Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/05/2022
Sante Notarnicola e Giovanni Falcone
Mediai nel sequestro di Falcone. E lui…
Stasera vi voglio demolire un mito. Pochi miei amici, oltre che compagni, sanno questa cosa”, una delle “cose più carine che mi sono capitate in galera”. Un giorno “entrai nella casa di un compagno e vidi che sul comodino aveva la fotografia di Giovanni Falcone.
Dico ‘scusa, ma che c’entra?’. Lui: ‘Sai, le lotte civili, la mafia…’.
Ora ve la racconto come la raccontai a lui. Quando andai via, il santino l’aveva tolto. Ma chissà, magari poi l’ha rimesso.
Ero nel carcere di Favignana, era il 1976. Un carcere particolare, è come una casbah. C’ha un sacco di viuzze, tutte cancellate, nel tufo. C’era una particolarità, me la tiro un po’ ma era così: io, insieme ad altri due o tre in tutta la storia penitenziaria, avevo un controllo a vista.
Significava che un turno di guardie era addetto alla mia persona, a non perdermi di vista. Tre turni, perché quello notturno mi chiudevano e quindi non c’era bisogno. I primi tempi era un po’ fastidioso, ma poi ci fai l’abitudine.
Successe che ci portarono il nuovo giudice di sorveglianza, che appunto si chiamava Giovanni Falcone. Noi dal giudice non ci andavamo, non ce ne fregava niente. Era un pivello, non ci interessava la cosa, non avevamo richieste da fare a lui.
Arrivò un detenuto particolarmente turbolento. Era il massimo della soggettività e dell’amoralità”, era una cosa complicata da gestire. Inoltre era pericolosissimo, uno facile di coltello.
Arrivò in questo carcere e, dati i precedenti, evidentemente aveva dei conti aperti: lì c’erano molti mafiosi che contavano, erano tutti lì in quegli anni perché era un carcere dove non ti rompevano le palle. Subito lo misero alle celle.
Disgrazia vuole che erano vicine a dove dormivamo noi e lui, attraverso il lavorante, mi mandò a chiamare: ‘Mi faccio vedere al cancello perché ho bisogno di parlarti’. Va bene, andai al cancello: ‘Che c’è?’. ‘Guarda, devo prendere per il collo il giudice, perchè qua i mafiosi mi vogliono fare la pelle’.
Avevano ragione i mafiosi, in quel caso lì… Gli dico: ‘E io che c’entro?’. ‘Io l’ho già chiamato, quando arriva lo prendo e tu mi devi reggere la questione’. ‘Ma qual’è il tuo obiettivo?’. ‘Andare via il più velocemente possibile da qua, perché se no mi ammazzano’. Anch’io ho un’etica: ‘Va bene, se è così…’.
Passò un giorno e cominciammo a sentire agitazione tra le guardie, pensai: ‘L’ha preso’. Infatti, dopo un paio d’ore arrivarono maresciallo e direttore.
‘Notarnicola, è successa una cosa molto grave. Bisogna che lei venga su’.
‘E’ successa una cosa grave e io devo venire su? Scusi ma cosa volete?’.
‘No venga, abbiamo bisogno di lei, è anche il detenuto che lo chiede’.
Andai. Entrai nella stanzetta, le guardie stavano tutte dietro. C’era Falcone, aveva un segno qua, sotto il mento, si vedeva che era stata la punta di un coltello. Evidentemente, prendendolo, mettendogli il coltello alla gola l’aveva ferito.
Non sanguinava neppure, ma era proprio alla giugulare. Io entrai in questa stanza e misi in chiaro solo una cosa: ‘Mi avete chiamato voi, tu giudice e…’.
E il giudice: ‘Ma veramente…’.
Io: ‘Me ne vado?’.
‘No, no, resti, resti’.
‘Qual’è la situazione?’.
Il detenuto la spiegò: ‘Io devo assolutamente andare via da qui’.
Intanto i giornali radio già cominciavano a parlare di un giudice sequestrato, la televisione cominciava ad aggiornare ogni quarto d’ora.
Dico: ‘Se è solo questo, non dovrebbe essere difficile, per cui stai tranquillo’.
In effetti lui era freddo, in queste cose era bravo. Ma gli dissi: ‘Non farmi scherzi, perché se li fai a lui li fai anche a me, mi metti in una brutta situazione’.
Partirono le trattative, arrivano i procuratori e le squadre d’assalto. Tutto cominciò verso le due e si concluse verso le undici di sera. Intervennero anche altri personaggi, ad esempio Ciaccio Montalto, che poi fu ucciso dalla mafia un paio di anni dopo.
Diventò un’assemblea e io facevo sempre attenzione che non facessero un assalto. Infatti i compagni, dato che la finestra dove si svolgeva tutta questa cosa dava su un cortile, presero dei materassi e li misero sotto.
Mi dissero: ‘Sante, se tu senti che questi arrivano e sparano, gettati dalla finestra. Ti romperai una gamba, ma noi siamo lì a prenderti’. Era l’unica cosa possibile da fare, perché c’era chi spingeva per intervenire con un assalto. Alle undici la cosa finì.
Lumia era il procuratore generale di Trapani. Si accettò che il detenuto venisse portato via e parte, in mezzo ad un nugolo di guardie. Ma dissi al procuratore: ‘Se gli danno solo uno schiaffo…’.
Lui risponde: ‘So come la pensa lei. So che è un fiero avversario, però ci ha dato una mano’.
‘Guardi, io mi preoccupavo solo per il detenuto. Per il giudice vi siete preoccupati voi, per cui due preoccupazioni hanno risolto la cosa. Bona lè’.
L’indomani mattina, questa è la ciliegina, arrivarono di nuovo maresciallo e direttore. Andammo su. Il direttore disse: ‘Io devo fare per lei un encomio solenne’.
‘E che significa? Dove vuole arrivare?’.
‘E’ una cosa molto importante, che si dà raramente nelle carceri. Significa che lei tra tre o quattro anni potrebbe uscire’.
E io, bello fiero: ‘No, sarà la rivoluzione a liberarmi’. Che cretino…
Mi pregò: ‘Ma no, ci pensi, ci pensi’.
Io pensavo a tutti i miei compagni che seguivano la cosa, alle carceri in subbuglio. Ce n’erano alcuni che si erano già preparati: se mi succedeva qualcosa, succedeva un casino. La questione finì lì.
‘Ma viene con noi dal giudice? Perché è tornato al lavoro’.
Lui alle dieci era già lì, ma non più dove si era verificato il sequestro. Avevano fatto un ufficio vicino a dove io sapevo c’era il bar delle guardie. E il maresciallo, che sapeva che per noi tutte le scuse erano buone per arrivare lì e farci un cognacchino, disse: ‘Sante, sai, c’è il bar delle guardie…’.
‘Ah beh, allora, andiamo… Ma cosa volete dal giudice’.
‘Vorrà ringaziarla’.
‘Veramente? L’ha detto lui?’.
‘No, ma noi l’immaginiamo’.
‘Secondo me immaginate male, comunque già che ci siamo, andiamo. Andiamo al bar… Anzi, prima dal giudice e poi al bar…’.
C’era una porta aperta. In fondo c’era il giudice. Alla porta c’eravamo io, il direttore e il maresciallo. Lui girò la testa, guardò tutti e tre… e poi si rimise a scrivere.
Allora il maresciallo disse: ‘Cazzo, Sa, avevi ragione. A questo non gliene fotte un cazzo che tu gli hai tolto il coltello dalla gola. Direttore, noi andiamo a berci qualcosa’.
‘Sì, sì, andiamo a berci qualcosa’.
Insomma, è andata così.
Fonte
23/03/2021
Sante Notarnicola, dal vivo
Non so da dove cominciare. Avevo, come tutti, divorato il suo libro L’evasione impossibile. E dopo aver letto pensavo di aver capito, se non proprio di conoscerlo. Ero giovane, a quel tempo. Non avevo molta esperienza da confrontare. E senza quella, è meglio stare zitti. Sempre, anche oggi.
Pochi anni dopo ero già uno “vecchio”, ossia uno che ne aveva passate parecchie, e dunque sapevo che tra il fare e il raccontare la differenza è tanta. E che, se sei una persona seria, le cose più importanti spesso ti restano nella penna.
Quando sono arrivato nelle carceri speciali, però, ho visto che anche l’essenziale era in qualche modo sgocciolato dalla penna di Sante. Sarà che l’Asinara era proprio come te l’aspettavi, dopo due traghetti e un’ora di viaggio in jeep verso Fornelli, al capo opposto di Cala d’Oliva. Tra un mare che non si vede da nessun’altra parte e facce da bruti in divisa. Senza manette, “perché tanto, ‘ndo vai?”
Nelle carceri speciali c’erano solo compagni arrestati per “cose serie”, come sempre divisi per gruppi organizzati differenti. Oppure “detenuti comuni” che erano in genere davvero fuori dal comune. A quel tempo le rapine erano affare di piccole “batterie”, gruppi di amici nati come noi nei quartieri e poi cresciuti insieme. I sequestri di persona avvenivano a decine, anche contemporaneamente, e chi li faceva – una volta preso – finiva lì, mica nella “casa circondariale” vicino casa.
Tutta gente che pensava alla fuga, e ne era capace. Che “si pesava” per quel che aveva dimostrato di saper fare, non per le chiacchiere. Se non sai fare, stai zitto. E impari.
Pochi i mafiosi, e minori; pochi quelli della ‘ndrangheta. Ancora non erano diventati “nemici” da combattere. E anche di camorristi, nel 1980, non ce n’erano tantissimi. Niente spacciatori, nix papponi.
Tanti gruppi, tante “etiche”, tante appartenenze diverse. Sante viaggiava a un altro livello. Si era guadagnato negli anni il rispetto di tutti, a prescindere dal “reato” e dal “giro”.
L’epopea della “banda Cavallero” era finita da oltre un decennio. Ci aveva fatto un film Carlo Lizzani, a metà strada tra il riconoscimento e la condanna (neanche il Pci, allora, poteva ignorare che quei “banditi” erano nati a Mirafiori, tra i suoi militanti che sognavano la Rivoluzione). E non era già più il tempo in cui qualche attrice famosa “chiedeva i colloqui” per conoscerlo.
Non era per quello che tutti lo salutavano. Era quello che aveva fatto dentro il carcere che girava di bocca in bocca, di generazione in generazione di detenuti. Grandi e piccole cose, magari solo la certezza che – se arrivavi a tarda sera, dopo cena, dove c’era lui – ti sarebbe arrivato un piatto di pasta, un caffè, qualche sigaretta. Sei qui, sei dei nostri, non sei solo in mezzo alle guardie. E non devi dare nulla in cambio.
C’era stato il periodo delle rivolte, quando “i dannati della terra” erano stati capaci di rivendicare una dignità che la “società perbene” negava loro. E lui era stato tra i maestri silenziosi, senza strepiti e “coatteria”. Seminava consapevolezza, coscienza, conoscenza, attenzione al vicino di cella, previsione delle mosse del nemico, cura nel racconto per far capire “fuori” cosa succedeva “dentro”.
Aveva insegnato, insomma, a superare il “paradosso del prigioniero”, che porta all’isolamento e all’inazione; a scoprirsi simili in quella condizione, quindi con interessi comuni e diritti da rivendicare. Cose da fare insieme, costruendo fiducia reciproca nell’universo più individualista che c’è.
A lui, spesso, i detenuti affidavano le trattative rognose. Quelle da fare con i direttori e gli sbirri durante una rivolta. Quando devi essere calmo, lucido, sapere dove vuoi andare e capire “il nemico” cosa intende fare. “Piccolo grande uomo”, proprio come nel film di Arthur Penn...
Lo avevano chiamato, per questo, anche a Favignana, un’Asinara di Sicilia, con le celle nel fossato di un vecchio castello sulla collina. Un detenuto comune, uno qualsiasi che chissà cosa voleva, aveva “sequestrato” il giovane magistrato di sorveglianza con cui aveva “chiesto udienza”.
Erano anni strani, questi gesti avvenivano spesso, anche per obbiettivi individuali (un trasferimento più vicino casa, un colloquio negato, ecc). Ma i carabinieri di Dalla Chiesa a volte intervenivano quasi motu proprio, in quelle situazioni. Facendo strage “imparzialmente”, di detenuti e ostaggi. Senza remore, come ad Alessandria, nel 1974.
La “trattativa” da fare in quel caso era semplice ma definitiva. Bisognava convincere il detenuto a lasciar libero il magistrato, entro poco tempo. Le teste di cuoio stavano già scalpitando al portone d’ingresso.
Chiamarono Sante e non altri, perché solo da lui quel povero matto di prigioniero avrebbe potuto forse accettare un consiglio. E salvarsi la vita.
Sante lo convinse e a chi lo ringraziava – il direttore, qualche impiegato civile – rispose che lo aveva fatto solo perché gli interessava la vita del suo compagno di galera.
Lo ringraziò anche il magistrato, che sapeva quanto lui cosa sarebbe successo in caso contrario. Era destinato a una grande carriera, quel giovanissimo giudice, Giovanni Falcone...
La grandezza di Sante era nel saper stare da solo, se necessario, in un mondo dove è importante – spesso decisivo – “stare in gruppo”. Fuori da ogni organizzazione, “batteria”, gruppo omogeneo. Poteva parlare con tutti, e tutti lo ascoltavano. Restando ognuno quel che era, trovando il modo per farlo.
Era stato inserito nella lista dei 13 prigionieri di cui le Brigate Rosse, ad un certo punto, chiesero la libertà in cambio della vita di Aldo Moro. Un “grande”, insomma, di cui si parlava in ogni carcere d’Italia.
E lui scriveva poesie, quando la porta veniva chiusa sbattendo e le due mandate di serratura ti auguravano la buonanotte. Cercava di mantenere l’irrequietezza della vita tra muri di cemento armato. E ci riusciva.
Se le scambiava, nel cortile, con gli altri poeti prigionieri. Con Horst Fantazzini, Agrippino Costa, con chiunque provasse la stessa inquietudine.
Quando pubblicò la sua prima raccolta di versi, finì che una copia venne fatta arrivare a Primo Levi. Oggi un intellettuale “affermato”, che magari vale un’unghia dell’autore di “Se questo è un uomo”, griderebbe alla provocazione, chiamerebbe carabinieri e giornalisti per levarsi di dosso l’ombra del sospetto di una simpatia verso un prigioniero di quelle “dimensioni”.
Il partigiano che era sopravvissuto ad Aushwitz rispose. Apprezzando, commentando, consigliando, “entrando nel merito”. La grandezza si riconosce reciprocamente, a prima vista. Se hai visto certe cose, parli la stessa lingua. E non la può capire nessun altro.
Visse con noi, ex ragazzi di un’altra generazione, la nostra sconfitta, le divisioni, i tradimenti, le dissociazioni. In una “sezione” di carcere li vedevi trasformarsi di giorno in giorno, mutare lo sguardo, svuotare di vita gli occhi, assumere la postura di chi simula qualcosa che non è più. E poi una mattina, o una sera, venivano portati via, verso carceri più accoglienti.
Quando comunque si scherzava, quasi ogni giorno, lo potevi sentir rivendicare il paese dov’era nato, Castellaneta, vicino Taranto. Perché c’era nato pure Rodolfo Valentino, e dunque...
Qualche anno dopo, nella solita alternanza tra periodi durissimi e momenti di “allentamento”, qualcuno decise che poteva cominciare ad uscire. Dopo “venti anni, otto mesi e un giorno”, come scrisse in una delle prime poesie da semilibero. Perché anche quel singolo giorno, lui, se lo ricordava.
Ci salutò, nello “speciale” di Cuneo, quasi scusandosi di lasciarci lì mentre lui andava a riveder le stelle e a dilatare finalmente gli occhi per raggiungere un orizzonte più lontano del muro di cinta. Noi gli facevamo festa, lo spingevamo fuori, “che cazzo stai a fare ancora qui?”. A parole, certo, ognuno dalla sua cella. Sante era libero, o quasi.
Trovò un altro mondo. Tra sbirri in borghese che ne scrutavano ogni passo e compagni disperatamente ingenui, generosi e casinisti. Restò fuori da ogni “giro” organizzato, anche questa volta. Preferendo la libertà di parlare solo se voleva e come sapeva. Di raccontare per far sapere, non per indottrinare. Scegliendo gli amici con cura, per carattere e per prudenza. Non gli piaceva restare deluso dalle persone che accoglieva.
Preferì rischiare anche con il lavoro. Invece di restare nelle pieghe e nelle piaghe del “privato sociale”, delle cooperative più o meno dipendenti dalla mangiatoia del Pds-Pd o come si chiama adesso, aprì il Mutenye, pub del Pratello subito meta della compagneria bolognese. Un luogo dello spirito, finché ebbe le forze per stare dietro il bancone tutte le sere.
La sua militanza si concentrò sulla Storia e le storie. Non c’è stato professore decente, dalle sue parti, che non finisse a parlare con lui, a impostare una ricerca, un’idea. La Resistenza sui colli era stata dura, cruenta e dimenticata nel solito modo della “sinistra” di merda. Rendendola un’icona da tirar fuori una volta l’anno, facendo l’opposto per 364 giorni.
Mi portò, pochi anni fa – perché i meno vecchi di lui uscirono anche loro dopo “venti anni...” e più – ai Sabbioni, sull’orlo del piccolo abisso dove i nazisti avevano fucilato un mucchio di partigiani. Mi portò a Monte Sole, sulle colline di Marzabotto, a stare in silenzio in quel dannato cortile di una strage di massa, coi buchi delle pallottole ancora sui muri e la tomba di Giuseppe Dossetti davanti ai piedi.
A misurare l’enormità delle contraddizioni rivelate da quel prete tra i fondatori della Democrazia Cristiana e persino presidente (un altro...), che era stato fascista e poi partigiano e alla fine aveva voluto essere seppellito lì.
La ricerca su Monte Sole si trova ancora, da qualche parte. Io la farei leggere a tanti...
Non so come finire. Una vita così lunga, ricca, faticosa, piena, un compagno e un amico... è quasi un’offesa rinchiuderla in così poche battute. Spero che non me vorrai. Tu sei più bravo a dire molto con poche parole. Ciao, Sante.
Fonte
17/10/2015
Sulle polemiche contro l’iniziativa con Sante Notarnicola a Torino
20 anni, 8 mesi ed un giorno in carcere, di cui 11 in regime di massima sicurezza, 5 di celle punitive. Poi la semilibertà fino al 2000. Sono i numeri della pena scontata per intero da Sante Notarnicola. Da quando è libero Sante si è sempre messo a disposizione dei compagni. Il suo contributo per la ricostruzione storica di diversi eventi cruciali della (nostra) storia (di classe) è ed è stato davvero prezioso. Negli ultimi anni ha partecipato all’organizzazione di moltissime iniziative: tra le tante, alcune gite della resistenza tra le tombe dei partigiani alla Certosa di Bologna e un tour da poco conclusosi tra moltissimi spazi sociali in tutta Italia per raccontare la storia del movimento nelle carceri. Anche il nodo bolognese della campagna Noi Restiamo ha avuto modo di ospitare lui, i suoi lucidi racconti e la sua esperienza nei locali occupati del CSO Terzopiano: un’iniziativa che ha visto la sala granda gremita di gente fino a notte tarda, tutti incollati alla sedia.
Del movimento delle carceri Sante è stato un militante di spicco, in una mobilitazione continua che tra rivolte, cariche dei carabinieri nei cortili delle prigioni, tortura sistematica sui prigionieri politici (confermata storicamente da recenti sentenze, come quella della corte di Assise di Perugia del 2013), ha portato a rivoltare le carceri italiane fino alla riforma del ‘75.
Instancabile, da quando è tornato a Bologna ha già realizzato una performance di ricostruzione storica della figura di Bianchi Guidetti Serra, avvocatessa contro l’ergastolo ed ex partigiana.
Oggi, nell’ambito dell’Infoaut Fest, presenterà un documentario sui fatti di Piazza Statuto. Il capogruppo di Fd’I al consiglio comunale di Torino (ma gli stessi Pd e Sel) e Gianguido Passoni (che con l’assessorato al Bilancio da lui diretto sta coordinando proprio la svendita della Cavallerizza, i locali occupati in cui ha luogo il festival) hanno condannato l’invito, e si è arrivati a chiedere al Prefetto di intervenire per impedire questo dibattito pubblico, dando vita a una polemica ridicola che vorrebbe veder tacere un testimone diretto di un evento storico, alla faccia dell’ipocrisia alla “Je suis Charlie” (il tutto nella Torino del processo a Erri De Luca).
Sante all’epoca dei fatti di piazza Statuto faceva parte della 9° sezione di Piazza Crispi del Pci, la quale ebbe un ruolo importante in quell’evento (come emerge anche dalle testimonianze dirette raccolte in “La rivolta di Piazza Statuto. Torino, Luglio 1962” del 1979 a cura di Lanzardo, edito da Feltrinelli), e che segnò un salto di qualità nelle lotte operaie e aprì la strada a una lunga fase storica di lotta. Una cosa Sante ha sempre sostenuto pubblicamente, e pensiamo che sia questo il caso in cui sottolinearlo nuovamente: il mancato processo di pacificazione, quando si è chiusa la combattiva fase politica degli anni ’60-’70, è stato un’opportunità perduta per questo paese, la cui classe dirigente non ha mai voluto fare i conti con la propria storia, portando conseguentemente all’attuale permanenza nelle carceri di tanti prigionieri politici di allora, e riscrivendo faziosamente un pezzo importante anche dell’identità collettiva della nostra classe. Non è un caso che proprio in questi giorni giunga notizia di un’altra vicenda simile a quella cui abbiamo assistito sotto la Mole: il ritiro dell’invito da parte della AUSL di Modena a Renato Curcio in seguito a polemiche emerse per la sua possibile presenza a un dibattito centrato sui temi di cui oggi l’ex brigatista si occupa con metodo e con successo.
Come campagna Noi Restiamo esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai compagni di Askatasuna e a Sante, sapendo che è compito di tutti noi costruire nelle lotte quell’identità collettiva le cui forme vorrebbero essere tenute nell’ombra dell’unica ideologia ammessa, fatta degli interessi ideali e materiali di chi pratica lo sfruttamento ed estende la miseria, pretende la concorrenza ma la riversa sulla pelle degli ultimi, traccia confini e disegna conflitti.
Campagna Noi Restiamo – Torino
Fonte
Del movimento delle carceri Sante è stato un militante di spicco, in una mobilitazione continua che tra rivolte, cariche dei carabinieri nei cortili delle prigioni, tortura sistematica sui prigionieri politici (confermata storicamente da recenti sentenze, come quella della corte di Assise di Perugia del 2013), ha portato a rivoltare le carceri italiane fino alla riforma del ‘75.
Instancabile, da quando è tornato a Bologna ha già realizzato una performance di ricostruzione storica della figura di Bianchi Guidetti Serra, avvocatessa contro l’ergastolo ed ex partigiana.
Oggi, nell’ambito dell’Infoaut Fest, presenterà un documentario sui fatti di Piazza Statuto. Il capogruppo di Fd’I al consiglio comunale di Torino (ma gli stessi Pd e Sel) e Gianguido Passoni (che con l’assessorato al Bilancio da lui diretto sta coordinando proprio la svendita della Cavallerizza, i locali occupati in cui ha luogo il festival) hanno condannato l’invito, e si è arrivati a chiedere al Prefetto di intervenire per impedire questo dibattito pubblico, dando vita a una polemica ridicola che vorrebbe veder tacere un testimone diretto di un evento storico, alla faccia dell’ipocrisia alla “Je suis Charlie” (il tutto nella Torino del processo a Erri De Luca).
Sante all’epoca dei fatti di piazza Statuto faceva parte della 9° sezione di Piazza Crispi del Pci, la quale ebbe un ruolo importante in quell’evento (come emerge anche dalle testimonianze dirette raccolte in “La rivolta di Piazza Statuto. Torino, Luglio 1962” del 1979 a cura di Lanzardo, edito da Feltrinelli), e che segnò un salto di qualità nelle lotte operaie e aprì la strada a una lunga fase storica di lotta. Una cosa Sante ha sempre sostenuto pubblicamente, e pensiamo che sia questo il caso in cui sottolinearlo nuovamente: il mancato processo di pacificazione, quando si è chiusa la combattiva fase politica degli anni ’60-’70, è stato un’opportunità perduta per questo paese, la cui classe dirigente non ha mai voluto fare i conti con la propria storia, portando conseguentemente all’attuale permanenza nelle carceri di tanti prigionieri politici di allora, e riscrivendo faziosamente un pezzo importante anche dell’identità collettiva della nostra classe. Non è un caso che proprio in questi giorni giunga notizia di un’altra vicenda simile a quella cui abbiamo assistito sotto la Mole: il ritiro dell’invito da parte della AUSL di Modena a Renato Curcio in seguito a polemiche emerse per la sua possibile presenza a un dibattito centrato sui temi di cui oggi l’ex brigatista si occupa con metodo e con successo.
Come campagna Noi Restiamo esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai compagni di Askatasuna e a Sante, sapendo che è compito di tutti noi costruire nelle lotte quell’identità collettiva le cui forme vorrebbero essere tenute nell’ombra dell’unica ideologia ammessa, fatta degli interessi ideali e materiali di chi pratica lo sfruttamento ed estende la miseria, pretende la concorrenza ma la riversa sulla pelle degli ultimi, traccia confini e disegna conflitti.
Campagna Noi Restiamo – Torino
Fonte
14/10/2015
Torino. Fascisti, Pd e Sel contro Notarnicola alla Cavallerizza
Alla fine i fascisti sono riusciti a creare "il caso", con la solerte collaborazione del Pd e di Fassino. Il capogruppo di Fd'I al Comune di Torino, tale Marrone (nome omen), aveva cominciato a battere sul tamburo della presunta indignazione per una cosa banale fino alla noia: alla Cavallerizza Reale occupata, dove si deve svolgere il Festival di Infoaut, era stato invitato Sante Notarnicola. Uomo libero da oltre venti anni, un ergastolo scontato per intero per le vicende della cosiddetta “banda Cavallero”, tra i 13 prigionieri indicati dalle Br in cambio della liberazione di Aldo Moro, autore di poesie riconosciuto e stimato da molti intellettuali italiani, a partire da Primo Levi. E per questa ragione invitato ovunque da quando è tornato in libertà.
Ma la strumentalizzazione era troppo ghiotta per potere esser evitata. E quindi anche l’assessore al Patrimonio, Gianguido Passoni, l’uomo che guida il “progetto di recupero” della Cavallerizza (indovinate un po'? Una privatizzazione...), ha fatto da sponda all'ex fascista annunciando che avrebbe portato la vicenda all’attenzione del Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico.
Nientepopodimeno...
Già nei giorni scorsi la strumentalizzazione aveva montato con l'appoggio dei potentati che avrebbero interesse ad entrare in possesso dell'antico complesso della Cavallerizza, e che dunque spingono per uno sgombero dell'occupazione, pur non trovando nessuna ragione “pubblica” per ottenere il risultato.
Lo stesso Passoni precisa – excusatio non petita – di non fare questa mossa per avvicinare i tempi dello sgombero, ma solo per invitare i tutori dell'ordine pubblico a impedire il festival. Motivazione: in quei giorni ci sarà a Torino... Ban Ki Moon, segretario generale dell'Onu.
Non proprio brillante la risposta degli occupanti della Cavallerizza, evidentemente spaventati e preoccupati, che hanno emesso una nota stampa in cui si dicono all'oscuro del programma del Festival, pur riconoscendo di aver concesso lo spazio – come in molti altri casi – al centro sociale Askatasuna senza farsi alcun problema di “censura preventiva” sui contenuti.
Ancora meno brillanti i consiglieri di Sel in Comune, Curto e Trombotto, che sono riusciti in un miracolo di ipocrisia: hanno condannato l’invito a Sante Notarnicola, ma difeso la libertà d’espressione e criticato la richiesta di non autorizzare il convegno «evitando qualsiasi strumentalizzazione». Difendere la libertà di espressione in teoria mentre la si impedisce nella pratica: questi sono i “riformatori” dell'Italia e dell'Unione Europea?
La nostra vicinanza e solidarietà, dunque, non può che andare a Sante e ai compagni di Askatasuna.
Fonte
Ma la strumentalizzazione era troppo ghiotta per potere esser evitata. E quindi anche l’assessore al Patrimonio, Gianguido Passoni, l’uomo che guida il “progetto di recupero” della Cavallerizza (indovinate un po'? Una privatizzazione...), ha fatto da sponda all'ex fascista annunciando che avrebbe portato la vicenda all’attenzione del Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico.
Nientepopodimeno...
Già nei giorni scorsi la strumentalizzazione aveva montato con l'appoggio dei potentati che avrebbero interesse ad entrare in possesso dell'antico complesso della Cavallerizza, e che dunque spingono per uno sgombero dell'occupazione, pur non trovando nessuna ragione “pubblica” per ottenere il risultato.
Lo stesso Passoni precisa – excusatio non petita – di non fare questa mossa per avvicinare i tempi dello sgombero, ma solo per invitare i tutori dell'ordine pubblico a impedire il festival. Motivazione: in quei giorni ci sarà a Torino... Ban Ki Moon, segretario generale dell'Onu.
Non proprio brillante la risposta degli occupanti della Cavallerizza, evidentemente spaventati e preoccupati, che hanno emesso una nota stampa in cui si dicono all'oscuro del programma del Festival, pur riconoscendo di aver concesso lo spazio – come in molti altri casi – al centro sociale Askatasuna senza farsi alcun problema di “censura preventiva” sui contenuti.
Ancora meno brillanti i consiglieri di Sel in Comune, Curto e Trombotto, che sono riusciti in un miracolo di ipocrisia: hanno condannato l’invito a Sante Notarnicola, ma difeso la libertà d’espressione e criticato la richiesta di non autorizzare il convegno «evitando qualsiasi strumentalizzazione». Difendere la libertà di espressione in teoria mentre la si impedisce nella pratica: questi sono i “riformatori” dell'Italia e dell'Unione Europea?
La nostra vicinanza e solidarietà, dunque, non può che andare a Sante e ai compagni di Askatasuna.
Fonte
05/01/2015
L’anima e il muro/Il Fatto calibro 9
di Alessandra Cecchi e Daniele Orlandi
“Se vi dovesse succedere di finire in carcere, guardate cosa c’è nelle celle. Sappiate che per ogni cosa che vedete, il fornelletto, il libro, la penna … è stato pagato un prezzo”. Nel prezzo, le vite di Gerhard Coser, Marcello Mereu, Enrico Delli Carri, bruciati vivi a vent’anni in una cella, durante una protesta del luglio 1970 a San Vittore.
Chi li ricorda è Sante Notarnicola, durante una delle numerose presentazioni del suo “L’anima e il muro”, edito l’anno scorso dalla Odradek. L’anima e il muro è una raccolta di poesie scritte prevalentemente in prigionia dal 1955 al 2012, impreziosita dai disegni di Marco Perroni. La lunga introduzione e le note di Daniele Orlandi la rendono però anche un libro di storia. È la storia dei “Dannati della terra”, di quell’intensa stagione di lotte che riuscì, in pochi anni, a rivoluzionare il carcere, qualche volta a distruggerlo.
Una storia di segrete medioevali, come quella di Volterra, costruita dai Medici nel 1334, o Castel San Giacomo di Favignana, ex colonia penale borbonica, la cui prima pietra posero i Normanni nel 1074 (entrambe, peraltro, ancora pienamente in funzione). Celle dalle finestre murate, tombe per i vivi, al cui interno il fatto di esistere era già di per se un reato perseguibile. Inferni strutturati per piegare, annichilire, così descritti in una lettera del 1970: “mancanza di servizi igienici, topi che salgono dalle fogne e passeggiano per le celle, scarafaggi, cimici che disegnano coreografie sulle pareti e sulle lenzuola, mancanza di spazio vitale, ossigeno insufficiente d’estate, freddo e umidità d’inverno, celle che sembrano bare per cadaveri viventi, degradazione fisica e psichica, trattamento terroristico, pestaggi, letti di contenzione, insufficienza sanitaria, privilegi, discriminazioni di ogni tipo, assenteismo e noncuranza per migliaia di uomini che raggiungono il completo sfacelo della propria personalità”1.
Clandestina era la carta e il mozzicone di matita, così come l’aiuto al compagno analfabeta, perché insegnargli a leggere e a scrivere poteva costarti le celle di rigore.
In queste carceri siffatte, alla fine degli anni ’60, le mille insubordinazioni individuali – tragiche, sempre sconfitte – cominciarono ad unirsi in un’unica grande, ribellione collettiva. Una trasformazione, che per quanto lui si schermisca, avvenne anche grazie all’autore di questo libro. Notarnicola portò fra quelle mura, prima di altri, la sua esperienza di organizzatore politico e combattente sociale, quella capacità cresciuta al suono dei racconti partigiani, e maturata poi nel lavoro di base nei quartieri operai di Torino, negli anni durissimi di Scelba e di Valletta.
Non fu da solo: “Io ebbi la fortuna di essere arrestato nel momento giusto, di trovare i ragazzi giusti”.
Nel ’67, l’anno in cui venne preso, la composizione sociale del carcere
non differiva in maniera sostanziale da quella della fabbrica.
L’umanità su cui lavorare era la stessa, e proveniva da contesti
familiari e sociali non estranei all’organizzazione collettiva del
conflitto.
Bisognava smuoverla, trovare le parole adatte per farla riconoscere in una comunità solidale, tanto più unita quanto più era assoluto l’arbitrio e la violenza a cui veniva sottoposta. Notarnicola queste parole seppe trovarle.
E furono le prime fermate all’aria, i mattoni divelti da sbattere, in centinaia, sulle sbarre, contro il regolamento penitenziario di epoca fascista. Nei processi, trasformati in occasioni di pubblica denuncia, era il sistema penitenziario a salire sul banco degli imputati.
Fuori da quelle mura nel frattempo tutto veniva messo in discussione: la fabbrica, la scuola, l’intera società. Le prigioni non potevano rimanerne immuni. Presto in quelle celle arrivarono gli anarchici, vittime dell’infame montatura che seguì la strage di Piazza Fontana, e cominciarono ad entrare in massa anche i ragazzi del movimento studentesco, per gli arresti che seguivano, puntuali, ogni manifestazione.
Vennero accolti dalla solidarietà galeotta, sempre pronta a medicargli le ferite, a fargli coraggio. E loro ricambiarono, all’uscita, portando il carcere fuori dai cancelli, sui loro giornali, negli slogan dei cortei, nelle priorità delle organizzazioni di appartenenza. Ruppero l’isolamento, e questo fu di vitale importanza, perché le rivolte dentro quelle mura non fossero soffocate nel silenzio.
A pieno titolo esse divennero parte integrante di un movimento generale. Con una variante: là dentro lo scontro non aveva vie di fuga, il prezzo da pagare era molto più alto. Costava sangue conquistare il tetto, arrivare in alto, dove da fuori potevano vederti. Lunga la strada dal cortile alle celle, dove i reparti speciali ti ricacciavano colpendoti senza pietà. E poi i trasferimenti continui, improvvisi, i pestaggi, nudi, nel cortile di Volterra, e mesi di isolamento, le celle distrutte dalle perquisizioni, lettere e foto strappate. Nuovi anni di galera da scontare.
Eppure non riuscirono a fermarli. Con le rivolte vennero anche i primi risultati: prima la penna, poi i libri, i giornali non più ridotti in coriandoli dai tagli della censura, il fornello, la stampa politica, ma soprattutto sempre maggiori spazi di libertà … fino a quella vera: nel 1974 evasero 221 detenuti dalle carceri italiane, nel ‘75 furono 300, nel ‘76 443.
Nel 1975 la Riforma penitenziaria sostituì definitivamente il regolamento del ’31, passando (nella teoria) da una concezione unicamente punitiva ad un’altra imperniata sulla rieducazione e reinserimento sociale del detenuto. Poteva sembrare una vittoria, ma durò poco. Due anni dopo venne affidata a Dalla Chiesa una ricognizione delle peggiori carceri italiane, da riservare principalmente alla detenzione politica. Con decreto interministeriale, si istituirono le carceri speciali.
L’anima e il muro ripercorre questa storia, ma anche gli aspetti più intimi del vissuto in prigionia. Canta Notarnicola, l’amore ai tempi delle sbarre: la separazione, l’attesa, l’assenza riempita di sogni. Canta frammenti di vita, frammenti di cielo sottratti a una grata di ferro, frammenti di luce nel sorriso di lei, dietro un vetro divisorio. Canta le umiliazioni inflitte ai familiari, l’orizzonte negato, il sottile sadismo e le risa sguaiate dei guardiani.
Canta del pianto di Antonio Salerno, il più piccolo prigioniero di Badu’e Carros, rinchiuso assieme a sua madre. Antonio che fu accudito dalla comunità delinquente, il giorno che tacquero i televisori, e i litigi e le urla della galera, perché il bambino stava male e nessuno mandava un soccorso. E si fece silenzio, spaventoso silenzio, fino a quando un dottore dovette arrivare di corsa per evitare che il carcere esplodesse di odio.
Canta degli antifascisti, passati un tempo in quelle stesse celle, dei compagni perduti lungo la strada. Delle ferite più profonde, quelle che non guariscono.
Temi troppo difficili da capire per il giornalismo di oggi, che si scomoda ancora, dalle pagine del Fatto Quotidiano, a sbattere Notarnicola come un mostro in prima pagina, oltretutto con quasi cinquant’anni di ritardo. Un giornalismo che meglio farebbe a cercare la mostruosità nel sistema carcerario, e non fra chi lo ha combattuto. Questa la risposta a “Il Fatto” dello scrittore Daniele Orlandi2.
Sante Notarnicola e «Il Fatto» calibro 9
Non si sceglie il periodo storico di appartenenza ma si scelgono le storie che ci appartengono. Ho conosciuto Sante Notarnicola, da lontano. Sono infatti nato alla fine di un’epoca (era il 1977), non ho mai militato in qualche organizzazione, mai stato in carcere, mai passato per Bologna, dunque mai frequentato il Mutenye di via del Pratello, gestito da Sante fino a poco tempo fa. Ho fatto la conoscenza di quest’uomo, che oggi mi onora della sua amicizia, per motivi di studio e la sua vicenda biografica è divenuta un’ucronia della mia. Studiavo Primo Levi quando incontrai il nome di Notarnicola, di cui ignoravo l’opera in versi. Dal nostro scambio di opinioni e ricordi, immagini e silenzi nacque un saggio, pubblicato nel 2012 su «Letteratura & Società», e un volume di poesie (ma anche, se vogliamo, libro di storia), L’anima e il muro, uscito per Odradek, l’anno successivo. Ho visto Sante una volta sola, gli ho parlato spesso al telefono, lo faccio ancora. Scrivo dunque a mio nome, non ho interessi da difendere. Non ho fedi di alcun tipo, non sono un giustizialista né un perdonatore; il male per il male l’ho incontrato, ne sono stato parte lesa e nessuna giustizia ha potuto risanarmi. Nessuna retorica consolarmi. Non credo nemmeno alla Storia guaritrice, alla Storia magistra; semmai, nella necessità della contestualizzazione ed anche qui nutro qualche riserva. Per tutte queste ragioni, delle vittime innocenti io non parlo: il loro dramma mi sovrasta.
Non sembra invece dello stesso avviso il dottor Emiliano Liuzzi, del «Fatto Quotidiano», che in un articolo-intervista a Sante Notarnicola del 22 dicembre 2014 – due giorni dopo che il suo stesso giornale aveva pubblicato una chiacchierata colma di pietas con Pierluigi Concutelli – si spende in un montaggio ad arte, arricchito da una copertina che sembra uscita da un noir di Giorgio Scerbanenco (tipo, I milanesi ammazzano il sabato), per dimostrare che Notarnicola è-stato-dunque-è-ancora un feroce assassino e un pericoloso sovversivo («Irrecuperabile», direbbe lo stesso Sante). E ne parla così, come si trattasse di Totò e Aldo Fabrizi col fiatone, in Guardie e ladri.
Tuttavia, il pezzo, a un ascolto attento, centra l’obiettivo: mostrare la scarsa conoscenza della vicenda storica italiana da parte del suo autore. Eh, già. Perché le cose non sono andate esattamente come le racconta il «Fatto Quotidiano» (testata pur pregevole sotto l’aspetto del giornalismo investigativo). Perché quello alla Banda Cavallero – che non fu semplicemente espressione della “mala” ma un progetto ante litteram di lotta armata – fu uno dei primi processi mediatici non solo a quattro uomini imputati per gravi crimini ma a tutto un sentimento di dissenso sociale che di lì a pochissimo sarebbe esploso ufficialmente. Perché se esiste una bibliografia sulla “terribile” banda (che non aveva «luogotenenti», come sostiene Liuzzi), ne esiste un’altra sull’imbarazzante impostazione dello “strano processo”, messo su in otto mesi e sostanzialmente replicato negli appelli successivi. Consiglio al dottor Liuzzi – e a chi volesse – di leggersi i libri dell’avvocato (e in un certo senso della storica) dottoressa Bianca Guidetti Serra: li troverà più istruttivi e forse anche più complessi che propinare balle a lettori sprovveduti. Perché se esiste il fischio delle pallottole, esiste anche il fuoco “amico”, circostanza mai chiarita del tutto per quanto riguarda il famigerato inseguimento-sparatoria del 23 settembre 1967: entrambi producono morte ma l’uno lo chiamiamo omicidio, l’altro, effetto collaterale.
Perché poi ci fu il carcere. Parola che sintetizza un mondo ancora
sconosciuto e che in sé contiene mondi. Il carcere dell’Italia appena
uscita dal boom e di questo supposto boom stupefacente
antitesi. Il carcere col “bugliolo” per gabinetto, le celle
d’isolamento sotto terra e solo la Bibbia ammessa; di quelli in cui
dovevi barattare l’ora d’aria con la possibilità di scrivere una
lettera; di quelli in cui un secondino poteva venire a dipingerti lo
spioncino per non farti vedere nemmeno un lembo di corridoio). E ci
furono le ribellioni, il movimento dei “dannati della terra”, sulla
scorta del libro di Fanon. Ci fu il ’68 e la risposta della Stato a
piazza Fontana; ci fu Lotta Continua, la nascita delle BR, l’ottenimento
della Riforma carceraria del ’75 (a proposito, lo sapeva, dottor
Liuzzi, che la battaglia per avere il fornelletto scalda vivande costò
tre detenuti carbonizzati?), ci furono i Nap, i continui trasferimenti da un carcere
all’altro. Ci furono i libri di Sante: tre! (Li ha sfogliati,
dottore?). Venne l’affare Moro e il carcere speciale, l’articolo 90
(oggi usiamo il nome più dolce di 41 bis) e i colloqui col vetro e la
posta censurata… altro non potrei riassumere su un’esperienza limite che
non ho vissuto. Trent’anni, non pochi, ne converrà. E in questi
trent’anni ci furono dissociazioni e frammentazioni, repressioni e
rappresaglie, spirali di violenza che sembrava infinita. Non voglio
almanaccare il ventennio che va dal ’69 alla metà inoltrata degli anni
‘80, ci sono ottimi libri, dottor Liuzzi, anche scritti da storici non
comunisti. Anche perché questa storia, a volerla raccontare per intero,
dovrebbe partire almeno dal biennio ’43-’45. Troppo in là, anche per «Il
Fatto Quotidiano», evidentemente. Da ultimo, c’è l’uscita. Non, forse,
la libertà. Crede infatti davvero, dottore, che sia il caso di chiamarla
tale? L’evasione è impossibile, se ci hai lasciato mezza vita e
probabilmente un numero considerevole di affetti. In uno dei suoi più
efficaci versi, Sante scrive: «Imprigionati qui/noi viviamo, sapete?».
Ma tutto questo nel suo articolo non c’è. I racconti che Sante le ha fatto sono stati abortiti, cestinati, censurati è il termine esatto e ironicamente consono. Perché? Ne avevate davvero bisogno, lei o la sua redazione? Quel riferimento alle BR di cui Sante, in carcere, si sarebbe “innamorato”, colpisce per inesattezza e anacronismo. Se Sante fu considerato una sorta di precursore della lotta armata – “terrorismo” non è infatti il termine che usano gli storici di quegli anni, “terroristi” con l’aggiunta di “badogliani” erano anche i gappisti per le SS di stanza a Via Tasso ma noi oggi non li chiamiamo quasi unanimemente “partigiani”? – un precursore, dicevo, nonché un veterano delle rivolte dei detenuti e inserito nella famosa lista dello scambio, non le pare risibile, dottor Liuzzi, nell’Italia di oggi, nell’Italia dei Carminati e della lunga durata dell’eversione nera legata a politici e finanzieri, tirare in ballo le Brigate Rosse? Non eravamo tutti d’accordo sulla rimozione di quella storia? Uso politico del passato: quale irresistibile tentazione! No, un articolo come questo non è frutto di inconsapevolezza come ironicamente scrivevo all’inizio. È un’operazione in malafede che non rende omaggio alle vittime né pace ai familiari. Né insegna nulla alle tanto corteggiate e insieme disconosciute nuove generazioni. Io non ho preconcetti verso di lei, dottor Liuzzi, mi sfugge altro movente del suo reportage bolognese che non sia quello di perpetuare la verità imposta da ogni regime, de jure e de facto. Verità che George Orwell ha profeticamente sintetizzato nella formula: «L’ignoranza è forza».
Daniele Orlandi
Fonte
“Se vi dovesse succedere di finire in carcere, guardate cosa c’è nelle celle. Sappiate che per ogni cosa che vedete, il fornelletto, il libro, la penna … è stato pagato un prezzo”. Nel prezzo, le vite di Gerhard Coser, Marcello Mereu, Enrico Delli Carri, bruciati vivi a vent’anni in una cella, durante una protesta del luglio 1970 a San Vittore.
Chi li ricorda è Sante Notarnicola, durante una delle numerose presentazioni del suo “L’anima e il muro”, edito l’anno scorso dalla Odradek. L’anima e il muro è una raccolta di poesie scritte prevalentemente in prigionia dal 1955 al 2012, impreziosita dai disegni di Marco Perroni. La lunga introduzione e le note di Daniele Orlandi la rendono però anche un libro di storia. È la storia dei “Dannati della terra”, di quell’intensa stagione di lotte che riuscì, in pochi anni, a rivoluzionare il carcere, qualche volta a distruggerlo.
Una storia di segrete medioevali, come quella di Volterra, costruita dai Medici nel 1334, o Castel San Giacomo di Favignana, ex colonia penale borbonica, la cui prima pietra posero i Normanni nel 1074 (entrambe, peraltro, ancora pienamente in funzione). Celle dalle finestre murate, tombe per i vivi, al cui interno il fatto di esistere era già di per se un reato perseguibile. Inferni strutturati per piegare, annichilire, così descritti in una lettera del 1970: “mancanza di servizi igienici, topi che salgono dalle fogne e passeggiano per le celle, scarafaggi, cimici che disegnano coreografie sulle pareti e sulle lenzuola, mancanza di spazio vitale, ossigeno insufficiente d’estate, freddo e umidità d’inverno, celle che sembrano bare per cadaveri viventi, degradazione fisica e psichica, trattamento terroristico, pestaggi, letti di contenzione, insufficienza sanitaria, privilegi, discriminazioni di ogni tipo, assenteismo e noncuranza per migliaia di uomini che raggiungono il completo sfacelo della propria personalità”1.
Clandestina era la carta e il mozzicone di matita, così come l’aiuto al compagno analfabeta, perché insegnargli a leggere e a scrivere poteva costarti le celle di rigore.
In queste carceri siffatte, alla fine degli anni ’60, le mille insubordinazioni individuali – tragiche, sempre sconfitte – cominciarono ad unirsi in un’unica grande, ribellione collettiva. Una trasformazione, che per quanto lui si schermisca, avvenne anche grazie all’autore di questo libro. Notarnicola portò fra quelle mura, prima di altri, la sua esperienza di organizzatore politico e combattente sociale, quella capacità cresciuta al suono dei racconti partigiani, e maturata poi nel lavoro di base nei quartieri operai di Torino, negli anni durissimi di Scelba e di Valletta.
| Marco Perroni: ritratto di Sante Notarnicola. |
Bisognava smuoverla, trovare le parole adatte per farla riconoscere in una comunità solidale, tanto più unita quanto più era assoluto l’arbitrio e la violenza a cui veniva sottoposta. Notarnicola queste parole seppe trovarle.
E furono le prime fermate all’aria, i mattoni divelti da sbattere, in centinaia, sulle sbarre, contro il regolamento penitenziario di epoca fascista. Nei processi, trasformati in occasioni di pubblica denuncia, era il sistema penitenziario a salire sul banco degli imputati.
Fuori da quelle mura nel frattempo tutto veniva messo in discussione: la fabbrica, la scuola, l’intera società. Le prigioni non potevano rimanerne immuni. Presto in quelle celle arrivarono gli anarchici, vittime dell’infame montatura che seguì la strage di Piazza Fontana, e cominciarono ad entrare in massa anche i ragazzi del movimento studentesco, per gli arresti che seguivano, puntuali, ogni manifestazione.
Vennero accolti dalla solidarietà galeotta, sempre pronta a medicargli le ferite, a fargli coraggio. E loro ricambiarono, all’uscita, portando il carcere fuori dai cancelli, sui loro giornali, negli slogan dei cortei, nelle priorità delle organizzazioni di appartenenza. Ruppero l’isolamento, e questo fu di vitale importanza, perché le rivolte dentro quelle mura non fossero soffocate nel silenzio.
A pieno titolo esse divennero parte integrante di un movimento generale. Con una variante: là dentro lo scontro non aveva vie di fuga, il prezzo da pagare era molto più alto. Costava sangue conquistare il tetto, arrivare in alto, dove da fuori potevano vederti. Lunga la strada dal cortile alle celle, dove i reparti speciali ti ricacciavano colpendoti senza pietà. E poi i trasferimenti continui, improvvisi, i pestaggi, nudi, nel cortile di Volterra, e mesi di isolamento, le celle distrutte dalle perquisizioni, lettere e foto strappate. Nuovi anni di galera da scontare.
Eppure non riuscirono a fermarli. Con le rivolte vennero anche i primi risultati: prima la penna, poi i libri, i giornali non più ridotti in coriandoli dai tagli della censura, il fornello, la stampa politica, ma soprattutto sempre maggiori spazi di libertà … fino a quella vera: nel 1974 evasero 221 detenuti dalle carceri italiane, nel ‘75 furono 300, nel ‘76 443.
Nel 1975 la Riforma penitenziaria sostituì definitivamente il regolamento del ’31, passando (nella teoria) da una concezione unicamente punitiva ad un’altra imperniata sulla rieducazione e reinserimento sociale del detenuto. Poteva sembrare una vittoria, ma durò poco. Due anni dopo venne affidata a Dalla Chiesa una ricognizione delle peggiori carceri italiane, da riservare principalmente alla detenzione politica. Con decreto interministeriale, si istituirono le carceri speciali.
| Marco Perroni: ballerini sulla spiaggia. |
L’anima e il muro ripercorre questa storia, ma anche gli aspetti più intimi del vissuto in prigionia. Canta Notarnicola, l’amore ai tempi delle sbarre: la separazione, l’attesa, l’assenza riempita di sogni. Canta frammenti di vita, frammenti di cielo sottratti a una grata di ferro, frammenti di luce nel sorriso di lei, dietro un vetro divisorio. Canta le umiliazioni inflitte ai familiari, l’orizzonte negato, il sottile sadismo e le risa sguaiate dei guardiani.
Canta del pianto di Antonio Salerno, il più piccolo prigioniero di Badu’e Carros, rinchiuso assieme a sua madre. Antonio che fu accudito dalla comunità delinquente, il giorno che tacquero i televisori, e i litigi e le urla della galera, perché il bambino stava male e nessuno mandava un soccorso. E si fece silenzio, spaventoso silenzio, fino a quando un dottore dovette arrivare di corsa per evitare che il carcere esplodesse di odio.
Canta degli antifascisti, passati un tempo in quelle stesse celle, dei compagni perduti lungo la strada. Delle ferite più profonde, quelle che non guariscono.
Temi troppo difficili da capire per il giornalismo di oggi, che si scomoda ancora, dalle pagine del Fatto Quotidiano, a sbattere Notarnicola come un mostro in prima pagina, oltretutto con quasi cinquant’anni di ritardo. Un giornalismo che meglio farebbe a cercare la mostruosità nel sistema carcerario, e non fra chi lo ha combattuto. Questa la risposta a “Il Fatto” dello scrittore Daniele Orlandi2.
Sante Notarnicola e «Il Fatto» calibro 9
Non si sceglie il periodo storico di appartenenza ma si scelgono le storie che ci appartengono. Ho conosciuto Sante Notarnicola, da lontano. Sono infatti nato alla fine di un’epoca (era il 1977), non ho mai militato in qualche organizzazione, mai stato in carcere, mai passato per Bologna, dunque mai frequentato il Mutenye di via del Pratello, gestito da Sante fino a poco tempo fa. Ho fatto la conoscenza di quest’uomo, che oggi mi onora della sua amicizia, per motivi di studio e la sua vicenda biografica è divenuta un’ucronia della mia. Studiavo Primo Levi quando incontrai il nome di Notarnicola, di cui ignoravo l’opera in versi. Dal nostro scambio di opinioni e ricordi, immagini e silenzi nacque un saggio, pubblicato nel 2012 su «Letteratura & Società», e un volume di poesie (ma anche, se vogliamo, libro di storia), L’anima e il muro, uscito per Odradek, l’anno successivo. Ho visto Sante una volta sola, gli ho parlato spesso al telefono, lo faccio ancora. Scrivo dunque a mio nome, non ho interessi da difendere. Non ho fedi di alcun tipo, non sono un giustizialista né un perdonatore; il male per il male l’ho incontrato, ne sono stato parte lesa e nessuna giustizia ha potuto risanarmi. Nessuna retorica consolarmi. Non credo nemmeno alla Storia guaritrice, alla Storia magistra; semmai, nella necessità della contestualizzazione ed anche qui nutro qualche riserva. Per tutte queste ragioni, delle vittime innocenti io non parlo: il loro dramma mi sovrasta.
Non sembra invece dello stesso avviso il dottor Emiliano Liuzzi, del «Fatto Quotidiano», che in un articolo-intervista a Sante Notarnicola del 22 dicembre 2014 – due giorni dopo che il suo stesso giornale aveva pubblicato una chiacchierata colma di pietas con Pierluigi Concutelli – si spende in un montaggio ad arte, arricchito da una copertina che sembra uscita da un noir di Giorgio Scerbanenco (tipo, I milanesi ammazzano il sabato), per dimostrare che Notarnicola è-stato-dunque-è-ancora un feroce assassino e un pericoloso sovversivo («Irrecuperabile», direbbe lo stesso Sante). E ne parla così, come si trattasse di Totò e Aldo Fabrizi col fiatone, in Guardie e ladri.
Tuttavia, il pezzo, a un ascolto attento, centra l’obiettivo: mostrare la scarsa conoscenza della vicenda storica italiana da parte del suo autore. Eh, già. Perché le cose non sono andate esattamente come le racconta il «Fatto Quotidiano» (testata pur pregevole sotto l’aspetto del giornalismo investigativo). Perché quello alla Banda Cavallero – che non fu semplicemente espressione della “mala” ma un progetto ante litteram di lotta armata – fu uno dei primi processi mediatici non solo a quattro uomini imputati per gravi crimini ma a tutto un sentimento di dissenso sociale che di lì a pochissimo sarebbe esploso ufficialmente. Perché se esiste una bibliografia sulla “terribile” banda (che non aveva «luogotenenti», come sostiene Liuzzi), ne esiste un’altra sull’imbarazzante impostazione dello “strano processo”, messo su in otto mesi e sostanzialmente replicato negli appelli successivi. Consiglio al dottor Liuzzi – e a chi volesse – di leggersi i libri dell’avvocato (e in un certo senso della storica) dottoressa Bianca Guidetti Serra: li troverà più istruttivi e forse anche più complessi che propinare balle a lettori sprovveduti. Perché se esiste il fischio delle pallottole, esiste anche il fuoco “amico”, circostanza mai chiarita del tutto per quanto riguarda il famigerato inseguimento-sparatoria del 23 settembre 1967: entrambi producono morte ma l’uno lo chiamiamo omicidio, l’altro, effetto collaterale.
Ma tutto questo nel suo articolo non c’è. I racconti che Sante le ha fatto sono stati abortiti, cestinati, censurati è il termine esatto e ironicamente consono. Perché? Ne avevate davvero bisogno, lei o la sua redazione? Quel riferimento alle BR di cui Sante, in carcere, si sarebbe “innamorato”, colpisce per inesattezza e anacronismo. Se Sante fu considerato una sorta di precursore della lotta armata – “terrorismo” non è infatti il termine che usano gli storici di quegli anni, “terroristi” con l’aggiunta di “badogliani” erano anche i gappisti per le SS di stanza a Via Tasso ma noi oggi non li chiamiamo quasi unanimemente “partigiani”? – un precursore, dicevo, nonché un veterano delle rivolte dei detenuti e inserito nella famosa lista dello scambio, non le pare risibile, dottor Liuzzi, nell’Italia di oggi, nell’Italia dei Carminati e della lunga durata dell’eversione nera legata a politici e finanzieri, tirare in ballo le Brigate Rosse? Non eravamo tutti d’accordo sulla rimozione di quella storia? Uso politico del passato: quale irresistibile tentazione! No, un articolo come questo non è frutto di inconsapevolezza come ironicamente scrivevo all’inizio. È un’operazione in malafede che non rende omaggio alle vittime né pace ai familiari. Né insegna nulla alle tanto corteggiate e insieme disconosciute nuove generazioni. Io non ho preconcetti verso di lei, dottor Liuzzi, mi sfugge altro movente del suo reportage bolognese che non sia quello di perpetuare la verità imposta da ogni regime, de jure e de facto. Verità che George Orwell ha profeticamente sintetizzato nella formula: «L’ignoranza è forza».
Daniele Orlandi
Fonte
22/12/2014
Come si rapina una prima pagina
Una canagliata di bassa lega, di quelle che fanno capire in quali abissi possa cadere l'"informazione dei professionisti". Il Fatto Quotidiano - che pure ogni tanto ha tirato fuori qualche guizzo investigativo serio - ha sbattuto in prima pagina, oggi, uno dei compagni più seri e integri degli ultimi 50 anni: Sante Notarnicola.
Incomprensibile il motivo giornalistico: Sante non produce da molto tempo "carne da vendere" sul fronte della cronaca di "nera". Scrittore, poeta riconosciuto come tale anche da autentici mostri sacri della letteratura italiana - Primo Levi, Erri De Luca, Valerio Evangelisti, Pino Cacucci e decine di altri - per diversi anni animatore di uno dei locali più frequentati dalla Bologna capace di pensare (il Mutenye, al Pratello, cui è stato dedicato anche un libro), interlocutore paziente di intellettuali e studenti.
Perché, allora, quell'oscena prima pagina da "Milano spara", tra passamontagna e canna di pistola puntata sull'ignaro lettore? Perché quel titolo da manualetto per psicotici "come si rapina una banca"? Che fa quasi ridere, pensando a come era fatta una banca 50 anni fa e come è diventata oggi...
Persino il solito fluviale editoriale di Marco Travaglio, oggi, era diventato smilzo per far posto alla "sparata" fotografica. Il direttore e il desk centrale, insomma, ci avevano puntato molto. Oppure per un giorno Travaglio non aveva granché da dire (non che manchi la materia su cui esercitarsi, volendo).
L'intervista si è rivelata complicata per il povero cronista che era riuscito nella non titanica impresa di farsi invitare a cena. Sante non concede nulla, non si maschera. E' una persona pulita, integra, che ritiene un dovere politico spiegare ogni volta la verità che ha pagato con l'ergastolo. Qualche volta incontra un interlocutore capace di capire, qualche volta no. Stavolta no.
Quel che interessa al signor Emiliano Liuzzi è un po' di "colore", qualche dettaglio da filmetto d'azione senza troppe complicazioni psicologiche. Tantomeno politiche. Come fai a spiegare a un signore cresciuto alla corte di Travaglio che il mondo non si divide affatto - e in nessun luogo - tra "legalità" e "illegalità"? Come fai a fargli capire che se l'umanità avesse adottato questo criterio quale fondamento della propria azione starebbe ancora a pitturare la volta delle caverne? Come fai a fargli capire che la ricerca della giustizia (politica, sociale, reddituale, ecc.) è in perenne conflitto con la legalità (l'ordine costituito, insomma)?.
L'abisso culturale tra Sante e questo tipo di giornalismo è immenso. Aggravato dalla distanza di consapevolezza storica, forse addirittura di conoscenza della storia. Nessuno che abbia letto o meglio ancora fatto qualcosa di "politicamente rilevante" ignora che la politica è conflitto, non semplice amministrazione dell'esistente. Che la politica del cambiamento - quello rivoluzionario come anche del suo opposto, quello reazionar-renziano - è costantemente al limite e spesso al di là della semplice legalità costituita, perché va cercando una nuova legalità da costituire. I nostri nonni partigiani erano banditi per la teppa fascista e gli occupanti nazisti, alleati sospetti per gli "alleati liberatori", eroi del riscatto per la parte migliore del paese. Così come Fidel per il popolo cubano ("bandito" sotto Batista) e altri mille rivoluzionari cui è toccata la fortuna di vincere.
Da che mondo è mondo la Storia procede per rotture più meno violente, quel che prima era illegale o immorale diventa nuova legge. Che verrà prima o poi infranta da chi diventa espressione di una tensione sociale ad un ulteriore cambiamento.
Sante ha questa consapevolezza. Questa statura etica, politica, intellettuale. Al Fatto Quotidiano, probabilmente, non potranno mai capirlo. Però un pizzico di decenza potrebbero coltivarlo...
Fonte
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