Le “rivelazioni” di Giuliano Amato sulla strage di Ustica riportano in evidenza le responsabilità della Nato non solo sugli 81 morti dell’abbattimento del DC-9 dell’Itavia nel giugno 1980, ma ci dicono molto anche sulle responsabilità della Nato e del loro azionista principale – gli Stati Uniti – nella stagione delle stragi che ha costellato la storia recente del paese.
Amato chiarisce che tra i vertici militari (e quelli dei servizi segreti) italiani “tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato, è prevalsa la seconda”. E non solo nella strage di Ustica.
Infatti anche una inchiesta e una sentenza su altre due stragi, Piazza Fontana a Milano nel 1969 e Piazza della Loggia a Brescia nel 1974, portano a indicare “i colpevoli di livello” negli ufficiali del Comando Nato FTASE di Verona.
Le indagini del giudice Salvini sulla Strage di Piazza Fontana avevano portato direttamente alla pista degli “amerikani” nel nostro paese come nucleo ideatore della stagione delle stragi. E gli agenti statunitensi, almeno quelli emersi dalle indagini, erano tutti in servizio alla base militare di Verona.
Nella strategia stragista, il giudice Salvini è arrivato a individuare i servizi segreti militari USA (non la Cia), e soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.
L’amerikano supervisore della rete degli uomini neri utilizzati nella strategia delle stragi ha un nome e un cognome: Joseph Luongo.
Questi è l’ufficiale Usa che cooptò nella guerra di bassa intensità anche alcuni criminali nazisti come Karl Hass (con cui Luongo si fa fotografare insieme in un matrimonio). Il suo braccio destro era un altro ufficiale statunitense: Leo Joseph Pagnotta.
Per la strage di Brescia, nelle 280mila pagine di atti dei processi depositati in quel Tribunale, oltre ai fascisti e ai servizi segreti italiani, nell’incubazione della strage emerge anche l’indicazione di un terzo livello di responsabilità che porta al Comando FTASE di Verona (Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa della Nato).
Il luogo dove sarebbe stata elaborata la strategia stragista era Palazzo Carli, a Verona, sede del Comando Nato. “Qui, con la copertura di generali dei paracadutisti italiani e statunitensi, si sarebbero svolte le riunioni preparatorie di un progetto stragista che avrebbe dovuto sovvertire la democrazia italiana e rinsaldare lo scricchiolante fronte dei regimi del Mediterraneo. Quello che, all’epoca, teneva insieme il Portogallo salazarista, la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista”, scriveva Carlo Bonini su La Repubblica riprendendo il dispositivo della sentenza sulla strage di Brescia.
Poco più di un mese dopo Ustica ci fu la strage alla stazione di Bologna. Quaranta anni dopo una sentenza definitiva ha provato a definirne le responsabilità. Eppure è noto a tutti e ampiamente comprovato che Licio Gelli, ritenuto mente e finanziatore, in Italia non “giocava in proprio” ma per conto degli USA. Quella giudiziaria è dunque una verità incompleta.
Infine, occorre rammentare che pochi giorni dopo la strage del Treno 904 (dicembre 1984), un ministro e compagno di partito di Giuliano Amato – Rino Formica – affermò esplicitamente di ritenere che l’attentato fosse opera di una “potenza alleata“.
In una famosa intervista Formica chiarì la sua valutazione sulla strage: “Ci hanno mandato a dire che l’Italia deve stare al suo posto sulla scena internazionale. Un posto di comparsa, di aiutante. Ci hanno fatto sapere, con il sangue, che il nostro paese non può pensare di muoversi da solo nel Mediterraneo. Ci hanno ricordato che siamo e dobbiamo restare subalterni”.
Ma la verità giudiziaria sulla strage del treno 904 ci ha consegnato le responsabilità solo della mafia, e la politica se l’è fatta bastare smettendo di fare domande.
Gli “uomini neri”, cioè gli autori delle stragi di Stato, non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest. Ma il perno del sistema operativo era proprio a Verona, lì dove tutto è cominciato ed è difficile dire che tutto sia finito.
In quella fase storica, Verona non era solo il “cuore nero” del paese, ma era il perno del comando degli operativi militari statunitensi e Nato nella frontiera del Nordest, quella di confine con la cortina di ferro dei paesi del Patto di Varsavia.
Non risulta che i governi italiani abbiano mai chiesto conto in via bilaterale o in Parlamento ai comandi militari della Nato di quanto è emerso dalle inchieste sulle stragi. Neanche quando il giudice Salvini pose esplicitamente il problema in sede di Commissione Parlamentari sulle stragi.
La strage di Ustica e le rivelazioni di Giuliano Amato allungano, ma non scoperchiano, questa lunga linea di sangue che la Nato ha seminato nel nostro paese, e tale responsabilità non può essere affibbiata solo ad uno dei membri della Nato: la Francia.
Adesso la morte biologica o l’età avanzata di molti protagonisti non consente di mettere tutte le caselle al loro posto e ricavarne una verità giudiziaria che renda giustizia su quanto accaduto nel nostro paese nel quindicennio che va dal 1969 al 1984, ma che almeno si consenta, a chi ha coraggio di farlo, di affrontare la verità storica e politica, senza pagine rimosse o “maledette” che impediscano alle nuove generazioni di comprendere pienamente cosa e perché è accaduto.
Il 17 dicembre 1981 un commando delle Brigate Rosse sequestrava clamorosamente il comandante del Comando militare FTASE di Verona: il generale statunitense Dozier. L’alto ufficiale venne liberato il 28 gennaio 1982 da un gruppo operativo dei Nocs (corpi speciali della Polizia) e con la supervisione statunitense.
È bene sapere o ricordare che per raggiungere quell’obiettivo non furono risparmiate torture ai militanti delle BR – sia uomini che donne – arrestati prima e dopo il sequestro. Il caso esplose nei mesi successivi e portò all’arresto di un giornalista de L’Espresso, Pier Vittorio Buffa, che aveva reso pubblici i casi di tortura. Poi confermati tre decenni dopo da uno dei suoi autori.
Ma un comandante della base militare FTASE di Verona non poteva non sapere che cosa stavano combinando i suoi uomini da oltre un decennio, e ancora in quel momento; e forse avrebbe dovuto e potuto rispondere a domande che fino ad allora nessuno gli aveva posto, né la magistratura né le autorità italiane sia sulle strage di Piazza Fontana che sulla strage di Brescia. I brigatisti non hanno avuto il tempo per formulare quelle domande.
Ma dopo questo avvenimento, sia la magistratura sia la politica hanno avuto tutto il tempo e le conoscenze per fare le domande che andavano fatte. Se ne sono ben guardati per anni, anzi decenni. Appunto, tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato, ha prevalso la seconda.
È vergognosamente evidente come i morti e i conti in sospeso tra il nostro paese e la Nato siano ormai troppi perché la verità storica e politica continui ad essere nascosta in nome di una alleanza politico/militare obsoleta, servile e guerrafondaia, che ha esposto il paese prima ad una sanguinosa guerra sul fronte interno ed ora ad una sanguinosa escalation di guerra sul piano internazionale.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Verona. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Verona. Mostra tutti i post
08/06/2023
Verona - Cinque poliziotti arrestati con l’accusa di tortura
Accusati di tortura e lesioni. Cinque poliziotti della Questura di Verona sono stati posti questa mattina alla misura cautelare degli arresti domiciliari. Sotto accusa sono finiti un ispettore e quattro agenti per presunti atti di violenza tra il luglio 2022 e il marzo 2023, nei confronti di persone sottoposte, a vario titolo, alla loro custodia perché momentaneamente private della libertà personale.
Il clamoroso esito è il risultato di indagini condotte per otto mesi dalla Squadra mobile di Verona, su mandato della Procura e hanno riguardato comportamenti che sarebbero sfociati anche in atti gravemente lesivi della dignità delle persone sottoposte ad accertamenti di polizia. Gli agenti avrebbero agito nei confronti di persone, soprattutto immigrati, sottoposte alla loro custodia.
Ai cinque indagati, oltre al reato di tortura, sono stati contestati, a diverso titolo, anche i reati di lesioni, falso, omissioni di atti d’ufficio, peculato e abuso d’ufficio.
Ma la decisione di procedere all’arresto non è stato un fulmine a ciel sereno, infatti i poliziotti destinatari ”delle misure cautelari erano già stati trasferiti ad altri incarichi all’indomani della chiusura delle attività di indagine e quindi da alcuni mesi”, sottolinea la questura di Verona in una nota.
Da indiscrezioni risulta che anche altri 10 agenti di polizia risultino indagati. ”Dopo i successivi accertamenti giudiziari”, il questore della provincia di Verona, ”ha altresì disposto – si chiarisce nella nota – la rimozione dagli incarichi di altro personale che, pur non avendo preso parte a episodi di violenza, si presume possa non aver impedito o comunque non aver denunciato i presunti abusi commessi dai colleghi”.
Fonte
Il clamoroso esito è il risultato di indagini condotte per otto mesi dalla Squadra mobile di Verona, su mandato della Procura e hanno riguardato comportamenti che sarebbero sfociati anche in atti gravemente lesivi della dignità delle persone sottoposte ad accertamenti di polizia. Gli agenti avrebbero agito nei confronti di persone, soprattutto immigrati, sottoposte alla loro custodia.
Ai cinque indagati, oltre al reato di tortura, sono stati contestati, a diverso titolo, anche i reati di lesioni, falso, omissioni di atti d’ufficio, peculato e abuso d’ufficio.
Ma la decisione di procedere all’arresto non è stato un fulmine a ciel sereno, infatti i poliziotti destinatari ”delle misure cautelari erano già stati trasferiti ad altri incarichi all’indomani della chiusura delle attività di indagine e quindi da alcuni mesi”, sottolinea la questura di Verona in una nota.
Da indiscrezioni risulta che anche altri 10 agenti di polizia risultino indagati. ”Dopo i successivi accertamenti giudiziari”, il questore della provincia di Verona, ”ha altresì disposto – si chiarisce nella nota – la rimozione dagli incarichi di altro personale che, pur non avendo preso parte a episodi di violenza, si presume possa non aver impedito o comunque non aver denunciato i presunti abusi commessi dai colleghi”.
Fonte
28/01/2022
Anche la strage di Brescia porta al Comando Nato di Verona
La chiusura delle indagini sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia del 1974, hanno visto emergere due nuovi nomi tra gli accusati della bomba contro una manifestazione antifascista. Ma hanno visto nuovamente comparire il Comando FTASE di Verona (NATO) come l’incubatore della strategia stragista in Italia dalla fine degli anni Sessanta.
La strage di Brescia, otto morti e un centinaio di feriti tra sindacalisti, lavoratori e passanti, aveva già visto indicare da una sentenza della Cassazione nel 2017 due colpevoli: Carlo Maria Maggi, ex capo dell’organizzazione neofascista “Ordine Nuovo” (deceduto) e Maurizio Tramonte, legato ai servizi segreti con il nome in codice di “Tritone”. Ancora in vita Tramonte chiede da tempo la revisione del processo.
Ma adesso si sono aggiunti i nomi di altri due neofascisti: Marco Toffaloni e Roberto Zorzi. Quest’ultimo, veronese, ma attualmente residente negli Stati Uniti, non va confuso con il più noto Delfo Zorzi.
Delfo Zorzi, anche lui neofascista veneto, ma coinvolto nella strage di Piazza Fontana, è fuggito da anni in Giappone ed è stato lasciato per anni al riparo da ogni richiesta di estradizione da parte delle autorità italiane.
Nel 2005 Delfo Zorzi viene assolto dalle accuse nella clamorosa sentenza della Cassazione sul secondo processo per la strage di Piazza Fontana, quella che dichiarava colpevoli i fascisti e gli agenti dei servizi segreti assolti nel primo processo, e quindi non più perseguibili per lo stesso reato.
Delfo Zorzi è tornato però recentemente alle cronache per l’inchiesta “Pandora Paper’s” sui capitali illeciti all’estero per via della sua società Fidinam di Lugano che controlla il “Thor Trust”, vera e propria cassaforte di un intreccio azionario che controlla catene di negozi di abbigliamento (marchi Oxus e Hobbit), aziende di prodotti in pelle, imprese di import-export della moda italiana, stabilimenti e proprietà immobiliari, da Milano a Venezia, dalla Svezia al Giappone, dalla Svizzera alla Francia.
Ma nelle 280mila pagine di atti dei processi sulla strage depositati al Tribunale di Brescia, oltre ai fascisti e ai servizi segreti italiani, nell’incubazione della strage emerge anche l’indicazione di un terzo livello di responsabilità che porta al Comando FTASE di Verona (Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa della NATO).
Il luogo dove sarebbe stata elaborata la strategia stragista era Palazzo Carli, a Verona, la stessa città di Toffaloni e dei due Zorzi.
“Qui, con la copertura di generali dei paracadutisti italiani e statunitensi, si sarebbero svolte le riunioni preparatorie di un progetto stragista che avrebbe dovuto sovvertire la democrazia italiana e rinsaldare lo scricchiolante fronte dei regimi del Mediterraneo. Quello che, all’epoca, teneva insieme il Portogallo salazarista, la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista”, scrive Carlo Bonini su La Repubblica.
Perché la cosa non ci sorprende?
Perché anche le indagini del giudice Salvini sulla Strage di Piazza Fontana avevano portato direttamente alla pista degli “amerikani” nel nostro paese come nucleo ideatore della stagione delle stragi. E gli agenti statunitensi, almeno quelli emersi dalle indagini, erano tutti in servizio alla base militare FTASE di Verona.
Nella strategia stragista, il giudice Salvini è arrivato a individuare i i servizi segreti militari USA (non la Cia), e soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.
L’amerikano supervisore della rete degli uomini neri utilizzati nella strategia delle stragi ha un nome e un cognome: Joseph Luongo è l’ufficiale Usa che cooptò nella guerra di bassa intensità anche alcuni criminali nazisti come Karl Hass (con cui Luongo si fa fotografare insieme in un matrimonio). Il suo braccio destro era un altro ufficiale statunitense: Leo Joseph Pagnotta.
Gli “uomini neri” cioè gli autori delle stragi non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest. Ma il perno del sistema operativo era proprio Verona, lì dove tutto è cominciato ed è difficile dire che tutto sia finito.
La morte biologica o l’età avanzata di molti protagonisti non consente oggi di mettere tutte le caselle al loro posto e ricavarne una verità anche giudiziaria che renda giustizia su quanto accaduto nel nostro paese negli anni Settanta, ma che almeno si consenta, a chi ha coraggio di farlo, di affrontare la verità storica e politica, senza pagine rimosse o “maledette” che impediscano alle nuove generazioni di comprendere pienamente cosa e perché è accaduto.
Il 17 dicembre 1981 un commando delle Brigate Rosse sequestrava clamorosamente un generale statunitense del Comando militare FTASE di Verona: il generale Dozier. L’alto ufficiale venne liberato il 28 gennaio 1982 da un gruppo operativo dei NOCS (corpi speciali della Polizia).
Per raggiungere questo obiettivo non furono risparmiate torture ai militanti delle BR – sia uomini che donne – arrestati prima e dopo il sequestro. Il caso esplose nei mesi successivi e portò all’arresto di un giornalista de L’Espresso, Pier Vittorio Buffa, che aveva reso pubblici i casi di tortura.
Un anno e mezzo prima del sequestro Dozier, c’era stata la strage con la bomba nella stazione di Bologna nell’agosto del 1980. Non fu l’ultima strage, perchè tre anni dopo – dicembre 1984 – ci fu quella del treno 904. Nel 1981 la stagione delle stragi di stato ancora non aveva esaurito le sue code velenose e sanguinose.
Nessuno, all’epoca come oggi, si è mai posto la domanda del perché l’obiettivo di quell’azione fosse un generale statunitense della base FTASE di Verona. Si trattava di una operazione complessa e rischiosa, sia per le caratteristiche del bersaglio sia per il contesto politico dell’epoca. Insomma tirarsi addosso non solo la reazione degli apparati repressivi italiani ma anche quelli statunitensi – nel quadro della Guerra Fredda – significava alzare il tiro ben al di sopra di quanto fosse avvenuto fino ad allora nel paese.
Ma un comandante della base militare FTASE di Verona, non poteva non sapere che cosa avessero combinato i suoi uomini nei sette/dodici anni precedenti e forse avrebbe dovuto e potuto rispondere a domande che fino ad allora nessuno gli aveva posto, né la magistratura né le autorità italiane.
Verona è il comando delle forze terrestri Usa e NATO. In quella fase storica, Verona era il perno dei comandi operativi militari statunitensi e NATO nella frontiera del Nordest, quella al confine con la cortina di ferro dei paesi del Patto di Varsavia, anche se il “nemico” alle frontiere era la Repubblica Federale Jugoslava che con quel patto aveva rotto già dalla fine degli anni Quaranta.
Ma Verona era e resta molte cose. Era e resta il “cuore nero” di questo paese. Non solo perché era la capitale della Repubblica fascista di Salò, ma anche perché nei decenni successivi alla caduta del fascismo, è dalle strutture operative in questa città – e nel Triveneto in particolare – che la collaborazione tra fascisti, servizi segreti italiani e Usa, carabinieri e forze armate statunitensi produrrà la stagione delle stragi.
In Italia dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Ottanta, sul cosiddetto “Fronte Interno” si è combattuta per anni una guerra di bassa intensità che ha fatto molte vittime, ha dispensato secoli di galera per alcuni (i militanti dei gruppi rivoluzionari della sinistra) ma anche coperture e carriere per altri (i fascisti e gli uomini degli apparati dello Stato).
Le evidenti responsabilità degli apparati militari e di intelligence Usa nella strategia delle stragi hanno sempre impedito che questo elemento venisse a galla in modo chiaro. Le ripercussioni sul piano delle relazioni con gli Stati Uniti per un paese come l’Italia che deve assicurare sempre di essere un fedele alleato “atlantico”, era scomodissimo allora e sembra esserlo anche oggi.
A ricordarcelo è l’impedimento di Stato alla richiesta di estradizione dei magistrati italiani degli agenti Cia condannati nel 2009 per il sequestro a Milano dell’imam Abu Omar.
Alcuni degli agenti Cia condannati sono stati addirittura “graziati”, prima dal Presidente Giorgio Napolitano e poi dal Presidente Mattarella.
Mentre i file diffusi di Wikileaks (raccolti in “Il Potere Segreto”, di Stefania Maurizi, ndr) ci raccontano di vari incontri tra il 2006 e il 2010 di Enrico Letta, Massimo D’Alema e Berlusconi che con l’ambasciata degli Stati Uniti si impegnano a bloccare ogni richiesta di estradizione degli agenti della Cia.
Quando sentiamo ancora dire che un presidente italiano deve assolutamente essere di “fede atlantista” è qualcosa peggiore dell’indignazione e del vomito quella che sale. Sono troppe le pagine nere e sanguinose di cui gli apparati Usa sono responsabili nel nostro paese.
Sono i convitati di pietra come l’alleanza servile con gli Usa e la “grande paura” della borghesia italiana negli anni Settanta che portano responsabilità pesantissime nella guerra sul “fronte interno” che è stata pianificata e combattuta in Italia.
Ma anche e soprattutto l'aver voluto impedire con ogni mezzo – dalla rimozione alla criminalizzazione, dalla retorica alla demonizzazione – ogni serio dibattito pubblico su quanto avvenuto e sulle soluzioni politiche per chiudere dopo tanti anni le ferite rimaste aperte, e non solo alcune o quelle funzionali alla “ragion di stato”.
Fonte
La strage di Brescia, otto morti e un centinaio di feriti tra sindacalisti, lavoratori e passanti, aveva già visto indicare da una sentenza della Cassazione nel 2017 due colpevoli: Carlo Maria Maggi, ex capo dell’organizzazione neofascista “Ordine Nuovo” (deceduto) e Maurizio Tramonte, legato ai servizi segreti con il nome in codice di “Tritone”. Ancora in vita Tramonte chiede da tempo la revisione del processo.
Ma adesso si sono aggiunti i nomi di altri due neofascisti: Marco Toffaloni e Roberto Zorzi. Quest’ultimo, veronese, ma attualmente residente negli Stati Uniti, non va confuso con il più noto Delfo Zorzi.
Delfo Zorzi, anche lui neofascista veneto, ma coinvolto nella strage di Piazza Fontana, è fuggito da anni in Giappone ed è stato lasciato per anni al riparo da ogni richiesta di estradizione da parte delle autorità italiane.
Nel 2005 Delfo Zorzi viene assolto dalle accuse nella clamorosa sentenza della Cassazione sul secondo processo per la strage di Piazza Fontana, quella che dichiarava colpevoli i fascisti e gli agenti dei servizi segreti assolti nel primo processo, e quindi non più perseguibili per lo stesso reato.
Delfo Zorzi è tornato però recentemente alle cronache per l’inchiesta “Pandora Paper’s” sui capitali illeciti all’estero per via della sua società Fidinam di Lugano che controlla il “Thor Trust”, vera e propria cassaforte di un intreccio azionario che controlla catene di negozi di abbigliamento (marchi Oxus e Hobbit), aziende di prodotti in pelle, imprese di import-export della moda italiana, stabilimenti e proprietà immobiliari, da Milano a Venezia, dalla Svezia al Giappone, dalla Svizzera alla Francia.
Ma nelle 280mila pagine di atti dei processi sulla strage depositati al Tribunale di Brescia, oltre ai fascisti e ai servizi segreti italiani, nell’incubazione della strage emerge anche l’indicazione di un terzo livello di responsabilità che porta al Comando FTASE di Verona (Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa della NATO).
Il luogo dove sarebbe stata elaborata la strategia stragista era Palazzo Carli, a Verona, la stessa città di Toffaloni e dei due Zorzi.
“Qui, con la copertura di generali dei paracadutisti italiani e statunitensi, si sarebbero svolte le riunioni preparatorie di un progetto stragista che avrebbe dovuto sovvertire la democrazia italiana e rinsaldare lo scricchiolante fronte dei regimi del Mediterraneo. Quello che, all’epoca, teneva insieme il Portogallo salazarista, la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista”, scrive Carlo Bonini su La Repubblica.
Perché la cosa non ci sorprende?
Perché anche le indagini del giudice Salvini sulla Strage di Piazza Fontana avevano portato direttamente alla pista degli “amerikani” nel nostro paese come nucleo ideatore della stagione delle stragi. E gli agenti statunitensi, almeno quelli emersi dalle indagini, erano tutti in servizio alla base militare FTASE di Verona.
Nella strategia stragista, il giudice Salvini è arrivato a individuare i i servizi segreti militari USA (non la Cia), e soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.
L’amerikano supervisore della rete degli uomini neri utilizzati nella strategia delle stragi ha un nome e un cognome: Joseph Luongo è l’ufficiale Usa che cooptò nella guerra di bassa intensità anche alcuni criminali nazisti come Karl Hass (con cui Luongo si fa fotografare insieme in un matrimonio). Il suo braccio destro era un altro ufficiale statunitense: Leo Joseph Pagnotta.
Gli “uomini neri” cioè gli autori delle stragi non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest. Ma il perno del sistema operativo era proprio Verona, lì dove tutto è cominciato ed è difficile dire che tutto sia finito.
La morte biologica o l’età avanzata di molti protagonisti non consente oggi di mettere tutte le caselle al loro posto e ricavarne una verità anche giudiziaria che renda giustizia su quanto accaduto nel nostro paese negli anni Settanta, ma che almeno si consenta, a chi ha coraggio di farlo, di affrontare la verità storica e politica, senza pagine rimosse o “maledette” che impediscano alle nuove generazioni di comprendere pienamente cosa e perché è accaduto.
Il 17 dicembre 1981 un commando delle Brigate Rosse sequestrava clamorosamente un generale statunitense del Comando militare FTASE di Verona: il generale Dozier. L’alto ufficiale venne liberato il 28 gennaio 1982 da un gruppo operativo dei NOCS (corpi speciali della Polizia).
Per raggiungere questo obiettivo non furono risparmiate torture ai militanti delle BR – sia uomini che donne – arrestati prima e dopo il sequestro. Il caso esplose nei mesi successivi e portò all’arresto di un giornalista de L’Espresso, Pier Vittorio Buffa, che aveva reso pubblici i casi di tortura.
Un anno e mezzo prima del sequestro Dozier, c’era stata la strage con la bomba nella stazione di Bologna nell’agosto del 1980. Non fu l’ultima strage, perchè tre anni dopo – dicembre 1984 – ci fu quella del treno 904. Nel 1981 la stagione delle stragi di stato ancora non aveva esaurito le sue code velenose e sanguinose.
Nessuno, all’epoca come oggi, si è mai posto la domanda del perché l’obiettivo di quell’azione fosse un generale statunitense della base FTASE di Verona. Si trattava di una operazione complessa e rischiosa, sia per le caratteristiche del bersaglio sia per il contesto politico dell’epoca. Insomma tirarsi addosso non solo la reazione degli apparati repressivi italiani ma anche quelli statunitensi – nel quadro della Guerra Fredda – significava alzare il tiro ben al di sopra di quanto fosse avvenuto fino ad allora nel paese.
Ma un comandante della base militare FTASE di Verona, non poteva non sapere che cosa avessero combinato i suoi uomini nei sette/dodici anni precedenti e forse avrebbe dovuto e potuto rispondere a domande che fino ad allora nessuno gli aveva posto, né la magistratura né le autorità italiane.
Verona è il comando delle forze terrestri Usa e NATO. In quella fase storica, Verona era il perno dei comandi operativi militari statunitensi e NATO nella frontiera del Nordest, quella al confine con la cortina di ferro dei paesi del Patto di Varsavia, anche se il “nemico” alle frontiere era la Repubblica Federale Jugoslava che con quel patto aveva rotto già dalla fine degli anni Quaranta.
Ma Verona era e resta molte cose. Era e resta il “cuore nero” di questo paese. Non solo perché era la capitale della Repubblica fascista di Salò, ma anche perché nei decenni successivi alla caduta del fascismo, è dalle strutture operative in questa città – e nel Triveneto in particolare – che la collaborazione tra fascisti, servizi segreti italiani e Usa, carabinieri e forze armate statunitensi produrrà la stagione delle stragi.
In Italia dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Ottanta, sul cosiddetto “Fronte Interno” si è combattuta per anni una guerra di bassa intensità che ha fatto molte vittime, ha dispensato secoli di galera per alcuni (i militanti dei gruppi rivoluzionari della sinistra) ma anche coperture e carriere per altri (i fascisti e gli uomini degli apparati dello Stato).
Le evidenti responsabilità degli apparati militari e di intelligence Usa nella strategia delle stragi hanno sempre impedito che questo elemento venisse a galla in modo chiaro. Le ripercussioni sul piano delle relazioni con gli Stati Uniti per un paese come l’Italia che deve assicurare sempre di essere un fedele alleato “atlantico”, era scomodissimo allora e sembra esserlo anche oggi.
A ricordarcelo è l’impedimento di Stato alla richiesta di estradizione dei magistrati italiani degli agenti Cia condannati nel 2009 per il sequestro a Milano dell’imam Abu Omar.
Alcuni degli agenti Cia condannati sono stati addirittura “graziati”, prima dal Presidente Giorgio Napolitano e poi dal Presidente Mattarella.
Mentre i file diffusi di Wikileaks (raccolti in “Il Potere Segreto”, di Stefania Maurizi, ndr) ci raccontano di vari incontri tra il 2006 e il 2010 di Enrico Letta, Massimo D’Alema e Berlusconi che con l’ambasciata degli Stati Uniti si impegnano a bloccare ogni richiesta di estradizione degli agenti della Cia.
Quando sentiamo ancora dire che un presidente italiano deve assolutamente essere di “fede atlantista” è qualcosa peggiore dell’indignazione e del vomito quella che sale. Sono troppe le pagine nere e sanguinose di cui gli apparati Usa sono responsabili nel nostro paese.
Sono i convitati di pietra come l’alleanza servile con gli Usa e la “grande paura” della borghesia italiana negli anni Settanta che portano responsabilità pesantissime nella guerra sul “fronte interno” che è stata pianificata e combattuta in Italia.
Ma anche e soprattutto l'aver voluto impedire con ogni mezzo – dalla rimozione alla criminalizzazione, dalla retorica alla demonizzazione – ogni serio dibattito pubblico su quanto avvenuto e sulle soluzioni politiche per chiudere dopo tanti anni le ferite rimaste aperte, e non solo alcune o quelle funzionali alla “ragion di stato”.
Fonte
08/06/2020
Veneto Connection
Affrontare l’affaire scaligero da un punto di vista meramente cronachistico e giudiziario, isolandolo dal contesto e dal modello di sviluppo veneto, è pura astrazione e rischia di corroborare ulteriormente la tossica narrazione razzista, leghista e autonomista per la quale la criminalità organizzata in Veneto sarebbe solo un corpo estraneo.
È ormai manifesta, in questa regione, l’integrazione tra interessi di frange dell’amministrazione, di molte Pmi, di figure professionali e della criminalità organizzata. La crescita esponenziale negli ultimi anni di reati quali riciclaggio, autoriciclaggio, estorsione e illeciti vari contro la pubblica amministrazione, con incrementi a due o tre cifre, attesta che la succitata integrazione è stata pienamente assimilata da una parte del tessuto economico del Nordest.
La vicenda scaligera non va quindi ascritta a fattori criminogeni occasionali, ma si inserisce in un contesto regionale fatto di zone grigie che nascono da interessi convergenti: un terreno di coltura ottimale per la criminalità organizzata.
Già nel 1994, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari manifestava crescente attenzione per la penetrazione diffusa della criminalità organizzata in territorio Veneto.
Evidentemente, la permeazione di tale fenomeno non ha incontrato molti ostacoli negli anni, se è vero che, in merito all’andamento della criminalità, nel 2019 “su base distrettuale [...] gli aumenti più consistenti in termini percentuali si sono registrati nelle notizie di reato in tema di criminalità organizzata (+32,00%), nei reati tributari (+31,69%), nei reati economici (comprensivi di falso in bilancio e bancarotte: +26,92%)”1.
L’operazione “Isola Scaligera” non è, quindi, un cataclisma episodico e improvviso, ma uno dei tanti tasselli di un sistema diffuso. A tal proposito, l’inchiesta che ha recentemente coinvolto il comune veneziano di Eraclea, fino a ipotizzarne lo scioglimento per mafia (ipotesi poi rigettata), è paradigmatica in quanto ha permesso di scoperchiare una trama complessa di relazioni e connivenze nella quale spiccava l’opera di mediazione di imprenditori e professionisti tra amministratori e cosche (a Eraclea operavano i Casalesi).
I fatti di Eraclea rappresentano la punta dell’iceberg di un tessuto economico altamente sviluppato e a intensa infiltrazione mafiosa, come dimostra la stagione di inchieste culminate nei maxi – processi veneti in corso.
Tornando a “Isola Scaligera”, la Direzione distrettuale antimafia di Venezia ha coordinato un’operazione che si è conclusa con provvedimenti di varia natura a carico di ventisei persone, sedici delle quali sono accusate di associazione mafiosa.
In realtà l’inchiesta coinvolge anche una serie di soggetti, indagati per reati differenti che vanno dal peculato per l’ex sindaco di Verona, Flavio Tosi (all’epoca leon che magna el teron, ma che sembra aver perso i denti), alla turbativa d’asta per i dirigenti dell’Amia di Verona, municipalizzata che si occupa dello smaltimento dei rifiuti.
A tal riguardo, all’ex presidente Amia, Andrea Miglioranzi2 (a suo tempo fedelissimo di Tosi e, più recentemente, militante di Fratelli d’Italia), e al direttore tecnico della stessa, Ennio Cozzolotto, viene contestato il reato di concorso esterno nell’associazione che fa capo ad Antonio Giardino.
Quest’ultimo, detto Totareddu, ha un “curriculum” di spessore, essendo legato al potente clan degli Arena-Nicoscia di Isola di Capo Rizzuto. Giardino rappresenta un’altra attestazione probante del radicamento in Veneto della ‘ndrangheta che ha trovato, evidentemente, compiacenza e terreno fertile nel tessuto economico-amministrativo di questa regione.
A conferma di quanto l’intreccio fosse ramificato, vale la pena sottolineare come l’operazione abbia comportato il sequestro di 15 milioni di beni immobili e quote societarie, mentre i vari capi d’imputazione spaziano dalla truffa all’estorsione, dal riciclaggio al traffico di droga, dalla corruzione alla turbata libertà degli incanti, per arrivare al traffico di rifiuti, al trasferimento fraudolento di beni e alle fatture false.
In un quadro di questo tipo, il Veneto non può certo fregiarsi dell’appellativo di regione virtuosa, come pretende da decenni la retorica leghista, risfoderata in questi giorni dal “governatorissimo” Zaia. Questi, sulla scorta dei successi nella lotta al Covid-19 (la cui paternità è però rivendicata dal virologo dell’Università di Padova, Andrea Crisanti), spinge sempre più forte verso l’autonomia differenziata.
È evidente come la rappresentazione leghista del Veneto confligga con quanto emerge, sempre più spesso, dalla cronaca giudiziaria e non. Il Veneto, come mostrano i fatti, condivide col resto del paese la piaga di un sistema economico spesso criminogeno. Fingere di non comprendere che la collusione con gli interessi della criminalità organizzata non è il risultato di una darwiniana affermazione delle consorterie meridionali e dei loro boss, è mistificazione. Nel “virtuoso” Veneto, nascondere l’effetto calamitante reciproco del concorso di interessi tra una certa parte del tessuto socio-economico e la criminalità organizzata, è semplice falsificazione.
Il Veneto non è un’altra cosa.
Note:
1) https://www.corteappello.venezia.it/80015340278/news/hGm5oint_corteappellove_2019_completo.pdf
2) Neofascista veronese, è stato membro del Veneto Fronte Skinheads e dirigente di Fiamma Tricolore; ha fatto parte del gruppo nazi-rock “Gesta bellica” che suonava pezzi inneggianti a Erik Priebke e Rudolph Hess; è stato condannato a 3 mesi di carcere per istigazione all’odio razziale.
Fonte
È ormai manifesta, in questa regione, l’integrazione tra interessi di frange dell’amministrazione, di molte Pmi, di figure professionali e della criminalità organizzata. La crescita esponenziale negli ultimi anni di reati quali riciclaggio, autoriciclaggio, estorsione e illeciti vari contro la pubblica amministrazione, con incrementi a due o tre cifre, attesta che la succitata integrazione è stata pienamente assimilata da una parte del tessuto economico del Nordest.
La vicenda scaligera non va quindi ascritta a fattori criminogeni occasionali, ma si inserisce in un contesto regionale fatto di zone grigie che nascono da interessi convergenti: un terreno di coltura ottimale per la criminalità organizzata.
Già nel 1994, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari manifestava crescente attenzione per la penetrazione diffusa della criminalità organizzata in territorio Veneto.
Evidentemente, la permeazione di tale fenomeno non ha incontrato molti ostacoli negli anni, se è vero che, in merito all’andamento della criminalità, nel 2019 “su base distrettuale [...] gli aumenti più consistenti in termini percentuali si sono registrati nelle notizie di reato in tema di criminalità organizzata (+32,00%), nei reati tributari (+31,69%), nei reati economici (comprensivi di falso in bilancio e bancarotte: +26,92%)”1.
L’operazione “Isola Scaligera” non è, quindi, un cataclisma episodico e improvviso, ma uno dei tanti tasselli di un sistema diffuso. A tal proposito, l’inchiesta che ha recentemente coinvolto il comune veneziano di Eraclea, fino a ipotizzarne lo scioglimento per mafia (ipotesi poi rigettata), è paradigmatica in quanto ha permesso di scoperchiare una trama complessa di relazioni e connivenze nella quale spiccava l’opera di mediazione di imprenditori e professionisti tra amministratori e cosche (a Eraclea operavano i Casalesi).
I fatti di Eraclea rappresentano la punta dell’iceberg di un tessuto economico altamente sviluppato e a intensa infiltrazione mafiosa, come dimostra la stagione di inchieste culminate nei maxi – processi veneti in corso.
Tornando a “Isola Scaligera”, la Direzione distrettuale antimafia di Venezia ha coordinato un’operazione che si è conclusa con provvedimenti di varia natura a carico di ventisei persone, sedici delle quali sono accusate di associazione mafiosa.
In realtà l’inchiesta coinvolge anche una serie di soggetti, indagati per reati differenti che vanno dal peculato per l’ex sindaco di Verona, Flavio Tosi (all’epoca leon che magna el teron, ma che sembra aver perso i denti), alla turbativa d’asta per i dirigenti dell’Amia di Verona, municipalizzata che si occupa dello smaltimento dei rifiuti.
A tal riguardo, all’ex presidente Amia, Andrea Miglioranzi2 (a suo tempo fedelissimo di Tosi e, più recentemente, militante di Fratelli d’Italia), e al direttore tecnico della stessa, Ennio Cozzolotto, viene contestato il reato di concorso esterno nell’associazione che fa capo ad Antonio Giardino.
Quest’ultimo, detto Totareddu, ha un “curriculum” di spessore, essendo legato al potente clan degli Arena-Nicoscia di Isola di Capo Rizzuto. Giardino rappresenta un’altra attestazione probante del radicamento in Veneto della ‘ndrangheta che ha trovato, evidentemente, compiacenza e terreno fertile nel tessuto economico-amministrativo di questa regione.
A conferma di quanto l’intreccio fosse ramificato, vale la pena sottolineare come l’operazione abbia comportato il sequestro di 15 milioni di beni immobili e quote societarie, mentre i vari capi d’imputazione spaziano dalla truffa all’estorsione, dal riciclaggio al traffico di droga, dalla corruzione alla turbata libertà degli incanti, per arrivare al traffico di rifiuti, al trasferimento fraudolento di beni e alle fatture false.
In un quadro di questo tipo, il Veneto non può certo fregiarsi dell’appellativo di regione virtuosa, come pretende da decenni la retorica leghista, risfoderata in questi giorni dal “governatorissimo” Zaia. Questi, sulla scorta dei successi nella lotta al Covid-19 (la cui paternità è però rivendicata dal virologo dell’Università di Padova, Andrea Crisanti), spinge sempre più forte verso l’autonomia differenziata.
È evidente come la rappresentazione leghista del Veneto confligga con quanto emerge, sempre più spesso, dalla cronaca giudiziaria e non. Il Veneto, come mostrano i fatti, condivide col resto del paese la piaga di un sistema economico spesso criminogeno. Fingere di non comprendere che la collusione con gli interessi della criminalità organizzata non è il risultato di una darwiniana affermazione delle consorterie meridionali e dei loro boss, è mistificazione. Nel “virtuoso” Veneto, nascondere l’effetto calamitante reciproco del concorso di interessi tra una certa parte del tessuto socio-economico e la criminalità organizzata, è semplice falsificazione.
Il Veneto non è un’altra cosa.
Note:
1) https://www.corteappello.venezia.it/80015340278/news/hGm5oint_corteappellove_2019_completo.pdf
2) Neofascista veronese, è stato membro del Veneto Fronte Skinheads e dirigente di Fiamma Tricolore; ha fatto parte del gruppo nazi-rock “Gesta bellica” che suonava pezzi inneggianti a Erik Priebke e Rudolph Hess; è stato condannato a 3 mesi di carcere per istigazione all’odio razziale.
Fonte
30/03/2019
Verona cambia aria. Via l’oscurantismo
Arrivano le prime immagini dalla manifestazione di Verona.
Il “cuore nero” di questo paese che ospita il Congresso Mondiale sulla Famiglia raccogliendo il ciarpame reazionario ed oscurantista da tutto il mondo, è praticamente assediato da migliaia di donne che mettono in piazza una idea completamente diversa di famiglia e relazioni sociali.
Una manifestazione che si muove però in una piazza potenzialmente ostile. La sicurezza del corteo viene assicurata dal gruppo “Rispetto”, riconoscibile da una fascetta fucsia con una fiamma dorata, che con modalità proprie intende assicurare a tutte e a tutti l’assistenza, la cura e le condizioni di agibilità necessarie per seminare un’aria diversa da quella consueta. Un’aria che nella “nera Verona” da troppo tempo non si è mai respirata. Le foto (tranne la seconda) sono di Patrizia Cortellessa
Fonte e foto
05/09/2017
Il diritto al lavoro non esiste e neanche quello alla vita
Cinquecentonovantuno decessi, trecentottantamila denunce d’infortunio solo nei primi sette mesi del 2017, questo il bollettino di una guerra, nemmeno tanto sotterranea, dichiarata dalle logiche del profitto e della competitività alla vita e alla sicurezza dei lavoratori.
Quello verificatosi stamattina nelle acciaierie Pittini di Verona è il terzo incidente consecutivo nella stessa azienda nell’arco di soli due mesi e ben rappresenta questa emergenza.
Verso le 4 del mattino un’esplosione nelle acciaierie di Verona in Lungadige Galtarossa ha travolto quattro lavoratori. Nello stabilimento era in corso la riparazione di un forno ad alta fusione. Lo scoppio ha investito quattro operai, due italiani e due di origine senegalese, scagliandoli a cinque metri di distanza. Uno dei quattro è attualmente ricoverato in terapia intensiva.
Quello descritto è il terzo incidente accaduto in due mesi all’interno dell’impianto industriale delle ex acciaierie Galtarossa, divenute poi Riva e, da ultimo, rilevate dal gruppo Pittini.
Il 4 luglio si era già verificato un incendio: alcune cisterne di olio esausto, allocate sul piazzale esterno, avevano preso fuoco, fortunatamente senza provocare feriti.
Il 16 agosto scorso due dipendenti di una ditta in subappalto erano finiti in terapia intensiva per ustioni riportate durante la manutenzione dell’impianto.
In risposta all’ennesimo incidente di oggi, ultima tappa di una vera e propria escalation, è stato indetto per domani uno sciopero di otto ore con presidio e assemblea di fronte allo stabilimento.
È solo di qualche giorno fa l’appello del presidente Mattarella a seguito degli incidenti mortali sul lavoro verificatisi a Lucca e a Bergamo: “Il nostro paese non può rassegnarsi a subire morti sul lavoro, è indispensabile che le norme sulla sicurezza del lavoro vengano rispettate con scrupolo”.
Belle parole quelle del presidente, ma avulse dalla reale organizzazione del lavoro e, pertanto, del tutto astratte. In un sistema dominato dalla precarizzazione del lavoro, dalla competitività esasperata, dalla distorta logica dei subappalti al ribasso, dalla produzione frenetica e dalla turnazione continua e senza soste, siamo andati ben oltre l’aggressione ai diritti sociali. A giudicare dalle statistiche, è ormai in gioco l’insostenibilità delle condizioni del lavoro stesso e il diritto fondamentale alla vita è sempre più sacrificato in nome della produttività e del profitto.
Il comunicato dei sindacati: Comunicato_stampa_incidente_Acciaierie_di_Verona[1]
Fonte
Quello verificatosi stamattina nelle acciaierie Pittini di Verona è il terzo incidente consecutivo nella stessa azienda nell’arco di soli due mesi e ben rappresenta questa emergenza.
Verso le 4 del mattino un’esplosione nelle acciaierie di Verona in Lungadige Galtarossa ha travolto quattro lavoratori. Nello stabilimento era in corso la riparazione di un forno ad alta fusione. Lo scoppio ha investito quattro operai, due italiani e due di origine senegalese, scagliandoli a cinque metri di distanza. Uno dei quattro è attualmente ricoverato in terapia intensiva.
Quello descritto è il terzo incidente accaduto in due mesi all’interno dell’impianto industriale delle ex acciaierie Galtarossa, divenute poi Riva e, da ultimo, rilevate dal gruppo Pittini.
Il 4 luglio si era già verificato un incendio: alcune cisterne di olio esausto, allocate sul piazzale esterno, avevano preso fuoco, fortunatamente senza provocare feriti.
Il 16 agosto scorso due dipendenti di una ditta in subappalto erano finiti in terapia intensiva per ustioni riportate durante la manutenzione dell’impianto.
In risposta all’ennesimo incidente di oggi, ultima tappa di una vera e propria escalation, è stato indetto per domani uno sciopero di otto ore con presidio e assemblea di fronte allo stabilimento.
È solo di qualche giorno fa l’appello del presidente Mattarella a seguito degli incidenti mortali sul lavoro verificatisi a Lucca e a Bergamo: “Il nostro paese non può rassegnarsi a subire morti sul lavoro, è indispensabile che le norme sulla sicurezza del lavoro vengano rispettate con scrupolo”.
Belle parole quelle del presidente, ma avulse dalla reale organizzazione del lavoro e, pertanto, del tutto astratte. In un sistema dominato dalla precarizzazione del lavoro, dalla competitività esasperata, dalla distorta logica dei subappalti al ribasso, dalla produzione frenetica e dalla turnazione continua e senza soste, siamo andati ben oltre l’aggressione ai diritti sociali. A giudicare dalle statistiche, è ormai in gioco l’insostenibilità delle condizioni del lavoro stesso e il diritto fondamentale alla vita è sempre più sacrificato in nome della produttività e del profitto.
Il comunicato dei sindacati: Comunicato_stampa_incidente_Acciaierie_di_Verona[1]
Fonte
11/01/2017
Verona. “I fascisti vanno contrastati tra la gente, non a parole”
Intervista a Nicola, giornalista e mediattivista di Verona.
Buongiorno, Nicola. Cosa sta succedendo a Verona?
Buongiorno a voi e agli ascoltatori. Faccio una piccola premessa che spiega il tutto. Tutto è cominciato la settimana scorsa, quando dei richiedenti asilo hanno protestato in Veronetta, un quartiere della città, un quartiere multietnico, per la condizione del cibo nel loro ostello. La protesta, giusta, è durata solo qualche ora e poi è rientrata. Prendendo a pretesto questa protesta il cosiddetto comitato apartitico – in realtà messo in piedi da fascisti di Forza Nuova – ha lanciato un corteo, prendendo a pretesto questo fatto, contro profughi in città. Siamo quindi arrivati alla giornata di ieri (lunedì 9, ndr), in cui ci doveva essere questo corteo dichiaratamente razzista, dai toni e dalle parole d'ordine; e ci doveva essere anche un presidio, sempre in centro, lanciato come risposta dalle realtà antirazziste cittadine riunite sotto il nome di assemblea 17 dicembre. Mentre al corteo razzista è stato dato il via libera dalla questura, il presidio antirazzista è stato invece vergognosamente vietato. Le realtà antirazziste hanno risposto allora indicendo una conferenza stampa in serata. Conferenza stampa che è stata partecipata, ci sono state più di un centinaio di persone, anche tanti giovani erano presenti, tante persone, e ha promesso di rilanciare nei prossimi giorni e nelle prossime settimane iniziative, mobilitazioni e provare a costruire un percorso unitario cittadino di solidarietà verso i migranti, di informazione verso la cittadinanza e di contrasto a questi movimenti razzisti che tentano di crescere in città. Il corteo razzista, si legge dai giornali di oggi (martedì 10, ndr), è stato partecipato da circa un migliaio di persone, ha attraversato le vie del centro urlando cori e slogan contro i profughi e contro il business dell'immigrazione; gli stessi giornali dicevano che in gran parte c'erano anche persone da fuori, da altre città vicine. Questo è un po' il quadro.
Bene. Ci dicevi che la questione in realtà è abbastanza esplicativa di una dinamica in atto in diversi contesti...
Sì. E' doveroso segnalare che è un po' il fenomeno che si sta sviluppando nelle nostre zone, parlo principalmente nel nordest, qui in Veneto, ma anche nell'area lombarda, in Trentino e in Friuli. Stiamo vedendo che i leghisti indipendentisti e fascisti di ogni risma stanno utilizzando la formula dei comitati cittadini antiprofughi, comitati che vengono spacciati per apartitici, formati da comuni cittadini. Si mettono, per esempio, i simboli delle città, quindi magari c'è il simbolo della Scala, a Vicenza c'è un altro simbolo cittadino... Quindi lo si vuole far sembrare un qualcosa di totalmente spontaneo... In realtà sono organizzate, infiltrate da fascisti. Questi gruppi, a differenza degli anni precedenti, nei mesi precedenti, stanno riuscendo invece a fare abbastanza presa. Infatti nel 2016 ad esempio questo gruppo che si chiama “Verona ai veronesi” ha organizzato 16-17 manifestazioni in città e in provincia, coprendo quasi totalmente la provincia; e alcune manifestazioni erano manifestazioni popolari, cioè erano manifestazioni in cui partecipava la gente comune e che hanno toccato anche numeri intorno al migliaio ed oltre. Quindi questa formula è pericolosa perché gli sta riuscendo, almeno in alcuni casi, non sempre. Perché queste nostre zone, seppure sono ancora abbastanza ricche a livello economico, stanno cominciando negli ultimi mesi o nell'ultimo anno a subire, anche qui, la crisi. E quindi la povertà crescente, la paura del diverso o l'agitare le spese pazze per i profughi, su fasce di popolazione debole rischiano di fare presa. Quindi dobbiamo stare molto in guardia e dobbiamo essere pronti a rispondere efficacemente.
Molto chiara la situazione generale che ci hai descritto... C'è altro da aggiungere?
Riporto anche quello che con alcuni compagni abbiamo scritto poi sul report che abbiamo inviato al quotidiano online Contropiano. Secondo noi l'antirazzismo di principio non può essere la sola risposta. E' necessario che: 1) si faccia informazione nei quartieri, tra la gente comune, tra i lavoratori, su da cosa è generato questo flusso di migranti perché magari tante persone non riescono ad inquadrare il fenomeno nel contesto più ampio e quindi spiegare appunto che questo flusso epocale è frutto delle guerre imperialiste di cui l'Unione europea è tra i principali responsabili; 2) pensiamo che siccome l'antirazzismo di principio non può essere la sola risposta, che si debba stare nei quartieri, stare in provincia, stare tra i lavoratori, tra i disoccupati e cercare di organizzare i loro interessi e quindi non lasciare quegli spazi, quei luoghi e quelle fasce di popolazione alla mercé di questi impostori; perché poi questi indirizzano l'odio verso il basso, verso chi sta peggio, e non verso le origini di questa crisi e di queste guerre.
Fonte
Buongiorno, Nicola. Cosa sta succedendo a Verona?
Buongiorno a voi e agli ascoltatori. Faccio una piccola premessa che spiega il tutto. Tutto è cominciato la settimana scorsa, quando dei richiedenti asilo hanno protestato in Veronetta, un quartiere della città, un quartiere multietnico, per la condizione del cibo nel loro ostello. La protesta, giusta, è durata solo qualche ora e poi è rientrata. Prendendo a pretesto questa protesta il cosiddetto comitato apartitico – in realtà messo in piedi da fascisti di Forza Nuova – ha lanciato un corteo, prendendo a pretesto questo fatto, contro profughi in città. Siamo quindi arrivati alla giornata di ieri (lunedì 9, ndr), in cui ci doveva essere questo corteo dichiaratamente razzista, dai toni e dalle parole d'ordine; e ci doveva essere anche un presidio, sempre in centro, lanciato come risposta dalle realtà antirazziste cittadine riunite sotto il nome di assemblea 17 dicembre. Mentre al corteo razzista è stato dato il via libera dalla questura, il presidio antirazzista è stato invece vergognosamente vietato. Le realtà antirazziste hanno risposto allora indicendo una conferenza stampa in serata. Conferenza stampa che è stata partecipata, ci sono state più di un centinaio di persone, anche tanti giovani erano presenti, tante persone, e ha promesso di rilanciare nei prossimi giorni e nelle prossime settimane iniziative, mobilitazioni e provare a costruire un percorso unitario cittadino di solidarietà verso i migranti, di informazione verso la cittadinanza e di contrasto a questi movimenti razzisti che tentano di crescere in città. Il corteo razzista, si legge dai giornali di oggi (martedì 10, ndr), è stato partecipato da circa un migliaio di persone, ha attraversato le vie del centro urlando cori e slogan contro i profughi e contro il business dell'immigrazione; gli stessi giornali dicevano che in gran parte c'erano anche persone da fuori, da altre città vicine. Questo è un po' il quadro.
Bene. Ci dicevi che la questione in realtà è abbastanza esplicativa di una dinamica in atto in diversi contesti...
Sì. E' doveroso segnalare che è un po' il fenomeno che si sta sviluppando nelle nostre zone, parlo principalmente nel nordest, qui in Veneto, ma anche nell'area lombarda, in Trentino e in Friuli. Stiamo vedendo che i leghisti indipendentisti e fascisti di ogni risma stanno utilizzando la formula dei comitati cittadini antiprofughi, comitati che vengono spacciati per apartitici, formati da comuni cittadini. Si mettono, per esempio, i simboli delle città, quindi magari c'è il simbolo della Scala, a Vicenza c'è un altro simbolo cittadino... Quindi lo si vuole far sembrare un qualcosa di totalmente spontaneo... In realtà sono organizzate, infiltrate da fascisti. Questi gruppi, a differenza degli anni precedenti, nei mesi precedenti, stanno riuscendo invece a fare abbastanza presa. Infatti nel 2016 ad esempio questo gruppo che si chiama “Verona ai veronesi” ha organizzato 16-17 manifestazioni in città e in provincia, coprendo quasi totalmente la provincia; e alcune manifestazioni erano manifestazioni popolari, cioè erano manifestazioni in cui partecipava la gente comune e che hanno toccato anche numeri intorno al migliaio ed oltre. Quindi questa formula è pericolosa perché gli sta riuscendo, almeno in alcuni casi, non sempre. Perché queste nostre zone, seppure sono ancora abbastanza ricche a livello economico, stanno cominciando negli ultimi mesi o nell'ultimo anno a subire, anche qui, la crisi. E quindi la povertà crescente, la paura del diverso o l'agitare le spese pazze per i profughi, su fasce di popolazione debole rischiano di fare presa. Quindi dobbiamo stare molto in guardia e dobbiamo essere pronti a rispondere efficacemente.
Molto chiara la situazione generale che ci hai descritto... C'è altro da aggiungere?
Riporto anche quello che con alcuni compagni abbiamo scritto poi sul report che abbiamo inviato al quotidiano online Contropiano. Secondo noi l'antirazzismo di principio non può essere la sola risposta. E' necessario che: 1) si faccia informazione nei quartieri, tra la gente comune, tra i lavoratori, su da cosa è generato questo flusso di migranti perché magari tante persone non riescono ad inquadrare il fenomeno nel contesto più ampio e quindi spiegare appunto che questo flusso epocale è frutto delle guerre imperialiste di cui l'Unione europea è tra i principali responsabili; 2) pensiamo che siccome l'antirazzismo di principio non può essere la sola risposta, che si debba stare nei quartieri, stare in provincia, stare tra i lavoratori, tra i disoccupati e cercare di organizzare i loro interessi e quindi non lasciare quegli spazi, quei luoghi e quelle fasce di popolazione alla mercé di questi impostori; perché poi questi indirizzano l'odio verso il basso, verso chi sta peggio, e non verso le origini di questa crisi e di queste guerre.
Fonte
23/07/2015
La stagione delle stragi. Quella base militare di Verona...
La sentenza sulla strage di piazza della Loggia a Brescia, riapre un capitolo della storia recente del nostro paese che, almeno sul piano della verità storica e politica, merita di essere riportato alla luce in moltissimi dei suoi aspetti attinenti alla storia negata, a quegli anni che devono essere in ogni modo o rimossi o maledetti.
Il 17 dicembre 1981 un commando delle Brigate Rosse sequestrava clamorosamente un generale statunitense della base militare Ftase di Verona. Venne liberato il 28 gennaio 1982 da un gruppo operativo dei Nocs (corpi speciali della Polizia). Per raggiungere questo obiettivo non furono risparmiate torture ai militanti delle Br – sia uomini che donne – arrestati prima e dopo il sequestro. Il caso esplose nei mesi successivi e portò all'arresto di un giornalista de L'Espresso, Buffa, che aveva reso pubblici i casi di tortura.
Un anno e mezzo prima, c'era stata la strage con la bomba nella stazione di Bologna nell'agosto del 1980. Non fu l'ultima, perché tre anni dopo – dicembre 1984 – ci fu quella del treno 904. Insomma la stagione delle stragi di stato ancora non aveva esaurito le sue code velenose e sanguinose.
Nessuno, all'epoca come oggi, si è mai posto la domanda del perché l'obiettivo di quell'azione fosse un generale statunitense della base Ftase di Verona. Si trattava di una operazione complessa e rischiosa sia per le caratteristiche del bersaglio sia per il contesto politico dell'epoca. Insomma tirarsi addosso non solo la reazione degli apparati repressivi italiani ma anche quelli statunitensi – nel quadro della seconda guerra fredda – significava alzare il tiro ben al di là di quanto fosse avvenuto fino ad allora nel paese. Un comandante della base militare Ftase di Verona, non poteva non sapere che cosa avessero combinato i suoi uomini nei dieci/dodici anni precedenti.
Verona è il comando delle forze terrestri Usa e Nato. In quella fase storica, Verona era il perno del comando degli operativi militari statunitensi e Nato nella frontiera del Nordest, quella di confine con la cortina di ferro dei paesi del Patto di Varsavia, anche se il “nemico” alle frontiere era la Repubblica Federale Jugoslava che con quel patto aveva rotto già dalla fine degli anni Quaranta.
Ma Verona era e resta molte cose. Era e resta il “cuore nero” di questo paese. Non solo perché era la capitale della Repubblica fascista di Salò ma perché anche nei decenni successivi è dalle strutture operative in questa città – e nel Triveneto in particolare – che la collaborazione tra fascisti, servizi segreti italiani e statunitensi, carabinieri e forze armate statunitensi produrrà la stagione delle stragi.
Ce lo confermano l'inchiesta del giudice Salvini sulla strage di Piazza Fontana ed ora anche la sentenza sulla strage di Brescia.
Le indagini hanno portato direttamente alla pista degli “amerikani” nel nostro paese come nucleo ideatore della stagione delle stragi e questi agenti statunitensi, almeno quelli emersi dalle indagini, erano tutti in servizio alla base militare Ftase di Verona. Il quadro che ne emerge chiama direttamente in causa nella strategia delle stragi i servizi segreti militari USA (non la Cia), soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.
L’americano supervisore della rete degli uomini neri ha un nome e un cognome: Joseph Luongo ed è l’agente che cooptò nella guerra di bassa intensità anche alcuni criminali nazisti come Karl Hass (con cui Luongo si fa fotografare insieme in un matrimonio). Gli “uomini neri” cioè gli autori delle stragi non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest. Ma il perno del sistema operativo era proprio a Verona, lì dove tutto è cominciato ed è difficile dire che sia tutto finito. La morte biologica o l'età avanzata di molti protagonisti non consente oggi di mettere tutte le caselle al proprio posto e ricavarne una verità anche giudiziaria che renda giustizia su quanto accaduto nel nostro paese negli anni Settanta, ma che almeno si abbia il coraggio di affrontare la verità storica e politica, senza pagine rimosse o “maledette” che impediscano alle nuove generazioni di comprendere pienamente cosa e perché è accaduto.
In Italia si è combattuta per anni una guerra di bassa intensità che ha fatto molte vittime, ha dispensato secoli di galera per alcuni (i militanti dei gruppi rivoluzionari della sinistra) ma coperture e carriere per altri (i fascisti e gli uomini degli apparati). Un doppio standard che andrebbe ammesso e demolito, almeno dal punto di vista della ricostruzione storica.
Fonte
Il 17 dicembre 1981 un commando delle Brigate Rosse sequestrava clamorosamente un generale statunitense della base militare Ftase di Verona. Venne liberato il 28 gennaio 1982 da un gruppo operativo dei Nocs (corpi speciali della Polizia). Per raggiungere questo obiettivo non furono risparmiate torture ai militanti delle Br – sia uomini che donne – arrestati prima e dopo il sequestro. Il caso esplose nei mesi successivi e portò all'arresto di un giornalista de L'Espresso, Buffa, che aveva reso pubblici i casi di tortura.
Un anno e mezzo prima, c'era stata la strage con la bomba nella stazione di Bologna nell'agosto del 1980. Non fu l'ultima, perché tre anni dopo – dicembre 1984 – ci fu quella del treno 904. Insomma la stagione delle stragi di stato ancora non aveva esaurito le sue code velenose e sanguinose.
Nessuno, all'epoca come oggi, si è mai posto la domanda del perché l'obiettivo di quell'azione fosse un generale statunitense della base Ftase di Verona. Si trattava di una operazione complessa e rischiosa sia per le caratteristiche del bersaglio sia per il contesto politico dell'epoca. Insomma tirarsi addosso non solo la reazione degli apparati repressivi italiani ma anche quelli statunitensi – nel quadro della seconda guerra fredda – significava alzare il tiro ben al di là di quanto fosse avvenuto fino ad allora nel paese. Un comandante della base militare Ftase di Verona, non poteva non sapere che cosa avessero combinato i suoi uomini nei dieci/dodici anni precedenti.
Verona è il comando delle forze terrestri Usa e Nato. In quella fase storica, Verona era il perno del comando degli operativi militari statunitensi e Nato nella frontiera del Nordest, quella di confine con la cortina di ferro dei paesi del Patto di Varsavia, anche se il “nemico” alle frontiere era la Repubblica Federale Jugoslava che con quel patto aveva rotto già dalla fine degli anni Quaranta.
Ma Verona era e resta molte cose. Era e resta il “cuore nero” di questo paese. Non solo perché era la capitale della Repubblica fascista di Salò ma perché anche nei decenni successivi è dalle strutture operative in questa città – e nel Triveneto in particolare – che la collaborazione tra fascisti, servizi segreti italiani e statunitensi, carabinieri e forze armate statunitensi produrrà la stagione delle stragi.
Ce lo confermano l'inchiesta del giudice Salvini sulla strage di Piazza Fontana ed ora anche la sentenza sulla strage di Brescia.
Le indagini hanno portato direttamente alla pista degli “amerikani” nel nostro paese come nucleo ideatore della stagione delle stragi e questi agenti statunitensi, almeno quelli emersi dalle indagini, erano tutti in servizio alla base militare Ftase di Verona. Il quadro che ne emerge chiama direttamente in causa nella strategia delle stragi i servizi segreti militari USA (non la Cia), soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.
L’americano supervisore della rete degli uomini neri ha un nome e un cognome: Joseph Luongo ed è l’agente che cooptò nella guerra di bassa intensità anche alcuni criminali nazisti come Karl Hass (con cui Luongo si fa fotografare insieme in un matrimonio). Gli “uomini neri” cioè gli autori delle stragi non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest. Ma il perno del sistema operativo era proprio a Verona, lì dove tutto è cominciato ed è difficile dire che sia tutto finito. La morte biologica o l'età avanzata di molti protagonisti non consente oggi di mettere tutte le caselle al proprio posto e ricavarne una verità anche giudiziaria che renda giustizia su quanto accaduto nel nostro paese negli anni Settanta, ma che almeno si abbia il coraggio di affrontare la verità storica e politica, senza pagine rimosse o “maledette” che impediscano alle nuove generazioni di comprendere pienamente cosa e perché è accaduto.
In Italia si è combattuta per anni una guerra di bassa intensità che ha fatto molte vittime, ha dispensato secoli di galera per alcuni (i militanti dei gruppi rivoluzionari della sinistra) ma coperture e carriere per altri (i fascisti e gli uomini degli apparati). Un doppio standard che andrebbe ammesso e demolito, almeno dal punto di vista della ricostruzione storica.
Fonte
Etichette:
Anni '70,
Anni '80,
Fascisti,
FTASE,
Internazionale,
Italia,
Ordine Nuovo,
Sequestro Dozier,
Strage di Bologna,
Strage di Brescia,
Stragismo,
Strategia della tensione,
USA,
Verona
25/11/2014
Pista veneta per l’esplosivo destinato al giudice palermitano Di Matteo. Di nuovo?
L’esplosivo destinato all’attentato contro il Pm palermitano Nino Di Matteo da parte delle cosche mafiose, sembra avere una pista veneta. Di Matteo è uno dei giudici che ha fortemente voluto il processo a Palermo sulla trattativa tra Stato e mafia. Per questo si è fatto molti nemici, e non solo tra le organizzazioni e i killer della mafia. Il Fatto del 21 novembre racconta diversi retroscena di un’inchiesta che potrebbe avere sviluppi clamorosi. Il quotidiano pone domande pertinenti sulla provenienza di 400 chili di esplosivo che secondo il boss siciliano Vito Galatolo, diventato recentemente “collaboratore di giustizia”, sarebbero stati uno dei primi passi per togliere di mezzo Di Matteo con una modalità non dissimile dalle stragi in cui morirono Falcone, Borsellino e gli agenti delle loro scorte.
Il Fatto lascia intravedere due circostanze che riportano nuovamente il Veneto dentro una inchiesta per attentati e tentate stragi. La prima riguarda le voci che trapelano dal Viminale secondo le quali i boss siciliani per percorrere una ipotetica pista di approvvigionamento dell’esplosivo nei paesi dell’Est avrebbero riattivato diverse conoscenze presso alcuni esponenti della mala del Brenta. La seconda è che il pentito di mafia Vito Galatolo avrebbe parlato di entità esterne alla mafia che comunque sarebbero o sarebbero state interessate a portare avanti la strategia delittuosa contro il pm antimafia, Di Matteo appunto, che sta portando avanti il processo per la trattativa tra Stato e mafia.
Ma se l’inchiesta sull’esplosivo ordinato per un attentato al pm Di Matteo ci porta in Veneto, nessuno può ignorare il ruolo avuto dal “cuore nero” del nostro paese – Verona – e dai gruppi neofascisti con base nel Triveneto nella strategia delle stragi in Italia. Gli uomini neri formati e addestrati per il lavoro sporco che ha insanguinato l'Italia, sono transitati tutti per questo quadrante nordorientale. Del resto anche i bombaroli neri non sembrano del tutto estranei alle stragi di mafia, anzi. Il killer mafioso Giovanni Brusca, anche lui pentito, ha raccontato che fu lui a premere il bottone del telecomando della strage di Capaci, perché il “fuciliere” designato per l’attentato, tale Pietro Rampulla, che aveva effettuato personalmente le prove, “quel giorno aveva un impegno familiare”. Pietro Rampulla è un uomo delle cosche di Mistretta, ma è anche un noto neofascista esperto di bombe da attivare con congegni radiocomandati, legato a Ordine Nero. Il primo che parlò del neofascista Rampulla, fu Luigi Ilardo, un mafioso diventato nel ’94 la “fonte Oriente” del colonnello dei carabinieri Michele Riccio ma di fatto lasciato uccidere nel 1996. Il procuratore aggiunto della Dna, Gianfranco Donadio, ricorda che Falcone “Non parlò solo di menti raffinatissime, ma di menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi”. Ed infine lo stesso Falcone dopo l’attentato alla sua villa dell’Addauro affermò “Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile, se si vogliono capire le ragioni che hanno spinto qualcuno a tentare di assassinarmi”.
Ma anche le infiltrazioni mafiose in Veneto, proprio a partire dagli anni successivi alla trattativa tra Stato e mafia, hanno visto una crescita piuttosto impetuosa. Una volta sdoganata e messi fuori gioco i boss dalla vecchia mentalità, la nuova mafia si è perfettamente integrata nel sistema orientando le sue iniziative e i suoi interessi lì dove stanno o vanno i “piccioli veri”. Interessante, in tal senso, un ampio servizio sulle infiltrazioni mafiose in Veneto, dove non si parla ovviamente solo della mafia siciliana ma anche di quelle emergenti, come quella calabrese o pugliese.
Nell’ottobre di quest’anno, ad esempio, ben dieci arresti sui 52 provvedimenti restrittivi di una operazione coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, sono stati eseguiti a Verona e provincia. L’obiettivo del ramo veronese dell’organizzazione mafiosa era sostanzialmente quello di raccogliere sempre più denaro, e radicarsi in un territorio economicamente forte come quello veronese.
La criminalità organizzata nel veronese sembra ormai essere una presenza indiscussa, e in modo particolare quella 'ndranghetista. “Porto Franco” è il nome dell’operazione giudiziaria che ha portato in carcere tredici imprenditori a vario titolo collegati con le 'ndrine dei Pesce e dei Molé, nomi che in Calabria incutono timore, fra le famiglie criminali più potenti non solo sul territorio calabrese ma anche nel resto d’Italia tutta e con importanti ramificazioni in Europa. Un imprenditore calabrese è stato arrestato nella provincia di Verona perché titolare di due aziende di autotrasporto con sede a Nogarole Rocca, ma in realtà considerato dagli investigatori come il referente delle ‘ndrine in loco. “Ma quello che deve far più riflettere è che ancora una volta l’infiltrazione nelle terre del nord avviene secondo il canale degli investimenti nell’economia legale, attraverso sofisticati meccanismi commerciali, come in questo caso, dove ad essere usate erano delle cooperative di servizio nel settore dei trasporti” scrive un reportage de il Mattino di Padova, registrando amaramente che “l’isola felice” del Veneto non esiste più. Una ulteriore conferma viene da una relazione della Dia presentata in Parlamento nel 2013, la quale riporta che “le attività condotte dalla Dia, tese a contrastare l’infiltrazione della criminalità organizzata calabrese nel tessuto economico del Veneto, hanno consentito di segnalare nell’Ovest veronese e nel vicentino la presenta di ditte, operanti in particolare nel settore dell’edilizia, riconducibili ad aggregati criminali di Cutro, Delianova , Filadelfia e Africo Nuovo“.
“Se domani la mafia avesse l’intenzione di controllare il mercato economico e finanziario, oppure la gestione dell’amministrazione pubblica a Verona, come in qualsiasi altra città settentrionale, avrebbe la strada spianata” ebbe a dichiarare il dottor Guido Papalia, procuratore della Repubblica di Verona, duramente contrastato dai gruppi neofascisti e dalla Lega. Il dott. Papalia all’indomani dell’arresto del boss Giuseppe Madonia in provincia di Vicenza rilasciò una analisi molto interessante: “L’importante sistema delle tangenti e il dilagare della corruzione – sottolineava Papalia – consentirebbe infatti alla mafia di introdursi e acquisire potere più facilmente anche in questo territorio. In tal senso, tutte le città del Veneto e del Nord in genere vanno bene, perché permettono la penetrazione in un mercato finanziario in continua espansione e quindi in grado di assorbire gli enormi capitali guadagnati illecitamente nelle regioni che più sono sotto il controllo della mafia”. Una visione del problema che lascia capire come la trattativa tra Stato e mafia non solo è andata in porto ma ha portato anche ai risultati sperati. Andare a rimestare questo scenario e allestirci addirittura un processo, potrebbe alla fine rivelarsi molto pericoloso per chi voglia andare a vedere in fondo cosa è accaduto veramente.
Fonte
26/08/2014
Verona. Annullato il concerto dei 99 Posse
Le intimidazioni dei neofascisti contro il concerto dei 99 Posse previsto per il 4 settembre a Verona, ha indotto gli organizzatori del Vrban festival a cancellare l'evento. "Riteniamo che non ci siano sufficienti condizioni di sicurezza per il pubblico e per gli operatori coinvolti nella manifestazione per garantire lo spettacolo in questione", affermano in una nota gli organizzatori. "Inoltre ribadiamo che, essendo una manifestazione che parla di sostenibilità e non di politica, la polemica generata, che rischierebbe di strumentalizzare l’evento, è diventata per noi insostenibile. Vrban bandisce la strumentalizzazione".
Il Vrban festival dichiara tra i propri valori, come si legge sulla sua pagina web dalla quale è già sparito il concerto dei 99 Posse sostituiti da un altro artista napoletano, che:
Fonte
Il Vrban festival dichiara tra i propri valori, come si legge sulla sua pagina web dalla quale è già sparito il concerto dei 99 Posse sostituiti da un altro artista napoletano, che:
La "Mission fondamentale dell’evento è la sostenibilità intesa a 360 gradi negli ambiti sociale, ambientale ed economico.Come si dice, di buone intenzioni sono lastricate le vie dell'inferno. Ma almeno nella vita reale bisognerebbe saperle tutelare e difendere dalle minacce dei fascisti, altrimenti rimangono solo... buone intenzioni.
Vrban non solo segue i parametri tecnici che lo rendono un festival a basso impatto ambientale, ma vuole incentivare il proprio pubblico a comportamenti etici e sviluppare delle azioni di marketing e comarketing per renderlo economicamente sostenibile, pur mantenendo un’altissima qualità artistica.
Le altre componenti fondamentali della mission di Vrban sono:
- Offrire al pubblico un evento d’intrattenimento di qualità, facendo leva sulla funzione socializzante e ludica della proposta artistica
- Offrire un evento dinamico, interattivo e gratuito per il pubblico
- Veicolare messaggi e contenuti di impatto sociale
- Evidenziare e promuovere le produzioni giovanili di qualità e di successo
- Offrire un Festival di riferimento per le produzioni giovanili nazionali, promuovere gli artisti emergenti e istituire un network nazionale dedicato
- Rendere visibili le produzioni giovanili alla cittadinanza e ad un vasto pubblico, affiancandole a produzioni importanti e ad artisti nazionali già affermati
- Recuperare e valorizzare un’area dismessa e dimenticata della città
- Sensibilizzare l’opinione pubblica su temi sociali di grande rilievo ed importanza per la popolazione. Vrban sostiene l’ADMOR (Associazione Donatori di Midollo Osseo e Ricerca di Verona e Provincia “Davide Biondani”) che è presente e partecipa attivamente alla manifestazione. L’evento si impegna a rispettare i valori cardine dell’Associazione definiti nel proprio statuto e nella mission".
Fonte
24/08/2014
Verona. Minacce fasciste mentre cresce la tensione in città
Proprio nei giorni in cui il concerto della nota band musicale “99 Posse” rischia di essere annullato a causa delle pressioni dei partiti e dei movimenti dell’estrema destra veronese e dei rapporti di questi ultimi con la politica cittadina, proprio nei giorni in cui Verona sta dimostrando di essere, ancora una volta, una delle città più intolleranti del nostro Paese, la tensione sta crescendo (come promesso dalle dichiarazioni di Forza Nuova) anche fuori dal mondo mediatico grazie ai soliti noti metodi squadristi che da sempre caratterizzano una buona parte dei giovani veronesi.
A Verona il prezzo che si deve pagare per combattere a viso aperto la merda fascista sono le ripercussioni nella vita privata, a casa o sul lavoro. Anche nella notte fra sabato e domenica scorsi vari inquietanti episodi si sono verificati. Automobili che scorrazzano in Veronetta gridando “Rossi di merda!” ai gruppi di persone che incontra, minacce ed intimidazioni nel cuore della notte a militanti antifascisti con promesse di pestaggi, oltre naturalmente ai soliti insulti (“brutta zecca da centro sociale”).
Solo i soliti episodi di goliardia da sabato sera per animare qualche serata dei “butei”? Forse. Ma il clima che si sta creando in questi giorni è pesante, e fa credere maggiormente che sotto a queste minacce anonime ci sia dell’altro. Crediamo che l’estrema destra cittadina stia cercando di muoversi su più piani per impedire il concerto dei 99 Posse; e purtroppo questo significa che chi si definisce antifascista, o semplicemente non si ritrova dentro ai canoni che il “veronese della curva sud” dovrebbe avere, non può, in questo periodo più del solito, girare tranquillamente in città. Un vero e proprio clima da regime che tristemente caratterizza la nostra città da parecchi anni e ha già causato numerosi pestaggi, aggressioni e perfino delle vittime.
Per questo lanciamo un appello a tutta la cittadinanza di Verona, ma soprattutto a coloro che credono ancora in valori quali l’antifascismo, la libertà di espressione e di movimento, la tolleranza, di restare uniti in questo momento più che mai. Questa città ha bisogno di voci critiche, di voci diverse, di voci collettive per crescere veramente e far fronte al becero e ignorante squadrismo fascista che si traduce solo in odio e violenza cieca. A dispetto della maggioranza crediamo ancora in una Verona diversa, in una Verona dove si possa uscire per strada tranquilli la sera e dove si riesca ad esprimersi al meglio.
LA CITTADINANZA VA COSTRUITA, IL FASCISMO VA RICACCIATO NELLA FOGNA!
Kollettivo Autonomo Antifascista Verona
Fonte
A Verona il prezzo che si deve pagare per combattere a viso aperto la merda fascista sono le ripercussioni nella vita privata, a casa o sul lavoro. Anche nella notte fra sabato e domenica scorsi vari inquietanti episodi si sono verificati. Automobili che scorrazzano in Veronetta gridando “Rossi di merda!” ai gruppi di persone che incontra, minacce ed intimidazioni nel cuore della notte a militanti antifascisti con promesse di pestaggi, oltre naturalmente ai soliti insulti (“brutta zecca da centro sociale”).
Solo i soliti episodi di goliardia da sabato sera per animare qualche serata dei “butei”? Forse. Ma il clima che si sta creando in questi giorni è pesante, e fa credere maggiormente che sotto a queste minacce anonime ci sia dell’altro. Crediamo che l’estrema destra cittadina stia cercando di muoversi su più piani per impedire il concerto dei 99 Posse; e purtroppo questo significa che chi si definisce antifascista, o semplicemente non si ritrova dentro ai canoni che il “veronese della curva sud” dovrebbe avere, non può, in questo periodo più del solito, girare tranquillamente in città. Un vero e proprio clima da regime che tristemente caratterizza la nostra città da parecchi anni e ha già causato numerosi pestaggi, aggressioni e perfino delle vittime.
Per questo lanciamo un appello a tutta la cittadinanza di Verona, ma soprattutto a coloro che credono ancora in valori quali l’antifascismo, la libertà di espressione e di movimento, la tolleranza, di restare uniti in questo momento più che mai. Questa città ha bisogno di voci critiche, di voci diverse, di voci collettive per crescere veramente e far fronte al becero e ignorante squadrismo fascista che si traduce solo in odio e violenza cieca. A dispetto della maggioranza crediamo ancora in una Verona diversa, in una Verona dove si possa uscire per strada tranquilli la sera e dove si riesca ad esprimersi al meglio.
LA CITTADINANZA VA COSTRUITA, IL FASCISMO VA RICACCIATO NELLA FOGNA!
Kollettivo Autonomo Antifascista Verona
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)