A circa sei mesi dai fatti, la detenzione di Pablo Hasél suggerisce una più ampia riflessione sulle caratteristiche degli apparati repressivi e del nucleo duro del potere dello stato spagnolo, non foss’altro perché sono queste le strutture che, all’ombra e con il beneplacito dei differenti governi, si occupano della repressione dei movimenti di emancipazione nazionale e di classe al fine di mantenere inalterati gli equilibri del cosiddetto regime del ’78 (unità dello stato, difesa degli interessi dell’Ibex 35 e rispetto dei dettami della UE).
Una breve panoramica su alcuni significativi episodi degli ultimi due anni sarà sufficiente per dimostrare quanto sia forte ancora oggi nel ventre profondo dello stato la tentazione di indossare la camicia nera.
Tra le differenti condanne la cui somma ha portato all’ingresso in carcere del rapper di Lleida, merita soffermarsi su quella comminata dall’Audiencia Nacional nel marzo 2018: due anni di prigione e una multa di circa 24.000 euro per apologia del terrorismo e ingiurie alla corona.
Uno degli alti magistrati che hanno redatto la sentenza in questione è Nicolás Proveda Peñas, un ex-militante della Falange, un partito fascista per il quale il giudice si presentò come candidato al Senato spagnolo alle elezioni del 1979. Precedentemente Proveda Peñas era stato anche membro dell’organizzazione studentesca dell’ultra-destra Frente de Estudiantes Sindicalistas (FES), attiva negli anni ’60.
Dietro l’anonima toga del magistrato si cela dunque un antico sostenitore del regime, il cui curriculum è arricchito da alcuni processi contro la sinistra abertzale saliti alle cronache per il discutibile atteggiamento di disprezzo del giudice. Ma che democrazia è quella che consente a un ex falangista di presiedere uno dei più alti tribunali dello stato?
Il fatto è che nella costituzione materiale della Spagna odierna, così plasmata dal processo di autoriforma del fascismo, pratiche e soggetti precostituzionali hanno continuato a godere di piena legittimità politica.
La cronaca degli ultimi mesi ne fornisce varie prove, a cominciare dalla recente e definitiva archiviazione del caso di Carlos Rey, l’ex-giudice militare che nel 1974 ordinò la condanna a morte del giovane anarchico Salvador Puig Antich, giustiziato con il metodo della garrota.
La parabola di Rey è esemplare. In seguito alla morte di Franco, il militare e boia del regime si ricicla come avvocato penalista e torna alla ribalta della cronaca nel 2013 quando assume la difesa della leader del Partido Popular catalano dell’epoca, Alicia Sanchez Camacho, implicata in uno scandalo di spionaggio.
Intervistato sul proprio passato e riferendosi all’esecuzione di Puig Antich, Rey aveva dichiarato: “è un tema superato, un caso che non mi ha segnato più di altri. Non mi pento di niente perché tutto quello che ho fatto è stato applicare la legge vigente. Probabilmente 40 anni fa tutto ciò era giusto, un’altra cosa è se lo guardiamo nella prospettiva attuale. Io ho fatto il mio dovere e né il Tribunale Costituzionale né il Tribunale Supremo hanno trovato niente da ridire”.
Una vera e propria rivendicazione del passato fascista, di cui nessuna delle istituzioni democratiche gli ha mai chiesto conto. Al contrario, l’ex-militare ha fatto carriera e ha insegnato all’Università Internazionale della Catalunya (una istituzione legata all’Opus Dei) come si trattasse di un normale penalista.
Indignate dalle dichiarazioni dell’ex-funzionario del regime, le sorelle di Puig Antich (affiancate dal Comune di Barcellona) l’avevano denunciato nel 2018, accusandolo di violazione dei diritti umani. Ma con la sentenza dello scorso agosto i giudici dell’Audiencia di Barcellona hanno disposto l’archiviazione della causa.
Non solo il boia di Puig Antich non ha pagato per i suoi crimini ma è stato ancora una volta legittimato dalle istituzioni. Un esito possibile grazie alla legge d’amnistia del 1977 che, se da un lato benefició gli antifascisti (a patto di non essersi macchiati di reati di sangue) dall’altro azzerò le responsabilità dei funzionari del regime riguardo ai crimini commessi (torture comprese), traducendosi in un vero e proprio scudo protettivo per i protagonisti dei lunghi decenni della dittatura. Uno scudo che gli apparati repressivi dello stato non accennano a deporre.
Quello di Carlos Rey non è infatti un caso isolato: nel maggio scorso è morto nel suo letto (falciato dal coronavirus) il commissario della famigerata brigata politico-sociale Juan Antonio González Pacheco, detto Billy el Niño, una carriera costellata dalle torture e protetta da una assoluta impunità.
Eppure abbondano le testimonianze che lo inchiodano alle proprie responsabilità, a cominciare da quella rilasciata da José Serrano (antifranchista della Liga Comunista Revolucionaria) al giudice argentino Maria Servini, che nel 2013 aveva richiesto l’estradizione di Billy el Niño accusandolo di crimini contro l’umanità.
Nella petizione del giudice si legge che dopo l’arresto, avvenuto a Madrid nel 1971, “lo sottomettono a brutali pestaggi nel corso dei quali perde conoscenza diverse volte...; che tra le varie torture ricorda di essere stato appeso, legato per i polsi, per servire (come dicevano i suoi aguzzini) da sacco per i loro allenamenti di karate; che lo sottoposero alla bañera, una pratica che consisteva nel mettergli la testa in un secchio d’acqua putrida fino quasi ad affogarlo, permettergli di respirare un momento e ripetere l’operazione e così di seguito finché perdeva conoscenza; che patì anche la barra (ammanettato lo appesero a una sbarra in modo che le natiche, i genitali e le piante dei piedi rimanessero scoperte per essere colpite, la tortura che più di tutte le altre richiese una lunga convalescenza dato che per mesi orinò sangue e coaguli e che da allora non poté più correre né muoversi come prima…; che in questa pratica ricorda per la sua particolare ferocia Juan Antonio González Pacheco, alias Billy el Niño”.
Per i servizi resi, Billy viene decorato dal ministro Rodolfo Martín Villa e successivamente amnistiato nel 1977. Grazie alle decorazioni assegnategli, il commissario continua a riscuotere fino alla morte una pensione statale maggiorata da un cospicuo bonus, mai messo in discussione dai vari governi, sia socialisti che popolari, succedutisi nei decenni successivi alla morte del caudillo.
Non solo: nell’aprile 2014 l’Audiencia Nacional si rifiuta di concederne l’estradizione. Una protezione a tutto tondo, che gli ha consentito di non dover mai rendere conto a nessuno del proprio operato.
La pervicacia con la quale le cosiddette istituzioni democratiche assicurano ancora oggi l’impunità dei fascisti è testimoniata anche dalla sorprendente lettera con la quale nel settembre scorso quattro ex presidenti del consiglio spagnolo hanno preso le difese di Rodolfo Martín Villa, autorevole rappresentante del regime e ministro della transizione, indagato dalla giudice Maria Servini per la strage di Vitoria del 3 marzo 1976 (quando la polizia uccise cinque giovani operai e ne ferí diverse decine durante uno sciopero) e per altri crimini commessi durante la dittatura.
Accanto ai popolari Mariano Rajoy e José Maria Aznar, anche i socialisti Felipe Gonzalez e José Luís Rodríguez Zapatero hanno chiesto al magistrato di riconsiderare la propria indagine, sottolineando la supposta statura politica dell’ex gerarca.
Zapatero ha sostenuto addirittura che Martin Villa sarà ricordato per l’impronta nella storia della Spagna lasciata durante la transizione, ossia per il suo contributo alla riforma del franchismo (e non per i crimini commessi).
La lettera bipartisan rappresenta alla perfezione il regime del ’78: le sinistre dello Stato rinunciano alla trasformazione della società e accettano la riforma che il regime si cuce su misura; le elites franchiste ottengono la garanzia dell’impunità perpetua e il mantenimento dei propri privilegi economici. La lettera dimostra che questo patto, benedetto dalla monarchia, dall’esercito e dall’apparato repressivo statale, è ancora pienamente in vigore.
Il regime di impunità previsto per i funzionari del vecchio regime si estende anche ai fascisti protagonisti dell’attualità: i giudici della Giunta Elettorale madrilena hanno permesso a Manuel Andrino Lobo e a Jesús Fernando Fernández-Gil, entrambi militanti della Falange Spagnola, di partecipare alle recenti elezioni della Comunità Autonoma di Madrid nonostante fossero già stati condannati per disordini e incitamento all’odio dal Tribunale Supremo.
La legge esclude la possibilità di presentarsi ad una elezione per coloro che abbiano riportato una condanna non ancora scontata. Proprio in una situazione simile si era trovato l’ex presidente della Generalitat Quim Torra, interdetto dai pubblici uffici e costretto a rinunciare a partecipare alle ultime elezioni per il rinnovo della camera catalana.
Ma nel caso dei due esponenti della Falange Spagnola, una controversa interpretazione della norma ha portato a un esito opposto.
A capo del Ministero dell’Interno, il governo del PSOE e Unidas Podemos ha piazzato Fernando Grande-Marlaska, un altro garante dei patti non scritti della transizione: alla fine di aprile il ministro si è rifiutato di accettare la proposta di trasformare la prefettura della Policia Nacional della Via Laietana di Barcellona (tristemente nota per essere stata uno dei più temuti luoghi di tortura durante il franchismo) in uno spazio di ricostruzione della memoria storica.
La giustificazione di Grande-Marlaska, che ha dichiarato “non vediamo motivi operativi per trasferirla”, ha suscitato un certo sconcerto dato che l’edificio è praticamente vuoto da anni e gli uffici operativi sono situati in un altro quartiere.
Ancora più sconcertante la reazione del sindacato di polizia, che ha interpretato la richiesta della trasformazione d’uso dell’edificio come un attacco diretto all’arma.
Il presidente della Commissione per la Dignità, Pep Cruanyes, impegnato nella conservazione della memoria storica, ha osservato che “quando reagiscono così, la prima cosa che viene in mente è che si sentono eredi dell’antica polizia. Se sono un giudice tedesco e criticano un giudice nazista non mi sento tirato in causa. Se il sindacato della polizia si sente tirato in causa è perché si considera successore del vecchio regime e gli dispiace che si parli di ciò che faceva quella gente”.
La denuncia della tortura è invece più che mai necessaria, anche perché non riguarda solo i decenni della dittatura, ma si allarga anche al periodo della transizione e a quello della supposta democrazia.
Naia Zuriarrain fa parte di un gruppo di avvocati che hanno difeso alcuni militanti di ETA. Attualmente si trova sotto processo insieme ai suoi colleghi, accusata dai giudici dell’Audiencia Nacional di appartenere all’organizzazione armata basca.
La sua testimonianza, risuonata in aula il mese scorso, si riferisce a fatti accaduti nel 2010, all’epoca della sua detenzione, quando al commissariato gli agenti cominciarono con lo spogliarla: “mi toccavano il seno e tutto il corpo, un guardia civil appoggiava i suoi genitali sul mio didietro... facevano commenti di natura sessuale tutto il tempo, umiliandomi e insultandomi”.
Dopodiché gli avvolsero tutto il corpo, tranne la testa, in un rotolo di gommapiuma stretto con del nastro adesivo e continuarono l'“interrogatorio”: “cominciarono a tirarmi acqua fredda in capo, mi misero delle borse di plastica che me lo coprivano completamente così che non potevo respirare..., cercavo di mordere la plastica per respirare. Sentivo che stavo morendo, che soffocavo. Non so quante volte mi misero la borsa. Cercavo di divincolarmi ma non potevo..., non so in che momento caddi o mi buttarono in terra, mi tolsero la borsa e cominciarono a tirarmi in faccia un getto d’acqua che mi entrava nel naso e mi soffocava. Mi dicevano continuamente – Parlerai? Parlerai? Parlerai? – e a un certo punto mentre ero in terra gli dissi di si, che avrei parlato”.
L’avvocata prosegue spiegando che gli fecero imparare a memoria tutto quello che doveva dire: “mi minacciarono di sottopormi un’altra volta allo stesso trattamento se non rispondevo come volevano... Mi misero contro una parete e cominciarono a farmi domande e a farmi imparare quello che dovevo dire nella mia dichiarazione”.
Questa denuncia era arrivata a suo tempo davanti al giudice istruttore, che non la ritenne degna di giustificare l’apertura di una indagine e la cestinò. Ebbene quel giudice era Fernando Grande-Marlaska, l’attuale ministro dell’interno del governo in carica, lo stesso governo che ama definirsi “il più a sinistra della storia di Spagna”.
Un ministro che vanta un inquietante primato: il Tribunale Europeo per i Diritti Umani ha condannato lo stato spagnolo per non aver indagato casi di supposta tortura in ben sette circostanze nelle quali il giudice istruttore era Grande-Marlaska.
Nonostante l’ultima testimonianza di Naia Zuriarrain situi la tortura ben oltre il noto periodo dei GAL (i sicari della guerra sporca dello stato contro ETA) e ne denunci la persistenza nella pratica della Guardia Civil addirittura nel 2010, tirando in ballo l’attuale ministro dell’interno, le reazioni della Spagna presuntamente democratica sono state pressoché inesistenti, a testimonianza del grado di condiscendenza di cui godono le strutture repressive dello stato quando si tratta di difenderne l’unità.
È perciò che le parole gridate da Pablo Hasél al momento della sua detenzione all’Università di Lleida, “morte allo stato fascista”, risuonano non tanto come un vecchio slogan quanto come un vero e proprio programma politico che invoca la fine della continuità del franchismo nelle strutture politiche, repressive e giudiziarie dello stato.
Parole che suggeriscono implicitamente anche un monito per le sinistre statali: rifiutare il sostegno all’indipendentismo catalano, basco o galiziano significa legare il proprio destino politico a uno stato le cui radici affondano ancora nel fascismo spagnolo.
Il video della testimonianza in aula di Naia Zurriarrain si trova a questa pagina.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/08/2021
24/05/2020
Spagna - Non chiamateli nazionalisti. L’intellighenzia a difesa del regime del ‘78
Tradotto in una trentina di lingue, Javier Cercas è famoso sia per i suoi romanzi sia per le sue incursioni nell’arena politica, vere e proprie provocazioni che lo hanno reso assai noto soprattutto in Spagna.
Recentemente intervistato dal quotidiano El Periodico, lo scrittore ha comparato la crisi generata dal Covid-19 con il referendum d’autodeterminazione per la repubblica catalana svoltosi nel 2017: “questa crisi è terribile, tuttavia mi ha colpisce meno di quanto mi colpì l’altra. Fu incredibile“.
Dal suo punto d’osservazione, Cercas non ha visto neppure l’ombra del cigno nero che ha sconvolto la normalità del sistema. Non solo: la lunga catena di morti di questi mesi, le conseguenze socioeconomiche della pandemia (abbattutasi sulle classi popolari dell’Europa mediterranea piegate da più di un decennio di austerità liberista), le incerte prospettive che il capitalismo riserva ai lavoratori, non lo colpiscono quanto il pericolo corso dall’unità di Spagna nell’ottobre del 2017.
Per alcuni si tratta solo della percezione di un poeta, per altri di un confronto infelice. In ogni caso un’opinione che rivela la prospettiva dalla quale il nazionalismo spagnolo guarda al mondo. Non solo il nazionalismo del Partido Popular o di Vox ma anche quello di un intellettuale che si dichiara elettore “di sinistra“.
Il fatto è che l’opinione di Cercas è espressione di un retroterra politico culturale assai ampio, che gode di piena cittadinanza nel regime sorto dalla transizione spagnola.
Un retroterra di cui fa parte a pieno titolo Planeta, la casa editrice dell’ultimo romanzo di Cercas, una delle imprese che dopo la dichiarazione di indipendenza del 2017 ha subito annunciato il trasferimento della propria sede sociale a Madrid.
Un colosso mondiale il cui capo della sicurezza interna, Antonio López (ex poliziotto) nel 2014 trova il modo e il tempo per prestare i propri servizi a titolo di favore personale a un funzionario dello stato, il capo dell’Ufficio Antifrode di Catalunya, Daniel de Alfonso, svolgendo per quest’ultimo una indagine del tutto informale sul patrimonio del padre di Oriol Junqueras, (il leader di ERC imprigionato) a caccia di una qualsiasi irregolarità atta a screditare i leader indipendentisti.
Un’operazione ispirata, secondo le rivelazioni del quotidiano digitale Público, dal ministro dell’interno dell’epoca e svolta da un servitore dello Stato per il quale, nel retroterra politico culturale di radice franchista, la salvaguardia dell’unità di Spagna val bene il ricorso a metodi non ortodossi.
Così come non ortodossa sembra l’origine della fortuna di José Manuel Lara Hernández, il fondatore di Planeta, impresa passata di padre in figlio fino ai nipoti e trasformatasi attualmente nel primo gruppo editoriale spagnolo.
Secondo varie testimonianze, trascritte dal giornalista Andreu Barnils, il vecchio Lara, entrato a Barcellona nel 1939 con l’esercito franchista, “faceva quello che voleva perché era il presidente del sindacato verticale delle arti grafiche. Rivestito di questa carica, e armato, entrava nelle tipografie. Così cominciò l’accumulazione del capitale dell’impresa Lara“, con il sequestro arbitrario delle riserve di carta.
Una famiglia arricchitasi grazie al franchismo, il cui potere è riconosciuto e omaggiato perfino dal catalanismo moderato e la cui fortuna è passata intatta attraverso “la transizione”, così da rappresentare alla perfezione la continuità politico-economica del regime e la persistenza del suo retroterra culturale.
Una continuità accettata e normalizzata da buona parte dalle sinistre dello Stato, tanto che il segretario dei socialisti catalani, Miquel Iceta, ha ritenuto opportuno condividere l’opinione di Cercas sulla crisi attuale, riproponendo l’intervista concessa dallo scrittore a El Periodico in un proprio tweet.
Un riconoscimento pubblico dell’intellettuale di punta dell’unionismo, autore tra l’altro di dichiarazioni tanto nette quanto discutibili come “non vedo altra forma di essere leale al paese che essere leale al governo“. Un’opinione che riporta il pensiero politico a ben prima della rivoluzione francese ma che nel retroterra del nazionalismo spagnolo è pienamente compatibile con l’appartenenza alla “sinistra”.
Così come l’opinione secondo la quale il catalanismo sarebbe diventata una ideologia incompatibile con la democrazia, anche questa espressa da Cercas.
Se l’anticatalanismo è ormai tollerato in gran parte dello spettro politico spagnolo, la difesa dell’unità di Spagna e l’accettazione della monarchia sono entrate a pieno titolo nella pratica politica della “sinistra” statale, spesso anche di quella che si pretende “radicale”, che non ha risparmiato ai suoi elettori alcune preoccupanti ambiguità.
Nel novembre del 2018 Pablo Iglesias rivendicava la repubblica in un articolo pubblicato da El País, un articolo criticato proprio da Javier Cercas che, dalle stesse pagine, difendeva qualche settimana più tardi il supposto carattere democratico della monarchia spagnola (tanto da ricevere l’elogio pubblico del re Filippo VI).
Ma prima delle elezioni del novembre 2019 Podemos ha discretamente steso un velo sulla repubblica, che non figura nel suo ultimo programma elettorale. Del resto non figurava neppure nel programma che nel 2016 aveva elaborato insieme a Izquierda Unida.
Quest’ultima però ha riaggiustato il tiro e, pur integrandosi in Unidas Podemos, nelle due elezioni del 2019 ha presentato un programma proprio nel quale rivendica uno Stato federale e repubblicano.
Le ambiguità sull’unità dello Stato monarchico hanno significato un deciso scivolamento delle sinistre statali sul terreno più tradizionale del conservatorismo spagnolo, da sempre fedele al testamento del dittatore, secondo il quale la Spagna doveva essere una, grande y libre.
Questo scivolamento a destra, accentuatosi subito dopo il referendum del primo ottobre 2017, ha contribuito sia pure involontariamente alla popolarizzazione dell’anticatalanismo, spostando a destra tutto il quadro politico e finendo per facilitare la crescita improvvisa e l’affermazione elettorale di Vox in pressoché l’intera penisola.
Interprete di primo piano di questo cedimento a destra, l’intellighenzia ben rappresentata da Cercas (preteso elettore “di sinistra”) è indietreggiata più o meno consapevolmente a seconda dei casi, fino a un retroterra politico culturale che condivide con il monarca, le élites politiche ed economiche (che affondano le loro radici nel franchismo) e il nuovo partito della vecchia destra radicale.
Nell’intervista al El Periodico, Javier Cercas sostiene di non amare gli intellettuali impegnati. E nel suo caso sembra più azzeccato parlare di un intellettuale organico, non al partito o alla classe rivoluzionaria bensì al regime.
Un’intellighenzia docile, un alleato insperato per il regime del ’78.
Ma non chiamateli nazionalisti...
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Recentemente intervistato dal quotidiano El Periodico, lo scrittore ha comparato la crisi generata dal Covid-19 con il referendum d’autodeterminazione per la repubblica catalana svoltosi nel 2017: “questa crisi è terribile, tuttavia mi ha colpisce meno di quanto mi colpì l’altra. Fu incredibile“.
Dal suo punto d’osservazione, Cercas non ha visto neppure l’ombra del cigno nero che ha sconvolto la normalità del sistema. Non solo: la lunga catena di morti di questi mesi, le conseguenze socioeconomiche della pandemia (abbattutasi sulle classi popolari dell’Europa mediterranea piegate da più di un decennio di austerità liberista), le incerte prospettive che il capitalismo riserva ai lavoratori, non lo colpiscono quanto il pericolo corso dall’unità di Spagna nell’ottobre del 2017.
Per alcuni si tratta solo della percezione di un poeta, per altri di un confronto infelice. In ogni caso un’opinione che rivela la prospettiva dalla quale il nazionalismo spagnolo guarda al mondo. Non solo il nazionalismo del Partido Popular o di Vox ma anche quello di un intellettuale che si dichiara elettore “di sinistra“.
Il fatto è che l’opinione di Cercas è espressione di un retroterra politico culturale assai ampio, che gode di piena cittadinanza nel regime sorto dalla transizione spagnola.
Un retroterra di cui fa parte a pieno titolo Planeta, la casa editrice dell’ultimo romanzo di Cercas, una delle imprese che dopo la dichiarazione di indipendenza del 2017 ha subito annunciato il trasferimento della propria sede sociale a Madrid.
Un colosso mondiale il cui capo della sicurezza interna, Antonio López (ex poliziotto) nel 2014 trova il modo e il tempo per prestare i propri servizi a titolo di favore personale a un funzionario dello stato, il capo dell’Ufficio Antifrode di Catalunya, Daniel de Alfonso, svolgendo per quest’ultimo una indagine del tutto informale sul patrimonio del padre di Oriol Junqueras, (il leader di ERC imprigionato) a caccia di una qualsiasi irregolarità atta a screditare i leader indipendentisti.
Un’operazione ispirata, secondo le rivelazioni del quotidiano digitale Público, dal ministro dell’interno dell’epoca e svolta da un servitore dello Stato per il quale, nel retroterra politico culturale di radice franchista, la salvaguardia dell’unità di Spagna val bene il ricorso a metodi non ortodossi.
Così come non ortodossa sembra l’origine della fortuna di José Manuel Lara Hernández, il fondatore di Planeta, impresa passata di padre in figlio fino ai nipoti e trasformatasi attualmente nel primo gruppo editoriale spagnolo.
Secondo varie testimonianze, trascritte dal giornalista Andreu Barnils, il vecchio Lara, entrato a Barcellona nel 1939 con l’esercito franchista, “faceva quello che voleva perché era il presidente del sindacato verticale delle arti grafiche. Rivestito di questa carica, e armato, entrava nelle tipografie. Così cominciò l’accumulazione del capitale dell’impresa Lara“, con il sequestro arbitrario delle riserve di carta.
Una famiglia arricchitasi grazie al franchismo, il cui potere è riconosciuto e omaggiato perfino dal catalanismo moderato e la cui fortuna è passata intatta attraverso “la transizione”, così da rappresentare alla perfezione la continuità politico-economica del regime e la persistenza del suo retroterra culturale.
Una continuità accettata e normalizzata da buona parte dalle sinistre dello Stato, tanto che il segretario dei socialisti catalani, Miquel Iceta, ha ritenuto opportuno condividere l’opinione di Cercas sulla crisi attuale, riproponendo l’intervista concessa dallo scrittore a El Periodico in un proprio tweet.
Un riconoscimento pubblico dell’intellettuale di punta dell’unionismo, autore tra l’altro di dichiarazioni tanto nette quanto discutibili come “non vedo altra forma di essere leale al paese che essere leale al governo“. Un’opinione che riporta il pensiero politico a ben prima della rivoluzione francese ma che nel retroterra del nazionalismo spagnolo è pienamente compatibile con l’appartenenza alla “sinistra”.
Così come l’opinione secondo la quale il catalanismo sarebbe diventata una ideologia incompatibile con la democrazia, anche questa espressa da Cercas.
Se l’anticatalanismo è ormai tollerato in gran parte dello spettro politico spagnolo, la difesa dell’unità di Spagna e l’accettazione della monarchia sono entrate a pieno titolo nella pratica politica della “sinistra” statale, spesso anche di quella che si pretende “radicale”, che non ha risparmiato ai suoi elettori alcune preoccupanti ambiguità.
Nel novembre del 2018 Pablo Iglesias rivendicava la repubblica in un articolo pubblicato da El País, un articolo criticato proprio da Javier Cercas che, dalle stesse pagine, difendeva qualche settimana più tardi il supposto carattere democratico della monarchia spagnola (tanto da ricevere l’elogio pubblico del re Filippo VI).
Ma prima delle elezioni del novembre 2019 Podemos ha discretamente steso un velo sulla repubblica, che non figura nel suo ultimo programma elettorale. Del resto non figurava neppure nel programma che nel 2016 aveva elaborato insieme a Izquierda Unida.
Quest’ultima però ha riaggiustato il tiro e, pur integrandosi in Unidas Podemos, nelle due elezioni del 2019 ha presentato un programma proprio nel quale rivendica uno Stato federale e repubblicano.
Le ambiguità sull’unità dello Stato monarchico hanno significato un deciso scivolamento delle sinistre statali sul terreno più tradizionale del conservatorismo spagnolo, da sempre fedele al testamento del dittatore, secondo il quale la Spagna doveva essere una, grande y libre.
Questo scivolamento a destra, accentuatosi subito dopo il referendum del primo ottobre 2017, ha contribuito sia pure involontariamente alla popolarizzazione dell’anticatalanismo, spostando a destra tutto il quadro politico e finendo per facilitare la crescita improvvisa e l’affermazione elettorale di Vox in pressoché l’intera penisola.
Interprete di primo piano di questo cedimento a destra, l’intellighenzia ben rappresentata da Cercas (preteso elettore “di sinistra”) è indietreggiata più o meno consapevolmente a seconda dei casi, fino a un retroterra politico culturale che condivide con il monarca, le élites politiche ed economiche (che affondano le loro radici nel franchismo) e il nuovo partito della vecchia destra radicale.
Nell’intervista al El Periodico, Javier Cercas sostiene di non amare gli intellettuali impegnati. E nel suo caso sembra più azzeccato parlare di un intellettuale organico, non al partito o alla classe rivoluzionaria bensì al regime.
Un’intellighenzia docile, un alleato insperato per il regime del ’78.
Ma non chiamateli nazionalisti...
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27/12/2019
Guerra, colonialismo, razzismo, autoritarismo ed austerity: la grande rimozione europea
La storia dei paesi europei dalla fine della seconda guerra mondiale ai nostri giorni è costellata di orrori, tragedie e buchi neri e noi – proprio mentre è appena trascorso il cinquantennale della strage di piazza Fontana – ne sappiamo qualcosa.
Lungi dall’aver segnato una discontinuità rispetto a quella storia, l’Unione Europea, così come è stata concepita e strutturata, sembra incarnare e rendere ancora più oscuri/e complessi/e i vizi e le dinamiche della solita vecchia Europa.
Il lato oscuro della Francia
”Si des Arabes se promènent in a forét, le printemps i n’a rien ay voir. Ce ne peut étre que pour assassiner leurs contemporains” [1] scriveva, con ironia mista a dolore, Albert Camus nel maggio del 1947. Nella Francia del dopoguerra quelli che osserva lo scrittore sono “segni”: un titolo di giornale che suona già come condanna di un cittadino di origini arabe sospettato d’omicidio e che sottende il pregiudizio che se si è arabi e si passeggia per un bosco, la ragione non può essere la primavera.
Che cosa “segnalavano” per Camus quei segni? Segnalavano come si sta diffondendo la «malattia stupida e criminale» del razzismo. Ebbene, 14 anni dopo, il 17 ottobre del 1961, circa 30.000 persone sfilavano pacificamente per le vie di Parigi. I cortei, che avevano l’intenzione di raggiungere il centro della città, erano costituiti da donne, uomini e bambini; furono aggrediti dalla polizia a colpi di pistola e di armi da fuoco, vennero uccisi, gettati vivi nella Senna ed alcuni furono ritrovati impiccati nei boschi. I morti furono quasi 300 più alcune migliaia di feriti.
Quello fu, forse, il più grave massacro di lavoratori avvenuto in Europa nel secolo scorso. Perché quel massacro è così poco ricordato e/o dimenticato? La risposta è semplice: perché le vittime erano tutte algerine. Si trattava di immigrati, di gente proveniente da quella parte del mondo considerata come una civiltà inferiore alla “civiltà occidentale”. Quello stesso Occidente che, anche dopo la seconda guerra mondiale, ha continuato e continua ancora a seminare morte, distruzione e guerre ovunque nel mondo.
I valori della rivoluzione francese del 1789 sono ancora ritenuti, dai più, fondativi delle democrazie occidentali e dell’Europa moderna. Ma come possiamo non vedere che un conto è stata la Francia “dei lumi” e un altro è stata la Francia colonialista?
Come possiamo non vedere che le democrazie occidentali si trovano dentro la pancia le pancia le missioni militari in Iraq, in Afghanistan ed in tanti altri luoghi sotto l’egida di un’alleanza politica-militare aggressiva – la NATO – sempre meno compatta ma ancora attiva e costituente una minaccia terribile e potente per ogni paese libero o che aspiri ad essere tale?
Oggi la Francia ha rilanciato il suo progetto neocolonialista e le sue truppe sono presenti in molte parti del mondo, soprattutto nelle sue ex colonie, in cui interferisce pesantemente negli affari interni, rovesciando gli eventi e imponendo uomini di propria fiducia per appropriarsi delle risorse di quei paesi. E se la Libia è diventata un inferno, lo si deve anche e soprattutto alla politica estera aggressiva e neocoloniale della Francia che, in ciò, ha potuto avvalersi del decisivo intervento della NATO.
Non è bastato sapere che un secolo di dominio francese, solo in Algeria, causò un milione di morti.
La Spagna puzza ancora di franchismo
In Spagna, ad esempio, la puzza del franchismo è ancora fortissima. Il processo eminentemente politico al quale il tribunale supremo ha sottoposto gli indipendentisti catalani, le decine di aggressioni ai giornalisti di cui si è resa protagonista la polizia e l’uso indiscriminato delle pallottole di gomma, hanno spinto in un numero crescente di osservatori a denunciare la persistenza di vizi antichi nelle attuali istituzioni statali.
È il caso della deputata portoghese Joana Mortágua (del Bloco de Esquerda), che ha affermato: “Madrid rischia di rimanere dal lato sbagliato della storia. Sembra che la Spagna non abbia imparato niente né da mezzo secolo di dittatura, fondato su un ferreo spagnolismo, né dalla repressione violenta della realtà nazionale. Il castiglianismo, che fu l’arma dell’aristocrazia, ora è usato per servire gli interessi della élite economica in una Spagna unica diretta da Madrid”. Invece di essere messo al bando, il nazionalismo spagnolo viene oggi usato senza risparmio, anche al di fuori della sua area di provenienza. Secondo la deputata portoghese “È inevitabile scorgere in questo atteggiamento sia il fatto che la democrazia non ha imparato la lezione, sia l’avvicinamento del PSOE allo spagnolismo più reazionario, che ha sempre animato i partiti di destra. Comunque sia la questione, il governo spagnolo non può negare la sua deriva autoritaria.”[2]
Una violenza brutale di Stato che hanno subito per decenni anche gli indipendentisti baschi sottoposti in massa a terribili torture, esecuzioni stragiudiziali e carcerazioni durissime in esito a processi sommari o lunghe dentezioni “amministrative”.
La guerra alla ex Jugoslavia è stata uno spartiacque
La notte tra il 23 e il 24 marzo del 1999, la NATO diede avvio al primo dei 78 giorni di bombardamenti sull’allora Repubblica Federale di Jugoslava, a Belgrado, Serbia odierna. L’obiettivo politico-militare era lo smembramento della Jugoslavia, inserito in un piano più grande di generale frammentazione di quei territori che, dalla caduta del muro di Berlino in poi, si trovarono nella complicata condizione di essere quella ex-terra di mezzo tra i due blocchi protagonisti della Guerra fredda, e quindi preda di Usa, NATO e nascente Unione europea. Quei 78 giorni posero fine ad una guerra sanguinosa e fraticida tra popoli e persone che, fino alla fine degli anni ottanta, avevano convissuto pacificamente.
Per 78 giorni furono bombardate le città, le fabbriche come a Kraugujevac e Pancevo, i ponti sul Danubio, le ferrovie mentre transitavano i treni, con molti morti, feriti e profughi che nessuno ha voluto vedere. Una ben precisa cortina di silenzio coprì ciò che che è stato fatto alla fabbrica Zastava che produceva componenti per la FIAT e che fu ridotta ad un mucchio di macerie. Perché la zona dell’azienda è quella della città di Kragujevac – un tempo centro propulsivo dell’industria pesante jugoslava – che gli aerei della NATO, durante la guerra di aggressione, misero a ferro e fuoco e su cui scaricarono tonnellate di bombe.
La fabbrica Zastava venne distrutta: persero così la propria occupazione 38.000 operai, con ripercussioni sull’economia di almeno 100.000 persone. Inoltre, nei bombardamenti furono uccise circa 200 persone e furono distrutte almeno 800 abitazioni, tra case ed appartamenti; oltre alla Zastava furono ovviamente distrutte altre fabbriche, istituzioni culturali, scuole, presìdi sanitari ed altro.
La chiamano “esportazione della democrazia”. L’uranio impoverito contenuto nelle bombe e nei proiettili utilizzati dalla Nato durante i bombardamenti aerei contro la Federazione Jugoslava nella primavera del 1999 è stata la principale causa dell’impennata delle morti per cancro registrata nel sud della Serbia.
Gli Stati Uniti, con la promozione dell’UCK (sigla albanese delle forze indipendentiste kosovare) da organizzazione terroristica a paladini della libertà, diedero mano libera a questi ultimi di alzare la tensione nella regione e giustificare così l’intervento armato “umanitario” per mezzo della NATO. Il mancato accordo dei colloqui di Rambouillet, fu la trappola finale. Una proposta irricevibile per le Repubbliche rimaste federate in cui, tra le altre cose, si “chiedeva” a queste ultime la piena agibilità militare della Nato sul proprio territorio.
Nel 2014, gli uomini dell’UCK, che governano in Kossovo con metodi apertamente mafiosi, sono stati accusati dal Tribunale Penale Internazionale di crimini contro l’umanità e di pulizia etnica.
Peraltro, quel marzo del 1999 registrò, per noi italiani, un salto di qualità importante: il neo governo capeggiato da D’Alema, sostenuto tra gli altri dal PdCI di Cossutta, certificò la sudditanza della “sinistra” italiana alla NATO e all’aggressione armata all’ex Jugoslavia. Sulla stessa linea si schierarono Cgil, Cisl e Uil ed il mondo dell’”associazionismo”.
Tutti insieme si allinearono con la «dolorosa necessità» menzionata dall’allora segretario generale della Cgil, Sergio Cofferati, di quell’attacco militare. Tra le altre cose, i dati finanziari della “Missione Arcobaleno” – una missione umanitaria del valore di 32 miliardi di lire messa in piedi dal governo – rendono di sicuro più chiaro le ragioni profonde di un tale posizionamento.
“Per me la Jugoslavia era l’Europa [...] La Jugoslavia, per quanto frammentata sia potuta essere, era il modello per l’Europa del futuro. Non l’Europa come è adesso, la nostra Europa in un certo senso artificiale, con la sua zona di libero scambio, ma un posto in cui nazionalità diverse vivono mischiate l’una con l’altra, soprattutto come facevano i giovani in Jugoslavia, anche dopo la morte di Tito. Ecco, penso che quella sia l’Europa, per come io la vorrei. Pertanto, in me l’immagine dell’Europa è stata distrutta dalla distruzione della Jugoslavia“.
Così scrisse Peter Handke all’indomani dei bombardamenti sulla Serbia e, per quelle parole, divenne un “reietto” subendo un ostracismo quasi trentennale da parte dell’intera comunità culturale ed accademica europea ed occidentale.
L’aggressione e i bombardamenti contro la Federazione Jugoslava (quella tra Serbia e Montenegro), furono l’ultima guerra del XX Secolo e la “prima guerra in Europa” alla vigilia del nuovo secolo. Non fu responsabilità solo degli Stati Uniti, perché tutte le maggiori potenze europee (Germania, Italia, Gran Bretagna, Francia) presero parte attivamente all’aggressione attraverso una risoluzione della NATO che aveva aggirato ogni eventuale ostacolo da parte dell’ONU.
“Quell’aggressione porta la responsabilità di quello che fu definito “l’Ulivo mondiale”, infatti i capi di stato dell’epoca erano tutti dell’area liberal e socialdemocratica: Clinton, Schroeder, Jospin, Blair e D’Alema. Per la nascente Unione Europea, l’aggressione alla Jugoslavia fu una sorta di “guerra costituente” nella quale le potenze europee – Germania e Francia soprattutto – non intesero lasciare tutto lo spazio di manovra agli Stati Uniti per una guerra sostanzialmente alla periferia dell’Europa. In questo senso l’aggressione alla Jugoslavia diventerà uno spartiacque tra un prima e un dopo nelle relazioni transatlantiche (la cui crisi diventerà più leggibile quattro anni dopo con lo smarcamento di Francia e Germania dall’invasione Usa dell’Iraq). I bombardamenti su Belgrado e le altre città serbe (tra cui i ponti sul Danubio, lo stabilimento della Zastava di Kragujevac presidiato dagli operai, il petrolchimico di Pancevo che inquinò per anni tutta la regione), furono preceduti e seguiti da una imponente – e umiliante per molti giornalisti onesti – campagna mediatica volta a demonizzare la Serbia e la popolazione serba, a far credere all’opinione pubblica mondiale che i Serbi stessero ponendo in atto, scientemente e con premeditazione, un tentativo di genocidio ai danni della popolazione kosovara di etnia albanese.”[3]
Come non ricordare la coraggiosa diretta Tv di Michele Santoro dai ponti di Belgrado, dove la popolazione si affollava offrendosi come bersaglio per impedire che venissero bombardati dagli aerei e dai missili della Nato? Oppure le isolate corrispondenze Rai di Ennio Remondino? I cartelli e le spillette indossate dai civili serbi riproducevano l’immagine del “Target”, il bersaglio, che divenne ben presto il simbolo di chi si opponeva alla guerra.
La strage di Odessa del maggio 2014: un massacro impunito
Il 2 maggio di 5 anni fa si consumava uno dei più efferati e sanguinosi delitti della storia recente eppure nessun telegiornale ne parla o ricorda questa data. Perché? Il massacro avvenuto nella Camera del Lavoro di Odessa, in Ucraina fu il prologo al colpo di stato preparato e finanziato da potenze straniere e consumatosi in piazza Maidan a Kiev.
Un presidio permanente si svolgeva da giorni ad Odessa ed in questa importante città, strategica per le potenze organizzatrici della rivolta colorata, doveva essere spenta nel sangue ogni scintilla di ribellione. Fu così che gli ucraini inviarono le milizie naziste mascherate da tifosi di calcio, approfittando di una partita che si sarebbe svolta in quel giorno. Ma nessuno di quelli andò allo stadio. Si recarono invece, organizzate in bande armate e preparate al massacro di ogni resistente alla Casa dei sindacati. Attaccarono dapprima i manifestanti pacifici, li fecero a pezzi con le spranghe di ferro e innumerevoli furono i ricoveri per ferite anche gravi.
Gruppi organizzati portavano le bottiglie molotov per costringere i gruppi più riottosi a ritirarsi, e li fecero arretrare fino alla piazza antistante la Casa dei sindacati. Qui si svolse la tragedia. Alcune tv locali filmarono i capi dei nazisti ucraini che sparavano contro i resistenti al golpe asserragliati dentro la casa dei sindacati, che pensavano di aver trovato scampo al suo interno ma finirono invece in trappola.
Squadre di assassini penetrarono all’interno dell’edificio, uccidendo tutti coloro che vi si trovavano dentro a mano a mano che li incrociavano. Furono trovati corpi di donne denudati, corpi semicarbonizzati, corpi abusati in maniera oscena ed indicibile, una barbarie infinita e terribile.
Tutta la macabra operazione fu coperta con il lancio continuo di bombe molotov all’ingresso per cancellare con il fuoco quel che era stato appena compiuto e per bloccare chiunque tentasse di abbandonare l’edificio. Alcune immagini mostrano come chi tentasse di uscirne per il fuoco ed il fumo veniva poi pestato a morte. Altri furono colpiti dal fuoco dei cecchini appena si affacciavano alle finestre.
La versione ufficiale parlò di 48 morti ma il conteggio ufficiale non rese mai conto delle denunce di scomparsa che si accumularono, fino ad ipotizzare un numero di molto superiore alle 100 vittime. Nessun processo è mai arrivato a stabilire una responsabilità per quanto accaduto, come per i cecchini di piazza Maidan, i golpisti non cercarono mai i colpevoli di quelle stragi, per evitare di autoaccusarsi. Se cercate su Wikipedia non trovate informazioni complete al riguardo, se non due righe mal scritte e che ricalcano la versione delle autorità bollando il tutto come scontro tra tifoserie ed incidente dovuto al fumo dell’incendio.
Ai notiziari della RAI si parlò di un “incidente” ad Odessa nonostante già si contassero decine di morti e mentre le tv presenti trasmettevano in diretta le immagini dalla piazza, le fiamme, le urla, gli spari, e la furia assassina dei nazionalisti ucraini. Fu un “pogrom”, un massacro, programmato, preordinato, e portato a compimento con spietata determinazione. Il silenzio alternato a racconti inverosimili fu il modo in cui i media occidentali trattarono quell’orrore.
I golpisti ucraini godevano del pieno sostegno dell l’Unione Europea e degli USA, pertanto andava difesa un’immagine che tenesse lontana la realtà delle bande di assassini nazisti, di criminali al governo, di stragi commesse, di giornalisti e esponenti politici massacrati di botte od eliminati fisicamente, come di lì a poco sarebbe accaduto anche al nostro connazionale, il coraggioso e bravo Andrea Rocchelli, fotografo e giornalista, ucciso dagli stessi nazisti ucraini il 24 dello stesso mese di maggio, assieme al suo interprete Andrei Mironov.
Il 2 maggio di quest’anno ricorreva il quinto tragico anniversario della strage alla Casa dei sindacati di Odessa. Il 28 aprile 2019 neonazisti e veterani nazisti ucraini hanno celebrato a L’vov il 75° anniversario della formazione della divisione SS “Galizia”. Il truce rituale si è svolto con l’intervento dell’orchestra militare di stato e di rappresentanti ufficiali, a testimoniare come, su questo versante, i “cambiamenti” da un Presidente all’altro non riguardino la natura dello Stato golpista ucraino.
Il leader del gruppo terroristico-nazionalista “C14”, Evgenij Karas, da sempre braccio armato del (a questo punto, ex) Presidente golpista Petro Porošenko, ha farneticato che quanto commesso cinque anni fa a Odessa sia stato “il trionfo della vita e del bene”. Questa è l’Ucraina della “democrazia europeista” così cara anche agli italici demoindivisivi. Per quella strage nazista: nessun colpevole, nessun mandante, secondo la magistratura golpista di Kiev.
Anche il nuovo presidente ucraino, Vladimir Zelenskij, che di Kolomojskij è la pedina e che ha promesso di consegnare alla giustizia i responsabili delle sconfitte di Ilovajsk e Debaltsevo, non ha detto una parola su autori e mandanti della moderna “Katyn” nazista, quella di Odessa. E anche in Occidente nessuno ha mai scritto “Je suis Odessa”. Nessun “democratico”, di quelli che declamano la “democrazia assoluta”, senza distinzioni di classe e di epoca e nessuno di loro ha mai tremato stringendo la mano ai golpisti ucraini, mandanti ed esecutori diretti della strage di Odessa. [4]
L’11 luglio 2017 il Consiglio Europeo ha adottato una decisione relativa alla conclusione, a nome dell’UE, dell’”accordo di associazione con l’Ucraina”. Si è trattato della fase finale del processo di ratifica, che ha consentito la piena attuazione dell’accordo a partire dal 1º settembre 2017.
L’accordo, nei suoi enunciati principali, “promuove l’approfondimento dei legami politici; il rafforzamento dei collegamenti economici; il rispetto dei valori comuni”(!). Ma la sostanza dell’accordo sta nella sua parte economica ed è nell’istituzione della ” zona di libero scambio globale e approfondita (DCFTA). I negoziati con l’Ucraina erano stati avviati nel 2007.
I primi capitoli politici sono stati firmati nel marzo 2014, esattamente un mese dopo il golpe. Dopo le elezioni presidenziali in Ucraina, i capitoli rimanenti sono stati firmati il 27 giugno 2014, a margine del Consiglio europeo. Parti importanti dell’accordo erano già applicate in via provvisoria dal 1º settembre 2014, ovvero, 7 mesi dall’avvento del governo golpista riconosciuto dalle potenze occidentali.
L’Unione Europea era ben consapevole che a quel governo partecipavano diversi membri di organizzazioni esplicitamente naziste. [5]
La Grecia, un paese distrutto
E poi c’è la Grecia che è lì a testimoniare di quale sostanza sia fatta questa Unione Europea. Per padre Ioannis Patsis, vice presidente di Caritas Grecia e direttore di Caritas Atene, la Grecia di oggi è un po’ come “la vedova del Vangelo che, nella sua miseria, dona al Tempio tutto quanto aveva. I due spiccioli necessari per vivere”.
Dal 20 agosto 2018 la Grecia è uscita ufficialmente dal “programma di aiuti europeo”, avviato a maggio del 2010 ma è ancora dentro un tunnel nerissimo. Con oltre 288 miliardi di euro da restituire alla Troika (BCE, FMI e UE) non si può certo dire che la Grecia sia fuori da una crisi di cui non si vede la fine.
La Grecia odierna, dopo la “cura” che le è stata imposta dalla UE ci appare come un paese distrutto: non ha più industrie, il settore edilizio è fermo, le imprese chiudono, gli investimenti sono un miraggio, sanità e scuole sono al collasso. Sempre più gente non si cura per mancanza di soldi ed è aumentata la mortalità infantile. Non ci sono soldi e non c’è lavoro. A ciò si aggiunge la presenza di tantissimi rifugiati e richiedenti asilo provenienti da Siria, Pakistan, Afghanistan, Africa, Albania e, adesso, anche dalla Turchia (negli ultimi tre anni sono arrivati in Grecia migliaia di turchi che hanno richiesto asilo politico).
Non basta. Ad aggravare la situazione è l’età avanzata della popolazione. Oggi arrivare a percepire la pensione è miracolo e, in ogni caso, si tratta di assegni poverissimi dopo i 14 tagli(!) che hanno subito nel giro di pochi anni.
Conclusione? “Oggi in Grecia è molto difficile vivere, devi pregare e sperare di avere forza e salute per affrontare questa situazione”. La Grecia oggi è l’estrema periferia dell’UE e il vice presidente di Caritas Grecia non nasconde la sua rabbia per questo. “Non dovevamo entrare nell’Euro. Non ne avevamo le capacità e le possibilità. La vita sembra fermarsi come dimostrano il netto calo dei matrimoni e delle nascite e l’aumento delle morti”[6].
Secondo stime della Banca centrale di Grecia mezzo milione di ellenici, quasi tutti ben istruiti, sono emigrati all’estero con famiglie al seguito. Dal 2008 ad oggi il PIL greco ha fatto registrare un meno 28% e solo lo scorso anno è tornato a crescere ma molto al di sotto delle previsioni. Resta grave la disoccupazione ed il debito è salito al 190% del PIL per effetto dei prestiti ricevuti dalla Troika e dei prestiti delle banche oggi sommerse da rate non pagate. E così anche il boom del turismo – con 30 milioni di presenze nel 2018 – rischia di rivelarsi un brodino caldo.
Ma perché la Grecia è stata ridotta così? Perché altri paesi europei stanno seguendo la stessa direzione? Perché l’Italia continua al applicare ininterrottamente dal 2011 leggi finanziarie improntate all’austerity più dura a prescindere dai cambi di governo? Eppure a settembre gli stessi esperti della UE (European Fiscal Board) hanno ammesso il fallimento delle politiche di austerity dato che hanno prodotto solo recessione ora anche in Germania.
Un nuovo olocausto, ai confini dell’Europa
Ed in ultimo, ma non per ultimo, il tacito rinnovo degli accordi italo-libici del 2017, voluti e firmati da Unione Europea, Gentiloni e Minniti, (principali criminalizzatori delle ONG del mare) che sancirono la complicità italiana con le torture ed i lager libici e di cui si hanno, da tempo, inconfutabili evidenze e prove sostenute dall’ONU.
Se ad est l’Unione Europa versa miliardi di euro ad Erdogan perché trasferisca i profughi siriani nell’ex Rojava – dal quale sta cacciando il popolo Curdo a suon di bombe vendutegli da fabbriche europee ed italiane con il placet della NATO – obbligandoli, sotto la minaccia di essere torturati o uccisi, a sottoscrivere una “autodichiarazione di volontà a voler tornare in Siria”, a sud la UE paga altrettanto lautamente il capomafia Bijia ed Al Serraji perché impediscano i soccorsi nel loro tratto di mare e trattengano i profughi africani nei lager in cui vengono torturati, stuprati e tenuti come ostaggio per estorcere alle povere famiglie di provenienza qualche centinaio di dollari o euro.
A poco a poco, si stanno, così, ricreando le condizioni di un vero e proprio nuovo olocausto che, man mano che gli effetti del cambiamento climatico si estenderanno, rischia di assumere proporzioni fini qui inimmaginabili.
Peraltro, a marzo di quest’anno la UE aveva ridotto la già discutibile Operazione “Sophia” abbandonando migranti e rifugiati nelle mani della famigerata Guardia costiera libica.
“[…] Dopo aver usato ogni pretesto a loro disposizione per precludere il Mediterraneo alle navi di soccorso delle ONG e avendo già interrotto diversi mesi fa le loro operazioni di soccorso, i governi dell’Unione europea stanno ora togliendo le proprie navi in modo che nessuno possa salvare le vite di uomini, donne e bambini in pericolo“.
Così commentava Matteo de Bellis, ricercatore di Amnesty International sull’immigrazione, all’indomani della ratifica del 27 marzo 2019 da parte dei governi dell’Unione europea, della decisione di sospendere le attività di pattugliamento nel Mediterraneo previste dalla missione militare “Sophia” lasciando mano libera ai libici mentre già si impediva il soccorso in mare alle ONG.
Certo, i Salvini, gli Orban ed i Kazynski hanno costruito sul fenomeno delle migrazioni la propria narrazione propagandistica dell’“invasione” e della “sostituzione etnica” (e gli funziona benissimo) per alimentare la guerra tra poveri sfruttando un format ben collaudato nel corso del novecento. Ma quelli che sono ora al governo della UE stanno continuando a girarsi dall’altra parte e pagano altri per fare il lavoro sporco ammantandosi, tuttavia, di un tanto vago quanto ipocrita umanitarismo.
La guerra in casa
L’Unione Europea è in un delicato passaggio di fase dovuto alla competizione inter-imperialistica che da un lato la costringe ad intensificare la propria politica neo-coloniale – in special modo in Maghreb e nell'Africa sub-sahariana – e dall’altro è costretta a proseguire nelle politiche di austerity, producendo una torsione autoritaria che se appare evidente solo quando viene sfidata da un movimento sociale di rottura nel Continente, è un dato strutturale e quotidiano per i movimenti politici e sociali che si muovono sulla “Sponda Sud”.
In questo contesto “la guerra” come paradigma della politica sta divenendo sempre più il cuore della proiezione di potenza della UE, così come la messa in campo di una macchina militare all’altezza una sua priorità. Ma l’ostilità, e non la cooperazione, sembra essere allo stesso modo il nesso con cui le oligarchie continentali vorrebbero che si relazionassero i popoli delle due sponde del Mediterraneo, allineandosi con le strategie di governance che fanno della guerra dei “penultimi” contro “gli ultimi” il perno della possibilità di perpetuare l’attuale sistema, e che hanno nel “patriottismo europeo” il più marcio dei suoi frutti ideologici.
Per l’Unione Europea democrazia e diritti umani sono valori negoziabili
La costruzione dell’Unione Europea è una creazione delle élite politiche, economiche e finanziarie continentali per dar vita a un mercato unico sovranazionale con il fine di creare uno spazio economico continentale per favorire un sistema politico capace di fare competere le proprie imprese con quelle delle altre grandi potenze. Ma per far questo la UE ha sottratto competenze sovrane ai Parlamenti consegnandoli nelle mani di un’oligarchia formata da governi, Commissione di Bruxelles, Banca centrale di Francoforte.
Con il Fiscal Compact, il Patto Fiscale, con il Trattato del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), con il pareggio di bilancio introdotto in Costituzione, Bruxelles ha imposto le politiche di austerità che hanno deregolamentato e liberalizzato il mercato del lavoro, privatizzato sanità e servizi pubblici, aziendalizzato scuola e Università per renderle funzionali ai bisogni di formazione delle imprese capitalistiche, tagliato le pensioni e innalzato l’età pensionabile, semplificato le procedure amministrative e giudiziarie per favorire la competitività delle imprese private; hanno dato garanzie e sostegni finanziari alle banche mentre hanno tagliato i finanziamenti ai Comuni che hanno tagliato a loro volta i servizi al cittadino.
Quando ci si lamenta dell’assenza di un’Europa politica e di un’Europa sociale e dei diritti, si evoca una questione di fondo che viene tanto continuamente evocata quanto ignorata: quella che abbiamo davanti è un’Europa senz’anima che si occupa solo di banche, finanza, capitali e troppo poco di esseri umani.
L’Unione Europea ha costruito una retorica su sé stessa che si basa sull’idea che solo all’interno di quella costruzione sia possibile mantenere pace e stabilità tra le nazioni che vi fanno parte onde evitare che si ripetano tragedie come le due guerre mondiali oltre che sull’idea che essa stessa sia l’infallibile garante dei diritti umani e della democrazia. Oggi sappiamo che questa narrazione non ha retto alla prova dei fatti.
Tanti, troppi buchi. Perché la UE chiede conto da anni al Venezuela e poi dichiara il proprio appoggio ai golpisti massacratori di indios boliviani nonché quello al pinochettista Pinheira? Come mai la UE invece di chiedere la fine dei bombardamenti in Yemen che stanno causando una delle più grandi catastrofi umanitarie del dopoguerra, riempie i Sauditi di bombe ed armi devastanti? E come mai la UE non chiede conto al regime di Al Sisi delle continue sparizioni di oppositori, giornalisti ed avvocati? Per queste ed altre domande simili troverete una sola risposta: “business as usual“ (affari, come al solito).
Quando si parla di Europa, di Unione Europea e di nuovi razzismi, ci si dovrebbe interrogare anche su tutte queste inquietanti rimozioni. La Germania sembra abbia fatto più di altri, al suo interno, i conti con il proprio terribile recente passato ma alcune sviste sono ancora lì e certo è ancora vivo il ricordo di Stammheim. Gli altri paesi europei, invece, si dimenano da svariati decenni intorno alle crisi delle proprie fragili democrazie in preda a revanscismi e ad improvvise torsioni autoritarie occultando i capitoli più neri del proprio passato che poi continuamente riemerge in varie forme e modi.
Se è vero, come scrisse Giorgio Agamben che “[. ..] quasi nessuno dei princìpi etici che il nostro tempo ha creduto di poter riconoscere come validi ha retto alla prova decisiva, quella di una Ethica more Auschwitz demonstrata” [7] è altrettanto vero che l’Europa ha già tradito il giuramento “mai più Auschwitz” dal momento in cui l’Unione Europea, da anni, risponde al fenomeno delle migrazioni con politiche che sollecitano, supportano e finanziano attività di respingimento e di segregazione aberranti e disumane fino alla creazione di un nuovo mostruoso, gigantesco universo concentrazionario ai suoi confini marini e terrestri.
Dall’oblio, dalla mistificazione e dalla manipolazione della storia non può venire fuori nulla di buono e questo dovrebbero capirlo pure quelli che stanno a Bruxelles e Francoforte. Ma soprattutto dovremmo iniziare a capirlo noi.
Note:
[1] Albert Camus, La contagione, in Acteuelles, Ecrits politiques, Paris, Gallimard, 1977
[2] Andrea Quaranta, Spagna, la puzza del franchismo, da Catalunya senza articolo/Contropiano del 23/10/2019
[3] Sergio Cararo, Noi non dimentichiamo nulla. Venti anni fa le bombe della Nato sulla Jugoslavia, Contropiano del 23/03/2019
[4] Fabrizio Poggi, Cinque anni fa la strage di Odessa, Contropiano del 03/05/2019
[5] Thierry Meyssan, chi sono i nazisti nel governo ucraino? Voltairenet.org del 03/04/2014
[6] Daniele Rocchi, Crisi in Grecia: p. Patsis (Caritas), “aiutateci! Da soli non ce la facciamo più a dare aiuto ” , da Agensir del 13/12/2018
[7] Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone. Homo sacer di Giorgio Agamben, ed. Bollati Boringhieri, 1998
Fonte
Lungi dall’aver segnato una discontinuità rispetto a quella storia, l’Unione Europea, così come è stata concepita e strutturata, sembra incarnare e rendere ancora più oscuri/e complessi/e i vizi e le dinamiche della solita vecchia Europa.
Il lato oscuro della Francia
”Si des Arabes se promènent in a forét, le printemps i n’a rien ay voir. Ce ne peut étre que pour assassiner leurs contemporains” [1] scriveva, con ironia mista a dolore, Albert Camus nel maggio del 1947. Nella Francia del dopoguerra quelli che osserva lo scrittore sono “segni”: un titolo di giornale che suona già come condanna di un cittadino di origini arabe sospettato d’omicidio e che sottende il pregiudizio che se si è arabi e si passeggia per un bosco, la ragione non può essere la primavera.
Che cosa “segnalavano” per Camus quei segni? Segnalavano come si sta diffondendo la «malattia stupida e criminale» del razzismo. Ebbene, 14 anni dopo, il 17 ottobre del 1961, circa 30.000 persone sfilavano pacificamente per le vie di Parigi. I cortei, che avevano l’intenzione di raggiungere il centro della città, erano costituiti da donne, uomini e bambini; furono aggrediti dalla polizia a colpi di pistola e di armi da fuoco, vennero uccisi, gettati vivi nella Senna ed alcuni furono ritrovati impiccati nei boschi. I morti furono quasi 300 più alcune migliaia di feriti.
Quello fu, forse, il più grave massacro di lavoratori avvenuto in Europa nel secolo scorso. Perché quel massacro è così poco ricordato e/o dimenticato? La risposta è semplice: perché le vittime erano tutte algerine. Si trattava di immigrati, di gente proveniente da quella parte del mondo considerata come una civiltà inferiore alla “civiltà occidentale”. Quello stesso Occidente che, anche dopo la seconda guerra mondiale, ha continuato e continua ancora a seminare morte, distruzione e guerre ovunque nel mondo.
I valori della rivoluzione francese del 1789 sono ancora ritenuti, dai più, fondativi delle democrazie occidentali e dell’Europa moderna. Ma come possiamo non vedere che un conto è stata la Francia “dei lumi” e un altro è stata la Francia colonialista?
Come possiamo non vedere che le democrazie occidentali si trovano dentro la pancia le pancia le missioni militari in Iraq, in Afghanistan ed in tanti altri luoghi sotto l’egida di un’alleanza politica-militare aggressiva – la NATO – sempre meno compatta ma ancora attiva e costituente una minaccia terribile e potente per ogni paese libero o che aspiri ad essere tale?
Oggi la Francia ha rilanciato il suo progetto neocolonialista e le sue truppe sono presenti in molte parti del mondo, soprattutto nelle sue ex colonie, in cui interferisce pesantemente negli affari interni, rovesciando gli eventi e imponendo uomini di propria fiducia per appropriarsi delle risorse di quei paesi. E se la Libia è diventata un inferno, lo si deve anche e soprattutto alla politica estera aggressiva e neocoloniale della Francia che, in ciò, ha potuto avvalersi del decisivo intervento della NATO.
Non è bastato sapere che un secolo di dominio francese, solo in Algeria, causò un milione di morti.
La Spagna puzza ancora di franchismo
In Spagna, ad esempio, la puzza del franchismo è ancora fortissima. Il processo eminentemente politico al quale il tribunale supremo ha sottoposto gli indipendentisti catalani, le decine di aggressioni ai giornalisti di cui si è resa protagonista la polizia e l’uso indiscriminato delle pallottole di gomma, hanno spinto in un numero crescente di osservatori a denunciare la persistenza di vizi antichi nelle attuali istituzioni statali.
È il caso della deputata portoghese Joana Mortágua (del Bloco de Esquerda), che ha affermato: “Madrid rischia di rimanere dal lato sbagliato della storia. Sembra che la Spagna non abbia imparato niente né da mezzo secolo di dittatura, fondato su un ferreo spagnolismo, né dalla repressione violenta della realtà nazionale. Il castiglianismo, che fu l’arma dell’aristocrazia, ora è usato per servire gli interessi della élite economica in una Spagna unica diretta da Madrid”. Invece di essere messo al bando, il nazionalismo spagnolo viene oggi usato senza risparmio, anche al di fuori della sua area di provenienza. Secondo la deputata portoghese “È inevitabile scorgere in questo atteggiamento sia il fatto che la democrazia non ha imparato la lezione, sia l’avvicinamento del PSOE allo spagnolismo più reazionario, che ha sempre animato i partiti di destra. Comunque sia la questione, il governo spagnolo non può negare la sua deriva autoritaria.”[2]
Una violenza brutale di Stato che hanno subito per decenni anche gli indipendentisti baschi sottoposti in massa a terribili torture, esecuzioni stragiudiziali e carcerazioni durissime in esito a processi sommari o lunghe dentezioni “amministrative”.
La guerra alla ex Jugoslavia è stata uno spartiacque
La notte tra il 23 e il 24 marzo del 1999, la NATO diede avvio al primo dei 78 giorni di bombardamenti sull’allora Repubblica Federale di Jugoslava, a Belgrado, Serbia odierna. L’obiettivo politico-militare era lo smembramento della Jugoslavia, inserito in un piano più grande di generale frammentazione di quei territori che, dalla caduta del muro di Berlino in poi, si trovarono nella complicata condizione di essere quella ex-terra di mezzo tra i due blocchi protagonisti della Guerra fredda, e quindi preda di Usa, NATO e nascente Unione europea. Quei 78 giorni posero fine ad una guerra sanguinosa e fraticida tra popoli e persone che, fino alla fine degli anni ottanta, avevano convissuto pacificamente.
Per 78 giorni furono bombardate le città, le fabbriche come a Kraugujevac e Pancevo, i ponti sul Danubio, le ferrovie mentre transitavano i treni, con molti morti, feriti e profughi che nessuno ha voluto vedere. Una ben precisa cortina di silenzio coprì ciò che che è stato fatto alla fabbrica Zastava che produceva componenti per la FIAT e che fu ridotta ad un mucchio di macerie. Perché la zona dell’azienda è quella della città di Kragujevac – un tempo centro propulsivo dell’industria pesante jugoslava – che gli aerei della NATO, durante la guerra di aggressione, misero a ferro e fuoco e su cui scaricarono tonnellate di bombe.
La fabbrica Zastava venne distrutta: persero così la propria occupazione 38.000 operai, con ripercussioni sull’economia di almeno 100.000 persone. Inoltre, nei bombardamenti furono uccise circa 200 persone e furono distrutte almeno 800 abitazioni, tra case ed appartamenti; oltre alla Zastava furono ovviamente distrutte altre fabbriche, istituzioni culturali, scuole, presìdi sanitari ed altro.
La chiamano “esportazione della democrazia”. L’uranio impoverito contenuto nelle bombe e nei proiettili utilizzati dalla Nato durante i bombardamenti aerei contro la Federazione Jugoslava nella primavera del 1999 è stata la principale causa dell’impennata delle morti per cancro registrata nel sud della Serbia.
Gli Stati Uniti, con la promozione dell’UCK (sigla albanese delle forze indipendentiste kosovare) da organizzazione terroristica a paladini della libertà, diedero mano libera a questi ultimi di alzare la tensione nella regione e giustificare così l’intervento armato “umanitario” per mezzo della NATO. Il mancato accordo dei colloqui di Rambouillet, fu la trappola finale. Una proposta irricevibile per le Repubbliche rimaste federate in cui, tra le altre cose, si “chiedeva” a queste ultime la piena agibilità militare della Nato sul proprio territorio.
Nel 2014, gli uomini dell’UCK, che governano in Kossovo con metodi apertamente mafiosi, sono stati accusati dal Tribunale Penale Internazionale di crimini contro l’umanità e di pulizia etnica.
Peraltro, quel marzo del 1999 registrò, per noi italiani, un salto di qualità importante: il neo governo capeggiato da D’Alema, sostenuto tra gli altri dal PdCI di Cossutta, certificò la sudditanza della “sinistra” italiana alla NATO e all’aggressione armata all’ex Jugoslavia. Sulla stessa linea si schierarono Cgil, Cisl e Uil ed il mondo dell’”associazionismo”.
Tutti insieme si allinearono con la «dolorosa necessità» menzionata dall’allora segretario generale della Cgil, Sergio Cofferati, di quell’attacco militare. Tra le altre cose, i dati finanziari della “Missione Arcobaleno” – una missione umanitaria del valore di 32 miliardi di lire messa in piedi dal governo – rendono di sicuro più chiaro le ragioni profonde di un tale posizionamento.
“Per me la Jugoslavia era l’Europa [...] La Jugoslavia, per quanto frammentata sia potuta essere, era il modello per l’Europa del futuro. Non l’Europa come è adesso, la nostra Europa in un certo senso artificiale, con la sua zona di libero scambio, ma un posto in cui nazionalità diverse vivono mischiate l’una con l’altra, soprattutto come facevano i giovani in Jugoslavia, anche dopo la morte di Tito. Ecco, penso che quella sia l’Europa, per come io la vorrei. Pertanto, in me l’immagine dell’Europa è stata distrutta dalla distruzione della Jugoslavia“.
Così scrisse Peter Handke all’indomani dei bombardamenti sulla Serbia e, per quelle parole, divenne un “reietto” subendo un ostracismo quasi trentennale da parte dell’intera comunità culturale ed accademica europea ed occidentale.
L’aggressione e i bombardamenti contro la Federazione Jugoslava (quella tra Serbia e Montenegro), furono l’ultima guerra del XX Secolo e la “prima guerra in Europa” alla vigilia del nuovo secolo. Non fu responsabilità solo degli Stati Uniti, perché tutte le maggiori potenze europee (Germania, Italia, Gran Bretagna, Francia) presero parte attivamente all’aggressione attraverso una risoluzione della NATO che aveva aggirato ogni eventuale ostacolo da parte dell’ONU.
“Quell’aggressione porta la responsabilità di quello che fu definito “l’Ulivo mondiale”, infatti i capi di stato dell’epoca erano tutti dell’area liberal e socialdemocratica: Clinton, Schroeder, Jospin, Blair e D’Alema. Per la nascente Unione Europea, l’aggressione alla Jugoslavia fu una sorta di “guerra costituente” nella quale le potenze europee – Germania e Francia soprattutto – non intesero lasciare tutto lo spazio di manovra agli Stati Uniti per una guerra sostanzialmente alla periferia dell’Europa. In questo senso l’aggressione alla Jugoslavia diventerà uno spartiacque tra un prima e un dopo nelle relazioni transatlantiche (la cui crisi diventerà più leggibile quattro anni dopo con lo smarcamento di Francia e Germania dall’invasione Usa dell’Iraq). I bombardamenti su Belgrado e le altre città serbe (tra cui i ponti sul Danubio, lo stabilimento della Zastava di Kragujevac presidiato dagli operai, il petrolchimico di Pancevo che inquinò per anni tutta la regione), furono preceduti e seguiti da una imponente – e umiliante per molti giornalisti onesti – campagna mediatica volta a demonizzare la Serbia e la popolazione serba, a far credere all’opinione pubblica mondiale che i Serbi stessero ponendo in atto, scientemente e con premeditazione, un tentativo di genocidio ai danni della popolazione kosovara di etnia albanese.”[3]
Come non ricordare la coraggiosa diretta Tv di Michele Santoro dai ponti di Belgrado, dove la popolazione si affollava offrendosi come bersaglio per impedire che venissero bombardati dagli aerei e dai missili della Nato? Oppure le isolate corrispondenze Rai di Ennio Remondino? I cartelli e le spillette indossate dai civili serbi riproducevano l’immagine del “Target”, il bersaglio, che divenne ben presto il simbolo di chi si opponeva alla guerra.
La strage di Odessa del maggio 2014: un massacro impunito
Il 2 maggio di 5 anni fa si consumava uno dei più efferati e sanguinosi delitti della storia recente eppure nessun telegiornale ne parla o ricorda questa data. Perché? Il massacro avvenuto nella Camera del Lavoro di Odessa, in Ucraina fu il prologo al colpo di stato preparato e finanziato da potenze straniere e consumatosi in piazza Maidan a Kiev.
Un presidio permanente si svolgeva da giorni ad Odessa ed in questa importante città, strategica per le potenze organizzatrici della rivolta colorata, doveva essere spenta nel sangue ogni scintilla di ribellione. Fu così che gli ucraini inviarono le milizie naziste mascherate da tifosi di calcio, approfittando di una partita che si sarebbe svolta in quel giorno. Ma nessuno di quelli andò allo stadio. Si recarono invece, organizzate in bande armate e preparate al massacro di ogni resistente alla Casa dei sindacati. Attaccarono dapprima i manifestanti pacifici, li fecero a pezzi con le spranghe di ferro e innumerevoli furono i ricoveri per ferite anche gravi.
Gruppi organizzati portavano le bottiglie molotov per costringere i gruppi più riottosi a ritirarsi, e li fecero arretrare fino alla piazza antistante la Casa dei sindacati. Qui si svolse la tragedia. Alcune tv locali filmarono i capi dei nazisti ucraini che sparavano contro i resistenti al golpe asserragliati dentro la casa dei sindacati, che pensavano di aver trovato scampo al suo interno ma finirono invece in trappola.
Squadre di assassini penetrarono all’interno dell’edificio, uccidendo tutti coloro che vi si trovavano dentro a mano a mano che li incrociavano. Furono trovati corpi di donne denudati, corpi semicarbonizzati, corpi abusati in maniera oscena ed indicibile, una barbarie infinita e terribile.
Tutta la macabra operazione fu coperta con il lancio continuo di bombe molotov all’ingresso per cancellare con il fuoco quel che era stato appena compiuto e per bloccare chiunque tentasse di abbandonare l’edificio. Alcune immagini mostrano come chi tentasse di uscirne per il fuoco ed il fumo veniva poi pestato a morte. Altri furono colpiti dal fuoco dei cecchini appena si affacciavano alle finestre.
La versione ufficiale parlò di 48 morti ma il conteggio ufficiale non rese mai conto delle denunce di scomparsa che si accumularono, fino ad ipotizzare un numero di molto superiore alle 100 vittime. Nessun processo è mai arrivato a stabilire una responsabilità per quanto accaduto, come per i cecchini di piazza Maidan, i golpisti non cercarono mai i colpevoli di quelle stragi, per evitare di autoaccusarsi. Se cercate su Wikipedia non trovate informazioni complete al riguardo, se non due righe mal scritte e che ricalcano la versione delle autorità bollando il tutto come scontro tra tifoserie ed incidente dovuto al fumo dell’incendio.
Ai notiziari della RAI si parlò di un “incidente” ad Odessa nonostante già si contassero decine di morti e mentre le tv presenti trasmettevano in diretta le immagini dalla piazza, le fiamme, le urla, gli spari, e la furia assassina dei nazionalisti ucraini. Fu un “pogrom”, un massacro, programmato, preordinato, e portato a compimento con spietata determinazione. Il silenzio alternato a racconti inverosimili fu il modo in cui i media occidentali trattarono quell’orrore.
I golpisti ucraini godevano del pieno sostegno dell l’Unione Europea e degli USA, pertanto andava difesa un’immagine che tenesse lontana la realtà delle bande di assassini nazisti, di criminali al governo, di stragi commesse, di giornalisti e esponenti politici massacrati di botte od eliminati fisicamente, come di lì a poco sarebbe accaduto anche al nostro connazionale, il coraggioso e bravo Andrea Rocchelli, fotografo e giornalista, ucciso dagli stessi nazisti ucraini il 24 dello stesso mese di maggio, assieme al suo interprete Andrei Mironov.
Il 2 maggio di quest’anno ricorreva il quinto tragico anniversario della strage alla Casa dei sindacati di Odessa. Il 28 aprile 2019 neonazisti e veterani nazisti ucraini hanno celebrato a L’vov il 75° anniversario della formazione della divisione SS “Galizia”. Il truce rituale si è svolto con l’intervento dell’orchestra militare di stato e di rappresentanti ufficiali, a testimoniare come, su questo versante, i “cambiamenti” da un Presidente all’altro non riguardino la natura dello Stato golpista ucraino.
Il leader del gruppo terroristico-nazionalista “C14”, Evgenij Karas, da sempre braccio armato del (a questo punto, ex) Presidente golpista Petro Porošenko, ha farneticato che quanto commesso cinque anni fa a Odessa sia stato “il trionfo della vita e del bene”. Questa è l’Ucraina della “democrazia europeista” così cara anche agli italici demoindivisivi. Per quella strage nazista: nessun colpevole, nessun mandante, secondo la magistratura golpista di Kiev.
Anche il nuovo presidente ucraino, Vladimir Zelenskij, che di Kolomojskij è la pedina e che ha promesso di consegnare alla giustizia i responsabili delle sconfitte di Ilovajsk e Debaltsevo, non ha detto una parola su autori e mandanti della moderna “Katyn” nazista, quella di Odessa. E anche in Occidente nessuno ha mai scritto “Je suis Odessa”. Nessun “democratico”, di quelli che declamano la “democrazia assoluta”, senza distinzioni di classe e di epoca e nessuno di loro ha mai tremato stringendo la mano ai golpisti ucraini, mandanti ed esecutori diretti della strage di Odessa. [4]
L’11 luglio 2017 il Consiglio Europeo ha adottato una decisione relativa alla conclusione, a nome dell’UE, dell’”accordo di associazione con l’Ucraina”. Si è trattato della fase finale del processo di ratifica, che ha consentito la piena attuazione dell’accordo a partire dal 1º settembre 2017.
L’accordo, nei suoi enunciati principali, “promuove l’approfondimento dei legami politici; il rafforzamento dei collegamenti economici; il rispetto dei valori comuni”(!). Ma la sostanza dell’accordo sta nella sua parte economica ed è nell’istituzione della ” zona di libero scambio globale e approfondita (DCFTA). I negoziati con l’Ucraina erano stati avviati nel 2007.
I primi capitoli politici sono stati firmati nel marzo 2014, esattamente un mese dopo il golpe. Dopo le elezioni presidenziali in Ucraina, i capitoli rimanenti sono stati firmati il 27 giugno 2014, a margine del Consiglio europeo. Parti importanti dell’accordo erano già applicate in via provvisoria dal 1º settembre 2014, ovvero, 7 mesi dall’avvento del governo golpista riconosciuto dalle potenze occidentali.
L’Unione Europea era ben consapevole che a quel governo partecipavano diversi membri di organizzazioni esplicitamente naziste. [5]
La Grecia, un paese distrutto
E poi c’è la Grecia che è lì a testimoniare di quale sostanza sia fatta questa Unione Europea. Per padre Ioannis Patsis, vice presidente di Caritas Grecia e direttore di Caritas Atene, la Grecia di oggi è un po’ come “la vedova del Vangelo che, nella sua miseria, dona al Tempio tutto quanto aveva. I due spiccioli necessari per vivere”.
Dal 20 agosto 2018 la Grecia è uscita ufficialmente dal “programma di aiuti europeo”, avviato a maggio del 2010 ma è ancora dentro un tunnel nerissimo. Con oltre 288 miliardi di euro da restituire alla Troika (BCE, FMI e UE) non si può certo dire che la Grecia sia fuori da una crisi di cui non si vede la fine.
La Grecia odierna, dopo la “cura” che le è stata imposta dalla UE ci appare come un paese distrutto: non ha più industrie, il settore edilizio è fermo, le imprese chiudono, gli investimenti sono un miraggio, sanità e scuole sono al collasso. Sempre più gente non si cura per mancanza di soldi ed è aumentata la mortalità infantile. Non ci sono soldi e non c’è lavoro. A ciò si aggiunge la presenza di tantissimi rifugiati e richiedenti asilo provenienti da Siria, Pakistan, Afghanistan, Africa, Albania e, adesso, anche dalla Turchia (negli ultimi tre anni sono arrivati in Grecia migliaia di turchi che hanno richiesto asilo politico).
Non basta. Ad aggravare la situazione è l’età avanzata della popolazione. Oggi arrivare a percepire la pensione è miracolo e, in ogni caso, si tratta di assegni poverissimi dopo i 14 tagli(!) che hanno subito nel giro di pochi anni.
Conclusione? “Oggi in Grecia è molto difficile vivere, devi pregare e sperare di avere forza e salute per affrontare questa situazione”. La Grecia oggi è l’estrema periferia dell’UE e il vice presidente di Caritas Grecia non nasconde la sua rabbia per questo. “Non dovevamo entrare nell’Euro. Non ne avevamo le capacità e le possibilità. La vita sembra fermarsi come dimostrano il netto calo dei matrimoni e delle nascite e l’aumento delle morti”[6].
Secondo stime della Banca centrale di Grecia mezzo milione di ellenici, quasi tutti ben istruiti, sono emigrati all’estero con famiglie al seguito. Dal 2008 ad oggi il PIL greco ha fatto registrare un meno 28% e solo lo scorso anno è tornato a crescere ma molto al di sotto delle previsioni. Resta grave la disoccupazione ed il debito è salito al 190% del PIL per effetto dei prestiti ricevuti dalla Troika e dei prestiti delle banche oggi sommerse da rate non pagate. E così anche il boom del turismo – con 30 milioni di presenze nel 2018 – rischia di rivelarsi un brodino caldo.
Ma perché la Grecia è stata ridotta così? Perché altri paesi europei stanno seguendo la stessa direzione? Perché l’Italia continua al applicare ininterrottamente dal 2011 leggi finanziarie improntate all’austerity più dura a prescindere dai cambi di governo? Eppure a settembre gli stessi esperti della UE (European Fiscal Board) hanno ammesso il fallimento delle politiche di austerity dato che hanno prodotto solo recessione ora anche in Germania.
Un nuovo olocausto, ai confini dell’Europa
Ed in ultimo, ma non per ultimo, il tacito rinnovo degli accordi italo-libici del 2017, voluti e firmati da Unione Europea, Gentiloni e Minniti, (principali criminalizzatori delle ONG del mare) che sancirono la complicità italiana con le torture ed i lager libici e di cui si hanno, da tempo, inconfutabili evidenze e prove sostenute dall’ONU.
Se ad est l’Unione Europa versa miliardi di euro ad Erdogan perché trasferisca i profughi siriani nell’ex Rojava – dal quale sta cacciando il popolo Curdo a suon di bombe vendutegli da fabbriche europee ed italiane con il placet della NATO – obbligandoli, sotto la minaccia di essere torturati o uccisi, a sottoscrivere una “autodichiarazione di volontà a voler tornare in Siria”, a sud la UE paga altrettanto lautamente il capomafia Bijia ed Al Serraji perché impediscano i soccorsi nel loro tratto di mare e trattengano i profughi africani nei lager in cui vengono torturati, stuprati e tenuti come ostaggio per estorcere alle povere famiglie di provenienza qualche centinaio di dollari o euro.
A poco a poco, si stanno, così, ricreando le condizioni di un vero e proprio nuovo olocausto che, man mano che gli effetti del cambiamento climatico si estenderanno, rischia di assumere proporzioni fini qui inimmaginabili.
Peraltro, a marzo di quest’anno la UE aveva ridotto la già discutibile Operazione “Sophia” abbandonando migranti e rifugiati nelle mani della famigerata Guardia costiera libica.
“[…] Dopo aver usato ogni pretesto a loro disposizione per precludere il Mediterraneo alle navi di soccorso delle ONG e avendo già interrotto diversi mesi fa le loro operazioni di soccorso, i governi dell’Unione europea stanno ora togliendo le proprie navi in modo che nessuno possa salvare le vite di uomini, donne e bambini in pericolo“.
Così commentava Matteo de Bellis, ricercatore di Amnesty International sull’immigrazione, all’indomani della ratifica del 27 marzo 2019 da parte dei governi dell’Unione europea, della decisione di sospendere le attività di pattugliamento nel Mediterraneo previste dalla missione militare “Sophia” lasciando mano libera ai libici mentre già si impediva il soccorso in mare alle ONG.
Certo, i Salvini, gli Orban ed i Kazynski hanno costruito sul fenomeno delle migrazioni la propria narrazione propagandistica dell’“invasione” e della “sostituzione etnica” (e gli funziona benissimo) per alimentare la guerra tra poveri sfruttando un format ben collaudato nel corso del novecento. Ma quelli che sono ora al governo della UE stanno continuando a girarsi dall’altra parte e pagano altri per fare il lavoro sporco ammantandosi, tuttavia, di un tanto vago quanto ipocrita umanitarismo.
La guerra in casa
L’Unione Europea è in un delicato passaggio di fase dovuto alla competizione inter-imperialistica che da un lato la costringe ad intensificare la propria politica neo-coloniale – in special modo in Maghreb e nell'Africa sub-sahariana – e dall’altro è costretta a proseguire nelle politiche di austerity, producendo una torsione autoritaria che se appare evidente solo quando viene sfidata da un movimento sociale di rottura nel Continente, è un dato strutturale e quotidiano per i movimenti politici e sociali che si muovono sulla “Sponda Sud”.
In questo contesto “la guerra” come paradigma della politica sta divenendo sempre più il cuore della proiezione di potenza della UE, così come la messa in campo di una macchina militare all’altezza una sua priorità. Ma l’ostilità, e non la cooperazione, sembra essere allo stesso modo il nesso con cui le oligarchie continentali vorrebbero che si relazionassero i popoli delle due sponde del Mediterraneo, allineandosi con le strategie di governance che fanno della guerra dei “penultimi” contro “gli ultimi” il perno della possibilità di perpetuare l’attuale sistema, e che hanno nel “patriottismo europeo” il più marcio dei suoi frutti ideologici.
Per l’Unione Europea democrazia e diritti umani sono valori negoziabili
La costruzione dell’Unione Europea è una creazione delle élite politiche, economiche e finanziarie continentali per dar vita a un mercato unico sovranazionale con il fine di creare uno spazio economico continentale per favorire un sistema politico capace di fare competere le proprie imprese con quelle delle altre grandi potenze. Ma per far questo la UE ha sottratto competenze sovrane ai Parlamenti consegnandoli nelle mani di un’oligarchia formata da governi, Commissione di Bruxelles, Banca centrale di Francoforte.
Con il Fiscal Compact, il Patto Fiscale, con il Trattato del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), con il pareggio di bilancio introdotto in Costituzione, Bruxelles ha imposto le politiche di austerità che hanno deregolamentato e liberalizzato il mercato del lavoro, privatizzato sanità e servizi pubblici, aziendalizzato scuola e Università per renderle funzionali ai bisogni di formazione delle imprese capitalistiche, tagliato le pensioni e innalzato l’età pensionabile, semplificato le procedure amministrative e giudiziarie per favorire la competitività delle imprese private; hanno dato garanzie e sostegni finanziari alle banche mentre hanno tagliato i finanziamenti ai Comuni che hanno tagliato a loro volta i servizi al cittadino.
Quando ci si lamenta dell’assenza di un’Europa politica e di un’Europa sociale e dei diritti, si evoca una questione di fondo che viene tanto continuamente evocata quanto ignorata: quella che abbiamo davanti è un’Europa senz’anima che si occupa solo di banche, finanza, capitali e troppo poco di esseri umani.
L’Unione Europea ha costruito una retorica su sé stessa che si basa sull’idea che solo all’interno di quella costruzione sia possibile mantenere pace e stabilità tra le nazioni che vi fanno parte onde evitare che si ripetano tragedie come le due guerre mondiali oltre che sull’idea che essa stessa sia l’infallibile garante dei diritti umani e della democrazia. Oggi sappiamo che questa narrazione non ha retto alla prova dei fatti.
Tanti, troppi buchi. Perché la UE chiede conto da anni al Venezuela e poi dichiara il proprio appoggio ai golpisti massacratori di indios boliviani nonché quello al pinochettista Pinheira? Come mai la UE invece di chiedere la fine dei bombardamenti in Yemen che stanno causando una delle più grandi catastrofi umanitarie del dopoguerra, riempie i Sauditi di bombe ed armi devastanti? E come mai la UE non chiede conto al regime di Al Sisi delle continue sparizioni di oppositori, giornalisti ed avvocati? Per queste ed altre domande simili troverete una sola risposta: “business as usual“ (affari, come al solito).
Quando si parla di Europa, di Unione Europea e di nuovi razzismi, ci si dovrebbe interrogare anche su tutte queste inquietanti rimozioni. La Germania sembra abbia fatto più di altri, al suo interno, i conti con il proprio terribile recente passato ma alcune sviste sono ancora lì e certo è ancora vivo il ricordo di Stammheim. Gli altri paesi europei, invece, si dimenano da svariati decenni intorno alle crisi delle proprie fragili democrazie in preda a revanscismi e ad improvvise torsioni autoritarie occultando i capitoli più neri del proprio passato che poi continuamente riemerge in varie forme e modi.
Se è vero, come scrisse Giorgio Agamben che “[. ..] quasi nessuno dei princìpi etici che il nostro tempo ha creduto di poter riconoscere come validi ha retto alla prova decisiva, quella di una Ethica more Auschwitz demonstrata” [7] è altrettanto vero che l’Europa ha già tradito il giuramento “mai più Auschwitz” dal momento in cui l’Unione Europea, da anni, risponde al fenomeno delle migrazioni con politiche che sollecitano, supportano e finanziano attività di respingimento e di segregazione aberranti e disumane fino alla creazione di un nuovo mostruoso, gigantesco universo concentrazionario ai suoi confini marini e terrestri.
Dall’oblio, dalla mistificazione e dalla manipolazione della storia non può venire fuori nulla di buono e questo dovrebbero capirlo pure quelli che stanno a Bruxelles e Francoforte. Ma soprattutto dovremmo iniziare a capirlo noi.
Note:
[1] Albert Camus, La contagione, in Acteuelles, Ecrits politiques, Paris, Gallimard, 1977
[2] Andrea Quaranta, Spagna, la puzza del franchismo, da Catalunya senza articolo/Contropiano del 23/10/2019
[3] Sergio Cararo, Noi non dimentichiamo nulla. Venti anni fa le bombe della Nato sulla Jugoslavia, Contropiano del 23/03/2019
[4] Fabrizio Poggi, Cinque anni fa la strage di Odessa, Contropiano del 03/05/2019
[5] Thierry Meyssan, chi sono i nazisti nel governo ucraino? Voltairenet.org del 03/04/2014
[6] Daniele Rocchi, Crisi in Grecia: p. Patsis (Caritas), “aiutateci! Da soli non ce la facciamo più a dare aiuto ” , da Agensir del 13/12/2018
[7] Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone. Homo sacer di Giorgio Agamben, ed. Bollati Boringhieri, 1998
Fonte
10/11/2019
Le amnesie della sinistra sulla Catalunya
L’articolo di Paola lo Cascio e Andreu Mayayo, intitolato “Pep Guardiola non è una mondina“, apparso qualche giorno fa su il manifesto, non è che l’ultimo eco dell’antica tesi di molta della sinistra riformista spagnola, secondo la quale l’indipendentismo catalano sarebbe un movimento prettamente borghese.
Un ritornello che spesso è stato ripetuto anche da una parte della sinistra italiana, compresa quella radicale e che merita di essere smentito. Per sostenere la loro tesi, Lo Cascio e Mayayo si soffermano su alcuni episodi tralasciandone altri, in modo tutt’altro che innocente: l’indipendentismo moderno, quello che rinasce attorno al 1968 sotto la sigla del Partit Socialista d’Alliberament Nacional (PSAN), viene completamente ignorato dai due storici. Ed è invece centrale per comprendere il movimento indipendentista di oggi.
Il PSAN nasce da un gruppo di giovani che escono dal Front Nacional de Catalunya, una formazione antifranchista e interclassista, per fondare un nuovo spazio politico situato inequivocabilmente a sinistra. La nuova organizzazione si ispira alle lotte di liberazione di quegli anni (che risuonano già nel nome del partito) e si ricollega al marxismo catalano sconfitto nella guerra civile e ben rappresentato dal Partit Català Proletari (uno dei partiti fondatori del PSUC).
Secondo il PSAN la lotta di classe e quella nazionale sono due facce della stessa medaglia catalana: il documento di fondazione del partito afferma che “l’occupazione spagnola è lo strumento del dominio capitalista sul nostro popolo, la garanzia controrivoluzionaria e contemporaneamente il mezzo di distruzione della nostra coscienza nazionale”.
Denunciata la collaborazione di gran parte della borghesia catalana col fascismo spagnolo, il PSAN si pone l’obbiettivo di organizzare la lotta di classe e quella di liberazione nazionale, definendo i tre punti irrinunciabili del proprio programma: indipendenza, socialismo e Països Catalans.
Sono queste le coordinate di un movimento che, attraverso differenti opzioni organizzative nel corso degli anni ’70, ’80 e ’90, ha dato vita e consolidato l’esquerra independentista e in gran parte è oggi approdato alla Candidatura d’Unitat Popular, forte di un indubbio peso specifico all’interno del sistema politico catalano.
Ma di tutto ciò non c’è traccia nell’articolo della Lo Cascio e di Mayayo, che liquidano l’indipendentismo dei decenni del dopoguerra come “assolutamente marginale”.
L’amnesia interessata dei due storici non sorprende: l’indipendentismo riunito intorno al PSAN fa una critica spietata della costituzione spagnola e rappresenta l’unica area politica che, assieme alla sinistra abertzale basca, si oppone al patto del 1978. Niente di più lontano dalle posizioni della borghesia catalana e spagnola.
Il fatto che la costituzione venga largamente approvata in Catalunya segnala le difficoltà di radicamento dell’indipendentismo, ma non ne cancella la posizione critica. Ma c’è di più. Ben diversamente dalla Costituzione italiana, nella quale è evidente il portato della lotta partigiana, quella spagnola risente del ricatto dei militari e rappresenta il frutto dell’autoriforma del regime, un accordo al ribasso accettato non solo dal PSOE ma anche dal PCE.
Un accordo che, assieme ai patti della Moncloa dell’anno precedente, certifica la rinuncia della sinistra statale al cambiamento sociale, nel quale vasti settori avevano sperato al momento della morte di Franco.
Davanti al ripiegamento della sinistra statale, il PSAN e altre formazioni della sinistra catalana danno vita invece al Comitè català contra la constitució espanyola, attestandosi su una posizione che è condivisa anche dalla sinistra abertzale e che rappresenta un punto di resistenza al progetto di stabilizzazione capitalista. L’organo del partito, il giornale Lluita, denuncia il patto costituzionale per il suo “carattere continuista, antioperaio e anticatalano” e per la consacrazione delle forme di sfruttamento del capitalismo monopolista ... in totale antagonismo agli interessi dei lavoratori”.
Si comprende che per sostenere la loro tesi, Lo Cascio e Mayayo preferiscano sorvolare su questi argomenti. La denuncia della transizione spagnola come un processo nel corso del quale le elites del franchismo vengono traghettate nel nuovo regime senza pagare alcun serio costo politico, è da attribuirsi prima di tutto all’esquerra independentista. Una denuncia ancora minoritaria nel 1978 ma oggi straordinariamente diffusa nella società catalana. Impegnati a dimostrare il supposto carattere borghese dell’indipendentismo, Lo Cascio e Mayayo preferiscono dilungarsi su Pep Guardiola e Gerard Piqué, nell’intento di ridurre a una macchietta il movimento indipendentista.
Come molta sinistra italiana, i due storici sembrano conservare una visione mitica della Spagna: se le Brigate Internazionali (a cui fanno riferimento nel loro articolo) rappresentano uno dei punti più alti del movimento operaio del ‘900, non gli si rende un buon servizio usandole per farsi scudo dalla realtà dei decenni successivi e di oggi.
E nella odierna realtà catalana la contraddizione nazionale rappresenta una leva straordinaria sulla quale agire per mettere in discussione la catena imperialista che lega Barcelona a Madrid e ai centri di potere politico e finanziario dell’Unione Europea. Un’opportunità di cambiamento per Catalunya, per la Spagna e per tutto il continente.
Lo scetticismo, quando non l’aperta contrarietà, verso il movimento indipendentista e il diritto all’autodeterminazione (da esercitare con o senza il permesso del governo di Madrid), finisce per tradursi in sostegno al nazionalismo dello stato spagnolo e al progetto del grande capitale. Finisce per tradursi in un internazionalismo a geometria variabile, tanto più convinto quanto più lontano è il popolo con cui si è solidali, dalla dubbia se non opportunistica natura.
Fonte
Un ritornello che spesso è stato ripetuto anche da una parte della sinistra italiana, compresa quella radicale e che merita di essere smentito. Per sostenere la loro tesi, Lo Cascio e Mayayo si soffermano su alcuni episodi tralasciandone altri, in modo tutt’altro che innocente: l’indipendentismo moderno, quello che rinasce attorno al 1968 sotto la sigla del Partit Socialista d’Alliberament Nacional (PSAN), viene completamente ignorato dai due storici. Ed è invece centrale per comprendere il movimento indipendentista di oggi.
Il PSAN nasce da un gruppo di giovani che escono dal Front Nacional de Catalunya, una formazione antifranchista e interclassista, per fondare un nuovo spazio politico situato inequivocabilmente a sinistra. La nuova organizzazione si ispira alle lotte di liberazione di quegli anni (che risuonano già nel nome del partito) e si ricollega al marxismo catalano sconfitto nella guerra civile e ben rappresentato dal Partit Català Proletari (uno dei partiti fondatori del PSUC).
Secondo il PSAN la lotta di classe e quella nazionale sono due facce della stessa medaglia catalana: il documento di fondazione del partito afferma che “l’occupazione spagnola è lo strumento del dominio capitalista sul nostro popolo, la garanzia controrivoluzionaria e contemporaneamente il mezzo di distruzione della nostra coscienza nazionale”.
Denunciata la collaborazione di gran parte della borghesia catalana col fascismo spagnolo, il PSAN si pone l’obbiettivo di organizzare la lotta di classe e quella di liberazione nazionale, definendo i tre punti irrinunciabili del proprio programma: indipendenza, socialismo e Països Catalans.
Sono queste le coordinate di un movimento che, attraverso differenti opzioni organizzative nel corso degli anni ’70, ’80 e ’90, ha dato vita e consolidato l’esquerra independentista e in gran parte è oggi approdato alla Candidatura d’Unitat Popular, forte di un indubbio peso specifico all’interno del sistema politico catalano.
Ma di tutto ciò non c’è traccia nell’articolo della Lo Cascio e di Mayayo, che liquidano l’indipendentismo dei decenni del dopoguerra come “assolutamente marginale”.
L’amnesia interessata dei due storici non sorprende: l’indipendentismo riunito intorno al PSAN fa una critica spietata della costituzione spagnola e rappresenta l’unica area politica che, assieme alla sinistra abertzale basca, si oppone al patto del 1978. Niente di più lontano dalle posizioni della borghesia catalana e spagnola.
Il fatto che la costituzione venga largamente approvata in Catalunya segnala le difficoltà di radicamento dell’indipendentismo, ma non ne cancella la posizione critica. Ma c’è di più. Ben diversamente dalla Costituzione italiana, nella quale è evidente il portato della lotta partigiana, quella spagnola risente del ricatto dei militari e rappresenta il frutto dell’autoriforma del regime, un accordo al ribasso accettato non solo dal PSOE ma anche dal PCE.
Un accordo che, assieme ai patti della Moncloa dell’anno precedente, certifica la rinuncia della sinistra statale al cambiamento sociale, nel quale vasti settori avevano sperato al momento della morte di Franco.
Davanti al ripiegamento della sinistra statale, il PSAN e altre formazioni della sinistra catalana danno vita invece al Comitè català contra la constitució espanyola, attestandosi su una posizione che è condivisa anche dalla sinistra abertzale e che rappresenta un punto di resistenza al progetto di stabilizzazione capitalista. L’organo del partito, il giornale Lluita, denuncia il patto costituzionale per il suo “carattere continuista, antioperaio e anticatalano” e per la consacrazione delle forme di sfruttamento del capitalismo monopolista ... in totale antagonismo agli interessi dei lavoratori”.
Si comprende che per sostenere la loro tesi, Lo Cascio e Mayayo preferiscano sorvolare su questi argomenti. La denuncia della transizione spagnola come un processo nel corso del quale le elites del franchismo vengono traghettate nel nuovo regime senza pagare alcun serio costo politico, è da attribuirsi prima di tutto all’esquerra independentista. Una denuncia ancora minoritaria nel 1978 ma oggi straordinariamente diffusa nella società catalana. Impegnati a dimostrare il supposto carattere borghese dell’indipendentismo, Lo Cascio e Mayayo preferiscono dilungarsi su Pep Guardiola e Gerard Piqué, nell’intento di ridurre a una macchietta il movimento indipendentista.
Come molta sinistra italiana, i due storici sembrano conservare una visione mitica della Spagna: se le Brigate Internazionali (a cui fanno riferimento nel loro articolo) rappresentano uno dei punti più alti del movimento operaio del ‘900, non gli si rende un buon servizio usandole per farsi scudo dalla realtà dei decenni successivi e di oggi.
E nella odierna realtà catalana la contraddizione nazionale rappresenta una leva straordinaria sulla quale agire per mettere in discussione la catena imperialista che lega Barcelona a Madrid e ai centri di potere politico e finanziario dell’Unione Europea. Un’opportunità di cambiamento per Catalunya, per la Spagna e per tutto il continente.
Lo scetticismo, quando non l’aperta contrarietà, verso il movimento indipendentista e il diritto all’autodeterminazione (da esercitare con o senza il permesso del governo di Madrid), finisce per tradursi in sostegno al nazionalismo dello stato spagnolo e al progetto del grande capitale. Finisce per tradursi in un internazionalismo a geometria variabile, tanto più convinto quanto più lontano è il popolo con cui si è solidali, dalla dubbia se non opportunistica natura.
Fonte
23/10/2019
Spagna, la puzza del franchismo
Tra le innumerevoli manifestazioni, blocchi stradali e iniziative di lotta di questi giorni, domenica si è diffuso a Barcelona l’appello a recarsi alla succursale del governo spagnolo muniti di sacchi di immondizia e di rifiuti per far sentire la puzza del franchismo che sprigiona il cosiddetto regime del ’78, nato in seguito all’autoriforma del fascismo spagnolo.
Nonostante si tratti di un semplice aneddoto, se ne possono trarre alcune riflessioni. Il processo eminentemente politico al quale il Tribunale Supremo ha sottoposto gli indipendentisti catalani, le decine di aggressioni ai giornalisti di cui si è resa protagonista la polizia e l’uso indiscriminato delle pallottole di gomma hanno spinto un numero crescente di osservatori a denunciare la persistenza di vizi antichi nelle attuali istituzioni statali.
È il caso della deputata portoghese Joana Mortágua (del Bloco de Esquerda), che ha affermato: “Madrid rischia di rimanere dal lato sbagliato della storia. Sembra che la Spagna non abbia imparato niente né da mezzo secolo di dittatura, fondata su un ferreo spagnolismo, né dalla repressione violenta delle realtà nazionali. Il castiglianismo, che fu l’arma dell’aristocrazia, ora è utilizzato per servire gli interessi dell’elite economica in una Spagna unica diretta da Madrid”.
Invece di essere messo al bando, il nazionalismo spagnolo viene oggi usato senza risparmio, anche al di fuori della sua area di provenienza. Secondo la deputata portoghese “è inevitabile scorgere in questo atteggiamento sia il fatto che la democrazia non ha imparato la lezione, sia l’avvicinamento del PSOE allo spagnolismo più reazionario, che ha sempre caratterizzato i partiti di destra. Comunque si guardi la questione, il governo spagnolo non può negare la deriva autoritaria”.
Una deriva che si evidenzia dalle rivelazioni dell’avvocato di Alerta Solidaria Xavier Pellicer, il quale denuncia i maltrattamenti subiti da un giovane militante dei Comitati di Difesa della Repubblica detenuto il 23 settembre e tuttora in carcere.
Secondo l’associazione antirepressiva, Ferran Jolis non soltanto ha subito maltrattamenti psicologici ma probabilmente è stato anche drogato: il giovane infatti non ricorda alcuni momenti della prigionia, dove è stato portato e cosa è accaduto. Jolis ha finalmente potuto parlare con il proprio avvocato questa settimana, dopo essere stato assistito da un legale nominato d’ufficio per un mese, periodo nel quale è stato tenuto in isolamento.
Non si tratta di un caso isolato. Secondo Benet Salellas, ex deputato della CUP e avvocato di alcuni giovani detenuti nel corso delle manifestazioni della scorsa settimana a Barcelona, una propria cliente è stata incriminata dalla Policia Nacional con prove false e identiche a quelle a cui i funzionari statali sono ricorsi per arrestare anche altri manifestanti. In particolare, alla giovane in questione sarebbero state introdotte nella borsa delle biglie di ferro che non gli appartenevano. Una pratica poliziesca assai in auge in epoca precostituzionale.
Salellas denuncia anche una serie di difficoltà supplementari che la Policia Nacional riserva agli avvocati e ne denuncia l'atteggiamento volto a influenzare i giudici: la dichiarazione di un suo assistito davanti al tribunale di Girona è avvenuta alla presenza di due agenti incappucciati, fatto “che genera ed esprime di per sé una situazione di eccezionalità che non s'addice alla realtà del nostro paese e che inquina tutto ciò che accade in sala, perché il giudice e il fiscal che accettano la situazione (della quale mi sono evidentemente lamentato) vengono contagiati da questo contesto di eccezionalità e finiscono per essere spinti a proporre e ad adottare misure che normalmente non prenderebbero”.
Salellas fa notare anche che la fiscalia ha chiesto per tutti i detenuti nelle manifestazioni della scorsa settimana il carcere preventivo, secondo un’indicazione che sembra provenire direttamente dal governo e che è volta a spaventare e scoraggiare la partecipazione alle proteste.
La manovra del governo tende a instaurare un clima di emergenza che, nel nome della tutela dell’ordine costituito, finisce per calpestare i diritti civili e politici: ancora secondo Salellas, “è un contesto che ci porta molto indietro nel tempo”, e che è assai rischioso perché se “tutte le prove sopra una persona senza antecedenti, giovane, con un lavoro fisso, si riducono alla parola di un agente dei reparti antisommossa, allora il pericolo di imprigionare gente innocente è molto alto”.
Il bilancio della prima settimana di protesta consiste in 28 detenuti in carcere preventivo, 172 detenuti in seguito rilasciati, 593 feriti, tra i quali una giovane colpita alla testa permane in gravi condizioni e 4 persone hanno perso un occhio a causa delle pallottole di gomma. All’elenco si devono aggiungere 12 feriti a Madrid, in occasione della manifestazione internazionalista svoltasi sabato scorso nella capitale.
I tafferugli seguiti al corteo hanno spinto la presidente della Comunità Autonoma di Madrid, la popolare Isabel Díaz Ayuso, a dichiarare che si dovranno restringere le autorizzazioni a manifestare. Infine per parte delle forze dell’ordine ci sarebbe un poliziotto in gravi condizioni in seguito a un trauma cranico riportato negli scontri a Barcelona.
In questo contesto, la decisione del governo di rimuovere i resti del dittatore dal mausoleo del Valle de los Caidos, prevista per domani mattina, sembra una mera operazione di maquillage, i cui tempi sono stati accuratamente gestiti dal PSOE allo scopo di esibire nella prossima campagna elettorale almeno un argomento che consenta ai socialisti di marcare le distanze dal PP, da Ciudadanos e dal partito neofranchista Vox.
L’esumazione di Franco sarà trasmessa in diretta dalla televisione spagnola e un sacerdote, figlio del colonnello Tejero (il leader del fallito colpo di stato del 1981) celebrerà una messa. Nel frattempo, la protesta nelle piazze catalane prosegue, sia pure con un’intensità minore rispetto alla scorsa settimana.
Secondo La CUP e i CDR, la mobilitazione continua è l’unica prospettiva percorribile per uscire dal vicolo cieco nel quale lo stato spagnolo cerca di intrappolare il movimento indipendentista, in una riedizione repressiva che dovrebbe suonare come un avvertimento inquietante anche per tutti i soggetti e i movimenti che lottano per un’alternativa sociale e politica alla gabbia liberista forgiata dall’Unione Europea.
Fonte
05/11/2018
Madrid chiede condanne tombali per gli indipendentisti catalani
Entra nel vivo il processo contro i leader indipendentisti catalani e si manifesta quello spirito di vendetta nei confronti della dirigenza di Barcellona che ha contraddistinto l’operato degli organismi e delle istituzioni spagnole negli ultimi due anni.
Venerdì scorso la Procura Generale dello Stato guidata dalla ‘progressista’ Maria José Segarra (indicata dal governo socialista) ha infatti chiesto una raffica di condanne draconiane, per un totale di 210 anni di reclusione, nei confronti di 18 leader politici e sociali promotori del referendum per l’indipendenza del Primo Ottobre e della dichiarazione unilaterale di indipendenza del 27 ottobre 2017.
L’accusa ha chiesto 25 anni di carcere e l’inabilitazione per l’ex vicepresidente e leader di Esquerra Republicana Oriol Junqueras, 16 anni e l’inabilitazione per l’ex ‘ministro’ degli Interni Joaquim Forn e per altri quattro ex consiglieri del governo catalano: Josep Rull, Jordi Turull, Raül Romeva e Dolors Bassa.
Il pubblico ministero accusa del gravissimo reato di ribellione anche l’ex leader dell’Assemblea Nazionale Catalana Jordi Sànchez e il presidente di Òmnium Cultural, Jordi Cuixart, e l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell, e chiede per tutti loro una condanna a 17 anni di carcere e l’inabilitazione. La tesi accusatoria è che avrebbero incitato la popolazione a ribellarsi contro lo Stato e le forze dell’ordine. “Il piano secessionista contemplava – dicono i procuratori dello stato – l’utilizzo di tutti i mezzi necessari per raggiungere l’obiettivo, incluso, di fronte alla certezza che lo Stato non avrebbe accettato la situazione, l’uso della violenza necessaria per assicurare il risultato criminale preteso” anche attraverso l’utilizzo dei Mossos d’Esquadra, la polizia autonoma catalana che nelle settimane precedenti il voto venne commissariata e i cui vertici sono anch’essi sotto processo per il loro atteggiamento tollerante nei confronti di un referendum dichiarato illegale e duramente represso dalle istituzioni statali.
Per ovviare al fatto che il delitto di “ribellione” dovrebbe essere utilizzato soltanto contro i promotori di una protesta violenta (il che ha spinto la magistratura tedesca e di altri paesi dell’UE a respingere le richieste di estradizione dell’ex presidente Puigdemont e di altri esponenti catalani rifugiatisi all’estero), la Procura parla dell’uso di una “forza intimidatrice” esercitata attraverso le continue e massicce mobilitazioni promosse in particolare dalle due grandi associazioni indipendentiste, l’ANC e Òmnium. A riprova di questo “uso violento delle masse” la Procura cita il fatto che il presidente di Omnium Cultural, Jordi Cuixart chiese, ai manifestanti “la stessa determinazione mostrata durante la guerra civile attraverso l’uso dell’espressione ‘¡no pasarán!” nel corso delle proteste popolari contro l’ondata di arresti realizzati il 20 settembre dalle forze di sicurezza statali e dai militari.
Una pena di un anno e otto mesi di reclusione, l’inabilitazione e una multa di 30 mila euro vengono richieste dalla Procura dello Stato nei confronti dei componenti della Presidenza del Parlament sciolto d’autorità dal governo centrale dopo la proclamazione d’indipendenza. Lluís Corominas, Anna Simó, Lluís Guinó, Joan Josep Nuet e Ramona Barrufet sono accusati di disobbedienza per aver messo in votazione o permesso la discussione di provvedimenti legislativi sospesi dal Tribunale Costituzionale. Analoga richiesta nei confronti dell’ex deputata della CUP (sinistra indipendentista) Mireia Boya.
Un’altra tranche del processo riguarda i vertici della polizia autonoma catalana. La Procura dell’Audiencia Nacional di Madrid ha chiesto 11 anni di carcere per Josep Lluis Trapero, l’ex comandante dei Mossos, accusato anch’egli del delitto di ‘ribellione’. La stessa pena – fino a venerdì il reato contestato era quello di sedizione, meno grave – chiesta per l’ex direttore dei Mossos Pere Soler e per l’ex segretario generale del Dipartimento alla Sicurezza della Generalitat César Puig. Quattro anni vengono richiesti per l’intendente Teresa Laplana, accusata invece di ‘sedizione’. Anche in questo caso i fatti più gravi, insieme alla tolleranza dimostrata dai Mossos nei confronti del referendum illegale, risalirebbero alle manifestazioni di massa del 20 e 21 settembre, quando gli agenti della polizia autonoma avrebbero agito in complicità con i “capi della ribellione contro le legittime autorità statali”.
Alla fine del processo la Procura dovrà confermare il mantenimento o meno delle accuse rese note venerdì, il cui alleggerimento è stato invano chiesto da vari cattedratici di diritto e da alcuni esponenti politici. Nel caso di una conferma, i leader catalani sarebbero accusati di “ribellione” così come avvenne nel caso dei golpisti guidati nel 1981 dal colonnello della Guardia Civil, il fascista Tejero.
Da parte sua l’Avvocatura Generale dello Stato ha comunicato che non accuserà i leader indipendentisti catalani di “ribellione” ma “solo” di sedizione e malversazione di fondi pubblici. L’organismo che difende gli interessi dello Stato ha comunque chiesto la condanna di Oriol Junqueras a 12 anni di reclusione, e pene inferiori per gli altri ex ministri dell’esecutivo catalano. Comunque una enorme sproporzione rispetto al fatto che oggetto del procedimento penale sono decisioni politiche adottate da esponenti politici ed istituzionali nell’esercizio delle loro funzioni e sostenuti da un’ampia maggioranza parlamentare (in territorio catalano, ovviamente) ma che hanno scatenato le ire dell’estrema destra spagnola (PP, Ciudadanos, Vox) oggi mobilitata nelle località basche di Pamplona e Altsasua per ‘sostenere le forze dell’ordine’ in quella che appare l’ennesima provocazione nazionalista spagnola.
Il fatto che a governare a Madrid da alcuni mesi siano i socialisti, sostenuti da Podemos, e non più la destra postfranchista, non sembra cambiare molto gli equilibri, dimostrando per l’ennesima volta che il problema della Spagna non è il Partito Popolare ma il “regime del ’78” (il sistema politico, istituzionale e ideologico partorito dal processo di autoriforma del franchismo) nel suo complesso.
Le accuse dell’avvocatura dello Stato, pur meno ingenti di quelle della Procura, sembrano esplicitare la posizione di un esecutivo socialista che non può e non vuole rinunciare a considerare le rivendicazioni catalane una questione di ordine pubblico piuttosto che una richiesta politica da affrontare e risolvere attraverso il negoziato.
La posizione del governo e degli organi giudiziari da esso dipendenti potrebbe chiudere definitivamente la strada all’approvazione della legge di bilancio varato dal PSOE e da Podemos. Le due formazioni non hanno infatti la maggioranza in Parlamento e almeno per quanto riguarda il Congresso i voti dei partiti baschi e catalani sono fondamentali. Ma né ERC né il PdeCAT del President Torra potranno facilmente tenere in piedi Sanchez in mancanza di una inversione di rotta sul tema dei prigionieri politici. Al Senato saldamente in mano al Partito Popolare (149 seggi su 266 totali) l’asse PSOE-Podemos non ha invece alcuna speranza di affermarsi. Da questo punto di vista la bozza di Finanziaria varata dall’esecutivo Sanchez e contenente alcune misure economiche e sociali in controtendenza con la logica dell’austerity e dei sacrifici a senso unico degli ultimi dieci anni potrebbe essere letta come un bluff. Il provvedimento si troverebbe la strada sbarrata ma concederebbe alle due formazioni attualmente al governo di potersi presentare alla prossima tornata con un “ci abbiamo provato”, nella speranza di aumentare i propri consensi.
Ma tutti gli istituti demoscopici indicano che la più o meno consistente ascesa dei socialisti avverrà a scapito di Podemos, con una parte dell’elettorato del movimento guidato da Iglesias che tornerà alla casa madre socialista. Nel campo avverso si registra una sfrenata competizione tra il Partito Popolare, in discesa netta, e l’altro movimento liberista e nazionalista Ciudadanos, che invece dovrebbe aumentare nettamente il proprio peso. Ma anche qui il saldo sembra essere vicino alla zero: i voti persi dal PP andrebbero quasi tutti a C’s, e per la prima volta un partito esplicitamente neofascista come Vox potrebbe ottenere abbastanza voti da fare il suo ingresso alle Cortes. E questo nonostante il netto spostamento a destra del Partito Popolare, guidato ora da quel Pablo Casado che rappresenta le pulsioni più reazionarie della formazione nata dall’ala dura del franchismo, quella che alla fine degli anni ’70 rifiutò la cosiddetta “Reforma”.
Un generale spostamento a destra, in senso nazionalista, liberista e autoritario, del panorama politico spagnolo, che i socialisti non sembrano in grado di controbilanciare, e che potrebbe costringere le attualmente disorientate e sparpagliate formazioni catalane a ricompattarsi di fronte alla mancanza di un qualsiasi spiraglio di trattativa da parte dello Stato e delle sue istituzioni.
Fonte
Venerdì scorso la Procura Generale dello Stato guidata dalla ‘progressista’ Maria José Segarra (indicata dal governo socialista) ha infatti chiesto una raffica di condanne draconiane, per un totale di 210 anni di reclusione, nei confronti di 18 leader politici e sociali promotori del referendum per l’indipendenza del Primo Ottobre e della dichiarazione unilaterale di indipendenza del 27 ottobre 2017.
L’accusa ha chiesto 25 anni di carcere e l’inabilitazione per l’ex vicepresidente e leader di Esquerra Republicana Oriol Junqueras, 16 anni e l’inabilitazione per l’ex ‘ministro’ degli Interni Joaquim Forn e per altri quattro ex consiglieri del governo catalano: Josep Rull, Jordi Turull, Raül Romeva e Dolors Bassa.
Il pubblico ministero accusa del gravissimo reato di ribellione anche l’ex leader dell’Assemblea Nazionale Catalana Jordi Sànchez e il presidente di Òmnium Cultural, Jordi Cuixart, e l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell, e chiede per tutti loro una condanna a 17 anni di carcere e l’inabilitazione. La tesi accusatoria è che avrebbero incitato la popolazione a ribellarsi contro lo Stato e le forze dell’ordine. “Il piano secessionista contemplava – dicono i procuratori dello stato – l’utilizzo di tutti i mezzi necessari per raggiungere l’obiettivo, incluso, di fronte alla certezza che lo Stato non avrebbe accettato la situazione, l’uso della violenza necessaria per assicurare il risultato criminale preteso” anche attraverso l’utilizzo dei Mossos d’Esquadra, la polizia autonoma catalana che nelle settimane precedenti il voto venne commissariata e i cui vertici sono anch’essi sotto processo per il loro atteggiamento tollerante nei confronti di un referendum dichiarato illegale e duramente represso dalle istituzioni statali.
Per ovviare al fatto che il delitto di “ribellione” dovrebbe essere utilizzato soltanto contro i promotori di una protesta violenta (il che ha spinto la magistratura tedesca e di altri paesi dell’UE a respingere le richieste di estradizione dell’ex presidente Puigdemont e di altri esponenti catalani rifugiatisi all’estero), la Procura parla dell’uso di una “forza intimidatrice” esercitata attraverso le continue e massicce mobilitazioni promosse in particolare dalle due grandi associazioni indipendentiste, l’ANC e Òmnium. A riprova di questo “uso violento delle masse” la Procura cita il fatto che il presidente di Omnium Cultural, Jordi Cuixart chiese, ai manifestanti “la stessa determinazione mostrata durante la guerra civile attraverso l’uso dell’espressione ‘¡no pasarán!” nel corso delle proteste popolari contro l’ondata di arresti realizzati il 20 settembre dalle forze di sicurezza statali e dai militari.
Una pena di un anno e otto mesi di reclusione, l’inabilitazione e una multa di 30 mila euro vengono richieste dalla Procura dello Stato nei confronti dei componenti della Presidenza del Parlament sciolto d’autorità dal governo centrale dopo la proclamazione d’indipendenza. Lluís Corominas, Anna Simó, Lluís Guinó, Joan Josep Nuet e Ramona Barrufet sono accusati di disobbedienza per aver messo in votazione o permesso la discussione di provvedimenti legislativi sospesi dal Tribunale Costituzionale. Analoga richiesta nei confronti dell’ex deputata della CUP (sinistra indipendentista) Mireia Boya.
Un’altra tranche del processo riguarda i vertici della polizia autonoma catalana. La Procura dell’Audiencia Nacional di Madrid ha chiesto 11 anni di carcere per Josep Lluis Trapero, l’ex comandante dei Mossos, accusato anch’egli del delitto di ‘ribellione’. La stessa pena – fino a venerdì il reato contestato era quello di sedizione, meno grave – chiesta per l’ex direttore dei Mossos Pere Soler e per l’ex segretario generale del Dipartimento alla Sicurezza della Generalitat César Puig. Quattro anni vengono richiesti per l’intendente Teresa Laplana, accusata invece di ‘sedizione’. Anche in questo caso i fatti più gravi, insieme alla tolleranza dimostrata dai Mossos nei confronti del referendum illegale, risalirebbero alle manifestazioni di massa del 20 e 21 settembre, quando gli agenti della polizia autonoma avrebbero agito in complicità con i “capi della ribellione contro le legittime autorità statali”.
Alla fine del processo la Procura dovrà confermare il mantenimento o meno delle accuse rese note venerdì, il cui alleggerimento è stato invano chiesto da vari cattedratici di diritto e da alcuni esponenti politici. Nel caso di una conferma, i leader catalani sarebbero accusati di “ribellione” così come avvenne nel caso dei golpisti guidati nel 1981 dal colonnello della Guardia Civil, il fascista Tejero.
Da parte sua l’Avvocatura Generale dello Stato ha comunicato che non accuserà i leader indipendentisti catalani di “ribellione” ma “solo” di sedizione e malversazione di fondi pubblici. L’organismo che difende gli interessi dello Stato ha comunque chiesto la condanna di Oriol Junqueras a 12 anni di reclusione, e pene inferiori per gli altri ex ministri dell’esecutivo catalano. Comunque una enorme sproporzione rispetto al fatto che oggetto del procedimento penale sono decisioni politiche adottate da esponenti politici ed istituzionali nell’esercizio delle loro funzioni e sostenuti da un’ampia maggioranza parlamentare (in territorio catalano, ovviamente) ma che hanno scatenato le ire dell’estrema destra spagnola (PP, Ciudadanos, Vox) oggi mobilitata nelle località basche di Pamplona e Altsasua per ‘sostenere le forze dell’ordine’ in quella che appare l’ennesima provocazione nazionalista spagnola.
Il fatto che a governare a Madrid da alcuni mesi siano i socialisti, sostenuti da Podemos, e non più la destra postfranchista, non sembra cambiare molto gli equilibri, dimostrando per l’ennesima volta che il problema della Spagna non è il Partito Popolare ma il “regime del ’78” (il sistema politico, istituzionale e ideologico partorito dal processo di autoriforma del franchismo) nel suo complesso.
Le accuse dell’avvocatura dello Stato, pur meno ingenti di quelle della Procura, sembrano esplicitare la posizione di un esecutivo socialista che non può e non vuole rinunciare a considerare le rivendicazioni catalane una questione di ordine pubblico piuttosto che una richiesta politica da affrontare e risolvere attraverso il negoziato.
La posizione del governo e degli organi giudiziari da esso dipendenti potrebbe chiudere definitivamente la strada all’approvazione della legge di bilancio varato dal PSOE e da Podemos. Le due formazioni non hanno infatti la maggioranza in Parlamento e almeno per quanto riguarda il Congresso i voti dei partiti baschi e catalani sono fondamentali. Ma né ERC né il PdeCAT del President Torra potranno facilmente tenere in piedi Sanchez in mancanza di una inversione di rotta sul tema dei prigionieri politici. Al Senato saldamente in mano al Partito Popolare (149 seggi su 266 totali) l’asse PSOE-Podemos non ha invece alcuna speranza di affermarsi. Da questo punto di vista la bozza di Finanziaria varata dall’esecutivo Sanchez e contenente alcune misure economiche e sociali in controtendenza con la logica dell’austerity e dei sacrifici a senso unico degli ultimi dieci anni potrebbe essere letta come un bluff. Il provvedimento si troverebbe la strada sbarrata ma concederebbe alle due formazioni attualmente al governo di potersi presentare alla prossima tornata con un “ci abbiamo provato”, nella speranza di aumentare i propri consensi.
Ma tutti gli istituti demoscopici indicano che la più o meno consistente ascesa dei socialisti avverrà a scapito di Podemos, con una parte dell’elettorato del movimento guidato da Iglesias che tornerà alla casa madre socialista. Nel campo avverso si registra una sfrenata competizione tra il Partito Popolare, in discesa netta, e l’altro movimento liberista e nazionalista Ciudadanos, che invece dovrebbe aumentare nettamente il proprio peso. Ma anche qui il saldo sembra essere vicino alla zero: i voti persi dal PP andrebbero quasi tutti a C’s, e per la prima volta un partito esplicitamente neofascista come Vox potrebbe ottenere abbastanza voti da fare il suo ingresso alle Cortes. E questo nonostante il netto spostamento a destra del Partito Popolare, guidato ora da quel Pablo Casado che rappresenta le pulsioni più reazionarie della formazione nata dall’ala dura del franchismo, quella che alla fine degli anni ’70 rifiutò la cosiddetta “Reforma”.
Un generale spostamento a destra, in senso nazionalista, liberista e autoritario, del panorama politico spagnolo, che i socialisti non sembrano in grado di controbilanciare, e che potrebbe costringere le attualmente disorientate e sparpagliate formazioni catalane a ricompattarsi di fronte alla mancanza di un qualsiasi spiraglio di trattativa da parte dello Stato e delle sue istituzioni.
Fonte
06/04/2018
La Germania libera Puigdemont. Il momento nero del franchista Rajoy
Una martellata diplomatica sul ghigno di Mariano Rajoy e del giovane, ma comunque pessimo, re Felipe di Spagna.
La decisione del tribunale dello Schledwig Holstein è stata curata col doppio bilancino della legislazione tedesca e della cautela diplomatica, ma il risultato finale – Carles Puigdemont è stato rimesso in libertà su cauzione, 75.000 euro – è in ogni caso una sconfessione sostanziale per il regime spagnolo, mai uscito davvero dalla cornice legale del fascismo di Francisco Franco.
Il tribunale tedesco non ha riconosciuto il reato più grave previsto dalla richiesta di estradizione: ribellione. Un disconoscimento tutto sul filo della legge tedesca, che non lo prevede. Quello più somigliante sarebbe stato l’alto tradimento, ma nonostante l’autoritarismo crescente nell’architettura dell’Unione Europea, è impossibile – per ora – considerare tale l’indizione di un referendum popolare.
Tanto più che entrambi i sistemi penali prevedono che quei reati gravissimi – ribellione e alto tradimento – siano stati compiuti con “uso della violenza”. E ci sono migliaia di ore di filmati, su quel 1 ottobre, a testimoniare che l’unica violenza è stata messa in campo dalle forze di polizia inviate dal governo centrale di Madrid.
Per compensare questa martellata, il tribunale germanico ha considerato “ammissibile” la richiesta per quanto riguarda il reato minore, ossia la presunta “malversazione di fondi pubblici” relativa alle spese per tenere il referendum di indipendenza del 1 ottobre.
“Ammissibile” non significa però “provato”. Per questo il tribunale dovrà entrare nel merito dell’accusa sollevata dagli spagnoli, ma anche se dovesse riconoscerla non è detto che verrebbe concessa l’estradizione, perché è fin troppo evidente che lo Stato spagnolo si scatenerebbe “legalmente” contro l’ormai ex presidente della Generalitat di Catalogna, inventandosi altri reati più gravi.
Ancora più secca era stata la risposta del Belgio, che ha lasciato in libertà senza cauzione fino alla conclusione della procedura i 3 ex-ministri catalani Meritxell Serret, Toni Comin e Lluis Puig, di cui la Spagna chiede l’estradizione. Ma certo il Belgio ha un peso politico decisamente minore rispetto alla Germania, dunque fa meno male.
Immediatamente, sia Puigdemont che tutti gli indipendentisti catalani hanno ripreso a chiedere la liberazione dei 9 leader ancora in carcere a Madrid.
Ora bisognerà vedere come reagirà un governo squallido come quello Rajoy. Ma qualsiasi cosa faccia – protestare con la Ue, indurire la repressione interna, arrendersi – commetterà un errore che pagherà in seguito a caro prezzo.
Fonte
La decisione del tribunale dello Schledwig Holstein è stata curata col doppio bilancino della legislazione tedesca e della cautela diplomatica, ma il risultato finale – Carles Puigdemont è stato rimesso in libertà su cauzione, 75.000 euro – è in ogni caso una sconfessione sostanziale per il regime spagnolo, mai uscito davvero dalla cornice legale del fascismo di Francisco Franco.
Il tribunale tedesco non ha riconosciuto il reato più grave previsto dalla richiesta di estradizione: ribellione. Un disconoscimento tutto sul filo della legge tedesca, che non lo prevede. Quello più somigliante sarebbe stato l’alto tradimento, ma nonostante l’autoritarismo crescente nell’architettura dell’Unione Europea, è impossibile – per ora – considerare tale l’indizione di un referendum popolare.
Tanto più che entrambi i sistemi penali prevedono che quei reati gravissimi – ribellione e alto tradimento – siano stati compiuti con “uso della violenza”. E ci sono migliaia di ore di filmati, su quel 1 ottobre, a testimoniare che l’unica violenza è stata messa in campo dalle forze di polizia inviate dal governo centrale di Madrid.
Per compensare questa martellata, il tribunale germanico ha considerato “ammissibile” la richiesta per quanto riguarda il reato minore, ossia la presunta “malversazione di fondi pubblici” relativa alle spese per tenere il referendum di indipendenza del 1 ottobre.
“Ammissibile” non significa però “provato”. Per questo il tribunale dovrà entrare nel merito dell’accusa sollevata dagli spagnoli, ma anche se dovesse riconoscerla non è detto che verrebbe concessa l’estradizione, perché è fin troppo evidente che lo Stato spagnolo si scatenerebbe “legalmente” contro l’ormai ex presidente della Generalitat di Catalogna, inventandosi altri reati più gravi.
Ancora più secca era stata la risposta del Belgio, che ha lasciato in libertà senza cauzione fino alla conclusione della procedura i 3 ex-ministri catalani Meritxell Serret, Toni Comin e Lluis Puig, di cui la Spagna chiede l’estradizione. Ma certo il Belgio ha un peso politico decisamente minore rispetto alla Germania, dunque fa meno male.
Immediatamente, sia Puigdemont che tutti gli indipendentisti catalani hanno ripreso a chiedere la liberazione dei 9 leader ancora in carcere a Madrid.
Ora bisognerà vedere come reagirà un governo squallido come quello Rajoy. Ma qualsiasi cosa faccia – protestare con la Ue, indurire la repressione interna, arrendersi – commetterà un errore che pagherà in seguito a caro prezzo.
Fonte
24/03/2018
Nuova ondata di arresti, Madrid decapita l’indipendentismo catalano
Dopo aver rinviato a giudizio decine di ex ministri, deputati e dirigenti indipendentisti del PDeCAT, di ERC e della CUP, il giudice del Tribunale Supremo Pablo Llarena ha ordinato ieri pomeriggio l’arresto per il candidato President della Generalit Jordi Turull, per l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell, per l’ex eurodeputato Raül Romeva, per Dolors Bassa e per Josep Rull, accogliendo la richiesta del Procuratore generale dello Stato e del partito fascista Vox (costituitosi parte civile).
Tutti gli arrestati sono accusati di ribellione, per aver organizzato il referendum del 1 ottobre, e quattro di loro anche di malversazione per aver finanziato la consultazione proibita con fondi pubblici. Rischiano tutti una condanna fino a 30 anni di carcere, nonostante gli imputati siano inquisiti per comportamenti politici e di natura pacifica ma in applicazione di un capo d’accusa che parla esplicitamente di ‘ribellione violenta’ nei confronti dello Stato.
I nuovi arresti hanno decapitato i partiti indipendentisti e hanno fortemente alterato la composizione di un Parlament eletto, il 21 dicembre scorso, già sotto ricatto e sotto minaccia. Non solo due parlamentari – uno è l’ex President Carles Puigdemont – si trovano in esilio all’estero e non potranno essere presenti alla prevista seduta d’investitura del nuovo President (nel frattempo finito in carcere preventivo), ma ora anche altri deputati della maggioranza sovranista uscita dalle urne sono stati arrestati.
Sempre ieri sera il giudice Llarena ha firmato un nuovo euro-ordine di arresto contro l’ex-presidente catalano Carles Puigdemont e contro i 4 ex-ministri in esilio con lui a Bruxelles e ha spiccato un mandato internazionale di arresto contro la leader di ERC Marta Rovira che ieri aveva annunciato con una lettera di aver scelto l’esilio e di trovarsi in Svizzera dove si è rifugiata già da alcune settimane l’ex portavoce e deputata della Cup, Anna Gabriel, anche lei rinviata a giudizio ieri dal Tribunale Supremo.
Immediata è scattata la protesta indetta dall’associazionismo indipendentista trasversale e dai Comitati di Difesa della Repubblica.
Alle 19 i manifestanti hanno bloccato la Avinguda Diagonal di Barcellona. Un’ora più tardi diecimila persone si sono concentrate in Placa de Catalunya rispondendo all’appello di Omnium Cultural e dell’Assemblea Nacional Catalana.
Contemporaneamente altre migliaia di persone sono scese in piazza a poca distanza, rispondendo invece all’appello dei CDR (Comitati di Difesa della Repubblica) e della sinistra anticapitalista che oltre a denunciare la repressione spagnola criticano l’atteggiamento remissivo di PDeCAT ed ERC e la loro volontà di costituire un governo autonomista invece di implementare la Repubblica dichiarata simbolicamente il 27 ottobre. I Mossos d’Esquadra, la polizia autonoma in assetto antisommossa ora direttamente agli ordini di Madrid, ha operato varie cariche terminate con 35 feriti, 15 dei quali hanno dovuto far ricorso alle strutture sanitarie. Ai poliziotti i manifestanti hanno gridato, invocando la convocazione dello sciopero generale: “non vi meritate la bandiera catalana che portate”, “fuori le forze di occupazione” e “nessun passo indietro”.
Manifestazioni contro gli arresti sono state realizzate ieri sera in altre città catalane, la più numerosa a Vic. A Tarragona i militanti dei CDR hanno bloccato i binari ferroviari e l’autostrada reclamando la liberazione dei prigionieri politici. Altrettanto è avvenuto nei pressi della frontiera con la Francia a Puigcerdà. Nuove e più massicce manifestazioni popolari sono state già convocate nella giornata di oggi.
Ieri mattina il giudice del Tribunale Supremo spagnolo (“vicino” al Partito Popolare) aveva deciso di rimandare a giudizio, con l’accusa di ribellione, tredici tra dirigenti e deputati indipendentisti. Tra questi l’ex president Carles Puigdemont (in esilio in Belgio), l’ex vice presidente Oriol Junqueras (già in carcere), sette ex consellers del governo catalano (Joaquim Forn, Jordi Turull, Raül Romeva, Clara Ponsati – in esilio a Londra – Josep Rull, Toni Comín – in esilio in Belgio – e Dolors Bassa), l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell, l’ex presidente dell’Anc Jordi Sànchez (già in carcere), quello di Òmnium cultural Jordi Cuixart (anche lui già in carcere da mesi) e la segretaria generale di Esquerra Republicana Marta Rovira che però non si è presentata all’udienza del Tribunale Supremo.
Altri cinque ex membri dell’ex governo catalano sono stati rinviati a giudizio per disobbedienza e malversazione di fondi pubblici insieme a cinque componenti dell’ufficio di presidenza del Parlament. Come detto, tra i rinviati a giudizio, venticinque in tutto, ci sono anche Anna Gabriel, ex deputata regionale e portavoce della Cup, e l’altra ex deputata della Cup Mireia Boya. È stata archiviata invece la causa contro l’ex segretaria generale del PDeCat, Marta Pascal, e l’ex presidente catalano Artur Mas.
Paradossalmente – ma è la storia degli ultimi anni nei rapporti tra Madrid e Barcellona – la nuova pesante offensiva giudiziaria contro i partiti e le organizzazioni sovraniste catalane da parte della magistratura spagnola è scattata nonostante il consistente passo indietro dei partiti maggioritari dello schieramento catalanista.
Giovedì infatti la sinistra indipendentista non ha votato a favore dell’elezione di Jordi Turull a President, dopo le rinunce prima di Puigdemont e poi di Jordi Sanchez dovute non solo all’intransigenza di Madrid ma anche alle schermaglie e alla competizione tra PDeCAT ed ERC. La Cup, ha spiegato, non vuole sommare i suoi voti a quelli di una maggioranza che ha tradito lo spirito disobbediente e di rottura manifestato il 1 ottobre da milioni di persone e che ora pretenderebbe di governare all’insegna di un impossibile ritorno all’autonomismo. “Sovranità, unilateralità e disobbedienza sono l’unica maniera reale di fare Repubblica” ha detto il capogruppo della Cup, Carles Riera, annunciando il ritorno all’opposizione della sinistra anticapitalista. “Diamo per concluso il procés e le alleanze formate durante il procés. Passiamo all’opposizione nelle strade e nelle istituzioni, combattendo lo Stato e l’autonomismo” ha detto il dirigente indipendentista, che ha reclamato “un processo costituente dal basso, appoggiato dalle istituzioni, per costruire la Repubblica dalle piazze. La gente che ha partecipato al referendum del 1 ottobre non si merita i vostri passi indietro”. “E’ nelle piazze che bisogna radicare l’unità del sovranismo” ha concluso Riera, invitando PDeCAT ed ERC a mettere da parte “gli interessi di partito, le poltrone e gli uffici” per dedicarsi agli “interessi del paese e delle classi popolari”.
Nel suo intervento, il candidato President Jordi Turull aveva accuratamente evitato di nominare la Repubblica Catalana, di rivendicare il referendum del 1 ottobre e di annunciare l’inizio della pur prevista fase costituente che si sarebbe dovuta aprire in seguito alla rottura con lo Stato Spagnolo.
Per evitare il mantenimento da parte di Madrid del commissariamento delle istituzioni catalane, avevano spiegato PDeCAT ed ERC. Ma lo Stato Spagnolo non sembra essersi accorto del passo indietro dei sovranisti ed ha risposto con una nuova ondata di arresti.
Intanto il 20 marzo, la stragrande maggioranza dei deputati del Congresso di Madrid ha respinto la proposta di legge presentata da ERC – Sinistra Repubblicana della Catalogna – che mirava a rendere punibili i responsabili dei crimini commessi dai franchisti durante il regime, ai quali invece la Ley de Amnistia varata nel 1977 concede la totale immunità, rendendo impossibile per i parenti delle vittime della repressione fascista intentare causa contro aguzzini e torturatori, molti dei quali sono stati promossi nel frattempo ai massimi gradi della gerarchia militare o amministrativa.
Contro la modifica proposta dai repubblicani catalani non hanno votato compattamente solo il Partito Popolare e l’altro partito di destra Ciudadanos, ma anche i deputati del Partito Socialista Operaio Spagnolo di Pedro Sanchez.
A dimostrazione che il problema non è la ‘destra’ di Rajoy, ma un regime che comprende i tre pilastri politici di un paese che da quarant’anni preserva i privilegi di una oligarchia passata indenne dal cambio di regime.
Fonte
Tutti gli arrestati sono accusati di ribellione, per aver organizzato il referendum del 1 ottobre, e quattro di loro anche di malversazione per aver finanziato la consultazione proibita con fondi pubblici. Rischiano tutti una condanna fino a 30 anni di carcere, nonostante gli imputati siano inquisiti per comportamenti politici e di natura pacifica ma in applicazione di un capo d’accusa che parla esplicitamente di ‘ribellione violenta’ nei confronti dello Stato.
I nuovi arresti hanno decapitato i partiti indipendentisti e hanno fortemente alterato la composizione di un Parlament eletto, il 21 dicembre scorso, già sotto ricatto e sotto minaccia. Non solo due parlamentari – uno è l’ex President Carles Puigdemont – si trovano in esilio all’estero e non potranno essere presenti alla prevista seduta d’investitura del nuovo President (nel frattempo finito in carcere preventivo), ma ora anche altri deputati della maggioranza sovranista uscita dalle urne sono stati arrestati.
Sempre ieri sera il giudice Llarena ha firmato un nuovo euro-ordine di arresto contro l’ex-presidente catalano Carles Puigdemont e contro i 4 ex-ministri in esilio con lui a Bruxelles e ha spiccato un mandato internazionale di arresto contro la leader di ERC Marta Rovira che ieri aveva annunciato con una lettera di aver scelto l’esilio e di trovarsi in Svizzera dove si è rifugiata già da alcune settimane l’ex portavoce e deputata della Cup, Anna Gabriel, anche lei rinviata a giudizio ieri dal Tribunale Supremo.
Immediata è scattata la protesta indetta dall’associazionismo indipendentista trasversale e dai Comitati di Difesa della Repubblica.
Alle 19 i manifestanti hanno bloccato la Avinguda Diagonal di Barcellona. Un’ora più tardi diecimila persone si sono concentrate in Placa de Catalunya rispondendo all’appello di Omnium Cultural e dell’Assemblea Nacional Catalana.
Contemporaneamente altre migliaia di persone sono scese in piazza a poca distanza, rispondendo invece all’appello dei CDR (Comitati di Difesa della Repubblica) e della sinistra anticapitalista che oltre a denunciare la repressione spagnola criticano l’atteggiamento remissivo di PDeCAT ed ERC e la loro volontà di costituire un governo autonomista invece di implementare la Repubblica dichiarata simbolicamente il 27 ottobre. I Mossos d’Esquadra, la polizia autonoma in assetto antisommossa ora direttamente agli ordini di Madrid, ha operato varie cariche terminate con 35 feriti, 15 dei quali hanno dovuto far ricorso alle strutture sanitarie. Ai poliziotti i manifestanti hanno gridato, invocando la convocazione dello sciopero generale: “non vi meritate la bandiera catalana che portate”, “fuori le forze di occupazione” e “nessun passo indietro”.
Manifestazioni contro gli arresti sono state realizzate ieri sera in altre città catalane, la più numerosa a Vic. A Tarragona i militanti dei CDR hanno bloccato i binari ferroviari e l’autostrada reclamando la liberazione dei prigionieri politici. Altrettanto è avvenuto nei pressi della frontiera con la Francia a Puigcerdà. Nuove e più massicce manifestazioni popolari sono state già convocate nella giornata di oggi.
Ieri mattina il giudice del Tribunale Supremo spagnolo (“vicino” al Partito Popolare) aveva deciso di rimandare a giudizio, con l’accusa di ribellione, tredici tra dirigenti e deputati indipendentisti. Tra questi l’ex president Carles Puigdemont (in esilio in Belgio), l’ex vice presidente Oriol Junqueras (già in carcere), sette ex consellers del governo catalano (Joaquim Forn, Jordi Turull, Raül Romeva, Clara Ponsati – in esilio a Londra – Josep Rull, Toni Comín – in esilio in Belgio – e Dolors Bassa), l’ex presidente del Parlament Carme Forcadell, l’ex presidente dell’Anc Jordi Sànchez (già in carcere), quello di Òmnium cultural Jordi Cuixart (anche lui già in carcere da mesi) e la segretaria generale di Esquerra Republicana Marta Rovira che però non si è presentata all’udienza del Tribunale Supremo.
Altri cinque ex membri dell’ex governo catalano sono stati rinviati a giudizio per disobbedienza e malversazione di fondi pubblici insieme a cinque componenti dell’ufficio di presidenza del Parlament. Come detto, tra i rinviati a giudizio, venticinque in tutto, ci sono anche Anna Gabriel, ex deputata regionale e portavoce della Cup, e l’altra ex deputata della Cup Mireia Boya. È stata archiviata invece la causa contro l’ex segretaria generale del PDeCat, Marta Pascal, e l’ex presidente catalano Artur Mas.
Paradossalmente – ma è la storia degli ultimi anni nei rapporti tra Madrid e Barcellona – la nuova pesante offensiva giudiziaria contro i partiti e le organizzazioni sovraniste catalane da parte della magistratura spagnola è scattata nonostante il consistente passo indietro dei partiti maggioritari dello schieramento catalanista.
Giovedì infatti la sinistra indipendentista non ha votato a favore dell’elezione di Jordi Turull a President, dopo le rinunce prima di Puigdemont e poi di Jordi Sanchez dovute non solo all’intransigenza di Madrid ma anche alle schermaglie e alla competizione tra PDeCAT ed ERC. La Cup, ha spiegato, non vuole sommare i suoi voti a quelli di una maggioranza che ha tradito lo spirito disobbediente e di rottura manifestato il 1 ottobre da milioni di persone e che ora pretenderebbe di governare all’insegna di un impossibile ritorno all’autonomismo. “Sovranità, unilateralità e disobbedienza sono l’unica maniera reale di fare Repubblica” ha detto il capogruppo della Cup, Carles Riera, annunciando il ritorno all’opposizione della sinistra anticapitalista. “Diamo per concluso il procés e le alleanze formate durante il procés. Passiamo all’opposizione nelle strade e nelle istituzioni, combattendo lo Stato e l’autonomismo” ha detto il dirigente indipendentista, che ha reclamato “un processo costituente dal basso, appoggiato dalle istituzioni, per costruire la Repubblica dalle piazze. La gente che ha partecipato al referendum del 1 ottobre non si merita i vostri passi indietro”. “E’ nelle piazze che bisogna radicare l’unità del sovranismo” ha concluso Riera, invitando PDeCAT ed ERC a mettere da parte “gli interessi di partito, le poltrone e gli uffici” per dedicarsi agli “interessi del paese e delle classi popolari”.
Nel suo intervento, il candidato President Jordi Turull aveva accuratamente evitato di nominare la Repubblica Catalana, di rivendicare il referendum del 1 ottobre e di annunciare l’inizio della pur prevista fase costituente che si sarebbe dovuta aprire in seguito alla rottura con lo Stato Spagnolo.
Per evitare il mantenimento da parte di Madrid del commissariamento delle istituzioni catalane, avevano spiegato PDeCAT ed ERC. Ma lo Stato Spagnolo non sembra essersi accorto del passo indietro dei sovranisti ed ha risposto con una nuova ondata di arresti.
Intanto il 20 marzo, la stragrande maggioranza dei deputati del Congresso di Madrid ha respinto la proposta di legge presentata da ERC – Sinistra Repubblicana della Catalogna – che mirava a rendere punibili i responsabili dei crimini commessi dai franchisti durante il regime, ai quali invece la Ley de Amnistia varata nel 1977 concede la totale immunità, rendendo impossibile per i parenti delle vittime della repressione fascista intentare causa contro aguzzini e torturatori, molti dei quali sono stati promossi nel frattempo ai massimi gradi della gerarchia militare o amministrativa.
Contro la modifica proposta dai repubblicani catalani non hanno votato compattamente solo il Partito Popolare e l’altro partito di destra Ciudadanos, ma anche i deputati del Partito Socialista Operaio Spagnolo di Pedro Sanchez.
A dimostrazione che il problema non è la ‘destra’ di Rajoy, ma un regime che comprende i tre pilastri politici di un paese che da quarant’anni preserva i privilegi di una oligarchia passata indenne dal cambio di regime.
Fonte
20/03/2018
Spagna: legge antiterrorismo per stroncare satira e creatività
Un rapporto diffuso oggi da Amnesty International ha denunciato l’aumento esponenziale del numero delle persone che contravvengono alla severa normativa in vigore in Spagna, che vieta l’apologia del terrorismo e la denigrazione delle vittime del terrorismo nel contesto di un continuo attacco alla libertà d’espressione.
Il rapporto, intitolato “Twitta... se hai coraggio: come la legge antiterrorismo limita la libertà d’espressione in Spagna”, denuncia che decine di utenti dei social media, musicisti, giornalisti e persino burattinai sono stati processati per motivi legati alla sicurezza nazionale. Tutto questo ha avuto un effetto paralizzante e ha creato un ambiente in cui si ha sempre più paura di esprimere idee alternative o fare satira controversa.
“Mandare in carcere chi fa musica rap per i testi delle canzoni e mettere fuorilegge la satira politica dimostra quanto in Spagna sia diventato ristretto il perimetro di ciò che è considerato accettabile sui social media”, ha dichiarato Esteban Beltrán, direttore di Amnesty International Spagna.
“Non si dovrebbe finire sotto processo semplicemente per aver detto, twittato o cantato qualcosa che potrebbe essere sgradevole o scioccante. La legge spagnola, di estesa applicazione e formulata in modo vago, sta portando al silenzio la libertà di parola e stroncando l’espressione artistica”, ha proseguito Beltrán.
In base all’articolo 578 del codice penale spagnolo, chi abbia fatto apologia del terrorismo o denigrato le vittime del terrorismo o i loro parenti – in questa vaga formulazione – rischia una multa, il licenziamento dal settore pubblico e persino il carcere. Il numero delle persone incriminate sulla base di questo articolo è cresciuto da 3 nel 2011 a 39 nel 2017. Negli ultimi due anni le condanne sono state quasi 70.
Dal 2014, quattro operazioni coordinate di polizia – chiamate “Operazioni Spider” – hanno portato all’arresto di decine di persone che avevano postato messaggi sui social media, in particolare su Twitter e Facebook. L’avvocato Arkaitz Terrón ha denunciato di essere stato “trattato come un terrorista” per nove tweet, uno dei quali spiritoso, sull’assassinio da parte del gruppo armato Eta (Paese basco e libertà) di Luis Carrero Blanco, primo ministro dell’era-Franco, nel 1973. Accusato di apologia del terrorismo, è stato successivamente assolto.
Un altro uomo, J.C.V., è stato condannato a un anno di carcere con sospensione della pena per 13 tweet: “L’obiettivo è di diffondere nella popolazione un clima di autocensura. Con me ci sono riusciti”, ha dichiarato ad Amnesty International.
Nel 2017 Cassandra Vera, una studentessa di 22 anni, è stata condannata a un anno con sospensione della pena per denigrazione delle vittime del terrorismo anche attraverso un tweet ironico sempre sull’assassinio di Carrero Blanco, risalente a 44 anni fa: “L’Eta non solo aveva una politica sulle auto di Stato, ne aveva una anche sul programma spaziale”. L’attentato dell’Eta scagliò 20 metri in aria l’automobile su cui era a bordo il primo ministro. A seguito della condanna ha perso la borsa di studio universitaria e le è stato vietato di essere assunta nel settore pubblico per sette anni.
Tra coloro che hanno preso le difese di Cassandra c’è anche la nipote di Carrero Blanco, che ha dichiarato di “aver paura di una società in cui la libertà d’espressione, per quanto sgradevole, potrebbe portare al carcere”. La sua dichiarazione, presentata dalla difesa al processo, non ha avuto alcun effetto, dato che la legge è applicabile a prescindere da cosa pensino le vittime del terrorismo o i loro familiari. Fortunatamente, all’inizio del marzo 2018, la Corte suprema ha annullato la condanna.
Sebbene la minaccia del terrorismo sia assai concreta e per proteggere la sicurezza nazionale possa in alcune circostanze costituire motivo per limitare la libertà d’espressione, la normativa ampia e formulata in modo vago contro l’apologia del terrorismo e la denigrazione delle vittime sta stroncando la libertà artistica.
Nel dicembre 2017 12 rapper del collettivo “La insurgencia” sono stati multati, condannati a due anni e raggiunti dal divieto di lavorare nel settore pubblico a causa di testi considerati apologetici verso i Grapo (Gruppi di resistenza antifascista 1° ottobre). Hanno presentato appello contro la condanna. Si tratta solo di alcuni di molti artisti incriminati sulla base dell’articolo 578.
Persino i giornalisti che vogliono documentare il giro di vite causato dall’articolo 578 finiscono per esserne vittime. Un documentarista è stato incriminato per aver intervistato persone che erano state processate per apologia del terrorismo.
Sebbene dopo gli attentati di Parigi del 2015 e le minacce del terrorismo internazionale l’articolo 578 sia stato ulteriormente ampliato, la grande maggioranza dei procedimenti avviati si riferisce a gruppi armati locali smantellati o inattivi, come l’Eta e il Grapo.
Nel settembre 2018 è prevista l’attuazione in tutta l’Unione europea di una direttiva sulla lotta al terrorismo, che presenta il problematico concetto di apologia come un esempio di espressione che può essere criminalizzata. La lezione che dovrebbe arrivare dal caso spagnolo è che reati vagamente formulati come l’apologia del terrorismo e la denigrazione delle vittime minacciano seriamente il diritto alla libertà d’espressione.
“La Spagna è l’emblema della preoccupante tendenza che vediamo in diversi stati europei, di limitare indebitamente l’espressione col pretesto della sicurezza nazionale e togliere diritti con la scusa di difenderli”, ha dichiarato Eda Seyhan, campaigner di Amnesty International su contrasto al terrorismo e diritti umani. “Rappare non è un reato, fare un tweet spiritoso non è terrorismo e organizzare uno spettacolo di marionette non dovrebbe portarti in carcere. I governi devono difendere i diritti delle vittime del terrorismo senza limitare la libertà d’espressione in loro nome. Chiediamo che la drastica legislazione spagnola sia abrogata e che le accuse mosse contro tutti coloro che hanno semplicemente espresso le loro opinioni siano ritirate”.
Ulteriori informazioni
Il Parlamento spagnolo dovrebbe esaminare nel mese di marzo una proposta di emendamento all’articolo 578. Proposte di legge simili a quella spagnola sono state presentate in Belgio e in Olanda.
Si veda il rapporto “Pericolosamente sproporzionate: lo stato di sicurezza nazionale sempre più imponente in Europa”, pubblicato da Amnesty International nel 2017.
Il 20 ottobre 2011 l’Eta ha proclamato un cessate il fuoco permanente seguito nel 2017 dal disarmo. I Grapo sono inattivi dal 2007.
Il rapporto “Twitta…se hai coraggio: come la legge antiterrorismo limita la libertà d’espressione in Spagna“. (in inglese)
da qui
Fonte
Il rapporto, intitolato “Twitta... se hai coraggio: come la legge antiterrorismo limita la libertà d’espressione in Spagna”, denuncia che decine di utenti dei social media, musicisti, giornalisti e persino burattinai sono stati processati per motivi legati alla sicurezza nazionale. Tutto questo ha avuto un effetto paralizzante e ha creato un ambiente in cui si ha sempre più paura di esprimere idee alternative o fare satira controversa.
“Mandare in carcere chi fa musica rap per i testi delle canzoni e mettere fuorilegge la satira politica dimostra quanto in Spagna sia diventato ristretto il perimetro di ciò che è considerato accettabile sui social media”, ha dichiarato Esteban Beltrán, direttore di Amnesty International Spagna.
“Non si dovrebbe finire sotto processo semplicemente per aver detto, twittato o cantato qualcosa che potrebbe essere sgradevole o scioccante. La legge spagnola, di estesa applicazione e formulata in modo vago, sta portando al silenzio la libertà di parola e stroncando l’espressione artistica”, ha proseguito Beltrán.
In base all’articolo 578 del codice penale spagnolo, chi abbia fatto apologia del terrorismo o denigrato le vittime del terrorismo o i loro parenti – in questa vaga formulazione – rischia una multa, il licenziamento dal settore pubblico e persino il carcere. Il numero delle persone incriminate sulla base di questo articolo è cresciuto da 3 nel 2011 a 39 nel 2017. Negli ultimi due anni le condanne sono state quasi 70.
Dal 2014, quattro operazioni coordinate di polizia – chiamate “Operazioni Spider” – hanno portato all’arresto di decine di persone che avevano postato messaggi sui social media, in particolare su Twitter e Facebook. L’avvocato Arkaitz Terrón ha denunciato di essere stato “trattato come un terrorista” per nove tweet, uno dei quali spiritoso, sull’assassinio da parte del gruppo armato Eta (Paese basco e libertà) di Luis Carrero Blanco, primo ministro dell’era-Franco, nel 1973. Accusato di apologia del terrorismo, è stato successivamente assolto.
Un altro uomo, J.C.V., è stato condannato a un anno di carcere con sospensione della pena per 13 tweet: “L’obiettivo è di diffondere nella popolazione un clima di autocensura. Con me ci sono riusciti”, ha dichiarato ad Amnesty International.
Nel 2017 Cassandra Vera, una studentessa di 22 anni, è stata condannata a un anno con sospensione della pena per denigrazione delle vittime del terrorismo anche attraverso un tweet ironico sempre sull’assassinio di Carrero Blanco, risalente a 44 anni fa: “L’Eta non solo aveva una politica sulle auto di Stato, ne aveva una anche sul programma spaziale”. L’attentato dell’Eta scagliò 20 metri in aria l’automobile su cui era a bordo il primo ministro. A seguito della condanna ha perso la borsa di studio universitaria e le è stato vietato di essere assunta nel settore pubblico per sette anni.
Tra coloro che hanno preso le difese di Cassandra c’è anche la nipote di Carrero Blanco, che ha dichiarato di “aver paura di una società in cui la libertà d’espressione, per quanto sgradevole, potrebbe portare al carcere”. La sua dichiarazione, presentata dalla difesa al processo, non ha avuto alcun effetto, dato che la legge è applicabile a prescindere da cosa pensino le vittime del terrorismo o i loro familiari. Fortunatamente, all’inizio del marzo 2018, la Corte suprema ha annullato la condanna.
Sebbene la minaccia del terrorismo sia assai concreta e per proteggere la sicurezza nazionale possa in alcune circostanze costituire motivo per limitare la libertà d’espressione, la normativa ampia e formulata in modo vago contro l’apologia del terrorismo e la denigrazione delle vittime sta stroncando la libertà artistica.
Nel dicembre 2017 12 rapper del collettivo “La insurgencia” sono stati multati, condannati a due anni e raggiunti dal divieto di lavorare nel settore pubblico a causa di testi considerati apologetici verso i Grapo (Gruppi di resistenza antifascista 1° ottobre). Hanno presentato appello contro la condanna. Si tratta solo di alcuni di molti artisti incriminati sulla base dell’articolo 578.
Persino i giornalisti che vogliono documentare il giro di vite causato dall’articolo 578 finiscono per esserne vittime. Un documentarista è stato incriminato per aver intervistato persone che erano state processate per apologia del terrorismo.
Sebbene dopo gli attentati di Parigi del 2015 e le minacce del terrorismo internazionale l’articolo 578 sia stato ulteriormente ampliato, la grande maggioranza dei procedimenti avviati si riferisce a gruppi armati locali smantellati o inattivi, come l’Eta e il Grapo.
Nel settembre 2018 è prevista l’attuazione in tutta l’Unione europea di una direttiva sulla lotta al terrorismo, che presenta il problematico concetto di apologia come un esempio di espressione che può essere criminalizzata. La lezione che dovrebbe arrivare dal caso spagnolo è che reati vagamente formulati come l’apologia del terrorismo e la denigrazione delle vittime minacciano seriamente il diritto alla libertà d’espressione.
“La Spagna è l’emblema della preoccupante tendenza che vediamo in diversi stati europei, di limitare indebitamente l’espressione col pretesto della sicurezza nazionale e togliere diritti con la scusa di difenderli”, ha dichiarato Eda Seyhan, campaigner di Amnesty International su contrasto al terrorismo e diritti umani. “Rappare non è un reato, fare un tweet spiritoso non è terrorismo e organizzare uno spettacolo di marionette non dovrebbe portarti in carcere. I governi devono difendere i diritti delle vittime del terrorismo senza limitare la libertà d’espressione in loro nome. Chiediamo che la drastica legislazione spagnola sia abrogata e che le accuse mosse contro tutti coloro che hanno semplicemente espresso le loro opinioni siano ritirate”.
Ulteriori informazioni
Il Parlamento spagnolo dovrebbe esaminare nel mese di marzo una proposta di emendamento all’articolo 578. Proposte di legge simili a quella spagnola sono state presentate in Belgio e in Olanda.
Si veda il rapporto “Pericolosamente sproporzionate: lo stato di sicurezza nazionale sempre più imponente in Europa”, pubblicato da Amnesty International nel 2017.
Il 20 ottobre 2011 l’Eta ha proclamato un cessate il fuoco permanente seguito nel 2017 dal disarmo. I Grapo sono inattivi dal 2007.
Il rapporto “Twitta…se hai coraggio: come la legge antiterrorismo limita la libertà d’espressione in Spagna“. (in inglese)
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22/11/2017
Una Repubblica che abbraccia il franchista
I tempi cambiano, che ci vuoi fare... La prima pagina della nuova Repubblica apre con Mariano Rajoy. E non per una notizia che bisogna dare a tutti i costi, ma per un’intervista (“un’iniziativa”, in gergo redazionale) realizzata dallo stesso direttore, Mario Calabresi.
Sembra ieri che Scalfari e altri fondatori di Repubblica si presentavano all’università per “fare la colletta”. Volevano aprire un quotidiano, loro che già facevano sfracelli con L’Espresso, il settimanale più letto negli anni ‘70. Ripetevano i gesti già fatti da quelli de il manifesto, e poi dai fondatori di Lotta Continua e il Quotidiano dei lavoratori.
Certo, erano molto diversi... Parecchio più snob, alcuni. Compagni alla mano, altri (Carlo Rivolta, per esempio). Comunque un legame c’era, nello spirito del tempo. Un legame poi pervertito quando quella fetta di “classe dirigente” smise di guardare criticamente, da fuori, quello che avveniva nelle segrete stanze del potere e ci entrò con tutti e due i piedi.
Non che poi abbia dismesso improvvisamente la critica. Ma la smussò nell’attenzione al dettaglio (questo sì, quello no), nel sostegno ai possibili “cavalli di razza” di un cambiamento tutto endogeno (Mariotto Segni, Craxi, De Mita, Rutelli, e poi Veltroni, D’Alema, Monti, Renzi, Gentiloni e...).
E già dalla lista si vede che quel “legame” con il mondo della “sinistra”, esibito ai tempi della “contestazione”, è diventato con gli anni un cappio al collo – o ai cervelli – di quanti hanno diluito il “progressismo” nell’acqua gelida del neoliberismo trionfante.
Però, dirà qualcuno, “hanno pur sempre mantenuto una forte centralità della tematica dei diritti”. Basta intendersi su quali. Quelli civili, certamente. In fondo sono gratuiti, basta eliminare un po’ di divieti bigotti e fuori tempo. Insomma, devi esser libero di fare sesso con un dromedario, se ti va. Ma non devi rompere i coglioni con la voglia di un salario decente, una sanità pubblica inclusiva, una scuola pubblica che pensi a formare il sapere (critico) delle nuove generazioni, un’edilizia pubblica che liberi le strade da senzatetto magari working poor, una pensione dignitosa a un’età che non coincida con quella della morte.
Questi sono diritti sociali, che hanno un costo. Dunque se ne può e se ne deve fare a meno. Chi ha i soldi se li può permettere, gli altri che si arrangino.
Per chiarire meglio il cambiamento avvenuto la “nuova” Repubblica che ha esordito oggi in edicola apre appunto con una maxi-intervista a un vero campione dei diritti civili: Mariano Rajoy, leader spagnolo (post?) franchista affiliato al Ppe. Uno che se vede un dromedario chiama la Guardia Civil...
La nuova Repubblica è “sinistra” quanto un commissario di polizia. Che poi la diriga un figlio, è un dettaglio forse rivelatore...
Fonte
Sembra ieri che Scalfari e altri fondatori di Repubblica si presentavano all’università per “fare la colletta”. Volevano aprire un quotidiano, loro che già facevano sfracelli con L’Espresso, il settimanale più letto negli anni ‘70. Ripetevano i gesti già fatti da quelli de il manifesto, e poi dai fondatori di Lotta Continua e il Quotidiano dei lavoratori.
Certo, erano molto diversi... Parecchio più snob, alcuni. Compagni alla mano, altri (Carlo Rivolta, per esempio). Comunque un legame c’era, nello spirito del tempo. Un legame poi pervertito quando quella fetta di “classe dirigente” smise di guardare criticamente, da fuori, quello che avveniva nelle segrete stanze del potere e ci entrò con tutti e due i piedi.
Non che poi abbia dismesso improvvisamente la critica. Ma la smussò nell’attenzione al dettaglio (questo sì, quello no), nel sostegno ai possibili “cavalli di razza” di un cambiamento tutto endogeno (Mariotto Segni, Craxi, De Mita, Rutelli, e poi Veltroni, D’Alema, Monti, Renzi, Gentiloni e...).
E già dalla lista si vede che quel “legame” con il mondo della “sinistra”, esibito ai tempi della “contestazione”, è diventato con gli anni un cappio al collo – o ai cervelli – di quanti hanno diluito il “progressismo” nell’acqua gelida del neoliberismo trionfante.
Però, dirà qualcuno, “hanno pur sempre mantenuto una forte centralità della tematica dei diritti”. Basta intendersi su quali. Quelli civili, certamente. In fondo sono gratuiti, basta eliminare un po’ di divieti bigotti e fuori tempo. Insomma, devi esser libero di fare sesso con un dromedario, se ti va. Ma non devi rompere i coglioni con la voglia di un salario decente, una sanità pubblica inclusiva, una scuola pubblica che pensi a formare il sapere (critico) delle nuove generazioni, un’edilizia pubblica che liberi le strade da senzatetto magari working poor, una pensione dignitosa a un’età che non coincida con quella della morte.
Questi sono diritti sociali, che hanno un costo. Dunque se ne può e se ne deve fare a meno. Chi ha i soldi se li può permettere, gli altri che si arrangino.
Per chiarire meglio il cambiamento avvenuto la “nuova” Repubblica che ha esordito oggi in edicola apre appunto con una maxi-intervista a un vero campione dei diritti civili: Mariano Rajoy, leader spagnolo (post?) franchista affiliato al Ppe. Uno che se vede un dromedario chiama la Guardia Civil...
La nuova Repubblica è “sinistra” quanto un commissario di polizia. Che poi la diriga un figlio, è un dettaglio forse rivelatore...
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