Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/05/2022

Sante Notarnicola e Giovanni Falcone


Mediai nel sequestro di Falcone. E lui…

Stasera vi voglio demolire un mito. Pochi miei amici, oltre che compagni, sanno questa cosa”, una delle “cose più carine che mi sono capitate in galera”. Un giorno “entrai nella casa di un compagno e vidi che sul comodino aveva la fotografia di Giovanni Falcone.

Dico ‘scusa, ma che c’entra?’. Lui: ‘Sai, le lotte civili, la mafia…’.

Ora ve la racconto come la raccontai a lui. Quando andai via, il santino l’aveva tolto. Ma chissà, magari poi l’ha rimesso.

Ero nel carcere di Favignana, era il 1976. Un carcere particolare, è come una casbah. C’ha un sacco di viuzze, tutte cancellate, nel tufo. C’era una particolarità, me la tiro un po’ ma era così: io, insieme ad altri due o tre in tutta la storia penitenziaria, avevo un controllo a vista.

Significava che un turno di guardie era addetto alla mia persona, a non perdermi di vista. Tre turni, perché quello notturno mi chiudevano e quindi non c’era bisogno. I primi tempi era un po’ fastidioso, ma poi ci fai l’abitudine.

Successe che ci portarono il nuovo giudice di sorveglianza, che appunto si chiamava Giovanni Falcone. Noi dal giudice non ci andavamo, non ce ne fregava niente. Era un pivello, non ci interessava la cosa, non avevamo richieste da fare a lui.

Arrivò un detenuto particolarmente turbolento. Era il massimo della soggettività e dell’amoralità”, era una cosa complicata da gestire. Inoltre era pericolosissimo, uno facile di coltello.

Arrivò in questo carcere e, dati i precedenti, evidentemente aveva dei conti aperti: lì c’erano molti mafiosi che contavano, erano tutti lì in quegli anni perché era un carcere dove non ti rompevano le palle. Subito lo misero alle celle.

Disgrazia vuole che erano vicine a dove dormivamo noi e lui, attraverso il lavorante, mi mandò a chiamare: ‘Mi faccio vedere al cancello perché ho bisogno di parlarti’. Va bene, andai al cancello: ‘Che c’è?’. ‘Guarda, devo prendere per il collo il giudice, perchè qua i mafiosi mi vogliono fare la pelle’.

Avevano ragione i mafiosi, in quel caso lì… Gli dico: ‘E io che c’entro?’. ‘Io l’ho già chiamato, quando arriva lo prendo e tu mi devi reggere la questione’. ‘Ma qual’è il tuo obiettivo?’. ‘Andare via il più velocemente possibile da qua, perché se no mi ammazzano’. Anch’io ho un’etica: ‘Va bene, se è così…’.

Passò un giorno e cominciammo a sentire agitazione tra le guardie, pensai: ‘L’ha preso’. Infatti, dopo un paio d’ore arrivarono maresciallo e direttore.

‘Notarnicola, è successa una cosa molto grave. Bisogna che lei venga su’.

‘E’ successa una cosa grave e io devo venire su? Scusi ma cosa volete?’.

‘No venga, abbiamo bisogno di lei, è anche il detenuto che lo chiede’.

Andai. Entrai nella stanzetta, le guardie stavano tutte dietro. C’era Falcone, aveva un segno qua, sotto il mento, si vedeva che era stata la punta di un coltello. Evidentemente, prendendolo, mettendogli il coltello alla gola l’aveva ferito.

Non sanguinava neppure, ma era proprio alla giugulare. Io entrai in questa stanza e misi in chiaro solo una cosa: ‘Mi avete chiamato voi, tu giudice e…’.

E il giudice: ‘Ma veramente…’.

Io: ‘Me ne vado?’.

‘No, no, resti, resti’.

‘Qual’è la situazione?’.

Il detenuto la spiegò: ‘Io devo assolutamente andare via da qui’.

Intanto i giornali radio già cominciavano a parlare di un giudice sequestrato, la televisione cominciava ad aggiornare ogni quarto d’ora.

Dico: ‘Se è solo questo, non dovrebbe essere difficile, per cui stai tranquillo’.

In effetti lui era freddo, in queste cose era bravo. Ma gli dissi: ‘Non farmi scherzi, perché se li fai a lui li fai anche a me, mi metti in una brutta situazione’.

Partirono le trattative, arrivano i procuratori e le squadre d’assalto. Tutto cominciò verso le due e si concluse verso le undici di sera. Intervennero anche altri personaggi, ad esempio Ciaccio Montalto, che poi fu ucciso dalla mafia un paio di anni dopo.

Diventò un’assemblea e io facevo sempre attenzione che non facessero un assalto. Infatti i compagni, dato che la finestra dove si svolgeva tutta questa cosa dava su un cortile, presero dei materassi e li misero sotto.

Mi dissero: ‘Sante, se tu senti che questi arrivano e sparano, gettati dalla finestra. Ti romperai una gamba, ma noi siamo lì a prenderti’. Era l’unica cosa possibile da fare, perché c’era chi spingeva per intervenire con un assalto. Alle undici la cosa finì.

Lumia era il procuratore generale di Trapani. Si accettò che il detenuto venisse portato via e parte, in mezzo ad un nugolo di guardie. Ma dissi al procuratore: ‘Se gli danno solo uno schiaffo…’.

Lui risponde: ‘So come la pensa lei. So che è un fiero avversario, però ci ha dato una mano’.

‘Guardi, io mi preoccupavo solo per il detenuto. Per il giudice vi siete preoccupati voi, per cui due preoccupazioni hanno risolto la cosa. Bona lè’.

L’indomani mattina, questa è la ciliegina, arrivarono di nuovo maresciallo e direttore. Andammo su. Il direttore disse: ‘Io devo fare per lei un encomio solenne’.

‘E che significa? Dove vuole arrivare?’.

‘E’ una cosa molto importante, che si dà raramente nelle carceri. Significa che lei tra tre o quattro anni potrebbe uscire’.

E io, bello fiero: ‘No, sarà la rivoluzione a liberarmi’. Che cretino…

Mi pregò: ‘Ma no, ci pensi, ci pensi’.

Io pensavo a tutti i miei compagni che seguivano la cosa, alle carceri in subbuglio. Ce n’erano alcuni che si erano già preparati: se mi succedeva qualcosa, succedeva un casino. La questione finì lì.

‘Ma viene con noi dal giudice? Perché è tornato al lavoro’.

Lui alle dieci era già lì, ma non più dove si era verificato il sequestro. Avevano fatto un ufficio vicino a dove io sapevo c’era il bar delle guardie. E il maresciallo, che sapeva che per noi tutte le scuse erano buone per arrivare lì e farci un cognacchino, disse: ‘Sante, sai, c’è il bar delle guardie…’.

‘Ah beh, allora, andiamo… Ma cosa volete dal giudice’.

‘Vorrà ringaziarla’.

‘Veramente? L’ha detto lui?’.

‘No, ma noi l’immaginiamo’.

‘Secondo me immaginate male, comunque già che ci siamo, andiamo. Andiamo al bar… Anzi, prima dal giudice e poi al bar…’.

C’era una porta aperta. In fondo c’era il giudice. Alla porta c’eravamo io, il direttore e il maresciallo. Lui girò la testa, guardò tutti e tre… e poi si rimise a scrivere.

Allora il maresciallo disse: ‘Cazzo, Sa, avevi ragione. A questo non gliene fotte un cazzo che tu gli hai tolto il coltello dalla gola. Direttore, noi andiamo a berci qualcosa’.

‘Sì, sì, andiamo a berci qualcosa’.

Insomma, è andata così.

Fonte

24/05/2022

Report manda “in bestia” gli uomini neri. Perquisizioni dopo la puntata di ieri

Questa mattina ci sono state perquisizioni su mandato della Procura di Caltanissetta nell’abitazione dell’inviato di Report Paolo Mondani e nella sede della redazione del programma.

Il motivo addotto è quello di sequestrare atti riguardanti l’inchiesta andata in onda ieri sera sulla Strage di Capaci – dal titolo “La bestia nera” – nella quale si evidenziava la presenza in zona in quelle settimane del leader neofascista Stefano Delle Chiaie – morto nel 2019 – e i legami tra neofascisti e mafia.

Gli investigatori cercano atti e testimonianze anche sui telefonini e i pc dei redattori di Report. Ma secondo quanto riferito dal direttore Ranucci all’Ansa, il decreto di perquisizione riporta la data del 20 maggio, cioè tre giorni prima della messa in onda del servizio. “Non è un atto ostile nei nostri confronti – afferma Ranucci –. Ovviamente abbiamo messo al corrente l’ufficio legale, l’ad Fuortes e il nostro direttore”.

Il procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca afferma che l’inchiesta sul contenuto della trasmissione Report di ieri, con la perquisizione eseguita dalla Dia nei confronti di “un giornalista che non è indagato”, punta solo a “verificare la genuinità delle fonti”, sottolineando che la “perquisizione non riguarda in alcun modo l’attività di informazione svolta dal giornalista, benché la stessa sia presumibilmente susseguente ad una macroscopica fuga di notizie, riguardante gli atti posti in essere da altro ufficio giudiziario”.

Ad aver scatenato l’interesse della procura di Caltanissetta, è stato l’aver ritirato fuori le dichiarazioni di un pentito di mafia, Alberto Lo Cicero, nel frattempo deceduto. Secondo il magistrato “le sue dichiarazioni sono totalmente smentite dagli atti acquisiti da questa procura sia dagli archivi dei carabinieri, sia nell’ambito del relativo procedimento penale della Procura di Palermo”. Il procuratore di Caltanissetta precisa anche che “Alberto Lo Cicero sia nel corso delle conversazioni intercettate, che nel corso degli interrogatori da lui resi, al pubblico ministero e ai carabinieri, non fa alcuna menzione di Stefano Delle Chiaie”.

Ma le interviste di Paolo Mondani di Report realizzate nella puntata di ieri sera offrono uno scenario piuttosto diverso. Un scenario che in realtà era già abbastanza intelleggibile nel 1993 sulla base di quanto Lo Cicero aveva detto ai magistrati.

La pista su un ruolo dei neofascisti nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio, era già venuta fuori con Pietro Rampulla, militante di Ordine Nuovo ma anche “uomo di panza” di Mistretta, accusato di aver fornito il telecomando della strage e condannato per la strage di Capaci. Secondo le ricostruzioni che stanno emergendo su questo scenario stava indagando Paolo Borsellino e per questo sarebbe stata decisa la sua esecuzione in via D’Amelio 57 giorni dopo la strage di Capaci. Secondo questa tesi Borsellino aveva capito e aveva cominciato a scavare sui collegamenti tra la mafia di Totò Riina e le reti neofasciste a loro volta collegate con la P2 di Licio Gelli.

A sostegno di questa ricostruzione sono riemerse carte e verbali che sembravano spariti nel nulla e in particolare i risultati di indagini fatte dai carabinieri su delega di Paolo Borsellino: verbali che erano svaniti nel nulla subito dopo la morte del magistrato. Da queste carte emerge la presenza di alcuni personaggi a Palermo pochi mesi prima della strage di Capaci. In città vi sarebbe stato un summit in cui sono state decise le modalità operative della strage e dei successivi depistaggi e a quel summit avrebbero partecipato anche esponenti dell’estrema destra eversiva.

L’ex magistrato Piero Scarpinato, in una audizione alla commissione antimafia della Regione Sicilia così ricostruisce alcuni passaggi: “L’opinione che mi sono fatto è che Borsellino deve essere ucciso in quei 19 giorni perché ha capito che dietro la strage di Capaci ci sono entità esterne a Cosa nostra, ci sono spezzoni di Servizi, pezzi deviati dello Stato e annota tutto questo nella sua agenda rossa con uno sgomento che è progressivo e un senso di impotenza che è progressivo perché lui capisce che sarà la mafia ad ucciderlo, ma che ci sono entità superiori che lo decideranno, e dinanzi alle quali ritiene di non avere scampo… c’è un piano ed è un piano non soltanto di Cosa nostra, perché ci sono pezzi interni dello Stato dentro questo piano di destabilizzazione”.

Le interviste di Paolo Mondani ad un ex carabiniere e alla moglie del pentito Lo Cicero hanno toccato corde sensibili… molto sensibili.

Rivedi qui la puntata di Report di ieri sera: “La bestia nera”

Fonte

23/05/2020

Falcone, Saviano e la Scuola: rompere la retorica

Oggi è l’anniversario della strage di Capaci. La stampa italiana vi dedica grande spazio, perché la data è diventata uno dei principali appuntamenti del calendario civile di questo Paese, e annualmente si svolgono grandi manifestazioni in ricordo di tutte le vittime di mafia.

Il sorriso ironico ma anche luminoso di Giovanni Falcone è una delle immagini più riconoscibili anche da chi oggi ha 10 anni ed è giusto che la sua vicenda umana e storica non si perda nella memoria pubblica.

Un ruolo importante nella costruzione di questo sentire collettivo è stato svolto in questi anni dalla scuola. Diverse associazioni pensano incessantemente iniziative sulla legalità e sulle mafie e le propongono a docenti e studenti, e i testi e gli scrittori che parlano di mafie sono ormai stabilmente tra i più letti dai ragazzi nelle scuole di ogni ordine e grado.

Tra questi ovviamente Roberto Saviano, storico falsificatore della vicenda di Peppino Impastato e autore oggi di un discutibile articolo sull’amore tra Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, che non merita grandi commenti.

Usb Scuola ha da un paio di anni avviato un percorso di studio e di ragionamento su questi temi, avvalendosi dell’aiuto di preparati e seri studiosi, e ha proposto in giro per l’Italia un corso dal titolo “Interpretare le mafie”.

Crediamo sia necessario, come sempre, provare a inserire quella vicenda dentro percorsi storici più ampi, evitare di parlare di mafia sempre in termini legalitari, non approcciarla sempre con piglio giudiziario ma coglierne la portata di fenomeno storico sociale inserito nella vicenda della modernizzazione italiana, della spaccatura profonda che attraversa la penisola fin dalla sua unificazione, non perdere di vista la dinamica di lotta fra le classi (nella mafia rurale come in quella cittadina, in quella finanziaria come in quella che si pone, come diceva Umberto Santino, come soggetto politico) e il ruolo padronale sempre svolto dalle organizzazioni mafiose, anche laddove la composizione organizzativa pescava e pesca nelle classi popolari e più sfruttate della società.

Giovanni Falcone queste cose le conosceva molto bene, e forse per questo in vita è stato davvero inviso al mondo politico e finanziario e anche a parti consistenti della magistratura.

Lo ricordiamo anche noi, ricordando una tragica stagione della storia italiana, ma con la volontà di ridare alla scuola lo spazio di luogo di elaborazione di pensiero storico e critico e mai di imbalsamazione di “eroi” e di unanimi visioni dei presunti buoni (lo Stato) e degli unici presunti cattivi (i mafiosi).

Di questa schematica, purtroppo non ingenua e in fondo falsa rappresentazione forse avrebbe sorriso anche lui.

Fonte

29/11/2019

Sciascia e l’antimafia: trent’anni di polemiche

di Umberto Santino

«A futura memoria (se la memoria ha un futuro)» è il titolo del libro in cui, nel dicembre 1989, poco dopo la sua scomparsa, sono stati pubblicati alcuni scritti di Leonardo Sciascia, tra cui l’articolo del “Corriere della sera” del 10 gennaio 1987, con il titolo, redazionale, “I professionisti dell’antimafia” [1].

In quell’articolo Sciascia esordiva con una lunga citazione dal suo romanzo Il giorno della civetta, pubblicato nel 1961, in cui il protagonista, il capitano Bellodi, ripensa l’esperienza del prefetto Mori, durante il periodo fascista, disapprova la sua azione fondata sulla sospensione delle garanzie costituzionali in Sicilia e indica un’altra strada: «bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America… Bisognerebbe, di colpo, piombare nelle banche: mettere mani esperte nella contabilità… delle grandi e piccole aziende, revisionare i catasti… annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie… e confrontare questi segni di ricchezza agli stipendi e tirarne il giusto senso». E aggiungeva un’altra autocitazione, tratta dal romanzo A ciascuno il suo, del 1966: «Ma il fatto è… che l’Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che se ne è stabilita una in lingua» [2].

Seguivano dei riferimenti al libro La mafia durante il fascismo dello storico Christopher Duggan, recentemente scomparso, e a una piéce teatrale, La Mafia, di Luigi Sturzo, il prete fondatore del Partito popolare, di cui si sono trovati solo gli abbozzi del quinto atto, che davano un’immagine inquietante della realtà della mafia [3]. Il riferimento centrale nel corpo dell’articolo era il libro di Duggan, considerato «un’accurata indagine e sensata analisi» su mafia e fascismo. In effetti il testo di Duggan era basato su una ricerca archivistica abbastanza attenta, ma arrivava a una conclusione inaccettabile: che il fascismo avesse inventato la mafia. Certamente il fascismo ha utilizzato la lotta alla mafia per risolvere i suoi conflitti interni, ma la mafia c’era, non era un’invenzione. Il prefetto Mori ha potuto agire solo fino a un certo punto; il tentativo di andare oltre quel punto, colpendo politici e grandi agrari collusi con la mafia, è stato arrestato con il suo precoce pensionamento. Sciascia utilizza il libro dello storico inglese per trarne un’indicazione: «l’antimafia come strumento di potere». E avverte che quello che è accaduto con il fascismo può «accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando».

Per avallare questo assunto venivano fatti degli esempi: un sindaco, innominato, ma il riferimento era a Leoluca Orlando, che «per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso, anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra». L’altro esempio aveva nomi e cognome: il magistrato Paolo Emanuele Borsellino che, per avere svolto indagini sulla mafia, aveva scavalcato un magistrato più anziano ed era stato nominato procuratore a Marsala. La conclusione di Sciascia era tranchant: «i lettori prendano atto che nulla vale più in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso». Era evidente che tutta l’analisi precedente, volta al passato, era solo una preparazione per questa sciabolata rivolta al presente.

Le reazioni all’articolo di Sciascia, Il Coordinamento antimafia

Le reazioni all’articolo di Sciascia, pubblicato con un titolo redazionale che appesantiva ancora di più il contenuto, furono furenti. Fra gli altri ci fu un comunicato dell’associazione Coordinamento antimafia che, utilizzando la classificazione antropologica del capomafia don Mariano, coprotagonista del romanzo Il giorno della civetta, che distingueva uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaracquà, definiva Sciascia un quaquaracquà, cioè una nullità, e lo relegava «ai margini della società civile» [4].

Il Coordinamento antimafia era nato nel 1984 su proposta del Centro Impastato. Dopo una fase abbastanza travagliata di convivenza, in cui aveva tentato di collegare il variegato mondo dell’antimafia cittadina (aderirono 38 organizzazioni, tra associazioni, centri, comitati, sezioni di partito, frange di sindacato, ma alcune organizzazioni esistevano solo sulla carta) nel 1986 si era formata una singola associazione che aveva mantenuto quella denominazione ma in realtà coordinava solo se stessa e si configurerà sempre più come tifoseria del sindaco. Con l’aiuto di stampa e televisione si poneva come l’unico verbo antimafia. Agiva insieme come claque e come ordalia, ignorando tutto ciò che si muoveva al di fuori di essa e non era pronto a intrupparsi nelle sue file.

Il comunicato del Coordinamento suscitava la reazione di Sciascia che, si può dire, non aspettava altro per infierire. Definiva il Coordinamento «frangia fanatica e stupida di quel costituendo o costituito potere… un potere fondato sulla lotta alla mafia che non consente dubbio, dissenso, critica. Ne sono soddisfatto: si sono consegnati all’opinione di chi sa di avere un’opinione, nella loro vera immagine». A dire di Sciascia esso coordinava «interessi politici e stupidità» [5]. E il «Giornale di Sicilia», che plaudiva all’articolo di Sciascia, pensò bene di pubblicare i nomi dei componenti del Coordinamento, qualcosa che somigliava a una schedatura e a una gogna.

Tenendo conto dell’esperienza personale, il mio giudizio sul Coordinamento è ancora più duro di quello di Sciascia: bisogna mettere nel conto anche una sequela di scorrettezze; si potrebbe dire: la scorrettezza come regola, come modello relazionale e modo di essere. Qualche esempio: comunicati approvati e non dati alla stampa, poiché c’era una supervisione, occulta ma evidente, dei dirigenti del Pci e delle Acli, allora affiancati nella lotta contro l’installazione dei missili nucleari a Comiso; il peso esercitato dalle appartenenze a partiti e organizzazioni nazionali, al limite dell’arroganza e della presunzione; la superficialità e la mancanza d’interesse di tanti, che pure godevano di credito e di pubblicità. Ma un conto è il giudizio politico un altro la gogna.

Alla testa del Coordinamento e suoi ispiratori erano personaggi che, a dimostrazione della tempra della loro fede e della loro coerenza, dopo sono passati nel centrodestra, in piena bufera di berlusconismo, come dire il picco dell’immoralità pubblica nella storia dell’Italia repubblicana. Sbocco non nuovo di trasversalismi teorizzati e praticati e di “estremismi” fasulli. Per esempio, il gesuita Ennio Pintacuda, punto di riferimento per l’antimafia più pubblicizzata e grande sostenitore di Orlando, fino allo scontro con il confratello Bartolomeo Sorge e l’abbandono della Compagnia di Gesù, si è riposizionato nell’area filoberlusconiana, avendone in cambio la direzione del Cerisdi, un centro studi che per molto tempo ha goduto di lauti finanziamenti pubblici e mirava a formare la classe dirigente della città [6]. Altri, tra cui gli estensori del comunicato antisciascia e allora in prima linea nel Coordinamento, sono letteralmente scomparsi.

Un buco nell’acqua: il comunicato del Centro Impastato

Nel tentativo di riportare la polemica a un confronto civile, mettendo al centro i problemi e lasciando da parte offese e insulti, come presidente del Centro Impastato scrivevo un comunicato pubblicato dal giornale “L’Ora”. Ecco il testo:

«Abbiamo preferito non prendere la parola nel corso delle recenti polemiche perché il tono di esse ci è sembrato il meno adatto per una riflessione seria su alcuni problemi particolarmente gravi, che rischiano di aggravarsi ulteriormente. Ci limitiamo adesso ad alcune considerazioni molto sommarie su qualcuno di essi.

1) Valutazione dell’operato del sindaco Orlando e della giunta pentapartito. Il sindaco Orlando ha compiuto alcuni gesti (quali, per esempio, la costituzione di parte civile del Comune al maxiprocesso, le dichiarazioni fatte nel corso di esso, il tentativo di portare un minimo di trasparenza nella procedura di aggiudicazione degli appalti di opere pubbliche) che non possono non essere apprezzati, ma tutti i problemi di Palermo (la disoccupazione, il risanamento del centro storico, il funzionamento delle aziende municipalizzate etc. etc.) restano irrisolti per ragioni che non è difficile individuare: la Democrazia Cristiana rimane legata ai peggiori interessi, sotto la tutela di uomini come Lima, e il pentapartito è un pantano che non consente nessuna politica rinnovatrice. Ci sembra arrivato il momento di fare un bilancio di questa amministrazione comunale e di vedere se è possibile sbloccare una situazione di immobilismo, avvelenata da polemiche personalistiche.

2) Conformismo e anticonformismo. In una città in cui straripa l’assuefazione alla violenza, la stragrande maggioranza degli abitanti non si scuote neppure per l’assassinio di un bambino, si svolgono manifestazioni in cui s’inneggia alla mafia, dominano il conformismo filomafioso e l’indifferenza, parlare di «conformismo antimafioso» ci sembra un po’ troppo.

3) Antimafia: seria o da vetrina. È vero, c’è un’antimafia “da vetrina”, come qualcuno l’ha definita, ma vogliamo fare qualche esempio? Ci sembrano «antimafia da vetrina»: l’azione, abbastanza incolore, dei vari Alti Commissari contro la mafia; l’altrettanto incolore operato delle Commissioni antimafia, nazionale e regionale; le prediche con il morto davanti; le scoperte di grandi e piccoli inviati che hanno dovuto attendere l’uccisione di Dalla Chiesa per parlare di mafia come «questione nazionale» e lo hanno dimenticato il giorno dopo; i fumetti televisivi e cinematografici e le pubblicazioni di mafiologi improvvisati regolarmente prefate da firme “prestigiose”; buona parte delle attività svolte nelle scuole per utilizzare in qualche modo i finanziamenti regionali; i centri inesistenti che hanno finanziamenti pubblici per centinaia di milioni; le sigle fabbricate sulle ceneri di ipotesi più consistenti che si è fatto di tutto per non far maturare. Si collocano su un altro versante i pochissimi magistrati che, rischiando la vita, hanno svolto le inchieste più impegnative contro la mafia.

4) Problema della “giustizia giusta”. È il problema più grosso, e non è di facile soluzione. La mafia e la criminalità organizzata non sono una novità, ma le dimensioni e la complessità attuali lo sono, e gli attuali ordinamenti giuridici sono inadeguati per fronteggiare fenomeni che non sono una emergenza” ma un dato strutturale.

Ci chiediamo: ci può essere “giustizia giusta” con gli assassinii regolarmente impuniti? Si ritiene che, passata l’onda alta delle uccisioni, tutto si risolva con l’«uscita dall’emergenza» e il ristabilimento delle regole del «garantismo classico»? Non occorre piuttosto elaborare una riforma del processo penale e della normativa vigente che tenga conto di questi fatti nuovi? Come intervenire sui canali di accumulazione illegale? Come troncare il meccanismo di simbiosi tra capitale illegale e legale garantito dal segreto bancario? Non si tratta di decretare “stati d’assedio”, o di avallare “teoremi Buscetta”, ma di trovare soluzioni adeguate a problemi che non possono essere minimizzati o considerati con ottiche tradizionali.

Per affrontare seriamente questi temi non ci pare che siano utili le polemiche, soprattutto quando si risolvono in ingiurie e scomuniche. Occorrono: coraggio, studio, serenità[7]».

Il comunicato cadeva nel vuoto. Commentavo: «Non è il momento adatto per discutere seriamente e serenamente. Bisogna schierarsi, come se si fosse nel pieno di un combattimento senza esclusione di colpi» [8].

La promozione di Borsellino e la bocciatura di Falcone

Successivamente alla pubblicazione dell’articolo, c’è stato un incontro tra Sciascia e Borsellino, in cui ci sarebbe stato un “chiarimento”. Sciascia ha ammesso di essere stato “mal consigliato” e non si può non osservare che uno come lui, maître-à-penser già da anni, non poteva non essere consapevole degli effetti che le sue parole avrebbero avuto. Avrebbe potuto e dovuto far attenzione a chi lo consigliava e a cosa consigliava.

Se la ferita sembrava rimarginata, e i rapporti fra Sciascia e Borsellino erano diventati quasi amichevoli e cordiali, in realtà nel profondo essa rimaneva aperta e sanguinante. Dopo la strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, in un incontro pubblico Borsellino, già consapevole di un destino che si avvicinava, in un accorato intervento, in cui ricostruiva le difficoltà e le inimicizie che avevano segnato la vita e l’attività di Falcone, diceva: «Tutto cominciò con quell’articolo sui professionisti dell’antimafia» [9].

Falcone era stato ostacolato più volte e in vari modi: bocciata la sua candidatura a Consigliere istruttore, al posto di Rocco Chinnici, fondatore del pool antimafia, assassinato il 29 luglio 1983; bocciata la sua candidatura al Consiglio superiore della magistratura. Si potrebbe dire che, dopo la mafia, i principali nemici di Falcone siano stati i suoi colleghi. Per invidia, per il peso della sua personalità, non ostentato ma effettivo, per la sua visibilità.

Si è detto e scritto che la bocciatura della candidatura di Falcone a capo del’Ufficio istruzione, allora strategico nella attività giudiziaria antimafia e successivamente abolito, sia stata il frutto dell’applicazione del criterio dell’anzianità, che portò a favorire un magistrato come Antonino Meli, che mai si era occupato di mafia e che smantellerà il pool antimafia, portando indietro di anni l’attività giudiziaria contro la mafia. E siccome il rispetto del criterio fondato sull’anzianità era proprio quello che voleva Sciascia, la colpa sarebbe sua. Accusa che gli si è rivolta in passato ed è ritornata nel giorni scorsi, in occasione del trentennale dell’articolo sul “Corriere”.

Sciascia aveva già risposto a quell’accusa. In un articolo sulla “Stampa” del 6 agosto 1988, scriveva: nel promuovere Borsellino il CSM si era «sottratto alla regola vigente senza però stabilirne un’altra. Se l’avesse in quel momento stabilita, il caso del dottor Falcone, con tutto quel che oggi importa, non ci sarebbe stato. Adottando un criterio per promuovere Borsellino e tornando invece alla vecchia regola per non promuovere Falcone, ecco il nodo che presto o tardi sarebbe venuto al pettine. La situazione di oggi, insomma, non l’ho inventata io con quel mio articolo sul ‘Corriere’: c’era, e non poteva che esplodere. Io non ho fatto che avvertirla, e tempestivamente» [10]. Non si può non dargli ragione.

Trent’anni dopo

Perché a trent’anni dall’articolo di Sciascia quelle parole vengono ricordate e riesplodono le polemiche? Tornano a confrontarsi, senza dialogare, due schieramenti. C’è chi considera Sciascia un maestro di pensiero e di vita, un profeta, e invita al pentimento, all’autocritica; chi sta dall’altro lato allora e ancor’oggi lo considera un bastian contrario che ha fatto danni all’antimafia, provocando l’isolamento dei magistrati più impegnati ed esponendoli alle critiche e all’avversione di coloro che hanno usato le sue parole per condannare e auto assolversi. Possiamo definirli i “professionisti della mafia”, a cominciare dai politici, dagli imprenditori, più o meno collusi, che, facendosi scudo del prestigio dello scrittore, passavano dal silenzio e dalla difensiva al contrattacco, nel momento in cui erano in difficoltà e il maxiprocesso veniva percepito come un inizio e più d’uno pensava che prima o poi sarebbe toccato a lui. Da ciò nascerà, dopo il successo del maxiprocesso in tutti i tre gradi di giudizio, lo smantellamento del pool antimafia. Ma questo non c’entra con il parere di Sciascia. Però la sua polemica, sbagliata nel tono, nella scelta degli esempi e del tempo, si prestava a quel tipo di uso strumentale.

I problemi che lo scrittore poneva erano reali: il pericolo della strumentalizzazione dell’antimafia, il rispetto delle regole, la democrazia come unica strada per lottare la mafia, poiché ha «tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia» [11]. Il tema di fondo del discorso di Sciascia era il sistema di garanzie, cioè il garantismo. Ne aveva un’idea che sapeva di religioso, come se si trattasse di una sorta di depositum fidei. Partendo da alcuni esempi concreti, aveva intravisto una sua violazione, che si era ritenuto in dovere di denunciare come un vulnus all’ordinamento democratico, ma per molti anni il culto del garantismo più che la certezza del diritto aveva assicurato la certezza dell’impunità.

Sciascia ha per molti anni esercitato una sorta di magistero civile: come abbiamo visto, aveva indicato, nei primi anni ’60, le banche come il terreno su cui sondare l’accumulazione mafiosa; precedendo di quasi trent’anni il mio saggio «La mafia finanziaria» scritto e pubblicato quando imperversava lo stereotipo della mafia imprenditrice, per giunta disorganizzata [12]. Il maestro di Racalmuto, dopo aver raccontato la provincia siciliana [13], ha percorso una linea narrativa che mischiava i generi letterari, con ampio spazio per la trattazione saggistica, l’analisi sociologica e il compte philosophique. Il costante ancoraggio alla tradizione illuministica più che un vezzo letterario era un modello di scrittura e un metodo di indagine. I suoi apologhi su una società mafiosizzata nei suoi centri di potere, nei suoi codici culturali, nella sua pratica quotidiana, costituiscono una variazione sul tema del potere e delle sue implicazioni criminali, e questo è un patrimonio ormai consegnato alla storia della letteratura e alla cultura, non solo italiana.

Trent’anni dopo possiamo chiederci se le sue parole sono state una profezia. Certo, con quel che è accaduto negli ultimi anni, siamo portati a pensarlo. Un breve elenco: imprenditori che si mostravano in prima fila nella lotta alla mafia incriminati per i loro rapporti con Cosa nostra; uno di essi, che passava per promotore del movimento antiracket, colto in flagrante mentre intascava una mazzetta; un telegiornalista, insignito di award internazionali, che ha fatto passare una faccenda di corna per aggressione mafiosa; una magistrata, dirigente dell’ufficio che gestisce i beni confiscati, che ne aveva fatto un’azienda privata, assegnandoli ai suoi amici e ricevendone favori, in un classico do ut des; una prefetta che le teneva bordone. Con questo campionario di “buoni esempi” si deve riconoscere che la realtà ha superato le rappresentazioni dello scrittore, ma potremmo dire che non ci troviamo di fronte a «professionisti dell’antimafia» (i professionisti, cioè persone capaci e competenti, ci vogliono, per l’antimafia come per qualsiasi altro tema, arduo e complesso, quelli che fanno danno sono i dilettanti e i cialtroni) ma a dei cattivi attori che hanno recitato la commedia dell’antimafia. La cosa grave, e che ci induce a una impietosa riflessione, è che tanti ci hanno creduto.

Ma quel che ci interessa oggi è lo “stato dell’arte” dell’antimafia. Cos’è accaduto dopo le polemiche del 1987, a parte gli episodi già richiamati? Sono sorti comitati, centri, associazioni e fondazioni, quasi tutti vanno avanti con finanziamenti ottenuti con metodi personalistici e clientelari. La proposta del Centro Impastato che la Regione Sicilia si doti di una legge che fissi criteri oggettivi per l’erogazione dei fondi pubblici è stata isolata, come se fosse una stranezza, la trovata eccentrica di chi non conosce le regole del gioco. In realtà, le conosce ma non le accetta.

Nel 1995 è nata Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, sulla base di associazioni nazionali come le Acli, l’Arci, la Sinistra giovanile del Pds, legate direttamente o indirettamente ai partiti, e il primo, consistente, nucleo di adesioni si è costituito con l’elenco dalle loro sezioni locali, a prescindere se fossero o meno impegnate in attività antimafia. I referenti regionali sono stati nominati sulla base della loro appartenenze a queste associazioni. In Sicilia è toccato a una rappresentante dell’Arci, che mai si era vista in iniziative antimafia. Successivamente la referente si è candidata con Forza Italia ed è stata “dimissionata”. Dimissionati due vicepresidenti e i responsabili per il lavoro nelle scuole e per i beni confiscati, senza nessuna discussione. Chi scrive è stato sospeso, e si è dimesso, dopo aver posto problemi di democrazia interna, dovuti al leaderismo carismatico del fondatore, il sacerdote Luigi Ciotti. Recentemente è stato “licenziato” con un messaggino il figlio di Pio La Torre, protagonista delle lotte contadine, dirigente comunista e parlamentare nazionale, ucciso il 30 aprile del 1982.

Le attività continuative sono quelle nelle scuole, del movimento antiracket, per l’uso sociale dei beni confiscati. Nelle scuole l’educazione alla legalità si riduce troppo spesso a prediche senza analisi, al richiamo al rispetto delle leggi, ignorando che ancora più grave dell’illegalità mafiosa è quella delle istituzioni, che hanno troppi scheletri negli armadi e nessuna volontà di aprirli. Le associazioni antiracket, con esempi significativi, si limitano alle regioni meridionali, nonostante che le estorsioni siano ormai presenti sul territorio nazionale; l’uso sociale dei beni confiscati si limita a una decina di cooperative in tutta l’Italia.

Sul terreno della giustizia accanto a magistrati seriamente impegnati ci sono altri in vetrina o in giro con un personaggio come il direttore della rivista “Antimafia duemila”, che dice di avere ricevuto dalla Madonna di Fatima la mission di lottare la mafia, anticristo del nostro tempo, di avere le stimmate e di essere il maggiore esperto di Ufo! Qualche altro magistrato, smessa temporaneamente o definitivamente la toga, fa da foglia di fico a potenti in cerca di credenziali o si candida come salvatore della patria, andando incontro a patetici insuccessi. Sulla stampa e alla televisione qualcuno si atteggia a monopolista del pensiero unico antimafioso.

Il processo in corso sulla “trattativa” Stato-mafia rischia di delegare al potere giudiziario problemi, come il rapporto tra mafia, politica e istituzioni, che dovrebbero essere affrontati e risolti dall’intera società. Viviamo una crisi della democrazia, all’interno di una crisi più generale frutto del dominio del capitalismo finanziario e della dittatura del mercato globalizzato, che aggravano squilibri territoriali e divari sociali. In Italia, dopo vent’anni di Berlusconi, andato al potere con milioni di voti, sembrava che ci si potesse rialzare, con uno scatto di dignità. Ma i giovani “rottamatori” hanno fatto, o tentato di fare, quello che non è riuscito al patriarca di Arcore, abolendo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che tutela i licenziati senza giusta causa, e progettando una riforma costituzionale impresentabile. Per fortuna il 4 dicembre c’è stato il referendum, ma non possiamo campare solo di referendum. Bisogna ripensare e ricostruire i fondamenti del vivere quotidiano. Su questa strada la lezione di Sciascia (considerato per tutta la sua opera, e non per un singolo episodio, che può essere criticabile) con i suoi meriti e le sue contraddizioni può essere un buon bagaglio di viaggio e le sue pagine, lette con attenzione e non con devozione, ci servono ancora per capire in che mondo viviamo, anche se la realtà è andata al di là delle sue più pessimistiche previsioni.

Note:

[1] L. Sciascia, A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani, Milano 1989. Le citazioni successive sono tratte da questo libro.

[2] L. Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, Torino 1961; A ciascuno il suo, Einaudi, Torino 1966.

[3] C. Duggan, La mafia durante il fascismo, Rubbettino, Soveria Mannelli 1986; L. Sturzo, La Mafia, in Scritti inediti 1890-1924, Cinque Lune, Roma 1974.

[4] Cfr. U. Santino, Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all’impegno civile, Editori Runiti University Press, Roma 2009, terza edizione, pp. 325 ss. Anche per le successive considerazioni si rimanda a questo testo.

[5] L. Sciascia, A futura memoria, cit., pp. 131 ss.

[6] U: Santino, Storia del movimento antimafia, cit., p. 395.

[7] “L’Ora”, 3 febbraio 1987, Troppa antimafia? ma dai; il comunicato è pubblicato in appendice al mio L’alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ali giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997, pp.269 s.

[8] U. Santino, L’alleanza e il compromesso, cit., p. 77.

[9] L’incontro, organizzato dalla rivista “Micromega”, si svolse il 25 giugno 1992, presso la Biblioteca comunale di Palermo.

[10] In L.Sciascia, A futura memoria, cit., p. 153.

[11] Ibidem, p. 139.

[12] U. Santino, La mafia finanziaria. Accumulazione illegale e complesso finanziario-industrale, in “Segno” nn. 69-70, aprile maggio 1986, pp. 7-49, trad. inglese: The financial mafia. The illegal accumulation of wealth and the financial-industrial complex, in “Contemporary Crises”, vol. 12, n. 3, September 1988, pp.203-243, e in www.centroimpastato.com; P. Arlacchi La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalismo, il Mulino, Bologna 1983, a cui è ispirata la legge antimafia del 1982, che non considerava la dimensione finanziaria che già allora si affermava a grandi passi.

[13] L. Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, Laterza, Bari 1956.

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22/07/2019

16 luglio 1992, l’annuncio della strage di via D’Amelio

Giovedì 16 luglio 1992, dall’agenda grigia – quella rossa dov’è? – di Paolo Borsellino: ore 9:00 Roma, riunione presso la DIA; ore 13:30 incontro con di De Gennaro.

Intanto, a Milano, all’insaputa di Borsellino, un confidente dei carabinieri stava rivelando che ci sarebbero stati due attentati dinamitardi: al PM di Milano Antonio Di Pietro e a Paolo Borsellino. La fonte era ritenuta tanto attendibile che i Carabinieri del raggruppamento ROS di Milano inviava un rapporto alla Procura di Milano ed a quella di Palermo.

Ma com’è stato possibile che questo rapporto sia stato inviato per posta ordinaria? Il rapporto dei ROS, infatti, è arrivato a Palermo dopo la strage di Via D’Amelio. In seguito a questa notizia veniva rafforzata la scorta a Di Pietro ed alla sua famiglia, il PM milanese non dormirà a casa sua.

Il maresciallo Cava del ROS di Milano, invece, aveva tentato di mettersi in contatto diretto con la Procura di Palermo. Tentativo rimasto invano.

Lo stesso 16 luglio, Borsellino interrogava il mafioso pentito Gaspare Mutolo. Il pentito accettava di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ma, si era fatto tardi, e Paolo Borsellino non ha fatto in tempo a verbalizzare le dichiarazioni. Tutto rimandato a lunedì 20 luglio. Fuori tempo massimo.

Domenica 19 luglio a Palermo, in via D’Amelio, il secondo botto di luglio, dopo quello di Capaci. Tutto si era compiuto, esattamente come era stato annunciato giovedì 16 luglio. E se la missiva dei ROS di Milano non fosse stata inviata per posta? E se Cava fosse riuscito a contattare la Procura di Palermo?

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23/05/2019

23 maggio 1992, strage di Capaci. “Il botto” non fu solo mafioso


Quel pomeriggio la terra ha tremato. Nel palermitano, fra Capaci e l’Isola delle Femmine, l’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia di Erice registrava una scossa di terremoto, pari al terzo grado della scala Mercalli.

Mi trovavo in zona per il mio giornale – allora ero corrispondente per il settimanale “Il Paese” di Modena – e ho avvertito perfettamente il tremore sotto i piedi: mancava qualche minuto alle ore 18. Però l’effetto-terremoto durò pochissimo tempo. Infatti non c’era stato nessun terremoto!

Gli elicotteri della polizia e dei carabinieri, il massiccio intervento delle autobotti dei vigili del fuoco e delle autoambulanze, le auto a sirene spiegate di tutte le forze dell’ordine andavano, tutte, verso l’autostrada e precisamente verso lo svincolo di Capaci. Un giro di telefonate fra i colleghi giornalisti e la strage era nuda, la strage di Capaci.

Quel giorno, Giovanni Falcone, “il giudice”, stava tornando da Roma, come era solito fare nei fine settimana. Il jet di servizio, partito dall’aeroporto di Ciampino intorno alle 16.45, dopo un viaggio di 53 minuti atterrava a Palermo a Punta Raisi. Lo attendevano tre Fiat Croma, gruppo di scorta sotto comando del capo della squadra mobile della Polizia di Stato, Arnaldo La Barbera.

Appena sceso dall’aereo, Falcone si sistemava alla guida della vettura bianca e, accanto a lui, prendeva posto la moglie Francesca Morvillo, mentre l’autista giudiziario Giuseppe Costanza occupava il sedile posteriore. Nella Croma marrone c’era alla guida Vito Schifani, con accanto l’agente scelto Antonio Montinaro e, sul retro, Rocco Di Cillo. Nella vettura azzurra c’erano Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. La Croma marrone era in testa al gruppo, seguiva la Croma bianca, guidata da Falcone e, in coda, la Croma azzurra. Le auto lasciavano l’aeroporto imboccando l’autostrada in direzione Palermo.

Otto minuti dopo, alle ore 17.58, presso il chilometro 5 dell’autostrada A 29, una carica di cinque quintali di tritolo, posizionata in un tunnel scavato sotto la sede autostradale nei pressi dello svincolo di Capaci, veniva azionata per telecomando da Giovanni Brusca, incaricato da Totò Riina. La detonazione ha provocato un’esplosione “vulcanica” e una voragine enorme sull’autostrada.

Circa venti minuti dopo Giovanni Falcone veniva trasportato, insieme alla moglie, presso l’ospedale Civico di Palermo. Gli altri agenti e i civili coinvolti venivano anch’essi trasportati in ospedale, mentre la Polizia Scientifica eseguiva i primi rilievi e i Vigili del Fuoco espletavano il pesante compito di estrarre i corpi irriconoscibili di Schifani, Montinaro e Di Cillo.

È stato impossibile raggiungere subito il luogo del “botto”. Successivamente sul luogo della strage ci sono arrivato insieme al mio amico Mario Gatto che nutriva una forte passione per la fotografia. Siamo riusciti a raggiungere quel luogo attraverso un varco, denominato “il passaggio della lepre”.

È bastato calpestare il terreno che portava verso l’autostrada per rendermi conto che tutto quello che avevo visto nei telegiornali, anche le immagini più cruente, lì, in quel preciso istante, non avevano lo stesso peso. Quello che stavo vivendo era impressionante! Man mano che mi avvicinavo all’autostrada il terreno era sempre più nero, come se fosse stato raggiunto dai lapilli dell’Etna. Gli alberi d’ulivo bruciati dal fuoco. Il messaggio biblico: “Non c’è pace fra gli ulivi!”, in questa Sicilia, colonizzata e sfruttata è sempre più attuale.

Avvicinandomi al luogo della strage, notavo dei poliziotti della Scientifica che raccoglievano, fra i rami degli alberi bruciati, pezzetti di carne umana. Quella dei poliziotti della scorta, macellati. Dentro l’autostrada la “bocca vulcanica” dell’esplosione. Il puzzo nauseante della carne umana bruciata era insopportabile. Mario, emozionatissimo, continua a scattare le sue foto. Io, giornalista “di strada”, nascondevo a malapena le rabbia, e mi dicevo a me stesso, quasi con ossessione: “Tutto questo non è solo mafia, no!”.

E non era solo una mia sensazione. Infatti, quando si parla della strage di Capaci, come quella successiva che costò la vita al giudice Borsellino e alla scorta, si parla di quella che è stata la TRATTATIVA MAFIA-STATO. Una trattativa che, oltre le vittime delle stragi, ha avuto il popolo sfruttato siciliano, sempre più criminalizzato con l’infame marchio di “popolo mafioso”, marchio che fa comodo alle cosche mafiose e a chi tratta con loro.

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07/11/2014

Trattativa Stato-mafia. La prima fase, quella delle bombe (quarta puntata)


Come abbiamo visto nelle puntate precedenti, una parte delle famiglie di Cosa Nostra decide di rompere gli indugi. Nel 1992 i suoi interlocutori politici di sempre si stanno disgregando, le garanzie dentro la magistratura si affievoliscono e la struttura del businness viene “sollecitata” dai nuovi processi che avvengono nell’economia del paese, dell’Europa e del mondo. Una parte delle famiglie mafiose – i corleonesi e qualche altro – pensano che occorra intervenire per far sì che tutto resti come prima, altre intuiscono che i suggerimenti che gli arrivano dai colletti bianchi e dai nuovi interlocutori politici chiedono un cambio di passo e di metodo.

In questa prima fase del 1992 prevalgono i vecchi metodi e i vecchi interessi delle organizzazioni mafiosi e dei loro interlocutori. I rapporti costruiti negli anni d’oro consentono di mettere in campo una operazione in grande stile: l’attentato al giudice Falcone del 23 maggio 1992. Ci avevano provato anche tre anni prima alla villa dell’Addaura, ma qualcosa era andato storto. Due agenti di polizia vicini ai servizi - Nino D’Agostino ed Emanuele Piazza - che sapevano troppo su quell’attentato fallito del 20 giugno 1989 alla villa di Falcone, morirono in tempi brevissimi. Il primo ucciso nella sua casa il 5 agosto del 1989, il secondo è scomparso il 30 maggio del 1990 e non è più stato trovato. Prima di Falcone vengono mandati altri due segnali pesanti alle autorità politiche e statuali: l’omicidio del dirigente democristiano Salvo Lima il 12 marzo 1992 e l’omicidio del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli il 4 aprile 1992.

Per uccidere clamorosamente Falcone si mette in moto una operazione complessa dal punto di vista militare che produrrà l’attentato e la strage di Capaci nel maggio del 1992. “Non penserà mica che fu opera soltanto di quattro mafiosi?” dice un ex membro di Gladio a Stefania Limiti, autrice del libro “Doppio livello”. Le informazioni di cui dispongono gli attentatori, la logistica e il materiale esplosivo effettivamente sembrano andare piuttosto al di là dei killer di mafia. Ad esempio, secondo il giudice Tescaroli, l'artificiere dell'attentato di Capaci è un esperro di esplosivi: Piero Rampulla. Si tratta di un fascista che ha militato in Ordine Nuovo. Di lui come possibile artificiere di Cosa Nostra parla anche il pentito/collaboratore dei carabinieri Luigi Ilardo (la fonte Oriente del capitano dei carabinieri Riccio), ucciso senza alcuna protezione nel 1996. Rampulla non è un fascista qualsiasi, ha rapporto con i servizi e con gli emissari mafiosi "saliti al Nord".

E’ dopo questo attentato che si mette in moto il processo che porterà alla prima parte della trattativa Stato-mafia. Dalle risultanze processuali, emerge che i primi contatti tra il capitano dei carabinieri Di Donno e Vito Ciancimino vengano avviati ai primi di giugno 1992, due settimane dopo l’attentato a Falcone. Il generale dei Carabinieri, Mori, è informato di questo ed è informato anche dei contatti avviati da un altro ufficiale dei carabinieri, Roberto Tempesta, con il boss di Altofonte Antonino Gioè (trovato morto impiccato nel carcere di Rebbibia il 29 luglio 1993). Ma mentre qualcuno tratta, altri spingono per una linea dura contro la mafia: il Consiglio dei Ministri, l’8 giugno 1992, approva il decreto Scotti-Martelli che introduce il 41bis nelle carceri. Il giudice Borsellino sostiene questa posizione e si configura come un ostacolo alla trattativa. Sembra che Riina disse a Brusca che la trattativa si era improvvisamente interrotta e c'era "un muro da superare”. Questo muro, questo “ostacolo” venne rimosso con l’attentato mortale del 19 luglio 1992 in via D’Amelio e l’uccisione di Borsellino.

La trattativa, o meglio la prima fase della trattativa, adesso può cominciare e viene affidata sul campo ad un gruppo di ufficiali del Ros dei carabinieri con forti legami con e nei servizi segreti. La politica ovviamente “finge” di non sapere, ma in realtà anela di sapere come stanno andando le cose e se la prima offensiva delle stragi contro uomini dello Stato si fermerà o meno.

Il processo in corso a Palermo, sta affrontando sostanzialmente questa prima fase della trattativa. L’indagine della procura di Palermo sulla trattativa Stato-mafia è durata quattro anni e ha preso il via dalle dichiarazioni e dalle produzioni documentali di Massimo Ciancimino, figlio del più noto Vito.

Gli indagati dalla procura di Palermo sono in tutto dodici. Ci sono i padrini di Cosa Nostra Totò Riina, Giovanni Brusca, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Antonino Cinà che avrebbero condotto la trattativa per conto di Cosa Nostra.  Poi ci sono ben tre alti ufficiali dei carabinieri come Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, personaggi di vertice del ROS dei Carabinieri, protagonisti secondo la ricostruzione dei pm per aver agevolato “un canale di comunicazione finalizzato a sollecitare eventuali richieste di Cosa Nostra”, così come il “protrarsi della latitanza di Provenzano, principale referente mafioso della trattativa”.  Nel processo che ha coinvolto per questo specifico caso, il gen. Mario Mori è stato assolto in primo grado. Ma nuove prove contro il generale Mario Mori sono state presentate dal pg di Palermo, Roberto Scarpinato all'apertura del processo d'appello per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. Scarpinato ha chiesto la riapertura dell'istruzione dibattimentale e l'acquisizione di numerosi documenti, tra cui atti «classificati» dei servizi segreti, sulla carriera di Mori e su vari episodi dai quali emergerebbero pratiche investigative «opache». Tra i nuovi episodi contestati dall'accusa anche una condotta depistante che nel 1993 impedì la cattura a Terme Vigliatore, nel Messinese, del boss catanese Nitto Santapaola. Il criterio ispiratore dell'acquisizione delle «nuove prove», fa riferimento al fatto che, secondo Scarpinato, Mori avrebbe operato per «finalità occulte», per «disattendere doveri istituzionali» come ufficiale di polizia giudiziaria e venendo meno «all'obbligo di lealtà» nei confronti dell'autorità giudiziaria. Nel processo di primo grado il generale Mori e il suo braccio destro Mauro Obinu sono stati assolti «perché il fatto non costituisce reato».

Nel processo palermitano per la prima fase della trattativa Stato-mafia, come impuitati ci sono poi i personaggi della politica, ma è poca roba. C’è Calogero Mannino, all’epoca ministro e secondo l’accusa apripista dei primi contatti con i boss e per aver esercitato, dopo le stragi del ’93 «indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione dei decreti di cui all'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario». C’è poi l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza, e c’è poi il burattinaio di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri. Dei tre forse è il più importante.

Infine c’è Massimo Ciancimino accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, per il ruolo di ‘postino’ tra il padre e i capimafia, e di calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, perché avrebbe prodotto un biglietto contraffatto attribuito al padre Vito, secondo cui il misterioso signor Carlo/Franco che sarebbe stato il contatto dei servizi segreti per la trattativa con Cosa Nostra avrebbe risposto al nome dello stesso De Gennaro.

Dunque, sulla base di quello che fino ad oggi c’è a disposizione sul piano giudiziario, si potrà, nella migliore delle ipotesi, fare luce sulla prima fase della trattativa Stato-mafia. Ma è la seconda fase della trattativa quella che ha portato ai risultati consolidati che hanno caratterizzato la vita politica, economica ed istituzionale del nostro paese fino ad oggi. E’ quello che abbiamo ancora sotto gli occhi attraverso i sistemi criminali. Per farci capire useremo le parole assai chiare del procuratore Scarpinato in una intervista del febbraio 2009 ad Antimafia Duemila: “I sistemi criminali sono una sorta di tavolo dove siedono figure diverse, non tutte necessariamente dotate di specifica professionalità criminale: il politico, l’alto dirigente pubblico, l’imprenditore, il finanziere, il faccendiere, il portavoce delle mafie. Ciascuno di questi soggetti è referente di reti di relazioni esterne al network ma messe a disposizione dello stesso. Il sistema è modulare nel senso che, a secondo della natura degli affari e delle necessità operative, integra nuovi soggetti o ne accantona altri. I diversi tavoli di lavoro pianificano la divisione dei compiti per conseguire il risultato del controllo di ampi settori delle istituzioni, dei centri di spesa, e della spartizione delle opere e dei fondi  pubblici”.  E’ una fotografia che ci scorre sotto gli occhi piuttosto frequentemente. (fine quarta parte)

Sulla trattativa Stato-mafia, vedi le puntate precedenti:

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Fonte

29/07/2012

"Tempo scaduto per i sepolcri imbiancati" - La lettera di Scarpinato a Borsellino

L’intervento di Roberto Scarpinato, procuratore generale della Corte di Appello di Caltanissetta, letto alla commemorazione per i 20 anni dell’assassinio di Paolo Borsellino, con il quale ha lavorato fianco a fianco nel pool antimafia.

Caro Paolo,

oggi siamo qui a commemorarti in forma privata perché più trascorrono gli anni e più diventa imbarazzante il 23 maggio ed il 19 luglio partecipare alle cerimonie ufficiali che ricordano le stragi di Capaci e di via D’Amelio.

Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite – per usare le tue parole – emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si contrappone al fresco profumo della libertà.

E come se non bastasse, Paolo, intorno a costoro si accalca una corte di anime in livrea, di piccoli e grandi maggiordomi del potere, di questuanti pronti a piegare la schiena e a barattare l’anima in cambio di promozioni in carriera o dell’accesso al mondo dorato dei facili privilegi.

Se fosse possibile verrebbe da chiedere a tutti loro di farci la grazia di restarsene a casa il 19 luglio, di concederci un giorno di tregua dalla loro presenza. Ma, soprattutto, verrebbe da chiedere che almeno ci facessero la grazia di tacere, perché pronunciate da loro, parole come Stato, legalità, giustizia, perdono senso, si riducono a retorica stantia, a gusci vuoti e rinsecchiti.

Voi che a null’altro credete se non alla religione del potere e del denaro, e voi che non siete capaci di innalzarvi mai al di sopra dei vostri piccoli interessi personali, il 19 luglio tacete, perché questo giorno è dedicato al ricordo di un uomo che sacrificò la propria vita perché parole come Stato, come Giustizia, come Legge acquistassero finalmente un significato e un valore nuovo in questo nostro povero e disgraziato paese.

Un paese nel quale per troppi secoli la legge è stata solo la voce del padrone, la voce di un potere forte con i deboli e debole con i forti. Un paese nel quale lo Stato non era considerato credibile e rispettabile perché agli occhi dei cittadini si manifestava solo con i volti impresentabili di deputati, senatori, ministri, presidenti del consiglio, prefetti, e tanti altri che con la mafia avevano scelto di convivere o, peggio, grazie alla mafia avevano costruito carriere e fortune.

Sapevi bene Paolo che questo era il problema dei problemi e non ti stancavi di ripeterlo ai ragazzi nelle scuole e nei dibattiti, come quando il 26 gennaio 1989 agli studenti di Bassano del Grappa ripetesti: Lo Stato non si presenta con la faccia pulita… Che cosa si è fatto per dare allo Stato… Una immagine credibile?… La vera soluzione sta nell’invocare, nel lavorare affinché lo Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni”.

E a un ragazzo che ti chiedeva se ti sentivi protetto dallo Stato e se avessi fiducia nello Stato, rispondesti: No, io non mi sento protetto dallo Stato perché quando la lotta alla mafia viene delegata solo alla magistratura e alle forze dell’ordine, non si incide sulle cause di questo fenomeno criminale”. E proprio perché eri consapevole che il vero problema era restituire credibilità allo Stato, hai dedicato tutta la vita a questa missione.

Nelle cerimonie pubbliche ti ricordano soprattutto come un grande magistrato, come l’artefice insieme a Giovanni Falcone del maxiprocesso che distrusse il mito della invincibilità della mafia e riabilitò la potenza dello Stato. Ma tu e Giovanni siete stati molto di più che dei magistrati esemplari. Siete stati soprattutto straordinari creatori di senso. 

Avete compiuto la missione storica di restituire lo Stato alla gente, perché grazie a voi e a uomini come voi per la prima volta nella storia di questo paese lo Stato si presentava finalmente agli occhi dei cittadini con volti credibili nei quali era possibile identificarsi ed acquistava senso dire “ Lo Stato siamo noi”. Ci avete insegnato che per costruire insieme quel grande Noi che è lo Stato democratico di diritto, occorre che ciascuno ritrovi e coltivi la capacità di innamorarsi del destino degli altri. Nelle pubbliche cerimonie ti ricordano come esempio del senso del dovere.

Ti sottovalutano, Paolo, perché la tua lezione umana è stata molto più grande. Ci hai insegnato che il senso del dovere è poca cosa se si riduce a distaccato adempimento burocratico dei propri compiti e a obbedienza gerarchica ai superiori. Ci hai detto chiaramente che se tu restavi al tuo posto dopo la strage di Capaci sapendo di essere condannato a morte, non era per un astratto e militaresco senso del dovere, ma per amore, per umanissimo amore.

Lo hai ripetuto la sera del 23 giugno 1992 mentre commemoravi Giovanni, Francesca, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio MontinaroParlando di Giovanni dicesti: “Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato”. 

Questo dicesti la sera del 23 giugno 1992, Paolo, parlando di Giovanni, ma ora sappiamo che in quel momento stavi parlando anche di te stesso e ci stavi comunicando che anche la tua scelta di non fuggire, di accettare la tremenda situazione nella quale eri precipitato, era una scelta d’amore perché ti sentivi chiamato a rispondere della speranza che tutti noi riponevamo in te dopo la morte di Giovanni.

Ti caricammo e ti caricasti di un peso troppo grande: quello di reggere da solo sulle tue spalle la credibilità di uno Stato che dopo la strage di Capaci sembrava cadere in pezzi, di uno Stato in ginocchio ed incapace di reagire.
Sentisti che quella era divenuta la tua ultima missione e te lo sentisti ripetere il 4 luglio 1992, quando pochi giorni prima di morire, i tuoi sostituti della Procura di Marsala ti scrissero: “La morte di Giovanni e di Francesca è stata per tutti noi un po’ come la morte dello Stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c’erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo Stato in Sicilia è contro lo Stato e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello Stato”.

Missione doppiamente compiuta, Paolo. Se riuscito con la tua vita a restituire nuova vita a parole come Stato e Giustizia, prima morte perché private di senso. E sei riuscito con la tua morte a farci capire che una vita senza la forza dell’amore è una vita senza senso; che in una società del disamore nella quale dove ciò che conta è solo la forza del denaro ed il potere fine a se stesso, non ha senso parlare di Stato e di Giustizia e di legalità.

E dunque per tanti di noi è stato un privilegio conoscerti personalmente e apprendere da te questa straordinaria lezione che ancora oggi nutre la nostra vita e ci ha dato la forza necessaria per ricominciare quando dopo la strage di via D’Amelio sembrava – come disse Antonino Caponnetto tra le lacrime – che tutto fosse ormai finito.

Ed invece Paolo, non era affatto finita e non è finita. Come quando nel corso di una furiosa battaglia viene colpito a morte chi porta in alto il vessillo della patria, così noi per essere degni di indossare la tua stessa toga, abbiamo raccolto il vessillo che tu avevi sino ad allora portato in alto, perché non finisse nella polvere e sotto le macerie.

Sotto le macerie dove invece erano disposti a seppellirlo quanti mentre il tuo sangue non si era ancora asciugato, trattavano segretamente la resa dello Stato al potere mafioso alle nostre spalle e a nostra insaputa.

Abbiamo portato avanti la vostra costruzione di senso e la vostra forza è divenuta la nostra forza sorretta dal sostegno di migliaia di cittadini che in quei giorni tremendi riempirono le piazze, le vie, circondarono il palazzo di giustizia facendoci sentire che non eravamo soli.

E così Paolo, ci siamo spinti laddove voi eravate stati fermati e dove sareste certamente arrivati se non avessero prima smobilitato il pool antimafia, poi costretto Giovanni ad andar via da Palermo ed infine non vi avessero lasciato morire.

Abbiamo portato sul banco degli imputati e abbiamo processato gli intoccabili: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei Servizi segreti e della Polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro, personaggi di vertice dell’economia e della finanza e molti altri.

Uno stuolo di sepolcri imbiancati, un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole, che affollano i migliori salotti, che nelle chiese si battono il petto dopo avere partecipato a summit mafiosi. Un esercito di piccoli e grandi Don Rodrigo senza la cui protezione i Riina, i Provenzano sarebbero stati nessuno e mai avrebbero osato sfidare lo Stato, uccidere i suoi rappresentanti e questo paese si sarebbe liberato dalla mafia da tanto tempo.

Ma, caro Paolo, tutto questo nelle pubbliche cerimonie viene rimosso come se si trattasse di uno spinoso affare di famiglia di cui è sconveniente parlare in pubblico. Così ai ragazzi che non erano ancora nati nel 1992 quando voi morivate, viene raccontata la favola che la mafia è solo quella delle estorsioni e del traffico di stupefacenti.

Si racconta che la mafia è costituita solo da una piccola minoranza di criminali, da personaggi come Riina e Provenzano. Si racconta che personaggi simili, ex villici che non sanno neppure esprimersi in un italiano corretto, da soli hanno tenuto sotto scacco per un secolo e mezzo la nostra terra e che essi da soli osarono sfidare lo Stato nel 1992 e nel 1993 ideando e attuando la strategia stragista di quegli anni. Ora sappiamo che questa non è tutta la verità.

E sappiamo che fosti proprio tu il primo a capire che dietro i carnefici delle stragi, dietro i tuoi assassini si celavano forze oscure e potenti. E per questo motivo ti sentisti tradito, e per questo motivo ti si gelò il cuore e ti sembrò che lo Stato, quello Stato che nel 1985 ti aveva salvato dalla morte portandoti nel carcere dell’Asinara, questa volta non era in grado di proteggerti, o, peggio, forse non voleva proteggerti.

Per questo dicesti a tua moglie AgneseMi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno”. Quelle forze hanno continuato ad agire Paolo anche dopo la tua morte per cancellare le tracce della loro presenza. E per tenerci nascosta la verità, è stato fatto di tutto e di più.

Pochi minuti dopo l’esplosione in Via D’Amelio mentre tutti erano colti dal panico e il fumo oscurava la vista, hanno fatto sparire la tua agenda rossa perché sapevano che leggendo quelle pagine avremmo capito quel che tu avevi capito.

Hanno fatto sparire tutti i documenti che si trovavano nel covo di Salvatore Riina dopo la sua cattura. Hanno preferito che finissero nella mani dei mafiosi piuttosto che in quelle dei magistrati. Hanno ingannato i magistrati che indagavano sulla strage con falsi collaboratori ai quali hanno fatto dire menzogne. Ma nonostante siano ancora forti e potenti, cominciano ad avere paura.

Le loro notti si fanno sempre più insonni e angosciose, perché hanno capito che non ci fermeremo, perché sanno che è solo questione di tempo. Sanno che riusciremo a scoprire la verità. Sanno che uno di questi giorni alla porta delle loro lussuosi palazzi busserà lo Stato, il vero Stato quello al quale tu e Giovanni avete dedicato le vostre vite e la vostra morte. 

E sanno che quel giorno saranno nudi dinanzi alla verità e alla giustizia che si erano illusi di calpestare e saranno chiamati a rendere conto della loro crudeltà e della loro viltà dinanzi alla Nazione.


Parole sacrosante che pesano come macigni, non a caso, dopo il suo intervento alla commemorazione per i 20 anni della strage in Via d'Amelio, Scarpinato è finito sotto osservazione da parte del CSM. Nuova stoccata alla magistratura siciliana dopo il trasferimento di Ingroia in Guatemala.

23/05/2012

Falcone, il magistrato che non piaceva a molti

A vent'anni della carneficina di Capaci mi chiedo cosa penserà oggi il rieletto per la quarta volta sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, campione dell'antimafia militante. Era amico di Giovanni Falcone ma non esitò ad attaccarlo alla colonna infame per sospetta ignavia . Orlando scelse la tribuna infuocata di una storica puntata di Samarcanda in staffetta con il Maurizio Costanzo Show per tuonare contro il magistrato accusandolo di non aver risolto i misteri di Palermo. E' la stessa trasmissione in cui Alfredo Galasso della Rete dice all'illustre collega: "Non mi piace Giovanni che stai nel palazzo del potere".
Non piaceva a molti quel direttore generale degli Affari penali scelto dal guardasigilli Claudio Martelli, socialista craxiano e quindi infrequentabile per un magistrato d'assalto che si era guadagnato una falsa patente di comunista. Erano invece altri i motivi che in quella stessa puntata da corrida, Totò Cuffaro "vasa vasa" in maniche di camicia, ancora ignoto peones democristiano, allora senza coppola e cannoli, tuonava bordate in diretta al sornione Falcone che nel suo enigmatico silenzio forse si domandava a quale mandamento rispondesse l'energico signore oggi finito nelle patrie galere con sentenza definitiva.
Orlando non mollava la presa continuando la sua polemica serrata presentando esposti al Csm contro Falcone chiedendo conto dei fascicoli "che dormono nei cassetti". E Falcone, solo, sempre piu' solo, era costretto a spiegare a Giovanni Bianconi allora in servizio alla Stampa: "Non ho insabbiato inchieste, non ci sono le prove. Proseguo la mia lotta, con piu' esperienza, piu' amarezza, ma con lo stesso impegno".
Falcone non le voleva sbagliare le inchieste, era un magistrato che non si faceva tirare la toga da destra e da sinistra.
Ho visto di recente che il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, ha solennemente commemorato Giovanni Falcone. Peccato che il martire di Capaci scrivesse nei suoi diari che i suoi colleghi Pignatone e Lo Forte andassero dal cardinale Pappalardo ad acquisire notizie sul processo per l'omicidio Mattarella non avvisando lui, il responsabile del coordinamento delle indagini antimafia a Palermo. Molti la ricordano quella geografia interna del Palazzo dei veleni palermitano. Giuseppe Pignatone e Guido Lo Forte "i gemelli", oppure collodianamente definiti "il gatto e la volpe", i preferiti dal dottore Piero Giammanco, il procuratore che depotenzio' Falcone e lo costrinse a trasferirsi al ministero. Quel procuratore di Palermo sarà rimosso a carneficine avvenute, non prima di aver fatto ingoiare bocconi amari a Paolo Borsellino durante i 57 giorni che separano Capaci da via D'Amelio. Pignatone, figlio di Francesco, deputato democristiano, invece recentemente a Reggio Calabria ha vissuto la sua stagione alla Falcone, e si spera che quei duri giorni palermitani tra giudici bianchi e neri lo abbiano profondamente cambiato.
Qualcuno ricorda certamente le improbabili capigliature della signora Ombretta Fumagalli Carulli, membro del Csm e politica ondivaga delle due repubbliche. Si ricorda meno che la cattolica giurista sul Giornale di Montanelli accusava Falcone di aver coperto nelle sue indagini il costruttore Costanzo. Una firma in buona compagnia di Lino Jannuzzi, celebre mafiologo di professione che sul "Giornale di Napoli" infilava la penna nel curaro per accusare Falcone e De Gennaro di essere i principali responsabili della debacle dello Stato nei confronti della mafia e speriamo che la soffiata non sia arrivata dal suo capocorrente Dell'Utri, e in questa pubblicistica dimenticata non si puo' non contemplare il corsivismo militante del palermitano Giornale di Sicilia sostenuta dal garantismo peloso del giudice Geraci, di Vincenzo Vitale (sarà collaboratore del guardasigilli forzista Alfredo Biondi) e del condirettore Giovanni Pepi che prontamente dopo "l'attentatuni" modificheranno le loro idee facendo dire a Maria Falcone: "Ora mi sorridono quelle serpi".
Anche l'Unità fece le barricate contro le idee innovatrici di Falcone e chiamo uno dei suoi piu' illustri costituzionalisti, Alessandro Pizzorusso, membro lottizzato del Csm per far scrivere a futura memoria: " Falcone superprocuratore? Non puo' farlo, vi dico perche?".
Cosa Nostra era già in Borsa ma tanti, molti, non credevano alle menti raffinate e inducevano a pensare che l'attentato all'Addaura era una messinscena. L'Associazione nazionale dei magistrati lo considerava un traditore, diffidava da lui la stragrande parte di Magistratura democratica e anche il pool milanese di Mani pulite fu preso a pesci in faccia da Ilda Boccasini alla commemorazione pubblica dopo Capaci per aver negato a Falcone gli allegati di una rogatoria internazionale.
Il quotidiano Repubblica che oggi fa cassa in edicola con le memorie di Falcone stranamente, fece recensire il monumentale libro-intervista "Cose di cosa nostra" al sovietologo e inviato internazionale, Sandro Viola che non si sa per quale motivo scrisse: "...scorrendo il libro s'avverte (anche per il concorso d'una intervistatrice adorante) proprio questo: l'eruzione d'una vanità, d'una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste del ministro De Michelis o dei guitti televisivi...". Stranamente nell'archivio elettronico del giornale diretto da Ezio Mauro non si trova traccia di questo celebre scivolone che chiedeva a Falcone di abbandonare la magistratura. A vent'anni da Capaci il monito è: ricordate gli eroi morti, ma ricordateli vivi. I santini non servono a nessuno.

Fonte.

13/03/2012

Fate schifo

Ma interessa ancora a qualcuno sapere perché vent’anni fa è morto Paolo Borsellino con gli uomini di scorta? Sapere perché l’anno seguente sono morte 5 persone e 29 sono rimaste ferite nell’attentato di via dei Georgofili a Firenze, altre 5 sono morte e altre 10 sono rimaste ferite in via Palestro a Milano, altre 17 sono rimaste ferite a Roma davanti alle basiliche? Interessa a qualcuno tutto ciò, a parte un pugno di pm, giornalisti e cittadini irriducibili? Oppure la verità su quell’orrendo biennio è una questione privata fra la mafia e i parenti dei morti ammazzati?

È questa, al di là delle dotte e tartufesche disquisizioni sul concorso esterno in associazione mafiosa, la domanda che non trova risposta nel dibattito (si fa per dire) seguìto alla sentenza di Cassazione su Marcello Dell’Utri e alle parole a vanvera di un sostituto Pg. O meglio, una risposta la trova: non interessa a nessuno. A parte i soliti Di Pietro e Vendola, famigerati protagonisti della “foto di Vasto” che va cancellata o ritoccata come ai tempi di Stalin, magari col photoshop, non c’è leader politico che dica: “Voglio sapere”. Anzi, dalle dichiarazioni dei politici che danno aria alla bocca senza sapere neppure di cosa parlano, traspare un corale “non vogliamo sapere”.

Forse perché sanno bene quel che emergerebbe, a lasciar fare i magistrati che vogliono sapere: il segreto che accomuna pezzi di Prima e Seconda Repubblica, ministri e alti ufficiali bugiardi e smemorati, politici, istituzioni, apparati, forze dell’ordine, servizi di sicurezza. Quel segreto che viene violato solo quando proprio non se ne può fare a meno perché mafiosi e figli di mafiosi han cominciato a svelarlo. Quel segreto che ha garantito carriere ai depositari e ai loro complici. Già quel poco che si sa – che poi poco non è – è insopportabile per un sistema che si ostina a raccontarci la favoletta dello Stato da una parte e dell’Antistato dall’altra, l’un contro l’altro armati. La leggenda del “mai abbassare la guardia”, delle “centinaia di arresti e sequestri”, “della linea della fermezza”, del “tutti uniti contro la mafia”, mentre dietro le quinte si tresca con quella per venire a patti, avere voti, usarla come braccio armato e regolare i conti sporchi della politica, rimuovendo un ostacolo dopo l’altro: da Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa, giù giù fino a Falcone e Borsellino.

Ora, nel ventennale di Capaci e via D’Amelio, prepariamoci a un surplus di retorica, nastri tagliati, cippi, busti e monumenti equestri, moniti quirinalizi, lacrime tecniche e sobrie, corone di fiori delle alte cariche dello Stato (anche del presidente del Senato indagato per concorso esterno che spiega all’Annunziata la sua teoria di giurista super partes sul concorso esterno senza neppure arrossire). Sfileranno in corteo trasversale quelli che -come da papello – han chiuso Pianosa e Asinara, svuotato il 41-bis facendo finta di stabilizzarlo come da papello, abolito i pentiti per legge, tentato di abolire pure l’ergastolo, regalato ai riciclatori mafiosi tre scudi fiscali.

Quelli che han detto “con la mafia bisogna convivere” e ci sono riusciti benissimo. Casomai interessasse a qualcuno, i disturbatori della quiete pubblica riuniti nell’Associazione vittime di via dei Georgofili, guidata da una donna eccezionale, Giovanna Maggiani Chelli, hanno appena reso noto la sentenza con cui la Corte d’assise di Firenze ha mandato all’ergastolo l’ultimo boss stragista, Francesco Tagliavia. “Una trattativa – scrivono i giudici – indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia”. Dopo il concorso esterno, se ci fosse un po’ di giustizia, la Cassazione dovrebbe abolire anche la strage. Oppure unificare i due reati in uno solo, chiamato “schifo”.

Fonte.

Il Travaglio umano è indubbiamente il migliore.