociali come sanità, disoccupazione e carovita, questioni aggravatesi nella crisi che i settori popolari della regione stanno subendo.
Ridurre la situazione nordirlandese alla pur secolare questione irlandese non riesce a restituire la complessità dello scenario. La capacità del Sinn Féin di connettere le proprie rivendicazioni storiche con tematiche sociali, con un forte ritorno elettorale, mostra la profondità della crisi del sistema politico britannico, che per decenni si è retto nella zona sul DUP.
Non si può non sottolineare come lo stallo per la formazione dell’esecutivo dell’Irlanda del Nord si è accompagnata alla successione di Boris Johnson a Londra, alla veloce ascesa e caduta di Liz Truss, seguita dall’arrivo a Downing Street di Rishi Sunak. La polarizzazione della politica dell’Irlanda del Nord si va dunque approfondendo, ma questa va letta come un sintomo di sommovimenti più generali di tutto il paese.
La classe politica britannica, così come quella di tanti altri paesi euro-atlantici, deve fare i conti con le contraddizioni di un modello che si è avventurato in guerra, ma che non riesce a dare risposte alle difficoltà della maggioranza della popolazione. Anche in Irlanda del Nord serve un’alternativa, e il Sinn Féin, con questa vittoria, si candida ulteriormente a essere l’ago della bilancia di una significativa riconfigurazione degli equilibri politici.
Fonte
La destra unionista del Democratic Unionist Party è riuscita a mantenersi sul 23,3%, calando di meno di un punto percentuale e riconfermando i suoi 122 comuni. La volontà di approfittare della contesa elettorale locale per risolvere lo stallo iniziato con le scorse elezioni per il Parlamento regionale non è andata a buon fine.
Nel maggio scorso, infatti, il Sinn Féin aveva già ottenuto una storica vittoria all’Assemblea dell’Irlanda del Nord, dopo le dimissioni del primo ministro del DUP Paul Givan. La crisi politica era cominciata per protesta contro il Protocollo sull’Irlanda del Nord che regolamenta le questioni doganali e migratorie dell’area dopo la Brexit.
La vittoria del partito indipendentista ha dato loro il diritto di nominare il nuovo primo ministro, ma il DUP ha boicottato sin dall’inizio la formazione di un governo di coalizione. Per questo il vertice dell’esecutivo che siede a Stormont è ancora vacante e non occupato da Michelle O’Neill, vice-presidente fino al 2022 e numero due del partito repubblicano.
“Queste elezioni sono un positivo endorsement del nostro messaggio sul fatto che lavoratori, famiglie e comunità hanno bisogno di sostegno e che il blocco dell’assemblea ad opera di una sola parte deve cessare” ha detto la O’Neill. Il richiamo alle condizioni sociali di lavoratori e famiglie esprime l’indirizzo politico che la formazione indipendentista ha preso negli ultimi anni.
Il primo obiettivo del Sinn Féin rimane l’unificazione dell’isola, con la legittimità di un referendum in questo senso rafforzata dai recenti risultati elettorali. Ma da tempo la campagna politica del partito si è concentrata su temi sociali come sanità, disoccupazione e carovita, questioni aggravatesi nella crisi che i settori popolari della regione stanno subendo.
Ridurre la situazione nordirlandese alla pur secolare questione irlandese non riesce a restituire la complessità dello scenario. La capacità del Sinn Féin di connettere le proprie rivendicazioni storiche con tematiche sociali, con un forte ritorno elettorale, mostra la profondità della crisi del sistema politico britannico, che per decenni si è retto nella zona sul DUP.
Non si può non sottolineare come lo stallo per la formazione dell’esecutivo dell’Irlanda del Nord si è accompagnata alla successione di Boris Johnson a Londra, alla veloce ascesa e caduta di Liz Truss, seguita dall’arrivo a Downing Street di Rishi Sunak. La polarizzazione della politica dell’Irlanda del Nord si va dunque approfondendo, ma questa va letta come un sintomo di sommovimenti più generali di tutto il paese.
La classe politica britannica, così come quella di tanti altri paesi euro-atlantici, deve fare i conti con le contraddizioni di un modello che si è avventurato in guerra, ma che non riesce a dare risposte alle difficoltà della maggioranza della popolazione. Anche in Irlanda del Nord serve un’alternativa, e il Sinn Féin, con questa vittoria, si candida ulteriormente a essere l’ago della bilancia di una significativa riconfigurazione degli equilibri politici.
Fonte
24/06/2022
“La riunificazione dell’Irlanda è l’obiettivo principale del Sinn Féin”
Intervista ai giovani repubblicani irlandesi
Dopo le elezioni dell’Assemblea di Stormont del maggio di quest’anno, abbiamo intervistato i compagni dell’Ógra Sinn Féin, l’organizzazione giovanile della storica organizzazione indipendentista repubblicana.
Ci siamo concentrati sulla situazione nell’Isola, la crisi dell’unionismo, la proposta del referendum sull’unificazione e la guerra.
Con l’ultima elezione dell’Assemblea di Stormont, il Sinn Féin è diventato il primo partito non solo dell'”Irlanda del Nord” ma di tutta l’Irlanda, dopo l'”exploit” nelle elezioni di febbraio 2020 nell’EIRE. Michelle O’Neill del SF, che dovrebbe essere il primo ministro, è stata la politica più votata. Potete parlarci della sua campagna politica e dei temi principali, considerando l’aggravarsi della crisi sociale?
La scorsa campagna elettorale per l’Assemblea di Stormont si è concentrata sulla crisi sociale ed economica che i lavoratori dell’Irlanda del Nord devono affrontare.
La priorità del Sinn Féin è quella di realizzare un cambiamento reale nelle comunità e di lavorare per affrontare l’aumento del costo della vita e la mancanza di accesso ad alloggi, assistenza sanitaria e istruzione di qualità. Rispondere a questi problemi è possibile solo con un’Assemblea e un Esecutivo funzionanti, ed è per questo che per tutta la durata delle elezioni abbiamo ribadito che saremmo rientrati in queste istituzioni a prescindere dal risultato, e abbiamo costantemente incoraggiato gli altri partiti a fare lo stesso.
Il Sinn Féin è uscito da queste elezioni con un chiaro mandato per nominare un Primo Ministro e perseguire un programma inclusivo e progressista. Questo risultato fa parte di una tendenza più ampia in tutta l’Irlanda a favore del cambiamento. È sempre più chiaro che la gente, sia a nord che a sud, ne ha abbastanza degli Stati reazionari nati dalla spartizione di cento anni fa, e ne ha abbastanza dell’economia di sfruttamento che è stata al centro di tante questioni in questo Paese.
I problemi che affrontiamo oggi non possono essere risolti senza un cambiamento fondamentale dell’Irlanda, che comprenda non solo la riunificazione del nostro Paese, ma anche la costruzione di una nuova Repubblica basata sugli ideali del Proclama del 1916 e sui principi di giustizia sociale e di uguaglianza economica.
Il DUP sta attuando una sorta di boicottaggio politico per bloccare la formazione dell’esecutivo dell’Assemblea di Stormont e per fare pressione sul governo Tory del Regno Unito affinché cambi il protocollo firmato dopo la Brexit con l’UE. Liz Truss sembra voler cambiare il protocollo anche senza un accordo con l’UE. Come pensate che si svilupperà questa crisi politica in Irlanda e nel Regno Unito, considerando che da febbraio non è stato formato un esecutivo?
Non è possibile prevedere come si svilupperà questa crisi, ma sappiamo che l’unica soluzione permanente è l’unità irlandese. Boris Johnson sta usando l’Irlanda come strumento politico per mantenersi al potere, ed è disposto a mettere a rischio l’Accordo del Venerdì Santo. I conservatori non si sono mai preoccupati di ciò che è meglio per l’Irlanda e agiscono solo per i loro cinici interessi politici.
Ora abbiamo bisogno di una mobilitazione popolare in tutta l’Irlanda a sostegno dell’Accordo del Venerdì Santo e che il governo di Dublino raccolga il sostegno internazionale per chiedere conto al governo britannico.
Il cosiddetto fronte “unionista” sembra essere in crisi, in particolare il rapporto con il DUP e i militanti radicalizzati dell’estrema destra. Ci potete descrivere cosa è successo e se pensate che ci sia un pericolo reale per gli Accordi del Venerdì Santo?
La crisi dell’unionismo politico è dovuta alla sua stessa rigidità. Il semplice fatto è che i giorni di uno Stato unionista monopartitico in Irlanda sono finiti, e alcuni si rifiutano di accettarlo. Non sono disposti ad accettare la realtà che viviamo in un Paese che sta cambiando e non sono disposti a fornire alcun tipo di visione positiva per il futuro. Questo ha portato a un indebolimento del loro sostegno e ha aggiunto slancio alla causa del cambiamento costituzionale in Irlanda.
Esiste un pericolo reale per l’Accordo del Venerdì Santo, ma questa minaccia proviene innanzitutto dal governo britannico e dal suo atteggiamento sconsiderato nei confronti dell’Irlanda. Il DUP non ha appoggiato l’Accordo del Venerdì Santo nel 1998 e non lo appoggia ora. Il loro rifiuto di accettare la democrazia non ostacolerà il progresso in Irlanda.
La stragrande maggioranza dei cittadini nordirlandesi sostiene l’Accordo e ha tratto enormi benefici dalla sua attuazione. Dobbiamo lavorare instancabilmente per assicurarci che l’Accordo sia protetto in tutte le sue parti, ma siamo fiduciosi che rimarrà la chiave per la pace e la riconciliazione in Irlanda.
In Scozia, l’SNP ha vinto le elezioni e ha avviato una mobilitazione per un secondo referendum sull’indipendenza, anche se i conservatori non lo accettano. Pensate che sia giunto il momento di iniziare a pianificare un referendum per l’unificazione dell’Irlanda, e quali saranno le condizioni per avviare questo tipo di campagna politica?
È da tempo che è giunto il momento di iniziare a pianificare un referendum sull’unità irlandese. Il sostegno alla riunificazione è a un livello record e ogni segnale indica che questo dato si sta rafforzando. La riunificazione dell’Irlanda è l’obiettivo primario del Sinn Féin e dell’Ógra Shinn Féin, e il perseguimento di questo obiettivo è al centro di tutto ciò che facciamo.
Vogliamo costruire un’Irlanda completamente nuova che sia una casa per tutti gli abitanti dell’isola. Si tratta di un progetto enorme che richiederà il contributo e il lavoro di tutti in tutto il Paese, sia dei repubblicani del Sud sia degli unionisti del Nord. È estremamente importante che il governo di Dublino, così come i partiti politici, i sindacati e altre organizzazioni in tutta l’Irlanda, assumano un ruolo attivo nella preparazione non solo del referendum, ma della riunificazione stessa.
Il governo britannico è profondamente coinvolto nella guerra in Ucraina ed è uno dei membri più “falchi” della NATO; potete dirci qual è la posizione del Sinn Féin, storicamente contrario alla NATO, e se oggi esiste un movimento per la pace?
Il Sinn Féin crede fermamente nella neutralità irlandese ed è assolutamente contrario all’adesione alla NATO e alla crescente militarizzazione dell’Europa. Nonostante i migliori sforzi dell’attuale governo e dei suoi predecessori, il mantenimento della neutralità è ancora molto popolare tra la popolazione.
L’adesione alle alleanze militari della NATO e dell’UE non servirebbe a proteggere l’Irlanda, ma solo a favorire gli interessi imperialisti. La nostra neutralità è la nostra più grande risorsa all’estero e ci permette di perseguire una politica estera attiva e indipendente. L’Irlanda deve continuare a usare la sua voce e le sue risorse a sostegno dell’autodeterminazione e della pace nel mondo.
Fonte
Dopo le elezioni dell’Assemblea di Stormont del maggio di quest’anno, abbiamo intervistato i compagni dell’Ógra Sinn Féin, l’organizzazione giovanile della storica organizzazione indipendentista repubblicana.
Ci siamo concentrati sulla situazione nell’Isola, la crisi dell’unionismo, la proposta del referendum sull’unificazione e la guerra.
Con l’ultima elezione dell’Assemblea di Stormont, il Sinn Féin è diventato il primo partito non solo dell'”Irlanda del Nord” ma di tutta l’Irlanda, dopo l'”exploit” nelle elezioni di febbraio 2020 nell’EIRE. Michelle O’Neill del SF, che dovrebbe essere il primo ministro, è stata la politica più votata. Potete parlarci della sua campagna politica e dei temi principali, considerando l’aggravarsi della crisi sociale?
La scorsa campagna elettorale per l’Assemblea di Stormont si è concentrata sulla crisi sociale ed economica che i lavoratori dell’Irlanda del Nord devono affrontare.
La priorità del Sinn Féin è quella di realizzare un cambiamento reale nelle comunità e di lavorare per affrontare l’aumento del costo della vita e la mancanza di accesso ad alloggi, assistenza sanitaria e istruzione di qualità. Rispondere a questi problemi è possibile solo con un’Assemblea e un Esecutivo funzionanti, ed è per questo che per tutta la durata delle elezioni abbiamo ribadito che saremmo rientrati in queste istituzioni a prescindere dal risultato, e abbiamo costantemente incoraggiato gli altri partiti a fare lo stesso.
Il Sinn Féin è uscito da queste elezioni con un chiaro mandato per nominare un Primo Ministro e perseguire un programma inclusivo e progressista. Questo risultato fa parte di una tendenza più ampia in tutta l’Irlanda a favore del cambiamento. È sempre più chiaro che la gente, sia a nord che a sud, ne ha abbastanza degli Stati reazionari nati dalla spartizione di cento anni fa, e ne ha abbastanza dell’economia di sfruttamento che è stata al centro di tante questioni in questo Paese.
I problemi che affrontiamo oggi non possono essere risolti senza un cambiamento fondamentale dell’Irlanda, che comprenda non solo la riunificazione del nostro Paese, ma anche la costruzione di una nuova Repubblica basata sugli ideali del Proclama del 1916 e sui principi di giustizia sociale e di uguaglianza economica.
Il DUP sta attuando una sorta di boicottaggio politico per bloccare la formazione dell’esecutivo dell’Assemblea di Stormont e per fare pressione sul governo Tory del Regno Unito affinché cambi il protocollo firmato dopo la Brexit con l’UE. Liz Truss sembra voler cambiare il protocollo anche senza un accordo con l’UE. Come pensate che si svilupperà questa crisi politica in Irlanda e nel Regno Unito, considerando che da febbraio non è stato formato un esecutivo?
Non è possibile prevedere come si svilupperà questa crisi, ma sappiamo che l’unica soluzione permanente è l’unità irlandese. Boris Johnson sta usando l’Irlanda come strumento politico per mantenersi al potere, ed è disposto a mettere a rischio l’Accordo del Venerdì Santo. I conservatori non si sono mai preoccupati di ciò che è meglio per l’Irlanda e agiscono solo per i loro cinici interessi politici.
Ora abbiamo bisogno di una mobilitazione popolare in tutta l’Irlanda a sostegno dell’Accordo del Venerdì Santo e che il governo di Dublino raccolga il sostegno internazionale per chiedere conto al governo britannico.
Il cosiddetto fronte “unionista” sembra essere in crisi, in particolare il rapporto con il DUP e i militanti radicalizzati dell’estrema destra. Ci potete descrivere cosa è successo e se pensate che ci sia un pericolo reale per gli Accordi del Venerdì Santo?
La crisi dell’unionismo politico è dovuta alla sua stessa rigidità. Il semplice fatto è che i giorni di uno Stato unionista monopartitico in Irlanda sono finiti, e alcuni si rifiutano di accettarlo. Non sono disposti ad accettare la realtà che viviamo in un Paese che sta cambiando e non sono disposti a fornire alcun tipo di visione positiva per il futuro. Questo ha portato a un indebolimento del loro sostegno e ha aggiunto slancio alla causa del cambiamento costituzionale in Irlanda.
Esiste un pericolo reale per l’Accordo del Venerdì Santo, ma questa minaccia proviene innanzitutto dal governo britannico e dal suo atteggiamento sconsiderato nei confronti dell’Irlanda. Il DUP non ha appoggiato l’Accordo del Venerdì Santo nel 1998 e non lo appoggia ora. Il loro rifiuto di accettare la democrazia non ostacolerà il progresso in Irlanda.
La stragrande maggioranza dei cittadini nordirlandesi sostiene l’Accordo e ha tratto enormi benefici dalla sua attuazione. Dobbiamo lavorare instancabilmente per assicurarci che l’Accordo sia protetto in tutte le sue parti, ma siamo fiduciosi che rimarrà la chiave per la pace e la riconciliazione in Irlanda.
In Scozia, l’SNP ha vinto le elezioni e ha avviato una mobilitazione per un secondo referendum sull’indipendenza, anche se i conservatori non lo accettano. Pensate che sia giunto il momento di iniziare a pianificare un referendum per l’unificazione dell’Irlanda, e quali saranno le condizioni per avviare questo tipo di campagna politica?
È da tempo che è giunto il momento di iniziare a pianificare un referendum sull’unità irlandese. Il sostegno alla riunificazione è a un livello record e ogni segnale indica che questo dato si sta rafforzando. La riunificazione dell’Irlanda è l’obiettivo primario del Sinn Féin e dell’Ógra Shinn Féin, e il perseguimento di questo obiettivo è al centro di tutto ciò che facciamo.
Vogliamo costruire un’Irlanda completamente nuova che sia una casa per tutti gli abitanti dell’isola. Si tratta di un progetto enorme che richiederà il contributo e il lavoro di tutti in tutto il Paese, sia dei repubblicani del Sud sia degli unionisti del Nord. È estremamente importante che il governo di Dublino, così come i partiti politici, i sindacati e altre organizzazioni in tutta l’Irlanda, assumano un ruolo attivo nella preparazione non solo del referendum, ma della riunificazione stessa.
Il governo britannico è profondamente coinvolto nella guerra in Ucraina ed è uno dei membri più “falchi” della NATO; potete dirci qual è la posizione del Sinn Féin, storicamente contrario alla NATO, e se oggi esiste un movimento per la pace?
Il Sinn Féin crede fermamente nella neutralità irlandese ed è assolutamente contrario all’adesione alla NATO e alla crescente militarizzazione dell’Europa. Nonostante i migliori sforzi dell’attuale governo e dei suoi predecessori, il mantenimento della neutralità è ancora molto popolare tra la popolazione.
L’adesione alle alleanze militari della NATO e dell’UE non servirebbe a proteggere l’Irlanda, ma solo a favorire gli interessi imperialisti. La nostra neutralità è la nostra più grande risorsa all’estero e ci permette di perseguire una politica estera attiva e indipendente. L’Irlanda deve continuare a usare la sua voce e le sue risorse a sostegno dell’autodeterminazione e della pace nel mondo.
Fonte
17/05/2022
14/05/2022
Irlanda del Nord - Sinn Féin primo partito
Il Sinn Féin è il primo partito in Irlanda, ma il suo successo sembra avere avviato l’ennesima crisi politica per la Gran Bretagna.
Lo storico risultato alle elezioni di Stormont, in Irlanda del Nord, la scorsa settimana, in cui il partito indipendentista ha ottenuto 27 deputati, superando gli “unionisti” del DUP di Jeffrey Donaldson – fermi a 25 – si somma all’exploit alle urne in EIRE del febbraio del 2020, in cui è risultato il partito più votato con il 24,5% delle preferenze.
Ha ottenuto più di 250 mila voti, contro i 184 mila degli unionisti del Dup, mentre circa 116 mila voti sono andati ai “centristi” dell’Alliance Party.
La candidata del Sinn Féin e futura Prima Ministra Michelle O’Neill ha ottenuto più di 10 mila preferenze.
La formazione politica repubblicana, che i media mainstream si ostinano a chiamare “ex braccio politico dell’IRA” nonostante siano passati circa 25 anni dalla fine dei Troubles, ha condotto una campagna elettorale simile a quella svolta due anni fa per il parlamento di Dublino, concentrandosi sugli effetti più impattanti dell’attuale crisi sociale.
Focalizzarsi sulle questioni bread and butter è risultata una tattica vincente ai fini elettorali.
Hanno avuto la priorità la disastrosa situazione della sanità – sia per quanto riguarda l’utenza che il personale che vi opera – il disagio abitativo dovuto alla speculazione edilizia e in ultimo, ma non meno importante, il costo della vita, mettendo in secondo piano le questioni legate all’unificazione dell’Isola, storica rivendicazione indipendentista al centro di una specifica campagna repubblicana.
Mary Lou McDonald, leader del SF succeduta a Gerry Adams, ha ribadito recentemente che il partito spingerà per la riunificazione, ma in maniera “pianificata, ordinata, democratica, ed interamente pacifica”, intravedendo questa possibilità in cinque anni e ribadendo che la cosa più importante è che “la preparazione cominci ora”.
Michelle O’Neill, futuro primo ministro, ha promesso di investire un miliardo di sterline per affrontare il problema delle liste d’attesa e sostenere i lavoratori della sanità, mettendo nelle tasche delle Sei Contee 334 milioni di sterline.
Nel dettagliato manifesto elettorale Time for real change sono elencati i problemi che il SF intende affrontare e le ricette per risolverli: costo della vita, salute, pianificazione dell’unificazione, economia, casa, istruzione, diritti dei lavoratori, comunità rurali, crisi climatica, eguaglianza, diversità ed inclusione sono i punti esposti nella 20 pagine che compongono il programma.
Gli unionisti del DUP, che nell’assetto politico istituzionale previsto dai Good Friday Agreements, devono condividere il potere con il Sinn Fein – ma che saranno costretti per la prima volta a cedere il posto di Primo Ministro alla candidata repubblicana – hanno puntato tutto sul pericolo di un ipotetico successo repubblicano e sul superamento del protocollo firmato nel 2019 da Gran Bretagna e UE.
Tale accordo, che ora Londra vorrebbe mettere in discussione dicendosi pronta a cambiarlo anche unilateralmente, era stato il risultato delle trattative sulla Brexit dopo il divorzio tra Londra e Bruxelles, avviato con il referendum del 2016, che aveva visto la vittoria del Leave.
Liz Truz, ministra degli Esteri britannica, è stata perentoria affermando che preferirebbe una “soluzione negoziata” ma che non esiterà ad “agire per stabilizzare la situazione in Irlanda del Nord se non saranno trovate soluzioni”, facendo andare su tutte le furie Bruxelles che minaccia una guerra commerciale nel caso la Gran Bretagna agisse unilateralmente.
Bisogna dire che nel 2016 la maggioranza dei nord-irlandesi votò per il Remain, mentre il Democratic Unionist Party si espresse per un divorzio dalla UE, alleandosi come sempre ai conservatori britannici che avevano promosso il referendum.
Gli unionisti vennero poi “scaricati” da Boris Johnson, dopo le ultime elezioni britanniche, una volta che i loro voti non risultavano più necessari per assicurare il governo dei tories.
I risultati dell’accordo sono diventati legge il primo gennaio dello scorso anno, ma hanno causato la feroce opposizione unionista, nuovamente radicalizzata dopo la fine dei Troubles, sulla questione dei controlli sugli standard per le merci alimentari che entrano in Irlanda del Nord, secondo le regole del mercato unico dell’Unione Europea, da effettuarsi nei porti nord-irlandesi.
Un accordo frutto di un compromesso scricchiolante, come dimostrano le attuali parole della Foreign Secretary britannica Liz Truz, che vorrebbe cambiare l’accordo su pressione degli unionisti.
Il DUP ha minacciato il boicottaggio dell’iter per la formazione del nuovo esecutivo, dopo le dimissioni dell’ex primo ministro unionista all’inizio dell’anno – sempre sulla questione del protocollo – che avevano portato alle elezioni.
Questo “boicottaggio” tiene di fatto in ostaggio il Sinn Fein che non può così realizzare quelle misure di emergenza sociale che erano stato il fulcro della sua campagna elettorale.
L’alternativa al protocollo sarebbe stata il portare il confine tra UE e Gran Bretagna lungo quella linea immaginaria ed artificiale che da un centinaio d’anni divide l’Isola tra EIRE e Irlanda del Nord.
Cosa che avrebbe creato non pochi problemi, vista la possibilità non peregrina di un riaccendersi delle tensioni, viste le minacce dei dissidenti repubblicani che hanno continuato la lotta armata, abbandonata dall’IRA, e il sentimento universale che considera quel confine una barriera artificiale.
La crisi di egemonia del DUP sul fronte unionista, ed il tentativo di una sua nuova legittimazione tra le file della comunità orangista, più volte sull’orlo dello strappo, insieme all’affermazione del Sinn Fein, oltre a paralizzare il governo nord-irlandese, per una sorta di effetto domino ha investito la politica britannica ed i rapporti tra il Regno Unito e l’Unione Europea, minacciando quell’”unità euro-atlantica” funzionale ai progetti statunitensi, e preoccupa ora non poco Washington.
A 106 anni dall’esecuzione di James Connolly, da parte della Corona Britannica, le sue parole assumono ancora maggiore significato: “Il Governo britannico non ha diritto sull’Irlanda, non ha mai avuto alcun diritto sull’Irlanda, e non lo avrà mai sull’Irlanda”.
Fonte
Lo storico risultato alle elezioni di Stormont, in Irlanda del Nord, la scorsa settimana, in cui il partito indipendentista ha ottenuto 27 deputati, superando gli “unionisti” del DUP di Jeffrey Donaldson – fermi a 25 – si somma all’exploit alle urne in EIRE del febbraio del 2020, in cui è risultato il partito più votato con il 24,5% delle preferenze.
Ha ottenuto più di 250 mila voti, contro i 184 mila degli unionisti del Dup, mentre circa 116 mila voti sono andati ai “centristi” dell’Alliance Party.
La candidata del Sinn Féin e futura Prima Ministra Michelle O’Neill ha ottenuto più di 10 mila preferenze.
La formazione politica repubblicana, che i media mainstream si ostinano a chiamare “ex braccio politico dell’IRA” nonostante siano passati circa 25 anni dalla fine dei Troubles, ha condotto una campagna elettorale simile a quella svolta due anni fa per il parlamento di Dublino, concentrandosi sugli effetti più impattanti dell’attuale crisi sociale.
Focalizzarsi sulle questioni bread and butter è risultata una tattica vincente ai fini elettorali.
Hanno avuto la priorità la disastrosa situazione della sanità – sia per quanto riguarda l’utenza che il personale che vi opera – il disagio abitativo dovuto alla speculazione edilizia e in ultimo, ma non meno importante, il costo della vita, mettendo in secondo piano le questioni legate all’unificazione dell’Isola, storica rivendicazione indipendentista al centro di una specifica campagna repubblicana.
Mary Lou McDonald, leader del SF succeduta a Gerry Adams, ha ribadito recentemente che il partito spingerà per la riunificazione, ma in maniera “pianificata, ordinata, democratica, ed interamente pacifica”, intravedendo questa possibilità in cinque anni e ribadendo che la cosa più importante è che “la preparazione cominci ora”.
Michelle O’Neill, futuro primo ministro, ha promesso di investire un miliardo di sterline per affrontare il problema delle liste d’attesa e sostenere i lavoratori della sanità, mettendo nelle tasche delle Sei Contee 334 milioni di sterline.
Nel dettagliato manifesto elettorale Time for real change sono elencati i problemi che il SF intende affrontare e le ricette per risolverli: costo della vita, salute, pianificazione dell’unificazione, economia, casa, istruzione, diritti dei lavoratori, comunità rurali, crisi climatica, eguaglianza, diversità ed inclusione sono i punti esposti nella 20 pagine che compongono il programma.
Gli unionisti del DUP, che nell’assetto politico istituzionale previsto dai Good Friday Agreements, devono condividere il potere con il Sinn Fein – ma che saranno costretti per la prima volta a cedere il posto di Primo Ministro alla candidata repubblicana – hanno puntato tutto sul pericolo di un ipotetico successo repubblicano e sul superamento del protocollo firmato nel 2019 da Gran Bretagna e UE.
Tale accordo, che ora Londra vorrebbe mettere in discussione dicendosi pronta a cambiarlo anche unilateralmente, era stato il risultato delle trattative sulla Brexit dopo il divorzio tra Londra e Bruxelles, avviato con il referendum del 2016, che aveva visto la vittoria del Leave.
Liz Truz, ministra degli Esteri britannica, è stata perentoria affermando che preferirebbe una “soluzione negoziata” ma che non esiterà ad “agire per stabilizzare la situazione in Irlanda del Nord se non saranno trovate soluzioni”, facendo andare su tutte le furie Bruxelles che minaccia una guerra commerciale nel caso la Gran Bretagna agisse unilateralmente.
Bisogna dire che nel 2016 la maggioranza dei nord-irlandesi votò per il Remain, mentre il Democratic Unionist Party si espresse per un divorzio dalla UE, alleandosi come sempre ai conservatori britannici che avevano promosso il referendum.
Gli unionisti vennero poi “scaricati” da Boris Johnson, dopo le ultime elezioni britanniche, una volta che i loro voti non risultavano più necessari per assicurare il governo dei tories.
I risultati dell’accordo sono diventati legge il primo gennaio dello scorso anno, ma hanno causato la feroce opposizione unionista, nuovamente radicalizzata dopo la fine dei Troubles, sulla questione dei controlli sugli standard per le merci alimentari che entrano in Irlanda del Nord, secondo le regole del mercato unico dell’Unione Europea, da effettuarsi nei porti nord-irlandesi.
Un accordo frutto di un compromesso scricchiolante, come dimostrano le attuali parole della Foreign Secretary britannica Liz Truz, che vorrebbe cambiare l’accordo su pressione degli unionisti.
Il DUP ha minacciato il boicottaggio dell’iter per la formazione del nuovo esecutivo, dopo le dimissioni dell’ex primo ministro unionista all’inizio dell’anno – sempre sulla questione del protocollo – che avevano portato alle elezioni.
Questo “boicottaggio” tiene di fatto in ostaggio il Sinn Fein che non può così realizzare quelle misure di emergenza sociale che erano stato il fulcro della sua campagna elettorale.
L’alternativa al protocollo sarebbe stata il portare il confine tra UE e Gran Bretagna lungo quella linea immaginaria ed artificiale che da un centinaio d’anni divide l’Isola tra EIRE e Irlanda del Nord.
Cosa che avrebbe creato non pochi problemi, vista la possibilità non peregrina di un riaccendersi delle tensioni, viste le minacce dei dissidenti repubblicani che hanno continuato la lotta armata, abbandonata dall’IRA, e il sentimento universale che considera quel confine una barriera artificiale.
La crisi di egemonia del DUP sul fronte unionista, ed il tentativo di una sua nuova legittimazione tra le file della comunità orangista, più volte sull’orlo dello strappo, insieme all’affermazione del Sinn Fein, oltre a paralizzare il governo nord-irlandese, per una sorta di effetto domino ha investito la politica britannica ed i rapporti tra il Regno Unito e l’Unione Europea, minacciando quell’”unità euro-atlantica” funzionale ai progetti statunitensi, e preoccupa ora non poco Washington.
A 106 anni dall’esecuzione di James Connolly, da parte della Corona Britannica, le sue parole assumono ancora maggiore significato: “Il Governo britannico non ha diritto sull’Irlanda, non ha mai avuto alcun diritto sull’Irlanda, e non lo avrà mai sull’Irlanda”.
Fonte
14/09/2020
La crisi britannica
A meno di quattro mesi dall’inizio ufficiale del “divorzio” tra Gran Bretagna ed Unione Europea sembra riaffacciarsi lo spettro di una “Brexit senza-accordo”.
A quattro anni circa dal referendum che ha sancito l’uscita del Regno Unito dalla UE l’incertezza su quelli che saranno i rapporti tra le due entità è ancora dominata dall’incertezza.
A fianco, in parte come conseguenza o quanto meno concausa, tornano contestualmente in primo piano la possibilità di un secondo referendum sull’indipendenza scozzese – dopo quello del 2014 – e la tenuta di un referendum per l’unificazione dell’Irlanda, previsto dagli accordi di pace anglo-irlandesi del 1998.
Il percorso più che accidentato per un accordo commerciale dopo la separazione del Regno Unito dall’Unione è giunto ad una nuova impasse in seguito ad una iniziativa legislativa dell’esecutivo di Boris Johnson, che ha messo in discussione la possibilità di un accordo di libero scambio tra GB e Unione che desse continuità – in forme mutate – ai rapporti commerciali tra le due entità politiche.
Secondo l’analisi illuminante di Guido Salerno Aletta immediatamente successiva all’accordo raggiunto all’inizio di quest’anno: “Dopo la Brexit, il futuro delle relazioni commerciali tra Gran Bretagna ed Unione europea si fonda su un requisito che trova posto nella Dichiarazione politica, che ha valore di indirizzo: per quanto riguarda la competizione commerciale su un piano di gioco livellato, non c’è più l’impegno ad un allineamento dinamico agli standard dell’Unione, ma solo quello a non regredire rispetto ai livelli esistenti al termine del periodo di transizione.
In ordine al commercio di beni, mentre si conferma che Uk ed Ue saranno due mercati distinti, viene meno il riferimento al “single custom territory” per via dello speciale trattamento doganale riservato all’Irlanda del Nord e della creazione di una frontiera interna, con l’impegno ad accordi ambiziosi per evitare frizioni doganali e per combattere le attività illegali.”
Ma sembra che dalla difficile realizzazione di un punto di equilibrio tra le esigenze di Gran Bretagna e UE si sia giunti, o meglio si possa giungere, ad una rottura.
Il governo conservatore britannico ha infatti reso pubblico mercoledì 9 settembre un progetto di legge che contraddice in parte l’accordo già firmato relativo all’uscita del Regno Unito dall’Unione e che permetterebbe a Londra di “violarlo”, in pratica in barba al diritto internazionale.
BJ sembra disposto a “varcare il Rubicone” o a forzare pretestuosamente l’orizzonte delle trattative con la UE, mentre i i 27 – per voce del vice presidente della Commissione Manos Sefcovic – ne chiedono a gran voce il ritiro già da giovedì della scorsa settimana, giorno di chiusura dell’agitato ottavo round di trattative UE-Regno Unito.
A Bruxelles è un coro unico di indignazione per il comportamento britannico, preso come l’ennesimo smacco del caustico primo ministro britannico nei confronti dei suoi ex partner.
Questa ipotesi legislativa permetterebbe a Londra di prendere unilateralmente delle decisioni commerciali nella “provincia” dell’Irlanda del Nord, un potere che secondo l’accordo sulla Brexit dovrebbe essere condiviso con gli Stati Europei.
Questo accordo internazionale, in nuce “giuridicamente” scricchiolante, era il prodotto di una concezione pragmatica tesa innanzitutto a raggiungere un accordo senza troppo considerare le sue intrinseche debolezze, per salvare la faccia ad entrambi. In effetti chiedeva ad un Paese non più membro dell’Unione Europea di applicare – in questo caso specifico – la giurisdizione europea.
Dietro gli aspetti formali si nasconde però un conflitto sostanziale tra due sovranità politiche differenti, Gran Bretagna ed Unione Europea.
Inoltre questa vicenda dà la cifra del conflitto tra l’esecutivo britannico ed il Parlamento, che vorrebbe di fatto esautorare con piglio decisionista: non una novità, per l’esperienza governativa di BJ.
Di fatto questa legge, se approvata, permetterebbe di violare le disposizioni chiave del trattato concluso l’anno scorso, che mirava ad assicurare una concorrenza “leale” dopo la Brexit ed evitare il ritorno della frontiera tra l’Irlanda del Nord e l’Eire, conformemente all’Accordo di Pace del 1998.
“Il testo di legge britannico prevede che i ministri possano ormai emanciparsi dall’interpretazione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. È un atto di ribellione nei confronti della Corte, non considerata come una istituzione competente che agisce, ma come una fonte d’interpretazione che si decide di ignorare”, spiega a «Mediapart» Loïc Azoulai, docente di diritto a Sciences-Po a Parigi.
L’esame del testo di legge dovrebbe iniziare questo lunedì alla Camera dei Comuni, dove il governo conservatore dispone di una maggioranza di 80 seggi, assicurata dalla schiacciante vittoria ottenuta alle ultime elezioni in cui BJ era riuscito a capitalizzare il consenso rispetto alla sua scelta per il Leave al referendum.
Alcuni deputati tory “ribelli” – una ventina – minacciano di non votare la legge, e chiedono al Ministro della Giustizia britannico, Robert Buckland, di dimettersi per marcare il suo disaccordo.
Nonostante questa fronda, gli “hard brexiters” avrebbero i numeri per portare avanti il progetto
Domenica su questa ipotesi legislativa si sono espressi negativamente due ex primi ministri, il conservatore John Major ed il laburista Tony Blair, accusando il governo di “imbarazzare la Gran Bretagna” con una legislazione “irresponsabile, sbagliata nel principio e pericolosa nella pratica” insieme ad altre figure di spicco della politica britannica, così come della speaker del Congresso statunitense, la democratica Nancy Pelosi.
I “good friday agreements” avevano messo fine a trent’anni di guerra civile in Irlanda del Nord, spianando la strada ad una soluzione politica del conflitto armato tra Londra e gli indipendentisti irlandesi.
Da allora il Sinn Féin – la cui la proposta strategica è da sempre quella dell’unificazione politica dell’Isola – è diventata una rilevante forza politica non solo nel Nord, ma anche nell’Eire.
All’inizio di quest’anno si era reso protagonista di un exploit elettorale a febbraio, “vanificato” quest’estate da un fragile accordo – una specie di conventio ad escludendum contro il Sinn Fein – tra i due partiti che si sono tradizionalmente spartiti il potere a Dublino – il Fianna Fáil ed il Fine Gael – ed i “Verdi”.
L’ipotesi di un referendum per l’unificazione – previsto dagli accordi del ’98 – è rientrata prepotentemente nell’agenda politica della formazione dello storico leader indipendentista Gerry Adams dopo una campagna elettorale in cui si erano anteposte le proposte sociali relative alle storture del modello neo-liberista irlandese, sapientemente coniugate con le istanze patriottiche del partito.
È iniziata infatti quest’estate una campagna per rendere possibile la tenuta del referendum entro 5 anni.
Mary Lou McDonald, segretaria del SF, in una recente intervista all’Irish Times ha ribadito che “l’unità dell’Irlanda coinvolge tutti, non è un affare del Sinn Féin”.
Stando ai sondaggi è un’aspirazione che travalica le tradizionali divisioni politiche.
La leader irlandese afferma la priorità di questa battaglia nella propria agenda politica: “il nostro compito immediato è la preparazione per il cambiamento istituzionale”.
I cambiamenti demografici nell’Irlanda del Nord – dove la maggioranza protestante/unionista sta scomparendo – è un altro dato che mostra come le circostanze siano favorevoli.
Per ora il SF non si esprime su Stormont e quale sarà il processo di transizione su cui si deve aprire il dibattito. Ma “siamo in un momento in cui abbiamo l’opportunità ed il contesto politico. Possiamo cambiare l’Irlanda”.
La campagna per l’unità irlandese (A decade of Opportunities – Toward The New Republic) è di fatto iniziata questa estate come forma di pressione sul governo nazionale – che sembra piuttosto sordo alla road map proposta – e come percorso di sensibilizzazione popolare per una Repubblica inclusiva e rispettosa di tutte le sue componenti.
Intanto la Prima Ministra scozzese, Nicola Sturgeon – leader del Scottish National Party – nel corso della presentazione del proprio programma per la creazione di un fondo per 100 mila posti di lavoro “green” e le proposizioni per un “Servizio di Cura Nazionale”, a fine agosto, aveva espresso la volontà di tenere a marzo un secondo referendum sull’indipendenza scozzese.
Secondo Sturgeon la crisi pandemica ha dimostrato come le limitazioni alle capacità decisionali scozzesi hanno minato le possibilità di intervento.
Intende quindi preparare la cornice giuridica affinché si possa svolgere il referendum, senza per ora ipotizzare rotture unilaterali fuori dalla cornice legislativa vigente.
I sondaggi intanto registrano per la prima volta una maggioranza favorevole all’indipendenza, mentre 6 anni fa l’ipotesi unionista vinse di misura, con il 54-55%. Un mutamento d’opinione che gli analisti attribuirebbero “alla Brexit e alla percezione secondo cui la Sturgeon ha gestito la pandemia da coronavirus meglio di Johnson”, afferma il Financial Times.
Tornando al confronto tra Gran Bretagna e Unione Europea, i toni si sono notevolmente esacerbati questo fine settimana, con le accuse di BJ secondo cui l’UE starebbe minacciando un “blocco” in Irlanda del Nord che impedirebbe alle derrate alimentari del Regno Unito di giungervi. Accuse giudicate false dall’establishment politico dell’Irlanda e smentite pubblicamente, sia dal ministro della giustizia sia da quello degli Esteri.
Da qualsiasi angolazione la si guardi, è chiaro che la crisi britannica – esaltata dalla catastrofica gestione della pandemia – sta aprendo la strada ad ipotesi politiche inedite, segno di cambiamenti profondi che l’establishment sembra incapace di governare.
Dalle fratture esistenti possono nascere rotture dello status quo e si potrebbero giocare scommesse politiche fin qui ritenute impensabili.
Fonte
A quattro anni circa dal referendum che ha sancito l’uscita del Regno Unito dalla UE l’incertezza su quelli che saranno i rapporti tra le due entità è ancora dominata dall’incertezza.
A fianco, in parte come conseguenza o quanto meno concausa, tornano contestualmente in primo piano la possibilità di un secondo referendum sull’indipendenza scozzese – dopo quello del 2014 – e la tenuta di un referendum per l’unificazione dell’Irlanda, previsto dagli accordi di pace anglo-irlandesi del 1998.
Il percorso più che accidentato per un accordo commerciale dopo la separazione del Regno Unito dall’Unione è giunto ad una nuova impasse in seguito ad una iniziativa legislativa dell’esecutivo di Boris Johnson, che ha messo in discussione la possibilità di un accordo di libero scambio tra GB e Unione che desse continuità – in forme mutate – ai rapporti commerciali tra le due entità politiche.
Secondo l’analisi illuminante di Guido Salerno Aletta immediatamente successiva all’accordo raggiunto all’inizio di quest’anno: “Dopo la Brexit, il futuro delle relazioni commerciali tra Gran Bretagna ed Unione europea si fonda su un requisito che trova posto nella Dichiarazione politica, che ha valore di indirizzo: per quanto riguarda la competizione commerciale su un piano di gioco livellato, non c’è più l’impegno ad un allineamento dinamico agli standard dell’Unione, ma solo quello a non regredire rispetto ai livelli esistenti al termine del periodo di transizione.
In ordine al commercio di beni, mentre si conferma che Uk ed Ue saranno due mercati distinti, viene meno il riferimento al “single custom territory” per via dello speciale trattamento doganale riservato all’Irlanda del Nord e della creazione di una frontiera interna, con l’impegno ad accordi ambiziosi per evitare frizioni doganali e per combattere le attività illegali.”
Ma sembra che dalla difficile realizzazione di un punto di equilibrio tra le esigenze di Gran Bretagna e UE si sia giunti, o meglio si possa giungere, ad una rottura.
Il governo conservatore britannico ha infatti reso pubblico mercoledì 9 settembre un progetto di legge che contraddice in parte l’accordo già firmato relativo all’uscita del Regno Unito dall’Unione e che permetterebbe a Londra di “violarlo”, in pratica in barba al diritto internazionale.
BJ sembra disposto a “varcare il Rubicone” o a forzare pretestuosamente l’orizzonte delle trattative con la UE, mentre i i 27 – per voce del vice presidente della Commissione Manos Sefcovic – ne chiedono a gran voce il ritiro già da giovedì della scorsa settimana, giorno di chiusura dell’agitato ottavo round di trattative UE-Regno Unito.
A Bruxelles è un coro unico di indignazione per il comportamento britannico, preso come l’ennesimo smacco del caustico primo ministro britannico nei confronti dei suoi ex partner.
Questa ipotesi legislativa permetterebbe a Londra di prendere unilateralmente delle decisioni commerciali nella “provincia” dell’Irlanda del Nord, un potere che secondo l’accordo sulla Brexit dovrebbe essere condiviso con gli Stati Europei.
Questo accordo internazionale, in nuce “giuridicamente” scricchiolante, era il prodotto di una concezione pragmatica tesa innanzitutto a raggiungere un accordo senza troppo considerare le sue intrinseche debolezze, per salvare la faccia ad entrambi. In effetti chiedeva ad un Paese non più membro dell’Unione Europea di applicare – in questo caso specifico – la giurisdizione europea.
Dietro gli aspetti formali si nasconde però un conflitto sostanziale tra due sovranità politiche differenti, Gran Bretagna ed Unione Europea.
Inoltre questa vicenda dà la cifra del conflitto tra l’esecutivo britannico ed il Parlamento, che vorrebbe di fatto esautorare con piglio decisionista: non una novità, per l’esperienza governativa di BJ.
Di fatto questa legge, se approvata, permetterebbe di violare le disposizioni chiave del trattato concluso l’anno scorso, che mirava ad assicurare una concorrenza “leale” dopo la Brexit ed evitare il ritorno della frontiera tra l’Irlanda del Nord e l’Eire, conformemente all’Accordo di Pace del 1998.
“Il testo di legge britannico prevede che i ministri possano ormai emanciparsi dall’interpretazione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. È un atto di ribellione nei confronti della Corte, non considerata come una istituzione competente che agisce, ma come una fonte d’interpretazione che si decide di ignorare”, spiega a «Mediapart» Loïc Azoulai, docente di diritto a Sciences-Po a Parigi.
L’esame del testo di legge dovrebbe iniziare questo lunedì alla Camera dei Comuni, dove il governo conservatore dispone di una maggioranza di 80 seggi, assicurata dalla schiacciante vittoria ottenuta alle ultime elezioni in cui BJ era riuscito a capitalizzare il consenso rispetto alla sua scelta per il Leave al referendum.
Alcuni deputati tory “ribelli” – una ventina – minacciano di non votare la legge, e chiedono al Ministro della Giustizia britannico, Robert Buckland, di dimettersi per marcare il suo disaccordo.
Nonostante questa fronda, gli “hard brexiters” avrebbero i numeri per portare avanti il progetto
Domenica su questa ipotesi legislativa si sono espressi negativamente due ex primi ministri, il conservatore John Major ed il laburista Tony Blair, accusando il governo di “imbarazzare la Gran Bretagna” con una legislazione “irresponsabile, sbagliata nel principio e pericolosa nella pratica” insieme ad altre figure di spicco della politica britannica, così come della speaker del Congresso statunitense, la democratica Nancy Pelosi.
I “good friday agreements” avevano messo fine a trent’anni di guerra civile in Irlanda del Nord, spianando la strada ad una soluzione politica del conflitto armato tra Londra e gli indipendentisti irlandesi.
Da allora il Sinn Féin – la cui la proposta strategica è da sempre quella dell’unificazione politica dell’Isola – è diventata una rilevante forza politica non solo nel Nord, ma anche nell’Eire.
All’inizio di quest’anno si era reso protagonista di un exploit elettorale a febbraio, “vanificato” quest’estate da un fragile accordo – una specie di conventio ad escludendum contro il Sinn Fein – tra i due partiti che si sono tradizionalmente spartiti il potere a Dublino – il Fianna Fáil ed il Fine Gael – ed i “Verdi”.
L’ipotesi di un referendum per l’unificazione – previsto dagli accordi del ’98 – è rientrata prepotentemente nell’agenda politica della formazione dello storico leader indipendentista Gerry Adams dopo una campagna elettorale in cui si erano anteposte le proposte sociali relative alle storture del modello neo-liberista irlandese, sapientemente coniugate con le istanze patriottiche del partito.
È iniziata infatti quest’estate una campagna per rendere possibile la tenuta del referendum entro 5 anni.
Mary Lou McDonald, segretaria del SF, in una recente intervista all’Irish Times ha ribadito che “l’unità dell’Irlanda coinvolge tutti, non è un affare del Sinn Féin”.
Stando ai sondaggi è un’aspirazione che travalica le tradizionali divisioni politiche.
La leader irlandese afferma la priorità di questa battaglia nella propria agenda politica: “il nostro compito immediato è la preparazione per il cambiamento istituzionale”.
I cambiamenti demografici nell’Irlanda del Nord – dove la maggioranza protestante/unionista sta scomparendo – è un altro dato che mostra come le circostanze siano favorevoli.
Per ora il SF non si esprime su Stormont e quale sarà il processo di transizione su cui si deve aprire il dibattito. Ma “siamo in un momento in cui abbiamo l’opportunità ed il contesto politico. Possiamo cambiare l’Irlanda”.
La campagna per l’unità irlandese (A decade of Opportunities – Toward The New Republic) è di fatto iniziata questa estate come forma di pressione sul governo nazionale – che sembra piuttosto sordo alla road map proposta – e come percorso di sensibilizzazione popolare per una Repubblica inclusiva e rispettosa di tutte le sue componenti.
Intanto la Prima Ministra scozzese, Nicola Sturgeon – leader del Scottish National Party – nel corso della presentazione del proprio programma per la creazione di un fondo per 100 mila posti di lavoro “green” e le proposizioni per un “Servizio di Cura Nazionale”, a fine agosto, aveva espresso la volontà di tenere a marzo un secondo referendum sull’indipendenza scozzese.
Secondo Sturgeon la crisi pandemica ha dimostrato come le limitazioni alle capacità decisionali scozzesi hanno minato le possibilità di intervento.
Intende quindi preparare la cornice giuridica affinché si possa svolgere il referendum, senza per ora ipotizzare rotture unilaterali fuori dalla cornice legislativa vigente.
I sondaggi intanto registrano per la prima volta una maggioranza favorevole all’indipendenza, mentre 6 anni fa l’ipotesi unionista vinse di misura, con il 54-55%. Un mutamento d’opinione che gli analisti attribuirebbero “alla Brexit e alla percezione secondo cui la Sturgeon ha gestito la pandemia da coronavirus meglio di Johnson”, afferma il Financial Times.
Tornando al confronto tra Gran Bretagna e Unione Europea, i toni si sono notevolmente esacerbati questo fine settimana, con le accuse di BJ secondo cui l’UE starebbe minacciando un “blocco” in Irlanda del Nord che impedirebbe alle derrate alimentari del Regno Unito di giungervi. Accuse giudicate false dall’establishment politico dell’Irlanda e smentite pubblicamente, sia dal ministro della giustizia sia da quello degli Esteri.
Da qualsiasi angolazione la si guardi, è chiaro che la crisi britannica – esaltata dalla catastrofica gestione della pandemia – sta aprendo la strada ad ipotesi politiche inedite, segno di cambiamenti profondi che l’establishment sembra incapace di governare.
Dalle fratture esistenti possono nascere rotture dello status quo e si potrebbero giocare scommesse politiche fin qui ritenute impensabili.
Fonte
17/06/2020
Irlanda, il governo anti Sinn Féin
Dopo quattro mesi di negoziati, i due partiti che si sono
tradizionalmente divisi il potere nella Repubblica d’Irlanda hanno
raggiunto un faticoso accordo per provare a far nascere un nuovo inedito
governo con la partecipazione dei Verdi. Fianna Fáil e Fine Gael non
hanno mai fatto parte di uno stesso esecutivo in tutta loro storia,
nonostante gli orientamenti conservatori che accomunano entrambi. La
forte crescita del Sinn Féin nelle elezioni di febbraio
e la crisi scatenata dall’epidemia di Coronavirus hanno però costretto i
due principali partiti irlandesi a prendere una decisione che, almeno
in prospettiva, potrebbe avere effetti dirompenti sugli equilibri
politici di questo paese.
L’annuncio dell’intesa è stato dato alla stampa nella giornata di lunedì, assieme a un programma ambizioso quanto indefinito che ha nascosto a fatica le scelte dolorose che si prospettano per garantire la tenuta del capitalismo irlandese. A livello generale, il nuovo governo di Dublino potrà contare su una maggioranza numericamente stabile, ma la composizione e le circostanze in cui nasce sono piuttosto l’espressione di una profonda crisi politica che, anche qui, sta scardinando dalle fondamenta un sistema consolidato sostanzialmente bipolare.
Dopo il voto di febbraio era subito emerso come la priorità fosse l’esclusione del Sinn Féin da qualsiasi trattativa o accordo di governo. L’ex braccio politico dell’IRA (“Irish Republican Army”) aveva ottenuto 37 seggi sui 160 totali del parlamento, vale a dire lo stesso numero del Fianna Fáil e due in più del Fine Gael del premier uscente, Leo Varadkar. Il Sinn Féin era stato premiato in modo clamoroso e in larga misura inaspettato grazie a una campagna elettorale basata su un’agenda progressista che metteva al primo posto la risoluzione della crisi abitativa e il ripristino di servizi pubblici devastati da oltre un decennio di austerity. La prestazione era apparsa oltretutto sottostimata, perché i vertici del partito avevano presentato appena 42 candidati in tutti i collegi della Repubblica, probabilmente perché non si aspettavano livelli di sostegno così consistenti.
Nel programma di Fianna Fáil, Fine Gael e dei Verdi sono previsti in primo luogo interventi di sostegno all’economia colpita dal Coronavirus. Un piano di stimolo alla ripresa dovrebbe essere messo in campo fino al 2022, ma già nel mese di ottobre sarà stilata, assieme alla prossima legge di bilancio, una “road-map” di medio e lungo periodo di segno esattamente opposto.
Il rientro del deficit e il ridimensionamento della spesa pubblica torneranno a essere le parole d’ordine del governo di Dublino. Anzi, in entrambi i due principali partiti sono già emersi malumori per un programma giudicato troppo dispendioso, soprattutto se si calcolano le misure “ecologiche” promesse per assicurarsi l’appoggio dei Verdi. Tra di esse, spiccano la sospensione delle licenze per l’estrazione di gas naturale, l’aumento della “carbon tax”, la fissazione di un obiettivo annuale per la riduzione di emissioni inquinanti e il dirottamento degli investimenti per il miglioramento della viabilità dalla costruzione di strade ai trasporti pubblici.
Il ritorno a politiche di rigore potrebbe dare un’ulteriore spinta al Sinn Féin, il cui ruolo inedito di primo partito dell’opposizione rappresenta già di per sé un fattore importante nell’evoluzione da formazione marginale a partito integrato anche nel panorama politico della Repubblica d’Irlanda. Proprio i timori per una possibile continua ascesa del Sinn Féin si sono intravisti nell’opposizione interna ai tre partiti che hanno appena sottoscritto l’accordo di governo.
Nel Fianna Fáil, il leader Micheál Martin ha dovuto fronteggiare l’ostilità del suo vice, Eamon O Cuiv, e di una cinquantina di membri del direttivo del partito. Questa fazione contraria al governo di coalizione sostiene di avere l’appoggio di almeno mille iscritti. Perplessità per l’accordo sono presenti anche nel Fine Gael. Nel partito del primo ministro Varadkar si sono fatte sentire le voci di quanti temono l’impatto degli impegni in senso ecologista sull’Irlanda rurale e, ancor più, per l’assenza nel programma appena sottoscritto di misure che abbiano un qualche effetto sulla crisi sociale che attraversa il paese e in grado perciò di intercettare almeno una parte dei consensi del Sinn Féin.
Anche i Verdi devono fare i conti con inquietudini simili, da ricondurre in buona parte al discredito che comporta l’ingresso in un gabinetto dominato da forze di centro-destra. Tre dei 12 deputati di questo partito si sono infatti astenuti nel voto che ha ratificato l’accordo. L’entusiasmo tutt’altro che generalizzato per il nuovo governo potrebbe così creare qualche sorpresa nei prossimi giorni, quando l’accordo stesso sarà sottoposto agli iscritti dei tre partiti per l’approvazione definitiva. Soprattutto il via libera dei Verdi merita attenzione, poiché, a differenza di Fianna Fáil e Fine Gael, questo partito prevede che sia necessaria una maggioranza a favore dell’intesa pari ai due terzi dei propri membri.
Sia Micheál Martin sia Leo Varadkar hanno comunque sottolineato come la situazione di crisi attuale richieda la formazione rapida di un nuovo esecutivo. Gli effetti dell’epidemia, gestiti per il momento con una certa efficacia da Dublino, potrebbero essere ancora più rovinosi in assenza di un piano di intervento efficace. Soprattutto, poi, il persistere dello stallo rischierebbe di mandare il paese a nuove elezioni che produrrebbero un probabile trionfo del Sinn Féin.
I risultati della consultazione tra la base dei tre partiti della nascente coalizione per approvare l’accordo saranno noti il 26 giugno prossimo. In caso di esito positivo, già il giorno successivo il parlamento di Dublino potrebbe eleggere il nuovo primo ministro (“taoiseach”). Per questa carica è previsto un avvicendamento, come accaduto recentemente in Israele tra Netanyahu e il suo ex rivale Benny Gantz. A guidare l’Irlanda sarà per primo il leader del Fianna Fáil, Micheál Martin, a cui succederà dalla metà di dicembre del 2022 il premier uscente e numero uno del Fine Gael, Leo Varadkar.
Fonte
L’annuncio dell’intesa è stato dato alla stampa nella giornata di lunedì, assieme a un programma ambizioso quanto indefinito che ha nascosto a fatica le scelte dolorose che si prospettano per garantire la tenuta del capitalismo irlandese. A livello generale, il nuovo governo di Dublino potrà contare su una maggioranza numericamente stabile, ma la composizione e le circostanze in cui nasce sono piuttosto l’espressione di una profonda crisi politica che, anche qui, sta scardinando dalle fondamenta un sistema consolidato sostanzialmente bipolare.
Dopo il voto di febbraio era subito emerso come la priorità fosse l’esclusione del Sinn Féin da qualsiasi trattativa o accordo di governo. L’ex braccio politico dell’IRA (“Irish Republican Army”) aveva ottenuto 37 seggi sui 160 totali del parlamento, vale a dire lo stesso numero del Fianna Fáil e due in più del Fine Gael del premier uscente, Leo Varadkar. Il Sinn Féin era stato premiato in modo clamoroso e in larga misura inaspettato grazie a una campagna elettorale basata su un’agenda progressista che metteva al primo posto la risoluzione della crisi abitativa e il ripristino di servizi pubblici devastati da oltre un decennio di austerity. La prestazione era apparsa oltretutto sottostimata, perché i vertici del partito avevano presentato appena 42 candidati in tutti i collegi della Repubblica, probabilmente perché non si aspettavano livelli di sostegno così consistenti.
Nel programma di Fianna Fáil, Fine Gael e dei Verdi sono previsti in primo luogo interventi di sostegno all’economia colpita dal Coronavirus. Un piano di stimolo alla ripresa dovrebbe essere messo in campo fino al 2022, ma già nel mese di ottobre sarà stilata, assieme alla prossima legge di bilancio, una “road-map” di medio e lungo periodo di segno esattamente opposto.
Il rientro del deficit e il ridimensionamento della spesa pubblica torneranno a essere le parole d’ordine del governo di Dublino. Anzi, in entrambi i due principali partiti sono già emersi malumori per un programma giudicato troppo dispendioso, soprattutto se si calcolano le misure “ecologiche” promesse per assicurarsi l’appoggio dei Verdi. Tra di esse, spiccano la sospensione delle licenze per l’estrazione di gas naturale, l’aumento della “carbon tax”, la fissazione di un obiettivo annuale per la riduzione di emissioni inquinanti e il dirottamento degli investimenti per il miglioramento della viabilità dalla costruzione di strade ai trasporti pubblici.
Il ritorno a politiche di rigore potrebbe dare un’ulteriore spinta al Sinn Féin, il cui ruolo inedito di primo partito dell’opposizione rappresenta già di per sé un fattore importante nell’evoluzione da formazione marginale a partito integrato anche nel panorama politico della Repubblica d’Irlanda. Proprio i timori per una possibile continua ascesa del Sinn Féin si sono intravisti nell’opposizione interna ai tre partiti che hanno appena sottoscritto l’accordo di governo.
Nel Fianna Fáil, il leader Micheál Martin ha dovuto fronteggiare l’ostilità del suo vice, Eamon O Cuiv, e di una cinquantina di membri del direttivo del partito. Questa fazione contraria al governo di coalizione sostiene di avere l’appoggio di almeno mille iscritti. Perplessità per l’accordo sono presenti anche nel Fine Gael. Nel partito del primo ministro Varadkar si sono fatte sentire le voci di quanti temono l’impatto degli impegni in senso ecologista sull’Irlanda rurale e, ancor più, per l’assenza nel programma appena sottoscritto di misure che abbiano un qualche effetto sulla crisi sociale che attraversa il paese e in grado perciò di intercettare almeno una parte dei consensi del Sinn Féin.
Anche i Verdi devono fare i conti con inquietudini simili, da ricondurre in buona parte al discredito che comporta l’ingresso in un gabinetto dominato da forze di centro-destra. Tre dei 12 deputati di questo partito si sono infatti astenuti nel voto che ha ratificato l’accordo. L’entusiasmo tutt’altro che generalizzato per il nuovo governo potrebbe così creare qualche sorpresa nei prossimi giorni, quando l’accordo stesso sarà sottoposto agli iscritti dei tre partiti per l’approvazione definitiva. Soprattutto il via libera dei Verdi merita attenzione, poiché, a differenza di Fianna Fáil e Fine Gael, questo partito prevede che sia necessaria una maggioranza a favore dell’intesa pari ai due terzi dei propri membri.
Sia Micheál Martin sia Leo Varadkar hanno comunque sottolineato come la situazione di crisi attuale richieda la formazione rapida di un nuovo esecutivo. Gli effetti dell’epidemia, gestiti per il momento con una certa efficacia da Dublino, potrebbero essere ancora più rovinosi in assenza di un piano di intervento efficace. Soprattutto, poi, il persistere dello stallo rischierebbe di mandare il paese a nuove elezioni che produrrebbero un probabile trionfo del Sinn Féin.
I risultati della consultazione tra la base dei tre partiti della nascente coalizione per approvare l’accordo saranno noti il 26 giugno prossimo. In caso di esito positivo, già il giorno successivo il parlamento di Dublino potrebbe eleggere il nuovo primo ministro (“taoiseach”). Per questa carica è previsto un avvicendamento, come accaduto recentemente in Israele tra Netanyahu e il suo ex rivale Benny Gantz. A guidare l’Irlanda sarà per primo il leader del Fianna Fáil, Micheál Martin, a cui succederà dalla metà di dicembre del 2022 il premier uscente e numero uno del Fine Gael, Leo Varadkar.
Fonte
25/02/2020
Irlanda. Per formare il governo, Gerry Adams tra i negoziatori del Sinn Fein
Il Sinn Féin ha incluso Gerry Adams nella sua squadra negoziale per formare il prossimo governo irlandese, alimentando i soliti tromboni sui “rinnovati sospetti” per i collegamenti del partito all’Ira provisional (protagonista della lotta armata contro gli inglesi, conclusa nel 1998 con gli “accordi del venerdì santo”, siglati da parte irlandese proprio dal Sinn Fein guidato da Gerry Adams).
Il Sinn Fein, com’è noto, è ora il primo partito dell’Eire, con il 24,5%, dopo le elezioni di qualche giorno fa, che non hanno determinato alcuna maggioranza possibile, demolendo il “bipartitismo” tra le due destre del Fianna Fail e del Fine Gael.
Una nota informativa del partito, trapelata ieri, ha nominato Adams come negoziatore, ma ha sollevato domande sul perché non fosse nel primo elenco ufficiale.
La divulgazione della nota è arrivata mentre gli oppositori politici hanno provato a isolare il Sinn Féin, chiedendogli di rinunciare all’IRA, come precondizione all’avvio dei colloqui per formare un governo di coalizione.
Ieri, Micheál Martin, il leader del Fianna Fáil, ha accusato il partito di aver sostenuto una feroce campagna omicida settaria durante i Troubles e di rimanere ancora “sotto il dominio di figure oscure”.
Il commissario della Garda (la polizia irlandese), Drew Harris, è stato tirato nella mischia quando ha confermato che la polizia nazionale ha concordato con la PSNI (il corpo di polizia dell’Ulster, facente parte del Regno Unito) sul fatto che l’Army Council del Provos sia in pieno controllo del Sinn Féin e di quel che rimane della Provisional IRA.
Anche il taoiseach uscente (il presidente del consiglio, ndr), Leo Varadkar, ha sfidato la leader del Sinn Féin, Mary Lou McDonald, a rispondere alla domanda: “Perché McDonald non scioglie l’Army Concil – [l’organo decisionale dell’IRA] – e la Provisional IRA o, se non può, ripudiarli e recidere tutti i legami e farlo pubblicamente e inequivocabilmente?”. Il tutto in un qualsiasi tweet...
Le polemiche puntano a mettere il partito repubblicano sulla difensiva, due settimane dopo la vittoria del voto popolare alle elezioni generali dell’Irlanda.
Nessun partito ha una maggioranza generale nel parlamento, che rimane ancora sospeso, ma il Sinn Féin ha comunque ottenuto uno risultato storico, da quando Mary Lou McDonld ha ottenuto il maggior numero di voti per la carica di candidata taoiseach per il partito.
Varadkar ha intanto rassegnato le dimissioni da primo ministro, ma continuerà a fare il leader del Fine Gael fino alla formazione di un nuovo governo.
La svolta elettorale del Sinn Féin si è materializzata sulla promessa di costruire alloggi a prezzi accessibili, congelare gli affitti e sistemare l’assistenza sanitaria. Ma sullo sfondo c’è da sempre l’obbiettivo della riunificazione dell’Irlanda.
Tuttavia, Fine Gael, Fianna Fáil e Varadkar hanno escluso la formazione di un governo insieme al Sinn Féin, a causa di fondamentali differenze politiche e per i suoi collegamenti storici con l’IRA.
La scorsa settimana il partito ha nominato una squadra negoziale di quattro TD (deputati), senza far emergere il nome di Adams, che si è dimesso da leader nel 2018 e come TD questo mese.
In sintesi, il documento trapelato nominava altri quattro shinners di peso (shinner è il termine dispregiativo con cui vengono comunemente indicati i supperter del Sinn Fein). Tutti e quattro nominati come negoziatori, tra cui Martin Lynch, che fu incarcerato negli anni ’80 per possesso d’armi e appartenenza all’Ira.
In un post sul suo blog intitolato “Il mito delle figure oscure”, Adams ha controbattuto affermando che il partito non ha nascosto i suoi consulenti e strateghi dietro le quinte.
“Molti hanno avuto relazioni lunghe e fruttuose con alti ministri e funzionari del governo irlandese e britannico mentre abbiamo tracciato una rotta dal conflitto, attraverso un processo di pace, fino alla fine del conflitto”, ha scritto.
Fonte
Il Sinn Fein, com’è noto, è ora il primo partito dell’Eire, con il 24,5%, dopo le elezioni di qualche giorno fa, che non hanno determinato alcuna maggioranza possibile, demolendo il “bipartitismo” tra le due destre del Fianna Fail e del Fine Gael.
Una nota informativa del partito, trapelata ieri, ha nominato Adams come negoziatore, ma ha sollevato domande sul perché non fosse nel primo elenco ufficiale.
La divulgazione della nota è arrivata mentre gli oppositori politici hanno provato a isolare il Sinn Féin, chiedendogli di rinunciare all’IRA, come precondizione all’avvio dei colloqui per formare un governo di coalizione.
Ieri, Micheál Martin, il leader del Fianna Fáil, ha accusato il partito di aver sostenuto una feroce campagna omicida settaria durante i Troubles e di rimanere ancora “sotto il dominio di figure oscure”.
Il commissario della Garda (la polizia irlandese), Drew Harris, è stato tirato nella mischia quando ha confermato che la polizia nazionale ha concordato con la PSNI (il corpo di polizia dell’Ulster, facente parte del Regno Unito) sul fatto che l’Army Council del Provos sia in pieno controllo del Sinn Féin e di quel che rimane della Provisional IRA.
Anche il taoiseach uscente (il presidente del consiglio, ndr), Leo Varadkar, ha sfidato la leader del Sinn Féin, Mary Lou McDonald, a rispondere alla domanda: “Perché McDonald non scioglie l’Army Concil – [l’organo decisionale dell’IRA] – e la Provisional IRA o, se non può, ripudiarli e recidere tutti i legami e farlo pubblicamente e inequivocabilmente?”. Il tutto in un qualsiasi tweet...
Le polemiche puntano a mettere il partito repubblicano sulla difensiva, due settimane dopo la vittoria del voto popolare alle elezioni generali dell’Irlanda.
Nessun partito ha una maggioranza generale nel parlamento, che rimane ancora sospeso, ma il Sinn Féin ha comunque ottenuto uno risultato storico, da quando Mary Lou McDonld ha ottenuto il maggior numero di voti per la carica di candidata taoiseach per il partito.
Varadkar ha intanto rassegnato le dimissioni da primo ministro, ma continuerà a fare il leader del Fine Gael fino alla formazione di un nuovo governo.
La svolta elettorale del Sinn Féin si è materializzata sulla promessa di costruire alloggi a prezzi accessibili, congelare gli affitti e sistemare l’assistenza sanitaria. Ma sullo sfondo c’è da sempre l’obbiettivo della riunificazione dell’Irlanda.
Tuttavia, Fine Gael, Fianna Fáil e Varadkar hanno escluso la formazione di un governo insieme al Sinn Féin, a causa di fondamentali differenze politiche e per i suoi collegamenti storici con l’IRA.
La scorsa settimana il partito ha nominato una squadra negoziale di quattro TD (deputati), senza far emergere il nome di Adams, che si è dimesso da leader nel 2018 e come TD questo mese.
In sintesi, il documento trapelato nominava altri quattro shinners di peso (shinner è il termine dispregiativo con cui vengono comunemente indicati i supperter del Sinn Fein). Tutti e quattro nominati come negoziatori, tra cui Martin Lynch, che fu incarcerato negli anni ’80 per possesso d’armi e appartenenza all’Ira.
In un post sul suo blog intitolato “Il mito delle figure oscure”, Adams ha controbattuto affermando che il partito non ha nascosto i suoi consulenti e strateghi dietro le quinte.
“Molti hanno avuto relazioni lunghe e fruttuose con alti ministri e funzionari del governo irlandese e britannico mentre abbiamo tracciato una rotta dal conflitto, attraverso un processo di pace, fino alla fine del conflitto”, ha scritto.
Fonte
15/02/2020
“L’unificazione irlandese sta diventando possibile”
Vedere le cose da lontano a volte aiuta a vederle meglio. Ma solo se si conoscono in modo piuttosto approfondito. Altrimenti si sostituisce la valutazione ideologica (“chi mi somiglia di più, da quelle parti”) alla leniniana “analisi concreta della situazione concreta”.
Parlando di Irlanda, Brexit, rapporti con l’Unione Europea e sinistra di classe da quelle parti, il rischio di non vedere l’essenziale è piuttosto alto.
La prima cosa da capire – per degli “stranieri”, in questo caso noi italiani – è quale sia stata per un secolo in quel paese la “contraddizione principale” per un popolo che da 500 anni vive sotto occupazione straniera. Significa che la questione della liberazione nazionale e dell’indipendenza veniva e viene prima di tutte le altre. Anche se era strettamente connessa con la “contraddizione di classe”, visto che buona parte della borghesia imprenditoriale è stata a lungo altrettanto “straniera” (inglesi, insomma).
Per chi ha vissuto la sua maturazione prima della caduta del Muro non è per nulla difficile capire il concetto, visto che nel secondo dopoguerra e fino al 1989 i Movimenti di Liberazione Nazionale erano numerosi, vincenti, guidati da rivoluzionari in vario modo comunisti e in ottimi rapporti con l’Unione Sovietica (oppure con la Cina). Dal Vietnam all’Angola, c’è solo l’imbarazzo della scelta.
La successiva vittoria del capitalismo neoliberista ha confuso parecchio le idee, oltre che sancire sul campo uno scenario diverso. Al punto che oggi molti che si ritengono “comunisti” oscillano tra una visione utopica della rivoluzione (un “atto simultaneo” che dovrebbe, chissà come, avvenire in ogni parte del mondo in un arco di tempo piuttosto stretto) e una critica acefala di ogni movimento di liberazione nazionale perché “non mette al primo posto la questione di classe“. In entrambi i casi l’impotenza politica è assicurata...
La chiave ideologica, insomma, sembra decisamente in mano al pensiero unico neoliberista, per il quale la “sovranità legittima” appartiene ora “ai mercati” e dunque ogni movimento di liberazione nazionale è tacciato di “sovranismo” o nazionalismo tout court.
La lotta di liberazione irlandese, com’è noto, ha avuto fondamentalmente due momenti diversi. Il primo portò, dopo una lunga lotta anche armata, all’indipendenza di gran parte dell’isola, con la proclamazione della Repubblica nel dicembre del 1922. Mentre solo sei contee del Nord, con la maggioranza della popolazione di origine inglese e religione protestante, restavano nel Regno Unito e sotto la monarchia britannica.
Anche qui, negli anni dopo il ‘68, riprese una dura lotta armata di liberazione guidata dall’Ira (Irish Republican Army) con l’obbiettivo della riunificazione dell’Isola e una idea di società decisamente socialista. Il Sinn Fein delle “sei contee” era considerato il “braccio politico” dell’indipendentismo, così come l’Ira ne era evidentemente il “braccio militare”.
Gli “accordi del Venerdì Santo” – Comhaontú Bhéal Feirste, in gaelico – misero fine allo scontro armato, portarono alla liberazione dei guerriglieri prigionieri e alla piena partecipazione paritaria degli “irlandesi cattolici” alla vita politica dell’Ulster.
Ma l’obbiettivo della riunificazione sotto una sola Repubblica Irlandese sembrava sepolto per sempre. E invece era solo rinviato ad un processo politico di lunga durata che la Brexit (involontariamente) e la vittoria del Sinn Fein nelle elezioni di sabato nell’Eire hanno ora reso visibile e possibile.
Non è una pia illusione, comprensibile in chi – come noi – ha sempre visto con simpatia le lotte di liberazione nazionale di matrice socialista. È un dato politico riconosciuto ormai da autorevoli membri dello stesso establishment britannico. Non ne sono felici, ovviamente, ma almeno non fanno finta di non vedere...
Per aiutare anche gli scettici da tastiera, abbiamo tradotto qui un articolo dal settimanale più mainstrem e iper-liberista che si possa immaginare: The Economist.
Buona lettura...
“Per la maggior parte del secolo da quando l’Irlanda ha ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna, il controllo del paese si è alternato tra due parti. L’8 febbraio quel duopolio è stato distrutto con il Sinn Fein che ha ottenuto la maggior parte dei voti di prima preferenza nelle elezioni generali della repubblica.
Il partito, con collegamenti con l’Esercito repubblicano irlandese (IRA), che seminò bombe e si fece strada negli anni ’70, ’80 e ’90, ha vinto con una piattaforma di sinistra che include promesse di spendere di più per la salute e l’edilizia abitativa.
Eppure non ha nascosto il suo desiderio di qualcosa di molto più ambizioso. “Il nostro obiettivo politico principale”, si legge nel suo manifesto, “è raggiungere l’Unità irlandese e il referendum sull’Unità che è il mezzo per garantirla”.
L’indipendenza scozzese ha conquistato i titoli dai tempi della Brexit, ma è tempo di riconoscere le possibilità di una diversa secessione dal Regno Unito. Il successo del Sinn Fein alle elezioni è solo l’ultimo motivo per pensare che un’Irlanda unita entro una decina di anni sia una possibilità reale e in crescita.
Questa prospettiva significa qualcosa di molto importante, specialmente fuori l’isola d’Irlanda. La diaspora irlandese comprende oltre 20 milioni di americani. Parti dei conflitti etnici in tutto il mondo hanno da tempo trovato una causa comune con i “cattolici romani” dell’Irlanda del Nord nel sostenere la tesi che la separazione dal sud è una illegittima eredità lunga 500 anni, di dominio incompetente e spesso insensibile da parte di Londra. L’Irlanda, terra di pub, poeti, drammaturghi e troppe canzoni di Eurovision che non fanno bene a nessuno, ha il soft power di competere con un Paese molte volte più grande di lei.
Fino ad oggi, tuttavia, l’unificazione non è mai stata più di una fantasia repubblicana. Anche quando l’IRA intraprese una sanguinosa campagna, nel 20° secolo, lo status costituzionale del nord è stato cementato da una solida maggioranza protestante, soccorsa dallo strapotere finanziario e militare dello stato britannico.
L’accordo del Venerdì Santo del 1998 ha tolto il fuoco dalla lotta, ponendo fine ai Troubles, che avevano causato oltre 3.500 vittime. Molti cattolici erano contenti di avere una rappresentanza nel governo dell’Irlanda del Nord grazie a quell’accordo e di vedere celebrata e sovvenzionata la loro cultura, la bandiera e lo sport.
Ma anche i protestanti hanno i loro terroristi e si pensa che una campagna per l’unificazione rischi di aprire vecchie ferite, con sanguinose conseguenze.
La Brexit è una delle ragioni per cui tutto ciò è cambiato. Il nord ha votato contro, ma il più grande partito unionista e l’Inghilterra l’hanno votata. I nazionalisti non furono i soli ad essere arrabbiati con l’attuale ministro degli interni (Priti Patel), che suggerì di usare la minaccia della carenza di cibo per ammorbidire Dublino nei negoziati, dimentico della carestia nel 1840 quando tutta l’Irlanda era sotto il dominio britannico.
La Brexit crea anche un confine economico nel Mare d’Irlanda, tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna, pur mantenendo un’Irlanda unita per il commercio delle merci. Sebbene con il sud i servizi diventeranno più difficili da mantenere, lo scambio di merci sarà più facile che con la Gran Bretagna. Dal momento che le sei contee del nord sono maggiormente colpite da ciò che accade a Dublino, crescerà il valore di avere voce in capitolo su chi governa lì.
La pressione per l’unificazione non riguarda solo la Brexit. Il censimento dell’Irlanda del Nord nel 2021 probabilmente confermerà che i cattolici superano per la prima volta i protestanti.
Anche la repubblica è diventata più accogliente. L’influenza della chiesa cattolica è svanita in modo drastico e la società è diventata più liberale. Negli ultimi tre decenni le restrizioni alla contraccezione sono state revocate e il matrimonio gay è stato legalizzato.
Tutto ciò spiega perché l’appoggio all’unificazione nell’Irlanda del Nord sembra essere aumentato negli ultimi anni. In alcuni sondaggi gli intervistati mostrano un supporto pressoché uguale a favore dell’Irlanda unita e dello status quo.
Ciò porta all’ultima ragione per pensare che l’unificazione è più probabile. Sebbene l’accordo del Venerdì Santo fosse mirato a convincere i cattolici a rimanere nel Regno Unito, stabilì anche come il nord avrebbe potuto unirsi pacificamente alla Repubblica.
Un segretario di Stato britannico che ritenesse probabile l’esistenza di una maggioranza favorevole all’unificazione sarebbe tenuto a chiedere un voto sullo stato costituzionale del nord. Per cambiare la costituzione della Repubblica, invece, sarebbe necessario un altro referendum nel sud.
L’UE ha già affermato che l’Irlanda del Nord potrebbe ricongiungersi al blocco sotto l’adesione dell’Irlanda dopo tale voto, il che significa che per gli elettori dell’Irlanda del Nord un referendum sull’unità irlandese è anche un secondo referendum sulla Brexit.
A differenza di una Scozia indipendente, che dovrebbe andare da sola (almeno fino a quando l’UE non acconsentirà ad ammetterlo), l’Irlanda del Nord si ricongiungerebbe immediatamente a un club più grande e ricco, dal quale potrebbe assicurarsi importanti sussidi, grandi almeno come – se non, forse di più – gli aiuti che riceve oggi da Westminster.
Ci sono ostacoli e incertezze. Il recente successo del Sinn Fein potrebbe orientare alcuni nel nord contro l’unificazione. La Brexit potrebbe rivelarsi meno efficace del previsto. Un segretario di Sstato britannico potrebbe rianimare la “stanza delle risse” (nella residenza di Hillsborough) con il rigetto dell’accordo del Venerdì Santo per sottrarsi all’obbligo di indire un referendum.
Molti politici britannici temono che un tale voto sarebbe un mal di testa amministrativo o, peggio, provocherebbe violenza. Così fanno le loro controparti irlandesi (escluso il Sinn Fein), anche se devono sempre essere viste come pienamente inclini all’unificazione.
Tuttavia, prima di quanto la maggior parte della gente si aspetti, lo slancio per un’Irlanda unita potrebbe diventare inarrestabile. Se la Scozia scegliesse l’indipendenza, molti nell’Irlanda del Nord perderebbero la loro connessione ancestrale con la Gran Bretagna.
Se il governo di Westminster si fosse costantemente rifiutato di riconoscere che vi è una maggioranza a favore dell’unificazione nell’Irlanda del Nord, ciò potrebbe essere altrettanto destabilizzante quanto la convocazione di un referendum.
I verdi germogli dell’unificazione
L’isola d’Irlanda ha bisogno di un piano. La priorità dovrebbe essere quella di capire come far sentire gli unionisti a casa e che per loro c’è un posto nella nuova Irlanda. È necessario lavorare sui fondamenti dell’unificazione, compreso il modo in cui, e in effetti, unire due sistemi sanitari (uno dei quali è gratuito), le forze armate e i servizi di polizia, e cosa fare riguardo all’assemblea in piena devolution del nord.
Aiuta che la Repubblica abbia una buona reputazione per il tipo di consultazioni costituzionali guidate dai cittadini che potrebbero adoperarsi a risolvere le cose.
Anche i politici britannici e irlandesi devono iniziare a parlare. Il prezzo da pagare per stabilire la fine alla violenza due decenni fa è stato per l’Irlanda del Nord, la repubblica e la Gran Bretagna quello di fissare congiuntamente una rotta politica verso l’Irlanda unita. Se il popolo del nord e la Repubblica scelgono questa strada, i politici devono seguirla.
Fonte
Parlando di Irlanda, Brexit, rapporti con l’Unione Europea e sinistra di classe da quelle parti, il rischio di non vedere l’essenziale è piuttosto alto.
La prima cosa da capire – per degli “stranieri”, in questo caso noi italiani – è quale sia stata per un secolo in quel paese la “contraddizione principale” per un popolo che da 500 anni vive sotto occupazione straniera. Significa che la questione della liberazione nazionale e dell’indipendenza veniva e viene prima di tutte le altre. Anche se era strettamente connessa con la “contraddizione di classe”, visto che buona parte della borghesia imprenditoriale è stata a lungo altrettanto “straniera” (inglesi, insomma).
Per chi ha vissuto la sua maturazione prima della caduta del Muro non è per nulla difficile capire il concetto, visto che nel secondo dopoguerra e fino al 1989 i Movimenti di Liberazione Nazionale erano numerosi, vincenti, guidati da rivoluzionari in vario modo comunisti e in ottimi rapporti con l’Unione Sovietica (oppure con la Cina). Dal Vietnam all’Angola, c’è solo l’imbarazzo della scelta.
La successiva vittoria del capitalismo neoliberista ha confuso parecchio le idee, oltre che sancire sul campo uno scenario diverso. Al punto che oggi molti che si ritengono “comunisti” oscillano tra una visione utopica della rivoluzione (un “atto simultaneo” che dovrebbe, chissà come, avvenire in ogni parte del mondo in un arco di tempo piuttosto stretto) e una critica acefala di ogni movimento di liberazione nazionale perché “non mette al primo posto la questione di classe“. In entrambi i casi l’impotenza politica è assicurata...
La chiave ideologica, insomma, sembra decisamente in mano al pensiero unico neoliberista, per il quale la “sovranità legittima” appartiene ora “ai mercati” e dunque ogni movimento di liberazione nazionale è tacciato di “sovranismo” o nazionalismo tout court.
La lotta di liberazione irlandese, com’è noto, ha avuto fondamentalmente due momenti diversi. Il primo portò, dopo una lunga lotta anche armata, all’indipendenza di gran parte dell’isola, con la proclamazione della Repubblica nel dicembre del 1922. Mentre solo sei contee del Nord, con la maggioranza della popolazione di origine inglese e religione protestante, restavano nel Regno Unito e sotto la monarchia britannica.
Anche qui, negli anni dopo il ‘68, riprese una dura lotta armata di liberazione guidata dall’Ira (Irish Republican Army) con l’obbiettivo della riunificazione dell’Isola e una idea di società decisamente socialista. Il Sinn Fein delle “sei contee” era considerato il “braccio politico” dell’indipendentismo, così come l’Ira ne era evidentemente il “braccio militare”.
Gli “accordi del Venerdì Santo” – Comhaontú Bhéal Feirste, in gaelico – misero fine allo scontro armato, portarono alla liberazione dei guerriglieri prigionieri e alla piena partecipazione paritaria degli “irlandesi cattolici” alla vita politica dell’Ulster.
Ma l’obbiettivo della riunificazione sotto una sola Repubblica Irlandese sembrava sepolto per sempre. E invece era solo rinviato ad un processo politico di lunga durata che la Brexit (involontariamente) e la vittoria del Sinn Fein nelle elezioni di sabato nell’Eire hanno ora reso visibile e possibile.
Non è una pia illusione, comprensibile in chi – come noi – ha sempre visto con simpatia le lotte di liberazione nazionale di matrice socialista. È un dato politico riconosciuto ormai da autorevoli membri dello stesso establishment britannico. Non ne sono felici, ovviamente, ma almeno non fanno finta di non vedere...
Per aiutare anche gli scettici da tastiera, abbiamo tradotto qui un articolo dal settimanale più mainstrem e iper-liberista che si possa immaginare: The Economist.
Buona lettura...
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The Economist: “L’unificazione irlandese sta diventando possibile”
“Per la maggior parte del secolo da quando l’Irlanda ha ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna, il controllo del paese si è alternato tra due parti. L’8 febbraio quel duopolio è stato distrutto con il Sinn Fein che ha ottenuto la maggior parte dei voti di prima preferenza nelle elezioni generali della repubblica.
Il partito, con collegamenti con l’Esercito repubblicano irlandese (IRA), che seminò bombe e si fece strada negli anni ’70, ’80 e ’90, ha vinto con una piattaforma di sinistra che include promesse di spendere di più per la salute e l’edilizia abitativa.
Eppure non ha nascosto il suo desiderio di qualcosa di molto più ambizioso. “Il nostro obiettivo politico principale”, si legge nel suo manifesto, “è raggiungere l’Unità irlandese e il referendum sull’Unità che è il mezzo per garantirla”.
L’indipendenza scozzese ha conquistato i titoli dai tempi della Brexit, ma è tempo di riconoscere le possibilità di una diversa secessione dal Regno Unito. Il successo del Sinn Fein alle elezioni è solo l’ultimo motivo per pensare che un’Irlanda unita entro una decina di anni sia una possibilità reale e in crescita.
Questa prospettiva significa qualcosa di molto importante, specialmente fuori l’isola d’Irlanda. La diaspora irlandese comprende oltre 20 milioni di americani. Parti dei conflitti etnici in tutto il mondo hanno da tempo trovato una causa comune con i “cattolici romani” dell’Irlanda del Nord nel sostenere la tesi che la separazione dal sud è una illegittima eredità lunga 500 anni, di dominio incompetente e spesso insensibile da parte di Londra. L’Irlanda, terra di pub, poeti, drammaturghi e troppe canzoni di Eurovision che non fanno bene a nessuno, ha il soft power di competere con un Paese molte volte più grande di lei.
Fino ad oggi, tuttavia, l’unificazione non è mai stata più di una fantasia repubblicana. Anche quando l’IRA intraprese una sanguinosa campagna, nel 20° secolo, lo status costituzionale del nord è stato cementato da una solida maggioranza protestante, soccorsa dallo strapotere finanziario e militare dello stato britannico.
L’accordo del Venerdì Santo del 1998 ha tolto il fuoco dalla lotta, ponendo fine ai Troubles, che avevano causato oltre 3.500 vittime. Molti cattolici erano contenti di avere una rappresentanza nel governo dell’Irlanda del Nord grazie a quell’accordo e di vedere celebrata e sovvenzionata la loro cultura, la bandiera e lo sport.
Ma anche i protestanti hanno i loro terroristi e si pensa che una campagna per l’unificazione rischi di aprire vecchie ferite, con sanguinose conseguenze.
La Brexit è una delle ragioni per cui tutto ciò è cambiato. Il nord ha votato contro, ma il più grande partito unionista e l’Inghilterra l’hanno votata. I nazionalisti non furono i soli ad essere arrabbiati con l’attuale ministro degli interni (Priti Patel), che suggerì di usare la minaccia della carenza di cibo per ammorbidire Dublino nei negoziati, dimentico della carestia nel 1840 quando tutta l’Irlanda era sotto il dominio britannico.
La Brexit crea anche un confine economico nel Mare d’Irlanda, tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna, pur mantenendo un’Irlanda unita per il commercio delle merci. Sebbene con il sud i servizi diventeranno più difficili da mantenere, lo scambio di merci sarà più facile che con la Gran Bretagna. Dal momento che le sei contee del nord sono maggiormente colpite da ciò che accade a Dublino, crescerà il valore di avere voce in capitolo su chi governa lì.
La pressione per l’unificazione non riguarda solo la Brexit. Il censimento dell’Irlanda del Nord nel 2021 probabilmente confermerà che i cattolici superano per la prima volta i protestanti.
Anche la repubblica è diventata più accogliente. L’influenza della chiesa cattolica è svanita in modo drastico e la società è diventata più liberale. Negli ultimi tre decenni le restrizioni alla contraccezione sono state revocate e il matrimonio gay è stato legalizzato.
Tutto ciò spiega perché l’appoggio all’unificazione nell’Irlanda del Nord sembra essere aumentato negli ultimi anni. In alcuni sondaggi gli intervistati mostrano un supporto pressoché uguale a favore dell’Irlanda unita e dello status quo.
Ciò porta all’ultima ragione per pensare che l’unificazione è più probabile. Sebbene l’accordo del Venerdì Santo fosse mirato a convincere i cattolici a rimanere nel Regno Unito, stabilì anche come il nord avrebbe potuto unirsi pacificamente alla Repubblica.
Un segretario di Stato britannico che ritenesse probabile l’esistenza di una maggioranza favorevole all’unificazione sarebbe tenuto a chiedere un voto sullo stato costituzionale del nord. Per cambiare la costituzione della Repubblica, invece, sarebbe necessario un altro referendum nel sud.
L’UE ha già affermato che l’Irlanda del Nord potrebbe ricongiungersi al blocco sotto l’adesione dell’Irlanda dopo tale voto, il che significa che per gli elettori dell’Irlanda del Nord un referendum sull’unità irlandese è anche un secondo referendum sulla Brexit.
A differenza di una Scozia indipendente, che dovrebbe andare da sola (almeno fino a quando l’UE non acconsentirà ad ammetterlo), l’Irlanda del Nord si ricongiungerebbe immediatamente a un club più grande e ricco, dal quale potrebbe assicurarsi importanti sussidi, grandi almeno come – se non, forse di più – gli aiuti che riceve oggi da Westminster.
Ci sono ostacoli e incertezze. Il recente successo del Sinn Fein potrebbe orientare alcuni nel nord contro l’unificazione. La Brexit potrebbe rivelarsi meno efficace del previsto. Un segretario di Sstato britannico potrebbe rianimare la “stanza delle risse” (nella residenza di Hillsborough) con il rigetto dell’accordo del Venerdì Santo per sottrarsi all’obbligo di indire un referendum.
Molti politici britannici temono che un tale voto sarebbe un mal di testa amministrativo o, peggio, provocherebbe violenza. Così fanno le loro controparti irlandesi (escluso il Sinn Fein), anche se devono sempre essere viste come pienamente inclini all’unificazione.
Tuttavia, prima di quanto la maggior parte della gente si aspetti, lo slancio per un’Irlanda unita potrebbe diventare inarrestabile. Se la Scozia scegliesse l’indipendenza, molti nell’Irlanda del Nord perderebbero la loro connessione ancestrale con la Gran Bretagna.
Se il governo di Westminster si fosse costantemente rifiutato di riconoscere che vi è una maggioranza a favore dell’unificazione nell’Irlanda del Nord, ciò potrebbe essere altrettanto destabilizzante quanto la convocazione di un referendum.
I verdi germogli dell’unificazione
L’isola d’Irlanda ha bisogno di un piano. La priorità dovrebbe essere quella di capire come far sentire gli unionisti a casa e che per loro c’è un posto nella nuova Irlanda. È necessario lavorare sui fondamenti dell’unificazione, compreso il modo in cui, e in effetti, unire due sistemi sanitari (uno dei quali è gratuito), le forze armate e i servizi di polizia, e cosa fare riguardo all’assemblea in piena devolution del nord.
Aiuta che la Repubblica abbia una buona reputazione per il tipo di consultazioni costituzionali guidate dai cittadini che potrebbero adoperarsi a risolvere le cose.
Anche i politici britannici e irlandesi devono iniziare a parlare. Il prezzo da pagare per stabilire la fine alla violenza due decenni fa è stato per l’Irlanda del Nord, la repubblica e la Gran Bretagna quello di fissare congiuntamente una rotta politica verso l’Irlanda unita. Se il popolo del nord e la Repubblica scelgono questa strada, i politici devono seguirla.
Fonte
13/02/2020
Sulle elezioni in Irlanda
Storiche elezioni in Irlanda. Lo scorso sabato 8 febbraio gli irlandesi si sono recati alle urne per eleggere un nuovo governo. Il partito repubblicano di sinistra Sinn Féin (a livello europeo parte del GUE-NGL) ha ottenuto la maggioranza dei voti (24.5%), seguito dai due partiti di centro-destra che da sempre si alternano alla guida del paese, Fianna Fáil (Renew Europe) e Fine Gael (PPE).
Dal 2016 il Fine Gael governava il paese a capo di un esecutivo di minoranza, sostenuto da un accordo esterno da un altro partito di centro-destra, il Fianna Fáil. Questi due partiti si alternano da sempre alla guida del paese, da soli o in coalizione con altri partiti più piccoli, ma non hanno mai governato insieme. La loro rivalità risale ai tempi della guerra civile di cento anni fa sul “Trattato Anglo-Irlandese”, che sancì la divisione fra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. Il Fine Gael faceva parte della fazione favorevole al trattato, il Fianna Fáil di quella che vi si opponeva.
Questa peculiare divisione, legata alla dominazione coloniale britannica, ha fatto sì che sin dall’indipendenza l’Irlanda sia stata sempre governata da questi due partiti, con differenze davvero minime.
La sinistra in Irlanda è storicamente piuttosto debole. Il partito laburista irlandese non ha mai raggiunto le dimensioni di quello britannico, e si è limitato a fare occasionalmente da partner di coalizione ad uno dei due partiti di governo, vedendo poi solitamente ridurre i suoi voti alla tornata elettorale successiva. L’ultima disastrosa esperienza di governo del Labour risale al periodo 2011-2016. Dopo aver ottenuto quasi il 20% alle elezioni, i laburisti fecero la scelta scellerata di andare al governo con il Fine Gael e si ritrovarono a dover implementare il programma della ‘Troika’ di FMI-BCE-Commissione Europea, arrivata a Dublino pochi mesi prima. Alle elezioni successive presero il 6%, e da allora hanno fatto fatica a riprendersi.
Una “pasokificazione” in piena regola, come accaduto a tanti altri partiti di centro-sinistra in Europa che durante la crisi hanno implementato misure di austerità seguendo i diktat europei.
La crisi però ha portato anche ad una nuova vitalità nella sinistra irlandese, facendo irrompere finalmente la questione di classe al centro della scena politica. A beneficiare di questa nuova situazione è stato soprattutto il Sinn Féin. Il partito repubblicano di sinistra, ex braccio politico della Provisional IRA, ha registrato una crescita lenta ma costante a partire dalla fine degli anni ’90, presentando una piattaforma politica di sinistra insieme alla battaglia per la riunificazione dell’Irlanda.
Il Sinn Féin si è imposto come partito principale della sinistra irlandese durante la crisi, opponendosi alle misure di austerità imposte dai governi guidati prima dal Fianna Fáil e dai Verdi (2007-2011) e poi dal Fine Gael e il Labour (2011-2016). Alle elezioni del 2016, il partito ha ottenuto il 14% dei voti, divenendo la terza forza dopo Fine Gael e Fianna Fáil.
Oltre al Sinn Féin è cresciuta anche la sinistra radicale di area trozkista, riunita sotto la sigla People Before Profit-Solidarity. A questi due partiti si aggiungono anche alcuni deputati indipendenti di sinistra. Le elezioni del 2016 hanno visto per la prima volta scendere la somma dei voti dei due partiti di centro-destra sotto il 50%, segno di una stanchezza degli elettori nei confronti dello strano bipartitismo irlandese. Ad andare al governo era stato però ancora una volta il Fine Gael, sostenuto con un accordo esterno dal Fianna Fáil.
Le cose potrebbero finalmente cambiare nel 2020. In una campagna elettorale di poche settimane, il Sinn Féin è riuscito ad imporsi come principale partito grazie ad una campagna efficace su due temi cari all’elettorato: la situazione abitativa e la sanità pubblica. Per entrambe il Sinn Féin propone un deciso intervento pubblico finanziato da un aumento della tassazione sui redditi più alti e sulle corporation. Nel corso della campagna elettorale, il Sinn Féin è stato anche particolarmente abile nel mostrare come non ci sia davvero differenza fra Fine Gael e Fianna Fáil, concordi nel sostenere un modello economico come quello irlandese in cui le prime a vincere sono le grandi corporation, attratte da una bassissima tassazione sulle imprese.
La scommessa del Fine Gael di puntare sul buon andamento dell’economia e sulla gestione efficiente dei negoziati sulla Brexit non ha pagato. Una fetta consistente della classe lavoratrice non sente i benefici della ripresa, perché è costretta a pagare affitti altissimi e a subire servizi pubblici spesso disastrosi. Questo è vero in particolare per i giovani, che sono sostanzialmente tagliati fuori dal mercato immobiliare, e che infatti hanno votato largamente per il Sinn Féin.
Quanto alla Brexit, soltanto l’1% degli elettori l’ha indicata come la priorità principale negli exit poll. Il Fianna Fáil per canto suo ha pagato l’appoggio esterno al governo guidato dal Fine Gael. Come ha ricordato costantemente Mary Lou McDonald, la leader del Sinn Féin succeduta a Gerry Adams nel 2018, tutte le decisioni prese Fine Gael negli ultimi anni sono avvenute col consenso implicito del Fianna Fáil.
Oltre al Sinn Féin ha registrato mediamente buoni risultati anche il resto dell’eterogeneo “campo progressista”. I verdi hanno ottenuto il 7% a livello nazionale, sull’onda di un buon risultato alle scorse europee. La sinistra radicale di People Before Profit – Solidarity è riuscita a confermare cinque dei sei deputati uscenti. Il Labour invece ha mostrato ancora una volta un pessimo stato di forma, fermandosi sotto il 5% a livello nazionale. In compenso sono cresciuti i Social Democrats, originatisi da una scissione proprio dal Labour.
Nonostante l’ottimo risultato elettorale registrato, al Sinn Féin mancano parecchi deputati per ottenere la maggioranza. Il partito si è fermato a 37 seggi (anche per la scelta di schierare solo 42 candidati dopo il brutto risultato delle scorse europee), a fronte degli 80 necessari per formare una maggioranza. Il Fianna Fáil è arrivato a 38 deputati (avendo presentato il doppio dei candidati del SF) e il Fine Gael si è fermato a 35.
Per fare un governo sarà dunque necessaria una coalizione, ma fra quali forze? La leader del SF Mary Lou McDonald ha annunciato di voler provare a formare un esecutivo con tutte le forze progressiste, escludendo FF e FG, ma ci vorrebbero anche i voti di molti indipendenti e l’impresa sembra difficile. McDonald – come già dichiarato in campagna elettorale – non ha escluso la possibilità di formare un governo anche con uno dei due partiti di centro-destra, sotto però alcune condizioni, compresa l’indizione di un referendum sull’unità d’Irlanda entro cinque anni.
Benché ovviamente il tema dell’unità d’Irlanda sia importantissimo, governare con Fianna Fáil o Fine Gael potrebbe avere conseguenze disastrose alle prossime elezioni, come già ha dimostrato l’esperienza del Labour. In ogni caso, al momento né Fianna Fáil né Fine Gael si sono detti disponibili ad una coalizione.
Non sono da escludersi quindi nuove elezioni a breve, in cui il Sinn Féin potrebbe presentare più candidati. La situazione si chiarirà nelle prossime settimane, ma certamente queste ultime elezioni rappresentano un segnale positivo per la sinistra in Irlanda, perché finalmente il duopolio Fianna Fáil-Fine Gael sembra non essere l’unica alternativa possibile e perché tematiche di classe stanno finalmente prendendo il centro della scena.
Fonte
Dal 2016 il Fine Gael governava il paese a capo di un esecutivo di minoranza, sostenuto da un accordo esterno da un altro partito di centro-destra, il Fianna Fáil. Questi due partiti si alternano da sempre alla guida del paese, da soli o in coalizione con altri partiti più piccoli, ma non hanno mai governato insieme. La loro rivalità risale ai tempi della guerra civile di cento anni fa sul “Trattato Anglo-Irlandese”, che sancì la divisione fra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. Il Fine Gael faceva parte della fazione favorevole al trattato, il Fianna Fáil di quella che vi si opponeva.
Questa peculiare divisione, legata alla dominazione coloniale britannica, ha fatto sì che sin dall’indipendenza l’Irlanda sia stata sempre governata da questi due partiti, con differenze davvero minime.
La sinistra in Irlanda è storicamente piuttosto debole. Il partito laburista irlandese non ha mai raggiunto le dimensioni di quello britannico, e si è limitato a fare occasionalmente da partner di coalizione ad uno dei due partiti di governo, vedendo poi solitamente ridurre i suoi voti alla tornata elettorale successiva. L’ultima disastrosa esperienza di governo del Labour risale al periodo 2011-2016. Dopo aver ottenuto quasi il 20% alle elezioni, i laburisti fecero la scelta scellerata di andare al governo con il Fine Gael e si ritrovarono a dover implementare il programma della ‘Troika’ di FMI-BCE-Commissione Europea, arrivata a Dublino pochi mesi prima. Alle elezioni successive presero il 6%, e da allora hanno fatto fatica a riprendersi.
Una “pasokificazione” in piena regola, come accaduto a tanti altri partiti di centro-sinistra in Europa che durante la crisi hanno implementato misure di austerità seguendo i diktat europei.
La crisi però ha portato anche ad una nuova vitalità nella sinistra irlandese, facendo irrompere finalmente la questione di classe al centro della scena politica. A beneficiare di questa nuova situazione è stato soprattutto il Sinn Féin. Il partito repubblicano di sinistra, ex braccio politico della Provisional IRA, ha registrato una crescita lenta ma costante a partire dalla fine degli anni ’90, presentando una piattaforma politica di sinistra insieme alla battaglia per la riunificazione dell’Irlanda.
Il Sinn Féin si è imposto come partito principale della sinistra irlandese durante la crisi, opponendosi alle misure di austerità imposte dai governi guidati prima dal Fianna Fáil e dai Verdi (2007-2011) e poi dal Fine Gael e il Labour (2011-2016). Alle elezioni del 2016, il partito ha ottenuto il 14% dei voti, divenendo la terza forza dopo Fine Gael e Fianna Fáil.
Oltre al Sinn Féin è cresciuta anche la sinistra radicale di area trozkista, riunita sotto la sigla People Before Profit-Solidarity. A questi due partiti si aggiungono anche alcuni deputati indipendenti di sinistra. Le elezioni del 2016 hanno visto per la prima volta scendere la somma dei voti dei due partiti di centro-destra sotto il 50%, segno di una stanchezza degli elettori nei confronti dello strano bipartitismo irlandese. Ad andare al governo era stato però ancora una volta il Fine Gael, sostenuto con un accordo esterno dal Fianna Fáil.
Le cose potrebbero finalmente cambiare nel 2020. In una campagna elettorale di poche settimane, il Sinn Féin è riuscito ad imporsi come principale partito grazie ad una campagna efficace su due temi cari all’elettorato: la situazione abitativa e la sanità pubblica. Per entrambe il Sinn Féin propone un deciso intervento pubblico finanziato da un aumento della tassazione sui redditi più alti e sulle corporation. Nel corso della campagna elettorale, il Sinn Féin è stato anche particolarmente abile nel mostrare come non ci sia davvero differenza fra Fine Gael e Fianna Fáil, concordi nel sostenere un modello economico come quello irlandese in cui le prime a vincere sono le grandi corporation, attratte da una bassissima tassazione sulle imprese.
La scommessa del Fine Gael di puntare sul buon andamento dell’economia e sulla gestione efficiente dei negoziati sulla Brexit non ha pagato. Una fetta consistente della classe lavoratrice non sente i benefici della ripresa, perché è costretta a pagare affitti altissimi e a subire servizi pubblici spesso disastrosi. Questo è vero in particolare per i giovani, che sono sostanzialmente tagliati fuori dal mercato immobiliare, e che infatti hanno votato largamente per il Sinn Féin.
Quanto alla Brexit, soltanto l’1% degli elettori l’ha indicata come la priorità principale negli exit poll. Il Fianna Fáil per canto suo ha pagato l’appoggio esterno al governo guidato dal Fine Gael. Come ha ricordato costantemente Mary Lou McDonald, la leader del Sinn Féin succeduta a Gerry Adams nel 2018, tutte le decisioni prese Fine Gael negli ultimi anni sono avvenute col consenso implicito del Fianna Fáil.
Oltre al Sinn Féin ha registrato mediamente buoni risultati anche il resto dell’eterogeneo “campo progressista”. I verdi hanno ottenuto il 7% a livello nazionale, sull’onda di un buon risultato alle scorse europee. La sinistra radicale di People Before Profit – Solidarity è riuscita a confermare cinque dei sei deputati uscenti. Il Labour invece ha mostrato ancora una volta un pessimo stato di forma, fermandosi sotto il 5% a livello nazionale. In compenso sono cresciuti i Social Democrats, originatisi da una scissione proprio dal Labour.
Nonostante l’ottimo risultato elettorale registrato, al Sinn Féin mancano parecchi deputati per ottenere la maggioranza. Il partito si è fermato a 37 seggi (anche per la scelta di schierare solo 42 candidati dopo il brutto risultato delle scorse europee), a fronte degli 80 necessari per formare una maggioranza. Il Fianna Fáil è arrivato a 38 deputati (avendo presentato il doppio dei candidati del SF) e il Fine Gael si è fermato a 35.
Per fare un governo sarà dunque necessaria una coalizione, ma fra quali forze? La leader del SF Mary Lou McDonald ha annunciato di voler provare a formare un esecutivo con tutte le forze progressiste, escludendo FF e FG, ma ci vorrebbero anche i voti di molti indipendenti e l’impresa sembra difficile. McDonald – come già dichiarato in campagna elettorale – non ha escluso la possibilità di formare un governo anche con uno dei due partiti di centro-destra, sotto però alcune condizioni, compresa l’indizione di un referendum sull’unità d’Irlanda entro cinque anni.
Benché ovviamente il tema dell’unità d’Irlanda sia importantissimo, governare con Fianna Fáil o Fine Gael potrebbe avere conseguenze disastrose alle prossime elezioni, come già ha dimostrato l’esperienza del Labour. In ogni caso, al momento né Fianna Fáil né Fine Gael si sono detti disponibili ad una coalizione.
Non sono da escludersi quindi nuove elezioni a breve, in cui il Sinn Féin potrebbe presentare più candidati. La situazione si chiarirà nelle prossime settimane, ma certamente queste ultime elezioni rappresentano un segnale positivo per la sinistra in Irlanda, perché finalmente il duopolio Fianna Fáil-Fine Gael sembra non essere l’unica alternativa possibile e perché tematiche di classe stanno finalmente prendendo il centro della scena.
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08/02/2020
Irlanda - Oggi si vota. Il Sinn Fein in crescita con un programma sociale
Secondo gli ultimi sondaggi, il Sinn Féin – il fronte politico-legale dell’Ira (Irish Repubblican Army) durante la guerra civile irlandese – potrebbe ottenere il 25% dei consensi nelle elezioni che si svolgono oggi in Irlanda. Per molti aspetti, se confermato, sarebbe una svolta storica, ma che porrebbe non pochi problemi di governabilità.
La nuova leader del Sinn Fein, Mary Lou McDonald, ha detto che il partito entrerà in una coalizione di governo solo a patto che entro il 2025 si tenga un referendum per la riunificazione dell’isola.
A due anni dalla sostituzione alla leadership del Sinn Fein di Gerry Adams, volto storico del della lotta di liberazione nazionale irlandese, Mary Lou McDonald è un’altra generazione politica. Ha incrociato solo la coda della guerra civile che tra gli anni ’60 e la firma degli Accordi del Venerdì Santo nel 1998, provocò nelle sei contee dell’Irlanda del Nord oltre 3000 morti, una repressione feroce e centinaia di prigionieri politici. Negli ultimi cinque anni, il Sinn Fein si è concentrato sulle disuguaglianze create dal boom economico, dall’aumento dei costi delle abitazioni e degli affitti, al welfare e ai costi della sanità. Ed è concentrandosi sui temi sociali che ha costruito il consenso che oggi potrebbe portarlo a diventare la prima o seconda forza politica del paese.
Secondo un sondaggio dell’Irish Times, l’assistenza sanitaria è la questione più urgente per il 40% dei votanti. L’Irlanda ha un sistema sanitario pubblico che fornisce assistenza medica gratuita a persone a basso reddito e agli anziani. Ma gli ospedali sono ormai sovraffollati, con centinaia di pazienti lasciati in attesa di cure nei corridoi. Segue l’emergenza abitativa, una priorità per il 32% degli intervistati. A Dublino gli affitti sono più che raddoppiati dal 2010, mentre molti non possono permettersi di affittare casa in aree urbane e i giovani faticano a comprare casa. I senzatetto hanno raggiunto livelli record superando quota 10.000 (su una popolazione di 4 milioni e mezzo) che vivono in alloggi di emergenza in tutto il paese.
Il programma del Sinn Fein parla di stop alle agevolazioni fiscali che hanno fatto del paese il paradiso delle multinazionali in Europa, no alla speculazione edilizia, maggiore redistribuzione e più spesa sociale per scuole e ospedali pubblici.
La regressione sociale dell’Irlanda pesa come un macigno su chi ha governato il paese negli ultimi anni, ossia il Fine Gael di Leo Varadkar, che rivendica invece un’economia che formalmente dichiara un tasso di crescita l’anno scorso del 5,6%, il più alto dell’Eurozona.
Varadkar ha ritenuto di poter spendere con gli elettori il capitale politico ottenuto negoziando contro una Brexit senza accordo fra Londra e Bruxelles. Ma non ha fatto i conti con i contraccolpi dell’austerity varata a causa dei vincoli di bilancio e le misure antipopolari adottate dopo lo scoppio della bolla immobiliare e il bailout del 2011. L’Irlanda, come altri Pigs, fu costretta ad “accettare” dall’Unione Europea un prestito da 67 miliardi di euro per evitare la bancarotta. Per ripagarli il governo ha tagliato progressivamente 30 miliardi di spesa pubblica, introdotto nuove tasse e decurtato i salari del 20%. I benefici sociali del welfare sono stati ridotti e lo standard di vita degli irlandesi è calato inesorabilmente.
Fonte
La nuova leader del Sinn Fein, Mary Lou McDonald, ha detto che il partito entrerà in una coalizione di governo solo a patto che entro il 2025 si tenga un referendum per la riunificazione dell’isola.
A due anni dalla sostituzione alla leadership del Sinn Fein di Gerry Adams, volto storico del della lotta di liberazione nazionale irlandese, Mary Lou McDonald è un’altra generazione politica. Ha incrociato solo la coda della guerra civile che tra gli anni ’60 e la firma degli Accordi del Venerdì Santo nel 1998, provocò nelle sei contee dell’Irlanda del Nord oltre 3000 morti, una repressione feroce e centinaia di prigionieri politici. Negli ultimi cinque anni, il Sinn Fein si è concentrato sulle disuguaglianze create dal boom economico, dall’aumento dei costi delle abitazioni e degli affitti, al welfare e ai costi della sanità. Ed è concentrandosi sui temi sociali che ha costruito il consenso che oggi potrebbe portarlo a diventare la prima o seconda forza politica del paese.
Secondo un sondaggio dell’Irish Times, l’assistenza sanitaria è la questione più urgente per il 40% dei votanti. L’Irlanda ha un sistema sanitario pubblico che fornisce assistenza medica gratuita a persone a basso reddito e agli anziani. Ma gli ospedali sono ormai sovraffollati, con centinaia di pazienti lasciati in attesa di cure nei corridoi. Segue l’emergenza abitativa, una priorità per il 32% degli intervistati. A Dublino gli affitti sono più che raddoppiati dal 2010, mentre molti non possono permettersi di affittare casa in aree urbane e i giovani faticano a comprare casa. I senzatetto hanno raggiunto livelli record superando quota 10.000 (su una popolazione di 4 milioni e mezzo) che vivono in alloggi di emergenza in tutto il paese.
Il programma del Sinn Fein parla di stop alle agevolazioni fiscali che hanno fatto del paese il paradiso delle multinazionali in Europa, no alla speculazione edilizia, maggiore redistribuzione e più spesa sociale per scuole e ospedali pubblici.
La regressione sociale dell’Irlanda pesa come un macigno su chi ha governato il paese negli ultimi anni, ossia il Fine Gael di Leo Varadkar, che rivendica invece un’economia che formalmente dichiara un tasso di crescita l’anno scorso del 5,6%, il più alto dell’Eurozona.
Varadkar ha ritenuto di poter spendere con gli elettori il capitale politico ottenuto negoziando contro una Brexit senza accordo fra Londra e Bruxelles. Ma non ha fatto i conti con i contraccolpi dell’austerity varata a causa dei vincoli di bilancio e le misure antipopolari adottate dopo lo scoppio della bolla immobiliare e il bailout del 2011. L’Irlanda, come altri Pigs, fu costretta ad “accettare” dall’Unione Europea un prestito da 67 miliardi di euro per evitare la bancarotta. Per ripagarli il governo ha tagliato progressivamente 30 miliardi di spesa pubblica, introdotto nuove tasse e decurtato i salari del 20%. I benefici sociali del welfare sono stati ridotti e lo standard di vita degli irlandesi è calato inesorabilmente.
Fonte
01/07/2019
La Catalogna “apre” il nuovo Parlamento europeo
La questione catalana diventa questione europea. Non nel senso repressivo dato dallo stato spagnolo, né in quello pilatesco dell’Unione Europea, ma in quelli ben più probanti della mobilitazione popolare e della solidarietà internazionale.
Due notizie in contemporanea, nelle ore che precedono l’apertura del nuovo Parlamento europeo a Strasburgo. La prima che migliaia di cittadini catalani stanno raggiungendo la città francese per protestare contro l’impossibilità di tre dei neoparlamentari europei eletti – Oriol Junqueras, Carles Puigdemont e Toni Comin – di svolgere l’attività per cui sono stati scelti.
Il primo è infatti in carcere (caso unico di prigionieri politici detenuti per normale attività democratica e istituzionale), mentre sugli altri due pende un ordina di cattura internazionale emesso da Madrid cui il Belgio non ha dato esecuzione. Mentre la Francia dell’ultrà liberista Macron potrebbe farlo.
La seconda è che il Sinn Fein, storico partito dell’indipendenza irlandese, appoggia la protesta e porta il problema dentro l’Assemblea, rompendo il monolitico silenzio di tutti partiti presenti a Starasburgo, sia di destra che centristi, sia presuntamente “sovranisti” che austeramente “europeisti”. Tutti egualmente contro i popoli di tutta Europa.
A seguire tre articoli da Les enfants terribles, ortale dedicato ai movimenti indipendentisti d’Europa.
Daniel Losada Seoane
Le migliaia di indipendentisti catalani diretti alla manifestazione di Strasburgo del 2 luglio, a cui anche moltissimi baschi si stanno unendo in queste ore, stanno affrontando pesanti controlli di frontiera – non per entrare in un altro paese, ma per lasciare il proprio. Questa è stata la situazione di domenica quando gli attivisti hanno iniziato i loro lunghi viaggi per la manifestazione di martedì, al di fuori del Parlamento europeo, per protestare contro il veto sugli europarlamentari eletti Oriol Junqueras, Carles Puigdemont e Toni Comín. Molti di quelli che stanno viaggiando si sono lamentati di essere stati perquisiti e trattati brutalmente dalla polizia spagnola che pattugliava il confine con la Francia a La Jonquera. Quando i poliziotti hanno visto le bandiere dell’estelada catalana a favore dell’indipendenza, hanno sbattuto gli occupanti dei veicoli “contro il muro come criminali”, hanno cercato e svuotato i veicoli, ispezionando anche gli animali domestici che alcuni di loro hanno portato con sé.
Intanto, il presidente del PP, Pablo Casado, ha chiesto oggi al governo spagnolo di prendere provvedimenti affinché l’ex presidente della Generalitat Carles Puigdemont venga arrestato ed estradato se appare a Strasburgo (Francia) per la costituzione del nuovo Parlamento europeo.
“Abbiamo sentito che il sig. Puigdemont dice che parteciperà all’assemblea costituente del Parlamento europeo a Strasburgo. Quello che voglio dire al governo di Spagna è di prendere tutte le misure necessarie in modo affinché, non appena calpestano il suolo francese, procedano all’arresto e all’estradizione“, ha detto Casado parlando alla stampa.
Casado, che ha partecipato a una riunione dei leader del Partito popolare europeo prima di un vertice Ue a Bruxelles, ha detto che Puigdemont è “un criminale che è latitante e ricercato dal più alto organo giudiziario in Spagna”.
Il Presidente del Partido Popular di España ha poi ammonito che: “Strasburgo è la Francia” e che in quel paese “non funzionerebbe come è successo sia in Belgio sia in Germania”, riferendosi al mandato d’arresto europeo emesso dalla giustizia spagnola contro Puigdemont, che è stata ritirato nel caso del primo paese e negato nel secondo. “Se si mantiene questa minaccia di andare al Parlamento europeo deve essere fermato e subito estradato per sedersi con il suo compagno di governo davanti alla Corte Suprema”, ha sottolineato Casado.
Martedì 2 luglio, si costituisce a Strasburgo (Francia) il Parlamento europeo dopo le elezioni del 26 maggio, ma la Corte Suprema ha confermato che rimangono vacanti i seggi di Puigdemont, di Toni Comin, anch’egli fuggito in Belgio e dell’ex vice presidente della Generalitat catalana, Oriol Junqueras – ora in carcere preventivo.
Carles Puigdemont ha dichiarato che non confermerà la sua presenza fino all’ultimo momento, data la possibilità che la Spagna emetta un nuovo mandato di cattura europeo per lui, e su cui le autorità francesi potrebbero agire.
Daniel Losada Seoane
Migliaia di catalani sono in movimento: alcuni sono già in viaggio, altri stanno facendo i bagagli. Da ieri a martedì, più di seimila stanno prendendo auto, pullman e treni per la città di Strasburgo, a circa mille chilometri a nord della Catalogna. Lo fanno per partecipare alla manifestazione contro il veto sugli eletti deputati, Oriol Junqueras, Carles Puigdemont e Toni Comin, e per dare visibilità al conflitto catalano e alla repressione che viene applicata. L’obiettivo, in breve, è quello di rendere la voce del movimento udibile dai media internazionali durante la sessione plenaria costituzionale del Parlamento europeo, prevista per martedì 2 luglio, e dove, salvo modifiche dell’ultimo minuto, nessuno dei tre rappresentanti eletti sarà presente, essendo stato escluso dalla Commissione elettorale spagnola, nonostante abbia ottenuto oltre 2 milioni di voti nelle elezioni europee del 26 maggio.
Secondo il ‘Consiglio della Repubblica’, una sorta di governo ombra in esilio che ha organizzato la manifestazione, circa 80 pullman e due voli charter sono stati confermati mentre stavano compiendo il viaggio, trasportando circa 6.000 persone. Alcuni degli autobus sono già partiti questa domenica per la Francia, mentre altri lo faranno oggi. Ma tutti quelli a bordo, insieme a quelli che stanno volando e quelli che stanno facendo a modo loro, convergeranno insieme fuori dal palazzo del Parlamento europeo nella capitale dell’Alsazia martedì.
Il concentramento inizia martedì mattina alle 9:00 – l’ora in cui arriveranno gli eurodeputati – i manifestanti sono chiamati ad incontrarsi al Pont Josep Bech (ponte) dove incrocia Rue Lucien Febvre, proprio di fronte al palazzo del Parlamento Europeo. Tuttavia, l’evento centrale non si svolgerà fino alle 12, quando verranno pronunciati i discorsi principali e verrà letto il manifesto “Let’s Fill Strasbourg”, firmato da 30.000 persone finora.
Il testo afferma che Junqueras, Puigdemont e Comín hanno rappresentato più di 1,7 milioni di voti in Catalogna – quasi 2,3 milioni in tutto lo stato spagnolo – e avverte che “la Spagna sta contagiando l’Unione europea con la sua soluzione repressiva alla pacifica, civile richiesta democratica dei catalani“. Detto questo, il manifesto chiede alle istituzioni dell’UE “di prendere l’iniziativa di promuovere e mediare nel dialogo e negoziazione tra la Catalogna e la Spagna sul diritto all’autodeterminazione”.
Al termine della manifestazione, i principali firmatari del manifesto, che sono anche supportati da oltre trenta diverse piattaforme e organizzazioni, lo presenteranno al registro del parlamento insieme a una lettera indirizzata al presidente del parlamento dell’UE.
La commissione elettorale centrale della Spagna ha deciso di lasciare i seggi dei tre deputati vacanti, dal momento che i tre politici non hanno intenzione di raccogliere i loro documenti formali e giurare fedeltà alla Costituzione spagnola. Junqueras, invece, già in carcere, non ha potuto essere presente perché la Corte Suprema gli ha negato il permesso, anche se gli aveva concesso esattamente lo stesso diritto di effettuare la stessa formalità rispetto alla sua precedente elezione come deputato spagnolo dopo le elezioni generali del 28 aprile. Nel caso degli esiliati Puigdemont e Comín, sono stati negate le possibilità di poter effettuare il giuramento e la raccolta dei documenti ovunque tranne che in territorio spagnolo, dove li aspetta un mandato di arresto.
Tuttavia, gli avvocati di tutti e tre i politici hanno annunciato l’intenzione di portare il caso alla Corte di giustizia dell’Unione europea in Lussemburgo.
La manifestazione, oltre a denunciare il veto della commissione elettorale spagnola, chiede per i tre deputati indipendentisti di poter esercitare i loro ruoli come MEP, ma più ampiamente ha anche lo scopo di sensibilizzare l’opinione internazionale sul conflitto catalano. A questo proposito, la protesta esprime anche la domanda per la Spagna di allinearsi alla risoluzione emessa lo scorso maggio dal gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria, giungendo alla conclusione che tre dei leader catalani in carcere (Jordi Cuixart, Jordi Sànchez e Oriol Junqueras) sono detenuti per motivi politici e dovrebbero quindi essere rilasciati immediatamente.
All’evento di Strasburgo parteciperanno il presidente catalano Quim Torra e alcuni ministri del suo governo, tra cui il ministro degli esteri Alfred Bosch. Ci saranno altri rappresentanti di partiti politici e organizzazioni indipendentiste. Carles Puigdemont ha dichiarato che non confermerà la sua presenza fino all’ultimo momento, data la possibilità che la Spagna emetta un nuovo mandato di cattura europeo per lui, e su cui le autorità francesi potrebbero agire.
La manifestazione di domani sarà la terza grande manifestazione che il movimento indipendentista ha tenuto fuori il territorio della Catalunya, dopo la protesta a Bruxelles nel dicembre 2017 e la manifestazione a Madrid nel marzo di quest’anno.
Pauline Léon
In vista della prima seduta del nuovo Parlamento europeo, il portavoce degli affari esteri Seán Crowe dello Sinn Féin, ha invitato il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, a garantire che i diritti politici dei deputati catalani siano tutelati.
I commenti del TD di Dublino Sud-Ovest arrivano dopo gli ultimi tentativi del governo spagnolo di violare i diritti dei deputati catalani e ignorare il mandato democratico ricevuto da oltre due milioni di cittadini dell’UE.
Il vice Seán Crowe ha detto:
“L’ex presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, l’ex vicepresidente Oriol Junqueras e l’ex ministro della sanità Antoni Comin, sono stati eletti democraticamente come membri del Parlamento europeo dagli elettori catalani il 26 maggio 2019.
Carles Puigdemont e Antoni Comín vivono attualmente in esilio forzato in Belgio, mentre Oriol Junqueras è attualmente detenuto a Madrid per accuse motivate da natura politica. Sono stati processati dal governo spagnolo per il loro presunto coinvolgimento nell’organizzazione di un referendum democratico sull’indipendenza catalana, che sono stati loro affidati dagli elettori catalani.
Il mese scorso, il tribunale spagnolo ha respinto la petizione di Oriol Junqueras per lasciare il carcere e iniziare il processo di adempiere al suo mandato democratico e diventare deputato. Nonostante sia stato condannato per un crimine di matrice politica, rimane in carcere durante la detenzione preventiva da oltre 600 giorni e non potrà partecipare alla prima sessione del nuovo Parlamento europeo domani, 2 luglio.
Carles Puigdemont e Antoni Comín sono ostracizzati dall’adempimento dei loro mandati democratici e dalla partecipazione alla prima seduta di domani. Il governo spagnolo sta chiedendo alla Francia l’arresto e l’estradizione in Spagna. Il mese scorso aveva chiesto il giuramento di fedeltà alla costituzione nel parlamento spagnolo. Tuttavia, se ritornano in Spagna, saranno imprigionati con accuse simili politicamente motivate.
L’ultimo tentativo del governo spagnolo di vietare a questi deputati di prendere posto è una chiara violazione dei loro diritti politici e un disprezzo per gli oltre due milioni di cittadini dell’UE che hanno votato per loro.
Esiste la possibilità che il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, bloccherà l’ingresso di Carles Puigdemont e Antoni Comín al Parlamento su richiesta delle autorità spagnole. Ciò sarebbe senza precedenti, sbagliato e completamente antidemocratico.
Chiedo al Presidente del Parlamento europeo di garantire che i diritti politici di questi tre deputati siano salvaguardati e di garantire che possano partecipare pienamente alla seduta inaugurale di domani.”
Fonte
Due notizie in contemporanea, nelle ore che precedono l’apertura del nuovo Parlamento europeo a Strasburgo. La prima che migliaia di cittadini catalani stanno raggiungendo la città francese per protestare contro l’impossibilità di tre dei neoparlamentari europei eletti – Oriol Junqueras, Carles Puigdemont e Toni Comin – di svolgere l’attività per cui sono stati scelti.
Il primo è infatti in carcere (caso unico di prigionieri politici detenuti per normale attività democratica e istituzionale), mentre sugli altri due pende un ordina di cattura internazionale emesso da Madrid cui il Belgio non ha dato esecuzione. Mentre la Francia dell’ultrà liberista Macron potrebbe farlo.
La seconda è che il Sinn Fein, storico partito dell’indipendenza irlandese, appoggia la protesta e porta il problema dentro l’Assemblea, rompendo il monolitico silenzio di tutti partiti presenti a Starasburgo, sia di destra che centristi, sia presuntamente “sovranisti” che austeramente “europeisti”. Tutti egualmente contro i popoli di tutta Europa.
A seguire tre articoli da Les enfants terribles, ortale dedicato ai movimenti indipendentisti d’Europa.
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2 luglio a Strasburgo: morsa della Guardia Civil sugli attivisti in viaggio
Daniel Losada Seoane
Le migliaia di indipendentisti catalani diretti alla manifestazione di Strasburgo del 2 luglio, a cui anche moltissimi baschi si stanno unendo in queste ore, stanno affrontando pesanti controlli di frontiera – non per entrare in un altro paese, ma per lasciare il proprio. Questa è stata la situazione di domenica quando gli attivisti hanno iniziato i loro lunghi viaggi per la manifestazione di martedì, al di fuori del Parlamento europeo, per protestare contro il veto sugli europarlamentari eletti Oriol Junqueras, Carles Puigdemont e Toni Comín. Molti di quelli che stanno viaggiando si sono lamentati di essere stati perquisiti e trattati brutalmente dalla polizia spagnola che pattugliava il confine con la Francia a La Jonquera. Quando i poliziotti hanno visto le bandiere dell’estelada catalana a favore dell’indipendenza, hanno sbattuto gli occupanti dei veicoli “contro il muro come criminali”, hanno cercato e svuotato i veicoli, ispezionando anche gli animali domestici che alcuni di loro hanno portato con sé.
Intanto, il presidente del PP, Pablo Casado, ha chiesto oggi al governo spagnolo di prendere provvedimenti affinché l’ex presidente della Generalitat Carles Puigdemont venga arrestato ed estradato se appare a Strasburgo (Francia) per la costituzione del nuovo Parlamento europeo.
“Abbiamo sentito che il sig. Puigdemont dice che parteciperà all’assemblea costituente del Parlamento europeo a Strasburgo. Quello che voglio dire al governo di Spagna è di prendere tutte le misure necessarie in modo affinché, non appena calpestano il suolo francese, procedano all’arresto e all’estradizione“, ha detto Casado parlando alla stampa.
Casado, che ha partecipato a una riunione dei leader del Partito popolare europeo prima di un vertice Ue a Bruxelles, ha detto che Puigdemont è “un criminale che è latitante e ricercato dal più alto organo giudiziario in Spagna”.
Il Presidente del Partido Popular di España ha poi ammonito che: “Strasburgo è la Francia” e che in quel paese “non funzionerebbe come è successo sia in Belgio sia in Germania”, riferendosi al mandato d’arresto europeo emesso dalla giustizia spagnola contro Puigdemont, che è stata ritirato nel caso del primo paese e negato nel secondo. “Se si mantiene questa minaccia di andare al Parlamento europeo deve essere fermato e subito estradato per sedersi con il suo compagno di governo davanti alla Corte Suprema”, ha sottolineato Casado.
Martedì 2 luglio, si costituisce a Strasburgo (Francia) il Parlamento europeo dopo le elezioni del 26 maggio, ma la Corte Suprema ha confermato che rimangono vacanti i seggi di Puigdemont, di Toni Comin, anch’egli fuggito in Belgio e dell’ex vice presidente della Generalitat catalana, Oriol Junqueras – ora in carcere preventivo.
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Migliaia di catalani convergono a Strasburgo
Carles Puigdemont ha dichiarato che non confermerà la sua presenza fino all’ultimo momento, data la possibilità che la Spagna emetta un nuovo mandato di cattura europeo per lui, e su cui le autorità francesi potrebbero agire.
Daniel Losada Seoane
Migliaia di catalani sono in movimento: alcuni sono già in viaggio, altri stanno facendo i bagagli. Da ieri a martedì, più di seimila stanno prendendo auto, pullman e treni per la città di Strasburgo, a circa mille chilometri a nord della Catalogna. Lo fanno per partecipare alla manifestazione contro il veto sugli eletti deputati, Oriol Junqueras, Carles Puigdemont e Toni Comin, e per dare visibilità al conflitto catalano e alla repressione che viene applicata. L’obiettivo, in breve, è quello di rendere la voce del movimento udibile dai media internazionali durante la sessione plenaria costituzionale del Parlamento europeo, prevista per martedì 2 luglio, e dove, salvo modifiche dell’ultimo minuto, nessuno dei tre rappresentanti eletti sarà presente, essendo stato escluso dalla Commissione elettorale spagnola, nonostante abbia ottenuto oltre 2 milioni di voti nelle elezioni europee del 26 maggio.
Secondo il ‘Consiglio della Repubblica’, una sorta di governo ombra in esilio che ha organizzato la manifestazione, circa 80 pullman e due voli charter sono stati confermati mentre stavano compiendo il viaggio, trasportando circa 6.000 persone. Alcuni degli autobus sono già partiti questa domenica per la Francia, mentre altri lo faranno oggi. Ma tutti quelli a bordo, insieme a quelli che stanno volando e quelli che stanno facendo a modo loro, convergeranno insieme fuori dal palazzo del Parlamento europeo nella capitale dell’Alsazia martedì.
Il concentramento inizia martedì mattina alle 9:00 – l’ora in cui arriveranno gli eurodeputati – i manifestanti sono chiamati ad incontrarsi al Pont Josep Bech (ponte) dove incrocia Rue Lucien Febvre, proprio di fronte al palazzo del Parlamento Europeo. Tuttavia, l’evento centrale non si svolgerà fino alle 12, quando verranno pronunciati i discorsi principali e verrà letto il manifesto “Let’s Fill Strasbourg”, firmato da 30.000 persone finora.
Il testo afferma che Junqueras, Puigdemont e Comín hanno rappresentato più di 1,7 milioni di voti in Catalogna – quasi 2,3 milioni in tutto lo stato spagnolo – e avverte che “la Spagna sta contagiando l’Unione europea con la sua soluzione repressiva alla pacifica, civile richiesta democratica dei catalani“. Detto questo, il manifesto chiede alle istituzioni dell’UE “di prendere l’iniziativa di promuovere e mediare nel dialogo e negoziazione tra la Catalogna e la Spagna sul diritto all’autodeterminazione”.
Al termine della manifestazione, i principali firmatari del manifesto, che sono anche supportati da oltre trenta diverse piattaforme e organizzazioni, lo presenteranno al registro del parlamento insieme a una lettera indirizzata al presidente del parlamento dell’UE.
La commissione elettorale centrale della Spagna ha deciso di lasciare i seggi dei tre deputati vacanti, dal momento che i tre politici non hanno intenzione di raccogliere i loro documenti formali e giurare fedeltà alla Costituzione spagnola. Junqueras, invece, già in carcere, non ha potuto essere presente perché la Corte Suprema gli ha negato il permesso, anche se gli aveva concesso esattamente lo stesso diritto di effettuare la stessa formalità rispetto alla sua precedente elezione come deputato spagnolo dopo le elezioni generali del 28 aprile. Nel caso degli esiliati Puigdemont e Comín, sono stati negate le possibilità di poter effettuare il giuramento e la raccolta dei documenti ovunque tranne che in territorio spagnolo, dove li aspetta un mandato di arresto.
Tuttavia, gli avvocati di tutti e tre i politici hanno annunciato l’intenzione di portare il caso alla Corte di giustizia dell’Unione europea in Lussemburgo.
La manifestazione, oltre a denunciare il veto della commissione elettorale spagnola, chiede per i tre deputati indipendentisti di poter esercitare i loro ruoli come MEP, ma più ampiamente ha anche lo scopo di sensibilizzare l’opinione internazionale sul conflitto catalano. A questo proposito, la protesta esprime anche la domanda per la Spagna di allinearsi alla risoluzione emessa lo scorso maggio dal gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria, giungendo alla conclusione che tre dei leader catalani in carcere (Jordi Cuixart, Jordi Sànchez e Oriol Junqueras) sono detenuti per motivi politici e dovrebbero quindi essere rilasciati immediatamente.
All’evento di Strasburgo parteciperanno il presidente catalano Quim Torra e alcuni ministri del suo governo, tra cui il ministro degli esteri Alfred Bosch. Ci saranno altri rappresentanti di partiti politici e organizzazioni indipendentiste. Carles Puigdemont ha dichiarato che non confermerà la sua presenza fino all’ultimo momento, data la possibilità che la Spagna emetta un nuovo mandato di cattura europeo per lui, e su cui le autorità francesi potrebbero agire.
La manifestazione di domani sarà la terza grande manifestazione che il movimento indipendentista ha tenuto fuori il territorio della Catalunya, dopo la protesta a Bruxelles nel dicembre 2017 e la manifestazione a Madrid nel marzo di quest’anno.
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Il Sinn Féin entra nella mischia per la Catalogna
Pauline Léon
In vista della prima seduta del nuovo Parlamento europeo, il portavoce degli affari esteri Seán Crowe dello Sinn Féin, ha invitato il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, a garantire che i diritti politici dei deputati catalani siano tutelati.
I commenti del TD di Dublino Sud-Ovest arrivano dopo gli ultimi tentativi del governo spagnolo di violare i diritti dei deputati catalani e ignorare il mandato democratico ricevuto da oltre due milioni di cittadini dell’UE.
Il vice Seán Crowe ha detto:
“L’ex presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, l’ex vicepresidente Oriol Junqueras e l’ex ministro della sanità Antoni Comin, sono stati eletti democraticamente come membri del Parlamento europeo dagli elettori catalani il 26 maggio 2019.
Carles Puigdemont e Antoni Comín vivono attualmente in esilio forzato in Belgio, mentre Oriol Junqueras è attualmente detenuto a Madrid per accuse motivate da natura politica. Sono stati processati dal governo spagnolo per il loro presunto coinvolgimento nell’organizzazione di un referendum democratico sull’indipendenza catalana, che sono stati loro affidati dagli elettori catalani.
Il mese scorso, il tribunale spagnolo ha respinto la petizione di Oriol Junqueras per lasciare il carcere e iniziare il processo di adempiere al suo mandato democratico e diventare deputato. Nonostante sia stato condannato per un crimine di matrice politica, rimane in carcere durante la detenzione preventiva da oltre 600 giorni e non potrà partecipare alla prima sessione del nuovo Parlamento europeo domani, 2 luglio.
Carles Puigdemont e Antoni Comín sono ostracizzati dall’adempimento dei loro mandati democratici e dalla partecipazione alla prima seduta di domani. Il governo spagnolo sta chiedendo alla Francia l’arresto e l’estradizione in Spagna. Il mese scorso aveva chiesto il giuramento di fedeltà alla costituzione nel parlamento spagnolo. Tuttavia, se ritornano in Spagna, saranno imprigionati con accuse simili politicamente motivate.
L’ultimo tentativo del governo spagnolo di vietare a questi deputati di prendere posto è una chiara violazione dei loro diritti politici e un disprezzo per gli oltre due milioni di cittadini dell’UE che hanno votato per loro.
Esiste la possibilità che il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, bloccherà l’ingresso di Carles Puigdemont e Antoni Comín al Parlamento su richiesta delle autorità spagnole. Ciò sarebbe senza precedenti, sbagliato e completamente antidemocratico.
Chiedo al Presidente del Parlamento europeo di garantire che i diritti politici di questi tre deputati siano salvaguardati e di garantire che possano partecipare pienamente alla seduta inaugurale di domani.”
Fonte
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