Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/08/2025

C’erano una volta i Draghi...

Un lettore spiritoso, ieri sera, dopo aver ascoltato l’intervento di Mario Draghi al Meeting di Rimini, ci ha scritto che “Draghi vi ruba gli articoli per preparare i suoi discorsi”. Merito, o colpa, del riconoscimento improvviso che l’Unione Europea “è evaporata”, ridotta al rango di comprimario o spettatore su tutti i dossier principali del momento (guerra in Ucraina, genocidio a Gaza, ecc.).

Naturalmente sappiamo qual è il nostro peso politico-culturale e dubitiamo fortemente – eufemismo – che gente così sappia persino della nostra esistenza. La “indicibile convergenza” di giudizio è tutto merito della realtà empirica, che ha costretto persino uno degli architetti dell’attuale UE a riconoscere uno stato comatoso ormai innegabile. Come dire che “piove!” quando in effetti cade acqua dal cielo.

Ma su quale “ombrello” prendere, ovvero come affrontare la nuova situazione, siamo ovviamente su pianeti diversi e opposti.

Bisogna anche dire che fa un po’ pena vedere un personaggio considerato un “grande economista” (ex direttore al ministero del Tesoro che decise le “privatizzazioni” firmate da Bersani, ex Governatore della Banca d’Italia, ex vicepresidente di Goldman Sachs, ex presidente della Banca Centrale Europea e “salvatore dell’euro” dopo il crollo di Lehmann Brothers, ex presidente del Consiglio, ecc.) arrampicarsi su specchi improbabili per argomentare la “necessità” della UE nonostante tutto.

Il problema è che Draghi deve affrontare, sul piano teorico, un’autentica mission impossible: identificare la nuova funzione di una sovrastruttura politico-istituzionale, stracciata dal venir meno delle ragioni (delle condizioni, degli interessi) che l’avevano fatta nascere e crescere, a dispetto delle azioni attuali dei suoi membri.

Non potendo usare argomenti economici o politici cogenti si deve rifugiare nella retorica dei “valori della democrazia, della libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità”, proprio nel momento in cui la dinamica di guerra che alita sull’Europa spinge per la riduzione degli spazi democratici ben al di sotto dei minimi accettabili. Dell’equità e indipendenza meglio non parlare... 

Vediamo in dettaglio, per non perderci anche noi in chiacchiere.

Draghi si concede un incipit fulminante per scuotere il torpore intellettuale di un’assemblea rituale come il Meeting di Comunione e Liberazione (cloroformio puro, per chi conosce l’ambiente): “Per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali. Quest’anno sarà ricordato come l’anno, in cui questa illusione è evaporata”.

Mai come oggi – tra esito tragicomico della “trattativa sui dazi”, bullizzazione dei leader ammessi a Washington per discutere di pace in Ucraina e trattati come scolaretti da un preside lunatico, balbettii infami per negare che a Gaza sia in corso un genocidio, ecc. – in effetti “l’Europa” ha dimostrato di non contare nulla e di saperlo anche bene. Altro che “peso politico determinante”... 

Detto questo, però, Draghi comincia a menare il can per l’aia.

Aumentare la spesa militare “era anche giusto”, ma Trump – come fosse un “Mule” imprevisto che ha sostituito “l’America” suo malgrado – ci ha costretto a farlo “in forme e modi che probabilmente non riflettono l’interesse dell’Europa”. Ammissione interessante, che toglie molta “necessità” al riarmo messo in cantiere e richiederebbe – se la classe dirigente europea fosse diversa – una discussione un po’ meno frettolosa. Ma quella è la classe dirigente che c’è, ergo non si cambierà granché.

Qui compie il primo salto mortale dalla realtà alla pura retorica. La constatazione universale che questa UE non conta un tubo ha incrementato – ohibò – “lo scetticismo nei confronti dell’Europa”. Ma non bisogna dar retta a questo dato perché “Anche coloro che sostengono che l’Ucraina dovrebbe arrendersi alle richieste della Russia non accetterebbero mai lo stesso destino per il loro paese; anche loro attribuiscono valore alla libertà, all’indipendenza e alla pace, sia pure solo per se stessi”.

Che un insieme di ventisette paesi diversi – abituati da sempre a farsi guerra reciproca – e 450 milioni di persone possa star insieme sulla base di “valori” anziché di interessi chiari è un’illusione oppure una mistificazione grossolana.

Certo, nel secondo dopoguerra lo shock per i massacri e “l’industria dello sterminio” messa in atto contro ebrei, zingari, omosessuali, slavi, ecc., era stato tale da consigliare di evitare il ripetersi dell’esperienza. Certo, il dominio degli Usa sul Vecchio Continente (e la divisione in due della Germania, oltre alla sfera di influenza sovietica sull’est europeo) aveva facilitato il “risparmio drastico” sulla spesa militare e il concentrarsi sulla ricostruzione di economia, case, infrastrutture, società civile, merci, ricchezza più o meno redistribuita.

Ma anche allora gli interessi erano stati prevalenti sui “valori”. Meglio evitare nuove guerre, finché le ferite non erano rimarginate; meglio far crescere le forze piuttosto che sacrificarle già nella culla; meglio non inquietare i nuovi padroni (gli Usa) e lasciare che se la sbrigassero loro con la strutturazione di un nuovo ordine mondiale. Il tutto sotto il mantello della “democrazia, libertà, ecc.” (la “sovranità”, come sappiamo in Italia con la “strategia della tensione”, era molto fortemente “limitata”).

Per il povero Draghi, però, una volta imboccata l’autostrada della retorica sui “valori” è impossibile restare concreto. Così lo “scetticismo” anti-europeo viene interpretato come il sorgere di dubbi sulla “capacità dell’Unione Europea di difendere questi valori”. Un loop logico, “immateriale”, da cui non si può più uscire... 

Così si ridipinge il “superamento degli Stati-nazione” – la subordinazione degli Stati ai “mercati” e la creazione di una sovrastruttura per coordinarne i passaggi fondamentali – come un momento di affermazione di quei “valori”. Compito tutto sommato “facile”, dice, perché in fondo si trattava solo di aderire a una spinta sovradeterminante irresistibile (“adattarsi all’ordine neoliberale”), che andava concretizzandosi in istituzioni sovranazionali dotate di poteri reali: oltre alla Ue il Wto, il Fondo Monetario Internazionale, ecc.. 

Tutta questa architettura è stata però stravolta. Da Trump, dice ancora, senza mai prendere atto che quel bruto col ciuffo non viene da Marte, ma è solo l’altra risposta – diversa da quella dell’establishment neocon, di cui anche Draghi fa parte in pianta stabile da 40 anni – alla crisi di egemonia degli Stati Uniti.

Ora, dunque, bisognerebbe re-inventarsi una missione per una Unione Europea. L’ambiente è totalmente cambiato. Prima ci si doveva affidare ciecamente ai “mercati”, ora non si può fare nulla senza uno Stato. Anzi, uno Stato molto forte, capace di drenare risorse, decidere l’allocazione di investimenti giganteschi (per energia, armi, tecnologie, ecc.). Un radicale “cambio di paradigma” che però viene semplicemente nominato, “come fosse antani” (cit.)... 

Draghi – e qui diventa quasi patetico – sogna ancora che questa classe dirigente europea possa avere uno scatto di fantasia per fare della UE quello Stato che secondo lui servirebbe.

Finge di non vedere lo sguaiato spettacolo che ha davanti. Merz spinge il riarmo per dare alla Germania “il più forte esercito europeo” (il contrario di “un esercito europeo forte”). Macron sventola le sue poche testate nucleari come fossero l’equivalente di quelle russe e statunitensi, mentre blatera di mandare truppe in Ucraina senza valutare le conseguenze di un’escalation. L’Italietta meloniana – o “democratica” – non fa quasi testo.

Per di più si è costretti ad ammettere – con l’arresto del dirigente dello Sbu – che l’unico paese che per ora ha attaccato “l’Europa” è stata quell’Ucraina che ha usato parte degli esplosivi che le abbiamo inviato per far saltare il gasdotto North Stream, quello che ci garantiva gas russo a prezzi stracciati, costringendoci tutti a pagare gnl statunitense che costa 4 volte di più (lo vediamo sulle bollette di luce e gas).

E non parliamo neanche dei neonazisti baltici, che vorrebbero l’Europa pronta a fare la guerra alla Russia per loro conto, e magari anche gli Usa.

Un manicomio totale in cui, oltretutto, il Parlamento Europeo si è sentito costretto a ricorrere alla Corte di giustizia Europea contro... la presidente della Commissione (la sciagurata Ursula von der Leyen), rea di aver approvato il Safe (lo strumento per il rafforzamento dell’industria europea della difesa) utilizzando una “procedura d’urgenza” immotivata che però aveva reso inutile il Parlamento stesso. Alla faccia della “difesa della democrazia, ecc.”... 

Di fronte all’“evaporazione” reale dell’Unione Europea il resto delle considerazioni e delle ricette draghiane sono poco più che wishful thinking. La sua “agenda”, sventolata dalla stessa von der Leyen pochi mesi fa come le “tavole della legge”, è finita in qualche scantinato di Bruxelles.

Difficile, se non impossibile, che qualcuno la ritiri fuori per farne un programma di ricostruzione della UE. In fondo anche quell’agenda era pensata per un mondo che non c’è più: l’ordine neoliberale.

Ciao, Draghi, non sentiremo la tua nostalgia... 

*****

Il discorso integrale di Mario Draghi al Meeting di Rimini 2025. 

Per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali. Quest’anno sarà ricordato come l’anno, in cui questa illusione è evaporata.

Abbiamo dovuto rassegnarci ai dazi imposti dal nostro più grande partner commerciale e alleato di antica data, gli Stati Uniti. Siamo stati spinti dallo stesso alleato ad aumentare la spesa militare, una decisione che forse avremmo comunque dovuto prendere -ma in forme e modi che probabilmente non riflettono l’interesse dell’Europa. L’Unione Europea, nonostante abbia dato il maggior contributo finanziario alla guerra in Ucraina, e abbia il maggiore interesse in una pace giusta, ha avuto finora un ruolo abbastanza marginale nei negoziati per la pace.

Nel frattempo la Cina ha apertamente sostenuto lo sforzo bellico della Russia mentre espandeva la propria capacità industriale per riversare l’eccesso di produzione in Europa, ora che l’accesso al mercato americano è limitato dalle nuove barriere imposte dal governo negli Stati Uniti.

Le proteste europee hanno avuto poco effetto: la Cina ha chiarito che non considera l’Europa come un partner alla pari e usa il suo controllo nel campo delle terre rare per rendere la nostra dipendenza sempre più vincolante.

L’Europa è stata spettatrice anche quando i siti nucleari iraniani venivano bombardati e il massacro di Gaza si intensificava. Questi eventi hanno fatto giustizia di qualunque illusione che la dimensione economica da sola assicurasse una qualche forma di potere geopolitico. Non è quindi sorprendente che lo scetticismo nei confronti dell’Europa abbia raggiunto nuovi picchi. Ma è importante chiedersi quale sia veramente l’oggetto di questo scetticismo.

Non è a mio avviso uno scetticismo nei confronti dei valori su cui l’Unione Europea era stata fondata: democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità. Anche coloro che sostengono che l’Ucraina dovrebbe arrendersi alle richieste della Russia non accetterebbero mai lo stesso destino per il loro paese; anche loro attribuiscono valore alla libertà, all’indipendenza e alla pace, sia pure solo per se stessi.

Credo piuttosto che lo scetticismo riguardi la capacità dell’Unione Europea di difendere questi valori. Ciò è in parte comprensibile. I modelli di organizzazione politica, specialmente quelli sopra-statuali, emergono in parte anche per risolvere i problemi del loro tempo. Quando questi cambiano tanto da rendere fragile e vulnerabile l’organizzazione preesistente,questa deve cambiare.

L’ Ue fu creata perché nella prima metà del ventesimo secolo i precedenti modelli di organizzazione politica, gli Stati nazione, avevano in molti paesi avevano completamente fallito nel compito di difendere questi valori. Molte democrazie avevano rifiutato ogni regola in favore della forza bruta con il risultato che l’Europa è precipitata nella seconda guerra mondiale.

Fu perciò quasi naturale per gli europei sviluppare una forma di difesa collettiva per la democrazia e la pace. L’Unione Europea rappresentò un’evoluzione che rispondeva a quello che era il più urgente problema del tempo: la tendenza dell’Europa scivolare nel conflitto. Ed è insostenibile argomentare che staremmo meglio senza di essa.

L’Unione si è poi evoluta di nuovo negli anni dopo la guerra adattandosi gradualmente alla fase neoliberale tra il 1980 e i primi anni del 2000. Questo periodo fu caratterizzato dalla fede nel libero scambio e nell’apertura dei mercati, da una condivisione del rispetto delle regole multilaterali e da una consapevole riduzione del potere degli Stati che attribuivano compiti e autonomia ad agenzie indipendenti.

L’Europa ha prosperato in quel mondo: ha trasformato il proprio mercato comune nel mercato unico, è diventata attore fondamentale nell’Organizzazione Mondiale del Commercio e ha creato autorità indipendenti per la concorrenza e la politica monetaria. Ma quel mondo è finito e molte delle sue caratteristiche sono state cancellate.

Mentre prima ci si affidava ai mercati per la direzione dell’economia oggi ci sono politiche industriali di grande respiro. Mentre prima c’era il rispetto delle regole oggi c’è l’uso della forza militare e della potenza economica per proteggere gli interessi nazionali. Mentre prima lo Stato vedeva ridursi suoi poteri, tutti gli strumenti sono oggi impiegati in nome del governo dello Stato.

L’Europa è poco attrezzata in un mondo dove geo-economia, sicurezza e stabilità delle fonti di approvvigionamento più che non l’efficienza ispirano le relazioni commerciali internazionali. La nostra organizzazione politica deve adattarsi alle esigenze del suo tempo quando esse sono esistenziali: noi europei dobbiamo arrivare a un consenso su ciò che questo comporta.

È chiaro che distruggere l’integrazione europea per tornare alla sovranità nazionale non farebbe altro che esporci ancor di più al volere delle grandi potenze.

Ma è anche vero che per difendere l’Europa dal crescente scetticismo non dobbiamo cercare di estrapolare le conquiste del passato nel futuro che ci accingiamo a vivere: i successi che abbiamo raggiunto nei decenni precedenti erano in realtà risposte alle specifiche sfide di quel tempo e ci dicono poco circa la capacità di affrontare quelle che ci si pongono oggi. Il prendere atto che la forza economica è condizione necessaria ma non sufficiente per avere forza geopolitica , potrà finalmente avviare una riflessione politica sul futuro dell’Unione.

Possiamo trarre qualche conforto dal fatto che l’Unione Europea è stata capace di cambiare nel passato. Ma adattarsi all’ordine neoliberale era in confronto un compito relativamente facile. L’obiettivo principale allora era quello di aprire mercati e di limitare l’intervento dello Stato. L’Unione Europea poteva allora agire principalmente come un regolatore e un arbitro evitando di affrontare la questione più difficile dell’integrazione politica.

Per affrontare le sfide di oggi l’Unione Europea deve trasformarsi da spettatore o al più comprimario in attore protagonista. Deve mutare anche la sua organizzazione politica che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi economici e strategici. E le riforme in campo economico restano condizione necessaria in questo percorso di consapevolezza. Dopo quasi ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la difesa collettiva della democrazia è data per scontata da generazioni che non hanno il ricordo di quel tempo. La loro convinta adesione alla costruzione politica europea dipende anche, in misura importante, dalla sua capacità di offrire ai cittadini prospettive per il futuro quindi anche dalla crescita economica che in Europa è stata negli ultimi trent’anni ben più bassa che nel resto del mondo .

Il Rapporto sulla Competitività europea ha indicato le molte aree in cui l’Europa sta perdendo terreno e dove più urgenti sono le riforme. Ma un tema ricorre attraverso tutte le indicazioni del rapporto: la necessità di utilizzare appieno la dimensione europea lungo due direzioni.

La prima è quella del mercato interno. L’Atto del Mercato Unico fu approvato quasi quarant’anni fa eppure permangono ostacoli significativi agli scambi interni all’Europa. La loro rimozione avrebbe un impatto sostanziale sulla crescita dell’Europa. Il Fondo Monetario Internazionale calcola che, se le nostre barriere interne fossero ridotte a livello di quelle prevalenti negli Stati Uniti, la produttività del lavoro nell’Unione Europea potrebbe essere di circa 7% più alta dopo sette anni. Si pensi che negli ultimi sette anni il totale della crescita della produttività è stato da noi appena il 2%.

Il costo di queste barriere è già visibile. Gli Stati europei si accingono a una gigantesca impresa militare con 2 trilioni di euro – di cui un quarto in Germania – di spese addizionali nella difesa pianificate tra oggi e il 2031. Eppure abbiamo delle barriere interne che sono equivalenti a una tariffa del 64% su macchinari e del 95% sui metalli.


Il risultato sono gare d’appalto più lente, maggiori costi, e maggiori acquisti da fornitori al di fuori dell’Unione Europea, senza quindi neanche una funzione di stimolo alle nostre economia: tutto a causa degli ostacoli che imponiamo a noi stessi.

La seconda dimensione quella tecnologica. Un punto è ormai chiaro dal modo in cui si sta evolvendo l’economia globale: nessun Paese che voglia prosperità e sovranità può permettersi di essere escluso dalle tecnologie critiche. Gli Stati Uniti e la Cina usano apertamente il loro controllo sulle risorse strategiche sulle tecnologie per ottenere concessioni in altre aree: ogni dipendenza eccessiva è così divenuta incompatibile con la sovranità sul nostro futuro.

Nessun paese europeo può da solo avere le risorse necessarie per costruire la capacità industriale richiesta per sviluppare queste tecnologie. L’industria dei semiconduttori ben illustra questa sfida. Questi chip sono essenziali per la trasformazione digitale che sta avvenendo oggi, ma gli impianti per produrli richiedono grandi investimenti.

Negli Stati Uniti l’investimento pubblico e privato è concentrato in un piccolo numero di grandi fabbriche con progetti che vanno da 30 a 65 miliardi di dollari. Invece in Europa la maggior parte della spesa ha luogo a livello nazionale essenzialmente attraverso gli aiuti di Stato. I progetti sono molto più piccoli tipicamente tra 2 e 3 miliardi di euro e dispersi tra i nostri paesi con priorità divergenti.

La Corte dei Conti Europea ha già avvertito che ci sono poche probabilità che l’Unione Europea raggiunga il suo obiettivo di aumentare per il 2030 la quota di mercato globale in questo settore al 20% da meno del 10% oggi.

Quindi, sia per quanto riguarda la dimensione del mercato interno, sia per quella delle tecnologie torniamo al punto fondamentale: l’Unione Europea per raggiungere questi obiettivi dovrà muoversi verso nuove forme di integrazione.

Abbiamo la possibilità di farlo: per esempio con il ventottesimo regime che opera al di sopra della dimensione nazionale, per esempio con un accordo su progetti di comune interesse europeo e con il loro finanziamento comune, condizione essenziale perché raggiungano la dimensione tecnologicamente necessaria ed economicamente autosufficiente.

Anni fa proprio qui al vostro meeting ricordai come c’è debito buono e debito cattivo. Il debito cattivo finanzia il consumo corrente lasciandone il peso alle future generazioni. Il debito buono serve a finanziare investimenti nelle priorità strategiche e nell’aumento della produttività. Esso genera la crescita che servirà a ripagarlo. Oggi in alcuni settori il debito buono non è più possibile a livello nazionale poiché gli investimenti fatti in isolamento non possono raggiungere la dimensione necessaria per aumentare la produttività e giustificare il debito.

Soltanto forme di debito comune possono sostenere progetti europei di grande ampiezza che sforzi nazionali frammentati insufficienti non riuscirebbero mai ad attuare.

Questo vale: per la difesa, soprattutto per ciò che riguarda la ricerca e lo sviluppo; per l’energia, per gli investimenti necessari nelle reti e nell’infrastruttura europea; per le tecnologie dirompenti, un’area in cui i rischi sono molto alti ma i potenziali successi sono fondamentali nel trasformare le nostre economie.

Lo scetticismo aiuta a vedere attraverso la nebbia della retorica ma occorre anche la speranza nel cambiamento e la fiducia nelle proprie capacità di attuarlo.

Tutti voi siete cresciuti in un’Europa in cui gli Stati nazione hanno perso importanza relativa: siete cresciuti come europei in un mondo dove è naturale viaggiare, lavorare, e studiare in altri paesi. Molti di voi accettano di essere sia italiani che europei; molti di voi riconoscono come l’Europa aiuti i piccoli Paesi a raggiungere insieme obiettivi che non riuscirebbero a conseguire da soli ,specialmente in un mondo dominato da superpotenze come gli Stati Uniti e la Cina. È quindi naturale che speriate nel cambiamento dell’Europa.

Abbiamo poi visto che negli anni l’Unione Europea è stata capace di adattarsi nell’emergenza, talvolta andando anche al di là di ogni aspettativa.

Siamo stati capaci di infrangere tabù storici quali il debito comune all’interno del programma Next Generation EU e di aiutarci l’un l’altro durante la pandemia. Abbiamo portato a termine in tempi rapidissimi una vastissima campagna di vaccinazione. Abbiamo dimostrato una unità e una partecipazione senza precedenti nella risposta all’invasione russa dell’Ucraina.

Ma queste sono state risposte a emergenze. La sfida è ora essere capaci di agire con la stessa decisione in tempi ordinari per confrontarci con i nuovi contorni nel mondo in cui stiamo entrando. È un mondo che non ci guarda con simpatia, che non aspetta la lunghezza dei nostri riti comunitari per imporci la sua forza. È un mondo che pretende da parte nostra un discontinuità negli obbiettivi, nei tempi e nei modi di lavoro. La presenza dei cinque leader di Stati europei e dei Presidenti della Commissione e del Consiglio Europei nell’ultimo incontro alla Casa Bianca è stata una manifestazione di unità che vale agli occhi dei cittadini più di tante riunioni a Bruxelles.

Finora molto dello sforzo di adattamento è venuto dal settore privato che ha finora mostrato solidità, nonostante la grande instabilità delle nuove relazioni commerciali. Le imprese europee stanno adottando tecnologie digitali di ultima generazione, inclusa l’intelligenza artificiale, a ritmo paragonabile a quello degli Stati Uniti. E la forte base manifatturiera europea potrà far fronte ad un aumento di domanda per una maggiore produzione interna.

Ciò che è rimasto indietro è il settore pubblico dove sono più necessari i cambiamenti decisivi.

I governi devono definire su quali settori impostare la politica industriale. Devono rimuovere le barriere non necessarie e rivedere la struttura dei permessi nel campo dell’energia. Devono mettersi d’accordo su come finanziare i giganteschi investimenti necessari in futuro, stimati in circa 1. 2 trilioni di euro all’anno. E devono disegnare una politica commerciale adatta a un mondo che sta abbandonando le regole multilaterali.


In breve, devono ritrovare unità di azione,e non dovranno farlo quando le circostanze saranno divenute insostenibili, ma ora quando abbiamo ancora il potere di disegnare il nostro futuro.

Possiamo cambiare la traiettoria del nostro continente. Trasformate il vostro scetticismo in azione , fate sentire la vostra voce. L’Unione Europea è soprattutto un meccanismo per raggiungere gli obiettivi condivisi dai suoi cittadini. È la nostra migliore opportunità per un futuro di pace, sicurezza, indipendenza: è una democrazia e siamo noi, voi, i suoi cittadini, gli europei che decidono le sue priorità.

Fonte

28/08/2022

Il vero capo della destra

Mario Draghi ha raccolto al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione le stesse ovazioni che undici mesi fa gli erano state tributate dall’assemblea di Confindustria.

La cosa è ovvia, perché Comunione e Liberazione è una organizzazione di grandi affari sotto la benedizione della fede, che ha sostituito il fatturato al vecchio connubio del potere politico con l’aspersorio.

D’altra parte molte delle lucrose attività di CL trovano spazio e crescita proprio con la ritirata dello stato sociale voluta dalla politica liberista. Esse hanno bisogno di una politica economica di destra per prosperare. Più si tagliano i servizi pubblici, più c’è spazio per quelli privati travestiti da sociale.

Non a caso quella stessa platea ho fischiato il povero Letta, quando ha balbettato di obbligo scolastico fino 18 anni. Era la lobby delle scuole private coi soldi pubblici, che dava voce alla sua anima profonda.

Gli applausi scatenati dei ciellini per Draghi sono proprio gli stessi dei padroni dell’industria: entrambi fanno festa a chi meglio rappresenta gli interessi degli affari e del profitto.

E Draghi non è stato da meno della sua platea. Ha fatto un discorso di guerra, liberista e confindustriale.

Ha rivendicato la guerra alla Russia, che nella sua ultima versione non è più neppure una guerra difensiva, perché il Presidente del Consiglio ha fatto proprio l’obiettivo di Zelensky di riconquistare la Crimea.

Ha esaltato il libero mercato e l’ossequio ai vincoli della UE e della finanza internazionale, quelli con i quali ha strangolato la Grecia. E naturalmente ha aggiunto che non si superano le ingiustizie tassando i ricchi.

Di fronte alla crisi economica devastante in arrivo ha sparso ottimismo, il mondo degli affari italiano da lui guidato saprà farcela, beninteso senza prendere misure che frenino il profitto.

Infine ha spiegato che il vero sovranismo è lui stesso, perché l’Italia è forte quando sono forti le élite che lui rappresenta.

Vista la sede, Draghi ha benedetto il futuro governo, qualunque esso sia, facendo chiaramente capire che comunque esso dovrà stare alla sua agenda, che ha proprio sfacciatamente citato.

Tra le ola della destra clericale Draghi ha chiarito che il vero capo di tutte le destre italiane è lui. A lui deve obbedire la sempre più fascista Giorgia Meloni, ancor di più se andrà al governo; a lui continua ad obbedire il sempre più penoso Letta. Che con toni fantozziani ha subito esaltato il discorso reazionario e utraliberista di Draghi.

Del resto ieri tutti leader di centrodestrasinistra erano a rinfresco assieme. Oggi il loro padrone ha loro ricordato chi comanda davvero, nel delirio di pubblico e stampa.

Fonte

26/08/2022

Danza immobile, in vista del Quirinale

Vista da Rimini, sponda Comunione e Fatturazione, la situazione politica italiana risulta abbastanza chiara.

Ci sono alcune forze o “bande” – chiamarli “partiti” è decisamente eccessivo – che sono il baluardo su cui possono contare Confindustria, il “privato sociale”, il capitale sovranazionale europeo e atlantico.

Di questo insieme fanno parte integrante il Partito Democratico, i fascisti guidati da Giorgia Meloni, il mistero buffo Calenda-Renzi, i berlusconiani e qualche frattaglia centrista (Lupi, Bonino, Toti, ecc.); oltre naturalmente alla Lega, di cui viene tollerata o sollecitata qualche intemperanza per comporre un quadretto chiamato “pluralismo”.

Il loro faro è Mario Draghi, ossia il rappresentante nazionale della Troika (Unione Europea, Bce, Fondo monetario Internazionale), indispensabile per “autorevolezza interazionale” e contemporaneamente indispensabile per non far apparire una serie di scelte di governance come “piovute dall’alto” o da poteri sovranazionali, come in effetti sono quelle di bilancio, militari e diplomatiche derivanti dai trattati (sia europei sia con gli Stati Uniti).

Ai margini sono stati relegati i Cinque Stelle, logorati e poi ridotti a dimensioni non preoccupanti, destinati – negli auspici della congrega vista a Rimini – ad adeguarsi in stile Di Maio oppure sfarinarsi a velocità crescente dopo le elezioni.

Come si vede, fuori da questo cerchio magico non rimane molto. Anche perché quel poco che restava escluso – pensiamo a Verdi e Fratoianni, per esempio – è ampiamente rappresentato dal Pd, senza il quale sarebbe condannato a restar fuori dal Parlamento.

La novità vera è la forte investitura di Giorgia Meloni. Più lei che non la sua orda di ex mussoliniani nostalgici, sempre più spesso colti con le mani in pasta quando arrivano ad amministrare qualche ente locale.

È palese che l’articolata offensiva diplomatica condotta da oltre un anno per accreditarsi come “componente affidabile” del patto euro-atlantico, sostituendo in corsa buona parte della destra leghista, ha avuto successo.

Il suo cinguettare amichevolmente con Enrico Letta, entrambi con la mani a coprire il labiale, quasi a concordare i successivi scambi di battute destinate a diventare un titolo di giornale, sarebbe già da solo una “prova” convincente. Che in ogni caso rende i richiami del Pd ai “valori antifascisti” un autentico atto di delinquenza politica.

Dunque Giorgia Meloni ha ottenuto un posto al tavolo dell’establishment, anche se sarà complicato trovare nelle sue coorti qualche volto o qualche competenza spendibile per governare.

Porta in dote una consistente fetta di consenso politico, certo, ma la prova di governo – come accaduto per Cinque Stelle e Lega nella legislatura che va morendo – non potrà che ridimensionare il “pericolo”, favorendo nuove ascese e pretendenti.

In questa danza immobile si afferma con più prepotenza di prima la necessità di garantire la governance del Paese secondo i diktat della Ue (la “sorveglianza” non è ancora “rafforzata”, come quella che ha distrutto la Grecia, ma sicuramente molto “oculata”), in simbiosi con la Nato sullo scenario di guerra.

Una necessità che potrebbe “soffrire” una prossima maggioranza governativa ancora troppo esposta sul fronte del “populismo reazionario”, obbligandola a concedere almeno uno scampolo di realizzazione di qualche promessa elettorale (tipo “quota 100” al posto dell’”abolizione della Fornero”). Tanto più se si azzererà totalmente il già insufficiente “reddito di cittadinanza”.

Per questo appare indispensabile – agli occhi del potere vero – coprire in modo blindato la casella del Quirinale.

È pur vero che la rielezione di Mattarella è avvenuta senza prevedere limiti di durata del mandato, ma già solo i limiti di età consiglierebbero una sostituzione ben pilotata e per tempo.

Le standing ovation per Draghi a Rimini, in quest’ottica, sembrano qualcosa di più di un semplice apprezzamento per chi tanto ha già dato al partito degli affari...

Fonte

25/08/2022

Sussuri e grida sul palco di Comunione e Liberazione

Parlano le immagini, parlano i dettagli, parlano i fatti. Sul palco dell’annuale meeting di Rimini – vera e propria esegesi del tributo ai potenti – abbiamo visto tutti insieme i rappresentanti politici dell’establishment e del partito unico (o del Puag come lo definisce Cremaschi in altra parte del giornale).

Possono essere di destra, di centro, liberali, cattolici, un po’ di sinistra, si strillano e twittano contro a esclusivo vantaggio delle telecamere e degli allocchi, ma pensano sostanzialmente le stesse cose, mangiano negli stessi piatti, obbediscono agli stessi padroni italiani o stranieri – dalla Nato alla Bce – si riconoscono come simili e pretendono di rappresentare in esclusiva gli interessi del paese.

Hanno sfilato tutti insieme sul palco del Meeting di Rimini dei fondamentalisti di Comunione e Liberazione perché questa omaggia e riconosce solo chi ha potere e gli invitati sono lì ad assicurare le prebende pubbliche su scuola, sanità e assistenza ad una parte di “mondo cattolico” più sensibile alla materialità che allo spirito. Un voto di scambio all’ennesima potenza celebrato davanti alle telecamere.

Su quel palco o a confabulare nei bar del centro congressi c’erano alcuni leader politici, altri ne sono stati apertamente esclusi.

Meloni, Letta, Lupi, Tajani, Rosato, Salvini, Di Maio e i loro progetti politici sono questo, sono solo questo. Ne sono talmente consapevoli che quando il segretario del Pd cinguetta con la Meloni lo fa coprendosi la bocca per non far leggere il labiale e magari lasciarsi sfuggire qualche parola imbarazzante dentro la campagna elettorale.

Quella sfilza di leader politici su quel palco di Rimini ci dice chi sono i nemici da combattere in questa campagna elettorale senza fare sconti ad alcuno dei presenti. Fissatevi negli occhi e nella testa quelle immagini per evitare svarioni, ripensamenti o vergognosi accomodamenti.

Con gli assenti da quel palco forse si potrà ragionare di una alternativa a tutto questo ma non ora. Il polverone della campagna elettorale e di irricevibili pregressi dovrà depositarsi prima di poterne discutere, senza le strumentalità e le ipocrisie che il gioco truccato delle elezioni ha imposto per troppo tempo a questo paese e alle sue dolorose domande sociali, di pace e di giustizia. Per questo occorre una rottura.

Fonte

20/08/2016

Mattarella a Comunione e Liberazione, uno scandalo da regime

Sergio Mattarella ha fatto il discorso di apertura al meeting di Comunione e Liberazione. Non varrebbe la pena di spendere fiato per le banalità delle sue parole che campeggiano sui titoli dei mass media. Il fatto scandaloso su cui si dovrebbe discutere è che il Presidente della Repubblica sia andato lì. CL è un'impresa di affari e una organizzazione sempre politicamente schierata. Non è la Croce Rossa nè qualsiasi altra organizzazione almeno formalmente neutrale. CL è organizzazione dell'integralismo cattolico e nello stesso tempo una gigantesca holding di affari sul terreno dei bisogni sociali. Formigoni, Lupi, Buttiglione sono i suoi parlamentari piu conosciuti, ma CL è andata oltre loro, prima sostenendo gli anni ruggenti dei governi Berlusconi, poi facendo lo stesso con Renzi.

Il presidente Mattarella non avrebbe dovuto andare all'assemblea di Rimini, avrebbe dovuto mandare un messaggio come normalmente fa con i congressi dei partiti, di sindacati, delle organizzazioni sociali, ambientali, del volontariato. Non mi risulta che Mattarella abbia partecipato al recente congresso dell'Anpi, nè tantomeno ad una assemblea di Emergency o dell'Arci. Non sono queste organizzazioni meritorie di una sua prolusione? O davvero il presidente vuol farci credere che CL sia una istituzione della Repubblica, come il CSM o la Corte dei Conti?

Non c'è nulla che giustifichi l'atto del presidente se non una precisa scelta di campo e di parte che segna un altro degrado del nostro stato costituzionale. Tanto più grave perché non suscita alcuno scandalo in gran parte del sistema politico e dell'informazione.

Non c'è bisogno che Mattarella non dichiari formalmente quale sarà il suo voto al referendum sulla controriforma della Costituzione. I suoi comportamenti concreti dicono a tutti da quale parte egli stia. Da quella di Renzi e di CL che lo sostiene.

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06/06/2015

Mafia Capitale. Renzi comincia a vedere le streghe

Le prime campane stonate erano risuonate quando aveva deciso di asfaltare contemporaneamente la Cgil e la vecchia guarda del Pd (chiamarla "sinistra", come fanno tutti, ci sembra decisamente eccessivo). Poi le elezioni regionali di domenica scorsa, con il dimezzamento netto di voti e percentuali al Pd ormai nelle sue mani, hanno reo solare l'abisso che si andava creando tra l'ennesimo Grande Comunicatore e il paese reale (Confindustria a parte).

Ora l'inchiesta Mafia Capitale entra direttamente nelle stanze del governo, mettendo al centro la gestione paramafiosa del Cara di Mineo, in Sicilia, orrendo centro di "accoglienza" e smistamento dei migranti che riescono a sopravvivere arrivando sui barconi. La gestione era stata affidata a La Cascina, una cooperativa di Comunione e Liberazione, a quanto pare protetta - secondo le intercettazioni riportate dall'ordinanza della Procura - dall'ex ministro Lupi e da Angelino Alfano, tramite appunto il sottosegretario agli interni, Giuseppe Castiglione, siciliano come il ministro-segretario ex berlusconiano di ferro. Peggio ancora: sarebbe stato proprio Castiglione a nominare Luca Odevaine come componente del Tavolo di coordinamento per l'emergenza profughi dal Nord Africa e a inviarlo come consulente al centro di Mineo.

Lui si difende, in un'intervista a Repubblica, chiamando in causa anche il leghista Roberto Maroni: nel luglio 2011, in piena emergenza immigrazione, "chiedo garanzie su di lui al Viminale e le ottengo, anche se non è ascrivibile alla mia parte politica, militavo nel Pdl". In quell'estate, spiega Castiglione, "il ministro degli Interni Maroni lancia un appello agli enti locali per accogliere quanti più migranti. Io sono presidente di tutte le Province, oltre che di Catania, e mi mobilito. Maroni fa requisire il villaggio della solidarietà, l'ex residence degli Aranci a Mineo. Odevaine allora è il direttore della polizia provinciale di Roma al fianco di Zingaretti, è stato capo di gabinetto di Veltroni, persona autorevole e nota in quanto tale".

Inevitabilmente è partita l'offensiva generale per chiederne le dimissioni immediate, perché appare evidente che solo la sua particolarissima condizione - parlamentare coperto da immunità - gli ha risparmiato l'onta degli arresti insieme a Odevaine, Carminati, Buzzi e i dirigenti della cooperativa "bianca". Soprattutto, la sua carica di sottosegretario lo pone in una posizione incompatibile con quella di indagato.

Ma Angelino sa benissimo che se cade Castiglione anche lui finisce arrosto, quindi ha puntato i piedi: "non si tocca". Purtroppo per lui non è l'unico indagato a far parte del "clan dei siciliani" che costituisce il vertice del suo gruppetto parlamentare, l'Ncd. Quindi le sue possibilità di reggere l'attacco sono decisamente scarse.

Sì, va bene, ma Renzi che cosa dice? Fa il berlusconiano, come sempre. 24 ore dopo aver asserito davanti a tutte le telecamere che "chi sbaglia paga, nessuno ha fatto quanto noi contro la corruzione", ha cambiato totalmente registro: i suoi uomini a palazzo Chigi tracciano una temporanea trincea "garantista" (nel senso infame che questa parola assume quando a pronunciarla sono i vertici del potere politico per coprire i propri soci sotto inchiesta). Pronti naturalmente a rovesciare di nuovo la posizione e scaricare Castiglione se le varia mozioni di sfiducia presentate in Parlamento avranno chance serie di raccogliere una maggioranza.

E' un classe politica di "impresentabili". Dove cogli, fai punto. Stanno lì solo perché un'opposizione all'altezza della sfida non si vede. Tutti noi compresi.

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24/03/2015

Caso Lupi e dintorni

Con la gragnuola di scandali della scorsa settimana, sui quali primeggia il caso Incalza-Lupi, possiamo tranquillamente dire che siamo tornati in piena Tangentopoli. Per la verità, era ampiamente possibile dirlo già nel 2010, ma si era fatto finta di niente. Ora mi pare impossibile far finta di nulla ancora una volta.

Certo (lo abbiamo anche scritto più volte in questo blog) Tangentopoli non è mai veramente finita, al massimo ha avuto un momento di dissesto fra il 1992 e la fine del decennio, ma già nei primi del 2000 era di nuovo all’opera e riorganizzata. Qui però c’è una novità rispetto al passato più recente, che ci porta al clima del 1992: l’incombente conflitto fra potere giudiziario e potere politico. Un conflitto che, in questo ventennio, è andati avanti, ma fra magistratura (inquirente) e destra berlusconiana ed, anche se non mancavano gli avvisi di garanzia agli uomini del Pd (diversi dei quali sono finiti in cella), non investiva il ceto politico in quanto tale.

Berlusconi e la destra non perdevano occasione di suonare il ritornello delle “toghe rosse” e della “magistratura politicizzata”, minacciando la separazione delle carriere fra inquirente e giudicante e riforma del Csm, mentre il Pds-Ds-Pd difendeva (o faceva mostra di difendere) l’indipendenza della magistratura. Anzi, la sinistra passava per essere il “Partito dei magistrati” eleggendone a decine nelle sue fila.

Va detto, però, che la destra, alla fine dei conti, non è andata molto oltre le polemiche mediatiche ed alcuni sgangherati progetti di legge (poi regolarmente decaduti) per difendere il suo impresentabile leader, mentre né la separazione delle carriere né la riforma del Csm hanno mai visto la luce. Con Renzi le cose cambiano e l’attacco all’indipendenza della magistratura è venuto dal Pd, non solo, ma, soprattutto, ci sono state meno polemiche mediatiche e più provvedimenti legislativi. Da ultimo quello sulla responsabilità civile dei magistrati che ha mandato su tutte le furie la categoria. Per la verità, il provvedimento è molto meno “tagliente” di quanto non si creda (ne riparleremo), ma si tratta di uno di quegli argomenti per cui “chi tocca i fili muore”.

E’ il caso di ricordare che le premesse di tutto questo sono negli anni ottanta: nel 1982 la magistratura, con insolita durezza, mandò in galera Alberto Teardo, del Psi, per una storia di tangenti savonesi e, poco dopo, usò mano pesante con Rocco Trane, uomo del ministro socialista dei trasporti Claudio Signorile. Il Psi craxiano reagì investendo la magistratura con grande veemenza ed iniziando a parlare di separazione delle carriere. L’occasione per regolare i conti venne con il referendum dei radicali sulla responsabilità civile dei magistrati (novembre 1987) quando il Psi si schierò a loro fianco e gli italiani tributarono l’87% dei voti all’abrogazione della norma che tutelava i magistrati. Poi la successiva legge addolcì molto la pillola, scaricando sullo Stato il costo delle inefficienze e degli errori dei suoi magistrati. Ma è sintomatico come, a distanza di pochissimo, iniziò la riscossa dei magistrati: nel 1991 comparve il celebre saggio di Di Pietro sulla “dazione ambientale” che fu il manifesto di Mani pulite, preparata meticolosamente da un paio di anni ed “esplosa” nel febbraio 1992.

A questo punto, non vorrei essere frainteso, passando per un tifoso dei politici inquisiti o dei magistrati inquisitori.

Non faccio una questione di persone, ma di uffici, di poteri e di corporazioni fra le quali non vedo cosa ci sia da distinguere. Gli uni vogliono cancellare l’indipendenza della magistratura per averla serva e garante delle loro ruberie, gli altri interpretano la loro indipendenza come privilegio di casta, potere insindacabile della “nobiltà di toga”.

Io sono per lo stato di diritto che è estraneo agli uni ed agli altri, che confliggono fra loro, ma appartengono alla stessa “confraternita del potere ereditario” o, per dirla più schietta, sono pelo dello stesso cane. Non c’è ragione di schierarsi a favore dei primi, in nome di un principio di investitura popolare (sempre tradita) o con i secondi in nome di una pelosa separazione dei poteri (fragile paravento del privilegio).

Parafrasando socialisti ed anarchici dell’ottocento a proposito di preti e papa, diremmo che la soluzione è “impiccare l’ultimo politico alle budella dell’ultimo magistrato” (è solo una boutade, per chi non lo avesse capito e si accingesse ad accusarmi di essere un sanguinario).

Tornando all’asse centrale del nostro discorso, ora Renzi tocca di nuovo quella pericolosissima corda e la magistratura mostra segni di autentico furore. In questo quadro arriva l’arresto di Incalza, personaggio piuttosto chiacchierato (diciamo così). Una vera salamandra passata per il fuoco di sette diversi ministri e di 14 procedimenti penali, dai quali è sempre uscito indenne, e che, anche per questo, non godeva esattamente della fama di essere il Girolamo Savonarola dei Lavori Pubblici. E, incidentalmente, nello stesso giorno Rodolfo Sabelli (presidente dell’Anm) dichiarava “A noi gli schiaffi, ai corrotti le carezze”, dedicato al governo Renzi ed alla sua legge sulla responsabilità civile dei magistrati…

Il politico travolto, è vero, non è del Pd, ma del Ncd e storico esponente di Cl, però è ministro del governo Renzi ed il Ncd è il partito che con i suoi voti determinanti mantiene in vita il governo. Per cui, l’effetto politico probabile sarebbe stato quello o di accendere un fuoco sotto la sedia di Renzi, con il ritiro del Ncd dal governo, o di costringere Renzi a difendere il ministro, perdendo la faccia ed alla vigilia di un importante torno elettorale. Al solito, Renzi è stato abile a sgusciare ed è riuscito a scaricare la patata bollente su Alfano che, a sua volta, è riuscito a convincere Lupi a farsi da parte. Però la miccia non è disinnescata del tutto: nel Ncd è esplosa una fonda molto vivace contro Alfano, alcuni minacciano di tornare alla casa madre berlusconiana; e, diciamolo, non hanno tutti i torti visto che Renzi ha appena detto che lui gli indagati non li allontana dal partito e non chiede loro di dimettersi, ma Lupi, almeno formalmente, non era neppure indagato. Insomma, è difficile prendere lezioni di morale da un partito che candida De Luca alla presidenza della Campania.

Renzi farebbe bene a ricordarsi che si avvicina il voto sulla legge elettorale al Senato, dove il governo ha margini molto ridotti e, fra voto contrario di Fi e dissidenti Pd, la partita è difficile: se si aggiungessero un po’ di senatori Ncd, il rischio si farebbe molto alto.

Peraltro, l’inchiesta non deve essere stata proprio un fulmine a ciel sereno e qualcosa doveva dirsi in giro. Per esempio ci chiediamo se le insolite ruvidezze di Papa Francesco, verso la delegazione di Cl che lo visitava, non siano state in qualche modo connesse alla faccenda.

In effetti, con Lupi, chi finisce nella polvere è Cl che, dopo la caduta di Formigoni ed ora Lupi, si trova del tutto fuori dalle stanze del potere ed esposta al cecchinaggio di Maroni nella sua roccaforte lombarda. E la compagnia delle opere è un boccone che fa gola a molti. Anche nel governo.

Le bocce sono in moto e si urtano fra loro, forse il gioco è appena iniziato. Vedremo il seguito, ma ci scommetteremmo che siamo all’inizio di un furioso temporale. Anche se non è detto che un temporale si trasformi sempre in una tempesta, l’aria dice che questo può accadere.

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25/08/2013

A mani basse sui servizi sociali

Vogliono prendersi tutto anche i residui del welfare. Al meeting  di Comunione e Liberazione di Rimini si materializza il progetto di “sussidiarietà” sul quale stanno agendo da anni per destrutturare i servizi sociali e privatizzarli “con ogni mezzo necessario”. 

Scrive il Ministro Lupi (uomo di CL nel centro-destra) che “Anche quest’anno l’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà è stato ospitato dal Meeting di Rimini per tracciare un bilancio dell’attività svolta. L’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà, che attualmente è composto da 290 fra deputati e senatori, praticamente di tutti i partiti, è nato nel 2003 come un tavolo di discussione bipartisan. L’intento è quello di creare un dibattito trasversale sul tema della sussidiarietà, principio inserito nel nuovo titolo V della Costituzione e nelle direttive europee che ha rimesso in discussione i rapporti tra istituzioni e corpi intermedi della società. L’obiettivo principale del lavoro dell’Intergruppo è promuovere l’iniziativa privata dei cittadini in forme di autorganizzazione per sperimentare un rapporto più evoluto fra programmazione statale e soggetti privati”.

L’obiettivo dichiarato, dunque, è quello – del tutto bipartisan – di procedere alla privatizzazione dei servizi sociali attraverso la completa de-responsabilizzazione dello Stato e degli enti locali nell’erogazione dei servizi per affidarli a soggetti privati autorganizzati (sic!). Da un lato quindi l’introduzione di leggi nazionali e regionali (ed europee ovviamente) che smantellano i residui di welfare esistenti nel paese, dall’altro l’avanzata di soggetti privati (le Fondazioni in primis, non a caso presenti in massa al Meeting di Rimini) per accaparrarsi la gestione di tutti i servizi sociali dismessi dal “pubblico” a causa dei costi e dei tagli. Indicativi di questo progetto non sono solo i famelici templari della sussidiarietà che sono prosperati negli ambienti cattolici (con CL e Compagnia e delle Opere in testa) e in quelli piddini. Non a caso l’incubatoio di questo progetto è stata più l’Emilia Romagna del riformismo debole che la Lombardia dell’aziendalismo forte. L’intreccio e la pervasività del mondo delle cooperative, dell’associazionismo, del No profit o Terzo Settore, si è fatto le ossa soprattutto in Emilia per poi candidarsi a modello nazionale come punto di sintesi tra gli interessi di area PD e quelli del mondo cattolico. A che serve difendere un “costoso” modello di welfare quando può essere affidato a soggetti privati, per di più con ispirazioni sociali e morali nei loro statuti?

E’ importante la sottolineatura di Geppino Aragno che pubblichiamo nella pagina degli interventi (L’irrealistica ideologia dei diritti sociali) sul recente libro di due matre-a-pencer del liberalismo “di sinistra” come Giuliano Amato e Andrea Graziosi. Il loro ragionamento è – come sempre – di un cinismo esemplare: la società liberale può permettersi i diritti politici e i diritti civili (il divorzio, le unioni gay etc.) ma non quelli sociali, perché questi ultimi hanno un costo economico che diventa insopportabile quando il ciclo di accumulazione capitalista non funziona.

La clava della sussidiarietà – quindi della privatizzazione dei servizi sociali e della de responsabilizzazione dello Stato – trova in tale contesto il suo habitat ideale per imporsi ed espandersi, potendo godere anche del vantaggio di essere fattore di convergenza e identificazione comune sia del liberalismo di destra che di quello di ispirazione sociale (cattolico, piddino etc.). In tal senso il Meeting di Rimini era e rimane il luogo ideale per mettere in cantiere questa operazione. In fondo è quello che fa l’Islam politico nei paesi dove governa: accettazione del liberismo, dominanza dei rapporti privati di proprietà e il tamponamento dei danni sociali attraverso la carità e una rete di servizi sociali privati a sfondo religioso. In fondo "Se dio vuole" e "Insciallah" significano esattamente la stessa cosa.

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23/08/2013

Antiabortisti, Mussolini, Omofobi. Tutti al meeting di CL

I ciellini vanno in vacanza a Rimini. Verso la metà del mese di Agosto accorrono tutti nella città romagnola.
A Rimini, alla corte di Comunione e Liberazione, potente “Lobby di Dio”, arrivano sempre striscianti personalità politiche di ogni schieramento.

Il meeting ciellino quest’anno è dedicato all’uomo, all’emergenza uomo.
L’uomo che ha perso i valori, l’uomo che deve cercare il senso della vita, l’uomo che deve percepire la realtà. E altre varie declinazioni dell’uomo che ha perduto o deve cercare qualcosa.
Però nella locandina dell’edizione 2013 c’è una donna. Una donna chiusa in casa. Una donna affacciata a una finestra da cui entrano farfalle. Una donna che aspetta.



Eni, Enel, Trenitalia tra gli sponsor. Insieme a il gioco del lotto e superenalotto. Gioco d’azzardo e carità cristiana.
Intesa SanPaolo. Banche e umiltà.
Ma tra i partners nel meeting non ci sono solo multinazionali come la Nestlè, ma anche valorizzazione dei prodotti locali. Probabilmente ispirati dalla vicina Predappio, arrivano le tazze e i cuscini con Mussolini. Una valida alternativa ai gadget con papa Francesco.


Mussolini, in un caritatevole spirito di conciliazione, si sposa con le idee di chi dice di voler difendere la vita. Ecco quindi lo stand dell’associazione “Uno di noi”, movimento antiabortista che opera a livello europeo per il riconoscimento dei diritti dell’embrione sin dal concepimento. In effetti al duce questa visione della donna incubatrice sarebbe piaciuta.


Ma al meeting ciellino non solo è possibile firmare contro l’autodetrminazione e la libertà di scelta delle donne, ma si può firmare anche contro l’autodeterminazione e la libertà di scelta delle persone gay, lesbiche e trans.
Si tratta della petizione, lanciata da un quotidiano di ispirazione cattolica, Tempi, per bloccare la legge contro l’omofobia.
Da questo video pubblicato dal Fatto Quotidiano emergono le preoccupazioni e l’allarmismo delle persone che si accingono a firmare questa petizione.

La legge contro l’omofobia viene interpretata come un pendio scivoloso. Approvandola si avrebbero drastiche conseguenze. Tipo il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Eppure la Bibbia li ha abituati a cavallette, carestie e morti di primigeniti.
Limita la libertà di opinione, dicono. No, nessuna legge limita la libertà di opinione. Non andrai contro la legge sostenendo che i rapporti omosessuali sono contro natura, ma andrai contro l’intelligenza, contro il buon senso, contro la scienza, contro l’umanità.
Magari bastasse una legge per fermare queste persone. Ma non sarà un legge, non sarà l’aggiunta di un’aggravante che da sole fermeranno questo che è un problema da arginare anche e soprattutto a livello culturale.

E intanto i politici di questo e dei passati governi accorrono a questa manifestazione, dove, con la loro stessa presenza, legittimano antiabortisti, omofobi e fascisti, dove si mettono al servizio di una potentissima lobby che nel nostro paese regola istruzione privata, sanità e finanze, lontanissimi quindi anche dalla situazione di precariato e povertà in cui molt* si trovano al di fuori delle mura del centro fieristico di Rimini.


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08/09/2011

Mamma li ciellini!



In prima battuta complimenti all'autore di questa mini inchiesta (ha fatto talmente bene il suo lavoro da candidarsi ad una probabile censura) confezionata veramente coi fiocchi!

In seconda istanza, a vedere sta gente schifosa, quasi rimpiango la P2 di Gelli.