Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/05/2023

Dal “Saloon” del libro a quello nella società

Il fatto è semplice, la reazione neanche un po’. Ma proprio per questo risulta rivelatrice di una subcultura politica. Immancabilmente reazionaria.

Cominciamo dai fatti.

Al Salone del Libro di Torino la ministra alla Famiglia Eugenia Roccella è stata contestata dagli attivisti di Extinction Rebellion e dalle femministe di Non una di Meno al grido di «sul mio corpo decido io» e «fuori lo Stato dalle mie mutande», in riferimento al diritto all’aborto.

Alcuni si sono distesi a terra, altre di sono tolte le magliette mostrando sull’addome la scritta ‘Aborto libero’ e ‘Ru426 in ogni ospedale’ (è noto che il diritto all’aborto viene di fatto svuotato da molti ostacoli “amministrativi” assolutamente speciosi).

Appena ha iniziato a parlare del suo libro gli attivisti hanno dato il via alle proteste fino a quando Roccella ha chiesto un confronto pubblico, invitando chi protestava a spiegare le proprie ragioni. Una portavoce è quindi salita sul palco per leggere un comunicato.

Poteva finire lì e probabilmente non sarebbe successo altro.

La ministra però ci ha tenuto controproporre la propria visione del mondo, evitando accuratamente i temi che contrappongono i movimenti delle donne e questo governo, preferendo ricorrere strumentalmente al solito tema che NON è al centro della discussione: «Lottate contro l’utero in affitto insieme a noi, contro la mercificazione del corpo delle donne, lottate contro un mercato razzista dove i figli delle donne nere costano meno di quelle bianche».

Una frase che che di fatto ammette la pratica dell’”utero in affitto” ma finge di indignarsi perché i “prezzi di mercato” penalizzano le donne non-bianche (è risaputo che la “domanda solvibile” di figli nati da altre donne viene quasi esclusivamente dalle classi molto benestanti dell’Occidente neoliberista ed euro-atlantico, in genere “bianchi e cristiani”).

Il direttore del Salone del Libro uscente, lo scrittore Nicola Lagioia, nel tentativo di gestire con un po’ di diplomazia la situazione che si era venuta a creare, ha parlato di “contestazione legittima in democrazia” e ha invitato le due parti a trovare un modo di dialogare tra loro.

Non gli è andata benissimo. La deputata di Fratelli d’Italia, Augusta Montaruli. Lo ha quasi fisicamente aggredito urlandogli a più riprese: «Vergognati, come fai a dire che questa è una contestazione legittima con tutti i soldi che pigli?».

Peccato che la signora Montaruli sia però l’ultima a poter pontificare sugli emolumenti altrui derivanti da un incarico pubblico (ammesso e niente affatto concesso che il prendere un buon assegno come direttore del Salone obblighi a schierarsi con il governo contro dei manifestanti).

La deputata Montaruli è stata infatti costretta a dimettersi dalla carica di sottosegretaria all’università (!?), a febbraio, in seguito alla condanna definitiva a un anno e sei mesi per peculato nel processo ‘Rimborsopoli’ della Regione Piemonte. Evidentemente “i soldi” costituiscono l’alfa e l’omega del suo immaginario...

Ma anche la reazione della ministra Roccella – a contestazione finita, con le attiviste portate via di peso dalla polizia – va almeno un attimo soppesata. “Mi ha colpito, e sinceramente mi addolora, che delle donne abbiano impedito ad altre donne di parlare, presentando un libro che parla molto di donne e di femminismo, e che avrebbe stupito quelle ragazze, se lo avessero letto”.

Lasciamo da parte il legittimo ma ininfluente desiderio di vendere più copie (un ministro e deputato guadagna in un mese certamente molto di più di quanto potrà ricevere come diritti di autore), ed anche la “posa” vittimista.

Il cuore dell’argomento è infatti “donne che hanno impedito ad altre donne di parlare”.

Vediamo queste donne in contrapposizione.

Da un lato una ministra (spalleggiata da una deputata, protetta da una scorta di polizia...), che praticamente può parlare in ogni dove per 24 ore al giorno. Intanto “con gli atti”, in quanto ministro, con cui prende decisioni che incidono sulla vita di tutti e tutte. E poi con dichiarazioni, interviste, presenze a forum, dibattiti, cerimonie, inaugurazioni, ecc.

Dall’altro attiviste che da anni o decenni portano avanti rivendicazioni che nessun governo – né di “controsinistra” né tanto meno di destra – ha mai preso seriamente in considerazione. Donne (e uomini) che non hanno letteralmente voce pubblica, al massimo una pagina social da cui parlare alla propria “bolla”.

E che perciò, come in ogni società umana, fin dalla notte dei tempi, usano la propria voce fisica quando finalmente riescono ad avere davanti un rappresentate del potere (uomo o donna non fa davvero differenza). E quindi urlano, fischiano, battono le mani. Fino a coprire il volume degli altoparlanti usati dal potente di turno.

Il quale – come ha fatto la Roccella – si offende grandemente e grida alla “lesa democrazia”. Rivelando così cosa intenda davvero con la parola “democrazia”: il proprio diritto a comandare e “voi dovete solo tacere”.

Arrivati a sedere su certe poltrone in virtù di obbedienze, quasi sempre senza alcun particolare “merito” pregresso, scarsi quanto ad argomentazioni e competenze, gli esponenti di tutta la “classe politica” presente possono sperare di imporsi nelle menti della popolazione soltanto se hanno il monopolio del “parlare”. Qualsiasi contraddittorio ne può infatti facilmente svelare l’inconsistenza...

C’è da augurarsi che che tutti i rappresentanti di questo ed altri governi, così come ognuno di quelli che siede in questo parlamento, si trovi sempre più spesso davanti a gruppi che li contestano usando gli strumenti che hanno. Gruppi che, speriamo, diventeranno in breve tempo folle.

C’è una guerra alle porte, oltre che diritti individuali violati. Non è “sano”, per un paese, avere gente come questa nelle posizioni chiave.

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13/05/2022

«Dagli alpini violenze fisiche e verbali»

Durante la 93ª adunata degli alpini che si è svolta a Rimini e San Marino tra il 5 e l’8 maggio ci sono state decine di molestie contro le donne. È la denuncia del movimento femminista Non Una Di Meno (Ndum). Il nodo locale, insieme ai collettivi di Casa Madiba e Pride Off, ha raccolto oltre 150 segnalazioni di violenze fisiche e verbali: fischi per strada, insulti durante i turni di lavoro, fino a schiaffi e palpeggiamenti. Spesso da parte di uomini ubriachi e in gruppo.

«In dieci minuti di passeggiata con il cane mi hanno fermata quattro volte, toccata due e inseguita due», racconta una donna. «Mentre andavo in bici hanno cercato di farmi entrare in un capannone, sono scappata pedalando più veloce», scrive un’altra.

Una signora camminava con i figli ed è stata ripetutamente invitata a fare sesso. Una 14enne racconta di una pacca sul sedere che l’ha terrorizzata. Una ragazza di essere stata schiaffeggiata e di insulti razzisti all’amico che l’ha difesa. Le testimonianze sono tantissime e trasmettono l’idea di una sorta di assedio verso la popolazione femminile della città.

Sabato la vicesindaca Chiara Bellini ha chiesto di evitare generalizzazioni contro tutti gli alpini, ma anche invitato i rappresentanti dei gruppi a vigilare su episodi inaccettabili. Il presidente dell’Associazione nazionale alpini (Ana) Sebastiano Favero, però, ha sottolineato che presso le forze dell’ordine non sono state presentate denunce. La stessa dinamica dei precedenti raduni, interrotti per due anni dal Covid-19.

Per le attiviste di Nudm è un altro sintomo della violenza strutturale contro le donne. «Quando denunciamo violenze gravi veniamo credute poco, figurarsi per molestie che la società non ritiene importanti. Nell’hotel dove lavoro un alpino mi ha messo il cappello in testa e dato due baci. Come potrei denunciarlo? Rischierei solo di perdere il lavoro», racconta Azzurra, attivista di Nudm.

Ieri sera il movimento femminista ha organizzato una «contro adunata» per esprimere disponibilità ad affiancare le donne che vogliono sporgere denuncia. «Se sono tante possono dare un segnale, anche se non crediamo che il problema della violenza maschile si risolva così. Serve un cambio di paradigma», dice Paola Calcagno, di Nudm. Lei ha preferito lasciare la città il sabato, perché già venerdì aveva collezionato offese sotto casa.

Nelle dichiarazioni ufficiali sull’adunata non c’è traccia del clima subito da moltissime donne. «Rimini e San Marino hanno dunque vinto la sfida di portare nel regno italiano del turismo marittimo il popolo delle penne nere», recita il comunicato conclusivo dell’Ana. «Evviva gli alpini, orgoglio patriottico», ha commentato la leader di FdI Giorgia Meloni.

Il leghista Matteo Salvini ha postato l’immagine di un articolo del Corriere della Sera sulle molestie commentando sprezzante: «Viva gli alpini, più forti di tutto e tutti!». «Un onore e un orgoglio ospitare a Rimini l’adunata nazionale degli alpini» secondo il governatore della regione Stefano Bonaccini (Pd). Mentre il sindaco di Rimini Jamil Sadegholvaad (Pd) ha parlato di un «ferragosto anticipato».

Per i politici locali, e per molti abitanti di Rimini, il successo dell’iniziativa sta nell’imponente indotto economico. In 75mila hanno partecipato domenica alla sfilata finale, ma le stime complessive sono di 450mila presenze.

Il triplo degli abitanti della città. «Rimini è stata consegnata agli alpini per ragioni economiche – continua Azzurra – I soldi sono arrivati sicuramente, ma non a noi lavoratrici costrette a turni massacranti e a subire di tutto. Oltre alla violenza patriarcale si sono riproposti i problemi di un modello di turismo che consuma il territorio».

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24/11/2019

Migliaia di donne in piazza contro la violenza. Tributo alle donne cilene


Ancora una volta migliaia e migliaia di donne sono scese in piazza a Roma contro la violenza. In questa manifestazione lo sguardo di solidarietà e resistenza comune è andato anche al Cile, dove contro le donne che protestano contro il governo si è scatenata una violenza bestiale, quella degli apparati repressivi dello Stato.

Emozionante è stato quando il corteo lungo via Cavour e all’altezza del Viminale si è fermato e tutti si sono seduti in un silenzio intenso e pesantissimo proprio per ricordare la violenza contro le donne cilene.


Il corteo si è concluso in Piazza San Giovanni

Fonte e foto del corteo

30/03/2019

Verona cambia aria. Via l’oscurantismo


Arrivano le prime immagini dalla manifestazione di Verona.

Il “cuore nero” di questo paese che ospita il Congresso Mondiale sulla Famiglia raccogliendo il ciarpame reazionario ed oscurantista da tutto il mondo, è praticamente assediato da migliaia di donne che mettono in piazza una idea completamente diversa di famiglia e relazioni sociali.

Una manifestazione che si muove però in una piazza potenzialmente ostile. La sicurezza del corteo viene assicurata dal gruppo “Rispetto”, riconoscibile da una fascetta fucsia con una fiamma dorata, che con modalità proprie intende assicurare a tutte e a tutti l’assistenza, la cura e le condizioni di agibilità necessarie per seminare un’aria diversa da quella consueta. Un’aria che nella “nera Verona” da troppo tempo non si è mai respirata. Le foto (tranne la seconda) sono di Patrizia Cortellessa

Fonte e foto

09/03/2019

Maurizio Landini e Landini Maurizio


Ho conosciuto Maurizio Landini. Siamo stati assieme dirigenti della Fiom per un periodo delle nostre vite. Non siamo mai stati d’accordo sul giudizio da dare alla politica della CGIL: il mio negativo, il suo possibilista. Inoltre abbiamo avuto posizioni diverse su alcuni accordi sottoscritti dalla stessa Fiom; e anche qui sono immaginabili le differenze.

Tuttavia abbiamo anche condiviso alcune scelte di fondo, penso in particolare al rifiuto del diktat di Marchionne in FIAT, anche a costo di rompere con CISL e UIL e di distinguersi nettamente dalla CGIL. E penso alla scelta di schierarsi con il movimento NO TAV, scelta motivata non solo da ragioni ambientali, ma da scelte sociali, economiche e persino produttive.

Ora però Maurizio Landini è diventato Landini Maurizio, segretario della CGIL in virtù del sostegno decisivo di Susanna Camusso e della sua area. E Landini Maurizio è diventato SI TAV e ultra-unitario con CISL e UIL.

In questo ruolo è giunto a dissociarsi pubblicamente, assieme alla segretaria della CISL Furlan, dallo sciopero dell’8 marzo. Sciopero sicuramente difficile nel mondo del lavoro oppresso e ricattato di oggi, ma sacrosanto e coraggioso.

Mentre la segretaria della CISL ha affermato che non questo è il momento di scioperare (per lei non lo è mai), Landini ha spiegato che gli scioperi bisogna prepararli. Non so cosa intenda e non voglio pensare male, visto che tutte le ultime uscite pubbliche della CGIL sono state non solo assieme a CISL e UIL, ma condivise da Confindustria. Prepararlo con chi?

Questo sciopero era proposto e annunciato da molto tempo dal movimento femminista mondiale di Non Una Di Meno... e la scadenza dell’8 marzo non è proprio di quelle che capitino all’improvviso. Quanto tempo ci vuole per preparare uno sciopero secondo Landini?

È stato per la troppa improvvisazione di questa lotta che nei tanti scioperi e cortei, ai quali hanno partecipato molte donne e uomini aderenti alla CGIL, non si è visto alcun dirigente di questa organizzazione?

Conoscevo Maurizio Landini, invece Landini Maurizio cosegretario di CGILCISLUIL non so bene chi sia; ora tendo a confonderlo con Zingaretti e non credo di essere il solo.

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03/02/2019

Lotto marzo 2019

Lotto marzo 2019: ancora una volta sciopero generale, la marea femminista in ogni parte del mondo monta per reclamare diritti e libertà. Non una di meno e lo sciopero globale femminista proclamato per mettere al centro la violenza come fenomeno a carattere strutturale e non emergenziale dentro e fuori i luoghi di lavoro.

Uno sciopero che coglie il nesso tra ristrutturazione capitalistica e violenza di genere perpetuata, attraverso i dispositivi di esclusione, segmentazione e frammentazione del lavoro.

Uno sciopero per denunciare il dato spaventoso delle molestie e dei ricatti sessuali sul lavoro.

Uno sciopero che mette al centro la femminilizzazione del lavoro come laboratorio sistemico: a partire dalle donne si è sperimentata la miscela oppressiva tra messa a disposizione di tempo di vita, gratuità e intermittenza, poi estesa a tutto il mondo del lavoro e cristallizzata nei modelli di precarietà e dismissione dello Stato sociale.

Uno sciopero per rivendicare la congiunzione imprescindibile tra i diritti civili che nutrono la libertà di autodeterminazione delle donne e i diritti sociali in cui la libertà trova espressione concreta.

Uno sciopero contro la mancanza di finanziamenti e riconoscimento dei Centri Antiviolenza, contro la chiusura degli spazi delle donne, contro l’obiezione di coscienza nei servizi sanitari pubblici.

Uno sciopero per il diritto ad un welfare universale, al reddito di autodeterminazione, alla casa, al lavoro, alla parità salariale, all’educazione scolastica, a misure di sostegno per la fuoriuscita dalla violenza.

Uno sciopero, proclamato dentro un sistema produttivo che precarizza, marginalizza, demansiona e crea uno stato di ricattabilità permanente e un sistema diffuso in cui il modello e quello della wonderwoman, quello in cui si esalta chi fa da sé, il primato dell’individuo su qualsiasi forma di aggregazione sociale.

Uno sciopero contro il regime della doppia oppressione per il quale, sotto la scure del progressivo e feroce smantellamento dello Stato Sociale, si scarica il lavoro di cura sulle spalle delle donne, vere e proprie service provider gratuite.

Uno sciopero proclamato contro l’ascesa delle destre reazionarie, a livello europeo e internazionale, che stringono un patto apertamente razzista col potere capitalista per macinare repressione, deregolamentazione e sfruttamento.

Uno sciopero contro il ddl Pillon, inserito a pieno titolo in un contesto che perpetua l’attacco alle donne: un disegno che passa dalle mozioni comunali che vorrebbero mettere in discussione la 194 e redistribuire in chiave di imposizione sulla autodeterminazione delle donne le risorse pubbliche, perimetrandone la morale e giudicandone la vita privata.

Uno sciopero per costruire una giornata in cui tante donne e soggettività LGBTQI, che vivono condizioni di lavoro, familiari e di vita diverse, si uniscono per alzare la testa contro una società che le vuole sottomesse e ubbidienti.

Uno sciopero di sorellanza che costruisce da continente a continente un abbraccio verso le donne in lotta.

Uno sciopero che coglie la connessione tra il dogma dei confini, la fabbrica permanente della paura e i dispositivi di controllo sui corpi delle donne, consapevole che l’ oppressione delle frontiere e di genere sono due facce della stessa gerarchia.

Uno sciopero che parte dalla libertà e dalla differenza per dare una prospettiva politica, perché proprio quella differenza stabilisce la linea dello schieramento.

Uno sciopero contro le teorie del decoro, elemento propulsore di ingiustizia sociale nonché di controllo sociale e di pulsione all’ordine per conto terzi.

Uno sciopero per dire no a qualunque forma di strumentalizzazione dei nostri corpi, usati per fomentare l’odio razziale e le derive securitarie che legittimano la militarizzazione nelle città.

Uno sciopero contro la fabbrica permanente del noi e del loro tramite cui le penne governative e della stampa ufficiale vengono intinte nell’inchiostro della paura per restringere ogni spazio di libertà e umanità e arrivare all’isolamento, all’autocontrollo, a non uscire di casa. Quella stessa casa che talora si fa prigione di morte, umiliazione e ricatto economico.

Uno sciopero contro la narrazione della violenza di genere a doppia velocità in cui il corpo della donna può essere usato per imporre più “sicurezza” o strumentalizzato in chiave razzista ma mai per porre al centro la violenza perpetrata in nome del popolo italiano.

Uno sciopero contro il Decreto Sicurezza, che istituzionalizza la torsione autoritaria del Potere: deroga allo Stato di diritto prendendo spunto dall’anello più debole, gli immigrati, dopo aver concimato terreno per facili consensi, per poi passare a tutta la società, criminalizzare le lotte presenti e future, andando a colpire chi dissente o semplicemente solidarizza con le proteste sociali, ambientali, lavorative.

Uno sciopero per tutte le nostre sorelle migranti, strette nella morsa tra il rimpatrio e l’abuso.

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24/11/2018

L’attacco è complessivo e la sfida riguarda tutti, donne e uomini

La giornata di mobilitazione di Non una di Meno è alle porte ed ha il grande merito di mettere in luce alcuni tratti dell’imbarbarimento sociale prodotto dalla governance della crisi.

Il ddl Pillon, su cui non entriamo nel merito perché in molti ne hanno già sottolineato il carattere classista e reazionario, rappresenta il tassello più recente di un attacco ideologico al rispetto delle situazioni di fragilità, volto a irregimentare sempre più la società secondo una logica marziale che, al posto di esaltare la solidarietà tra le parti sociali in favore di quelle più svantaggiate, stigmatizza le difficoltà e colpevolizza chi nel suo percorso personale incontra situazioni che richiedono soluzioni possibili solo tramite l’intervento di una articolata organizzazione sociale.

La volontà manifestata da sempre più forze politiche è quella di smantellare l’idea che lo Stato possa essere fonte di supporto per alleviare le differenze economiche e per garantire l’uguaglianza sostanziale facendosi promotore di uno sviluppo non escludente.

Il funzionamento degli ingranaggi sociali, affidato sempre più alla regolamentazione del mercato, ha portato forze politiche come la Lega o singoli personaggi come gli ultimi ministri dell’Interno a teorizzare definitivamente il ruolo di uno Stato arbitro certificatore dell’esistente, dal quale al massimo può venire voglia di sottrarsi sperando di cavarsela da sé, piuttosto che vedergli regolamentare ufficialmente i propri svantaggi.

La regressione del modello sociale proposto è evidente: con i rubinetti della spesa pubblica chiusi in ossequioso rispetto della presupposta stabilità delle finanze statali, con i margini della redistribuzione sociale sempre più stretti in tempi di acceso scontro tra i monopoli capitalistici, con la lotta di classe dall’alto conclamatasi e alla quale non corrisponde una capacità di risposta adeguata da parte dei settori del lavoro e popolari, all’apparato amministrativo non resta che concentrarsi sul mantenimento dell’ordine e dedicarsi alla garanzia della repressione dei comportamenti devianti.

E il disegno deve essere percepito da tutta la cittadinanza: percependo l’oppressione di una cupola che preme sempre di più, tutti comprenderanno che l’unica guerra possibile è quella che si può rivolgere contro il proprio simile per spartirsi le briciole. L’ordoliberismo profuma sempre più di ‘800. Ed ecco di conseguenza che da un lato abbiamo la continua strumentalizzazione del corpo delle donne per alimentare guerra tra poveri e politiche securitarie (basti pensare ai casi più emblematici di Macerata e San Lorenzo a Roma) o il depotenziamento effettivo e progressivo del diritto all’aborto che passa dall’altissimo tasso di medici obiettori di coscienza fino alle mozioni comunali che vorrebbero mettere in discussione la 194.

Dall’altro lo smantellamento generale dei diritti sociali che sulle lavoratrici e magari migranti, si abbatte con un carico anche maggiore: dalla crescente dismissione del welfare in nome del risanamento del debito alla condizione di precarietà e ricattabilità del mondo del lavoro.

L’attacco che questo governo ha portato avanti negli ultimi mesi è complessivo e di stampo reazionario, securitario, liberticida, razzista, xenofobo che vede mettere in campo provvedimenti concreti contro chi produce conflitto sociale, contro i migranti, contro i poveri, contro le donne, contro gli spazi di aggregazione ma che comprende anche le dichiarazioni di Salvini contro la legge Basaglia e quelle del ministro Fontana al momento del suo insediamento o il recente decreto sulle armi. Un attacco a tutto tondo a un modello di società che sia anche vagamente democratico o progressista che si inserisce in una deriva autoritaria complessiva a livello europeo.

Ma i responsabili del radicamento di un movimento reazionario di massa sono quei partiti che da un lato si sono incaricati di gestire le politiche di massacro sociale imposte dall’Unione Europea (che hanno creato l’humus del malcontento sociale) e dall’altro hanno cercato nella sponsorizzazione di soggetti xenofobi e neo-fascisti un’arma fondamentale per potersi presentare come baluardo della democrazia e della stabilità.

Ed è anche contro questi soggetti che bisogna attrezzarsi affinché le giuste rivendicazioni di un movimento popolare non vengano strumentalizzate o assimilate e annacquate in salsa liberale.

L’uguaglianza formale non esiste senza uguaglianza sostanziale ed è per questo che la battaglia per i diritti delle donne chiama in causa la lotta per i diritti sociali, la lotta contro un modello economico basato sulla precarietà e lo sfruttamento.

Se l’attacco è complessivo, allora la sfida che abbiamo di fronte riguarda tutti, richiede sia di individuare i nemici sia di mettere in campo un’idea complessiva di società che si opponga a quella dominante che ci viene imposta, nei suoi caratteri più o meno esplicitamente reazionari.

Rete dei Comunisti

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17/07/2018

Dopo una sbronza mi aspetto un mal di testa, non uno stupro!

Secondo la sentenza della Corte di Cassazione numero 32462 emessa dalla terza sezione penale, uno «stupro non ha aggravanti se la vittima si è ubriacata».

Per i Supremi giudici lo stupro di gruppo c’è stato, ma va esclusa l’aggravante per l’uso di sostanze alcoliche o stupefacenti perché la ragazza ha assunto alcool “volontariamente”.

Una sentenza molto grave che sposta l’attenzione dallo stupro alla colpevolizzazione della donna e della sua vita. Ribadisce il concetto patriarcale che se scegli di bere scegli anche di essere violentata. L’ennesima violenza sui corpi, sulle menti e sull’autodeterminazione delle donne!

Sottolineiamo le affinità tra il caso de la Manada in Spagna e il caso dello stupro di Firenze da parte di due carabinieri in servizio ai danni di due studentesse americane.

Non Una Di Meno scese in piazza contro la cultura machista delle forze dell’ordine e la violenza dei tribunali, ribadendo che: «dopo una sbronza mi aspetto un mal di testa non uno stupro!».

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09/03/2018

8 marzo: senza diritti non cè uguaglianza

Ieri anche a Bologna come in altre città,la piattaforma di Non Una di Meno ha riempito le piazze e le vie del centro con dibattiti, azioni comunicative e presidi in occasione della giornata dell’8 marzo.

Dalla mattina molte e molti hanno animato un presidio in Piazza Maggiore per riportare in strada i temi della violenza maschile contro le donne, della violenza di genere e dell’antisessismo, schierandosi contro la discesa dal palazzo comunale di Lucia Borgonzoni, esponente locale della Lega, e respingendo a gran voce la provocazione, poiché la piazza non era aperta a nessun partito portatore di politiche razziste, sessiste e omofobe. “Il #metoo quest’anno ha dato un’enorme spinta alla denuncia contro le malattie sul lavoro, alla denuncia della violenza maschile contro le donne, la violenza di genere. La risposta di Non una di meno è #weetoghether: noi insieme possiamo fare cambiare radicalmente la società. Non accettiamo strumentalizzazioni fasciste e razziste sui nostri corpi, scioperiamo”.

Nel pomeriggio, uno striscione è stato srotolato da Eurostop all’interno di quella piazza con scritto “L’UE licenzia le donne in gravidanza, senza diritti nessuna uguaglianza”. La presenza di Eurostop all’interno della piazza si è così caratterizzato, a Bologna come a Roma, Senigallia e Torino, e ha denunciato la recente sentenza della corte di giustizia UE (leggi qui) che ha di fatto legittimato il licenziamento di una donna in stato di gravidanza nell’ambito di una procedura di licenziamento collettivo, sdoganando così la possibilità per gli stati membri dell’UE di introdurre leggi nazionali che permettono alle aziende il licenziamento in stato di gravidanza. Una sentenza che non ha bisogno di essere commentata e che sancisce, una volta per tutte, il ritorno a politiche che alimentano la disparità di genere, con la benedizione dell’Unione Europea.

“In questo contesto” scrive Eurostop “le lavoratrici sono oggi soggetti sempre più ricattabili: l’assenza di welfare si somma alla difficoltà di accesso al mondo del lavoro e quando ciò avviene, le condizioni si basano su sfruttamento e precarietà. Oltre all’elemento discriminatorio, questa sentenza manifesta la volontà delle istituzioni europee, di sperimentare, in questo caso sulle donne, le formule di abbattimento dei diritti fondamentali dei lavoratori, costruendo un modello in cui la vita e gli interessi delle classi popolari sono subordinate agli interessi del profitto.”

Anche l’USB in piazza a fianco di migliaia di lavoratrici presenti, per denunciare quanto, in un mondo ormai del tutto segnato dal precariato e dall’instabilità, la discriminazione di genere si traduca in disparità salariale, licenziamenti in gravidanza e difficoltà di accesso al mondo del lavoro.

In serata, all’interno dell ormai “tradizionale” corteo di Non Una di Meno si è parlato di aborto, di libertà di genere, di autodeterminazione e di violenza, ma anche temi come il Jobs Act, le politiche di austerity, di diritto al welfare e antifascismo, perché lo sfruttamento della donna, come lo sfruttamento della classe dei lavoratori, trova in questo sistema capitalista e patriarcale il suo nemico da combattere.

Il corteo dal centro della città ha attraversato Bologna fino a piazza dell’Unità, un altro centro, simbolico, della periferia di questa città e si è sciolto nel cuore della Bolognina.

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24/11/2017

Il lunghissimo autunno del patriarca italiano

E’ durato dodici ore e mezzo (!) l’incidente probatorio in cui sono state acquisite le testimonianze delle due studentesse americane aggredite e stuprate il 7 settembre scorso a Firenze. Gli avvocati dei carabinieri accusati di aver compiuto quello stupro hanno dichiarato sprezzanti “niente scuse, al limite sono stati fessi a farle salire nell’auto di servizio”.

Sono passati 39 anni dal quel famoso processo per stupro che si svolse a Latina nel 1978 ripreso dalla RAI e mandato poi in onda la sera del 26 aprile 1979. Quella sera milioni di italiani poterono assistere ad un processo in cui una mentalità intrisa di maschilismo fu in grado di trasformare la vittima in istigatrice e quindi in imputata. Ecco, a me sembra ieri. Sarà perché si tratta di carabinieri? Si, sicuramente nelle così dette “forze dell’ordine” c’è un nucleo oscuro, duro a morire, fatto di fascismo, sessismo ed arrogante maschilismo che si ammanta dei miti di una grottesca virilità d’antan. Ma non è solo lì che si manifesta questa revanche maschilista.

In ampi settori della società italiana, nel corso dell’ultimo decennio, ci sembra di assistere ad un forte regresso nei confronti delle donne fatto di violenza fisica, morale, psicologica, anche e soprattutto, nell’accesso e/o nel mantenimento di un posto di lavoro, benché quasi sempre precario. Si tratta di un’involuzione che si sta rendendo sempre più visibile e tangibile anche sul piano della linguaggio e della cultura.

E’ un rigurgito certamente sospinto dalla selvaggia deregulation sociale ed economica in atto nel nostro paese quanto dall’inarrestabile declino di un certo patriarcato tipicamente italiano sopravvissuto a modernità e globalizzazione. Qualcosa che ha molto a che fare con la storia di un paese – il nostro – che non ha mai davvero fatto in conti con il proprio passato e che, per dirla con il mai tanto compianto Monicelli, “non ha mai fatto una bella rivoluzione”, mentre, non a caso, non riesce a smettere di consumare vendette nei confronti di chi ha provato a farla davvero quella rivoluzione qualche decennio fa, ed ha perso.

Ma quel passato si è saldato con un presente in cui si fa la guerra ai poveri (mai alla povertà), agli ultimi, ai più deboli, cioè, alle “vite di scarto” che provengono da paesi depredati o in guerra o che produciamo in loco. Quelle vite sospinte ai margini da un modello sociale improntato alla massima flessibilità ed alla competizione totale proprio mentre il welfare state viene svuotato ogni giorno di più. Le donne, stanno pagando un prezzo altissimo sull’altare di questa trasformazione.

Appena due giorni fa SOS Stalking ha diffuso i dati sugli omicidi di donne in Italia, che prima della fine di questo 2017 sono già 84 (contro gli 88 registrati a novembre 2016, quando i casi totali di omicidi di donne furono 115). Uno studio del Ministero di Grazia e Giustizia ha esaminato 417 sentenze per violenze di genere, 355 delle quali su femminicidi avvenuti tra 2012 e il 2016: nel 63,8% di questi si tratta di omicidi avvenuti dentro le mura domestiche con un aumento significativo nel nord ed una flessione al sud.

A Firenze sono state violentate due ragazze americane e, tuttavia, ciò non è bastato a ridurre l’arroganza e la tentazione di rovesciare subdolamente i ruoli di vittime e carnefici. Ma cosa accade, però, quando ad essere stuprate sono, ad esempio, le migranti straniere rinchiuse nei CIE (Centri di identificazione ed espulsione degli stranieri irregolari)? In quei lager dove gli esseri umani reclusi non hanno alcun diritto ed i giornalisti non hanno accesso, non è difficile immaginare che si verifichino moltissimi casi di abusi e violenze sessuali nei confronti delle donne che vi sono segregate. Certamente, molti più di quelli portati alla luce con estrema difficoltà a causa dell’enorme condizione di ricattabilità delle vittime.

Davanti a tutto ciò, dopo un anno esatto dalla marea umana che ha invaso le strade di Roma, un anno in cui hanno continuato ad incontrarsi passando per la proclamazione dello sciopero generale dell’8 marzo scorso sabotato dalle organizzazioni sindacali tradizionali, le donne che aderiscono alla Rete femminista internazionale “ Non una di meno” si sono nuovamente date appuntamento per una grandissima manifestazione che si terrà a Roma il prossimo 25 novembre per lanciare, nella giornata contro la violenza sulle donne, il loro “Piano Femminista dal basso contro la violenza”, frutto di una straordinaria quanto inedita elaborazione politica collettiva.

Fonte

14/11/2017

Non una di meno. La marea sta tornando, non si fermerà. 25 novembre in piazza

Siamo tornate a riempire le piazze di oltre 30 città in Italia, in migliaia in corteo a Roma e a Milano per reagire e dire basta alla violenza sui nostri corpi. Nella giornata mondiale internazionale per l’aborto libero e sicuro ci siamo riprese lo spazio pubblico per denunciare quel che le donne vivono sul piano della salute sessuale e riproduttiva.

Al non riconoscimento de facto della legge 194, con una media del 70% di ginecologi obiettori sul territorio nazionale, si accompagnano le violenze perpetrate nei reparti di ginecologia e maternità, dove le donne e le persone intersessuali subiscono l’abbandono, la disinformazione, l’umiliazione e procedure mediche coercitive.

Respingiamo i consigli paternalisti di chi ci vorrebbe rassegnate al nostro destino di angeli del focolare, fragili ancelle di una società misogina e patriarcale. Rifiutiamo con forza la retorica vittimista, funzionale soltanto al nostro addomesticamento, alla nostra marginalizzazione nel discorso e nello spazio pubblici, nei rapporti sociali. Ai femminicidi, alle violenze, agli stupri, non corrispondono una presa di coscienza e delle azioni di contrasto adeguate da parte delle istituzioni e della società tutta che, anzi, continuano a utilizzare retoriche volte a colpevolizzare le donne. Dai giornali, ai tribunali, agli ospedali le nostre vite sono passate al setaccio e giudicate, la nostra autonomia offesa e ostacolata.

Abbiamo riaffermato la centralità della libertà di scelta sui nostri corpi e desideri, rifiutando qualsiasi norma che tenti di imbrigliare le nostre forme di vita e soggettività favolose e smascherando l’inganno di politiche autoritarie e razziste che, in nostro nome, strumentalizzano la violenza di genere, proponendosi come la (falsa) soluzione a un fenomeno che da tempo definiamo strutturale.

Abbiamo riempito le piazze non solo con un’utopia, ma con tutta la nostra concretissima realtà: quella dei centri anti-violenza, degli sportelli autogestiti, delle consultorie transfemministe queer, delle studentesse e delle insegnanti, delle precarie, delle migranti, di tutt* coloro che quotidianamente lottano contro ogni forma di violenza e subordinazione, di sessismo e di razzismo.

Nuovamente al grido di Non Una Di Meno ci siamo rimesse in cammino: un percorso che fin dalla prima assemblea nazionale ha avuto la capacità di mettere insieme l’ampiezza e la complessità dei femminismi, delle esperienze di lotta, di riappropriazione, autogestione e mutuo soccorso delle donne nel nostro Paese. Abbiamo scioperato l’8 marzo insieme alle donne di oltre 60 paesi nel mondo, dal lavoro produttivo e riproduttivo, rifiutando le politiche globali di sfruttamento e il nuovo impoverimento che colpiscono in primo luogo le donne.

Il 25 novembre torneremo a essere marea nella giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne, riempendo ancora le strade con la ricchezza, la complicità, la solidarietà dei nostri corpi, la potenza dei nostri desideri e delle nostre rivendicazioni.

Siamo marea, stiamo tornando a inondare le strade!

Fonte

13/11/2017

Essere marea a Genova. Intervista ad Anna Lucia Dimasi di NonUnadiMeno

Il movimento Non Una di Meno compie un anno dopo la riuscita manifestazione del 26 novembre 2016. Quella mobilitazione è stata un passaggio dello sviluppo organizzativo virale e della presa sull’immaginario femminile dell’associazione argentina “Ni Una Menos”. Questa esperienza era sorta circa due anni fa e aveva posto con urgenza la necessità di una risposta politica organizzata alla violenza sulle donne che assume, nella società contemporanea a qualsiasi latitudine, sempre più il profilo di un vero e proprio femminicidio. Il movimento da “marea” è divenuto una presenza più strutturata, con un vivace dibattito interno e la capacità di declinare le tematiche di genere fuori dalla marginalità politica a cui erano state relegate da ciò che potremmo definire la “contro-offensiva patriarcale” guidata dalle correnti più reazionarie della chiesa cattolica e dai loro referenti politici. Questa ipotesi organizzativa si sta muovendo con successo su un piano sul quale molti hanno osato, ma finora pochi sono riusciti: quello della ricomposizione politica attorno a tematiche di genere, spesso connesse alla condizione sociale complessiva della donna. Un elemento qualificante e imprescindibile per la tenuta di questo movimento femminista è il radicamento nei territori e la capacità di dialogo con ciò che di vivo si esprime attualmente a livello di mobilitazioni politico-sociali. Per questo motivo abbiamo deciso di raccogliere la testimonianza di Anna Lucia Dimasi, del movimento Non Una di Meno della Superba.

Puoi darci un quadro della violenza di genere a livello genovese e quali sono attualmente gli strumenti “istituzionali” messi in campo per affrontarla dal punto di vista della prevenzione, della “protezione” delle donne colpite da violenza ed in generale della battaglia politico-culturale contro il femminicidio?

In Liguria, pur essendoci un Osservatorio Regionale sulla violenza contro le donne che monitora il fenomeno, non viene pubblicato alcun rapporto annuale con i dati aggiornati. Quindi è difficile fornire un quadro della situazione genovese, se non attraverso i pochi dati forniti dai media locali in due occasioni l’anno: l’8 marzo e il 25 novembre. Questi dati sono estremamente parziali sia perché non viene fatto un lavoro di data journalism, sia perché si riferiscono solo alle donne che accedono ai Centri Antiviolenza. Trattandosi di un fenomeno sommerso, è chiaro che il numero di accessi non può restituire un quadro completo. Per fare ciò, i dati più aggiornati a nostra disposizione sono quelli dell’indagine campionaria Istat riferita all’anno 2014 secondo la quale la Liguria è la prima regione del Nord per numero di donne vittime di violenza fisica e sessuale: nel periodo esaminato quasi 29mila donne residenti in regione hanno dichiarato di aver subito violenza. Annualmente ai Centri Antiviolenza si rivolgono poco meno di un migliaio di donne. Questo scarto numerico è presente anche sul piano nazionale e internazionale.

Per quanto riguarda gli strumenti messi a disposizione dal Comune di Genova per affrontare il fenomeno, la situazione è abbastanza complessa. Bisogna premettere che a Genova non esiste un centro antiviolenza pubblico, ma i tre centri antiviolenza che operano sul territorio (Centro Antiviolenza Mascherona, Centro per Non Subire Violenza e Centro Pandora) sono gestiti da cooperative sociali che collaborano tra loro e con il comune attraverso il “Patto di Sussidiarietà”, una rete formale istituita nel 2014. Inoltre sono presenti dei tavoli di rete per favorire e coordinare il lavoro delle istituzioni pubbliche e degli enti che a vario titolo si occupano del fenomeno. Recentemente, la nuova giunta comunale, ha deciso di istituire dei Corsi di Autodifesa contro la violenza sulle donne. Alcune associazioni che si occupano del fenomeno e Non Una Di Meno Genova hanno mostrato forti perplessità riguardo questo strumento. Noi crediamo che sia necessaria, in primo luogo, un investimento cospicuo sulla prevenzione che parta dalle scuole di ogni ordine e grado. Crediamo che il Comune, in quanto istituzione, debba impegnarsi in questo senso perché non devono essere le donne che devono imparare a difendersi, ma è la cultura che deve cambiare! Con questo non vogliamo dire che siamo contrarie ai Corsi di Autodifesa Femministi che sono uno strumento che rivendichiamo in quanto parte delle pratiche femministe, ma nutriamo dei forti dubbi sulla sua applicazione istituzionale.

Il movimento NUdM in Italia ha esordito con una manifestazione il 26 novembre 2016. È stata una mobilitazione ben riuscita, descritta perfettamente dall’espressione “marea in movimento”. Da allora si sono sviluppate le realtà territoriali. Come si è sviluppato questo processo a Genova, quali realtà la compongono? Qual è il ruolo dei Centri Antiviolenza genovesi all’interno di NUdM?

Le realtà territoriali hanno iniziato a muovere i prima incerti passi poco prima della manifestazione del 26 novembre 2016. Anche qui a Genova, in seguito all’appello di lancio della manifestazione, con un gruppetto di donne abbiamo deciso di vederci per parlare del movimento Non Una Di Meno. La manifestazione del 26 novembre e, soprattutto, l’assemblea del giorno successivo ci hanno dato lo sprint per tornare a Genova e avviare un percorso territoriale che è tutt’ora in piedi. Un percorso che si è sempre più allargato e vede la partecipazione di singole e singoli, di donne appartenenti a collettivi, di associazioni femministe e di sindacati e anche delle operatrici dei due centri antiviolenza della rete D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, che, anche a livello nazionale, è parte attiva del movimento Non Una Di Meno. In particolare, nelle assemblee nazionali che si sono svolte in quest’anno, i Centri Antiviolenza hanno dato un notevole contributo al tavolo “Percorsi di fuoriuscita dalla violenza”.

A partire dalla propria natura di movimento femminista e anti-patriarcale, il movimento si contestualizza con il quadro politico cittadino e nazionale. A livello nazionale infatti c’è il rifiuto delle politiche repressive, xenofobe e razziste messe in atto dal governo. Nel caso cittadino, in occasione delle elezioni comunali, vinte dal candidato di centro destra Bucci, è stato elaborato un vero e proprio programma politico, intitolato “La Città che Vogliamo – Una carta femminista per Genova”. Da questo documento emerge una lettura femminista del quadro politico. Ci puoi tratteggiare gli orientamenti politici del movimento genovese?

Nel succitato documento “La Città che vogliamo – Una carta femminista per Genova” abbiamo tratteggiato i nostri orientamenti politici. È stato un lavoro lungo e frutto di un’intensa mediazione perché, come ho detto nella precedente risposta, Non Una Di Meno Genova si compone di realtà diverse ma con alcune visioni comuni. In particolare, leggendo il documento, nella richiesta di una città accogliente per tutte, emerge la nostra anima antirazzista e la nostra opposizione alle politiche xenofobe. Nel rifiuto del lavoro gratuito e sottopagato emerge la nostra opposizione al Job’s Act, all’Alternanza Scuola-Lavoro e alle politiche di accoglienza che prevedono di sfruttare i migranti. Opposizione portata avanti anche a livello nazionale. Dai punti relativi ai servizi pubblici e al welfare, emerge il nostro orientamento politico di sinistra.

Tra le forme di lotta di cui si avvale il movimento, è stato particolarmente rilevante lo sciopero dell’8 marzo, che a Genova è stato declinato con il presidio davanti all’Ospedale Galliera, nel quale non viene praticata IVG, e con una manifestazione che si è caratterizzata per una presenza significativa di giovani e giovanissime fino ad allora “esterne” ai circuiti dell’attivismo politico. Successivamente ci sono state altre iniziative, che includono anche la presenza di alcune compagne all’interno di manifestazioni antifasciste e che hanno contribuito ad una declinazione in chiave anche anti-sessista di queste. Ci puoi descrivere gli strumenti di cui vi siete dotate?

“Dare legittimità politica all’anti-sessismo, conquistando spazi di discussione e rendendo strutturale il discorso e le pratiche anti-sessiste all’interno delle lotte”. É un punto del report del tavolo “Sessismo nei movimenti” dell’assemblea del 27 novembre 2016, un tavolo che ha visto la partecipazione di alcune di noi e che ci ha fornito molti spunti di riflessione e strategie pratiche. A livello territoriale non riusciamo ad applicare quanto vorremmo tali strategie, ma nel nostro piccolo ci proviamo e la partecipazione di alcune di noi ad assemblee cittadine antifasciste rientra in quest’ottica. Gli strumenti sono tanti e proveremo ad adoperarli sempre di più perché crediamo che solo con una azione continua si può raggiungere l’obiettivo di non vedere l’anti-sessismo come tema, ma come una chiave di lettura dell’esistente.

L’ultima manifestazione a favore “dell’aborto libero e sicuro”, si è svolta il 28 settembre scorso, al grido di “Ve la siete cercata!”. Anche in questo caso NudM ha evidenziato le differenze anche profonde tra un certo modo mainstream di concepire, rappresentare ed agire contro la violenza maschile in un’ottica solo “vittimista” e un atteggiamento diametralmente opposto. Come si è svolta la manifestazione a Genova? Come il movimento NUdM Genova coniuga la lotta femminista e quella delle politiche repressive spesso promossa utilizzando strumentalmente la sovra-esposizione solo di alcuni aspetti della violenza di genere?

Anche qui a Genova, la manifestazione del 28 settembre ha unito due tematiche: l’aborto libero e sicuro e l’opposizione alla rappresentazione tossica delle donne che subiscono violenza. In particolare, per quest’ultima, abbiamo deciso di smantellare completamente il “Muro delle bambole”, simbolo di un modo grottesco e ipocrita di contrastare la violenza di genere, un’istallazione macabra dove la donna è rappresentata eternamente come vittima. Le donne non sono bambole, non siamo vittime da mettere al muro, ma protagoniste delle nostre vite e del cambiamento della società nel suo insieme.

Infine, alla luce di quanto detto fin ora, che prospettive future di ulteriore radicamento ha il movimento NUdM a Genova?

Il percorso di NUdM Genova è ancora in divenire. Molto è stato fatto, ma tanto abbiamo in programma verso il 25 novembre e non solo. Il 17 novembre stiamo organizzando un presidio dal Tribunale per parlare del grave problema della “seconda violenza”, quella perpetrata dai tribunali nei confronti delle donne che sono sopravvissute alla violenza. Ci riferiamo non solo agli scandalosi processi a cui è sottoposta la donna in seguito alla denuncia di violenza sessuale, ma anche al fatto che troppo spesso in caso di violenza domestica il tribunale interviene a favore del padre per quanto riguarda l’affidamento dei minori. Grideremo a gran voce che un marito violento non può essere un buon padre! Il 19 novembre presenteremo il Piano Femminista Antiviolenza, frutto di un anno di confronto nazionale di NUdM.

Ovviamente non ci fermeremo il 25 novembre, ma continueremo a lavorare sul territorio perché siamo convinte che c’è tanto bisogno di femminismo. Vogliamo organizzare delle consultorie di piazza sulla salute delle donne e vogliamo partire dal basso, dalle necessità reali. Per questo stiamo raccogliendo, attraverso un questionario online e cartaceo, le opinioni di molte e di molti per decidere insieme da quale argomento partire. Inoltre, vogliamo riempire l’istallazione del “Muro delle Bambole” con i nostri contenuti contro la rappresentazione vittimistica delle donne. Queste sono solo alcune idee che abbiamo in cantiere, ma gli argomenti sono davvero tanti e la voglia di fare non ci manca!

Link alla Carta “la Città che vogliamo – Una Carta Femminista per Genova“: https://www.facebook.com/notes/non-una-di-meno-genova/la-citt%C3%A0-che-vogliamo/1906993756237476/

Link del report del tavolo “Sessismo nei movimenti” del 27 novembre 2016 https://nonunadimeno.wordpress.com/2017/02/15/report-del-tavolo-sessismo-nei-movimenti-assemblea-4-5-febbraio-2017-a-bologna/

Link questionario per la consultoria https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLScY7MTep6mwTYaUPFwsUREOPbFhUxYF5yzg5xZ4pXzI8obtzA/viewform?usp=sf_link

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29/09/2017

“Ve la siete cercata”. Oggi le donne tornano in piazza


Il 28 settembre le donne tornano in piazza in tutto il pianeta per la giornata mondiale per l’aborto libero. In Italia, seppur formalmente garantito dalla legge 194, è nei fatti progressivamente negato. L’obiezione di coscienza ha raggiunto livelli non più accettabili con una percentuale del 70% di medici obiettori nella media nazionale.

Occuperemo di nuovo le piazze per dire che l’obiezione di coscienza è una delle forme di violenza che viene agita ogni giorno contro le donne. Sentiamo forte l’urgenza che il 28 settembre sia una giornata di lotta per rispondere all’attacco feroce che mai come in queste settimane ci sta riguardando.

I fatti di cronaca delle ultime settimane e il modo indegno in cui gli stessi sono stati trattati, dai media come dalle istituzioni, hanno ormai svelato che cosa è in gioco quando si parla della violenza di genere: il corpo delle donne è un terreno oggetto di conquista, un terreno da espropriare. Questo è lo sguardo alla base della cultura patriarcale che porta al conseguente gesto della violenza maschile e alle sue molteplici giustificazioni. Oggi, nello stato di emergenza e di crisi permanente in cui viviamo, quel gesto trasforma i nostri corpi in un campo di battaglia su cui tracciare nuove linee di confine. La violenza maschile diventa lo strumento utile a legittimare e imporre, allo stesso tempo, il ritorno all’ordine delle donne e delle soggettività fuori norma, così come le politiche autoritarie e razziste.

Ed è così che quando a compiere la violenza è un migrante diventiamo le “loro donne” – proprietà dei “patri uomini” – da difendere contro l’invasione straniera. Poi, un attimo dopo, se a “cadere in tentazione” è il maschio italico, magari in alta uniforme, sotto sotto è colpa nostra, delle nostre abitudini leggere e indecorose, del femminismo che ci ha instillato la falsa credenza nell’autodeterminazione, nell’autodifesa, nella libertà. Il nostro corpo allora andrebbe coperto, circondato da una “corazza protettiva”, secondo le ormai celebri parole del “manuale per le donne” de Il Messaggero, e perché no, costretto tra le sole mura domestiche. Del resto, ce lo insegna il senatore D’Anna, il desiderio maschile è “istinto primordiale”, se non teniamo conto di ciò, vuole dire che un po’ ce l’andiamo a cercare!

Se a morire, invece, è una ragazza di 16 anni, uccisa da un ragazzo di 17, la cronaca nera torna di nuovo utile a derubricare il fattaccio a trama usurata da romanzetto rosa-nero – la gelosia, il fidanzatino, la devianza, la droga – e a occultare questioni ben più scomode. Sarebbe, infatti, il caso di cominciare a interrogarsi sui modelli dell’identità maschile piuttosto che stilare vademecum antistupro.

Rifiutiamo la cultura del possesso che innesca la violenza maschile. Rifiutiamo la retorica su cui si fonda: il “destino biologico” di fragilità e inferiorità a cui saremmo naturalmente assegnate. È questo che vogliono farci credere nelle corsie degli ospedali, quando schiere di obiettori ci impediscono di scegliere quando, come e se diventare madri o quando la nostra vita vale comunque meno del feto che portiamo. È questo che ci ripetono nelle aule dei tribunali, quando nei processi per stupro diventiamo noi le imputate, o quando non possiamo decidere se procedere o meno contro il nostro stalker. È questo che scontiamo senza indipendenza economica, con i salari più bassi dei nostri colleghi, con le molestie sul lavoro, con la cura della famiglia sempre più sulle nostre spalle.

Non accettiamo il ricatto della paura, che vuole le strade delle nostre città come savane infestate da predatori, da cui ci si può difendere solo rinunciando alla libertà di muoversi e al prezzo di una diffusa militarizzazione e videosorveglianza.

La nostra difesa non la deleghiamo perché le strade sicure le fanno solo le donne che le attraversano.

Uno stupro è uno stupro, e a stuprare sono gli uomini, al di là della loro nazionalità, provenienza o estrazione sociale. Inoltre a commettere violenze sono nella maggioranza dei casi fidanzati, mariti, amanti, ex compagni, datori di lavoro.

È arrivato il momento di tornare in piazza, a gridare che respingiamo ogni forma di violenza e di strumentalizzazione sui nostri corpi. Razzismo e sessismo si giocano, infatti, sui corpi delle donne migranti e native. Lo mostrano le politiche di blocco delle frontiere, che negano la libertà di scegliere dove e come muoversi consegnando le vite delle donne migranti alla morte, alla violenza sessuale, allo sfruttamento. Ma anche la violenza del razzismo istituzionale messa in campo nelle nostre città, come hanno mostrato gli idranti di piazza Indipendenza a Roma, utilizzati contro chi rivendicava(no) il diritto a decidere come vivere.

Il 28 settembre le donne saranno in piazza per la giornata mondiale per l’aborto libero e sicuro [www.28september.org]. In Italia, seppur formalmente garantito dalla legge 194, è nei fatti progressivamente negato. L’obiezione di coscienza ha raggiunto la media nazionale del 70% di medici obiettori ed è una delle forme di violenza che viene agita ogni giorno contro le donne. Il 28 torneremo a chiedere che l’aborto sia ovunque depenalizzato, garantito e sicuro, un diritto per le donne di tutti i paesi.

Non solo, in Italia i fatti di cronaca delle ultime settimane e il modo indegno in cui gli stessi sono stati trattati, dai media come dalle istituzioni, hanno svelato chiaramente che quando parliamo di violenza di genere è in gioco il corpo delle donne come oggetto di conquista e terreno da espropriare. Questo è lo sguardo alla base della cultura patriarcale che porta al conseguente gesto della violenza maschile e alle sue molteplici giustificazioni.

Sui nostri corpi e della nostra vita decidiamo solo noi, donne, trans, queer...

Torneremo a gridare che se questa è guerra contro le donne, noi risponderemo!

Ve la siete cercata!

Libere dalla paura, unite nella solidarietà!

Non una di meno Roma

(Foto di Patrizia Cortellessa)

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27/09/2017

Giovedì le donne in piazza: Non una di meno

Il 28 settembre Nonunadimeno torna nelle piazze di tutta Italia per la giornata internazionale dell’aborto libero, sicuro e gratuito

Il diritto all’autodeterminazione è più che mai oggi messo in discussione nel nostro Paese, basti pensare che la scelta delle donne di rinunciare alla maternità è ostacolata da un sistema sanitario pubblico che conta il 70% dei medici obiettori.

In molte Regioni e in centinaia di strutture sanitarie pubbliche – per non parlare delle farmacie! – le donne non solo non sono libere di scegliere se, come e quando diventare madri ma il loro stesso diritto alla salute è messo seriamente in discussione da un inevitabile ritorno a pratiche clandestine.

D’altro canto le politiche repressive, volte a silenziare quel dissenso prodotto dagli inediti livelli di disuguaglianze sociali e materiali raggiunti, spianano la strada a quella cultura razzista e sessista da sempre figlia del patriarcato.

La violenza, in tutte le sue più becere espressioni entra in scena, ed anch’essa viene messa a profitto dai media mainstream, per nasconderne le determinanti e legittimare le politiche securitarie.

In Italia, questo modello di azione è più che mai palese e ne è prova l’escalation di violenza contro le donne durante l’estate aggravata da racconti mediatici volti a fomentare l’odio razziale.

E’ una guerra tra poveri quella che si vuole determinare e i corpi delle donne – native e migranti – divengono così il primo campo di battaglia, le prime soggettività da violare.

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16/07/2017

Donne, welfare, lavoro. Quello che il Rapporto Inps non dice

Non vi è rapporto annuale di fonte istituzionale che non ricordi a questo paese le profonde discriminazioni che le donne vivono dentro e fuori il mercato del lavoro.

È ora la volta del Rapporto annuale dell’Inps che, nell’analisi dei dati pensionistici, misura anche il “prezzo”, in termini retributivi, che le donne lavoratrici pagano quando decidono di diventare madri. Si tratta di una perdita secca relativa al proprio reddito che, a soli due anni dalla nascita di un figlio o una figlia, si aggira attorno al 35%.

Una donna su quattro circa, nei 24 mesi successivi alla nascita del bambino o della bambina, si trova infatti costretta a lasciare la propria occupazione a causa delle enormi barriere che incontra nel preservare il proprio posto di lavoro. Difficoltà di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, sovraccarico del lavoro riproduttivo e domestico, l’ormai rarefatta offerta pubblica di servizi all’infanzia, alla cura degli anziani e dei disabili, condannano sempre più spesso le donne alla disoccupazione forzata e al ruolo di supplenti permanenti del welfare state in via di dissoluzione. Ma anche per coloro che riescono, dopo la gravidanza, a mantenere il lavoro (perlopiù precario), la discriminazione non tarda a palesarsi: in media, dopo la nascita della figlia o del figlio, nella busta paga queste donne trovano il 10% in meno del proprio precedente stipendio.

Ancor più grave è l’aumento del fenomeno dell’interruzione del rapporto di lavoro se si pensa al già esiguo tasso di occupazione femminile: in Italia si ferma al 48,5%, contro il 61,2% nella UE (peggio di noi solo la Grecia). In altri termini, continua a crescere il tasso di mancata partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Ed è altrettanto evidente, a partire da queste storie di bassa, intermittente o inesistente contribuzione, quale sarà, nei prossimi decenni, l’entità della povertà femminile in vecchiaia.

Insomma, la stessa Relazione dell’Inps spiega con chiarezza l’impatto che queste dinamiche hanno sulla propensione alla maternità, e dunque come sia sempre più difficile che le lavoratrici precarie e con scarse tutele contrattuali – ossia la maggior parte della forza-lavoro femminile – scelgano di diventare madri. La preoccupazione di Tito Boeri in merito è assai semplice: sempre meno donne lavoratrici, sempre meno figli, sempre meno contributi versati nelle casse dell’Inps. L’allarme che lancia: chi pagherà in futuro le pensioni? Lo stesso discorso vale per le e i migranti, di qui le ulteriori preoccupazioni del Presidente per la chiusura delle frontiere. L’auspicio è quello di agevolare, insieme all’occupazione femminile, un nuovo baby-boom, di tornare a far essere le donne italiane e non delle ben funzionanti macchine per la riproduzione, al netto di qualche concessione – briciole – sul piano del lavoro e del welfare.

Come Tavolo Lavoro e Welfare di Non Una Di Meno riteniamo fortemente inadeguate le misure prospettate in tal senso tanto dal Presidente Tito Boeri – per quanto nello scenario politico attuale possa sembrare addirittura figura illuminata – quanto dal governo.

Il punto dirimente, in una prospettiva femminista – in un paese in cui ogni due giorni una donna viene uccisa, in cui la nuova povertà riguarda primariamente le donne, in cui il tasso di disoccupazione femminile è altissimo, come quello, del resto, del differenziale salariale, in cui l’elemento della dipendenza economica continua a pesare come un macigno sulla possibilità per le donne di intraprendere percorsi di fuoriuscita da relazioni violente –, sta innanzitutto nell’abbattimento della logica secondo cui alle donne spetterebbero per definizione le attività domestiche e di cura. Di qui il rifiuto di ogni approccio teso a favorire la cosiddetta conciliazione tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo; la questione della riproduzione non è un “problema femminile”, ma riguarda tutti, perciò deve essere ri-socializzata alla società nel suo complesso. Per questo vogliamo che l’indennità di maternità sia generalizzata e incondizionata, non solo dunque per le lavoratrici subordinate e parasubordinate e non solo in presenza di un contratto di lavoro; lo stesso per quella di paternità, chiediamo cioè una radicale estensione di essa come sostegno effettivo alla genitorialità condivisa; il rifinanziamento, il potenziamento e l’accesso universale ai servizi per l’infanzia.

Ancora, vogliamo combattere la disparità salariale e i meccanismi di dumping – che colpiscono soprattutto le lavoratrici e i lavoratori migranti – con un salario minimo dignitoso almeno su scala europea. Vogliamo poter rifiutare il ricatto della precarietà, dei salari da fame, del lavoro purché sia, delle molestie e delle violenze sui luoghi di lavoro – in aumento dopo il Jobs Act, vista l’ormai totale assenza di tutele contrattuali e dunque la crescita esponenziale dei livelli di ricattabilità delle lavoratrici – attraverso l’introduzione di una forma di reddito di base, universale e incondizionato.

Lo abbiamo chiamato reddito di autodeterminazione, perché deve essere strumento di autonomia e liberazione, e non misura di intervento sulla povertà. Strumento di prevenzione – perché garanzia di indipendenza economica – rispetto al problema della violenza maschile sulle donne, e non solo risposta concreta ex post per tutte coloro che intraprendono percorsi di fuoriuscita da situazioni violente. Insomma, una misura assai distante da quella appena varata dal Governo per contrastare la povertà, il REI – reddito di inclusione –, di cui rifiutiamo i tratti distintivi: il fatto di essere categoriale (riguarderà cioè solo poche famiglie[1], con figli minori o disabili a carico e in condizioni di gravissima indigenza materiale misurata attraverso l’ISEE e IRS[2]), rivolto alla famiglia e non alla persona, condizionato a un percorso di “inclusione” la cui non osservanza da parte del beneficiario comporta la sospensione del beneficio stesso (peraltro irrisorio, 340 euro mensili circa, a tal punto da collocarsi al di sotto della soglia di povertà assoluta calcolata da ISTAT). Dunque niente di più lontano dai principi dell’universalismo, dell’individualità, dell’autodeterminazione e dell’autonomia sottesi alla nostra proposta femminista.

La famiglia – ormai anche i dati della stampa mainstream hanno dovuto riconoscerlo – è infatti il primo luogo di origine della violenza maschile contro le donne, per questo il calcolo dell’erogazione del reddito, affinché possa essere davvero uno strumento di autodeterminazione delle donne e di tutti, deve essere su base individuale; anche perché respingiamo l’imposizione della norma famigliare eterosessuale, per riconoscere piuttosto tutte le forme di affettività e relazionalità al di là di essa.

Rifiutiamo inoltre, come nel caso del REI, l’elemento della condizionalità, e quindi l’approccio workfaristico, perché netto è il rifiuto del ricatto dello sfruttamento: non vogliamo, in cambio di briciole, dover essere anche costrette ad accettare lavoretti che nulla c’entrano col nostro percorso formativo e professionale, utili solo alle aziende e alle amministrazioni per sfruttare manodopera a basso costo, quando non a titolo gratuito (i famosi lavori socialmente utili). Vogliamo piuttosto che la ricchezza che quotidianamente produciamo e che quotidianamente ci viene sottratta venga equamente redistribuita.

#GenitorialitàCondivisa
#NonConcilio
#WelfareUniversale
#RedditoDiAutodeterminazione
#SalarioMinimoEuropeo

[1] 400 mila famiglie saranno interessate dalla misura a fronte di 1.600.000 circa famiglie in condizioni di povertà assoluta.

[2] Con ISEE inferiore ai 6000 euro e IRS a 3000 euro.

Fonte