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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/12/2024

Irlanda - Lo Sinn Féin rincula, l’estrema destra non sfonda

di Marco Santopadre

Le elezioni irlandesi del 29 novembre avrebbero potuto vedere la storica affermazione dei nazionalisti di sinistra del Sinn Féin, ma il risultato dei repubblicani è stato notevolmente inferiore anche a quello conseguito nel 2020.

Mentre scriviamo lo spoglio è ancora in corso – a causa di un complesso sistema elettorale, di tipo proporzionale ma basato sul “voto unico trasferibile” – ma le percentuali delle varie formazioni in lizza si sono stabilizzate permettendo di tracciare un bilancio abbastanza preciso, anche se per la distribuzione definitiva dei seggi al Dáil Éireann (che in totale aumenteranno da 160 a 174 grazie a una recente riforma) occorrerà aspettare ancora diverse ore.

I risultati

Se alle scorse elezioni lo Sinn Féin aveva conquistato la vetta con il 24,53%, frutto di un forte balzo in termini di consensi, stavolta si deve accontentare del 19,01% e del terzo posto.

In vetta è arrivato il Fianna Fáil, storico partito di centrodestra, con il 21,86%, praticamente la stessa percentuale ottenuta quattro anni fa (22,18%).

Subito dietro si posiziona l’altro storico partito di centrodestra, il Fine Gael, con il 20,8%, eguagliando esattamente il risultato del 2020.

In quarta posizione ma a grande distanza si posizionano i Socialdemocratici (centrosinistra) che con il 4,81% migliorano sensibilmente rispetto al 2,9% raggranellato alla precedente tornata.

Subito dietro si piazzano i Laburisti (sinistra moderata) con il 4,65%, risultato leggermente migliore rispetto al 4,38% di quattro anni fa.

Dalle elezioni escono invece sconfitti i Verdi (centrosinistra) che crollano dal 7,13 al 3,04%, puniti per la loro partecipazione ad un governo di centrodestra formato dalle due forze politiche conservatrici eredi degli opposti schieramenti che si sono combattuti durante la guerra civile. Dopo essersi alternati al potere negli ultimi cento anni, nel 2020 Fine Gael e Fianna Fáil hanno per la prima volta dovuto optare per una coalizione e imbarcare gli ecologisti per sbarrare la strada ai nazionalisti di sinistra.

People Before Profit, la coalizione di sinistra radicale legata ad alcuni movimenti sociali, migliora invece leggermente il proprio bottino passando dal 2,63 al 2,84%.

Tra le diverse formazioni di una magmatica galassia conservatrice sempre più affollata, due hanno ottenuto risultati di rilievo. Aontú (“Unità”), un partito creato nel 2019 dall’ex parlamentare dello Sinn Féin Peadar Tóibín, ha ottenuto un discreto 3,9% dei voti e 2 eletti. In rotta con la linea progressista dei repubblicani sui diritti civili, Tóibín e altri membri dell’ala tradizionalista del partito hanno accentuato negli ultimi anni il loro profilo identitario pur affermando di difendere un programma economico di centrosinistra e di continuare a battersi per la riunificazione dell’Irlanda.

Nel nuovo Dáil Éireann siederanno anche 4 rappresentanti di Independent Ireland (3,6%), una formazione costituita recentemente da alcuni ex membri del Sinn Féin e da vari indipendenti che dichiara un profilo politico conservatore (aderisce al gruppo liberale europeo Renew Europe come il Fianna Fáil) ma ha posizioni molto dure sull’immigrazione.

Si conferma in questa tornata l’appeal dei candidati indipendenti – che spaziano ideologicamente dall’estrema sinistra all’estrema destra – che hanno conquistato, in totale, più del 13% dei consensi rivelando una crescente frammentazione del sistema politico e un calo dei consensi nei confronti dei partiti. L’aumento della disaffezione si conferma anche nel calo dell’affluenza che passa dal 62,9% al 59,71%.

Visti i risultati, sicuramente i due partiti maggiori cercheranno di confermare la maggioranza uscente, sostituendo i Verdi con gli altri partiti di centrosinistra ed eventualmente con alcuni indipendenti.

Il passo falso del Fine Gael

Le elezioni avrebbero dovuto tenersi entro marzo 2025, ma il Taoiseach (primo ministro, in gaelico) Simon Harris – subentrato nella primavera del 2024 a Leo Varadkar sia come leader del Fine Gael sia come capo del governo – ha voluto giocare la carta delle elezioni anticipate sulla base dei sondaggi che ne attestavano la crescente popolarità dandolo al 27% mentre lo Sinn Féin perdeva consensi rispetto al boom degli anni scorsi.

Molto concentrato a dare di sé un’immagine dinamica e moderna, il più giovane premier nella storia dell’Irlanda è stato subito ribattezzato “Tik Tok Taoiseach” per il suo presenzialismo sui social.

Poco prima di sciogliere il parlamento bicamerale, ha approfittato di un generoso surplus di bilancio, assicurato dai crescenti introiti fiscali versati dalle multinazionali (soprattutto statunitensi) che hanno stabilito il proprio domicilio fiscale nel paese che garantisce loro una delle tassazioni più basse del mondo, per varare una finanziaria elettorale ricca di bonus ed elargizioni.

Simon Harris aveva a disposizione 8 miliardi di euro da spendere – cifra consistente su un Pil intorno ai 500 miliardi – ed ha ben pensato di utilizzarne un paio per oliare la sua campagna elettorale, assicurando che il prossimo anno ogni lavoratore si troverà mille euro in più in busta paga. Le misure “natalizie” vanno da un aumento dei bonus garantiti alle famiglie con figli a quelli miranti ad alleviare il peso delle bollette fino ad un alleggerimento della tassazione sui redditi da lavoro inferiori ai 44 mila euro annui. Il salario minimo dovrebbe aumentare del 6%, arrivando a 13,50 euro l’ora, il secondo più alto d’Europa dopo quello garantito dal Lussemburgo. Altri fondi sono stati destinati ad alleviare il peso degli affitti sulle famiglie con redditi più bassi.

Il governo ha scelto però di non spendere i 14 miliardi di euro di tasse non pagate dalla Apple negli Stati Uniti e che la multinazionale dovrà versare a Dublino obbedendo ad una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. I fondi verranno versati su due nuovi fondi sovrani. Il centrodestra intende comunque finanziare ingenti investimenti sulla rete elettrica, il sistema idrico e il sistema dei trasporti, venendo incontro alle pressanti richieste delle imprese che gestiscono i voracissimi data center ma anche di una popolazione in crescita.

Nonostante una partenza “col botto”, in poche settimane di campagna elettorale Simon Harris ha però dilapidato il suo vantaggio. Anche se la situazione economica in generale è buona – il tasso di disoccupazione supera di poco il 4% – la maggioranza dell’opinione pubblica considera una priorità la soluzione alla crisi degli alloggi, che sono scarsi e i cui prezzi sono ormai inavvicinabili.

Molte preoccupazioni e malcontento generano il costo della vita e l’insufficienza dell’assistenza sanitaria pubblica. In molte regioni, poi, la popolazione si lamenta per la mancanza di insegnanti nelle scuole e dei prezzi degli asili nido.

Il problema della casa è sicuramente il più rilevante. Negli ultimi quattro anni la forza lavoro nel paese è aumentata di 600 mila unità, raggiungendo quota 2,8 milioni. La stragrande maggioranza sono immigrati provenienti da altri stati dell’Unione Europea, attirati nell’isola verde dai posti di lavoro offerti dalle multinazionali. A questi si aggiungono circa 110 mila cittadini ucraini arrivati in Irlanda dal 2022, solo parte dei quali sono ospitati in centri d’accoglienza. Seguono i lavoratori immigrati provenienti soprattutto da Brasile, India, Pakistan, Cina, Filippine e Sudafrica.

Il rapido e consistente aumento dei residenti ha aggravato fortemente la crisi degli alloggi – gli esperti calcolano che ne manchino almeno 300 mila – ed ha portato vicino al punto di rottura un sistema sanitario molto fragile. Il governo di coalizione ha dimostrato, al di là delle mance elettorali, di non essere in grado di aggredire e risolvere il problema. In più, durante una tappa della campagna elettorale, il taoiseach Harris ha maltrattato, davanti a numerosi giornalisti, la dipendente di una fondazione che assiste disabili che lo aveva accusato di non avere a cuore i lavoratori del settore.

Nel corso di un’iniziativa di sostegno a un candidato del Fine Gael, inoltre, l’amministratore delegato di Ryanair, Michael O’Leary, ha attaccato gli insegnanti – «non ho niente contro di loro ma non ne assumerei molti» – facendo arrabbiare molti potenziali elettori.

Lo Sinn Féin si sgonfia

Dopo l’esclusione dal governo nel 2020, i repubblicani hanno condotto una campagna elettorale permanente e aggressiva.

I nazionalisti di sinistra hanno chiesto al governo di investire una quota maggiore del surplus di bilancio per risolvere finalmente il problema della casa piuttosto che per diminuire il debito pubblico. Il Sinn Féin, in caso di vittoria, aveva promesso di stanziare 39 miliardi in 5 anni per far costruire un gran numero di alloggi, sovvenzionati dallo stato, da rivendere a prezzi ampiamente inferiori a quelli di mercato, e di iniettare consistenti risorse aggiuntive nell’istruzione, nella sanità e in progetti per ammodernare le infrastrutture del paese, spesso fatiscenti.

Nei due anni successivi alle scorse elezioni i sondaggi hanno attestato una forte ascesa dei repubblicani, arrivati a conquistare il 36% delle intenzioni di voto. A metà del 2022, però, la tendenza ha cominciato a invertirsi e alle elezioni amministrative e poi alle europee, nei mesi scorsi, i repubblicani hanno portato a casa risultati abbastanza magri.

A minare la fiducia nel partito che si batte per la riunificazione dell’isola sono stati innanzi tutto una serie di scandali. A metà ottobre la leader del partito Mary Lou McDonald è dovuta intervenire in parlamento per dar conto di quattro gravi episodi che hanno interessato membri anche importanti del Sinn Féin costretti a dimettersi. Tra questi spicca il caso dell’ex addetto stampa del partito Michael McMonagle, dichiaratosi colpevole di diversi reati legati alla pedofilia commessi mentre lavorava per l’ufficio della prima ministra dell’Irlanda del Nord, Michelle O’Neil. In questo e in altri casi la dirigenza ha evitato di rendere conto tempestivamente ed in maniera esauriente delle inchieste a carico di alcuni dei suoi eletti e responsabili, dando l’impressione di voler nascondere la verità per non danneggiare il partito.

Ma sicuramente le difficoltà maggiori le ha provocate il disagio – sfruttato ad arte dall’estrema destra – suscitato in una parte dell’elettorato popolare dei repubblicani dal repentino aumento dell’immigrazione, causato dall’arrivo di più di 100 mila rifugiati ucraini e da decine di migliaia di richiedenti asilo in un territorio che è da sempre terra di emigrazione (tuttora in molti prendono la via dell’Australia e degli USA) ma non aveva mai, prima d’ora, sperimentato l’immigrazione che rappresenta, ormai, il 20% dei 5,3 milioni di abitanti della Repubblica.

Nel 2020 erano state presentate in Irlanda solo 2.195 domande di protezione internazionale, ma nel 2022 le richieste sono diventate 11.115 per salire a 20 mila nei primi nove mesi del 2024.

La cattiva gestione da parte delle autorità e la propaganda dell’estrema destra che tende a incolpare immigrati e rifugiati di tutti i problemi – in primis l’aumento della criminalità – hanno rapidamente riscaldato il clima. Dal 2022 gruppi razzisti violenti si sono dedicati ad assaltare, quando non a incendiare, i centri di accoglienza, ad animare rivolte notturne e a diffondere fake news.

All’inizio dell’anno, quando Simon Harris ha sostituito l’impopolare Leo Varadkar alla guida del governo, ha impresso una svolta a destra alle politiche dell’esecutivo sull’immigrazione, sgomberando alcune tendopoli di immigrati a Dublino e sforbiciando i sussidi.

Lo Sinn Féin ha criticato il governo e si è impegnato in una campagna di denuncia delle falsificazioni dei gruppi razzisti (che oltretutto contendono ai repubblicani l’eredità indipendentista), ma al tempo stesso ha rivisto il proprio programma sull’immigrazione, promettendo in caso di vittoria di creare una “Immigration Management Agency” per gestire più razionalmente i flussi, di accelerare le decisioni in materia di asilo e le espulsioni, e di tagliare i sostegni statali ai rifugiati ucraini.

La destra cresce ma non sfonda

Visti i risultati, una parte del potenziale elettorale repubblicano ha scelto evidentemente di votare per partiti di destra ed estrema destra che però, contrariamente alle aspettative, non sfondano, penalizzati dalla frammentazione e dal sistema elettorale.

Mentre scriviamo sembra che l’estrema destra non sia riuscita a far eleggere nessun candidato, dopo l’irruzione di alcuni eletti nelle istituzioni locali del giugno scorso, anche se rispetto al 2020 i consensi a quest’area sono notevolmente aumentati.

Dei sessanta candidati dell’estrema destra presentatisi alle elezioni di venerdì scorso, una trentina sono riconducibili alla “National Alliance”, una federazione composta dal National Party, dagli Irish People, da Ireland First e da altri gruppi.

Fonte

25/02/2020

Irlanda. Per formare il governo, Gerry Adams tra i negoziatori del Sinn Fein

Il Sinn Féin ha incluso Gerry Adams nella sua squadra negoziale per formare il prossimo governo irlandese, alimentando i soliti tromboni sui “rinnovati sospetti” per i collegamenti del partito all’Ira provisional (protagonista della lotta armata contro gli inglesi, conclusa nel 1998 con gli “accordi del venerdì santo”, siglati da parte irlandese proprio dal Sinn Fein guidato da Gerry Adams).

Il Sinn Fein, com’è noto, è ora il primo partito dell’Eire, con il 24,5%, dopo le elezioni di qualche giorno fa, che non hanno determinato alcuna maggioranza possibile, demolendo il “bipartitismo” tra le due destre del Fianna Fail e del Fine Gael.

Una nota informativa del partito, trapelata ieri, ha nominato Adams come negoziatore, ma ha sollevato domande sul perché non fosse nel primo elenco ufficiale.

La divulgazione della nota è arrivata mentre gli oppositori politici hanno provato a isolare il Sinn Féin, chiedendogli di rinunciare all’IRA, come precondizione all’avvio dei colloqui per formare un governo di coalizione.

Ieri, Micheál Martin, il leader del Fianna Fáil, ha accusato il partito di aver sostenuto una feroce campagna omicida settaria durante i Troubles e di rimanere ancora “sotto il dominio di figure oscure”.

Il commissario della Garda (la polizia irlandese), Drew Harris, è stato tirato nella mischia quando ha confermato che la polizia nazionale ha concordato con la PSNI (il corpo di polizia dell’Ulster, facente parte del Regno Unito) sul fatto che l’Army Council del Provos sia in pieno controllo del Sinn Féin e di quel che rimane della Provisional IRA.

Anche il taoiseach uscente (il presidente del consiglio, ndr), Leo Varadkar, ha sfidato la leader del Sinn Féin, Mary Lou McDonald, a rispondere alla domanda: “Perché McDonald non scioglie l’Army Concil – [l’organo decisionale dell’IRA] – e la Provisional IRA o, se non può, ripudiarli e recidere tutti i legami e farlo pubblicamente e inequivocabilmente?”. Il tutto in un qualsiasi tweet...

Le polemiche puntano a mettere il partito repubblicano sulla difensiva, due settimane dopo la vittoria del voto popolare alle elezioni generali dell’Irlanda.

Nessun partito ha una maggioranza generale nel parlamento, che rimane ancora sospeso, ma il Sinn Féin ha comunque ottenuto uno risultato storico, da quando Mary Lou McDonld ha ottenuto il maggior numero di voti per la carica di candidata taoiseach per il partito.

Varadkar ha intanto rassegnato le dimissioni da primo ministro, ma continuerà a fare il leader del Fine Gael fino alla formazione di un nuovo governo.

La svolta elettorale del Sinn Féin si è materializzata sulla promessa di costruire alloggi a prezzi accessibili, congelare gli affitti e sistemare l’assistenza sanitaria. Ma sullo sfondo c’è da sempre l’obbiettivo della riunificazione dell’Irlanda.

Tuttavia, Fine Gael, Fianna Fáil e Varadkar hanno escluso la formazione di un governo insieme al Sinn Féin, a causa di fondamentali differenze politiche e per i suoi collegamenti storici con l’IRA.

La scorsa settimana il partito ha nominato una squadra negoziale di quattro TD (deputati), senza far emergere il nome di Adams, che si è dimesso da leader nel 2018 e come TD questo mese.

In sintesi, il documento trapelato nominava altri quattro shinners di peso (shinner è il termine dispregiativo con cui vengono comunemente indicati i supperter del Sinn Fein). Tutti e quattro nominati come negoziatori, tra cui Martin Lynch, che fu incarcerato negli anni ’80 per possesso d’armi e appartenenza all’Ira.

In un post sul suo blog intitolato “Il mito delle figure oscure”, Adams ha controbattuto affermando che il partito non ha nascosto i suoi consulenti e strateghi dietro le quinte.

“Molti hanno avuto relazioni lunghe e fruttuose con alti ministri e funzionari del governo irlandese e britannico mentre abbiamo tracciato una rotta dal conflitto, attraverso un processo di pace, fino alla fine del conflitto”, ha scritto.

Fonte

13/02/2020

Sulle elezioni in Irlanda

Storiche elezioni in Irlanda. Lo scorso sabato 8 febbraio gli irlandesi si sono recati alle urne per eleggere un nuovo governo. Il partito repubblicano di sinistra Sinn Féin (a livello europeo parte del GUE-NGL) ha ottenuto la maggioranza dei voti (24.5%), seguito dai due partiti di centro-destra che da sempre si alternano alla guida del paese, Fianna Fáil (Renew Europe) e Fine Gael (PPE).

Dal 2016 il Fine Gael governava il paese a capo di un esecutivo di minoranza, sostenuto da un accordo esterno da un altro partito di centro-destra, il Fianna Fáil. Questi due partiti si alternano da sempre alla guida del paese, da soli o in coalizione con altri partiti più piccoli, ma non hanno mai governato insieme. La loro rivalità risale ai tempi della guerra civile di cento anni fa sul “Trattato Anglo-Irlandese”, che sancì la divisione fra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. Il Fine Gael faceva parte della fazione favorevole al trattato, il Fianna Fáil di quella che vi si opponeva.

Questa peculiare divisione, legata alla dominazione coloniale britannica, ha fatto sì che sin dall’indipendenza l’Irlanda sia stata sempre governata da questi due partiti, con differenze davvero minime.

La sinistra in Irlanda è storicamente piuttosto debole. Il partito laburista irlandese non ha mai raggiunto le dimensioni di quello britannico, e si è limitato a fare occasionalmente da partner di coalizione ad uno dei due partiti di governo, vedendo poi solitamente ridurre i suoi voti alla tornata elettorale successiva. L’ultima disastrosa esperienza di governo del Labour risale al periodo 2011-2016. Dopo aver ottenuto quasi il 20% alle elezioni, i laburisti fecero la scelta scellerata di andare al governo con il Fine Gael e si ritrovarono a dover implementare il programma della ‘Troika’ di FMI-BCE-Commissione Europea, arrivata a Dublino pochi mesi prima. Alle elezioni successive presero il 6%, e da allora hanno fatto fatica a riprendersi.

Una “pasokificazione” in piena regola, come accaduto a tanti altri partiti di centro-sinistra in Europa che durante la crisi hanno implementato misure di austerità seguendo i diktat europei.

La crisi però ha portato anche ad una nuova vitalità nella sinistra irlandese, facendo irrompere finalmente la questione di classe al centro della scena politica. A beneficiare di questa nuova situazione è stato soprattutto il Sinn Féin. Il partito repubblicano di sinistra, ex braccio politico della Provisional IRA, ha registrato una crescita lenta ma costante a partire dalla fine degli anni ’90, presentando una piattaforma politica di sinistra insieme alla battaglia per la riunificazione dell’Irlanda.

Il Sinn Féin si è imposto come partito principale della sinistra irlandese durante la crisi, opponendosi alle misure di austerità imposte dai governi guidati prima dal Fianna Fáil e dai Verdi (2007-2011) e poi dal Fine Gael e il Labour (2011-2016). Alle elezioni del 2016, il partito ha ottenuto il 14% dei voti, divenendo la terza forza dopo Fine Gael e Fianna Fáil.

Oltre al Sinn Féin è cresciuta anche la sinistra radicale di area trozkista, riunita sotto la sigla People Before Profit-Solidarity. A questi due partiti si aggiungono anche alcuni deputati indipendenti di sinistra. Le elezioni del 2016 hanno visto per la prima volta scendere la somma dei voti dei due partiti di centro-destra sotto il 50%, segno di una stanchezza degli elettori nei confronti dello strano bipartitismo irlandese. Ad andare al governo era stato però ancora una volta il Fine Gael, sostenuto con un accordo esterno dal Fianna Fáil.

Le cose potrebbero finalmente cambiare nel 2020. In una campagna elettorale di poche settimane, il Sinn Féin è riuscito ad imporsi come principale partito grazie ad una campagna efficace su due temi cari all’elettorato: la situazione abitativa e la sanità pubblica. Per entrambe il Sinn Féin propone un deciso intervento pubblico finanziato da un aumento della tassazione sui redditi più alti e sulle corporation. Nel corso della campagna elettorale, il Sinn Féin è stato anche particolarmente abile nel mostrare come non ci sia davvero differenza fra Fine Gael e Fianna Fáil, concordi nel sostenere un modello economico come quello irlandese in cui le prime a vincere sono le grandi corporation, attratte da una bassissima tassazione sulle imprese.

La scommessa del Fine Gael di puntare sul buon andamento dell’economia e sulla gestione efficiente dei negoziati sulla Brexit non ha pagato. Una fetta consistente della classe lavoratrice non sente i benefici della ripresa, perché è costretta a pagare affitti altissimi e a subire servizi pubblici spesso disastrosi. Questo è vero in particolare per i giovani, che sono sostanzialmente tagliati fuori dal mercato immobiliare, e che infatti hanno votato largamente per il Sinn Féin.

Quanto alla Brexit, soltanto l’1% degli elettori l’ha indicata come la priorità principale negli exit poll. Il Fianna Fáil per canto suo ha pagato l’appoggio esterno al governo guidato dal Fine Gael. Come ha ricordato costantemente Mary Lou McDonald, la leader del Sinn Féin succeduta a Gerry Adams nel 2018, tutte le decisioni prese Fine Gael negli ultimi anni sono avvenute col consenso implicito del Fianna Fáil.

Oltre al Sinn Féin ha registrato mediamente buoni risultati anche il resto dell’eterogeneo “campo progressista”. I verdi hanno ottenuto il 7% a livello nazionale, sull’onda di un buon risultato alle scorse europee. La sinistra radicale di People Before Profit – Solidarity è riuscita a confermare cinque dei sei deputati uscenti. Il Labour invece ha mostrato ancora una volta un pessimo stato di forma, fermandosi sotto il 5% a livello nazionale. In compenso sono cresciuti i Social Democrats, originatisi da una scissione proprio dal Labour.

Nonostante l’ottimo risultato elettorale registrato, al Sinn Féin mancano parecchi deputati per ottenere la maggioranza. Il partito si è fermato a 37 seggi (anche per la scelta di schierare solo 42 candidati dopo il brutto risultato delle scorse europee), a fronte degli 80 necessari per formare una maggioranza. Il Fianna Fáil è arrivato a 38 deputati (avendo presentato il doppio dei candidati del SF) e il Fine Gael si è fermato a 35.

Per fare un governo sarà dunque necessaria una coalizione, ma fra quali forze? La leader del SF Mary Lou McDonald ha annunciato di voler provare a formare un esecutivo con tutte le forze progressiste, escludendo FF e FG, ma ci vorrebbero anche i voti di molti indipendenti e l’impresa sembra difficile. McDonald – come già dichiarato in campagna elettorale – non ha escluso la possibilità di formare un governo anche con uno dei due partiti di centro-destra, sotto però alcune condizioni, compresa l’indizione di un referendum sull’unità d’Irlanda entro cinque anni.

Benché ovviamente il tema dell’unità d’Irlanda sia importantissimo, governare con Fianna Fáil o Fine Gael potrebbe avere conseguenze disastrose alle prossime elezioni, come già ha dimostrato l’esperienza del Labour. In ogni caso, al momento né Fianna Fáil né Fine Gael si sono detti disponibili ad una coalizione.

Non sono da escludersi quindi nuove elezioni a breve, in cui il Sinn Féin potrebbe presentare più candidati. La situazione si chiarirà nelle prossime settimane, ma certamente queste ultime elezioni rappresentano un segnale positivo per la sinistra in Irlanda, perché finalmente il duopolio Fianna Fáil-Fine Gael sembra non essere l’unica alternativa possibile e perché tematiche di classe stanno finalmente prendendo il centro della scena.

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08/02/2020

Irlanda - Oggi si vota. Il Sinn Fein in crescita con un programma sociale

Secondo gli ultimi sondaggi, il Sinn Féin – il fronte politico-legale dell’Ira (Irish Repubblican Army) durante la guerra civile irlandese – potrebbe ottenere il 25% dei consensi nelle elezioni che si svolgono oggi in Irlanda. Per molti aspetti, se confermato, sarebbe una svolta storica, ma che porrebbe non pochi problemi di governabilità.

La nuova leader del Sinn Fein, Mary Lou McDonald, ha detto che il partito entrerà in una coalizione di governo solo a patto che entro il 2025 si tenga un referendum per la riunificazione dell’isola.

A due anni dalla sostituzione alla leadership del Sinn Fein di Gerry Adams, volto storico del della lotta di liberazione nazionale irlandese, Mary Lou McDonald è un’altra generazione politica. Ha incrociato solo la coda della guerra civile che tra gli anni ’60 e la firma degli Accordi del Venerdì Santo nel 1998, provocò nelle sei contee dell’Irlanda del Nord oltre 3000 morti, una repressione feroce e centinaia di prigionieri politici. Negli ultimi cinque anni, il Sinn Fein si è concentrato sulle disuguaglianze create dal boom economico, dall’aumento dei costi delle abitazioni e degli affitti, al welfare e ai costi della sanità. Ed è concentrandosi sui temi sociali che ha costruito il consenso che oggi potrebbe portarlo a diventare la prima o seconda forza politica del paese.

Secondo un sondaggio dell’Irish Times, l’assistenza sanitaria è la questione più urgente per il 40% dei votanti. L’Irlanda ha un sistema sanitario pubblico che fornisce assistenza medica gratuita a persone a basso reddito e agli anziani. Ma gli ospedali sono ormai sovraffollati, con centinaia di pazienti lasciati in attesa di cure nei corridoi. Segue l’emergenza abitativa, una priorità per il 32% degli intervistati. A Dublino gli affitti sono più che raddoppiati dal 2010, mentre molti non possono permettersi di affittare casa in aree urbane e i giovani faticano a comprare casa. I senzatetto hanno raggiunto livelli record superando quota 10.000 (su una popolazione di 4 milioni e mezzo) che vivono in alloggi di emergenza in tutto il paese.

Il programma del Sinn Fein parla di stop alle agevolazioni fiscali che hanno fatto del paese il paradiso delle multinazionali in Europa, no alla speculazione edilizia, maggiore redistribuzione e più spesa sociale per scuole e ospedali pubblici.

La regressione sociale dell’Irlanda pesa come un macigno su chi ha governato il paese negli ultimi anni, ossia il Fine Gael di Leo Varadkar, che rivendica invece un’economia che formalmente dichiara un tasso di crescita l’anno scorso del 5,6%, il più alto dell’Eurozona.

Varadkar ha ritenuto di poter spendere con gli elettori il capitale politico ottenuto negoziando contro una Brexit senza accordo fra Londra e Bruxelles. Ma non ha fatto i conti con i contraccolpi dell’austerity varata a causa dei vincoli di bilancio e le misure antipopolari adottate dopo lo scoppio della bolla immobiliare e il bailout del 2011. L’Irlanda, come altri Pigs, fu costretta ad “accettare” dall’Unione Europea un prestito da 67 miliardi di euro per evitare la bancarotta. Per ripagarli il governo ha tagliato progressivamente 30 miliardi di spesa pubblica, introdotto nuove tasse e decurtato i salari del 20%. I benefici sociali del welfare sono stati ridotti e lo standard di vita degli irlandesi è calato inesorabilmente.

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