Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Maurizio Lupi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Maurizio Lupi. Mostra tutti i post

25/12/2022

Attenti a Lupi: il Governo all’assalto finale del reddito di cittadinanza

Sono passati pochi mesi dall’insediamento del governo Meloni, ma l’esecutivo è già riuscito a mostrare tutto il suo armamentario contro poveri, disoccupati, pensionati e lavoratori. Chi si era illuso che un governo politico, seppur di destra, potesse essere migliore, dal punto di vista dei diritti dei lavoratori, di un governo tecnico, aveva fatto male i suoi conti. Dalle pensioni al fisco, l’esecutivo è riuscito a mostrarsi non solo come un responsabile scolaretto, pronto ad adeguarsi alla disciplina di bilancio imposta dalle istituzioni europee, ma è riuscito (e non era facile) a fare anche peggio del governo Draghi. Tanti provvedimenti, dunque, hanno mostrato la natura antipopolare del governo Meloni, ma c’è un campo nel quale la destra sta mostrando i denti in maniera particolarmente feroce. Si tratta del reddito di cittadinanza, una misura da spolpare il più possibile, al fine di neutralizzarne qualsivoglia effetto positivo sul potere contrattuale dei lavoratori, fino alla definitiva abolizione.

Il governo e la maggioranza che lo sostiene avevano già reso evidente questa volontà con il testo originario del disegno di legge di bilancio presentato alla Camera. Per il 2023, il ddl prevedeva infatti che per una buona parte dei percettori del reddito di cittadinanza (fatti salvi i nuclei con over 60, minorenni e disabili), il numero di mensilità massime venisse ridotto da 12 a 8. Inoltre, dal 2024 il RdC viene abolito (con la “promessa” di una nuova forma di sostegno al reddito, per ora soltanto annunciata). Infine, dopo la prima offerta lavorativa rifiutata (e non più dopo due) si perde il diritto al RdC.

Evidentemente, però, queste modifiche non sono sufficienti a placare le pulsioni punitive della maggioranza di governo nei confronti dei percettori di RdC. Nella discussione parlamentare, infatti, sono stati approvati alcuni emendamenti che modificano in senso ancora più restrittivo l’impatto della riforma.

In primo luogo, il numero massimo di mensilità per il 2023 viene ridotto da otto a sette. In secondo luogo, l’erogazione del RdC viene condizionata, per i beneficiari di età compresa tra i 18 e i 29 anni, all’assolvimento dell’obbligo scolastico; in assenza di questa condizione, i beneficiari devono iscriversi e frequentare corsi di istruzione di primo livello. In terzo luogo, viene eliminato anche il riferimento alla “congruità” delle offerte di lavoro valide ai fini della decadenza dal RdC (questa ultima parte, come vedremo tra poco, sarà però rimandata a gennaio e a un provvedimento apposito).

Analizzando punto per punto i tre emendamenti approvati, il classismo del governo in carica e della maggioranza emerge in maniera incontestabile.

Veniamo al primo punto, quello della riduzione da otto a sette mesi della durata massima del beneficio per il 2023. L’obiettivo di questa modifica è quello, puro e semplice, di raccattare risorse da utilizzare per altri fini senza andare minimamente a intaccare i sacri equilibri di bilancio. Risorse, peraltro, limitate, perché i risparmi derivanti da questo emendamento sono pari a 215 milioni, di cui soltanto una parte minima (2 milioni) viene destinata all’incremento del fondo per l’assegno unico e universale per figli a carico. Eppure, nonostante la portata ridotta, che si limita a sottrarre un altro po’ di fondi a una risorsa già destinata a scomparire, questa modifica alla legge di bilancio porta con sé un messaggio che abbiamo già sentito mille volte. Un messaggio che alimenta le contrapposizioni tra diverse categorie di cittadini, senza mettere in discussione la favoletta della scarsità delle risorse. In questo caso, i percettori di reddito di cittadinanza vengono dipinti come immeritevoli destinatari di preziose risorse pubbliche, risorse che vengono tolte a costoro e dirottate verso il più meritevole impiego dell’assegno unico. Un messaggio che è stato declinato in più modi, sempre odiosi: percettori di reddito di cittadinanza contro pensionati, pensionati retributivi contro pensionati contributivi, pensionati contro lavoratori giovani, e così via...

Quanto all’emendamento che condiziona l’erogazione del RdC all’assolvimento dell’obbligo scolastico, quest’ultimo sembra aver accolto una proposta che, all’epoca, sembrò poco più che una boutade propagandistica del ministro dell’Istruzione Valditara. Questa novità è particolarmente odiosa perché colpisce, mascherata dietro le sembianze della punizione caritatevole e di buon senso, proprio quella parte della popolazione che più avrebbe bisogno di risorse per portare avanti una vita quantomeno dignitosa. Se, infatti, l’obbligo scolastico non viene rispettato, è perché evidentemente le condizioni di vita di una famiglia sono particolarmente dure. Da un lato, vi è la necessità di mandare quanto prima i figli a lavorare, perché sono bocche da sfamare e le entrate non bastano. In questo caso, la scuola è vista come un lusso insostenibile. Dall’altro vi è, per l’appunto, la percezione dell’istruzione come un qualcosa di inutile, se non dannoso. Una percezione che è più diffusa proprio nelle famiglie a più basso reddito. Il classismo di questa modifica, quindi, si mostra in maniera disgustosa e lampante, insieme a una smisurata dose di malafede che prova a far passare un fallimento del sistema scolastico tutto – l’abbandono – come una colpa individuale da raddrizzare a colpi di ricatti. Inoltre, poiché il problema dell’evasione scolastica è notoriamente più diffuso nel Mezzogiorno, la proposta approvata va a solleticare anche quella parte dell’opinione pubblica (e di padronato) che ha sempre visto il RdC come una regalia elargita all’improduttivo e divanista Sud.

Veniamo, infine, all’ultimo emendamento. L’introduzione del RdC nel 2019 era collegata a una serie di condizionalità. Una di queste consisteva nel fatto che il percettore di RdC avrebbe dovuto accettare, al fine di non perdere il diritto al beneficio, una di tre offerte di lavoro “congrue”. La congruità delle offerte di lavoro in questione veniva definita in funzione della distanza dal luogo di residenza e della retribuzione. Per farla breve, la retribuzione non doveva essere inferiore a una certa soglia e la distanza dal luogo di residenza non doveva superare un certo chilometraggio (crescente in funzione del numero di offerte congrue rifiutate). Nel tempo, il concetto di congruità è stato modificato in senso più stringente per i lavoratori. Ad esempio, il numero massimo di offerte congrue che era possibile rifiutare è passato da tre a due con il governo Draghi. Inoltre, se prima occorreva che l’offerta passasse per i centri per l’impiego, adesso è sufficiente che un datore di lavoro proponga un’offerta congrua al percettore di RdC. Adesso, con la legge di bilancio, diventa sufficiente rifiutare un’offerta di lavoro congrua per essere privati del RdC.

Ciò che non era mai cambiato era il riferimento alla congruità dell’offerta, che doveva avere i requisiti sopraelencati e prevedere una retribuzione, nel caso di lavoro a tempo pieno, pari ad almeno 858 euro (la massima cifra ottenibile in un mese da un singolo soggetto sotto forma di RdC più il 10%). È proprio l’eliminazione dei criteri di congruità l’ultimo succulento boccone che l’esecutivo Meloni intende offrire al padronato nostrano. Da quel che sta emergendo in queste ore pare che, a causa di sciatteria e insipienza, il governo si vedrà costretto a rimandare a gennaio e a un provvedimento apposito l’effettiva entrata in vigore di questa ultima misura. La minaccia, però, è solamente rimandata di poche settimane e particolarmente violenta nei suoi contenuti.
La sostanza è semplice: sarà sufficiente una qualsiasi offerta di lavoro a norma di legge per far perdere il beneficio. Questo vuol dire che il RdC perde anche quella poca efficacia che era sopravvissuta alle varie riforme nel ridurre lo stato di necessità dei disoccupati.
Vale, infatti, la pena di ricordare per quale ragione il RdC sia così sgradito ai padroni. Dare a un disoccupato le risorse per sopravvivere mette lo stesso in una condizione (leggermente) migliore sul mercato del lavoro rispetto a una situazione in cui tale sostegno è assente. Senza alcun sostegno, infatti, il disoccupato, pur di avere di che sopravvivere, è costretto ad accettare qualsiasi offerta di lavoro, anche la più degradante. Con il RdC, può permettersi di rifiutare offerte estremamente misere, seppur con tutti i limiti legati a questa misura. È questo aspetto a essere così sgradito agli imprenditori che hanno, al contrario, tutto l’interesse a trovarsi davanti una forza lavoro senza tutele, disposta ad accettare tutto pur di avere i mezzi per sopravvivere.

Poco conta che, nella fretta di bastonare i percettori di RdC, sia stato fatto un pasticcio che rende ad ora inefficace la modifica. Lupi, principale sponsor della riforma, sottolinea che la volontà politica c’è tutta e che sarà presto seguita da una misura correttiva apposita: “Se rifiuti un lavoro, perdi il RdC. Punto”.

Punto, quindi. Pietra tombale su una misura che, lungi dall’essere perfetta, aveva costituito, forse anche contro le intenzioni di chi l’aveva introdotta, un argine, seppur minimo, all’arbitrio degli imprenditori nel decidere retribuzioni e condizioni di lavoro. Andando oltre i più sfrenati sogni del governo Draghi, Meloni e la sua banda affossano definitivamente il Reddito di Cittadinanza, accontentando contemporaneamente i padroni, i sostenitori della disciplina di bilancio e coloro che non avevano mai digerito un sostegno economico minimo dato a soggetti, va ricordato, in estreme situazioni di precarietà socioeconomica.

Fonte

07/11/2021

I sostenitori del nucleare tornano alla carica: “È energia green”

Nonostante ben due referendum popolari (1987 e 2011) abbiano detto no al nucleare, approfittando delle “pieghe” della cosiddetta transizione ecologica, i sostenitori del ritorno al nucleare in Italia si apprestano a tornare alla carica, e con la benedizione dell’Unione Europea e del Recovery Fund sulla transizione ecologica.

I sostenitori in Italia dell’opzione nucleare hanno infatti ricevuto un assist da Bruxelles con un tweet della presidente della Commissione UE Ursula Von Der Leyen nel quale è scritto che “Abbiamo bisogno di più rinnovabili: sono economiche e carbon-free”, sostiene la Von Der Leyen,

“Ma abbiamo anche bisogno di una fonte stabile, il nucleare, e, durante la transizione, di gas. Questo è il motivo per il quale andremo avanti con le nostre proposte per la tassonomia”. E l’Unione Europea entro l’anno deciderà se il nucleare è una fonte energetica compatibile con la transizione ecologica.

L’aver inserito il nucleare in quella che l‘Unione Europea ha definito come “tassonomia degli investimenti verdi”, sarà il pertugio per ogni iniziativa e investimento energetico ritenuto sostenibile, consentendogli così di accedere ai finanziamenti pubblici e di riconoscergli la patente green.

Sull’energia, la tassonomia impostata dalla Ue definisce due soglie chiave: una soglia bassa di 100gCO2/kWh al di sotto della quale le tecnologie di generazione di energia sono generalmente considerate “sostenibili”.

Ciò esclude che carbone e gas siano etichettati come verdi, anche se sono dotati di tecnologia di cattura e sequestro del carbonio. Una soglia più alta, fissata a 270gCO2/kWh, determina le tecnologie energetiche ritenute “dannose” per l’ambiente.

Fatto sta che in parlamento arriverà assai presto una mozione per impegnare il governo a riconsiderare l’apporto del nucleare al mix energetico nazionale nel percorso per arrivare al traguardo della neutralità climatica entro il 2050.

Secondo il quotidiano finanziario Milano Finanza, l’iniziativa parte dall’ex ministro delle Infrastrutture e presidente di Noi con l’Italia, Maurizio Lupi.

“Mentre continuiamo a comprare energia nucleare dalla Francia, riconsideriamo se non sia il caso, visti i progressi tecnologici nel campo della sicurezza, di pensare di produrla anche noi in un futuro più vicino di quanto non si creda, potremmo così onorare gli impegni presi, difficilmente raggiungibili nei tempi previsti con il solo utilizzo delle rinnovabili” afferma il deputato ed ex ministro delle Infrastrutture Lupi.

Secondo il presidente del gruppo parlamentare Noi con l’Italia: “dieci Paesi dell’Unione Europea chiedono che il nucleare sia inserito nella Tassonomia degli investimenti verdi, la ricerca ormai in fase avanzata di reattori di quarta generazione di cui ha parlato anche il ministro Cingolani e il test, riuscito, di una consociata Eni di un super-magnete per il controllo e la gestione della fusione nucleare, cioè per la produzione di energia atomica pulita con una tecnologia che riproduce la dinamica del sole, e che prelude alla costruzione di un primo impianto sperimentale nel 2025, cioè domani“.

Appare evidente come sbarrare la strada al ritorno al nucleare debba diventare una priorità di tutti i movimenti sociali e ambientalisti. Anche perchè nel 2022 ci si troverà già a fare i conti con le “eredità velenose” del nucleare del passato, in quanto andranno resi esecutivi i depositi per lo stoccaggio delle scorie nucleari nel nostro paese, una incombenza che pare non più rinviabile.

Sono stati profetici i giovani di Cambiare Rotta quando poche settimane fa a Milano, in occasione della Cop 26-giovani, avevano denunciato con singolare capacità di anticipazione il riaffacciarsi della ipoteca nucleare nel nostro paese. È il caso di prenderli sul serio e prendere sul serio l’emergenza.

Fonte

15/05/2019

W il cardinale, ma la legge per staccare le utenze agli occupanti l’ha fatta Renzi

L’art. 5 della Legge del 23 maggio 2014 n. 80 ha inasprito le conseguenze derivanti dall’occupazione di un immobile sfitto, disabitato o abbandonato e fu uno dei primi atti del governo guidato da Matteo Renzi.

In particolare, l’art. 5 comma 1 della Legge che porta la firma dell’ex ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Maurizio Lupi, è rubricato come “Lotta all’occupazione abusiva di immobili. Salvaguardia degli effetti di disposizioni in materia di contratti di locazione” e prevede che “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge.

L’obbiettivo esplicito della nuova legge era cercare di rendere impossibile le occupazioni. Da allora l’occupante non può ottenere la residenza presso l’immobile occupato “abusivamente” e, inoltre, sono dichiarati nulli i contratti di fornitura di servizi (utenze gas, luce, telefonia fissa, ecc.) relativi all’immobile occupato.

Peraltro, al fine d'impedire il godimento, è anche inibita la possibilità di stipulare contratti per le utenze che forniscono servizi all’immobile occupato, in quanto si impone di provare il titolo dell’occupazione prima di poter stipulare tali tipi di contratto. Testualmente: “A decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, gli atti aventi ad oggetto l’allacciamento dei servizi di energia elettrica, di gas, di servizi idrici e della telefonia fissa, nelle forme della stipulazione, della volturazione, del rinnovo, sono nulli, e pertanto non possono essere stipulati o comunque adottati, qualora non riportino i dati identificativi del richiedente e il titolo che attesti la proprietà, il regolare possesso o la regolare detenzione dell’unità immobiliare in favore della quale si richiede l’allacciamento”.

Ora, non mi risulta che il nuovo segretario del #PD abbia fin qui palesato l’intenzione di abrogare questa norma, né mi risulta che Zingaretti sia andato in corteo con i militanti del suo partito a difendere la famiglia Rom avente diritto all’alloggio popolare assediata dai fascisti nel quartiere romano di Casalbruciato. Né, infine, mi risulta che Zingaretti abbia messo tra i primi punti del suo programma un corposo rilancio dell’edilizia popolare vista la drammatica situazione che vivono milioni di persone alle prese con il problema casa nel nostro paese.

Dal ma-anchismo di Veltroni passando per Renzi siamo ora al né né di Zingaretti.

Fonte

06/11/2015

Roma. Arrestata banda di rapinatori. Quando “Suburra” non è solo un film

Questa mattina a Roma, la polizia ha arrestato una banda di malavitosi responsabile di alcune rapine a danno di banche e uffici postali. Sono state emesse dal Gip sei ordinanze di misura cautelare con l'accusa di “associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro il patrimonio, in particolare, rapine aggravate ai danni di Istituti di credito ed uffici postali, ricettazione di motoveicoli rubati e danneggiamento mediante incendio ai danni di un centro sportivo di Ardea”. In carcere sono finiti Giulio Tombini, 57 anni detto “Er Lupo”, Antonio Bendiato, 52 anni, Luigi Orofino, 66 anni, Massimo Da Rold, 49 anni, Marco Mannozzi, 41 anni e Vittorio Di Gangi – conosciuto come “Er Nasca” – di 63 anni (posto agli arresti domiciliari). Alcuni di questi erano già finiti in carcere per rapina nel 1996, e nel 2003.

A indicare la pericolosità della banda, dicono gli investigatori, è la loro grande mobilità sul territorio. Nel corso delle indagini sono state sventate alcune rapine a mano armata ed è stato documentato il ruolo di un personaggio storico della malavita romana, pluripregiudicato per omicidio, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, usura, estorsione ed altro abbia, dietro corrispettivo in denaro, incaricato gli associati per delinquere di appiccare il 12 luglio scorso un incendio ad una struttura sportiva in via Sant'Antonio ad Ardea, sul litorale romano. C'è poi un tentativo di rapina aggravata ai danni del Monte dei Paschi di Siena, in viale Guidoni a Firenze perpetrato il 19 giugno di quest'anno da Da Rold insieme a Orofino e Mannozzi con la regia di Tombini.

Tombini, Bendiato e Mannozzi, dicono gli inquirenti, sono ritenuti responsabili, in concorso con il noto criminale romano Di Gangi, detto "Er Nasca", del delitto di incendio poiché – in concorso tra loro e su mandato dello stesso Di Gangi – in qualità di esecutori materiali del delitto e dietro corrispettivo in denaro pari a 4.000 euro, allo scopo di danneggiare un centro Sportivo sito in località Ardea, avevano appiccato il 12 luglio scorso il fuoco al tendone del campo da tennis ivi ubicato, dopo averlo cosparso con liquido infiammabile.

Giulio Tombini, conosciuto come “Er Lupo”, è un pluri pregiudicato piuttosto noto agli investigatori. All'epoca dei fatti contestati risultava agli arresti domiciliari presso la sua abitazione con permesso di allontanamento per prestare attività lavorativa presso la Cooperativa Edera s.r.l.. Ad aprile di quest'anno, il prefetto di Roma, Franco Gabrielli, ha emesso un’interdittiva antimafia per la cooperativa sociale romana Edera, coinvolta nell’inchiesta su Mafia Capitale ed il cui il fondatore Franco Cancelli è indagato per turbativa d’asta. “Un provvedimento abnorme e ingiustificato, con profili di carattere formale discutibili e contraddittori, che mette a rischio 200 posti di lavoro” è stato il commento alla decisione del Prefetto da parte del legale della cooperativa Edera, Massimiliano Cesali. “Come il precedente provvedimento della prefettura che ha commissariato due appalti di Edera, l’interdittiva si basa sulle solite intercettazioni dell’inchiesta (mafia capitale, NdR) nelle quali Cancelli o chiunque altro della cooperativa non compare mai direttamente, bensì viene sempre chiamato in causa da altri. Inoltre Edera risulta danneggiata, perché nelle carte si dice che un appalto già assegnato alla società dall’Ama sarebbe stato ‘scippato’ da Buzzi con l’apertura delle buste delle offerte”. Il legale della cooperativa Edera ha annunciato un ricorso al Tar contro l’interdittiva del prefetto, in attesa dell’esito di quello contro il commissariamento dei due appalti milionari di Ama.

Ma anche il cognome di Di Gangi per i lettori di Contropiano – e non solo – non è una novità. Vittorio Di Gangi, detto “Er Nasca”, secondo gli investigatori, è un personaggio storico della malavita romana ed ha un curriculum criminale datato sin dal 1974, con una escalation di reati dall'associazione a delinquere, omicidio, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, usura, estorsione ed altro, che gli ha permesso di raggiungere una posizione di leadership nell'organigramma della malavita capitolina.

Il fratello di Vittorio invece, Salvatore Di Gangi, è l'uomo intercettato al telefono con l'ex ministro della infrastrutture Maurizio Lupi e che gli offre i “servizi” degli uomini della sua agenzia di sicurezza per sgomberare i senza casa e gli attivisti sociali accampatisi sotto il ministero a Porta Pia dopo le due giornate di lotta del 18 e 19 ottobre 2013. “Tu basta che mi ordini. Io porto 200 soldati... Li ammazziamo direttamente e buona notte ai suonatori" dice Salvatore Di Gangi al telefono con l'allora ministro Lupi. L'intercettazione telefonica compare nelle carte dell'inchiesta di Firenze e la conversazione tra Lupi e Di Gangi, viene intercettata dal Ros: "Vai a cagare – si lascia andare il ministro – non vieni mai alle nostre cose". "Domani non ti fanno entrare – scherza Di Gangi alludendo ai manifestanti – tutte tende davanti all'ufficio tuo".

Salvatore Di Gangi ha gestito fino al 2008 una agenzia di sicurezza, la Sipro, al centro di diverse indagini della magistratura e passata poi in mano ai figli. Con gli avvocati di Salvatore Di Gangi il nostro giornale ha già avuto a che fare per un articolo del 2012.

E' chiaro che i legami di parentela non possono essere trasformati tout court in atti di accusa, ma una domanda minima occorrerebbe porsela alla luce degli arresti di questa mattina. Chissà dove avrebbe preso i “200 soldati” da spedire a dare mazzate ai manifestanti accampati sotto il ministero. Forse avrebbe chiesto aiuto al fratello maggiore?

Fonte

26/03/2015

Non disturbate il manovratore!

"Se consentiamo di stabilire un nesso tra avviso di garanzia e dimissioni stai dando per buono il principio per cui qualsiasi giudice può, non emettere una sentenza che sarebbe anche comprensibile, ma iniziare un'indagine e decidere sul potere esecutivo".
Qui vi è tutta la sintesi del renziano pensiero. La democrazia liberale borghese ha sancito in maniera netta e precisa, tra l’altro, due principi. La divisione fra potere giudiziario e quello esecutivo. E qui Renzi anche se indirettamente, ma in maniera precisa, sancisce invece la fine di questi principi dicendo che i giudici non possono procedere nelle indagini se nel mirino vi sia qualche rappresentante del potere esecutivo, altrimenti intralcerebbero l’esercizio del Governo.

La responsabilità quindi viene fatta ricadere su chi legittimamente e costituzionalmente esercita un suo potere e non su chi, anche se in via ipotetica e tutta da dimostrare, è oggetto di indagine. Ribaltando il concetto, invece, questo rischio e pericolo dovrebbe spronare il Presidente del Consiglio che sceglie e individua i componenti del suo Governo a fare attenzione su chi far ricadere le sue scelte, che dovrebbero essere quindi oculate e attente, perché il rischio di errore ricadrebbe tutto sul governo e non su chi compie il suo lavoro.

Altro passaggio che porta al capovolgimento delle basi del principio democratico liberal-borghese è il concetto di responsabilità. E a maggior ragione quando questa responsabilità è a carico di chi gestisce un potere politico e quindi immagine e rappresentante del popolo. Sarebbe troppo facile ricordare un principio cardine in tutte le democrazie cosi dette anglosassoni o del mondo occidentale. La moglie di Cesare deve non solo essere, ma anche apparire immacolata. Più o meno testualmente. Qui si ribadisce che non il Cesare (detentore del potere politico), ma una a lui vicino deve apparire immacolata. Ora uno che è oggetto di indagine si può dire che appaia immacolato? Certamente no.

Ma facendo riferimento al caso Lupi.

Un politico che ha tra i suoi massimi dirigenti e quindi suoi collaboratori (e non importa se ereditati e confermati o scelti da lui. Alla fine è la medesima cosa), è o non è responsabile politico delle malefatte da questi compiuti e quindi dell’immagine screditata che alla fine ricade su tutto il suo dicastero, sul Governo e sul popolo tutto?

E questo indipendentemente se le azioni sono state commesse da lui medesimo. Quando Lupi si presenta nelle interviste con voce e volto rattristati, stupito perché si ritiene innocente per le colpe che gli vengono rivolte (Rolex e viaggio della moglie) credo che sia sincero, non mente e non finge perché non è nelle sue corde, nel suo DNA, nella sua cultura il concetto di responsabilità oggettiva e di responsabilità politica.

Avere responsabilità politica per lui (e nel credo di tutto il ceto politico e dirigenziale di questo paese) consiste solo in ciò che lui compie direttamente e personalmente. Se l’ufficio che dirige, è inefficiente, o non funziona bene, non svolge i compiti assegnati, per la cultura espressa dall’ex ministro Lupi e per questo ceto politico, la responsabilità non è sua in primis, ma solo del colpevole fattuale tutto da individuare e se anche istituisce una commissione d’indagine e questa alla fine si conclude con un nulla di fatto tutto ritorna nella normalità. Il reato o l’inefficienza è un dato di fatto ma tutto rimane così com’è. Nessuno è colpevole, neppure morale.

Ed infine una considerazione più in generale.

Il politico intraprende questa strada (come tra l’altro tutti dicono, fra i politici) per passione, per amore del Paese. Non per mestiere. Bene, se alla parole seguissero i fatti; se qualcuno di essi incappato per disgrazia nelle indagini della magistratura per i fatti a lui imputati o per responsabilità oggettiva e politica facesse un passo indietro non solo non sarebbe una disgrazia. Ritornerebbe a fare il suo lavoro nella società civile e amen. Si è cimentato, ha commesso una mancanza in immagine, ma niente che pregiudicherebbe la sua vita, la sua attività.

Qui invece, ed effettivamente, diventa una tragedia, perché non è la passione che li spinge a intraprendere questa strada e non come parentesi di vita. La carriera politica diventa un mestiere, una pratica per tenersi in vita, per campare e per tutta la vita e se questa viene messa in discussione per i politici è una tragedia effettivamente. Al pari di quando un operaio perde il posto di lavoro (a parte le dimensioni della tragedia).

Ed è questo che dovrebbe scandalizzarci! Non che il politico ha rubato (che nel nostro paese è diventato oltre ogni misura, siamo al 69° posto in classifica fra i paesi più corrotti nel mondo, il primo in Europa. E non solo per colpa dei politici), ma che si è perso il concetto di responsabilità oggettiva.

Fonte

24/03/2015

Caso Lupi e dintorni

Con la gragnuola di scandali della scorsa settimana, sui quali primeggia il caso Incalza-Lupi, possiamo tranquillamente dire che siamo tornati in piena Tangentopoli. Per la verità, era ampiamente possibile dirlo già nel 2010, ma si era fatto finta di niente. Ora mi pare impossibile far finta di nulla ancora una volta.

Certo (lo abbiamo anche scritto più volte in questo blog) Tangentopoli non è mai veramente finita, al massimo ha avuto un momento di dissesto fra il 1992 e la fine del decennio, ma già nei primi del 2000 era di nuovo all’opera e riorganizzata. Qui però c’è una novità rispetto al passato più recente, che ci porta al clima del 1992: l’incombente conflitto fra potere giudiziario e potere politico. Un conflitto che, in questo ventennio, è andati avanti, ma fra magistratura (inquirente) e destra berlusconiana ed, anche se non mancavano gli avvisi di garanzia agli uomini del Pd (diversi dei quali sono finiti in cella), non investiva il ceto politico in quanto tale.

Berlusconi e la destra non perdevano occasione di suonare il ritornello delle “toghe rosse” e della “magistratura politicizzata”, minacciando la separazione delle carriere fra inquirente e giudicante e riforma del Csm, mentre il Pds-Ds-Pd difendeva (o faceva mostra di difendere) l’indipendenza della magistratura. Anzi, la sinistra passava per essere il “Partito dei magistrati” eleggendone a decine nelle sue fila.

Va detto, però, che la destra, alla fine dei conti, non è andata molto oltre le polemiche mediatiche ed alcuni sgangherati progetti di legge (poi regolarmente decaduti) per difendere il suo impresentabile leader, mentre né la separazione delle carriere né la riforma del Csm hanno mai visto la luce. Con Renzi le cose cambiano e l’attacco all’indipendenza della magistratura è venuto dal Pd, non solo, ma, soprattutto, ci sono state meno polemiche mediatiche e più provvedimenti legislativi. Da ultimo quello sulla responsabilità civile dei magistrati che ha mandato su tutte le furie la categoria. Per la verità, il provvedimento è molto meno “tagliente” di quanto non si creda (ne riparleremo), ma si tratta di uno di quegli argomenti per cui “chi tocca i fili muore”.

E’ il caso di ricordare che le premesse di tutto questo sono negli anni ottanta: nel 1982 la magistratura, con insolita durezza, mandò in galera Alberto Teardo, del Psi, per una storia di tangenti savonesi e, poco dopo, usò mano pesante con Rocco Trane, uomo del ministro socialista dei trasporti Claudio Signorile. Il Psi craxiano reagì investendo la magistratura con grande veemenza ed iniziando a parlare di separazione delle carriere. L’occasione per regolare i conti venne con il referendum dei radicali sulla responsabilità civile dei magistrati (novembre 1987) quando il Psi si schierò a loro fianco e gli italiani tributarono l’87% dei voti all’abrogazione della norma che tutelava i magistrati. Poi la successiva legge addolcì molto la pillola, scaricando sullo Stato il costo delle inefficienze e degli errori dei suoi magistrati. Ma è sintomatico come, a distanza di pochissimo, iniziò la riscossa dei magistrati: nel 1991 comparve il celebre saggio di Di Pietro sulla “dazione ambientale” che fu il manifesto di Mani pulite, preparata meticolosamente da un paio di anni ed “esplosa” nel febbraio 1992.

A questo punto, non vorrei essere frainteso, passando per un tifoso dei politici inquisiti o dei magistrati inquisitori.

Non faccio una questione di persone, ma di uffici, di poteri e di corporazioni fra le quali non vedo cosa ci sia da distinguere. Gli uni vogliono cancellare l’indipendenza della magistratura per averla serva e garante delle loro ruberie, gli altri interpretano la loro indipendenza come privilegio di casta, potere insindacabile della “nobiltà di toga”.

Io sono per lo stato di diritto che è estraneo agli uni ed agli altri, che confliggono fra loro, ma appartengono alla stessa “confraternita del potere ereditario” o, per dirla più schietta, sono pelo dello stesso cane. Non c’è ragione di schierarsi a favore dei primi, in nome di un principio di investitura popolare (sempre tradita) o con i secondi in nome di una pelosa separazione dei poteri (fragile paravento del privilegio).

Parafrasando socialisti ed anarchici dell’ottocento a proposito di preti e papa, diremmo che la soluzione è “impiccare l’ultimo politico alle budella dell’ultimo magistrato” (è solo una boutade, per chi non lo avesse capito e si accingesse ad accusarmi di essere un sanguinario).

Tornando all’asse centrale del nostro discorso, ora Renzi tocca di nuovo quella pericolosissima corda e la magistratura mostra segni di autentico furore. In questo quadro arriva l’arresto di Incalza, personaggio piuttosto chiacchierato (diciamo così). Una vera salamandra passata per il fuoco di sette diversi ministri e di 14 procedimenti penali, dai quali è sempre uscito indenne, e che, anche per questo, non godeva esattamente della fama di essere il Girolamo Savonarola dei Lavori Pubblici. E, incidentalmente, nello stesso giorno Rodolfo Sabelli (presidente dell’Anm) dichiarava “A noi gli schiaffi, ai corrotti le carezze”, dedicato al governo Renzi ed alla sua legge sulla responsabilità civile dei magistrati…

Il politico travolto, è vero, non è del Pd, ma del Ncd e storico esponente di Cl, però è ministro del governo Renzi ed il Ncd è il partito che con i suoi voti determinanti mantiene in vita il governo. Per cui, l’effetto politico probabile sarebbe stato quello o di accendere un fuoco sotto la sedia di Renzi, con il ritiro del Ncd dal governo, o di costringere Renzi a difendere il ministro, perdendo la faccia ed alla vigilia di un importante torno elettorale. Al solito, Renzi è stato abile a sgusciare ed è riuscito a scaricare la patata bollente su Alfano che, a sua volta, è riuscito a convincere Lupi a farsi da parte. Però la miccia non è disinnescata del tutto: nel Ncd è esplosa una fonda molto vivace contro Alfano, alcuni minacciano di tornare alla casa madre berlusconiana; e, diciamolo, non hanno tutti i torti visto che Renzi ha appena detto che lui gli indagati non li allontana dal partito e non chiede loro di dimettersi, ma Lupi, almeno formalmente, non era neppure indagato. Insomma, è difficile prendere lezioni di morale da un partito che candida De Luca alla presidenza della Campania.

Renzi farebbe bene a ricordarsi che si avvicina il voto sulla legge elettorale al Senato, dove il governo ha margini molto ridotti e, fra voto contrario di Fi e dissidenti Pd, la partita è difficile: se si aggiungessero un po’ di senatori Ncd, il rischio si farebbe molto alto.

Peraltro, l’inchiesta non deve essere stata proprio un fulmine a ciel sereno e qualcosa doveva dirsi in giro. Per esempio ci chiediamo se le insolite ruvidezze di Papa Francesco, verso la delegazione di Cl che lo visitava, non siano state in qualche modo connesse alla faccenda.

In effetti, con Lupi, chi finisce nella polvere è Cl che, dopo la caduta di Formigoni ed ora Lupi, si trova del tutto fuori dalle stanze del potere ed esposta al cecchinaggio di Maroni nella sua roccaforte lombarda. E la compagnia delle opere è un boccone che fa gola a molti. Anche nel governo.

Le bocce sono in moto e si urtano fra loro, forse il gioco è appena iniziato. Vedremo il seguito, ma ci scommetteremmo che siamo all’inizio di un furioso temporale. Anche se non è detto che un temporale si trasformi sempre in una tempesta, l’aria dice che questo può accadere.

Fonte

23/03/2015

I mancati “gorilla” di Lupi contro la tendopoli dei senza casa

Nell’ambito dell’inchiesta sulla corruzione al Ministero delle Infrastrutture che ha portato ad alcuni arresti, a molti indagati e alle dimissioni del ministro Lupi, è stata resa nota un'intercettazione telefonica tra il ministro e il suo interlocutore che ha fatto scattare la nostra attenzione. Questo il tono della intercettazione che compare nell’inchiesta: "Tu basta che mi ordini. Io porto 200 soldati... Li ammazziamo direttamente e buona notte ai suonatori". L’uomo al telefono con il ministro Lupi e che ventila tali minacce di intervento è Salvatore Di Gangi, ex padrone della Sipro, una delle maggiori società di sicurezza privata italiane, coinvolto in diverse inchieste.

Fuori dal Ministero delle Infrastrutture, a Porta Pia, era sorta la tendopoli di protesta dei movimenti di lotta per la casa giunti lì sotto al termine di due giornate di mobilitazione sindacale e sociale il 18 e 19 ottobre del 2013. Una mobilitazione importante che i servizi segreti hanno monitorato con attenzione per due anni di seguito, ritenendola prima un successo politico e poi un successo politico disperso dei manifestanti (su questo vedi altro articolo del nostro giornale). Il fastidio per quell'iniziativa e l’assedio con le tende dei ministero, probabilmente, sono state un serio problema per il governo e per Lupi, molto più di quanto si fosse ritenuto anche nell’ambito degli organizzatori delle due giornate di lotta e dell’assedio a Porta Pia nell'ottobre 2013.

L'intercettazione telefonica compare nelle carte dell'inchiesta di Firenze e la conversazione tra Lupi e Di Gangi, viene intercettata dal Ros: "Vai a cagare - si lascia andare il ministro - non vieni mai alle nostre cose". "Domani non ti fanno entrare - scherza Di Gangi alludendo ai manifestanti - tutte tende davanti all'ufficio tuo".

Ma al centro delle intercettazioni non ci sono le le fanfaronate di Di Gangi contro la tendopoli dei senza casa quanto gli appalti che la Sipro deve riuscire a prendere a Roma e in giro per l'Italia. I contatti tra Lupi e Di Gangi continuano fino al 5 luglio 2014. "Quel giorno – annota il Ros  dei Carabinieri – esce su Repubblica un articolo che rivela alcune attività illecite della Sipro e i suoi legami con dirigenti Atac", da allora le comunicazioni improvvisamente si interrompono.

Ma con il sig. Di Gangi e la società Sipro qualche ferro lo hanno incrociato anche il nostro giornale. Un nostro articolo del 2012 – Connessioni di famiglia – aveva ricevuto la pronta replica dell’avvocato della società Sipro. Qui di seguito la lettera ricevuta dalla nostra redazione e pubblicata sul nostro giornale in data 6 giugno 2012 dopo essere stati contattati dall'avvocato Francesco Castaldi dell'Ufficio Legale della Sipro che ci aveva inviato le seguenti precisazioni:
"Salvatore Di Gangi non ricopre attualmente alcun incarico o interesse di alcun tipo nella società Sipro. Fino al 2008 era titolare di una società satellite e dal 2008 la società ha provveduto a revisionare gli assetti societari presentando istanza di revisione. L'istanza è stata accettata dalla Prefettura di Roma che in data 23/9/2009 ha provveduto a rilasciare il certificato antimafia e dunque consente alla società Sipro di svolgere legittimamente attività di vigilanza".
Salvatore Di Gangi, era stato il padrone della società di security Sipro, ma questa è passata ai figli dopo che era stata raggiunta da un'interdittiva antimafia. La Sipro però ha vinto un ricorso al Tar con cui ha ottenuto la cancellazione dell'interdittiva antimafia della Prefettura di Roma, come ci ha comunicato l’avvocato della Sipro – Castaldi – a giugno del 2012. Nonostante queste controversie, la Sipro ha ottenuto grossi appalti con alcune amministrazioni pubbliche della Capitale e in particolare con l'Atac di Roma.

La Sipro è uno dei big italiani della sicurezza e lavora da anni con enti pubblici e aziende private. Tra i suoi clienti figurano  il ministero della Difesa, Equitalia, la Regione Lazio, Rai, Telecom e Comune di Roma. Gli attuali proprietari della Sipro sono infatti i figli dell'imprenditore siciliano Salvatore Di Gangi, ma anche i nipoti di Vittorio Di Gangi, detto "er Nasca", arrestato il 9 maggio del 2012 e accusato di aver avuto in passato rapporti con la banda della Magliana e con il suo cassiere Enrico Nicoletti.

Ma, nell’estate dello stesso anno, la Sipro viene tirata in ballo nell’inchiesta sui biglietti clonati dell’Atac. Nell’agosto del 2012, infatti  la "Relazione tecnico investigativa sui titoli di viaggio dell'Atac spa", consegnata in Procura e rivelata dall’inchiesta di Repubblica, dedica numerosi passaggi al ruolo svolto dalla Sipro che stocca nei suoi caveau in via di Salone i biglietti invenduti dell’Atac. Tant’è che il 13 giugno del 2014 la Guardia di Finanza perquisisce la sede legale della Sipro con l’obiettivo di cercare documenti, email, verbali del consiglio di amministrazione e tutto quanto fosse riconducibile allo scandalo dei biglietti clonati.

Secondo i magistrati che stanno conducendo le indagini sulla corruzione al Ministero delle Infrastrutture, Di Gangi, che al telefono con Lupi vorrebbe sgomberare la tendopoli dei senza casa sotto il ministero, è molto legato anche a Franco Cavallo, appena nominato alla presidenza di Centostazioni e arrestato mercoledì. Di Gangi avrebbe infatti messo a disposizione di Cavallo un appartamento in largo del Nazareno 15 chiedendo – è scritto nelle carte del Ros - "l'intercessione presso il ministro Lupi e il suo staff per risolvere alcune questioni". Di quali questioni si tratti, al momento non è dato sapere, ma ci sembra che di questioni da portare alla luce a questo punto ce ne siano più di qualcuna.

Fonte

Renzi, Lupi, gli indagati. Un potere senza regole certe

Nel processo di costruzione di ogni nuovo regime, ha un'importanza fondamentale l'imposizione di una diversa retorica, di una sistema di “valori” utili all'affermazione del nuovo stato di cose. Cosa c'è di più diverso, per un “immaginario democratico” inchiodato per venti anni alla retorica di “mani pulite” e girotondi vari, della santificazione degli indagati dalla magistratura in posti di governo?

E proprio questo Matteo Renzi prova a fare, per uscire vincente dalla morsa mediatica delle accuse di “doppiopesismo” nel caso Lupi (condivise anche dal Corriere della Sera) e della possibilità di ritrovarsi un esecutivo falcidiato da avvisi di garanzia o richieste d'arresto.

Devono risuonargli ancora nelle orecchie le dure critiche del presidente dell'Anm, Rodolfo Sabelli – “carezze ai corrotti, schiaffi ai magistrati” – gridate proprio alla vigilia dello smantellamento giudiziario del ministero delle infrastrutture. Da lì a immaginare un futuro stillicidio di “notifiche di indagini” per questo o quello dei suoi più fidati collaboratori, particolarmente disinvolti, ci deve esser stato solo un passo. Vedere finire in prima pagina il suo braccio destro, Luca Lotti, come referente governativo di Ercole Incalza, proprio nelle ore in cui stava considerando la possibilità di piazzarlo al posto del dimissionario Lupi, deve essere stata la conferma definitiva. I suoi ripetuti attacchi alla magistratura hanno prodotto una “reazione di rigetto” che minaccia di minare in modo permanente il suo governo. Fin qui tutto nella norma di un paese schiavizzato dalle lobby, dalle clientele e dalle logge. Che il premier rappresenta al meglio, con la leggerezza dell'età, la sfrontatezza di chi sa d'essere arrivato lì per volontà altrui (Marchionne dixit) e l'improntitudine di chi è venuto per distruggere quel poco di solidità costituzionale ancora in piedi.

Intervistato da Repubblica (che comincia ad avere qualche dubbio su di lui, dopo averlo “pompato” come un pesista di terza fascia da portare alle olimpiadi), alla domanda-chiave sulla possibile rimozione dei sei sottosegretari indagati, ha fatto capire un po' troppo come la vede: "Assolutamente no. Ho sempre detto che non ci si dimette per un avviso di garanzia. Per me un cittadino è innocente finché la sentenza non passa in giudicato. Del resto, è scritto nella Costituzione. Quindi perché dovrebbe dimettersi un politico indagato? Le condanne si fanno nei tribunali, non sui giornali".

Inutile fargli notare quel che sa benissimo. Ovvero che un “politico”, per di più un membro del governo, proprio per la sua particolare posizione – decide sulla vita di tutti, usa le risorse pubbliche, può usare poteri e contatti per tentare di influenzare singoli magistrati, ecc. – tutto è meno che un normale cittadino. Il semplice sospetto che possa agire per finalità non istituzionali, anzi privatistiche, è ovunque sufficiente a consigliargli le dimissioni. Ovunque, meno che in Italia e in qualche regime minore di paesi ancora non approdati ai fasti della democrazia occidentale.

Naturalmente non siamo troppo fessi. Sappiamo anche noi che la corruzione, o l'uso del potere politico a favore di multinazionali, imprese e clientele particolari, è costume comune dappertutto. Ma – appunto – la necessità di far almeno apparire “imparziali” le istituzioni dello Stato obbliga i membri delle classi politiche occidentali a farsi da parte quando vengono “beccati”. Se si dovesse attendere la condanna definitiva per sostituire un amministratore pubblico, insomma, ministro o assessore che sia, tanto varrebbe affidare alle mafie il controllo della macchina statale. E richiamare in servizio immediatamente, per esempio, tutti gli arrestati per “mafia capitale”.

Sorvoliamo dunque sulla divertente constatazione che l'unico articolo della Costituzione salvabile, per Renzi, sia appunto quello della presunzione di innocenza fino a condanna definitiva...

La questione prncipale, infatti, è un tantino più complessa. Il tentativo di addensare una nuova classe politica – “ggiòvane”, spiritosa, spendibile, ma ahinoi decisamente incompetente – in grado di far passare le politiche della Troika senza sollevare insurrezioni di massa, dividendo progressivamente un ceto sociale dall'altro, contrapponendo figli e padri, precari e stabili, pensionati e impensionabili, ecc, si scontra in questo paese con un sistema di potere consolidato nei secoli ma frammentato, con interessi limitati anche se dall'appetito sconfinato. Da questo gorgo non può proprio uscire “gente onesta”, priva di relazioni innominabili, al riparo da inchieste imposte dall'”obbligatorietà dell'azione penale” (che infatti sia Berlusconi sia Renzi hanno cercato di intaccare). Dunque non resta che respingere “l'ingerenza” dei magistrati. Salvaguardando però le forme, ossia costringendo gli “indifendibili” – quelli più sputtanati dai media – a lasciare il posto.

Il “doppiopesismo” di Renzi è dunque obbligato. Deve mantenere una struttura di comando abbastanza stabile (e quindi proteggere anche gli indagati, se non troppo esposti quanto a notorietà, intercettazioni, ecc.) e contemporaneamente far vedere che sta combattendo con durezza la corruzione. Un compito obiettivamente difficile, per cui serve una faccia di teflon da oscar della simulazione...

Ma ci prova. Nell'intervista, infatti, dopo aver “blindato” i sottosegretari indagati con un'argomentazione tipicamente berlusconiana, indica le mosse fatte sul piano opposto: "ho chiesto le dimissioni a Orsoni (ex sindaco di Venezia, ndr) quando, patteggiando, si è dichiarato colpevole. Ho commissariato per motivi di opportunità politica il Pd di Roma nonostante il segretario locale fosse estraneo alle indagini. A suo tempo avevo auspicato il passo indietro della Cancellieri sempre con una motivazione strettamente politica. Altro che due pesi e due misure: le dimissioni si danno per una motivazione politica o morale, non per un avviso di garanzia".

Fin troppo facile, persino per giornalisti inginocchiati, trovare casi in cui la sua “regola” non è stata applicata. Per esempio Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno condannato in primo grado e comunque candidato alle regionali in Campania: "lui ha fatto una scelta diversa, considera giusto chiedere il voto agli elettori e si sente forte del risultato delle primarie".

Una “regola” insomma che vale solo se i singoli vogliono farla valere, “sacrificandosi”.

Ma da un dispositivo così non può venir fuori alcun nuovo assetto istituzionale razionale, oggettivo, trasparente. E' soltanto un insieme di “pratiche” risolte caso per caso, a seconda della potenza relativa del singolo, della sua esposizione mediatica, del livello di fedeltà al capo. Un regime, appunto, in cui la “costituzione” è flessibile quanto l'umore di chi, alla fin fine, dispone.

Con un piccolo dettaglio finale: il “motore immobile” che dovrebbe far funzionare il tutto, come un moderno monarca, è a sua volta un paracadutato da altri poteri e soggetto, come i suoi sottoposti, agli umori variabili di chi l'ha scelto per la bisogna. E 'sta roba la chiamano addirittura “democrazia”...

Fonte

20/03/2015

Bruxelles ha disposto le dimissioni di Lupi

Le dimissioni si danno davanti alla Terza Camera (presto seconda, con la scomparsa del Senato), ovvero sulla poltrona di Porta a Porta, con l'officiante Bruno Vespa nella parte del confessore-perdonatore, incidentalmente marito di quel gip che, nelle inchieste sui Mondiali di calcio del 1990, proscioglie «perché il fatto non sussiste» l'ora arrestato Ercole Incalza. Ghirigori di incontri, nei retrobottega del potere italico...

L'annuncio è stato ovviamente sofferto e dolente: "Domani al termine dell'informativa" alla Camera, "rassegnerò le dimissioni". Con grandi sussulti di dignità istituzionale: "Per me la politica non è un mestiere ma passione. E' poter servire il proprio Stato. Non ho perso né l'onore né la passione". Evidentemente deve esserci stato un caso di omonimia con quell'altro Lupi che, parlando al telefono con Incalza chiedeva «Tu suggerisci di rimanere? Io sono veramente dubbioso... o mi rifaccio il partito, oppure rimanere dentro...e rimanere a fare cosa?».

Onore perduto a parte, la vicenda si chiude nell'unico modo possibile ai tempi della Troika.

Se vogliamo restare alla pura procedura parlamentare, infatti, la strada era egualmente segnata. Il Movimento 5 Stelle aveva preparato una mozione di sfiducia personale sul ministro delle infrastrutture che si faceva dirigere, e persino scrivere il programma di governo, da quello che teoricamente era solo un suo collaboratore a progetto. La mozione sarebbe stata votata da Sel, fors'anche dai "dissidenti" del Pd, sicuramente da una parte di Forza Italia che considera Lupi come uno dei traditori del Caimano (quando scelsero, insieme ad Alfano, di restare nel governo Letta mentre il berluska rompeva il patto).

A quel punto, per salvare il ministro di cielle, Renzi avrebbe dovuto porre una sorta di "fiducia" sul lupetto ormai spelacchiato e additato al pubblico ludibrio. Un costo alto, senza alcun guadagno.

Tanto più che una vicenda del genere, seppur senza dichiarazioni pubbliche, era certamente seguita dalle cancellerie dell'Unione Europea, dove vigono standard comportamentali per i ministri decisamente diversi. Ci sono stati casi di ministri, per esempio in Francia, costretti alle dimissioni non per aver rubato o concesso appalti miliardari in cambio di mazzette, ma semplicemente per aver affittato un appartamento - a spese dello stato - considerato "troppo grande" per il suo nucleo familiare...

Cosa significa? Che la classe dirigente di questa Unione Europea appare consapevole delle "difficoltà" italiane nell'adeguarsi a questi standard e quindi - pur accettando di sostenere e riconoscere governi disposti ad eseguire i propri ordini, ma composti da rappresentanti di interessi clientelari sotto la soglia della presentabilità - "preme" perché gli episodi di corruzione diventino occasione di "limature progressive", capaci di eliminare il personale politico inadeguato agli scopi.

L'altra strada sarebbe stata "rivoluzionaria", in senso autoritario. Ovvero sbarrare la strada dei ministeri a tutti i personaggio di questo tipo e affidare tutti i poteri al Cantone di turno. Il rischio, evidente, era però quello di sollevare una "rivolta" masanelliana dei tangentari, dei corrotti, del "mondo di mezzo"... meglio, molto meglio, la "politica dei piccoli passi" teleguidati dall'alto, le scremature rese possibili dalle inchieste giudiziarie.

Così vanno interpretata le uniche parole pronunciate da Renzi sula vicenda (strano, neanche un tweet, questa volta...): "La scelta di Maurizio è una scelta saggia, per sé, per Ncd, per il governo". Una scelta che evita di trasformare un colpo durissimo per la credibilità - in rapido calo - di questo governo in una crepa permanente capace di abbatterlo.

Sì, va bene, ma da chi verrà sostituito Lupi? Per ora Renzi annuncia l'interim a se stesso. In attesa di trovare il nome giusto. Circola quello di Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità anticorruzione, magistrato che ha sostituito lo sbiadito Di Pietro dell'immaginario ruolo dell'"uomo incorruttibile".

Ma bisogna ricordare - e le telefonate tra Lupi e Incalza lo dimostrano - che Renzi era già prima intenzionato a portare a Palazzo Chigi la "struttura tecnica di missione" del ministero delle Infrastrutture, quella con a capo Incalza e per cui lo stesso Lupi aveva minacciato di far cadere il governo.

Ma circola anche quello di Mauro Moretti, amministratore delegato di Finmeccanica ed ex ad delle Ferrovie, nonché nel lontano passato anche ex segretario della FiltCgil. Un inaffondabile capace di galleggiare in qualsiasi mare...

Fonte

19/03/2015

Caso Lupi. "Responsabile" deriva da risponderne?

Quello che ancora manca, nel senso comune, è la cultura della responsabilità politica.

L’opposizione parlamentare si è scagliata contro il ministro Lupi per la supposta implicazione del ministro e di suo figlio insieme alla moglie, insomma di tutta la sacra famiglia, nello scambio di regalie e appalti, assunzioni facili e favoritismi. Insomma stando alla luce dei fatti finora conosciuti “niente di nuovo sotto il cielo della nostra politica”. E non da adesso, ma da sempre.

E’ un film visto migliaia di volte e finita la “tre giorni” di passione, inchieste giornalistiche, interviste, dibattiti infuocati nei finti teatrini dei talk show, passata la buriana, tutti dimenticheranno e le cose continueranno ad andare come è sempre stato e nessuno pagherà (per cosa poi, stando cosi le accuse?)

E come per l’assoluzione di Berlusconi, si cerca di mischiare moralismo, etica, “benpensantismo” con la politica. E’ vero che la cultura politica nel nostro paese è andata a farsi benedire e con questo termine si intende tutto e il contrario di tutto. Cosi come con il termine di responsabilità. Se poi coniughiamo i due termini i più vanno nel panico.

Ma la questione centrale o che dovrebbe diventare centrale per poter dare dignità alle istituzioni e a chi fa parte delle istituzioni è mettere al centro, e far diventare centrale, la questione della “responsabilità politica”

Avere responsabilità nel campo lavorativo, ma soprattutto politico, vuol dire avere la responsabilità del proprio ufficio, dei propri collaboratori e del loro operato. Cioè risponderne di fronte alla collettività nel caso del politico. Se l’ufficio non funziona la responsabilità è prima di tutto del suo responsabile oggettivamente e poi del colpevole materiale della disfunzione.

Nel caso specifico, ma è solo un esempio, se il direttore centrale o un suo collaboratore è colpito da sospetti o da inchieste giudiziarie per un sistema di appalti truccati, di malaffare in essere, la responsabilità, non penale, ma politica è del ministro in carica. Le sue colpe sono colpe oggettive , indipendentemente se direttamente coinvolto nelle vicende. Se lo fosse, si spera, pagherà penalmente anche per queste, ma prima di tutto è responsabile politico. Prassi vorrebbe e soprattutto etica vorrebbe che i suoi collaboratori fossero sospesi dall'incarico e che il ministro si dimettesse.

Invece in Italia, colpa anche dell’inciviltà, dalla barbarie politica in cui imperversiamo, si additano i politici delle supposte ruberie mischiando responsabilità penali con quelle politiche facendo un gran polverone e cosi facendo agevolando e facilitando il, cosi diventato semplice, compito di discolparsi e di uscirsene col semplice sillogismo “si è innocenti fino a prova contraria, per cui rimango al mio posto”.

Non è il sospetto della sua onestà o supposta colpevolezza penale a dover essere causa della richiesta di dimissioni (che già questo è una illogicità perché dovrebbero essere implicite, automatiche), ma il semplice fatto che politicamente non è stato in grado di gestire correttamente il suo dicastero e i suoi collaboratori.

Chi ha scelto i suoi dirigenti o consulenti che siano? E se li ha ereditati perché li ha riconfermati?

E nell'esempio di cui si parla già nel 2014 Lupi era a conoscenza dei carichi penali pendenti sul suo direttore e nonostante ciò lo ha riconfermato. E anche la giustificazione della Lorenzin - che si lamentava del fatto che i ministri sono impotenti di fronte alla rimozione dei direttori generali e dell’alta burocrazia (smentita tra l’altro da altri esempi precedenti) - ... ma siete o non siete governo?

Avete fatto il taglio delle pensioni in una settimana, avete creato gli esodati, nuova categoria sociale, con una legge, e non siete capaci di licenziare o rimuovere un alto papavero? Se anche fosse vero, è questa una giustificazione o una ammissione di colpa e di incapacità? E se fosse vero, non sarebbe il caso, per onestà intellettuale, di denunciare il fatto pubblicamente e rinunciare all'incarico per impossibilità a svolgerlo correttamente?

Ma adesso sorbiamoci questa ulteriore tre giorni di passione di “baillame” mediatico, di  questa ennesima “ammuina” tanto tra poco è Pasqua e mangiamoci la colomba...

Fonte

17/03/2015

Mafia Nazionale. Dal Tav all'Expo, tempi da lupi


È noto, a i nostri lettori, che non ci occupiamo troppo delle “inchieste sulla corruzione”, che sono invece gli unici argomenti dei media mainstream per tenere su le vendite e mostrarsi, ci mancherebbe, “lontani dalla politica” dalla “casta”. Quella che poi frequentano 24-ore-su-24 per motivi personali prima ancora che professionali... Sappiamo infatti che si tratta di una costante strutturale del modo di fare "capitalismo senza capitali" in questo paese. La "normalità", insomma, non l'eccezione rappresentata da "poche mele marce"... E' il cesto intero, che andrebbe buttato in discarica (senza compostaggio, sennò "ricicciano").

Ci occupiamo invece dell'inchiesta sulle “grandi opere” per motivi che ci sembrano autoevidenti. Questo comparto è rimasto l'unico dove la “sovranità dello stato italiano” può ancora esercitare con una certa generosità la sua indipendenza di spesa. In tutti gli altri settori la “mano pubblica” è ormai espropriata dalla Troika o in via di rapido smantellamento, per l'identica pressione sovranazionale. La "torta" si va riducendo, insomma, e intorno a questo pasto si concentrano squali, iene, sciacalli e lupi. Qui, vogliamo dire, si concentra tutta “la politica” vecchio stile, qui si affollano gli imprenditori-prenditori (quelli che non hanno mai rischiato un soldo, pretendendo appalti sovraprezzati e ovviamente “riadeguabili” all'occorrenza). In questo settore, insomma, non solo la corruzione è di casa, ma per ristrettezza di mercato si concentra soprattutto qui. O, perlomeno, si concentra qui quella di “alto livello”. Insomma, quella che corre in cerca di cifre miliardarie, non degli spiccioli (a confronto...) di Mafia Capitale.

Non ci sorprende trovare il ministro Maurizio Lupi al centro di queste inchieste. Uno che si era inventato il “decreto casa” (con tanto di divieto di mettere residenza negli immobili occupati, di vendita all'asta - a prezzi di mercato - delle case popolari, ecc), che vuole trasformare la Orte-Mestre (l'attuale E45) in un'autostrada a pagamento, che sta facendo fare i primi passi al “corridoio” autostradale per Latina, un fan dell'Alta Velocità che condannerebbe per “terrorismo” chiunque si opponga... Uno, in conclusione, al centro di tutte le progettazioni pensate soltanto per far arricchire i costruttori, gonfiare le tasche dei corrompibili, devastando territori e sollevando la sacrosanta incazzatura popolare, naturalmente da reprimere nel più feroce dei modi perché “contro il progresso del paese”.

È questa roba qui il “progresso del paese” che vanno costruendo i Renzi, i Lupi, gli Alfano e i Poletti: miliardi (nostri) gettati al vento, miliardi che finiscono in tasche senza fondo che loro conoscono benissimo (il florilegio di intercettazioni è come al solito spietato e illuminante), precarietà per chi lavora, licenziamenti per chi lotta, fino all'infamia suprema del lavoro gratuito per Expo. Naturalmente anche l'Expo è nel mazzo delle “grandi opere” con al centro Incalza, Perotti & co. E vien da pensare che, per rientrare nei costi, vista la dimensione delle mazzette che andavano distribuite, non c'era altro modo che far lavorare gratis qualche migliaio di ragazzi...

Non avendo entrature in procura, riportiamo qui alcuni articoli che forniscono informazioni davvero illuminanti. Prendete appunti, fissate nella memoria. Questi nomi e questi metodi sono eterni. Torneranno ancora, come Incalza che da 30 anni è al centro di tutte le inchieste ma, fino a ieri mattina, nominava lui i ministri da cui teoricamente avrebbe dovuto dipendere e scriveva, sempre lui, il "programma di governo".

*****

Da IlSole24Ore

Bufera su Lupi per un contratto al figlio

di Ivan Cimmarusti e Marco Ludovico

Una “influenza” sul ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, fino al punto che - pur di salvare il posto del supermanager pubblico, Ercole Incalza - si sarebbe creata una crisi dell’Esecutivo. Dalla redazione “del piano di governo del Nuovo centro-destra”, fino alla nomina del vice ministro Riccardo Nencini e del sottosegretario Umberto Del Basso de Caro: tutto sarebbe stato nelle mani di Incalza, fino all’anno scorso a capo della Struttura tecnica di missione, quella che gestisce le grandi opere in Italia.

Sono gli atti d’indagine della Procura di Firenze a disegnare un supposto sistema “clientelare” dietro gli appalti per le principali opere, come l’Alta velocità, il Palazzo Italia di Expo, l’autostrada Orte-Mestre. Un “sistema” che coinvolgerebbe anche altri soggetti che avrebbero beneficiato degli stretti rapporti di Incalza con Lupi, come Giuseppe Perotti che arriva a incassare 17 incarichi come direttore lavori di queste grandi opere facendo poi assumere Luca Lupi, figlio del ministro. Perotti e sua moglie nel settembre 2013 avrebbero avuto come ospiti a cena il ministro con due membri della scorta.

Gli arrestati avrebbero fatto al ministro delle Infrastrutture e ai suoi familiari, secondo quanto si legge nell’ordinanza del giudice di Firenze, anche dei regali: un vestito sartoriale per il ministro Maurizio Lupi e un Rolex da 10mila euro al figlio, in occasione della laurea. A regalare il vestito al ministro sarebbe stato Franco Cavallo, uno dei quattro arrestati oggi che secondo gli inquirenti aveva uno «stretto legame» con Lupi tanto da dare «favori al ministro e ai suoi familiari».

«Non ho mai chiesto all’ingegner Perotti né a chicchessia di far lavorare mio figlio – replica Lupi -. Non è il mio costume e sarebbe un comportamento che riterrei profondamente sbagliato». Assicura «massima disponibilità» verso la magistratura, dicendo che «il Governo ha voluto dare certezza per la realizzazione delle grandi opere». E conclude che «la corruzione va combattuta e ognuno risponderà degli errori fatti se li ha fatti, ma non possiamo fermare le grandi opere. Siamo al fianco della magistratura». Lupi ricorda inoltre come Incalza «era ed è una delle figure più autorevoli che il nostro Paese abbia sia da un punto di vista dell’esperienza tecnica nazionale che della competenza internazionale, che gli è riconosciuta in tutti i livelli».

Tuttavia, gli atti dell’inchiesta condotta dai carabinieri del Ros di Firenze, come riportati dal gip in ordinanza, svelano circostanze da chiarire. Scrive il gip: «Il legame tra Incalza e Lupi e in generale con l’Ncd risulta evidente nel messaggio e nella telefonata che Incalza» ha con una «tale Daniela» del ministero. Incalza, riassume il gip, «afferma di aver trascorso la notte a redigere il programma di Governo che Ncd avrebbe dovuto presentare e di essere in attesa del benestare di Angelino Alfano e Maurizio Lupi».

Non solo, stando al contenuto delle intercettazioni, il gip parla «di un altro esempio di influenza di Incalza sul ministro». Si fa riferimento a una conversazione del 28 febbraio 2014, in cui Lupi lo informa che, in seguito alla sua sponsorizzazione, avevano nominato viceministro Nencini («Dopo che tu hai dato la sponsorizzazione per Nencini – dice Lupi all’ex manager pubblico – l’abbiamo fatto vice ministro»). Stessa cosa avrebbe fatto col sottosegretario Del Basso de Caro.

Stando al contenuto delle intercettazioni Lupi scende in campo per salvare il posto di Incalza, il cui ruolo alla Struttura tecnica rischia di cadere per la volontà del Governo di annetterla sotto il controllo della Presidenza del Consiglio. Il 12 dicembre 2014 Lupi informa Incalza, si legge negli atti, «che ha sollecitato un tal Santini per sostenere la conferma della Struttura tecnica per evitare che si blocchino i lavori». Lupi conclude che «intende difendere a qualsiasi costo la Struttura tecnica», dicendo sempre a Incalza: «Io ti garantisco che se viene abolita la Struttura tecnica di missione non c'è più il Governo».

Infine Incalza precisa alla sua segretaria, Ida Tremonti, di aver parlato con alcuni senatori affinché sposino la sua causa: Antonio Azzolini, Giorgio Santini, Federica Chiavaroli e Pier Paolo Baretta.

Un altro capitolo da chiarire riguarda i lavori che avrebbe ottenuto Luca Lupi grazie a Perotti. In particolare emerge come Perotti abbia voluto dare la direzione dei lavori di un cantiere Eni al giovane neolaureato in ingegneria arrivando a chiedere a Giorgio Mor, imprenditore e suo parente, di farlo diventare il suo «uomo su Milano». «Metterei un direttore, un giovane che ho bisogno di fare entrare (…) lo guidi e gli fai anche un po’ di formazione… è un ragazzo che vale molto». «Il ragazzo – scrive il gip – a cui Stefano Perotti fa riferimento è Luca Lupi».

DUE ANNI AL MINISTERO

Il cattolico nominato da Letta e confermato da Renzi

Maurizio Lupi (milanese nato nel 1959) dal 22 febbraio 2014 è Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti del governo attuale

È stato vicepresidente della Camera dei deputati per il Popolo della libertà per la XVI legislatura, riconfermato nella XVII fino alla nomina, dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014 a Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti dell’esecutivo guidato da Enrico Letta, carica poi riconfermata nel governo di Matteo Renzi.

Lupi si è laureato nel 1984 in Scienze Politiche. È iscritto all’Ordine dei giornalisti della Lombardia dal 1984 come giornalista pubblicista ed è membro di Comunione e Liberazione.

RAPPORTI PERSONALI

I rapporti con Incalza

All’interno dell’inchiesta il politico più in vista coinvolto (ma non indagato) è Maurizio Lupi, titolare del ministero delle Infrastrutture dove lavorava Incalza. «Se viene abolita la Struttura tecnica di Missione - dice il ministro in una telefonata riferendosi alla struttura interna al ministero guidata da Incalza - non c’è più il governo!». Per gli inquirenti questa conversazione «ben rappresenta» l'importanza della struttura tecnica

Il coinvolgimento del figlio

Il gip Angelo Pezzuti nell'ordinanza spiega che Stefano Perotti si è adoperato con un imprenditore indagato, il cognato Giorgio Mor, per farlo assumere, ma i due temono sia poco opportuno. Per il gip, questo atteggiamento «non è comprensibile al di fuori di uno scenario illecito». Uno degli arrestati, Francesco Cavallo, fece confezionare un vestito per Lupi, mentre i coniugi Perotti regalarono al figlio del ministro un Rolex da 10.350 euro

*****

Quella tensione sulle grandi opere

di Giorgio Santilli

Nell’intercettazione del 16 dicembre 2014, il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, parla con Ercole Incalza e lo rassicura: «Ti garantisco che se viene abolita la struttura di missione, cade il governo». Alla fine, l’emendamento che voleva abolire la struttura di missione oppure spostarla a Palazzo Chigi non passa.

In ballo non c’era tanto la posizione di Incalza, che già da settembre aveva detto al ministro di voler «naturalmente» lasciare tutti gli incarichi per andare in pensione a fine anno, quanto la politica delle grandi opere che Incalza considerava un po’ la sua creatura. Sullo sfondo è evidente una tensione tra Porta Pia e Palazzo Chigi che andava avanti da almeno sei mesi. Il momento di maggiore tensione c’era stato con la messa a punto del decreto sblocca-Italia che nell’idea di Matteo Renzi doveva essere una rivoluzione della politica infrastrutturale e si era tradotto, invece, in un elemento di continuità intestato più a Lupi che a Renzi. Non è un caso che, dopo aver bombardato mediaticamente per un’intera estate con lo sblocca-Italia, il premier avesse smesso di colpo di parlarne dopo l’approvazione del 29 agosto. Già dall’inizio dei lavori, fra i collaboratori di Renzi che a Palazzo Chigi buttavano giù le prime bozze del decreto, si diceva che «il problema delle infrastrutture in Italia si chiama Ercole Incalza e un forte ricambio al ministero delle Infrastrutture». La squadra del premier non poteva sopportare la continuità di uomini per 14 anni al ministero di Porta Pia, a difesa di una politica “vecchia” elaborata da Silvio Berlusconi a inizio secolo. Ma anche nel merito delle scelte era la stessa dottrina renziana a reclamare meno grandi opere e doppia priorità per il piano di manutenzione del territorio contro il dissesto idrogeologico e per le piccole opere dell’edilizia scolastica: con il consueto stile, Renzi non l’aveva mandata a dire e si era costruito due strutture di missione in casa, a Palazzo Chigi. Avrebbe voluto prendersi anche la struttura di missione della legge obiettivo per ribaltare come un guanto il relativo programma.

Lupi ha difeso invece lo sblocca-Italia e certe idee provenienti dallo stesso Incalza, come rilanciare la faraonica autostrada Orte-Mestre, su cui Vito Bonsignore, finito anche lui nell’inchiesta di Firenze, aveva un diritto di prelazione in quanto promotore. Anche sulla Orte-Mestre c’è stato uno scontro con Palazzo Chigi che ha ben presto capito che la via del rinnovamento non passava per i numerini faraonici delle grandi opere da sbloccare. «Non c’è dubbio - dice Ermete Realacci, renziano della prima ora e presidente pd della commissione Ambiente della Camera - che lo sblocca-Italia sia stata un’occasione per una politica infrastrutturale più equilibrata, con meno grandi opere e più attenzione alla manutenzione, al risparmio energetico, alle opere sostenibili. Non mi pare Palazzo Chigi sia soddisfatto del risultato finale, ma non per questo ci si rassegna. Una discontinuità è necessaria».

Fonte

26/12/2014

Accanimenti ad alta velocità

Nelle foto: Il Tirreno alfiere della disinformazione e delle calunnie contro un movimento popolare, radicato e informato come i NO TAV. Addirittura nella seconda foto Il Tirreno presenta un bel montaggio con uno sportellino di plastica con il tag TAU (che non è altro che la firma di un writer) e una freccia per dimostrare che c'è stata una rivendicazione dei NO TAV. La miseria de Il Tirreno continua... Di seguito l'articolo di Infoaut sulla manipolazione dell'evento.   

Redazione, 25 dicembre 2014

tratto da www.infoaut.org

Il 17 dicembre la Corte d’Assise di Torino ha assolto Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò dall’accusa di terrorismo, ribadendo di fatto l’inconsistenza, già evidenziata dalla Cassazione nel mese di giugno, del teorema costruito dalla Procura.

Da lì, è stato tutto un susseguirsi di dichiarazioni d’indignazione e frustrazione verso la sentenza del Tribunale da parte di chi, in questi anni, si è affannato senza successo nel tentativo di attaccare il movimento No Tav per difendere i propri interessi.

E’ il caso, tra gli altri, dell’ex Procuratore Giancarlo Caselli, che affiancato dai solerti Padalino e Rinaudo si è fatto per primo portatore della crociata giudiziaria contro i No Tav. Caselli ha inizialmente preferito mandare avanti uno dei suoi avvocati, Vittorio Barosio, che dalle colonne de La Repubblica ha pontificato caparbiamente sulla condotta a suo dire terroristica dei quattro imputati. Ma l’ex Procuratore non ha poi disdegnato di tornare a rilasciare interviste qua e là in prima persona, per cercare di ridare qualche credibilità ai suoi teoremi, usciti sonoramente sconfitti dalle aule di Tribunale.

Il primo premio dell’accanimento va però senza dubbio al ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, da sempre fiero portatore del vessillo Sì Tav, che in questi ultimi giorni deve aver sentito traballare un po’ la propria poltrona e si è lanciato in un crescendo di livore e figuracce contro il nemico pubblico No Tav.

A poche ore dalla sentenza di primo grado nei confronti di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, infatti, il ministro cinguettava indignato dal proprio profilo Twitter, non riuscendo a capacitarsi di come una lotta popolare e ventennale in difesa del territorio e del futuro di tutti non potesse essere forzatamente inserita in terminologie che non le appartengono. È curioso che gli stessi personaggi che con fare da inquisitori chiedono pene esemplari contro chi esce dal tracciato del “consentito dalla legge” si scaglino poi con tanta energia contro una sentenza emessa da quegli stessi Tribunali che sarebbero chiamati a tutelare la tanto retorica quanto (da loro) invocata “legalità”.

Pochi giorni dopo Lupi è poi sbarcato al cantiere di Chiomonte, il set perfetto per proseguire lo show: da qui il ministro si è lagnato delle spese di sicurezza che sono state necessarie per fare di quel cantiere un fortino militare, affermando con un’ipocrisia senza precedenti che quei soldi si sarebbero potuti utilizzare per aiutare chi non arriva a fine mese (sic!). Probabilmente Lupi guardava altrove tutte le volte in cui il movimento No Tav ha messo sotto gli occhi del paese intero l’enorme sperpero di denaro che la Torino-Lione comporterebbe, ricordando quante cose più utili si potrebbero fare con quei miliardi...

Ma la ciliegina sulla torta arriva il giorno successivo con l’incendio alla stazione di Bologna, quando il ministro si toglie la toga da magistrato per vestire i panni del detective e, spalleggiato da tutti i principali quotidiani nazionali in una corsa vertiginosa alla perdita di ogni parvenza di dignità, chiude il caso in pochi minuti: le prove (una tag hip hop...) non lasciano spazi a dubbi, è colpa dei No Tav!

Verrebbe quasi da ridere se non fosse che dietro a queste sparate c'è la dignità di lotte e persone reali e che la libertà di chi è stato criminalizzato per le proprie scelte è una cosa seria, che va oltre le disquisizioni giuridiche degli amici di Caselli sulle pagine di qualche quotidiano embedded. Dal canto suo, il movimento No Tav può contare sul coro di voci sempre più grande che in questi mesi ha respinto l’etichetta del terrorismo, rivendicando in maniera altrettanto compatta la pratica del sabotaggio contro un’opera inutile e devastante. Ma si sa che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e Lupi & co. di cattiva fede han dimostrato di averne in abbondanza...

25 dicembre 2014

23/12/2014

Il governo soffia sul fuoco di un incendio


Quando i regimi traballano, o vogliono eliminare qualsiasi ostacolo, gonfiano a dismisura qualsiasi episodio. E qualche volta lo creano di proposito. La storia d'Italia – prima e dopo Piazza Fontana – è zeppa di esempi simili. A volte è possibile identificare con chiarezza fin da subito “la matrice” di un determinato episodio, altre volte occorrono anni e un lavoro serissimo per arrivare allo stesso risultato. Di alcune cose si sospetterà per sempre, senza alcuna certezza (ed esiste anche un mercato dei sospetti, o “misteri”, cui appozzano mestatori di ogni risma).

Il fatto di oggi nella nota dell'Ansa.
Un incendio doloso ha mandato in tilt la stazione di Bologna. La circolazione ferroviaria in transito per il nodo di Bologna è rimasta interrotta, e registra tuttora forti rallentamenti, a causa di un incendio doloso che ha interessato il sistema di gestione e controllo del traffico.
Un “incendio doloso” è riconoscibile dalla presenza di materiale incendiario non appartenente al contesto (benzina, sembra, in questo caso). Ma non permette, specie “a caldo”, alcuna interpretazione certa sulla “matrice”. Ciò nonostante per l'agenzia di informazione para-governativa
Nessun dubbio sull'origine dolosa delle fiamme, su cui indagano Polizia ferroviaria e scientifica e Digos. Per il ministro Lupi si è trattato di "un nuovo atto terroristico con la Tav" ma - ha aggiunto - "non ci fermeranno nella strada di innovare e cambiare l'Italia".
Quando un ministro dice certe cose i casi sono due: o sa perfettamente chi è stato oppure tira a indovinare, cercando di piegare gli eventi al suo scopo.

Perfino Matteo Renzi, consapevole che sarà imputabile politicamente a lui ogni fesseria pronunciata da dentro l'esecutivo, appare decisamente più cauto:
"Voglio rassicurare tutti gli italiani: non torniamo a rievocare parole del passato, è in atto un'operazione di sabotaggio e verifichiamo quanto accaduto". "Stiamo monitorando la situazione: era accaduto qualcosa di analogo anche se meno impattante nei giorni scorsi in altre città".
Su cosa si basa l'attribuzione dell'incendio a “terroristi no tav” (senza maiuscole, perché il movimento No Tav è una cosa seria)? Leggiamo ancora dall'Ansa:
Su un muretto vicino alla massicciata ferroviaria della stazione di Santa Viola a Bologna sono state trovate due scritte vergate con bombolette spray di contenuto 'No Tav'. Le scritte, a quanto si apprende, sembrano recenti. Sono poi stati trovati vari fiammiferi e parti degli stracci utilizzati per l'accensione del rogo che ha interrotto la circolazione ferroviaria. Il procuratore capo di Bologna, Roberto Alfonso, sta seguendo personalmente la prima fase delle indagini.
“Alcune scritte contro la Tav”. Su quasi tutti i muri d'Italia ci sono scritte simili, specie lungo il tracciato ferroviario (si tratti o no di linee ad alta velocità). Ogni eventuale focaraccio nei loro pressi andrà addebitato ai No Tav? Non c'è nessuno sufficientemente scemo da crederci.

“Le scritte, a quanto si apprende, sembrano recenti”. Particolare che vorrebbe essere significativo per l'attribuzione “terroritstica”, ma che non ha quasi alcun significato. Se fosse vero, infatti, il senso sarebbe uno solo: chi ha appiccato il fuoco voleva che fossero “corresponsabilizzati” i No Tav. Più una provocazione, anche al primo sguardo, che non una “rivendicazione attendibile”. Basta aver fatto la prima elementare per scrivere sui muri cinque caratteri alfabetici in fila. La platea dei possibili colpevoli, insomma, è alquanto vasta...

I ministri dovrebbero sempre contare fino a dieci, prima di parlare. Perché ogni loro parola è un fatto politico, in certi casi di impatto devastante, molto più di un incendio notturno lungo i binari. A meno che proprio questo non sia il loro intento, in continuità con i governi democristiani del dopoguerra. Quelli delle stragi sui treni...

Fonte

08/11/2014

Renzi e Lupi colpiscono ancora: all'asta le case popolari

E’ stato dato il via da parte della Conferenza Stato/Regioni ad una proposta di decreto del Ministero delle Infrastrutture (Lupi) e a quello degli Affari Regionali (Lanzetta) che prevede la dismissione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica (ex IACP, Comuni, vari Ater, Arte, Aler, ecc.)

In un paese dove l’unico segmento del mercato abitativo che è assolutamente carente è quello dell’alloggio a canone sociale e calmierato continua da parte del Governo Renzi-Lupi il processo di liquidazione degli alloggi pubblici, quel poco che rimane (l’E.r.p. in Italia è al 3,5% sul totale degli alloggi; in Francia, Germania e Inghilterra è superiore al 20%).

Proprio in questi giorni è partita una feroce campagna sui media nazionali contro le case popolari, a Milano e altrove, che partendo dalla denuncia del fenomeno delle occupazioni - favorito dalla colpevole mancanza della gestione di questo importante patrimonio pubblico e dalla totale assenza di una politica della casa - sta preparando il terreno alla totale privatizzazione dell’edilizia pubblica per ancora favorire la speculazione immobiliare e la rendita.

In applicazione delle disposizioni previste dal ‘Piano Casa’ di Lupi approvato a marzo 2014 il decreto prevede:

- La predisposizione da parte degli enti proprietari, entro quattro mesi dalla sua pubblicazione sulla G.U., di specifici programmi di alienazione dando priorità ai condomini misti con proprietà pubblica inferiore al 50%, agli alloggi degradati e fatiscenti (venduti in blocco), o degli alloggi i cui oneri di manutenzione e ristrutturazione siano insostenibili per l’ente proprietario;

- L'effettuazione della vendita mediante bandi ad asta pubblica, che partirà dal prezzo di mercato stabilito dall’O.M.I. e determinato da una perizia tecnica dell’ente gestore;

- Il diritto di prelazione, entro appena 45 giorni, agli assegnatari in regola con i requisiti di permanenza che potranno acquistare al prezzo stabilito dall’asta;

- Il trasferimento coercitivo in altri alloggi di chi non può acquistare i propri alloggi ma che è in regola con i requisiti e con i pagamenti.

Dopo l’inutile ‘Piano Casa’ il Governo, con questo ulteriore provvedimento, avvia un processo di cancellazione definitiva dell’edilizia residenziale pubblica (circa 800.000 alloggi).

L’ASIA-USB denuncia questo nuovo attacco alle condizioni di vita dei settori popolari più deboli, che si troveranno costretti a misurarsi con l’improvviso problema di acquistare a prezzi di mercato il proprio alloggio oppure a vederselo vendere all’asta a terzi. Quest’ultima sarà l'unica soluzione  riservata a migliaia di inquilini considerati occupanti senza titolo.

L’ASIA-USB invita gli inquilini delle case popolari alla mobilitazione per fermare la speculazione sui nostri alloggi, per difendere il diritto alla casa per tutti, per rilanciare l’edilizia pubblica.

Fonte

28/08/2014

Le case popolari verranno messe all'asta

Il ministero di Lupi, quello del Piano Casa e del vergognoso art.5, continua a partorire mostri. Il Sole 24 Ore di oggi rende noto che è in arrivo un DM (decreto ministeriale) che intende vendere all'asta le case degli Iacp (case popolari, oggi declinate con altri nomi come Ater, Aler a secondo delle città), ma anche quelle di proprietà dei comuni o degli enti pubblici. Il decreto, attuazione del precedente e infame decreto Lupi di marzo, è stato già inviato alle Regioni e ai Comuni che quindi dovranno adeguarsi di conseguenza. Si attende solo il via libera della Conferenza Stato-Regioni. Un primo incontro su questo tema è previsto per il prossimo 11 settembre.

Nel decreto si precisa che la valutazione del valore degli immobili dovrà avvenire “al valore di mercato” ma che si lascia ampia libertà agli enti sui criteri di valutazione. L'Agenzia delle Entrate vigilerà su questi ultimi, ma eventuali verifiche non saranno vincolanti per l'ente venditore. Agli inquilini verrà lasciato il diritto di prelazione ma, attenzione, solo pagando il prezzo proposto dal miglior offerente in sede d'asta. I primi immobili ad essere venduti saranno quelli dove la proprietà pubblica è inferiore al 50%, quelli degradati e quelli in cui le spese di manutenzione e/o ristrutturazioni vengono ritenute insostenibili dagli enti pubblici proprietari.

Fonte

27/08/2014

Etihad pretende, Lupi firma, noi paghiamo

Meriterebbe una insurrezione, come minimo sindacale, dell'indignazione la vicenda dell'accordo trilaterale tra governo, ferrovie e Alitalia-Etihad. La firma dell'accordo che porterà i treni ad alta velocità fin dentro gli aereporti di Roma, Milano e Venezia, costerà infatti circa tre miliardi di euro.

Lo ha confessato candidamente il ministro per le Infrastrutture Maurizio Lupi firmando, al Meeting della sua Comunione e Liberazione a Rimini (non nella sede del ministero o delle ferrovie) un protocollo di intesa in tal senso con l'Amministratore Delegato delle ferrovie Michele Elia. La spesa prevista sarà di un miliardo per Fiumicino e Malpensa e di poco meno di un miliardo per Venezia.

L’intesa, firmata al meeting di Comunione e liberazione a Rimini, impegna da una parte il gruppo Fs a realizzare i primi studi di fattibilità entro la fine di quest’anno, e dall’altra il ministero dei trasporti a trovare le risorse e le coperture finanziarie entro il 28 febbraio 2015 (ovvero entro sei mesi). Ma si è anche scoperto – e questo è ancora più grave – che la creazione dei collegamenti ferroviari ad alta velocità negli aereporti in questione e il rafforzamento delle infrastrutture, era una condizione che Etihad (la compagnia aerea degli Emirati Arabi Uniti) aveva imposto già prima dell’accordo con Alitalia, sottoscritto lo scorso 8 agosto.

Oggi è previsto un consiglio di amministrazione dell'Alitalia, nella quale verranno definite le nuove scelte strategiche dopo l’ingresso di Etihad, che potrebbero comprendere anche l’eliminazione di una dozzina di tratte aeree a corto e medio raggio. Insomma ancora una volta vengono spesi soldi pubblici per soddisfare appetiti meramente privati. E come se non bastasse la voracità dei capitani d'industria "de noantri" adesso c'è da sfamare anche quella degli sceicchi del Golfo.

Fonte

27/07/2014

Val Susa. Giornata e notte di lotta popolare

Nella notte di ieri gli attivisti del movimento No Tav sono tornati a manifestare la loro ferma opposizione, manifestando fino a raggiungere il cantiere di Chiomonte. La zona è stata illuminata da petardi e fuochi d'artificio, a cui le forze dell'ordine hanno risposto con il solito fitto lancio di lacrimogeni.

Un sostituto commissario di polizia ha deciso di farsi "refertare" (e prendere qualche giorno di "malattia") accusando dolori dopo che un petardo lo ha colpito ad una caviglia. Le cosiddette forze dell'ordine hanno trovato e sequestrato nella zona un ponte artigianale, costruito con legno e fil di ferro, e utilizzato dai manifestanti per attraversare il torrente Clarea.

Inarrivabile e degna della migliore commedia all'italiana la reazione del ministro Lupi, addetto alle infrastrutture e capo fan dell'alta velocità: "Siamo davanti ad eventi criminali compiuti da persone, alcuni vengono anche dall'estero, che vogliono utilizzare un'opera per attaccare lo Stato. Non avranno alcun spazio".

L'autostrada del Frejus Torino-Bardonecchia, chiusa intorno alla mezzanotte dopo che alcuni pneumatici avevano preso fuoco nella galleria di Giaglione, è stata riaperta intorno alle 3.30. All'interno del cantiere, dove le attività sono state sospese per precauzione, il lavoro è  ripreso al termine della manifestazione.

Non ha voluto far mancare il suo apporto umoristico neanche il sanatore Pd Stefano Esposito, che si è esibito con le agenzie di stampa sul tema a lui più caro: "il solito triste copione" scritto da "teppisti, anarchici e autonomi, italiani ed europei".

La protesta ha preso corpo nei giorni scorsi, quando la mobilitazione imperniata sul campeggio itinerante si è condensata, martedì, in un "consiglio comunale aperto", con la partecipazione degli amministratori di quasi tutti i comuni della Valle (con non poco imbarazzo del Pd, cui sono ufficialmente iscritti parecchi dei convenuti) al termine del quale è stata approvata una delibera contro il Tav che respinge ogni proposta di compensazione economica. Alla faccia di chi prova da anni, con impegno che sarebbe meglio utilizzato altrove (per esempio: nell'individuazione delle imprese di subappalto legate a mafia e 'ndrangheta), a disegnare una inesistente contrapposizione tra la "brava gente disinformata della Valle" e "gli anarco-terroristi che vengono anche dall'estero".

E mentre gli amministratori della Valle di Susa contrari alla ferrovia Torino-Lione fanno i loro passi istituzionali - Susa e Condove hanno anche annunciato il ritiro dei loro rappresentanti dall'Osservatorio sulla Torino-Lione, presieduto dal feldmaresciallo Mario Virano - gli attivisti movimentano le piazze. Si blocca l'autostrada del Frejus, si "disturba" una delle ditte impegnate nel cantiere di Chiomonte, si manifesta a Susa davanti all'hotel che ospita le forze dell'ordine.

*****

Da NoTav.info

Ieri notte la passeggiata notturna al cantiere ha riportato alla luce la battaglia della Valle di Susa contro il sistema Tav.

Utilizzando un detto francese che ben fa capire cosa intendiamo “On a remis l’église au milieu du village” ovvero abbiamo rimesso la chiesa al centro del villaggio; il movimento notav ha riportato al centro la sua molteplice iniziativa popolare ormai ventennale, fatta di resistenza popolare, composta da bandiere ai balconi, marce, raccolte di firme, dibattiti, volantinaggi e iniziative di contrasto al cantiere.

Non c’è nulla di cui stupirsi perchè i notav abbiano assediato il cantiere, è già avvenuto moltissime volte e altre avverrà ancora. E’ normale, il centro del problema è quello, ed è quel mostro illuminato a giorno anche di notte che erode terra, rocce, bosco e soldi pubblici.

Erode presente e futuro non solo più alle Valle di Susa, ma a tutto il Paese attraverso falsità tecniche ed economiche che politici e corte di turno continuano a raccontare.

Ma dopo l’ennesima iniziativa dell’estate di lotta abbiamo rimesso al centro del villaggio anche tutto quello che è il sistema tav, fatto di tanti personaggi che si uniscono in un sol coro quando c’è da difendere l’indifendibile. Quel cantiere rappresenta un buco nelle casse pubbliche di proporzioni enormi: gli stessi che oggi si scagliano con paroloni contro i notav, sono gli stessi che si sono fatti asfaltare una strada lì dentro da aziende in puzza di ndrangheta, che non sanno neanche controllare i certificati antimafia, che indebitano questo Paese per una crociata che serve solo ad alimentare il potere politico ed economico che detengono ormai al lumicino.

Sentissimo questi paroloni dai vari Lupi o Chiamparino quando cade il tetto di una scuola, quando un fiume esce dai propri argini per un po' di pioggia o quando una famiglia viene sfrattata e buttata in mezzo alla strada. Non li sentiamo mai, eppure la vicenda Tav è direttamente collegata a tutte le mancanze di questo Paese, perchè frutto di una scelta che i vari governi si sono tramandati: quelli di investire soldi pubblici in quel buco inutile piuttosto che in tante piccole opere di cui i territori avrebbero bisogno.

Ma del resto nemmeno i mercenari che lavorano per il Tav sono presi in considerazione, forze dell’ordine, militari e operai respirano polveri che nessuno sa veramente quanto sono nocive, e si lamentano delle condizioni in cui lavorano (leggi Tra cessi e maleducazione: i mercenari del sistema tav), quindi cosa c’è da aspettarsi.

Ltf ha recentemente detto ad un processo che dall’inizio del cantiere per la sicurezza sono stati spesi già 10 milioni di euro tra telecamere, reti, muri e fari (chissà che cresta!); a suo tempo il Sap disse che la sicurezza al cantiere costa 90 mila euro al giorno. Tutti soldi pubblici per difendere un’opera inutile e dannosa che non avrebbe senso di esistere se solo non rappresentasse il bancomat della politica.

La magistratura da oltre due anni tenta di mettere fuori gioco più notav possibili per far proseguire indisturbato questo sistema di dissanguamento delle casse pubbliche, arrivando ad accusare il movimento di terrorismo.

Eppure ieri sera i notav erano lì, come sempre, senza paura, e sabato saranno in marcia di nuovo tra gli stessi sentieri, che un tempo erano nostri e che oggi sono frequentati dai blindati della polizia.

Si rassegnino i vari Lupi o Chiamparino che oggi dice che non esiste un popolo notav. Il Ministro Lupi si dovrebbe vergognare di portare le scolaresche a visitare il cantiere.

Si rassegnino questo è il popolo notav che non ha mai smesso di lottare e che non smetterà di farlo.

E’ il popolo notav che decide le iniziative, ne decide il tenore e l’intensità da sempre, solo che non ci sono titoloni sui giornali quando fa tutte le altre attività che fa di solito, smontando quotidianamente le balle che vengono raccontate.

Ecco ora abbiamo rimesso la chiesa al centro del villaggio.

Fonte