Il colpo di spugna alla fine è arrivato e la sentenza che condannava uomini dello stato, politici e mafiosi per la trattativa Stato-mafia del 1993 viene così definitivamente seppellita.
I giudici della Corte di Cassazione hanno infatti annullato senza rinvio la sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Palermo il 23 settembre 2021.
Sono stati così definitivamente assolti dalla sesta sezione penale della Corte di Cassazione “per non aver commesso il fatto” gli ex ufficiali del Ros dei Carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, il boss mafioso Leoluca Bagarella e il medico Antonio Cinà.
L’indagine per la trattativa tra Stato e mafia nel 1993 nasce nel 1996, quando il pentito di mafia Giovanni Brusca (oggi libero), disse di averne sentito parlare da Totò Riina, all’epoca degli attentati mortali a Falcone e Borsellino. Nel frattempo arrivarono le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Ciancimino junior dichiarò di aver fatto da tramite tra il padre e il Ros dei Carabinieri per giungere ad un “accordo con lo Stato” per fare cessare la strategia stragista di Cosa Nostra e arrivare alla consegna dei latitanti.
La prima udienza del processo ebbe luogo il 29 ottobre 2012, nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo. Sul banco degli imputati cinque membri di Cosa Nostra, cioè Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, e cinque rappresentanti delle istituzioni, cioè il generale Antonio Subranni, il generale Mario Mori, il colonnello Giuseppe De Donno e l’ex senatore Marcello dell’Utri, per il reato di violenza a Corpo politico, amministrativo o giudiziario. Massimo Ciancimino è invece imputato per concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti di Giovanni De Gennaro, mentre Nicola Mancino per falsa testimonianza. La posizione dell’ex ministro Calogero Mannino viene invece stralciata. E l’ex politico verrà assolto sia in primo che in secondo grado.
Il verdetto di primo grado vide condannati a 12 anni di carcere, oltre a Dell’Utri, i generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni e il boss Antonino Cinà; a 28 anni Leoluca Bagarella, la pena più pesante.
Otto anni al colonnello Giuseppe De Donno. Stessa pena per Massimo Ciancimino, accusato di calunnia nei confronti dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro, mentre fu assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Prescrizione per Giovanni Brusca. Assolto l’ex ministro Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza.
La sentenza d’appello, giunge il 23 settembre del 2021 e ribalta il verdetto. Dopo tre giorni di camera di consiglio, nell’aula bunker di Palermo, la Corte manda assolto Dell’Utri, “per non avere commesso il fatto” e gli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, “perchè il fatto non costituisce reato”. Pena leggermente ridotta a 27 anni al boss Leoluca Bagarella; ma vengono confermati solo i 12 anni al medico mafioso Antonino Cina’, fedelissimo di Bernardo Provenzano.
Il momento più critico del processo fu quando nell’inchiesta finirono anche 4 intercettazioni telefoniche tra l’ex ministro Mancino e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che però vennero distrutte per decisione della Corte Costituzionale. Vennero intercettate varie telefonate tra Loris D’Ambrosio, l’allora consigliere giuridico del presidente Napolitano, e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, telefonate che hanno portato al conflitto istituzionale tra il Quirinale e la Procura di Palermo. Loris D’Ambrosio, ex magistrato e consigliere del Quirinale morì improvvisamente d’infarto nel 2012 dopo aver dichiarato di aver ascoltato “indicibili accordi”.
La cattura dell’ultimo boss della vecchia mafia, Matteo Messina Denaro ormai in fin di vita, si porterà nella tomba anche l’ultimo testimone di quella stagione.
Adesso la Corte di Cassazione non solo ha assolto tutti gli imputati ma ha anche decretato che la Trattativa Stato-mafia non c’è mai stata, quindi inutile parlarne. Ancora una volta la verità giudiziaria stride con la verità storica e politica.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/09/2021
Stato-mafia. La “Trattativa” c’è stata ma non è un reato
La Corte d’Assise d’Appello di Palermo ci ha messo tre giorni di camera di consiglio per emettere la sentenza di assoluzione nel processo di secondo grado sulla “Trattativa” tra Stato e mafia. La sentenza rovescia e annulla le condanne emesse nel primo processo e rimette il nostro paese di fronte alla ripetuta contraddizione tra verità giudiziaria e verità storica.
Il 20 aprile del 2018, nel processo di primo grado, i giudici di Palermo avevano condannato a dodici anni di carcere gli alti ufficiali dei Carabinieri Mori e Subranni. Altrettanti per l’ex senatore di Forza Italia Dell’Utri e per il medico Antonino Cinà, otto anni di condanna per l’ex capitano dei carabinieri De Donno, ventotto anni per il boss mafioso Bagarella. Erano state prescritte le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca, il boia della strage di Capaci, mentre era stato assolto l’ex ministro Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza.
Tre anni dopo per i giudici palermitani Marcello Dell’Utri, l’ex senatore di Forza Italia, “non ha commesso il fatto”. E sono “assolti perché il fatto non costituisce reato” i tre ex alti ufficiali del Ros dei Carabinieri. È stata invece confermata la condanna a 12 anni per il medico di Riina, mentre a Bagarella è stato scontato un anno perché la minaccia al primo governo Berlusconi è stato riqualificata in tentata minaccia.
Certo, tutti adesso affermano di dover leggere le motivazioni, ma quelle esposte in aula ieri una cosa la dicono chiaramente: la trattativa Stato-mafia c’è stata ma non è da considerarsi un reato penalmente rilevante.
Assolvere gli ufficiali dei carabinieri con la formula “perchè il fatto non costituisce reato“, vuol dire che il fatto c’è stato (la trattativa appunto) ma senza dolo. L’accusa era di aver trasmesso ai governi in carica tra il 1992 e 1993 – Amato e Ciampi – la minaccia stragista dei mafiosi.
Per la corte di Palermo i Carabinieri Mori, Subranni e De Donno aprirono effettivamente un canale di comunicazione con la famiglie mafiose ma senza intenzione di commettere un reato. Ed è curioso perché se sul versante dello Stato (i Carabinieri) il fatto non costituisce reato, per il medico di Totò Riina, Cinà è stata invece confermata la condanna di primo grado con l’accusa di aver fatto da postino del famigerato papello, cioè il foglio su cui erano scritte le richieste avanzate da Totò Riina per far cessare le stragi, e quel foglio di carta era destinato ai carabinieri, cioè era l’oggetto della trattativa.
Una contraddizione della sentenza che non sfugge all’ex magistrato palermitano Antonio Ingroia secondo cui “Da una parte la Corte d’appello condanna per il reato di minaccia i mafiosi, dall’altro assolve i colletti bianchi. Quindi vuol dire che la trattativa c’è stata e che non è una bufala. Aspettiamo di leggere le motivazioni, ma una sentenza così è difficile da spiegare: solo se fossero stati tutti assolti sarebbe stato ribaltato il giudizio di primo grado con la conseguenza di riconoscere l’assenza della trattativa” – afferma Ingroia in una intervista all’Adnkronos – “Invece la condanna di Cinà conferma il papello e il suo arrivo a destinazione. La minaccia nei confronti dello Stato ci fu. Quindi questa sentenza conferma la trattativa, mentre esclude la responsabilità personale degli imputati condannati come tramite nel processo di primo grado”.
Non abbiamo bisogno di aspettare le motivazione della sentenza per riaffermare una valutazione su questi grandi processi che nei decenni trascorsi hanno chiamato in causa le responsabilità dello Stato, uno tra tutti quello per la strage di Piazza Fontana.
Restiamo convinti e intendiamo agire affinché questo diventi un punto di vista tra le nuove generazioni, ossia che la verità giudiziaria non corrisponderà mai alla verità storica e neanche potrà sostituirla.
Come affermò il giudice Salvini davanti alla Commissione parlamentare sulle stragi, i magistrati per procedere hanno bisogno di prove concrete e testimoni in vita. Pur davanti a evidenze sul piano delle conseguenze politiche e materiali, con il lungo passare del tempo spesso nei tribunali queste diventano irrilevanti. Ragione per cui le sentenze fotografano quelle rilevanze alla luce del contesto in cui vengono emesse. E se un’azione era stata definita come un reato in un contesto, quando cambia il contesto quel reato si relativizza e talvolta scompare.
La sentenza del secondo processo per la strage di Piazza Fontana è stato un capolavoro di questo rovesciamento, arrivando alla conclusione che i colpevoli della strage non erano quelli imputati nel secondo processo ma quelli assolti nel primo processo. Non potendo essere processati una seconda volta per lo stesso reato, per piazza Fontana non c’è nessun colpevole. Praticamente una lapide posta sopra a qualsiasi velleità di ottenere una verità giudiziaria su quella strage. Ma sul piano della verità storica e politica i fatti, le responsabilità, le conseguenze non hanno bisogno di alcun tribunale per essere individuate e condannate.
Sulla Trattativa Stato-mafia, come sottolineato da Ingroia, la contraddizione è piuttosto evidente: il fatto al centro del processo è avvenuto (la Trattativa), ma nel 2021 non è da considerarsi un reato. Dal punto di vista giudiziario è una lapide, ma dal punto di vista storico e politico è la conferma che lo Stato ha trattato con la mafia e lo ha fatto dopo essersi sistematicamente rifiutato di farlo con le organizzazioni combattenti nel ventennio precedente in nome della “fermezza”.
È la conferma che la mafia era parte del sistema e con la trattativa è stata legittimata a farvi parte quasi alla luce del sole, rinunciando al suo aspetto più violento e coercitivo per assumere quello più rispettabile dei “colletti bianchi”.
Fonte
Il 20 aprile del 2018, nel processo di primo grado, i giudici di Palermo avevano condannato a dodici anni di carcere gli alti ufficiali dei Carabinieri Mori e Subranni. Altrettanti per l’ex senatore di Forza Italia Dell’Utri e per il medico Antonino Cinà, otto anni di condanna per l’ex capitano dei carabinieri De Donno, ventotto anni per il boss mafioso Bagarella. Erano state prescritte le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca, il boia della strage di Capaci, mentre era stato assolto l’ex ministro Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza.
Tre anni dopo per i giudici palermitani Marcello Dell’Utri, l’ex senatore di Forza Italia, “non ha commesso il fatto”. E sono “assolti perché il fatto non costituisce reato” i tre ex alti ufficiali del Ros dei Carabinieri. È stata invece confermata la condanna a 12 anni per il medico di Riina, mentre a Bagarella è stato scontato un anno perché la minaccia al primo governo Berlusconi è stato riqualificata in tentata minaccia.
Certo, tutti adesso affermano di dover leggere le motivazioni, ma quelle esposte in aula ieri una cosa la dicono chiaramente: la trattativa Stato-mafia c’è stata ma non è da considerarsi un reato penalmente rilevante.
Assolvere gli ufficiali dei carabinieri con la formula “perchè il fatto non costituisce reato“, vuol dire che il fatto c’è stato (la trattativa appunto) ma senza dolo. L’accusa era di aver trasmesso ai governi in carica tra il 1992 e 1993 – Amato e Ciampi – la minaccia stragista dei mafiosi.
Per la corte di Palermo i Carabinieri Mori, Subranni e De Donno aprirono effettivamente un canale di comunicazione con la famiglie mafiose ma senza intenzione di commettere un reato. Ed è curioso perché se sul versante dello Stato (i Carabinieri) il fatto non costituisce reato, per il medico di Totò Riina, Cinà è stata invece confermata la condanna di primo grado con l’accusa di aver fatto da postino del famigerato papello, cioè il foglio su cui erano scritte le richieste avanzate da Totò Riina per far cessare le stragi, e quel foglio di carta era destinato ai carabinieri, cioè era l’oggetto della trattativa.
Una contraddizione della sentenza che non sfugge all’ex magistrato palermitano Antonio Ingroia secondo cui “Da una parte la Corte d’appello condanna per il reato di minaccia i mafiosi, dall’altro assolve i colletti bianchi. Quindi vuol dire che la trattativa c’è stata e che non è una bufala. Aspettiamo di leggere le motivazioni, ma una sentenza così è difficile da spiegare: solo se fossero stati tutti assolti sarebbe stato ribaltato il giudizio di primo grado con la conseguenza di riconoscere l’assenza della trattativa” – afferma Ingroia in una intervista all’Adnkronos – “Invece la condanna di Cinà conferma il papello e il suo arrivo a destinazione. La minaccia nei confronti dello Stato ci fu. Quindi questa sentenza conferma la trattativa, mentre esclude la responsabilità personale degli imputati condannati come tramite nel processo di primo grado”.
Non abbiamo bisogno di aspettare le motivazione della sentenza per riaffermare una valutazione su questi grandi processi che nei decenni trascorsi hanno chiamato in causa le responsabilità dello Stato, uno tra tutti quello per la strage di Piazza Fontana.
Restiamo convinti e intendiamo agire affinché questo diventi un punto di vista tra le nuove generazioni, ossia che la verità giudiziaria non corrisponderà mai alla verità storica e neanche potrà sostituirla.
Come affermò il giudice Salvini davanti alla Commissione parlamentare sulle stragi, i magistrati per procedere hanno bisogno di prove concrete e testimoni in vita. Pur davanti a evidenze sul piano delle conseguenze politiche e materiali, con il lungo passare del tempo spesso nei tribunali queste diventano irrilevanti. Ragione per cui le sentenze fotografano quelle rilevanze alla luce del contesto in cui vengono emesse. E se un’azione era stata definita come un reato in un contesto, quando cambia il contesto quel reato si relativizza e talvolta scompare.
La sentenza del secondo processo per la strage di Piazza Fontana è stato un capolavoro di questo rovesciamento, arrivando alla conclusione che i colpevoli della strage non erano quelli imputati nel secondo processo ma quelli assolti nel primo processo. Non potendo essere processati una seconda volta per lo stesso reato, per piazza Fontana non c’è nessun colpevole. Praticamente una lapide posta sopra a qualsiasi velleità di ottenere una verità giudiziaria su quella strage. Ma sul piano della verità storica e politica i fatti, le responsabilità, le conseguenze non hanno bisogno di alcun tribunale per essere individuate e condannate.
Sulla Trattativa Stato-mafia, come sottolineato da Ingroia, la contraddizione è piuttosto evidente: il fatto al centro del processo è avvenuto (la Trattativa), ma nel 2021 non è da considerarsi un reato. Dal punto di vista giudiziario è una lapide, ma dal punto di vista storico e politico è la conferma che lo Stato ha trattato con la mafia e lo ha fatto dopo essersi sistematicamente rifiutato di farlo con le organizzazioni combattenti nel ventennio precedente in nome della “fermezza”.
È la conferma che la mafia era parte del sistema e con la trattativa è stata legittimata a farvi parte quasi alla luce del sole, rinunciando al suo aspetto più violento e coercitivo per assumere quello più rispettabile dei “colletti bianchi”.
Fonte
28/07/2021
Trattativa Stato-Mafia. Le bombe hanno creato un “nuovo sistema” (quarta parte)
Come abbiamo visto nelle puntate precedenti, una parte delle famiglie di Cosa Nostra decide di rompere gli indugi. Nel 1992 suoi interlocutori politici di sempre si stanno disgregando, le garanzie dentro la magistratura si affievoliscono e la struttura del business viene “sollecitata” dai nuovi processi che avvengono nell’economia del paese, dell’Europa e del mondo.
Una parte delle famiglie mafiose – i corleonesi e qualche altro – pensano che occorra intervenire per far sì che tutto resti come prima, altre intuiscono che i suggerimenti che gli arrivano dai colletti bianchi e dai nuovi interlocutori politici chiedono un cambio di passo e di metodo.
In questa prima fase del 1992 prevalgono i vecchi metodi e i vecchi interessi delle organizzazioni mafiosi e dei loro interlocutori. I rapporti costruiti negli anni d’oro consentono di mettere in campo una operazione in grande stile: l’attentato al giudice Falcone del 23 maggio 1992.
Ci avevano provato anche tre anni prima alla villa dell’Addaura, ma qualcosa era andato storto. Due agenti di polizia vicini ai servizi – Nino D’Agostino ed Emanuele Piazza – che sapevano troppo su quell’attentato fallito del 20 giugno 1989 alla villa di Falcone, morirono in tempi brevissimi.
Il primo ucciso nella sua casa il 5 agosto del 1989, il secondo è scomparso il 30 maggio del 1990 e non è più stato trovato. Prima di Falcone vengono mandati altri due segnali pesanti alle autorità politiche e statuali: l’omicidio del dirigente democristiano Salvo Lima il 12 marzo 1992 e l’omicidio del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli il 4 aprile 1992.
Per uccidere clamorosamente Falcone si mette in moto una operazione complessa dal punto di vista militare che produrrà l’attentato e la strage di Capaci nel maggio del 1992. “Non penserà mica che fu opera soltanto di quattro mafiosi?”, dice un ex membro di Gladio a Stefania Limiti, autrice del libro “Doppio livello”. Le informazioni di cui dispongono gli attentatori, la logistica e il materiale esplosivo effettivamente sembrano andare piuttosto al di là dei killer di mafia.
Ad esempio, secondo il giudice Tescaroli, l’artificiere dell’attentato di Capaci sarebbe un esperto di esplosivi: Piero Rampulla. Si tratta di un fascista che ha militato in Ordine Nuovo. Di lui come possibile artificiere di Cosa Nostra parla anche il pentito/collaboratore dei carabinieri Luigi Ilardo (la fonte Oriente del capitano dei carabinieri Riccio), ucciso senza alcuna protezione nel 1996. Rampulla non è un fascista qualsiasi, ha rapporto con i servizi e con gli emissari mafiosi “saliti al Nord”.
È dopo questo attentato che si mette in moto il processo che porterà alla prima parte della trattativa Stato-mafia. Dalle risultanze processuali, emerge che i primi contatti tra il capitano dei carabinieri Di Donno e Vito Ciancimino vengano avviati ai primi di giugno 1992, due settimane dopo l’attentato a Falcone.
Il generale dei Carabinieri, Mori, è informato di questo ed è informato anche dei contatti avviati da un altro ufficiale dei carabinieri, Roberto Tempesta, con il boss di Altofonte Antonino Gioè (trovato morto impiccato nel carcere di Rebbibia il 29 luglio 1993).
Ma mentre qualcuno tratta, altri spingono per una linea dura contro la mafia: il Consiglio dei Ministri, l’8 giugno 1992, approva il decreto Scotti-Martelli che introduce il 41bis nelle carceri. Il giudice Borsellino sostiene questa posizione e si configura come un ostacolo alla trattativa.
Sembra che Riina disse a Brusca che la trattativa si era improvvisamente interrotta e c’era “un muro da superare”. Questo muro, questo “ostacolo” venne rimosso con l’attentato mortale del 19 luglio 1992 in via D’Amelio e l’uccisione di Borsellino.
La trattativa, o meglio la prima fase della trattativa, adesso può cominciare e viene affidata sul campo ad un gruppo di ufficiali del Ros dei carabinieri con forti legami con e nei servizi segreti. La politica ovviamente “finge” di non sapere, ma in realtà anela di sapere come stanno andando le cose e se la prima offensiva delle stragi contro uomini dello Stato si fermerà o meno.
Il processo di Palermo, ha cercato di chiarire sostanzialmente questa prima fase della trattativa. L’indagine della procura di Palermo sulla trattativa Stato-mafia è durata quattro anni e ha preso il via dalle dichiarazioni e dalle produzioni documentali di Massimo Ciancimino, figlio del più noto Vito.
Gli indagati dalla procura di Palermo sono in tutto dodici. Ci sono i padrini di Cosa Nostra Totò Riina, Giovanni Brusca, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Antonino Cinà che avrebbero condotto la trattativa per conto di Cosa Nostra.
Poi ci sono ben tre alti ufficiali dei carabinieri come Antonio Subranni (processato come autore del depistaggio sull’assassinio di Peppino Impastato, ma salvato dalla prescrizione), Mario Mori e Giuseppe De Donno, personaggi di vertice del ROS dei Carabinieri, protagonisti secondo la ricostruzione dei pm per aver agevolato “un canale di comunicazione finalizzato a sollecitare eventuali richieste di Cosa Nostra”, così come il “protrarsi della latitanza di Provenzano, principale referente mafioso della trattativa”.
Nel processo che ha coinvolto per questo specifico caso, il gen. Mario Mori è stato assolto in primo grado. Ma nuove prove contro il generale Mario Mori sono state presentate dal pg di Palermo, Roberto Scarpinato all’apertura del processo d’appello per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano.
Scarpinato ha chiesto la riapertura dell’istruzione dibattimentale e l’acquisizione di numerosi documenti, tra cui atti «classificati» dei servizi segreti, sulla carriera di Mori e su vari episodi dai quali emergerebbero pratiche investigative «opache».
Tra i nuovi episodi contestati dall’accusa anche una condotta depistante che nel 1993 impedì la cattura a Terme Vigliatore, nel Messinese, del boss catanese Nitto Santapaola. Il criterio ispiratore dell’acquisizione delle «nuove prove», fa riferimento al fatto che, secondo Scarpinato, Mori avrebbe operato per «finalità occulte», per «disattendere doveri istituzionali» come ufficiale di polizia giudiziaria e venendo meno «all’obbligo di lealtà» nei confronti dell’autorità giudiziaria.
Nel processo di primo grado il generale Mori e il suo braccio destro Mauro Obinu sono stati assolti «perché il fatto non costituisce reato».
Nel processo palermitano per la prima fase della trattativa Stato-mafia, come impuitati ci sono poi i personaggi della politica, ma è poca roba.
C’è Calogero Mannino, all’epoca ministro e secondo l’accusa apripista dei primi contatti con i boss e per aver esercitato, dopo le stragi del ’93 «indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione dei decreti di cui all’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario».
C’è poi l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza, e c’è poi il burattinaio di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri. Dei tre forse è il più importante.
Infine c’è Massimo Ciancimino accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, per il ruolo di ‘postino’ tra il padre e i capimafia, e di calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, perché avrebbe prodotto un biglietto contraffatto attribuito al padre Vito, secondo cui il misterioso signor Carlo/Franco che sarebbe stato il contatto dei servizi segreti per la trattativa con Cosa Nostra avrebbe risposto al nome dello stesso De Gennaro.
Dunque, sulla base di quello che fino ad oggi c’è a disposizione sul piano giudiziario, si potrà, nella migliore delle ipotesi, fare luce sulla prima fase della trattativa Stato-mafia. Ma è la seconda fase della trattativa quella che ha portato ai risultati consolidati che hanno caratterizzato la vita politica, economica ed istituzionale del nostro paese fino ad oggi. E’ quello che abbiamo ancora sotto gli occhi attraverso i sistemi criminali.
Per farci capire useremo le parole assai chiare del procuratore Scarpinato in una intervista del febbraio 2009 ad Antimafia Duemila: “I sistemi criminali sono una sorta di tavolo dove siedono figure diverse, non tutte necessariamente dotate di specifica professionalità criminale: il politico, l’alto dirigente pubblico, l’imprenditore, il finanziere, il faccendiere, il portavoce delle mafie. Ciascuno di questi soggetti è referente di reti di relazioni esterne al network ma messe a disposizione dello stesso. Il sistema è modulare nel senso che, a secondo della natura degli affari e delle necessità operative, integra nuovi soggetti o ne accantona altri. I diversi tavoli di lavoro pianificano la divisione dei compiti per conseguire il risultato del controllo di ampi settori delle istituzioni, dei centri di spesa, e della spartizione delle opere e dei fondi pubblici”.
È una fotografia che ci scorre sotto gli occhi piuttosto frequentemente.
Fonte
Una parte delle famiglie mafiose – i corleonesi e qualche altro – pensano che occorra intervenire per far sì che tutto resti come prima, altre intuiscono che i suggerimenti che gli arrivano dai colletti bianchi e dai nuovi interlocutori politici chiedono un cambio di passo e di metodo.
In questa prima fase del 1992 prevalgono i vecchi metodi e i vecchi interessi delle organizzazioni mafiosi e dei loro interlocutori. I rapporti costruiti negli anni d’oro consentono di mettere in campo una operazione in grande stile: l’attentato al giudice Falcone del 23 maggio 1992.
Ci avevano provato anche tre anni prima alla villa dell’Addaura, ma qualcosa era andato storto. Due agenti di polizia vicini ai servizi – Nino D’Agostino ed Emanuele Piazza – che sapevano troppo su quell’attentato fallito del 20 giugno 1989 alla villa di Falcone, morirono in tempi brevissimi.
Il primo ucciso nella sua casa il 5 agosto del 1989, il secondo è scomparso il 30 maggio del 1990 e non è più stato trovato. Prima di Falcone vengono mandati altri due segnali pesanti alle autorità politiche e statuali: l’omicidio del dirigente democristiano Salvo Lima il 12 marzo 1992 e l’omicidio del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli il 4 aprile 1992.
Per uccidere clamorosamente Falcone si mette in moto una operazione complessa dal punto di vista militare che produrrà l’attentato e la strage di Capaci nel maggio del 1992. “Non penserà mica che fu opera soltanto di quattro mafiosi?”, dice un ex membro di Gladio a Stefania Limiti, autrice del libro “Doppio livello”. Le informazioni di cui dispongono gli attentatori, la logistica e il materiale esplosivo effettivamente sembrano andare piuttosto al di là dei killer di mafia.
Ad esempio, secondo il giudice Tescaroli, l’artificiere dell’attentato di Capaci sarebbe un esperto di esplosivi: Piero Rampulla. Si tratta di un fascista che ha militato in Ordine Nuovo. Di lui come possibile artificiere di Cosa Nostra parla anche il pentito/collaboratore dei carabinieri Luigi Ilardo (la fonte Oriente del capitano dei carabinieri Riccio), ucciso senza alcuna protezione nel 1996. Rampulla non è un fascista qualsiasi, ha rapporto con i servizi e con gli emissari mafiosi “saliti al Nord”.
È dopo questo attentato che si mette in moto il processo che porterà alla prima parte della trattativa Stato-mafia. Dalle risultanze processuali, emerge che i primi contatti tra il capitano dei carabinieri Di Donno e Vito Ciancimino vengano avviati ai primi di giugno 1992, due settimane dopo l’attentato a Falcone.
Il generale dei Carabinieri, Mori, è informato di questo ed è informato anche dei contatti avviati da un altro ufficiale dei carabinieri, Roberto Tempesta, con il boss di Altofonte Antonino Gioè (trovato morto impiccato nel carcere di Rebbibia il 29 luglio 1993).
Ma mentre qualcuno tratta, altri spingono per una linea dura contro la mafia: il Consiglio dei Ministri, l’8 giugno 1992, approva il decreto Scotti-Martelli che introduce il 41bis nelle carceri. Il giudice Borsellino sostiene questa posizione e si configura come un ostacolo alla trattativa.
Sembra che Riina disse a Brusca che la trattativa si era improvvisamente interrotta e c’era “un muro da superare”. Questo muro, questo “ostacolo” venne rimosso con l’attentato mortale del 19 luglio 1992 in via D’Amelio e l’uccisione di Borsellino.
La trattativa, o meglio la prima fase della trattativa, adesso può cominciare e viene affidata sul campo ad un gruppo di ufficiali del Ros dei carabinieri con forti legami con e nei servizi segreti. La politica ovviamente “finge” di non sapere, ma in realtà anela di sapere come stanno andando le cose e se la prima offensiva delle stragi contro uomini dello Stato si fermerà o meno.
Il processo di Palermo, ha cercato di chiarire sostanzialmente questa prima fase della trattativa. L’indagine della procura di Palermo sulla trattativa Stato-mafia è durata quattro anni e ha preso il via dalle dichiarazioni e dalle produzioni documentali di Massimo Ciancimino, figlio del più noto Vito.
Gli indagati dalla procura di Palermo sono in tutto dodici. Ci sono i padrini di Cosa Nostra Totò Riina, Giovanni Brusca, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Antonino Cinà che avrebbero condotto la trattativa per conto di Cosa Nostra.
Poi ci sono ben tre alti ufficiali dei carabinieri come Antonio Subranni (processato come autore del depistaggio sull’assassinio di Peppino Impastato, ma salvato dalla prescrizione), Mario Mori e Giuseppe De Donno, personaggi di vertice del ROS dei Carabinieri, protagonisti secondo la ricostruzione dei pm per aver agevolato “un canale di comunicazione finalizzato a sollecitare eventuali richieste di Cosa Nostra”, così come il “protrarsi della latitanza di Provenzano, principale referente mafioso della trattativa”.
Nel processo che ha coinvolto per questo specifico caso, il gen. Mario Mori è stato assolto in primo grado. Ma nuove prove contro il generale Mario Mori sono state presentate dal pg di Palermo, Roberto Scarpinato all’apertura del processo d’appello per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano.
Scarpinato ha chiesto la riapertura dell’istruzione dibattimentale e l’acquisizione di numerosi documenti, tra cui atti «classificati» dei servizi segreti, sulla carriera di Mori e su vari episodi dai quali emergerebbero pratiche investigative «opache».
Tra i nuovi episodi contestati dall’accusa anche una condotta depistante che nel 1993 impedì la cattura a Terme Vigliatore, nel Messinese, del boss catanese Nitto Santapaola. Il criterio ispiratore dell’acquisizione delle «nuove prove», fa riferimento al fatto che, secondo Scarpinato, Mori avrebbe operato per «finalità occulte», per «disattendere doveri istituzionali» come ufficiale di polizia giudiziaria e venendo meno «all’obbligo di lealtà» nei confronti dell’autorità giudiziaria.
Nel processo di primo grado il generale Mori e il suo braccio destro Mauro Obinu sono stati assolti «perché il fatto non costituisce reato».
Nel processo palermitano per la prima fase della trattativa Stato-mafia, come impuitati ci sono poi i personaggi della politica, ma è poca roba.
C’è Calogero Mannino, all’epoca ministro e secondo l’accusa apripista dei primi contatti con i boss e per aver esercitato, dopo le stragi del ’93 «indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione dei decreti di cui all’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario».
C’è poi l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza, e c’è poi il burattinaio di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri. Dei tre forse è il più importante.
Infine c’è Massimo Ciancimino accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, per il ruolo di ‘postino’ tra il padre e i capimafia, e di calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, perché avrebbe prodotto un biglietto contraffatto attribuito al padre Vito, secondo cui il misterioso signor Carlo/Franco che sarebbe stato il contatto dei servizi segreti per la trattativa con Cosa Nostra avrebbe risposto al nome dello stesso De Gennaro.
Dunque, sulla base di quello che fino ad oggi c’è a disposizione sul piano giudiziario, si potrà, nella migliore delle ipotesi, fare luce sulla prima fase della trattativa Stato-mafia. Ma è la seconda fase della trattativa quella che ha portato ai risultati consolidati che hanno caratterizzato la vita politica, economica ed istituzionale del nostro paese fino ad oggi. E’ quello che abbiamo ancora sotto gli occhi attraverso i sistemi criminali.
Per farci capire useremo le parole assai chiare del procuratore Scarpinato in una intervista del febbraio 2009 ad Antimafia Duemila: “I sistemi criminali sono una sorta di tavolo dove siedono figure diverse, non tutte necessariamente dotate di specifica professionalità criminale: il politico, l’alto dirigente pubblico, l’imprenditore, il finanziere, il faccendiere, il portavoce delle mafie. Ciascuno di questi soggetti è referente di reti di relazioni esterne al network ma messe a disposizione dello stesso. Il sistema è modulare nel senso che, a secondo della natura degli affari e delle necessità operative, integra nuovi soggetti o ne accantona altri. I diversi tavoli di lavoro pianificano la divisione dei compiti per conseguire il risultato del controllo di ampi settori delle istituzioni, dei centri di spesa, e della spartizione delle opere e dei fondi pubblici”.
È una fotografia che ci scorre sotto gli occhi piuttosto frequentemente.
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27/07/2021
Trattativa Stato-Mafia. La politica si adegua (terza parte)
Nel dicembre del 1991, i capi delle principali famiglie mafiose siciliane si incontrarono in una località della provincia di Enna. Erano preoccupati. A gennaio era prevista la sentenza della Corte di Cassazione sul maxi processo che aveva visto, per la prima volta, pesanti condanne contro decine di esponenti mafiosi siciliani. Quella che si incontra nelle campagne di Enna, non è solo il gotha della mafia, ma è gente abituata a fiutare l’aria, a capire quando c’è qualcosa che non quadra. I contatti nella politica e nella magistratura questa volta non danno le garanzie del passato sull’aggiustamento del processo. Il rischio è che decine di mafiosi stavolta in carcere debbano rimanerci per molti anni.
La sentenza della Corte di Cassazione arriva il 31 gennaio 1992 e conferma le condanne contro gli imputati mafiosi del maxiprocesso. Il procedimento questa volta non è finito tra le mani del dott. Corrado Carnevale, conosciuto come “l’amazzasentenze”. Il quale, solo per parlare del 1991, a marzo, alla Corte di Cassazione aveva annullato il provvedimento di custodia cautelare relativamente all’ accusa di associazione camorristica, a carico di Francesco Schiavone, il boss della camorra conosciuto come Sandokan e il 29 ottobre aveva annullato la custodia cautelare ordinata dalla corte d’ assise per alcuni capi dei clan Moccia e Magliulo, della camorra di Afragola.
In compenso, subito dopo la sentenza del 31 gennaio, ovvero il 17 febbraio 1992 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla la custodia cautelare per Bruno e Claudio Carbonaro, pluripregiudicati, accusati di essere stati tra i killer della strage di Gela che provocò otto morti: non valgono le dichiarazioni di un pentito che li accusava di aver fatto parte del commando assassino. Il 27 febbraio 1992 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullò la sentenza con cui la Corte d’assise d’appello di Torino aveva inflitto tredici ergastoli e ottanta altre condanne agli uomini di alcuni clan della mafia catanese trapiantata nel torinese. Niente associazione di stampo mafioso. Il 19 marzo 1992, la Cassazione annulla quattro ergastoli nel grande processo contro le cosche mafiose di Reggio Calabria. Il 24 giugno 1992 nel maxiprocesso-ter la Cassazione annulla quattro ergastoli confermando l’assoluzione per i mafiosi Michele Greco, Paolo Alfano, Salvatore Montalto, Salvatore Rotolo e Vincenzo Sinagra, che dovranno essere riprocessati. Il 1 settembre 1992 la Cassazione annulla l’ordinanza di rinvio a giudizio del maxiprocesso, la sentenza di condanna a 18 anni di primo grado e la condanna d’appello ad otto anni a carico del boss Alfredo Bono.
Il dott. Carnevale nel 1998 venne rinviato a giudizio per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Secondo alcuni pentiti di mafia Carnevale era il “referente” di Cosa nostra in Cassazione, dove molti processi a boss e gregari di Cosa nostra sarebbero stati “aggiustati”. In primo grado venne assolto. La successiva condanna in appello fu poi annullata in Cassazione senza rinvio. Assolto perché le deposizioni dei suoi colleghi che denunciavano le sue pressioni per aggiustare i processi riferivano fatti accaduti in Camera di Consiglio, quindi coperte da segreto, trascurando che alcuni fatti erano accaduti all’esterno del Tribunale. Grazie all’assoluzione il dott. Carnevale è rimasto in servizio fino al 2013.
Fra il 1991 e il 1992, il rapporto tra i vecchi garanti politici e i capi di Cosa Nostra era completamente saltato e doveva essere ricostituito sulla base dei nuovi equilibri – sia internazionali che interni – che si andavano ridefinendo dopo l’affondamento della precedente classe dirigente con Tangentopoli. Sono anni significativi. Cosa Nostra si contrappone frontalmente alla politica perché si ritiene “tradita” dalla conferma delle condanne al maxiprocesso nel gennaio del 1992. Ed è in questo contesto che vengono decise azioni come l’uccisione del dirigente siciliano della DC Salvo Lima, le stragi di Capaci (Falcone) e via D’Amelio (Borsellino).
La fine della DC come interlocutore e garante politico di Cosa Nostra, costringe i gruppi mafiosi a guardarsi intorno e, in qualche modo, a orientarsi nel crearsi la propria rappresentanza politica, a questo punto anche autonomamente dai vecchi partner politici. Il 4 dicembre 1992, dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino, il pentito Leonardo Messina, interrogato dalla commissione Antimafia, ebbe a dire: “Cosa Nostra sta rinnovando il sogno di diventare indipendente, di diventare padrona di un’ala dell’Italia, uno Stato loro, nostro... In tutto questo Cosa Nostra non è sola è aiutata dalla massoneria... Ci sono forze alle quali si stanno rivolgendo”. “Quali?”, chiese il presidente della commissione Violante? La risposta di Messina fu la seguente: “Sono formazioni nuove... e non vengono dalla Sicilia”.
In quel periodo, in tutto il Meridione, fra il 1991 e il 1993, in Italia si comincia a parlare e respirare un clima secessionista. Se al Nord cresce la Lega, al Sud era stato tutto un fiorire di leghe regionalistiche: la prima fu Sicilia Libera, poi ci furono Campania Libera, Lega Lucana, Calabria Libera, Abruzzo libero, eccetera. Il denominatore comune, scaturito dalle indagini, è l’alta concentrazione in questi movimenti di esponenti mafiosi e della criminalità organizzata del Sud, di massoni e di esponenti neofascisti. Ma verso la metà del 1993, in tutto il Sud non se ne fece più niente, l’opzione secessionista si spegne. Si opta per guardare – politicamente – a “formazioni nuove e che non vengono dalla Sicilia”. Se la vecchia struttura politica, economica e istituzionale si è indebolita, qualcuno offre la possibilità di inserirvisi direttamente, di “fare sistema”.
Il 29 giugno 1993 viene costituita “Forza Italia! Associazione per il buon governo” presso lo studio del notaio Roveda a Milano. Il 10 novembre 1993 nascerà l’Associazione nazionale dei club di Forza Italia. Il 15 dicembre 1993 viene inaugurata la sede centrale di Forza Italia a Roma, in via dell’Umiltà. Il 18 gennaio 1994 nasce il movimento politico Forza Italia e a marzo – in alleanza con i leghisti al nord e con i fascisti al centro-sud – stravincerà le prime elezioni a cui si presenta. In Sicilia e nel sud poi sarà un plebiscito.
In Sicilia sono singolari le coincidenze della data con cui nasce il partito di Forza Italia e la data in cui si organizzano i primi club a Palermo e dove si tengono le prime riunioni del nascente partito. Una di queste viene tenuta, non a caso, all’Hotel San Paolo di Palermo. L’Hotel San Paolo, è stato edificato dai costruttori Ienna per conto della famiglia mafiosa dei Graviano, una di quelle che al vertice nelle campagne di Enna di fine 1991 c’era.
Il progetto di Forza Italia, infatti, è precedente alla data ufficiale di fondazione (1993). Un ex alto dirigente di Publitalia, Ezio Carlo Cartotto così racconta ai magistrati: “Nel maggio-giugno 1992 sono stato contattato da Marcello Dell’Utri perché lo stesso voleva coinvolgermi in un progetto da lui caldeggiato. In particolare Dell’Utri sosteneva la necessità che, di fronte al crollo degli ordinari referenti politici del gruppo Fininvest, il gruppo stesso “entrasse in politica” per evitare che una affermazione delle sinistre potesse portare prima ad un ostracismo e poi a gravi difficoltà per il gruppo Berlusconi”. Siamo dunque nella primavera del 1992. Pochi mesi dopo la sentenza tombale della Corte di Cassazione contro i mafiosi, è il periodo dell’attentato mortale a Falcone, siamo in piena Tangentopoli, siamo a poche settimane dall’esplosione della prima crisi del debito pubblico italiano e degli attacchi speculativi alla Lira.
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La sentenza della Corte di Cassazione arriva il 31 gennaio 1992 e conferma le condanne contro gli imputati mafiosi del maxiprocesso. Il procedimento questa volta non è finito tra le mani del dott. Corrado Carnevale, conosciuto come “l’amazzasentenze”. Il quale, solo per parlare del 1991, a marzo, alla Corte di Cassazione aveva annullato il provvedimento di custodia cautelare relativamente all’ accusa di associazione camorristica, a carico di Francesco Schiavone, il boss della camorra conosciuto come Sandokan e il 29 ottobre aveva annullato la custodia cautelare ordinata dalla corte d’ assise per alcuni capi dei clan Moccia e Magliulo, della camorra di Afragola.
In compenso, subito dopo la sentenza del 31 gennaio, ovvero il 17 febbraio 1992 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla la custodia cautelare per Bruno e Claudio Carbonaro, pluripregiudicati, accusati di essere stati tra i killer della strage di Gela che provocò otto morti: non valgono le dichiarazioni di un pentito che li accusava di aver fatto parte del commando assassino. Il 27 febbraio 1992 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullò la sentenza con cui la Corte d’assise d’appello di Torino aveva inflitto tredici ergastoli e ottanta altre condanne agli uomini di alcuni clan della mafia catanese trapiantata nel torinese. Niente associazione di stampo mafioso. Il 19 marzo 1992, la Cassazione annulla quattro ergastoli nel grande processo contro le cosche mafiose di Reggio Calabria. Il 24 giugno 1992 nel maxiprocesso-ter la Cassazione annulla quattro ergastoli confermando l’assoluzione per i mafiosi Michele Greco, Paolo Alfano, Salvatore Montalto, Salvatore Rotolo e Vincenzo Sinagra, che dovranno essere riprocessati. Il 1 settembre 1992 la Cassazione annulla l’ordinanza di rinvio a giudizio del maxiprocesso, la sentenza di condanna a 18 anni di primo grado e la condanna d’appello ad otto anni a carico del boss Alfredo Bono.
Il dott. Carnevale nel 1998 venne rinviato a giudizio per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Secondo alcuni pentiti di mafia Carnevale era il “referente” di Cosa nostra in Cassazione, dove molti processi a boss e gregari di Cosa nostra sarebbero stati “aggiustati”. In primo grado venne assolto. La successiva condanna in appello fu poi annullata in Cassazione senza rinvio. Assolto perché le deposizioni dei suoi colleghi che denunciavano le sue pressioni per aggiustare i processi riferivano fatti accaduti in Camera di Consiglio, quindi coperte da segreto, trascurando che alcuni fatti erano accaduti all’esterno del Tribunale. Grazie all’assoluzione il dott. Carnevale è rimasto in servizio fino al 2013.
Fra il 1991 e il 1992, il rapporto tra i vecchi garanti politici e i capi di Cosa Nostra era completamente saltato e doveva essere ricostituito sulla base dei nuovi equilibri – sia internazionali che interni – che si andavano ridefinendo dopo l’affondamento della precedente classe dirigente con Tangentopoli. Sono anni significativi. Cosa Nostra si contrappone frontalmente alla politica perché si ritiene “tradita” dalla conferma delle condanne al maxiprocesso nel gennaio del 1992. Ed è in questo contesto che vengono decise azioni come l’uccisione del dirigente siciliano della DC Salvo Lima, le stragi di Capaci (Falcone) e via D’Amelio (Borsellino).
La fine della DC come interlocutore e garante politico di Cosa Nostra, costringe i gruppi mafiosi a guardarsi intorno e, in qualche modo, a orientarsi nel crearsi la propria rappresentanza politica, a questo punto anche autonomamente dai vecchi partner politici. Il 4 dicembre 1992, dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino, il pentito Leonardo Messina, interrogato dalla commissione Antimafia, ebbe a dire: “Cosa Nostra sta rinnovando il sogno di diventare indipendente, di diventare padrona di un’ala dell’Italia, uno Stato loro, nostro... In tutto questo Cosa Nostra non è sola è aiutata dalla massoneria... Ci sono forze alle quali si stanno rivolgendo”. “Quali?”, chiese il presidente della commissione Violante? La risposta di Messina fu la seguente: “Sono formazioni nuove... e non vengono dalla Sicilia”.
In quel periodo, in tutto il Meridione, fra il 1991 e il 1993, in Italia si comincia a parlare e respirare un clima secessionista. Se al Nord cresce la Lega, al Sud era stato tutto un fiorire di leghe regionalistiche: la prima fu Sicilia Libera, poi ci furono Campania Libera, Lega Lucana, Calabria Libera, Abruzzo libero, eccetera. Il denominatore comune, scaturito dalle indagini, è l’alta concentrazione in questi movimenti di esponenti mafiosi e della criminalità organizzata del Sud, di massoni e di esponenti neofascisti. Ma verso la metà del 1993, in tutto il Sud non se ne fece più niente, l’opzione secessionista si spegne. Si opta per guardare – politicamente – a “formazioni nuove e che non vengono dalla Sicilia”. Se la vecchia struttura politica, economica e istituzionale si è indebolita, qualcuno offre la possibilità di inserirvisi direttamente, di “fare sistema”.
Il 29 giugno 1993 viene costituita “Forza Italia! Associazione per il buon governo” presso lo studio del notaio Roveda a Milano. Il 10 novembre 1993 nascerà l’Associazione nazionale dei club di Forza Italia. Il 15 dicembre 1993 viene inaugurata la sede centrale di Forza Italia a Roma, in via dell’Umiltà. Il 18 gennaio 1994 nasce il movimento politico Forza Italia e a marzo – in alleanza con i leghisti al nord e con i fascisti al centro-sud – stravincerà le prime elezioni a cui si presenta. In Sicilia e nel sud poi sarà un plebiscito.
In Sicilia sono singolari le coincidenze della data con cui nasce il partito di Forza Italia e la data in cui si organizzano i primi club a Palermo e dove si tengono le prime riunioni del nascente partito. Una di queste viene tenuta, non a caso, all’Hotel San Paolo di Palermo. L’Hotel San Paolo, è stato edificato dai costruttori Ienna per conto della famiglia mafiosa dei Graviano, una di quelle che al vertice nelle campagne di Enna di fine 1991 c’era.
Il progetto di Forza Italia, infatti, è precedente alla data ufficiale di fondazione (1993). Un ex alto dirigente di Publitalia, Ezio Carlo Cartotto così racconta ai magistrati: “Nel maggio-giugno 1992 sono stato contattato da Marcello Dell’Utri perché lo stesso voleva coinvolgermi in un progetto da lui caldeggiato. In particolare Dell’Utri sosteneva la necessità che, di fronte al crollo degli ordinari referenti politici del gruppo Fininvest, il gruppo stesso “entrasse in politica” per evitare che una affermazione delle sinistre potesse portare prima ad un ostracismo e poi a gravi difficoltà per il gruppo Berlusconi”. Siamo dunque nella primavera del 1992. Pochi mesi dopo la sentenza tombale della Corte di Cassazione contro i mafiosi, è il periodo dell’attentato mortale a Falcone, siamo in piena Tangentopoli, siamo a poche settimane dall’esplosione della prima crisi del debito pubblico italiano e degli attacchi speculativi alla Lira.
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26/07/2021
Indagine sulla trattativa Stato Mafia (seconda parte)
È il 3 novembre del 1993 quando il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro pronuncia il suo “Non ci sto!” . Scalfaro in quel discorso parla di “gioco al massacro” e denuncia come quelle accuse fossero una “rappresaglia” della classe politica travolta da Tangentopoli. È una denuncia pubblica dello scontro frontale ormai in corso nel paese tra poteri forti, quelli che andavano declinando, quelli che venivano affermandosi e all’interno di entrambi.
Alcuni mesi prima, a maggio, erano esplose le bombe a Roma e Milano. Altre ne esploderanno a luglio di nuovo a Roma e a Firenze. Le massime autorità dello Stato – Ciampi premier, Spadolini presidente del Senato, Napolitano presidente della Camera – concordano nel ritenere che le bombe (e i morti) hanno un carattere ricattatorio e che la matrice sia mafiosa.
Eppure tutti e tre, anzi quattro con Scalfaro, quantomeno “intuiscono” che non può essere solo la componente corleonese della mafia ad avere organizzato una operazione di queste dimensioni e sul piano nazionale. Nelle memorie di Ciampi e, in modo più sfumato, nella deposizione di Napolitano ai giudici di Palermo si accenna alla preoccupazione per un colpo di stato.
Ma potevano essere solo delle azioni dei clan mafiosi corleonesi a far parlare di colpo di stato? Oppure, con maggiore probabilità, dentro e non parallelamente allo Stato era iniziato un processo di profonda scomposizione e ristrutturazione del suo apparato?
Una nota del Sismi del 29 luglio ’93 (il giorno dopo le stragi di Milano e Roma), segnalava che: “Tra il 16 ed il 20 agosto ci sarà un attentato che non sarà portato a monumenti o a teatri, ma a persone. A livello grosso. Una strage. Poi si faranno ad uno grosso (inteso in senso di personalità politica). Spadolini e Napolitano, uno vale l’altro. Gli autori sono sempre i soliti: quelli là (riferito ai corleonesi?) d’accordo coi grossi (riferito ai politici) e coi massoni”.
Il 6 agosto ’93, ci fu un vertice del Cesis (il comitato di coordinamento dei servizi segreti militare e civile). Oltre ai capi dei servizi sono presenti il capo della polizia Parisi, il capo della Direzione Investigativa Antimafia (Dia) Gianni De Gennaro, il vicecomandante del Ros dei carabinieri Mori e il vicecapo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) Francesco Di Maggio.
Le conclusioni sull’analisi degli attentati sono piuttosto generiche, molto generiche: si va dalla matrice mafiosa, al terrorismo serbo, o palestinese, al narcotraffico internazionale. Nebbia e depistaggio totale dunque. Formalmente nessuno evoca il pressing delle organizzazioni mafiose per la revoca del 41bis nelle carceri. Ma, segnala giustamente Marco Travaglio, perché mai alla riunione c’era anche il vicecapo del Dap Di Maggio se la questione del 41bis non era tra le piste prese in esame?
Non solo. A giugno, il superiore di Di Maggio, Capriotti aveva scritto al ministro della Giustizia Conso sollecitando un taglio delle misure di 41-bis per “dare un segnale di distensione nelle carceri”.
Quattro giorno dopo il vertice al Cesis, è il 10 agosto, Gianni De Gennaro firma un rapporto della Dia, destinato a Mancino e a Violante, che metteva nero su bianco la pista mafioso-trattativista delle bombe e invitava il governo a non cedere sul 41-bis: “È chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale... del 41-bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato intimidito dalla stagione delle bombe”.
La parola “trattativa” comincia però a comparire negli atti ufficiali. È un rapporto del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato (guidato allora da Antonio Manganelli, deceduto non molto tempo fa) e destinato alla Commissione Antimafia presieduta da Violante a scrivere: “Obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che affliggono l’organizzazione: il ‘carcerario’ e il ‘pentitismo’... Creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una ‘trattativa’, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa Nostra anche canali istituzionali”.
Il 5 novembre, due giorni dopo il “non ci sto” di Scalfaro, il ministro della Giustizia Conso (con una decisione che afferma di aver preso tutta da solo) non rinnova le misure di 41bis a 334 detenuti di mafia nelle carceri italiane.
Sul piano politico, a novembre del 1993 ci furono le prime elezioni dirette per i sindaci a Roma, Napoli e Milano. Al ballottaggio, il 3 dicembre, per la prima volta, vanno due fascisti: Fini a Roma, la Mussolini a Napoli. Berlusconi annuncia che voterebbe per i due candidati sindaci fascisti per “fermare la sinistra”. I candidati sindaci del centro-sinistra vincono i ballottaggi evocando la possibilità che il Pds possa essere il partito in grado di “capitalizzare” politicamente la crisi emersa con Tangentopoli. L’operazione Forza Italia comincia a palesarsi per bloccare tale scenario.
Se a Roma una buona parte della vecchia Dc si schiera con Fini, a Napoli, secondo il pentito di camorra Domenico Bidognetti (fratello del boss Francesco), i clan giocano trasversali. Da una parte c’erano i Casalesi che appoggiavano Alessandra Mussolini, dall’altra i Moccia, che invece erano per Antonio Bassolino, il quale uscì vincente al turno di ballottaggio.
I giochi politici e le vecchie alleanze vengono dunque completamente rimescolate. Il biennio 1992-1993, con la crisi politica conosciuta come Tangentopoli, riscrive lo scenario delle classi dominanti e ridisegna la geografia politica del paese.
I blocchi di potere consolidatisi dal dopoguerra agli anni '80 si dividono e si ricompongono sulla base della nuova situazione internazionale (fine della guerra fredda con l’URSS, varo del Trattato di Maastricht e accelerazione nel processo che porta all’Unione Europea) e in un contesto in cui in Italia esplode la prima crisi del debito pubblico (1992) che spiana la strada alle “terapie d’urto” (la stangata del governo Amato) e ai governi “tecnici” (Ciampi).
Il Pds, il principale partito sorto dallo scioglimento del Pci, dovrebbe approfittare della situazione ed invece dà la netta idea di “camminare sulle uova”, anzi di adeguarsi completamente al nuovo contesto.
C’entrano qualcosa in questo atteggiamento gli “accordi indicibili”?
Fonte
Alcuni mesi prima, a maggio, erano esplose le bombe a Roma e Milano. Altre ne esploderanno a luglio di nuovo a Roma e a Firenze. Le massime autorità dello Stato – Ciampi premier, Spadolini presidente del Senato, Napolitano presidente della Camera – concordano nel ritenere che le bombe (e i morti) hanno un carattere ricattatorio e che la matrice sia mafiosa.
Eppure tutti e tre, anzi quattro con Scalfaro, quantomeno “intuiscono” che non può essere solo la componente corleonese della mafia ad avere organizzato una operazione di queste dimensioni e sul piano nazionale. Nelle memorie di Ciampi e, in modo più sfumato, nella deposizione di Napolitano ai giudici di Palermo si accenna alla preoccupazione per un colpo di stato.
Ma potevano essere solo delle azioni dei clan mafiosi corleonesi a far parlare di colpo di stato? Oppure, con maggiore probabilità, dentro e non parallelamente allo Stato era iniziato un processo di profonda scomposizione e ristrutturazione del suo apparato?
Una nota del Sismi del 29 luglio ’93 (il giorno dopo le stragi di Milano e Roma), segnalava che: “Tra il 16 ed il 20 agosto ci sarà un attentato che non sarà portato a monumenti o a teatri, ma a persone. A livello grosso. Una strage. Poi si faranno ad uno grosso (inteso in senso di personalità politica). Spadolini e Napolitano, uno vale l’altro. Gli autori sono sempre i soliti: quelli là (riferito ai corleonesi?) d’accordo coi grossi (riferito ai politici) e coi massoni”.
Il 6 agosto ’93, ci fu un vertice del Cesis (il comitato di coordinamento dei servizi segreti militare e civile). Oltre ai capi dei servizi sono presenti il capo della polizia Parisi, il capo della Direzione Investigativa Antimafia (Dia) Gianni De Gennaro, il vicecomandante del Ros dei carabinieri Mori e il vicecapo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) Francesco Di Maggio.
Le conclusioni sull’analisi degli attentati sono piuttosto generiche, molto generiche: si va dalla matrice mafiosa, al terrorismo serbo, o palestinese, al narcotraffico internazionale. Nebbia e depistaggio totale dunque. Formalmente nessuno evoca il pressing delle organizzazioni mafiose per la revoca del 41bis nelle carceri. Ma, segnala giustamente Marco Travaglio, perché mai alla riunione c’era anche il vicecapo del Dap Di Maggio se la questione del 41bis non era tra le piste prese in esame?
Non solo. A giugno, il superiore di Di Maggio, Capriotti aveva scritto al ministro della Giustizia Conso sollecitando un taglio delle misure di 41-bis per “dare un segnale di distensione nelle carceri”.
Quattro giorno dopo il vertice al Cesis, è il 10 agosto, Gianni De Gennaro firma un rapporto della Dia, destinato a Mancino e a Violante, che metteva nero su bianco la pista mafioso-trattativista delle bombe e invitava il governo a non cedere sul 41-bis: “È chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale... del 41-bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato intimidito dalla stagione delle bombe”.
La parola “trattativa” comincia però a comparire negli atti ufficiali. È un rapporto del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato (guidato allora da Antonio Manganelli, deceduto non molto tempo fa) e destinato alla Commissione Antimafia presieduta da Violante a scrivere: “Obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che affliggono l’organizzazione: il ‘carcerario’ e il ‘pentitismo’... Creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una ‘trattativa’, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa Nostra anche canali istituzionali”.
Il 5 novembre, due giorni dopo il “non ci sto” di Scalfaro, il ministro della Giustizia Conso (con una decisione che afferma di aver preso tutta da solo) non rinnova le misure di 41bis a 334 detenuti di mafia nelle carceri italiane.
Sul piano politico, a novembre del 1993 ci furono le prime elezioni dirette per i sindaci a Roma, Napoli e Milano. Al ballottaggio, il 3 dicembre, per la prima volta, vanno due fascisti: Fini a Roma, la Mussolini a Napoli. Berlusconi annuncia che voterebbe per i due candidati sindaci fascisti per “fermare la sinistra”. I candidati sindaci del centro-sinistra vincono i ballottaggi evocando la possibilità che il Pds possa essere il partito in grado di “capitalizzare” politicamente la crisi emersa con Tangentopoli. L’operazione Forza Italia comincia a palesarsi per bloccare tale scenario.
Se a Roma una buona parte della vecchia Dc si schiera con Fini, a Napoli, secondo il pentito di camorra Domenico Bidognetti (fratello del boss Francesco), i clan giocano trasversali. Da una parte c’erano i Casalesi che appoggiavano Alessandra Mussolini, dall’altra i Moccia, che invece erano per Antonio Bassolino, il quale uscì vincente al turno di ballottaggio.
I giochi politici e le vecchie alleanze vengono dunque completamente rimescolate. Il biennio 1992-1993, con la crisi politica conosciuta come Tangentopoli, riscrive lo scenario delle classi dominanti e ridisegna la geografia politica del paese.
I blocchi di potere consolidatisi dal dopoguerra agli anni '80 si dividono e si ricompongono sulla base della nuova situazione internazionale (fine della guerra fredda con l’URSS, varo del Trattato di Maastricht e accelerazione nel processo che porta all’Unione Europea) e in un contesto in cui in Italia esplode la prima crisi del debito pubblico (1992) che spiana la strada alle “terapie d’urto” (la stangata del governo Amato) e ai governi “tecnici” (Ciampi).
Il Pds, il principale partito sorto dallo scioglimento del Pci, dovrebbe approfittare della situazione ed invece dà la netta idea di “camminare sulle uova”, anzi di adeguarsi completamente al nuovo contesto.
C’entrano qualcosa in questo atteggiamento gli “accordi indicibili”?
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25/07/2021
Stato-Mafia. Indagine su una trattativa al di sopra di ogni sospetto (prima parte)
Appare quasi disperato il tentativo della trasmissione Report e di alcuni giudici palermitani di fare luce sulla trattativa tra Stato e mafia nei primi anni Novanta.
È bene ricordare che la stessa costruzione politica e mediatica della deposizione di Napolitano nelle stanze del Quirinale – deposizione osteggiata da tutti i megafoni della sacralità dello Stato ma inevitabile sul piano procedurale – venne strumentalizzata per depotenziare ogni tentativo di ricostruire sul piano giudiziario, le responsabilità politiche di chi scelse la strada degli “indicibili accordi” con le organizzazioni mafiose per far cessare gli attentati ed evitare scostamenti eccessivi nel passaggio tra la prima e la seconda repubblica.
È uno snodo decisivo nella storia recente di questo paese ma, come in altre vicende niente affatto dissimili come furono le stragi di stato dal ’69 all’84, nutriamo serissimi dubbi che queste possano trovare nella sentenza di un tribunale una verità da consegnare al paese. E neanche le novità annunciate da Report e centellinate per fa sì che “chi sa parli” sembrano destinate a produrre i risultati auspicati.
Anche in questo caso, come per Piazza Fontana, Brescia, l’Italicus etc., dovremo agire, cercare, fare le connessioni per portare alla luce una verità storica e politica più che una verità giudiziaria. I giudici palermitani, tra cui c’è gente seria come Scarpinato o lo stesso Di Matteo, saranno via via costretti, come avvenne per Salvini (il magistrato di Milano ovviamente, ndr) su Piazza Fontana, ad arrendersi di fronte alla mancanza di prove dimostrabili, a silenzi, a reticenze, a mezze verità, alla morte biologica di tanti testimoni e protagonisti.
Non è un caso che alcuni processi si aprano o si riaprano dopo venti anni rendendo la memoria “labile”, gli episodi lontani e alcuni protagonisti passati a miglior vita, vuoi per l’età, vuoi per le malattie.
Quando il giudice Salvini consegnò alla Commissione Parlamentare di inchiesta sulle stragi le sue conclusioni, depose sul piatto tutto quello che lui come magistrato poteva dimostrare: alcuni riscontri, qualche prova, le connessioni accertate. Ma affidava alla Commissione – quindi alla politica – il compito di riempire i buchi e trarre le conclusioni che la verità giudiziaria non poteva accertare.
Ma è proprio in quel momento che l’intervento della “politica” chiude il libro, annebbia contesti e responsabilità e nega al paese una verità storica e politica sulla stagione delle stragi che sarebbe stata quantomeno imbarazzante.
L’esito del processo sulla trattativa tra Stato e mafia, subirà probabilmente la stessa sorte consegnando al paese e alla storia una verità sufficientemente nebulosa e inafferrabile per poterne trarne delle conclusioni da cui far derivare responsabilità accertate e certificate da una sentenza.
Diventa allora necessario, quanto inevitabile, mettersi al lavoro sul piano della ricostruzione storica e politica per lasciare in dote alle nuove generazioni una conoscenza, una visione e una memoria di quanto accaduto, del perché e delle sue conseguenze.
Ma anche in questo caso occorre superare alcuni schemi depistanti, uno tra questi è il fatto che Berlusconi – ad esempio – si riveli più burattino che burattinaio nei movimenti reali che portarono ad un cambio di classe dirigente nei primi anni Novanta.
Per venti anni, una parte dei poteri forti – e il gruppo De Benedetti/La Repubblica è tra questi – hanno fatto di tutto per farci credere il contrario, fuorviando e depistando la mobilitazione sociale e politica del paese.
Un depistaggio durato venti anni e che dopo ripetuti “tentativi ed errori” alla fine ha prodotto Monti, Renzi ed ora Draghi, per esempio.
Fonte
È bene ricordare che la stessa costruzione politica e mediatica della deposizione di Napolitano nelle stanze del Quirinale – deposizione osteggiata da tutti i megafoni della sacralità dello Stato ma inevitabile sul piano procedurale – venne strumentalizzata per depotenziare ogni tentativo di ricostruire sul piano giudiziario, le responsabilità politiche di chi scelse la strada degli “indicibili accordi” con le organizzazioni mafiose per far cessare gli attentati ed evitare scostamenti eccessivi nel passaggio tra la prima e la seconda repubblica.
È uno snodo decisivo nella storia recente di questo paese ma, come in altre vicende niente affatto dissimili come furono le stragi di stato dal ’69 all’84, nutriamo serissimi dubbi che queste possano trovare nella sentenza di un tribunale una verità da consegnare al paese. E neanche le novità annunciate da Report e centellinate per fa sì che “chi sa parli” sembrano destinate a produrre i risultati auspicati.
Anche in questo caso, come per Piazza Fontana, Brescia, l’Italicus etc., dovremo agire, cercare, fare le connessioni per portare alla luce una verità storica e politica più che una verità giudiziaria. I giudici palermitani, tra cui c’è gente seria come Scarpinato o lo stesso Di Matteo, saranno via via costretti, come avvenne per Salvini (il magistrato di Milano ovviamente, ndr) su Piazza Fontana, ad arrendersi di fronte alla mancanza di prove dimostrabili, a silenzi, a reticenze, a mezze verità, alla morte biologica di tanti testimoni e protagonisti.
Non è un caso che alcuni processi si aprano o si riaprano dopo venti anni rendendo la memoria “labile”, gli episodi lontani e alcuni protagonisti passati a miglior vita, vuoi per l’età, vuoi per le malattie.
Quando il giudice Salvini consegnò alla Commissione Parlamentare di inchiesta sulle stragi le sue conclusioni, depose sul piatto tutto quello che lui come magistrato poteva dimostrare: alcuni riscontri, qualche prova, le connessioni accertate. Ma affidava alla Commissione – quindi alla politica – il compito di riempire i buchi e trarre le conclusioni che la verità giudiziaria non poteva accertare.
Ma è proprio in quel momento che l’intervento della “politica” chiude il libro, annebbia contesti e responsabilità e nega al paese una verità storica e politica sulla stagione delle stragi che sarebbe stata quantomeno imbarazzante.
L’esito del processo sulla trattativa tra Stato e mafia, subirà probabilmente la stessa sorte consegnando al paese e alla storia una verità sufficientemente nebulosa e inafferrabile per poterne trarne delle conclusioni da cui far derivare responsabilità accertate e certificate da una sentenza.
Diventa allora necessario, quanto inevitabile, mettersi al lavoro sul piano della ricostruzione storica e politica per lasciare in dote alle nuove generazioni una conoscenza, una visione e una memoria di quanto accaduto, del perché e delle sue conseguenze.
Ma anche in questo caso occorre superare alcuni schemi depistanti, uno tra questi è il fatto che Berlusconi – ad esempio – si riveli più burattino che burattinaio nei movimenti reali che portarono ad un cambio di classe dirigente nei primi anni Novanta.
Per venti anni, una parte dei poteri forti – e il gruppo De Benedetti/La Repubblica è tra questi – hanno fatto di tutto per farci credere il contrario, fuorviando e depistando la mobilitazione sociale e politica del paese.
Un depistaggio durato venti anni e che dopo ripetuti “tentativi ed errori” alla fine ha prodotto Monti, Renzi ed ora Draghi, per esempio.
Fonte
26/09/2019
Berlusconi “impigliato” nei processi per le stragi di mafia
Si è scoperto che Silvio Berlusconi è indagato nel procedimento aperto dalla procura di Firenze sulle stragi mafiose del 1993. La notizia però non arriva da Firenze, sede dell’indagine, ma da Palermo.
La questione, spinosa, spinosissima ma con una certa pertinenza, è venuta a galla perché i legali di Beslusconi, hanno depositato alla corte d’assise d’appello di Palermo, sede competente per il processo sulla “trattativa Stato-mafia”, la certificazione da cui risulta che Berlusconi è indagato a Firenze nel processo sulle stragi mafiose del 1993.
Gli avvocati Coppi e Ghedini che assistono l’ex premier, dopo la citazione a deporre del loro assistito come testimone da parte dei difensori di Dell’Utri nel processo sulla trattativa Stato-mafia, avevano chiesto alla corte d’assise d’appello di Palermo di definire in quale veste giuridica Berlusconi sarebbe stato sentito: se come testimone o come indagato di reato connesso, uno status questo che gli consentirebbe di avvalersi della facoltà di non rispondere. Il nodo è stato sciolto dagli stessi avvocati dell’ex premier che si sono informati con i magistrati di Firenze.
Berlusconi è stato citato dalla difesa di uno degli imputati, l’ex senatore azzurro Marcello dell’Utri, condannato in primo grado a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato. Nelle motivazioni della sentenza di condanna dei giudici palermitani è scritto che “Il fatto che Berlusconi pagasse Cosa nostra, come detto, era noto ma fino ad oggi ritenuto provato solo fino al 1992, cioè prima dell’inizio delle stragi e a due anni dall’impegno politico dell’imprenditore. È determinante rilevare che tali pagamenti sono proseguiti almeno fino al dicembre 1994 quando a Di Natale (un mafioso poi pentito, ndr) fu fatto annotare il relativo versamento di L. 250.000.000 nel libro mastro che in quel momento egli gestiva, perché ciò dimostra inconfutabilmente che ancora sino alla predetta data (dicembre 1994), Dell‘Utri, che faceva da intermediario, riferiva a Berlusconi riguardo ai rapporti con i mafiosi, attenendone le necessarie somme di denaro e l’autorizzazione a versare a Cosa nostra”. In un altro passo delle motivazioni della sentenza è scritto che: “Si ha definitiva conferma, pertanto, che anche il destinatario finale della pressione o dei tentativi di pressione, e cioè Berlusconi, nel momento in cui ricopriva la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri, venne a conoscenza della minaccia in essi insita e del conseguente pericolo di reazioni stragiste (d’altronde in precedenza espressamente già prospettato) che un’inattività nel senso delle richieste dei mafiosi avrebbe potuto fare insorgere”.
In sostanza i magistrati palermitani sostengono due cose: Berlusconi avrebbe pagato le cosche mafiose fino al 1992, ma che le avrebbe dovute pagare anche nel periodo successivo, 1994, quando era riuscito a diventare per la prima volta Presidente del Consiglio perché sotto il ricatto di nuove stragi simili a quelle del 1993.
Indubbiamente i mesi che vanno dal 1992 al 1994 e che segnano la fine della Prima Repubblica, rappresentano un buco nero che andrebbe riempito di fatti e non di dietrologie. Sono gli anni in cui con l’inchiesta di Tangentopoli venne giù il cielo sulla testa dei partiti politici tradizionali (Dc, Psi, Psdi, Pli etc.), venne soppresso il sistema elettorale proporzionale e introdotto il maggioritario, iniziò la stagione “lacrime e sangue” sul piano economico/sociale a seguito del Trattato di Maastricht e furono gli anni degli attentati mafiosi più violenti e clamorosi: Falcone e Borsellino nel 1992 e le bombe a Roma, Firenze e Milano nel 1993.
In Sicilia si preparava il cambio della guardia sul piano dei garanti politici alla mafia: non più una Democrazia Cristiana ormai in via di dissoluzione, ma prima il tentativo delle Leghe meridionali e poi, quello più strutturato, di Forza Italia con Berlusconi, di cui la Sicilia fu uno snodo e un punto di forza.
Un dato tra i molti, che sarebbe utile ritirare fuori, fu il “Progetto Federico II” avanzato da Forza Italia di fare della Sicilia una “zona franca” per l’attrazione di capitali e investimenti.
Con il tempo se ne sono perse le tracce, ma era esattamente quello a cui mirava la nuova mafia del business legale e dei colletti bianchi che stava soppiantando la vecchia e brutale mafia dei corleonesi. Una mafia che aveva sì sfidato lo Stato con gli attentati ma con una parte della quale lo Stato intavolò una trattativa per trovare un equilibrio che soddisfacesse tutti: sia gli uomini attenti solo ai “piccioli” e al business sia gli uomini politici e dello Stato che stavano edificando la Seconda Repubblica sulle macerie della Prima e intendevano mettere fine alla stagione degli attentati mafiosi.
La riapertura delle indagini su Berlusconi risale a due anni fa, nell’ambito del procedimento sulle stragi mafiose del 1993 per le quali l’ex premier era già stato indagato a Firenze e archiviato per due volte. La riapertura era stata disposta in seguito alla trasmissione, da Palermo a Firenze, delle intercettazioni in carcere del boss mafioso Giuseppe Graviano disposte dalla procura siciliana. Allora si era parlato di un “atto dovuto” per permettere degli accertamenti che, a due anni di distanza, ancora non si sono conclusi.
Fonte
La questione, spinosa, spinosissima ma con una certa pertinenza, è venuta a galla perché i legali di Beslusconi, hanno depositato alla corte d’assise d’appello di Palermo, sede competente per il processo sulla “trattativa Stato-mafia”, la certificazione da cui risulta che Berlusconi è indagato a Firenze nel processo sulle stragi mafiose del 1993.
Gli avvocati Coppi e Ghedini che assistono l’ex premier, dopo la citazione a deporre del loro assistito come testimone da parte dei difensori di Dell’Utri nel processo sulla trattativa Stato-mafia, avevano chiesto alla corte d’assise d’appello di Palermo di definire in quale veste giuridica Berlusconi sarebbe stato sentito: se come testimone o come indagato di reato connesso, uno status questo che gli consentirebbe di avvalersi della facoltà di non rispondere. Il nodo è stato sciolto dagli stessi avvocati dell’ex premier che si sono informati con i magistrati di Firenze.
Berlusconi è stato citato dalla difesa di uno degli imputati, l’ex senatore azzurro Marcello dell’Utri, condannato in primo grado a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato. Nelle motivazioni della sentenza di condanna dei giudici palermitani è scritto che “Il fatto che Berlusconi pagasse Cosa nostra, come detto, era noto ma fino ad oggi ritenuto provato solo fino al 1992, cioè prima dell’inizio delle stragi e a due anni dall’impegno politico dell’imprenditore. È determinante rilevare che tali pagamenti sono proseguiti almeno fino al dicembre 1994 quando a Di Natale (un mafioso poi pentito, ndr) fu fatto annotare il relativo versamento di L. 250.000.000 nel libro mastro che in quel momento egli gestiva, perché ciò dimostra inconfutabilmente che ancora sino alla predetta data (dicembre 1994), Dell‘Utri, che faceva da intermediario, riferiva a Berlusconi riguardo ai rapporti con i mafiosi, attenendone le necessarie somme di denaro e l’autorizzazione a versare a Cosa nostra”. In un altro passo delle motivazioni della sentenza è scritto che: “Si ha definitiva conferma, pertanto, che anche il destinatario finale della pressione o dei tentativi di pressione, e cioè Berlusconi, nel momento in cui ricopriva la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri, venne a conoscenza della minaccia in essi insita e del conseguente pericolo di reazioni stragiste (d’altronde in precedenza espressamente già prospettato) che un’inattività nel senso delle richieste dei mafiosi avrebbe potuto fare insorgere”.
In sostanza i magistrati palermitani sostengono due cose: Berlusconi avrebbe pagato le cosche mafiose fino al 1992, ma che le avrebbe dovute pagare anche nel periodo successivo, 1994, quando era riuscito a diventare per la prima volta Presidente del Consiglio perché sotto il ricatto di nuove stragi simili a quelle del 1993.
Indubbiamente i mesi che vanno dal 1992 al 1994 e che segnano la fine della Prima Repubblica, rappresentano un buco nero che andrebbe riempito di fatti e non di dietrologie. Sono gli anni in cui con l’inchiesta di Tangentopoli venne giù il cielo sulla testa dei partiti politici tradizionali (Dc, Psi, Psdi, Pli etc.), venne soppresso il sistema elettorale proporzionale e introdotto il maggioritario, iniziò la stagione “lacrime e sangue” sul piano economico/sociale a seguito del Trattato di Maastricht e furono gli anni degli attentati mafiosi più violenti e clamorosi: Falcone e Borsellino nel 1992 e le bombe a Roma, Firenze e Milano nel 1993.
In Sicilia si preparava il cambio della guardia sul piano dei garanti politici alla mafia: non più una Democrazia Cristiana ormai in via di dissoluzione, ma prima il tentativo delle Leghe meridionali e poi, quello più strutturato, di Forza Italia con Berlusconi, di cui la Sicilia fu uno snodo e un punto di forza.
Un dato tra i molti, che sarebbe utile ritirare fuori, fu il “Progetto Federico II” avanzato da Forza Italia di fare della Sicilia una “zona franca” per l’attrazione di capitali e investimenti.
Con il tempo se ne sono perse le tracce, ma era esattamente quello a cui mirava la nuova mafia del business legale e dei colletti bianchi che stava soppiantando la vecchia e brutale mafia dei corleonesi. Una mafia che aveva sì sfidato lo Stato con gli attentati ma con una parte della quale lo Stato intavolò una trattativa per trovare un equilibrio che soddisfacesse tutti: sia gli uomini attenti solo ai “piccioli” e al business sia gli uomini politici e dello Stato che stavano edificando la Seconda Repubblica sulle macerie della Prima e intendevano mettere fine alla stagione degli attentati mafiosi.
La riapertura delle indagini su Berlusconi risale a due anni fa, nell’ambito del procedimento sulle stragi mafiose del 1993 per le quali l’ex premier era già stato indagato a Firenze e archiviato per due volte. La riapertura era stata disposta in seguito alla trasmissione, da Palermo a Firenze, delle intercettazioni in carcere del boss mafioso Giuseppe Graviano disposte dalla procura siciliana. Allora si era parlato di un “atto dovuto” per permettere degli accertamenti che, a due anni di distanza, ancora non si sono conclusi.
Fonte
06/07/2019
Roma, Milano, Emilia. Come la mafia insidia e si insedia negli altri territori
Gestione dei parcheggi negli aeroporti ma anche reti di imprese con finanziamenti pubblici; depositi di legname ma anche supermercati; e poi tanti, tanti esercizi commerciali e nella ristorazione. I capitali sporchi della ‘ndrangheta stanno aprendo (spesso con la forza) e riempiendo (con tantissima liquidità finanziaria) molte caselle dell’economia di città e regioni molto distanti da quelle meridionali sempre indicate come “ad alta densità mafiosa”.
Sono gli appalti, i servizi nella logistica e le attività commerciali nei medio-piccoli comuni del Nord, soprattutto in Lombardia ed Emilia-Romagna, a veder crescere l’attività di insediamenti degli affari mafiosi. Per la Capitale, ormai è da tempo che i fatti si sono incaricati di demolire la tesi secondo cui a Roma “c’è la malavita ma non c’è la mafia”. Anche se, e va detto, l’inchiesta conosciuta come Mafia-Capitale sembra aver scoperchiato una frazione molto piccola del giro d’affari e delle reti mafiose.
E poi ci sono i rapporti con la politica, con un canale quasi privilegiato con i partiti di destra, soprattutto Fratelli d’Italia, abili a ergersi a moralizzatori nazionali in televisione, ma reticenti a guardare seriamente all’interno delle proprie file. “Siamo le scarpe di fango e le mani pulite” dice, facendo un bel po' di confusione su dove mettere le mani e le scarpe, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.
Adesso, in meno di dieci giorni, due esponenti istituzionali locali di Fratelli d’Italia sono finiti in carcere nel milanese ed a Piacenza per associazione mafiosa in rapporto con la ‘ndrangheta calabrese.
Ma la memoria è importante per riconnettere i molti fili. A febbraio di quest’anno l’ex sindaco neofascista di Roma, Gianni Alemanno, è stato condannato a sei anni di carcere e all’interdizione dai pubblici uffici (è ricorso in appello, ndr). Fu durante la sua stagione che i fascisti o postfascisti “de panza e de governo” cominciarono a percorrere praterie che fino a qualche anno prima gli erano ostruite dai partiti tradizionali.
Una volta apertesi le praterie, i fascisti “de panza e de governo” ci si sono buttati ventre a terra, con famelicità ma anche rivelando un po' ovunque una certa familiarità verso ambienti mafiosi.
Non abbiamo memoria di una smentita da parte di Alemanno della mail inviata dal suo account a tale Giovanni Campennì, sospettato di legami con il clan Mancuso di Limbadi, provincia di Vibo Valentia, con le istruzioni per far votare dagli amici calabresi il candidato al parlamento europeo Gianni Alemanno. Alle elezioni europee del 2014 Alemanno ha ottenne 44.834 preferenze (ma Fratelli d’Italia non superò il quorum). E, come risulta dall’archivio elettorale del Viminale, in Calabria i risultati migliori Alemanno li ha ottenuti nelle province di Vibo Valentia e Reggio Calabria.
Ma veniamo ai fatti degli ultimi dieci giorni.
Roma. Mafia-Capitale, quella seria
Alcuni noti esponenti della ‘ndrangheta calabrese radicati a Roma sono stati coinvolti nella maxi operazione della polizia che mercoledì ha sequestrato beni per un valore di oltre 120 milioni di euro, tra cui anche 173 immobili. Il blitz della Divisione anticrimine della Questura di Roma ha interessato non solo la Capitale ma anche altre 10 questure del Lazio e ha portato al sequestro di beni intestati a esponenti di spicco della criminalità organizzata calabrese trapiantata a Roma e provincia fin dagli anni '80. Tra i nomi degli ndranghetisti colpiti dal provvedimento emergerebbero gli Scriva, i Morabito, i Mollica, i Velonà e i Ligato.
Gli immobili sequestrati sono collocati tra Roma, Rignano Flaminio, Morlupo, Campagnano Romano, Grottaferrata e in altre province italiane.
Risulta sequestrato anche un contratto di rete di imprese, costituito tra 50 aziende, e un fondo patrimoniale da 100 mila euro finanziato dalla Regione Lazio. Per gli inquirenti la “forma giuridica” del contratto di rete di imprese era “uno strumento idoneo e perfettamente funzionale alla realizzazione degli scopi illeciti dell’organizzazione criminale” che attraverso la Rete di Imprese si era “recentemente aggiudicata l’assegnazione di un finanziamento pubblico di 100 mila euro da parte della Regione Lazio, oggi in sequestro”.
I settori economici di diretto riferimento delle cosche sono risultati quelli della distribuzione all’ingrosso di fiori e piante; della vendita di legna da ardere; dell’allevamento di bovini e caprini; bar/gastronomia e commercio di preziosi e gioielli, mentre attraverso prestanome sono penetrati nel settore edilizio/immobiliare, della panificazione, della vendita di prodotti ottici e dei centri estetici ed anche in quello della grande distribuzione attraverso punti vendita della catena “Carrefour”. L’azienda francese di supermercati ha precisato: “Carrefour Italia si dichiara totalmente estranea. I supermercati oggetto di sequestro sono infatti gestiti da un imprenditore locale terzo, autonomo e indipendente rispetto a Carrefour Italia che rimane a disposizione delle autorità”.
Se Roma piange Milano non ride
Nella provincia di Milano invece 34 persone sono finite agli arresti (27 in carcere, 7 ai domiciliari) al termine di un’indagine dei carabinieri, coordinati dalla Dda di Milano per aver ricostituito la rete locale della 'ndrangheta tra Legnano, nel Milanese, e Lonate Pozzolo, paese in provincia di Varese.
Gli investigatori ritengono che nelle mani degli accusati fossero finite anche la gestione dei parcheggi dell’aeroporto milanese della Malpensa, un obiettivo ambito perché fino ad ottobre l’altro aeroporto, Milano Linate, rimarrà chiuso per lavori. Si tratta del Parking Volo Malpensa e il Malpensa Car Parking.
In totale il decreto ha consentito di sequestrare beni per un valore complessivo di 2 milioni di euro. I carabinieri sono riusciti a documentare summit criminali durante i quali, oltre alle questioni legate ai rapporti con la politica locale, c’era anche la pianificazione imprenditoriale della cosca, i cui proventi erano investiti in parte nell’acquisto di ristoranti e di terreni per la costruzione di parcheggi poi collegati con navette all’aeroporto.
Le persone arrestate in 8 province italiane, da Cosenza ad Aosta, sono accusate a vario titolo di associazione di tipo mafioso, danneggiamento seguito da incendio, estorsione, violenza privata, lesioni personali aggravate, minaccia, detenzione e porto abusivo di armi, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, truffa aggravata ai danni dello Stato e intestazione fittizia di beni, accesso abusivo a un sistema informatico o telematico.
Tra gli arrestati c’è anche Enzo Misiano (autodefinitosi Don Ciccio) un consigliere comunale di Fratelli d’Italia che guida l’amministrazione di Ferno. Secondo l’accusa degli investigatori, Misiano teneva rapporti con responsabili della cosca mafiosa come Giuseppe Spagnolo, Mario Filippelli, Emanuele De Castro. Nell’ordinanza che lo ha portato in carcere è stato indicato come l’uomo designato da Spagnolo (elemento di spicco della cosca Farao-Maricola) come referente politico dei “calabresi” sul territorio, veicolando un considerevole pacchetto di voti. Misiano è stato sollevato da ogni incarico di partito nel territorio.
Gli inquirenti avanzano analoghi sospetti anche sull’elezione dell’ex sindaco di Lonate, Danilo Rivolta, che dopo l’elezione, in questo caso con Forza Italia, nel 2017 è stato arrestato e ha poi patteggiato 4 anni per corruzione.
E poi c’è la prospera Emilia-Romagna
Il 25 giugno 2019 è stato inferto un colpo alla ‘ndrangheta in Emilia Romagna. A Piacenza, la Polizia ha eseguito 16 arresti nei confronti di presunti appartenenti alle cosche che da tempo operano nella regione e che sono storicamente legate al clan dei Grande Aracri di Cutro. Dei 16 arrestati 13 sono in carcere e 3 sono finiti ai domiciliari.
Tra gli arrestati c’è anche Giuseppe Caruso, attuale presidente del consiglio comunale di Piacenza ed unico esponente di Fratelli d’Italia in Comune (eletto con solo 155 preferenze). Viene ritenuto dai magistrati come un appartenente al gruppo mafioso dei Grande Aracri. Interrogato si è rifiutato di rispondere ed è stato trasferito nel carcere di massima sicurezza di Voghera. Anche lui è stato sospeso dagli incarichi di partito.
Gli arrestati sono accusati a vario titolo di associazione di stampo mafioso, estorsione, tentata estorsione, trasferimento fraudolento di valori, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, danneggiamento e truffa aggravata. Uno degli arrestati, Francesco Grande Aracri, era stato già condannato per associazione mafiosa, viveva a Bresciello, in provincia di Reggio Emilia. Il Comune è stato il primo in Emilia- Romagna che venne sciolto, a fine 2107, proprio le infiltrazioni della criminalità organizzata.
“L’Emilia-Romagna non è terra di mafia, ma la mafia c’è e rischia di colonizzare la regione: si presume che il suo fatturato oscilli intorno ai 20 miliardi di euro. Non dobbiamo abbassare la guardia” è scritto in un rapporto sulle mafie in Emilia-Romagna, voluto dalla Camera di commercio di Reggio Emilia e curato dalla Fondazione Antonino Caponnetto. Sono 49 i clan presenti che si spartiscono il territorio, 26 ‘ndrine calabresi, 13 famiglie legate alla camorra, 7 a “cosa nostra”, 3 alla sacra corona unita, con una presenza economia alta e un alto rischio colonizzazione a Bologna, Modena, Parma, Rimini e Reggio Emilia
Le organizzazioni criminali, anche nel centro-nord, scelgono sempre più i comuni medio piccoli per fare i loro affari. Queste amministrazioni gestiscono allo stesso modo delle grandi città gli appalti, i bandi e i finanziamenti ma hanno strutture più fragili perché hanno bacini elettorali minori e quindi più influenzabili dalle cosche.
Ma su questo spostamento al Nord delle organizzazioni mafiose, continua ad esserci un tarlo che ci divora e che, come Pasolini, ci fa dire: “lo sappiamo ma non abbiamo le prove”.
La funzionaria di polizia che ha tenuto la conferenza stampa dopo il blitz di mercoledì contro la ‘ndragnheta a Roma, ha affermato che l’espansione delle cosche al di fuori dei loro territori storici è iniziata nei primi anni '90. Qualcuno insieme a noi ha memoria che la trattativa Stato-Mafia, che mise fine alla stagione stragista mafiosa, viene collocata nel 1993? E se tutta questa espansione nel business legale al centro-nord fosse la prevista e prevedibile conseguenza di quella pax fatta in nome della ragion di Stato? E’ un dubbio, ma che continua a martellare.
Fonte
Sono gli appalti, i servizi nella logistica e le attività commerciali nei medio-piccoli comuni del Nord, soprattutto in Lombardia ed Emilia-Romagna, a veder crescere l’attività di insediamenti degli affari mafiosi. Per la Capitale, ormai è da tempo che i fatti si sono incaricati di demolire la tesi secondo cui a Roma “c’è la malavita ma non c’è la mafia”. Anche se, e va detto, l’inchiesta conosciuta come Mafia-Capitale sembra aver scoperchiato una frazione molto piccola del giro d’affari e delle reti mafiose.
E poi ci sono i rapporti con la politica, con un canale quasi privilegiato con i partiti di destra, soprattutto Fratelli d’Italia, abili a ergersi a moralizzatori nazionali in televisione, ma reticenti a guardare seriamente all’interno delle proprie file. “Siamo le scarpe di fango e le mani pulite” dice, facendo un bel po' di confusione su dove mettere le mani e le scarpe, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.
Adesso, in meno di dieci giorni, due esponenti istituzionali locali di Fratelli d’Italia sono finiti in carcere nel milanese ed a Piacenza per associazione mafiosa in rapporto con la ‘ndrangheta calabrese.
Ma la memoria è importante per riconnettere i molti fili. A febbraio di quest’anno l’ex sindaco neofascista di Roma, Gianni Alemanno, è stato condannato a sei anni di carcere e all’interdizione dai pubblici uffici (è ricorso in appello, ndr). Fu durante la sua stagione che i fascisti o postfascisti “de panza e de governo” cominciarono a percorrere praterie che fino a qualche anno prima gli erano ostruite dai partiti tradizionali.
Una volta apertesi le praterie, i fascisti “de panza e de governo” ci si sono buttati ventre a terra, con famelicità ma anche rivelando un po' ovunque una certa familiarità verso ambienti mafiosi.
Non abbiamo memoria di una smentita da parte di Alemanno della mail inviata dal suo account a tale Giovanni Campennì, sospettato di legami con il clan Mancuso di Limbadi, provincia di Vibo Valentia, con le istruzioni per far votare dagli amici calabresi il candidato al parlamento europeo Gianni Alemanno. Alle elezioni europee del 2014 Alemanno ha ottenne 44.834 preferenze (ma Fratelli d’Italia non superò il quorum). E, come risulta dall’archivio elettorale del Viminale, in Calabria i risultati migliori Alemanno li ha ottenuti nelle province di Vibo Valentia e Reggio Calabria.
Ma veniamo ai fatti degli ultimi dieci giorni.
Roma. Mafia-Capitale, quella seria
Alcuni noti esponenti della ‘ndrangheta calabrese radicati a Roma sono stati coinvolti nella maxi operazione della polizia che mercoledì ha sequestrato beni per un valore di oltre 120 milioni di euro, tra cui anche 173 immobili. Il blitz della Divisione anticrimine della Questura di Roma ha interessato non solo la Capitale ma anche altre 10 questure del Lazio e ha portato al sequestro di beni intestati a esponenti di spicco della criminalità organizzata calabrese trapiantata a Roma e provincia fin dagli anni '80. Tra i nomi degli ndranghetisti colpiti dal provvedimento emergerebbero gli Scriva, i Morabito, i Mollica, i Velonà e i Ligato.
Gli immobili sequestrati sono collocati tra Roma, Rignano Flaminio, Morlupo, Campagnano Romano, Grottaferrata e in altre province italiane.
Risulta sequestrato anche un contratto di rete di imprese, costituito tra 50 aziende, e un fondo patrimoniale da 100 mila euro finanziato dalla Regione Lazio. Per gli inquirenti la “forma giuridica” del contratto di rete di imprese era “uno strumento idoneo e perfettamente funzionale alla realizzazione degli scopi illeciti dell’organizzazione criminale” che attraverso la Rete di Imprese si era “recentemente aggiudicata l’assegnazione di un finanziamento pubblico di 100 mila euro da parte della Regione Lazio, oggi in sequestro”.
I settori economici di diretto riferimento delle cosche sono risultati quelli della distribuzione all’ingrosso di fiori e piante; della vendita di legna da ardere; dell’allevamento di bovini e caprini; bar/gastronomia e commercio di preziosi e gioielli, mentre attraverso prestanome sono penetrati nel settore edilizio/immobiliare, della panificazione, della vendita di prodotti ottici e dei centri estetici ed anche in quello della grande distribuzione attraverso punti vendita della catena “Carrefour”. L’azienda francese di supermercati ha precisato: “Carrefour Italia si dichiara totalmente estranea. I supermercati oggetto di sequestro sono infatti gestiti da un imprenditore locale terzo, autonomo e indipendente rispetto a Carrefour Italia che rimane a disposizione delle autorità”.
Se Roma piange Milano non ride
Nella provincia di Milano invece 34 persone sono finite agli arresti (27 in carcere, 7 ai domiciliari) al termine di un’indagine dei carabinieri, coordinati dalla Dda di Milano per aver ricostituito la rete locale della 'ndrangheta tra Legnano, nel Milanese, e Lonate Pozzolo, paese in provincia di Varese.
Gli investigatori ritengono che nelle mani degli accusati fossero finite anche la gestione dei parcheggi dell’aeroporto milanese della Malpensa, un obiettivo ambito perché fino ad ottobre l’altro aeroporto, Milano Linate, rimarrà chiuso per lavori. Si tratta del Parking Volo Malpensa e il Malpensa Car Parking.
In totale il decreto ha consentito di sequestrare beni per un valore complessivo di 2 milioni di euro. I carabinieri sono riusciti a documentare summit criminali durante i quali, oltre alle questioni legate ai rapporti con la politica locale, c’era anche la pianificazione imprenditoriale della cosca, i cui proventi erano investiti in parte nell’acquisto di ristoranti e di terreni per la costruzione di parcheggi poi collegati con navette all’aeroporto.
Le persone arrestate in 8 province italiane, da Cosenza ad Aosta, sono accusate a vario titolo di associazione di tipo mafioso, danneggiamento seguito da incendio, estorsione, violenza privata, lesioni personali aggravate, minaccia, detenzione e porto abusivo di armi, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, truffa aggravata ai danni dello Stato e intestazione fittizia di beni, accesso abusivo a un sistema informatico o telematico.
Tra gli arrestati c’è anche Enzo Misiano (autodefinitosi Don Ciccio) un consigliere comunale di Fratelli d’Italia che guida l’amministrazione di Ferno. Secondo l’accusa degli investigatori, Misiano teneva rapporti con responsabili della cosca mafiosa come Giuseppe Spagnolo, Mario Filippelli, Emanuele De Castro. Nell’ordinanza che lo ha portato in carcere è stato indicato come l’uomo designato da Spagnolo (elemento di spicco della cosca Farao-Maricola) come referente politico dei “calabresi” sul territorio, veicolando un considerevole pacchetto di voti. Misiano è stato sollevato da ogni incarico di partito nel territorio.
Gli inquirenti avanzano analoghi sospetti anche sull’elezione dell’ex sindaco di Lonate, Danilo Rivolta, che dopo l’elezione, in questo caso con Forza Italia, nel 2017 è stato arrestato e ha poi patteggiato 4 anni per corruzione.
E poi c’è la prospera Emilia-Romagna
Il 25 giugno 2019 è stato inferto un colpo alla ‘ndrangheta in Emilia Romagna. A Piacenza, la Polizia ha eseguito 16 arresti nei confronti di presunti appartenenti alle cosche che da tempo operano nella regione e che sono storicamente legate al clan dei Grande Aracri di Cutro. Dei 16 arrestati 13 sono in carcere e 3 sono finiti ai domiciliari.
Tra gli arrestati c’è anche Giuseppe Caruso, attuale presidente del consiglio comunale di Piacenza ed unico esponente di Fratelli d’Italia in Comune (eletto con solo 155 preferenze). Viene ritenuto dai magistrati come un appartenente al gruppo mafioso dei Grande Aracri. Interrogato si è rifiutato di rispondere ed è stato trasferito nel carcere di massima sicurezza di Voghera. Anche lui è stato sospeso dagli incarichi di partito.
Gli arrestati sono accusati a vario titolo di associazione di stampo mafioso, estorsione, tentata estorsione, trasferimento fraudolento di valori, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, danneggiamento e truffa aggravata. Uno degli arrestati, Francesco Grande Aracri, era stato già condannato per associazione mafiosa, viveva a Bresciello, in provincia di Reggio Emilia. Il Comune è stato il primo in Emilia- Romagna che venne sciolto, a fine 2107, proprio le infiltrazioni della criminalità organizzata.
“L’Emilia-Romagna non è terra di mafia, ma la mafia c’è e rischia di colonizzare la regione: si presume che il suo fatturato oscilli intorno ai 20 miliardi di euro. Non dobbiamo abbassare la guardia” è scritto in un rapporto sulle mafie in Emilia-Romagna, voluto dalla Camera di commercio di Reggio Emilia e curato dalla Fondazione Antonino Caponnetto. Sono 49 i clan presenti che si spartiscono il territorio, 26 ‘ndrine calabresi, 13 famiglie legate alla camorra, 7 a “cosa nostra”, 3 alla sacra corona unita, con una presenza economia alta e un alto rischio colonizzazione a Bologna, Modena, Parma, Rimini e Reggio Emilia
Le organizzazioni criminali, anche nel centro-nord, scelgono sempre più i comuni medio piccoli per fare i loro affari. Queste amministrazioni gestiscono allo stesso modo delle grandi città gli appalti, i bandi e i finanziamenti ma hanno strutture più fragili perché hanno bacini elettorali minori e quindi più influenzabili dalle cosche.
Ma su questo spostamento al Nord delle organizzazioni mafiose, continua ad esserci un tarlo che ci divora e che, come Pasolini, ci fa dire: “lo sappiamo ma non abbiamo le prove”.
La funzionaria di polizia che ha tenuto la conferenza stampa dopo il blitz di mercoledì contro la ‘ndragnheta a Roma, ha affermato che l’espansione delle cosche al di fuori dei loro territori storici è iniziata nei primi anni '90. Qualcuno insieme a noi ha memoria che la trattativa Stato-Mafia, che mise fine alla stagione stragista mafiosa, viene collocata nel 1993? E se tutta questa espansione nel business legale al centro-nord fosse la prevista e prevedibile conseguenza di quella pax fatta in nome della ragion di Stato? E’ un dubbio, ma che continua a martellare.
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23/05/2019
23 maggio 1992, strage di Capaci. “Il botto” non fu solo mafioso
Quel pomeriggio la terra ha tremato. Nel palermitano, fra Capaci e l’Isola delle Femmine, l’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia di Erice registrava una scossa di terremoto, pari al terzo grado della scala Mercalli.
Mi trovavo in zona per il mio giornale – allora ero corrispondente per il settimanale “Il Paese” di Modena – e ho avvertito perfettamente il tremore sotto i piedi: mancava qualche minuto alle ore 18. Però l’effetto-terremoto durò pochissimo tempo. Infatti non c’era stato nessun terremoto!
Gli elicotteri della polizia e dei carabinieri, il massiccio intervento delle autobotti dei vigili del fuoco e delle autoambulanze, le auto a sirene spiegate di tutte le forze dell’ordine andavano, tutte, verso l’autostrada e precisamente verso lo svincolo di Capaci. Un giro di telefonate fra i colleghi giornalisti e la strage era nuda, la strage di Capaci.
Quel giorno, Giovanni Falcone, “il giudice”, stava tornando da Roma, come era solito fare nei fine settimana. Il jet di servizio, partito dall’aeroporto di Ciampino intorno alle 16.45, dopo un viaggio di 53 minuti atterrava a Palermo a Punta Raisi. Lo attendevano tre Fiat Croma, gruppo di scorta sotto comando del capo della squadra mobile della Polizia di Stato, Arnaldo La Barbera.
Appena sceso dall’aereo, Falcone si sistemava alla guida della vettura bianca e, accanto a lui, prendeva posto la moglie Francesca Morvillo, mentre l’autista giudiziario Giuseppe Costanza occupava il sedile posteriore. Nella Croma marrone c’era alla guida Vito Schifani, con accanto l’agente scelto Antonio Montinaro e, sul retro, Rocco Di Cillo. Nella vettura azzurra c’erano Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. La Croma marrone era in testa al gruppo, seguiva la Croma bianca, guidata da Falcone e, in coda, la Croma azzurra. Le auto lasciavano l’aeroporto imboccando l’autostrada in direzione Palermo.
Otto minuti dopo, alle ore 17.58, presso il chilometro 5 dell’autostrada A 29, una carica di cinque quintali di tritolo, posizionata in un tunnel scavato sotto la sede autostradale nei pressi dello svincolo di Capaci, veniva azionata per telecomando da Giovanni Brusca, incaricato da Totò Riina. La detonazione ha provocato un’esplosione “vulcanica” e una voragine enorme sull’autostrada.
Circa venti minuti dopo Giovanni Falcone veniva trasportato, insieme alla moglie, presso l’ospedale Civico di Palermo. Gli altri agenti e i civili coinvolti venivano anch’essi trasportati in ospedale, mentre la Polizia Scientifica eseguiva i primi rilievi e i Vigili del Fuoco espletavano il pesante compito di estrarre i corpi irriconoscibili di Schifani, Montinaro e Di Cillo.
È stato impossibile raggiungere subito il luogo del “botto”. Successivamente sul luogo della strage ci sono arrivato insieme al mio amico Mario Gatto che nutriva una forte passione per la fotografia. Siamo riusciti a raggiungere quel luogo attraverso un varco, denominato “il passaggio della lepre”.
È bastato calpestare il terreno che portava verso l’autostrada per rendermi conto che tutto quello che avevo visto nei telegiornali, anche le immagini più cruente, lì, in quel preciso istante, non avevano lo stesso peso. Quello che stavo vivendo era impressionante! Man mano che mi avvicinavo all’autostrada il terreno era sempre più nero, come se fosse stato raggiunto dai lapilli dell’Etna. Gli alberi d’ulivo bruciati dal fuoco. Il messaggio biblico: “Non c’è pace fra gli ulivi!”, in questa Sicilia, colonizzata e sfruttata è sempre più attuale.
Avvicinandomi al luogo della strage, notavo dei poliziotti della Scientifica che raccoglievano, fra i rami degli alberi bruciati, pezzetti di carne umana. Quella dei poliziotti della scorta, macellati. Dentro l’autostrada la “bocca vulcanica” dell’esplosione. Il puzzo nauseante della carne umana bruciata era insopportabile. Mario, emozionatissimo, continua a scattare le sue foto. Io, giornalista “di strada”, nascondevo a malapena le rabbia, e mi dicevo a me stesso, quasi con ossessione: “Tutto questo non è solo mafia, no!”.
E non era solo una mia sensazione. Infatti, quando si parla della strage di Capaci, come quella successiva che costò la vita al giudice Borsellino e alla scorta, si parla di quella che è stata la TRATTATIVA MAFIA-STATO. Una trattativa che, oltre le vittime delle stragi, ha avuto il popolo sfruttato siciliano, sempre più criminalizzato con l’infame marchio di “popolo mafioso”, marchio che fa comodo alle cosche mafiose e a chi tratta con loro.
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22/04/2018
Stato-mafia. Il Generale Subranni e l’omicidio di Peppino Impastato
Tra i condannati “eccellenti” per la trattativa Stato-mafia ci sono diversi personaggi che meritano un’attenzione meno distratta di quella riservatagli dai media di regime. I quali, va sottolineato, si concentrano sempre sugli aspetti “politicistici” delle vicende giudiziarie (chi ci guadagna e chi ci perde, tra i nomi di spicco della “politica”), mentre evitano con grande cura di mettere sotto i riflettori i vertici dello Stato reale – gli apparati che restano al di là del contino fluire dei ministri, quello che oggi si ama definire deep state.
A uscire svergognata dalla sentenza, infatti, è l’intera Arma dei Carabinieri, quella che invece ci viene ogni giorno presentata come l’istituzione in cui “gli italiani” dovrebbero riporre maggiore fiducia. Ognuno degli altissimi ufficiali condannati è infatti stato al vertice dei Ros – il Raggruppamento operativo speciale, unico organo investigativo dell’Arma con competenza sia sulla criminalità organizzata sia sul “terrorismo”, dipendente funzionalmente dal Comando generale sotto il profilo tecnico-operativo – ovvero il “braccio” che si occupa di sbrogliare matasse particolarmente problematiche, di fatto una branca dei servizi segreti. I generali Mario Mori e Antonio Subranni sono stati condannati a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato (stessa pena dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri), mentre il generale Giuseppe De Donno, per le stesse imputazioni, ha avuto 8 anni.
Ognuno di loro meriterebbe una biografia non autorizzata ma molto dettagliata, ma per il momento ci limitiamo a ricordare una delle straordinarie “coincidenze” che hanno avuto come protagonista il meno noto di loro, Antonio Subranni. Il quale ha avuto un inizio di carriera davvero fulminante e in qualche modo “formativo” del suo particolarissimo percorso interno ai carabinieri.
Promosso maggiore nel 1978, divenne all’inizio di quell’anno comandante del Ros del comando provinciale di Palermo; ovvero diventa il capo del raggruppamento che deve o dovrebbe combattere la mafia nel suo punto di massimo insediamento, o perlomeno nella città ritenuta “capoluogo” dell’organizzazione. Un incarico che presuppone la massima fiducia dei vertici dell’Arma, un’investitura che “premia” un giovane ufficiale ritenuto tra i più brillanti ed efficaci.
L’esordio, però, è di segno decisamente opposto. Il primo caso rilevante di cui è chiamato ad occuparsi è infatti l’omicidio del compagno Peppino Impastato, assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio di quell’anno.
Ricordiamo per chi ha la fortuna di non essere stato già adulto a quel tempo che l’omicidio di Peppino, giornalista antimafia e candidato locale di Democrazia Proletaria, fu particolarmente efferato: il suo corpo venne dilaniato da una carica esplosiva sui binari della ferrovia. I suoi assassini – poi identificati come killer “comandati” dal boss mafioso Gaetano Badalamenti – volevano inscenare uno scombiccherato “attentato terroristico” andato storto.
Gli elementi di razionalità contrari erano moltissimi: Peppino era appunto un esponente di Dp, organizzazione della sinistra ai tempi per nulla “estremistica”, tanto da presentarsi regolarmente alle elezioni nel mentre infuriavano nelle piazze movimenti ben più radicali e alcune decine di organizzazioni combattenti si muovevano sul piano della lotta armata. Soprattutto, solo la Sicilia era in quella temperie una regione in cui la guerriglia di sinistra non era riuscita a mettere radici. Proprio perché la più efficiente “polizia anticomunista”, in quella regione, era appunto... la mafia.
Elementi così chiari che pochi giorni dopo gli elettori di Cinisi votano egualmente Peppino Impastato, riuscendo addirittura ad eleggerlo simbolicamente nel Consiglio comunale.
L’unico ad abboccare alla “pista terroristica” fu, incredibilmente, l’allora maggiore Subranni, coadiuvato dal maresciallo Alfonso Travali, che pure disponevano di qualche elemento informativo in più rispetto ai normali elettori di Cinisi.
Il sospetto di depistaggio intenzionale, facilitato dal contemporaneo e ben più noto ritrovamento del corpo di Aldo Moro, accompagnò insomma da subito l’operato del Ros palermitano. Tanto che Subranni si ritenne obbligato a dare, nel corso dei decenni, interviste per difendersi da questa accusa (soprattutto popolare, l’indagine giudiziaria morì presto in qualche cassetto della Procura). Vedi qui.
Nonostante questo “incidente di percorso” – che denotava quantomeno insipienza investigativa, se non addirittura fiancheggiamento della mafia (fu indagato anche per questo, ma tutto finì con l’archiviazione al tribunale di Caltanissetta) – Subranni scala i vertici del Ros, al punto da esserne il capo nazionale al tempo – 1992-93 della ormai conclamata “trattativa Stato-mafia”. Per poi passare al Cesis (organo di coordinamento tra i due servizi segreti italiani d’allora, il Sisde e il Sismi, rispettivamente delegati agli “affari interni” e quelli “esteri”).
Una carriera senza alcun intoppo, di promozione in promozione, a dispetto di sospetti, indagini, avvisi di garanzia. Come se ogni ombra sul suo conto fosse considerata, ai vertici dell’Arma, come un merito per aver svolto una funzione innominabile “uso a obbedir tacendo”.
Vale la pena, per chiudere momentaneamente questo accenno di biografia, riportare il link alla cronologia della vicenda realizzata dal Centro Impastato e la risposta di Umberto Santino, presidente del Centro, all’”intervista” data da Subranni al Giornale di Sicilia.
http://www.centroimpastato.com/il-processo-impastato/
In un’intervista pubblicata sul “Giornale di Sicilia” del 19 dicembre 2000, l’allora maggiore dei carabinieri Antonio Subranni, in seguito promosso generale, prende decisamente le distanze dalla relazione della Commissione parlamentare antimafia sul caso Impastato, approvata lo scorso 6 dicembre, escludendo di avere avuto il benché minimo ruolo nel depistaggio delle indagini.
Subranni dice di avere redatto solo due rapporti sulla morte di Impastato, in data 10 e 30 maggio 1978, afferma di non avere mai sentito parlare di pietre con tracce di sangue e di avere “interrogato” personalmente il professore Ideale Del Carpio, il quale avrebbe “ritrattato” le dichiarazioni rese in un primo tempo e richiamate dai firmatari dell’esposto presentato l’11 maggio del ’78.
Il professor Del Carpio è morto da tempo e non può replicare, ma non posso fare a meno di sottolineare che in quei giorni di grandissimo isolamento dei familiari e dei compagni di Peppino, sottoposti a stringenti interrogatori come “complici dell’attentatore”, un anziano e illustre docente di Medicina legale che prestava la sua opera generosamente e gratuitamente veniva “interrogato” da chi neppure lontanamente pensava di perquisire le cave da cui con ogni probabilità proveniva l’esplosivo usato per far saltare il corpo di Impastato (e che si trattasse di quel genere di esplosivo risulta chiaramente da una relazione redatta dal sottufficiale dei carabinieri Salvatore Longhitano lo stesso giorno del delitto) e porre qualche domanda a qualche mafioso a piede libero.
Le pietre macchiate di sangue Subranni non le avrebbe mai viste, ma il necroforo comunale, in un’intervista raccolta da Felicia Vitale, cognata di Peppino, e da me pubblicata nel volume L’assassinio e il depistaggio, ha dichiarato di aver consegnato ai carabinieri un sasso con tracce di sangue e l’appuntato dei carabinieri Carmelo Pichilli ha dichiarato di aver asportato assieme al maresciallo Travali “un tratto del sedile in muratura e una pietra dove si notavano appena delle tracce”.
Che fine hanno fatto questi “reperti”, raccolti subito dopo il delitto e quindi quando Subranni dirigeva le indagini, e di cui non è stata trovata traccia? Perché per fare le analisi si è dovuto attendere che i compagni di Impastato prelevassero altri “reperti”, consegnati al professor Del Carpio, dato che i carabinieri non avevano nessuna voglia di tenerne conto, certi com’erano che non di omicidio si trattasse ma di atto terroristico compiuto da un suicida?
Dopo vent’anni di impegno quotidiano siamo riusciti ad ottenere l’apertura dei processi e l’interessamento della Commissione antimafia che per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana dice senza mezzi termini che rappresentanti delle istituzioni hanno depistato le indagini su un omicidio politico-mafioso.
Sappiamo che la relazione è passata all’unanimità ma pure che qualcuno ha preferito assentarsi dalla discussione. Non ci sorprendiamo che adesso comincino le “grandi manovre” per indebolire o vanificare il risultato di quasi due anni di lavoro che per noi ha più il valore di un avvio che di un traguardo. Che la “seconda repubblica” non abbia molta voglia di fare chiarezza sui misfatti della “prima” lo sapevamo già. Non per nulla sulla scena politica riemergono volti noti che sembravano definitivamente cancellati e, pur di salvare Badalamenti, si ripesca nel calderone tirando fuori i soliti “corleonesi” e si attaccano i magistrati più seriamente impegnati.
A fare da sfondo a questo ennesimo tentativo di “depistaggio” della verità sono venute le dichiarazioni trionfalistiche, al limite del ridicolo, che abbiamo ascoltato nel corso della conferenza sul crimine transnazionale delle Nazioni Unite svoltasi nella cornice di una Palermo “rinascimentale”: una riprova che alle analisi serie e ai programmi di reale rinnovamento si preferiscono le liturgie spettacolari e i restauri delle facciate.
Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato
125/2000 Palermo 19/12/2000
Fonte
A uscire svergognata dalla sentenza, infatti, è l’intera Arma dei Carabinieri, quella che invece ci viene ogni giorno presentata come l’istituzione in cui “gli italiani” dovrebbero riporre maggiore fiducia. Ognuno degli altissimi ufficiali condannati è infatti stato al vertice dei Ros – il Raggruppamento operativo speciale, unico organo investigativo dell’Arma con competenza sia sulla criminalità organizzata sia sul “terrorismo”, dipendente funzionalmente dal Comando generale sotto il profilo tecnico-operativo – ovvero il “braccio” che si occupa di sbrogliare matasse particolarmente problematiche, di fatto una branca dei servizi segreti. I generali Mario Mori e Antonio Subranni sono stati condannati a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato (stessa pena dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri), mentre il generale Giuseppe De Donno, per le stesse imputazioni, ha avuto 8 anni.
Ognuno di loro meriterebbe una biografia non autorizzata ma molto dettagliata, ma per il momento ci limitiamo a ricordare una delle straordinarie “coincidenze” che hanno avuto come protagonista il meno noto di loro, Antonio Subranni. Il quale ha avuto un inizio di carriera davvero fulminante e in qualche modo “formativo” del suo particolarissimo percorso interno ai carabinieri.
Promosso maggiore nel 1978, divenne all’inizio di quell’anno comandante del Ros del comando provinciale di Palermo; ovvero diventa il capo del raggruppamento che deve o dovrebbe combattere la mafia nel suo punto di massimo insediamento, o perlomeno nella città ritenuta “capoluogo” dell’organizzazione. Un incarico che presuppone la massima fiducia dei vertici dell’Arma, un’investitura che “premia” un giovane ufficiale ritenuto tra i più brillanti ed efficaci.
L’esordio, però, è di segno decisamente opposto. Il primo caso rilevante di cui è chiamato ad occuparsi è infatti l’omicidio del compagno Peppino Impastato, assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio di quell’anno.
Ricordiamo per chi ha la fortuna di non essere stato già adulto a quel tempo che l’omicidio di Peppino, giornalista antimafia e candidato locale di Democrazia Proletaria, fu particolarmente efferato: il suo corpo venne dilaniato da una carica esplosiva sui binari della ferrovia. I suoi assassini – poi identificati come killer “comandati” dal boss mafioso Gaetano Badalamenti – volevano inscenare uno scombiccherato “attentato terroristico” andato storto.
Gli elementi di razionalità contrari erano moltissimi: Peppino era appunto un esponente di Dp, organizzazione della sinistra ai tempi per nulla “estremistica”, tanto da presentarsi regolarmente alle elezioni nel mentre infuriavano nelle piazze movimenti ben più radicali e alcune decine di organizzazioni combattenti si muovevano sul piano della lotta armata. Soprattutto, solo la Sicilia era in quella temperie una regione in cui la guerriglia di sinistra non era riuscita a mettere radici. Proprio perché la più efficiente “polizia anticomunista”, in quella regione, era appunto... la mafia.
Elementi così chiari che pochi giorni dopo gli elettori di Cinisi votano egualmente Peppino Impastato, riuscendo addirittura ad eleggerlo simbolicamente nel Consiglio comunale.
L’unico ad abboccare alla “pista terroristica” fu, incredibilmente, l’allora maggiore Subranni, coadiuvato dal maresciallo Alfonso Travali, che pure disponevano di qualche elemento informativo in più rispetto ai normali elettori di Cinisi.
Il sospetto di depistaggio intenzionale, facilitato dal contemporaneo e ben più noto ritrovamento del corpo di Aldo Moro, accompagnò insomma da subito l’operato del Ros palermitano. Tanto che Subranni si ritenne obbligato a dare, nel corso dei decenni, interviste per difendersi da questa accusa (soprattutto popolare, l’indagine giudiziaria morì presto in qualche cassetto della Procura). Vedi qui.
Nonostante questo “incidente di percorso” – che denotava quantomeno insipienza investigativa, se non addirittura fiancheggiamento della mafia (fu indagato anche per questo, ma tutto finì con l’archiviazione al tribunale di Caltanissetta) – Subranni scala i vertici del Ros, al punto da esserne il capo nazionale al tempo – 1992-93 della ormai conclamata “trattativa Stato-mafia”. Per poi passare al Cesis (organo di coordinamento tra i due servizi segreti italiani d’allora, il Sisde e il Sismi, rispettivamente delegati agli “affari interni” e quelli “esteri”).
Una carriera senza alcun intoppo, di promozione in promozione, a dispetto di sospetti, indagini, avvisi di garanzia. Come se ogni ombra sul suo conto fosse considerata, ai vertici dell’Arma, come un merito per aver svolto una funzione innominabile “uso a obbedir tacendo”.
Vale la pena, per chiudere momentaneamente questo accenno di biografia, riportare il link alla cronologia della vicenda realizzata dal Centro Impastato e la risposta di Umberto Santino, presidente del Centro, all’”intervista” data da Subranni al Giornale di Sicilia.
http://www.centroimpastato.com/il-processo-impastato/
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Su un’intervista al generale Subranni sul delitto Impastato
In un’intervista pubblicata sul “Giornale di Sicilia” del 19 dicembre 2000, l’allora maggiore dei carabinieri Antonio Subranni, in seguito promosso generale, prende decisamente le distanze dalla relazione della Commissione parlamentare antimafia sul caso Impastato, approvata lo scorso 6 dicembre, escludendo di avere avuto il benché minimo ruolo nel depistaggio delle indagini.
Subranni dice di avere redatto solo due rapporti sulla morte di Impastato, in data 10 e 30 maggio 1978, afferma di non avere mai sentito parlare di pietre con tracce di sangue e di avere “interrogato” personalmente il professore Ideale Del Carpio, il quale avrebbe “ritrattato” le dichiarazioni rese in un primo tempo e richiamate dai firmatari dell’esposto presentato l’11 maggio del ’78.
Il professor Del Carpio è morto da tempo e non può replicare, ma non posso fare a meno di sottolineare che in quei giorni di grandissimo isolamento dei familiari e dei compagni di Peppino, sottoposti a stringenti interrogatori come “complici dell’attentatore”, un anziano e illustre docente di Medicina legale che prestava la sua opera generosamente e gratuitamente veniva “interrogato” da chi neppure lontanamente pensava di perquisire le cave da cui con ogni probabilità proveniva l’esplosivo usato per far saltare il corpo di Impastato (e che si trattasse di quel genere di esplosivo risulta chiaramente da una relazione redatta dal sottufficiale dei carabinieri Salvatore Longhitano lo stesso giorno del delitto) e porre qualche domanda a qualche mafioso a piede libero.
Le pietre macchiate di sangue Subranni non le avrebbe mai viste, ma il necroforo comunale, in un’intervista raccolta da Felicia Vitale, cognata di Peppino, e da me pubblicata nel volume L’assassinio e il depistaggio, ha dichiarato di aver consegnato ai carabinieri un sasso con tracce di sangue e l’appuntato dei carabinieri Carmelo Pichilli ha dichiarato di aver asportato assieme al maresciallo Travali “un tratto del sedile in muratura e una pietra dove si notavano appena delle tracce”.
Che fine hanno fatto questi “reperti”, raccolti subito dopo il delitto e quindi quando Subranni dirigeva le indagini, e di cui non è stata trovata traccia? Perché per fare le analisi si è dovuto attendere che i compagni di Impastato prelevassero altri “reperti”, consegnati al professor Del Carpio, dato che i carabinieri non avevano nessuna voglia di tenerne conto, certi com’erano che non di omicidio si trattasse ma di atto terroristico compiuto da un suicida?
Dopo vent’anni di impegno quotidiano siamo riusciti ad ottenere l’apertura dei processi e l’interessamento della Commissione antimafia che per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana dice senza mezzi termini che rappresentanti delle istituzioni hanno depistato le indagini su un omicidio politico-mafioso.
Sappiamo che la relazione è passata all’unanimità ma pure che qualcuno ha preferito assentarsi dalla discussione. Non ci sorprendiamo che adesso comincino le “grandi manovre” per indebolire o vanificare il risultato di quasi due anni di lavoro che per noi ha più il valore di un avvio che di un traguardo. Che la “seconda repubblica” non abbia molta voglia di fare chiarezza sui misfatti della “prima” lo sapevamo già. Non per nulla sulla scena politica riemergono volti noti che sembravano definitivamente cancellati e, pur di salvare Badalamenti, si ripesca nel calderone tirando fuori i soliti “corleonesi” e si attaccano i magistrati più seriamente impegnati.
A fare da sfondo a questo ennesimo tentativo di “depistaggio” della verità sono venute le dichiarazioni trionfalistiche, al limite del ridicolo, che abbiamo ascoltato nel corso della conferenza sul crimine transnazionale delle Nazioni Unite svoltasi nella cornice di una Palermo “rinascimentale”: una riprova che alle analisi serie e ai programmi di reale rinnovamento si preferiscono le liturgie spettacolari e i restauri delle facciate.
Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato
125/2000 Palermo 19/12/2000
Fonte
21/04/2018
La trattativa stato mafia
La sentenza di condanna per la trattativa tra lo stato e la mafia stragista, è un fatto senza precedenti nella storia del nostro paese.
Siamo di fronte ad un un evento enorme, che rompe il muro che da decenni copre le complicità politiche e istituzionali con la criminalità e l’eversione. Dalla strage di Portella della Ginestra il 1 maggio del 1947, la mafia ha sempre sparso sangue per condizionare la politica e lo stato. E all’interno della politica e dello stato la mafia ha trovato collusioni, connivenze e coperture.
Gli ufficiali dei carabinieri condannati per la trattativa degli anni '90 fanno pensare a tanti altri depistaggi, deviazioni, giochi sporchi precedenti. E la condanna al fedelissimo di Berlusconi, Dell’Utri, segue la lunga lista nera dei politici di governo che sono stati parte e referenti sia del mondo mafioso, sia di quello dello stato deviato.
Anche le stragi fasciste, da quella di Piazza Fontana a Milano nel 1969 a quella di Piazza Loggia a Brescia, a quella della stazione di Bologna, hanno visto coperture ed infami imbrogli da parte di militari, servizi segreti, faccendieri in combutta tra loro. Il deep state, lo stato profondo italiano ha da decenni le mani sporche di sangue.
La condanna esemplare di Palermo può quindi essere una occasione storica per la nostra democrazia: quella di fare pulizia in tutti gli anfratti del sistema di potere. Bisogna che Berlusconi venga cacciato dal sistema politico italiano.
Ma questa è una misura di igiene politica necessaria, ma non sufficiente. Occorre una operazione verità su tutta la storia della nostra Repubblica, perché un ufficiale dei carabinieri non tratta con la mafia se non ha un contesto e una continuità temporale che lo autorizzino. Non riduciamo questo evento al teatrino della politica di questi giorni. C’è ben altro da sapere, c’è ben altro da combattere e rovesciare.
Lo stato deviato, la mafia, il terrorismo stragista nascono assieme alla nostra Repubblica, con potenti coperture politiche nazionali ed internazionali, americane in primo luogo. È una lunga storia sporca, sporca come la trattativa con cui lo stato ha cercato di convincere la mafia a non mettere più bombe dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino. Adesso basta, dobbiamo, vogliamo sapere tutto.
Fonte
05/11/2015
Trattativa Stato-Mafia, assolto Mannino ma...
Tutta l'attenzione sulla mafia del "mondo di mezzo" (nella capitale), mentre dai giornali rapidamente scompare l'assoluzione per Calogero Mannino, ex ministro, accusato di aver innescato in qualche modo la famosa "trattativa Stato-mafia" per salvarsi la pelle.
Non conosciamo gli atti del processo, quindi non ci permettiamo di fornire giudizi di merito. Ma ci sembra che qualche perplessità esista anche tra i più attenti osservatori delle cronache giudiziarie. Non tanto per l'assoluzione dell'ex ministro - la sentenza dichiara che "non ha commesso il fatto", non che "il fatto non sussiste" - quanto per la tenuta dell'intera narrazione-spiegazione di come sia nata e si sia sviluppata una "trattativa" che ha sfiorato (o qualcosa di più) il Quirinale e Giorgio Napolitano.
La sentenza di ieri insomma, non nega che una trattativa ci sia stata, ma che in ogni caso non l'ha innescata Mannino. I magistrati palermitani attendono di conoscere le motivazioni della sentenza per decidere se ricorrere in appello, ma appaiono abbastanza decisi a farlo («Valuteremo se impugnare la sentenza dopo averne letto le motivazioni. L’impugnazione è probabile, ma se non si leggono le motivazioni della sentenza non ha senso anticipare giudizi»).
La questione è complessa, ma Mannino rivestiva un ruolo cruciale, insieme al generale dei carabinieri Mori. E in effetti un riscontro importante sembrava esserci: il pentito Giovanni Brusca ha infatti riempito pagine di verbali in cui ricorda come lui stesso fosse stato incaricato di organizzare l'omicidio di Mannino (dopo quello di Salvo Lima, referente andreottiano in Sicilia, "reo" di non aver saputo far ridurre il regime di 41 bis per i boss mafiosi, e dell'arcinemico Giovani Falcone). Ma poi era arrivato l'ordine di Riina: "lascia perdere e ammazziamo il giudice Borsellino".
Se Mannino è innocente, viene a mancare un anello fondamentale nella catena delle relazioni tra interessi mafiosi (l'attenuazione del regime carcerario) e il governo dell'epoca (il ministro di giustizia, Giovanni Conso, ridusse effettivamente sia il numero di mafiosi sottoposti al 41bis che il numero di restrizioni previste).
Questa assoluzione, dunque, potrebbe in qualche misura invalidare tutta la vicenda della "trattativa" sul fronte giudiziario, mentre sul piano politico appare sempre più evidente che ci sia stata eccome (il 41 bis è stato attenuato, le stragi sono finite prima che ne fossero arrestati gli autori).
Chi ne verrebbe avvantaggiato? La classe politica dell'epoca, certamente (Mancino e Napolitano su tutti). Chi ne uscirebbe delegittimato: la procura di Palermo e soprattutto il pm Nino Di Matteo, per il quale - hanno scritto più volte i giornali - "il tritolo è già pronto".
Sarà, ma un certo odore di bruciaticcio continua a restare nell'aria...
Fonte
Non conosciamo gli atti del processo, quindi non ci permettiamo di fornire giudizi di merito. Ma ci sembra che qualche perplessità esista anche tra i più attenti osservatori delle cronache giudiziarie. Non tanto per l'assoluzione dell'ex ministro - la sentenza dichiara che "non ha commesso il fatto", non che "il fatto non sussiste" - quanto per la tenuta dell'intera narrazione-spiegazione di come sia nata e si sia sviluppata una "trattativa" che ha sfiorato (o qualcosa di più) il Quirinale e Giorgio Napolitano.
La sentenza di ieri insomma, non nega che una trattativa ci sia stata, ma che in ogni caso non l'ha innescata Mannino. I magistrati palermitani attendono di conoscere le motivazioni della sentenza per decidere se ricorrere in appello, ma appaiono abbastanza decisi a farlo («Valuteremo se impugnare la sentenza dopo averne letto le motivazioni. L’impugnazione è probabile, ma se non si leggono le motivazioni della sentenza non ha senso anticipare giudizi»).
La questione è complessa, ma Mannino rivestiva un ruolo cruciale, insieme al generale dei carabinieri Mori. E in effetti un riscontro importante sembrava esserci: il pentito Giovanni Brusca ha infatti riempito pagine di verbali in cui ricorda come lui stesso fosse stato incaricato di organizzare l'omicidio di Mannino (dopo quello di Salvo Lima, referente andreottiano in Sicilia, "reo" di non aver saputo far ridurre il regime di 41 bis per i boss mafiosi, e dell'arcinemico Giovani Falcone). Ma poi era arrivato l'ordine di Riina: "lascia perdere e ammazziamo il giudice Borsellino".
Se Mannino è innocente, viene a mancare un anello fondamentale nella catena delle relazioni tra interessi mafiosi (l'attenuazione del regime carcerario) e il governo dell'epoca (il ministro di giustizia, Giovanni Conso, ridusse effettivamente sia il numero di mafiosi sottoposti al 41bis che il numero di restrizioni previste).
Questa assoluzione, dunque, potrebbe in qualche misura invalidare tutta la vicenda della "trattativa" sul fronte giudiziario, mentre sul piano politico appare sempre più evidente che ci sia stata eccome (il 41 bis è stato attenuato, le stragi sono finite prima che ne fossero arrestati gli autori).
Chi ne verrebbe avvantaggiato? La classe politica dell'epoca, certamente (Mancino e Napolitano su tutti). Chi ne uscirebbe delegittimato: la procura di Palermo e soprattutto il pm Nino Di Matteo, per il quale - hanno scritto più volte i giornali - "il tritolo è già pronto".
Sarà, ma un certo odore di bruciaticcio continua a restare nell'aria...
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25/11/2014
Pista veneta per l’esplosivo destinato al giudice palermitano Di Matteo. Di nuovo?
L’esplosivo destinato all’attentato contro il Pm palermitano Nino Di Matteo da parte delle cosche mafiose, sembra avere una pista veneta. Di Matteo è uno dei giudici che ha fortemente voluto il processo a Palermo sulla trattativa tra Stato e mafia. Per questo si è fatto molti nemici, e non solo tra le organizzazioni e i killer della mafia. Il Fatto del 21 novembre racconta diversi retroscena di un’inchiesta che potrebbe avere sviluppi clamorosi. Il quotidiano pone domande pertinenti sulla provenienza di 400 chili di esplosivo che secondo il boss siciliano Vito Galatolo, diventato recentemente “collaboratore di giustizia”, sarebbero stati uno dei primi passi per togliere di mezzo Di Matteo con una modalità non dissimile dalle stragi in cui morirono Falcone, Borsellino e gli agenti delle loro scorte.
Il Fatto lascia intravedere due circostanze che riportano nuovamente il Veneto dentro una inchiesta per attentati e tentate stragi. La prima riguarda le voci che trapelano dal Viminale secondo le quali i boss siciliani per percorrere una ipotetica pista di approvvigionamento dell’esplosivo nei paesi dell’Est avrebbero riattivato diverse conoscenze presso alcuni esponenti della mala del Brenta. La seconda è che il pentito di mafia Vito Galatolo avrebbe parlato di entità esterne alla mafia che comunque sarebbero o sarebbero state interessate a portare avanti la strategia delittuosa contro il pm antimafia, Di Matteo appunto, che sta portando avanti il processo per la trattativa tra Stato e mafia.
Ma se l’inchiesta sull’esplosivo ordinato per un attentato al pm Di Matteo ci porta in Veneto, nessuno può ignorare il ruolo avuto dal “cuore nero” del nostro paese – Verona – e dai gruppi neofascisti con base nel Triveneto nella strategia delle stragi in Italia. Gli uomini neri formati e addestrati per il lavoro sporco che ha insanguinato l'Italia, sono transitati tutti per questo quadrante nordorientale. Del resto anche i bombaroli neri non sembrano del tutto estranei alle stragi di mafia, anzi. Il killer mafioso Giovanni Brusca, anche lui pentito, ha raccontato che fu lui a premere il bottone del telecomando della strage di Capaci, perché il “fuciliere” designato per l’attentato, tale Pietro Rampulla, che aveva effettuato personalmente le prove, “quel giorno aveva un impegno familiare”. Pietro Rampulla è un uomo delle cosche di Mistretta, ma è anche un noto neofascista esperto di bombe da attivare con congegni radiocomandati, legato a Ordine Nero. Il primo che parlò del neofascista Rampulla, fu Luigi Ilardo, un mafioso diventato nel ’94 la “fonte Oriente” del colonnello dei carabinieri Michele Riccio ma di fatto lasciato uccidere nel 1996. Il procuratore aggiunto della Dna, Gianfranco Donadio, ricorda che Falcone “Non parlò solo di menti raffinatissime, ma di menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi”. Ed infine lo stesso Falcone dopo l’attentato alla sua villa dell’Addauro affermò “Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile, se si vogliono capire le ragioni che hanno spinto qualcuno a tentare di assassinarmi”.
Ma anche le infiltrazioni mafiose in Veneto, proprio a partire dagli anni successivi alla trattativa tra Stato e mafia, hanno visto una crescita piuttosto impetuosa. Una volta sdoganata e messi fuori gioco i boss dalla vecchia mentalità, la nuova mafia si è perfettamente integrata nel sistema orientando le sue iniziative e i suoi interessi lì dove stanno o vanno i “piccioli veri”. Interessante, in tal senso, un ampio servizio sulle infiltrazioni mafiose in Veneto, dove non si parla ovviamente solo della mafia siciliana ma anche di quelle emergenti, come quella calabrese o pugliese.
Nell’ottobre di quest’anno, ad esempio, ben dieci arresti sui 52 provvedimenti restrittivi di una operazione coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, sono stati eseguiti a Verona e provincia. L’obiettivo del ramo veronese dell’organizzazione mafiosa era sostanzialmente quello di raccogliere sempre più denaro, e radicarsi in un territorio economicamente forte come quello veronese.
La criminalità organizzata nel veronese sembra ormai essere una presenza indiscussa, e in modo particolare quella 'ndranghetista. “Porto Franco” è il nome dell’operazione giudiziaria che ha portato in carcere tredici imprenditori a vario titolo collegati con le 'ndrine dei Pesce e dei Molé, nomi che in Calabria incutono timore, fra le famiglie criminali più potenti non solo sul territorio calabrese ma anche nel resto d’Italia tutta e con importanti ramificazioni in Europa. Un imprenditore calabrese è stato arrestato nella provincia di Verona perché titolare di due aziende di autotrasporto con sede a Nogarole Rocca, ma in realtà considerato dagli investigatori come il referente delle ‘ndrine in loco. “Ma quello che deve far più riflettere è che ancora una volta l’infiltrazione nelle terre del nord avviene secondo il canale degli investimenti nell’economia legale, attraverso sofisticati meccanismi commerciali, come in questo caso, dove ad essere usate erano delle cooperative di servizio nel settore dei trasporti” scrive un reportage de il Mattino di Padova, registrando amaramente che “l’isola felice” del Veneto non esiste più. Una ulteriore conferma viene da una relazione della Dia presentata in Parlamento nel 2013, la quale riporta che “le attività condotte dalla Dia, tese a contrastare l’infiltrazione della criminalità organizzata calabrese nel tessuto economico del Veneto, hanno consentito di segnalare nell’Ovest veronese e nel vicentino la presenta di ditte, operanti in particolare nel settore dell’edilizia, riconducibili ad aggregati criminali di Cutro, Delianova , Filadelfia e Africo Nuovo“.
“Se domani la mafia avesse l’intenzione di controllare il mercato economico e finanziario, oppure la gestione dell’amministrazione pubblica a Verona, come in qualsiasi altra città settentrionale, avrebbe la strada spianata” ebbe a dichiarare il dottor Guido Papalia, procuratore della Repubblica di Verona, duramente contrastato dai gruppi neofascisti e dalla Lega. Il dott. Papalia all’indomani dell’arresto del boss Giuseppe Madonia in provincia di Vicenza rilasciò una analisi molto interessante: “L’importante sistema delle tangenti e il dilagare della corruzione – sottolineava Papalia – consentirebbe infatti alla mafia di introdursi e acquisire potere più facilmente anche in questo territorio. In tal senso, tutte le città del Veneto e del Nord in genere vanno bene, perché permettono la penetrazione in un mercato finanziario in continua espansione e quindi in grado di assorbire gli enormi capitali guadagnati illecitamente nelle regioni che più sono sotto il controllo della mafia”. Una visione del problema che lascia capire come la trattativa tra Stato e mafia non solo è andata in porto ma ha portato anche ai risultati sperati. Andare a rimestare questo scenario e allestirci addirittura un processo, potrebbe alla fine rivelarsi molto pericoloso per chi voglia andare a vedere in fondo cosa è accaduto veramente.
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07/11/2014
Trattativa Stato-mafia. La prima fase, quella delle bombe (quarta puntata)
Come abbiamo visto nelle puntate precedenti, una parte delle famiglie di Cosa Nostra decide di rompere gli indugi. Nel 1992 i suoi interlocutori politici di sempre si stanno disgregando, le garanzie dentro la magistratura si affievoliscono e la struttura del businness viene “sollecitata” dai nuovi processi che avvengono nell’economia del paese, dell’Europa e del mondo. Una parte delle famiglie mafiose – i corleonesi e qualche altro – pensano che occorra intervenire per far sì che tutto resti come prima, altre intuiscono che i suggerimenti che gli arrivano dai colletti bianchi e dai nuovi interlocutori politici chiedono un cambio di passo e di metodo.
In questa prima fase del 1992 prevalgono i vecchi metodi e i vecchi interessi delle organizzazioni mafiosi e dei loro interlocutori. I rapporti costruiti negli anni d’oro consentono di mettere in campo una operazione in grande stile: l’attentato al giudice Falcone del 23 maggio 1992. Ci avevano provato anche tre anni prima alla villa dell’Addaura, ma qualcosa era andato storto. Due agenti di polizia vicini ai servizi - Nino D’Agostino ed Emanuele Piazza - che sapevano troppo su quell’attentato fallito del 20 giugno 1989 alla villa di Falcone, morirono in tempi brevissimi. Il primo ucciso nella sua casa il 5 agosto del 1989, il secondo è scomparso il 30 maggio del 1990 e non è più stato trovato. Prima di Falcone vengono mandati altri due segnali pesanti alle autorità politiche e statuali: l’omicidio del dirigente democristiano Salvo Lima il 12 marzo 1992 e l’omicidio del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli il 4 aprile 1992.
Per uccidere clamorosamente Falcone si mette in moto una operazione complessa dal punto di vista militare che produrrà l’attentato e la strage di Capaci nel maggio del 1992. “Non penserà mica che fu opera soltanto di quattro mafiosi?” dice un ex membro di Gladio a Stefania Limiti, autrice del libro “Doppio livello”. Le informazioni di cui dispongono gli attentatori, la logistica e il materiale esplosivo effettivamente sembrano andare piuttosto al di là dei killer di mafia. Ad esempio, secondo il giudice Tescaroli, l'artificiere dell'attentato di Capaci è un esperro di esplosivi: Piero Rampulla. Si tratta di un fascista che ha militato in Ordine Nuovo. Di lui come possibile artificiere di Cosa Nostra parla anche il pentito/collaboratore dei carabinieri Luigi Ilardo (la fonte Oriente del capitano dei carabinieri Riccio), ucciso senza alcuna protezione nel 1996. Rampulla non è un fascista qualsiasi, ha rapporto con i servizi e con gli emissari mafiosi "saliti al Nord".
E’ dopo questo attentato che si mette in moto il processo che porterà alla prima parte della trattativa Stato-mafia. Dalle risultanze processuali, emerge che i primi contatti tra il capitano dei carabinieri Di Donno e Vito Ciancimino vengano avviati ai primi di giugno 1992, due settimane dopo l’attentato a Falcone. Il generale dei Carabinieri, Mori, è informato di questo ed è informato anche dei contatti avviati da un altro ufficiale dei carabinieri, Roberto Tempesta, con il boss di Altofonte Antonino Gioè (trovato morto impiccato nel carcere di Rebbibia il 29 luglio 1993). Ma mentre qualcuno tratta, altri spingono per una linea dura contro la mafia: il Consiglio dei Ministri, l’8 giugno 1992, approva il decreto Scotti-Martelli che introduce il 41bis nelle carceri. Il giudice Borsellino sostiene questa posizione e si configura come un ostacolo alla trattativa. Sembra che Riina disse a Brusca che la trattativa si era improvvisamente interrotta e c'era "un muro da superare”. Questo muro, questo “ostacolo” venne rimosso con l’attentato mortale del 19 luglio 1992 in via D’Amelio e l’uccisione di Borsellino.
La trattativa, o meglio la prima fase della trattativa, adesso può cominciare e viene affidata sul campo ad un gruppo di ufficiali del Ros dei carabinieri con forti legami con e nei servizi segreti. La politica ovviamente “finge” di non sapere, ma in realtà anela di sapere come stanno andando le cose e se la prima offensiva delle stragi contro uomini dello Stato si fermerà o meno.
Il processo in corso a Palermo, sta affrontando sostanzialmente questa prima fase della trattativa. L’indagine della procura di Palermo sulla trattativa Stato-mafia è durata quattro anni e ha preso il via dalle dichiarazioni e dalle produzioni documentali di Massimo Ciancimino, figlio del più noto Vito.
Gli indagati dalla procura di Palermo sono in tutto dodici. Ci sono i padrini di Cosa Nostra Totò Riina, Giovanni Brusca, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Antonino Cinà che avrebbero condotto la trattativa per conto di Cosa Nostra. Poi ci sono ben tre alti ufficiali dei carabinieri come Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, personaggi di vertice del ROS dei Carabinieri, protagonisti secondo la ricostruzione dei pm per aver agevolato “un canale di comunicazione finalizzato a sollecitare eventuali richieste di Cosa Nostra”, così come il “protrarsi della latitanza di Provenzano, principale referente mafioso della trattativa”. Nel processo che ha coinvolto per questo specifico caso, il gen. Mario Mori è stato assolto in primo grado. Ma nuove prove contro il generale Mario Mori sono state presentate dal pg di Palermo, Roberto Scarpinato all'apertura del processo d'appello per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. Scarpinato ha chiesto la riapertura dell'istruzione dibattimentale e l'acquisizione di numerosi documenti, tra cui atti «classificati» dei servizi segreti, sulla carriera di Mori e su vari episodi dai quali emergerebbero pratiche investigative «opache». Tra i nuovi episodi contestati dall'accusa anche una condotta depistante che nel 1993 impedì la cattura a Terme Vigliatore, nel Messinese, del boss catanese Nitto Santapaola. Il criterio ispiratore dell'acquisizione delle «nuove prove», fa riferimento al fatto che, secondo Scarpinato, Mori avrebbe operato per «finalità occulte», per «disattendere doveri istituzionali» come ufficiale di polizia giudiziaria e venendo meno «all'obbligo di lealtà» nei confronti dell'autorità giudiziaria. Nel processo di primo grado il generale Mori e il suo braccio destro Mauro Obinu sono stati assolti «perché il fatto non costituisce reato».
Nel processo palermitano per la prima fase della trattativa Stato-mafia, come impuitati ci sono poi i personaggi della politica, ma è poca roba. C’è Calogero Mannino, all’epoca ministro e secondo l’accusa apripista dei primi contatti con i boss e per aver esercitato, dopo le stragi del ’93 «indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione dei decreti di cui all'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario». C’è poi l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza, e c’è poi il burattinaio di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri. Dei tre forse è il più importante.
Infine c’è Massimo Ciancimino accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, per il ruolo di ‘postino’ tra il padre e i capimafia, e di calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, perché avrebbe prodotto un biglietto contraffatto attribuito al padre Vito, secondo cui il misterioso signor Carlo/Franco che sarebbe stato il contatto dei servizi segreti per la trattativa con Cosa Nostra avrebbe risposto al nome dello stesso De Gennaro.
Dunque, sulla base di quello che fino ad oggi c’è a disposizione sul piano giudiziario, si potrà, nella migliore delle ipotesi, fare luce sulla prima fase della trattativa Stato-mafia. Ma è la seconda fase della trattativa quella che ha portato ai risultati consolidati che hanno caratterizzato la vita politica, economica ed istituzionale del nostro paese fino ad oggi. E’ quello che abbiamo ancora sotto gli occhi attraverso i sistemi criminali. Per farci capire useremo le parole assai chiare del procuratore Scarpinato in una intervista del febbraio 2009 ad Antimafia Duemila: “I sistemi criminali sono una sorta di tavolo dove siedono figure diverse, non tutte necessariamente dotate di specifica professionalità criminale: il politico, l’alto dirigente pubblico, l’imprenditore, il finanziere, il faccendiere, il portavoce delle mafie. Ciascuno di questi soggetti è referente di reti di relazioni esterne al network ma messe a disposizione dello stesso. Il sistema è modulare nel senso che, a secondo della natura degli affari e delle necessità operative, integra nuovi soggetti o ne accantona altri. I diversi tavoli di lavoro pianificano la divisione dei compiti per conseguire il risultato del controllo di ampi settori delle istituzioni, dei centri di spesa, e della spartizione delle opere e dei fondi pubblici”. E’ una fotografia che ci scorre sotto gli occhi piuttosto frequentemente. (fine quarta parte)
Sulla trattativa Stato-mafia, vedi le puntate precedenti:
Prima puntata
Seconda puntata
Terza puntata
Fonte
06/11/2014
Il crepuscolo di un Presidente
Quando un capo dello Stato, (in questo caso Giorgio Napolitano), testimonia in un pubblico processo che di fronte allo stragismo di ispirazione mafiosa '92-'93, i massimi vertici istituzionali percepirono con nettezza e sgomento l’aut aut del Nemico, ci sta dicendo che la Trattativa ci fu, ebbe una sua origine temporale, un suo movente, una sua ratio.
Non intendiamo, a una settimana dalla deposizione destinata a restare la "deposizione del secolo", se non altro per la massima figura istituzionale che è stata chiamata a renderla, tirare la giacca a Napolitano, facendogli dire cose che non ha detto. Non ce n’è bisogno.
Se infatti le parole hanno un senso, l’espressione da lui adoperata per riassumere lo scenario storico di allora: "aut aut", di significato ne ha uno solo. E di incontrovertibile leggibilità.
Prova ne sia che Napolitano, dopo averlo pronunciato, correda quel laconico aut aut, con specificazioni in linea con l’assunto iniziale: il Nemico (ma queste sono parole che scriviamo a modo nostro) minacciava di mettere in ginocchio il Paese, scatenando un attacco frontale alle istituzioni, pretendendo in cambio ammorbidimenti della legislazione antimafia, del regime carcerario, contropartite. Non ci sembra che sino a oggi questo aspetto sia stato messo debitamente a fuoco. E il non averlo fatto spiega l’indecisione stupita dei media di fronte alle dichiarazioni soddisfatte dei pubblici ministeri Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene, dell’intera Corte d’Assise presieduta da Alfredo Montalto. Eppure non era difficile da capire. L’accusa sa di avere portato all’incasso un’ammissione pesante ai fini dello sviluppo del processo sulla trattativa Stato-Mafia che si svolge a Palermo. Dove, è bene ricordarlo, Napolitano non è imputato alla sbarra, essendo altri gli imputati chiamati a rispondere. In poche parole. Si è dimostrato che il processo ci stava tutto. Si è dimostrato che il processo non poggia sulle sabbie mobili. Si è dimostrato che c’è tanfo di "indicibili accordi" (e su questo torneremo). Ma che questo è anche un "processo bastardo", che nessuno vorrebbe, che nessuno rivendica, che nessuno è disposto ad "adottare" in nome della ricerca della verità. Anni ormai di can can mediatico la dicono lunga sulle responsabilità di chi si sente direttamente minacciato da una Corte d’assise che sta facendo il suo lavoro.
Vediamo meglio. Napolitano, anche qui la diciamo a modo nostro, ha rispedito al mittente tutti gli argomenti farlocchi adoperati dai suoi consiglieri zelanti che rischiavano di farlo apparire come un presidente della repubblica incapace di intendere e di volere. E a tal proposito - va detto - che i consiglieri l’avevano preso sin troppo sotto gamba.
Solo dei minus abens infatti potevano fare il salto della quaglia dal "negazionismo" (la trattativa non ci fu) al "giustificazionismo" (la trattativa ci fu ma a fin di bene) strepitando incolleriti perché i magistrati di Palermo avevano osato interrogarsi, codici alla mano, su quanto accadde nel biennio più tragico della recente storia nazionale.
Solo dei Mandarini di piccole vedute, nella voglia spasmodica di ingraziarsi l’Imperatore, potevano dileggiare pubblicamente dei magistrati che rischiano la vita cercando la verità dove non deve essere cercata: in alto, troppo in alto. E per farlo osarono sfidare il ridicolo, a parole e per iscritto.
I Consiglieri Mandarini adesso tacciono.
Rossi di vergogna di fronte a quell’"aut aut", attorno al quale ruota il processo di Palermo e su cui si è incentrata la deposizione di Napolitano, perché si sentono tutti, chi più chi meno, come il pifferaio che, andato per suonare, fu suonato. Napolitano se li è scrollati di dosso, come fossero scimmie fastidiose, e, forse in cuor suo, lo diciamo sempre con parole nostre, si starà chiedendo come gli venne in mente di caricarseli sulle spalle.
Ma che fine fece l’aut aut?
Interrogato sul punto, il Testimone non suona. E - aggiungiamo noi - non poteva suonare.
Poteva forse offrire spiegazioni, lui - che ne era diretto Destinatario - delle apprensioni del consigliere Loris D’Ambrosio che gliele mise per iscritto nella lettera del 18 giugno 2012?
Poteva forse offrire spiegazioni del perché, a fine ‘93, ad "aut aut" giunto al capolinea, l’allora ministro della giustizia Giovanni Conso fece un bel fascio di 300 e più provvedimenti di carcere duro, per altrettanti mafiosi, e li ridusse in cenere in qualche stufa di palazzo? D’altra parte, Conso, sul punto, aveva già dichiarato - son sempre parole nostre - che la frittata l’aveva fatta da solo, senza suggerimenti, tanto che si ritrova indagato per false dichiarazioni.
Napolitano poteva forse offrire delucidazioni su quella caterva di documenti, a firma polizia, a firma carabinieri, a firma servizi, a firma guardia di finanza, che sin dal 1993 suonavano l’allarme antiaereo nei bunker del palazzo mettendo in guardia da un Nemico che proprio perché voleva trattare - son sempre parole nostre - si sarebbe ulteriormente inselvatichito?
Napolitano, su tutto questo, non poteva suonare. E non ha suonato.
Come è riuscito a farlo? Semplice. Non ha preso in considerazione "le carte". La sua ci appare come la deposizione orale di chi si affida alla memoria. Liberissimo di non ricordare. Liberissimo di voler dimenticare. Liberissimo d’aver dimenticato. Liberissimo di non aver chiesto a chi di dovere. Liberissimo di tagliare, a suo piacimento, quel maledetto filo d’Arianna che, se dipanato sino in fondo, avrebbe portato all’uscita dal labirinto. Non poteva addentrarsi in quella "tradizione scritta" che pure è rimasta di quegli anni. Era una consequenzialità di analisi dalla quale doveva tenersi lontano. Che gli sarebbe scappata di mano. E così ha fatto. Anche a costo, qualche volta, di dar l’impressione di ricordare troppo bene il passato remoto, e troppo poco il passato prossimo.
Diversamente, diciamolo ancora con parole nostre, da Testimone avrebbe dovuto farsi Inquisitore lui stesso di quello Stato da lui stesso oggi rappresentato.
Così si spiega tutto. Il conflitto con la Procura di Palermo, all’epoca dello svelamento delle telefonate fra Mancino e D’Ambrosio, delle telefonate fra Mancino e lo stesso Napolitano. La conseguente decisione dell’Alta Corte di tombare quelle intercettazioni. La riottosità iniziale di Napolitano che di questa deposizione avrebbe fatto volentieri a meno. A cosa è servito tutto questo? E’ servito. E’ servito alla "ragion di Stato".
E’ servito a erigere una "grande muraglia" di domande non consentite, di domande non ammesse e non ammissibili, di domande cui l’alta Corte non consentiva fosse data risposta, di domande che potevano essere formulate ma potevano non essere accolte, di prerogative cui appigliarsi, platealmente o sottintendendole, di esclusioni dal processo dei mafiosi e, siccome l’appetito vien mangiando, persino dei giornalisti italiani ed esteri.
Ma quell’espressione - "aut aut" - è firmata personalmente da Napolitano. Sei lettere in tutto. Dio quanto pesano queste sei lettere.
Avrà modo di rammaricarsene un giorno il Presidente? Gli auguriamo di no. Proprio per quelle sei lettere, ci ha fatto venire alla memoria "il Presidente" di Simenon, che giunto al crepuscolo, spoglio ormai di incarichi istituzionali e intenzionato a scrivere finalmente le sue memorie "non ufficiali", vive nel suo esilio dorato in Normandia immerso fra le sue "carte", le più segrete, quelle che custodisce più gelosamente, salvo poi scoprire - ma questa è un’altra storia - che la sua governante più fedele ne trasmetteva fotocopie ai suoi Nemici che non lo avevano dimenticato, che non potevano dimenticarlo, proprio perché avevano tutto da temere per quelle memorie non "ufficiali" che si era incaponito a scrivere.
Voce dal sen fuggita che sia, dispaccio inviato a una magistratura che, piacente o nolente ai Mandarini di Regime, andrà avanti per la sua strada, l‘"aut aut", diventerà il tormentone dei libri di storia del futuro quando si occuperanno di uno Stato che trattò con la mafia. Perché la trattativa tutto fu, tranne che "presunta". Con buona pace, ancora una volta, della Ragion di Stato.
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