Durante la 93ª adunata degli alpini che si è svolta a Rimini e San Marino tra il 5 e l’8 maggio ci sono state decine di molestie contro le donne. È la denuncia del movimento femminista Non Una Di Meno (Ndum). Il nodo locale, insieme ai collettivi di Casa Madiba e Pride Off, ha raccolto oltre 150 segnalazioni di violenze fisiche e verbali: fischi per strada, insulti durante i turni di lavoro, fino a schiaffi e palpeggiamenti. Spesso da parte di uomini ubriachi e in gruppo.
«In dieci minuti di passeggiata con il cane mi hanno fermata quattro volte, toccata due e inseguita due», racconta una donna. «Mentre andavo in bici hanno cercato di farmi entrare in un capannone, sono scappata pedalando più veloce», scrive un’altra.
Una signora camminava con i figli ed è stata ripetutamente invitata a fare sesso. Una 14enne racconta di una pacca sul sedere che l’ha terrorizzata. Una ragazza di essere stata schiaffeggiata e di insulti razzisti all’amico che l’ha difesa. Le testimonianze sono tantissime e trasmettono l’idea di una sorta di assedio verso la popolazione femminile della città.
Sabato la vicesindaca Chiara Bellini ha chiesto di evitare generalizzazioni contro tutti gli alpini, ma anche invitato i rappresentanti dei gruppi a vigilare su episodi inaccettabili. Il presidente dell’Associazione nazionale alpini (Ana) Sebastiano Favero, però, ha sottolineato che presso le forze dell’ordine non sono state presentate denunce. La stessa dinamica dei precedenti raduni, interrotti per due anni dal Covid-19.
Per le attiviste di Nudm è un altro sintomo della violenza strutturale contro le donne. «Quando denunciamo violenze gravi veniamo credute poco, figurarsi per molestie che la società non ritiene importanti. Nell’hotel dove lavoro un alpino mi ha messo il cappello in testa e dato due baci. Come potrei denunciarlo? Rischierei solo di perdere il lavoro», racconta Azzurra, attivista di Nudm.
Ieri sera il movimento femminista ha organizzato una «contro adunata» per esprimere disponibilità ad affiancare le donne che vogliono sporgere denuncia. «Se sono tante possono dare un segnale, anche se non crediamo che il problema della violenza maschile si risolva così. Serve un cambio di paradigma», dice Paola Calcagno, di Nudm. Lei ha preferito lasciare la città il sabato, perché già venerdì aveva collezionato offese sotto casa.
Nelle dichiarazioni ufficiali sull’adunata non c’è traccia del clima subito da moltissime donne. «Rimini e San Marino hanno dunque vinto la sfida di portare nel regno italiano del turismo marittimo il popolo delle penne nere», recita il comunicato conclusivo dell’Ana. «Evviva gli alpini, orgoglio patriottico», ha commentato la leader di FdI Giorgia Meloni.
Il leghista Matteo Salvini ha postato l’immagine di un articolo del Corriere della Sera sulle molestie commentando sprezzante: «Viva gli alpini, più forti di tutto e tutti!». «Un onore e un orgoglio ospitare a Rimini l’adunata nazionale degli alpini» secondo il governatore della regione Stefano Bonaccini (Pd). Mentre il sindaco di Rimini Jamil Sadegholvaad (Pd) ha parlato di un «ferragosto anticipato».
Per i politici locali, e per molti abitanti di Rimini, il successo dell’iniziativa sta nell’imponente indotto economico. In 75mila hanno partecipato domenica alla sfilata finale, ma le stime complessive sono di 450mila presenze.
Il triplo degli abitanti della città. «Rimini è stata consegnata agli alpini per ragioni economiche – continua Azzurra – I soldi sono arrivati sicuramente, ma non a noi lavoratrici costrette a turni massacranti e a subire di tutto. Oltre alla violenza patriarcale si sono riproposti i problemi di un modello di turismo che consuma il territorio».
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/05/2022
09/09/2017
Il branco di Rimini e altre storie
La vicenda di Rimini, ormai nota
nel suo contorno di pestaggi e stupri, potrebbe aiutare la costruzione
di qualche riflessione seria su migranti, politica delle popolazioni,
devianza e stato sociale. Una riflessione, diciamolo con parole
terra terra, di quelle cambiano le politiche reali. Non accadrà,
perlomeno nell’immediato. Perché i fatti, finché sono caldi, sono
ostaggio dei toni forti dei media, tutti giocati nella logica
dell’audience, e dell’abituale delirio da social. Dove l’impotenza, di
una buona parte di paese ancora dentro la crisi, trova un riscatto
simbolico nelle richieste di punizione o espulsione di qualsiasi
soggetto definito, a vario titolo, come extracomunitario.
Nelle società dell’1%
l’inclusione è infatti una pratica delle classi agiate. Il denaro,
elemento simbolico dell’accettazione nelle classi sociali, è
notoriamente apolide e richiede naturalmente l’accettazione del diverso.
Soggetto che viene accettato nelle classi agiate, quelle che fanno vita
globale, qualunque sia la sua provenienza purché dotato di una robusta
linea di credito. Nel resto della società, dove gli spazi di
ricchezza si riducono da una generazione, il diverso è semplicemente
colui che è visto come qualcuno che accelera questa erosione degli
standard di vita. E tanto più questa sensazione è forte tanto
più si alza, sui social media che si fanno giuria popolare elettronica,
la richiesta di pene spettacolo, riabilitando una spettacolarità della
pena pre-moderna già sperimentata, in forme stavolta concrete, dallo
stato islamico. Certo, le bande notturne e l’affollamento dei social
sono il riflesso, entrambi, di territori come tali disabitati e questo è
il tratto antropologico che li unisce.
Entrambe le vicende - quella di
un gruppo di immigrati che trova coesione nella sopraffazione altrui e
quella dei social che cercano di costruire simbolicamente i termini di
una punizione tanto più adeguata tanto più simile all’esecuzione - sono
ben conosciute. Si tratta di fenomeni classici quando si
guarda al di fuori del nostro paese. Sui nostri territori si tratta
della disseminazione di singoli e di piccoli gruppi che trovano un
senso, nel complesso e per i propri membri, nel marchiare i corpi altrui
mentre, sui social, abbiamo una convergenza, a sciame, di singoli e
piccoli gruppi che trovano un senso nel dibattito infinito sulla misura
della pena adeguata.
E mentre marchiare i corpi da
parte di gruppi senza morale (o, meglio, con una propria morale interna)
caratterizza un modo di vivere e significare il territorio, la
costruzione sociale del consenso verso la pena, che oggi passa per i
social media, è un modo, di diverso segno ma altrettanto identitario, di
significare il mondo. In questo contesto i media hanno gioco
facile a significare i gruppi che, in vario modo, aggrediscono e
feriscono come “il branco”. Questa connotazione di “branco” per
i gruppi aggressivi, chi si è occupato di rappresentazione
giornalistica della devianza o dei fenomeni criminali lo sa benissimo, è
piuttosto datata, da ben prima dei fenomeni migratori verso l’Italia e
funziona: fa audience ed è sempre stata efficace nel rappresentare un
nuovo tribalismo sui territori. Solo che tra il nuovo tribalismo
giovanile delle metropoli anni ’80 appena uscite dal fordismo, e
il tribalismo con lo smartphone legato alle recenti ondate migratorie ci
sono territori, e panorami sociali, neanche più riconoscibili tra loro.
Una funzione della cronaca nera è quello di servire come registrazione delle mutazioni sociali.
Bene, un fatto simile avvenuto a Rimini ancora dieci anni fa sarebbe
entrato nelle categorie, e nei protagonisti materiali, della narrazione
dell’Emilia ricca che si annoia. Oggi tocca il nesso che sta tra
immigrazione, insicurezza sociale e impoverimento materiale e
immateriale di questi territori. La lunga crisi ha tolto certezze a
chiunque. Il significato della cronaca nera si ridisloca.
Certo, rispetto alle cronache
anche recenti abbiamo un gruppo a provenienza etnica mista. Finora
protagoniste erano state bande etnicamente compatte: dai lontani tempi
degli albanesi, a quelli dei romeni fino alle bande di nigeriani (ottime
in Sicilia per la manovalanza della mafia). Ma questo
interessa poco, anzi nulla, alla stragrande maggioranza dell’opinione
pubblica che vede i fenomeni senza capirli. Anzi, col timore che il
fatto di capirli comporti la mitigazione del desiderio di forca. Eppure
l’emergere di bande miste significherebbe anche una ristrutturazione di
relazioni sociali nel territorio che toccano il piano, invisibile e
microfisico della bande. Ma interessa a qualcuno? Tutto ciò che non è
marketing politico, appalti, capitale di relazioni o voti non tocca la
sfera di quello che viene impropriamente chiamato “la politica”. La
linea su questi temi la quindi fanno i social, in questa operazione
digitale di ristabilimento simbolico, attraverso richieste di politiche
draconiane a ogni fatto di cronaca, dei torti veri o presunti subiti
durante l’interazione quotidiana.
Un branco comunque non può che
avere un capo e questo è stato individuato in Guerlin Butungu, 20 anni,
congolese. Nella rappresentazione mediale la coesione criminale del
branco esiste fino a quando non interviene lo stato. Una
poliziotta, sul Corriere, si fatta è avanti nel testimoniare che i lupi,
quelli del branco, tornano agnelli una volta che il gruppo è stato
sciolto dallo stato. Butungu è un capro espiatorio di primissima
qualità. Giova ricordare che il capro espiatorio non è, come da luogo
comune, l’innocente che viene sacrificato in un qualche complotto. E’
piuttosto una persona abietta, colpevole certo di un delitto spregevole
il cui sacrificio (materiale o simbolico) sortisce due effetti: il
ristabilimento simbolico dell’ordine sociale, una volta sacrificato il
colpevole, e la certificata superiorità morale di chi opera il
sacrificio. La persona indicata è tanto più capro espiatorio visto che
Butungu ha ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Dal
punto di vista simbolico un dono ripagato con uno sfregio. Qualsiasi sia
stata le dinamica, tra i quattro del gruppo, degli stupri di Rimini,
sul capro espiatorio puro Butungu si costruisce così la legittimità
giuridica e morale dell’intervento dello stato, degli operatori di
polizia e dei giornalisti che, in diretta, non esitano a parlare di
branco. Nel processo di ristabilimento dell’ordine, internando il capro
espiatori, sui social è poi polemica infinita sul tipo di simbolico da
attribuire alla pena.
Da notare come i media abbiano
dato risalto alla mediazione tra padre marocchino e capitano dei
carabinieri necessaria per l’autoconsegna dei componenti minorenni del
“branco”. Questa mediazione restituisce, simbolicamente quando
spettacolarizzata, legittimità al padre extracomunitario, con precedenti
penali, nel momento in cui consegna i figli al carabiniere. Sono atti
ritualmente necessari non solo perché è stato compiuto un delitto ma
anche per il disordine cognitivo presente in questo atto. Lo stupro
sulla spiaggia, una zona di frontiera, a un trans, una sessualità di
frontiera, l’assoluto nonsense e la piena improduttività del gesto
affermano un disordine cognitivo di un gruppo così forte che deve essere
riparato socialmente. L’accordo tra l’extracomunitario padre
microcriminale e il carabiniere, che si comporta come un padre di
famiglia, almeno nelle parole del padre marocchino, si collocano in un
contesto di riparazione di questi testi. Socialmente parlando il
territorio continuerà a vivere le dinamiche che hanno prodotto questo
genere di devianza (il termine è generico e scivoloso ma serve per
capirsi) ma, in compenso, sul piano simbolico, quello che genere
consenso sui piani di comunicazione, l’ordine pare ristabilito.
Qui deve essere chiara una cosa. Questi ragazzi hanno compiuto gesti atroci. Su persone inermi.
Ma non sono loro gli indifendibili. E’ indifendibile chi fa di tutto
per peggiorare la situazione, giocando sul simbolico, incapace di
intervenire nella società amplificando così gli effetti di criticità
sociale presenti in atti come questo. Chi costruisce forche digitali,
ossessionato dal prigionismo come surrogato della giustizia, come
elemento compensativo delle proprie paure. Chi, nei media si
alimenta di questi fenomeni facendone audience. Chi fa carriera pubblica
sulla caccia all’animale. Chi fa spettacolo (si fa per dire) politico
chiedendo castrazioni chimiche ed espulsioni di massa. Chi
taglia i servizi ubriacandosi di costruzioni della realtà, operate dagli
uffici stampa, dove si può riconoscere nei comitali locali per l’ordine
pubblico. Per non parlare di chi, senza una reale idea di società,
indica l’immigrazione come causa.
L’immigrazione non è un fenomeno
romantico è una scommessa: per chi arriva e per le società che fanno da
punto di approdo. La nostra società sta invecchiando, non esiste
ripresa economica permanente senza un ringiovanimento complessivo della
società. E ringiovanire la società con l’immigrazione, per quanto
necessario, comporta problemi di ogni genere in Germania, paese più
attrezzato del nostro, figuriamoci in Italia. Ad ogni fatto
come quello di Rimini alla fine si imbocca invece sempre la strada
sbagliata: attaccare i flussi migratori, dimenticando che dall’Italia
causa crisi fuggono anche gli stranieri. Oltretutto dimenticando che
oggi non esistono società sigillate. Il problema è invece un altro: come
cresce la società, in strutture, servizi e intervento pubblico di
fronte a un tessuto sociale che produce fenomeni di questo tipo. E come
si interviene “dopo”, in una rete di recupero che non sia quella dei
Muccioli del XXI secolo. Una rete di recupero che valorizzi la
formazione e le economie pubbliche di questo recupero che non sia
assoggettamento del soggetto finalmente addomesticato. Producendo un
know-how collettivo e dei posti di lavoro contenenti un forte capitale
sociale. Va spezzato il legame, che si è di nuovo rinsaldato con
dinamiche postmoderne, tra miseria e richiesta di forca. Un legame che
tanto più si legittima tanto più produce nuova miseria.
Il “branco” di Rimini porta così
due vuoti a confronto: quello del gruppo che ha marchiato persone
inermi e quello dei social in perenne trip da richiesta di forca. Ma è
il terzo vuoto che è il più pericoloso. Quello di istituzioni pubbliche
abbattute dalle loro stesse politiche di austerità, che
reiterano il mito della “sicurezza” perché non sono in grado di
attivare, o sostenere, le necessarie reti sociali che servono da
ammortizzatore di questi fenomeni.
Per Senza Soste, nique la police
8 settembre 2017
26/11/2015
23/08/2013
Antiabortisti, Mussolini, Omofobi. Tutti al meeting di CL
I ciellini vanno in vacanza a Rimini. Verso la metà del mese di Agosto accorrono tutti nella città romagnola.
A Rimini, alla corte di Comunione e Liberazione, potente “Lobby di Dio”, arrivano sempre striscianti personalità politiche di ogni schieramento.
Il meeting ciellino quest’anno è dedicato all’uomo, all’emergenza uomo.
L’uomo che ha perso i valori, l’uomo che deve cercare il senso della vita, l’uomo che deve percepire la realtà. E altre varie declinazioni dell’uomo che ha perduto o deve cercare qualcosa.
Però nella locandina dell’edizione 2013 c’è una donna. Una donna chiusa in casa. Una donna affacciata a una finestra da cui entrano farfalle. Una donna che aspetta.
Eni, Enel, Trenitalia tra gli sponsor. Insieme a il gioco del lotto e superenalotto. Gioco d’azzardo e carità cristiana.
Intesa SanPaolo. Banche e umiltà.
Ma tra i partners nel meeting non ci sono solo multinazionali come la Nestlè, ma anche valorizzazione dei prodotti locali. Probabilmente ispirati dalla vicina Predappio, arrivano le tazze e i cuscini con Mussolini. Una valida alternativa ai gadget con papa Francesco.
Mussolini, in un caritatevole spirito di conciliazione, si sposa con le idee di chi dice di voler difendere la vita. Ecco quindi lo stand dell’associazione “Uno di noi”, movimento antiabortista che opera a livello europeo per il riconoscimento dei diritti dell’embrione sin dal concepimento. In effetti al duce questa visione della donna incubatrice sarebbe piaciuta.
Ma al meeting ciellino non solo è possibile firmare contro l’autodetrminazione e la libertà di scelta delle donne, ma si può firmare anche contro l’autodeterminazione e la libertà di scelta delle persone gay, lesbiche e trans.
Si tratta della petizione, lanciata da un quotidiano di ispirazione cattolica, Tempi, per bloccare la legge contro l’omofobia.
Da questo video pubblicato dal Fatto Quotidiano emergono le preoccupazioni e l’allarmismo delle persone che si accingono a firmare questa petizione.
La legge contro l’omofobia viene interpretata come un pendio scivoloso. Approvandola si avrebbero drastiche conseguenze. Tipo il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Eppure la Bibbia li ha abituati a cavallette, carestie e morti di primigeniti.
Limita la libertà di opinione, dicono. No, nessuna legge limita la libertà di opinione. Non andrai contro la legge sostenendo che i rapporti omosessuali sono contro natura, ma andrai contro l’intelligenza, contro il buon senso, contro la scienza, contro l’umanità.
Magari bastasse una legge per fermare queste persone. Ma non sarà un legge, non sarà l’aggiunta di un’aggravante che da sole fermeranno questo che è un problema da arginare anche e soprattutto a livello culturale.
E intanto i politici di questo e dei passati governi accorrono a questa manifestazione, dove, con la loro stessa presenza, legittimano antiabortisti, omofobi e fascisti, dove si mettono al servizio di una potentissima lobby che nel nostro paese regola istruzione privata, sanità e finanze, lontanissimi quindi anche dalla situazione di precariato e povertà in cui molt* si trovano al di fuori delle mura del centro fieristico di Rimini.
Fonte
A Rimini, alla corte di Comunione e Liberazione, potente “Lobby di Dio”, arrivano sempre striscianti personalità politiche di ogni schieramento.
Il meeting ciellino quest’anno è dedicato all’uomo, all’emergenza uomo.
L’uomo che ha perso i valori, l’uomo che deve cercare il senso della vita, l’uomo che deve percepire la realtà. E altre varie declinazioni dell’uomo che ha perduto o deve cercare qualcosa.
Però nella locandina dell’edizione 2013 c’è una donna. Una donna chiusa in casa. Una donna affacciata a una finestra da cui entrano farfalle. Una donna che aspetta.
Eni, Enel, Trenitalia tra gli sponsor. Insieme a il gioco del lotto e superenalotto. Gioco d’azzardo e carità cristiana.
Intesa SanPaolo. Banche e umiltà.
Ma tra i partners nel meeting non ci sono solo multinazionali come la Nestlè, ma anche valorizzazione dei prodotti locali. Probabilmente ispirati dalla vicina Predappio, arrivano le tazze e i cuscini con Mussolini. Una valida alternativa ai gadget con papa Francesco.
Mussolini, in un caritatevole spirito di conciliazione, si sposa con le idee di chi dice di voler difendere la vita. Ecco quindi lo stand dell’associazione “Uno di noi”, movimento antiabortista che opera a livello europeo per il riconoscimento dei diritti dell’embrione sin dal concepimento. In effetti al duce questa visione della donna incubatrice sarebbe piaciuta.
Ma al meeting ciellino non solo è possibile firmare contro l’autodetrminazione e la libertà di scelta delle donne, ma si può firmare anche contro l’autodeterminazione e la libertà di scelta delle persone gay, lesbiche e trans.
Si tratta della petizione, lanciata da un quotidiano di ispirazione cattolica, Tempi, per bloccare la legge contro l’omofobia.
Da questo video pubblicato dal Fatto Quotidiano emergono le preoccupazioni e l’allarmismo delle persone che si accingono a firmare questa petizione.
La legge contro l’omofobia viene interpretata come un pendio scivoloso. Approvandola si avrebbero drastiche conseguenze. Tipo il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Eppure la Bibbia li ha abituati a cavallette, carestie e morti di primigeniti.
Limita la libertà di opinione, dicono. No, nessuna legge limita la libertà di opinione. Non andrai contro la legge sostenendo che i rapporti omosessuali sono contro natura, ma andrai contro l’intelligenza, contro il buon senso, contro la scienza, contro l’umanità.
Magari bastasse una legge per fermare queste persone. Ma non sarà un legge, non sarà l’aggiunta di un’aggravante che da sole fermeranno questo che è un problema da arginare anche e soprattutto a livello culturale.
E intanto i politici di questo e dei passati governi accorrono a questa manifestazione, dove, con la loro stessa presenza, legittimano antiabortisti, omofobi e fascisti, dove si mettono al servizio di una potentissima lobby che nel nostro paese regola istruzione privata, sanità e finanze, lontanissimi quindi anche dalla situazione di precariato e povertà in cui molt* si trovano al di fuori delle mura del centro fieristico di Rimini.
Fonte
22/07/2013
Rimini, la denuncia del sindacato: “Solo 2 euro per pulire una camera”
Due euro per pulire una camera d’albergo, a due ma anche a tre stelle. Meno di 500 euro al mese in busta paga, pur lavorando almeno otto ore al giorno. Tariffe illegali, oltre che da sfruttamento, ma è la realtà. A Rimini. E non solo per i lavoratori migranti.
Come ormai ogni estate torna l’incubo del lavoro sottopagato, oltre che del lavoro nero, in Riviera.
La differenza è che, ormai, negare l’evidenza parlando di “mele marce” sembra diventato un istinto sopito anche per i palazzi della politica, mentre tuttora manca una presa di posizione da parte delle categorie economiche. Sì, perché alla fine si va sempre a parare lì: gli alberghi e “la stagione” che, in realtà, come dimostrano gli ultimi dati sul mercato del lavoro, risulta sempre meno un ammortizzatore sociale per chi non trova occupazione durante gli altri periodi dell’anno.
L’ultima frontiera dello sfruttamento, dopo i casi al limite dello schiavismo raccolti anche nel rapporto Caritas 2012, sembra dunque quella della pulizia delle camere a cottimo. Si stanno moltiplicando i casi in cui alle addette al riassetto delle stanze, alle cameriere, viene corrisposta solo figurativamente una retribuzione oraria. L’impresa appaltatrice di turno, in sostanza, corrisponde alle lavoratrici una quota di retribuzione proporzionata al numero di camere pulite. Succede anche negli hotel a tre stelle.
“Nei casi come questi, oltre al recupero delle differenze retributive, i lavoratori devono altresì recuperare un alto differenziale di contribuzione non versata, senza tralasciare poi i rischi per la salute di chi è sottoposto a simili ritmi di lavoro. Inoltre non denunciare un simile abuso determinerà la certezza di non avere diritto alla, seppur magra, mini Aspi”, denuncia la categoria Filcams-Cgil. In tutti i sensi, dato che il sindacato ha già provveduto a far partire le segnalazioni sulle camere a due euro alla direzione territoriale del lavoro e agli enti di vigilanza vari, Inail e Inps. Il problema, però, non è solo quello delle carte bollate: “Il rilancio e la valorizzazione dell’economia turistica del nostro territorio devono passare attraverso la qualità, legalità e sicurezza sul lavoro, non attraverso lo sfruttamento illegale nell’ambito dell’appalto di servizi”, dice il sindacato.
L’assessore provinciale al Turismo Fabio Galli sottolinea che “in nome della crisi non si possono calpestare diritti sacrosanti di chi lavora” e anche il Comune, guidato dal sindaco Pd Andrea Gnassi, sembra aver sentito l’appello. Tocca al suo assessore al Lavoro, Nadia Rossi, scuotere gli albergatori. “Pongo queste domande – dice Rossi – alla città e, principalmente, agli operatori economici del turismo e dei servizi: perché poi ci si meraviglia delle offerte turistiche a prezzi ridicoli? Vogliamo dare un segnale che vada nella direzione di un’offerta che punti alla qualità, alla regolarità, al rispetto delle normative? Gli imprenditori locali che da sempre investono sulla qualità non possono non risentire di una concorrenza del genere”. Segnalando a tutti che il Consiglio comunale, il 14 marzo scorso, ha approvato un ordine del giorno ad hoc contro lo sfruttamento del lavoro, Rossi a nome dell’amministrazione comunale sollecita dunque “una più approfondita riflessione sul tema del lavoro, che va inserito in un ragionamento più ampio sul prodotto Rimini”.
Stando all’ultimo report del Centro studi provinciale, sul 2012 “la stagione” è ormai un ex rifugio. Un 25enne su cinque nel Riminese è disoccupato. Non va bene ai giovani ma non va bene neanche ai giovanissimi. Il gruppo dei lavoratori 25-34enni, pur rimanendo il più numeroso, si attesta infatti a quota 18.296 con una perdita di 658 unità rispetto al 2011 (-3,6%). Più consistente il calo dei lavoratori under 25, dato che gli avviati al lavoro con età compresa fra 15 e 24 anni risultano quasi 1.900 in meno, arrivando nel 2012 a 12.922 (-12,7%). E mentre i lavoratori 25-29enni calano del 3,1% il numero di ragazzi fra i 15 e 19 anni assunti si riduce, a distanza di un anno, di un terzo (-33,9%).
Ma forse il peggio deve ancora venire. “Proprio per l’anno in corso ci sono segnali, se possibile, ancora più preoccupanti, non mitigati da quella anomalia della stagionalità che da sempre si configura come una sorta di ‘ammortizzatore’ per la realtà riminese”, ammette l’assessore provinciale al Lavoro Meris Soldati.
Fonte
Aveva ragione la Fornero a dire che i giovani non devono essere troppo choosy. Se avessero meno puzza al naso e capacità organizzativa, infatti, avrebbero già appeso per i piedi la suddetta ex-ministra e quella masnada di stronzi che ti sfruttano ormai non si può dire nemmeno "per un tozzo di pane" visto che di questi tempi sei alla fame già con 1000€ al mese.
PS: spero che la "stagione" sia una Caporetto per tutti gli esercenti nazionali, da Jesolo ad Alassio, da Rimini alla Versilia.
Come ormai ogni estate torna l’incubo del lavoro sottopagato, oltre che del lavoro nero, in Riviera.
La differenza è che, ormai, negare l’evidenza parlando di “mele marce” sembra diventato un istinto sopito anche per i palazzi della politica, mentre tuttora manca una presa di posizione da parte delle categorie economiche. Sì, perché alla fine si va sempre a parare lì: gli alberghi e “la stagione” che, in realtà, come dimostrano gli ultimi dati sul mercato del lavoro, risulta sempre meno un ammortizzatore sociale per chi non trova occupazione durante gli altri periodi dell’anno.
L’ultima frontiera dello sfruttamento, dopo i casi al limite dello schiavismo raccolti anche nel rapporto Caritas 2012, sembra dunque quella della pulizia delle camere a cottimo. Si stanno moltiplicando i casi in cui alle addette al riassetto delle stanze, alle cameriere, viene corrisposta solo figurativamente una retribuzione oraria. L’impresa appaltatrice di turno, in sostanza, corrisponde alle lavoratrici una quota di retribuzione proporzionata al numero di camere pulite. Succede anche negli hotel a tre stelle.
“Nei casi come questi, oltre al recupero delle differenze retributive, i lavoratori devono altresì recuperare un alto differenziale di contribuzione non versata, senza tralasciare poi i rischi per la salute di chi è sottoposto a simili ritmi di lavoro. Inoltre non denunciare un simile abuso determinerà la certezza di non avere diritto alla, seppur magra, mini Aspi”, denuncia la categoria Filcams-Cgil. In tutti i sensi, dato che il sindacato ha già provveduto a far partire le segnalazioni sulle camere a due euro alla direzione territoriale del lavoro e agli enti di vigilanza vari, Inail e Inps. Il problema, però, non è solo quello delle carte bollate: “Il rilancio e la valorizzazione dell’economia turistica del nostro territorio devono passare attraverso la qualità, legalità e sicurezza sul lavoro, non attraverso lo sfruttamento illegale nell’ambito dell’appalto di servizi”, dice il sindacato.
L’assessore provinciale al Turismo Fabio Galli sottolinea che “in nome della crisi non si possono calpestare diritti sacrosanti di chi lavora” e anche il Comune, guidato dal sindaco Pd Andrea Gnassi, sembra aver sentito l’appello. Tocca al suo assessore al Lavoro, Nadia Rossi, scuotere gli albergatori. “Pongo queste domande – dice Rossi – alla città e, principalmente, agli operatori economici del turismo e dei servizi: perché poi ci si meraviglia delle offerte turistiche a prezzi ridicoli? Vogliamo dare un segnale che vada nella direzione di un’offerta che punti alla qualità, alla regolarità, al rispetto delle normative? Gli imprenditori locali che da sempre investono sulla qualità non possono non risentire di una concorrenza del genere”. Segnalando a tutti che il Consiglio comunale, il 14 marzo scorso, ha approvato un ordine del giorno ad hoc contro lo sfruttamento del lavoro, Rossi a nome dell’amministrazione comunale sollecita dunque “una più approfondita riflessione sul tema del lavoro, che va inserito in un ragionamento più ampio sul prodotto Rimini”.
Stando all’ultimo report del Centro studi provinciale, sul 2012 “la stagione” è ormai un ex rifugio. Un 25enne su cinque nel Riminese è disoccupato. Non va bene ai giovani ma non va bene neanche ai giovanissimi. Il gruppo dei lavoratori 25-34enni, pur rimanendo il più numeroso, si attesta infatti a quota 18.296 con una perdita di 658 unità rispetto al 2011 (-3,6%). Più consistente il calo dei lavoratori under 25, dato che gli avviati al lavoro con età compresa fra 15 e 24 anni risultano quasi 1.900 in meno, arrivando nel 2012 a 12.922 (-12,7%). E mentre i lavoratori 25-29enni calano del 3,1% il numero di ragazzi fra i 15 e 19 anni assunti si riduce, a distanza di un anno, di un terzo (-33,9%).
Ma forse il peggio deve ancora venire. “Proprio per l’anno in corso ci sono segnali, se possibile, ancora più preoccupanti, non mitigati da quella anomalia della stagionalità che da sempre si configura come una sorta di ‘ammortizzatore’ per la realtà riminese”, ammette l’assessore provinciale al Lavoro Meris Soldati.
Fonte
Aveva ragione la Fornero a dire che i giovani non devono essere troppo choosy. Se avessero meno puzza al naso e capacità organizzativa, infatti, avrebbero già appeso per i piedi la suddetta ex-ministra e quella masnada di stronzi che ti sfruttano ormai non si può dire nemmeno "per un tozzo di pane" visto che di questi tempi sei alla fame già con 1000€ al mese.
PS: spero che la "stagione" sia una Caporetto per tutti gli esercenti nazionali, da Jesolo ad Alassio, da Rimini alla Versilia.
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