Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/05/2018

I giudici: “il PP è corrotto”. Governo Rajoy al capolinea?

Dall’autunno scorso il Partito Nazionalista Basco condizionava il suo sostegno alla Legge di Bilancio del governo PP-Ciudadanos – che da soli non avevano i voti sufficienti per approvarla – alla fine del commissariamento da parte di Madrid delle istituzioni catalane, sottoposte all’articolo 155 della Costituzione dopo la celebrazione del referendum dell’1 ottobre e la simbolica proclamazione della Repubblica Catalana. Ma mercoledì scorso, nonostante l’esecutivo spagnolo abbia deciso di bloccare il varo del nuovo governo catalano e di mantenere il 155, il partito della borghesia autonomista di Bilbao ha improvvisamente dato luce verde a Rajoy, in cambio di un lieve aumento delle pensioni e di alcuni consistenti investimenti nel Paese Basco, che il PNV potrà rivendicare nella prossima campagna elettorale.

Sembrava che il premier Mariano Rajoy potesse tornare a respirare. D’altronde il Partito Popolare, erede di quella Alianza Popular fondata nella seconda metà degli anni ’70 dalle ali più intransigenti del partito franchista e divenuto dopo neanche venti anni partito di governo, è sopravvissuto quasi indenne a momenti assai più complicati. Come quando, nel 2015, una grossa fetta del suo elettorato decise di abbandonare Rajoy dopo anni di sacrifici a senso unico inflitti alla popolazione sotto dettatura della Troika e numerosi casi di corruzione. In molti avevano predestinato il prossimo tracollo del PP e la fine del “regime del '78” prodotto dall’autoriforma del franchismo e dall’accordo con il grosso dell’ex opposizione antifascista. Ma le elezioni del 2016 – convocate vista l’impossibilità di formare un nuovo esecutivo – videro una nuova ascesa dei popolari e la riconferma di Rajoy alla guida di un esecutivo che contò sul sostegno della nuova destra di Ciudadanos e sulla tolleranza dei socialisti.

Ma in molti si chiedono se gli eventi di queste ore saranno in grado di affondare definitivamente la destra postfranchista spagnola.

Poche ore prima che Rajoy ricevesse l’ok dei regionalisti baschi, finiva in manette per corruzione l’ex ministro e dirigente del PP Eduardo Zaplana, ex portavoce del primo ministro tra il 2004 e il 2008. In un vero e proprio crescendo, la Audiencia Nacional ha emesso ieri una sentenza durissima sul “caso Gürtel” scatenando un vero e proprio terremoto.

Il Tribunale ha condannato a un totale di 351 anni di reclusione 29 dei 37 accusati di aver organizzato una trama criminale tra il 1999 e il 2005, finalizzata a finanziare illegalmente il Partito Popolare e alcuni suoi dirigenti approfittando della gestione da parte della destra delle comunità autonome di Valencia e Madrid. La Corte ha condannato a 51 anni di carcere il capofila della ‘banda’, l’imprenditore Francisco Correa, e a 33 anni l’ex tesoriere del PP Luis Barcenas. La moglie di quest’ultimo è stata condannata a 15 anni di reclusione, mentre il vice di Correa a 37. Al sindaco del comune di Majadahonda sono stati inflitti 38 anni.

Quel che è più grave – per Rajoy e i suoi, ovviamente – è che la sentenza considera il PP in quanto formazione politica come responsabile dell’appropriazione indebita di almeno 245 mila euro, e certifica l’esistenza di una contabilità parallela del partito di destra, la cosiddetta ‘Caja B’. All’interno dei registri sequestrati a Barcenas compare anche il nome dell’attuale premier come ‘utilizzatore finale’ delle donazioni illegali intercettate grazie alla rete di corruzione gestita dall’allora tesoriere. I contributi non dichiarati provenivano per lo più da imprenditori che in cambio ricevevano favori e facilitazioni da parte dei governi locali gestiti dal PP. La sentenza afferma che l’impresa di Francisco Correa e il PP hanno creato “un autentico ed efficace sistema di corruzione istituzionale attraverso meccanismi di manipolazione della contrattazione pubblica centrale, autonomica e locale” contando sulla complicità non solo dei governi locali e regionali ma anche sulla collaborazione di alcuni esponenti di punta del governo statale che in cambio dei favori concessi alle imprese nell’aggiudicazione degli appalti pubblici ricevevano una “commissione” del 3 o 4%.

Di scandali di corruzione che hanno investito esponenti del PP fin dalla sua nascita il curriculum della formazione – definita dai rapporti europei, sulla base del numero di inchieste e condanne, il “partito più corrotto” del continente – è pieno zeppo.

Ma le conseguenze politiche del “caso Gürtel”, tutte da verificare vista l’assuefazione dell’elettorato di destra spagnolo alla corruzione, potrebbero essere maggiori rispetto al passato. Perché la sentenza colpevolizza in PP in quanto tale, e non alcuni suoi esponenti o dirigenti come era avvenuto in passato.

Nel tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica, ieri il governo ha scatenato una maxi operazione di polizia in Catalogna finalizzata a trovare le prove del presunto utilizzo da parte delle autorità di Barcellona di fondi pubblici per la cooperazione, destinati invece all’organizzazione del referendum sull’autodeterminazione. L’ingente mobilitazione di forze dell’ordine, l’alto numero di fermi e perquisizioni ha però portato ad un nulla di fatto.

Rajoy in una intervista si è difeso affermando che “il PP è molto più di dieci o quindici casi isolati di corruzione” (!). Ma stavolta la tegola che gli è piovuta addosso è davvero pesante. L’ex leader della formazione, José Maria Aznar, ha chiesto le dimissioni del segretario del partito nel tentativo di tornare in sella e di evitare che la formazione politica venga travolta. I sondaggi degli ultimi mesi segnalavano già un calo significativo dei consensi per il PP, che ora potrebbe diventare assai più consistente, ad un anno esatto dalle elezioni europee, da quelle comunali e di alcuni appuntamenti regionali.

Secondo i sondaggi – per quello che valgono – ad approfittare dell’ennesima crisi del PP sarebbe soprattutto Ciudadanos, il partito di destra nato in Catalogna nel 2005 per controbilanciare il vento indipendentista è da qualche tempo diventato una forza politica di consistente peso politico statale, capace di attirare i consensi in fuga dal PP e anche dal Psoe. Dall’inizio della crisi catalana i suoi leader Albert Rivera ed Ines Arrimadas hanno impresso un notevole giro a destra del messaggio della formazione, che si caratterizza ancora più del PP per la sua ideologia nazionalista e reazionaria e i suoi crescenti legami con l’estrema destra neofascista. Finora Ciudadanos è servito come “caja B” del PP, fornendo agli elettori scontenti un comodo approdo in grado di tenere a galla l’esecutivo e di rafforzare il ‘regime del 78’, passato da bipartito a tripartito. Ma la sentenza sul “caso Gürtel” potrebbe sancire lo storico sorpasso da parte della nuova destra.

Si capirà nelle prossime ore se Rivera, reduce da una kermesse ultranazionalista finalizzata ad un allargamento del partito ad altre aree politiche reazionarie, approfitterà del colpo inferito dalla magistratura al suo alleato Rajoy per buttare giù l’esecutivo e andare rapidamente ad elezioni anticipate che potrebbero decretarne la vittoria. Nel frattempo i socialisti hanno presentato una mozione di sfiducia che, col sostegno dei partiti di opposizione Unidos Podemos, Erc, PDeCAT, Compromis, Bildu e Nueva Canaria, potrebbe arrivare ad un passo dalla spallata.

Se a votare la sfiducia fossero anche i deputati del Partito Nazionalista Basco – o qualche ‘franco tiratore’ di Ciudadanos, il governo Rajoy potrebbe avere i giorni contati. Ma non necessariamente Madrid ne uscirebbe a sinistra.

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23/03/2018

Sarkozy incriminato per corruzione. E due!

Ieri, 22 marzo, Nicolas Sarkozy è stato incriminato per corruzione passiva, finanziamento illegale della campagna elettorale del 2007 e occultamento di distrazione di fondi pubblici libici. Uno dei giudici incaricati dell’istruttoria lo aveva già rinviato a giudizio nell’affaire Bygmalion, che riguarda la sua campagna elettorale del 2012.

Ma Sarkozy ha molte altre pendenze con la giustizia francese. Il 1° luglio 2014 lui e il suo avvocato sono stati incriminati per «corruzione attiva», «abuso d’ufficio» e «occultamento di violazione del segreto professionale» grazie all’intercettazione di conversazioni su una linea telefonica che Sarkozy, allora presidente della Repubblica, aveva intestato a «Paul Bismuth».

Sarkozy è sospettato di aver tentato di ottenere da Gilbert Azibert, giudice della Corte di Cassazione, notizie coperte da segreto che lo riguardavano, promettendo, in cambio, di favorire il trasferimento a Monaco dell’alto magistrato. Per questo i giudici hanno chiesto, nell’ottobre 2017, che l’ex capo dello Stato sia giudicato da un tribunale. Inoltre, l’arbitrato grazie al quale Bernard Tapie ha ottenuto dallo Stato, nel 2008, un indennizzo di 404 milioni di euro per il danno subito con la vendita di Adidas nel 1993 è stato dichiarato nullo. Tapie dovrà rimborsare la somma. I giudici non escludono lo zampino di Sarkozy in quell’arbitrato.

Sarkozy è stato ascoltato come testimone, nel febbraio 2014, dai giudici che indagano sulle tangenti versate per la vendita d’armi al Pakistan e all’Arabia Saudita nel 1995, parte delle quali – le cosiddette retro-commissioni – avevano finanziato la campagna presidenziale di Edourd Balladur, di cui Sarkozy, già ministro del Bilancio nel suo governo, era portavoce. La giustizia francese si interessa anche al contratto di 2 miliardi di euro fra il Kazakistan e l’impresa Eurocopter per la vendita di 45 elicotteri, oggetto di « retro-commissioni », che consistono nel gonfiare la fattura per versare al mediatore una commissione più grossa, parte della quale torna segretamente al venditore. Sarkozy, all’epoca presidente della Repubblica, ha partecipato alla trattativa e l’inchiesta è in corso per determinare se sia corresponsabile di corruzione.

Sei persone della cerchia di Sarkozy, quando era all’Eliseo, sono state incriminate, insieme al sondaggista Ipsos, per attribuzione irregolare di commesse di sondaggi del valore di 9,4 milioni di euro. Finora Sarkozy è stato protetto dall’immunità presidenziale. L’ex presidente è stato accusato anche di aver approfittato dello stato di debolezza di Liliane Bettencourt, erede del gruppo L’Oréal. Interrogato, incriminato per circonvenzione d’incapace, abuso d’ufficio e ricettazione, è stato prosciolto, dato che i giudici non hanno potuto raccogliere prove sufficienti a suo carico.

Nel novembre scorso, infine, si è conclusa un’altra inchiesta sui viaggi di Sarkozy in jet privato fra il 2012 e il 2013, fatturati alla società Lov Group del suo amico Stéphane Courbit. L’ex presidente non è stato incriminato.

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Ennesimo tassello che manda a benedire la vulgata tutta provincialista per cui sono la nostra classe dirigente fa schifo. 

08/02/2018

Dossier, depistaggi, giudici corrotti: tra le inchieste a rischio, anche quella sulle tangenti Eni

Emergono nuovi ed inquietanti particolari rispetto alla maxi inchiesta condotta dalle Procure di Roma e di Messina che due giorni fa ha condotto all’arresto da parte della Guardia di Finanza di quindici persone: ex giudici, avvocati, imprenditori.

L’ennesimo “cerchio magico” – una vera e propria associazione a delinquere – che per interessi privati e personali inquinava processi, depistava indagini, creava dossier e false informative.

Nulla di nuovo, per carità: siamo abituati purtroppo a notizie di questo tipo.

La vicenda, nello specifico, è particolarmente interessante perché tra le inchieste a rischio corruzione messe sotto la lente d’ingrandimento dalle Procure di Roma e di Messina c’è quella relativa alle tangenti Eni.

Ricostruiamo la vicenda: due giorni fa la Guardia di Finanza procede all’arresto di quindici persone.

Tra questi, spiccano i nomi dell’ex pm di Siracusa Giancarlo Longo, dei due avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, dei due imprenditori Fabrizio Centofanti ed Enzo Bigotti (già coinvolto nella vicenda Consip).

Tra gli indagati anche un ex presidente di sezione del Consiglio di Stato, Riccardo Virgilio.

L’accusa è grave: secondo le indagini, il giudice Longo avrebbe messo a disposizione le sue funzioni per favorire i clienti degli avvocati Amara e Centofanti, intervenendo anche in inchieste di altri colleghi attraverso procedimenti creati dal nulla che andavano ad intrecciarne altri, offrendo la possibilità di inquinare prove e processi.

E’ questo forse l’aspetto più rilevante dell’attività criminale messa in piedi: il metodo con cui Longo riusciva a condizionare non solo i processi e le indagini a lui assegnate, ma anche procedimenti terzi. I meccanismi erano tre: inchieste create ad arte che gli permettevano di monitorare ulteriori fascicoli di indagine assegnati ad altri pm; la creazione di fascicoli da utilizzare per minacciare o ricattare soggetti ostili agli interessi dei due avvocati; indagini messe in piedi per creare i presupposti ad incarichi consulenziali, sempre per favorire gli interessi dei complici.

In cambio di tutto questo, secondo le accuse, l’ex pm avrebbe ricevuto soldi, vacanze e favori di varia natura.

Arriviamo così alla vicenda Eni: tutto parte nel 2016, quando Alessandro Ferraro, tra gli arrestati e collaboratore dell’avvocato Amara, denuncia un tentativo di sequestro nei suoi confronti. A questo punto interviene Longo, che inizia a svolgere le indagini mettendo in evidenza un presunto tentativo di complotto contro l’Eni e il suo amministratore delegato Descalzi. Per rendere più credibile l’ipotesi, viene coinvolto anche un tecnico petrolifero, Massimo Gaboardi.

L’apertura di questo fascicolo permette a Longo di interagire con la Procura di Milano che sta portando avanti l’inchiesta su Eni e le tangenti, e che vede indagato proprio Descalzi.

Il tentativo di inquinamento non va in porto, e nel frattempo parte l’indagine proprio sull’attività di Longo e dei suoi sodali, che nei giorni scorsi è arrivata alle prime conclusioni.

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15/10/2016

I signori degli appalti militari


Così nella più grande base navale italiana sul Mediterraneo si ingrassano gli appetiti degli imprenditori e si soddisfano i desideri degli alti ufficiali della Marina

Lui ha pagato il catering per la festa, poi altre cose, i computer, i telefoni, insomma, le cose che già si sapevano” racconta il Capitano di Vascello della Marina Militare, Giovanni di Guardo, alla sua compagna Elena Corina Boicea. Quindi, “praticamente tutto”? chiede la donna. E lui risponde: “si, l'unica cosa che non ha pagato, ma che ha pagato quell'altro, l'altro amico di Marcello che si occupa delle pulizie - Antonio Bruno - è il dentista”. La coppia ora si trova rinchiusa nel carcere di Taranto dopo che un’inchiesta del nucleo locale di polizia tributaria della Guardia di Finanza (diretto dal colonnello Renato Turco) coordinata dal Pubblico ministero Maurizio Carbone sta squarciando il velo sull’ennesima storia di tangenti, imprenditoria di rapina, saccheggio delle casse pubbliche “ambientata” nella città di Taranto.
 
Telefonate compromettenti. Sono centinaia le conversazioni telefoniche già depositate agli atti che inchiodano decine di persone. È svelato così il sipario, il “retroscena in cui si muovono ufficiali e dipendenti civili della Marina Militare, insieme con imprenditori, locali e non, per accaparrarsi commesse a discapito del buon andamento della pubblica amministrazione”; tutto ciò è messo nero su bianco nell’ordinanza di custodia cautelare di centodiciannove pagine firmata due giorni fa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Taranto, Valeria Ingenito. In carcere stavolta ci sono finiti in otto, e un carabiniere è ai domiciliari. I primi sono tutti accusati di aver costituito e partecipato ad una associazione a delinquere promossa dal capitano Giovanni Di Guardo, che, nella sua qualità di direttore dell’ufficio Maricommi di Taranto (si tratta dell’ente che bandisce le gare d’appalto per le forniture) insieme alla sua compagna e a un dipendente civile dell’Arsenale Militare: “custodivano e raccoglievano il denaro consegnato dagli imprenditori titolari o gestori di fatto delle imprese affidatarie di appalti di beni e servizi per conto della Marina Militare”. Non solo. C’era un vero e proprio cartello di imprese tra loro collegate – secondo gli inquirenti “per pilotare l'assegnazione a loro favore di tutti gli appalti gestiti dalla Direzione Maricommi Taranto, con l'estromissione delle altre ditte concorrenti”.

Le condotte contestate sono la corruzione aggravata e la turbativa d’asta, l’aver ricavato profitti illeciti per un ammontare pari a quattro milioni di euro, da gennaio fino al quattordici settembre di quest’anno. Quando scatta la prima tranche dell’operazione di polizia tributaria. Perché è alle 17.30 di quello stesso giorno che la vita del capitano Di Guardo muta improvvisamente. Una cimice nascosta nel suo iphone 6 lo localizza all’interno di un appartamento di proprietà dell’imprenditore e sindaco del comune di Roccaforzata, Vincenzo Pastore “ras delle pulizie” con le sue cooperative in molte basi militari italiane; che a Taranto gestisce, tra proroghe e affidamenti diretti da trent’anni e più diversi appalti per le pulizie degli uffici comunali e ovviamente delle basi militari. I finanzieri erano sulle loro tracce da mesi. Così si appostano e all’uscita dalla casa perquisiscono i due. In tasca al Capitano di Guardo i militari trovano una busta gialla contenente duemila e cinquecento euro in contanti. Nel borsello di Enzo Pastore, invece, la Finanza di Taranto scopre tre cd rom, all’interno il progetto tecnico con cui una delle cooperative da lui controllate, la Teoma Srl mirava ad aggiudicarsi l’appalto per il Servizio di pulizia e sanificazione presso Enti, Distaccamenti e Reparti vari della giurisdizione di Marina Sud Taranto (Puglia e Campania).

Per dare l’idea del tenore dei lavori da fare, dei profitti da conseguire per chi se la sarebbe aggiudicata, la gara è suddivisa in quattro lotti. Comprende la pulizia delle basi militari di Grottaglie, Brindisi e Taranto e quelle della provincia di Napoli. Il quantitativo totale dell’appalto aggiudicato è pari a oltre undici milioni di euro. È un fatto che il bando di gara in questione, pubblicato il 20 Maggio è firmato dal direttore di Maricommi. Punto di contatto si legge sul sito del ministero della difesa, dove il bando di gara è reperibile la tenente di vascello Francesca Mola, 31 anni, “una a cui piacciono i soldi” la definisce così il Comandante di Guardo in una intercettazione telefonica. Quattro giorni dopo l’arresto del suo Capo, il 18 settembre la tenente Mola consegna alla città di Taranto un altro dei suoi tanti record negativi. È la prima donna militare ad essere arrestata in Italia. Ma non è questo il punto.

Francesca Mola è soprattutto una pedina importante del presunto piano corruttivo. È la stessa donna che incontra più volte l’imprenditore Pastore dandogli istruzioni su come modificare l’offerta tecnica, a buste già chiuse. “È lei che detiene tutte le offerte tecniche presentate dalle imprese partecipanti alla gara” scrive il gip Valeria Ingenito nell'ordinanza che ha portato in cella la tenente di vascello della Marina. Già allora (all’atto del suo arresto) invece, l’indagine della Finanza sembrava tutt’altro che chiusa, anzi, lasciava intendere l’esistenza di “una struttura associativa in grado di pilotare diversi appalti”. Circa un mese dopo se ne ha conferma, a giudicare dai nove arresti di qualche giorno fa. E a leggere le carte dell’inchiesta ancora zeppi di omissis in tantissime pagine, dunque, i signori degli appalti militari sembrano ancora molti da stanare. Tuttavia, la carne già messa al fuoco dagli inquirenti è davvero tanta. Una parte di questa, però, è già cotta in abbondanza. Come dimostrano proprio i dodici arresti, in quella che appare una tangentopoli con le stellette, in continua evoluzione.
 
Truffe, imposizioni e il 10 per cento. Un sistema collaudato, ed è proprio da una fornitura di carne, per la nave Cavour, registrata e mai avvenuta, che è partita un’altra indagine su un altro signore degli appalti militari. L’imprenditore Antonio Bruno (quello che ha pagato il dentista) viene arrestato il 26 settembre insieme a tutta la famiglia. Padre, moglie e sorella. Accusati a diverso titolo di bancarotta fraudolenta e false fatturazioni, di operazioni finanziarie truffaldine, in pratica, avvenute con la complicità di un commercialista molto noto in città. È la truffa aggravata che viene contestata, tuttavia, a riportarci nel dorato mondo degli appalti made in Taranto. Infatti, la famiglia Bruno, “attraverso false attestazioni per prestazioni mai rese o eseguite in misura inferiore di quanto dichiarato avrebbero truffato il Comune di Taranto, la Marina Militare (sedi di Taranto, Brindisi e Napoli) e l’Aeronautica Militare tutti enti per i quali gestivano servizi di sanificazione ” scrive il giudice per le indagini preliminari Vilma Gilli motivando gli arresti dei Bruno e i sequestri per equivalente richiesti. Pari a un milione e duecentocinquantamila euro. Ma c’è di più. Perché Antonio Bruno è un nome che ritorna spesso in molti appalti che riguardano servizi per enti pubblici, come la ristorazione, appunto. La denominazione di una delle società a lui riconducibili, l’ItalPulizie srl, la rintracciamo nella relazione predisposta dagli ispettori della Ragioneria generale dello Stato a margine della verifica amministrativo-contabile presso il Comune di Taranto eseguita dal 14 al 15 settembre 2015, la quale ha proiettato ombre funeste sul bilancio del Comune di cui appena dieci anni orsono fu già dichiarato il dissesto finanziario. Sotto la scure degli ispettori ministeriali sono finiti: i compensi dei vigili urbani, le premialità indebite corrisposte ai dirigenti, alcuni affidamenti avvenuti contra legem a professionisti esterni all’amministrazione, i valzer di bilancio nella gestione di municipalizzate e partecipate. Ma soprattutto ancora qui – la fornitura di beni e servizi. In particolare, “le proroghe reiterate negli appalti disposti dalla Direzione Patrimonio del Comune in favore della società ItalPulizie srl, relativamente al servizio di pulizia di aree demaniali e di manutenzione del patrimonio edilizio comunale sono illegittime” scrivono gli ispettori ministeriali.

Un mago della truffa, dell’imposizione, Antonio Bruno. Perfettamente inserito pare anche nel sistema del 10 per cento. Cioè, nel meccanismo delle premiali corrisposte dagli imprenditori fornitori agli alti ufficiali della Marina. Anche per lui è arrivato il secondo arresto in pochi giorni. È uno degli otto indagati a cui è contestato il vincolo associativo. Ed è uno di quegli imprenditori ad aver fatto più affari nell’ultimo anno con l’ente militare tarantino. Si era già aggiudicato il 22 aprile 2016 l’appalto per il servizio di ristorazione del Circolo Sottoufficiali della Marina. Un’altra sua società si è aggiudicata la scorsa estate la gestione della spiaggia sottufficiali, a San Vito. L’imprenditore, inoltre, è coinvolto, anche nella vicenda dell’appalto per il Servizio di pulizia e sanificazione presso Enti, Distaccamenti e Reparti vari della giurisdizione di Marina Sud Taranto (Puglia e Campania) per cui sono stati arrestati, il 14 settembre, Pastore e Di Guardo. Infatti, nel corso degli interrogatori di convalida degli arresti, entrambi hanno ammesso che la somma rinvenuta addosso a quest’ultimo rappresentava un acconto versato dal Bruno attraverso il sindaco imprenditore di una maxi tangente, che avrebbe poi permesso l’aggiudicazione della gara alla cooperativa Teoma Srl e consentito all’Italpulizie Srl di Bruno di subentrare nei lavori. Partite di giro, insomma. Al centro sempre loro, i signori degli appalti militari.

Sono almeno cinque, dal 2014 ad oggi, le inchieste giudiziarie che hanno riguardato episodi di corruzione o concussione avvenuti nella Direzione Maricommi di Taranto. Due indagini sono già chiuse e tra meno di un mese comincerà il processo. Alla sbarra ci saranno una decina di alti ufficiali. I due comandanti che hanno preceduto Di Guardo, nell’incarico, e anche nella stessa sorte giudiziaria. Anzi, in verità, le accuse per l’ultimo comandante della base sono ben più gravi. È come se si assistesse, come se fossimo di fronte, cioè, ad un miglioramento, un avanzamento del quadro corruttivo, cioè del sistema già abbondantemente collaudato del dieci per cento. In effetti, rispetto alle prime inchieste condotte dallo stesso magistrato Maurizio Carbone, risalenti al 2014, che avevano già rivelato all’interno della Base navale militare di Taranto, la più importante postazione italiana nel Mediterraneo, “l’esistenza nell’ambito di un collaudato e stabile accordo criminoso, di un vero e proprio sistema, che andava avanti da anni”; per dirlo ancora con le parole dei magistrati: “fatti di concussione continuata posti in essere nel corso degli anni in modo sistematico e diffuso, con ferrea determinazione a delinquere, invariabilmente, nei confronti di tutti gli imprenditori assegnatari di appalti di servizi e forniture da parte del V Reparto Maricommi di Taranto”. Di pubblici ufficiali che avrebbero agito “sostanzialmente alla stregua dell’agire della malavita organizzata”. Chiedendo il pizzo agli imprenditori.
 
Ora, rispetto a quei fatti, c’è un cambio di paradigma. Gli imprenditori e gli alti ufficiali appaiono un tutt’uno. Concordano prezzi, quantità. Lo fanno in incontri segreti in cui ci si pone l’obiettivo di porsi al riparo da eventuali possibili contestazioni da parte di altri imprenditori esclusi, “talvolta fruendo delle informazioni di compiacenti rappresentanti delle forze dell'ordine”. Cercando di conoscere in anteprima l’esistenza di eventuali indagini nei loro confronti o di evitare rapporti con imprenditori "inaffidabili", quelli che “se la sono cantata l’altra volta”. Si, “perchè con i Carabinieri siamo coperti” (un carabiniere, Paolo Cesari è ai domiciliari). “Con quell’altro siamo coperti” ( nelle carte compare il nome di poliziotto, ma che non risulta indagato) “Gli unici... coperti fino a un certo punto con la Guardia di Finanza” ammette uno degli indagati, considerato il collante tra gli ufficiali e gli imprenditori e rivolgendosi al capo del gruppo, il capitano di vascello Giovanni Di Guardo che era stato mandato dall’allora Capo di Stato Maggiore, (ora in pensione) generale De Giorgi, da Roma, per moralizzare la base militare di Taranto! Ed è proprio verso Roma che è puntata ora l’attenzione degli investigatori. Verso gli uffici dove Di Guardo avrebbe incontrato alcuni imprenditori, prima del suo arrivo nella città pugliese, chiamato a mettere ordine dopo gli arresti dei suoi precedessori. Dunque dalle basi militari della Puglia agli uffici romani dei ministeri della Difesa sono in tanti ora a tremare. Si lamentava, invece, il Capitano, di un imprenditore “infedele” al cospetto di un altro, invece, amico, Valeriano Agliata, destinatario nell’ultimo anno con le sue cinque società di commesse pari a quasi due milioni di euro: “quando io vengo fisicamente con i mobili, con le valigie da Roma, ti dovresti far trovare al casello, a Massafra, prima ancora che apro la bocca dovresti dire: scusa questo è quello che ti devo dare". È questo il modo di entrare nel giro, secondo il Sultano di Maricommi: “per cui c’è Valeriano, c'è Gianni e c'è pure Piero". E Agliata risponde: “certo.
 
Così Taranto, dunque, la terza città meridionale per estensione ed abitanti (isole escluse) è continuamente ferita dall’operato di un blocco granitico, politico, militare, imprenditoriale e sociale, rappresentativo di interessi e affari spesso inconfessabili, tutti a danno della collettività. In questo modo, da circa trent’anni è una città laboratorio dei crimini commessi dai colletti bianchi. È un altro fatto che a valle di una cruenta e fratricida guerra di mala che a cavallo tra gli anni’80 e ’90 provoca centosessanta morti, emerge un ceto, una classe dirigente che elegge prima Giancarlo Cito (poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) sindaco e parlamentare. Poi, quella stessa classe saccheggia le casse del Comune provocando il dissesto finanziario più imponente nella storia della Repubblica. Sono parte di uno stesso agire politico imprenditoriale criminale, inoltre, le arcinote vicende che hanno portato al gravissimo disastro sanitario e al sequestro della fabbrica più grande in Europa; in cui, nonostante ciò, sono morti sette operai negli ultimi quattro anni. Così come è la stessa tendenza politica a “fottere il Pubblico, ciò che è Comune” che ha portato i magistrati a scoprire la più pervasiva tangentopoli con le stellette degli ultimi venti anni.
 
È il sistema Taranto. E forse non c’è nessun altra classe dirigente locale, oggi, in Italia, capace di eguagliare questi record.

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05/02/2016

Il settore della pelle come specchio del “made in Italy”

Un anno fa, in seguito alla puntata di Report sullo sfruttamento dei lavoratori per i grandi marchi del lusso, avevamo scritto questo articolo, dove mostravamo perché i padroni sono così interessati alla quantità e qualità del tempo che ci rubano. Visto che per vivere, infatti, bisogna affittare il proprio tempo in cambio di un salario, è bene sapere a cosa si va incontro. In questo caso abbiamo deciso di intervistare un lavoratore che conosce bene il mondo della pelle nell’area fiorentina, in particolare come si lavora in una micro impresa: emerge uno spaccato piuttosto chiaro, un vero e proprio specchio di quel “made in Italy” tanto osannato in tempi di Expo, quanto poco conosciuto.
 
Uno dei vari”modelli toscani”, basato sulla presenza di moltissime imprese di micro dimensioni (a gestione familiare, come da tradizione italiana) e un discreto numero di medie imprese (in cui la componente familiare è sempre ben presente) le quali fanno capo direttamente a un ristretto numero di grandi aziende. Per districarsi in questo tessuto di scatole cinesi, dopo aver richiamato esempi di sfruttamento a noi più noti, vi lasciamo alla lettura dell’intervista. 
 
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Puoi descriverci la tua attività (giornata lavorativa, produzione, committenti ecc.)?
 
La giornata lavorativa della mia azienda è di 8 ore (per i dipendenti) ma per chi la gestisce praticamente lavoriamo fino alle 19 tutti i giorni (o quasi) e anche il sabato mattina. Tutto questo viene fatto per riuscire ad arrivare alla fine del mese e aver pagato tutti i fornitori, dipendenti, i propri stipendi (per garantire gli stipendi ai miei dipendenti, io amministratore guadagno poco più di un ragazzo apprendista, nonostante lavori 12 ore al giorno e il sabato mattina), tasse ecc. La mia azienda come il 90% di quelle presenti sul territorio fiorentino, produce per i più famosi brand del lusso.
 
Come è strutturato il settore della pelle, quante persone e imprese coinvolge?

Il 90% dell’indotto dell’area fiorentina deriva da aziende che lavorano nel settore della pelletteria (portafogli, borse ecc.). Ci sono però 2 tipologie per lavorare: fornitore diretto o sub fornitore. Il fornitore diretto è quell’azienda che lavora direttamente per l’azienda madre, direttamente per il brand, a sua volta il fornitore diretto può decidere (a seconda delle quantità di lavoro e dei prezzi di realizzazione) di poter dislocare il lavoro a uno o più sub fornitori, che sarebbero altre pelletterie ma che lavorano per conto di una pelletteria come loro e non per conto del Brand. Se un’azienda diretta ha molto lavoro, questo gioco dei Sub Fornitori è conveniente perché riescono a lavorarti a un prezzo più basso di quello che l’azienda madre dà a quella diretta. Per esempio: il Brand di nome “TIZIO” per fare un portafoglio mi paga 25 euro, io per farlo fare a un sub fornitore, togliendo alcune fasi di lavorazione che vengono fatta internamente, glielo pago 12 euro. Alla fine dei conti, il sub fornitore ci fa pari, il fornitore diretto se ha la possibilità di avere molto lavoro, riesce sempre a mettersi in tasca 2/3/4 euro senza aver fatto niente e su migliaia di portafogli il guadagno non è per niente male. Attenzione però a non incorrere nel qualunquismo perché il fornitore diretto è costretto a tenere prezzi così bassi perché i prezzi di partenza dell’azienda madre sono già risicati. L’unico modo per poter lavorare “bene” a prezzi bassi è avere molta quantità e sopratutto continuità, costanza durante gli anni che ormai è sparita dal vocabolario di questi Brand, a parte qualche sporadica eccezione.

Quali sono le principali richieste dei grandi fornitori? Dove vanno a produrre altrimenti?
 
La richiesta maggiore di tutti i Brand è la qualità e i prezzi contenuti. Ora, dobbiamo fare due considerazioni: tutte le Firme pretendono che i prodotti abbiamo una qualità eccelsa e il controllo da parte degli ispettori delle Griffe sono a livelli maniacali, risulta però difficile raggiungere gli standard in quanto “non si può pretendere di fare una Ferrari con i pezzi di una Panda”, tanto per far capire con che materiali lavoriamo, perchè oggi giorno lavoriamo il cartone e non la Pelle, ma nonostante tutto i prezzi rimangono gli stessi, l’artigianalità sparisce perchè tutto diventa sempre più industrializzato. Alla fine poi cosa rimane? Niente, perchè per loro sei solo un codice e se non lo fai bene te (inteso come azienda) ti rimpiazzano con altre aziende, la manodopera la trovano ovunque sia in  Italia o all’estero. Anzi, molte aziende che in questi 20/30 anni hanno sempre prodotto in Cina/Romania/Moldavia ecc, adesso stanno tornando in Italia e decantano il “Made in Italy”, il problema però è che pretendono di fare il lavoro qui agli stessi prezzi di questi altri paesi, in alternativa ricorrono al semilavorato, cioè fanno fare il 70% all’estero, poi spediscono in Italia e il montaggio finale viene fatto da noi e con questo trucchetto, sopra gli oggetti ci timbrano “MADE IN ITALY”.
 
Come consideri la tua condizione, in quanto lavoratore di una micro impresa a gestione “familiare”? Ti senti più “padroncino” (senza offesa) o operaio, specie con la crisi?

Personalmente mi sento più operaio che “padroncino”, in quanto vengo da una famiglia di lavoratori e nonostante lavorino in proprio da tanti decenni, hanno sempre fatto sacrifici per garantire stipendio e quant’altro ai propri dipendenti. In questo momento di crisi mi trovo in una situazione per cui, per il bene dell’azienda, il mio stipendio è quasi al pari di un ragazzo apprendista nonostante lavori 10 ore al giorno e pure il sabato mattina.

Come pensi dovrebbero organizzarsi i tuoi simili nel mondo del lavoro, visto l’attacco delle grandi imprese e la complicità dei sindacati confederali?
 
Credo, ne sono convinto, che innanzitutto si debba cominciare a fare una distinzione nel mondo imprenditoriale, cioè, va diversificata la grande azienda dalla micro impresa come la mia perché sono completamente l’opposto in tutto e su tutto. La potenza economica, la possibilità finanziaria fa la grande differenza e da lì partono una serie di cose come lo sfruttamento delle grandi imprese sui dipendenti. Penso che il primo passo sia questo, tutelare le micro imprese, diversificarle dalle multinazionali e se necessario fare delle leggi su misure per realtà come la mia, perché in tantissimi casi l’operaio e l’imprenditore come me lottano per la stessa cosa: dignità, lavoro e uno stipendio per poter vivere tranquillo e per dire stop allo sfruttamento delle grandi multinazionali che per un motivo o un altro sfruttano tutti e due.
 
Inoltre, il settore della pelletteria non è immune da tangenti, favori vari ecc. Esiste una rete, formata da vari soggetti di rilievo di questo settore (come dirigenti e titolari di aziende) che vendono macchinari per la pelletteria. Questi dirigenti per garantirti il lavoro pretendono favori di vario tipo, esempio: se una borsa costa 70 euro al fabbricante o un portafoglio ne costa 30, loro pretendono che ad ogni pezzo gli sia destinata la cifra di 1 euro, 2 euro e così via, insomma una vera e propria tangente che ha riempito le tasche a molte persone, stiamo parlando di milioni di euro (oltre ai loro remunerativi stipendi da dirigenti).
 
Ovviamente parliamo di grandi quantità di lavoro, perché questi sono personaggi di alto rilievo all’interno del brand e quindi sono in grado di determinare direttamente quanto lavoro dare e a chi darlo. Esiste poi il caso del rivenditore di macchinari: nell’area fiorentina esistono alcuni rivenditori molto famosi e potenti nel settore che hanno amicizie e mani in pasta dappertutto, praticamente le griffe ti obbligano ad acquistare macchinari da loro in cambio di lavoro, parliamo di macchine che vanno dai 30.000 euro in su, e a loro non importa chi sei, se sei una grande azienda o una piccola azienda, l’importante è che se vuoi il lavoro devi comprare le macchine da loro, solo da loro altrimenti niente, ti arrangi.
 
Nell’ultimo anno, poi, c’è stato uno “scandalo” che tutti gli addetti del settore conoscevano, ma solo oggi è uscito fuori: l’azienda coinvolta è una nota griffe a livello mondiale che per molti anni ha avuto al comando un tale, il quale ha fatto più danni della grandine grazie a tutte le tangenti e favori che prendeva. È venuto alla luce tutto il sistema che aveva creato insieme ad altri “amici”, cioè rivenditori di macchinari, materiale per pelletteria ecc. Questo soggetto è stato licenziato, ma nonostante tutto, a quanto so, lo hanno assunto in una grande azienda di pelletteria. Insomma gira che ti rigiri, anche nella pelletteria più disonesto sei, più carriera fai.
 

21/03/2015

Grandi opere e corruzione in dieci mosse

Gli scandali a ripetizione sulle ruberie e le corruttele nei grandi appalti per le grandi opere, destano nell'opinione pubblica rabbia e ribrezzo.

A mente fredda e lucida, analizzando la situazione, scopriamo che tutto ciò è un'arma volutamente caricata a salve, una bomba lanciata scientificamente e meramente scandalistica per fare cilecca.

La strategia dei grandi manovratori “occulti” e criminali è prima di tutto quella di bloccare la pianificazione e la programmazione di centinaia di “piccole” opere utili che costano meno, ma che salvaguardano l'interesse e l'incolumità collettiva, come la lotta al dissesto idrogeologico, la messa in sicurezza delle strade e delle scuole. Per salvare la faccia si fanno stanziare delle briciole e spesso i pochi fondi a disposizione vengono bloccati e si impantanano nella burocrazia (vedi Genova).

La lista delle opere incompiute e dei lavori non fatti a regola d'arte, grida vendetta. Ricordiamo quelli per il G8 in Sardegna, per i terremoti de L'Aquila e dell'Emilia, le strade e i viadotti crollati in Sicilia e nel Molise, la vela di Calatrava e la nuvola di Fuksas a Roma.

Il decalogo della corruzione, della devastazione, della disinformazione e dell'impunità è articolato nelle seguenti dieci azioni, con cui questo sistema putrido dalle fondamenta, si fa gioco dell'Italia onesta e popolare:

1) Finanziare e/o corrompere politicanti e boiardi di Stato da mandare nei posti chiave di comando;

2) eleggere/nominare (per onestà intellettuale escludiamo gli attuali eletti rimasti nel M5S), trasversalmente nel Parlamento, nelle Amministrazioni Regionali, nei Dipartimenti chiave, utili idioti servitori di due padroni: le banche (per es. Intesa, MPS, UniCredit) e le Società dei General Contractor (per es. Salini-Impregilo, Gavio, Benetton, Pizzarotti, Caltagirone, Astaldi);

3) far approvare, tramite il Governo, il CIPE e le Giunte Regionali, leggi come la "Legge Obiettivo", il "Project Financing", il "Decreto Fare" e lo "SbloccaItalia". Conseguentemente programmare le “opere strategiche”, stanziando miliardi di euro di risorse pubbliche;

4) orchestrare una campagna mediatica propagandistica finalizzata a convincere l'opinione pubblica della bonarietà e della necessità di queste opere con le tre paroline chiave: “strategico, sviluppo e lavoro”. Molto facile, visto che la proprietà dei mass media e nelle mani dei poteri forti;

5) bloccare la giustizia e la magistratura, almeno fino a quando il malloppo non sarà al sicuro, nelle tasche dei grandi lobbisti privati;

6) non ascoltare e non informare le comunità locali e i cittadini, non facendole partecipare alle decisioni sulle opere che li riguardano;

7) assegnare gli appalti, distribuendoli ai vari “benefattori”;

8) criminalizzare e bloccare anche con la repressione poliziesca l'opposizione sociale dei Comitati (vedi NOTAV e NOMUOS);

9) una volta aperto il cantiere, allentare la stretta sulla magistratura e lasciare, come nei casi dell'EXPO e del MOSE, che qualche giudice, sfuggito alle maglie del controllo lobbistico, tenti di fare giustizia, ma i polli (leggi i miliardi di euro) avranno già preso il volo, atterrando su nidi sicuri (le tasche dei due padroni, come sopra descritti);

10) se malauguratamente, la magistratura bloccherà il cantiere e l'opera, all'Impresa si dovranno pagare anche i danni per milioni di euro. Oltre al danno (per i cittadini e il territorio) anche la beffa!

La farsa continua con gli ultimi avvenimenti che hanno coinvolto Incalza e Lupi (NCD=Nuova Corruzione Devastatrice) che in Parlamento, in occasione delle sue dimissioni da Ministro, spudoratamente, se la ridacchia e fa le corna, come fece il suo ex amico Berlusconi: stessa teppa!

Una ultra decennale vertenza ancora è viva e resiste: quella del movimento NOcorridoio/NObretella contro l'autostrada a pedaggio A12-Roma-Latina e la bretella Cisterna-Valmontone. Si sono già mangiati decine di milioni per progetti, varianti, consulenze e indennità per i Consigli di Amministrazione di ARCEA e Autostrade del Lazio, il cantiere non è stato ancora aperto, ma lo sarà in autunno del 2015. Fermarlo sarà possibile, se tutte/i insieme, cittadini, pendolari, agricoltori, ambientalisti, Comitati e Associazioni, saranno UNITE/I come un solo grande blocco solidale per difendere la nostra terra con i presidi permanenti, con i nostri corpi e i nostri trattori, davanti alle ruspe dei politicanti corrotti e degli avvoltoi prenditori e accaparratori di grandi appalti pubblici.

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19/03/2015

Caso Lupi. "Responsabile" deriva da risponderne?

Quello che ancora manca, nel senso comune, è la cultura della responsabilità politica.

L’opposizione parlamentare si è scagliata contro il ministro Lupi per la supposta implicazione del ministro e di suo figlio insieme alla moglie, insomma di tutta la sacra famiglia, nello scambio di regalie e appalti, assunzioni facili e favoritismi. Insomma stando alla luce dei fatti finora conosciuti “niente di nuovo sotto il cielo della nostra politica”. E non da adesso, ma da sempre.

E’ un film visto migliaia di volte e finita la “tre giorni” di passione, inchieste giornalistiche, interviste, dibattiti infuocati nei finti teatrini dei talk show, passata la buriana, tutti dimenticheranno e le cose continueranno ad andare come è sempre stato e nessuno pagherà (per cosa poi, stando cosi le accuse?)

E come per l’assoluzione di Berlusconi, si cerca di mischiare moralismo, etica, “benpensantismo” con la politica. E’ vero che la cultura politica nel nostro paese è andata a farsi benedire e con questo termine si intende tutto e il contrario di tutto. Cosi come con il termine di responsabilità. Se poi coniughiamo i due termini i più vanno nel panico.

Ma la questione centrale o che dovrebbe diventare centrale per poter dare dignità alle istituzioni e a chi fa parte delle istituzioni è mettere al centro, e far diventare centrale, la questione della “responsabilità politica”

Avere responsabilità nel campo lavorativo, ma soprattutto politico, vuol dire avere la responsabilità del proprio ufficio, dei propri collaboratori e del loro operato. Cioè risponderne di fronte alla collettività nel caso del politico. Se l’ufficio non funziona la responsabilità è prima di tutto del suo responsabile oggettivamente e poi del colpevole materiale della disfunzione.

Nel caso specifico, ma è solo un esempio, se il direttore centrale o un suo collaboratore è colpito da sospetti o da inchieste giudiziarie per un sistema di appalti truccati, di malaffare in essere, la responsabilità, non penale, ma politica è del ministro in carica. Le sue colpe sono colpe oggettive , indipendentemente se direttamente coinvolto nelle vicende. Se lo fosse, si spera, pagherà penalmente anche per queste, ma prima di tutto è responsabile politico. Prassi vorrebbe e soprattutto etica vorrebbe che i suoi collaboratori fossero sospesi dall'incarico e che il ministro si dimettesse.

Invece in Italia, colpa anche dell’inciviltà, dalla barbarie politica in cui imperversiamo, si additano i politici delle supposte ruberie mischiando responsabilità penali con quelle politiche facendo un gran polverone e cosi facendo agevolando e facilitando il, cosi diventato semplice, compito di discolparsi e di uscirsene col semplice sillogismo “si è innocenti fino a prova contraria, per cui rimango al mio posto”.

Non è il sospetto della sua onestà o supposta colpevolezza penale a dover essere causa della richiesta di dimissioni (che già questo è una illogicità perché dovrebbero essere implicite, automatiche), ma il semplice fatto che politicamente non è stato in grado di gestire correttamente il suo dicastero e i suoi collaboratori.

Chi ha scelto i suoi dirigenti o consulenti che siano? E se li ha ereditati perché li ha riconfermati?

E nell'esempio di cui si parla già nel 2014 Lupi era a conoscenza dei carichi penali pendenti sul suo direttore e nonostante ciò lo ha riconfermato. E anche la giustificazione della Lorenzin - che si lamentava del fatto che i ministri sono impotenti di fronte alla rimozione dei direttori generali e dell’alta burocrazia (smentita tra l’altro da altri esempi precedenti) - ... ma siete o non siete governo?

Avete fatto il taglio delle pensioni in una settimana, avete creato gli esodati, nuova categoria sociale, con una legge, e non siete capaci di licenziare o rimuovere un alto papavero? Se anche fosse vero, è questa una giustificazione o una ammissione di colpa e di incapacità? E se fosse vero, non sarebbe il caso, per onestà intellettuale, di denunciare il fatto pubblicamente e rinunciare all'incarico per impossibilità a svolgerlo correttamente?

Ma adesso sorbiamoci questa ulteriore tre giorni di passione di “baillame” mediatico, di  questa ennesima “ammuina” tanto tra poco è Pasqua e mangiamoci la colomba...

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20/09/2014

La persistente mentalità colonialista del nostro paese

La vicenda della maxi tangente pagata dall’ENI a membri del governo nigeriano andrebbe seriamente analizzata. Non è tanto lo stupore per la cifra (si parla addirittura di 500 milioni di euro su 1,2 miliardi di investimento), o la meraviglia per fatti del genere, quanto la mancata indignazione, o addirittura la palese difesa da parte dei media e dei politici, verso l’accaduto. Nonostante l’avvio dell’indagine, peraltro partita da Londra e non dall’Italia, l’opinione diffusa nel nostro paese, tanto dalla gente comune quanto dai media mainstream, è caratterizzata da una strisciante giustificazione di tutta la vicenda. Così fan tutti, sembrano dire in coro politici, giornali e opinione pubblica; perché rovinare gli interessi di una così importante azienda italiana? E poi, si sa che quei paesi sono corrotti per definizione, non sarebbe possibile operare diversamente. Questo l’atteggiamento generale, e non stiamo esagerando. Sul Corriere di ieri 15 settembre, ad esempio, due lettere si esprimevano in questi termini: “Ritengo che nel mondo certe pratiche siano purtroppo necessarie per la riuscita di certi affari[...] gli italiani si comportano come tutti gli altri[...] per portare a casa il risultato ed è un idealista chi volesse affermare che in realtà il mondo della concorrenza si basa su principi di lealtà[...] per quanto riguarda l’ambito interno, sono assolutamente d’accordo nel sostenere l’idea secondo cui tra ditte italiane che danno lavoro ad italiani ci debba essere una competizione leale e legale[...] Nell’ambito internazionale, però, visto come funzionano le cose, non si potrebbe chiudere un occhio e lasciare che le nostre aziende, facendo i loro interessi, riportino un successo anche per la nostra comunità nazionale?
Un’altra lettera, stesso tono e stessa conclusione: “Se le aziende non pagano non fanno affari[...] Perché soltanto in Italia ci comportiamo da ipocrite anime belle?” Dello stesso tenore la risposta di Sergio Romano, cioè la risposta del Corriere, che conclude affermando:  “E’ stato dimenticato che esistono ancora nel mondo numerosi Stati patrimoniali, ovvero Stati in cui i ceti che amministrano e governano si considerano proprietari delle risorse nazionali e le trattano come beni personali[...]”.

A notizia ancora calda, l’11 settembre i commenti provenienti da lettori – sempre del Corriere – si esprimevano in termini simili: ”Nel terzo mondo le tangenti sono la normalità e a noi serve il petrolio”, oppure ancora: “La procura di Milano del benessere italiano se ne frega”, e ancora: “Aziende italiane come ENI e Augusta indagate dalla magistratura per tangenti pagate al fine di ottenere commesse all’estero. Ma i nostri magistrati sono tutti degli aspiranti Tafazi?”.

Gli esempi riportati sono, appunto, una goccia nel mare di omertà e (sempre meno) tacita condivisione dei metodi corrotti delle multinazionali, quando queste riguardano il nostro paese. Perché indignarci tanto, o addirittura perseguire tali reati, se questi sono fatti da aziende italiane che operano nel terzo mondo? Va bene la legalità tra aziende italiane(!), ma quando queste fanno affari in Africa o simili, perché impedirgli il loro legittimo business anche sfruttando la corruzione di quei governi? Sembrerebbe una barzelletta, un bignami di mentalità colonialista, e invece è l’Italia del 2014. La legalità sembrerebbe (ed è) un concetto piegabile alle esigenze economiche della fatidica “comunità nazionale”, un comunità che deve far valere il concetto di formale giustizia tra i suoi simili, cioè le altre comunità accreditate come pari livello, ma questa non vale più verso i popoli “inferiori”, vista anzi come intralcio ai legittimi affari delle aziende simbolo di questa stessa comunità. Passati tre (3) giorni dalla vicenda, che ripetiamo vede l’ENI protagonista di uno dei più grandi casi di corruzione della storia, per di più l’ultimo di una serie di episodi che hanno contribuito a depredare la Nigeria delle sue risorse nazionali, nessun giornale ne parla più. La notizia, immediatamente trattata come curiosità giuridica in decima pagina, è rapidamente scomparsa dall’interesse mediatico, dove invece rimangono fisse le inutili sorti dei nominati al CMS o alla Consulta da parte del Parlamento. Nessun giornale degno di nota ha speso il commento di qualcuno dei suoi editorialisti di punta, nessun articolo è andato al di là della mera cronaca, sempre centrata tra l’altro sulle vicende dell’anonima società nigeriana “Malabu” e del governo africano, talmente infamanti che Repubblica, in un impeto cabarettistico, apriva il suo pezzo sulla vicenda dichiarando: “Una gigantesca truffa a danno dell’Eni attuata dai suoi manager di punta e da alcuni intermediari nigeriani e russi[...]”. La maxi-tangente pagata dall’ENI per accaparrarsi lo sfruttamento di un ipotetico pozzo petrolifero veniva descritta come manovra contro l’azienda che aveva orchestrato la truffa. Impressionante. Dal primo momento, la discussione veniva orientata sulla corruzione del governo nigeriano e mai su quella della principale azienda italiana, a sentire i giornali vittima della sua stessa corruzione. Il fatto che “così fan tutti”, poi, non veniva preso a pretesto per una condanna generale di tale sistema, ma come giustificazione delle azioni dell’ENI, che giustamente deve operare in un settore ad alto tasso di corruttibilità, e sempre per colpa dei governi fantoccio africani, mai per proprie responsabilità. Inutile soffermarsi sulle reazioni della politica ufficiale: da Renzi in giù, il coro in difesa di Scaroni e Descalzi, e più in generale sulla necessità per l’ENI di operare come meglio crede nella competizione internazionale volta allo spoglio delle materie prime africane, è stato unanime.

A nessuno dei commentatori accreditati, men che meno all’opinione pubblica che da questi è plasmata, è poi venuto in mente che questo tipo di corruzione è la diretta responsabile della condizioni di vita di quelle popolazioni. Sono infatti meccanismi oliati e giustificati come questo, tra multinazionali del petrolio e fedeli governi corrotti, a determinare la persistenza della povertà di quel continente, la persistente condizione coloniale, di asservimento economico e politico, che caratterizza tutti i paesi africani e più in generale del “terzo mondo”. Salvo poi stupirsi per il rapimento di questo o quell’ingegnere da parte del MEND, incluso nella black list delle organizzazioni terroriste perché combatte con le armi quel modello di corruzione e di esproprio storico delle terre africane da parte delle multinazionali dell’energia e delle materie prime. “Il MEND combatte per il controllo totale del petrolio in tutto il delta del Niger in quanto la popolazione locale non ha mai ottenuto alcun vantaggio dalle notevoli ricchezze del sottosuolo”, ha dichiarato nel 2006 il leader del gruppo armato rivoluzionario. Qualcuno può onestamente dare torto a questo fatto, talmente evidente da risultare persino ovvio? E come è possibile non mettere in diretta relazione le vicende della popolazione nigeriana (e africana in generale), con le operazioni dell’ENI e delle altre multinazionali del petrolio e delle materie prime? In attesa del prossimo spauracchio islamista da agitare per l’opinione pubblica, che oggi in Africa si chiama Boko Haram, non sarebbe il caso di ragionare sulla cause del moltiplicato odio verso l’occidente capitalista, e che queste cause sono esattamente questo giustificazionismo totale verso le politiche imperialiste delle multinazionali dell’energia? Magari al prossimo “male assoluto” africano da debellare con una sana coalizione di volenterosi, al prossimo sgozzamento mandato in onda a reti unificate, invece di fare “fronte comune” con la “civiltà”, riusciremo a contestualizzare questo odio, e a combattere chi lo ha generato.

15/09/2014

Caso Nigeria-Eni: perchè proprio ora?

Certo è una cattiva abitudine quella di chiedersi “perché proprio ora” di fronte ad ogni iniziativa giudiziaria: volendo, una qualche coincidenza la si trova sempre e, quindi, è sempre possibile sostenere che si tratta di una manovra tendete a questo o quel risultato. E quindi, è bene non abusare di questo tipo di argomento, ma ci sono i casi in cui – con tutta la cautela necessaria, per carità – conviene farsi questa domanda. Ovviamente, si possono solo formulare ipotesi, badando bene di ritenerle tali e non verità di fede. Questa del caso Eni-Nigeria, è una di quelle occasioni in cui qualche dubbio è lecito nutrirlo. Ragioniamo.

Sei mesi fa giungono a scadenza le nomine nei grandi enti e Renzi fa appena in tempo a soffiare la poltrona di palazzo Chigi a Letta, per essere lui a fare quelle nomine. Fra esse ce ne sono due “caldissime”: Finmeccanica, di cui parleremo in altra occasione, ed ancor più importante, l’Eni. Nell’ente petrolifero sono in scadenza Paolo Scaroni e il suo vice, Claudio De Scalzi, il gruppo dirigente che ha concluso l’affare Southstream con la Gazprom grazie all’accorto lavoro di Marco Alverà, il manager che, dopo il felice esito della trattativa con i russi sarà premiato con il coordinamento delle attività di trading e commerciali midstream (BU Midstream) e con la presidenza dei consigli di amministrazione delle controllate russe di Eni. Insomma un tandem che più filomoscovita non si può.

Come si sa, gli americani non hanno mai fatto salti di gioia per Southstream (secondo loro, i russi il loro gas dovrebbero usarlo per le inalazioni personali). E, tutto sommato, erano riusciti a ritardare la cosa, in modo che, a marzo, quando avrebbe dovuto iniziare la posa dei tubi, non era pronto… un tubo. Così, quando si è avvicinato il cambio della guardia, gli americani sognavano un bel ribaltone per il quale avevano anche il nome giusto: Leonardo Maugeri, già rappresentante dell’ente a New York, grande conoscitore degli idrocarburi e grandissimo conoscitore degli americani: quello che ci voleva. E ci sono pochi dubbi sul fatto che se sulla poltrona di Palazzo Chigi fosse restato il deretano di Letta, sarebbe stata cosa fatta, ma siccome vi era giunto il deretano di Renzi, il povero Maugeri si trovò con il deretano per terra. E così, al posto di Scaroni, Renzi ha nominato De Scalzi (come dire che a Scaroni è succeduto Scaroni) il quale, come prima cosa, ha confermato l’indigesto Alverà nelle sue molte cariche.

Per la verità, delle tangenti Eni in Nigeria si era iniziato a parlare già a fine 2013, tanto è vero che il M5s aveva denunciato la cosa, ma nel disinteresse generale. Forse mancavano le prove o forse la cosa non aveva alcun particolare interesse, perché si meditava di cambiare inquilini a piazzale Mattei 1, a Roma, con metodi più tranquilli: una nomina e via.

D’altra parte, capiamoci: ci si può scandalizzare benissimo per la pratica della corruzione internazionale, che in effetti è una cosa poco carina, ma, nel mondo dei pozzi petroliferi, se non paghi non ti fanno piantare neanche una cannuccia da bere. E che paghino tutti è cosa sin troppo nota. Non voglio dire che così è, e così sarà per il resto dei secoli e che non si debba fare nulla per superare questo schifo, ma sarebbe ipocrita pensare che da questo pantano si esca per iniziativa unilaterale della magistratura di questo o quel paese: o si pensa ad un qualche accordo internazionale fra i paesi acquirenti o non se ne parla proprio. Può darsi che un accordo del genere sia di là da venire chissà in quale decennio (o secolo), ma sinché le cose restano così c’è poco da fare.

Dunque, la denuncia cadde nel vuoto perché nessuno ci fece caso più di tanto. Ma dopo sono insorti altri guai, come le sanzioni seguite alla storia della Crimea e capite che la cosa era diventata molto meno sopportabile. Per di Più, Renzi e la Mogherini – anche nelle loro vesti “europee” – hanno mostrato una indulgenza verso Mosca, molto sospetta. Ed ecco che arriva l’implacabile avviso di garanzia a De Scalzi e Scaroni, per di più, con un aspetto particolare messo a fuoco: una parte delle tangenti sarebbe “rimbalzato” in Italia per finire nelle tasche di mediatori e manager Eni. Insomma, la tangente sulla tangente (un po’ come nel caso Eni Petromin del 1979): questo è un paese di infinita creatività.

Intendiamoci, non sto dicendo che i magistrati abbiano agito a comando di qualcuno. Ci sono molto modi di eterodirigere una inchiesta senza che il magistrato neppure se ne accorga. Ad esempio, quelle prove che magari mancavano un anno fa, arrivano sul tavolo del magistrato, magari per il tramite di un qualche corpo di polizia, oppure da qualche parte spunta un tabulato rivelatore che prima, chissà perché, era rimasto in qualche cassetto, oppure un giornalista dà la dritta giusta sul dove andare a cercare o magari compare un super-testimone o un pentito. Tecnicamente, un’operazione del genere può essere definita, con un prestito linguistico, uno “sgarrettamento”.

Renzi ha reagito dicendo che De Scalzi lo nominerebbe di nuovo. Al suo posto sarei assai più cauto, sia perché non si sa che altro verrà fuori, ma soprattutto perché i magistrati stanno diventando cattivi anche con il Pd: Regione Emilia docet. Il Pd mi sta simpatico come un dito nell’occhio, ma, onestamente, trovo che una mazzata del genere sui due candidati alle primarie per la regione – dopo che il predecessore è stato steso con una sentenza d’appello non proprio indiscutibile – e per la folle cifra di 4.500 euro a testa, mi pare una cosa un po’ tirata.

Certo: la magistratura non sta gradendo né la riforma della giustizia né lo sdoganamento del Cavaliere, né, tantomeno, le nomine in Csm e questo spiega un certo malumore. Il guaio è se il malumore arriva anche negli ambienti della Procura fiorentina.

Fonte

15/05/2014

Corruzione di sistema

Gli arresti eccellenti per le tangenti sull'Expo 2015 vogliamo archiviarli come eccezione o come norma? Dalla risposta a questa domanda derivano le conclusioni che si possono trarre dall'ennesimo “scandalo sistemico” nell'agenda italiana.

In questi giorni abbiamo di nuovo visto all'opera semplificazioni oltre i limite della banalità. Le grida contro la “politica corrotta” appaiono inattuali e risibili, anzi fuorvianti. Soprattutto perché equiparano questa vicenda alla Tangentopoli del '92, omettendo che in mezzo è cambiato il mondo. E persino la derelitta Italia.

Se nella rottura del 1992 esplosero i partiti storici del sistema politico italiano del dopoguerra, avendo esaurito la loro funzione di “ammortizzatore sociale-clientelare” dell'epoca della guerra fredda, negli scandali più recenti emerge una ricollocazione completamente diversa del rapporto tra affari e politica. Anche se alcuni “mediatori” sono tragicamente gli stessi.

Da un lato i gruppi di interesse rappresentati dal blocco berlusconiano, dall'altro i gruppi di interessi prodotti dall'autonomizzazione delle organizzazioni collaterali al PCI (Lega delle Cooperative soprattutto, ma anche Unipol, Mps etc.).

Il rapporto di convergenza e spartizione degli affari non è passato “attraverso i partiti”, ma all'interno di cordate di interessi privati ampiamente trasversali. Bipartisan, se vogliamo buttarla in politica.

Parafrasando Marx, potremmo dire che si sono sviluppate le forze economiche mantenendo intatti i rapporti precedenti. Una sorta di sistema feudale che prevede che in alcuni “territori” - come la Lombardia - il sistema sia sempre lo stesso anche quando cambiano i soggetti in campo. Se vuoi fare affari in un dato territorio, le strettoie da attraversare sono quelle: con “quelli” devi parlare, con “quelli” devi trattare. In fondo, nonostante le evoluzioni criminali seguite all'esito della trattativa tra Stato e mafia, anche in Sicilia il meccanismo è stato questo. In quel caso le organizzazioni criminali sono state sussunte nel sistema, sono state fatte entrare istituzionalmente nel giro del “grande business”; in cambio, sono finiti gli ammazzamenti, gli attentati, etc. C'è stata una “evoluzione” delle forze, ma i rapporti sono rimasti gli stessi.

Cosa lega gli affari e la corruzione in Lombardia con quella, ad esempio, in Sicilia? Il fatto che lo Stato continua ad essere considerato una entità estranea e strumentale. Non un arbitro o un regolatore imparziale, ma un apparato pieno di interstizi flessibili e agibili, nei quali perciò agire in funzione di interessi privati. Il fatto che questi fossero stati puliti, ripuliti o inquinati è rimasto un dettaglio. Dunque un sistema, non una anomalia del sistema.

Nell'Italia del XXI Secolo, nonostante l'integrazione europea – da cui derivano vincoli e sistemi di controllo – il sistema ha continuato ad agire con la medesima prassi, rinnovata qui e là nei soggetti (nemmeno sempre, come si vede), ma in perfetta continuità.

Da questo punto di vista, le grandi opere e i grandi eventi rappresentano l'emblema della messa in opera del sistema del business privato. Enormi risorse pubbliche a disposizione, e la possibilità di scaricare sul “pubblico” gli eventuali debiti futuri, rappresentano il terreno ideale per la spartizione della torta.

Viene da chiedersi – e qualcuno prima o poi dovrà dare risposte convincenti – perché sulle grandi opere e i grandi eventi, che alla loro conclusione lasciano un rapporto costi-benefici sempre sbilanciato a favore dei primi, le denunce dei comitati popolari e dei loro esperti siano state costantemente ignorate, derise e poi combattute (vedi il caso emblematico del Movimento No Tav). Sull'Expo 2015 è andata esattamente così, come in Val di Susa. Se la Procura di Torino sulla Tav dedicasse un decimo dell'attività prodotta dalla Procura di Milano sull'Expo, ricaverebbe probabilmente risultati niente affatto dissimili. Sceglie invece di dedicarsi con solerzia sabauda a reprimere quelli che vi si oppongono.

La corruzione dunque è “di sistema”. Ma anche i sistemi consolidati possono incepparsi, se hanno esaurito la loro funzione.

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11/05/2014

Scajola: ferocia del potere, lussuria e infantilismo

L'arresto di Claudio Scajola, ex di un sacco di cose tra cui il dicastero degli interni e il ministero dello sviluppo economico, è finito all'istante nel dispositivo banalizzatore del mainstream. Sicuramente il personaggio si presta a processi di banalizzazione e gossip, essendo diventato proverbiale per la casa con vista sul Colosseo "comprata a sua insaputa" che gli costò comunque le dimissioni da ministro nell'ultimo governo Berlusconi. D'altronde né la tv né i giornali sono avari di retroscena, insinuazioni, ruoli delle donne (la segretaria di Scajola, quella del deputato latitante favorito dall'ex ministro e la di lui moglie) tra riciclaggio del denaro, complicità, devozione e forse qualcosa d'altro.

Scajola rappresenta oggi il lento declino della classe dirigente del centrodestra, quella che ha cominciato a definirsi come tale lungo gli anni '90, ormai politicamente inabile, screditata e neanche più in grado di difendersi dai processi. Vale per Scajola come per Dell'Ultri e lo stesso Berlusconi. Che avrà pure solo mezza giornata di servizi sociali a settimana come pena da espiare ma ha, ancora, diversi processi da affrontare.

La disgregazione di Forza Italia, che forse chiamerà a servizio Marina Berlusconi dopo averla allontanata sette mesi fa, è però un problema, enorme, per il PD. Partito che si troverebbe, in caso di accentuato declino elettorale di FI, senza una sponda per le "riforme", per fare interdizione contro il M5S e blindare le istituzioni liberiste.
Diventerebbe oggettivamente difficile trovare maggioranze, come nel periodo da Monti a Renzi, numericamente forti in parlamento che operano contro un intero paese.

Ma torniamo a Scajola. Potenza della memoria corta e del primato del banale e del gossip. Non solo stenta ad uscire la mappatura dei poteri che portano un ex ministro degli interni a sostenere la latitanza, e curare il patrimonio, di un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa (e qui parliamo di informare sui poteri in gioco non di recitare il rosario delle sentenze). Viene, in questi giorni, completamente rimosso il profilo complessivo di un potere che emerge dalla biografia di Scajola. Che ministro è, che potere rappresenta, il responsabile politico della morte di Carlo Giuliani, dell'affare Diaz e di Bolzaneto? Mattanza in piazza e gestione di case, beni e gioielli a Montecarlo della famiglia Matacena, di cui il marito è latitante a Dubai. Un business, istituzionale e non, ramificato quello dello Scajola se ci si ferma alle ricostruzioni della magistratura. Legnate come ministro e possibilità di far vivere, come amministratore di beni, pienamente la dimensione dello Yacht Club di Montecarlo alla signora Matacena. Il tutto legittimato da una politica banale, da parole d'ordine elementari fatte per un elettorato più credulone che furbo.

Quando ferocia del potere, lussuria ed infantilismo si tengono. Un classico, interpretato da un signore che, dopo essere politicamente sopravvissuto a tante inchieste, è arrivato al capolinea. Lui, non il sistema della corruzione nelle grandi e piccole opere che, come vediamo tutti i giorni, è in piena salute. E qui è inutile pensare che si tratti di un problema "sovrastrutturale": senza le tangenti delle grandi opere il potere attuale non sopravviverebbe. Claudio Scajola lo sa. Come pochi.

Redazione - 10 maggio 2014

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30/12/2013

Lesotho, sotto il tetto del continente

L'ampliamento del progetto che disseta il Gauteng avrà un forte impatto ambientale e sociale. Storia di appalti miliardari e tangenti che parla anche italiano.


Un enclave idrico naturale senza sbocco sul mare nel cuore di un Paese arido che soffre siccità periodiche, scarsa disponibilità di acqua e una distribuzione spaziale delle precipitazioni medie annuali non uniforme. È il Regno del Lesotho, una cascata a zig zag di strade su alte montagne che gli valgono il soprannome di tetto dell'Africa quale Paese più alto del continente. Nel più vasto territorio della Repubblica del Sudafrica, interrompendone la superficie di più di un milione e 220 mila chilometri quadrati, quella che così descritta sembrerebbe una gola profonda si erge invece a vedetta da picchi altissimi che arrivano a toccare punte di circa 3000 metri sul livello del mare. Un regno montuoso con una superficie di circa 30.400 chilometri quadrati e in sostanza uno dei Paesi meno sviluppati al mondo, senza grandi risorse naturali fatta eccezione per l'acqua di cui si consuma meno del 6% sul mercato interno - secondo i dati del 2002 della European Investment Bank - che si stende sulla più grande economia dell'Africa, la Rainbow Nation, la quale però dispone di risorse idriche a singhiozzo con una parte considerevole della popolazione ancora senza accesso all'acqua potabile e a servizi igienici adeguati. Proporzioni che non si incontrano e culture lontane che in modo diverso soffrono bisogni e carenze contrastanti con budget milionari di interessi economici locali e internazionali. Secondo i dati forniti da Water Technology, il Lesotho dispone di abbondanti risorse idriche che eccedono rispetto ai requisiti per eventuali futuri progetti di irrigazione e di sviluppo. Su una disponibilità totale infatti di circa 150 metri cubi al secondo, il consumo totale di acqua in Lesotho è di circa 2 metri cubi al secondo.

Un progetto redditizio
Il fiume Senqu, conosciuto anche come Orange River, scorre a circa 2.000 chilometri ad ovest della regione montuosa del Drakensberg del Lesotho attraverso il Sudafrica e verso l'Atlantico. Circa a metà, lungo il suo letto si unisce al fiume Vaal, che scorre da nord-est. Nel 1950 l'Alto Commissario britannico per il Lesotho, Sir Evelyn Baring, individuò in quello che poi divenne il Lesotho Highlands Water Project (Lhwp) il modo più economico per fornire acqua al Sudafrica. A uno studio di fattibilità da parte dei due Paesi nel 1978, ne seguì uno più dettagliato condotto dal MacDonald Lahmeyer Consortium tra il 1983 e il 1986 a conferma che il progetto era economicamente redditizio e avrebbe permesso la produzione di energia idroelettrica. Con un accordo siglato nel 1986 il Sudafrica accettò di pagare i costi di deviazione delle acque e il Lesotho di finanziare i progetti idroelettrici. Il costo totale del progetto ammonta a circa 8 miliardi di dollari e i finanziamenti sono stati emessi dalla Banca Mondiale, la quale coordina anche la mobilitazione di fondi da altri finanziatori tra cui l'African Development Bank, l'European Development Fund, la Development Bank of South Africa, banche commerciali e diverse agenzie di credito europee. Le operazioni della European Investment Bank in Lesotho rientrano in un mandato conferito dagli Stati membri dell'Unione europea nel quadro del secondo protocollo finanziario della IV Convenzione di Lomé - che regolava le relazioni di cooperazione dell'Unione europea (Ue) con i Paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) - con il pieno sostegno della Commissione europea e gli Stati membri attraverso un comitato di rappresentanti, principalmente dai Ministeri per la Cooperazione allo Sviluppo.

Una rete di gallerie e dighe
Il Lesotho Highlands Water Project è il più grande progetto infrastrutturale tra Lesotho e Sudafrica e prevede la costruzione di una fitta rete di gallerie e dighe per deviare l'acqua dalle montagne del Lesotho in Sudafrica e fornire energia idroelettrica al Lesotho. Responsabili del monitoraggio del progetto sono due istituzioni pubbliche, la Lesotho Highlands Water Commission (Lhwc) - per i lavori complessivi di esecuzione del progetto come dighe, gallerie, centrali elettriche e infrastrutture alle frontiere del Lesotho - e la Trans-Caledon Tunnel Authority (Tcta) responsabile in territorio sudafricano. Prima del Lhwp la carenza cronica di acqua era particolarmente acuta nella ricca provincia del Gauteng, l'hub industriale del Sud Africa di cui fa parte anche la capitale Pretoria e Johannesburg. Con una popolazione di oltre 10 milioni di abitanti il Gauteng genera quasi il 60 % del Pil nazionale ma rimane una delle poche aree metropolitane del mondo lontana da qualunque fonte naturale di acqua. La prima fase del Lhwp è stata completata nel 2004 e secondo quanto riportato a maggio 2013 al giornale locale Business Day dal ministro del Water and Environmental Affairs, Edna Molewa, il Sudafrica ha approvato la seconda fase del progetto per un totale di 1,3 miliardi dollari. La nuova diga, la cui conclusione dei lavori è prevista per il 2020, fornirà un extra di 45,5 metri cubi di acqua al secondo al Sudafrica che sarà destinata alle nuove miniere in Lephalale, il più grande comune della provincia del Limpopo, e a progetti infrastrutturali nello Steelpoort nella stessa provincia, mentre genererà 1.000 megawatt di elettricità per il Lesotho. Ma mentre il South African Federation of Civil Engineering Contractors ha accolto favorevolmente la notizia, agli inizi di dicembre il quotidiano locale del Lesotho Sunday Express riportava testimonianze e preoccupazioni sui contrasti tra la Lesotho Highlands Development Authority e gli abitanti del posto, soprattutto dei villaggi che si trovano alla confluenza tra i fiumi Khubelu e Senqu nella regione Polihali, in merito ai risarcimenti previsti dal progetto come compensazione per gli effetti di impatto ambientale e sociale derivanti dalla costruzione delle dighe, sui disagi delle comunità dei villaggi Ha Matala e Ha Makotoko in Thaba-Bosiu che sono stati reinsediati dalle zone di Katse e Mohale, dove cioè sono state costruite una diga, la Katse Dam sui Monti Maluti e la centrale idroelettrica di 72Mw Muela, la diga Mohale sul fiume Senqunyane, oltre a 32 km di tunnel di collegamento tra i due bacini idrici del Katse e del Mohale. Le comunità denunciano che da quando sono iniziati i lavori nella zona di Polihali, il Lhda ha rifiutato di mostrare le mappe che delineano i nuovi confini dei villaggi colpiti dalla costruzione della diga. La costruzione della diga di Polihali e della stazione idroelettrica di Kobong, parte di un mega progetto siglato nell'agosto 2011, avrà un impatto non indifferente sulle attività delle comunità di Mokhotlong Polihali, sulle loro case, i loro campi, i pascoli, i boschi e le superfici adibite alla coltivazione del thatching con cui nella zona si costruiscono soprattutto i tetti delle abitazioni. Benché il Lhwp preveda sulla carta impegni di consultazione delle parti direttamente e indirettamente interessate e costi di compensazione per coprire tra l'altro le perdite di beni materiali come le abitazioni, delle risorse agricole come alberi e terreni coltivabili, le rendite in denaro, grano e legumi e di risorse comunitarie come scuole e infrastrutture pubbliche, di fatto però, secondo le testimonianze riportate dalla stampa locale e da organizzazioni non governative tutto questo resta solo un miraggio e un impegno disatteso. Stando ai dati forniti dalla ong locale Transformation Resources Centre (Trc), circa 27 mila persone hanno subito danni in seguito alla costruzione della diga di Katse, mentre 325 famiglie sono state forzate a trasferirsi per far posto alla diga di Mohale inaugurata nel marzo 2004 dal re Letsie III e l'allora presidente sudafricano Thabo Mbeki.

Altro che vantaggi e tutele
In uno studio pubblicato nel 2006, On the wrong side of development. Lessons learned from the Lesotho Highland Water Projec t, Trc evidenzia come invece che garantire vantaggi alle comunità locali come posti di lavoro, strade migliori, crescita del turismo, approvvigionamento idrico e tutela ambientale, il progetto ha portato benefici minimi in termini di risarcimenti - ritardati e insufficienti - impoverimento delle aree rurali, condizioni inaccettabili di reinsediamento il quale ha contribuito notevolmente invece a sradicare le comunità locali dal loro habitat sociale e ambientale naturale, stravolgendone ritmi di vita e di lavoro, strutture famigliari e sociali, tradizioni e le già povere attività agricole di sostentamento. E costringendole a un adattamento forzato in nuove comunità di cultura differente con cui l'integrazione non è sempre pacifica. Per etnie che si tramandano l'abitazione di generazione in generazione e fortemente radicate nel contesto ambientale, costituisce un dramma vivere come sfollati e stranieri in case prefabbricate, strappate al proprio vicinato, ai propri campi e senza una fonte di reddito quali sono i pascoli e le terre coltivabili. Una storia non nuova come spesso accade per progetti multimilionari che spesso includono anche vicende di corruzione. Come in questo caso, che vede il diretto coinvolgimento anche di un colosso nazionale italiano delle costruzioni come la Impregilo. Già multata con 1,5 milioni di euro nel 2006 dalla Corte del Lesotho nel processo per corruzione in merito all'aggiudicazione di appalti nell'ambito del Lesotho Highlands Water Project, per aver impedito l'acquisizione di una serie di documenti che avrebbero fatto luce sui pagamenti illeciti eseguiti negli anni novanta dall'intermediario della vecchia Impregilo. Il 14 Dicembre 1990 l'Lhda e la Highlands Water Venture (Hwv) - un consorzio di aziende di cui Impregilo era capofila - avevano concluso un accordo per cui la Lhda ha aggiudicato l'appalto per la costruzione della diga di Katse a Hwv. Successivamente all'aggiudicazione, pagamenti contrattuali della Lhda sono stati effettuati dalla Hwv a Jacobus Michiel du Plooy, consulente sudafricano per Impregilo, che a sua volta ha fatto i pagamenti a Masupha Sole, l'allora direttore generale della Lhda.

Pagamenti ovvero tangenti
I pagamenti fatti da Du Plooy erano in realtà tangenti pagate a Sole al fine di convincerlo a esercitare la sua influenza per far aggiudicare il contratto a Hwv. Stando a quanto riportato dal BusinessReport di Iol, a luglio 2013 Impregilo è stata citata in giudizio da un imprenditore con l'accusa di non aver onorato il suo impegno di pagargli la commissione per aver aiutato il consorzio composto da Impregilo, la Cmc di Ravenna e la società di costruzioni Pv Mavundla ad aggiudicarsi un contratto in una gara d'appalto della Eskom. Appalto per Ingula, che si trova a circa 23 chilometri a nord-est di Van Reenen, effettivamente vinto dal consorzio Impregilo il 31 marzo 2009. Sipho Mahamba avrebbe incontrato due dirigenti di Impregilo a Milano dove sarebbe stato concluso un accordo verbale sul suo pagamento di 6 milioni di euro come commissione per il suo lobbying sulla Eskom. A luglio 2013 la Cassa depositi e prestiti (Cdp), Sace, Bnp Paribas Corporate and Investment Banking e Hsbc Bank plc hanno annunciato la finalizzazione di due finanziamenti per un totale di 300 milioni di euro a favore di Eskom Holdings Soc Limited (Eskom), la public utility sudafricana dell'energia. L'importo è destinato a finanziare il pagamento di una parte del contratto commerciale firmato con Cmc in joint venture con Impregilo e la società locale Mavundla per la realizzazione dei lavori sotterranei connessi alla centrale idroelettrica di Ingula. Nell'ambito dell'operazione, il gruppo assicurativo-finanziario Sace ha interamente garantito un primo finanziamento di 165 milioni di euro messo a disposizione da un pool di banche che coinvolge Kfw Ipex-Bank, Hsbc bank plc, UniCredit Bank Austria e Bnp Paribas, quest'ultima con il ruolo di banca agente e un secondo finanziamento di 135 milioni di euro erogato interamente da Cdp, nell'ambito del sistema Export Banca. La centrale, situata nella catena montuosa del Drakensberg, tra il Kwa Zulu Natal e il Free State, a circa 350 km a sud-est di Johannesburg, ha una capacità di produzione energetica di 1.322 Mw.

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09/08/2013

Berlusconi, storia dell’evasore-corruttore da Craxi a Mills

Un impero fondato sui fondi neri: la carriera del Caimano che, dopo aver pagato politici, giudici e finanzieri, ha cambiato le leggi in suo favore.

Secondo Angelo Panebianco, editorialista del Corriere (e non solo lui), la condanna definitiva di B. per frode fiscale non dipende dal fatto che B. è un frodatore fiscale, ma dallo “squilibrio di potenza fra magistrati e politica”. Perché in Italia la politica sarebbe “un potere debole e diviso” che non riesce a riformare il “potere molto più forte e unito” della magistratura. Solo separando le carriere, abolendo l’azione penale obbligatoria, trasformando il pm in “avvocato dell’accusa”, spogliando il Csm, cambiando la scuola e il reclutamento delle toghe e rimpolpando i poteri del governo nella Costituzione si eviteranno sentenze come quella del 1° agosto. Forse Panebianco non sa che in tutte le democrazie del mondo, anche quelle che hanno da sempre nel loro ordinamento le riforme da lui auspicate, capita di continuo che uomini politici vengano condannati se frodano il fisco, con l’aggiunta che vengono pure arrestati e, un attimo prima, cacciati dalla vita politica. Ma soprattutto il nostro esperto di nonsisachè ignora la carriera criminale di B., che froda il fisco da quando aveva i calzoni corti. E se non fu scoperto all’epoca è perché con i fondi neri corrompeva politici, Guardia di Finanza e giudici che avrebbero potuto scoperchiare le sue frodi fin dagli anni 70. Chi conosce il curriculum del neo-pregiudicato non si stupisce per la condanna dell’altro giorno, ma per il fatto che un tale delinquente matricolato sia rimasto a piede libero fino a oggi.

La prima visita
Il 12 novembre 1979 una squadretta della Guardia di Finanza ispeziona l’Edilnord Centri Residenziali Sas che sta realizzando a Segrate la città-satellite di Milano2, sospettata di varie irregolarità tributarie. Nel cantiere, con alcuni operai, c’è un omino spelacchiato e imbrillantinato che si presenta come “semplice consulente” della società. È Silvio Berlusconi, il proprietario, iscritto da un anno alla loggia deviata P2. I finanzieri vogliono sapere perché abbia prestato fideiussioni personali in favore di Edilnord e Sogeat, società il cui capitale è ufficialmente controllato da misteriosi soci svizzeri. Ma lui fa lo gnorri e mette a verbale: “Ho svolto un ruolo molto importante nei confronti dell’Edilnord Centri Residenziali e della Società generale attrezzature Sas, perché entrambe mi hanno fin dall’inizio affidato l’incarico professionale della progettazione e della direzione del complesso residenziale Milano 2”.

Anziché ridergli in faccia e approfondire le indagini, il maggiore Massimo Maria Berruti che guida la squadra si beve tutto, chiude l’ispezione in meno di un mese, nonostante le anomalie finanziarie riscontrate e archivia tutto con una relazione rose e fiori. Poi, il 12 marzo 1980, si dimette dalle Fiamme Gialle. Per qualche mese lavora per l’avvocato d’affari Alessandro Carnelutti, titolare a Milano di un importante studio legale con sedi a New York e Londra, dove si appoggia all’avvocato inglese David Mackenzie Mills. Poi Berruti inizia a lavorare per il gruppo Fininvest, specializzandosi in operazioni finanziarie estere e in contratti per i calciatori stranieri del Milan. Gli altri due graduati che erano con lui nel blitz del ’79 sono il colonnello Salvatore Gallo e il capitano Alberto Corrado. Il nome di Gallo verrà trovato nelle liste della loggia P2. Corrado verrà arrestato nel ’94 e poi condannato con Berruti per i depistaggi nell’inchiesta sulle mazzette Fininvest. Versate a chi? Alla Guardia di finanza, naturalmente.

San Bettino vede e provvede
Nel 1980 Berlusconi rischia di ritrovarsi un’altra volta la Finanza in casa. Allarmatissimo, scrive una lettera all’amico Bettino Craxi, leader del Psi che sostiene il governo Cossiga: “Caro Bettino, come ti ho accennato verbalmente, Radio Fante ha annunciato che dopo la visita a Torino, Guffanti e Cabassi, la Polizia tributaria si interesserà a me… Ti ringrazio per quello che crederai sia giusto fare” (lettera pubblicata dal fotografo di Craxi, Umberto Cicconi, in Segreti e misfatti, Roma 2005). Che si sappia, anche quella volta le Fiamme Gialle si tengono alla larga dal Biscione. Che evidentemente ha sempre più cose da nascondere.

Giudici venduti e no
Il 24 maggio 1984 il vicecapo dell’Ufficio Istruzione di Roma, Renato Squillante, interroga B., assistito dall’avvocato Cesare Previti e imputato “ai sensi dell’articolo 1 della legge 15/12/69 n. 932” per interruzione di pubblico servizio a causa delle presunte antenne abusive sul Monte Cavo che interferiscono nelle frequenze radio della Protezione civile e dell’aeroporto di Fiumicino. Gli imputati sono un centinaio. Ma la posizione di B. viene subito archiviata il 20 luglio 1985, mentre altri 45 rimarranno sulla graticola fino al 1992 e se la caveranno solo grazie all’amnistia. Non potevano sapere che Squillante e Previti avevano conti comunicanti in Svizzera. Insomma, che il giudice romano era a libro paga della Fininvest. Il 16 ottobre 1984 i pretori di Torino, Pescara e Roma, Giuseppe Casalbore, Nicola Trifuoggi e Adriano Sansa, sequestrano gli impianti che consentono a Canale 5, Italia 1 e Rete 4 di trasmettere in contemporanea in tutt’Italia in spregio alla legge. Craxi neutralizza le ordinanze con due “decreti Berlusconi”.

Mills e la Fininvest occulta
Nel 1989 l’avvocato Mills, consulente Fininvest da alcuni anni, costituisce per conto del gruppo Berlusconi la All Iberian e decine di altre società offshore (la Kpmg, per conto della Procura di Milano, arriverà a contarne 64) domiciliate nelle isole del Canale (all’ombra di Sua Maestà britannica), nelle Isole Vergini e in altri paradisi fiscali. Ordine è partito dai responsabili della finanza estera del gruppo, Candia Camaggi e Giorgio Vanoni. Nasce così il “Comparto B” della Fininvest, “very discreet”, cioè occulto e in gran parte mai dichiarato nei bilanci consolidati, alimentato perlopiù dalla Silvio Berlusconi Finanziaria Sa (società lussemburghese regolarmente registrata a bilancio), ma anche da denaro proveniente dal Cavaliere in persona (in contanti, tramite “spalloni” che lo portano da Milano oltre il confine elvetico).

Sul conto svizzero di All Iberian, in soli sei anni, transitano in nero quasi mille miliardi di lire. Usati per operazioni riservate e inconfessabili, come confermeranno le sentenze definitive All Iberian, Mills e Mediaset. Anzitutto, B. versa 23 miliardi a Craxi tra il 1990 e il ’91. Gira soldi di nascosto ai suoi prestanome Renato Della Valle e Leo Kirch: non potendo, per la legge Mammì, detenere piú del 10% di Telepiú, B. finanzia occultamente le teste di legno che rilevano le sue quote eccedenti. Acquista per 456 miliardi il capitale di Telecinco, la tv spagnola, di cui per la legge antitrust di Madrid non potrebbe controllare più del 25%. Presta soldi a Giulio Margara, presidente di Auditel e direttore di Upa, l’associazione utenti pubblicitari. Gira 16 miliardi a Previti, in parte per pagarlo in nero in parte perché versi tangenti a giudici romani come Squillante e Vittorio Metta (autore della sentenza comprata che nel 1990 scippa la Mondadori a De Benedetti per regalarla alla Fininvest). Scala di nascosto i gruppi Rinascente, Standa e Mondadori in barba alla normativa Consob .

E soprattutto, tramite alcune offshore, intermedia l’acquisto di film dalle major di Hollywood, facendone lievitare i costi per 368 milioni di dollari e dunque abbattendo gli utili di Mediaset per tutti gli anni 90, consentendo al gruppo di pagare meno imposte e al beneficiario dei conti esterni, cioè a se stesso, di accumulare una fortuna extrabilancio ed esentasse. E cosí via. Resta pure il sospetto che parte del denaro di destinazione ignota sia servito a pagare i politici del pentapartito per la legge Mammì del 1990 sull’emittenza: quella che consente a B. di tenersi tutt’e tre le reti Fininvest in barba a qualunque minimo principio antitrust. Lo testimoniano i responsabili della Fiduciaria Orefici, che aiuta il Cavaliere a foraggiare il conto All Iberian: il dirigente Fininvest Mario Moranzoni confidò loro che “i politici costano, c’è in ballo la Mammí”. Per le presunte tangenti Fininvest in cambio di quella legge, la magistratura romana indagherà Gianni Letta e Adriano Galliani, ma l’ufficio Gip guidato da Squillante negherà il loro arresto, e l’inchiesta finirà nel nulla.

Le Fiamme Sporche
Nel 1989 il responsabile servizi fiscali della Fininvest, Salvatore Sciascia, altro ex finanziere passato alla corte del Cavaliere, si libera di una verifica fiscale a Videotime (la società Fininvest che racchiude Canale5, Rete4 e Italia1) versando ai finanzieri una tangente di 100 milioni di lire. Lo stesso fa nel 1991 con 130 milioni scuciti per ammorbidire un’ispezione a Mondadori. E poi nel 1992 con altri 100 milioni per una visita delle Fiamme Gialle a Mediolanum. E ancora nel 1994 con 50 milioni perché i finanzieri chiudano un occhio, o possibilmente due, durante un blitz disposto dalla Procura di Roma e dal Garante per l’editoria sulla reale proprietà di Telepiù: che, se dovesse risultare ancora in mano a B. tramite i soliti prestanome (così com’è nella realtà), porterebbe all’immediata revoca delle concessioni per Canale5, Rete4 e Italia1. Ma anche quella volta i finanzieri corrotti se ne vanno con gli occhi bendati.

Nel ’94, appena un sottufficiale confessa a Di Pietro di aver ricevuto parte di una tangente Fininvest, esplode lo scandalo Fiamme Sporche, che in poche settimane porta all’arresto di un centinaio di finanzieri corrotti e all’incriminazione di oltre 500 imprenditori e manager corruttori (il Gotha dell’imprenditoria milanese). Confessano quasi tutti. Tranne uno: Silvio B., che non può ammettere nulla perché è appena divenuto presidente del Consiglio. Sciascia dice che ha fatto tutto per ordine di Paolo Berlusconi, Silvio non c’entra nulla. Intanto l’avvocato Berruti chiama l’ex collega Corrado (quello dell’ispezione del 1979), ormai in pensione, perché tappi la bocca sulle mazzette Fininvest il capobanda, colonnello Angelo Tanca. E così avviene. Quando il pool Mani Pulite ha pronta la richiesta di cattura per Sciascia e Paolo, il governo di Silvio vieta la manette per corruzione col decreto Biondi.

È il 14 luglio ’94. L’Italia si ribella, Bossi e Fini si defilano, B. è costretto a ritirare il decreto a furor di popolo, così finiscono dentro Sciascia, Paolo, Corrado e Berruti. Il quale, si scopre, prima di orchestrare il depistaggio è volato a Roma per incontrare il premier a Palazzo Chigi. La prova che ha fatto tutto Silvio, non Paolo. Di qui l’invito a comparire durante la conferenza Onu di Napoli e poi il processo. Primo grado: condannati Silvio e Sciascia, assolto Paolo. Appello: prescritto Silvio, condannato Sciascia. Cassazione: condannato Sciascia, assolto per insufficienza di prove Silvio, perché potrebbe essere stato Paolo, che però non può essere riprocessato una volta assolto. La prova contro Silvio potrebbe, anzi dovrebbe fornirla Mills, sentito come testimone al processo: purtroppo è stato corrotto con 600mila dollari e mente ai giudici, salvando il Cavaliere.

9 processi aboliti per legge
Ma le tangenti c’erano, e quello che il gruppo Berlusconi ha da nascondere alla Guardia di Finanza è più che evidente. Lo dimostra la miriade di processi nati da quei fondi neri negli anni 90, quando i giudici e i finanzieri corrotti iniziano a scarseggiare. Non potendoli neutralizzare a monte a suon di mazzette, B. li cancella a valle con una raffica di leggi ad personam: falso in bilancio, condoni fiscali ed ex Cirielli. Risultato: 2 processi fulminati perché il reato non c’è più, cancellato dall’imputato (All Iberian-2 e Sme-2) e 8 caduti in prescrizione. L’ultimo, per il semplice decorrere del tempo, sulla divulgazione dell’intercettazione della telefonata segreta e rubata tra Fassino e Consorte.

Gli altri 7: corruzione del giudice Metta per la sentenza Mondadori e caso All Iberian-1 per i 23 miliardi a Craxi (prescritti grazie alle attenuanti generiche); falsi in bilancio Fininvest anni 90; altri falsi in bilancio per i 1550 miliardi di lire di fondi neri sottratti al consolidato col sistema All Iberian; fondi neri nel passaggio del calciatore Lentini dal Torino al Milan; corruzione giudiziaria del teste Mills (prescritti grazie al-l’ex Cirielli); appropriazioni indebite e i falsi in bilancio e la gran parte delle frodi fiscali sui diritti Mediaset (prescritti grazie al combinato disposto della legge sul falso in bilancio e all’ex Cirielli). I reati superstiti, e cioè le frodi fiscali del 2002 e 2003, per un totale di 7 milioni di euro (su un totale di 360 milioni di dollari, ormai evaporati), sono miracolosamente giunti in Cassazione per la sentenza definitiva del 1° agosto prima della solita falcidie. Sarebbe questo il sintomo di una politica debole e di una giustizia forte? E che c’entra, con questa fogna, la politica?

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