Con un decreto firmato il 5 agosto, il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha nominato i nuovi componenti del Gruppo tecnico consultivo nazionale sulle vaccinazioni (NITAG), che dovrebbe supportare le politiche vaccinali nazionali con raccomandazioni basate su evidenze scientifiche e valutazioni indipendenti. L’incarico di vertice passa a Roberto Parrella, presidente della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali. Riguardo ai ventidue membri del Comitato, a far discutere sono due nomi in particolare, che segnano una novità rispetto al passato, avendo difeso posizioni critiche nei confronti dei vaccini, compresi quelli contro il Covid. I due profili che hanno innescato un’aspra polemica sono quelli di Paolo Bellavite, ex docente di Patologia Generale all’università di Verona e di Eugenio Serravalle, specialista in Pediatria preventiva e Neonatologia, presidente dell’associazione dell’Associazione di studi e informazione sulla salute (Assis). Con attacchi durissimi, sia di colleghi che a mezzo stampa, sulla presenza di due “no vax” nel Comitato, mentre nessuna eco hanno avuto altre nomine che mostrano come Schillaci abbia aperto le porte del NITAG a esponenti che sono diretta espressione dell’industria farmaceutica.
La cornice mediatica, costruita chirurgicamente, ha innescato una sorta di macchina del fango: le opinioni dei due medici vengono presentate come “antiscientifiche”, mentre il racconto punta tutto sull’indignazione, la levata di scudi dell’opposizione e la reazione stizzita della “comunità scientifica”. Tra etichette diffamatorie di “no vax” e “terrapiattisti”, petizioni lampo e pressioni su Schillaci per spingerlo a revocare le nomine e le dimissioni di Francesca Russo, dirigente del Veneto, con un ultimatum al ministro: “O loro o me”. Una sorta di maccartismo, in cui il confronto si trasforma in tribunale virtuale e il dibattito scientifico in una gogna pubblica. Ironia della sorte, il prestigio scientifico di Bellavite, misurato internazionalmente attraverso il suo punteggio H-Index (l’indice che classifica i ricercatori in base alle pubblicazioni effettuate e alle citazioni dei loro lavori scientifici), che è di 51, è nettamente superiore a quello di diverse virostar come Roberto Burioni (fermo a 38) e Fabrizio Pregliasco (che ha 29 punti). Tuttavia, invece di analizzare il merito della produzione scientifica di Bellavite, è stata suonata la tromba dell’ennesima caccia alle streghe, con titoli a effetto che tuonano in merito al rischio dell’insinuarsi strisciante delle “pseudoscienze nelle istituzioni”, e articoli del calibro: “Schillaci senza vergogna nomina gli idoli dei no-vax nel comitato per le politiche vaccinali” (Il Domani).
A guidare le proteste è il Patto Trasversale per la Scienza, promosso da Guido Silvestri e Roberto Burioni, che ha lanciato una petizione per chiedere la revoca delle nomine su Change.org che, in pochi giorni, ha raccolto oltre 14 mila firme.
Quella messa in atto è la tecnica che negli studi sui media viene definita character assassination (distruzione della reputazione), con l’utilizzo di tecniche di manipolazione per screditare i due medici “eretici”, in modo da dipingerli come dei mezzi stregoni, etichettati dall’opposizione a “ultrà no vax” e ridotti dai quotidiani a “due esperti di omeopatia schierati al fianco dei gruppi no vax più rumorosi”.
Qual è la loro colpa? Aver espresso critiche e richieste di prudenza durante la gestione della pandemia e sulle vaccinazioni pediatriche anti-Covid. Già nel 2021, Bellavite aveva messo in dubbio la relazione tra rischi e benefici, parlando dei vaccini contro il Covid-19 nella trasmissione diMartedì su La7 («Chi ha paura del vaccino ha ragione, in un certo senso, perché mancavano informazioni su rischi e benefici»). Anche Serravalle ha sollevato questioni etiche e scientifiche riguardo alla moltiplicazione dei vaccini pediatrici, arrivando a paventare un tema tabù, ossia, una possibile correlazione con alcuni casi di autismo, senza però superare mai il limite della riflessione critica. Proprio Serravalle, con una decennale esperienza sul campo, ha deciso di adottare il principio di cautela, ricordando che «I vaccini possono causare reazioni avverse anche gravi» e che «Come tutti i farmaci non sono esenti da effetti collaterali». In un contesto sano, ciò dovrebbe alimentare un dibattito basato su dati, non essere motivo di esclusione. Invece, la prudenza metodologica viene impacchettata dentro il frame “no vax”, sinonimo di pericolo pubblico.
E, mentre si demonizza chi esprime un pensiero scientifico non omologato, si adotta il doppio standard e si chiude un occhio su possibili conflitti di interesse di altri membri del comitato legati a industrie farmaceutiche, come Emanuele Montomoli, ordinario di igiene presso l’Università degli Studi di Siena, fondatore, presidente (non con funzione esecutiva) e direttore scientifico di VisMederi, un’azienda biotecnologica che si occupa di sviluppo clinico di vaccini e di progetti nell’ambito delle malattie infettive emergenti, in collaborazione con le più importanti aziende farmaceutiche internazionali.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/08/2025
15/03/2024
Rumori molesti intorno alla morte di Barbara Balzerani
Girano molti commenti molesti intorno alla storia e alla morte di Barbara Balzerani. Per i giornali e i commentatori borghesi o della destra corre l’obbligo della demonizzazione della persona e del contesto, una sorta di esorcismo ripetuto e ossessivo che dura ormai da decenni.
Poi è partita la criminalizzazione di chiunque – giornalisti, attivisti o docenti universitari – abbia provato a non utilizzare esclusivamente il linguaggio della vendetta o della “verità di Stato” per ricordare o salutare Barbara Balzerani. Anche i ricordi, talvolta più personali che politici, sono stati brutalizzati dai plotoni di esecuzione mediatici e “disciplinari”.
Ma rumori molesti sono arrivati anche da alcuni ambiti erroneamente ritenuti “di movimento”, fin troppo tollerati.
Se si potesse prenderli sul serio, i Carc sarebbero una microformazione da “caso di studio”. Da quasi 40 anni, infatti, si ergono a custodi testamentari della stagione della lotta armata – con particolare attenzione alle BR – sfornando documenti, condanne, critiche a questo o quel militante di quei tempi, aprendo polemiche cui nessuno risponde, ecc., stabilendo a proprio insindacabile giudizio cosa sia ammissibile dire o pensare.
Una identità davvero temeraria e potenzialmente suicida, se fosse seria...
Se si potesse prenderli sul serio, dei Carc andrebbe infatti spiegata prima di tutto la sopravvivenza in una stagione politica in cui anche il passare a miglior vita diventa un’occasione – per il potere e i suoi menestrelli mediatici – per ri-criminalizzare nomi e fatti di quei tempi.
Viviamo una stagione in cui chi salva vite in mare viene descritto – e imputato – come “complice degli scafisti”. Oppure si manganellano studenti minorenni “armati” solo di dignità e idee di giustizia sociale, accostando strumentalmente e minacciosamente le piccole forme di conflitto sociale presenti oggi, ai fuochi veri degli anni Settanta.
Una stagione in cui un anarchico accusato di aver fatto esplodere un petardone nei pressi di una caserma, senza provocare né danni né feriti, può essere tranquillamente condannato all’ergastolo per “strage politica” e sepolto al 41 bis.
Tempi, insomma, in cui non si scherza né con i fatti né con le parole.
Ma, naturalmente, neanche volendo si possono prendere i Carc sul serio.
Tanto meno quando – anche loro – sfruttano la morte di una compagna per “provocare discussioni”... riproponendo oggi i propri deliri di otto anni fa anche contro il nostro giornale.
Questo giornale, notoriamente, non si cura affatto di questa gente, neanche quando viene da loro preso di mira nella speranza di una reazione. Ce ne siamo occupati solo in occasione di un’aggressione ad un compagno che era stata, in modo obliquo, da loro “giustificata”, se non proprio “rivendicata”.
Ma le generazioni di attivisti fortunatamente si rinnovano e dunque sorge ogni tanto la necessità di far sapere anche a chi si affaccia per a prima volta al conflitto sociale e politico che tipo di “fauna” popola questo angolo di mondo. In modo da semplificare le relazioni ed evitare di perder tempo con chi sta lì proprio e solo per fartene perdere.
In occasioni come queste un silenzio dignitoso sarebbe stato apprezzabile, ma è un auspicio del tutto sprecato.
Fonte
Poi è partita la criminalizzazione di chiunque – giornalisti, attivisti o docenti universitari – abbia provato a non utilizzare esclusivamente il linguaggio della vendetta o della “verità di Stato” per ricordare o salutare Barbara Balzerani. Anche i ricordi, talvolta più personali che politici, sono stati brutalizzati dai plotoni di esecuzione mediatici e “disciplinari”.
Ma rumori molesti sono arrivati anche da alcuni ambiti erroneamente ritenuti “di movimento”, fin troppo tollerati.
Se si potesse prenderli sul serio, i Carc sarebbero una microformazione da “caso di studio”. Da quasi 40 anni, infatti, si ergono a custodi testamentari della stagione della lotta armata – con particolare attenzione alle BR – sfornando documenti, condanne, critiche a questo o quel militante di quei tempi, aprendo polemiche cui nessuno risponde, ecc., stabilendo a proprio insindacabile giudizio cosa sia ammissibile dire o pensare.
Una identità davvero temeraria e potenzialmente suicida, se fosse seria...
Se si potesse prenderli sul serio, dei Carc andrebbe infatti spiegata prima di tutto la sopravvivenza in una stagione politica in cui anche il passare a miglior vita diventa un’occasione – per il potere e i suoi menestrelli mediatici – per ri-criminalizzare nomi e fatti di quei tempi.
Viviamo una stagione in cui chi salva vite in mare viene descritto – e imputato – come “complice degli scafisti”. Oppure si manganellano studenti minorenni “armati” solo di dignità e idee di giustizia sociale, accostando strumentalmente e minacciosamente le piccole forme di conflitto sociale presenti oggi, ai fuochi veri degli anni Settanta.
Una stagione in cui un anarchico accusato di aver fatto esplodere un petardone nei pressi di una caserma, senza provocare né danni né feriti, può essere tranquillamente condannato all’ergastolo per “strage politica” e sepolto al 41 bis.
Tempi, insomma, in cui non si scherza né con i fatti né con le parole.
Ma, naturalmente, neanche volendo si possono prendere i Carc sul serio.
Tanto meno quando – anche loro – sfruttano la morte di una compagna per “provocare discussioni”... riproponendo oggi i propri deliri di otto anni fa anche contro il nostro giornale.
Questo giornale, notoriamente, non si cura affatto di questa gente, neanche quando viene da loro preso di mira nella speranza di una reazione. Ce ne siamo occupati solo in occasione di un’aggressione ad un compagno che era stata, in modo obliquo, da loro “giustificata”, se non proprio “rivendicata”.
Ma le generazioni di attivisti fortunatamente si rinnovano e dunque sorge ogni tanto la necessità di far sapere anche a chi si affaccia per a prima volta al conflitto sociale e politico che tipo di “fauna” popola questo angolo di mondo. In modo da semplificare le relazioni ed evitare di perder tempo con chi sta lì proprio e solo per fartene perdere.
In occasioni come queste un silenzio dignitoso sarebbe stato apprezzabile, ma è un auspicio del tutto sprecato.
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09/01/2024
La ricorrente polemica su Acca Larentia, a sdoganamento già avvenuto
L’argomento dei giornali di ieri è stata la commemorazione dei fatti di Acca Larentia, ovvero l’uccisione di due militanti del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, nella Roma del 1978. Un appartenente di un’altra sezione della capitale sarebbe poi rimasto ucciso in seguito agli scontri con la polizia seguiti a una protesta.
Insomma, la notizia che ha rimbalzato tra canali televisivi e carta stampata è stato il ricordo organizzato di questi “martiri del fascismo”.
Ma ovviamente quel che ha destato l’attenzione non è il fatto che a fare gli onori siano stati il Presidente della regione Lazio, Francesco Rocca, e l’assessore alla Cultura del comune di Roma, Miguel Gotor. Il primo esponente di centrodestra, il secondo di centrosinistra.
Tutte le voci dell’informazione si sono concentrate sul «dito» piuttosto che sulla «luna», ovvero su un gruppo piuttosto nutrito di fascisti (circa 200 persone) che hanno poi ricordato i loro defunti camerati con il “presente” e il saluto romano.
I finti democratici e progressisti hanno subito gridato allo scandalo, e hanno così trovato il modo di affermare – solo a parole – una qualche differenza tra il governo e le “opposizioni”. Basti ricordare la presenza di Gotor, “dietrologo” di centrosinistra, per capire quanta poca distanza ci sia…
Lasciamo da parte il fatto in sé. Quei 200 fascisti andrebbero naturalmente perseguiti per l’esaltazione dei crimini che il fascismo (non solo nel Ventennio, ma anche dopo) ha commesso.
Ma non c’è nessun “nuovo” scandalo: basta una rapida ricerca su Google, e vediamo come questa scenetta si ripeta ogni anno. Qualsiasi sia il governo, chiunque amministri la Regione Lazio. Se è sempre avvenuto, è perché nessuno ha mai voluto impedire che accadesse.
A parte i sinceri antifascisti, si intende. Quelli che appunto sanno bene che lo sdoganamento del fascismo è avvenuto già da tempo, che è stato portato avanti sistematicamente dall’attuale classe dirigente, che all’interno di essa, pur non essendo monolitica, non vi sono differenze sostanziali.
La vera notizia è che due rappresentanti delle istituzioni hanno commemorato dei fascisti.
Uno appartenente a una destra ancora ambigua, uno del centrosinistra che urla ai quattro venti di essere antifascista… Tutti e due hanno portato corone per dei fascisti. L’atto estetico del saluto romano, alla fin fine, era previsto e scontato.
Non è insomma un caso che solo su questo si può scatenare la “polemica” del giorno dopo, ad esclusivo uso dei media. Per ciò che riguarda la sostanza, son tutti d’accordo, sulle apparenze si possono scornare in pubblico per poi seguire tutti pedissequamente le linee euroatlantiche.
Del resto, pur con le differenze dovute alla distanza nel tempo, quelle linee sono le stesse dei membri del MSI. Sono tutti dalla stessa parte, e perciò Rocca e Gotor non hanno problemi a ricordare dei fascisti e a rendere la loro morte parte di una memoria collettiva che vorrebbero “condivisa”.
Vogliono – entrambi – far passare quei tre militanti come “martiri” di una stagione di violenza politica “scatenata dalla sinistra”, durante la quale in tanti sono rimasti vittima degli «opposti estremismi».
La realtà è che la democrazia nel nostro paese è sempre stata sotto scacco dell’eversione nera guidata dagli apparati NATO, attraverso esponenti politici e forze armate nostrane.
Era la “democrazia protetta” di De Gasperi, il Piano Solo, il golpe Borghese, e poi appunto la “strategia della tensione”. Le bombe piazzate dai fascisti, i contatti coi servizi segreti e gli esplosivi dell’alleanza atlantica, tutto per contrastare il movimento dei lavoratori che alzava la testa.
Se si vanno a leggere le più recenti ricostruzioni storiografiche del periodo (quelle oneste, chiaramente…), si apprende che in pratica quasi tutti gli episodi di violenza politica tra la fine degli anni Sessanta e la metà del decennio successivo sono stati opera fascista. Chiunque ha poi cercato di garantire al paese un’alternativa a questo sistema di guerra e sfruttamento è stato etichettato come “nemico dello stato”.
Non ci può essere memoria condivisa di quel periodo. Primo, perché non abbiamo da spartire alcunché con degli stragisti, secondo perché la «pacificazione» è stata piuttosto una vendetta. La classe dirigente posa corone per i fascisti, che da sempre sono stati la loro manovalanza; mai per i tanti compagni uccisi nelle piazze (dalla polizia) o in agguati fascisti.
Da decenni, in maniera bipartisan, si sono impegnati a riabilitare i fascisti. Li hanno derubricati a nostalgici, i politici li hanno legittimati incontrandoli nelle loro sedi, gli si è dato spazio sui canali di informazione.
Sin dalla fine della Seconda guerra mondiale, vari nazisti hanno aiutato la NATO a combattere l’Unione Sovietica. La UE ha ormai “equiparato” comunismo e nazismo, si vuole far passare il genocidio dei palestinesi per “autodifesa” e i nazisti ucraini sono diventati “combattenti per la libertà”.
Fingono di scandalizzarsi per l’ennesimo braccio teso, ma hanno sdoganato e riabilitato ogni singolo fascista, passato e presente.
E questo perché i governanti della filiera euroatlantica e i fascisti fanno parte tutti della stessa «famiglia», quella dei camerieri del capitale; un gioco delle parti in cui finché le cose vanno bene allora ci si vanta della “democrazia”, ma quando le cose vanno male si sguinzagliano i picchiatori neri.
Almeno in Occidente, il movimento dei lavoratori non ha ancora la forza di impensierire il grande padronato, ma la crisi lo sta mettendo a dura prova.
Si irrigidiscono sempre di più le condizioni della dialettica sociale (basta pensare alle precettazioni degli scioperi, sempre più frequenti); e qualcuno ritiene che sia bene preparare l’opinione pubblica anche all’uso dei fascisti, se necessario.
Una classe dirigente che va cacciata via per sviluppare un’alternativa, davvero antifascista.
Insomma, la notizia che ha rimbalzato tra canali televisivi e carta stampata è stato il ricordo organizzato di questi “martiri del fascismo”.
Ma ovviamente quel che ha destato l’attenzione non è il fatto che a fare gli onori siano stati il Presidente della regione Lazio, Francesco Rocca, e l’assessore alla Cultura del comune di Roma, Miguel Gotor. Il primo esponente di centrodestra, il secondo di centrosinistra.
Tutte le voci dell’informazione si sono concentrate sul «dito» piuttosto che sulla «luna», ovvero su un gruppo piuttosto nutrito di fascisti (circa 200 persone) che hanno poi ricordato i loro defunti camerati con il “presente” e il saluto romano.
I finti democratici e progressisti hanno subito gridato allo scandalo, e hanno così trovato il modo di affermare – solo a parole – una qualche differenza tra il governo e le “opposizioni”. Basti ricordare la presenza di Gotor, “dietrologo” di centrosinistra, per capire quanta poca distanza ci sia…
Lasciamo da parte il fatto in sé. Quei 200 fascisti andrebbero naturalmente perseguiti per l’esaltazione dei crimini che il fascismo (non solo nel Ventennio, ma anche dopo) ha commesso.
Ma non c’è nessun “nuovo” scandalo: basta una rapida ricerca su Google, e vediamo come questa scenetta si ripeta ogni anno. Qualsiasi sia il governo, chiunque amministri la Regione Lazio. Se è sempre avvenuto, è perché nessuno ha mai voluto impedire che accadesse.
A parte i sinceri antifascisti, si intende. Quelli che appunto sanno bene che lo sdoganamento del fascismo è avvenuto già da tempo, che è stato portato avanti sistematicamente dall’attuale classe dirigente, che all’interno di essa, pur non essendo monolitica, non vi sono differenze sostanziali.
La vera notizia è che due rappresentanti delle istituzioni hanno commemorato dei fascisti.
Uno appartenente a una destra ancora ambigua, uno del centrosinistra che urla ai quattro venti di essere antifascista… Tutti e due hanno portato corone per dei fascisti. L’atto estetico del saluto romano, alla fin fine, era previsto e scontato.
Non è insomma un caso che solo su questo si può scatenare la “polemica” del giorno dopo, ad esclusivo uso dei media. Per ciò che riguarda la sostanza, son tutti d’accordo, sulle apparenze si possono scornare in pubblico per poi seguire tutti pedissequamente le linee euroatlantiche.
Del resto, pur con le differenze dovute alla distanza nel tempo, quelle linee sono le stesse dei membri del MSI. Sono tutti dalla stessa parte, e perciò Rocca e Gotor non hanno problemi a ricordare dei fascisti e a rendere la loro morte parte di una memoria collettiva che vorrebbero “condivisa”.
Vogliono – entrambi – far passare quei tre militanti come “martiri” di una stagione di violenza politica “scatenata dalla sinistra”, durante la quale in tanti sono rimasti vittima degli «opposti estremismi».
La realtà è che la democrazia nel nostro paese è sempre stata sotto scacco dell’eversione nera guidata dagli apparati NATO, attraverso esponenti politici e forze armate nostrane.
Era la “democrazia protetta” di De Gasperi, il Piano Solo, il golpe Borghese, e poi appunto la “strategia della tensione”. Le bombe piazzate dai fascisti, i contatti coi servizi segreti e gli esplosivi dell’alleanza atlantica, tutto per contrastare il movimento dei lavoratori che alzava la testa.
Se si vanno a leggere le più recenti ricostruzioni storiografiche del periodo (quelle oneste, chiaramente…), si apprende che in pratica quasi tutti gli episodi di violenza politica tra la fine degli anni Sessanta e la metà del decennio successivo sono stati opera fascista. Chiunque ha poi cercato di garantire al paese un’alternativa a questo sistema di guerra e sfruttamento è stato etichettato come “nemico dello stato”.
Non ci può essere memoria condivisa di quel periodo. Primo, perché non abbiamo da spartire alcunché con degli stragisti, secondo perché la «pacificazione» è stata piuttosto una vendetta. La classe dirigente posa corone per i fascisti, che da sempre sono stati la loro manovalanza; mai per i tanti compagni uccisi nelle piazze (dalla polizia) o in agguati fascisti.
Da decenni, in maniera bipartisan, si sono impegnati a riabilitare i fascisti. Li hanno derubricati a nostalgici, i politici li hanno legittimati incontrandoli nelle loro sedi, gli si è dato spazio sui canali di informazione.
Sin dalla fine della Seconda guerra mondiale, vari nazisti hanno aiutato la NATO a combattere l’Unione Sovietica. La UE ha ormai “equiparato” comunismo e nazismo, si vuole far passare il genocidio dei palestinesi per “autodifesa” e i nazisti ucraini sono diventati “combattenti per la libertà”.
Fingono di scandalizzarsi per l’ennesimo braccio teso, ma hanno sdoganato e riabilitato ogni singolo fascista, passato e presente.
E questo perché i governanti della filiera euroatlantica e i fascisti fanno parte tutti della stessa «famiglia», quella dei camerieri del capitale; un gioco delle parti in cui finché le cose vanno bene allora ci si vanta della “democrazia”, ma quando le cose vanno male si sguinzagliano i picchiatori neri.
Almeno in Occidente, il movimento dei lavoratori non ha ancora la forza di impensierire il grande padronato, ma la crisi lo sta mettendo a dura prova.
Si irrigidiscono sempre di più le condizioni della dialettica sociale (basta pensare alle precettazioni degli scioperi, sempre più frequenti); e qualcuno ritiene che sia bene preparare l’opinione pubblica anche all’uso dei fascisti, se necessario.
Una classe dirigente che va cacciata via per sviluppare un’alternativa, davvero antifascista.
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I saluti romani di Acca Larentia, la polizia tedesca: “Se fosse accaduto da noi saremmo intervenuti e sarebbero scattate le denunce”
I saluti romani di Acca Larentia, la polizia tedesca: “Se fosse accaduto da noi saremmo intervenuti e sarebbero scattate le denunce”
Se fosse successo in Germania? “Ci sarebbe stato l’intervento delle forze dell’ordine e conseguenze a livello penale“.
È quanto afferma un portavoce della polizia criminale tedesca (Bka) commentando a LaPresse i saluti romani e il “presente” delle centinaia di persone schierate in formazione militare durante la commemorazione di Acca Larentia il 7 gennaio a Roma.
In Germania, infatti, “l’esibizione di simboli che richiamano al fascismo o al nazismo è perseguibile penalmente“. E “non solo durante una manifestazione”, assicura il portavoce della polizia tedesca.
“Se vengono mostrati i cosiddetti saluti hitleriani o simboli come la svastica, è automatica la denuncia penale, perché sono simboli vietati dalla Costituzione e la polizia deve intervenire immediatamente per identificare gli autori“, sottolinea il portavoce della polizia criminale ricordando che “gli articoli 86 e 86a del Codice penale vietano espressamente questo tipo di simboli”.
In Germania, infatti, chi fa il “saluto hitleriano” è punibile con una multa e rischia fino a tre anni di prigione. E può essere anche condannato per incitamento all’odio.
Tra l’altro l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (Bfv), aggiorna costantemente l’elenco delle associazioni o organizzazioni considerate estremiste o messe al bando e quello dei simboli vietati.
Una normativa, quella tedesca, molto rigida e a farne le spese sono anche i turisti. Nel settembre scorso due italiani di 24 anni sono stati fermati dalla polizia perché, durante i festeggiamenti dell’Oktoberfest di Monaco di Baviera, hanno teso le braccia al cielo per fare il saluto nazista. Sono stati denunciati per aver utilizzato simboli anticostituzionali.
Due turisti cinesi nel 2017 sono stati arrestati davanti al Reichstag di Berlino e hanno dovuto pagare una multa di 500 euro a testa per essersi messi in posa con il saluto romano per una foto-ricordo. All’inizio del 2018 un 27enne di Augusta è stato condannato per aver fatto il saluto hitleriano a degli agenti di pattuglia e ha pagato una sanzione di 2.700 euro.
Fonte
28/09/2023
La disperazione spinge la competizione a destra
La “classe politica” italiana, lo diciamo spesso, è la peggiore dell’Occidente neoliberista. Eppure riesce a peggiorare ogni giorno che passa.
Prendiamo lo “notizia” del giorno: “Stanno cercando di destabilizzare il governo attraverso il finanziamento delle ong per riempirci di clandestini e far scendere il consenso del centrodestra in Italia“.
Parola del vicesegretario della Lega Andrea Crippa, in evidente missione di avanscoperta per conto di Matteo Salvini.
“Ottant’anni fa il governo tedesco decise di invadere gli stati con l’esercito ma gli andò male, ora finanziano l’invasione dei clandestini per destabilizzare i governi che non piacciono ai social-democratici“.
È “evidente che” il governo tedesco “non vuole che in Italia governi il Centrodestra“, fanno “di tutto per mettere in difficoltà il governo italiano nella speranza di farlo cadere“.
Di fronte a questo delirio si possono utilizzare diversi piani di analisi, che quasi sempre derivano da diversi obiettivi politici (con una inversione evidente tra analisi oggettiva e azione politica).
L’area “democratica” si scandalizza e basta, convoca linguisti e storici per dimostrare quella che purtroppo non è più conoscenza sociale diffusa (dover spiegare che la Germania nazista non ci ha “invasi” perché già era qui, visto che era l’alleato del fascismo “nostrano”, è quasi imbarazzante). Tutto per sostanziare una opposizione evanescente e quasi invisibile su tutti i temi sociali, in vista delle epocali “elezioni europee” del prossimo giugno.
L’area ex missina, ora alla guida del governo e perciò costretta a tenere suo malgrado un “profilo istituzionale” compatibile con gli equilibri con il resto dell’Unione Europea – a consolidata ‘trazione franco-tedesca’ – gioca a sua volta la carta della “responsabilità”, mantenendo toni diplomaticamente accettabili per sostenere grosso modo la stessa narrazione.
L’argomento polemico con la Germania è infatti identico: il finanziamento statale di Berlino alla ong Sos Humanity, registrata per l’appunto in quel paese, che è tra i soggetti che si dedicano al salvataggio in mare, nel Mediterraneo.
Il che è certamente una sgrammaticatura pesante (una ong è un'”organizzazione non governativa” se riceve finanziamenti solo da soggetti privati), che oltretutto espone gli attivisti di quella ong nel mondo a ritorsioni di ogni genere, visto che la loro “terzietà” è smentita dai fondi governativi del paese d’origine.
Sia i leghisti più imbufaliti che i fascisti “ripuliti” stigmatizzano però questo sostegno in tutt’altro modo. I meloniani sostenendo che questo “aumenta le partenze e le tragedie in mare”, secondo la narrazione per cui i migranti sarebbero informatissimi – nel loro paese di provenienza – sul grado di ostilità del governo italiano in carica e sull’efficienza dei salvataggi in mare garantiti dalle ong (oltre che dalla guardia costiera e dai pescherecci...).
La smentita fornita dalla realtà è solare: da quando esiste questo governo, il più duro contro l’immigrazione, al punto da costringere le navi umanitarie a sbarcare i naufraghi in porti del centro nord, lontanissimi dal teatro più drammatico (il Canale di Sicilia); il governo che rifiuta i soccorsi diretti come a Cutro; il governo che risponde programmando altri lager in cui rinchiudere i naufraghi in attesa dell’espulsione... Beh, da quando esiste questo governo ferocissimo gli arrivi via mare sono quasi triplicati.
Persone normalmente razionali si chiederebbe dove hanno sbagliato (nell’interpretazione e nella gestione del fenomeno). Leghisti e fascisti cercano invece un nemico. Che, ahiloro, questa volta non è per nulla “debole”, come la Germania.
C’è un evidente disperazione, dietro questo incremento suicida della conflittualità con paesi-partner che determinano le politiche europee. Specie se fatte mentre bisogna sottoporre al vaglio della Commissione una “legge di stabilità” complicata, farraginosa, in deficit, e un PNRR che riduce seppur di poco gli obiettivi per l’impossibilità/incapacità di realizzarli.
È una disperazione non solo della miserabile classe politica che ci ritroviamo, ma anche e soprattutto della “base sociale” che rappresenta: la piccola e media borghesia, ormai vaso di coccio in una tempesta economica che va montando anche grazie alle scelte “manualistiche” della Bce.
Ma nella disperazione questa base sociale slitta progressivamente verso scelte sempre più irrazionali, improvvisate, mitologiche, muscolari. Insomma: reazionarie.
La complicazione è però data dalla “competizione a destra”, visto che due dei tre partiti della maggioranza – inutile considerare anche la microscopica pattuglia di Lupi... – condividono e si spartiscono i consensi sull’identica piattaforma “valoriale”.
Per chi è abituato al progressivo slittamento a destra anche del sedicente “centrosinistra” si può quasi prevedere il momento in cui qualcuno proporrà di stringere accordi o convogliare voti verso la Meloni pur di “fermare la Lega e Salvini”. La madre degli imbecilli, com’è noto...
Sta di fatto, comunque, che il percorso verso le elezioni europee sarà parecchio tempestoso, soprattutto a causa di questa competizione tra fascistoidi. Con Salvini che prova a costruire il “fronte” di ultradestra con Le Pen e i nazionalisti tedeschi dell’AfD, mentre Giorgia Meloni si “democristianizza” per navigare meglio tra gli scogli di Bruxelles.
Queste elezioni europee perciò rischiano di diventare moderatamente importanti, non perché il Parlamento europeo conti qualcosa (non è dotato del potere legislativo, unico al mondo, ma può solo non approvare alcune delle decisioni della Commissione), ma per il “segno” che verrà impresso ad una Unione Europea sotto stress tra crisi economica, guerra in Ucraina, incertezze sull’orientamento dell’”alleato americano” (a sua volta in piena campagna elettorale tra due anziani tromboni), crisi climatica e demografica.
Ma tutta unita nel tutelare gli interessi prioritari delle grandi imprese multinazionali e nel comprimere le condizioni di vita dei ceti popolari.
Fonte
Prendiamo lo “notizia” del giorno: “Stanno cercando di destabilizzare il governo attraverso il finanziamento delle ong per riempirci di clandestini e far scendere il consenso del centrodestra in Italia“.
Parola del vicesegretario della Lega Andrea Crippa, in evidente missione di avanscoperta per conto di Matteo Salvini.
“Ottant’anni fa il governo tedesco decise di invadere gli stati con l’esercito ma gli andò male, ora finanziano l’invasione dei clandestini per destabilizzare i governi che non piacciono ai social-democratici“.
È “evidente che” il governo tedesco “non vuole che in Italia governi il Centrodestra“, fanno “di tutto per mettere in difficoltà il governo italiano nella speranza di farlo cadere“.
Di fronte a questo delirio si possono utilizzare diversi piani di analisi, che quasi sempre derivano da diversi obiettivi politici (con una inversione evidente tra analisi oggettiva e azione politica).
L’area “democratica” si scandalizza e basta, convoca linguisti e storici per dimostrare quella che purtroppo non è più conoscenza sociale diffusa (dover spiegare che la Germania nazista non ci ha “invasi” perché già era qui, visto che era l’alleato del fascismo “nostrano”, è quasi imbarazzante). Tutto per sostanziare una opposizione evanescente e quasi invisibile su tutti i temi sociali, in vista delle epocali “elezioni europee” del prossimo giugno.
L’area ex missina, ora alla guida del governo e perciò costretta a tenere suo malgrado un “profilo istituzionale” compatibile con gli equilibri con il resto dell’Unione Europea – a consolidata ‘trazione franco-tedesca’ – gioca a sua volta la carta della “responsabilità”, mantenendo toni diplomaticamente accettabili per sostenere grosso modo la stessa narrazione.
L’argomento polemico con la Germania è infatti identico: il finanziamento statale di Berlino alla ong Sos Humanity, registrata per l’appunto in quel paese, che è tra i soggetti che si dedicano al salvataggio in mare, nel Mediterraneo.
Il che è certamente una sgrammaticatura pesante (una ong è un'”organizzazione non governativa” se riceve finanziamenti solo da soggetti privati), che oltretutto espone gli attivisti di quella ong nel mondo a ritorsioni di ogni genere, visto che la loro “terzietà” è smentita dai fondi governativi del paese d’origine.
Sia i leghisti più imbufaliti che i fascisti “ripuliti” stigmatizzano però questo sostegno in tutt’altro modo. I meloniani sostenendo che questo “aumenta le partenze e le tragedie in mare”, secondo la narrazione per cui i migranti sarebbero informatissimi – nel loro paese di provenienza – sul grado di ostilità del governo italiano in carica e sull’efficienza dei salvataggi in mare garantiti dalle ong (oltre che dalla guardia costiera e dai pescherecci...).
La smentita fornita dalla realtà è solare: da quando esiste questo governo, il più duro contro l’immigrazione, al punto da costringere le navi umanitarie a sbarcare i naufraghi in porti del centro nord, lontanissimi dal teatro più drammatico (il Canale di Sicilia); il governo che rifiuta i soccorsi diretti come a Cutro; il governo che risponde programmando altri lager in cui rinchiudere i naufraghi in attesa dell’espulsione... Beh, da quando esiste questo governo ferocissimo gli arrivi via mare sono quasi triplicati.
Persone normalmente razionali si chiederebbe dove hanno sbagliato (nell’interpretazione e nella gestione del fenomeno). Leghisti e fascisti cercano invece un nemico. Che, ahiloro, questa volta non è per nulla “debole”, come la Germania.
C’è un evidente disperazione, dietro questo incremento suicida della conflittualità con paesi-partner che determinano le politiche europee. Specie se fatte mentre bisogna sottoporre al vaglio della Commissione una “legge di stabilità” complicata, farraginosa, in deficit, e un PNRR che riduce seppur di poco gli obiettivi per l’impossibilità/incapacità di realizzarli.
È una disperazione non solo della miserabile classe politica che ci ritroviamo, ma anche e soprattutto della “base sociale” che rappresenta: la piccola e media borghesia, ormai vaso di coccio in una tempesta economica che va montando anche grazie alle scelte “manualistiche” della Bce.
Ma nella disperazione questa base sociale slitta progressivamente verso scelte sempre più irrazionali, improvvisate, mitologiche, muscolari. Insomma: reazionarie.
La complicazione è però data dalla “competizione a destra”, visto che due dei tre partiti della maggioranza – inutile considerare anche la microscopica pattuglia di Lupi... – condividono e si spartiscono i consensi sull’identica piattaforma “valoriale”.
Per chi è abituato al progressivo slittamento a destra anche del sedicente “centrosinistra” si può quasi prevedere il momento in cui qualcuno proporrà di stringere accordi o convogliare voti verso la Meloni pur di “fermare la Lega e Salvini”. La madre degli imbecilli, com’è noto...
Sta di fatto, comunque, che il percorso verso le elezioni europee sarà parecchio tempestoso, soprattutto a causa di questa competizione tra fascistoidi. Con Salvini che prova a costruire il “fronte” di ultradestra con Le Pen e i nazionalisti tedeschi dell’AfD, mentre Giorgia Meloni si “democristianizza” per navigare meglio tra gli scogli di Bruxelles.
Queste elezioni europee perciò rischiano di diventare moderatamente importanti, non perché il Parlamento europeo conti qualcosa (non è dotato del potere legislativo, unico al mondo, ma può solo non approvare alcune delle decisioni della Commissione), ma per il “segno” che verrà impresso ad una Unione Europea sotto stress tra crisi economica, guerra in Ucraina, incertezze sull’orientamento dell’”alleato americano” (a sua volta in piena campagna elettorale tra due anziani tromboni), crisi climatica e demografica.
Ma tutta unita nel tutelare gli interessi prioritari delle grandi imprese multinazionali e nel comprimere le condizioni di vita dei ceti popolari.
Fonte
09/09/2023
Bertolucci, Bresson, Mann e Favino
Per temperare in qualche modo la polemica scaturita in questi giorni dalle dichiarazioni di PIERFRANCESCO FAVINO, peraltro riciclate da una retorica protezionistica tanto miserabile quanto vetusta (quante volte abbiamo ascoltato rivendicazioni simili!), forse conviene rifarsi alla filosofia dell’autore (e che autore!) finito nel mirino del j’accuse: MICHAEL MANN.
Nel suo cinema denso e tellurico, MANN si è trovato altre volte, prima di questo suo FERRARI, ad avere a che fare con personaggi ispirati a persone reali. Accade in INSIDER, ispirato alla vicenda di un biochimico che sfida l’industria del tabacco per svelarne i letali segreti.
Per quel film del 1999 MANN dichiarò esplicitamente di non aver affatto cercato i suoi protagonisti basandosi sulle somiglianze fisiche, culturali o tantomeno anagrafiche dei personaggi che voleva raccontare. In quel caso, puramente e semplicemente, MANN cercò attori che rispondessero allo “spirito del ruolo”.
Ed è proprio questo che deve fare un regista quando si mette a ricercare l’unica realtà che dovrebbe interessarlo, ossia la realtà del proprio film.
È questo che dovrebbe fare perché la realtà, a cinema, non è mai il reale (non lo è mai stato, nemmeno nelle paradigmatiche opere del neorealismo). Perché in un film l’impressione di verità è più importante di qualunque verosimiglianza (e per ribadirlo non c’è bisogno di scomodare le teorie di BAZIN o, per altri versi, di DELEUZE).
Per questa polemica relativa all’utilizzo di un attore straniero per un personaggio italiano basterebbe un esempio illuminante: quello di NOVECENTO, film del 1976 per il quale il regista BERTOLUCCI chiamò STERLING HAYDEN e GERARD DEPARDIEU a interpretare contadini emiliani e BURT LANCASTER con ROBERT DE NIRO e DONALD SUTHERLAND per i borghesi durante l’autunno e l’inverno del fascismo.
Chi ha il coraggio di sostenere che quella di BERTOLUCCI sia stata solo una paraculata fatta per ragioni commerciali, o magari una soluzione imposta dai produttori associati o dalla 20th Century Fox che distribuì il film?
Grazie a quella scelta (a suo tempo contestatissima e con motivazioni simili a quelle favinesche), NOVECENTO ha acquistato un valore aggiunto, quello di essere un film che del suo autore esprime l’amore forsennato e divorante per la storia (la sua concezione materialistica) come per il cinema.
Grazie a questa scelta poetica che non tiene conto di veridicità etniche e culturali, BERTOLUCCI ci dice che la storia e il cinema hanno bisogno l’uno dell’altro. E questo perché entrambe hanno bisogno del mito per essere decifrate e comprese.
E al fine di smentire l’essenza stessa di questa polemica protezionistica di FAVINO sull’usurpazione degli stranieri basta recuperare la filosofia di un altro maestro che non smette d’ispirarci, ROBERT BRESSON (un cineasta che puntava al mistero del vero più che all’evidenza di ogni naturalismo), il quale raccomandava ai suoi attori di vivere nel film che stavano interpretando come se si ritrovassero “in un paese straniero”.
Le migliori performance dei film della nostra vita sono state quelle di interpreti che, in un modo o nell’altro (presi dalla strada o meno) ci appaiono smarriti, ospiti inquieti del film nel quale sono stati chiamati a rappresentare niente di più che qualche traccia di realtà.
Fonte
Nel suo cinema denso e tellurico, MANN si è trovato altre volte, prima di questo suo FERRARI, ad avere a che fare con personaggi ispirati a persone reali. Accade in INSIDER, ispirato alla vicenda di un biochimico che sfida l’industria del tabacco per svelarne i letali segreti.
Per quel film del 1999 MANN dichiarò esplicitamente di non aver affatto cercato i suoi protagonisti basandosi sulle somiglianze fisiche, culturali o tantomeno anagrafiche dei personaggi che voleva raccontare. In quel caso, puramente e semplicemente, MANN cercò attori che rispondessero allo “spirito del ruolo”.
Ed è proprio questo che deve fare un regista quando si mette a ricercare l’unica realtà che dovrebbe interessarlo, ossia la realtà del proprio film.
È questo che dovrebbe fare perché la realtà, a cinema, non è mai il reale (non lo è mai stato, nemmeno nelle paradigmatiche opere del neorealismo). Perché in un film l’impressione di verità è più importante di qualunque verosimiglianza (e per ribadirlo non c’è bisogno di scomodare le teorie di BAZIN o, per altri versi, di DELEUZE).
Per questa polemica relativa all’utilizzo di un attore straniero per un personaggio italiano basterebbe un esempio illuminante: quello di NOVECENTO, film del 1976 per il quale il regista BERTOLUCCI chiamò STERLING HAYDEN e GERARD DEPARDIEU a interpretare contadini emiliani e BURT LANCASTER con ROBERT DE NIRO e DONALD SUTHERLAND per i borghesi durante l’autunno e l’inverno del fascismo.
Chi ha il coraggio di sostenere che quella di BERTOLUCCI sia stata solo una paraculata fatta per ragioni commerciali, o magari una soluzione imposta dai produttori associati o dalla 20th Century Fox che distribuì il film?
Grazie a quella scelta (a suo tempo contestatissima e con motivazioni simili a quelle favinesche), NOVECENTO ha acquistato un valore aggiunto, quello di essere un film che del suo autore esprime l’amore forsennato e divorante per la storia (la sua concezione materialistica) come per il cinema.
Grazie a questa scelta poetica che non tiene conto di veridicità etniche e culturali, BERTOLUCCI ci dice che la storia e il cinema hanno bisogno l’uno dell’altro. E questo perché entrambe hanno bisogno del mito per essere decifrate e comprese.
E al fine di smentire l’essenza stessa di questa polemica protezionistica di FAVINO sull’usurpazione degli stranieri basta recuperare la filosofia di un altro maestro che non smette d’ispirarci, ROBERT BRESSON (un cineasta che puntava al mistero del vero più che all’evidenza di ogni naturalismo), il quale raccomandava ai suoi attori di vivere nel film che stavano interpretando come se si ritrovassero “in un paese straniero”.
Le migliori performance dei film della nostra vita sono state quelle di interpreti che, in un modo o nell’altro (presi dalla strada o meno) ci appaiono smarriti, ospiti inquieti del film nel quale sono stati chiamati a rappresentare niente di più che qualche traccia di realtà.
Fonte
05/10/2022
Guerra in Ucraina - Una analisi della situazione sul fronte e nelle retrovie
Riprendiamo e pubblichiamo questa lucida analisi della situazione militare sul fronte della guerra in Ucraina di Gianandrea Gaiani, analista e direttore del sito specializzato Analisi Difesa. In questi mesi ed anche in questa fase della guerra, Gaiani ha esaminato con lucidità e oggettività la situazione senza indulgere alle tentazioni della propaganda di guerra. Buona lettura.
*****
I russi perdono terreno sui fronti ucraini: polemiche a Mosca
I russi perdono terreno sui fronti ucraini: polemiche a Mosca
Sembrano trovare conferme in queste ore le notizie di fonte ucraina di progressi per ora contenuti sul fronte meridionale. Il ministero della Difesa russo riferisce che duri scontri si registrano nella regione di Mylokayiv e vicino ad Andriyvka, nella regione di Kherson dove i russi cercano di mantenere il controllo dei territori a nord del Dnepr e gli ucraini attaccano dalla testa di ponte a sud del fiume Ingulets.
Kiev ha reso noto di aver conquistato due insediamenti (Arkhanhelske e Myrolyubivka) e di aver sfondato le linee russe lungo il fiume Dnepr puntando verso Novaya Kakhovka, scendendo da est verso ovest lungo il corso del Dnepr, settore in cui Mosca ammette che sono in corso aspri scontri.
Il segretario della Difesa Usa, Llyod Austin parla di “progressi” in questo settore anche se più lenti rispetto al fronte di Kharkiv/Donetsk dove nel corso del fine settimana è stata riconquistata Lyman.
Nella tarda mattinata del 3 ottobre le forze russe avrebbero fermato l’avanzata delle truppe ucraine lungo il fiume Dnepr, nella regione di Kherson a circa 100 chilometri dall’omonima città, secondo quanto dichiarato all’agenzia di stampa russa TASS dal vice capo dell’amministrazione militare civile della regione, Kirill Stremusov.
“Hanno fatto un tentativo, avanzando lungo il Dnepr ma sono stati respinti e vengono bombardati. C’è stata un’avanzata e sono stati distrutti. Non avanzano più”, ha detto Stremousov, che in precedenza aveva ammesso “un piccolo avanzamento delle unità ucraine”. Secondo la TASS, le forze ucraine stavano avanzando in direzione di Dudchany, località sulle rive del Dnepr.
Nonostante l’offensiva ucraina su tutto il fronte meridionale sia in atto ormai da un mese (secondo diverse fonti con elevate perdite tra le truppe di Kiev) i russi finora sembravano riuscire a contenerla impedendo al nemico di riconquistare i territori oltre il Dnepr inclusa la città di Kherson annessa ufficialmente con l’intero “oblast” omonimo alla Federazione Russa in seguito ai recenti referendum.
Un eventuale cedimento su questo fronte, a cui Mosca ha garantito la priorità convogliandovi le riserve disponibili a discapito della Difesa sui fronti di Kharkiv e Donetsk, rappresenterebbe uno smacco con la rinuncia a territori conquistati nelle fasi iniziali dell’operazione speciale avviata il 24 febbraio.
Da Lyman a Kremina
Il 2 ottobre le forze russe hanno completato il ritiro da Lyman dopo che gli ucraini erano avanzati fino a minacciare di aggirare e circondare il centro abitato isolandovi la guarnigione di circa 5mila militari russi e delle milizie del Donbass.
La ritirata russa da Lyman e da Torske (a ovest di Lyman) da un lato alleggerisce la pressione russa verso Slovyansk e Kramatorsk, obiettivi-chiave dei piani di Mosca per la conquista dell’intero oblast di Donetsk, dall’altro consente agli ucraini di puntare verso l’oblast di Luhansk e di minacciare Severodonetsk e Lysychansk, conquistate dai russi all’inizio dell’estate.
Il ministero della Difesa di Mosca aveva confermato già il 1° ottobre il ritiro da Lyman. “A causa della minaccia di essere accerchiate, le truppe alleate si sono ritirate dall’insediamento di Krasny Lyman su linee più favorevoli. Nonostante le perdite subite, avendo una superiorità significativa di forze e di mezzi il nemico continua la sua offensiva”.
In effetti gli ucraini continuano a premere a nord di Lyman e le nuove linee russe sembrano essere arretrate di circa 20 chilometri, intorno a Kremina, dove peraltro le autorità della Repubblica popolare di Donetsk segnalano attacchi ucraini tesi a sfondare le linee di difesa russe.
“Dopo che abbiamo dovuto lasciare Lyman, i nostri militari si sono trincerati alla periferia di Kreminna e la situazione è piuttosto calda”, ha detto al canale Soloviev Live il portavoce militare Andrei Marochko.
Il portavoce del Gruppo Orientale delle Forze Armate ucraine, Serhiy Cherevaty, ha annunciato che per le forze russe “ora è molto importante mantenere Kreminna” perché la sua conquista aprirebbe alle truppe ucraine la riconquista della regione di Lugansk e di Severodonetsk e Lysychansk.
Una conferma che i russi continuano a soffrire una forte carenza di truppe aggravata ulteriormente dalla superiorità numerica degli ucraini che sembrano voler buttare nella mischia tutte le riserve disponibili per sostenere le controffensive sui due fronti nonostante perdite molto elevate.
Secondo Kiev le autorità russe puntano alla mobilitazione forzata nei territori occupati dell’Ucraina mentre sarebbero non meno di 100 mila i riservisti russi che entro le prossime settimane di ottobre potrebbero già essere schierati sui fronti ucraini dove i russi restano all’offensiva solo sui fronti di Bakhmut e Avdivka, nella regione di Donetsk.
La Russia ammette peraltro difficoltà burocratiche (dovute probabilmente al mancato aggiornamento delle liste del personale richiamabile) nella rapida mobilitazione dei 300 mila riservisti, necessari a bilanciare la mobilitazione generale ucraina che ha permesso a Kiev di mettere in campo in questi mesi forze stimate in quasi mezzo milione di combattenti incluse Guardia Nazionale e Milizia Territoriale.
Polemiche a Mosca
Dopo le polemiche esplose in diverse regioni russe dove si evidenziavano ingenti richiami di uomini appartenenti alle minoranze, in Yacuzia (Siberia Orientale) circa 300 persone sono state rimandate a casa dopo essere state chiamate alle armi per errore, come ha riferito il capo della Camera civica regionale Nikolay Bugayev, ripreso dall’agenzia di stampa statale russa TASS.
Lo stesso Putin ha ammesso gli errori nella mobilitazione rivolgendosi al Consiglio di Sicurezza Nazionale: “Durante questa campagna di mobilitazione vengono sollevate molte domande e dobbiamo correggere prontamente i nostri errori e non ripeterli”.
Sui media russi intanto si esprimono critiche anche per il mancato controllo completo dei territori dei quattro “oblast” annessi e per l’incapacità di sostenere e rinforzare la guarnigione di Lyman (elemento evidenziato anche dal think-tank statunitense Insititute for the Study of the War - ISW) mentre sui canali televisivi di stato non si nasconde che la situazione militare è difficile.
Eclatanti le critiche espresse dal leader ceceno Ramzan Kadyrov al comandante delle forze russe sul Fronte Centrale in Ucraina, il colonnello generale Alexander Lapin, per aver fallito nel settore di Lyman e addirittura al capo di stato maggiore generale, il generale dell’esercito Valery Gerasimov, di aver coperto i fallimenti di Lapin.
A Kadyrov (che aveva evocato persino il ricorso alle armi nucleari tattiche) ha risposto oggi il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha ribadito come “la Repubblica cecena ha dato un grande contributo alla conduzione dell’operazione speciale” e che “Kadyrov fin dall’inizio l’operazione militare speciale ha fatto molto, ha dato un contributo molto grande e continua a darlo”. Tuttavia “nei momenti difficili, le emozioni dovrebbero essere comunque escluse dal processo decisionale, per il quale preferiamo comunque attenerci a valutazioni molto equilibrate e oggettive”.
Le critiche del leader ceceno sono state condivise dal proprietario del Gruppo Wagner i cui contractors hanno svolto un ruolo non secondario nel conflitto. Tali critiche, espresse da due fedelissimi di Putin, sono state riprese da blog e canali televisivi e sembrano voler accentuare le critiche ai vertici militari probabilmente con un duplice obiettivo.
Da in lato proteggere il Cremlino dall’ombra della sconfitta e delle difficoltà sul campo di battaglia e dall’altro sottolineare il ruolo e la motivazione delle truppe e milizie “irregolari” (come quelle cecene e del Gruppo Wagner) rispetto alle forze armate regolari indicate come afflitte da inefficienza e corruzione.
A Mosca sembra quindi si cerchi un capro espiatorio per questa ennesima ritirata che riduce a circa il 20 per cento il territorio ucraino sotto controllo russo ma il rischio è di minare la compattezza della leadership politica e militare russa.
Anche perché, come rileva l’ISW, fonti in Russia come in Ucraina rilevano che la decisione di continuare a rafforzare il fronte meridionale di Kherson e Zaporizhia a discapito del fronte del Donbass è stata senza dubbio una scelta politica, confermata anche dopo lo sfondamento delle linee sul Fronte settentrionale, nell’oblast di Kharkhiv, da cui i russi si sono ritirati lasciando al nemico Izyum e Kupyansk.
Fonte
06/07/2020
Imagine, John Lennon is a communist
Troviamo abbastanza stucchevole la polemica su Imagine definita – da una leghista che non menzioniamo neppure – una canzone marxista, cioè in pratica, nella loro visione della politica simile ai pesci rossi in una boccetta piccola di vetro, comunista.
Ma da maniaci deviati beatlesiani e contemporaneamente da comunisti, ci pare tuttavia utile spiegare alcune cose.
John Lennon nasce come working class hero e generico ribelle. E – diventato famoso – emergono sempre più i suoi caratteri anarcoidi e antisistema. Ma è pur sempre un machoist Liverpudlian, ne sa qualcosa la prima moglie Cynthia.
Poi arriva il ciclone Yoko Ono, e molto cambia. Matura, diciamo meglio.
In Revolution del ’68 canta contro chi sfila per le strade con l’effige del Chairman Mao, ma poi affiora il famoso verso modificato:
“But when you talk about destruction, don’t you know that you can count me out... IN“. Da “fuori” il movimento, a “dentro“, con una parola. Meraviglioso: e da quel momento, John (e Yoko) non si sarebbero più fermati.
Lennon si trasferisce a NY, frequenta Angela Davis, John Sinclair e la scena radical newyorkese, si spende con Yoko in molte cause.
Esce Power to the people, nel 1971.
“A million workers working for nothing, you better give ‘em what they really own. We got to put you down, when we come into town, singing power to the people!”. Tutti la cantano, nelle manifestazioni, nel mondo anglosassone.
John in copertina è ritratto a pugno chiuso, con l’elmetto del movimento rivoluzionario studentesco Zengakuren, mitico per chi conosce l’incredibile ’68 in Giappone.
Lennon viene schedato dall'FBI, Nixon fa di tutto per cacciarlo, poi nel ’75 nasce Sean e arriva la green card.
Ciononostante, Imagine è un grande capolavoro e inno pacifista. Anche anticonfessionale (and no religion too, above us, only sky), ma ha un linguaggio troppo alto, troppo bello per essere capito da un leghista.
Ma basterebbe che avessero guardato una volta il video, lui con Yoko, tutti in bianco, grande pace e calma in quegli occhi miopi dietro gli occhialini tondi, per capire come Imagine sia qualcosa di etereo e visionario: imaggina che non ci sia proprietà privata, che non ci siano confini e nazioni.
Qui sì, certo, è almost Marxist: come lo siamo un po’ tutti. Parlo di quelli con un minimo di decenza interna, ovviamente. Immagina tutto il mondo come una cosa sola: sarò anche un visionario, ma spero che un giorno anche tu ti unirai a noi. È sottinteso un approccio nonviolento, mica la lotta armata, mi sembra.
Quindi anche l’arruolamento postumo di Lennon come “comunista” è a nostro parere una forzatura. Se proviene da destra, paceamen. Se arriva da sinistra, ad essere un po’ cattivi verrebbe da chiedere: sì, ma di quale dei settantasette partiti e partitini italiani, esattamente? Ma non facciamoci del male: già ride la gazza, nera sugli aranci.
Lennon, grazie a Yoko, divenne un radical, un rivoluzionario, un pacifista, un femminista, un antirazzista, una figura di riferimento nelle battaglie per i diritti civili in USA.
Chi conosce almeno un po’ la politica in USA sa cosa vuol dire tutto questo: a chiamarlo “communist” c’erano solo Elvis Presley, Edgar Hoover, Nixon ed – ora – i leghisti italiani.
Ridiamoci su, magari dando loro ragione, ma scherzosamente e senza prenderci troppo sul serio, mi raccomando. “Sììì, Lennon era comunista cosììì“, come Mario Brega, attenti a voi, che cantando Imagine i bambini diventano subito comunisti! Ed iniziano a mangiarsi fra loro.
PS – Qui in nota, per chi frequenta l’idioma inglese, un bell’articolo su come Lennon fu il riferimento per tantissimi giovani rivoluzionari, negli USA. E la sua foto con elmetto e pugno chiuso, che, come abbiamo visto, va contestualizzata.
Fonte
Ma da maniaci deviati beatlesiani e contemporaneamente da comunisti, ci pare tuttavia utile spiegare alcune cose.
John Lennon nasce come working class hero e generico ribelle. E – diventato famoso – emergono sempre più i suoi caratteri anarcoidi e antisistema. Ma è pur sempre un machoist Liverpudlian, ne sa qualcosa la prima moglie Cynthia.
Poi arriva il ciclone Yoko Ono, e molto cambia. Matura, diciamo meglio.
In Revolution del ’68 canta contro chi sfila per le strade con l’effige del Chairman Mao, ma poi affiora il famoso verso modificato:
“But when you talk about destruction, don’t you know that you can count me out... IN“. Da “fuori” il movimento, a “dentro“, con una parola. Meraviglioso: e da quel momento, John (e Yoko) non si sarebbero più fermati.
Lennon si trasferisce a NY, frequenta Angela Davis, John Sinclair e la scena radical newyorkese, si spende con Yoko in molte cause.
Esce Power to the people, nel 1971.
“A million workers working for nothing, you better give ‘em what they really own. We got to put you down, when we come into town, singing power to the people!”. Tutti la cantano, nelle manifestazioni, nel mondo anglosassone.
John in copertina è ritratto a pugno chiuso, con l’elmetto del movimento rivoluzionario studentesco Zengakuren, mitico per chi conosce l’incredibile ’68 in Giappone.
Lennon viene schedato dall'FBI, Nixon fa di tutto per cacciarlo, poi nel ’75 nasce Sean e arriva la green card.
Ciononostante, Imagine è un grande capolavoro e inno pacifista. Anche anticonfessionale (and no religion too, above us, only sky), ma ha un linguaggio troppo alto, troppo bello per essere capito da un leghista.
Ma basterebbe che avessero guardato una volta il video, lui con Yoko, tutti in bianco, grande pace e calma in quegli occhi miopi dietro gli occhialini tondi, per capire come Imagine sia qualcosa di etereo e visionario: imaggina che non ci sia proprietà privata, che non ci siano confini e nazioni.
Qui sì, certo, è almost Marxist: come lo siamo un po’ tutti. Parlo di quelli con un minimo di decenza interna, ovviamente. Immagina tutto il mondo come una cosa sola: sarò anche un visionario, ma spero che un giorno anche tu ti unirai a noi. È sottinteso un approccio nonviolento, mica la lotta armata, mi sembra.
Quindi anche l’arruolamento postumo di Lennon come “comunista” è a nostro parere una forzatura. Se proviene da destra, paceamen. Se arriva da sinistra, ad essere un po’ cattivi verrebbe da chiedere: sì, ma di quale dei settantasette partiti e partitini italiani, esattamente? Ma non facciamoci del male: già ride la gazza, nera sugli aranci.
Lennon, grazie a Yoko, divenne un radical, un rivoluzionario, un pacifista, un femminista, un antirazzista, una figura di riferimento nelle battaglie per i diritti civili in USA.
Chi conosce almeno un po’ la politica in USA sa cosa vuol dire tutto questo: a chiamarlo “communist” c’erano solo Elvis Presley, Edgar Hoover, Nixon ed – ora – i leghisti italiani.
Ridiamoci su, magari dando loro ragione, ma scherzosamente e senza prenderci troppo sul serio, mi raccomando. “Sììì, Lennon era comunista cosììì“, come Mario Brega, attenti a voi, che cantando Imagine i bambini diventano subito comunisti! Ed iniziano a mangiarsi fra loro.
PS – Qui in nota, per chi frequenta l’idioma inglese, un bell’articolo su come Lennon fu il riferimento per tantissimi giovani rivoluzionari, negli USA. E la sua foto con elmetto e pugno chiuso, che, come abbiamo visto, va contestualizzata.
Fonte
08/01/2020
Il braccio violento della Lega
Occuparsi di politica italiana, in questi giorni, o addirittura di Rai, può giustamente esser visto come un perdere tempo in bazzecole inutili. Però anche queste sono rivelatrici del tempo che stiamo vivendo. Un po’ come il cinema dei “telefoni bianchi”, tutto mossette e romanticismi, mentre nel mondo reale si gonfiavano gli arsenali e si correva verso la Seconda guerra mondiale.
La storiella di Rula Jebreal, prima invitata a intrattenere nel festival di Sanremo e poi “respinta” su pressing della Lega e del protofascista Maurizio Gasparri (!), sembrava una classica roba da Repubblica: molto scandalo per una poco equa spartizione dei posti intorno allo spettacolo più ripetitivo della tv italica.
E in effetti è finita proprio in questo modo, con il classico “compromesso” tra l’ala Rai che fa riferimento all’“azionista di riferimento” Salvini e quella che fa lo stesso con in mente il Pd. Invece di tre serate una sola, e tutti soddisfatti.
Non c’è diversità sostanziale tra i due schieramenti, tranne che per la retorica dominante nel rispettivo “discorso pubblico”: ferocemente reazionario nel primo caso, “fuffoso” nel secondo.
Ma alla fine un accordo si trova. Sempre.
Questo intervento di Marco Ferri, tra i più noti creativi italiani, segnala giustamente questa distanza, ma anche quanto sia breve...
Solo l’intervento del dg Salini salva in extremis la Rai dal peggio di sé.
Non amo il Festival di Sanremo, è un programmone televisivo, non più un festival della canzone italiana. Si giocano partite incrociate tra discografici, inserzionisti pubblicitari, indici d’ascolto. Per tenerlo su di audience ogni anno ha bisogno di trovare qualcosa che lo renda attuale.
Credo sia stato Pippo Baudo a inventare la formula magica del collegamento con l’attualità, magari anche con finti scoop, che facessero rimbalzare la notorietà sulla stampa e di conseguenza rimpallare nel dibattito pubblico. Ebbe l’ardire di definire il festival “nazional-popolare”, che se lo avesse sentito Gramsci lo avrebbe fulminato con una delle sue righe taglienti sui Quaderni. Baudo, invece si suicidò da solo. E passò i guai che passò per riuscire a tornare in Rai.
Che ancora oggi siano in molti ad assistere alle serate televisive del Festival è uno di quei fenomeni residuali della tv generalista. Come dire: finché dura fa verdura. Il Festival è una pietanza per l’Auditel.
Non ho nessuna stima per Amadeus. Anzi, non l’avevo, finché non ha avuto l’idea di invitare al Festival Rula Jebreal a parlare di violenza sulle donne. Come diceva Margherite Yourcenar, “nessuno è così pazzo da non avere almeno un moggio di saggezza”. Parlo per me, ovviamente. Non è che adesso io abbia cambiato opinione su di lui. Però non posso non riconoscergli che l’idea di coinvogere Rula Jebreal sul tema era una buona idea, che avrebbe avuto successo.
Per quanto provi simpatia per lei e le cose che spesso le ho sentito dire, non ho una particolare predilizione per il lavoro di Rula Jebreal: mi dà un poco fastidio il giornalismo che “surfa” tra la sensazione e l’intrattenimento. Avremmo bisogno di informazione, genuina e nutriente, ma questa è un’altra storia.
Rula Jebreal è stata prima ingaggiata poi le è stato chiesto di essere lei a fare un passo indietro. Lanciare il sasso per poi nascondere la mano è roba da piccoli gerarchi. Uno può dire: mi scusi, abbiamo cambiato idea sulla conduzione. Ogni giorno, in tutto il mondo, si fanno o non si perfezionano contratti di consulenza o collaborazione. Ma quella richiesta è stato un atto di violenza, gratuita e vigliacca. Ha fatto bene, dunque, a rendere pubblica la cosa, con un intervista a Gad Lerner che appare oggi su Repubblica. C’è un passaggio che mi ha gelato il sangue, quando dice del suicidio di sua madre, dopo una violenza sessuale. Ecco, la violenza, appunto.
Secondo Rula Jebreal, tutto sarebbe partito dalla direttrice di Rai Uno, braccio violento della Lega di Salvini. Come sia possibile avergli permesso di sequestrare il servizio pubblico e trasformarlo in servizio privato, strumento della sua macchina propagandistica è una delle schifezze del nostro sistema politico e del ruolo che esercita sul sistema radiotelevisivo italiano. La Rai non è mai stato un luogo salubre, ma siamo arrivati a livelli tali che si preferiscono i flop piuttosto che mollare la presa del potere politico sui palinsesti.
Alla fine, è dovuto intervenire il direttore generale Salini – con un compromesso che ha rimesso in gioco Rula Jebreal – a mettere pace tra Amadeus, che c’aveva messo la faccia, e Teresa De Santis, il cui zelo leghista avrebbe fatto fare una figura penosa al servizio pubblico.
Ma è solo un pannicello caldo. Mi pare sia giunto il momento di tirare una riga e smetterla di subire o peggio di far finta di niente. Bisogna prendere atto che nel servizio pubblico radiotelevisivo italiano si vìola il principio della libertà di parola e di pensiero. Che si fa propaganda e non informazione. Che al pluralismo si è sostituita la calcolatrice del servilismo. “In Rai non si censura nessuno”, dice Salini come a timbrare l’esatto contrario.
E a confermare che questa situazione ha complicità smaccate: cosa fa la Commissione parlamentare di vigilanza? Il presidente e i membri del cda della Rai? Il sindacato dei giornalisti? I comitati di redazione? I funzionari e i dipendenti Rai? E per arrivare fino in fondo al sistema: cosa fanno gli inserzionisti pubblicitari? Investono budget nella tv generalista, cioè per tutti, o foraggiano una linea editoriale che applica la “conventio ad excludendum” nei confronti dei nuovi italiani, degli immigrati, dei gay, degli ambientalisti, del gender gap, della violenza di genere, dei giovani senza una prospettiva credibile, e più in generale di coloro e sono tanti, molti di più degli hater manovrati dalla Bestia salviniana, insomma, di tutti coloro che hanno del mondo una visione aperta, dialogante, plurale, e che per questo ripudiano il fascismo, il razzismo, il sessismo, l’antisemitismo, l’omofobia, l’islamofobia, la xenofobia, il militarismo?
Se la Rai è diventato il braccio violento della Lega di Salvini e Teresa De Santis invece che la direttrice della rete ammiraglia del servizio pubblico fa la buttafuori di viale Mazzini è solo perché glielo stiamo facendo fare. Non c’è arroganza del potere senza la vile compiacenza di chi tace e acconsente.
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La storiella di Rula Jebreal, prima invitata a intrattenere nel festival di Sanremo e poi “respinta” su pressing della Lega e del protofascista Maurizio Gasparri (!), sembrava una classica roba da Repubblica: molto scandalo per una poco equa spartizione dei posti intorno allo spettacolo più ripetitivo della tv italica.
E in effetti è finita proprio in questo modo, con il classico “compromesso” tra l’ala Rai che fa riferimento all’“azionista di riferimento” Salvini e quella che fa lo stesso con in mente il Pd. Invece di tre serate una sola, e tutti soddisfatti.
Non c’è diversità sostanziale tra i due schieramenti, tranne che per la retorica dominante nel rispettivo “discorso pubblico”: ferocemente reazionario nel primo caso, “fuffoso” nel secondo.
Ma alla fine un accordo si trova. Sempre.
Questo intervento di Marco Ferri, tra i più noti creativi italiani, segnala giustamente questa distanza, ma anche quanto sia breve...
*****
Il braccio violento della Lega
Solo l’intervento del dg Salini salva in extremis la Rai dal peggio di sé.
Non amo il Festival di Sanremo, è un programmone televisivo, non più un festival della canzone italiana. Si giocano partite incrociate tra discografici, inserzionisti pubblicitari, indici d’ascolto. Per tenerlo su di audience ogni anno ha bisogno di trovare qualcosa che lo renda attuale.
Credo sia stato Pippo Baudo a inventare la formula magica del collegamento con l’attualità, magari anche con finti scoop, che facessero rimbalzare la notorietà sulla stampa e di conseguenza rimpallare nel dibattito pubblico. Ebbe l’ardire di definire il festival “nazional-popolare”, che se lo avesse sentito Gramsci lo avrebbe fulminato con una delle sue righe taglienti sui Quaderni. Baudo, invece si suicidò da solo. E passò i guai che passò per riuscire a tornare in Rai.
Che ancora oggi siano in molti ad assistere alle serate televisive del Festival è uno di quei fenomeni residuali della tv generalista. Come dire: finché dura fa verdura. Il Festival è una pietanza per l’Auditel.
Non ho nessuna stima per Amadeus. Anzi, non l’avevo, finché non ha avuto l’idea di invitare al Festival Rula Jebreal a parlare di violenza sulle donne. Come diceva Margherite Yourcenar, “nessuno è così pazzo da non avere almeno un moggio di saggezza”. Parlo per me, ovviamente. Non è che adesso io abbia cambiato opinione su di lui. Però non posso non riconoscergli che l’idea di coinvogere Rula Jebreal sul tema era una buona idea, che avrebbe avuto successo.
Per quanto provi simpatia per lei e le cose che spesso le ho sentito dire, non ho una particolare predilizione per il lavoro di Rula Jebreal: mi dà un poco fastidio il giornalismo che “surfa” tra la sensazione e l’intrattenimento. Avremmo bisogno di informazione, genuina e nutriente, ma questa è un’altra storia.
Rula Jebreal è stata prima ingaggiata poi le è stato chiesto di essere lei a fare un passo indietro. Lanciare il sasso per poi nascondere la mano è roba da piccoli gerarchi. Uno può dire: mi scusi, abbiamo cambiato idea sulla conduzione. Ogni giorno, in tutto il mondo, si fanno o non si perfezionano contratti di consulenza o collaborazione. Ma quella richiesta è stato un atto di violenza, gratuita e vigliacca. Ha fatto bene, dunque, a rendere pubblica la cosa, con un intervista a Gad Lerner che appare oggi su Repubblica. C’è un passaggio che mi ha gelato il sangue, quando dice del suicidio di sua madre, dopo una violenza sessuale. Ecco, la violenza, appunto.
Secondo Rula Jebreal, tutto sarebbe partito dalla direttrice di Rai Uno, braccio violento della Lega di Salvini. Come sia possibile avergli permesso di sequestrare il servizio pubblico e trasformarlo in servizio privato, strumento della sua macchina propagandistica è una delle schifezze del nostro sistema politico e del ruolo che esercita sul sistema radiotelevisivo italiano. La Rai non è mai stato un luogo salubre, ma siamo arrivati a livelli tali che si preferiscono i flop piuttosto che mollare la presa del potere politico sui palinsesti.
Alla fine, è dovuto intervenire il direttore generale Salini – con un compromesso che ha rimesso in gioco Rula Jebreal – a mettere pace tra Amadeus, che c’aveva messo la faccia, e Teresa De Santis, il cui zelo leghista avrebbe fatto fare una figura penosa al servizio pubblico.
Ma è solo un pannicello caldo. Mi pare sia giunto il momento di tirare una riga e smetterla di subire o peggio di far finta di niente. Bisogna prendere atto che nel servizio pubblico radiotelevisivo italiano si vìola il principio della libertà di parola e di pensiero. Che si fa propaganda e non informazione. Che al pluralismo si è sostituita la calcolatrice del servilismo. “In Rai non si censura nessuno”, dice Salini come a timbrare l’esatto contrario.
E a confermare che questa situazione ha complicità smaccate: cosa fa la Commissione parlamentare di vigilanza? Il presidente e i membri del cda della Rai? Il sindacato dei giornalisti? I comitati di redazione? I funzionari e i dipendenti Rai? E per arrivare fino in fondo al sistema: cosa fanno gli inserzionisti pubblicitari? Investono budget nella tv generalista, cioè per tutti, o foraggiano una linea editoriale che applica la “conventio ad excludendum” nei confronti dei nuovi italiani, degli immigrati, dei gay, degli ambientalisti, del gender gap, della violenza di genere, dei giovani senza una prospettiva credibile, e più in generale di coloro e sono tanti, molti di più degli hater manovrati dalla Bestia salviniana, insomma, di tutti coloro che hanno del mondo una visione aperta, dialogante, plurale, e che per questo ripudiano il fascismo, il razzismo, il sessismo, l’antisemitismo, l’omofobia, l’islamofobia, la xenofobia, il militarismo?
Se la Rai è diventato il braccio violento della Lega di Salvini e Teresa De Santis invece che la direttrice della rete ammiraglia del servizio pubblico fa la buttafuori di viale Mazzini è solo perché glielo stiamo facendo fare. Non c’è arroganza del potere senza la vile compiacenza di chi tace e acconsente.
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29/11/2019
Sciascia e l’antimafia: trent’anni di polemiche
di Umberto Santino
«A futura memoria (se la memoria ha un futuro)» è il titolo del libro in cui, nel dicembre 1989, poco dopo la sua scomparsa, sono stati pubblicati alcuni scritti di Leonardo Sciascia, tra cui l’articolo del “Corriere della sera” del 10 gennaio 1987, con il titolo, redazionale, “I professionisti dell’antimafia” [1].
In quell’articolo Sciascia esordiva con una lunga citazione dal suo romanzo Il giorno della civetta, pubblicato nel 1961, in cui il protagonista, il capitano Bellodi, ripensa l’esperienza del prefetto Mori, durante il periodo fascista, disapprova la sua azione fondata sulla sospensione delle garanzie costituzionali in Sicilia e indica un’altra strada: «bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America… Bisognerebbe, di colpo, piombare nelle banche: mettere mani esperte nella contabilità… delle grandi e piccole aziende, revisionare i catasti… annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie… e confrontare questi segni di ricchezza agli stipendi e tirarne il giusto senso». E aggiungeva un’altra autocitazione, tratta dal romanzo A ciascuno il suo, del 1966: «Ma il fatto è… che l’Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che se ne è stabilita una in lingua» [2].
Seguivano dei riferimenti al libro La mafia durante il fascismo dello storico Christopher Duggan, recentemente scomparso, e a una piéce teatrale, La Mafia, di Luigi Sturzo, il prete fondatore del Partito popolare, di cui si sono trovati solo gli abbozzi del quinto atto, che davano un’immagine inquietante della realtà della mafia [3]. Il riferimento centrale nel corpo dell’articolo era il libro di Duggan, considerato «un’accurata indagine e sensata analisi» su mafia e fascismo. In effetti il testo di Duggan era basato su una ricerca archivistica abbastanza attenta, ma arrivava a una conclusione inaccettabile: che il fascismo avesse inventato la mafia. Certamente il fascismo ha utilizzato la lotta alla mafia per risolvere i suoi conflitti interni, ma la mafia c’era, non era un’invenzione. Il prefetto Mori ha potuto agire solo fino a un certo punto; il tentativo di andare oltre quel punto, colpendo politici e grandi agrari collusi con la mafia, è stato arrestato con il suo precoce pensionamento. Sciascia utilizza il libro dello storico inglese per trarne un’indicazione: «l’antimafia come strumento di potere». E avverte che quello che è accaduto con il fascismo può «accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando».
Per avallare questo assunto venivano fatti degli esempi: un sindaco, innominato, ma il riferimento era a Leoluca Orlando, che «per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso, anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra». L’altro esempio aveva nomi e cognome: il magistrato Paolo Emanuele Borsellino che, per avere svolto indagini sulla mafia, aveva scavalcato un magistrato più anziano ed era stato nominato procuratore a Marsala. La conclusione di Sciascia era tranchant: «i lettori prendano atto che nulla vale più in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso». Era evidente che tutta l’analisi precedente, volta al passato, era solo una preparazione per questa sciabolata rivolta al presente.
Le reazioni all’articolo di Sciascia, Il Coordinamento antimafia
Le reazioni all’articolo di Sciascia, pubblicato con un titolo redazionale che appesantiva ancora di più il contenuto, furono furenti. Fra gli altri ci fu un comunicato dell’associazione Coordinamento antimafia che, utilizzando la classificazione antropologica del capomafia don Mariano, coprotagonista del romanzo Il giorno della civetta, che distingueva uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaracquà, definiva Sciascia un quaquaracquà, cioè una nullità, e lo relegava «ai margini della società civile» [4].
Il Coordinamento antimafia era nato nel 1984 su proposta del Centro Impastato. Dopo una fase abbastanza travagliata di convivenza, in cui aveva tentato di collegare il variegato mondo dell’antimafia cittadina (aderirono 38 organizzazioni, tra associazioni, centri, comitati, sezioni di partito, frange di sindacato, ma alcune organizzazioni esistevano solo sulla carta) nel 1986 si era formata una singola associazione che aveva mantenuto quella denominazione ma in realtà coordinava solo se stessa e si configurerà sempre più come tifoseria del sindaco. Con l’aiuto di stampa e televisione si poneva come l’unico verbo antimafia. Agiva insieme come claque e come ordalia, ignorando tutto ciò che si muoveva al di fuori di essa e non era pronto a intrupparsi nelle sue file.
Il comunicato del Coordinamento suscitava la reazione di Sciascia che, si può dire, non aspettava altro per infierire. Definiva il Coordinamento «frangia fanatica e stupida di quel costituendo o costituito potere… un potere fondato sulla lotta alla mafia che non consente dubbio, dissenso, critica. Ne sono soddisfatto: si sono consegnati all’opinione di chi sa di avere un’opinione, nella loro vera immagine». A dire di Sciascia esso coordinava «interessi politici e stupidità» [5]. E il «Giornale di Sicilia», che plaudiva all’articolo di Sciascia, pensò bene di pubblicare i nomi dei componenti del Coordinamento, qualcosa che somigliava a una schedatura e a una gogna.
Tenendo conto dell’esperienza personale, il mio giudizio sul Coordinamento è ancora più duro di quello di Sciascia: bisogna mettere nel conto anche una sequela di scorrettezze; si potrebbe dire: la scorrettezza come regola, come modello relazionale e modo di essere. Qualche esempio: comunicati approvati e non dati alla stampa, poiché c’era una supervisione, occulta ma evidente, dei dirigenti del Pci e delle Acli, allora affiancati nella lotta contro l’installazione dei missili nucleari a Comiso; il peso esercitato dalle appartenenze a partiti e organizzazioni nazionali, al limite dell’arroganza e della presunzione; la superficialità e la mancanza d’interesse di tanti, che pure godevano di credito e di pubblicità. Ma un conto è il giudizio politico un altro la gogna.
Alla testa del Coordinamento e suoi ispiratori erano personaggi che, a dimostrazione della tempra della loro fede e della loro coerenza, dopo sono passati nel centrodestra, in piena bufera di berlusconismo, come dire il picco dell’immoralità pubblica nella storia dell’Italia repubblicana. Sbocco non nuovo di trasversalismi teorizzati e praticati e di “estremismi” fasulli. Per esempio, il gesuita Ennio Pintacuda, punto di riferimento per l’antimafia più pubblicizzata e grande sostenitore di Orlando, fino allo scontro con il confratello Bartolomeo Sorge e l’abbandono della Compagnia di Gesù, si è riposizionato nell’area filoberlusconiana, avendone in cambio la direzione del Cerisdi, un centro studi che per molto tempo ha goduto di lauti finanziamenti pubblici e mirava a formare la classe dirigente della città [6]. Altri, tra cui gli estensori del comunicato antisciascia e allora in prima linea nel Coordinamento, sono letteralmente scomparsi.
Un buco nell’acqua: il comunicato del Centro Impastato
Nel tentativo di riportare la polemica a un confronto civile, mettendo al centro i problemi e lasciando da parte offese e insulti, come presidente del Centro Impastato scrivevo un comunicato pubblicato dal giornale “L’Ora”. Ecco il testo:
«Abbiamo preferito non prendere la parola nel corso delle recenti polemiche perché il tono di esse ci è sembrato il meno adatto per una riflessione seria su alcuni problemi particolarmente gravi, che rischiano di aggravarsi ulteriormente. Ci limitiamo adesso ad alcune considerazioni molto sommarie su qualcuno di essi.
1) Valutazione dell’operato del sindaco Orlando e della giunta pentapartito. Il sindaco Orlando ha compiuto alcuni gesti (quali, per esempio, la costituzione di parte civile del Comune al maxiprocesso, le dichiarazioni fatte nel corso di esso, il tentativo di portare un minimo di trasparenza nella procedura di aggiudicazione degli appalti di opere pubbliche) che non possono non essere apprezzati, ma tutti i problemi di Palermo (la disoccupazione, il risanamento del centro storico, il funzionamento delle aziende municipalizzate etc. etc.) restano irrisolti per ragioni che non è difficile individuare: la Democrazia Cristiana rimane legata ai peggiori interessi, sotto la tutela di uomini come Lima, e il pentapartito è un pantano che non consente nessuna politica rinnovatrice. Ci sembra arrivato il momento di fare un bilancio di questa amministrazione comunale e di vedere se è possibile sbloccare una situazione di immobilismo, avvelenata da polemiche personalistiche.
2) Conformismo e anticonformismo. In una città in cui straripa l’assuefazione alla violenza, la stragrande maggioranza degli abitanti non si scuote neppure per l’assassinio di un bambino, si svolgono manifestazioni in cui s’inneggia alla mafia, dominano il conformismo filomafioso e l’indifferenza, parlare di «conformismo antimafioso» ci sembra un po’ troppo.
3) Antimafia: seria o da vetrina. È vero, c’è un’antimafia “da vetrina”, come qualcuno l’ha definita, ma vogliamo fare qualche esempio? Ci sembrano «antimafia da vetrina»: l’azione, abbastanza incolore, dei vari Alti Commissari contro la mafia; l’altrettanto incolore operato delle Commissioni antimafia, nazionale e regionale; le prediche con il morto davanti; le scoperte di grandi e piccoli inviati che hanno dovuto attendere l’uccisione di Dalla Chiesa per parlare di mafia come «questione nazionale» e lo hanno dimenticato il giorno dopo; i fumetti televisivi e cinematografici e le pubblicazioni di mafiologi improvvisati regolarmente prefate da firme “prestigiose”; buona parte delle attività svolte nelle scuole per utilizzare in qualche modo i finanziamenti regionali; i centri inesistenti che hanno finanziamenti pubblici per centinaia di milioni; le sigle fabbricate sulle ceneri di ipotesi più consistenti che si è fatto di tutto per non far maturare. Si collocano su un altro versante i pochissimi magistrati che, rischiando la vita, hanno svolto le inchieste più impegnative contro la mafia.
4) Problema della “giustizia giusta”. È il problema più grosso, e non è di facile soluzione. La mafia e la criminalità organizzata non sono una novità, ma le dimensioni e la complessità attuali lo sono, e gli attuali ordinamenti giuridici sono inadeguati per fronteggiare fenomeni che non sono una “emergenza” ma un dato strutturale.
Ci chiediamo: ci può essere “giustizia giusta” con gli assassinii regolarmente impuniti? Si ritiene che, passata l’onda alta delle uccisioni, tutto si risolva con l’«uscita dall’emergenza» e il ristabilimento delle regole del «garantismo classico»? Non occorre piuttosto elaborare una riforma del processo penale e della normativa vigente che tenga conto di questi fatti nuovi? Come intervenire sui canali di accumulazione illegale? Come troncare il meccanismo di simbiosi tra capitale illegale e legale garantito dal segreto bancario? Non si tratta di decretare “stati d’assedio”, o di avallare “teoremi Buscetta”, ma di trovare soluzioni adeguate a problemi che non possono essere minimizzati o considerati con ottiche tradizionali.
Per affrontare seriamente questi temi non ci pare che siano utili le polemiche, soprattutto quando si risolvono in ingiurie e scomuniche. Occorrono: coraggio, studio, serenità[7]».
Il comunicato cadeva nel vuoto. Commentavo: «Non è il momento adatto per discutere seriamente e serenamente. Bisogna schierarsi, come se si fosse nel pieno di un combattimento senza esclusione di colpi» [8].
La promozione di Borsellino e la bocciatura di Falcone
Successivamente alla pubblicazione dell’articolo, c’è stato un incontro tra Sciascia e Borsellino, in cui ci sarebbe stato un “chiarimento”. Sciascia ha ammesso di essere stato “mal consigliato” e non si può non osservare che uno come lui, maître-à-penser già da anni, non poteva non essere consapevole degli effetti che le sue parole avrebbero avuto. Avrebbe potuto e dovuto far attenzione a chi lo consigliava e a cosa consigliava.
Se la ferita sembrava rimarginata, e i rapporti fra Sciascia e Borsellino erano diventati quasi amichevoli e cordiali, in realtà nel profondo essa rimaneva aperta e sanguinante. Dopo la strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, in un incontro pubblico Borsellino, già consapevole di un destino che si avvicinava, in un accorato intervento, in cui ricostruiva le difficoltà e le inimicizie che avevano segnato la vita e l’attività di Falcone, diceva: «Tutto cominciò con quell’articolo sui professionisti dell’antimafia» [9].
Falcone era stato ostacolato più volte e in vari modi: bocciata la sua candidatura a Consigliere istruttore, al posto di Rocco Chinnici, fondatore del pool antimafia, assassinato il 29 luglio 1983; bocciata la sua candidatura al Consiglio superiore della magistratura. Si potrebbe dire che, dopo la mafia, i principali nemici di Falcone siano stati i suoi colleghi. Per invidia, per il peso della sua personalità, non ostentato ma effettivo, per la sua visibilità.
Si è detto e scritto che la bocciatura della candidatura di Falcone a capo del’Ufficio istruzione, allora strategico nella attività giudiziaria antimafia e successivamente abolito, sia stata il frutto dell’applicazione del criterio dell’anzianità, che portò a favorire un magistrato come Antonino Meli, che mai si era occupato di mafia e che smantellerà il pool antimafia, portando indietro di anni l’attività giudiziaria contro la mafia. E siccome il rispetto del criterio fondato sull’anzianità era proprio quello che voleva Sciascia, la colpa sarebbe sua. Accusa che gli si è rivolta in passato ed è ritornata nel giorni scorsi, in occasione del trentennale dell’articolo sul “Corriere”.
Sciascia aveva già risposto a quell’accusa. In un articolo sulla “Stampa” del 6 agosto 1988, scriveva: nel promuovere Borsellino il CSM si era «sottratto alla regola vigente senza però stabilirne un’altra. Se l’avesse in quel momento stabilita, il caso del dottor Falcone, con tutto quel che oggi importa, non ci sarebbe stato. Adottando un criterio per promuovere Borsellino e tornando invece alla vecchia regola per non promuovere Falcone, ecco il nodo che presto o tardi sarebbe venuto al pettine. La situazione di oggi, insomma, non l’ho inventata io con quel mio articolo sul ‘Corriere’: c’era, e non poteva che esplodere. Io non ho fatto che avvertirla, e tempestivamente» [10]. Non si può non dargli ragione.
Trent’anni dopo
Perché a trent’anni dall’articolo di Sciascia quelle parole vengono ricordate e riesplodono le polemiche? Tornano a confrontarsi, senza dialogare, due schieramenti. C’è chi considera Sciascia un maestro di pensiero e di vita, un profeta, e invita al pentimento, all’autocritica; chi sta dall’altro lato allora e ancor’oggi lo considera un bastian contrario che ha fatto danni all’antimafia, provocando l’isolamento dei magistrati più impegnati ed esponendoli alle critiche e all’avversione di coloro che hanno usato le sue parole per condannare e auto assolversi. Possiamo definirli i “professionisti della mafia”, a cominciare dai politici, dagli imprenditori, più o meno collusi, che, facendosi scudo del prestigio dello scrittore, passavano dal silenzio e dalla difensiva al contrattacco, nel momento in cui erano in difficoltà e il maxiprocesso veniva percepito come un inizio e più d’uno pensava che prima o poi sarebbe toccato a lui. Da ciò nascerà, dopo il successo del maxiprocesso in tutti i tre gradi di giudizio, lo smantellamento del pool antimafia. Ma questo non c’entra con il parere di Sciascia. Però la sua polemica, sbagliata nel tono, nella scelta degli esempi e del tempo, si prestava a quel tipo di uso strumentale.
I problemi che lo scrittore poneva erano reali: il pericolo della strumentalizzazione dell’antimafia, il rispetto delle regole, la democrazia come unica strada per lottare la mafia, poiché ha «tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia» [11]. Il tema di fondo del discorso di Sciascia era il sistema di garanzie, cioè il garantismo. Ne aveva un’idea che sapeva di religioso, come se si trattasse di una sorta di depositum fidei. Partendo da alcuni esempi concreti, aveva intravisto una sua violazione, che si era ritenuto in dovere di denunciare come un vulnus all’ordinamento democratico, ma per molti anni il culto del garantismo più che la certezza del diritto aveva assicurato la certezza dell’impunità.
Sciascia ha per molti anni esercitato una sorta di magistero civile: come abbiamo visto, aveva indicato, nei primi anni ’60, le banche come il terreno su cui sondare l’accumulazione mafiosa; precedendo di quasi trent’anni il mio saggio «La mafia finanziaria» scritto e pubblicato quando imperversava lo stereotipo della mafia imprenditrice, per giunta disorganizzata [12]. Il maestro di Racalmuto, dopo aver raccontato la provincia siciliana [13], ha percorso una linea narrativa che mischiava i generi letterari, con ampio spazio per la trattazione saggistica, l’analisi sociologica e il compte philosophique. Il costante ancoraggio alla tradizione illuministica più che un vezzo letterario era un modello di scrittura e un metodo di indagine. I suoi apologhi su una società mafiosizzata nei suoi centri di potere, nei suoi codici culturali, nella sua pratica quotidiana, costituiscono una variazione sul tema del potere e delle sue implicazioni criminali, e questo è un patrimonio ormai consegnato alla storia della letteratura e alla cultura, non solo italiana.
Trent’anni dopo possiamo chiederci se le sue parole sono state una profezia. Certo, con quel che è accaduto negli ultimi anni, siamo portati a pensarlo. Un breve elenco: imprenditori che si mostravano in prima fila nella lotta alla mafia incriminati per i loro rapporti con Cosa nostra; uno di essi, che passava per promotore del movimento antiracket, colto in flagrante mentre intascava una mazzetta; un telegiornalista, insignito di award internazionali, che ha fatto passare una faccenda di corna per aggressione mafiosa; una magistrata, dirigente dell’ufficio che gestisce i beni confiscati, che ne aveva fatto un’azienda privata, assegnandoli ai suoi amici e ricevendone favori, in un classico do ut des; una prefetta che le teneva bordone. Con questo campionario di “buoni esempi” si deve riconoscere che la realtà ha superato le rappresentazioni dello scrittore, ma potremmo dire che non ci troviamo di fronte a «professionisti dell’antimafia» (i professionisti, cioè persone capaci e competenti, ci vogliono, per l’antimafia come per qualsiasi altro tema, arduo e complesso, quelli che fanno danno sono i dilettanti e i cialtroni) ma a dei cattivi attori che hanno recitato la commedia dell’antimafia. La cosa grave, e che ci induce a una impietosa riflessione, è che tanti ci hanno creduto.
Ma quel che ci interessa oggi è lo “stato dell’arte” dell’antimafia. Cos’è accaduto dopo le polemiche del 1987, a parte gli episodi già richiamati? Sono sorti comitati, centri, associazioni e fondazioni, quasi tutti vanno avanti con finanziamenti ottenuti con metodi personalistici e clientelari. La proposta del Centro Impastato che la Regione Sicilia si doti di una legge che fissi criteri oggettivi per l’erogazione dei fondi pubblici è stata isolata, come se fosse una stranezza, la trovata eccentrica di chi non conosce le regole del gioco. In realtà, le conosce ma non le accetta.
Nel 1995 è nata Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, sulla base di associazioni nazionali come le Acli, l’Arci, la Sinistra giovanile del Pds, legate direttamente o indirettamente ai partiti, e il primo, consistente, nucleo di adesioni si è costituito con l’elenco dalle loro sezioni locali, a prescindere se fossero o meno impegnate in attività antimafia. I referenti regionali sono stati nominati sulla base della loro appartenenze a queste associazioni. In Sicilia è toccato a una rappresentante dell’Arci, che mai si era vista in iniziative antimafia. Successivamente la referente si è candidata con Forza Italia ed è stata “dimissionata”. Dimissionati due vicepresidenti e i responsabili per il lavoro nelle scuole e per i beni confiscati, senza nessuna discussione. Chi scrive è stato sospeso, e si è dimesso, dopo aver posto problemi di democrazia interna, dovuti al leaderismo carismatico del fondatore, il sacerdote Luigi Ciotti. Recentemente è stato “licenziato” con un messaggino il figlio di Pio La Torre, protagonista delle lotte contadine, dirigente comunista e parlamentare nazionale, ucciso il 30 aprile del 1982.
Le attività continuative sono quelle nelle scuole, del movimento antiracket, per l’uso sociale dei beni confiscati. Nelle scuole l’educazione alla legalità si riduce troppo spesso a prediche senza analisi, al richiamo al rispetto delle leggi, ignorando che ancora più grave dell’illegalità mafiosa è quella delle istituzioni, che hanno troppi scheletri negli armadi e nessuna volontà di aprirli. Le associazioni antiracket, con esempi significativi, si limitano alle regioni meridionali, nonostante che le estorsioni siano ormai presenti sul territorio nazionale; l’uso sociale dei beni confiscati si limita a una decina di cooperative in tutta l’Italia.
Sul terreno della giustizia accanto a magistrati seriamente impegnati ci sono altri in vetrina o in giro con un personaggio come il direttore della rivista “Antimafia duemila”, che dice di avere ricevuto dalla Madonna di Fatima la mission di lottare la mafia, anticristo del nostro tempo, di avere le stimmate e di essere il maggiore esperto di Ufo! Qualche altro magistrato, smessa temporaneamente o definitivamente la toga, fa da foglia di fico a potenti in cerca di credenziali o si candida come salvatore della patria, andando incontro a patetici insuccessi. Sulla stampa e alla televisione qualcuno si atteggia a monopolista del pensiero unico antimafioso.
Il processo in corso sulla “trattativa” Stato-mafia rischia di delegare al potere giudiziario problemi, come il rapporto tra mafia, politica e istituzioni, che dovrebbero essere affrontati e risolti dall’intera società. Viviamo una crisi della democrazia, all’interno di una crisi più generale frutto del dominio del capitalismo finanziario e della dittatura del mercato globalizzato, che aggravano squilibri territoriali e divari sociali. In Italia, dopo vent’anni di Berlusconi, andato al potere con milioni di voti, sembrava che ci si potesse rialzare, con uno scatto di dignità. Ma i giovani “rottamatori” hanno fatto, o tentato di fare, quello che non è riuscito al patriarca di Arcore, abolendo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che tutela i licenziati senza giusta causa, e progettando una riforma costituzionale impresentabile. Per fortuna il 4 dicembre c’è stato il referendum, ma non possiamo campare solo di referendum. Bisogna ripensare e ricostruire i fondamenti del vivere quotidiano. Su questa strada la lezione di Sciascia (considerato per tutta la sua opera, e non per un singolo episodio, che può essere criticabile) con i suoi meriti e le sue contraddizioni può essere un buon bagaglio di viaggio e le sue pagine, lette con attenzione e non con devozione, ci servono ancora per capire in che mondo viviamo, anche se la realtà è andata al di là delle sue più pessimistiche previsioni.
Note:
[1] L. Sciascia, A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani, Milano 1989. Le citazioni successive sono tratte da questo libro.
[2] L. Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, Torino 1961; A ciascuno il suo, Einaudi, Torino 1966.
[3] C. Duggan, La mafia durante il fascismo, Rubbettino, Soveria Mannelli 1986; L. Sturzo, La Mafia, in Scritti inediti 1890-1924, Cinque Lune, Roma 1974.
[4] Cfr. U. Santino, Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all’impegno civile, Editori Runiti University Press, Roma 2009, terza edizione, pp. 325 ss. Anche per le successive considerazioni si rimanda a questo testo.
[5] L. Sciascia, A futura memoria, cit., pp. 131 ss.
[6] U: Santino, Storia del movimento antimafia, cit., p. 395.
[7] “L’Ora”, 3 febbraio 1987, Troppa antimafia? ma dai; il comunicato è pubblicato in appendice al mio L’alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ali giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997, pp.269 s.
[8] U. Santino, L’alleanza e il compromesso, cit., p. 77.
[9] L’incontro, organizzato dalla rivista “Micromega”, si svolse il 25 giugno 1992, presso la Biblioteca comunale di Palermo.
[10] In L.Sciascia, A futura memoria, cit., p. 153.
[11] Ibidem, p. 139.
[12] U. Santino, La mafia finanziaria. Accumulazione illegale e complesso finanziario-industrale, in “Segno” nn. 69-70, aprile maggio 1986, pp. 7-49, trad. inglese: The financial mafia. The illegal accumulation of wealth and the financial-industrial complex, in “Contemporary Crises”, vol. 12, n. 3, September 1988, pp.203-243, e in www.centroimpastato.com; P. Arlacchi La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalismo, il Mulino, Bologna 1983, a cui è ispirata la legge antimafia del 1982, che non considerava la dimensione finanziaria che già allora si affermava a grandi passi.
[13] L. Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, Laterza, Bari 1956.
Fonte
«A futura memoria (se la memoria ha un futuro)» è il titolo del libro in cui, nel dicembre 1989, poco dopo la sua scomparsa, sono stati pubblicati alcuni scritti di Leonardo Sciascia, tra cui l’articolo del “Corriere della sera” del 10 gennaio 1987, con il titolo, redazionale, “I professionisti dell’antimafia” [1].
In quell’articolo Sciascia esordiva con una lunga citazione dal suo romanzo Il giorno della civetta, pubblicato nel 1961, in cui il protagonista, il capitano Bellodi, ripensa l’esperienza del prefetto Mori, durante il periodo fascista, disapprova la sua azione fondata sulla sospensione delle garanzie costituzionali in Sicilia e indica un’altra strada: «bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America… Bisognerebbe, di colpo, piombare nelle banche: mettere mani esperte nella contabilità… delle grandi e piccole aziende, revisionare i catasti… annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie… e confrontare questi segni di ricchezza agli stipendi e tirarne il giusto senso». E aggiungeva un’altra autocitazione, tratta dal romanzo A ciascuno il suo, del 1966: «Ma il fatto è… che l’Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che se ne è stabilita una in lingua» [2].
Seguivano dei riferimenti al libro La mafia durante il fascismo dello storico Christopher Duggan, recentemente scomparso, e a una piéce teatrale, La Mafia, di Luigi Sturzo, il prete fondatore del Partito popolare, di cui si sono trovati solo gli abbozzi del quinto atto, che davano un’immagine inquietante della realtà della mafia [3]. Il riferimento centrale nel corpo dell’articolo era il libro di Duggan, considerato «un’accurata indagine e sensata analisi» su mafia e fascismo. In effetti il testo di Duggan era basato su una ricerca archivistica abbastanza attenta, ma arrivava a una conclusione inaccettabile: che il fascismo avesse inventato la mafia. Certamente il fascismo ha utilizzato la lotta alla mafia per risolvere i suoi conflitti interni, ma la mafia c’era, non era un’invenzione. Il prefetto Mori ha potuto agire solo fino a un certo punto; il tentativo di andare oltre quel punto, colpendo politici e grandi agrari collusi con la mafia, è stato arrestato con il suo precoce pensionamento. Sciascia utilizza il libro dello storico inglese per trarne un’indicazione: «l’antimafia come strumento di potere». E avverte che quello che è accaduto con il fascismo può «accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando».
Per avallare questo assunto venivano fatti degli esempi: un sindaco, innominato, ma il riferimento era a Leoluca Orlando, che «per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso, anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra». L’altro esempio aveva nomi e cognome: il magistrato Paolo Emanuele Borsellino che, per avere svolto indagini sulla mafia, aveva scavalcato un magistrato più anziano ed era stato nominato procuratore a Marsala. La conclusione di Sciascia era tranchant: «i lettori prendano atto che nulla vale più in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso». Era evidente che tutta l’analisi precedente, volta al passato, era solo una preparazione per questa sciabolata rivolta al presente.
Le reazioni all’articolo di Sciascia, Il Coordinamento antimafia
Le reazioni all’articolo di Sciascia, pubblicato con un titolo redazionale che appesantiva ancora di più il contenuto, furono furenti. Fra gli altri ci fu un comunicato dell’associazione Coordinamento antimafia che, utilizzando la classificazione antropologica del capomafia don Mariano, coprotagonista del romanzo Il giorno della civetta, che distingueva uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaracquà, definiva Sciascia un quaquaracquà, cioè una nullità, e lo relegava «ai margini della società civile» [4].
Il Coordinamento antimafia era nato nel 1984 su proposta del Centro Impastato. Dopo una fase abbastanza travagliata di convivenza, in cui aveva tentato di collegare il variegato mondo dell’antimafia cittadina (aderirono 38 organizzazioni, tra associazioni, centri, comitati, sezioni di partito, frange di sindacato, ma alcune organizzazioni esistevano solo sulla carta) nel 1986 si era formata una singola associazione che aveva mantenuto quella denominazione ma in realtà coordinava solo se stessa e si configurerà sempre più come tifoseria del sindaco. Con l’aiuto di stampa e televisione si poneva come l’unico verbo antimafia. Agiva insieme come claque e come ordalia, ignorando tutto ciò che si muoveva al di fuori di essa e non era pronto a intrupparsi nelle sue file.
Il comunicato del Coordinamento suscitava la reazione di Sciascia che, si può dire, non aspettava altro per infierire. Definiva il Coordinamento «frangia fanatica e stupida di quel costituendo o costituito potere… un potere fondato sulla lotta alla mafia che non consente dubbio, dissenso, critica. Ne sono soddisfatto: si sono consegnati all’opinione di chi sa di avere un’opinione, nella loro vera immagine». A dire di Sciascia esso coordinava «interessi politici e stupidità» [5]. E il «Giornale di Sicilia», che plaudiva all’articolo di Sciascia, pensò bene di pubblicare i nomi dei componenti del Coordinamento, qualcosa che somigliava a una schedatura e a una gogna.
Tenendo conto dell’esperienza personale, il mio giudizio sul Coordinamento è ancora più duro di quello di Sciascia: bisogna mettere nel conto anche una sequela di scorrettezze; si potrebbe dire: la scorrettezza come regola, come modello relazionale e modo di essere. Qualche esempio: comunicati approvati e non dati alla stampa, poiché c’era una supervisione, occulta ma evidente, dei dirigenti del Pci e delle Acli, allora affiancati nella lotta contro l’installazione dei missili nucleari a Comiso; il peso esercitato dalle appartenenze a partiti e organizzazioni nazionali, al limite dell’arroganza e della presunzione; la superficialità e la mancanza d’interesse di tanti, che pure godevano di credito e di pubblicità. Ma un conto è il giudizio politico un altro la gogna.
Alla testa del Coordinamento e suoi ispiratori erano personaggi che, a dimostrazione della tempra della loro fede e della loro coerenza, dopo sono passati nel centrodestra, in piena bufera di berlusconismo, come dire il picco dell’immoralità pubblica nella storia dell’Italia repubblicana. Sbocco non nuovo di trasversalismi teorizzati e praticati e di “estremismi” fasulli. Per esempio, il gesuita Ennio Pintacuda, punto di riferimento per l’antimafia più pubblicizzata e grande sostenitore di Orlando, fino allo scontro con il confratello Bartolomeo Sorge e l’abbandono della Compagnia di Gesù, si è riposizionato nell’area filoberlusconiana, avendone in cambio la direzione del Cerisdi, un centro studi che per molto tempo ha goduto di lauti finanziamenti pubblici e mirava a formare la classe dirigente della città [6]. Altri, tra cui gli estensori del comunicato antisciascia e allora in prima linea nel Coordinamento, sono letteralmente scomparsi.
Un buco nell’acqua: il comunicato del Centro Impastato
Nel tentativo di riportare la polemica a un confronto civile, mettendo al centro i problemi e lasciando da parte offese e insulti, come presidente del Centro Impastato scrivevo un comunicato pubblicato dal giornale “L’Ora”. Ecco il testo:
«Abbiamo preferito non prendere la parola nel corso delle recenti polemiche perché il tono di esse ci è sembrato il meno adatto per una riflessione seria su alcuni problemi particolarmente gravi, che rischiano di aggravarsi ulteriormente. Ci limitiamo adesso ad alcune considerazioni molto sommarie su qualcuno di essi.
1) Valutazione dell’operato del sindaco Orlando e della giunta pentapartito. Il sindaco Orlando ha compiuto alcuni gesti (quali, per esempio, la costituzione di parte civile del Comune al maxiprocesso, le dichiarazioni fatte nel corso di esso, il tentativo di portare un minimo di trasparenza nella procedura di aggiudicazione degli appalti di opere pubbliche) che non possono non essere apprezzati, ma tutti i problemi di Palermo (la disoccupazione, il risanamento del centro storico, il funzionamento delle aziende municipalizzate etc. etc.) restano irrisolti per ragioni che non è difficile individuare: la Democrazia Cristiana rimane legata ai peggiori interessi, sotto la tutela di uomini come Lima, e il pentapartito è un pantano che non consente nessuna politica rinnovatrice. Ci sembra arrivato il momento di fare un bilancio di questa amministrazione comunale e di vedere se è possibile sbloccare una situazione di immobilismo, avvelenata da polemiche personalistiche.
2) Conformismo e anticonformismo. In una città in cui straripa l’assuefazione alla violenza, la stragrande maggioranza degli abitanti non si scuote neppure per l’assassinio di un bambino, si svolgono manifestazioni in cui s’inneggia alla mafia, dominano il conformismo filomafioso e l’indifferenza, parlare di «conformismo antimafioso» ci sembra un po’ troppo.
3) Antimafia: seria o da vetrina. È vero, c’è un’antimafia “da vetrina”, come qualcuno l’ha definita, ma vogliamo fare qualche esempio? Ci sembrano «antimafia da vetrina»: l’azione, abbastanza incolore, dei vari Alti Commissari contro la mafia; l’altrettanto incolore operato delle Commissioni antimafia, nazionale e regionale; le prediche con il morto davanti; le scoperte di grandi e piccoli inviati che hanno dovuto attendere l’uccisione di Dalla Chiesa per parlare di mafia come «questione nazionale» e lo hanno dimenticato il giorno dopo; i fumetti televisivi e cinematografici e le pubblicazioni di mafiologi improvvisati regolarmente prefate da firme “prestigiose”; buona parte delle attività svolte nelle scuole per utilizzare in qualche modo i finanziamenti regionali; i centri inesistenti che hanno finanziamenti pubblici per centinaia di milioni; le sigle fabbricate sulle ceneri di ipotesi più consistenti che si è fatto di tutto per non far maturare. Si collocano su un altro versante i pochissimi magistrati che, rischiando la vita, hanno svolto le inchieste più impegnative contro la mafia.
4) Problema della “giustizia giusta”. È il problema più grosso, e non è di facile soluzione. La mafia e la criminalità organizzata non sono una novità, ma le dimensioni e la complessità attuali lo sono, e gli attuali ordinamenti giuridici sono inadeguati per fronteggiare fenomeni che non sono una “emergenza” ma un dato strutturale.
Ci chiediamo: ci può essere “giustizia giusta” con gli assassinii regolarmente impuniti? Si ritiene che, passata l’onda alta delle uccisioni, tutto si risolva con l’«uscita dall’emergenza» e il ristabilimento delle regole del «garantismo classico»? Non occorre piuttosto elaborare una riforma del processo penale e della normativa vigente che tenga conto di questi fatti nuovi? Come intervenire sui canali di accumulazione illegale? Come troncare il meccanismo di simbiosi tra capitale illegale e legale garantito dal segreto bancario? Non si tratta di decretare “stati d’assedio”, o di avallare “teoremi Buscetta”, ma di trovare soluzioni adeguate a problemi che non possono essere minimizzati o considerati con ottiche tradizionali.
Per affrontare seriamente questi temi non ci pare che siano utili le polemiche, soprattutto quando si risolvono in ingiurie e scomuniche. Occorrono: coraggio, studio, serenità[7]».
Il comunicato cadeva nel vuoto. Commentavo: «Non è il momento adatto per discutere seriamente e serenamente. Bisogna schierarsi, come se si fosse nel pieno di un combattimento senza esclusione di colpi» [8].
La promozione di Borsellino e la bocciatura di Falcone
Successivamente alla pubblicazione dell’articolo, c’è stato un incontro tra Sciascia e Borsellino, in cui ci sarebbe stato un “chiarimento”. Sciascia ha ammesso di essere stato “mal consigliato” e non si può non osservare che uno come lui, maître-à-penser già da anni, non poteva non essere consapevole degli effetti che le sue parole avrebbero avuto. Avrebbe potuto e dovuto far attenzione a chi lo consigliava e a cosa consigliava.
Se la ferita sembrava rimarginata, e i rapporti fra Sciascia e Borsellino erano diventati quasi amichevoli e cordiali, in realtà nel profondo essa rimaneva aperta e sanguinante. Dopo la strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, in un incontro pubblico Borsellino, già consapevole di un destino che si avvicinava, in un accorato intervento, in cui ricostruiva le difficoltà e le inimicizie che avevano segnato la vita e l’attività di Falcone, diceva: «Tutto cominciò con quell’articolo sui professionisti dell’antimafia» [9].
Falcone era stato ostacolato più volte e in vari modi: bocciata la sua candidatura a Consigliere istruttore, al posto di Rocco Chinnici, fondatore del pool antimafia, assassinato il 29 luglio 1983; bocciata la sua candidatura al Consiglio superiore della magistratura. Si potrebbe dire che, dopo la mafia, i principali nemici di Falcone siano stati i suoi colleghi. Per invidia, per il peso della sua personalità, non ostentato ma effettivo, per la sua visibilità.
Si è detto e scritto che la bocciatura della candidatura di Falcone a capo del’Ufficio istruzione, allora strategico nella attività giudiziaria antimafia e successivamente abolito, sia stata il frutto dell’applicazione del criterio dell’anzianità, che portò a favorire un magistrato come Antonino Meli, che mai si era occupato di mafia e che smantellerà il pool antimafia, portando indietro di anni l’attività giudiziaria contro la mafia. E siccome il rispetto del criterio fondato sull’anzianità era proprio quello che voleva Sciascia, la colpa sarebbe sua. Accusa che gli si è rivolta in passato ed è ritornata nel giorni scorsi, in occasione del trentennale dell’articolo sul “Corriere”.
Sciascia aveva già risposto a quell’accusa. In un articolo sulla “Stampa” del 6 agosto 1988, scriveva: nel promuovere Borsellino il CSM si era «sottratto alla regola vigente senza però stabilirne un’altra. Se l’avesse in quel momento stabilita, il caso del dottor Falcone, con tutto quel che oggi importa, non ci sarebbe stato. Adottando un criterio per promuovere Borsellino e tornando invece alla vecchia regola per non promuovere Falcone, ecco il nodo che presto o tardi sarebbe venuto al pettine. La situazione di oggi, insomma, non l’ho inventata io con quel mio articolo sul ‘Corriere’: c’era, e non poteva che esplodere. Io non ho fatto che avvertirla, e tempestivamente» [10]. Non si può non dargli ragione.
Trent’anni dopo
Perché a trent’anni dall’articolo di Sciascia quelle parole vengono ricordate e riesplodono le polemiche? Tornano a confrontarsi, senza dialogare, due schieramenti. C’è chi considera Sciascia un maestro di pensiero e di vita, un profeta, e invita al pentimento, all’autocritica; chi sta dall’altro lato allora e ancor’oggi lo considera un bastian contrario che ha fatto danni all’antimafia, provocando l’isolamento dei magistrati più impegnati ed esponendoli alle critiche e all’avversione di coloro che hanno usato le sue parole per condannare e auto assolversi. Possiamo definirli i “professionisti della mafia”, a cominciare dai politici, dagli imprenditori, più o meno collusi, che, facendosi scudo del prestigio dello scrittore, passavano dal silenzio e dalla difensiva al contrattacco, nel momento in cui erano in difficoltà e il maxiprocesso veniva percepito come un inizio e più d’uno pensava che prima o poi sarebbe toccato a lui. Da ciò nascerà, dopo il successo del maxiprocesso in tutti i tre gradi di giudizio, lo smantellamento del pool antimafia. Ma questo non c’entra con il parere di Sciascia. Però la sua polemica, sbagliata nel tono, nella scelta degli esempi e del tempo, si prestava a quel tipo di uso strumentale.
I problemi che lo scrittore poneva erano reali: il pericolo della strumentalizzazione dell’antimafia, il rispetto delle regole, la democrazia come unica strada per lottare la mafia, poiché ha «tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia» [11]. Il tema di fondo del discorso di Sciascia era il sistema di garanzie, cioè il garantismo. Ne aveva un’idea che sapeva di religioso, come se si trattasse di una sorta di depositum fidei. Partendo da alcuni esempi concreti, aveva intravisto una sua violazione, che si era ritenuto in dovere di denunciare come un vulnus all’ordinamento democratico, ma per molti anni il culto del garantismo più che la certezza del diritto aveva assicurato la certezza dell’impunità.
Sciascia ha per molti anni esercitato una sorta di magistero civile: come abbiamo visto, aveva indicato, nei primi anni ’60, le banche come il terreno su cui sondare l’accumulazione mafiosa; precedendo di quasi trent’anni il mio saggio «La mafia finanziaria» scritto e pubblicato quando imperversava lo stereotipo della mafia imprenditrice, per giunta disorganizzata [12]. Il maestro di Racalmuto, dopo aver raccontato la provincia siciliana [13], ha percorso una linea narrativa che mischiava i generi letterari, con ampio spazio per la trattazione saggistica, l’analisi sociologica e il compte philosophique. Il costante ancoraggio alla tradizione illuministica più che un vezzo letterario era un modello di scrittura e un metodo di indagine. I suoi apologhi su una società mafiosizzata nei suoi centri di potere, nei suoi codici culturali, nella sua pratica quotidiana, costituiscono una variazione sul tema del potere e delle sue implicazioni criminali, e questo è un patrimonio ormai consegnato alla storia della letteratura e alla cultura, non solo italiana.
Trent’anni dopo possiamo chiederci se le sue parole sono state una profezia. Certo, con quel che è accaduto negli ultimi anni, siamo portati a pensarlo. Un breve elenco: imprenditori che si mostravano in prima fila nella lotta alla mafia incriminati per i loro rapporti con Cosa nostra; uno di essi, che passava per promotore del movimento antiracket, colto in flagrante mentre intascava una mazzetta; un telegiornalista, insignito di award internazionali, che ha fatto passare una faccenda di corna per aggressione mafiosa; una magistrata, dirigente dell’ufficio che gestisce i beni confiscati, che ne aveva fatto un’azienda privata, assegnandoli ai suoi amici e ricevendone favori, in un classico do ut des; una prefetta che le teneva bordone. Con questo campionario di “buoni esempi” si deve riconoscere che la realtà ha superato le rappresentazioni dello scrittore, ma potremmo dire che non ci troviamo di fronte a «professionisti dell’antimafia» (i professionisti, cioè persone capaci e competenti, ci vogliono, per l’antimafia come per qualsiasi altro tema, arduo e complesso, quelli che fanno danno sono i dilettanti e i cialtroni) ma a dei cattivi attori che hanno recitato la commedia dell’antimafia. La cosa grave, e che ci induce a una impietosa riflessione, è che tanti ci hanno creduto.
Ma quel che ci interessa oggi è lo “stato dell’arte” dell’antimafia. Cos’è accaduto dopo le polemiche del 1987, a parte gli episodi già richiamati? Sono sorti comitati, centri, associazioni e fondazioni, quasi tutti vanno avanti con finanziamenti ottenuti con metodi personalistici e clientelari. La proposta del Centro Impastato che la Regione Sicilia si doti di una legge che fissi criteri oggettivi per l’erogazione dei fondi pubblici è stata isolata, come se fosse una stranezza, la trovata eccentrica di chi non conosce le regole del gioco. In realtà, le conosce ma non le accetta.
Nel 1995 è nata Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, sulla base di associazioni nazionali come le Acli, l’Arci, la Sinistra giovanile del Pds, legate direttamente o indirettamente ai partiti, e il primo, consistente, nucleo di adesioni si è costituito con l’elenco dalle loro sezioni locali, a prescindere se fossero o meno impegnate in attività antimafia. I referenti regionali sono stati nominati sulla base della loro appartenenze a queste associazioni. In Sicilia è toccato a una rappresentante dell’Arci, che mai si era vista in iniziative antimafia. Successivamente la referente si è candidata con Forza Italia ed è stata “dimissionata”. Dimissionati due vicepresidenti e i responsabili per il lavoro nelle scuole e per i beni confiscati, senza nessuna discussione. Chi scrive è stato sospeso, e si è dimesso, dopo aver posto problemi di democrazia interna, dovuti al leaderismo carismatico del fondatore, il sacerdote Luigi Ciotti. Recentemente è stato “licenziato” con un messaggino il figlio di Pio La Torre, protagonista delle lotte contadine, dirigente comunista e parlamentare nazionale, ucciso il 30 aprile del 1982.
Le attività continuative sono quelle nelle scuole, del movimento antiracket, per l’uso sociale dei beni confiscati. Nelle scuole l’educazione alla legalità si riduce troppo spesso a prediche senza analisi, al richiamo al rispetto delle leggi, ignorando che ancora più grave dell’illegalità mafiosa è quella delle istituzioni, che hanno troppi scheletri negli armadi e nessuna volontà di aprirli. Le associazioni antiracket, con esempi significativi, si limitano alle regioni meridionali, nonostante che le estorsioni siano ormai presenti sul territorio nazionale; l’uso sociale dei beni confiscati si limita a una decina di cooperative in tutta l’Italia.
Sul terreno della giustizia accanto a magistrati seriamente impegnati ci sono altri in vetrina o in giro con un personaggio come il direttore della rivista “Antimafia duemila”, che dice di avere ricevuto dalla Madonna di Fatima la mission di lottare la mafia, anticristo del nostro tempo, di avere le stimmate e di essere il maggiore esperto di Ufo! Qualche altro magistrato, smessa temporaneamente o definitivamente la toga, fa da foglia di fico a potenti in cerca di credenziali o si candida come salvatore della patria, andando incontro a patetici insuccessi. Sulla stampa e alla televisione qualcuno si atteggia a monopolista del pensiero unico antimafioso.
Il processo in corso sulla “trattativa” Stato-mafia rischia di delegare al potere giudiziario problemi, come il rapporto tra mafia, politica e istituzioni, che dovrebbero essere affrontati e risolti dall’intera società. Viviamo una crisi della democrazia, all’interno di una crisi più generale frutto del dominio del capitalismo finanziario e della dittatura del mercato globalizzato, che aggravano squilibri territoriali e divari sociali. In Italia, dopo vent’anni di Berlusconi, andato al potere con milioni di voti, sembrava che ci si potesse rialzare, con uno scatto di dignità. Ma i giovani “rottamatori” hanno fatto, o tentato di fare, quello che non è riuscito al patriarca di Arcore, abolendo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che tutela i licenziati senza giusta causa, e progettando una riforma costituzionale impresentabile. Per fortuna il 4 dicembre c’è stato il referendum, ma non possiamo campare solo di referendum. Bisogna ripensare e ricostruire i fondamenti del vivere quotidiano. Su questa strada la lezione di Sciascia (considerato per tutta la sua opera, e non per un singolo episodio, che può essere criticabile) con i suoi meriti e le sue contraddizioni può essere un buon bagaglio di viaggio e le sue pagine, lette con attenzione e non con devozione, ci servono ancora per capire in che mondo viviamo, anche se la realtà è andata al di là delle sue più pessimistiche previsioni.
Note:
[1] L. Sciascia, A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani, Milano 1989. Le citazioni successive sono tratte da questo libro.
[2] L. Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, Torino 1961; A ciascuno il suo, Einaudi, Torino 1966.
[3] C. Duggan, La mafia durante il fascismo, Rubbettino, Soveria Mannelli 1986; L. Sturzo, La Mafia, in Scritti inediti 1890-1924, Cinque Lune, Roma 1974.
[4] Cfr. U. Santino, Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all’impegno civile, Editori Runiti University Press, Roma 2009, terza edizione, pp. 325 ss. Anche per le successive considerazioni si rimanda a questo testo.
[5] L. Sciascia, A futura memoria, cit., pp. 131 ss.
[6] U: Santino, Storia del movimento antimafia, cit., p. 395.
[7] “L’Ora”, 3 febbraio 1987, Troppa antimafia? ma dai; il comunicato è pubblicato in appendice al mio L’alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ali giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997, pp.269 s.
[8] U. Santino, L’alleanza e il compromesso, cit., p. 77.
[9] L’incontro, organizzato dalla rivista “Micromega”, si svolse il 25 giugno 1992, presso la Biblioteca comunale di Palermo.
[10] In L.Sciascia, A futura memoria, cit., p. 153.
[11] Ibidem, p. 139.
[12] U. Santino, La mafia finanziaria. Accumulazione illegale e complesso finanziario-industrale, in “Segno” nn. 69-70, aprile maggio 1986, pp. 7-49, trad. inglese: The financial mafia. The illegal accumulation of wealth and the financial-industrial complex, in “Contemporary Crises”, vol. 12, n. 3, September 1988, pp.203-243, e in www.centroimpastato.com; P. Arlacchi La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalismo, il Mulino, Bologna 1983, a cui è ispirata la legge antimafia del 1982, che non considerava la dimensione finanziaria che già allora si affermava a grandi passi.
[13] L. Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, Laterza, Bari 1956.
Fonte
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