Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/01/2023

La RAI dichiara guerra alla Russia

Non sappiamo quanto fondamento abbia la leggenda metropolitana secondo la quale Bruno Vespa sia figlio naturale di Benito Mussolini. Probabilmente nessuna, anche se fu avallata da una discendente conclamata del Duce come Alessandra. Quello che è certo è che Vespa rappresenta l’archetipo del giornalista cortigiano, pronto a tutto pur di servire con vera e propria libidine il Potere, quale che esso sia.

Se il giornalista è quel professionista la cui meritoria funzione dovrebbe consistere nel rendere edotto il pubblico della realtà, diffondendo l’informazione su quanto avviene nel modo più obiettivo e imparziale possibile, ben si può intendere come tutta la lunga e fortunata carriera di Vespa abbia ben poco a che vedere con tale funzione.

Ce lo ricordiamo ancora giovinetto, o quasi, quando appollaiato sugli scranni del Telegiornale, ancora monopolista esclusivo dell’informazione pubblica e privata, propinava all’Italia sotto shock per la strage di piazza Fontana la balla della responsabilità di Valpreda e di Pinelli, destinata a coprire le trame dei fascisti e dei servizi italiani e statunitensi che di quella strage furono i veri autori.

Sono passati ben più di cinquant’anni e il nostro Bruno è più che mai sulla cresta dell’onda e ben inserito nei circoli del Potere di cui è sempre stato il fedele portavoce, senza tralasciare pruriginose attenzioni ai delitti che, solleticando i lati peggiori dell’animo umano, fanno maggiormente audience, e ci restituiscono un quadro inquietante della nostra società malata.

Non ci si può quindi stupire troppo del fatto che Vespa, abbinando il suo indubbio fiuto giornalistico coll’altrettanto indubbia propensione a servire perinde ac cadaver il Potere dominante del momento, si sia gettato a corpo morto sulle vicende ucraine per sponsorizzare in tutti i modi possibili Zhelensky e il progetto della NATO e di settori finora maggioritari del governo statunitense decisi a portare avanti la guerra contro la Russia fino all’ultimo ucraino e, se necessario, fino all’ultimo cittadino europeo.

È il progetto alla Stranamore oggi impersonato non tanto dal malfermo e senile Presidente Biden o dall’amorfo burocrate NATO Stoltenberg, per non parlare dei servi sciocchi presenti in massa nelle burocrazie e nei governi europei, quanto dal Segretario di Stato Blinken, portavoce dei settori oltranzisti che, pur di evitare la saldatura tra Russia ed Europa, hanno scelto di accettare il rischio di ridurre il nostro continente a un ammasso di macerie radioattive.

È questo il progetto nefasto che Vespa ha deciso più o meno consapevolmente di sposare, intervistando Zhelensky e poi invitandolo al Festival di Sanremo, con la complicità di un altro “artista” sovvenzionato in modo principesco dall’erario italiano, quale Amadeus.

Cornuti e mazziati, gli italiani non solo pagano di tasca propria Crosetto e le sue spese militari, contribuendo così a porre le premesse della propria autodistruzione bellica, ma anche il codazzo spettacolarizzato di nani e ballerine guerrafondai cui viene assegnato il principale palcoscenico multimediale in cui da tempo si esibisce la nostra disastrata autocoscienza nazionale.

Zelensky quindi potrà riproporre in quella sede il suo ripetitivo appello alla guerra e agli armamenti, approfittando della generosa ospitalità di Vespa, Amadeus e vertici RAI per porre un altro tassello della guerra globale e nucleare che si sta delineando. E questo proprio nel momento in cui il suo regime scricchiola, è costretto a ricorrere alla repressione generalizzata del dissenso e alla fucilazione dei soldati sempre più stanchi di questa inutile strage, palesando sempre più i suoi tratti genetici di autentico fascismo.

Il dubbio figlio naturale del Duce e l’indubbio erede politico del nazifascista ucraino Bandera si sono quindi ritrovati per ammannirci un’intollerabile spettacolarizzazione del conflitto fratricida che dura ormai da quasi un anno e, mentre fa ogni giorno migliaia di vittime ucraine e russe, minaccia di travolgere tutta l’Europa e il pianeta intero nel fuoco della guerra. Direi che la misura è colma.

Fonte

08/01/2020

Il braccio violento della Lega

Occuparsi di politica italiana, in questi giorni, o addirittura di Rai, può giustamente esser visto come un perdere tempo in bazzecole inutili. Però anche queste sono rivelatrici del tempo che stiamo vivendo. Un po’ come il cinema dei “telefoni bianchi”, tutto mossette e romanticismi, mentre nel mondo reale si gonfiavano gli arsenali e si correva verso la Seconda guerra mondiale.

La storiella di Rula Jebreal, prima invitata a intrattenere nel festival di Sanremo e poi “respinta” su pressing della Lega e del protofascista Maurizio Gasparri (!), sembrava una classica roba da Repubblica: molto scandalo per una poco equa spartizione dei posti intorno allo spettacolo più ripetitivo della tv italica.

E in effetti è finita proprio in questo modo, con il classico “compromesso” tra l’ala Rai che fa riferimento all’“azionista di riferimento” Salvini e quella che fa lo stesso con in mente il Pd. Invece di tre serate una sola, e tutti soddisfatti.

Non c’è diversità sostanziale tra i due schieramenti, tranne che per la retorica dominante nel rispettivo “discorso pubblico”: ferocemente reazionario nel primo caso, “fuffoso” nel secondo.

Ma alla fine un accordo si trova. Sempre.

Questo intervento di Marco Ferri, tra i più noti creativi italiani, segnala giustamente questa distanza, ma anche quanto sia breve...

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Il braccio violento della Lega

Solo l’intervento del dg Salini salva in extremis la Rai dal peggio di sé.

Non amo il Festival di Sanremo, è un programmone televisivo, non più un festival della canzone italiana. Si giocano partite incrociate tra discografici, inserzionisti pubblicitari, indici d’ascolto. Per tenerlo su di audience ogni anno ha bisogno di trovare qualcosa che lo renda attuale.

Credo sia stato Pippo Baudo a inventare la formula magica del collegamento con l’attualità, magari anche con finti scoop, che facessero rimbalzare la notorietà sulla stampa e di conseguenza rimpallare nel dibattito pubblico. Ebbe l’ardire di definire il festival “nazional-popolare”, che se lo avesse sentito Gramsci lo avrebbe fulminato con una delle sue righe taglienti sui Quaderni. Baudo, invece si suicidò da solo. E passò i guai che passò per riuscire a tornare in Rai.

Che ancora oggi siano in molti ad assistere alle serate televisive del Festival è uno di quei fenomeni residuali della tv generalista. Come dire: finché dura fa verdura. Il Festival è una pietanza per l’Auditel.

Non ho nessuna stima per Amadeus. Anzi, non l’avevo, finché non ha avuto l’idea di invitare al Festival Rula Jebreal a parlare di violenza sulle donne. Come diceva Margherite Yourcenar, “nessuno è così pazzo da non avere almeno un moggio di saggezza”. Parlo per me, ovviamente. Non è che adesso io abbia cambiato opinione su di lui. Però non posso non riconoscergli che l’idea di coinvogere Rula Jebreal sul tema era una buona idea, che avrebbe avuto successo.

Per quanto provi simpatia per lei e le cose che spesso le ho sentito dire, non ho una particolare predilizione per il lavoro di Rula Jebreal: mi dà un poco fastidio il giornalismo che “surfa” tra la sensazione e l’intrattenimento. Avremmo bisogno di informazione, genuina e nutriente, ma questa è un’altra storia.

Rula Jebreal è stata prima ingaggiata poi le è stato chiesto di essere lei a fare un passo indietro. Lanciare il sasso per poi nascondere la mano è roba da piccoli gerarchi. Uno può dire: mi scusi, abbiamo cambiato idea sulla conduzione. Ogni giorno, in tutto il mondo, si fanno o non si perfezionano contratti di consulenza o collaborazione. Ma quella richiesta è stato un atto di violenza, gratuita e vigliacca. Ha fatto bene, dunque, a rendere pubblica la cosa, con un intervista a Gad Lerner che appare oggi su Repubblica. C’è un passaggio che mi ha gelato il sangue, quando dice del suicidio di sua madre, dopo una violenza sessuale. Ecco, la violenza, appunto.

Secondo Rula Jebreal, tutto sarebbe partito dalla direttrice di Rai Uno, braccio violento della Lega di Salvini. Come sia possibile avergli permesso di sequestrare il servizio pubblico e trasformarlo in servizio privato, strumento della sua macchina propagandistica è una delle schifezze del nostro sistema politico e del ruolo che esercita sul sistema radiotelevisivo italiano. La Rai non è mai stato un luogo salubre, ma siamo arrivati a livelli tali che si preferiscono i flop piuttosto che mollare la presa del potere politico sui palinsesti.

Alla fine, è dovuto intervenire il direttore generale Salini – con un compromesso che ha rimesso in gioco Rula Jebreal – a mettere pace tra Amadeus, che c’aveva messo la faccia, e Teresa De Santis, il cui zelo leghista avrebbe fatto fare una figura penosa al servizio pubblico.

Ma è solo un pannicello caldo. Mi pare sia giunto il momento di tirare una riga e smetterla di subire o peggio di far finta di niente. Bisogna prendere atto che nel servizio pubblico radiotelevisivo italiano si vìola il principio della libertà di parola e di pensiero. Che si fa propaganda e non informazione. Che al pluralismo si è sostituita la calcolatrice del servilismo. “In Rai non si censura nessuno”, dice Salini come a timbrare l’esatto contrario.

E a confermare che questa situazione ha complicità smaccate: cosa fa la Commissione parlamentare di vigilanza? Il presidente e i membri del cda della Rai? Il sindacato dei giornalisti? I comitati di redazione? I funzionari e i dipendenti Rai? E per arrivare fino in fondo al sistema: cosa fanno gli inserzionisti pubblicitari? Investono budget nella tv generalista, cioè per tutti, o foraggiano una linea editoriale che applica la “conventio ad excludendum” nei confronti dei nuovi italiani, degli immigrati, dei gay, degli ambientalisti, del gender gap, della violenza di genere, dei giovani senza una prospettiva credibile, e più in generale di coloro e sono tanti, molti di più degli hater manovrati dalla Bestia salviniana, insomma, di tutti coloro che hanno del mondo una visione aperta, dialogante, plurale, e che per questo ripudiano il fascismo, il razzismo, il sessismo, l’antisemitismo, l’omofobia, l’islamofobia, la xenofobia, il militarismo?

Se la Rai è diventato il braccio violento della Lega di Salvini e Teresa De Santis invece che la direttrice della rete ammiraglia del servizio pubblico fa la buttafuori di viale Mazzini è solo perché glielo stiamo facendo fare. Non c’è arroganza del potere senza la vile compiacenza di chi tace e acconsente.

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