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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/02/2020

Irlanda. Per formare il governo, Gerry Adams tra i negoziatori del Sinn Fein

Il Sinn Féin ha incluso Gerry Adams nella sua squadra negoziale per formare il prossimo governo irlandese, alimentando i soliti tromboni sui “rinnovati sospetti” per i collegamenti del partito all’Ira provisional (protagonista della lotta armata contro gli inglesi, conclusa nel 1998 con gli “accordi del venerdì santo”, siglati da parte irlandese proprio dal Sinn Fein guidato da Gerry Adams).

Il Sinn Fein, com’è noto, è ora il primo partito dell’Eire, con il 24,5%, dopo le elezioni di qualche giorno fa, che non hanno determinato alcuna maggioranza possibile, demolendo il “bipartitismo” tra le due destre del Fianna Fail e del Fine Gael.

Una nota informativa del partito, trapelata ieri, ha nominato Adams come negoziatore, ma ha sollevato domande sul perché non fosse nel primo elenco ufficiale.

La divulgazione della nota è arrivata mentre gli oppositori politici hanno provato a isolare il Sinn Féin, chiedendogli di rinunciare all’IRA, come precondizione all’avvio dei colloqui per formare un governo di coalizione.

Ieri, Micheál Martin, il leader del Fianna Fáil, ha accusato il partito di aver sostenuto una feroce campagna omicida settaria durante i Troubles e di rimanere ancora “sotto il dominio di figure oscure”.

Il commissario della Garda (la polizia irlandese), Drew Harris, è stato tirato nella mischia quando ha confermato che la polizia nazionale ha concordato con la PSNI (il corpo di polizia dell’Ulster, facente parte del Regno Unito) sul fatto che l’Army Council del Provos sia in pieno controllo del Sinn Féin e di quel che rimane della Provisional IRA.

Anche il taoiseach uscente (il presidente del consiglio, ndr), Leo Varadkar, ha sfidato la leader del Sinn Féin, Mary Lou McDonald, a rispondere alla domanda: “Perché McDonald non scioglie l’Army Concil – [l’organo decisionale dell’IRA] – e la Provisional IRA o, se non può, ripudiarli e recidere tutti i legami e farlo pubblicamente e inequivocabilmente?”. Il tutto in un qualsiasi tweet...

Le polemiche puntano a mettere il partito repubblicano sulla difensiva, due settimane dopo la vittoria del voto popolare alle elezioni generali dell’Irlanda.

Nessun partito ha una maggioranza generale nel parlamento, che rimane ancora sospeso, ma il Sinn Féin ha comunque ottenuto uno risultato storico, da quando Mary Lou McDonld ha ottenuto il maggior numero di voti per la carica di candidata taoiseach per il partito.

Varadkar ha intanto rassegnato le dimissioni da primo ministro, ma continuerà a fare il leader del Fine Gael fino alla formazione di un nuovo governo.

La svolta elettorale del Sinn Féin si è materializzata sulla promessa di costruire alloggi a prezzi accessibili, congelare gli affitti e sistemare l’assistenza sanitaria. Ma sullo sfondo c’è da sempre l’obbiettivo della riunificazione dell’Irlanda.

Tuttavia, Fine Gael, Fianna Fáil e Varadkar hanno escluso la formazione di un governo insieme al Sinn Féin, a causa di fondamentali differenze politiche e per i suoi collegamenti storici con l’IRA.

La scorsa settimana il partito ha nominato una squadra negoziale di quattro TD (deputati), senza far emergere il nome di Adams, che si è dimesso da leader nel 2018 e come TD questo mese.

In sintesi, il documento trapelato nominava altri quattro shinners di peso (shinner è il termine dispregiativo con cui vengono comunemente indicati i supperter del Sinn Fein). Tutti e quattro nominati come negoziatori, tra cui Martin Lynch, che fu incarcerato negli anni ’80 per possesso d’armi e appartenenza all’Ira.

In un post sul suo blog intitolato “Il mito delle figure oscure”, Adams ha controbattuto affermando che il partito non ha nascosto i suoi consulenti e strateghi dietro le quinte.

“Molti hanno avuto relazioni lunghe e fruttuose con alti ministri e funzionari del governo irlandese e britannico mentre abbiamo tracciato una rotta dal conflitto, attraverso un processo di pace, fino alla fine del conflitto”, ha scritto.

Fonte

08/02/2020

Irlanda - Oggi si vota. Il Sinn Fein in crescita con un programma sociale

Secondo gli ultimi sondaggi, il Sinn Féin – il fronte politico-legale dell’Ira (Irish Repubblican Army) durante la guerra civile irlandese – potrebbe ottenere il 25% dei consensi nelle elezioni che si svolgono oggi in Irlanda. Per molti aspetti, se confermato, sarebbe una svolta storica, ma che porrebbe non pochi problemi di governabilità.

La nuova leader del Sinn Fein, Mary Lou McDonald, ha detto che il partito entrerà in una coalizione di governo solo a patto che entro il 2025 si tenga un referendum per la riunificazione dell’isola.

A due anni dalla sostituzione alla leadership del Sinn Fein di Gerry Adams, volto storico del della lotta di liberazione nazionale irlandese, Mary Lou McDonald è un’altra generazione politica. Ha incrociato solo la coda della guerra civile che tra gli anni ’60 e la firma degli Accordi del Venerdì Santo nel 1998, provocò nelle sei contee dell’Irlanda del Nord oltre 3000 morti, una repressione feroce e centinaia di prigionieri politici. Negli ultimi cinque anni, il Sinn Fein si è concentrato sulle disuguaglianze create dal boom economico, dall’aumento dei costi delle abitazioni e degli affitti, al welfare e ai costi della sanità. Ed è concentrandosi sui temi sociali che ha costruito il consenso che oggi potrebbe portarlo a diventare la prima o seconda forza politica del paese.

Secondo un sondaggio dell’Irish Times, l’assistenza sanitaria è la questione più urgente per il 40% dei votanti. L’Irlanda ha un sistema sanitario pubblico che fornisce assistenza medica gratuita a persone a basso reddito e agli anziani. Ma gli ospedali sono ormai sovraffollati, con centinaia di pazienti lasciati in attesa di cure nei corridoi. Segue l’emergenza abitativa, una priorità per il 32% degli intervistati. A Dublino gli affitti sono più che raddoppiati dal 2010, mentre molti non possono permettersi di affittare casa in aree urbane e i giovani faticano a comprare casa. I senzatetto hanno raggiunto livelli record superando quota 10.000 (su una popolazione di 4 milioni e mezzo) che vivono in alloggi di emergenza in tutto il paese.

Il programma del Sinn Fein parla di stop alle agevolazioni fiscali che hanno fatto del paese il paradiso delle multinazionali in Europa, no alla speculazione edilizia, maggiore redistribuzione e più spesa sociale per scuole e ospedali pubblici.

La regressione sociale dell’Irlanda pesa come un macigno su chi ha governato il paese negli ultimi anni, ossia il Fine Gael di Leo Varadkar, che rivendica invece un’economia che formalmente dichiara un tasso di crescita l’anno scorso del 5,6%, il più alto dell’Eurozona.

Varadkar ha ritenuto di poter spendere con gli elettori il capitale politico ottenuto negoziando contro una Brexit senza accordo fra Londra e Bruxelles. Ma non ha fatto i conti con i contraccolpi dell’austerity varata a causa dei vincoli di bilancio e le misure antipopolari adottate dopo lo scoppio della bolla immobiliare e il bailout del 2011. L’Irlanda, come altri Pigs, fu costretta ad “accettare” dall’Unione Europea un prestito da 67 miliardi di euro per evitare la bancarotta. Per ripagarli il governo ha tagliato progressivamente 30 miliardi di spesa pubblica, introdotto nuove tasse e decurtato i salari del 20%. I benefici sociali del welfare sono stati ridotti e lo standard di vita degli irlandesi è calato inesorabilmente.

Fonte

04/11/2017

Il “cuneo catalano” mostra cos’è l’Unione Europea

La battuta sarebbe scontata (“uno spettro s’aggira per l’Unione Europea”), ma il soggetto andrebbe cambiato. Quel fantasma, in questo momento è quello dell’autodeterminazione dei popoli, pilastro – nel bene e nel male – del Novecento mondiale.

Visto che ormai si preferisce designare questo principio con il termine dispregiativo di “sovranismo”, ci sembra utile riportare la definizione contenuta nell’enciclopedia Treccani, come era solito fare qualsiasi “bravo giornalista”:
“Principio in base al quale i popoli hanno diritto di scegliere liberamente il proprio sistema di governo (autodeterminazione interna) e di essere liberi da ogni dominazione esterna, in particolare dal dominio coloniale (autodeterminazione esterna). Proposto durante la Rivoluzione francese e poi sostenuto, con diverse accezioni, da statisti quali Lenin e Wilson, tale principio implica la considerazione dei diritti dei popoli, in contrapposizione a quella degli Stati intesi come apparati di governo (Stato. Diritto internazionale). In tal senso, si pone potenzialmente in conflitto con la concezione tradizionale della sovranità statale; la sua attuazione deve inoltre essere contemperata con il principio dell’integrità territoriale degli Stati”.
Un principio condiviso ufficialmente da imperialisti liberisti e rivoluzionari di professione, insomma, anche se spesso e volentieri ignorato dai primi.

Nel vedere le immagini del presidente catalano destituito, Carles Puigdemont, mentre passeggia a Bruxelles sotto palazzo Berlaymont, sede della Commissione Europea (il “governo” dei 27 paesi membri), il fantasma è apparso in carne e ossa.

Puigdemont e i quattro ex ministri catalani rimasti con lui in Belgio – Antoni Comin, Clara Ponsatì, Meritxell Serret e Lluis Puig – sono infatti ora ufficialmente ricercati con mandato di cattura internazionale, consegnato nelle stesse ore alle autorità del Belgio per ottenerne l’estradizione.

Più che con le parole pronunciate dagli indipendentisti catalani nelle scorse settimane, insomma, è direttamente il governo spagnolo – per il tramite di una magistratura assolutamente “dipendente” – a chiamare in causa l’Unione Europea, i trattati, i “valori condivisi”. E lo fa con la stupida iattanza fascista ancora inscritta in una Costituzione franchista appena emendata (libere elezioni e diritti civili, ossia un voto ogni cinque anni e movida libera), ma mai mutata nei pilastri portanti, a cominciare dal ruolo della monarchia (niente affatto di “rappresentanza”, come ha fatto vedere Felipe). Una Costituzione accettabile dall’Unione Europea solo a patto di non guardarci dentro.

Al di là degli incerti aspetti costituzionali, comunque, l’indefesso fascismo dello Stato spagnolo è apparso in mondovisione il 1 ottobre con la Guardia Civil impegnata nell’assaltare i seggi elettorali e nel manganellare la popolazione schierata pacificamente a loro difesa. E ora anche nei maltrattamenti subiti – ancora in diretta tv! – dai ministri catalani arrestati. Un video diffuso dal quotidiano spagnolo La Vanguardia mostra infatti agenti spagnoli della Audiencia Nacional che insultano Junqueras augurandogli sevizie sessuali in prigione.


Nelle stesse ore la ley mordaza viene applicata estensivamente, portando persino all’arresto di alcune persone per i loro commenti sui social...

Coloro che, in Belgio, dovranno decidere se consegnare Puigdemont e gli altri allo Stato spagnolo debbono fare i conti con questo innegabile contesto “anti-democratico”, oltre che con reati contestati assai poco consueti nel diritto europeo: ribellione, sedizione, malversazione, abuso di potere e disobbedienza. Malversazione (aver speso soldi pubblici per il referendum) e abuso di potere difficilmente comportano una carcerazione preventiva, fuori dalla Spagna. Mentre sedizione, ribellione e disobbedienza sono fin troppo chiaramente “comportamenti politici” magari scomodi per qualsiasi governo, ma dall’incerto profilo penale. Specie se – come in Catalogna – manifestati con il ricorso sistematico alla totale non violenza.

Il carattere completamente politico dei “reati” è peraltro confermato dallo stesso governo spagnolo, il cui portavoce Inigo Mendez de Vigo ha spiegato che “Finché non c’è condanna definitiva chiunque abbia i diritti civili intatti può presentarsi alle elezioni”. Dunque Puigdemont, Oriol Junqueras e anche i primi due prigionieri politici del dopo-referendum – “i due Jordi”, Sanchez e Cuixart – potranno candidarsi alle elezioni del 21 dicembre per “rinnovare” il Parlament di Barcellona.

Ci sarebbe ovviamente molto da discutere sulla “libera competizione elettorale” tra candidati accompagnati dalla Guardia Civil (quelli dei partiti “sovranisti spagnoli”: popolari, “socialisti” del Psoe, e Ciudadanos) e candidati in carcere o comunque osteggiati dal potere centrale (i media catalani di proprietà pubblica sono stati “invasi” e messi sotto controllo). Ma anche in queste condizioni infami i sondaggi danno per ora in ulteriore crescita il consenso ai partiti indipendentisti (PdeCat, Esquerra Repubblicana e Cup) a scapito ovviamente del fronte avverso e del divisissimo Podemos-Podem.

A Natale, insomma, la situazione potrebbe essere questa: parlamento e governo catalani in mano agli indipendentisti, conferma della dichiarazione di indipendenza e arresto dei nuovi ministri (magari e quamente divisi tra quelli ancora in carcere e i nuovi entrati dalla libertà).

Qualunque decisione prenda il Belgio in merito all’estradizione dei cinque ex ministri catalani, insomma, sarà una decisione sbagliata.

Se li riconsegna a Rajoy certifica che nell’Unione Europea sono vietate tutte le posizioni politiche, democraticamente e pacificamente espresse, che risultano inaccettabili per i governi dei singoli paesi. L’Unione Europea – che continua a trincerarsi dietro la formula “è una questione interna alla Spagna” – certificherà che questa costruzione si preoccupa solo di costruire un mercato regolato in modo diseguale, secondo i rapporti di forza economici, ma non possiede alcuna visione condivisa della democrazia politica e degli interessi non convergenti dei singoli popoli che l’abitano. Una Unione che tratta insomma i cittadini esattamente con lo stesso atteggiamento con cui tratta la composizione del “parmesan” e del suo “diritto” a finire sulle nostre tavole come fosse parmiggiano reggiano.

Se invece non riconsegnerà Puigdemont e soci all’imbufalito Rajoy aprirà un contenzioso previdibilmente molto aspro e dalle conseguenze imprevedibili tra paesi membri. C’è infatti da ricordare che Gerry Adams, presidente del Sinn Fein e unico parlamentare a sedere contemporaneamente nel parlamento irlandese e in quello dell’Irlanda del Nord (formalmente Gran Bretagna), ha nei giorni scorsi appoggiato la dichiarazione di indipendenza catalana ricordando che “il diritto all’autodeterminazione dei popoli è una pietra angolare del diritto internazionale e questa dichiarazione deve essere pertanto rispettata”.

Tanto più che – dal punto di vista della stessa Uione Europea – non ha alcun senso logico opporsi all’autodeterminazione di una regione che, a maggioranza, vorrebbe comunque restare dentro la Ue (e i nostri lettori sanno benissimo che questa non è la nostra posizione, né quella della Cup). Non paradossalmente, proprio il totale e cieco appoggio della Ue a Rajoy potrebbe far crescere la consapevolezza generale che la rottura della stessa Ue è premessa necessaria per qualsiasi trasformazione, sociale e politica, europea e nazionale.

Negli oliati e indifferenti meccanismi tecnocratici della Ue il “cuneo catalano” si è dunque infilato con la forza di un popolo pacifico ma determinato. Dovremmo tutti adoperarci affinché non venga stritolato, non soltanto solidarizzando, ma attivandoci sul pano politico. Perché nell’Unione Europea tutti stiamo nella stessa condizione dei catalani: siamo infatti espropriati di qualsiasi possibilità di decidere collettivamente sia del nostro futuro che del nostro presente.

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