Questa mattina ci sono state perquisizioni su mandato della Procura di Caltanissetta nell’abitazione dell’inviato di Report Paolo Mondani e nella sede della redazione del programma.
Il motivo addotto è quello di sequestrare atti riguardanti l’inchiesta andata in onda ieri sera sulla Strage di Capaci – dal titolo “La bestia nera” – nella quale si evidenziava la presenza in zona in quelle settimane del leader neofascista Stefano Delle Chiaie – morto nel 2019 – e i legami tra neofascisti e mafia.
Gli investigatori cercano atti e testimonianze anche sui telefonini e i pc dei redattori di Report. Ma secondo quanto riferito dal direttore Ranucci all’Ansa, il decreto di perquisizione riporta la data del 20 maggio, cioè tre giorni prima della messa in onda del servizio. “Non è un atto ostile nei nostri confronti – afferma Ranucci –. Ovviamente abbiamo messo al corrente l’ufficio legale, l’ad Fuortes e il nostro direttore”.
Il procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca afferma che l’inchiesta sul contenuto della trasmissione Report di ieri, con la perquisizione eseguita dalla Dia nei confronti di “un giornalista che non è indagato”, punta solo a “verificare la genuinità delle fonti”, sottolineando che la “perquisizione non riguarda in alcun modo l’attività di informazione svolta dal giornalista, benché la stessa sia presumibilmente susseguente ad una macroscopica fuga di notizie, riguardante gli atti posti in essere da altro ufficio giudiziario”.
Ad aver scatenato l’interesse della procura di Caltanissetta, è stato l’aver ritirato fuori le dichiarazioni di un pentito di mafia, Alberto Lo Cicero, nel frattempo deceduto. Secondo il magistrato “le sue dichiarazioni sono totalmente smentite dagli atti acquisiti da questa procura sia dagli archivi dei carabinieri, sia nell’ambito del relativo procedimento penale della Procura di Palermo”. Il procuratore di Caltanissetta precisa anche che “Alberto Lo Cicero sia nel corso delle conversazioni intercettate, che nel corso degli interrogatori da lui resi, al pubblico ministero e ai carabinieri, non fa alcuna menzione di Stefano Delle Chiaie”.
Ma le interviste di Paolo Mondani di Report realizzate nella puntata di ieri sera offrono uno scenario piuttosto diverso. Un scenario che in realtà era già abbastanza intelleggibile nel 1993 sulla base di quanto Lo Cicero aveva detto ai magistrati.
La pista su un ruolo dei neofascisti nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio, era già venuta fuori con Pietro Rampulla, militante di Ordine Nuovo ma anche “uomo di panza” di Mistretta, accusato di aver fornito il telecomando della strage e condannato per la strage di Capaci. Secondo le ricostruzioni che stanno emergendo su questo scenario stava indagando Paolo Borsellino e per questo sarebbe stata decisa la sua esecuzione in via D’Amelio 57 giorni dopo la strage di Capaci. Secondo questa tesi Borsellino aveva capito e aveva cominciato a scavare sui collegamenti tra la mafia di Totò Riina e le reti neofasciste a loro volta collegate con la P2 di Licio Gelli.
A sostegno di questa ricostruzione sono riemerse carte e verbali che sembravano spariti nel nulla e in particolare i risultati di indagini fatte dai carabinieri su delega di Paolo Borsellino: verbali che erano svaniti nel nulla subito dopo la morte del magistrato. Da queste carte emerge la presenza di alcuni personaggi a Palermo pochi mesi prima della strage di Capaci. In città vi sarebbe stato un summit in cui sono state decise le modalità operative della strage e dei successivi depistaggi e a quel summit avrebbero partecipato anche esponenti dell’estrema destra eversiva.
L’ex magistrato Piero Scarpinato, in una audizione alla commissione antimafia della Regione Sicilia così ricostruisce alcuni passaggi: “L’opinione che mi sono fatto è che Borsellino deve essere ucciso in quei 19 giorni perché ha capito che dietro la strage di Capaci ci sono entità esterne a Cosa nostra, ci sono spezzoni di Servizi, pezzi deviati dello Stato e annota tutto questo nella sua agenda rossa con uno sgomento che è progressivo e un senso di impotenza che è progressivo perché lui capisce che sarà la mafia ad ucciderlo, ma che ci sono entità superiori che lo decideranno, e dinanzi alle quali ritiene di non avere scampo… c’è un piano ed è un piano non soltanto di Cosa nostra, perché ci sono pezzi interni dello Stato dentro questo piano di destabilizzazione”.
Le interviste di Paolo Mondani ad un ex carabiniere e alla moglie del pentito Lo Cicero hanno toccato corde sensibili… molto sensibili.
Rivedi qui la puntata di Report di ieri sera: “La bestia nera”
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29/11/2019
Sciascia e l’antimafia: trent’anni di polemiche
di Umberto Santino
«A futura memoria (se la memoria ha un futuro)» è il titolo del libro in cui, nel dicembre 1989, poco dopo la sua scomparsa, sono stati pubblicati alcuni scritti di Leonardo Sciascia, tra cui l’articolo del “Corriere della sera” del 10 gennaio 1987, con il titolo, redazionale, “I professionisti dell’antimafia” [1].
In quell’articolo Sciascia esordiva con una lunga citazione dal suo romanzo Il giorno della civetta, pubblicato nel 1961, in cui il protagonista, il capitano Bellodi, ripensa l’esperienza del prefetto Mori, durante il periodo fascista, disapprova la sua azione fondata sulla sospensione delle garanzie costituzionali in Sicilia e indica un’altra strada: «bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America… Bisognerebbe, di colpo, piombare nelle banche: mettere mani esperte nella contabilità… delle grandi e piccole aziende, revisionare i catasti… annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie… e confrontare questi segni di ricchezza agli stipendi e tirarne il giusto senso». E aggiungeva un’altra autocitazione, tratta dal romanzo A ciascuno il suo, del 1966: «Ma il fatto è… che l’Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che se ne è stabilita una in lingua» [2].
Seguivano dei riferimenti al libro La mafia durante il fascismo dello storico Christopher Duggan, recentemente scomparso, e a una piéce teatrale, La Mafia, di Luigi Sturzo, il prete fondatore del Partito popolare, di cui si sono trovati solo gli abbozzi del quinto atto, che davano un’immagine inquietante della realtà della mafia [3]. Il riferimento centrale nel corpo dell’articolo era il libro di Duggan, considerato «un’accurata indagine e sensata analisi» su mafia e fascismo. In effetti il testo di Duggan era basato su una ricerca archivistica abbastanza attenta, ma arrivava a una conclusione inaccettabile: che il fascismo avesse inventato la mafia. Certamente il fascismo ha utilizzato la lotta alla mafia per risolvere i suoi conflitti interni, ma la mafia c’era, non era un’invenzione. Il prefetto Mori ha potuto agire solo fino a un certo punto; il tentativo di andare oltre quel punto, colpendo politici e grandi agrari collusi con la mafia, è stato arrestato con il suo precoce pensionamento. Sciascia utilizza il libro dello storico inglese per trarne un’indicazione: «l’antimafia come strumento di potere». E avverte che quello che è accaduto con il fascismo può «accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando».
Per avallare questo assunto venivano fatti degli esempi: un sindaco, innominato, ma il riferimento era a Leoluca Orlando, che «per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso, anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra». L’altro esempio aveva nomi e cognome: il magistrato Paolo Emanuele Borsellino che, per avere svolto indagini sulla mafia, aveva scavalcato un magistrato più anziano ed era stato nominato procuratore a Marsala. La conclusione di Sciascia era tranchant: «i lettori prendano atto che nulla vale più in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso». Era evidente che tutta l’analisi precedente, volta al passato, era solo una preparazione per questa sciabolata rivolta al presente.
Le reazioni all’articolo di Sciascia, Il Coordinamento antimafia
Le reazioni all’articolo di Sciascia, pubblicato con un titolo redazionale che appesantiva ancora di più il contenuto, furono furenti. Fra gli altri ci fu un comunicato dell’associazione Coordinamento antimafia che, utilizzando la classificazione antropologica del capomafia don Mariano, coprotagonista del romanzo Il giorno della civetta, che distingueva uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaracquà, definiva Sciascia un quaquaracquà, cioè una nullità, e lo relegava «ai margini della società civile» [4].
Il Coordinamento antimafia era nato nel 1984 su proposta del Centro Impastato. Dopo una fase abbastanza travagliata di convivenza, in cui aveva tentato di collegare il variegato mondo dell’antimafia cittadina (aderirono 38 organizzazioni, tra associazioni, centri, comitati, sezioni di partito, frange di sindacato, ma alcune organizzazioni esistevano solo sulla carta) nel 1986 si era formata una singola associazione che aveva mantenuto quella denominazione ma in realtà coordinava solo se stessa e si configurerà sempre più come tifoseria del sindaco. Con l’aiuto di stampa e televisione si poneva come l’unico verbo antimafia. Agiva insieme come claque e come ordalia, ignorando tutto ciò che si muoveva al di fuori di essa e non era pronto a intrupparsi nelle sue file.
Il comunicato del Coordinamento suscitava la reazione di Sciascia che, si può dire, non aspettava altro per infierire. Definiva il Coordinamento «frangia fanatica e stupida di quel costituendo o costituito potere… un potere fondato sulla lotta alla mafia che non consente dubbio, dissenso, critica. Ne sono soddisfatto: si sono consegnati all’opinione di chi sa di avere un’opinione, nella loro vera immagine». A dire di Sciascia esso coordinava «interessi politici e stupidità» [5]. E il «Giornale di Sicilia», che plaudiva all’articolo di Sciascia, pensò bene di pubblicare i nomi dei componenti del Coordinamento, qualcosa che somigliava a una schedatura e a una gogna.
Tenendo conto dell’esperienza personale, il mio giudizio sul Coordinamento è ancora più duro di quello di Sciascia: bisogna mettere nel conto anche una sequela di scorrettezze; si potrebbe dire: la scorrettezza come regola, come modello relazionale e modo di essere. Qualche esempio: comunicati approvati e non dati alla stampa, poiché c’era una supervisione, occulta ma evidente, dei dirigenti del Pci e delle Acli, allora affiancati nella lotta contro l’installazione dei missili nucleari a Comiso; il peso esercitato dalle appartenenze a partiti e organizzazioni nazionali, al limite dell’arroganza e della presunzione; la superficialità e la mancanza d’interesse di tanti, che pure godevano di credito e di pubblicità. Ma un conto è il giudizio politico un altro la gogna.
Alla testa del Coordinamento e suoi ispiratori erano personaggi che, a dimostrazione della tempra della loro fede e della loro coerenza, dopo sono passati nel centrodestra, in piena bufera di berlusconismo, come dire il picco dell’immoralità pubblica nella storia dell’Italia repubblicana. Sbocco non nuovo di trasversalismi teorizzati e praticati e di “estremismi” fasulli. Per esempio, il gesuita Ennio Pintacuda, punto di riferimento per l’antimafia più pubblicizzata e grande sostenitore di Orlando, fino allo scontro con il confratello Bartolomeo Sorge e l’abbandono della Compagnia di Gesù, si è riposizionato nell’area filoberlusconiana, avendone in cambio la direzione del Cerisdi, un centro studi che per molto tempo ha goduto di lauti finanziamenti pubblici e mirava a formare la classe dirigente della città [6]. Altri, tra cui gli estensori del comunicato antisciascia e allora in prima linea nel Coordinamento, sono letteralmente scomparsi.
Un buco nell’acqua: il comunicato del Centro Impastato
Nel tentativo di riportare la polemica a un confronto civile, mettendo al centro i problemi e lasciando da parte offese e insulti, come presidente del Centro Impastato scrivevo un comunicato pubblicato dal giornale “L’Ora”. Ecco il testo:
«Abbiamo preferito non prendere la parola nel corso delle recenti polemiche perché il tono di esse ci è sembrato il meno adatto per una riflessione seria su alcuni problemi particolarmente gravi, che rischiano di aggravarsi ulteriormente. Ci limitiamo adesso ad alcune considerazioni molto sommarie su qualcuno di essi.
1) Valutazione dell’operato del sindaco Orlando e della giunta pentapartito. Il sindaco Orlando ha compiuto alcuni gesti (quali, per esempio, la costituzione di parte civile del Comune al maxiprocesso, le dichiarazioni fatte nel corso di esso, il tentativo di portare un minimo di trasparenza nella procedura di aggiudicazione degli appalti di opere pubbliche) che non possono non essere apprezzati, ma tutti i problemi di Palermo (la disoccupazione, il risanamento del centro storico, il funzionamento delle aziende municipalizzate etc. etc.) restano irrisolti per ragioni che non è difficile individuare: la Democrazia Cristiana rimane legata ai peggiori interessi, sotto la tutela di uomini come Lima, e il pentapartito è un pantano che non consente nessuna politica rinnovatrice. Ci sembra arrivato il momento di fare un bilancio di questa amministrazione comunale e di vedere se è possibile sbloccare una situazione di immobilismo, avvelenata da polemiche personalistiche.
2) Conformismo e anticonformismo. In una città in cui straripa l’assuefazione alla violenza, la stragrande maggioranza degli abitanti non si scuote neppure per l’assassinio di un bambino, si svolgono manifestazioni in cui s’inneggia alla mafia, dominano il conformismo filomafioso e l’indifferenza, parlare di «conformismo antimafioso» ci sembra un po’ troppo.
3) Antimafia: seria o da vetrina. È vero, c’è un’antimafia “da vetrina”, come qualcuno l’ha definita, ma vogliamo fare qualche esempio? Ci sembrano «antimafia da vetrina»: l’azione, abbastanza incolore, dei vari Alti Commissari contro la mafia; l’altrettanto incolore operato delle Commissioni antimafia, nazionale e regionale; le prediche con il morto davanti; le scoperte di grandi e piccoli inviati che hanno dovuto attendere l’uccisione di Dalla Chiesa per parlare di mafia come «questione nazionale» e lo hanno dimenticato il giorno dopo; i fumetti televisivi e cinematografici e le pubblicazioni di mafiologi improvvisati regolarmente prefate da firme “prestigiose”; buona parte delle attività svolte nelle scuole per utilizzare in qualche modo i finanziamenti regionali; i centri inesistenti che hanno finanziamenti pubblici per centinaia di milioni; le sigle fabbricate sulle ceneri di ipotesi più consistenti che si è fatto di tutto per non far maturare. Si collocano su un altro versante i pochissimi magistrati che, rischiando la vita, hanno svolto le inchieste più impegnative contro la mafia.
4) Problema della “giustizia giusta”. È il problema più grosso, e non è di facile soluzione. La mafia e la criminalità organizzata non sono una novità, ma le dimensioni e la complessità attuali lo sono, e gli attuali ordinamenti giuridici sono inadeguati per fronteggiare fenomeni che non sono una “emergenza” ma un dato strutturale.
Ci chiediamo: ci può essere “giustizia giusta” con gli assassinii regolarmente impuniti? Si ritiene che, passata l’onda alta delle uccisioni, tutto si risolva con l’«uscita dall’emergenza» e il ristabilimento delle regole del «garantismo classico»? Non occorre piuttosto elaborare una riforma del processo penale e della normativa vigente che tenga conto di questi fatti nuovi? Come intervenire sui canali di accumulazione illegale? Come troncare il meccanismo di simbiosi tra capitale illegale e legale garantito dal segreto bancario? Non si tratta di decretare “stati d’assedio”, o di avallare “teoremi Buscetta”, ma di trovare soluzioni adeguate a problemi che non possono essere minimizzati o considerati con ottiche tradizionali.
Per affrontare seriamente questi temi non ci pare che siano utili le polemiche, soprattutto quando si risolvono in ingiurie e scomuniche. Occorrono: coraggio, studio, serenità[7]».
Il comunicato cadeva nel vuoto. Commentavo: «Non è il momento adatto per discutere seriamente e serenamente. Bisogna schierarsi, come se si fosse nel pieno di un combattimento senza esclusione di colpi» [8].
La promozione di Borsellino e la bocciatura di Falcone
Successivamente alla pubblicazione dell’articolo, c’è stato un incontro tra Sciascia e Borsellino, in cui ci sarebbe stato un “chiarimento”. Sciascia ha ammesso di essere stato “mal consigliato” e non si può non osservare che uno come lui, maître-à-penser già da anni, non poteva non essere consapevole degli effetti che le sue parole avrebbero avuto. Avrebbe potuto e dovuto far attenzione a chi lo consigliava e a cosa consigliava.
Se la ferita sembrava rimarginata, e i rapporti fra Sciascia e Borsellino erano diventati quasi amichevoli e cordiali, in realtà nel profondo essa rimaneva aperta e sanguinante. Dopo la strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, in un incontro pubblico Borsellino, già consapevole di un destino che si avvicinava, in un accorato intervento, in cui ricostruiva le difficoltà e le inimicizie che avevano segnato la vita e l’attività di Falcone, diceva: «Tutto cominciò con quell’articolo sui professionisti dell’antimafia» [9].
Falcone era stato ostacolato più volte e in vari modi: bocciata la sua candidatura a Consigliere istruttore, al posto di Rocco Chinnici, fondatore del pool antimafia, assassinato il 29 luglio 1983; bocciata la sua candidatura al Consiglio superiore della magistratura. Si potrebbe dire che, dopo la mafia, i principali nemici di Falcone siano stati i suoi colleghi. Per invidia, per il peso della sua personalità, non ostentato ma effettivo, per la sua visibilità.
Si è detto e scritto che la bocciatura della candidatura di Falcone a capo del’Ufficio istruzione, allora strategico nella attività giudiziaria antimafia e successivamente abolito, sia stata il frutto dell’applicazione del criterio dell’anzianità, che portò a favorire un magistrato come Antonino Meli, che mai si era occupato di mafia e che smantellerà il pool antimafia, portando indietro di anni l’attività giudiziaria contro la mafia. E siccome il rispetto del criterio fondato sull’anzianità era proprio quello che voleva Sciascia, la colpa sarebbe sua. Accusa che gli si è rivolta in passato ed è ritornata nel giorni scorsi, in occasione del trentennale dell’articolo sul “Corriere”.
Sciascia aveva già risposto a quell’accusa. In un articolo sulla “Stampa” del 6 agosto 1988, scriveva: nel promuovere Borsellino il CSM si era «sottratto alla regola vigente senza però stabilirne un’altra. Se l’avesse in quel momento stabilita, il caso del dottor Falcone, con tutto quel che oggi importa, non ci sarebbe stato. Adottando un criterio per promuovere Borsellino e tornando invece alla vecchia regola per non promuovere Falcone, ecco il nodo che presto o tardi sarebbe venuto al pettine. La situazione di oggi, insomma, non l’ho inventata io con quel mio articolo sul ‘Corriere’: c’era, e non poteva che esplodere. Io non ho fatto che avvertirla, e tempestivamente» [10]. Non si può non dargli ragione.
Trent’anni dopo
Perché a trent’anni dall’articolo di Sciascia quelle parole vengono ricordate e riesplodono le polemiche? Tornano a confrontarsi, senza dialogare, due schieramenti. C’è chi considera Sciascia un maestro di pensiero e di vita, un profeta, e invita al pentimento, all’autocritica; chi sta dall’altro lato allora e ancor’oggi lo considera un bastian contrario che ha fatto danni all’antimafia, provocando l’isolamento dei magistrati più impegnati ed esponendoli alle critiche e all’avversione di coloro che hanno usato le sue parole per condannare e auto assolversi. Possiamo definirli i “professionisti della mafia”, a cominciare dai politici, dagli imprenditori, più o meno collusi, che, facendosi scudo del prestigio dello scrittore, passavano dal silenzio e dalla difensiva al contrattacco, nel momento in cui erano in difficoltà e il maxiprocesso veniva percepito come un inizio e più d’uno pensava che prima o poi sarebbe toccato a lui. Da ciò nascerà, dopo il successo del maxiprocesso in tutti i tre gradi di giudizio, lo smantellamento del pool antimafia. Ma questo non c’entra con il parere di Sciascia. Però la sua polemica, sbagliata nel tono, nella scelta degli esempi e del tempo, si prestava a quel tipo di uso strumentale.
I problemi che lo scrittore poneva erano reali: il pericolo della strumentalizzazione dell’antimafia, il rispetto delle regole, la democrazia come unica strada per lottare la mafia, poiché ha «tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia» [11]. Il tema di fondo del discorso di Sciascia era il sistema di garanzie, cioè il garantismo. Ne aveva un’idea che sapeva di religioso, come se si trattasse di una sorta di depositum fidei. Partendo da alcuni esempi concreti, aveva intravisto una sua violazione, che si era ritenuto in dovere di denunciare come un vulnus all’ordinamento democratico, ma per molti anni il culto del garantismo più che la certezza del diritto aveva assicurato la certezza dell’impunità.
Sciascia ha per molti anni esercitato una sorta di magistero civile: come abbiamo visto, aveva indicato, nei primi anni ’60, le banche come il terreno su cui sondare l’accumulazione mafiosa; precedendo di quasi trent’anni il mio saggio «La mafia finanziaria» scritto e pubblicato quando imperversava lo stereotipo della mafia imprenditrice, per giunta disorganizzata [12]. Il maestro di Racalmuto, dopo aver raccontato la provincia siciliana [13], ha percorso una linea narrativa che mischiava i generi letterari, con ampio spazio per la trattazione saggistica, l’analisi sociologica e il compte philosophique. Il costante ancoraggio alla tradizione illuministica più che un vezzo letterario era un modello di scrittura e un metodo di indagine. I suoi apologhi su una società mafiosizzata nei suoi centri di potere, nei suoi codici culturali, nella sua pratica quotidiana, costituiscono una variazione sul tema del potere e delle sue implicazioni criminali, e questo è un patrimonio ormai consegnato alla storia della letteratura e alla cultura, non solo italiana.
Trent’anni dopo possiamo chiederci se le sue parole sono state una profezia. Certo, con quel che è accaduto negli ultimi anni, siamo portati a pensarlo. Un breve elenco: imprenditori che si mostravano in prima fila nella lotta alla mafia incriminati per i loro rapporti con Cosa nostra; uno di essi, che passava per promotore del movimento antiracket, colto in flagrante mentre intascava una mazzetta; un telegiornalista, insignito di award internazionali, che ha fatto passare una faccenda di corna per aggressione mafiosa; una magistrata, dirigente dell’ufficio che gestisce i beni confiscati, che ne aveva fatto un’azienda privata, assegnandoli ai suoi amici e ricevendone favori, in un classico do ut des; una prefetta che le teneva bordone. Con questo campionario di “buoni esempi” si deve riconoscere che la realtà ha superato le rappresentazioni dello scrittore, ma potremmo dire che non ci troviamo di fronte a «professionisti dell’antimafia» (i professionisti, cioè persone capaci e competenti, ci vogliono, per l’antimafia come per qualsiasi altro tema, arduo e complesso, quelli che fanno danno sono i dilettanti e i cialtroni) ma a dei cattivi attori che hanno recitato la commedia dell’antimafia. La cosa grave, e che ci induce a una impietosa riflessione, è che tanti ci hanno creduto.
Ma quel che ci interessa oggi è lo “stato dell’arte” dell’antimafia. Cos’è accaduto dopo le polemiche del 1987, a parte gli episodi già richiamati? Sono sorti comitati, centri, associazioni e fondazioni, quasi tutti vanno avanti con finanziamenti ottenuti con metodi personalistici e clientelari. La proposta del Centro Impastato che la Regione Sicilia si doti di una legge che fissi criteri oggettivi per l’erogazione dei fondi pubblici è stata isolata, come se fosse una stranezza, la trovata eccentrica di chi non conosce le regole del gioco. In realtà, le conosce ma non le accetta.
Nel 1995 è nata Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, sulla base di associazioni nazionali come le Acli, l’Arci, la Sinistra giovanile del Pds, legate direttamente o indirettamente ai partiti, e il primo, consistente, nucleo di adesioni si è costituito con l’elenco dalle loro sezioni locali, a prescindere se fossero o meno impegnate in attività antimafia. I referenti regionali sono stati nominati sulla base della loro appartenenze a queste associazioni. In Sicilia è toccato a una rappresentante dell’Arci, che mai si era vista in iniziative antimafia. Successivamente la referente si è candidata con Forza Italia ed è stata “dimissionata”. Dimissionati due vicepresidenti e i responsabili per il lavoro nelle scuole e per i beni confiscati, senza nessuna discussione. Chi scrive è stato sospeso, e si è dimesso, dopo aver posto problemi di democrazia interna, dovuti al leaderismo carismatico del fondatore, il sacerdote Luigi Ciotti. Recentemente è stato “licenziato” con un messaggino il figlio di Pio La Torre, protagonista delle lotte contadine, dirigente comunista e parlamentare nazionale, ucciso il 30 aprile del 1982.
Le attività continuative sono quelle nelle scuole, del movimento antiracket, per l’uso sociale dei beni confiscati. Nelle scuole l’educazione alla legalità si riduce troppo spesso a prediche senza analisi, al richiamo al rispetto delle leggi, ignorando che ancora più grave dell’illegalità mafiosa è quella delle istituzioni, che hanno troppi scheletri negli armadi e nessuna volontà di aprirli. Le associazioni antiracket, con esempi significativi, si limitano alle regioni meridionali, nonostante che le estorsioni siano ormai presenti sul territorio nazionale; l’uso sociale dei beni confiscati si limita a una decina di cooperative in tutta l’Italia.
Sul terreno della giustizia accanto a magistrati seriamente impegnati ci sono altri in vetrina o in giro con un personaggio come il direttore della rivista “Antimafia duemila”, che dice di avere ricevuto dalla Madonna di Fatima la mission di lottare la mafia, anticristo del nostro tempo, di avere le stimmate e di essere il maggiore esperto di Ufo! Qualche altro magistrato, smessa temporaneamente o definitivamente la toga, fa da foglia di fico a potenti in cerca di credenziali o si candida come salvatore della patria, andando incontro a patetici insuccessi. Sulla stampa e alla televisione qualcuno si atteggia a monopolista del pensiero unico antimafioso.
Il processo in corso sulla “trattativa” Stato-mafia rischia di delegare al potere giudiziario problemi, come il rapporto tra mafia, politica e istituzioni, che dovrebbero essere affrontati e risolti dall’intera società. Viviamo una crisi della democrazia, all’interno di una crisi più generale frutto del dominio del capitalismo finanziario e della dittatura del mercato globalizzato, che aggravano squilibri territoriali e divari sociali. In Italia, dopo vent’anni di Berlusconi, andato al potere con milioni di voti, sembrava che ci si potesse rialzare, con uno scatto di dignità. Ma i giovani “rottamatori” hanno fatto, o tentato di fare, quello che non è riuscito al patriarca di Arcore, abolendo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che tutela i licenziati senza giusta causa, e progettando una riforma costituzionale impresentabile. Per fortuna il 4 dicembre c’è stato il referendum, ma non possiamo campare solo di referendum. Bisogna ripensare e ricostruire i fondamenti del vivere quotidiano. Su questa strada la lezione di Sciascia (considerato per tutta la sua opera, e non per un singolo episodio, che può essere criticabile) con i suoi meriti e le sue contraddizioni può essere un buon bagaglio di viaggio e le sue pagine, lette con attenzione e non con devozione, ci servono ancora per capire in che mondo viviamo, anche se la realtà è andata al di là delle sue più pessimistiche previsioni.
Note:
[1] L. Sciascia, A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani, Milano 1989. Le citazioni successive sono tratte da questo libro.
[2] L. Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, Torino 1961; A ciascuno il suo, Einaudi, Torino 1966.
[3] C. Duggan, La mafia durante il fascismo, Rubbettino, Soveria Mannelli 1986; L. Sturzo, La Mafia, in Scritti inediti 1890-1924, Cinque Lune, Roma 1974.
[4] Cfr. U. Santino, Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all’impegno civile, Editori Runiti University Press, Roma 2009, terza edizione, pp. 325 ss. Anche per le successive considerazioni si rimanda a questo testo.
[5] L. Sciascia, A futura memoria, cit., pp. 131 ss.
[6] U: Santino, Storia del movimento antimafia, cit., p. 395.
[7] “L’Ora”, 3 febbraio 1987, Troppa antimafia? ma dai; il comunicato è pubblicato in appendice al mio L’alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ali giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997, pp.269 s.
[8] U. Santino, L’alleanza e il compromesso, cit., p. 77.
[9] L’incontro, organizzato dalla rivista “Micromega”, si svolse il 25 giugno 1992, presso la Biblioteca comunale di Palermo.
[10] In L.Sciascia, A futura memoria, cit., p. 153.
[11] Ibidem, p. 139.
[12] U. Santino, La mafia finanziaria. Accumulazione illegale e complesso finanziario-industrale, in “Segno” nn. 69-70, aprile maggio 1986, pp. 7-49, trad. inglese: The financial mafia. The illegal accumulation of wealth and the financial-industrial complex, in “Contemporary Crises”, vol. 12, n. 3, September 1988, pp.203-243, e in www.centroimpastato.com; P. Arlacchi La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalismo, il Mulino, Bologna 1983, a cui è ispirata la legge antimafia del 1982, che non considerava la dimensione finanziaria che già allora si affermava a grandi passi.
[13] L. Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, Laterza, Bari 1956.
Fonte
«A futura memoria (se la memoria ha un futuro)» è il titolo del libro in cui, nel dicembre 1989, poco dopo la sua scomparsa, sono stati pubblicati alcuni scritti di Leonardo Sciascia, tra cui l’articolo del “Corriere della sera” del 10 gennaio 1987, con il titolo, redazionale, “I professionisti dell’antimafia” [1].
In quell’articolo Sciascia esordiva con una lunga citazione dal suo romanzo Il giorno della civetta, pubblicato nel 1961, in cui il protagonista, il capitano Bellodi, ripensa l’esperienza del prefetto Mori, durante il periodo fascista, disapprova la sua azione fondata sulla sospensione delle garanzie costituzionali in Sicilia e indica un’altra strada: «bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America… Bisognerebbe, di colpo, piombare nelle banche: mettere mani esperte nella contabilità… delle grandi e piccole aziende, revisionare i catasti… annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie… e confrontare questi segni di ricchezza agli stipendi e tirarne il giusto senso». E aggiungeva un’altra autocitazione, tratta dal romanzo A ciascuno il suo, del 1966: «Ma il fatto è… che l’Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che se ne è stabilita una in lingua» [2].
Seguivano dei riferimenti al libro La mafia durante il fascismo dello storico Christopher Duggan, recentemente scomparso, e a una piéce teatrale, La Mafia, di Luigi Sturzo, il prete fondatore del Partito popolare, di cui si sono trovati solo gli abbozzi del quinto atto, che davano un’immagine inquietante della realtà della mafia [3]. Il riferimento centrale nel corpo dell’articolo era il libro di Duggan, considerato «un’accurata indagine e sensata analisi» su mafia e fascismo. In effetti il testo di Duggan era basato su una ricerca archivistica abbastanza attenta, ma arrivava a una conclusione inaccettabile: che il fascismo avesse inventato la mafia. Certamente il fascismo ha utilizzato la lotta alla mafia per risolvere i suoi conflitti interni, ma la mafia c’era, non era un’invenzione. Il prefetto Mori ha potuto agire solo fino a un certo punto; il tentativo di andare oltre quel punto, colpendo politici e grandi agrari collusi con la mafia, è stato arrestato con il suo precoce pensionamento. Sciascia utilizza il libro dello storico inglese per trarne un’indicazione: «l’antimafia come strumento di potere». E avverte che quello che è accaduto con il fascismo può «accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando».
Per avallare questo assunto venivano fatti degli esempi: un sindaco, innominato, ma il riferimento era a Leoluca Orlando, che «per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso, anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra». L’altro esempio aveva nomi e cognome: il magistrato Paolo Emanuele Borsellino che, per avere svolto indagini sulla mafia, aveva scavalcato un magistrato più anziano ed era stato nominato procuratore a Marsala. La conclusione di Sciascia era tranchant: «i lettori prendano atto che nulla vale più in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso». Era evidente che tutta l’analisi precedente, volta al passato, era solo una preparazione per questa sciabolata rivolta al presente.
Le reazioni all’articolo di Sciascia, Il Coordinamento antimafia
Le reazioni all’articolo di Sciascia, pubblicato con un titolo redazionale che appesantiva ancora di più il contenuto, furono furenti. Fra gli altri ci fu un comunicato dell’associazione Coordinamento antimafia che, utilizzando la classificazione antropologica del capomafia don Mariano, coprotagonista del romanzo Il giorno della civetta, che distingueva uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaracquà, definiva Sciascia un quaquaracquà, cioè una nullità, e lo relegava «ai margini della società civile» [4].
Il Coordinamento antimafia era nato nel 1984 su proposta del Centro Impastato. Dopo una fase abbastanza travagliata di convivenza, in cui aveva tentato di collegare il variegato mondo dell’antimafia cittadina (aderirono 38 organizzazioni, tra associazioni, centri, comitati, sezioni di partito, frange di sindacato, ma alcune organizzazioni esistevano solo sulla carta) nel 1986 si era formata una singola associazione che aveva mantenuto quella denominazione ma in realtà coordinava solo se stessa e si configurerà sempre più come tifoseria del sindaco. Con l’aiuto di stampa e televisione si poneva come l’unico verbo antimafia. Agiva insieme come claque e come ordalia, ignorando tutto ciò che si muoveva al di fuori di essa e non era pronto a intrupparsi nelle sue file.
Il comunicato del Coordinamento suscitava la reazione di Sciascia che, si può dire, non aspettava altro per infierire. Definiva il Coordinamento «frangia fanatica e stupida di quel costituendo o costituito potere… un potere fondato sulla lotta alla mafia che non consente dubbio, dissenso, critica. Ne sono soddisfatto: si sono consegnati all’opinione di chi sa di avere un’opinione, nella loro vera immagine». A dire di Sciascia esso coordinava «interessi politici e stupidità» [5]. E il «Giornale di Sicilia», che plaudiva all’articolo di Sciascia, pensò bene di pubblicare i nomi dei componenti del Coordinamento, qualcosa che somigliava a una schedatura e a una gogna.
Tenendo conto dell’esperienza personale, il mio giudizio sul Coordinamento è ancora più duro di quello di Sciascia: bisogna mettere nel conto anche una sequela di scorrettezze; si potrebbe dire: la scorrettezza come regola, come modello relazionale e modo di essere. Qualche esempio: comunicati approvati e non dati alla stampa, poiché c’era una supervisione, occulta ma evidente, dei dirigenti del Pci e delle Acli, allora affiancati nella lotta contro l’installazione dei missili nucleari a Comiso; il peso esercitato dalle appartenenze a partiti e organizzazioni nazionali, al limite dell’arroganza e della presunzione; la superficialità e la mancanza d’interesse di tanti, che pure godevano di credito e di pubblicità. Ma un conto è il giudizio politico un altro la gogna.
Alla testa del Coordinamento e suoi ispiratori erano personaggi che, a dimostrazione della tempra della loro fede e della loro coerenza, dopo sono passati nel centrodestra, in piena bufera di berlusconismo, come dire il picco dell’immoralità pubblica nella storia dell’Italia repubblicana. Sbocco non nuovo di trasversalismi teorizzati e praticati e di “estremismi” fasulli. Per esempio, il gesuita Ennio Pintacuda, punto di riferimento per l’antimafia più pubblicizzata e grande sostenitore di Orlando, fino allo scontro con il confratello Bartolomeo Sorge e l’abbandono della Compagnia di Gesù, si è riposizionato nell’area filoberlusconiana, avendone in cambio la direzione del Cerisdi, un centro studi che per molto tempo ha goduto di lauti finanziamenti pubblici e mirava a formare la classe dirigente della città [6]. Altri, tra cui gli estensori del comunicato antisciascia e allora in prima linea nel Coordinamento, sono letteralmente scomparsi.
Un buco nell’acqua: il comunicato del Centro Impastato
Nel tentativo di riportare la polemica a un confronto civile, mettendo al centro i problemi e lasciando da parte offese e insulti, come presidente del Centro Impastato scrivevo un comunicato pubblicato dal giornale “L’Ora”. Ecco il testo:
«Abbiamo preferito non prendere la parola nel corso delle recenti polemiche perché il tono di esse ci è sembrato il meno adatto per una riflessione seria su alcuni problemi particolarmente gravi, che rischiano di aggravarsi ulteriormente. Ci limitiamo adesso ad alcune considerazioni molto sommarie su qualcuno di essi.
1) Valutazione dell’operato del sindaco Orlando e della giunta pentapartito. Il sindaco Orlando ha compiuto alcuni gesti (quali, per esempio, la costituzione di parte civile del Comune al maxiprocesso, le dichiarazioni fatte nel corso di esso, il tentativo di portare un minimo di trasparenza nella procedura di aggiudicazione degli appalti di opere pubbliche) che non possono non essere apprezzati, ma tutti i problemi di Palermo (la disoccupazione, il risanamento del centro storico, il funzionamento delle aziende municipalizzate etc. etc.) restano irrisolti per ragioni che non è difficile individuare: la Democrazia Cristiana rimane legata ai peggiori interessi, sotto la tutela di uomini come Lima, e il pentapartito è un pantano che non consente nessuna politica rinnovatrice. Ci sembra arrivato il momento di fare un bilancio di questa amministrazione comunale e di vedere se è possibile sbloccare una situazione di immobilismo, avvelenata da polemiche personalistiche.
2) Conformismo e anticonformismo. In una città in cui straripa l’assuefazione alla violenza, la stragrande maggioranza degli abitanti non si scuote neppure per l’assassinio di un bambino, si svolgono manifestazioni in cui s’inneggia alla mafia, dominano il conformismo filomafioso e l’indifferenza, parlare di «conformismo antimafioso» ci sembra un po’ troppo.
3) Antimafia: seria o da vetrina. È vero, c’è un’antimafia “da vetrina”, come qualcuno l’ha definita, ma vogliamo fare qualche esempio? Ci sembrano «antimafia da vetrina»: l’azione, abbastanza incolore, dei vari Alti Commissari contro la mafia; l’altrettanto incolore operato delle Commissioni antimafia, nazionale e regionale; le prediche con il morto davanti; le scoperte di grandi e piccoli inviati che hanno dovuto attendere l’uccisione di Dalla Chiesa per parlare di mafia come «questione nazionale» e lo hanno dimenticato il giorno dopo; i fumetti televisivi e cinematografici e le pubblicazioni di mafiologi improvvisati regolarmente prefate da firme “prestigiose”; buona parte delle attività svolte nelle scuole per utilizzare in qualche modo i finanziamenti regionali; i centri inesistenti che hanno finanziamenti pubblici per centinaia di milioni; le sigle fabbricate sulle ceneri di ipotesi più consistenti che si è fatto di tutto per non far maturare. Si collocano su un altro versante i pochissimi magistrati che, rischiando la vita, hanno svolto le inchieste più impegnative contro la mafia.
4) Problema della “giustizia giusta”. È il problema più grosso, e non è di facile soluzione. La mafia e la criminalità organizzata non sono una novità, ma le dimensioni e la complessità attuali lo sono, e gli attuali ordinamenti giuridici sono inadeguati per fronteggiare fenomeni che non sono una “emergenza” ma un dato strutturale.
Ci chiediamo: ci può essere “giustizia giusta” con gli assassinii regolarmente impuniti? Si ritiene che, passata l’onda alta delle uccisioni, tutto si risolva con l’«uscita dall’emergenza» e il ristabilimento delle regole del «garantismo classico»? Non occorre piuttosto elaborare una riforma del processo penale e della normativa vigente che tenga conto di questi fatti nuovi? Come intervenire sui canali di accumulazione illegale? Come troncare il meccanismo di simbiosi tra capitale illegale e legale garantito dal segreto bancario? Non si tratta di decretare “stati d’assedio”, o di avallare “teoremi Buscetta”, ma di trovare soluzioni adeguate a problemi che non possono essere minimizzati o considerati con ottiche tradizionali.
Per affrontare seriamente questi temi non ci pare che siano utili le polemiche, soprattutto quando si risolvono in ingiurie e scomuniche. Occorrono: coraggio, studio, serenità[7]».
Il comunicato cadeva nel vuoto. Commentavo: «Non è il momento adatto per discutere seriamente e serenamente. Bisogna schierarsi, come se si fosse nel pieno di un combattimento senza esclusione di colpi» [8].
La promozione di Borsellino e la bocciatura di Falcone
Successivamente alla pubblicazione dell’articolo, c’è stato un incontro tra Sciascia e Borsellino, in cui ci sarebbe stato un “chiarimento”. Sciascia ha ammesso di essere stato “mal consigliato” e non si può non osservare che uno come lui, maître-à-penser già da anni, non poteva non essere consapevole degli effetti che le sue parole avrebbero avuto. Avrebbe potuto e dovuto far attenzione a chi lo consigliava e a cosa consigliava.
Se la ferita sembrava rimarginata, e i rapporti fra Sciascia e Borsellino erano diventati quasi amichevoli e cordiali, in realtà nel profondo essa rimaneva aperta e sanguinante. Dopo la strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, in un incontro pubblico Borsellino, già consapevole di un destino che si avvicinava, in un accorato intervento, in cui ricostruiva le difficoltà e le inimicizie che avevano segnato la vita e l’attività di Falcone, diceva: «Tutto cominciò con quell’articolo sui professionisti dell’antimafia» [9].
Falcone era stato ostacolato più volte e in vari modi: bocciata la sua candidatura a Consigliere istruttore, al posto di Rocco Chinnici, fondatore del pool antimafia, assassinato il 29 luglio 1983; bocciata la sua candidatura al Consiglio superiore della magistratura. Si potrebbe dire che, dopo la mafia, i principali nemici di Falcone siano stati i suoi colleghi. Per invidia, per il peso della sua personalità, non ostentato ma effettivo, per la sua visibilità.
Si è detto e scritto che la bocciatura della candidatura di Falcone a capo del’Ufficio istruzione, allora strategico nella attività giudiziaria antimafia e successivamente abolito, sia stata il frutto dell’applicazione del criterio dell’anzianità, che portò a favorire un magistrato come Antonino Meli, che mai si era occupato di mafia e che smantellerà il pool antimafia, portando indietro di anni l’attività giudiziaria contro la mafia. E siccome il rispetto del criterio fondato sull’anzianità era proprio quello che voleva Sciascia, la colpa sarebbe sua. Accusa che gli si è rivolta in passato ed è ritornata nel giorni scorsi, in occasione del trentennale dell’articolo sul “Corriere”.
Sciascia aveva già risposto a quell’accusa. In un articolo sulla “Stampa” del 6 agosto 1988, scriveva: nel promuovere Borsellino il CSM si era «sottratto alla regola vigente senza però stabilirne un’altra. Se l’avesse in quel momento stabilita, il caso del dottor Falcone, con tutto quel che oggi importa, non ci sarebbe stato. Adottando un criterio per promuovere Borsellino e tornando invece alla vecchia regola per non promuovere Falcone, ecco il nodo che presto o tardi sarebbe venuto al pettine. La situazione di oggi, insomma, non l’ho inventata io con quel mio articolo sul ‘Corriere’: c’era, e non poteva che esplodere. Io non ho fatto che avvertirla, e tempestivamente» [10]. Non si può non dargli ragione.
Trent’anni dopo
Perché a trent’anni dall’articolo di Sciascia quelle parole vengono ricordate e riesplodono le polemiche? Tornano a confrontarsi, senza dialogare, due schieramenti. C’è chi considera Sciascia un maestro di pensiero e di vita, un profeta, e invita al pentimento, all’autocritica; chi sta dall’altro lato allora e ancor’oggi lo considera un bastian contrario che ha fatto danni all’antimafia, provocando l’isolamento dei magistrati più impegnati ed esponendoli alle critiche e all’avversione di coloro che hanno usato le sue parole per condannare e auto assolversi. Possiamo definirli i “professionisti della mafia”, a cominciare dai politici, dagli imprenditori, più o meno collusi, che, facendosi scudo del prestigio dello scrittore, passavano dal silenzio e dalla difensiva al contrattacco, nel momento in cui erano in difficoltà e il maxiprocesso veniva percepito come un inizio e più d’uno pensava che prima o poi sarebbe toccato a lui. Da ciò nascerà, dopo il successo del maxiprocesso in tutti i tre gradi di giudizio, lo smantellamento del pool antimafia. Ma questo non c’entra con il parere di Sciascia. Però la sua polemica, sbagliata nel tono, nella scelta degli esempi e del tempo, si prestava a quel tipo di uso strumentale.
I problemi che lo scrittore poneva erano reali: il pericolo della strumentalizzazione dell’antimafia, il rispetto delle regole, la democrazia come unica strada per lottare la mafia, poiché ha «tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia» [11]. Il tema di fondo del discorso di Sciascia era il sistema di garanzie, cioè il garantismo. Ne aveva un’idea che sapeva di religioso, come se si trattasse di una sorta di depositum fidei. Partendo da alcuni esempi concreti, aveva intravisto una sua violazione, che si era ritenuto in dovere di denunciare come un vulnus all’ordinamento democratico, ma per molti anni il culto del garantismo più che la certezza del diritto aveva assicurato la certezza dell’impunità.
Sciascia ha per molti anni esercitato una sorta di magistero civile: come abbiamo visto, aveva indicato, nei primi anni ’60, le banche come il terreno su cui sondare l’accumulazione mafiosa; precedendo di quasi trent’anni il mio saggio «La mafia finanziaria» scritto e pubblicato quando imperversava lo stereotipo della mafia imprenditrice, per giunta disorganizzata [12]. Il maestro di Racalmuto, dopo aver raccontato la provincia siciliana [13], ha percorso una linea narrativa che mischiava i generi letterari, con ampio spazio per la trattazione saggistica, l’analisi sociologica e il compte philosophique. Il costante ancoraggio alla tradizione illuministica più che un vezzo letterario era un modello di scrittura e un metodo di indagine. I suoi apologhi su una società mafiosizzata nei suoi centri di potere, nei suoi codici culturali, nella sua pratica quotidiana, costituiscono una variazione sul tema del potere e delle sue implicazioni criminali, e questo è un patrimonio ormai consegnato alla storia della letteratura e alla cultura, non solo italiana.
Trent’anni dopo possiamo chiederci se le sue parole sono state una profezia. Certo, con quel che è accaduto negli ultimi anni, siamo portati a pensarlo. Un breve elenco: imprenditori che si mostravano in prima fila nella lotta alla mafia incriminati per i loro rapporti con Cosa nostra; uno di essi, che passava per promotore del movimento antiracket, colto in flagrante mentre intascava una mazzetta; un telegiornalista, insignito di award internazionali, che ha fatto passare una faccenda di corna per aggressione mafiosa; una magistrata, dirigente dell’ufficio che gestisce i beni confiscati, che ne aveva fatto un’azienda privata, assegnandoli ai suoi amici e ricevendone favori, in un classico do ut des; una prefetta che le teneva bordone. Con questo campionario di “buoni esempi” si deve riconoscere che la realtà ha superato le rappresentazioni dello scrittore, ma potremmo dire che non ci troviamo di fronte a «professionisti dell’antimafia» (i professionisti, cioè persone capaci e competenti, ci vogliono, per l’antimafia come per qualsiasi altro tema, arduo e complesso, quelli che fanno danno sono i dilettanti e i cialtroni) ma a dei cattivi attori che hanno recitato la commedia dell’antimafia. La cosa grave, e che ci induce a una impietosa riflessione, è che tanti ci hanno creduto.
Ma quel che ci interessa oggi è lo “stato dell’arte” dell’antimafia. Cos’è accaduto dopo le polemiche del 1987, a parte gli episodi già richiamati? Sono sorti comitati, centri, associazioni e fondazioni, quasi tutti vanno avanti con finanziamenti ottenuti con metodi personalistici e clientelari. La proposta del Centro Impastato che la Regione Sicilia si doti di una legge che fissi criteri oggettivi per l’erogazione dei fondi pubblici è stata isolata, come se fosse una stranezza, la trovata eccentrica di chi non conosce le regole del gioco. In realtà, le conosce ma non le accetta.
Nel 1995 è nata Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, sulla base di associazioni nazionali come le Acli, l’Arci, la Sinistra giovanile del Pds, legate direttamente o indirettamente ai partiti, e il primo, consistente, nucleo di adesioni si è costituito con l’elenco dalle loro sezioni locali, a prescindere se fossero o meno impegnate in attività antimafia. I referenti regionali sono stati nominati sulla base della loro appartenenze a queste associazioni. In Sicilia è toccato a una rappresentante dell’Arci, che mai si era vista in iniziative antimafia. Successivamente la referente si è candidata con Forza Italia ed è stata “dimissionata”. Dimissionati due vicepresidenti e i responsabili per il lavoro nelle scuole e per i beni confiscati, senza nessuna discussione. Chi scrive è stato sospeso, e si è dimesso, dopo aver posto problemi di democrazia interna, dovuti al leaderismo carismatico del fondatore, il sacerdote Luigi Ciotti. Recentemente è stato “licenziato” con un messaggino il figlio di Pio La Torre, protagonista delle lotte contadine, dirigente comunista e parlamentare nazionale, ucciso il 30 aprile del 1982.
Le attività continuative sono quelle nelle scuole, del movimento antiracket, per l’uso sociale dei beni confiscati. Nelle scuole l’educazione alla legalità si riduce troppo spesso a prediche senza analisi, al richiamo al rispetto delle leggi, ignorando che ancora più grave dell’illegalità mafiosa è quella delle istituzioni, che hanno troppi scheletri negli armadi e nessuna volontà di aprirli. Le associazioni antiracket, con esempi significativi, si limitano alle regioni meridionali, nonostante che le estorsioni siano ormai presenti sul territorio nazionale; l’uso sociale dei beni confiscati si limita a una decina di cooperative in tutta l’Italia.
Sul terreno della giustizia accanto a magistrati seriamente impegnati ci sono altri in vetrina o in giro con un personaggio come il direttore della rivista “Antimafia duemila”, che dice di avere ricevuto dalla Madonna di Fatima la mission di lottare la mafia, anticristo del nostro tempo, di avere le stimmate e di essere il maggiore esperto di Ufo! Qualche altro magistrato, smessa temporaneamente o definitivamente la toga, fa da foglia di fico a potenti in cerca di credenziali o si candida come salvatore della patria, andando incontro a patetici insuccessi. Sulla stampa e alla televisione qualcuno si atteggia a monopolista del pensiero unico antimafioso.
Il processo in corso sulla “trattativa” Stato-mafia rischia di delegare al potere giudiziario problemi, come il rapporto tra mafia, politica e istituzioni, che dovrebbero essere affrontati e risolti dall’intera società. Viviamo una crisi della democrazia, all’interno di una crisi più generale frutto del dominio del capitalismo finanziario e della dittatura del mercato globalizzato, che aggravano squilibri territoriali e divari sociali. In Italia, dopo vent’anni di Berlusconi, andato al potere con milioni di voti, sembrava che ci si potesse rialzare, con uno scatto di dignità. Ma i giovani “rottamatori” hanno fatto, o tentato di fare, quello che non è riuscito al patriarca di Arcore, abolendo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che tutela i licenziati senza giusta causa, e progettando una riforma costituzionale impresentabile. Per fortuna il 4 dicembre c’è stato il referendum, ma non possiamo campare solo di referendum. Bisogna ripensare e ricostruire i fondamenti del vivere quotidiano. Su questa strada la lezione di Sciascia (considerato per tutta la sua opera, e non per un singolo episodio, che può essere criticabile) con i suoi meriti e le sue contraddizioni può essere un buon bagaglio di viaggio e le sue pagine, lette con attenzione e non con devozione, ci servono ancora per capire in che mondo viviamo, anche se la realtà è andata al di là delle sue più pessimistiche previsioni.
Note:
[1] L. Sciascia, A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani, Milano 1989. Le citazioni successive sono tratte da questo libro.
[2] L. Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, Torino 1961; A ciascuno il suo, Einaudi, Torino 1966.
[3] C. Duggan, La mafia durante il fascismo, Rubbettino, Soveria Mannelli 1986; L. Sturzo, La Mafia, in Scritti inediti 1890-1924, Cinque Lune, Roma 1974.
[4] Cfr. U. Santino, Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all’impegno civile, Editori Runiti University Press, Roma 2009, terza edizione, pp. 325 ss. Anche per le successive considerazioni si rimanda a questo testo.
[5] L. Sciascia, A futura memoria, cit., pp. 131 ss.
[6] U: Santino, Storia del movimento antimafia, cit., p. 395.
[7] “L’Ora”, 3 febbraio 1987, Troppa antimafia? ma dai; il comunicato è pubblicato in appendice al mio L’alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ali giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997, pp.269 s.
[8] U. Santino, L’alleanza e il compromesso, cit., p. 77.
[9] L’incontro, organizzato dalla rivista “Micromega”, si svolse il 25 giugno 1992, presso la Biblioteca comunale di Palermo.
[10] In L.Sciascia, A futura memoria, cit., p. 153.
[11] Ibidem, p. 139.
[12] U. Santino, La mafia finanziaria. Accumulazione illegale e complesso finanziario-industrale, in “Segno” nn. 69-70, aprile maggio 1986, pp. 7-49, trad. inglese: The financial mafia. The illegal accumulation of wealth and the financial-industrial complex, in “Contemporary Crises”, vol. 12, n. 3, September 1988, pp.203-243, e in www.centroimpastato.com; P. Arlacchi La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalismo, il Mulino, Bologna 1983, a cui è ispirata la legge antimafia del 1982, che non considerava la dimensione finanziaria che già allora si affermava a grandi passi.
[13] L. Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, Laterza, Bari 1956.
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22/07/2019
16 luglio 1992, l’annuncio della strage di via D’Amelio
Giovedì 16 luglio 1992, dall’agenda grigia – quella rossa dov’è? – di Paolo Borsellino: ore 9:00 Roma, riunione presso la DIA; ore 13:30 incontro con di De Gennaro.
Intanto, a Milano, all’insaputa di Borsellino, un confidente dei carabinieri stava rivelando che ci sarebbero stati due attentati dinamitardi: al PM di Milano Antonio Di Pietro e a Paolo Borsellino. La fonte era ritenuta tanto attendibile che i Carabinieri del raggruppamento ROS di Milano inviava un rapporto alla Procura di Milano ed a quella di Palermo.
Ma com’è stato possibile che questo rapporto sia stato inviato per posta ordinaria? Il rapporto dei ROS, infatti, è arrivato a Palermo dopo la strage di Via D’Amelio. In seguito a questa notizia veniva rafforzata la scorta a Di Pietro ed alla sua famiglia, il PM milanese non dormirà a casa sua.
Il maresciallo Cava del ROS di Milano, invece, aveva tentato di mettersi in contatto diretto con la Procura di Palermo. Tentativo rimasto invano.
Lo stesso 16 luglio, Borsellino interrogava il mafioso pentito Gaspare Mutolo. Il pentito accettava di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ma, si era fatto tardi, e Paolo Borsellino non ha fatto in tempo a verbalizzare le dichiarazioni. Tutto rimandato a lunedì 20 luglio. Fuori tempo massimo.
Domenica 19 luglio a Palermo, in via D’Amelio, il secondo botto di luglio, dopo quello di Capaci. Tutto si era compiuto, esattamente come era stato annunciato giovedì 16 luglio. E se la missiva dei ROS di Milano non fosse stata inviata per posta? E se Cava fosse riuscito a contattare la Procura di Palermo?
Fonte
Intanto, a Milano, all’insaputa di Borsellino, un confidente dei carabinieri stava rivelando che ci sarebbero stati due attentati dinamitardi: al PM di Milano Antonio Di Pietro e a Paolo Borsellino. La fonte era ritenuta tanto attendibile che i Carabinieri del raggruppamento ROS di Milano inviava un rapporto alla Procura di Milano ed a quella di Palermo.
Ma com’è stato possibile che questo rapporto sia stato inviato per posta ordinaria? Il rapporto dei ROS, infatti, è arrivato a Palermo dopo la strage di Via D’Amelio. In seguito a questa notizia veniva rafforzata la scorta a Di Pietro ed alla sua famiglia, il PM milanese non dormirà a casa sua.
Il maresciallo Cava del ROS di Milano, invece, aveva tentato di mettersi in contatto diretto con la Procura di Palermo. Tentativo rimasto invano.
Lo stesso 16 luglio, Borsellino interrogava il mafioso pentito Gaspare Mutolo. Il pentito accettava di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ma, si era fatto tardi, e Paolo Borsellino non ha fatto in tempo a verbalizzare le dichiarazioni. Tutto rimandato a lunedì 20 luglio. Fuori tempo massimo.
Domenica 19 luglio a Palermo, in via D’Amelio, il secondo botto di luglio, dopo quello di Capaci. Tutto si era compiuto, esattamente come era stato annunciato giovedì 16 luglio. E se la missiva dei ROS di Milano non fosse stata inviata per posta? E se Cava fosse riuscito a contattare la Procura di Palermo?
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23/05/2019
23 maggio 1992, strage di Capaci. “Il botto” non fu solo mafioso
Quel pomeriggio la terra ha tremato. Nel palermitano, fra Capaci e l’Isola delle Femmine, l’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia di Erice registrava una scossa di terremoto, pari al terzo grado della scala Mercalli.
Mi trovavo in zona per il mio giornale – allora ero corrispondente per il settimanale “Il Paese” di Modena – e ho avvertito perfettamente il tremore sotto i piedi: mancava qualche minuto alle ore 18. Però l’effetto-terremoto durò pochissimo tempo. Infatti non c’era stato nessun terremoto!
Gli elicotteri della polizia e dei carabinieri, il massiccio intervento delle autobotti dei vigili del fuoco e delle autoambulanze, le auto a sirene spiegate di tutte le forze dell’ordine andavano, tutte, verso l’autostrada e precisamente verso lo svincolo di Capaci. Un giro di telefonate fra i colleghi giornalisti e la strage era nuda, la strage di Capaci.
Quel giorno, Giovanni Falcone, “il giudice”, stava tornando da Roma, come era solito fare nei fine settimana. Il jet di servizio, partito dall’aeroporto di Ciampino intorno alle 16.45, dopo un viaggio di 53 minuti atterrava a Palermo a Punta Raisi. Lo attendevano tre Fiat Croma, gruppo di scorta sotto comando del capo della squadra mobile della Polizia di Stato, Arnaldo La Barbera.
Appena sceso dall’aereo, Falcone si sistemava alla guida della vettura bianca e, accanto a lui, prendeva posto la moglie Francesca Morvillo, mentre l’autista giudiziario Giuseppe Costanza occupava il sedile posteriore. Nella Croma marrone c’era alla guida Vito Schifani, con accanto l’agente scelto Antonio Montinaro e, sul retro, Rocco Di Cillo. Nella vettura azzurra c’erano Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. La Croma marrone era in testa al gruppo, seguiva la Croma bianca, guidata da Falcone e, in coda, la Croma azzurra. Le auto lasciavano l’aeroporto imboccando l’autostrada in direzione Palermo.
Otto minuti dopo, alle ore 17.58, presso il chilometro 5 dell’autostrada A 29, una carica di cinque quintali di tritolo, posizionata in un tunnel scavato sotto la sede autostradale nei pressi dello svincolo di Capaci, veniva azionata per telecomando da Giovanni Brusca, incaricato da Totò Riina. La detonazione ha provocato un’esplosione “vulcanica” e una voragine enorme sull’autostrada.
Circa venti minuti dopo Giovanni Falcone veniva trasportato, insieme alla moglie, presso l’ospedale Civico di Palermo. Gli altri agenti e i civili coinvolti venivano anch’essi trasportati in ospedale, mentre la Polizia Scientifica eseguiva i primi rilievi e i Vigili del Fuoco espletavano il pesante compito di estrarre i corpi irriconoscibili di Schifani, Montinaro e Di Cillo.
È stato impossibile raggiungere subito il luogo del “botto”. Successivamente sul luogo della strage ci sono arrivato insieme al mio amico Mario Gatto che nutriva una forte passione per la fotografia. Siamo riusciti a raggiungere quel luogo attraverso un varco, denominato “il passaggio della lepre”.
È bastato calpestare il terreno che portava verso l’autostrada per rendermi conto che tutto quello che avevo visto nei telegiornali, anche le immagini più cruente, lì, in quel preciso istante, non avevano lo stesso peso. Quello che stavo vivendo era impressionante! Man mano che mi avvicinavo all’autostrada il terreno era sempre più nero, come se fosse stato raggiunto dai lapilli dell’Etna. Gli alberi d’ulivo bruciati dal fuoco. Il messaggio biblico: “Non c’è pace fra gli ulivi!”, in questa Sicilia, colonizzata e sfruttata è sempre più attuale.
Avvicinandomi al luogo della strage, notavo dei poliziotti della Scientifica che raccoglievano, fra i rami degli alberi bruciati, pezzetti di carne umana. Quella dei poliziotti della scorta, macellati. Dentro l’autostrada la “bocca vulcanica” dell’esplosione. Il puzzo nauseante della carne umana bruciata era insopportabile. Mario, emozionatissimo, continua a scattare le sue foto. Io, giornalista “di strada”, nascondevo a malapena le rabbia, e mi dicevo a me stesso, quasi con ossessione: “Tutto questo non è solo mafia, no!”.
E non era solo una mia sensazione. Infatti, quando si parla della strage di Capaci, come quella successiva che costò la vita al giudice Borsellino e alla scorta, si parla di quella che è stata la TRATTATIVA MAFIA-STATO. Una trattativa che, oltre le vittime delle stragi, ha avuto il popolo sfruttato siciliano, sempre più criminalizzato con l’infame marchio di “popolo mafioso”, marchio che fa comodo alle cosche mafiose e a chi tratta con loro.
Fonte
07/11/2014
Trattativa Stato-mafia. La prima fase, quella delle bombe (quarta puntata)
Come abbiamo visto nelle puntate precedenti, una parte delle famiglie di Cosa Nostra decide di rompere gli indugi. Nel 1992 i suoi interlocutori politici di sempre si stanno disgregando, le garanzie dentro la magistratura si affievoliscono e la struttura del businness viene “sollecitata” dai nuovi processi che avvengono nell’economia del paese, dell’Europa e del mondo. Una parte delle famiglie mafiose – i corleonesi e qualche altro – pensano che occorra intervenire per far sì che tutto resti come prima, altre intuiscono che i suggerimenti che gli arrivano dai colletti bianchi e dai nuovi interlocutori politici chiedono un cambio di passo e di metodo.
In questa prima fase del 1992 prevalgono i vecchi metodi e i vecchi interessi delle organizzazioni mafiosi e dei loro interlocutori. I rapporti costruiti negli anni d’oro consentono di mettere in campo una operazione in grande stile: l’attentato al giudice Falcone del 23 maggio 1992. Ci avevano provato anche tre anni prima alla villa dell’Addaura, ma qualcosa era andato storto. Due agenti di polizia vicini ai servizi - Nino D’Agostino ed Emanuele Piazza - che sapevano troppo su quell’attentato fallito del 20 giugno 1989 alla villa di Falcone, morirono in tempi brevissimi. Il primo ucciso nella sua casa il 5 agosto del 1989, il secondo è scomparso il 30 maggio del 1990 e non è più stato trovato. Prima di Falcone vengono mandati altri due segnali pesanti alle autorità politiche e statuali: l’omicidio del dirigente democristiano Salvo Lima il 12 marzo 1992 e l’omicidio del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli il 4 aprile 1992.
Per uccidere clamorosamente Falcone si mette in moto una operazione complessa dal punto di vista militare che produrrà l’attentato e la strage di Capaci nel maggio del 1992. “Non penserà mica che fu opera soltanto di quattro mafiosi?” dice un ex membro di Gladio a Stefania Limiti, autrice del libro “Doppio livello”. Le informazioni di cui dispongono gli attentatori, la logistica e il materiale esplosivo effettivamente sembrano andare piuttosto al di là dei killer di mafia. Ad esempio, secondo il giudice Tescaroli, l'artificiere dell'attentato di Capaci è un esperro di esplosivi: Piero Rampulla. Si tratta di un fascista che ha militato in Ordine Nuovo. Di lui come possibile artificiere di Cosa Nostra parla anche il pentito/collaboratore dei carabinieri Luigi Ilardo (la fonte Oriente del capitano dei carabinieri Riccio), ucciso senza alcuna protezione nel 1996. Rampulla non è un fascista qualsiasi, ha rapporto con i servizi e con gli emissari mafiosi "saliti al Nord".
E’ dopo questo attentato che si mette in moto il processo che porterà alla prima parte della trattativa Stato-mafia. Dalle risultanze processuali, emerge che i primi contatti tra il capitano dei carabinieri Di Donno e Vito Ciancimino vengano avviati ai primi di giugno 1992, due settimane dopo l’attentato a Falcone. Il generale dei Carabinieri, Mori, è informato di questo ed è informato anche dei contatti avviati da un altro ufficiale dei carabinieri, Roberto Tempesta, con il boss di Altofonte Antonino Gioè (trovato morto impiccato nel carcere di Rebbibia il 29 luglio 1993). Ma mentre qualcuno tratta, altri spingono per una linea dura contro la mafia: il Consiglio dei Ministri, l’8 giugno 1992, approva il decreto Scotti-Martelli che introduce il 41bis nelle carceri. Il giudice Borsellino sostiene questa posizione e si configura come un ostacolo alla trattativa. Sembra che Riina disse a Brusca che la trattativa si era improvvisamente interrotta e c'era "un muro da superare”. Questo muro, questo “ostacolo” venne rimosso con l’attentato mortale del 19 luglio 1992 in via D’Amelio e l’uccisione di Borsellino.
La trattativa, o meglio la prima fase della trattativa, adesso può cominciare e viene affidata sul campo ad un gruppo di ufficiali del Ros dei carabinieri con forti legami con e nei servizi segreti. La politica ovviamente “finge” di non sapere, ma in realtà anela di sapere come stanno andando le cose e se la prima offensiva delle stragi contro uomini dello Stato si fermerà o meno.
Il processo in corso a Palermo, sta affrontando sostanzialmente questa prima fase della trattativa. L’indagine della procura di Palermo sulla trattativa Stato-mafia è durata quattro anni e ha preso il via dalle dichiarazioni e dalle produzioni documentali di Massimo Ciancimino, figlio del più noto Vito.
Gli indagati dalla procura di Palermo sono in tutto dodici. Ci sono i padrini di Cosa Nostra Totò Riina, Giovanni Brusca, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Antonino Cinà che avrebbero condotto la trattativa per conto di Cosa Nostra. Poi ci sono ben tre alti ufficiali dei carabinieri come Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, personaggi di vertice del ROS dei Carabinieri, protagonisti secondo la ricostruzione dei pm per aver agevolato “un canale di comunicazione finalizzato a sollecitare eventuali richieste di Cosa Nostra”, così come il “protrarsi della latitanza di Provenzano, principale referente mafioso della trattativa”. Nel processo che ha coinvolto per questo specifico caso, il gen. Mario Mori è stato assolto in primo grado. Ma nuove prove contro il generale Mario Mori sono state presentate dal pg di Palermo, Roberto Scarpinato all'apertura del processo d'appello per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. Scarpinato ha chiesto la riapertura dell'istruzione dibattimentale e l'acquisizione di numerosi documenti, tra cui atti «classificati» dei servizi segreti, sulla carriera di Mori e su vari episodi dai quali emergerebbero pratiche investigative «opache». Tra i nuovi episodi contestati dall'accusa anche una condotta depistante che nel 1993 impedì la cattura a Terme Vigliatore, nel Messinese, del boss catanese Nitto Santapaola. Il criterio ispiratore dell'acquisizione delle «nuove prove», fa riferimento al fatto che, secondo Scarpinato, Mori avrebbe operato per «finalità occulte», per «disattendere doveri istituzionali» come ufficiale di polizia giudiziaria e venendo meno «all'obbligo di lealtà» nei confronti dell'autorità giudiziaria. Nel processo di primo grado il generale Mori e il suo braccio destro Mauro Obinu sono stati assolti «perché il fatto non costituisce reato».
Nel processo palermitano per la prima fase della trattativa Stato-mafia, come impuitati ci sono poi i personaggi della politica, ma è poca roba. C’è Calogero Mannino, all’epoca ministro e secondo l’accusa apripista dei primi contatti con i boss e per aver esercitato, dopo le stragi del ’93 «indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione dei decreti di cui all'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario». C’è poi l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza, e c’è poi il burattinaio di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri. Dei tre forse è il più importante.
Infine c’è Massimo Ciancimino accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, per il ruolo di ‘postino’ tra il padre e i capimafia, e di calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, perché avrebbe prodotto un biglietto contraffatto attribuito al padre Vito, secondo cui il misterioso signor Carlo/Franco che sarebbe stato il contatto dei servizi segreti per la trattativa con Cosa Nostra avrebbe risposto al nome dello stesso De Gennaro.
Dunque, sulla base di quello che fino ad oggi c’è a disposizione sul piano giudiziario, si potrà, nella migliore delle ipotesi, fare luce sulla prima fase della trattativa Stato-mafia. Ma è la seconda fase della trattativa quella che ha portato ai risultati consolidati che hanno caratterizzato la vita politica, economica ed istituzionale del nostro paese fino ad oggi. E’ quello che abbiamo ancora sotto gli occhi attraverso i sistemi criminali. Per farci capire useremo le parole assai chiare del procuratore Scarpinato in una intervista del febbraio 2009 ad Antimafia Duemila: “I sistemi criminali sono una sorta di tavolo dove siedono figure diverse, non tutte necessariamente dotate di specifica professionalità criminale: il politico, l’alto dirigente pubblico, l’imprenditore, il finanziere, il faccendiere, il portavoce delle mafie. Ciascuno di questi soggetti è referente di reti di relazioni esterne al network ma messe a disposizione dello stesso. Il sistema è modulare nel senso che, a secondo della natura degli affari e delle necessità operative, integra nuovi soggetti o ne accantona altri. I diversi tavoli di lavoro pianificano la divisione dei compiti per conseguire il risultato del controllo di ampi settori delle istituzioni, dei centri di spesa, e della spartizione delle opere e dei fondi pubblici”. E’ una fotografia che ci scorre sotto gli occhi piuttosto frequentemente. (fine quarta parte)
Sulla trattativa Stato-mafia, vedi le puntate precedenti:
Prima puntata
Seconda puntata
Terza puntata
Fonte
20/07/2014
Lo Stato e la mafia hanno raggiunto l'accordo
L'assoluzione di Berlusconi in sede d'appello del “processo Ruby” segna probabilmente più di altri eventi il passaggio di regime. Se ne è avuta la conferma plastica, ieri, nella celebrazione dell'anniversario – il ventiduesimo – della strage di via D'Amelio e dell'uccisione del giudice Paolo Borsellino. Da un lato il Potere, tornato ai fasti di un tempo, distante “dal popolo” e tutto compresso nei propri riti. Dall'altra la piccola massa di quanti, nella “scrematura” legalitaria dello Stato, dei suoi apparati, e quindi nella recisione dei legami tra Stato e mafia, avevano creduto.
Il capo della polizia, Pansa, ha ricordato le vittime deponendo una corona alla caserma Lungaro. Al chiuso, tra poliziotti. Nessun “politico” si è fatto vedere in via D'Amelio, a parte Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia e ormai fuori dai vertici del Partito Democratico. Nemmeno lei ha avuto però sconti. Quelli delle Agende Rosse – familiari delle vittime e attivisti delle associazioni antimafia – le hanno voltato le spalle alzando il diario scomparso di Borsellino divenuto loro simbolo ed emblema di una verità negata sulle stragi. Anche fisicamente, dunque, popolo e Potere si sono definitivamente separati sul tema dirimente: la mafia va combattuta o ci va trovato un punto d'equilibrio? La risposta ci sembra chiarissima.
Ma è stato soprattutto il pm Nino Di Matteo, mente storica dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, a marcare la distanza tra l'antimafia recitata e quella reale, indicando per nome e cognome gli “uomini delle istituzioni” che hanno remato sistematicamente contro l'accertamento della verità sulla stagione delle stragi di mafia. A partire ovviamente dall'ineffabile Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica disonorata, che ieri, nel consueto messaggio “dovuto” istituzionalmente e inviato a Manfredi Borsellino, è stato capace di auspicare «che i processi ancora in corso possano fare piena luce su quei tragici eventi, rispondendo così all'anelito di verità e giustizia che viene da chi è stato colpito nei suoi affetti più cari e che si estende all'intero Paese»; cercando dunque di far dimenticare che proprio lui si è rifiutato di deporre davanti ai magistrati siciliani su quanto accaduto durante le ormai mitologiche “trattative Stato-mafia”. Come si possono pronunciare queste parole («È indispensabile non dimenticare che un'azione di contrasto sempre più intensa alla criminalità organizzata trae linfa vitale dallo sforzo di tutti nell'opporsi al compromesso, all'acquiescenza e all'indifferenza») mentre si mette una lapide sopra le pagine più oscure dell'ultimo trentennio? Solo con l'improntitudine del potere che sa di non correre più alcun rischio.
Proprio lui, dunque, è stato il bersaglio grosso su cui il pm Di Matteo – probabilmente a un passo ormai dalla estromissione dalle indagini e anche dalla magistratura – ha sparato le sue accuse. «Non si può ricordare Paolo Borsellino ed assistere in silenzio ai tanti tentativi in atto – dalla riforma già attuata dell'Ordinamento Giudiziario a quelle in cantiere sulla responsabilità civile dei giudici, alla gerarchizzazione delle Procure anche attraverso sempre più numerose e discutibili prese di posizione del Csm – finalizzate a ridurre l'indipendenza della magistratura a vuota enunciazione formale con lo scopo di comprimere ed annullare l'autonomia del singolo Pubblico Ministero».
Poi il riferimento al capo dello Stato. «Non si può assistere in silenzio all'ormai evidente tentativo di trasformare il pm in un semplice burocrate inesorabilmente sottoposto alla volontà, quando non anche all'arbitrio, del proprio capo; di quei dirigenti degli uffici sempre più spesso nominati da un Csm che rischia di essere schiacciato e condizionato nelle sue scelte di autogoverno dalle pretese correntizie e politiche e da indicazioni sempre più stringenti del suo Presidente». Ovvero da Napolitano, il primo a rendere di fatto “presidenziale” – con i suoi comportamenti pratici – la Repubblica nata nella Costituzione come “parlamentare”. Il suo presiedere sia il Csm che il Consiglio di Difesa, che la Costituzione intendeva come poco più che presenza formale, di “unità repubblicana” tra i diversi poteri dello Stato, è stato invece un decidere di fatto, un imporre una gestione politica a questi organismi di garanzia. Quale direzione politica? Quella indicata da Di Matteo, per quanto riguarda il Csm; ossia il riportare il potere giudiziario – il terzo tra quelli di una democrazia borghese liberale – sotto il controllo dell'esecutivo, del governo.
Ma è tutta la svolta della politica sotto Renzi a segnare questo passaggio dalla stagione della “lotta alla criminalità organizzata” a quella del ritorno della stessa criminalità organizzata nelle stanze del potere, attraverso terminali politici decisamente “sotto controllo”. Ha detto Di Matteo: «Oggi un esponente politico, dopo essere stato definitivamente condannato per gravi reati, discute con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all'ultimo suo respiro».
Semplice, quasi una pura constatazione, neanche un commento o una critica. È così, e Renzi lo rivendica pure... «Le sentenze non si commentano ma si rispettano – ha ribadito dal Mozambico – ma dal punto di vista istituzionale io mantenevo la parola anche se lo condannavano».
Il regime si è stabilizzato, dunque, ha trovato la sua "quadra", sono stati raggiunti gli accordi necessari. Berlusconi uscirà di scena (non è più “presentabile” fuori della fogna italiana), dotato del “salvacondotto” che da sempre richiedeva contro le attenzioni della magistratura; ma il suo blocco sociale e gli interessi che ha rappresentato trovano piena cittadinanza nella “terza repubblica”, quella che abolisce la Costituzione nata dalla Resistenza e costruisce un assetto oligarchico impermeabile alla pressione popolare. Come l'Unione Europea, insomma.
Le reazioni velenose di diversi politici di seconda fascia al discorso di Di Matteo chiariscono perfettamente il cambio di stagione. Luca d'Alessandro (FI) definisce il pm palermitano «esempio della parte peggiore della magistratura, che approfitta di ogni occasione per svolgere un ruolo politico». Fabrizio Cicchitto (Ncd) lo definisce invece «un mediocre imitatore di Ingroia. È inquietante che un tipo del genere abbia per le mani indagini delicatissime e ovviamente uno dei suoi scopi è quello di andare addosso al Presidente della Repubblica». Secco anche Andrea Mazziotti, di Scelta Civica, che invita il pm a indagare «seriamente e in silenzio».
Del resto, se si abolisce in Europa il potere legislativo del Parlamento (quello di Strasburgo, per cui avete appena votato, non può proporre alcun disegno di legge, ma solo ratificare o emendare le decisioni del governo comunitario, ovvero della Commissione), perché mai dovrebbe restare in vita – e in Italia, per di più – il potere indipendente della magistratura? Lo schema ideale di Tocqueville viene ancora una volta riposto nel museo delle belle idee inapplicate, la mafia può tornare a trattare il suo peso politico traducendolo in poltrone e appalti; i magistrati devono tornare all'obbedienza verso gli inquilini dei Palazzi. La maggior parte lo ha capito da tempo, e condivide il disegno. E, come si dice, d'ora in poi "parleranno attraverso le sentenze". Perché in effetti, senza grandi sforzi di dietrologia, ci sono sentenze che parlano...
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Il capo della polizia, Pansa, ha ricordato le vittime deponendo una corona alla caserma Lungaro. Al chiuso, tra poliziotti. Nessun “politico” si è fatto vedere in via D'Amelio, a parte Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia e ormai fuori dai vertici del Partito Democratico. Nemmeno lei ha avuto però sconti. Quelli delle Agende Rosse – familiari delle vittime e attivisti delle associazioni antimafia – le hanno voltato le spalle alzando il diario scomparso di Borsellino divenuto loro simbolo ed emblema di una verità negata sulle stragi. Anche fisicamente, dunque, popolo e Potere si sono definitivamente separati sul tema dirimente: la mafia va combattuta o ci va trovato un punto d'equilibrio? La risposta ci sembra chiarissima.
Ma è stato soprattutto il pm Nino Di Matteo, mente storica dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, a marcare la distanza tra l'antimafia recitata e quella reale, indicando per nome e cognome gli “uomini delle istituzioni” che hanno remato sistematicamente contro l'accertamento della verità sulla stagione delle stragi di mafia. A partire ovviamente dall'ineffabile Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica disonorata, che ieri, nel consueto messaggio “dovuto” istituzionalmente e inviato a Manfredi Borsellino, è stato capace di auspicare «che i processi ancora in corso possano fare piena luce su quei tragici eventi, rispondendo così all'anelito di verità e giustizia che viene da chi è stato colpito nei suoi affetti più cari e che si estende all'intero Paese»; cercando dunque di far dimenticare che proprio lui si è rifiutato di deporre davanti ai magistrati siciliani su quanto accaduto durante le ormai mitologiche “trattative Stato-mafia”. Come si possono pronunciare queste parole («È indispensabile non dimenticare che un'azione di contrasto sempre più intensa alla criminalità organizzata trae linfa vitale dallo sforzo di tutti nell'opporsi al compromesso, all'acquiescenza e all'indifferenza») mentre si mette una lapide sopra le pagine più oscure dell'ultimo trentennio? Solo con l'improntitudine del potere che sa di non correre più alcun rischio.
Proprio lui, dunque, è stato il bersaglio grosso su cui il pm Di Matteo – probabilmente a un passo ormai dalla estromissione dalle indagini e anche dalla magistratura – ha sparato le sue accuse. «Non si può ricordare Paolo Borsellino ed assistere in silenzio ai tanti tentativi in atto – dalla riforma già attuata dell'Ordinamento Giudiziario a quelle in cantiere sulla responsabilità civile dei giudici, alla gerarchizzazione delle Procure anche attraverso sempre più numerose e discutibili prese di posizione del Csm – finalizzate a ridurre l'indipendenza della magistratura a vuota enunciazione formale con lo scopo di comprimere ed annullare l'autonomia del singolo Pubblico Ministero».
Poi il riferimento al capo dello Stato. «Non si può assistere in silenzio all'ormai evidente tentativo di trasformare il pm in un semplice burocrate inesorabilmente sottoposto alla volontà, quando non anche all'arbitrio, del proprio capo; di quei dirigenti degli uffici sempre più spesso nominati da un Csm che rischia di essere schiacciato e condizionato nelle sue scelte di autogoverno dalle pretese correntizie e politiche e da indicazioni sempre più stringenti del suo Presidente». Ovvero da Napolitano, il primo a rendere di fatto “presidenziale” – con i suoi comportamenti pratici – la Repubblica nata nella Costituzione come “parlamentare”. Il suo presiedere sia il Csm che il Consiglio di Difesa, che la Costituzione intendeva come poco più che presenza formale, di “unità repubblicana” tra i diversi poteri dello Stato, è stato invece un decidere di fatto, un imporre una gestione politica a questi organismi di garanzia. Quale direzione politica? Quella indicata da Di Matteo, per quanto riguarda il Csm; ossia il riportare il potere giudiziario – il terzo tra quelli di una democrazia borghese liberale – sotto il controllo dell'esecutivo, del governo.
Ma è tutta la svolta della politica sotto Renzi a segnare questo passaggio dalla stagione della “lotta alla criminalità organizzata” a quella del ritorno della stessa criminalità organizzata nelle stanze del potere, attraverso terminali politici decisamente “sotto controllo”. Ha detto Di Matteo: «Oggi un esponente politico, dopo essere stato definitivamente condannato per gravi reati, discute con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all'ultimo suo respiro».
Semplice, quasi una pura constatazione, neanche un commento o una critica. È così, e Renzi lo rivendica pure... «Le sentenze non si commentano ma si rispettano – ha ribadito dal Mozambico – ma dal punto di vista istituzionale io mantenevo la parola anche se lo condannavano».
Il regime si è stabilizzato, dunque, ha trovato la sua "quadra", sono stati raggiunti gli accordi necessari. Berlusconi uscirà di scena (non è più “presentabile” fuori della fogna italiana), dotato del “salvacondotto” che da sempre richiedeva contro le attenzioni della magistratura; ma il suo blocco sociale e gli interessi che ha rappresentato trovano piena cittadinanza nella “terza repubblica”, quella che abolisce la Costituzione nata dalla Resistenza e costruisce un assetto oligarchico impermeabile alla pressione popolare. Come l'Unione Europea, insomma.
Le reazioni velenose di diversi politici di seconda fascia al discorso di Di Matteo chiariscono perfettamente il cambio di stagione. Luca d'Alessandro (FI) definisce il pm palermitano «esempio della parte peggiore della magistratura, che approfitta di ogni occasione per svolgere un ruolo politico». Fabrizio Cicchitto (Ncd) lo definisce invece «un mediocre imitatore di Ingroia. È inquietante che un tipo del genere abbia per le mani indagini delicatissime e ovviamente uno dei suoi scopi è quello di andare addosso al Presidente della Repubblica». Secco anche Andrea Mazziotti, di Scelta Civica, che invita il pm a indagare «seriamente e in silenzio».
Del resto, se si abolisce in Europa il potere legislativo del Parlamento (quello di Strasburgo, per cui avete appena votato, non può proporre alcun disegno di legge, ma solo ratificare o emendare le decisioni del governo comunitario, ovvero della Commissione), perché mai dovrebbe restare in vita – e in Italia, per di più – il potere indipendente della magistratura? Lo schema ideale di Tocqueville viene ancora una volta riposto nel museo delle belle idee inapplicate, la mafia può tornare a trattare il suo peso politico traducendolo in poltrone e appalti; i magistrati devono tornare all'obbedienza verso gli inquilini dei Palazzi. La maggior parte lo ha capito da tempo, e condivide il disegno. E, come si dice, d'ora in poi "parleranno attraverso le sentenze". Perché in effetti, senza grandi sforzi di dietrologia, ci sono sentenze che parlano...
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16/05/2013
Borsellino, in un video inedito la sua borsa portata via da un carabiniere
In un filmato messo su Youtube nel 2011 si vede il passaggio di mano della borsa presa dall’auto del giudice ucciso dalle mani del colonnello Arcangioli, incriminato e poi prosciolto dall'accusa di furto, a quelle di uno dei suoi uomini. Il militare al processo: "Sono passati 20 anni, non ricordo"
Girava su Youtube da circa un anno e mezzo con il titolo “via D’Amelio, video inedito’’*, e nessuno se n’era accorto. Le immagini sono nitide, ma su quell’iPad le hanno viste la mattina del 14 maggio solo i pubblici ministeri Nico Gozzo e Stefano Luciani e il testimone d’eccezione, il colonnello Giovanni Arcangioli che viene ritratto nell’inferno di via D’Amelio, il pomeriggio del 19 luglio del 1992, insieme a due sottufficiali dell’arma e alla borsa di Paolo Borsellino, appoggiata sugli avambracci di uno dei due, il maresciallo Calabrese, in servizio allora al nucleo operativo.
Girava su Youtube da circa un anno e mezzo con il titolo “via D’Amelio, video inedito’’*, e nessuno se n’era accorto. Le immagini sono nitide, ma su quell’iPad le hanno viste la mattina del 14 maggio solo i pubblici ministeri Nico Gozzo e Stefano Luciani e il testimone d’eccezione, il colonnello Giovanni Arcangioli che viene ritratto nell’inferno di via D’Amelio, il pomeriggio del 19 luglio del 1992, insieme a due sottufficiali dell’arma e alla borsa di Paolo Borsellino, appoggiata sugli avambracci di uno dei due, il maresciallo Calabrese, in servizio allora al nucleo operativo.
Per la prima volta un video svela il passaggio della borsa di pelle marrone prelevata dall’auto del giudice ucciso,
dalle mani del colonnello Arcangioli, incriminato e poi prosciolto dal furto dell’agenda rossa, a quelle (anzi, alle braccia) di uno dei suoi uomini. È questo il momento più significativo della deposizione in aula,
a Caltanissetta, al processo Borsellino quater del colonnello
Arcangioli, protagonista ieri di uno sfogo condito da una serie di ‘non ricordo’: “Sono passati 20 anni e io di via D’Amelio ho due ricordi: l’odore e la desolazione. Poi ho solo dei flash”.
Arcangioli non ricorda da chi ha preso la borsa e a chi l’ha
consegnata. Ha detto di averla aperta “forse alla presenza di Ayala, ma
non posso esserne sicuro al punto da affermarlo sotto giuramento’’ e di
aver dato disposizione di rimetterla nella vettura, sostenendo di averne parlato al suo superiore, l’allora capitano Minicucci.
Il video, inedito, non è stato ancora acquisito dalla procura di Caltanissetta che non ha deciso se citare il nuovo testimone. Postato nel novembre del 2011 su Youtube, la procura ha scovato il filmato grazie a una segnalazione confidenziale. In mattinata è stato mostrato in aula ad Arcangioli, che deponendo come teste è stato protagonista di un lungo sfogo: “Sono 8 anni che vivo in questa situazione che ha distrutto me e la mia famiglia con gli attacchi di giornali e tv’’.
Arcangioli si è lamentato del fatto che, in questi anni, sia stato
ritenuto strano che lui non avesse scritto una relazione di servizio
sull’episodio: “Non ritenevo, probabilmente sbagliando, quel reperto di interesse, e non viene ritenuto strano che l’operatore di polizia la relazione l’abbia fatta dopo 6 mesi”.
L’allusione è all’ispettore della polizia Maggi, che
intorno alle 18.30 prelevò la borsa dal sedile posteriore della
blindata, dove nel frattempo era stata riposizionata, per portarla in
questura. Maggi verrà sentito alla prossima udienza, prevista il 20
maggio, ed il giorno dopo, il 21, proseguirà la deposizione del giudice
in pensione Giuseppe Ayala: anch’egli presente sul
luogo della strage pochi minuti dopo l’esplosione, ha già deposto in
aula ieri mattina. Ayala ha confermato la sua versione sulla borsa,
consegnata, ha detto, ad un ufficiale dei CC in divisa (“e non era
quella estiva’’) ma ha fornito nuovi e inediti dettagli,
in qualche caso contraddicendosi, sul suo arrivo in via D’Amelio (“in
auto’’), sulla collocazione della borsa (“sul sedile’’ e non sul pianale
come aveva detto prima) e sulla presenza di sua moglie a casa al
momento dello scoppio della bomba.
* Il video dovrebbe essere quello inserito nel collegamento.
Ho apportato alcune modifiche alla forma dell'articolo che lo rendono più scorrevole e comprensibile rispetto a un originale scritto davvero con i piedi.
02/08/2012
Lo strano caso del giudice Barillaro
Chi era Barillaro? E' stato consigliere applicato alla Corte d'Assise d'Appello di Caltanisetta dove ha redatto la sentenza nel processo Borsellino ter sulla strage di via D'Amelio e la sentenza nel processo a Totò Riina e altri per l'attentato all'Addaura contro Giovanni Falcone. Per la sua attività gli fu assegnato il premio internazionale "Rosario Livatino". Su Borsellino disse "Ora tutti lo osannano, ma a quei tempi era stato lasciato solo". A Firenze, Barillaro si era occupato del pericolo degli anarco insurrezionalisti, ma soprattutto delle infiltrazioni mafiose e delle loro relazioni con l'enorme riciclaggio verso la Cina, che denunciò pubblicamente. L'11 luglio la Guardia di Finanza eseguì 111 perquisizioni sequestrando 47 milioni di euro in un'operazione sul trasferimento di soldi dall'Italia alla Cina. L'operazione, firmata da Barillaro, era la terza del genere. Per il flusso di denaro illegale, in totale, sono stati scoperti 4,5 miliardi di euro illegali, 24 persone arrestate e 581 denunciate. Numeri pazzeschi per un giudice a cui era stata tolta la scorta. Il 25 luglio, lo stesso giorno della morte di Barillaro, Ingroia veniva ufficialmente trasferito in Guatemala, il giorno successivo moriva Loris D'Ambrosio di infarto fulminante senza che ne fosse disposta l'autopsia. Spariva così il custode delle suppliche di Mancino, imputato al processo di Palermo per i collegamenti mafia - Stato. Ingroia si guardi dai camion.
Fonte
E' un articolo decisamente interessante quello pubblicato oggi sul blog di Beppe Grillo, non solo per i fatti che documenta e mette in relazione, costruendo uno scenario che fa molto anni '70, ma anche perché suscita, almeno nel sottoscritto, diverse speculazioni circa la linea imboccata dallo stesso Grillo (trovo curioso che a pezzi come quello riportato, si alternino analisi del presente come il passaparola firmato da Benetazzo qualche giorno fa) e il suo naturale riflesso negli umori del Movimento 5 Stelle ormai lanciato per le prossime elezioni politiche.
29/07/2012
"Tempo scaduto per i sepolcri imbiancati" - La lettera di Scarpinato a Borsellino
L’intervento di Roberto Scarpinato, procuratore generale della Corte di Appello di Caltanissetta, letto alla commemorazione per i 20 anni dell’assassinio di Paolo Borsellino, con il quale ha lavorato fianco a fianco nel pool antimafia.
Caro Paolo,
oggi siamo qui a commemorarti in forma privata perché più trascorrono gli anni e più diventa imbarazzante il 23 maggio ed il 19 luglio partecipare alle cerimonie ufficiali che ricordano le stragi di Capaci e di via D’Amelio.
Stringe
il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle
autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la
negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali
tu ti sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco
le cui vite – per usare le tue parole – emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si contrappone al fresco profumo della libertà.
E
come se non bastasse, Paolo, intorno a costoro si accalca una corte di
anime in livrea, di piccoli e grandi maggiordomi del potere, di
questuanti pronti a piegare la schiena e a barattare l’anima in cambio di promozioni in carriera o dell’accesso al mondo dorato dei facili privilegi.
Se
fosse possibile verrebbe da chiedere a tutti loro di farci la grazia di
restarsene a casa il 19 luglio, di concederci un giorno di tregua dalla
loro presenza. Ma, soprattutto,
verrebbe da chiedere che almeno ci facessero la grazia di tacere,
perché pronunciate da loro, parole come Stato, legalità, giustizia, perdono senso, si riducono a retorica stantia, a gusci vuoti e rinsecchiti.
Voi
che a null’altro credete se non alla religione del potere e del denaro,
e voi che non siete capaci di innalzarvi mai al di sopra dei vostri
piccoli interessi personali, il 19 luglio tacete, perché questo giorno è
dedicato al ricordo di un uomo che sacrificò la propria vita perché
parole come Stato, come Giustizia, come Legge acquistassero finalmente un significato e un valore nuovo in questo nostro povero e disgraziato paese.
Un
paese nel quale per troppi secoli la legge è stata solo la voce del
padrone, la voce di un potere forte con i deboli e debole con i forti. Un
paese nel quale lo Stato non era considerato credibile e rispettabile
perché agli occhi dei cittadini si manifestava solo con i volti
impresentabili di deputati, senatori, ministri, presidenti del
consiglio, prefetti, e tanti altri che con la mafia avevano scelto di convivere o, peggio, grazie alla mafia avevano costruito carriere e fortune.
Sapevi
bene Paolo che questo era il problema dei problemi e non ti stancavi di
ripeterlo ai ragazzi nelle scuole e nei dibattiti, come quando il 26
gennaio 1989 agli studenti di Bassano del Grappa ripetesti: “Lo
Stato non si presenta con la faccia pulita… Che cosa si è fatto per
dare allo Stato… Una immagine credibile?… La vera soluzione sta
nell’invocare, nel lavorare affinché lo Stato diventi più credibile,
perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni”.
E a un ragazzo che ti chiedeva se ti sentivi protetto dallo Stato e se avessi fiducia nello Stato, rispondesti: “No,
io non mi sento protetto dallo Stato perché quando la lotta alla mafia
viene delegata solo alla magistratura e alle forze dell’ordine, non si
incide sulle cause di questo fenomeno criminale”. E proprio
perché eri consapevole che il vero problema era restituire credibilità
allo Stato, hai dedicato tutta la vita a questa missione.
Nelle cerimonie pubbliche ti ricordano soprattutto come un grande magistrato, come l’artefice insieme a Giovanni Falcone del maxiprocesso che distrusse il mito della invincibilità della mafia e riabilitò la potenza dello Stato. Ma tu e Giovanni siete stati molto di più che dei magistrati esemplari. Siete stati soprattutto straordinari creatori di senso.
Avete
compiuto la missione storica di restituire lo Stato alla gente, perché
grazie a voi e a uomini come voi per la prima volta nella storia di
questo paese lo Stato si presentava finalmente agli occhi dei cittadini
con volti credibili nei quali era possibile identificarsi ed acquistava senso dire “ Lo Stato siamo noi”. Ci
avete insegnato che per costruire insieme quel grande Noi che è lo
Stato democratico di diritto, occorre che ciascuno ritrovi e coltivi la
capacità di innamorarsi del destino degli altri. Nelle pubbliche cerimonie ti ricordano come esempio del senso del dovere.
Ti sottovalutano, Paolo, perché la tua lezione umana è stata molto più grande. Ci
hai insegnato che il senso del dovere è poca cosa se si riduce a
distaccato adempimento burocratico dei propri compiti e a obbedienza
gerarchica ai superiori. Ci hai
detto chiaramente che se tu restavi al tuo posto dopo la strage di
Capaci sapendo di essere condannato a morte, non era per un astratto e
militaresco senso del dovere, ma per amore, per umanissimo amore.
Lo hai ripetuto la sera del 23 giugno 1992 mentre commemoravi Giovanni, Francesca, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Parlando di Giovanni dicesti: “Perché
non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché
mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque
della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto di
amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato”.
Questo
dicesti la sera del 23 giugno 1992, Paolo, parlando di Giovanni, ma ora
sappiamo che in quel momento stavi parlando anche di te stesso e ci
stavi comunicando che anche la tua scelta di non fuggire, di accettare
la tremenda situazione nella quale eri precipitato, era una scelta
d’amore perché ti sentivi chiamato a rispondere della speranza che tutti
noi riponevamo in te dopo la morte di Giovanni.
Ti
caricammo e ti caricasti di un peso troppo grande: quello di reggere da
solo sulle tue spalle la credibilità di uno Stato che dopo la strage di
Capaci sembrava cadere in pezzi, di uno Stato in ginocchio ed incapace
di reagire.
Sentisti
che quella era divenuta la tua ultima missione e te lo sentisti
ripetere il 4 luglio 1992, quando pochi giorni prima di morire, i tuoi
sostituti della Procura di Marsala ti scrissero: “La
morte di Giovanni e di Francesca è stata per tutti noi un po’ come la
morte dello Stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le
contraddizioni che c’erano prima di questo tragico evento e che,
immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo
spesso che non ce la faremo, che lo Stato in Sicilia è contro lo Stato e
che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai
bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello Stato”.
Missione doppiamente compiuta, Paolo. Se riuscito con la tua vita a restituire nuova vita a parole come Stato e Giustizia, prima morte perché private di senso. E
sei riuscito con la tua morte a farci capire che una vita senza la
forza dell’amore è una vita senza senso; che in una società del disamore
nella quale dove ciò che conta è solo la forza del denaro ed il potere
fine a se stesso, non ha senso parlare di Stato e di Giustizia e di
legalità.
E
dunque per tanti di noi è stato un privilegio conoscerti personalmente e
apprendere da te questa straordinaria lezione che ancora oggi nutre la
nostra vita e ci ha dato la forza necessaria per ricominciare quando
dopo la strage di via D’Amelio sembrava – come disse Antonino Caponnetto tra le lacrime – che tutto fosse ormai finito.
Ed invece Paolo, non era affatto finita e non è finita. Come
quando nel corso di una furiosa battaglia viene colpito a morte chi
porta in alto il vessillo della patria, così noi per essere degni di
indossare la tua stessa toga, abbiamo raccolto il vessillo che tu avevi
sino ad allora portato in alto, perché non finisse nella polvere e sotto
le macerie.
Sotto
le macerie dove invece erano disposti a seppellirlo quanti mentre il
tuo sangue non si era ancora asciugato, trattavano segretamente la resa
dello Stato al potere mafioso alle nostre spalle e a nostra insaputa.
Abbiamo
portato avanti la vostra costruzione di senso e la vostra forza è
divenuta la nostra forza sorretta dal sostegno di migliaia di cittadini
che in quei giorni tremendi riempirono le piazze, le vie, circondarono
il palazzo di giustizia facendoci sentire che non eravamo soli.
E
così Paolo, ci siamo spinti laddove voi eravate stati fermati e dove
sareste certamente arrivati se non avessero prima smobilitato il pool
antimafia, poi costretto Giovanni ad andar via da Palermo ed infine non
vi avessero lasciato morire.
Abbiamo
portato sul banco degli imputati e abbiamo processato gli intoccabili:
presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali,
presidenti della Regione siciliana, vertici dei Servizi segreti e della
Polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro,
personaggi di vertice dell’economia e della finanza e molti altri.
Uno
stuolo di sepolcri imbiancati, un popolo di colletti bianchi che hanno
frequentato le nostre stesse scuole, che affollano i migliori salotti,
che nelle chiese si battono il petto dopo avere partecipato a summit
mafiosi. Un esercito di piccoli e grandi Don Rodrigo senza la cui protezione i Riina, i Provenzano
sarebbero stati nessuno e mai avrebbero osato sfidare lo Stato,
uccidere i suoi rappresentanti e questo paese si sarebbe liberato dalla
mafia da tanto tempo.
Ma,
caro Paolo, tutto questo nelle pubbliche cerimonie viene rimosso come
se si trattasse di uno spinoso affare di famiglia di cui è sconveniente
parlare in pubblico. Così ai
ragazzi che non erano ancora nati nel 1992 quando voi morivate, viene
raccontata la favola che la mafia è solo quella delle estorsioni e del
traffico di stupefacenti.
Si racconta che la mafia è costituita solo da una piccola minoranza di criminali, da personaggi come Riina e Provenzano. Si
racconta che personaggi simili, ex villici che non sanno neppure
esprimersi in un italiano corretto, da soli hanno tenuto sotto scacco
per un secolo e mezzo la nostra terra e che essi da soli osarono sfidare
lo Stato nel 1992 e nel 1993 ideando e attuando la strategia stragista
di quegli anni. Ora sappiamo che questa non è tutta la verità.
E
sappiamo che fosti proprio tu il primo a capire che dietro i carnefici
delle stragi, dietro i tuoi assassini si celavano forze oscure e
potenti. E per questo motivo ti
sentisti tradito, e per questo motivo ti si gelò il cuore e ti sembrò
che lo Stato, quello Stato che nel 1985 ti aveva salvato dalla morte
portandoti nel carcere dell’Asinara, questa volta non era in grado di
proteggerti, o, peggio, forse non voleva proteggerti.
Per questo dicesti a tua moglie Agnese: “Mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno”. Quelle forze hanno continuato ad agire Paolo anche dopo la tua morte per cancellare le tracce della loro presenza. E per tenerci nascosta la verità, è stato fatto di tutto e di più.
Pochi
minuti dopo l’esplosione in Via D’Amelio mentre tutti erano colti dal
panico e il fumo oscurava la vista, hanno fatto sparire la tua agenda
rossa perché sapevano che leggendo quelle pagine avremmo capito quel che
tu avevi capito.
Hanno fatto sparire tutti i documenti che si trovavano nel covo di Salvatore Riina dopo la sua cattura. Hanno preferito che finissero nella mani dei mafiosi piuttosto che in quelle dei magistrati. Hanno ingannato i magistrati che indagavano sulla strage con falsi collaboratori ai quali hanno fatto dire menzogne. Ma nonostante siano ancora forti e potenti, cominciano ad avere paura.
Le
loro notti si fanno sempre più insonni e angosciose, perché hanno
capito che non ci fermeremo, perché sanno che è solo questione di
tempo. Sanno che riusciremo a scoprire la verità. Sanno
che uno di questi giorni alla porta delle loro lussuosi palazzi busserà
lo Stato, il vero Stato quello al quale tu e Giovanni avete dedicato le
vostre vite e la vostra morte.
E
sanno che quel giorno saranno nudi dinanzi alla verità e alla giustizia
che si erano illusi di calpestare e saranno chiamati a rendere conto
della loro crudeltà e della loro viltà dinanzi alla Nazione.
Parole sacrosante che pesano come macigni, non a caso, dopo il suo intervento alla commemorazione per i 20 anni della strage in Via d'Amelio, Scarpinato è finito sotto osservazione da parte del CSM. Nuova stoccata alla magistratura siciliana dopo il trasferimento di Ingroia in Guatemala.
19/07/2012
Borsellino e Sciascia: storia di un paradosso siciliano
"La verità è uno strumento indispensabile perché permanga tra gli umani una passione di giustizia".
A vent'anni dalla simbolica e tragica morte di Paolo Borsellino e della sua scorta in via d'Amelio a Palermo mi sembra giusto riproporre e rileggere una polemica che vide contrapposti lo scrittore Leonardo Sciascia ed il magistrato ucciso dalla mafia con la complicità di pezzi dello Stato. Questa è la storia di un paradosso siciliano che nasce nella redazione del principale quotidiano italiano e che apre una contesa che dura ancora oggi, anche se molti confondono fatti e personaggi. Paolo Borsellino si oppose a qualunque trattativa con Cosa Nostra.
Leonardo Sciascia ben prima degli altri fece comprendere come la mafia non fosse solo un fenomeno siciliano.
Tutto nasce grazie un redattore culturale che oggi gode di ottima fama, Riccardo Chiaberge. Nel gennaio del 1987 deve impaginare un articolo di uno degli intellettuali di punta del Corriere della Sera. Leonardo Sciascia ha trattato il suo ragionamento a partire delle lettura di un saggio pubblicato da una piccola casa editrice calabrese, la Rubettino di Soveria Mannelli, che proprio grazie a questa celebre polemica assurgerà da allora a notorietà nazionale. "La mafia durante il Fascismo" è un volume scritto da Christopher Duggan, un allievo dell'autorevole storico Denis Mack Smith, autore della prefazione in cui offre la chiave di lettura sulla paradigmatica vicenda del prefetto Mori, passato alla storia come "Prefetto di ferro". Il saggio non spiega la "mafia in sé" ma si sofferma su quel che "si pensava la mafia fosse e perché".
Sciascia nel suo articolo sa di scrivere questioni eretiche. Infatti nell'attacco del pezzo pone due autocitazioni tratte da suoi due celebri romanzi sulla mafia siciliana: "Il giorno della civetta" e "A ciascuno il suo". Mossa preventiva per ammonire le critiche che arriveranno da "quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo che non costa nulla e che i milanesi dopo le Cinque giornate, denomineranno eroi della Sesta". Deve argomentare di mafia e antimafia Sciascia. Con lessico e documentazione da par suo. Raccontando per esempio di un capitolo scomparso di una piece sulla mafia di Don Sturzo e poi riadattata con finale positivo da Diego Fabbri.
La morale di fondo dell'articolo è che anche l'antimafia è uno strumento di potere. Per rafforzare la sua tesi Sciascia conclude il suo articolo traendo spunto dalla cronaca. Pur senza citarlo Sciascia mette alla berlina Leoluca Orlando ("sindaco che per sentimento o per calcolo comincia ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso"). Lo scrittore lancia una previsione: chi si opporrà a lui in consiglio comunale o nel partito sarà giudicato un mafioso. Se sul sindaco l'esempio è considerato ipotetico, sulla magistratura Sciascia si poggia su un dato che considera "attuale ed effettuale". La parte finale del lungo articolo si conclude con la pubblicazione di uno stralcio del Notiziario straordinario del Csm che in burocratese stretto comunica l'esito dell'assegnazione del posto di procuratore capo di Marsala a Paolo Borsellino alla luce "della particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare". L'illuminista Sciascia fa a pezzi la prosa ministeriale giudiziaria dell'intero passo e non si accorge di essere finito tra i conservatori difendendo il concetto di anzianità per la nomina al Csm fino a quel momento imperante a Palazzo dei Marescialli. Scrive Sciascia: "I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale piu', in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso". E' periodo caldo in Italia su quel fronte. Si attende la sentenza del maxiprocesso a Palermo istruito dal pool di Caponnetto.
Chiaberge legge il contenuto e conia un titolo che resterà a futura memoria per usare una frase sciasciana: "I professionisti dell'Antimafia". Oggi, con il senno del poi, il celebre giornalista Chiaberge si pente di quella titolazione, come ha dichiarato in un'intervista del 2004 alla rivista "Scriptamanent" e in seguito ripresa dal sito "Bottegaeditoriale.it". Perché quel titolo come ben sappiamo è diventato uno slogan adoperato da uomini, ominicchi e quaquaraquà per screditare la magistratura antimafia che fa il suo dovere.
Esplode una furibonda polemica con parole di fuoco da parte di Nando Della Chiesa, figlio del generale ucciso dalla mafia a Palermo, ma non è da meno neanche Giampaolo Pansa su Repubblica. La polemica consegna comunque notorietà negativa ad un serio magistrato come Paolo Borsellino che certamente non meritava una gogna mediatica di questo tipo. Per giunta firmata dall'intellettuale che con i suoi romanzi fino a quel momento aveva meglio svelato storia e natura psicologica della mafia. Un opinion leader che spesso al Paese aveva dato quella morale che la politica non aveva saputo mai far diventare senso comune.
Borsellino si sentì molto ferito da quell'articolo. Anche per il magistrato il maestro di Racalmuto era stato un padre intellettuale. Sciascia con quella riflessione aveva procurato un vestito nobile a tutti i politici collusi con la mafia e ai professionisti della disinformazione che da allora potranno farsi scudo con l'ormai celebre definizione sintetizzata dal titolo di Chiaberge. Sciascia molto malato in quel periodo, aveva raccolto una soffiata da ambienti socialisti e radicali, impegnati in quella fase sul caso Tortora e sulla campagna sulla giustizia giusta. Sciascia, garantista autentico e disinteressato, evidentemente si era lasciato coinvolgere da suggeritori interessati. Lo comprenderà lo scrittore e in un'intervista alla rivista "Segno" correggerà la rotta nei confronti del magistrato. I due s'incontreranno per un chiarimento. Sciascia dirà personalmente a Borsellino, (che non conosceva quando scrive l'articolo), nel corso di un colloquio molto cordiale, che era stato ingiusto personalizzare sulla sua nomina e chiede scusa dell'accaduto. Borsellino nei giorni della polemica aveva detto alla sorella Rita: "Non posso prendermela con Sciascia, è troppo grande. Sono cresciuto con i suoi libri. E' stato malconsigliato e manovrato". Giuseppe Ayala in un libro di memorie sostiene che quell'articolo era giusto nei contenuti ma l'esempio su Borsellino profondamente sbagliato. Una tesi su cui concorda il giornalista e scrittore Alexander Stille: "Non era giusto mettere sullo stesso piano due figure diverse come Orlando e Borsellino". Un conto era la retorica della politica, un altro l'impegno giudiziario nella trincea infuocata della procura di Palermo. Tra l'altro Borsellino abbandonava la sua città per andare a lavorare in un difficile posto di provincia come Marsala. Aumentava le sue spese personali visto che era costretto a prendere in fitto un piccolo appartamento vicino il commissariato di Marsala recandosi a Palermo dalla famiglia solo nel fine settimana. Quindi il successo alla fine comportava per lui anche sacrifici economici e personali. Il vero successo è determinato dalla polemica che si apre sui giornali anche con grandi confusioni.
Borsellino assunse un tono nobile ma fermo. In un'intervista rilasciata a Felice Cavallaro del Corriere della Sera, il neoprocuratore di Marsala che conquista all'epoca in maniera non voluta la scena nazionale, afferma: "Nutro preoccupazione per i segni di cedimento che avvertiamo in Sicilia. E' pernicioso che si allenti, adesso, la tensione, in qualsiasi modo e da qualsiasi parte. Non si è ancora capito che questo è un momento delicatissimo della lotta alla mafia". In molti infatti cominciavano a cambiare atteggiamento. Anche a Palermo il cardinale Pappalardo, il prelato delle omelie segnanti ai grandi funerali di Stato, aveva messo in guardia sulla spettacolarizzazione del maxiprocesso e aveva fatto riflessione sul fatto che l'aborto ammazza piu' innocenti della mafia. Nella stessa intervista Borsellino approfittava per informare gli italiani del suo curriculum di magistrato: "Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva attorno".
In quei giorni la polemica dimentica infatti i molti magistrati che avevano dato la loro vita nella lotta senza mediazioni contro la mafia. Il direttore del Corriere della Sera, il liberale Piero Ostellino, prima di lasciare il giornale nel suo ultimo editoriale difese lo scrittore e sostenne: "L'antimafia rischia di trasformarsi in una sorta di mafia, sia pure di segno contrario". Oggi sappiamo qualcosa in più sulla vicenda grazie ad una testimonianza affidata da Ostellino al volume curato da Antonio Motta, "Leonardo Sciascia vent'anni dopo". L'ex direttore del Corsera ricorda che quell'articolo metteva in evidenza i pericoli del "pensiero unico" sulla mafia considerato che chi non la pensava come i "professionisti" veniva giudicato come alleato "oggettivo" della mafia. Gli attacchi che hanno ricevuto Ostellino e Sciascia sono giudicati dal giornalista come "una porcata tipica di bigotti e farisei". Oggi Piero Ostellino ci fa sapere che dopo il suo abbandono Sciascia fu spinto a lasciare via Solferino approdando a La Stampa. Scrive Ostellino nella sua nota: "Il responsabile non fu il nuovo direttore, Ugo Stille, che di fatto manco si occupava della fattura del giornale, ma chi, dietro le quinte, ne dettava la linea, il classico radical-chic. Del quale non faccio il nome per carità cristiana e perché non mi piace criticare chi non può replicare perché è morto". Confesso che non riesco a capire chi è stato l'autore dello scempio.
Mi resta da ricordare che Borsellino tornerà con la memoria a quell'episodio durante i drammatici 57 giorni che separano il botto di Capaci da quello di via D'Amelio, tornati oggi drammaticamente attuali per le vicende della trattativa tra Stato e mafia. Nel suo ultimo intervento pubblico a Palermo, Borsellino sosterrà che Falcone aveva cominciato a morire quando "Sciascia bollò me e l'amico Leoluca Orlando come professionisti dell'Antimafia". Recentemente la moglie del giudice ucciso, Agnese, sempre poco prodiga di parole e sempre misurate ad Attilio Bolzoni ha dichiarato: "Leonardo Sciascia vent'anni fa aveva capito tutto prima di altri". La figlia di Sciascia, Anna Maria, riflette nello stesso articolo di Bolzoni: "Il suo era solo un richiamo alle regole, ce l'aveva con quella direttiva del Csm e con una certa retorica dell'antimafia [...] Fu isolato solo perché aveva lanciato una riflessione sull'arbitrio, sul rischio che si creassero centri di potere, sull'intoccabilità dell'antimafia."
Mi piacerebbe tanto conoscere oggi il parere di don Leonardo sulla trattativa, sulla strage di via D'Amelio e i condannati ingiustamente per quel mattatoio ordito da mafiosi e malacarne in divisa. Ma di Sciascia in giro se ne vedono pochi, e di pari talento e coraggio di Borsellino non c'è notizia. A vent'anni dalla strage la cronaca è piena ancora di professionisti dell'antimafia.
Fonte
Nel mare di parole con cui viene ricordato il ventennale dell'assassinio di Borsellino e la sua scorta, l'articolo che ho riportato mi sembra l'unico degno d'essere ripreso.
Non capisco se è questione di percezione personale o meno, ma mai come quest'anno il ricordo di quella strage (ma il discorso vale anche per Capaci) mi è sembrato sbiadito e inconsistente, quanto meno al di fuori dei confini siciliani.
Trovo così schizofrenico che nessuno si fermi anche solo a considerare l'eventualità che questo ventennio di sfascio, sia figlio in buona percentuale anche di quella partita clamorosamente persa dalla società civile contro la criminalità organizzata e i "poteri forti" che hanno sempre intrecciato i propri interessi con quelli delle varie cupole sparse per la penisola.
A vent'anni dalla simbolica e tragica morte di Paolo Borsellino e della sua scorta in via d'Amelio a Palermo mi sembra giusto riproporre e rileggere una polemica che vide contrapposti lo scrittore Leonardo Sciascia ed il magistrato ucciso dalla mafia con la complicità di pezzi dello Stato. Questa è la storia di un paradosso siciliano che nasce nella redazione del principale quotidiano italiano e che apre una contesa che dura ancora oggi, anche se molti confondono fatti e personaggi. Paolo Borsellino si oppose a qualunque trattativa con Cosa Nostra.
Leonardo Sciascia ben prima degli altri fece comprendere come la mafia non fosse solo un fenomeno siciliano.
Tutto nasce grazie un redattore culturale che oggi gode di ottima fama, Riccardo Chiaberge. Nel gennaio del 1987 deve impaginare un articolo di uno degli intellettuali di punta del Corriere della Sera. Leonardo Sciascia ha trattato il suo ragionamento a partire delle lettura di un saggio pubblicato da una piccola casa editrice calabrese, la Rubettino di Soveria Mannelli, che proprio grazie a questa celebre polemica assurgerà da allora a notorietà nazionale. "La mafia durante il Fascismo" è un volume scritto da Christopher Duggan, un allievo dell'autorevole storico Denis Mack Smith, autore della prefazione in cui offre la chiave di lettura sulla paradigmatica vicenda del prefetto Mori, passato alla storia come "Prefetto di ferro". Il saggio non spiega la "mafia in sé" ma si sofferma su quel che "si pensava la mafia fosse e perché".
Sciascia nel suo articolo sa di scrivere questioni eretiche. Infatti nell'attacco del pezzo pone due autocitazioni tratte da suoi due celebri romanzi sulla mafia siciliana: "Il giorno della civetta" e "A ciascuno il suo". Mossa preventiva per ammonire le critiche che arriveranno da "quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo che non costa nulla e che i milanesi dopo le Cinque giornate, denomineranno eroi della Sesta". Deve argomentare di mafia e antimafia Sciascia. Con lessico e documentazione da par suo. Raccontando per esempio di un capitolo scomparso di una piece sulla mafia di Don Sturzo e poi riadattata con finale positivo da Diego Fabbri.
La morale di fondo dell'articolo è che anche l'antimafia è uno strumento di potere. Per rafforzare la sua tesi Sciascia conclude il suo articolo traendo spunto dalla cronaca. Pur senza citarlo Sciascia mette alla berlina Leoluca Orlando ("sindaco che per sentimento o per calcolo comincia ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso"). Lo scrittore lancia una previsione: chi si opporrà a lui in consiglio comunale o nel partito sarà giudicato un mafioso. Se sul sindaco l'esempio è considerato ipotetico, sulla magistratura Sciascia si poggia su un dato che considera "attuale ed effettuale". La parte finale del lungo articolo si conclude con la pubblicazione di uno stralcio del Notiziario straordinario del Csm che in burocratese stretto comunica l'esito dell'assegnazione del posto di procuratore capo di Marsala a Paolo Borsellino alla luce "della particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare". L'illuminista Sciascia fa a pezzi la prosa ministeriale giudiziaria dell'intero passo e non si accorge di essere finito tra i conservatori difendendo il concetto di anzianità per la nomina al Csm fino a quel momento imperante a Palazzo dei Marescialli. Scrive Sciascia: "I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale piu', in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso". E' periodo caldo in Italia su quel fronte. Si attende la sentenza del maxiprocesso a Palermo istruito dal pool di Caponnetto.
Chiaberge legge il contenuto e conia un titolo che resterà a futura memoria per usare una frase sciasciana: "I professionisti dell'Antimafia". Oggi, con il senno del poi, il celebre giornalista Chiaberge si pente di quella titolazione, come ha dichiarato in un'intervista del 2004 alla rivista "Scriptamanent" e in seguito ripresa dal sito "Bottegaeditoriale.it". Perché quel titolo come ben sappiamo è diventato uno slogan adoperato da uomini, ominicchi e quaquaraquà per screditare la magistratura antimafia che fa il suo dovere.
Esplode una furibonda polemica con parole di fuoco da parte di Nando Della Chiesa, figlio del generale ucciso dalla mafia a Palermo, ma non è da meno neanche Giampaolo Pansa su Repubblica. La polemica consegna comunque notorietà negativa ad un serio magistrato come Paolo Borsellino che certamente non meritava una gogna mediatica di questo tipo. Per giunta firmata dall'intellettuale che con i suoi romanzi fino a quel momento aveva meglio svelato storia e natura psicologica della mafia. Un opinion leader che spesso al Paese aveva dato quella morale che la politica non aveva saputo mai far diventare senso comune.
Borsellino si sentì molto ferito da quell'articolo. Anche per il magistrato il maestro di Racalmuto era stato un padre intellettuale. Sciascia con quella riflessione aveva procurato un vestito nobile a tutti i politici collusi con la mafia e ai professionisti della disinformazione che da allora potranno farsi scudo con l'ormai celebre definizione sintetizzata dal titolo di Chiaberge. Sciascia molto malato in quel periodo, aveva raccolto una soffiata da ambienti socialisti e radicali, impegnati in quella fase sul caso Tortora e sulla campagna sulla giustizia giusta. Sciascia, garantista autentico e disinteressato, evidentemente si era lasciato coinvolgere da suggeritori interessati. Lo comprenderà lo scrittore e in un'intervista alla rivista "Segno" correggerà la rotta nei confronti del magistrato. I due s'incontreranno per un chiarimento. Sciascia dirà personalmente a Borsellino, (che non conosceva quando scrive l'articolo), nel corso di un colloquio molto cordiale, che era stato ingiusto personalizzare sulla sua nomina e chiede scusa dell'accaduto. Borsellino nei giorni della polemica aveva detto alla sorella Rita: "Non posso prendermela con Sciascia, è troppo grande. Sono cresciuto con i suoi libri. E' stato malconsigliato e manovrato". Giuseppe Ayala in un libro di memorie sostiene che quell'articolo era giusto nei contenuti ma l'esempio su Borsellino profondamente sbagliato. Una tesi su cui concorda il giornalista e scrittore Alexander Stille: "Non era giusto mettere sullo stesso piano due figure diverse come Orlando e Borsellino". Un conto era la retorica della politica, un altro l'impegno giudiziario nella trincea infuocata della procura di Palermo. Tra l'altro Borsellino abbandonava la sua città per andare a lavorare in un difficile posto di provincia come Marsala. Aumentava le sue spese personali visto che era costretto a prendere in fitto un piccolo appartamento vicino il commissariato di Marsala recandosi a Palermo dalla famiglia solo nel fine settimana. Quindi il successo alla fine comportava per lui anche sacrifici economici e personali. Il vero successo è determinato dalla polemica che si apre sui giornali anche con grandi confusioni.
Borsellino assunse un tono nobile ma fermo. In un'intervista rilasciata a Felice Cavallaro del Corriere della Sera, il neoprocuratore di Marsala che conquista all'epoca in maniera non voluta la scena nazionale, afferma: "Nutro preoccupazione per i segni di cedimento che avvertiamo in Sicilia. E' pernicioso che si allenti, adesso, la tensione, in qualsiasi modo e da qualsiasi parte. Non si è ancora capito che questo è un momento delicatissimo della lotta alla mafia". In molti infatti cominciavano a cambiare atteggiamento. Anche a Palermo il cardinale Pappalardo, il prelato delle omelie segnanti ai grandi funerali di Stato, aveva messo in guardia sulla spettacolarizzazione del maxiprocesso e aveva fatto riflessione sul fatto che l'aborto ammazza piu' innocenti della mafia. Nella stessa intervista Borsellino approfittava per informare gli italiani del suo curriculum di magistrato: "Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva attorno".
In quei giorni la polemica dimentica infatti i molti magistrati che avevano dato la loro vita nella lotta senza mediazioni contro la mafia. Il direttore del Corriere della Sera, il liberale Piero Ostellino, prima di lasciare il giornale nel suo ultimo editoriale difese lo scrittore e sostenne: "L'antimafia rischia di trasformarsi in una sorta di mafia, sia pure di segno contrario". Oggi sappiamo qualcosa in più sulla vicenda grazie ad una testimonianza affidata da Ostellino al volume curato da Antonio Motta, "Leonardo Sciascia vent'anni dopo". L'ex direttore del Corsera ricorda che quell'articolo metteva in evidenza i pericoli del "pensiero unico" sulla mafia considerato che chi non la pensava come i "professionisti" veniva giudicato come alleato "oggettivo" della mafia. Gli attacchi che hanno ricevuto Ostellino e Sciascia sono giudicati dal giornalista come "una porcata tipica di bigotti e farisei". Oggi Piero Ostellino ci fa sapere che dopo il suo abbandono Sciascia fu spinto a lasciare via Solferino approdando a La Stampa. Scrive Ostellino nella sua nota: "Il responsabile non fu il nuovo direttore, Ugo Stille, che di fatto manco si occupava della fattura del giornale, ma chi, dietro le quinte, ne dettava la linea, il classico radical-chic. Del quale non faccio il nome per carità cristiana e perché non mi piace criticare chi non può replicare perché è morto". Confesso che non riesco a capire chi è stato l'autore dello scempio.
Mi resta da ricordare che Borsellino tornerà con la memoria a quell'episodio durante i drammatici 57 giorni che separano il botto di Capaci da quello di via D'Amelio, tornati oggi drammaticamente attuali per le vicende della trattativa tra Stato e mafia. Nel suo ultimo intervento pubblico a Palermo, Borsellino sosterrà che Falcone aveva cominciato a morire quando "Sciascia bollò me e l'amico Leoluca Orlando come professionisti dell'Antimafia". Recentemente la moglie del giudice ucciso, Agnese, sempre poco prodiga di parole e sempre misurate ad Attilio Bolzoni ha dichiarato: "Leonardo Sciascia vent'anni fa aveva capito tutto prima di altri". La figlia di Sciascia, Anna Maria, riflette nello stesso articolo di Bolzoni: "Il suo era solo un richiamo alle regole, ce l'aveva con quella direttiva del Csm e con una certa retorica dell'antimafia [...] Fu isolato solo perché aveva lanciato una riflessione sull'arbitrio, sul rischio che si creassero centri di potere, sull'intoccabilità dell'antimafia."
Mi piacerebbe tanto conoscere oggi il parere di don Leonardo sulla trattativa, sulla strage di via D'Amelio e i condannati ingiustamente per quel mattatoio ordito da mafiosi e malacarne in divisa. Ma di Sciascia in giro se ne vedono pochi, e di pari talento e coraggio di Borsellino non c'è notizia. A vent'anni dalla strage la cronaca è piena ancora di professionisti dell'antimafia.
Fonte
Nel mare di parole con cui viene ricordato il ventennale dell'assassinio di Borsellino e la sua scorta, l'articolo che ho riportato mi sembra l'unico degno d'essere ripreso.
Non capisco se è questione di percezione personale o meno, ma mai come quest'anno il ricordo di quella strage (ma il discorso vale anche per Capaci) mi è sembrato sbiadito e inconsistente, quanto meno al di fuori dei confini siciliani.
Trovo così schizofrenico che nessuno si fermi anche solo a considerare l'eventualità che questo ventennio di sfascio, sia figlio in buona percentuale anche di quella partita clamorosamente persa dalla società civile contro la criminalità organizzata e i "poteri forti" che hanno sempre intrecciato i propri interessi con quelli delle varie cupole sparse per la penisola.
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