Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/07/2026

Il boom di agenti refertati. Una versione che non convince neanche l’IA

Ho posto a Gemini una domanda su quell’annosa questione delle veline della questura, ogni volta sproporzionate sul numero degli agenti feriti, riportate pari pari dai fedelissimi giornalisti. Questa la sua risposta:

“È un tema critico e una distorsione storica del giornalismo d’informazione. La prassi di prendere il comunicato della Questura o dell’ufficio stampa di un ministero e rilanciarlo verbatim senza verifiche, contestualizzazione o contro-inchiesta, non è solo un vizio recente: è un automatismo strutturale del giornalismo di cronaca italiana.

Sulla gestione delle cifre dei feriti tra le forze dell’ordine nei cortei ci sono dinamiche precise che spiegano perché quei numeri sembrano, e spesso sono, del tutto sproporzionati rispetto alla dinamica reale della piazza. Come si formano quei “numeri-velina”?

La differenza tra come il pubblico percepisce la parola “ferito” e come viene usata nei bollettini della Questura è il fulcro di questo meccanismo: il criterio contabile dei “referti medicalizzati”: Per la Questura e per i sindacati di polizia, entra nel computo dei “feriti” chiunque passi da un presidio sanitario o dal pronto soccorso al termine del servizio per far protocollare un disturbo.

Se 50 agenti vengono esposti a un fumogeno, sentono un fischio alle orecchie per un petardo, riportano un’escoriazione al ginocchio o una contusione da scudo, vengono tutti refertati con 3 o 5 giorni di prognosi.

Uso amministrativo e legale della prognosi: per il dipendente pubblico in divisa, il referto è l’atto formale necessario per la causa di servizio, la copertura assicurativa e l’eventuale aggravamento delle pene per i fermati (le lesioni a pubblico ufficiale cambiano quadro penale in base alla prognosi).

È del tutto legittimo dal punto di vista burocratico e tutelativo per l’agente. La trasposizione giornalistica abusiva: l’errore deontologico grave avviene nell’aula di redazione. Il giornalista riceve la nota che cita “65 appartenenti alle forze dell’ordine refertati” e titola “65 poliziotti feriti nei violenti scontri”.

Nella testa di chi legge, “65 feriti” evoca ambulanza, barelle, ossa rotte e ricoveri. Nella realtà, 60 di quei 65 sono tornati a casa la sera stessa con un cerotto o una pomata.

La doppia misura e il silenzio sui manifestanti. Questo appiattimento sulle veline istituzionali produce una profonda asimmetria nell’informazione: i feriti in divisa hanno un contatore istituzionale unico.

La Questura raccoglie i dati, li somma, redige il comunicato e lo dirama alle agenzie entro un’ora dal termine delle cariche. È un dato pronto all’uso, “ufficiale” e comodo per la redazione. I feriti tra i manifestanti non esistono per la statistica: non c’è un ufficio che li conteggi.

Chi viene manganellato, se non ha ferite gravissime, tende a evitare l’ospedale per paura di essere identificato e denunciato d’ufficio per resistenza. I medici di strada (street medics) o le ambulanze d’attesa curano contusioni, tagli al cuoio capelluto o traumi alla testa direttamente in piazza senza rilasciare veline alla stampa.

Il risultato mediatico è grottesco: nei titoli di testa compaiono “30 agenti feriti” e zero manifestanti, dando l’impressione visiva e contabile di una piazza in cui una folla indistinta ha massacrato un cordone di polizia incolpevole, anche quando le immagini mostrano cariche a freddo o manifestanti insanguinati.

Un vizio di pigrizia e dipendenza dalle fonti. Il giornalista che riporta a pappagallo la velina commette tre fallimenti professionali contemporanei:

Mancanza di verifica delle fonti, tratta la fonte di parte (la Questura, che in quel momento è attore e controparte della dinamica di piazza) come se fosse un arbitro neutrale e super partes.

Rifiuto dell’inchiesta sul campo: invece di mandare un cronista a verificare nei pronto soccorso quanti siano i ricoverati effettivi o a raccogliere le testimonianze dei medici e dei manifestanti, si limita a copiare il lancio d’agenzia.

Funzione di megafono politico: il “bollettino di guerra” fornito dalla Questura serve quasi sempre a giustificare l’operato delle forze dell’ordine, l’uso dei manganelli, eventuali cariche sproporzionate o l’introduzione di nuove normative restrittive sulla gestione dell’ordine pubblico”.
Impeccabile...

Fonte

21/07/2026

Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen

I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il video per aumentare i follower ma non si può dire che è Genocidio e comunque “Harry e Meghan con i figli Archie e Lilibet hanno incontrato re Carlo III ad Highgrove, residenza privata del sovrano nelle Cotswolds”.

I soldati israeliani hanno fatto sbranare dai cani un ragazzo disabile e lo hanno lasciato morire dissanguato trascinando via la madre che li implorava di aiutarlo ma non si può dire che è genocidio e comunque “Belen guida il motoscafo in topless, con una mano regge lo sterzo e con l’altra si copre”.

I soldati Israeliani hanno tenuto i punti giocando al tiro a segno. Un giorno bisognava colpire i bambini alla testa, un giorno i testicoli, un giorno la rotula ma non si può dire che è genocidio e comunque Massimo Recalcati psicanalizza Michele Mari che ha vinto il premio Strega (e nessuno dei due dice che è genocidio).

Il governo israeliano blocca l’uscita da Gaza e l’ingresso ai giornalisti, ai medici e pure ai biscotti e alla marmellata perché sono troppo calorici per donne e bambini mentre il 77 per cento della popolazione soffre di gravi livelli di insicurezza alimentare e per questo la mortalità infantile è raddoppiata ma non si può dire che è genocidio e comunque Dua Lipa si è sposata in Sicilia con 150 cannoli e il gelo d’anguria con i fiori di gelsomino cristallizzati raccolti alle 5 del mattino.

I soldati israeliani hanno sparato agli affamati in fila ai punti di distribuzione cibo sterminandone duemila, hanno distrutto la rete idrica costringendo i sopravvissuti a campare con 6 litri a testa quando, per l’Oms, per garantire l’igiene ne servono tra i 50 e 100 ma non si può dire che è genocidio e comunque “Taylor Swift e Travis Kelce presentano il loro nuovo cagnolino decidendo però di mantenere il riserbo sui dettagli più intimi” (Boh, Tgcom24 li chiama così).

I soldati israeliani hanno crivellato di colpi l’auto a bordo della quale una famiglia tentava di mettersi in salvo, crivellato di colpi l’ambulanza che andava a soccorrere la bambina unica sopravvissuta nell’abitacolo sotto i corpi insanguinati degli zii, crivellato di colpi l’abitacolo per ammazzare la bambina sopravvissuta, ma non si può dire che è Genocidio e comunque Prada propone delle ciabatte in rafia dalle tonalità beige impreziosite dall’iconico logo a triangolo con finiture in pelle.

I soldati israeliani hanno colpito 36 ospedali su 36 ospedali funzionanti, lasciato i morire i neonati nelle incubatrici dopo aver staccato la corrente, ucciso oltre 1500 medici e infermieri arrestandone decine senza processo e capo d’accusa ammassandoli nelle carceri dove i prigionieri vengono sistematicamente torturati e stuprati con oggetti appuntiti infilati nell’ano fino a lesionare gli organi interni, nelle carceri dove sono detenuti oltre 300 bambini per terrorismo in virtù della legge che considera terrorista il bambino che lancia una pietra al tank che sta occupando il suo villaggio, ma non si può dire che è genocidio e comunque Tarantino lascia la regia e torna a fare l’attore con Kylie Minogue.

I soldati israeliani hanno fermato le ambulanze, fatto scendere i paramedici disarmati, li hanno uccisi uno dopo l’altro, li hanno seppelliti tutti e quindici con le loro ambulanze sotto la sabbia ma non si può dire che è genocidio e comunque Sinner blocca i crampi col succo di cetriolini.

I soldati israeliani hanno raso al suolo intere città, scuole, chiese, moschee, campi da calcio, caffè in riva al mare, occupato militarmente quasi il 70 per cento della Striscia, distrutto tutte le università, costretto il 90 per cento della popolazione a vivere nelle tende, dato fuoco alle tende, ucciso oltre 72mila persone 21 mila delle quali bambini, ma non si può dire che è genocidio e comunque quest’estate puoi rimpinguare le ciglia con ciuffetti monouso per valorizzare l’occhio senza appesantirle.

I soldati israeliani hanno sparato ai pescatori perché pescavano, ai giornalisti perché facevano i giornalisti uccidendone a centinaia con esecuzioni mirate, ma non si può dire che è genocidio e comunque è l’anno del Cavallo di Fuoco nel calendario dell’oroscopo cinese e le questioni pratiche, in particolare legate alla casa e alla famiglia, creano tensioni ma solo se sei Bilancia.

I soldati israeliani hanno fatto sorvolare in piena notte gli accampamenti degli sfollati da droni che emettevano gemiti di neonati e latrati di cani così da far uscire fuori la gente terrorizzata per poi colpirla, ma non si può dire che è genocidio e comunque esce il nuovo singolo di Beyoncè.

I soldati israeliani hanno bombardato a tappeto il Libano, occupato il Sud del paese, raso al suolo villaggi, costretto un milione di persone alla fuga, ucciso dal 7 Ottobre oltre mille palestinesi in Cisgiordania dove non c’è Hamas, arrestato, in Cisgiordanania, un palestinese su quattro nell’arco della sua vita e anche lì raso al suolo villaggi e sgozzato le pecore e tagliato gli ulivi e menato le suore e sparato ai preti e minacciato con le armi i carabinieri italiani, i deputati americani e torturato e sequestrato gli attivisti internazionali, i parlamentari europei, i medici e i giornalisti da tutto il mondo e hanno instaurato un sistema di apartheid e presentato i piani di pulizia etnica con i video fatti con l’IA dove al posto delle case dei palestinesi c’erano i resort di lusso e i casinò e Trump e Netanyahu a passeggio sul lungomare, ma non si può dire che è genocidio e nemmeno si possono interrompere i rapporti militari e commerciali e strategici con Israele e nemmeno si può smettere di vendere le armi a Israele e si può solo sanzionare 20 ma meglio 21 volte Putin perché ha invaso l’Ucraina ma zero volte Israele che ha invaso la Palestina, il Libano, la Siria, ha bombardato sei stati sovrani con le armi di Trump che sanziona i giudici internazionali e l’Onu e chiunque abbia il coraggio di dire Genocidio e di denunciare l’Apartheid e comunque Giorgia Meloni, che non dice Genocidio e non riconosce la Palestina e non sanziona Israele e aumenta le spese militari come le chiede di fare Trump, veste Cucinelli che odia il verde e ama i colori pastello e non dice Genocidio; Giorgia Meloni che promette il pugno duro contro i maranza, contro i migranti irregolari, contro gli Antifa, ma non muove un dito contro gli assassini israeliani e americani va dal parrucchiere di Mara Carfagna e Elisabetta Gregoraci a fare il long bob biondo mielato col balayage.

E due cose studieranno i posteri: come è stato possibile che noi giornalisti parlassimo prevalentemente d’altro. «Si vede che puntavano tutti al Premio Strega».

Fonte

01/07/2026

Regno Unito - La libera informazione si sta trasformando in “terrorismo”

La polizia anti-terrorismo britannica ha fermato e trattenuto presso l’aeroporto “John Lennon” di Liverpool l’avvocato statunitense e attivista per i diritti umani Dan Kovalik. Il legale, noto ultimamente per aver difeso l’ex presidente colombiano Gustavo Petro davanti alle corti statunitensi per le sanzioni subite, è stato sottoposto a un serrato interrogatorio.

Il caso ha ovviamente sollevato un’ondata di condanne e riprovazione, riaccendendo i riflettori sull’uso ritenuto più volte arbitrario e politicamente discriminatorio della legislazione antiterrorismo da parte delle autorità di Londra contro figure di spicco del giornalismo indipendente e attivisti contro la guerra, per intimidire chi non si allinea alle linee di politica estera dei governi occidentali.

Lo stesso Kovalik ha scritto su X che è stato fermato per la sua “opposizione al genocidio a Gaza e alla guerra in Iran”. La polizia britannica ha sequestrato tutti i dispositivi elettronici dell’avvocato, che è stato anche costretto a fornire dati biometrici, incluse le impronte digitali e campioni di DNA.

Un livello di controllo allarmante rispetto alla tutela dei diritti fondamentali di Kovalik. Egli è solo l’ultima vittima del famigerato “Schedule 7” del Terrorism Act 2000, che concede poteri enormi alla polizia di frontiera, permettendo perquisizioni e trattenimenti anche in assenza di specifici indizi di reato.

Il fermo di Dan Kovalik non è un caso isolato, ma si inserisce in un modello sistematico di pressioni politiche attuate attraverso la forza pubblica ai punti di ingresso del Regno Unito per reprimere l’espressione del dissenso e la libera informazione, mentre vengono raccolti dati riservati degli attivisti.

La situazione, invece di fermarsi in questa deriva autoritaria, sta persino peggiorando. Una nuova proposta di legge, il National Security (State Threats) Bill è in fase di approvazione in Parlamento, ma ha sollevato pesanti critiche da parte di giuristi, organizzazioni per la libertà di stampa e non governative.

In sintesi, il provvedimento conferisce al ministero dell’Interno la possibilità di designare come “minaccia” qualsiasi organizzazione di cui viene riconosciuto il sostegno da parte di uno stato estero ritenuto come un pericolo per la sicurezza nazionale. L’obiettivo dichiarato è quello di colpire i gruppi che sono considerati proxy di governi stranieri ostili.

Tuttavia, la formulazione del testo è molto vaga ed estesa, e porta con sé un grave problema. La legge si rivolge a coloro che “sostengono, assistono e ottengono benefici materiali” da questi gruppi designati come minacce statali. Ma tra i “benefici materiali” è incluso anche lo scambio di informazioni. Secondo il testo attuale, commette un reato sia chi ottiene, accetta e conserva tali informazioni, sia chi si limita ad accettare di riceverle.

In sostanza, a rischiare fino a 14 anni di carcere potrebbero essere anche i corrispondenti esteri che hanno avuto contatti con fonti interne a questi gruppi. Ovviamente, solo su quei giornalisti che non adattano i propri servizi alla propaganda guerrafondaia di Londra. Inoltre, la mannaia della legge non si abbatterebbe solo sui media, ma anche sul mondo umanitario.

Di fronte alle critiche, il ministero dell’Interno ha respinto con forza ogni accusa, e ha inoltre “rassicurato” i cittadini che l’avvio di ogni azione penale richiederà sempre il via libera del procuratore generale. Ma questo significa che, appunto, i giornalisti dovranno svolgere la propria attività senza sapere mai per certo che il diritto all’informazione che perseguono possa essere poi valutato come pericolo alla sicurezza nazionale. È proprio così che si intimidirà qualsiasi espressione del dissenso.

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13/03/2026

L’Iran ha ucciso leader israeliani? Vero, falso, dannoso

L’Iran ha ucciso leader israeliani?

“Il giornalismo di guerra deve muoversi in un panorama dominato da propaganda, censura e guerra psicologica. Ciò è particolarmente vero quando si coprono conflitti che coinvolgono Israele, dove la censura militare limita le informazioni e le narrazioni dei media occidentali spesso si allineano con le posizioni del governo israeliano.”

In guerra, anche le informazioni diventano un campo di battaglia.

Il 9 marzo una voce diventata virale ha sostenuto che attacchi iraniani avessero colpito leader israeliani di alto livello. La storia si è diffusa rapidamente sui social e in alcuni media, ma non esiste alcuna prova credibile che la confermi.

Al Palestine Chronicle abbiamo analizzato questo episodio come esempio di quanto la guerra dell’informazione sia diventata centrale nei conflitti contemporanei – e perché il giornalismo responsabile richiede sempre verifica.

La voce che rivela la vera battaglia di questa guerra

Gli attacchi iraniani hanno ucciso leader israeliani? La voce diventata virale rivela il potere – e i rischi – dell’informazione in tempo di guerra.

Punti chiave

Le voci prosperano durante le guerre perché i governi censurano le informazioni e la realtà del campo di battaglia rimane opaca.

La censura militare israeliana limita severamente la diffusione di notizie su vittime e danni all’interno di Israele.

Le narrazioni iraniane e filo-iraniane talvolta si basano su affermazioni che non possono essere verificate in modo indipendente.

Quando voci specifiche si rivelano false, finiscono per danneggiare la credibilità delle narrazioni anti-guerra.

Un giornalismo responsabile richiede verifica, soprattutto in conflitti dominati da propaganda e guerra dell’informazione.

La strumentalizzazione delle voci

In guerra, l’informazione diventa importante quanto i missili. Gli eserciti combattono non solo per il territorio, ma anche per il controllo della narrazione. Pochi episodi recenti lo dimostrano meglio di una voce circolata ampiamente il 9 marzo, secondo cui diversi alti funzionari israeliani sarebbero stati uccisi o feriti da attacchi iraniani.

Il 9 marzo, Scott Ritter, ex ufficiale dell’intelligence dei Marines statunitensi ed ex ispettore ONU per le armi, è apparso nel programma The Sanchez Effect di RT. Alcune clip di quell’intervento, diffusisi rapidamente online, lo presentavano come se avesse avallato affermazioni secondo cui attacchi iraniani avrebbero colpito luoghi collegati a leader israeliani di alto livello, tra cui il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e membri della famiglia del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Le affermazioni si sono diffuse rapidamente sulle reti sociali. Alcuni media iraniani e commentatori filo-iraniani hanno ripreso la storia, attribuendola alle dichiarazioni di Ritter. Anche i media israeliani hanno affrontato la voce, per lo più per smentirla.

Nel giro di poche ore, tuttavia, è diventato chiaro che non esisteva alcuna prova credibile a sostegno di queste affermazioni. Né funzionari israeliani né fonti indipendenti le hanno confermate. L’episodio si è rapidamente trasformato in un caso esemplare del ruolo volatile che le voci possono assumere in tempo di guerra.

Ma la questione più profonda non è se quella voce fosse vera. Il punto è capire perché queste voci prosperano – e come possano finire per danneggiare le stesse narrazioni che intendono sostenere.

Perché la guerra produce voci incontrollate

Le guerre creano condizioni ideali perché le voci si diffondano. I governi limitano le informazioni, l’accesso ai campi di battaglia è ristretto e la propaganda diventa uno strumento centrale della strategia.

La censura militare israeliana è uno dei fattori chiave alla base dell’attuale vuoto informativo. La legge israeliana consente alle autorità militari di bloccare o modificare la pubblicazione di informazioni sensibili relative alla sicurezza nazionale, comprese le perdite militari, i danni e le vulnerabilità strategiche.

Questa pratica non è nuova. Israele ha storicamente limitato la copertura delle perdite militari per evitare il panico, mantenere il morale interno e impedire che informazioni sensibili offrano vantaggi di intelligence ai suoi avversari.

Il risultato è una situazione in cui gran parte di ciò che accade all’interno di Israele durante la guerra rimane opaco. Per questo motivo analisti e osservatori si affidano spesso a indicatori indiretti: immagini satellitari, video trapelati, testimonianze oculari, post sui social media e dichiarazioni dei governi avversari.

Un simile ambiente crea inevitabilmente terreno fertile per la speculazione. Come sostennero i sociologi americani Gordon Allport e Leo Postman nel loro studio del 1947 The Psychology of Rumor, le voci si diffondono quando sono presenti due condizioni: importanza e ambiguità. La guerra offre entrambe.

Quando gli eventi sono altamente consequenziali e le informazioni scarseggiano, le voci finiscono inevitabilmente per colmare il vuoto.

L’incentivo strategico dell’esagerazione

Anche l’Iran opera all’interno di questo ambiente informativo. A differenza degli Stati Uniti, di Israele o dei paesi della NATO, l’Iran non dispone dello stesso livello di accesso pubblico a immagini satellitari che consenta di documentare regolarmente i danni inflitti sul territorio israeliano.

Ciò significa che funzionari e media iraniani spesso si basano su affermazioni riguardanti attacchi riusciti che non possono essere facilmente verificate da osservatori esterni. Queste affermazioni possono essere accurate oppure no, ma la mancanza di conferme indipendenti rende difficile valutarle con certezza.

Dietro queste narrazioni esistono incentivi comprensibili. Per i governi sotto attacco, la comunicazione in tempo di guerra svolge diverse funzioni strategiche: mantenere il morale interno, segnalare deterrenza agli avversari, proiettare forza verso gli alleati e influenzare l’opinione pubblica globale.

Esagerare i successi sul campo di battaglia è dunque da sempre una caratteristica della guerra. Il teorico militare prussiano Carl von Clausewitz osservò quasi due secoli fa che “la guerra è il regno dell’incertezza”, dove le informazioni sono spesso incomplete, contraddittorie o manipolate.

Nei conflitti moderni, questa incertezza si è trasformata in ciò che gli analisti definiscono information warfare, la guerra dell’informazione, in cui percezione e narrazione diventano strumenti strategici tanto quanto la forza militare.

Un’arma a doppio taglio

Le voci, tuttavia, possono diventare rapidamente controproducenti. Quando un’affermazione diventa troppo specifica – come la presunta morte di un leader politico – diventa anche molto più facile da smentire.

Una volta smentita, la narrazione può ritorcersi contro chi l’ha diffusa.

Nel caso della voce del 9 marzo, commentatori e funzionari israeliani hanno utilizzato l’episodio per sostenere che le narrazioni iraniane o filo-iraniane fossero inaffidabili. Questo crea una potente opportunità propagandistica per la parte avversaria.

Le voci false non scompaiono semplicemente. Spesso diventano strumenti che rafforzano la credibilità dell’avversario, permettendogli di presentarsi come la fonte più affidabile di informazioni.

Inoltre, voci ripetute che non si concretizzano possono produrre effetti psicologici inattesi. Invece di generare paura, possono addirittura rassicurare la società presa di mira.

Quando circolano ripetutamente voci secondo cui leader sarebbero stati uccisi o gravemente feriti – e queste vengono poi smentite – ciò può rafforzare la percezione che quei leader restino protetti e intoccabili.

Il contrasto con la guerra a Gaza

Le dinamiche informative del confronto tra Iran e Israele differiscono profondamente da quelle della guerra a Gaza.

Durante il conflitto, i gruppi della resistenza palestinese a Gaza hanno adottato una strategia comunicativa piuttosto insolita. Attraverso video documentati con cura, immagini e filmati dal campo di battaglia, hanno fornito resoconti dettagliati degli scontri militari quotidiani.

Questa documentazione ha gradualmente accresciuto la loro credibilità tra gli osservatori. Con il tempo, molti analisti e giornalisti hanno iniziato a prestare maggiore attenzione alle dichiarazioni militari palestinesi proprio perché accompagnate da prove visive.

Il caso iraniano è strutturalmente diverso. Le forze iraniane non possono filmare eventi all’interno del campo di battaglia israeliano nello stesso modo in cui i combattenti palestinesi a Gaza documentavano i combattimenti sul proprio territorio.

Di conseguenza, le narrazioni iraniane si basano spesso su prove indirette o su dichiarazioni ufficiali piuttosto che su documentazione visiva. Questa limitazione strutturale aumenta la probabilità che le voci finiscano per riempire i vuoti informativi.

Realtà strategica e narrazioni tattiche

Paradossalmente, la diffusione di voci esagerate può oscurare una realtà importante.

Da una prospettiva strategica, la guerra attuale non ha raggiunto gli obiettivi originariamente perseguiti da Israele e dagli Stati Uniti. Uno degli obiettivi più discussi dell’escalation militare era indebolire l’Iran fino al punto di provocare instabilità interna o addirittura un cambio di regime.

Questo risultato appare ancora lontano.

Nel frattempo, l’aggressione contro l’Iran ha già prodotto diverse conseguenze strategiche, tra cui instabilità regionale nel Golfo, aumento dei prezzi dell’energia e crescente pressione economica globale.

In questo senso, l’Iran ha dimostrato di poter assorbire e rispondere alla pressione militare senza collassare politicamente. Tuttavia, voci su spettacolari vittorie tattiche – come la presunta morte di alti funzionari israeliani – possono paradossalmente indebolire questa realtà strategica più ampia.

Quando tali affermazioni si rivelano false, finiscono per distrarre dagli sviluppi più sostanziali che stanno avvenendo nel corso della guerra.

La responsabilità del giornalismo

Per i giornalisti, la lezione è chiara. Il giornalismo di guerra deve muoversi in un panorama dominato da propaganda, censura e guerra psicologica. Ciò è particolarmente vero quando si coprono conflitti che coinvolgono Israele, dove la censura militare limita le informazioni e le narrazioni dei media occidentali spesso si allineano con le posizioni del governo israeliano.

Ma l’esistenza della censura e della disinformazione non giustifica la ripetizione di affermazioni non verificate. Un giornalismo responsabile richiede verifica.

Al Palestine Chronicle, questo principio rimane centrale. Il nostro ruolo è riportare le narrazioni concorrenti della guerra, analizzarne le implicazioni ed esaminare con attenzione le prove disponibili. Ma non possiamo confermare affermazioni prive di fonti credibili.

Questo non significa che le voci siano sempre false. Alcune potrebbero essere vere. In tempo di guerra, le persone hanno pieno diritto di porsi domande, di speculare e di cercare di comprendere eventi che i governi deliberatamente tengono nascosti all’opinione pubblica.

Se un leader come Benjamin Netanyahu scompare dalla scena pubblica per giorni, è inevitabile che la gente inizi a porsi domande. Alcuni potrebbero suggerire che abbia lasciato il paese. Altri potrebbero ipotizzare che sia stato preso di mira da un attacco. In un conflitto in cui l’informazione è strettamente controllata, queste speculazioni sono inevitabili. La questione che solleviamo qui è diversa.

Come giornalisti operiamo secondo un diverso insieme di responsabilità. Il nostro compito non è amplificare ogni voce che circola nella nebbia della guerra, ma verificare le informazioni prima di presentarle come fatti.

È proprio per questo che il giornalismo – almeno in teoria – dovrebbe rappresentare la forma di informazione più credibile nei tempi di guerra.

Purtroppo, i media occidentali mainstream hanno ripetutamente violato questo principio, diffondendo disinformazione e ripetendo acriticamente le narrazioni ufficiali.

Ma i media indipendenti non possono rispondere abbandonando gli standard giornalistici. Se possibile, la nostra responsabilità verso l’accuratezza e la verifica deve essere ancora maggiore.

Nelle guerre dell’informazione che accompagnano i conflitti moderni, la credibilità rimane una delle armi più potenti di tutte.

Fonte

31/01/2026

Il manualetto di sicurezza digitale

Guerre di Rete rende disponibile per tutti i suoi lettori il Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti

Un mese fa Guerre di Rete aveva presentato una sua nuova pubblicazione, un ebook, intitolato: Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti. Inizialmente l’ebook era stato spedito in anteprima ai partecipanti al nostro crowdfunding.

Da oggi chiunque può scaricarlo liberamente da questo link

Il manualetto è rivolto a due categorie essenziali per il funzionamento della democrazia e del dibattito pubblico, che troppe volte abbiamo visto essere target di attacchi informatici, sorveglianza, campagne d’odio e di molestie nel mondo, in Europa, in Italia.

È scritto da giornalisti e attivisti in maniera semplice e discorsiva, ma fornisce anche indicazioni pratiche di base per iniziare a sistemare e a proteggere la propria vita digitale. Passa in rassegna questioni di cybersicurezza fondamentali (utili a tutti), ma si sofferma anche su aspetti specifici legati alle attività di queste due categorie.

Come spiego ripetutamente nell’introduzione al volume, il nostro ebook è solo un manualetto. Non pretende di essere una panacea, non assicura di risolvere tutto o di schermarvi da qualsiasi cosa. Tuttavia, può essere un inizio importante.

L’ebook è un lavoro collettivo, con tre curatori (Carola Frediani, Sonia Montegiove, Patrizio Tufarolo) e una serie di autori (i giornalisti Raffaele Angius, Carola Frediani, Sonia Montegiove, Rosita Rijtano, e gli attivisti CRP, Matteo Spinelli e Taylor), e con Federico Nejrotti di Ufficio Furore che ne ha curato la grafica.

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Introduzione al Manualetto

“Il nostro rapporto con le tecnologie è inevitabilmente contraddittorio. Mai come ora siamo circondati da strumenti abilitanti, che ci consentono di allargare le nostre capacità, ridurre sforzi e tempi di vecchie attività, dotarci di una somma di poteri da cui ormai siamo dipendenti, tanto da avere la sensazione di non poterne più fare a meno.

Eppure questi stessi strumenti, in maniera spesso invisibile e inattesa, possono aprire dei varchi sulle nostre vite, il nostro lavoro, le nostre relazioni. E quando succede, proprio la loro potenza, insieme alla capacità di archiviazione, l’ubiquità, la granularità con cui estraggono informazioni che prima non sarebbero mai state raccolte, diventano un’arma a doppio taglio.

Questo vale per tutti, ma soprattutto per giornalisti e attivisti, che fanno dello scambio di informazioni (anche delicate, riservate, sensibili) una delle loro ragion d’essere. Il problema è che la macchina, intesa come l’assemblaggio caotico e strabordante di dispositivi, account, servizi digitali che ognuno di noi gestisce alla bell’e meglio mentre è intento a vivere, funziona splendidamente (o dà l’idea di funzionare in tal modo) senza disfunzioni, senza avvertimenti, senza preavvisi, fino al giorno in cui non funziona più.

Fino al giorno in cui si riceve una strana notifica di Apple o Meta di essere stati oggetto di un attacco statale; fino a quando ritroviamo i nostri dati più privati online; o non riusciamo a entrare nel nostro account Instagram, che ha iniziato nel frattempo a delirare; o veniamo informati che qualcuno è entrato nella nostra casella di posta; o veniamo respinti alla frontiera senza nemmeno sapere perché; o la nostra fonte passa dei guai, e ci resta il sospetto che sia a causa delle comunicazioni avute con noi.

L’elenco potrebbe continuare e, a seconda dei Paesi e delle situazioni, appesantirsi. Perché mai come oggi giornalisti e attivisti possono essere un obiettivo: di criminali, di Stati, di poteri economici, di gruppi ideologizzati, di individui ossessionati, di società private di indagine.

È con questa consapevolezza che come Guerre di Rete abbiamo deciso di scrivere e pubblicare questo manualetto. Il diminutivo è d’obbligo per due motivi: non c’è manuale che possa coprire in modo esaustivo l’argomento o garantire sicurezza; e, in ogni caso, l’obiettivo del nostro ebook è quello di essere uno strumento propedeutico, per principianti o poco più, che vogliano gettare alcune fondamenta nella loro impalcatura digitale. Non sarà abbastanza, ma nemmeno vano.

Il nostro pubblico principale sono giornalisti e attivisti per le ragioni spiegate sopra, anche se ci sono delle differenze tra questi due profili, che non abbiamo approfondito in questo livello iniziale. Riteniamo comunque che buona parte di questo ebook – scritto e rivisto da giornalisti, esperti di sicurezza e attivisti – vada bene per entrambi i gruppi (e a dire il vero, non solo per loro).

Fatto questo chiarimento generale, due note di contenuto. Il manualetto ha un perimetro circoscritto. Intanto, si concentra solo sul digitale. Un’ovvietà, penseranno alcuni. Non proprio. Per giornalisti e attivisti la sicurezza digitale e quella fisica tendono a intrecciarsi e a influenzarsi spesso.

Un’informazione su un dispositivo, in certi contesti, può farti arrestare; un post sui social può consentire circostanziate minacce fisiche; un’app o una configurazione particolare di sicurezza possono generare sospetti a un controllo.

In alcuni casi i due piani entrano in conflitto: ci sono situazioni in cui portare con sé un telefono o altri dispositivi può essere pericoloso, ma lasciarli incustoditi in un hotel potrebbe diventare un rischio digitale. Come avrete già capito da questi esempi, distillare indicazioni al riguardo in un manuale è assai problematico. La sovrapposizione di sicurezza fisica e digitale richiede un’analisi ad hoc e un piano specifico, che tengano conto della persona, del contesto, delle minacce, delle inconciliabilità, e di molti altri fattori.

Un altro limite del manualetto è che ci siamo concentrati sulle minacce cyber, non dando molto spazio alle fughe di dati che possono derivare da un uso sconsiderato di alcuni strumenti. Ad esempio, tutti quei tool di AI utilizzati per “sbobinare” interviste, trasformare audio in testo, fare ricerche su documenti di lavoro, riassumere riunioni e via dicendo. Prima di utilizzarli bisognerebbe sempre verificare quali sistemi di sicurezza adottino e come siano gestiti i dati: verifiche che a volte portano a sorprese spiacevoli. In generale, bisogna essere molto cauti se il materiale trattato contiene parti riservate e off the record.

Infine, un elemento generale di difficoltà sono proprio le minacce. Chi si occupa davvero di cybersicurezza è dotato di umiltà, e se non era umile ha imparato a esserlo col tempo. Perché la base di conoscenza acquisita, per quanto solida, è incredibilmente mutevole. Perché la complessità del piano umano, tecnico e organizzativo (di cui parleremo più sotto) è tale che l’errore, l’imprevisto, la falla sono sempre da mettere in conto. Le risorse stesse dedicate alla sicurezza devono essere aggiornate in continuazione.

E tuttavia, sottolineati tutti questi limiti, siamo convinti che sia possibile fare la differenza. Che informare su questi temi possa aiutare concretamente persone che si occupano di questioni importanti per la società. Questo manualetto vuole fare la sua parte. Aiutarvi a iniziare un percorso. A rafforzare le vostre difese. A limitare le probabilità e gli impatti di eventuali minacce. A reagire e rispondere in modo più consapevole. A rendere la vita più dura agli attaccanti. Magari, qualche volta, a smascherarli più facilmente.

Il manualetto segue un percorso che va dal facile al difficile, da quello che va messo subito in sicurezza, e con poca fatica, a quello che richiede più lavoro. Si inizia inquadrando alcuni aspetti generali – i diversi piani della sicurezza, l’analisi delle minacce – e poi si va nel pratico. Siamo partiti dalla mail perché sappiamo che è ancora l’hub centrale delle nostre vite, e quindi un fortino da difendere.

Passiamo poi ai social media che, nel bene e nel male, restano un luogo fondamentale per giornalisti e attivisti, sottovalutato dal punto di vista della sicurezza. Eppure una revisione attenta delle impostazioni di visibilità e di privacy dei nostri account potrebbe far emergere informazioni che non siamo consapevoli di “pubblicizzare”. Poi parliamo di come si comunica con una fonte, o con qualcuno che necessiti di non essere esposto: il problema del primo contatto, quali app (e perché) possono essere utili, quali sistemi adottare per ricevere soffiate.

Sistemate la mail, i social, e le comunicazioni, è tempo di pensare ai dispositivi. Sono cifrati? Abbiamo backup? Come li gestiamo? È il caso di compartimentare?

Successivamente, ci addentriamo nell’aspetto della cybersicurezza più noto e forse temuto: phishing, malware, spyware. Senza fare miracoli, un utente consapevole può però alzare di tanto l’asticella della sua protezione.

Infine, dopo una sezione su strumenti avanzati, più tecnica, concludiamo su come reagire a un attacco, e su dove trovare risorse utili.

E qui si conclude il nostro manualetto. Speriamo possa esservi utile. Noi abbiamo fatto la nostra parte. Ora è il vostro turno.”

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12/01/2026

Il “vittimismo aggressivo” dei giornalisti di destra

Che la destra abbia imparato a perfezione dai padroni il modello chiagne e fotte ce ne eravamo accorti da tempo. Che lo stesso modello sia stato assunto come regola di comportamento dai giornalisti della trash press della destra lo stiamo verificando.

Questo è sicuramente il recentissimo caso di Giulia Sorrentino, giornalista de Il Giornale e fustigatrice dei movimenti di solidarietà con la Palestina, dei comunisti intravisti anche sotto le mattonelle della casa del dirimpettaio o di improbabili link tra comunisti e islamici.

Spiace criticare il lavoro di una giornalista, ma con le iperboli contenute nei suoi articoli ci si potrebbe costruire un universo parallelo e separato da quello reale.

Cosa è accaduto alla “collega” Sorrentino? È accaduto che viene allontanata – solo a parole e senza che voli un dito – dal corteo di Milano di sabato per Palestina e Venezuela.

Quasi simultaneamente al corteo di Milano riesce però a scrivere sul corteo di Roma dove, anche qui, denuncia una “aggressione” – come si desume dal video in circolazione solo verbale – ma in questo caso contro una donna (cubana o venezuelana) che inveiva contro il corteo per il Venezuela. Nel caso di Roma l’articolo è diventato poi il pretesto per un vero e proprio proclama politico contro le organizzazioni della sinistra di classe.

Insomma o è stata una giornata campale per la collega impegnata addirittura su due fronti o una ennesima manifestazione – fin troppo esplicita – di quel vittimismo aggressivo che ormai sembra diventato una vera e propria regola di ingaggio insegnata in alcune redazioni dei giornali e che esagera i fatti per ricavarne un grande effetto politico e mediatico.

Tra l’altro a spiegare la dinamica dei fatti di Milano – e quindi a ridimensionarli involontariamente nella loro “fattualità” – è la stessa Giulia Sorrentino, la quale afferma che quelli del corteo la guardavano negli occhi mentre le gridavano vergogna e prima di farlo addirittura mugugnavano. C’è chi con meno garbo l’ha definita “faccia di m...”. Qualcuno la guardava male e qualcun altro aveva anche chiesto alla polizia di allontanarla per evitare tensioni.

Insomma per parlare di aggressione e meritare una levata di scudi di tutta la destra e di Italia Viva o del Presidente del Senato La Russa appare decisamente un po’ poco. A telefonare personalmente alla giornalista è arrivato addirittura anche il ministro dell’interno Matteo Piantedosi, che ha tenuto a esprimere la propria vicinanza e solidarietà a lei e a tutta la redazione.

Di fronte al vittimismo aggressivo che esagera i fatti e li manipola nella gestione “politica”, alcune domande sorgono spontanee.

Ma in vita vostra avete mai subìto una vera aggressione, magari rimasta impunita? Per esempio chiedetelo a Chef Rubio. Poi magari ne riparliamo.

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14/12/2025

“La Repubblica” saudita

di Vincenzo Morvillo

A Repubblica e La Stampa i giornalisti protestano e sono in sciopero perché il gruppo Gedi, di proprietà degli Elkann, ha deciso di vendere le testate di famiglia all’armatore miliardario greco Kyriakou, maggior azionista della holding Antenna, di cui una quota del 30% sarebbe in mano al principe saudita, Mohammed bin Salman Al Sa’ud.

I lavoratori dei due fogli che, ricordiamolo, sono principalmente giornalisti: ovvero, quando hanno la fortuna di avere un contratto regolare o addirittura “personalizzato”, dei “privilegiati” che svolgono una professione intellettuale. Vendono cioè pensieri e parole.

Sarebbe a dire quegli attrezzi che servono a comunicare idee che dovrebbero in teoria quantomeno corrispondere allo statuto di verità e alla deontologia. Non patate e cipolle, che è un mestiere dignitosissimo ma attiene ad altro. Ma sono comunque lavoratori, dicevamo, che contestano la perdita di un fondamentale asset culturale nazionale.

Invocano addirittura l’intervento del governo (governo di quella destra contro cui urlano e si scagliano dalle stesse pagine di quei giornali) dichiarando di temere per il mantenimento del proprio lavoro e per la loro indipendenza e autonomia.

«Salvaguardia dell’identità politico-culturale di un giornale come Repubblica». E ancora: «In ballo non c’è un semplice marchio, ma la sopravvivenza stessa di un pensiero critico».

Queste le roboanti e concettose frasi che si possono leggere nel comunicato stampa elaborato, licenziato e diffuso dall’assemblea dei giornalisti e dei lavoratori di Repubblica.

Tutto giusto, verrebbe da dire, se però i giornali – e i giornalisti in questione – non fossero Repubblica e La Stampa. Due edizioni annoverate tra la stampa “di sinistra” (boom!) che negli ultimi quindici anni hanno oltraggiato l’idea stessa del giornalismo libero. Infangato la categoria filosofica del rispetto dei fatti e della verità. Fatto a pezzi l’etica professionale. Umiliato il ruolo del giornalista, riducendolo ad un servo della proprietà e ad un passacarte di veline e documenti.

Veline e documenti prodotti da quei comitati di affari afferenti al complesso militare-industriale cui hanno risposto, specie negli ultimi quindici anni, troppe volte “signorsì, signore“. Di buon grado e con la reattività di un soldato al fronte.

Con l’unica differenza che loro, il fronte, lo vedono da uno schermo del Pc e seduti su comode poltrone ergonomiche. Mentre il proletariato ucraino e russo muore per soddisfare le velleità di potenza di quei deliranti oligarchi ai cui ordini direttori, capiservizio e corrispondenti si genuflettono.

Per non dire della stomachevole, vergognosa e criminale propaganda filo israeliana che trabocca da quei fogli, al punto da delineare addirittura una tangibile – quasi perseguibile penalmente – “complicità in genocidio“.

E non bastano certo le sempre rare Mannocchi, Jebreal, Foa o i Grossman ad attutire l’ignominia propagandistica che ha soffocato l’informazione di regime italiana.

Informazione di regime e irreggimentata che ha le sue più solide radici proprio in quei quotidiani figurativamente “di sinistra”, che hanno polverizzato la sinistra finanche nelle parole e nell’imagginario. Anche grazie ai servizievoli contributi offerti da intellettuali di terza fila che hanno trovato spazio, cittadinanza e valsente all’interno delle loro pagine.

E allora, alla fine, mi vengono da fare giusto un paio di considerazioni e domande che vorrei rivolgere a coloro che dovrei considerare “colleghi” ma che viceversa vedo come dei camerieri del potere.

Egregi amici, quando mai Repubblica e La Stampa – negli ultimi anni, ma non solo – hanno rappresentato un “baluardo del pensiero critico“? Fatevelo dire francamente: una simile affermazione suona alquanto incoerente, grottesca soprattutto nell’evocare la tutela di un “asset culturale” e di un “presidio di democrazia”.

Avete avallato tutte le politiche anti-popolari degli ultimi quarant’anni. Avete sostenuto il neoliberismo e la supremazia del mercato e del profitto purché sia. Avete difeso tutte le porcate dei proprietari – la famiglia Agnelli-Elkann – sul piano economico: dalle delocalizzazioni ai disinvestimenti produttivi, fino all’abbandono del contratto nazionale dei metalmeccanici (sotto Marchionne). Avete taciuto sull’assenza di una progettualità industriale e plaudito alla richiesta di denaro pubblico utilizzato per distribuire dividendi agli azionisti.

Non avete battuto un colpo di fronte allo sfruttamento dei vostri stessi giovani colleghi e collaboratori, iper sfruttati e sottopagati. Non vi siete fatti scrupoli a soffiare sul fuoco della guerra e del genocidio, inventando di tutto senza remore (“i russi vanno all’assalto con le pale del 1800” resterà negli annali...).

Avete plaudito al Nobel della Pace assegnato alla criminale Corina Machado, dedicandole un’intervista tanto servizievole quanto scandalosa.

Avete giustificato la repressione del dissenso e gli ignobili “decori urbani”. Avete seguito traiettorie culturali classiste ed elitarie. La critica letteraria, teatrale, cinematografica e d’arte… l’avete ridotta a spot pubblicitario. La proprietà privata l’avete celebrata come diritto inalienabile, inviolabile e pre-politico. Avete benedetto le privatizzazioni e lo smantellamento del welfare state…

E ora che il vostro proprietario e padrone, godendo del suo “pieno diritto”, decide di vendere – per far soldi o eliminare le perdite – invocate il “bene comune”, l'”intervento dello Stato”, la “salvaguardia politico-culturale” e addirittura il “pensiero critico”?

Non vi sembra grottesco e in definitiva alquanto ipocrita? In fondo sapete come si dice, no? “È il Capitalismo, bellezza!” Quello che tanto vi è piaciuto finora.

Ma dimenticavo. Il doppio standard è il vostro vero credo. Il vostro dogma esistenziale e professionale.

Purtroppo però stavolta la vedo dura. “Il mercato” ha le sue regole e il governo non ha alcuna voglia di intervenire in vostro aiuto. Anzi gongola.

Ma d’altronde, diciamoci la verità una volta tanto. Dopo il sionista Molinari, Mohammed bin Salman Al Sa’ud sarà quasi una ventata di aria fresca. Ma anche di democrazia. Cui, ne siamo abbastanza certi, vi adeguerete con la solita elasticità…

Il sarcasmo purtroppo ve lo siete meritato sul campo. A buon rendere...

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30/11/2025

Giornalisti, vil razza dannata

Premessa breve, ma necessaria. Siamo un giornale, alcuni di noi hanno lavorato per decenni in altri media, frequentando redazioni, l’alto e il basso della società, palazzi del potere, bar dove cronisti e “fonti riservate” si incontrano quotidianamente.

Conosciamo il mestiere e i suoi format, sappiamo riconoscere quando viene messa la sordina, ignorata una notizia o una tendenza (è la cosa più semplice: “non ne parliamo”), invertire “aggressore e aggredito” (una carica di polizia immotivata contro ragazzi a mani nude può in un attimo diventare “scontri”), e via elencando.

Insomma, siamo giornalisti pure noi, ma di quelli che hanno messo le proprie “competenze” dentro un progetto collettivo di ricostruzione della soggettività antagonista e indipendente dal “sistema dominante” (per dirla in breve).

E che sanno riconoscere i “colleghi” che obbediscono al comando della proprietà, rappresentata istituzionalmente dal direttore e dai capiredattori.

In questi giorni l’esibizione di servilismo professionale si è dovuta applicare a due compiti piuttosto abituali: silenziare preventivamente uno sciopero generale seguito da una manifestazione nazionale (più altre locali) e trovare qualcosa che aiuti a “coprire”, magari mettendo in pessima luce – direttamente o indirettamente – le aree politico-sindacali-associative che davano corpo alle mobilitazioni.

Sembra passato un secolo da quando – meno di due mesi fa – un mesto Enrico Mentana, su La7, era costretto ad ammettere pubblicamente che le straordinarie giornate del 22 settembre, 3 e 4 ottobre – un milione e più di persone in piazza – erano “un successo di USB e Potere al Popolo”.

Successo sgradito, certo, ma successo. Si era insomma manifestato un nuovo soggetto politico e sindacale, non riconducibile alle formazioni ammesse al “campionato di serie A”, ma con una forza di mobilitazione decisamente superiore.

Giornalisticamente, davanti all’apparizione di una novità sgradita ma forte, si può reagire in due modi (tralasciamo le infinite varianti possibili): cercare di “recuperare” la devianza indipendente oppure tentare di ricacciarla sotto la soglia della visibilità.

Nel primo caso avremmo avuto un buon numero di interviste agli sconosciuti leader delle due formazioni, tese a “capire cosa bolliva nella pentola della società” ma al tempo stesso “normalizzare” quel sobbollire. Nel secondo caso, quello che si è verificato fino ad oggi.

Dal 5 ottobre in poi USB e Potere al Popolo non sono quasi state più nominate, se non in occasione delle elezioni regionali in Toscana e in Campania, ma in quest’ultimo caso solo per ghignare sul risultato insufficiente ad eleggere un consigliere.

Lo sciopero generale del 28 è stato nominato, mentre era in corso, solo per dar conto ai soliti “problemi nei trasporti”, ma senza neanche dire chiaramente chi lo aveva proclamato. Al massimo si accennava ai “sindacati di base”, oppure ai “Cobas” (chi, come noi, conosce e frequenta il sindacalismo “minore”, sa che quella sigla è copiata-declinata in svariate sotto-sigle, neanche tutte aderenti alla mobilitazione). Anche le poche foto pubblicate ex post erano selezionate in modo da evitare di far apparire la sigla “USB”.

Straordinaria coincidenza, oppure un ordine di scuderia che ha attraversato le redazioni mainstream. La seconda, come sempre, è la risposta vera... 

La riprova ieri, in piazza. Una massa di fotografi attirati dagli “ospiti internazionali” – Greta Thunberg e Francesca Albanese in primo luogo – e diversi giornalisti.

I primi, come al solito si sono gettati sulle “prede” con un furore degno di un plotone al fronte, al punto da costringere Greta a rifugiarsi sul camion dell’amplificazione per non essere travolta; e far reagire bruscamente anche qualche addetto alla sua protezione.

I secondi hanno approcciato i sindacalisti ponendo come prima e unica domanda “che pensate dell’attacco a La Stampa, a Torino?”. Lo sciopero generale contro la manovra del governo Meloni, contro le politiche di riarmo europee, la solidarietà con la Palestina, la denuncia della criminalizzazione del dissenso... Che gliene frega ai “colleghi”?

L’unica cosa era “prendere” una frase pro o contro se stessi, totalmente identificati con la testata nota familiarmente agli operai torinesi come La Büsiarda (del resto è di proprietà della famiglia Agnelli, come ora anche Repubblica).

Inevitabile ricevere a quel punto un molto educato “vaffa”.

Ma era l’atteggiamento comportamentale dei “colleghi” a dare la misura della distanza tra una redazione “importante” ed il mondo popolare. Si muovevano come se questi “altri” fossero materia che doveva mettersi a loro disposizione, “popoli primitivi” da colonizzare, “inferiori” da descrivere secondo l’uzzo, obbligati a rispondere non sulle ragioni di quel che stavano facendo ma su quel che interessava al caporedattore... 

Come se il tesserino da “professionista” avesse lo stesso potere disciplinante di quello dell’Fbi. E come se gli schemi mentali fossero gli stessi. Come se considerassero quella fiumana di gente in piazza come “nemici” da combattere e disperdere, esercitando il compito limitato di “narratori tendenziosi e squalificanti”. Quello che poi facilita o giustifica conseguenze più “muscolari”... 

Sarà l’aria di guerra, sarà che la struttura centrale del potere capitalistico è cambiata parecchio (i primi sette uomini più ricchi del pianeta sono tutti – anche – “magnati dei media”: Musk, Zuckerberg, Bezos, Ellison, ecc.), ma l’informazione mainstream sembra aver incorporato ormai il codice della “guerra ibrida”: non esistono i fatti e l’oggettività, ma solo quel che serve o contrasta il gruppo di potere per il momento dominante.

Non stupisce che quando, come a Torino, qualcuno si comporta con loro nello stesso modo – peraltro senza torcere un capello a nessuno; come teorizzava persino Marco Pannella, “la non violenza si esercita tra gli uomini, non necessariamente sulle cose” – scatti il riflesso pavloviano che fa sciorinare in serie rigida “la difesa della libertà di stampa” e tutti i suoi corollari.

Che erano e sono sacrosanti, quando la funzione della stampa è “fare il cane da guardia della democrazia svelando le magagne del potere”. Purtroppo è diventata il “fare il cane da guardia del potere contro la democrazia e i popoli”. E allora non puoi invocare le stesse guarentigie, che ti servono ora solo per esercitare la tua violenza – retorica, certo, ma non meno devastante – pretendendo l’immunità.

Se incontri un sindacalista o un dirigente politico consapevole della fase e dei rapporti di forza, puoi prenderti al massimo un “vaffa” o un sorriso ironico. Se ti capita qualcuno solo indignato e incazzato può disordinarti la scrivania.

Spiacevole, certo, ma sempre meno tragico del massacro di 280 colleghi – senza virgolette – a Gaza, per mano dei cecchini “democratici” dell’IDF.

P.S. Volete una prova? Oggi né il Corriere della SeraRepubblica danno alcuna notizia della manifestazione di ieri, né dello sciopero generale del 28. Ma dedicano entrambi una pagina alla “frase shock di Albanese”. Se questa è “informazione libera”, possiamo immaginare il resto... 

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31/10/2025

L’assassinio di Shireen Abu Akleh coperto dal Dipartimento di Stato USA

Stando alle dichiarazioni rilasciate al New York Times da Steve Gabavics, un esperto membro della polizia militare USA, la giornalista statunitense-palestinese Shireen Abu Akleh è stata uccisa deliberatamente dalle forze armate israeliane, e il Dipartimento di Stato stelle-e-strisce avrebbe attivamente coperto l’omicidio.

Ricordiamo brevemente i fatti. Nel maggio 2022 Shireen è stata colpita alla testa da un cecchino israeliano, mentre riportava le notizie su scontri tra l’IDF e forze della resistenza palestinese per l’emittente Al Jazeera. Il suo omicidio è avvenuto a Jenin: in Cisgiordania, non a Gaza, e ben prima del 7 ottobre, a ricordarci come l’eliminazione sistematica dei giornalisti è una pratica di lunga data per Tel Aviv.

Ad ogni modo, inizialmente le autorità israeliane avevano incolpato i resistenti palestinesi, mentre la polizia sionista aveva persino preso d’assalto il funerale della donna. Salvo poi dover ammettere che erano state le forze israeliane a uccidere Shireen, presentando scuse in ritardo di un anno per un crimine che, era evidente a tutti, era stato commesso volontariamente.

Oggi Gabavics, ex militare in pensione dall’inizio del 2025, non solo lo conferma, ma rivela anche l’insabbiamento coperto dai vertici degli USA. Il soldato statunitense era stato incaricato di indagare sulla morte della giornalista mentre prestava servizio presso l’Office of the United States Security Coordinator, il quale facilita la cooperazione tra i servizi di sicurezza israeliani e palestinesi dell’ANP.

Gabavics e il suo team di investigatori raccolsero abbastanza indicazioni per affermare il fatto che il soldato israeliano che aveva sparato a Shireen sapeva che stava colpendo una giornalista. La precisione del proiettile indirizzato alla testa, il traffico radio israeliano che aveva indicato la presenza dei media in quella zona, la visuale chiara che i cecchini avevano della posizione di Abu Akleh, l’assenza di spari provenienti dalla sua direzione, non lasciavano dubbi (oltre a non dare motivo di aprire il fuoco contro di lei).

Tuttavia, l’allora capo di Gabavics, il tenente generale Michael R. Fenzel, lo escluse dalla revisione dell’indagine, minacciò di licenziarlo e pubblicò un rapporto finale per il Dipartimento di Stato sostenendo che l’omicidio era stato involontario. Gabavics e i suoi collaboratori rimasero sbalorditi dal testo finale.

Al New York Times, quattro funzionari statunitensi rimasti anonimi hanno dichiarato di credere che il testo sia stato modificato da Fenzel per “preservare il rapporto di lavoro del suo ufficio con l’esercito israeliano, che in precedenza aveva smesso di collaborare quando era rimasto scontento”.

Il 2 novembre è la Giornata Mondiale per mettere fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti, stabilita dall’ONU nel 2013, e queste notizie non fanno che sollevare ulteriore sdegno per l’assassinio sistematico di giornalisti operato da Israele. Tali crimini dovranno prima o poi trovare giustizia.

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19/10/2025

Il giorno in cui i giornalisti lasciarono il Pentagono

Mentre in Italia tutti allineati e coperti... 

Washington, 16 ottobre 2025. Ala ovest del Pentagono. I passi dei cronisti risuonano lunghi, nel corridoio del palazzo delle guerre. Trascinano borse, cartelline, microfoni smontati, videocamere. Hanno appena riconsegnato il pass, il badge di accesso. La tessera che per anni è stata la chiave di un privilegio e di un diritto: raccontare ciò che l’esercito più potente del mondo fa, dice e nasconde.

Da oggi, per entrare al Pentagono, un giornalista avrebbe dovuto firmare un documento che suona come un giuramento: non pubblicare nulla che non sia “autorizzato”. Una parola sola: authorized.

Pete Hegseth, il ministro della Guerra ha parlato di “ordine” e “responsabilità nazionale”. Ma dietro quelle parole i reporter hanno visto profilarsi l’ombra di un bavaglio. Così hanno scelto la via più limpida: lasciare.

La decisione di andarsene è maturata in poche ore. Un comunicato delle principali testate – New York Times, Reuters, CNN, NBC, Fox News – annuncia che non firmeranno. “Non possiamo accettare condizioni che rendono impossibile il giornalismo libero”, scrivono. Poi, il silenzio operativo: le redazioni smontano i computer, spengono i monitor, staccano i badge dalle giacche.

L’immagine di decine di giornalisti che escono ordinatamente dal Pentagono, tra ritratti di generali e bandiere, è già storia. È una fotografia simbolica della crisi della cosiddetta democrazia americana: la stampa, un tempo considerata il “quarto potere”, oggi costretta a scegliere se obbedire o disobbedire.

Hegseth ha promesso che le misure sono “temporanee”, ma i cronisti sanno che la temporaneità è la forma contemporanea della censura. Si comincia così: con un modulo da firmare. E mentre a Washington i giornalisti lasciano il Pentagono, in Italia nulla di simile potrebbe accadere.

Qui la stampa non sfida il potere: lo serve, lo blandisce, lo accompagna. È una stampa educata a chiedere il permesso, a ripetere le veline, a misurare la distanza tra la notizia e la convenienza. Un giornalismo che si è inginocchiato davanti a ogni guerra americana, a ogni NATO story, a ogni narrativa israeliana, fino a cancellare la parola genocidio dal vocabolario collettivo.

Durante lo sterminio a Gaza, quando le immagini dei corpi dei bambini riempivano i canali indipendenti, i telegiornali italiani parlavano di “operazione militare”, di “autodifesa”, di “lotta al terrorismo”. Nessun anchorman ha lasciato lo studio. Nessun inviato ha restituito il tesserino. Nessuna grande testata ha detto: non ci stiamo. La stampa italiana ha scelto il silenzio, la complicità, la moderazione come alibi.

E allora, sì, in Italia non sarebbe mai potuto accadere ciò che è accaduto al Pentagono. Perché il giornalismo italiano è un ramo d’azienda del sistema politico, un apparato addestrato a non disturbare i manovratori.

L’atto dei reporter americani, illumina il buio di chi in Italia tace, di chi nega, di chi si adegua, di chi traduce le stragi in linguaggio burocratico. La libertà di stampa non si proclama, si esercita, anche a costo di perderla.

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26/08/2025

Israele bombarda l’ospedale Nasser a Gaza e fa strage di giornalisti e soccorritori

Questi mattina, alcuni attacchi aerei israeliani hanno nuovamente preso di mira l’ospedale “Nasser” a Khan Younis, nella parte meridionale della Striscia di Gaza, uccidendo 20 palestinesi, tra cui diversi giornalisti, un soccorritore e alcuni pazienti.

Il primo attacco, che secondo alcuni testimoni sarebbe stato realizzato con un drone esplosivo, ha colpito il piano superiore del complesso medico, che prima della guerra era una delle più grandi strutture mediche di Gaza e rappresenta ormai uno dei pochi presidi sanitari operativi nell’enclave palestinese.

Un secondo attacco, con un missile, ha poi preso di mira la squadra di soccorso che era impegnata ad assistere le vittime del primo bombardamento e i giornalisti accorsi a documentare quanto era accaduto.

Nell’attacco sono rimasti uccisi sul colpo quattro giornalisti. Secondo l’ufficio stampa governativo di Gaza, sono stati identificati come Hossam al-Masri, che lavorava come fotoreporter per Reuters; Mohammad Salama, che lavorava per Al Jazeera; Mariam Abu Daqa, che collaborava con Independent Arabia e AP; e Moath Abu Taha, che lavorava per l’emittente statunitense NBC. Un altro reporter è morto in tarda mattinata a causa delle ferite riportate.

Un medico dell’ospedale Nasser, Saber al-Asmar, ha affermato che i pazienti stanno scappando dalla struttura per paura di un altro attacco israeliano, riporta Al Jazeera. “Eravamo come tutti gli altri all’interno dell’ospedale, facevamo semplicemente il nostro lavoro con una grave carenza di attrezzature, strumenti e farmaci. E mentre tutti stavano facendo il proprio lavoro, è arrivato questo massiccio attacco”, ha detto al-Asmar, aggiungendo che il raid è avvenuto mentre nell’ospedale c’erano studenti, medici e giornalisti. “La sala operatoria, soprattutto al mattino, è piena di studenti di medicina, pazienti, medici e infermieri... stavano seguendo le lezioni, mentre i giornalisti si preparavano a riferire su ciò che sta accadendo negli ospedali di Gaza”, ha sottolineato il sanitario.

Già all’inizio di agosto, quattro dipendenti di Al Jazeera e due freelance sono stati uccisi in un attacco mirato israeliano fuori dall’ospedale Al-Shifa a Gaza City.

La Difesa civile palestinese ha riferito che il pompiere Emad Abdel Hakim al-Shaer è stato ucciso nel secondo attacco mentre tentava di soccorrere i feriti. Altri sette operatori della protezione civile sono rimasti feriti.

Quelle dell’ospedale Nasser di Khan Younis non sono le uniche vittime degli attacchi israeliani di stamattina. Tre palestinesi sono stati uccisi e molti altri sono rimasti feriti quando un attacco israeliano ha preso di mira una squadra che forniva aiuti a Deir el-Balah, nella parte centrale di Gaza.

Altri due palestinesi sono stati uccisi in un attacco nella zona di al-Karameh, a nord-ovest di Gaza City, mentre una persona è stata uccisa e altre due sono rimaste ferite in un attacco a una tenda dove si trovavano alcuni sfollati nella zona di al-Mawasi di Khan Younis.

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12/08/2025

Non dimenticate Gaza

di Giorgio Cremaschi

Sento il dovere di fare la mia piccola parte nel diffondere il Testamento umano di Anas Al-Sharif, il giornalista assassinato deliberatamente da Israele a Gaza assieme ai suoi compagni lavoro. Il testo era stato consegnato ad aprile di quest’anno ad amici e familiari, con l’incarico di diffonderlo se il suo autore fosse stato ucciso.

Perché questo è uno dei tanti terribili aspetti del genocidio israeliano: chi lo compie non vuole testimoni, per questo alla stampa mondiale è vietato entrare a Gaza e coloro che comunque diffondono informazioni, eroici giornalisti palestinesi e arabi, sono obiettivi diretti degli assassini IDF, che ne hanno già uccisi più di 200.

Anas sapeva di andare incontro alla morte continuando a dare notizie non solo delle bombe, ma della carestia che Israele impone a Gaza. Ma non si è fermato, non è fuggito, ha lottato fino all’ultimo, come i nostri Partigiani di fronte ai nazisti.

Mentre leggiamo le sue parole, nelle quali la fede laica nella libertà del suo popolo si unisce a quella in Dio, non possiamo che sentire, noi atei, lo stesso sentimento di fondo. Alla fine la giustizia dovrà trionfare e Israele dovrà essere sconfitto con tutti i suoi complici.

Io, che non credo che questo lo possa fare un Dio, voglio dare il mio piccolo contributo affinché questo lo facciano le persone. Diamoci tutte e tutti da fare contro Israele, contro chi lo finanzia e arma, contro chi lo sostiene con la propaganda e le menzogne. Raccogliamo tutte e tutti le ultime parole Anas al-Sharif: NON DIMENTICATE GAZA.
“Questa è la mia volontà, e il mio messaggio finale.

Se le mie parole vi sono giunte, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce.

Prima di tutto, la pace sia su di voi, e la misericordia e le benedizioni di Dio.

Dio sa che ho dato tutto ciò che avevo: la mia forza, il mio impegno, per essere un pilastro e una voce per il mio popolo, fin da quando ho aperto gli occhi per la prima volta nei vicoli stretti e nelle strade del campo profughi di Jabalia. Speravo che Allah (sw) mi avrebbe concesso una vita abbastanza lunga per poter tornare, insieme alla mia famiglia e ai miei cari, nella nostra città ancestrale di Asqalan, “al-Majdal”, sotto occupazione. Ma la volontà di Dio è stata più rapida, e il Suo decreto si è compiuto.

Ho vissuto il dolore in tutte le sue forme, ho assaporato la perdita e il lutto più volte, eppure non ho mai esitato a trasmettere la verità esattamente com’era, senza distorsioni o menzogne. Possa Dio testimoniare contro coloro che sono rimasti in silenzio, contro coloro che hanno accettato la nostra uccisione, contro coloro che hanno soffocato il nostro respiro e i cui cuori non si sono mossi di fronte ai corpi fatti a pezzi dei nostri bambini e delle nostre donne, e che non hanno fatto nulla per fermare il massacro inflitto al nostro popolo per oltre un anno e mezzo.

Vi affido la Palestina, gioiello della corona del mondo musulmano e battito del cuore di ogni anima libera su questa terra.

Vi affido il suo popolo e i suoi bambini oppressi, che non hanno avuto il tempo di sognare o vivere in pace, i cui corpi puri sono stati schiacciati sotto migliaia di tonnellate di bombe e missili israeliani, fatti a pezzi, con arti sparsi sui muri.

Vi esorto: che nessuna catena vi zittisca, e che nessun confine vi trattenga. Siate ponti verso la liberazione della terra e del popolo, finché il sole della dignità e della libertà non sorgerà sulla nostra patria rubata.

Vi affido la mia famiglia.

Vi affido la luce dei miei occhi, la mia amata figlia Shaam, che la vita non mi ha concesso il tempo di veder crescere come avevo sognato.

Vi affido il mio caro figlio Salah, che speravo di accompagnare e sostenere fino a quando non fosse stato abbastanza forte da portare i miei pesi e continuare la missione.

Vi affido la mia amata madre, le cui preghiere sono state la mia fortezza e le cui benedizioni hanno illuminato il mio cammino. Prego che Dio le conceda pazienza e la ricompensi grandemente per tutto ciò che mi ha dato.

Vi affido anche la mia compagna di vita, la mia amata moglie, Umm Salah, Bayan, dalla quale la guerra mi ha separato per lunghi mesi e giorni, ma che è rimasta salda come il tronco di un ulivo che non si piega. Paziente, fedele e incrollabile, ha custodito il nostro impegno nella mia assenza con forza e fede.

Vi esorto a stringervi attorno a loro e a sostenerli dopo Dio Onnipotente.

Se muoio, muoio saldo nei miei principi. Testimonio davanti a Dio che sono soddisfatto del Suo decreto, certo del nostro incontro, e sicuro che ciò che è presso Dio è migliore ed eterno.

O Allah, accoglimi tra i martiri, perdona i miei peccati passati e futuri, e rendi il mio sangue una luce che guidi il mio popolo e la mia famiglia sul cammino verso la libertà.

Perdonatemi se sono venuto meno. Pregate per la mia misericordia, perché parto mantenendo fede alla mia promessa, senza cambiamento né tradimento.

Non dimenticate Gaza...

E non dimenticatemi nelle vostre sincere preghiere di perdono e accoglienza.

Anas Jamal al-Sharif

06 aprile 2025
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30/07/2025

L’impegno dei giornali USA nel sostenere la causa sionista


Traduciamo e riportiamo un articolo apparso su Mondoweiss con la firma collettiva di Writers against the war on Gaza, una sigla sotto la quale si riunisce una lunga lista di scrittori, accademici, artisti, giornalisti e anche associazioni. In esso, vengono esposti i legami di 20 tra dirigenti e giornalisti del New York Times con il mondo sionista.

Si tratta di una denuncia degli interessi materiali che si trovano dietro il silenzio o persino il sostegno al genocidio e all’escalation bellica mediorientale promossi da Israele. Un comportamento che abbiamo visto un po’ ovunque: per l’Italia basta pensare agli scomposti attacchi di Molinari a Francesca Albanese.

Ma oltre Atlantico il livello di connivenza raggiunge vette preoccupanti. Un recente articolo pubblicato da The Cradle fa presente che il Wall Street Journal ha pubblicato l’auto-candidatura di un mercenario al soldo di Tel Aviv, coinvolto in traffici di droga e armi con l’ISIS, a governare Gaza una volta completata la pulizia etnica.

Jeffrey Goldberg, caporedattore di The Atlantic, ha servito nelle IDF, come guardia carceraria durante la prima Intifada. Giusto per citare un altro caso. Poi parlano di informazione libera...

Buona lettura.

*****

Stiamo mettendo in guardia il New York Times. Da quando il genocidio sionista a Gaza è iniziato oltre 20 mesi fa, il “paper of record” (formula per indicare un giornale autorevole, ndr) ha coperto i crimini di guerra israeliani. Abbiamo visto l’entità sionista sganciare bombe da 2.000 libbre sui palestinesi sfollati costretti a sopravvivere nelle tende, massacrare palestinesi affamati nei siti di soccorso, arrestare e torturare palestinesi accusati di aver reagito o di aver somministrato cure, distruggere l’intero sistema sanitario di Gaza, distruggere quasi tutte le sue scuole e università, danneggiare oltre il 90% degli edifici residenziali e impedire l’ingresso di cibo e rifornimenti nella Striscia assediata. Ma i giornalisti del New York Times hanno scelto di ignorare, insabbiare, distorcere o giustificare ciascuno di questi crimini. Come qualsiasi produttore di armi, il New York Times è parte della macchina bellica, producendo, nell’opinione pubblica, l’impunità che consente e sostiene il genocidio in corso da parte di Israele.

Quando occupammo per la prima volta la hall del New York Times nel novembre 2023, denunciammo il rifiuto del giornale di storicizzare l‘Alluvione di Al Aqsa’ (nome dell’operazione di Hamas nell’ottobre 2023, ndr) nel contesto dell’occupazione israeliana della Palestina, durata oltre sette decenni, e la sua scelta di inquadrare il bombardamento militare israeliano di Gaza come una guerra mirata contro Hamas. Chiedemmo al Times di dire la verità. Pubblicammo un nostro giornale, The New York War Crimes, che conteneva i nomi dei martiri palestinesi registrati all’epoca. Ci volle più di un’ora solo per leggere i nomi dei martiri di età inferiore a un anno. Invitammo il nostro pubblico a boicottare il Times; a privarlo del proprio tempo, della propria fiducia e della propria attenzione; e a disdire l’abbonamento alle sue notizie, ai suoi giochi e alle sue ricette.

Non siamo i primi a sottolineare l’impegno del Times nei confronti del sionismo. Il dossier che abbiamo pubblicato questo mese si basa sul lavoro investigativo di testate e organizzazioni, tra cui The Electronic Intifada, Mondoweiss, The Intercept, Fairness and Accuracy in Reporting e di scrittori palestinesi che hanno denunciato per decenni le frodi del “paper of record”. Dal 7 ottobre, tali critiche hanno acquisito un nuovo pubblico e una nuova urgenza. I dati che tracciano le scelte linguistiche in redazione, così come le fughe di notizie sulle direttive editoriali del Times, evidenziano un pregiudizio anti-palestinese. Le correzioni dei titoli del Times sono diventate uno degli strumenti preferiti nei discorsi del movimento di solidarietà con la Palestina – per rivelare il revisionismo, per mettere le cose in chiaro, per dire la verità. Il nostro dossier arricchisce questo corpus di conoscenze: smaschera 20 redattori, dirigenti e giornalisti di alto rango che si occupano della guerra a Gaza e hanno legami con lo Stato sionista, minando ulteriormente il prestigio immeritato del Times.

Natan Odenheimer ha prestato servizio nell’unità commando Maglan delle forze speciali di occupazione israeliane. Ora che è corrispondente da Gerusalemme per il Times, scrive dei suoi ex compagni d’armi e si relaziona con loro. Come possiamo aspettarci che qualcuno scriva correttamente sull’occupazione quando ha indossato l’uniforme dell’occupante per quattro anni? Isabel Kershner è madre di due ex soldati delle IOF e moglie di un altro. Dopo il suo incarico, il marito di Kershner ha diretto il Programma di Strategia dell’Informazione di un think tank israeliano, un dipartimento incaricato di plasmare un’immagine positiva di Israele nei media. Non c’è bisogno di chiedersi come questo rapporto influenzi la sua copertura mediatica: Kershner ha citato il think tank del marito oltre 100 volte da quando ha iniziato a scrivere per il Times nel 2007. Il nostro dossier, che mette a nudo i legami materiali e le alleanze storiche di redattori, dirigenti e scrittori influenti con il sionismo, dimostra chiaramente che il Times è compromesso. L’intera istituzione è sistematicamente organizzata per proteggere Israele dalle responsabilità internazionali.

Il sostegno del Times al sionismo e alla missione coloniale dello Stato colonizzatore nella regione è profondamente radicato nella storia del giornale. AM Rosenthal, a capo della redazione del Times per quasi vent’anni, è stato elogiato al suo funerale per aver dimostrato che era possibile amare Israele “tanto quanto amare il nostro Paese”. Max Frankel, direttore esecutivo del Times per oltre dieci anni, ha ammesso di aver scritto “da una prospettiva filo-israeliana” e ha affermato che ci si aspettava che difendesse Israele “che avesse ragione o torto”.

Il Times ha condannato la nostra ricerca definendola “una campagna vile” sulla stampa, ma si rifiuta di accettare che l’uccisione di oltre 200 giornalisti palestinesi da parte di Israele sia stata un’operazione mirata. Ci rammarichiamo di aver definito il martire Hossam Shabat “collega” di giornalisti d’élite che scrivono la loro propaganda da case rubate nella Gerusalemme occupata. Coloro che prestano servizio nelle IOF, pagati dalla lobby israeliana per diffondere la sua hasbara (propaganda per un’immagine positiva di Israele, ndr), non sono colleghi dei più coraggiosi palestinesi: sono i loro nemici.

La risposta del giornale al nostro dossier impiega la stessa logica contorta presente nella sua copertura: come possono i contenuti della nostra ricerca essere allo stesso tempo “di dominio pubblico” e “inesatti”? Sappiamo perché il Times è rimasto in silenzio sull’uccisione di operatori dei media: i giornalisti palestinesi rivelano la stessa verità che il giornale cerca di oscurare. Vengono costantemente accusati di essere di parte e incapaci di riferire in modo obiettivo perché palestinesi. La loro identità è l’accusa definitiva. Sul Times, l’equità sfugge per i palestinesi e la loro lotta per vivere liberi è illegale, ingiusta e degna di condanna.

“Il New York Times non riconosce la Palestina”, disse una volta un redattore del Times all’intellettuale palestinese Ibrahim Abu-Lughod. Abu-Lughod rispose: “Beh, nemmeno la Palestina riconosce il New York Times”. Il suo rifiuto di riconoscere il Times 37 anni fa è un invito a minarne il prestigio. Tutti dovrebbero ascoltare il suo appello e boicottare, disinvestire e disiscriversi dal “paper of record”.

Per immaginare una Palestina libera nel corso della nostra vita, è utile immaginare un mondo senza il New York Times.

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26/12/2024

Il lapsus freudiano di Repubblica

Pochi avvertono che il tempo della menzogna è insieme quello dell’incompetenza e dell’atarassia cognitiva, anche se le due cose vanno necessariamente assieme: se occorre mentire non ha importanza che si sappia o meno qualcosa di quello che si va dicendo.

Anzi in queste condizioni il non sapere è un sollievo morale per così dire e si fa di tutto per tenersi aggrappati alle parole d’ordine, senza mai alzare il tappeto per scoprire l’ordito.

E allora non sembrerà poi tanto strano che due inutili inviati in Siria, i quali devono comunque dare un’idea edenica del nuovo regime – cosa che si può fare tranquillamente da casa leggendo le agenzie di stampa e guardando le televisioni che appartengono, in un certo senso a un unico editore globale – producano un articolo che ha poi come risultato quello che vedete nell’immagine a fianco.

Certo, so bene che i titoli non li fa chi scrive i pezzi, ma è mai possibile che un’intera redazione non si accorga del clamoroso errore di creare un valico inesistente tra Libia e Siria che fanno parte di due continenti diversi?

Questa informazione che asserisce falsamente di controllare i contenuti, in realtà sembra non sapere nulla nemmeno della geografia elementare e dimostra un’incredibile sciatteria.

In un quotidiano gli errori sono all’ordine del giorno e anche io ne ho fatti alcuni, per non dire dei refusi che accompagnano i miei post, ma qui si tratta proprio delle conoscenze di base: eppure questo titolo è passato al vaglio di parecchi occhi senza obiezioni, visto si stampi o si mandi in rete.

Non posso che provare pena per chi si fa menare il naso da questi organi di cosiddetta informazione.

Si tratta di un errore da ciuchi irrecuperabili che personalmente non avrei fatto nemmeno in terza media, però quelli erano altri tempi, in cui si studiava anche sugli atlanti muti.

Tuttavia non è solo un’evidente carenza di cultura di base ad aver originato il risibile incidente di Repubblica, perché dietro questo titolo sospetto che ci sia una sorta di lapsus freudiano: Libia e Siria sono state investite da analoghe operazioni, condotte con gli stessi pretesti, con le medesime modalità terroristiche e stanno producendo gli stessi effetti di disgregazione, creando una vicinanza storica che è stata tradotta in vicinanza geografica.

Alcuni anni fa nei test di ammissione alla facoltà (uso ancora i vecchi termini) di Medicina, quasi nessuno rispose correttamente alla domanda se il Cairo fosse più vicino a Oslo o a Rabat che è la capitale del Marocco.

La differenza culturale fece sì che tutti considerassero Oslo molto più lontana, mentre in effetti è più vicina della città marocchina.

La domanda era insidiosa, molto più complessa e rivolta a un insieme eterogeneo di persone, mentre qui siamo di fronte a gente che pretende di spiegare le cose al pubblico e non ha chiaramente in testa che tra Libia e Siria ci sono di mezzo l’Egitto, Israele e il Libano.

Il fatto è che a volte ignorare è meglio che prendersi delle responsabilità e l’incidente potrebbe a giusto titolo far parte di quella raccolta di deliziosi saggetti di William Hazlitt, L’ignoranza delle persone colte, solo che in questo caso bisognerebbe ribaltarlo nella cultura delle persone ignoranti.

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15/10/2024

Sulla serietà dell’informazione occidentale si potrebbero scrivere ormai tomi ponderosi improntati alla satira. Il piattume con cui i “giornalisti” si sdraiano sulle versioni ammannite dall’“alleato” di turno (che sia Israele, l’Ucraina o chiunque altro) è tale da non lasciar passare neanche un ago...

Utilizziamo una notizia e un video di ieri per dimostrare quanto andiamo dicendo, dopo che l’esercito israeliano ha “rivelato” di aver trovato un tunnel al confine con il Libano che doveva servire – dicono – “per invadere e occupare l’alta Galilea”.

Un po’ sorprendente, diciamo, visto che tutto il mondo vede da giorni il movimento opposto: Israele che invade il Libano e spara anche sull’Onu e la Croce Rossa...

L’agenzia AdnKronos, così come l’Ansa e altre “fonti primarie” delle redazioni italiane riprendono però il comunicato dell’Idf senza farsi neanche una domanda.

“Le forze dell’Idf hanno individuato e fatto irruzione in un quartier generale sotterraneo della Forza Radwan” – l’unità operativa speciale di Hezbollah – nel sud del Libano.

“La base operativa scoperta si trovava all’interno di un tunnel sotterraneo lungo 800 metri, nel cuore di un villaggio libanese, nel quale sono state rinvenute molte armi, missili antiaerei, granate, motociclette, ulteriori pozzi sotterranei, mezzi di sopravvivenza, compreso cibo, e una cucina utilizzata dai terroristi. Tutti questi mezzi sarebbero dovuti essere utilizzati dalle forze Radwan come parte del piano per l’occupazione della Galilea”.

“Durante il raid mirato sul complesso le truppe hanno affrontato un terrorista all’interno del quartier generale, eliminato grazie a un raid dell’aeronautica militare israeliana. Le truppe stanno continuando la loro attività nell’area e stanno esaminando il percorso del tunnel”.

Il portavoce dell’Idf, Daniel Hagari, ha dichiarato che Hezbollah “stava pianificando di entrare con le motociclette a Kiryat Shemona, a Yiftah, nei villaggi all’interno di Israele e condurre un massacro. Erano qui solo un paio di giorni fa”.

Abbiamo visionato il video che mostra il tunnel e quindi facciamo noi le domande che ogni giornalista principiante dovrebbe porsi.

“Invadere e occupare l’alta Galilea” è un obiettivo decisamente ambizioso per qualsiasi esercito. Le stesse televisioni mostrano migliaia di soldati dell’Idf sul confine libanese o anche oltre, decine di carri armati Merkhava parcheggiati e pronti ad entrare in azione, elicotteri, ecc.

Contro uno spiegamento di forze simile ci si dovrebbe aspettare che “i tunnel” fossero molti più di uno. E ognuno di essi avrebbe dovuto essere delle dimensioni di una tangenziale a più corsie.

“Le motociclette” da impiegare si dovrebbero contare a centinaia, e così gli armamenti, necessariamente anche “pesanti” come missili, pezzi di artiglieria, ecc.

Invece vediamo 3 (tre) motorini di piccola cilindrata (dei “cinquantini”, insomma), in fondo a un tunnel chiuso che non porta da nessuna parte. Qualche brandina (forse tre o quattro), un paio di fucili, e un portavoce – Daniel Hagari, appunto – impegnato ad ingigantire con le parole le immagini di questa miseria di “capacità offensive”.

Potete anche voi controllare il video per esserne sicuri…

Non serve un pari grado di Rommel per capire che quel tunnel, sicuramente utile come le centinaia di altri, può al massimo ospitare una ventina di uomini, che sarebbero usciti in fila indiana (lo spazio è quello adatto a una sola persona per volta), probabilmente di notte, per condurre qualche azione di disturbo, magari per prendere alle spalle qualche pattuglia israeliana penetrata oltre il confine.

E che i motorini (solo tre, ricordiamo) venivano probabilmente utilizzati per percorrere più velocemente le centinaia di metri sottoterra, per portare rifornimenti di poco peso.

Ma con quei numeri non “si invade” nulla. Tanto meno un territorio vasto, sgomberato dalla presenza di civili (come decine di altri servizi mostrano) e presidiato da un pezzo rilevante di un esercito decisamente aggressivo e in pieno assetto operativo. Tant’è vero che quel “patrimonio per l’invasione” era sorvegliato... da un solo “terrorista”, “coraggiosamente” ucciso chiamando l’aviazione...

Stiamo dicendo delle banalità, sul piano militare. E anche un caporalmaggiore fuori servizio da anni potrà confermarlo.

Dunque a che servono i “giornalisti” mainstream se non a fare da megafono passivo alle clamorose cazzate inventate da Israele (e dagli Stati Uniti)?

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27/09/2024

L’atomica sotto le bretelle

Lo ammettiamo subito: Federico Rampini è solo un pretesto. Anzi, solo un esempio di quel che è diventato il giornalismo servile in quest’angolo di Occidente capitalistico. Giusto un po’ più noto della media, e quindi utile per “riassumere” un comportamento collettivo, con o senza bretelle.

Si potrebbero mettere in fila i titoli dei suoi pezzi degli ultimi anni, che spaziano dalla Cina alla Russia, dal Medio Oriente al Sudamerica. Tutti tasselli di un puzzle narrativo semplice e vagamente bipolare (in senso clinico): l’Occidente ha sempre ragione, i suoi competitor sempre torto.

Non c’è differenza tra una contesa sui dazi o sui missili, sul libero commercio o sugli smartphone, sulle alleanze internazionali o sulle tecnologie: il risultato è sempre lo stesso.

Anche a costo di dire sciocchezze grandi come un fungo atomico.

Del resto siamo in tempi di guerra e, dovunque si guardi, dall’Ucraina alla Palestina, il confine tra conflitti con armi convenzionali o possibili scarrucolamenti atomici è sempre più vicino.

Lo si è visto sulla questione “consentire a Kiev di utilizzare contro il territorio russo i missili a lungo raggio forniti dai paesi Nato” che di fatto avrebbe richiesto l’impegno diretto dell’Alleanza Atlantica per direzionarli, controllarli e assisterli via satellite (che Kiev non possiede...). Dunque entrare in una guerra potenzialmente nucleare (è previsto da entrambe le “dottrine nucleari”, sia russa che Nato).

L’impossibilità di sfuggire al dilemma “ogni aiuto ulteriore a Kiev sarebbe guerra totale, ma non vogliamo la guerra totale, che distruggerebbe anche noi” deve aver suscitato in ambienti Nafo (North Atlantic “fella” Organization, insomma i “tifosi”) un sentimento nostalgico irresistibile.

Colto immediatamente dai tanti Rampini in circolazione, al punto da suggerire un pezzo come Trent’anni fa l’America «regalava» le atomiche ucraine alla Russia. Che errore (sottotitolo silenzioso)...

Lasciamo perdere il piccolo falso storico (quelle atomiche non erano “ucraine”, ma costruite e posizionate “anche” in Ucraina dall’Unione Sovietica appena disciolta) e limitiamoci ad analizzare logica e conseguenze di questo “rammarico”.

Nel ‘94 l’Occidente aveva appena vinto la “guerra fredda” con l’URSS, ne aveva favorito la dissoluzione grazie all’ubriacone salito al Cremlino (Boris Eltsin), manovrabile come una marionetta da abili “consiglieri” statunitensi e non (basta leggere qualche intervista di uno di loro, Jeffrey Sachs).

La situazione era abbastanza simile anche nelle altre repubbliche ex sovietiche, guidate da oligarchi rapaci e classi politiche – diciamo così – parecchio instabili, con potenziali conflitti reciproci (Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Kazakistan, ecc.).

Le testate nucleari sovietiche erano presenti un po’ dappertutto e la preoccupazione principale era – comprensibilmente – sottrarle al controllo di un personale politico e militare non all’altezza di quel potere distruttivo. Concentrarle tutte in Russia, mentre contemporaneamente se ne disattivano molte, sembrò una buona idea. In fondo da quel Cremlino lì non potevano venire grossi problemi. Tanto che fu ammesso tranquillamente nel G7 (c’era anche Putin a Genova 2001...) e qualche tempo dopo chiese inutilmente addirittura di entrare nella Nato.

L’esagerata famelicità delle multinazionali (che si impossessavano delle immense risorse russe anche tramite alcuni oligarchi “prestanome”) e l’atteggiamento colonialista delle élite occidentali (l’enorme estensione ad Est della Nato, contrariamente alla parola data) provocò ad un certo punto la reazione nazionalista dell’unica classe dirigente locale dotata di una solida preparazione: l’ex Kgb. Che, a partire dal suo ex capo – Putin – iniziò a riscrivere la mappa del potere interno recuperando “sovranità decisionale” (non “popolare”).

Di lì in poi la storia è più recente e nota. E, per quanto riguarda specialmente l’Ucraina, tenuta sotto silenzio. Il golpe di Majdan, nel 2014, defenestra il presidente eletto – Yanukovic – e installa i nazisti al potere. La Crimea – con oltre il 90% di cittadini russi – indice un referendum e decide l’indipendenza e l’adesione alla Russia (che è una federazione, del resto). Lo stesso o quasi fanno le repubbliche del Donbass (Donetsk e Luhansk).

E contro queste ultime parte l’offensiva militare nazista e di parte dell’esercito ucraino, che produce 14.000 morti fino al 2022, quando Mosca – dopo aver inutilmente proposto un “piano” per evitare l’escalation – fa partire l’“operazione militare speciale”.

Gli analisti militari della Nato, anche nelle settimane precedenti (i movimenti di truppe sono visibili dai satelliti), valutano però inutile aprire trattative, considerando improbabile che la Russia avrebbe valicato l’immaginaria “linea rossa” dell’intervento diretto.

Da allora ad oggi abbiamo avuto decine di valutazioni altrettanto sbagliate, tutte univocamente motivate allo stesso modo (per gli Himars, i Patriot, gli Abrams, gli F-16, ecc.). Come se Mosca non avesse ogni volta, e a sua volta, alzato il livello della risposta.

Fino alla modifica della “dottrina nucleare”, che prevede d’ora in poi che ogni attacco verso la Russia da parte di uno Stato che non possiede armi nucleari, ma con la ‟partecipazione” o il ‟sostegno” di uno Stato nucleare, sarà considerato un attacco congiunto alla Federazione Russa da parte di entrambi.

Di più: ‟sotto determinate condizioni”, o con ‟informazioni attendibili” circa l’inizio di un attacco aerospaziale e il passaggio della frontiera con aerei strategici o tattici, missili cruise, droni, missili ipersonici ‟e altri apparecchi volanti” può determinarsi una risposta nucleare. La protezione nucleare è inoltre estesa anche alla Bielorussia, alle stesse condizioni. Definizioni elastiche, problemi certi…

Un segnale chiaro, e ben compreso a Washington, che ha immediatamente ricondotto all’ovile quel poco di buono di Starmer (nuovo premier inglese sedicente “laburista”) e confermato il divieto (o la non partecipazione, peraltro indispensabile) all’uso di missili a lungo raggio sul territorio russo.

Contrordine, Nafo! Occorre prudenza nello sfruculiare l’orso con artigli atomici (checché se ne pensi, ovvio)... E se avevate credute alle vostre stesse fandonie (sostanzialmente: “La Russia è pezzi, quindi bluffa”), beh, fate finta di niente, tanto ci siete abituati...

Perdonate la lunga ricostruzione, anche se nota a molti lettori, ma era necessaria per comprendere perché i fomentati guerrafondai che si sentivano già a cavallo dei “missili a lungo raggio”, come in Stranamore, siano ora costretti a ripiegare sul “rammarico” per le “testate regalate dall’America alla Russia”.

Il ragionamento è degno di un bambino litigioso. Se quelle testate fossero rimaste in Ucraina ora Kiev potrebbe usarle liberamente (non proprio “tranquillamente”, visto quel che possiede comunque la Russia) e noi occidentali non ci saremmo dovuti neanche sporcare gli scarponi.

Falso anche questo, comunque, perché in ogni caso direzionare missili con testata nucleare richiede un’assistenza satellitare di prim’ordine. E soprattutto perché lo hanno capito anche i sassi che Kiev è solo il reparto avanzato “irregolare” della Nato. Dunque, anche nel caso in cui quelle testate fossero rimaste ucraine, la risposta russa sarebbe stata contro tutta l’Alleanza, non solo verso Kiev...

In mano a questa gente è affidata la “narrazione” che dovrebbe stimolare le popolazioni occidentali a farsi “partecipi” di un conflitto senza possibili vincitori e probabilmente con pochissimi sopravvissuti.

Per fortuna, nonostante i sondaggi manipolati dai Mentana di turno, sono proprio in pochi a bersela...

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