Nel manuale di storia per le classi 10° e 11° delle scuole russe, introdotto lo scorso 1 settembre, si dovrà riscrivere il capitolo sui popoli dell’URSS “vittime delle deportazioni staliniane”.
Lo ha chiesto il presidente del parlamento ceceno Magomed Daudov su incarico di Ramzan Kadyrov e la richiesta è stata prontamente accolta dall’ex ministro della cultura (nonché coautore del nuovo manuale) Vladimir Medinskij e appoggiata dal ministro per l’istruzione Sergej Kravtsov.
Va da sé che, per i “democratici” dei media padronali, se Medinskij è colpevole di qualcosa, è di aver «costruito la rilettura revisionista delle vicende russe da Ivan il Terribile a Stalin».
Per quanto ci riguarda, Medinskij è l’ex ministro che, negli anni recenti, ha disseminato la Russia di targhe e monumenti a generali bianchi e collaborazionisti filo-nazisti, esortando alla “pacificazione” tra bianchi e rossi e, nel nome della “unità della nazione russa”, chiama i rossi a pentirsi dei loro “peccati”.
Daudov ha scritto che il nuovo manuale «ha sollevato un’ondata di indignazione tra gli esponenti dei popoli dell’URSS vittime delle repressioni», che invece avevano contribuito alla vittoria nella guerra patriottica; ha scritto che, nel periodo della lotta al terrorismo internazionale in Caucaso, il primo presidente ceceno – Akhmat Kadyrov, padre di Ramzan – e i suoi avevano difeso l’integrità dello Stato, così come oggi difendono gli interessi del paese nelle operazioni in Ucraina.
Il Congresso russo dei popoli del Caucaso esige addirittura di vietare il manuale. Sotto accusa, il 31° paragrafo, in cui i popoli repressi vengono elencati «insieme a banderisti, vlasoviani e altri» (banderisti di OUN-UNA ucraini e vlasoviani del cosiddetto “Esercito di liberazione russo”: tutti agli ordini dei nazisti) e si contesta la formulazione che «Sulla base di fatti di collaborazione con gli occupanti da parte di karachaevi, kalmyki, ceceni, ingusci, balkary, tatari di Crimea, nel 1943-1944 il Comitato statale di difesa decise una loro punizione collettiva: il trasferimento forzato nelle regioni orientali del paese. Come risultato, subirono repressioni non solo banditi e complici, ma anche molte persone innocenti».
Ora, con il rispetto dovuto alle formazioni che a suo tempo hanno collaborato alle operazioni anti-terrorismo in Cecenia e hanno ora portato un decisivo contributo in alcuni momenti delle operazioni di guerra in Ucraina, le non nuove esternazioni di Ramzan Kadyrov a proposito delle “repressioni staliniste” necessitano di qualche precisazione.
Ai primi posti tra i “popoli repressi” in URSS, c’è stato senza dubbio quello ceceno e, per limitarsi al solo periodo sovietico, la questione risale anche a molto tempo prima degli anni della guerra. Si può dire che sin dai primi giorni del potere sovietico e fino alla sua liquidazione, la RSS autonoma ceceno-inguscia (sciolta nel 1924) è sempre stata un focolaio di banditismo, che periodicamente sfociava in sommosse di massa, regolarmente messe a tacere da interventi dell’Esercito Rosso.
Nell’agosto 1920, ad esempio, il Commissario militare per la Cecenia constatava che «Nel popolo ceceno non si notano sintomi di autocoscienza di classe». Il nuovo potere si dette da fare per correggere le «conseguenze della politica coloniale zarista», sloggiando i cosacchi del Terek e trasferendo le loro terre a ceceni e ingusci, che ne furono contenti, soprattutto perché nel processo di trasferimento, ebbero l’opportunità di derubare bestiame dai villaggi vicini, soprattutto georgiani.
Già durante la guerra civile, le sortite banditesche dei ceceni avevano interessato anche le zone temporaneamente occupate dalle forze dei bianchi e se, terminata quella guerra, il fenomeno delle razzie e del banditismo era andato via via sfumando, la cosa non riguardava la Cecenia, in cui continuavano a scorrazzare bande più o meno numerose dedite alle rapine nei villaggi di Inguscetija, Kabardino-Balkarija, Ossetija.
Nel 1923 il commissario militare del 9° Corpo, denunciava la natura «puramente criminale, annidata nella massa della popolazione dei monti, che vive secondo condizioni di vita e tradizioni tutte particolari, educata nel fanatismo religioso e nell ex regime colonizzatore. Innata animosità, faide di sangue, odio nazionale, anguste condizioni territoriali, abbondanza di armi, condizioni geografiche: tutto questo influenza lo sviluppo del banditismo».
I limiti di un articolo non permettono di ricostruire tutte le vicende antecedenti all’invasione nazista dell’URSS, con le misure e gli interventi di reparti dell’esercito e delle forze di sicurezza, decisi dal potere sovietico per venire a capo del banditismo nelle zone montuose del Caucaso, attivo spesso in combutta con alti esponenti religiosi e politici nazionalisti della ex Repubblica autonoma.
Interventi ripetutisi nel 1925, quando nelle aree nord-caucasiche si tentò di dar vita a una “Repubblica montana indipendente” sotto protettorato turco, con Cecenia, Inguscetija, Dagestan inondate di armi e la parte reazionaria del clero musulmano che fomentava sentimenti anti-russi.
E soprattutto nel 1929 allorché, secondo il rapporto del comando del distretto militare caucasico, «in Cecenia, come anche in Karachaj, siamo di fronte non a scoppi separati di banditismo controrivoluzionario, ma a una vera e propria insurrezione in interi distretti, a cui prende parte quasi tutta la popolazione».
Rivolte ripetutesi nel 1930, 1932 e anche nel 1940. E, allo scoppio della guerra, i ribelli anti-sovietici, forti anche di gruppi di disertori da altre regioni caucasiche, intensificarono le loro attività con azioni terroristiche ai danni di agenti del NKVD, procuratori, direttori di aziende sovietiche, miliziani, giudici, deputati del Soviet repubblicano, di villaggio, razzie contro kolkhoz, che continuarono nel 1942 e 1943, fomentate dall’occupazione nazista.
A gennaio 1942 si tenne in segreto a Ordžonikidze (oggi: Vladikavkaz) l’assemblea fondativa del “Partito esclusivo dei fratelli caucasici” (OPKB) che aveva tra gli obiettivi l’unione in un’unica formazione di tutte le organizzazioni anti-sovietiche, lo scompiglio delle retrovie, la collaborazione con la Germania e la formazione di una Repubblica federativa del Caucaso sotto l’impero germanico, per colpire definitivamente lo spirito bolscevico nel Caucaso, espellendo dalla regione russi ed ebrei.
Quali azioni dirette c’era l’organizzazione di diserzioni in massa e di atti terroristici, la distruzione di kolkhoz e sovkhoz, sabotaggi nelle fabbriche, azioni diversive generalizzate e altro, a favore della Germania, forti degli armamenti e dei plotoni di sabotatori tedeschi.
Sebbene l’obiettivo dichiarato del OPKB fosse l’unione delle forze antisovietiche di tutti i popoli caucasici, i ceceni costituivano la parte di gran lunga prevalente. Man mano che il fronte si avvicinava alle frontiere cecene, si intensificarono i lanci di reparti di guastatori tedeschi, infoltiti da disertori caucasici dell’Esercito Rosso, passati per i centri addestramento tedeschi in Crimea o Polonia, che presero ad agire contro le retrovie sovietiche e le formazioni partigiane.
In un memorandum compilato dal vice commissario alla sicurezza di stato Kobulov e indirizzato nel novembre 1943 a Lavrentij Berija, si diceva che la popolazione di Cecenia-Inguscetija contava oltre 705.000 persone, di cui 450.000 ceceni e ingusci (in base al censimento del 1939: 668.400 ceceni e circa 84.000 ingusci) e c’erano 38 sette, con ventimila adepti che nascondevano banditi e paracadutisti tedeschi.
All’avvicinamento del fronte, nel settembre 1942, un centinaio di esponenti a vari livelli del VKP(b) se l’erano svignata; «l’atteggiamento di ceceni e ingusci verso il potere sovietico si esprime apertamente in diserzione e renitenza alla chiamata nell’Esercito Rosso».
Il tutto, con l’inerzia dei vertici locali del NKVD (alcuni dei quali erano imparentati con vari capibanda e, insieme a essi, in contatto con la GeStaPo) nei confronti del crescente banditismo, denunciata più volte nel corso del 1941 dal Comitato regionale del VKP(b).
In definitiva, per venire a capo del banditismo e dell’aperto collaborazionismo, il “lavoro di massa condotto dal partito tra la popolazione” (auspicato nel 1943 dal futuro Procuratore generale sovietico a Norimberga, R. Rudenko), risultava inefficace e insufficiente, specialmente nei piccolissimi villaggi sperduti tra le montagne.
Ma, soprattutto, tale metodo era giudicato un segno di debolezza del potere sovietico, da parte di una popolazione che, ad esempio, vedeva nella punizione degli assassini di un esponente sovietico non estesa a tutto il villaggio che li aveva coperti, una manifestazione di “umanità”, inconcepibile per quelle genti, educate alla vendetta di sangue, la rinuncia alla quale disonorava l’intero clan.
Se un bandito si nascondeva, l’intera popolazione del suo “aul” conosceva perfettamente il suo rifugio, e l’unico sistema di scovarlo, era quello di chiamare a rispondere tutto il villaggio: secondo l’uso locale, responsabile del delitto non è infatti il singolo bandito, ma tutto il villaggio.
La decisione sulla deportazione scaturiva da queste considerazioni. Che, peraltro, erano chiarissime agli stessi deportati, come si evince da questa ammissione: «Il potere sovietico non ci perdonerà. Non prestiamo servizio militare, non lavoriamo nei kolkhoz, non aiutiamo il fronte, non paghiamo le tasse; tutt’intorno banditismo. I karachaj li hanno trasferiti per questo, trasferiranno anche noi».
Per non destare preoccupazioni nella popolazione e non insospettire i banditi, l’operazione “Lenticchia” venne presentata come un nuovo censimento.
Il 17 febbraio 1944 Lavrentij Berija informava il presidente del GKO (Comitato statale di difesa) Iosif Stalin che i preparativi per il trasferimento di 459.486 ceceni e ingusci erano in via di ultimazione e si prevedeva di radunare nei primi tre giorni tutta la popolazione pedemontana (circa 300.000 persone) e nei restanti cinque giorni i rimanenti 150.000 individui sparsi tra le montagne.
Oltre ai reparti della sicurezza, avrebbero partecipato all’operazione alcune migliaia di attivisti da Dagestan e Ossetija settentrionale, vittime delle scorribande cecene, e anche russi risiedenti in quelle aree, insieme a rappresentanti sovietici ceceni e ingusci.
Il 23 febbraio cominciava il trasferimento. A tutta la popolazione, casa per casa, veniva spiegato che «Nel periodo dell’attacco tedesco-fascista al Caucaso settentrionale, ceceni e ingusci si sono comportati da antisovietici, nelle retrovie dell’Esercito Rosso, avendo dato vita a bande, ucciso soldati e cittadini sovietici, dando rifugio a guastatori tedeschi».
Per il viaggio, veniva consentito di prendere con sé alimenti, piccoli oggetti domestici e attrezzi agricoli per un peso di 100 kg a persona, ma non più di mezza tonnellata a famiglia. Nè soldi, né altri valori venivano confiscati. Per attrezzature agricole, foraggio e bestiame veniva rilasciata una ricevuta che consentiva di ripristinare l’economia domestica nei nuovi luoghi di destinazione. Le persone sospette venivano arrestate.
Si segnalava che tra le bande ancora a piede libero circolava la convinzione che il ritiro tedesco fosse temporaneo, in attesa di una ‘controffensiva primaverile’ e dunque bisognava resistere e «preparare il popolo all’insurrezione già al primo giorno del trasferimento».
Ma l’azione risoluta del potere sovietico aveva avuto effetto su una popolazione educata a “rispettare la forza”. Il 1 marzo 1944 erano già stati completati 177 convogli ferroviari con 91.250 ingusci e 387.229 ceceni, e 154 di essi erano già partiti verso Asia centrale e Kazakhstan. Durante il tragitto, morirono 1.272 persone e altre 50 rimasero uccise in tentativi di fuga.
Parlando dunque di contributo ceceno alla Grande guerra patriottica, impossibile non ricordare che, accanto a indubbi esempi di lealtà al potere sovietico e dedizione nella guerra anti-nazista, a marzo 1942 la diserzione tra ceceni e ingusci era calcolata a oltre il 90%; nel 1943, su circa 3.000 volontari ceceni, 1870 disertarono.
Quei ceceni, ingusci e balkari che combatterono onestamente nelle file dell’Esercito Rosso (si calcola che nel 1941, dei difensori della fortezza di Brest, almeno 1/3 fossero ceceni), o servirono da civili l’amministrazione sovietica, non furono soggetti ad alcun trasferimento forzato.
Dunque, a pensarci bene, non è poi così semplice ristampare quasi 800.000 libri di testo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/05/2023
Guerra in Ucraina - Prigožin strilla, Kadyrov “media”
di Francesco Dall'Aglio
La questione Prigožin sta tenendo banco su tutti i media e tutti i canali social, come era facilmente prevedibile e come era ovviamente nelle sue intenzioni.
Ricapitolando in breve, tra ieri e oggi Prigožin ha diffuso due video. In quello di ieri lo si vede estremamente alterato mentre, sullo sfondo di un gruppo di cadaveri di soldati Wagner uccisi, a suo dire quel giorno, accusa apertamente Shoigu e Gerasimov di non mandare munizioni ai suoi uomini, provocando perdite alte e non necessarie.
Il tono è durissimo, il viso stravolto, le accuse pesanti come gli insulti, che ripetono i temi populisti (ma non per questo falsi) già usati in passato da lui e soprattutto dai nazionalisti e dai falchi russi: voi state seduti comodi nei club mentre qui si muore, i vostri figli (questa è per Shoigu) si godono la vita e fanno video su Youtube, eccetera.
Oggi invece il tono è diverso, ma non meno duro. Questa volta si presenta come capoguerra, sullo sfondo non di soldati morti ma vivi e perfettamente armati, a rimarcare la loro eccellenza militare (vedi foto che allego).
Dopo avere ricapitolato tutti i successi della Wagner finora, accusa ancora i vertici militari: i suoi uomini, dice, avrebbero preso la totalità di Bahmut entro il 9 maggio ma questo ha provocato l’invidia dei “burocrati invidiosi”, che hanno creato volontariamente una mancanza artificiale di munizioni, che ci sono ma non vengono spedite ai suoi uomini.
Stando così le cose, si vede costretto a spostare i suoi uomini nelle retrovie per dar loro modo di “leccarsi le ferite“, trasferendo le posizioni che occupano al momento alle unità dell’esercito russo, pronti a tornare in azione quando “la Patria avrà ancora bisogno di loro“.
Quindi attende l’ordine di ritirata delle truppe firmato dal comando russo, con l’indicazione della data in cui in suoi uomini saranno sostituiti: non è chiaro cosa dovrebbe accadere in caso quest’ordine non arrivasse (e ricordo che se si ritirassero dal fronte di loro volontà sarebbero tutti disertori).
Non penso che queste dichiarazioni siano una psyop concertata tra Prigožin e i vertici militari, come qualcuno ritiene. Le accuse sono troppo gravi e personali, e soprattutto Prigožin non è l’unico ad averle mosse a Shoigu e Gerasimov.
Penso che davvero ci sia un problema, ma bisogna vedere se il problema è la volontà reale dei comandi russi di non dargli munizioni, o se invece non serva a mascherare il fatto che Bahmut non è stata ancora interamente conquistata (mancano, come ricorda lo stesso Prigožin, 2,5 kmq).
Paradossalmente potrebbe essere stato proprio l’aumento degli effettivi della Wagner, causato dai suoi precedenti successi, ad avere innescato il problema: più uomini impegnati in più operazioni, ma senza un’adeguata copertura dell’artiglieria.
Prigožin potrebbe aver voluto strafare, e ora ritrovarsi con una forza militare molto meno efficiente di prima, e cercare una scappatoia accusando altri.
Oppure i successi della Wagner potrebbero davvero avere scatenato invidie e gelosie; oppure qualcuno ai vertici potrebbe aver deciso di ridurre drasticamente il numero di effettivi della Wagner, lasciando che si esaurissero negli assalti a Bahmut, riducendo così anche il prestigio di Prigožin, ma facendo bene attenzione a farlo solo dopo che la quasi totalità di Bahmut era già in mano russa.
Al momento tutte queste sono teorie, e nemmeno io saprei qual è la più verosimile (io credo che Prigožin abbia parecchio rotto le scatole e che la Wagner sia diventata troppo importante; al tempo stesso non se ne può ancora fare a meno).
Ad ogni modo, a cercare di conciliare le parti poco fa è intervenuto nientemeno che Kadyrov, negli inediti panni di adulto ragionevole, con un discorso di otto minuti nel quale ha esortato entrambe le parti a mettere da parte le loro differenze per il bene comune, criticando sia Prigožin che il comando russo, ma alla fine ammettendo che tutti i problemi di approvvigionamento che le unità cecene avevano denunciato in passato non dipendevano da cattiva volontà, ma da malintesi o dalle circostanze della guerra, che sono sempre difficili.
Certo, se il “fratello maggiore” Prigožin decidesse di lasciare il campo, il “fratello minore” Kadyrov e le sue truppe dell’Akhmat sarebbero pronte a prendere il suo posto a Bahmut: ma lui si augura che i due chilometri che mancano siano presi come risultato dello sforzo comune di tutti nell’eseguire gli ordini del comandante supremo, Vladimir Vladimirovič Putin.
Che democristiano...
Intanto, stando a quanto dice il comando ucraino, la Wagner non solo non si sta ritirando ma sta intensificando gli sforzi su più settori del fronte.
Mah...
Fonte
La questione Prigožin sta tenendo banco su tutti i media e tutti i canali social, come era facilmente prevedibile e come era ovviamente nelle sue intenzioni.
Ricapitolando in breve, tra ieri e oggi Prigožin ha diffuso due video. In quello di ieri lo si vede estremamente alterato mentre, sullo sfondo di un gruppo di cadaveri di soldati Wagner uccisi, a suo dire quel giorno, accusa apertamente Shoigu e Gerasimov di non mandare munizioni ai suoi uomini, provocando perdite alte e non necessarie.
Il tono è durissimo, il viso stravolto, le accuse pesanti come gli insulti, che ripetono i temi populisti (ma non per questo falsi) già usati in passato da lui e soprattutto dai nazionalisti e dai falchi russi: voi state seduti comodi nei club mentre qui si muore, i vostri figli (questa è per Shoigu) si godono la vita e fanno video su Youtube, eccetera.
Oggi invece il tono è diverso, ma non meno duro. Questa volta si presenta come capoguerra, sullo sfondo non di soldati morti ma vivi e perfettamente armati, a rimarcare la loro eccellenza militare (vedi foto che allego).
Dopo avere ricapitolato tutti i successi della Wagner finora, accusa ancora i vertici militari: i suoi uomini, dice, avrebbero preso la totalità di Bahmut entro il 9 maggio ma questo ha provocato l’invidia dei “burocrati invidiosi”, che hanno creato volontariamente una mancanza artificiale di munizioni, che ci sono ma non vengono spedite ai suoi uomini.
Stando così le cose, si vede costretto a spostare i suoi uomini nelle retrovie per dar loro modo di “leccarsi le ferite“, trasferendo le posizioni che occupano al momento alle unità dell’esercito russo, pronti a tornare in azione quando “la Patria avrà ancora bisogno di loro“.
Quindi attende l’ordine di ritirata delle truppe firmato dal comando russo, con l’indicazione della data in cui in suoi uomini saranno sostituiti: non è chiaro cosa dovrebbe accadere in caso quest’ordine non arrivasse (e ricordo che se si ritirassero dal fronte di loro volontà sarebbero tutti disertori).
Non penso che queste dichiarazioni siano una psyop concertata tra Prigožin e i vertici militari, come qualcuno ritiene. Le accuse sono troppo gravi e personali, e soprattutto Prigožin non è l’unico ad averle mosse a Shoigu e Gerasimov.
Penso che davvero ci sia un problema, ma bisogna vedere se il problema è la volontà reale dei comandi russi di non dargli munizioni, o se invece non serva a mascherare il fatto che Bahmut non è stata ancora interamente conquistata (mancano, come ricorda lo stesso Prigožin, 2,5 kmq).
Paradossalmente potrebbe essere stato proprio l’aumento degli effettivi della Wagner, causato dai suoi precedenti successi, ad avere innescato il problema: più uomini impegnati in più operazioni, ma senza un’adeguata copertura dell’artiglieria.
Prigožin potrebbe aver voluto strafare, e ora ritrovarsi con una forza militare molto meno efficiente di prima, e cercare una scappatoia accusando altri.
Oppure i successi della Wagner potrebbero davvero avere scatenato invidie e gelosie; oppure qualcuno ai vertici potrebbe aver deciso di ridurre drasticamente il numero di effettivi della Wagner, lasciando che si esaurissero negli assalti a Bahmut, riducendo così anche il prestigio di Prigožin, ma facendo bene attenzione a farlo solo dopo che la quasi totalità di Bahmut era già in mano russa.
Al momento tutte queste sono teorie, e nemmeno io saprei qual è la più verosimile (io credo che Prigožin abbia parecchio rotto le scatole e che la Wagner sia diventata troppo importante; al tempo stesso non se ne può ancora fare a meno).
Ad ogni modo, a cercare di conciliare le parti poco fa è intervenuto nientemeno che Kadyrov, negli inediti panni di adulto ragionevole, con un discorso di otto minuti nel quale ha esortato entrambe le parti a mettere da parte le loro differenze per il bene comune, criticando sia Prigožin che il comando russo, ma alla fine ammettendo che tutti i problemi di approvvigionamento che le unità cecene avevano denunciato in passato non dipendevano da cattiva volontà, ma da malintesi o dalle circostanze della guerra, che sono sempre difficili.
Certo, se il “fratello maggiore” Prigožin decidesse di lasciare il campo, il “fratello minore” Kadyrov e le sue truppe dell’Akhmat sarebbero pronte a prendere il suo posto a Bahmut: ma lui si augura che i due chilometri che mancano siano presi come risultato dello sforzo comune di tutti nell’eseguire gli ordini del comandante supremo, Vladimir Vladimirovič Putin.
Che democristiano...
Intanto, stando a quanto dice il comando ucraino, la Wagner non solo non si sta ritirando ma sta intensificando gli sforzi su più settori del fronte.
Mah...
Fonte
05/10/2022
Guerra in Ucraina - Una analisi della situazione sul fronte e nelle retrovie
Riprendiamo e pubblichiamo questa lucida analisi della situazione militare sul fronte della guerra in Ucraina di Gianandrea Gaiani, analista e direttore del sito specializzato Analisi Difesa. In questi mesi ed anche in questa fase della guerra, Gaiani ha esaminato con lucidità e oggettività la situazione senza indulgere alle tentazioni della propaganda di guerra. Buona lettura.
*****
I russi perdono terreno sui fronti ucraini: polemiche a Mosca
I russi perdono terreno sui fronti ucraini: polemiche a Mosca
Sembrano trovare conferme in queste ore le notizie di fonte ucraina di progressi per ora contenuti sul fronte meridionale. Il ministero della Difesa russo riferisce che duri scontri si registrano nella regione di Mylokayiv e vicino ad Andriyvka, nella regione di Kherson dove i russi cercano di mantenere il controllo dei territori a nord del Dnepr e gli ucraini attaccano dalla testa di ponte a sud del fiume Ingulets.
Kiev ha reso noto di aver conquistato due insediamenti (Arkhanhelske e Myrolyubivka) e di aver sfondato le linee russe lungo il fiume Dnepr puntando verso Novaya Kakhovka, scendendo da est verso ovest lungo il corso del Dnepr, settore in cui Mosca ammette che sono in corso aspri scontri.
Il segretario della Difesa Usa, Llyod Austin parla di “progressi” in questo settore anche se più lenti rispetto al fronte di Kharkiv/Donetsk dove nel corso del fine settimana è stata riconquistata Lyman.
Nella tarda mattinata del 3 ottobre le forze russe avrebbero fermato l’avanzata delle truppe ucraine lungo il fiume Dnepr, nella regione di Kherson a circa 100 chilometri dall’omonima città, secondo quanto dichiarato all’agenzia di stampa russa TASS dal vice capo dell’amministrazione militare civile della regione, Kirill Stremusov.
“Hanno fatto un tentativo, avanzando lungo il Dnepr ma sono stati respinti e vengono bombardati. C’è stata un’avanzata e sono stati distrutti. Non avanzano più”, ha detto Stremousov, che in precedenza aveva ammesso “un piccolo avanzamento delle unità ucraine”. Secondo la TASS, le forze ucraine stavano avanzando in direzione di Dudchany, località sulle rive del Dnepr.
Nonostante l’offensiva ucraina su tutto il fronte meridionale sia in atto ormai da un mese (secondo diverse fonti con elevate perdite tra le truppe di Kiev) i russi finora sembravano riuscire a contenerla impedendo al nemico di riconquistare i territori oltre il Dnepr inclusa la città di Kherson annessa ufficialmente con l’intero “oblast” omonimo alla Federazione Russa in seguito ai recenti referendum.
Un eventuale cedimento su questo fronte, a cui Mosca ha garantito la priorità convogliandovi le riserve disponibili a discapito della Difesa sui fronti di Kharkiv e Donetsk, rappresenterebbe uno smacco con la rinuncia a territori conquistati nelle fasi iniziali dell’operazione speciale avviata il 24 febbraio.
Da Lyman a Kremina
Il 2 ottobre le forze russe hanno completato il ritiro da Lyman dopo che gli ucraini erano avanzati fino a minacciare di aggirare e circondare il centro abitato isolandovi la guarnigione di circa 5mila militari russi e delle milizie del Donbass.
La ritirata russa da Lyman e da Torske (a ovest di Lyman) da un lato alleggerisce la pressione russa verso Slovyansk e Kramatorsk, obiettivi-chiave dei piani di Mosca per la conquista dell’intero oblast di Donetsk, dall’altro consente agli ucraini di puntare verso l’oblast di Luhansk e di minacciare Severodonetsk e Lysychansk, conquistate dai russi all’inizio dell’estate.
Il ministero della Difesa di Mosca aveva confermato già il 1° ottobre il ritiro da Lyman. “A causa della minaccia di essere accerchiate, le truppe alleate si sono ritirate dall’insediamento di Krasny Lyman su linee più favorevoli. Nonostante le perdite subite, avendo una superiorità significativa di forze e di mezzi il nemico continua la sua offensiva”.
In effetti gli ucraini continuano a premere a nord di Lyman e le nuove linee russe sembrano essere arretrate di circa 20 chilometri, intorno a Kremina, dove peraltro le autorità della Repubblica popolare di Donetsk segnalano attacchi ucraini tesi a sfondare le linee di difesa russe.
“Dopo che abbiamo dovuto lasciare Lyman, i nostri militari si sono trincerati alla periferia di Kreminna e la situazione è piuttosto calda”, ha detto al canale Soloviev Live il portavoce militare Andrei Marochko.
Il portavoce del Gruppo Orientale delle Forze Armate ucraine, Serhiy Cherevaty, ha annunciato che per le forze russe “ora è molto importante mantenere Kreminna” perché la sua conquista aprirebbe alle truppe ucraine la riconquista della regione di Lugansk e di Severodonetsk e Lysychansk.
Una conferma che i russi continuano a soffrire una forte carenza di truppe aggravata ulteriormente dalla superiorità numerica degli ucraini che sembrano voler buttare nella mischia tutte le riserve disponibili per sostenere le controffensive sui due fronti nonostante perdite molto elevate.
Secondo Kiev le autorità russe puntano alla mobilitazione forzata nei territori occupati dell’Ucraina mentre sarebbero non meno di 100 mila i riservisti russi che entro le prossime settimane di ottobre potrebbero già essere schierati sui fronti ucraini dove i russi restano all’offensiva solo sui fronti di Bakhmut e Avdivka, nella regione di Donetsk.
La Russia ammette peraltro difficoltà burocratiche (dovute probabilmente al mancato aggiornamento delle liste del personale richiamabile) nella rapida mobilitazione dei 300 mila riservisti, necessari a bilanciare la mobilitazione generale ucraina che ha permesso a Kiev di mettere in campo in questi mesi forze stimate in quasi mezzo milione di combattenti incluse Guardia Nazionale e Milizia Territoriale.
Polemiche a Mosca
Dopo le polemiche esplose in diverse regioni russe dove si evidenziavano ingenti richiami di uomini appartenenti alle minoranze, in Yacuzia (Siberia Orientale) circa 300 persone sono state rimandate a casa dopo essere state chiamate alle armi per errore, come ha riferito il capo della Camera civica regionale Nikolay Bugayev, ripreso dall’agenzia di stampa statale russa TASS.
Lo stesso Putin ha ammesso gli errori nella mobilitazione rivolgendosi al Consiglio di Sicurezza Nazionale: “Durante questa campagna di mobilitazione vengono sollevate molte domande e dobbiamo correggere prontamente i nostri errori e non ripeterli”.
Sui media russi intanto si esprimono critiche anche per il mancato controllo completo dei territori dei quattro “oblast” annessi e per l’incapacità di sostenere e rinforzare la guarnigione di Lyman (elemento evidenziato anche dal think-tank statunitense Insititute for the Study of the War - ISW) mentre sui canali televisivi di stato non si nasconde che la situazione militare è difficile.
Eclatanti le critiche espresse dal leader ceceno Ramzan Kadyrov al comandante delle forze russe sul Fronte Centrale in Ucraina, il colonnello generale Alexander Lapin, per aver fallito nel settore di Lyman e addirittura al capo di stato maggiore generale, il generale dell’esercito Valery Gerasimov, di aver coperto i fallimenti di Lapin.
A Kadyrov (che aveva evocato persino il ricorso alle armi nucleari tattiche) ha risposto oggi il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha ribadito come “la Repubblica cecena ha dato un grande contributo alla conduzione dell’operazione speciale” e che “Kadyrov fin dall’inizio l’operazione militare speciale ha fatto molto, ha dato un contributo molto grande e continua a darlo”. Tuttavia “nei momenti difficili, le emozioni dovrebbero essere comunque escluse dal processo decisionale, per il quale preferiamo comunque attenerci a valutazioni molto equilibrate e oggettive”.
Le critiche del leader ceceno sono state condivise dal proprietario del Gruppo Wagner i cui contractors hanno svolto un ruolo non secondario nel conflitto. Tali critiche, espresse da due fedelissimi di Putin, sono state riprese da blog e canali televisivi e sembrano voler accentuare le critiche ai vertici militari probabilmente con un duplice obiettivo.
Da in lato proteggere il Cremlino dall’ombra della sconfitta e delle difficoltà sul campo di battaglia e dall’altro sottolineare il ruolo e la motivazione delle truppe e milizie “irregolari” (come quelle cecene e del Gruppo Wagner) rispetto alle forze armate regolari indicate come afflitte da inefficienza e corruzione.
A Mosca sembra quindi si cerchi un capro espiatorio per questa ennesima ritirata che riduce a circa il 20 per cento il territorio ucraino sotto controllo russo ma il rischio è di minare la compattezza della leadership politica e militare russa.
Anche perché, come rileva l’ISW, fonti in Russia come in Ucraina rilevano che la decisione di continuare a rafforzare il fronte meridionale di Kherson e Zaporizhia a discapito del fronte del Donbass è stata senza dubbio una scelta politica, confermata anche dopo lo sfondamento delle linee sul Fronte settentrionale, nell’oblast di Kharkhiv, da cui i russi si sono ritirati lasciando al nemico Izyum e Kupyansk.
Fonte
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