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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/06/2018

Madrid, la corruzione affonda Rajoy e riporta a galla i socialisti

Gli scandali per corruzione che hanno coinvolto numerosi pezzi da novanta del Partito Popolare sono costati molto cari al presidente del governo di destra di Madrid, Mariano Rajoy, che oggi ha dovuto dire addio al proprio incarico.

Stamattina, infatti, la maggioranza dei componenti delle Cortes – 180 voti a favore, 169 contrari e un’astensione – hanno detto sì alla mozione di sfiducia presentata dal Partito Socialista Operaio Spagnolo, il cui leader Pedro Sánchez è diventato il nuovo primo ministro.

L’esito della votazione era abbastanza scontato dopo che il Partito Nazionalista Basco – formazione autonomista che rappresenta storicamente gli interessi della borghesia di Bilbao – aveva deciso di appoggiare la mociòn de censura, avendo ottenuto dai socialisti l’impegno ad approvare la stessa legge di bilancio varata dal PP dopo mesi di stallo, contenente un piccolo aumento delle pensioni e un relativamente consistente stanziamento per la Comunità Autonoma Basca a favore dei quali i dirigenti del PNV si erano battuti.

Alla fine per disarcionare Mariano Rajoy ai voti del Psoe e del Pnv si sono uniti quelli delle sinistre di Unidos Podemos e delle cosiddette confluencias – le formazioni regionali alleate di Iglesias – quelli dei deputati catalani di Erc e PDeCat e quelli della sinistra nazionalista basca di Bildu.

In base alla legislazione spagnola, il leader del partito che ha ottenuto un sostegno maggioritario alla propria mozione di sfiducia diventa il capo del nuovo governo. Nei prossimi giorni Pedro Sánchez annuncerà la lista dei ministri di un esecutivo che, secondo le sue intenzioni, dovrebbe durare qualche mese per traghettare il paese verso nuove elezioni. Elezioni che potrebbero sì sancire forse un recupero elettorale del Psoe – che negli scorsi anni, nonostante la crisi del PP, è stato fortemente ridimensionato – ma soprattutto uno storico sorpasso della nuova destra di Ciudadanos nei confronti della vecchia casa madre popolare. Nelle ultime settimane tutti i sondaggi danno il partito di Albert Rivera – formazione a torto definita moderata e liberale da commentatori alquanto distratti – in forte crescita, e la condanna nel processo Gürtel di alcuni dei dirigenti popolari potrebbe ulteriormente favorire un partito che negli ultimi anni, pur sostenendo il governo Rajoy, ha accentuato il suo messaggio nazionalista e sciovinista anche in seguito della crisi catalana dei mesi scorsi.

Il segretario socialista dovrà sciogliere il nodo del carattere del suo governo; governerà da solo con un monocolore e sulla base di un programma già stabilito – in quel caso le ex opposizioni di sinistra dovranno votare una cambiale in bianco semplicemente per tenere il PP e Ciudadanos lontani dal potere – oppure acconsentirà a negoziare un accordo di governo almeno con la formazione di Pablo Iglesias?

I deputati di Ciudadanos, che hanno sostenuto l’esecutivo Rajoy fino alla sentenza del caso Gürtel, hanno votato contro la mozione di sfiducia pur affermando la volontà di porre fine all’esperienza di governo coi popolari, terremotata dalla corruzione che la formazione di Rivera afferma di contrastare. Ciudadanos chiedeva però a Rajoy dimissioni immediate, in maniera da evitare la sfiducia e convocare elezioni anticipate che portassero alla prevista vittoria del catalano unionista Albert Rivera.

Una vittoria che, soprattutto se Sánchez governerà sulla base di un programma comune concordato con Podemos e i nazionalisti baschi e catalani – il Psoe viene già accusato dagli ultranazionalisti spagnoli di “tradimento della patria” e di inciucio con i “radicali” e i “secessionisti” – potrebbe essere ancora più massiccio al termine della parentesi socialista.

Ciudadanos potrebbe infatti condurre nei prossimi mesi una aggressiva campagna popolare sia contro “i corrotti del PP” sia contro i “traditori’ del Psoe”, candidandosi a fare il pieno dei voti in fuga dalle due formazioni storiche all’interno di un avvitamento autoritario e nazionalista dell’opinione pubblica iberica.

Un clima che si conferma con la pesante condanna inflitta oggi contro otto tra ragazzi e ragazze basche arrestati nell’ottobre del 2016 perché accusati di aver partecipato ad una rissa con due agenti fuori servizio della Guardia Civil in un bar della località navarra di Altsasu. La rissa è stata trasformata dall’Audiencia Nacional in una aggressione premeditata contro i due militari maturata all’interno degli ambienti più radicali della sinistra indipendentista basca. I giovani imputati sono stati condannati a pene detentive tra i 2 e i 13 anni di carcere – per sette i giudici hanno dettato sentenze superiori ai nove anni di reclusione – per i reati di “attentato all’autorità”, “lesioni”, “disordini pubblici” e “minacce”. L’accusa chiedeva pene ancora più pesanti ma la corte ha alla fine respinto le accuse di terrorismo che pendevano sul gruppo di giovani di Altsasu sui quali è piombata comunque una sentenza di natura tutta politica.

Il portavoce del Partito Popolare, Rafael Hernando, ha accusato oggi in aula il leader socialista di essere arrivato a guidare il governo grazie “agli amici di Maduro, a quelli che vogliono rompere la Spagna e agli amici dell’ETA”; al contrario i deputati di Unidos Podemos hanno accolto i risultati della votazione di stamattina al grido di “Si se puede” – Sì, si può – tradizionale slogan della formazione.

Ma chi spera che l’avvento dei socialisti al governo a Madrid porti ad una rottura con le politiche di Rajoy farebbe bene a moderare le proprie aspettative. I socialisti – che si accordino o meno con Podemos poco cambierà – hanno annunciato che governeranno per pochi mesi allo scopo di riportare il paese in carreggiata, nel solco della continuità e dei dettami dell’Unione Europea, garantendo la “stabilità di bilancio ed economia”, rispettando la tabella di marcia imposta da Bruxelles e il rispetto integrale della Costituzione.

D’altronde il Psoe è un partito di centrosinistra di tradizione liberista e thatcheriana fin dagli anni ’80 e pilastro, insieme al PP, del cosiddetto ‘regime del 78’ nato dall’autoriforma del regime franchista.

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25/05/2018

I giudici: “il PP è corrotto”. Governo Rajoy al capolinea?

Dall’autunno scorso il Partito Nazionalista Basco condizionava il suo sostegno alla Legge di Bilancio del governo PP-Ciudadanos – che da soli non avevano i voti sufficienti per approvarla – alla fine del commissariamento da parte di Madrid delle istituzioni catalane, sottoposte all’articolo 155 della Costituzione dopo la celebrazione del referendum dell’1 ottobre e la simbolica proclamazione della Repubblica Catalana. Ma mercoledì scorso, nonostante l’esecutivo spagnolo abbia deciso di bloccare il varo del nuovo governo catalano e di mantenere il 155, il partito della borghesia autonomista di Bilbao ha improvvisamente dato luce verde a Rajoy, in cambio di un lieve aumento delle pensioni e di alcuni consistenti investimenti nel Paese Basco, che il PNV potrà rivendicare nella prossima campagna elettorale.

Sembrava che il premier Mariano Rajoy potesse tornare a respirare. D’altronde il Partito Popolare, erede di quella Alianza Popular fondata nella seconda metà degli anni ’70 dalle ali più intransigenti del partito franchista e divenuto dopo neanche venti anni partito di governo, è sopravvissuto quasi indenne a momenti assai più complicati. Come quando, nel 2015, una grossa fetta del suo elettorato decise di abbandonare Rajoy dopo anni di sacrifici a senso unico inflitti alla popolazione sotto dettatura della Troika e numerosi casi di corruzione. In molti avevano predestinato il prossimo tracollo del PP e la fine del “regime del '78” prodotto dall’autoriforma del franchismo e dall’accordo con il grosso dell’ex opposizione antifascista. Ma le elezioni del 2016 – convocate vista l’impossibilità di formare un nuovo esecutivo – videro una nuova ascesa dei popolari e la riconferma di Rajoy alla guida di un esecutivo che contò sul sostegno della nuova destra di Ciudadanos e sulla tolleranza dei socialisti.

Ma in molti si chiedono se gli eventi di queste ore saranno in grado di affondare definitivamente la destra postfranchista spagnola.

Poche ore prima che Rajoy ricevesse l’ok dei regionalisti baschi, finiva in manette per corruzione l’ex ministro e dirigente del PP Eduardo Zaplana, ex portavoce del primo ministro tra il 2004 e il 2008. In un vero e proprio crescendo, la Audiencia Nacional ha emesso ieri una sentenza durissima sul “caso Gürtel” scatenando un vero e proprio terremoto.

Il Tribunale ha condannato a un totale di 351 anni di reclusione 29 dei 37 accusati di aver organizzato una trama criminale tra il 1999 e il 2005, finalizzata a finanziare illegalmente il Partito Popolare e alcuni suoi dirigenti approfittando della gestione da parte della destra delle comunità autonome di Valencia e Madrid. La Corte ha condannato a 51 anni di carcere il capofila della ‘banda’, l’imprenditore Francisco Correa, e a 33 anni l’ex tesoriere del PP Luis Barcenas. La moglie di quest’ultimo è stata condannata a 15 anni di reclusione, mentre il vice di Correa a 37. Al sindaco del comune di Majadahonda sono stati inflitti 38 anni.

Quel che è più grave – per Rajoy e i suoi, ovviamente – è che la sentenza considera il PP in quanto formazione politica come responsabile dell’appropriazione indebita di almeno 245 mila euro, e certifica l’esistenza di una contabilità parallela del partito di destra, la cosiddetta ‘Caja B’. All’interno dei registri sequestrati a Barcenas compare anche il nome dell’attuale premier come ‘utilizzatore finale’ delle donazioni illegali intercettate grazie alla rete di corruzione gestita dall’allora tesoriere. I contributi non dichiarati provenivano per lo più da imprenditori che in cambio ricevevano favori e facilitazioni da parte dei governi locali gestiti dal PP. La sentenza afferma che l’impresa di Francisco Correa e il PP hanno creato “un autentico ed efficace sistema di corruzione istituzionale attraverso meccanismi di manipolazione della contrattazione pubblica centrale, autonomica e locale” contando sulla complicità non solo dei governi locali e regionali ma anche sulla collaborazione di alcuni esponenti di punta del governo statale che in cambio dei favori concessi alle imprese nell’aggiudicazione degli appalti pubblici ricevevano una “commissione” del 3 o 4%.

Di scandali di corruzione che hanno investito esponenti del PP fin dalla sua nascita il curriculum della formazione – definita dai rapporti europei, sulla base del numero di inchieste e condanne, il “partito più corrotto” del continente – è pieno zeppo.

Ma le conseguenze politiche del “caso Gürtel”, tutte da verificare vista l’assuefazione dell’elettorato di destra spagnolo alla corruzione, potrebbero essere maggiori rispetto al passato. Perché la sentenza colpevolizza in PP in quanto tale, e non alcuni suoi esponenti o dirigenti come era avvenuto in passato.

Nel tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica, ieri il governo ha scatenato una maxi operazione di polizia in Catalogna finalizzata a trovare le prove del presunto utilizzo da parte delle autorità di Barcellona di fondi pubblici per la cooperazione, destinati invece all’organizzazione del referendum sull’autodeterminazione. L’ingente mobilitazione di forze dell’ordine, l’alto numero di fermi e perquisizioni ha però portato ad un nulla di fatto.

Rajoy in una intervista si è difeso affermando che “il PP è molto più di dieci o quindici casi isolati di corruzione” (!). Ma stavolta la tegola che gli è piovuta addosso è davvero pesante. L’ex leader della formazione, José Maria Aznar, ha chiesto le dimissioni del segretario del partito nel tentativo di tornare in sella e di evitare che la formazione politica venga travolta. I sondaggi degli ultimi mesi segnalavano già un calo significativo dei consensi per il PP, che ora potrebbe diventare assai più consistente, ad un anno esatto dalle elezioni europee, da quelle comunali e di alcuni appuntamenti regionali.

Secondo i sondaggi – per quello che valgono – ad approfittare dell’ennesima crisi del PP sarebbe soprattutto Ciudadanos, il partito di destra nato in Catalogna nel 2005 per controbilanciare il vento indipendentista è da qualche tempo diventato una forza politica di consistente peso politico statale, capace di attirare i consensi in fuga dal PP e anche dal Psoe. Dall’inizio della crisi catalana i suoi leader Albert Rivera ed Ines Arrimadas hanno impresso un notevole giro a destra del messaggio della formazione, che si caratterizza ancora più del PP per la sua ideologia nazionalista e reazionaria e i suoi crescenti legami con l’estrema destra neofascista. Finora Ciudadanos è servito come “caja B” del PP, fornendo agli elettori scontenti un comodo approdo in grado di tenere a galla l’esecutivo e di rafforzare il ‘regime del 78’, passato da bipartito a tripartito. Ma la sentenza sul “caso Gürtel” potrebbe sancire lo storico sorpasso da parte della nuova destra.

Si capirà nelle prossime ore se Rivera, reduce da una kermesse ultranazionalista finalizzata ad un allargamento del partito ad altre aree politiche reazionarie, approfitterà del colpo inferito dalla magistratura al suo alleato Rajoy per buttare giù l’esecutivo e andare rapidamente ad elezioni anticipate che potrebbero decretarne la vittoria. Nel frattempo i socialisti hanno presentato una mozione di sfiducia che, col sostegno dei partiti di opposizione Unidos Podemos, Erc, PDeCAT, Compromis, Bildu e Nueva Canaria, potrebbe arrivare ad un passo dalla spallata.

Se a votare la sfiducia fossero anche i deputati del Partito Nazionalista Basco – o qualche ‘franco tiratore’ di Ciudadanos, il governo Rajoy potrebbe avere i giorni contati. Ma non necessariamente Madrid ne uscirebbe a sinistra.

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06/04/2018

La Germania libera Puigdemont. Il momento nero del franchista Rajoy

Una martellata diplomatica sul ghigno di Mariano Rajoy e del giovane, ma comunque pessimo, re Felipe di Spagna.

La decisione del tribunale dello Schledwig Holstein è stata curata col doppio bilancino della legislazione tedesca e della cautela diplomatica, ma il risultato finale – Carles Puigdemont è stato rimesso in libertà su cauzione, 75.000 euro – è in ogni caso una sconfessione sostanziale per il regime spagnolo, mai uscito davvero dalla cornice legale del fascismo di Francisco Franco.

Il tribunale tedesco non ha riconosciuto il reato più grave previsto dalla richiesta di estradizione: ribellione. Un disconoscimento tutto sul filo della legge tedesca, che non lo prevede. Quello più somigliante sarebbe stato l’alto tradimento, ma nonostante l’autoritarismo crescente nell’architettura dell’Unione Europea, è impossibile – per ora – considerare tale l’indizione di un referendum popolare.

Tanto più che entrambi i sistemi penali prevedono che quei reati gravissimi – ribellione e alto tradimento – siano stati compiuti con “uso della violenza”. E ci sono migliaia di ore di filmati, su quel 1 ottobre, a testimoniare che l’unica violenza è stata messa in campo dalle forze di polizia inviate dal governo centrale di Madrid.

Per compensare questa martellata, il tribunale germanico ha considerato “ammissibile” la richiesta per quanto riguarda il reato minore, ossia la presunta “malversazione di fondi pubblici” relativa alle spese per tenere il referendum di indipendenza del 1 ottobre.

“Ammissibile” non significa però “provato”. Per questo il tribunale dovrà entrare nel merito dell’accusa sollevata dagli spagnoli, ma anche se dovesse riconoscerla non è detto che verrebbe concessa l’estradizione, perché è fin troppo evidente che lo Stato spagnolo si scatenerebbe “legalmente” contro l’ormai ex presidente della Generalitat di Catalogna, inventandosi altri reati più gravi.

Ancora più secca era stata la risposta del Belgio, che ha lasciato in libertà senza cauzione fino alla conclusione della procedura i 3 ex-ministri catalani Meritxell Serret, Toni Comin e Lluis Puig, di cui la Spagna chiede l’estradizione. Ma certo il Belgio ha un peso politico decisamente minore rispetto alla Germania, dunque fa meno male.

Immediatamente, sia Puigdemont che tutti gli indipendentisti catalani hanno ripreso a chiedere la liberazione dei 9 leader ancora in carcere a Madrid.

Ora bisognerà vedere come reagirà un governo squallido come quello Rajoy. Ma qualsiasi cosa faccia – protestare con la Ue, indurire la repressione interna, arrendersi – commetterà un errore che pagherà in seguito a caro prezzo.

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27/03/2018

La Catalogna grida: ‘quest’Europa è una vergogna’


“Quest’Europa è una vergogna” gridano in questi giorni le strade e le piazze catalane. A Barcellona decine di migliaia di persone hanno manifestato marciando dagli uffici della Commissione Europea al Consolato Tedesco per denunciare l’ennesimo atto di complicità dell’establishment continentale nei confronti della repressione spagnola dopo che domenica mattina la polizia tedesca, su segnalazione dei servizi segreti di Madrid, ha arrestato l’ex presidente catalano in esilio, Carles Puigdemont, mentre a bordo di un’automobile attraversava la frontiera tra la Danimarca e la Repubblica Federale Tedesca, diretto in Belgio.

Puigdemont era arrivato in Finlandia venerdì per realizzare incontri politici e conferenze sulla vicenda catalana, come aveva già fatto nelle settimane precedenti prima in Danimarca e poi in Svizzera, dove si sono nel frattempo rifugiate l’ex portavoce della CUP Anna Gabriel e la segretaria generale di ERC, Marta Rovira, sulle quali grava un ordine d’arresto emesso della magistratura spagnola.

Ma sabato Puigdemont aveva dovuto lasciare il paese dopo che Madrid ha chiesto l’arresto e l’estradizione del dirigente catalano riattivando l’ordine di cattura europeo spiccato mesi fa e poi sospeso per timore che la giustizia belga lo respingesse vista la sproporzione delle accuse contestate al dirigente politico.

Il governo finlandese non si era dimostrato particolarmente sollecito nei confronti delle richieste del governo Rajoy e finora neanche la magistratura belga ha inteso arrestare né Puigdemont né gli altri ex ministri rifugiatisi a Bruxelles.

Al contrario le autorità tedesche non solo hanno bloccato l’ex presidente catalano in esilio, ma il magistrato incaricato del suo caso ha addirittura deciso di confermare la carcerazione preventiva in attesa che Berlino si pronunci sull’estradizione. D’altronde l’esecutivo Merkel era stato all’interno dell’Unione Europea, insieme a quelli di Parigi e Roma, tra i più strenui sostenitori di Madrid quando Rajoy aveva mandato diecimila poliziotti a picchiare milioni di elettori che il 1 ottobre scorso intendevano pronunciarsi sull’autodeterminazione. In nome della “legalità” l’UE continua a sostenere uno stato reazionario e corrotto, retto da una monarchia e da un sistema politico-legale ereditato dal franchismo.

«La Spagna è uno Stato costituzionale democratico. Negli ultimi mesi abbiamo sostenuto con chiarezza la posizione del suo governo per garantire l’ordine giuridico», ha ribadito ieri Angela Merkel, dopo che giovedì scorso il Consiglio europeo ha affidato la vicepresidenza della Banca Centrale Europea all’ex ministro delle Finanze spagnolo, Luis de Guindos.

Ma la Spagna è uno stato in cui nelle ultime settimane i tre partiti del ‘regime del 78’ hanno votato in parlamento la riconferma dell’impunità per i crimini commessi dai franchisti e del reato di ingiuria alla Corona, che ha già portato all’arresto e alla condanna di centinaia di artisti, giornalisti, internauti e attivisti politici.

La memoria non può non correre a quando, nel 1940, i fascisti spagnoli fucilarono Lluis Companys, il presidente della Generalitat catalana in esilio, arrestato in Francia con la collaborazione della Gestapo tedesca e della polizia del regime di Vichy, e consegnato ai suoi carnefici.

La vicenda catalana evidenzia una volta di più l’incompatibilità tra la democrazia e l’Unione Europea, tra il primato dei diritti e delle libertà e la gabbia dei diktat dell’oligarchia continentale.

Se i catalani pensavano di essere cittadini europei si stanno accorgendo di non essere altro, per l’establishment europeo, che sudditi della Corona di Spagna.

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20/03/2018

Spagna: legge antiterrorismo per stroncare satira e creatività

Un rapporto diffuso oggi da Amnesty International ha denunciato l’aumento esponenziale del numero delle persone che contravvengono alla severa normativa in vigore in Spagna, che vieta l’apologia del terrorismo e la denigrazione delle vittime del terrorismo nel contesto di un continuo attacco alla libertà d’espressione.

Il rapporto, intitolato “Twitta... se hai coraggio: come la legge antiterrorismo limita la libertà d’espressione in Spagna”, denuncia che decine di utenti dei social media, musicisti, giornalisti e persino burattinai sono stati processati per motivi legati alla sicurezza nazionale. Tutto questo ha avuto un effetto paralizzante e ha creato un ambiente in cui si ha sempre più paura di esprimere idee alternative o fare satira controversa.

“Mandare in carcere chi fa musica rap per i testi delle canzoni e mettere fuorilegge la satira politica dimostra quanto in Spagna sia diventato ristretto il perimetro di ciò che è considerato accettabile sui social media”, ha dichiarato Esteban Beltrán, direttore di Amnesty International Spagna.

“Non si dovrebbe finire sotto processo semplicemente per aver detto, twittato o cantato qualcosa che potrebbe essere sgradevole o scioccante. La legge spagnola, di estesa applicazione e formulata in modo vago, sta portando al silenzio la libertà di parola e stroncando l’espressione artistica”, ha proseguito Beltrán.

In base all’articolo 578 del codice penale spagnolo, chi abbia fatto apologia del terrorismo o denigrato le vittime del terrorismo o i loro parenti – in questa vaga formulazione – rischia una multa, il licenziamento dal settore pubblico e persino il carcere. Il numero delle persone incriminate sulla base di questo articolo è cresciuto da 3 nel 2011 a 39 nel 2017. Negli ultimi due anni le condanne sono state quasi 70.

Dal 2014, quattro operazioni coordinate di polizia – chiamate “Operazioni Spider” – hanno portato all’arresto di decine di persone che avevano postato messaggi sui social media, in particolare su Twitter e Facebook. L’avvocato Arkaitz Terrón ha denunciato di essere stato “trattato come un terrorista” per nove tweet, uno dei quali spiritoso, sull’assassinio da parte del gruppo armato Eta (Paese basco e libertà) di Luis Carrero Blanco, primo ministro dell’era-Franco, nel 1973. Accusato di apologia del terrorismo, è stato successivamente assolto.

Un altro uomo, J.C.V., è stato condannato a un anno di carcere con sospensione della pena per 13 tweet: “L’obiettivo è di diffondere nella popolazione un clima di autocensura. Con me ci sono riusciti”, ha dichiarato ad Amnesty International.

Nel 2017 Cassandra Vera, una studentessa di 22 anni, è stata condannata a un anno con sospensione della pena per denigrazione delle vittime del terrorismo anche attraverso un tweet ironico sempre sull’assassinio di Carrero Blanco, risalente a 44 anni fa: “L’Eta non solo aveva una politica sulle auto di Stato, ne aveva una anche sul programma spaziale”. L’attentato dell’Eta scagliò 20 metri in aria l’automobile su cui era a bordo il primo ministro. A seguito della condanna ha perso la borsa di studio universitaria e le è stato vietato di essere assunta nel settore pubblico per sette anni.

Tra coloro che hanno preso le difese di Cassandra c’è anche la nipote di Carrero Blanco, che ha dichiarato di “aver paura di una società in cui la libertà d’espressione, per quanto sgradevole, potrebbe portare al carcere”. La sua dichiarazione, presentata dalla difesa al processo, non ha avuto alcun effetto, dato che la legge è applicabile a prescindere da cosa pensino le vittime del terrorismo o i loro familiari. Fortunatamente, all’inizio del marzo 2018, la Corte suprema ha annullato la condanna.

Sebbene la minaccia del terrorismo sia assai concreta e per proteggere la sicurezza nazionale possa in alcune circostanze costituire motivo per limitare la libertà d’espressione, la normativa ampia e formulata in modo vago contro l’apologia del terrorismo e la denigrazione delle vittime sta stroncando la libertà artistica.

Nel dicembre 2017 12 rapper del collettivo “La insurgencia” sono stati multati, condannati a due anni e raggiunti dal divieto di lavorare nel settore pubblico a causa di testi considerati apologetici verso i Grapo (Gruppi di resistenza antifascista 1° ottobre). Hanno presentato appello contro la condanna. Si tratta solo di alcuni di molti artisti incriminati sulla base dell’articolo 578.

Persino i giornalisti che vogliono documentare il giro di vite causato dall’articolo 578 finiscono per esserne vittime. Un documentarista è stato incriminato per aver intervistato persone che erano state processate per apologia del terrorismo.

Sebbene dopo gli attentati di Parigi del 2015 e le minacce del terrorismo internazionale l’articolo 578 sia stato ulteriormente ampliato, la grande maggioranza dei procedimenti avviati si riferisce a gruppi armati locali smantellati o inattivi, come l’Eta e il Grapo.

Nel settembre 2018 è prevista l’attuazione in tutta l’Unione europea di una direttiva sulla lotta al terrorismo, che presenta il problematico concetto di apologia come un esempio di espressione che può essere criminalizzata. La lezione che dovrebbe arrivare dal caso spagnolo è che reati vagamente formulati come l’apologia del terrorismo e la denigrazione delle vittime minacciano seriamente il diritto alla libertà d’espressione.

“La Spagna è l’emblema della preoccupante tendenza che vediamo in diversi stati europei, di limitare indebitamente l’espressione col pretesto della sicurezza nazionale e togliere diritti con la scusa di difenderli”, ha dichiarato Eda Seyhan, campaigner di Amnesty International su contrasto al terrorismo e diritti umani. “Rappare non è un reato, fare un tweet spiritoso non è terrorismo e organizzare uno spettacolo di marionette non dovrebbe portarti in carcere. I governi devono difendere i diritti delle vittime del terrorismo senza limitare la libertà d’espressione in loro nome. Chiediamo che la drastica legislazione spagnola sia abrogata e che le accuse mosse contro tutti coloro che hanno semplicemente espresso le loro opinioni siano ritirate”.

Ulteriori informazioni

Il Parlamento spagnolo dovrebbe esaminare nel mese di marzo una proposta di emendamento all’articolo 578. Proposte di legge simili a quella spagnola sono state presentate in Belgio e in Olanda.

Si veda il rapporto “Pericolosamente sproporzionate: lo stato di sicurezza nazionale sempre più imponente in Europa”, pubblicato da Amnesty International nel 2017.

Il 20 ottobre 2011 l’Eta ha proclamato un cessate il fuoco permanente seguito nel 2017 dal disarmo. I Grapo sono inattivi dal 2007.

Il rapporto “Twitta…se hai coraggio: come la legge antiterrorismo limita la libertà d’espressione in Spagna“. (in inglese)

da qui

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19/03/2018

Spagna: in centinaia di migliaia in strada contro la riforma delle pensioni


Nelle giornate di sabato e domenica centinaia di migliaia (milioni?) di persone sono scese in oltre cento città dello stato spagnolo per reclamare pensioni dignitose e rigettando la riforma del PP che suona come un altro schiaffo in faccia alla popolazione.

Una riforma che peraltro è stata approvata dalla maggioranza del Parlamento madrileno, e che vede un risibile aumento dello 0,25% rispetto al monte precedente, a fronte di un rincaro della vita di gran lunga superiore. Una situazione che rende insostenibile affrontare un periodo post-lavorativo minimamente dignitoso per chi raggiunge l’ambito traguardo dell’età pensionabile.

Le Comunità autonome più attive e che hanno risposto alla convocatoria generale sono quelle dei Paesi Baschi e della Catalogna. Un’altra giornata storica per Bilbao, che ha visto oltre centotrentamila persone in piazza (dati della polizia locale), così come decine di migliaia a Vitoria-Gasteiz, Donostia-San Sebastiàn, Pamplona-Iruña.

Centomila e passa i manifestanti scesi ieri in strada a Barcellona, con lo striscione di apertura recante la scritta “No al Patto di Toledo”. Diverse decine di migliaia anche a Madrid, dove la protesta dei pensionati si è intersecata con quella dei settori di lavoratori precari, studenti, movimenti sociali e femministi che hanno ribadito la loro contrarietà alla Ley Mordaza, durissima legge-bavaglio imposta da Rajoy & Co ormai da tre anni per tentare di stroncare il dissenso contro le politiche classiste del Governo.

Una trasversalità generazionale e di movimento che non è mancata nei tantissimi altri concentramenti in tutto il Paese, dopo l’ imponente giornata di mobilitazione dell’ 8 Marzo globale “Ni Una Menos”. Un ritorno alle piazze che segna una discontinuità importante rispetto al riflusso del movimento post-15M,un risveglio prepotente e di massa con la primavera alle porte marcata anche dall’ inesorabilità del conflitto catalano.

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24/11/2017

Tra Rajoy e Macron, il mostro M5S di Di Maio

“Egr. Sig. Presidente Macron, [...] il Movimento 5 Stelle crede profondamente, proprio come Lei, in una rifondazione dell’Europa”.

Eccola qui, 23 novembre 2017, la pietra tombale definitiva per tutti coloro che hanno creduto di vedere nel Movimento 5 Stelle un’organizzazione in grado di portare cambiamento e offrire un argine efficace alla distruzione di diritti e Welfare perpetrati dalle organizzazioni sovranazionali, in particolare l'Unione Europea.

Questa lettera del Candidato Premier Luigi Di Maio a Macron, pubblicata oggi sul blog di Grillo – e la prima domanda che affligge il lettore è: ma se la scrive in italiano come pensa che l’ex banchiere di Rothschild e advisor Nestlè potrà mai rispondergli? – è proprio la pietra tombale.

Dopo aver definito, a tutti i poteri italiani riuniti al Forum Ambrosetti, un “modello” Rajoy– e stiamo parlando del leader del partito più corrotto al mondo, il (post) franchista che massacra i catalani e colui che fa politiche di schiavitù del lavoro da far impallidire gli estremisti della scuola di Chicago – ora si passa davvero incredibilmente al “modello” Macron. Un altro che in tema di distruzione di diritti e Welfare non scherza. Del resto parliamo, lo ripetiamo, di un ex banchiere Rothschild e advisor Nestlè.

Riformare l’Europa con Rajoy e Macron. Davvero questo è diventato il Movimento 5 Stelle? Davvero non c’è una voce contraria interna che vuole far sentire oggi la sua voce?

Una forse c’è stata, in realtà. Che il Jobs Act non sia affatto un’invenzione di Renzi, ma l’imposizione della Troika (che oggi in Francia ha come Macron il suo volto) lo aveva ben capito l’altro leader del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista. In un’intervista del marzo 2015 a Geraldina Colotti su il manifesto dichiarava:

«Il Jobs Act in Italia, come il Ttip dà mano libera alle imprese a danno dei lavoratori, è il più grande favore che si può fare alla generazione Wall Mart, alla grandissima distribuzione nordamericana. L’Europa del Sud deve costituire un cartello come hanno fatto i paesi dell’Alba in America latina».

«Non più sudditi, ma paese sovrano». Ripeteva spesso.

Per farlo i “modelli” non possono essere certo Rajoy e Macron, macellai sociali e simbolo dell’Unione Europea che distrugge diritti in nome della finanza transnazionale e contro i popoli. Se il passo indietro deciso da Di Battista è dipeso da questa trasformazione nella peggior destra europeista intrapresa da Di Maio per lui divenuta inaccettabile; se, in altre parole, la sua volontà annunciata di fare politica fuori le istituzioni è dipesa da questa degenerazione, il tutto diviene molto comprensibile.

Ma c’è tutto un mondo fuori le istituzioni che si sta organizzando per combattere efficacemente euro, Unione Europea e NATO e che guarda proprio all’esperienza dei paesi dell’Alba come un punto di riferimento per il Mediterraneo. Il 2 dicembre si riunirà di nuovo a Roma. Di Battista partecipi all’Assemblea di EuroStop e faccia veramente politica fuori le istituzioni per il popolo e contro i banchieri alla Macron.

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22/11/2017

Una Repubblica che abbraccia il franchista

I tempi cambiano, che ci vuoi fare... La prima pagina della nuova Repubblica apre con Mariano Rajoy. E non per una notizia che bisogna dare a tutti i costi, ma per un’intervista (“un’iniziativa”, in gergo redazionale) realizzata dallo stesso direttore, Mario Calabresi.

Sembra ieri che Scalfari e altri fondatori di Repubblica si presentavano all’università per “fare la colletta”. Volevano aprire un quotidiano, loro che già facevano sfracelli con L’Espresso, il settimanale più letto negli anni ‘70. Ripetevano i gesti già fatti da quelli de il manifesto, e poi dai fondatori di Lotta Continua e il Quotidiano dei lavoratori.

Certo, erano molto diversi... Parecchio più snob, alcuni. Compagni alla mano, altri (Carlo Rivolta, per esempio). Comunque un legame c’era, nello spirito del tempo. Un legame poi pervertito quando quella fetta di “classe dirigente” smise di guardare criticamente, da fuori, quello che avveniva nelle segrete stanze del potere e ci entrò con tutti e due i piedi.

Non che poi abbia dismesso improvvisamente la critica. Ma la smussò nell’attenzione al dettaglio (questo sì, quello no), nel sostegno ai possibili “cavalli di razza” di un cambiamento tutto endogeno (Mariotto Segni, Craxi, De Mita, Rutelli, e poi Veltroni, D’Alema, Monti, Renzi, Gentiloni e...).

E già dalla lista si vede che quel “legame” con il mondo della “sinistra”, esibito ai tempi della “contestazione”, è diventato con gli anni un cappio al collo – o ai cervelli – di quanti hanno diluito il “progressismo” nell’acqua gelida del neoliberismo trionfante.

Però, dirà qualcuno, “hanno pur sempre mantenuto una forte centralità della tematica dei diritti”. Basta intendersi su quali. Quelli civili, certamente. In fondo sono gratuiti, basta eliminare un po’ di divieti bigotti e fuori tempo. Insomma, devi esser libero di fare sesso con un dromedario, se ti va. Ma non devi rompere i coglioni con la voglia di un salario decente, una sanità pubblica inclusiva, una scuola pubblica che pensi a formare il sapere (critico) delle nuove generazioni, un’edilizia pubblica che liberi le strade da senzatetto magari working poor, una pensione dignitosa a un’età che non coincida con quella della morte.

Questi sono diritti sociali, che hanno un costo. Dunque se ne può e se ne deve fare a meno. Chi ha i soldi se li può permettere, gli altri che si arrangino.

Per chiarire meglio il cambiamento avvenuto la “nuova” Repubblica che ha esordito oggi in edicola apre appunto con una maxi-intervista a un vero campione dei diritti civili: Mariano Rajoy, leader spagnolo (post?) franchista affiliato al Ppe. Uno che se vede un dromedario chiama la Guardia Civil...

La nuova Repubblica è “sinistra” quanto un commissario di polizia. Che poi la diriga un figlio, è un dettaglio forse rivelatore...

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19/11/2017

Catalogna, non si fermano gli arresti e la repressione

Il Parlamento di Madrid non indagherà sulle feroci cariche della polizia contro gli elettori e gli attivisti dentro e fuori le scuole catalane lo scorso 1 ottobre, che causarono circa mille feriti e mostrarono di fronte all’opinione pubblica internazionale il vero volto della monarchia spagnola. I rappresentanti al Congresso di ERC e PDeCAT, sostenuti da Unidos Podemos, avevano chiesto la costituzione di una commissione d’inchiesta, ma il voto compatto di popolari, socialisti e dei deputati di Ciudadanos lo ha impedito. Inizialmente i socialisti di Pedro Sanchez avevano criticato l’eccesso nell’uso della forza da parte delle forze dell’ordine durante il referendum indipendentista, ma presto le accuse inizialmente rivolte al Ministro dell’Interno Zoido e alla Vicepresidente Soraya Saénz de Santamaría sono cadute.

Intanto la direzione delle carceri spagnole ha negato al presidente dell’Assemblea Nacional Catalana Jordi Sanchez, in prigione da più di un mese perché accusato di gravi reati per il suo ruolo nella mobilitazione indipendentista, di poter scontare la carcerazione preventiva in una delle carceri catalane. Istituzioni Penitenziarie ha però risposto negativamente alla richiesta di trasferimento avanzata dai legali del dirigente imprigionato per motivi politici nel carcere di Estremera, vicino a Madrid.

Invece la decisione dei giudici di Bruxelles sull’estradizione dell’ex presidente della Generalitat e dei suoi Consellers nello Stato Spagnolo si dovrebbe sapere il 4 dicembre, quando i cinque dovranno comparire di nuovo davanti ai magistrati che devono decidere sulla legittimità dell’ordine di cattura europeo emesso dalla giudice spagnola Carmen Lamela (la stessa che accusa 8 giovani baschi di terrorismo per una rissa in un bar con due poliziotti). Carles Puigdemont si è rifugiato in Belgio assieme ad alcuni ministri per sfuggire all’arresto – è accusato di ‘sedizione’, ‘ribellione’ e ‘malversazione’ – e tentare di internazionalizzare la crisi, finora sempre giudicata dai leader dell’Unione Europea “una questione interna” allo Stato Spagnolo. Comunque se i giudici di Bruxelles dovessero decidere a favore dell’estradizione i tempi della consegna a Madrid verrebbero dilatati dalla presentazione di un ricorso da parte dei legali del leader catalano.

Puigdemont ha duramente accusato Madrid in merito alla notizia, diffusa dal quotidiano El Pais, secondo la quale l’imam di Ripoll Abdelbaki Es Satty, mente degli attacchi terroristici a Barcellona e in altre località catalane che ad agosto costarono la vita a decine di persone, era un confidente dei servizi segreti spagnoli. Il CNI – che ovviamente ha negato – lo avrebbe ‘ingaggiato’ nel 2014, quando l’uomo era in carcere per traffico di droga. Il President ha scritto ieri su Twitter che “La strategia della paura accompagna sempre la violenza. (...) Uno Stato che accettava come confidente della polizia il cervello degli attentati di Barcellona non ha limiti. Ora sappiamo che è capace di tutto”.

Il commento si riferisce anche alle dichiarazioni da parte della segretaria generale di Esquerra Republicana de Catalunya, Marta Rovira, che nei giorni scorsi ha raccontato le dure minacce di uso della violenza rivolte dal governo di Madrid a quello di Barcellona nel caso in cui quest’ultimo avesse dichiarato l’indipendenza. Secondo Rovira l’esecutivo Rajoy avrebbe, attraverso degli emissari, avvertito che avrebbe dato ordine alla polizia di usare pallottole vere e non più di gomma contro i manifestanti e che quindi ci sarebbero stati dei morti. Le minacce, secondo Rovira e lo stesso Puigdemont, avrebbero spinto il Govern a desistere non essendo disponibile a rendersi responsabile di una escalation violenta. Il President de la Generalitat utilizzò molto questo argomento nel tentativo di placare la rivolta dei partiti e delle entità sociali indipendentiste quando, tra il 25 e il 26 ottobre, tentò di convincere la sua maggioranza parlamentare a rinunciare alla dichiarazione di indipendenza e ad accettare lo scioglimento del Parlament di Barcellona e l’indizione di elezioni anticipate come richiesto da Rajoy. Allo stato non è possibile quindi affermare se le minacce di uso della violenza e di un “bagno di sangue” fossero reali – sono comunque state confermate dai dirigenti della CUP – o se invece furono evocate dai leader del governo catalano per giustificare la retromarcia.

Comunque, se ancora le forze di sicurezza spagnole dispiegate in gran numero in Catalogna non hanno – ancora? – usato le armi da fuoco gli arresti si susseguono. Gli agenti della Policia Nacional hanno arrestato quattro persone accusate di ‘minacce’ e ‘ingiurie’ gravi nei confronti delle Forze dell’Ordine. Secondo le accuse, sui social network gli arrestati avrebbero scritto post e pubblicato foto che incitavano all’odio e alla “discriminazione” (!) nei confronti dei membri delle Forze di Sicurezza.

Contemporaneamente gli agenti della Guardia Civil hanno arrestato un professore del liceo di Tremp per ‘incitamento all’odio’ sui social network. Il docente, Manel Riu, è stato rimesso in libertà ma dovrà subire un procedimento penale.

Anche il vicedirettore e il direttore del settimanale satirico “El Jueves”, Joan Ferrùs e Guillermo Martínez-Vela, sono imputati in un processo per “ingiurie nei confronti delle Forze dell’Ordine” per aver accusato i reparti antisommossa intervenuti in Catalogna di essere sotto l’effetto di cocaina. Sotto accusa è finito un articolo della rivista secondo il quale “La continua presenza di reparti antisommossa esaurisce le riserve di cocaina in Catalogna”. Durante la loro deposizione in tribunale, i due giornalisti hanno ricordato che fu il vicesindaco di Barcellona, Jaume Asens, a spiegare che alcuni agenti mostravano i segni dell’assunzione di sostanze stupefacenti ad alcuni cittadini che denunciavano le violente aggressioni subite da parte di membri della Policia Nacional e della Guardia Civil.

Come se non bastasse, accogliendo una denuncia depositata da un sindacato di polizia, un giudice ha rinviato a giudizio l’umorista Eduard Biosca per lo stesso delitto, “ingiurie contro le Forze di Sicurezza dello Stato”. La colpa di Biosca? Aver ironizzato sul comportamento dei poliziotti e dei militari nel corso di una trasmissione di RAC-1, uno dei canali della radio pubblica catalana. Nel programma ‘Versiò’ uno dei conduttori citò un articolo pubblicato su El Pais nel quale si citavano le lamentele dei poliziotti e dei soldati ospitati in una nave da crociera ancorata nel porto di Barcellona (che ha salpato finalmente poche ore fa). Una delle lamentele dei ‘croceristi’ si riferiva alla presenza a bordo dei ratti. “I primi 10.000 topi li hanno portati da Madrid, e belli grossi” aveva ironizzato Biosca.

Sotto la scure della magistratura spagnola è finito anche il proprietario di una palestra di Martorell (Barcellona), accusato di aver vietato l’ingresso nel locale a tre persone in quanto membri della Guardia Civil. Anche in questo caso l’uomo è stato denunciato per ‘incitamento all’odio nei confronti delle Forze di Sicurezza’. Il gestore della palestra ha spiegato che i tre avevano chiesto l’iscrizione alle attività tentando di mentire sulla loro effettiva professione e che, messi alle strette, se ne erano andati.

Ieri intanto è improvvisamente scomparso José Manuel Maza, Procuratore Generale dello Stato e titolare di alcune delle più importanti inchieste a carico dei dirigenti indipendentisti catalani. Maza era stato un fedele esecutore degli input provenienti da Mariano Rajoy e dal governo spagnolo dopo i problemi creati dall’eccessiva indipendenza dimostrata dal procuratore generale dello Stato, Consuelo Madrigal, anch’essa esponente delle correnti di destra ma costretta ad abbandonare il suo incarico dopo i ripetuti conflitti con l’allora ministro degli Interni.

Il mandato di Maza è stato costellato da una sfilza di polemiche per il suo servilismo nei confronti dell’esecutivo e delle correnti politiche più reazionarie, accuse provenienti in primo luogo dai magistrati espressione delle correnti progressiste. Ora il governo dovrà trovare, in fretta, un sostituto altrettanto disponibile a farsi interprete della strategia di Madrid contro l’indipendentismo catalano. Nel corso del suo mandato, interrotto ieri da un’infezione intestinale che lo ha colpito in Argentina mentre partecipava ad un convegno, Maza aveva nominato come capo dell’Anticorruzione Manuel Moix, poi dimessosi perché implicato in vari scandali e accusato di aver ostacolato le inchieste per corruzione contro importanti dirigenti del PP. Ma è contro il movimento indipendentista catalano che Maza ha dato il ‘meglio di sé’, scegliendo di accusare i dirigenti indipendentisti di reati gravissimi come ‘sedizione’ e ‘ribellione’ e di chiedere la carcerazione senza condizionale per tutti i ministri e i collaboratori di Puigdemont.

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10/11/2017

“La questione catalana nel 2017 non è più questione di nazionalismo”

L’ho già scritto altre volte, ma siccome su Facebook noto che l’informazione sulla questione catalana in Italia è praticamente nulla, e siccome ogni volta che la leggo mi incazzo seriamente a sentire la storiella dei ricchi catalani che vogliono tenersi i loro soldi, ripeto qui per l’ennesima volta in lungo e largo: la questione catalana non è una questione nazionalista, non oggi, nel 2017.

La Catalogna ha davvero quasi il 20% del PIL spagnolo, nel senso che lo produce, ma tutti i ricavati delle tasse vengono mandati a Madrid, perché il PP di Rajoy ha di fatto sospeso l’autonomia dal 2006, quando ha bloccato una riforma costituzionale che doveva dare maggiore autonomia alle regioni. Il governo centrale non ridistribuisce questi soldi in base ad un criterio generale uguale per tutte le regioni, ma secondo chi piace a Rayoj e ai suoi accoliti, figli e nipoti di Franco, e chi no.

E siccome la Catalogna da qualche anno i soldi li vuol spendere per limitare i disastri sociali provocati dalla politica di “austerità”, chiamiamola così, alla Catalogna non arrivano quasi più soldi da Madrid, nonostante sia la regione con il Pil maggiore della Spagna.

Oltre ai soldi c’è un problema di leggi: tra le leggi che il governo catalano aveva fatto c’era uno stop degli sfratti, che hanno colpito masse di popolazione grazie alla speculazione, a contratti truffaldini appioppati dalle banche a cittadini ignari e a leggi assurde fatte dal PP in favore di costruttori e banche. Bene, questa legge del parlamento catalano come altre leggi sociali è stata annullata dal governo centrale del PP. Col risultato che nella regione che ha il maggior PIL di tutta la Spagna ci sono masse di senzatetto. Gente che lavora, che ha sempre lavorato, che è stata con figli e nonni, semplicemente truffata dalle banche. Protette dal PP. Voi non v’incazzereste?

Chi produce la ricchezza di un paese o di un’impresa non s’incazza se il ricavato gli viene totalmente tolto? Il movimento operaio da cosa partiva se non dalla consapevolezza che la ricchezza prodotta dall’operaio gli veniva tolta totalmente o quasi?

Lo scoppio della bolla immobiliare in Spagna ha fatto finire sulla strada milioni di persone.

Dopodiché è nato il movimento delle PAH, Piattaforma delle vittime dell’ipoteca, che fa una vera e seria e ben organizzata resistenza alle banche costringendole – con occupazioni di case e azioni plateali come la visita in massa delle filiali delle banche in accompagnamento di persone che dovrebbero essere sfrattate o lo sono state – a trattare, a non sfrattare la gente o a dare gli appartamenti vuoti a un affitto sociale a chi è già sulla strada.

Una delle fondatrici di questo movimento è Ada Colau, oggi sindaco di Barcelona.

A qualcuno squillano i campanelli nelle orecchie?

Ada Colau ha scritto un libro fenomenale sulle ragioni della bolla immobiliare, su come i cittadini sono stati presi per i fondelli da una politica che rendeva impossibile l’affitto delle case e costringeva anche chi non se lo poteva permettere a comprare casa con contratti di mutuo nei quali la truffa non si vedeva ma c’era ed era enorme.

Ada Colau non ha spinto, ha anzi cercato di frenare il movimento verso l’indipendenza, perché si rendeva e si rende conto che si andava a sbattere la testa contro il muro e le armi di una masnada di fascisti. Ma la richiesta d’indipendenza in Catalogna è nata dalla constatazione che una politica autonoma, anche una politica sociale autonoma, con il governo del PP, che gli spagnoli hanno confermato nonostante abbia applicato la politica di austerità nel modo peggiore per la maggior parte della popolazione, che una politica diversa con questi al potere non è possibile. Che tra l’altro, essendo i diretti eredi di Franco, pretendono “obediencia”. E in tutti questi anni hanno rimarcato la pretesa di obediencia con attacchi spaventosi ai manifestanti contro la politica di austerità e di tagli sociali.

A cominciare da chi manifestava a Barcellona, dove le pallottole di gomma la Guardia Civil non le ha usate la prima volta lo scorso 1 ottobre, ma molto molto prima.

Manifestanti di Barcellona sono stati accecati con i gas, non per la prima volta, lo scorso primo ottobre. La Guardia Civil ha arrestato attivisti, portati in carceri segrete e rilasciati dopo tre quattro giorni di torture. E questo dal 2011 in poi, non il 1 ottobre 2017. A un certo punto la gente ha detto basta. La parola d’ordine in Catalogna non è “Vogliamo i nostri soldi, Madrid ladrona”, ma libertà.

Gli indipendentisti non sono razzisti, sono gli stessi che hanno fatto manifestazioni con cartelli “refugees welcome”, contro la politica di rifiuto dei profughi da parte della UE.

Questo movimento con la Lega non ha nulla a che fare. E il governo catalano ha cercato dal 2006 fino a dopo il referendum di trattare col governo centrale per una maggiore autonomia e per poter fare delle politiche diverse da quelle imposte da Rajoy. La risposta sono state botte, arresti, repressione. Manca solo, finora, il morto.

Concludendo: chi si professa di sinistra ma accusa il movimento indipendentista catalano di tirchieria, o di nazionalismo, di aver qualcosa a che fare con la Lega Nord; chi si professa di sinistra ma non si indigna per il fatto che la UE tollera una costituzione – e sulla costituzione spagnola bisognerebbe fare un altro lungo discorso – che prevede il reato di “ribellione”, e appoggia fascisti come Rajoy e le sue squadracce fasciste della Guardia Civil che hanno ferito 800 persone in un giorno, tra cui vecchi e persone in carrozzella; chi ancora mi fa i discorsi “Ma il separatismo oggi... roba di destra, retrogrado, etc.”, non solo non è di sinistra, non solo non ha capito dove oggi suona la campana dei movimenti sociali, ma – scusatemi tanto, me l’avete proprio tirata – è un coglione.

Chi è di sinistra oggi dovrebbe andare in piazza in tutte le città d’Europa a chiedere che i politici catalani arrestati vengano rilasciati subito. Chi è di sinistra dovrebbe oggi pretendere che la EU sanzioni il governo Rajoy per violazione di diritti umani e civili anziché appoggiarlo. Ok, scusate la solfa, prometto che al prossimo che paragona gli indipendentisti catalani con i leghisti dico/scrivo semplicemente che è un coglione...”

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08/11/2017

Comunque vada, dopo l’#1oct nulla sarà più come prima

Se ne facciano una ragione sinistrati, comunistoidi e professorini cacadubbi. Comunque vada, dopo il referendum catalano del 1° ottobre 2017, nulla sarà più come prima, né in Spagna, né in Europa.

La Catalogna è stata la prima vera e seria crisi interna all’Europa, dato che, in fondo, la Gran Bretagna aveva già un piede fuori dalla Comunità Europea, non era mai entrata nell’area euro e lo shock di Brexit era stato tamponato a suon di carte bollate anche puntando sull’evidente pochezza politica di Theresa May e dei suoi Tories, apparsi da subito non in grado di tradurre politicamente quel risultato.

Nella vicenda catalana, con il Partido Popular in caduta libera, Rajoy si è giocato l’ultima carta che aveva: accreditarsi gli occhi della grande finanza internazionale e della grande borghesia spagnola quale uomo d’ordine e di “firmeza”, come l’unico leader, insomma, in grado di dare al suo paese ed ai mercati la tanto agognata “stabilità “. E’ così che il viril Mariano, di comune accordo con il PSOE, per sedare il riottoso popolo catalano, ha tirato fuori dall’armadio la vecchia ferraglia fascista e franchista fino ad arrivare al punto di fare arrestare ed incarcerare per reati meramente politici e d’opinione (dunque, senza altri reati penalmente ascrivibili) e senza un regolare processo, quasi 2/3 dei membri del parlamento catalano.

Un’intera istituzione democratica portata con i ferri ai polsi in galera dopo che era stata ampiamente legittimata da un referendum in cui la gente si era fatta anche sparare addosso dalla Guardia Civil pur di esercitare un sacrosanto ed elementare diritto democratico: votare. Un fatto di una gravità inaudita che ha riportato l’orologio della storia spagnola indietro di almeno 40 anni.

E la UE come ha reagito? Fin qui, ha appoggiato Rajoy, o, almeno, così pare. D’altronde, loro, quelli della UE, non è che abbiano un curriculum specchiato in tema di democrazia e diritti umani. Ad Erdogan avevano già regalato 6 miliardi per fargli chiudere nei lager turchi i profughi siriani in fuga dalla guerra. Ai neonazisti Ucraini, poi, mandano ogni anno ricchi cestini di Natale per come hanno saputo “innovare” il concetto di democrazia nel loro paese bruciando vivi lavoratori, sindacalisti ed oppositori politici, oppure bombardando civili inermi nel Donbass.

Insomma, la UE ha altro a cui pensare che ai capricci democratici del popolo catalano. Banche e finanza, basta ed avanza.

E poi gli Stati nazionali, ormai, a che servono per la UE se non a sedare e reprimere i propri popoli massacrati dalle politiche di austerity in nome del sacro dogma del “pareggio di bilancio”?

Cosi fan tutti. Del resto anche Macròn e Minniti si stanno portando avanti con il lavoro. E si badi bene, l’involuzione autoritaria cui stiamo assistendo non arriva ora a caso: sui paesi dell’eurozona incombe la tempesta perfetta che verrà quando saranno usciti completamente dalla bolla del “quantitative easing” di Draghi. Una vera e propria bomba ad orologeria che aspetta solo di esplodere con conseguenze, per ora, incalcolabili sui già precari equilibri dei paesi dell’eurozona.

Ecco allora che la brutale repressione messa in atto in Catalogna potrebbe, di colpo, apparirci per quel che davvero è: un anticipo di ciò che potrebbe accadere, molto presto, anche in altri paesi europei. In questo senso la Catalogna è stata il primo vero laboratorio interno all’Europa in cui si sono svolte le prove tecniche di repressione nei confronti di un popolo che ha osato alzare la testa contro un ordine malsano costituito da un regime semi-assoluto e con un quadro politico istituzionale bloccato ed in forte crisi di credibilità, supportato e sostenuto da quell’Unione Europea incapace di uscire dal perimetro finanziario e monetario ed irremovibile sui propri assiomi teologici dell’austerità e delle politiche di bilancio restrittive fatte di tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e deprivazioni di diritti, imposte ai popoli d’Europa con il pugno di ferro in nome della riduzione di debiti pubblici inestinguibili ancorché ingiusti.

Vedete, se c’è una cosa per cui dovremmo esser grati al popolo catalano è quella di averci fatto scoprire che dietro quel poco di falsa mitologia europeista che ancora, nonostante tutto, resiste, si nasconde la solita vecchia ottusa ottocentesca Europa.

Un’Europa che si illude ancora di sopravvivere al caos globale alzando muri al proprio interno ed ai propri confini.

Un’Europa che si sta velocemente rimangiando un secolo di conquiste sociali e diritti ma che difende ostinatamente e con il bastone vecchi e nuovi privilegi, rendite e parassitismi.

Un’Europa che mentre pretende di dare lezioni di diritti umani e di democrazia agli altri (ad es. il Venezuela) non si fa scrupoli di fare affari con un golpista sanguinario come Al Sisi oppure con quei monarchi sauditi che stanno perpetrando un vero proprio genocidio in Yemen.

Ecco da dove nasce l’immensa fiducia del popolo catalano che tanto incattivita ostilità suscita in chi non sa più ribellarsi: aver capito che una Spagna ed un’Europa così, nel breve periodo, possono ordire e mettere in atto tutte le politiche repressive che vogliono ma, nel medio e lungo periodo, sono destinate a fallire perché hanno già perso il treno della storia, totalmente incapaci come sono di trovare risposte e soluzioni accettabili e praticabili riguardo le grandi questioni epocali di natura politica, sociale ed economiche che hanno di fronte. Ecco perché il referendum catalano ha segnato un punto di svolta per l’intero continente europeo. Ecco perché dopo quel #1Oct nulla potrà tornare come prima.

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06/11/2017

Puigdemont e gli altri, liberi ma “vigilati”

Match quasi pari, al primo incontro con la giustizia belga incaricata di far eseguire quella spagnola. Carles Puigdemonti, presidente destituito della Catalogna, e i quattro ex ministri che lo hanno seguito a Bruxelles, non vengono infatti restituiti alla vendetta di Rajoy, ma neanche potranno girare per l’Europa come liberi cittadini.

Il vertice istituzionale dell’indipendentismo catalano resta dunque in libertà vigilata entro e non oltre i confini del Belgio.

Lo ha deciso il giudice istruttore incaricato di esaminare il mandato di arresto europeo spiccato dalla Spagna.

I cinque, ieri mattina, si erano consegnati alla polizia giudiziaria di Bruxelles. Dopo una lunga giornata trascorsa in Procura è arrivata la notizia del rilascio con una serie di misure cautelari: obbligo di restare nel paese, ritiro del passaporto, restare a disposizione del giudice e comunicare il domicilio.

E’ il risultato di un atteggiamento “rispettoso” dell’autorità giudiziaria del paese ospitante, con cui era stato concordato un appuntamento presso il commissariato della polizia federale. “E hanno rispettato l’appuntamento”, ha detto il portavoce della procura, Gilles Dejemeppe.

Nessuna novità è emersa dall’interrogatorio individuale presso il giudice istruttore, alla presenza dei loro legali che hanno scelto – significativamente – il fiammingo come “lingua di lavoro” per il dialogo con i giudici. Il fiammingo è infatti la lingua degli indipendentisti locali, anche se la maggioranza è vallone e dunque parla francese.

Il magistrato, nominato dalla procura di Bruxelles, aveva tempo fino alle 9.17 di stamattina, perché gli accusati possono restare in stato di fermo solo per 24 ore (si sono presentati in commissariato alla stessa ora ieri mattina). Ma tutto è stato molto più rapido, anche per evitare che i cinque passassero una notte in cella. Il che appare più che una “cortesia” per dirigenti politici accusati di “reati” che – in Belgio ma non solo – difficilmente possono essere considerati tali.

La trafila giudiziaria non è comunque finita. Il caso passa ora alla Camera di consiglio del Tribunale di primo grado, che dovrà decidere entro 15 giorni se il mandato europeo emesso dalla Spagna può essere reso esecutivo. Ma qualunque sia la sentenza ci potrà essere un ricorso in appello presentato dalla parte insoddisfatta.

Si può dunque immaginare che la schermaglia si prolungherà con una tempistica che – grosso modo – arriverà nei pressi delle elezioni catalane fissate d’autorità dal governo spagnolo.

Il che mette in tensione, tra l’altro, anche il governo di Bruxelles. Il ministro dell’interno Jambon, senza nemmeno concordare le sue dichiarazioni con il premier Michel, ha infatti pesantemente criticato le istituzioni dell’Unione Europea, giudicandole “parziali” nella vicenda catalana. “Sono cose successe in uno Stato europeo; mi chiedo cosa spetti l’Ue a pronunciarsi. Se fosse successo in Polonia o in Ungheria, credo avrebbe avuto una reazione diversa”. Ha inoltre chiesto alla comunità internazionale di “vigilare sul rispetto dei diritti in Spagna”, perché Puigdemont e gli altri “hanno solo applicato il mandato che hanno ricevuto dai loro elettori”.

Ogni giorno che passa, insomma, si allargano le smagliature intorno alla posizione ufficiale – e profondamente vile – dell’Unione Europea, fin qui immobile dietro la frase “è una vicenda interna a un paese membro, noi non c’entriamo”.

Si fosse trattato di una legge di bilancio o di un aumento salariale, invece, ci sarebbero entrati eccome...

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04/11/2017

Il “cuneo catalano” mostra cos’è l’Unione Europea

La battuta sarebbe scontata (“uno spettro s’aggira per l’Unione Europea”), ma il soggetto andrebbe cambiato. Quel fantasma, in questo momento è quello dell’autodeterminazione dei popoli, pilastro – nel bene e nel male – del Novecento mondiale.

Visto che ormai si preferisce designare questo principio con il termine dispregiativo di “sovranismo”, ci sembra utile riportare la definizione contenuta nell’enciclopedia Treccani, come era solito fare qualsiasi “bravo giornalista”:
“Principio in base al quale i popoli hanno diritto di scegliere liberamente il proprio sistema di governo (autodeterminazione interna) e di essere liberi da ogni dominazione esterna, in particolare dal dominio coloniale (autodeterminazione esterna). Proposto durante la Rivoluzione francese e poi sostenuto, con diverse accezioni, da statisti quali Lenin e Wilson, tale principio implica la considerazione dei diritti dei popoli, in contrapposizione a quella degli Stati intesi come apparati di governo (Stato. Diritto internazionale). In tal senso, si pone potenzialmente in conflitto con la concezione tradizionale della sovranità statale; la sua attuazione deve inoltre essere contemperata con il principio dell’integrità territoriale degli Stati”.
Un principio condiviso ufficialmente da imperialisti liberisti e rivoluzionari di professione, insomma, anche se spesso e volentieri ignorato dai primi.

Nel vedere le immagini del presidente catalano destituito, Carles Puigdemont, mentre passeggia a Bruxelles sotto palazzo Berlaymont, sede della Commissione Europea (il “governo” dei 27 paesi membri), il fantasma è apparso in carne e ossa.

Puigdemont e i quattro ex ministri catalani rimasti con lui in Belgio – Antoni Comin, Clara Ponsatì, Meritxell Serret e Lluis Puig – sono infatti ora ufficialmente ricercati con mandato di cattura internazionale, consegnato nelle stesse ore alle autorità del Belgio per ottenerne l’estradizione.

Più che con le parole pronunciate dagli indipendentisti catalani nelle scorse settimane, insomma, è direttamente il governo spagnolo – per il tramite di una magistratura assolutamente “dipendente” – a chiamare in causa l’Unione Europea, i trattati, i “valori condivisi”. E lo fa con la stupida iattanza fascista ancora inscritta in una Costituzione franchista appena emendata (libere elezioni e diritti civili, ossia un voto ogni cinque anni e movida libera), ma mai mutata nei pilastri portanti, a cominciare dal ruolo della monarchia (niente affatto di “rappresentanza”, come ha fatto vedere Felipe). Una Costituzione accettabile dall’Unione Europea solo a patto di non guardarci dentro.

Al di là degli incerti aspetti costituzionali, comunque, l’indefesso fascismo dello Stato spagnolo è apparso in mondovisione il 1 ottobre con la Guardia Civil impegnata nell’assaltare i seggi elettorali e nel manganellare la popolazione schierata pacificamente a loro difesa. E ora anche nei maltrattamenti subiti – ancora in diretta tv! – dai ministri catalani arrestati. Un video diffuso dal quotidiano spagnolo La Vanguardia mostra infatti agenti spagnoli della Audiencia Nacional che insultano Junqueras augurandogli sevizie sessuali in prigione.


Nelle stesse ore la ley mordaza viene applicata estensivamente, portando persino all’arresto di alcune persone per i loro commenti sui social...

Coloro che, in Belgio, dovranno decidere se consegnare Puigdemont e gli altri allo Stato spagnolo debbono fare i conti con questo innegabile contesto “anti-democratico”, oltre che con reati contestati assai poco consueti nel diritto europeo: ribellione, sedizione, malversazione, abuso di potere e disobbedienza. Malversazione (aver speso soldi pubblici per il referendum) e abuso di potere difficilmente comportano una carcerazione preventiva, fuori dalla Spagna. Mentre sedizione, ribellione e disobbedienza sono fin troppo chiaramente “comportamenti politici” magari scomodi per qualsiasi governo, ma dall’incerto profilo penale. Specie se – come in Catalogna – manifestati con il ricorso sistematico alla totale non violenza.

Il carattere completamente politico dei “reati” è peraltro confermato dallo stesso governo spagnolo, il cui portavoce Inigo Mendez de Vigo ha spiegato che “Finché non c’è condanna definitiva chiunque abbia i diritti civili intatti può presentarsi alle elezioni”. Dunque Puigdemont, Oriol Junqueras e anche i primi due prigionieri politici del dopo-referendum – “i due Jordi”, Sanchez e Cuixart – potranno candidarsi alle elezioni del 21 dicembre per “rinnovare” il Parlament di Barcellona.

Ci sarebbe ovviamente molto da discutere sulla “libera competizione elettorale” tra candidati accompagnati dalla Guardia Civil (quelli dei partiti “sovranisti spagnoli”: popolari, “socialisti” del Psoe, e Ciudadanos) e candidati in carcere o comunque osteggiati dal potere centrale (i media catalani di proprietà pubblica sono stati “invasi” e messi sotto controllo). Ma anche in queste condizioni infami i sondaggi danno per ora in ulteriore crescita il consenso ai partiti indipendentisti (PdeCat, Esquerra Repubblicana e Cup) a scapito ovviamente del fronte avverso e del divisissimo Podemos-Podem.

A Natale, insomma, la situazione potrebbe essere questa: parlamento e governo catalani in mano agli indipendentisti, conferma della dichiarazione di indipendenza e arresto dei nuovi ministri (magari e quamente divisi tra quelli ancora in carcere e i nuovi entrati dalla libertà).

Qualunque decisione prenda il Belgio in merito all’estradizione dei cinque ex ministri catalani, insomma, sarà una decisione sbagliata.

Se li riconsegna a Rajoy certifica che nell’Unione Europea sono vietate tutte le posizioni politiche, democraticamente e pacificamente espresse, che risultano inaccettabili per i governi dei singoli paesi. L’Unione Europea – che continua a trincerarsi dietro la formula “è una questione interna alla Spagna” – certificherà che questa costruzione si preoccupa solo di costruire un mercato regolato in modo diseguale, secondo i rapporti di forza economici, ma non possiede alcuna visione condivisa della democrazia politica e degli interessi non convergenti dei singoli popoli che l’abitano. Una Unione che tratta insomma i cittadini esattamente con lo stesso atteggiamento con cui tratta la composizione del “parmesan” e del suo “diritto” a finire sulle nostre tavole come fosse parmiggiano reggiano.

Se invece non riconsegnerà Puigdemont e soci all’imbufalito Rajoy aprirà un contenzioso previdibilmente molto aspro e dalle conseguenze imprevedibili tra paesi membri. C’è infatti da ricordare che Gerry Adams, presidente del Sinn Fein e unico parlamentare a sedere contemporaneamente nel parlamento irlandese e in quello dell’Irlanda del Nord (formalmente Gran Bretagna), ha nei giorni scorsi appoggiato la dichiarazione di indipendenza catalana ricordando che “il diritto all’autodeterminazione dei popoli è una pietra angolare del diritto internazionale e questa dichiarazione deve essere pertanto rispettata”.

Tanto più che – dal punto di vista della stessa Uione Europea – non ha alcun senso logico opporsi all’autodeterminazione di una regione che, a maggioranza, vorrebbe comunque restare dentro la Ue (e i nostri lettori sanno benissimo che questa non è la nostra posizione, né quella della Cup). Non paradossalmente, proprio il totale e cieco appoggio della Ue a Rajoy potrebbe far crescere la consapevolezza generale che la rottura della stessa Ue è premessa necessaria per qualsiasi trasformazione, sociale e politica, europea e nazionale.

Negli oliati e indifferenti meccanismi tecnocratici della Ue il “cuneo catalano” si è dunque infilato con la forza di un popolo pacifico ma determinato. Dovremmo tutti adoperarci affinché non venga stritolato, non soltanto solidarizzando, ma attivandoci sul pano politico. Perché nell’Unione Europea tutti stiamo nella stessa condizione dei catalani: siamo infatti espropriati di qualsiasi possibilità di decidere collettivamente sia del nostro futuro che del nostro presente.

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28/10/2017

Madrid si prepara a soffocare la Repubblica Catalana

“Lo Stato si prepara a soffocare l’insurrezione” titola l’edizione cartacea di quello che passa come il quotidiano progressista di Madrid, ‘El Pais’.

I media la descrivono come la legittima risposta dello Stato Spagnolo alla violazione della Costituzione e della legalità, o comunque come una vendetta. La realtà è che il governo spagnolo del PP e i suoi alleati di Ciudadanos e Psoe non hanno mai messo in conto di abbassare i toni per fornire una sponda ai settori ‘pattisti’ del governo catalano. Come è stato chiaro quando giovedì Puigdemont offriva lo scioglimento del Parlament e quindi l’azzeramento dell’iter di proclamazione dell’indipendenza, Rajoy, Sanchez e Rivera non erano affatto disponibili a frenare il commissariamento della Generalitat.
Misura – l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione scritta da un parlamento egemonizzato da franchisti che avevano appena cambiato casacca, nel 1977-78 – che infatti ieri il Senato spagnolo ha approvato senza tentennamenti, tra gli applausi entusiasti degli ultrà del PP.

Subito dopo, Mariano Rajoy ha tenuto una breve riunione del Consiglio dei Ministri al termine del quale ha annunciato una raffica di provvedimenti coercitivi, un vero e proprio colpo di stato contro quell’autonomia della Catalogna che i ‘costituzionalisti’ spagnoli affermano di voler difendere dagli eccessi degli indipendentisti.

Mentre decine di migliaia di catalani festeggiavano nel centro di Barcellona la avvenuta proclamazione d’indipendenza, il presidente del Governo elencava i provvedimenti coercitivi appena decisi e subito effettivi, vista la pubblicazione in tempi record sull’edizione digitale del Boe, la ‘gazzetta ufficiale’ di Madrid. Cinque i “Decreti Reali” approvati: il primo destituisce il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont; il secondo destituisce il vicepresidente Oriol Junqueras e il resto dei consellers, cioè dei ministri catalani. I loro dicasteri, nelle intenzioni di Madrid, dovrebbero essere controllati direttamente dai ministri del governo spagnolo a seconda delle loro competenze specifiche, e coordinati da quella che in molti già chiamano la ‘vicerè’, Soraya Saenz de Santamaria (PP), una delle leader più estremiste del nazionalismo sciovinista spagnolo.

Gli altri decreti impongono la destituzione di 141 dirigenti e funzionari della Generalitat, la destituzione del direttore generale dei Mossos d’Esquadra – la polizia autonoma catalana già parzialmente commissariata – Pere Soler e del loro comandante, quel maggiore Lluis Trapero che è già indagato perché accusato di aver disobbedito agli ordini del governo centrale lo scorso 1 ottobre, rifiutandosi di reprimere con la violenza i cittadini catalani in fila ai seggi. Inoltre le misure approvate prevedono che quei funzionari e dipendenti pubblici catalani che si rifiutino di obbedire alle indicazioni dei commissari siano accusati di “disobbedienza alla Costituzione e allo Statuto d’Autonomia”, incorrendo nelle sanzioni previste.

Oltre a sciogliere il Govern, i decreti varati dal Gobierno impongono anche l’immediato scioglimento del Parlament di Barcellona e la convocazione di nuove elezioni ‘regionali’ il prossimo 21 dicembre. Una misura che il capo del Partito Socialista Catalano, Miquel Iceta, ha incredibilmente definito “un raggio di sole in un giorno triste”.

La sinistra indipendentista (Cup) ha già fatto sapere ieri che boicotterà le elezioni attraverso le quali le forze della destra nazionalista spagnola, nettamente minoritarie in Catalogna (il PP ha solo l’8% dei voti nel Parlament uscente) tenteranno di impossessarsi delle istituzioni locali. Anche il leader di Podem, formazione catalana vicina a Podemos ma da tempo in polemica con la direzione spagnola del movimento, ha affermato che sarebbe una grande contraddizione per le forze progressiste e di cambiamento partecipare ad elezioni gestite dal governo di Madrid contro la volontà della maggioranza del popolo catalano.


Rajoy ha anche deciso la chiusura delle ‘ambasciate’ catalane aperte nell’ultimo anno in alcuni paesi europei, tra cui l’Italia. Il leader della destra nazionalista spagnola ha voluto ringraziare i leader del Psoe Pedro Sanchez e di Ciudadanos Albert Rivera, per il loro sostegno, e ha invitato i cittadini a confidare nell’esecutivo e ha chiesto “prudenza e serenità”: “lo Stato dispone dei mezzi per recuperare la legalità”.

Quale che sia la strategia repressiva spagnola – sicuramente l’Unione Europea consiglierà ‘moderazione’ per non replicare lo scenario di violenza indiscriminata del 1 ottobre, ma non è detto che Madrid sia sensibile ai richiami di Bruxelles – nelle prossime ore e nei prossimi giorni è lecito attendersi un’ondata di arresti e di denunce nei confronti di altri leader del movimento indipendentista, e degli stessi componenti di un governo catalano che, stando alle dichiarazioni di ieri di Puigdemont, ha chiesto alle istituzioni e ai cittadini catalani di resistere all’intervento spagnolo. Lo stesso President potrebbe finire dietro le sbarre, con un’accusa di ‘ribellione’ che potrebbe costargli fino a 30 anni di reclusione.

Ieri sera un centinaio di estremisti di destra ha reagito alla proclamazione di indipendenza improvvisando una razzia nel centro di Barcellona. Guardati a vista dai Mossos, i fascisti spagnoli hanno percorso in corteo alcuni chilometri nel centro di Barcellona aggredendo passanti e manifestanti indipendentisti (in tre hanno dovuto ricorrere alle cure ospedaliere) e tentando di assaltare la sede di Catalunya Radio, l’emittente pubblica accusata dai nazionalisti spagnoli di essere il ‘megafono’ dei ribelli. Gli estremisti hanno assediato la sede della radio catalana tentando di sfondare la porta principale e aggredendo i giornalisti che gli capitano a tiro, poi hanno ripreso la loro marcia verso piazza Sant Jaume ancora piena di manifestanti indipendentisti: a quel punto i Mossos li hanno bloccati impedendogli di continuare pur senza usare la forza. Domani a Barcellona il gruppo “Società Civile Catalana”, copertura associativa dei nazionalisti spagnoli in Catalogna, ha convocato una manifestazione ‘per l’unità della Spagna’ alla quale parteciperanno tutti i gruppi neofascisti e neonazisti dello Stato.

Continua intanto l’esodo delle imprese. Stamattina il consiglio d’amministrazione di Allianz Seguros ha comunicato la sua decisione di spostare da Barcellona a Madrid il domicilio sociale e fiscale della società.

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25/10/2017

Catalogna: l’ora della verità?

Sale la tensione in Catalogna man mano che si avvicina il doppio e quasi contemporaneo appuntamento parlamentare di domani e dopodomani. Mentre a Barcellona domani si riunirà il Parlament per decidere quale risposta dare al golpe istituzionale di Madrid (la seduta potrebbe estendersi fino al giorno seguente), il Senato spagnolo è convocato venerdì per licenziare l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione post-franchista del 1978.

La norma, finora mai utilizzata ed ora minacciata addirittura nei confronti dei baschi, permetterebbe al governo spagnolo e ai suoi alleati di destra – Ciudadanos – e socialisti di poter esautorare il governo e il parlamento della Catalogna, di commissariare completamente la polizia autonoma, di mettere il bavaglio ai mezzi di comunicazioni pubblici, di sequestrare i conti e di bloccare vari provvedimenti legislativi invisi al potere centrale.

Se è quasi certo che i partiti che sostengono il ‘regime del ‘78’ – PP, C’s e Psoe – andranno diritti per la loro strada con l’implementazione dell’articolo 155, è assai incerta la natura della reazione da parte di un governo catalano che fonti bene informate descrivono come assai tentennante sul da farsi.

Il partito di maggioranza relativa, il liberal-conservatore PDeCat, sostenuto dai principali quotidiani della borghesia autonomista catalana – Periodico, Vanguardia e Ara – sta operando forti pressioni sul presidente Puigdemont affinché eviti di dichiarare l’indipendenza, e sembra orientato allo scioglimento del Parlament e all’indizione di nuove elezioni regionali. Una misura che, nelle intenzioni del fronte guidato dalla borghesia tradizionalmente autonomista, dovrebbe impedire da una parte la proclamazione della Repubblica e dall’altra il commissariamento delle istituzioni locali da parte di Madrid. D’altronde nel campo nazionalista spagnolo alcuni ambienti lasciano intendere che se Puigdemont sciogliesse il Parlament, Madrid potrebbe rinunciare all’applicazione dell’articolo 155 e limitarsi a misure ‘meno draconiane’ per riportare l’ordine nella regione ribelle.

Ma all’interno dello schieramento politico di maggioranza sono forti i settori che si oppongono ad elezioni anticipate, soprattutto all’interno di Esquerra Republicana ma anche tra i ministri del PDeCat. Ovviamente contraria ad un ulteriore cedimento si dichiara la Cup: gli anticapitalisti chiedono di rispettare la volontà popolare e il mandato assunto nella precedente campagna elettorale, che ha portato alla vittoria del fronte indipendentista, e di proclamare immediatamente la Repubblica affidando poi alla disobbedienza di massa dei cittadini e dei lavoratori il compito di contrastare il golpe spagnolo.

Per stasera alle 19.30 la sinistra indipendentista e i Comitati di Difesa del Referendum (CDR) di Barcellona hanno convocato una manifestazione nella capitale catalana per chiedere a Carles Puigdemont di essere coerente col mandato assunto e con le promesse fatte. La manifestazione si svolgerà davanti alla sede della Generalitat all’insegna dello slogan “¡Ni 155 ni elecciones, república ahora!” (Né 155, né elezioni! Repubblica adesso!).

Da parte sua l’Assemblea Nazionale Catalana (Anc) ha convocato una manifestazione davanti al parlamento catalano per venerdì alle 12.00, in contemporanea con la seduta parlamentare, per “difendere la Repubblica”. Anche l’Anc si oppone alla convocazione di nuove elezioni.

Sul fronte opposto l’organizzazione unionista Societat Civil Catalana, espressione dei partiti nazionalisti spagnoli in Catalogna, ha convocato una manifestazione, in questo caso per domenica prossima a Barcellona, di fatto a sostegno del commissariamento delle istituzioni catalane.

L’indurimento della repressione spagnola in Catalogna sta avendo effetti anche sulla composizione dei governi delle istituzioni locali. Alcuni esponenti del Partito Socialista Catalano hanno rassegnato le dimissioni dagli organi di direzione del partito in polemica con la scelta della casa madre spagnola di sostenere Rajoy; in altri casi esponenti di punta della formazione socialista sia in Catalogna sia nelle Baleari (altro territorio di lingua e cultura catalana) hanno chiesto pubblicamente al Psoe di ripensarci. Intanto sia Erc sia il PDeCat minacciano di espellere il PSC dai governi municipali ai quali attualmente partecipa nel caso in cui Madrid ponga fine all’autogoverno catalano con la complicità del segretario socialista Pedro Sanchez e dei suoi parlamentari. Anche la sindaca di Barcellona e leader dei ‘Comuns’, Ada Colau, aveva parlato nei giorni scorsi di una possibile rottura con i socialisti che fanno parte della sua giunta di centro-sinistra, ma non sembra allo stato che si tratti di una possibilità reale. Mentre da alcune parti si propongono patti di governo di “concentrazione nazionale” tra tutte le forze che si riconoscono nell’indipendenza o nell’autogoverno – PDeCat, Erc, Cup, Comuns, Democrates e alcune correnti socialiste – dall’altra sono in corso continui contatti tra la sezione locale di Podemos e le forze che formano il governo catalano.

Sul piano della risposta popolare si susseguono gli scioperi e le manifestazioni organizzate dalle organizzazioni studentesche della sinistra indipendentista, ma in ambito sindacale la disobbedienza non sembra decollare, almeno ai vertici. Le direzioni delle sezioni catalane di Comisiones Obreras e UGT – i sindacati tradizionalmente vicini alla sinistra moderata spagnola – hanno apertamente invitato i loro iscritti a non disobbedire ai commissari imposti da Madrid, reagendo negativamente alla richiesta venuta da alcuni consistenti settori dell’amministrazione pubblica catalana (circa 200 mila dipendenti) di opporre la disobbedienza organizzata di massa e il boicottaggio all’imposizione dell’155.

Diversa la reazione dei giornalisti e dei lavoratori dei mezzi di comunicazione pubblici catalani, che al contrario hanno promesso che non si faranno imbavagliare, ricevendo in alcuni casi anche l’esplicita e incondizionata solidarietà dei loro colleghi delle Tv e delle radio pubbliche spagnole che in diversi appelli hanno denunciato la manipolazione dei servizi informativi da parte della direzione di Madrid. Un comunicato di condanna del commissariamento delle istituzioni catalane è stato diffuso oggi da due diverse associazioni di medici, mentre un migliaio di giuristi, avvocati e penalisti ha firmato un appello alla liberazione di Jordi Cuixart e Jordi Sanchez, leader dell’Anc e di Omnium arrestati perché accusati di “sedizione”, definiti nel testo “prigionieri politici”.

Oggi un’altra persona è stata arrestata dalla Guardia Civil a Sant Joan de Vilatorrada (Barcellona) con l’accusa di aver lanciato una sedia contro un poliziotto spagnolo che lo scorso 1 ottobre aveva fatto irruzione per primo in una scuola del piccolo comune adibita a seggio e difesa dai cittadini. Nei giorni scorsi altre persone, tutti giovani tra i 22 e i 24 anni, erano stati arrestati per aver opposto resistenza alle cariche delle forze di sicurezza spagnole durante il referendum.

Nel frattempo è salito a circa 1500 il numero delle imprese catalane che hanno deciso di trasferire la propria sede sociale in altri territori dello Stato Spagnolo e che minacciano di fare altrettanto con uffici direzionali e produzione.

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21/10/2017

La Catalogna risponde con una enorme manifestazione ai diktat di Rajoy


Barcellona. “Libertà per Jordi Sànchez. Libertà per Jordi Cuixart. In difesa dei diritti e delle libertà”. In questo momento nel centro di Barcellona sta partendo la manifestazione chiamata da Taula per la Democràcia, la piattaforma che ha convocato lo sciopero generale del 3 ottobre in tutta la Catalogna, formata da più di 40 tra organizzazioni politiche e sindacali e associazioni culturali di tutto l’arco indipendentista.

Le rivendicazioni che hanno spinto centinaia di migliaia di persone a scendere nelle strade di Barcellona oggi, da tutta la Catalogna e lo stato spagnolo, riguardano la liberazione dei due Jordis, in carcere da martedì su ordine dell’Audencia Nacional, oltre che di tutti coloro che hanno subito la repressione nelle mobilitazioni indipendentiste.

Dopo l’annuncio di questa mattina del governo centrale, di commissariamento del Governo catalano e di indizione di elezioni in Catalogna nei prossimi sei mesi come misure da proporre in parlamento per l’applicazione del famigerato articolo 155, anche Puidgemont e tutto il Govern sono scesi in piazza in testa al corteo, oltre che vari esponenti di tutte le formazioni indipendentiste. È stata diffusa inoltre la notizia dai quotidiani catalani che alle 21 Puidgemont risponderà pubblicamente alle dichiarazioni di Rajoy.

L’attenzione è altissima e l’attesa è forte. La mobilitazione non accenna ad arrestarsi e le strade sono sempre più affollate, nonostante il pugno duro di Rajoy e la macchina repressiva messa in atto.

República ara! Visca Catalunya Lliure!

[A seguire in serata aggiornamenti]

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Catalogna. Rajoy cancella il governo catalano e assume tutti i poteri

Il premier spagnolo, il “popolare” ex franchista Mariano Rajoy, ha annunciato che assumerà le competenze del presidente catalano Carles Puigdemont per convocare nuove elezioni.

Il governo spagnolo ha dunque deciso di proporre al senato la destituzione del presidente catalano Carles Puigdemont, del vicepresidente Oriol Junqueras e di tutti i membri del Govern. “La mia volontà è di andare a elezioni il prima possibile, non appena sarà ripristinata la normalità istituzionale. Lo vuole la maggioranza, dobbiamo aprire una nuova fase”, ha aggiunto Rajoy parlando al massimo di sei mesi.

Le misure decise prevedono anche il divieto per il Parlament catalano di eleggere un sostituto di Puigdemont (anche se questa possibilità non rientrava tra quelle prese in considerazione dalla maggioranza indipendentista). L’assemblea catalana, a questo punto, potrebbe esercitare solo una “funzione rappresentativa”, senza prendere più alcuna decisione. In pratica, per Rajoy, il parlamento eletto dai catalani viene considerato capace di prendere soltanto “iniziative contrarie alla costituzione”. Madrid si riserva in ogni caso un potere di veto sulle sue decisioni del Parlament, esercitabile entro 30 giorni.

L’unica reazione “dissidente” proveniente dal mondo politico spagnolo è per il momento quella, assai pallida, di Podemos, che si dice “sotto shock” davanti alla “sospensione della democrazia non solo in Catalogna ma anche in Spagna”. La dichiarazione è arrivata dal numero due del partito ‘viola’ Pablo Echenique dopo l’annuncio delle misure decise da Madrid contro la Catalogna.

Al contrario, da Barcellona, il deputato del Pdecat, il partito del presidente Carles Puigdemont, Josep Lluis Cleries, ha definito le misure annunciate dal governo di Madrid come “un colpo di stato contro il popolo della Catalogna”. Queste misure, infatti, “sanno di franchismo, è un ritorno al 1975”.

Con una faccia di tolla degna di Renzi et similia, Rajoy ha spiegato che con queste iniziative “non si sospende l’autonomia né l’autogoverno della Catalogna ma si sospendono le persone che hanno messo la Catalogna fuori dalla legge”.

Il fatto che quelle “persone” siano state liberamente elette dal popolo catalano per decidere esattamente quello che le ha portate alla “destituzione”, nella logica franchista di Rajoy non sembra neppure essere una contraddizione in termini.

L’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola implica che il governo di Madrid assumerà il comando dei Mossos d’Esquadra e consentirà all’esecutivo di destituire o nominare i responsabili delle emittenti TV3 e Catalunya Radio. Anche qui con una motivazione da “grande fratello” orwellinao: “per garantire un’informazione vera e rispettosa del pluralismo politico”.

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20/10/2017

Podemos in crisi sulla Catalogna. Gli indipendentisti boicottano le banche

A guardare le schermaglie tra i due capi di governo, quello spagnolo Rajoy e quello catalano Puigdemont, la sensazione di un osservatore disattento può essere quella di trovarsi di fronte a un teatrino tra politici.

Ma al di là dello scambio di lettere e dichiarazioni delle ultime settimane tra Madrid e Barcellona, la verità è che sta montando il più grave conflitto mai verificatosi dagli anni ’30 del secolo scorso tra le due entità, un conflitto che non si limita alle élite o alle rappresentanze politiche ma che coinvolge milioni di catalani e di spagnoli.

Ieri, alla scadenza dell’ultimatum imposto da Rajoy a Puigdemont – che pure pochi giorni fa aveva chiesto due mesi di tempo per avviare quei negoziati che il governo spagnolo continua a negare – affinché chiarisse definitivamente se ha dichiarato o meno l’indipendenza nel suo discorso al Parlament del 10 ottobre, il leader nazionalista spagnolo ha annunciato l’avvio dell’iter per l’applicazione in Catalogna del famigerato articolo 155 della Costituzione scritta nel 1978 da un parlamento sotto tutela franchista. La misura, che permette a Madrid di sospendere l’autonomia catalana e di commissariare le istituzioni locali, dovrebbe essere varata dal Consiglio dei Ministri fissato per domani e approdare rapidamente al Senato dove il Partido Popular gode della maggioranza assoluta, potendo oltretutto contare sul consenso sia della destra liberista e nazionalista di Ciudadanos sia sui socialisti di Pedro Sanchez. Le forze politiche che puntellano il “regime del '78” contro il tentativo di spallata della Catalogna hanno quindi deciso, paradossalmente, di andare al commissariamento della Generalitat nonostante l’ennesimo passo indietro del suo President, che ieri nella sua missiva, nonostante i consueti giri di parole e le espressioni sibilline, non ha potuto fare a meno di chiarire che l’indipendenza non era stata affatto dichiarata, e che tutto rimaneva appeso all’apertura di un negoziato che però non sembra contare sulla disponibilità di alcuna controparte, oltre che sul netto rifiuto dell’Unione Europea.

Paradossalmente è l’ulteriore escalation inflitta alla crisi dal governo spagnolo e dai suoi sostenitori a spingere all’angolo un Puigdemont che ha dovuto rispondere che se Madrid attaccherà l’autogoverno catalano non potrà fare altro che proclamare la Repubblica Catalana, avvicinando le proprie posizioni a quelle di Esquerra Republicana e della Cup che chiedono di sancire subito la rottura.

L’obiettivo dei partiti nazionalisti spagnoli – i cui leader Rajoy, Sanchez e Rivera si sono riuniti ieri per l’ennesima volta negli ultimi giorni – è sciogliere il parlamento e il governo di Barcellona, per forzare elezioni anticipate da tenersi già a gennaio. La speranza è di riuscire a condizionare un rinnovo del Parlament che possa, attraverso le minacce, il commissariamento e una vera e propria occupazione militare del Principato, impedire alle forze indipendentiste di conquistare la maggioranza assoluta come nelle consultazioni del 2015. Se i condizionamenti politici e repressivi non dovessero bastare, l’ala più oltranzista del Partito Popolare, espressasi finora per bocca del catalano Albiol e dello spagnolo Casado, potrebbe convincere il tripartito PP-C’s-Psoe a mettere fuori legge le forze politiche catalane “che si pongono fuori dall’ordinamento costituzionale” dello Stato. La magistratura è a disposizione, e basterebbero poche settimane ai giudici di Madrid noti per il loro sciovinismo e il legame a doppio filo con il PP.

Un vero e proprio golpe, un ennesimo annullamento della volontà popolare dopo il tentativo, feroce ma inutile, di impedire con la violenza di massa e gli arresti il referendum che il 1 ottobre ha comunque visto mobilitarsi più di due milioni e mezzo di catalani con un risultato schiacciante – 90% – a favore di Si nonostante lo stato d’assedio e le cariche indiscriminate fin dentro i seggi.

Com’era prevedibile, l’accelerazione inflitta alla crisi dall’intransigenza di Madrid sta provocando l’ennesima crisi di Podemos e della sinistra spagnola, che a livello statale si sposta sempre più verso il fronte nazionalista mentre a livello catalano è in parte costretta a distanziarsi dalla casa madre.

Ieri in una dichiarazione ad effetto, la sindaca di Barcellona Ada Colau e leader di ‘Barcelona En Comù’ – pure fermamente contraria all’indipendenza della Catalogna e che non ha fatto molto per agevolare l’espressione del voto popolare lo scorso 1 ottobre – ha affermato che se i socialisti appoggeranno l’applicazione dell’articolo 155 contro l’autogoverno potrebbe rinunciare al sostegno del PS catalano alla sua giunta comunale. Contemporaneamente però alcune fonti della sua amministrazione hanno chiarito che “non vi è alcuna volontà di rompere con i socialisti catalani perché il patto per la città funziona bene”, il problema segnalato è l’atteggiamento della casa madre socialista a Madrid.

Dal canto suo Podem, la formazione catalana gemella di Podemos ma sempre più lontana dalle posizioni di Pablo Iglesias dopo essersi rifiutata di sciogliersi all’interno del partito di Ada Colau, denuncia la gravità del golpe in preparazione a Madrid e chiama alla mobilitazione a difesa della democrazia e dell’autogoverno.

All’opposto, proprio nel momento in cui Mariano Rajoy e le istituzioni spagnole chiudono ogni spazio alla trattativa col fronte catalano, la direzione di Podemos trasforma la sua posizione presuntamente equidistante in un attacco frontale alla Generalitat e al fronte indipendentista. La frase pronunciata ieri da Pablo Iglesias durante il suo intervento al Congreso de los Diputados è piombata come un macigno sulla base di Podemos in Catalogna sempre più disorientata e spaccata tra indipendentisti e unionisti.

“Vogliamo sconfiggere il progetto degli indipendentisti, ma non con la forza” ha chiarito il leader della formazione ‘morada’, schierandosi di fatto con il fronte che difende lo status quo e le istituzioni di uno dei paesi più reazionari del continente in nome di una strategia federalista e gradualista che non è all’ordine del giorno in una Spagna in cui il conflitto con Barcellona riporta alla scoperto gli elementi strutturali e ideologici di massa ereditati da una dittatura franchista con cui l’attuale monarchia parlamentare non ha mai rotto.

Anche Alberto Garzòn, coordinatore di una Izquierda Unida ridotta al lumicino e sempre più subalterna a Podemos, si è schierato contro gli indipendentisti con toni duri, dicendosi scioccato dalla minaccia di Puigdemont di ricorrere alla ‘dichiarazione unilaterale di indipendenza’ (DUI) se il governo spagnolo imporrà il 155. Secondo Garzòn “il modo migliore per proteggere l’unità della Spagna è sedurre la Catalogna con un progetto di paese nuovo che passa da un processo costituente”. “La DUI è un grave errore, e neanche il 155 aiuta” ha concluso Garzòn in un ordine che chiarisce quali sono le priorità del movimento.

Ma il conflitto, come già detto, non si limita alle schermaglie tra leader politici e istituzioni. Al contrario, più il “regime del '78” si chiude a riccio nella sua intransigenza istigando i settori reazionari e apertamente fascisti dell’opinione pubblica spagnola a mobilitarsi a difesa “dell’unità della Patria”, più in Catalogna i settori popolari scendono in campo non solo a difesa dell’autodeterminazione ma rivitalizzando valori come l’antifascismo e la democrazia militante.

Ieri la Cup, insieme all’organizzazione giovanile Arran, al sindacato Cos e ad altre realtà del panorama anticapitalista ha manifestato sotto gli uffici della Delegazione del governo spagnolo a Barcellona, chiedendo la liberazione immediata di Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, i leader delle due associazioni trasversali indipendentiste Anc e Omnium che sono stati arrestati nei giorni scorsi perché accusati di ‘sedizione’. I manifestanti hanno gridato slogan come “Fuori le forze di occupazione” e “Libertà per i prigionieri politici”. Una nuova manifestazione è stata indetta dai settori radicali di sinistra dell’indipendentismo per sabato pomeriggio, all’insegna dello slogan “Se verrete a cercarci troverete la Repubblica Catalana”. Lo schieramento anticapitalista già promotore dell’imponente sciopero generale dello scorso 3 ottobre contro la repressione e a difesa dell’autogoverno, che ha coinvolto anche buona parte dei sindacati di tradizione libertaria e anarchica oltre a forze antifasciste o apertamente comuniste, ha fatto appello a una nuova crescente mobilitazione popolare nei prossimi giorni con l’obiettivo di fare della partecipazione dei cittadini e dei lavoratori “la base della nuova repubblica”.

Ma anche il composito fronte riunito nella “Taula per la Democracia” (Tavolo per la Democrazia), formato da una sessantina di associazioni, sindacati come Comisiones Obreras e Ugt e le confederazioni delle piccole imprese e dei commercianti, ha convocato per sabato una marcia nel centro di Barcellona per la liberazione di Jordi Cuixart e di Jordi Sanchez, oltre che per la difesa “dei diritti e delle libertà”. Dopo le duecentomila persone che hanno riempito il centro della capitale della Catalogna a poche ore dall’arresto dei due popolari dirigenti indipendentisti anche i rappresentanti della ‘Taula’ non hanno scartato la convocazione di un nuovo “sciopero nazionale civico” contro la repressione.

Repressione che continua a mietere vittime anche meno eccellenti dei due Jordis. Ieri infatti la Guardia Civil ha arrestato un ragazzo di 22 anni accusato di aver resistito con la forza alle violente cariche della polizia spagnola contro i cittadini in fila per votare presso la scuola pubblica ‘La Roureda’ durante il referendum illegale del 1 ottobre. Il ragazzo è accusato di “attentato all’autorità, disobbedienza, resistenza e minacce” e potrebbe essere condannato a una lunga pena detentiva, così come gli altri due giovani arrestati nei giorni scorsi sempre nel piccolo comune di Sant Esteve de Sesrovires, nel Baix Llobregat.

Mentre la Guardia Civil è a caccia delle registrazioni delle conversazioni tra gli ufficiali dei Mossos d’Esquadra allo scopo di trovare prove della loro disobbedienza agli ordini del Ministero degli Interni spagnolo – ieri una perquisizione in un commissariato della polizia autonoma a Lleida è durata più di 12 ore – le associazioni indipendentiste provano ad esercitare una certa pressione contro la borghesia imprenditoriale e le banche della Catalogna schieratisi contro la rottura con Madrid. Ieri il numero di imprese grandi e piccole e di istituti finanziari che hanno deciso di spostare la loro sede sociale da Barcellona in altri territori dello Stato Spagnolo, o addirittura di trasferire i loro uffici, è arrivato a quota 917, mentre da varie parti si segnala un crollo degli investimenti stranieri in Catalogna e un picco negativo delle prenotazioni turistiche. L’allarme, opportunamente esagerato dalla stampa spagnola e da quella unionista catalana – la desertificazione economica e la crisi del turismo – ovviamente spaventa i settori più moderati dell’opinione pubblica catalanista impauriti dalle conseguenze di quello che viene vissuto come “un salto nel buio”.

Nel tentativo di rispondere per le rime l’Anc e Omnium Cultural hanno chiesto ieri ai loro aderenti e simpatizzanti di ritirare questa mattina, in particolare dalle 8 alle 9, una certa quota di denaro dai loro conti depositati nelle banche catalane, in particolare in quelle che hanno deciso di schierarsi contro l’indipendenza, cioè Banco Sabadell e Caixa. “Vai presso una delle cinque banche principali e ritira la quantità che desideri in contanti” chiede la piattaforma Crida per la Democràcia (Appello per la Democrazia) invitando i partecipanti al boicottaggio ad “esprimere il proprio disaccordo” con quelle istituzioni bancarie che hanno deciso di spostare la loro sede legale al di fuori della Catalogna.

La mossa dell’Anc e di Omnium non è però piaciuta ad alcuni importanti dirigenti del partito di Puigdemont, il PDeCat, che stamattina hanno apertamente criticato l’iniziativa. D’altronde la formazione liberalconservatrice, orfana del sostegno di una grande borghesia catalana che preferisce di gran lunga l’autonomia all’indipendenza, continua a sperare in una contrattazione con Madrid piuttosto che in una rottura che potrebbe invece favorire gli interessi e le rivendicazioni delle classi popolari e del movimento dei lavoratori contro quelli dell’oligarchia locale spinta ad abbracciare rivendicazioni indipendentiste da anni di imponente mobilitazione di massa.

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