I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il video per aumentare i follower ma non si può dire che è Genocidio e comunque “Harry e Meghan con i figli Archie e Lilibet hanno incontrato re Carlo III ad Highgrove, residenza privata del sovrano nelle Cotswolds”.
I soldati israeliani hanno fatto sbranare dai cani un ragazzo disabile e lo hanno lasciato morire dissanguato trascinando via la madre che li implorava di aiutarlo ma non si può dire che è genocidio e comunque “Belen guida il motoscafo in topless, con una mano regge lo sterzo e con l’altra si copre”.
I soldati Israeliani hanno tenuto i punti giocando al tiro a segno. Un giorno bisognava colpire i bambini alla testa, un giorno i testicoli, un giorno la rotula ma non si può dire che è genocidio e comunque Massimo Recalcati psicanalizza Michele Mari che ha vinto il premio Strega (e nessuno dei due dice che è genocidio).
Il governo israeliano blocca l’uscita da Gaza e l’ingresso ai giornalisti, ai medici e pure ai biscotti e alla marmellata perché sono troppo calorici per donne e bambini mentre il 77 per cento della popolazione soffre di gravi livelli di insicurezza alimentare e per questo la mortalità infantile è raddoppiata ma non si può dire che è genocidio e comunque Dua Lipa si è sposata in Sicilia con 150 cannoli e il gelo d’anguria con i fiori di gelsomino cristallizzati raccolti alle 5 del mattino.
I soldati israeliani hanno sparato agli affamati in fila ai punti di distribuzione cibo sterminandone duemila, hanno distrutto la rete idrica costringendo i sopravvissuti a campare con 6 litri a testa quando, per l’Oms, per garantire l’igiene ne servono tra i 50 e 100 ma non si può dire che è genocidio e comunque “Taylor Swift e Travis Kelce presentano il loro nuovo cagnolino decidendo però di mantenere il riserbo sui dettagli più intimi” (Boh, Tgcom24 li chiama così).
I soldati israeliani hanno crivellato di colpi l’auto a bordo della quale una famiglia tentava di mettersi in salvo, crivellato di colpi l’ambulanza che andava a soccorrere la bambina unica sopravvissuta nell’abitacolo sotto i corpi insanguinati degli zii, crivellato di colpi l’abitacolo per ammazzare la bambina sopravvissuta, ma non si può dire che è Genocidio e comunque Prada propone delle ciabatte in rafia dalle tonalità beige impreziosite dall’iconico logo a triangolo con finiture in pelle.
I soldati israeliani hanno colpito 36 ospedali su 36 ospedali funzionanti, lasciato i morire i neonati nelle incubatrici dopo aver staccato la corrente, ucciso oltre 1500 medici e infermieri arrestandone decine senza processo e capo d’accusa ammassandoli nelle carceri dove i prigionieri vengono sistematicamente torturati e stuprati con oggetti appuntiti infilati nell’ano fino a lesionare gli organi interni, nelle carceri dove sono detenuti oltre 300 bambini per terrorismo in virtù della legge che considera terrorista il bambino che lancia una pietra al tank che sta occupando il suo villaggio, ma non si può dire che è genocidio e comunque Tarantino lascia la regia e torna a fare l’attore con Kylie Minogue.
I soldati israeliani hanno fermato le ambulanze, fatto scendere i paramedici disarmati, li hanno uccisi uno dopo l’altro, li hanno seppelliti tutti e quindici con le loro ambulanze sotto la sabbia ma non si può dire che è genocidio e comunque Sinner blocca i crampi col succo di cetriolini.
I soldati israeliani hanno raso al suolo intere città, scuole, chiese, moschee, campi da calcio, caffè in riva al mare, occupato militarmente quasi il 70 per cento della Striscia, distrutto tutte le università, costretto il 90 per cento della popolazione a vivere nelle tende, dato fuoco alle tende, ucciso oltre 72mila persone 21 mila delle quali bambini, ma non si può dire che è genocidio e comunque quest’estate puoi rimpinguare le ciglia con ciuffetti monouso per valorizzare l’occhio senza appesantirle.
I soldati israeliani hanno sparato ai pescatori perché pescavano, ai giornalisti perché facevano i giornalisti uccidendone a centinaia con esecuzioni mirate, ma non si può dire che è genocidio e comunque è l’anno del Cavallo di Fuoco nel calendario dell’oroscopo cinese e le questioni pratiche, in particolare legate alla casa e alla famiglia, creano tensioni ma solo se sei Bilancia.
I soldati israeliani hanno fatto sorvolare in piena notte gli accampamenti degli sfollati da droni che emettevano gemiti di neonati e latrati di cani così da far uscire fuori la gente terrorizzata per poi colpirla, ma non si può dire che è genocidio e comunque esce il nuovo singolo di Beyoncè.
I soldati israeliani hanno bombardato a tappeto il Libano, occupato il Sud del paese, raso al suolo villaggi, costretto un milione di persone alla fuga, ucciso dal 7 Ottobre oltre mille palestinesi in Cisgiordania dove non c’è Hamas, arrestato, in Cisgiordanania, un palestinese su quattro nell’arco della sua vita e anche lì raso al suolo villaggi e sgozzato le pecore e tagliato gli ulivi e menato le suore e sparato ai preti e minacciato con le armi i carabinieri italiani, i deputati americani e torturato e sequestrato gli attivisti internazionali, i parlamentari europei, i medici e i giornalisti da tutto il mondo e hanno instaurato un sistema di apartheid e presentato i piani di pulizia etnica con i video fatti con l’IA dove al posto delle case dei palestinesi c’erano i resort di lusso e i casinò e Trump e Netanyahu a passeggio sul lungomare, ma non si può dire che è genocidio e nemmeno si possono interrompere i rapporti militari e commerciali e strategici con Israele e nemmeno si può smettere di vendere le armi a Israele e si può solo sanzionare 20 ma meglio 21 volte Putin perché ha invaso l’Ucraina ma zero volte Israele che ha invaso la Palestina, il Libano, la Siria, ha bombardato sei stati sovrani con le armi di Trump che sanziona i giudici internazionali e l’Onu e chiunque abbia il coraggio di dire Genocidio e di denunciare l’Apartheid e comunque Giorgia Meloni, che non dice Genocidio e non riconosce la Palestina e non sanziona Israele e aumenta le spese militari come le chiede di fare Trump, veste Cucinelli che odia il verde e ama i colori pastello e non dice Genocidio; Giorgia Meloni che promette il pugno duro contro i maranza, contro i migranti irregolari, contro gli Antifa, ma non muove un dito contro gli assassini israeliani e americani va dal parrucchiere di Mara Carfagna e Elisabetta Gregoraci a fare il long bob biondo mielato col balayage.
E due cose studieranno i posteri: come è stato possibile che noi giornalisti parlassimo prevalentemente d’altro. «Si vede che puntavano tutti al Premio Strega».
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/07/2026
Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen
15/02/2018
Potere al Popolo tra i lavoratori in nero della Gls di Piacenza
Ieri a Piacenza siamo andati a trovare i facchini Gls, cacciati per aver aver avuto il coraggio di denunciare il caporale – una donna italiana – che per mesi li ha pagati a nero, 6 euro l’ora, 10 ore al giorno, chiamati a giornata con la promessa che il contratto sarebbe arrivato e con il contratto la possibilità per loro di rinnovare il permesso di soggiorno.
Sono i compagni di Abd El Salam, ucciso durante un picchetto mentre tentavano di bloccare le merci in uscita dal magazzino per protestare per il mancato riconoscimento dei loro diritti. Ucciso perché, in questa realtà ribaltata dove ci hanno catapultato, le merci valgono più delle persone, gli acquisti più dei diritti, i consumatori più dei lavoratori.
«Anche se ci hanno cacciati continueremo a fermare i camion con i nostri corpi fino a quando non ci metteranno in regola. Non abbiamo paura dei padroni ma non picchiamo i crumuri perché non sono loro i nostri nemici di classe, loro sono vittime del ricatto del padrone».
Hanno tra i 20 e i 25 anni, sono arrivati in Italia sui gommoni fuggendo dalla guerra, dalla fame e dalle torture e per questo sanno distinguere i perseguitati dai loro aguzzini.
Racconterò la loro battaglia facendo quel che vorrei fare ogni volta che racconto dei lavoratori in lotta: scrivere il loro nome e cognome. Non vogliono quasi mai, o non possono. Temono ritorsioni, o si vergognano di quello che hanno subito. Lenghane Adive, 24 anni, dal Burkina Faso. Coulibaly Souleymane 26 anni e Coulibaly Assamado, 23, dalla Costa D’Avorio. Bansé Ousmane, 27 anni, dal Burkina Faso. Kabore Ibrahim, 25 anni, dal Burkina Faso. Coulibaly Alassane 27 anni, dal Mali. Dialla Mamadou Hassimiou, 33 anni, dalla Guinea. Diakite Saydou, 22 anni, dal Mali. Loro sono orgogliosi del proprio nome e cognome scritto sul giornale italiano e lotteranno per vederlo scritto sul contratto che gli spetta.
Grazie a Usb che li affianca nella lotta, grazie a Potere al Popolo che mi ha accompagnato da loro. Che mi ha dato la possibilità di rispondere ai giornalisti che volevano sapere cosa ne pensassi della violenza, che la violenza è quella degli sfruttatori e quella sanguinaria di chi ha legalizzato lo sfruttamento e di questa violenza i giornalisti dovrebbero occuparsi e preoccuparsi invece che cercare i violenti tra gli antifascisti. Che i peggiori violenti, quelli che fanno più vittime anche se sembrano pacifici quando li vedi seduti in un salotto tv, sono quelli che fanno macelleria sociale e non si sentono responsabili della malattia, della miseria, della morte che seminano. Quelli che manipolano l’informazione per ribaltare la realtà e farci credere che i violenti siano quelli che si ribellano, quelli che fanno resistenza.
Niente di nuovo: per i fascisti i partigiani erano banditi e i grandi giornali – no: i giornali grandi – erano complici dei fascisti.
Fonte
Sono i compagni di Abd El Salam, ucciso durante un picchetto mentre tentavano di bloccare le merci in uscita dal magazzino per protestare per il mancato riconoscimento dei loro diritti. Ucciso perché, in questa realtà ribaltata dove ci hanno catapultato, le merci valgono più delle persone, gli acquisti più dei diritti, i consumatori più dei lavoratori.
«Anche se ci hanno cacciati continueremo a fermare i camion con i nostri corpi fino a quando non ci metteranno in regola. Non abbiamo paura dei padroni ma non picchiamo i crumuri perché non sono loro i nostri nemici di classe, loro sono vittime del ricatto del padrone».
Hanno tra i 20 e i 25 anni, sono arrivati in Italia sui gommoni fuggendo dalla guerra, dalla fame e dalle torture e per questo sanno distinguere i perseguitati dai loro aguzzini.
Racconterò la loro battaglia facendo quel che vorrei fare ogni volta che racconto dei lavoratori in lotta: scrivere il loro nome e cognome. Non vogliono quasi mai, o non possono. Temono ritorsioni, o si vergognano di quello che hanno subito. Lenghane Adive, 24 anni, dal Burkina Faso. Coulibaly Souleymane 26 anni e Coulibaly Assamado, 23, dalla Costa D’Avorio. Bansé Ousmane, 27 anni, dal Burkina Faso. Kabore Ibrahim, 25 anni, dal Burkina Faso. Coulibaly Alassane 27 anni, dal Mali. Dialla Mamadou Hassimiou, 33 anni, dalla Guinea. Diakite Saydou, 22 anni, dal Mali. Loro sono orgogliosi del proprio nome e cognome scritto sul giornale italiano e lotteranno per vederlo scritto sul contratto che gli spetta.
Grazie a Usb che li affianca nella lotta, grazie a Potere al Popolo che mi ha accompagnato da loro. Che mi ha dato la possibilità di rispondere ai giornalisti che volevano sapere cosa ne pensassi della violenza, che la violenza è quella degli sfruttatori e quella sanguinaria di chi ha legalizzato lo sfruttamento e di questa violenza i giornalisti dovrebbero occuparsi e preoccuparsi invece che cercare i violenti tra gli antifascisti. Che i peggiori violenti, quelli che fanno più vittime anche se sembrano pacifici quando li vedi seduti in un salotto tv, sono quelli che fanno macelleria sociale e non si sentono responsabili della malattia, della miseria, della morte che seminano. Quelli che manipolano l’informazione per ribaltare la realtà e farci credere che i violenti siano quelli che si ribellano, quelli che fanno resistenza.
Niente di nuovo: per i fascisti i partigiani erano banditi e i grandi giornali – no: i giornali grandi – erano complici dei fascisti.
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31/01/2018
“È impossibile raccogliere le firme”, si lamentava Emma Bonino, che prima ha ottenuto che le dimezzassero e poi, non volendo raccogliere neanche quelle, ha infilato i radicali nelle liste del democristiano antiabortista Tabacci. A riprova del fatto che quel che pare impossibile diventa fattibile se c’è chi lo fa.
Potere al popolo ha raccolto in pochi giorni il doppio e il triplo delle firme necessarie per presentarsi alle elezioni in tutta Italia. “Abbiamo dovuto mandar via le persone ai banchetti perché non potevano firmare più di 2mila a collegio”.
La lista che ha scelto come portavoce una giovane donna, la ricercatrice precaria Viola Carofalo è la prima nella storia della repubblica italiana che ha tra i capolista più donne che uomini. La prima lista senza “paracadutati”, con il cento per cento dei candidati scelti da migliaia di persone sui territori in libere assemblee. La lista nata dopo il fallimento del Brancaccio, sconvocato da Tomaso Montanari e Anna Falcone (ora candidata in Liberi e Uguali con Grasso), ha convinto migliaia di persone spiegando ai banchetti il proprio programma: “Cancellare subito il Jobs Act e la Legge Fornero, non aggiustarli un pochino come promettono di fare Berlusconi o Bersani!” (“Cancellare la riforma Fornero? Siam mica matti!”, ha reagito l’ex segretario Pd, oggi con Falcone in Liberi e Uguali). “Proteggendo tutti i lavoratori dal licenziamento illegittimo con il ripristino e l’estensione dell’articolo 18 e l’abolizione dei contratti che hanno permesso alle imprese di sostituire il lavoro stabile con quello precario”. “Tassando i super-ricchi molto più di chi vive del solo stipendio”, al contrario di quel che promettono di fare Salvini e Berlusconi con la flat-tax, l’ennesima legge che avvantaggerà i miliardari come – che coincidenza! – Berlusconi.
E con l’unica riforma rivoluzionaria possibile, che l’altra non è una riforma, l’altra è la rivoluzione: andando in pensione prima e riducendo l’orario di lavoro a parità di salario, oggi che a parità di lavoro si produce e dunque si guadagna più di ieri, ma quel guadagno finisce tutto nelle tasche dei grandi imprenditori che infatti sono diventati più ricchi e non dei lavoratori che infatti sono diventati più poveri.
Non è frutto di un’utopia ma di un calcolo, la riforma che i candidati di Potere al popolo ripetono ai comizi. Calcolare a quanto ammonta la ricchezza prodotta dal lavoro e restituirla ai lavoratori che l’hanno prodotta. Un calcolo che ha appena fatto l’Oxfam: l’82 per cento della ricchezza prodotta nell’ultimo anno è come sempre finita nelle tasche dell’1 per cento più ricco della popolazione mondiale, mentre ai 3,7 miliardi dei più poveri non è andato un solo centesimo. Lo stesso vale per le pensioni: ai lavoratori viene restituito a stento quello che versano mentre sarebbe equo restituirgli la ricchezza che hanno prodotto, evitando che quei soldi finiscano tutti nelle tasche dei super-ricchi che, in questi anni di crisi, sono triplicati.
«Ma dove trovano i soldi?».
Rispondo con un’altra domanda: i governi del Pd, dove li hanno trovati i 31 miliardi per salvare le banche invece dei cittadini? E i 40 miliardi regalati in tre anni alle imprese invece che ai lavoratori resi precari dal Jobs Act? E i 25 miliardi di spese militari stanziati per il 2018 da un paese che ha nella sua Costituzione il ripudio della guerra? Più di quanti ne servirebbero, secondo le stime della Rete dei Numeri pari lanciata da Don Ciotti, per sconfiggere la povertà in Italia!
«I soldi li troviamo rompendo con i trattati europei che hanno imposto il pareggio di bilancio e affamato i popoli. Uscendo dalla Nato che chiede ai paesi aderenti di destinare alle spese militari il 2 per cento del Pil», dice Giorgio Cremaschi, candidato di Potere al Popolo, ex leader della Fiom deluso dal Movimento 5 Stelle per il quale aveva scritto il programma-lavoro di cui poco è rimasto nelle venti priorità indicate da Di Maio, che ieri prometteva il referendum per uscire dall’Euro e oggi di rassicurare i mercati assegnando il ministero del Tesoro a un tecnico del Fmi. Prima di criticare per anni la Troika conveniva sapere da chi era composta.
Con Potere al Popolo sono candidate decine di lavoratrici, lavoratori, decine di militanti. Nicoletta Dosio, professoressa di greco e simbolo della lotta contro la Tav. La partigiana Lidia Menapace. Giovanni Ceraolo, che si batte nel movimento per la casa a Livorno. Patrizia Buffa a Verona, impegnata nella lotta alla Mafia e per la Palestina. Roberta Leoni a Viterbo, insegnante in lotta contro la Buona Scuola di Renzi. La combattiva Stefania Iaccarino a Roma, simbolo della vertenza Almaviva. A Napoli c’è lo storico Giuseppe Aragno di DeMa, vicino a De Magistris, molto attivo nella battaglia del referendum del 4 dicembre.
“Potere al popolo è l’unica vera novità di queste elezioni”, dichiara entusiasta all’Ansa Luigi De Magistris. Non a caso, la lista che si impegna a cancellare il pareggio di bilancio inserito in Costituzione da Monti, Berlusconi e Bersani parte dalla città governata dall’unico sindaco che ha disobbedito ai vincoli del patto di stabilità con una delibera scritta con Stefano Rodotà per consentire l’assunzione di 300 maestre e garantire alle famiglie l’apertura delle scuole. «L’istruzione è un diritto, il pareggio di bilancio no», disse il Sindaco, che da anni chiude i suoi comizi gridando: “Potere al popolo!”.
Potere al popolo è nata per impulso del centro sociale napoletano Ex Opg – Je So Pazzo e hanno aderito tanti collettivi, sindacati di base, movimenti, associazioni e partiti come Rifondazione Comunista e Pci. La lista ha ricevuto l’endorsement di Momentum, il movimento di Jeremy Corbyn, e la portavoce Viola Garofalo è ora in Francia da Jean-Luc Melenchon. Stanno raccogliendo le firme per candidarsi anche alle regionali nel Lazio, opponendo a Zingaretti, Lombardi e Parisi la ginecologa femminista Elisabetta Canitano, con capolista il giornalista del Manifesto Sandro Medici. Ha scritto un appello al voto il regista Citto Maselli e lo stanno firmando con noi in queste ore Vauro, Moni Ovadia, Christian Raimo, Alberto Prunetti, Marina Boscaino del comitato per la difesa della scuola pubblica (nel programma della lista c’è la sua proposta di riforma della Buona Scuola).
Ho scelto come loro di votare Potere al popolo perché c’è bisogno di rovesciare il tavolo dove pochi stanno mangiando a spese di tutti gli altri e allestire un banchetto per chi vive di lavoro e sacrifici. Non solo per questo, però. So bene che il tavolo non si rovescerà il 4 marzo.
Quando racconto le storie dei lavoratori sfruttati, scopro che molti attribuiscono il proprio malessere all’ansia. Credono che l’emicrania, il reflusso gastroesofageo, l’insonnia, l’acidità di stomaco e le palpitazioni dipendano dall’ansia per il contratto precario, il mutuo, il futuro, il tempo che ci manca. Danno la colpa del loro disagio all’ansia che è una reazione individuale e non all’ingiustizia che è un fenomeno sociale. E curano l’ansia con le pasticche invece di ribellarsi all’ingiustizia con la lotta.
Se votano, si affidano a chi promette di aggiustare un pochino la Legge Fornero dopo averla votata, ai miliardari che promettono di tagliare le tasse ai miliardari, a chi vuole consegnarci a un tecnico del Fmi perché l’Europa è ancora lì che ce lo chiede. Ma non votano quasi mai, perché non hanno gli strumenti per mettere a fuoco le cause e le responsabilità della loro sofferenza e pensano che la loro ansia non abbia nulla a che fare con la politica. Voto Potere al popolo perché è la sola lista che attraverso le lotte dei suoi candidati vuole dare agli sfruttati questa consapevolezza, questo conforto, questo protagonismo. Incontriamoci, lottiamo insieme, studiamo le cose che non ci racconta la tv, dove l’ingiustizia scompare e quando appare è per dare la colpa agli immigrati sfruttati invece che ai loro sfruttatori: un vecchio trucco per coprire le responsabilità di chi, con le leggi che ha votato, ha legalizzato lo sfruttamento.
Basta pasticche, teniamoci stretti e affrontiamo la campagna elettorale e i mesi successivi sapendo di non avere i poteri forti alle spalle e tre reti come Berlusconi, le banche come Boschi, i finanzieri che ci finanziano come Renzi. Sapendo di non avere le risorse economiche che loro hanno ma di avere una risorsa che loro non hanno e non possono comprare. Noi abbiamo ragione.
Fonte
Potere al popolo ha raccolto in pochi giorni il doppio e il triplo delle firme necessarie per presentarsi alle elezioni in tutta Italia. “Abbiamo dovuto mandar via le persone ai banchetti perché non potevano firmare più di 2mila a collegio”.
La lista che ha scelto come portavoce una giovane donna, la ricercatrice precaria Viola Carofalo è la prima nella storia della repubblica italiana che ha tra i capolista più donne che uomini. La prima lista senza “paracadutati”, con il cento per cento dei candidati scelti da migliaia di persone sui territori in libere assemblee. La lista nata dopo il fallimento del Brancaccio, sconvocato da Tomaso Montanari e Anna Falcone (ora candidata in Liberi e Uguali con Grasso), ha convinto migliaia di persone spiegando ai banchetti il proprio programma: “Cancellare subito il Jobs Act e la Legge Fornero, non aggiustarli un pochino come promettono di fare Berlusconi o Bersani!” (“Cancellare la riforma Fornero? Siam mica matti!”, ha reagito l’ex segretario Pd, oggi con Falcone in Liberi e Uguali). “Proteggendo tutti i lavoratori dal licenziamento illegittimo con il ripristino e l’estensione dell’articolo 18 e l’abolizione dei contratti che hanno permesso alle imprese di sostituire il lavoro stabile con quello precario”. “Tassando i super-ricchi molto più di chi vive del solo stipendio”, al contrario di quel che promettono di fare Salvini e Berlusconi con la flat-tax, l’ennesima legge che avvantaggerà i miliardari come – che coincidenza! – Berlusconi.
E con l’unica riforma rivoluzionaria possibile, che l’altra non è una riforma, l’altra è la rivoluzione: andando in pensione prima e riducendo l’orario di lavoro a parità di salario, oggi che a parità di lavoro si produce e dunque si guadagna più di ieri, ma quel guadagno finisce tutto nelle tasche dei grandi imprenditori che infatti sono diventati più ricchi e non dei lavoratori che infatti sono diventati più poveri.
Non è frutto di un’utopia ma di un calcolo, la riforma che i candidati di Potere al popolo ripetono ai comizi. Calcolare a quanto ammonta la ricchezza prodotta dal lavoro e restituirla ai lavoratori che l’hanno prodotta. Un calcolo che ha appena fatto l’Oxfam: l’82 per cento della ricchezza prodotta nell’ultimo anno è come sempre finita nelle tasche dell’1 per cento più ricco della popolazione mondiale, mentre ai 3,7 miliardi dei più poveri non è andato un solo centesimo. Lo stesso vale per le pensioni: ai lavoratori viene restituito a stento quello che versano mentre sarebbe equo restituirgli la ricchezza che hanno prodotto, evitando che quei soldi finiscano tutti nelle tasche dei super-ricchi che, in questi anni di crisi, sono triplicati.
«Ma dove trovano i soldi?».
Rispondo con un’altra domanda: i governi del Pd, dove li hanno trovati i 31 miliardi per salvare le banche invece dei cittadini? E i 40 miliardi regalati in tre anni alle imprese invece che ai lavoratori resi precari dal Jobs Act? E i 25 miliardi di spese militari stanziati per il 2018 da un paese che ha nella sua Costituzione il ripudio della guerra? Più di quanti ne servirebbero, secondo le stime della Rete dei Numeri pari lanciata da Don Ciotti, per sconfiggere la povertà in Italia!
«I soldi li troviamo rompendo con i trattati europei che hanno imposto il pareggio di bilancio e affamato i popoli. Uscendo dalla Nato che chiede ai paesi aderenti di destinare alle spese militari il 2 per cento del Pil», dice Giorgio Cremaschi, candidato di Potere al Popolo, ex leader della Fiom deluso dal Movimento 5 Stelle per il quale aveva scritto il programma-lavoro di cui poco è rimasto nelle venti priorità indicate da Di Maio, che ieri prometteva il referendum per uscire dall’Euro e oggi di rassicurare i mercati assegnando il ministero del Tesoro a un tecnico del Fmi. Prima di criticare per anni la Troika conveniva sapere da chi era composta.
Con Potere al Popolo sono candidate decine di lavoratrici, lavoratori, decine di militanti. Nicoletta Dosio, professoressa di greco e simbolo della lotta contro la Tav. La partigiana Lidia Menapace. Giovanni Ceraolo, che si batte nel movimento per la casa a Livorno. Patrizia Buffa a Verona, impegnata nella lotta alla Mafia e per la Palestina. Roberta Leoni a Viterbo, insegnante in lotta contro la Buona Scuola di Renzi. La combattiva Stefania Iaccarino a Roma, simbolo della vertenza Almaviva. A Napoli c’è lo storico Giuseppe Aragno di DeMa, vicino a De Magistris, molto attivo nella battaglia del referendum del 4 dicembre.
“Potere al popolo è l’unica vera novità di queste elezioni”, dichiara entusiasta all’Ansa Luigi De Magistris. Non a caso, la lista che si impegna a cancellare il pareggio di bilancio inserito in Costituzione da Monti, Berlusconi e Bersani parte dalla città governata dall’unico sindaco che ha disobbedito ai vincoli del patto di stabilità con una delibera scritta con Stefano Rodotà per consentire l’assunzione di 300 maestre e garantire alle famiglie l’apertura delle scuole. «L’istruzione è un diritto, il pareggio di bilancio no», disse il Sindaco, che da anni chiude i suoi comizi gridando: “Potere al popolo!”.
Potere al popolo è nata per impulso del centro sociale napoletano Ex Opg – Je So Pazzo e hanno aderito tanti collettivi, sindacati di base, movimenti, associazioni e partiti come Rifondazione Comunista e Pci. La lista ha ricevuto l’endorsement di Momentum, il movimento di Jeremy Corbyn, e la portavoce Viola Garofalo è ora in Francia da Jean-Luc Melenchon. Stanno raccogliendo le firme per candidarsi anche alle regionali nel Lazio, opponendo a Zingaretti, Lombardi e Parisi la ginecologa femminista Elisabetta Canitano, con capolista il giornalista del Manifesto Sandro Medici. Ha scritto un appello al voto il regista Citto Maselli e lo stanno firmando con noi in queste ore Vauro, Moni Ovadia, Christian Raimo, Alberto Prunetti, Marina Boscaino del comitato per la difesa della scuola pubblica (nel programma della lista c’è la sua proposta di riforma della Buona Scuola).
Ho scelto come loro di votare Potere al popolo perché c’è bisogno di rovesciare il tavolo dove pochi stanno mangiando a spese di tutti gli altri e allestire un banchetto per chi vive di lavoro e sacrifici. Non solo per questo, però. So bene che il tavolo non si rovescerà il 4 marzo.
Quando racconto le storie dei lavoratori sfruttati, scopro che molti attribuiscono il proprio malessere all’ansia. Credono che l’emicrania, il reflusso gastroesofageo, l’insonnia, l’acidità di stomaco e le palpitazioni dipendano dall’ansia per il contratto precario, il mutuo, il futuro, il tempo che ci manca. Danno la colpa del loro disagio all’ansia che è una reazione individuale e non all’ingiustizia che è un fenomeno sociale. E curano l’ansia con le pasticche invece di ribellarsi all’ingiustizia con la lotta.
Se votano, si affidano a chi promette di aggiustare un pochino la Legge Fornero dopo averla votata, ai miliardari che promettono di tagliare le tasse ai miliardari, a chi vuole consegnarci a un tecnico del Fmi perché l’Europa è ancora lì che ce lo chiede. Ma non votano quasi mai, perché non hanno gli strumenti per mettere a fuoco le cause e le responsabilità della loro sofferenza e pensano che la loro ansia non abbia nulla a che fare con la politica. Voto Potere al popolo perché è la sola lista che attraverso le lotte dei suoi candidati vuole dare agli sfruttati questa consapevolezza, questo conforto, questo protagonismo. Incontriamoci, lottiamo insieme, studiamo le cose che non ci racconta la tv, dove l’ingiustizia scompare e quando appare è per dare la colpa agli immigrati sfruttati invece che ai loro sfruttatori: un vecchio trucco per coprire le responsabilità di chi, con le leggi che ha votato, ha legalizzato lo sfruttamento.
Basta pasticche, teniamoci stretti e affrontiamo la campagna elettorale e i mesi successivi sapendo di non avere i poteri forti alle spalle e tre reti come Berlusconi, le banche come Boschi, i finanzieri che ci finanziano come Renzi. Sapendo di non avere le risorse economiche che loro hanno ma di avere una risorsa che loro non hanno e non possono comprare. Noi abbiamo ragione.
Fonte
13/01/2018
Francesca Fornario porta Potere al Popolo in tv
Stamattina ad Agorà un’ottima, come sempre, Francesca Fornario! Giornalista sempre in prima linea per un’informazione vera, completa, senza padrini di sorta. Nemmeno due anni fa RadioRai le chiese di fermare “la satira” su Renzi, di fatto operando una censura indecente...
In 2 minuti ha spiegato alle telecamere cos’è Potere al Popolo, perchè non c’è da fidarsi di chi, fino a qualche giorno fa era nel PD e ha votato i provvedimenti che hanno portato il paese ad avere 10 milioni di persone in condizione di povertà relativa!
”Sono contenta perchè io che sono un’elettrice di sinistra e ho sempre votato, sarei stata altrimenti in grande difficoltà e non avrei potuto votare...”
Una novità in una televisione spesso e volentieri blindata per i soliti noti, facciamola vedere a tutti!
Pubblicato da Potere al Popolo su Venerdì 12 gennaio 2018
Fonte
In 2 minuti ha spiegato alle telecamere cos’è Potere al Popolo, perchè non c’è da fidarsi di chi, fino a qualche giorno fa era nel PD e ha votato i provvedimenti che hanno portato il paese ad avere 10 milioni di persone in condizione di povertà relativa!
”Sono contenta perchè io che sono un’elettrice di sinistra e ho sempre votato, sarei stata altrimenti in grande difficoltà e non avrei potuto votare...”
Una novità in una televisione spesso e volentieri blindata per i soliti noti, facciamola vedere a tutti!
Pubblicato da Potere al Popolo su Venerdì 12 gennaio 2018
Fonte
29/12/2017
Lavorare meno, lavorare tutti. Ma a queste condizioni
«Durante tutto quell’anno gli animali lavorarono come schiavi. Ma erano felici di farlo: non lesinavano sforzi e sacrifici, nella consapevolezza che tutta quella fatica sarebbe tornata a loro vantaggio e a futuro vantaggio della loro specie, e non di una masnada di esseri umani fannulloni e ladri. In primavera e d’estate lavorarono sessanta ore la settimana. In agosto, Napoleone annunciò che bisognava lavorare anche la domenica pomeriggio: l’adesione sarebbe stata rigorosamente volontaria, ma gli assenti avrebbero avuto le razioni dimezzate».
La prima volta che ho letto La fattoria degli animali avevo dodici anni e andavo a scuola dalle suore, una privata femminile con l’obbligo della divisa. La sera, a casa, guardavamo “Ok, il prezzo è giusto!”, adattamento dello statunitense “The Price Is Right”. Scopo del quiz, condotto da una futura eurodeputata berlusconiana sulla tv del futuro presidente del Consiglio Berlusconi, era indovinare il prezzo delle cose costose. Lavatrici, tappeti, set di valigie, pellicce. Sii gentile, sempre: ogni persona che incontri potrebbe aver visto “Ok, il prezzo è giusto” e non aver mai letto George Orwell.
Ho riletto ieri La fattoria degli animali, dopo aver intervistato Babbo Natale. Era una donna, si chiamava Giulia, distribuiva volantini agli avventori del centro commerciale della stazione Termini: “Questo centro commerciale è aperto perché un bel giorno Monti, Berlusconi e il Pd di Bersani hanno pensato che nella grande distribuzione fosse giusto lavorare 365 giorni all’anno, un caso quasi unico in Europa. La chiamano liberalizzazione ma la libertà è solo quella dei proprietari della grande distribuzione di tenere i centro commerciali aperti più a lungo, la libertà quindi di fare grossi profitti sul lavoro di persone che devono rinunciare alle festività”.
Giulia non era sola: con lei c’erano decine di altri Babbi Natale davanti ai negozi aperti nel giorno di festa, in 22 città italiane: da Reggio Calabria a Torino passando per Salerno, Napoli, Roma, Pescara, Viareggio, Milano, Padova. Sono gli attivisti di Potere al popolo, la lista popolare nata dopo l’implosione del percorso del Brancaccio e che mette al centro del programma sul lavoro, oltre alla cancellazione della legge-Fornero, del Jobs act e delle leggi che hanno prodotto la precarietà e a un piano per creare occupazione, la riduzione dell’orario a parità di salario: “32 ore settimanali, tanto più necessarie a fronte dei processi in atto di automazione delle produzioni”.
“Non si può incentivare un popolo al consumo in ogni momento, è importante ricominciare a conquistare spazi e tempi per la socialità e gli affetti”. Qualcuno ha storto il naso: “Che c’è di male a lavorare nei giorni di festa se le commesse vengono pagate?”. Non conta il tempo e il diritto al riposo e alla vita ma il prezzo delle cose, delle lavatrici come delle lavoratrici: è ok se il prezzo è giusto: questo è il messaggio che veniva propagandato dalla tv di Berlusconi. Fortuna che a scuola dalle suore, inavvertitamente, c’era una biblioteca piena di libri scritti dai socialisti. Nei racconti dei mari del Sud, Jack London narrava la storia dell’apostata Johnny, che aveva la mia età: 12 anni. E da anni lavorava come operaio nella fabbrica tessile dove era stato partorito. Lavorava dall’alba al tramonto, e un giorno decise di fermarsi a contare quanti movimenti aveva fatto ogni anno: 25 milioni di movimenti. Bobina, filo, bobina, fino a diventare una sola cosa con il telaio. Decise di fermarsi per sempre: “Non sono mai stato felice prima. Non avevo tempo. Non ho fatto che muovermi tutto il tempo. Quello non è il modo di esser felice, e non lo farò mai più. Voglio stare solo tranquillo, tranquillo e riposare”.
Il volantino proseguiva spiegando gli effetti del provvedimento che ha deregolamentato gli orari dei negozi: un tempo lavoratrici e lavoratori avevano diritto alla festa e al riposo e deve tornare a essere così, contro un modello sociale in cui il profitto viene prima degli esseri umani”. Il profitto prima degli esseri umani. Come nella fabbrica di cotone descritta da Jack London nel 1906.
Ridurre l’orario di lavoro significa anche – e soprattutto – consentire a tutti di coltivare passioni e relazioni, di redistribuire l’attività di cura oggi principalmente a carico delle donne, rendere indisponibile una parte rilevante della nostra vita allo scambio commerciale e alle logiche del mercato che sono illogiche, avendoci spinto a un modello di consumo che, se fosse esteso a tutti gli abitanti del pianeta, comporterebbe lo sfruttamento delle risorse di altri due pianeti identici al nostro. Che facciamo? Continuiamo a mantenere questo stile di vita per pochi depredando le risorse naturali di tutti gli altri? Domandiamo a Iva Zanicchi quanto costa una coppia di pianeti Terra?
Ridurre l’orario di lavoro è dunque una misura di per sé in grado di produrre benefici per i lavoratori e i disoccupati? No. Dipende da come questa riduzione viene governata. O meglio: nell’interesse di chi.
La riduzione degli orari è una tendenza già in atto in tutto l’Occidente: la produttività è aumentata (a parità di lavoro, si produce di più), la tecnologia ha sostituito alcuni posti di lavoro, la domanda è in calo, i governi tagliano i servizi pubblici e dunque le assunzioni. Le leggi che hanno regolamento questa fisiologica riduzione del numero di ore lavorate hanno però tutelato gli interessi delle imprese e non i bisogni e i diritti dei lavoratori, facendo sì che si lavorasse di più in pochi e affatto tutti gli altri: l’opposto del “lavorare meno, lavorare tutti”, che si chiedeva nel Sessantotto. Obiettivo delle imprese è quello di aumentare i profitti riducendo al minimo costi e rischi, e la legge ha diligentemente assecondato questi scopi. Quali costi? Primo tra tutti, il salario: l’abrogazione dell’articolo 18 e lo smantellamento delle altre tutele ha indebolito il potere di contrattazione dei lavoratori con la conseguente compressione dei salari che, a differenza dei profitti, non hanno beneficiato dell’aumento di produttività.
Altri costi da alleggerire sono l’aggiornamento dei lavoratori e delle macchine: perché perdere tempo e soldi per insegnare ai lavoratori assunti prima dell’avvento delle nuove tecnologie a usare queste tecnologie quando la legge ti consente di mandare a casa i vecchi lavoratori e sostituirli con altri più giovani e già formati? Perché investire in macchinari che velocizzino il processo produttivo se posso far correre più veloce i lavoratori sottoponendoli al continuo ricatto del mancato rinnovo di contratto e approfittando del fatto che non sono iscritti al sindacato? Apposite leggi hanno reso i lavoratori sostituibili e precari, allontanato i sindacati sgraditi alle aziende, indebolito il diritto di sciopero, prodotto una tale quantità di disoccupati che chiunque abbia un lavoro, per un mese o per un giorno pensi a tenerselo stretto senza protestare. E quali rischi le imprese puntano a evitare? Ad esempio, il rischio di affrontare le contrazioni della domanda per intercettarne i picchi: perché assumere un lavoratore per tutto l’anno se non mi serve ad Agosto, o per tutta la settimana se mi serve solo fino al mercoledì, o per tutto il giorno se mi serve solo per mezza giornata, o per un ora se mi serve solo per i venti minuti in cui si precipita a consegnare la pizza?
Ecco allora pronte le leggi che hanno consentito alle imprese di assumere a tempo determinato e rinnovare quel contratto per anni senza l’obbligo di stabilizzarlo, di imporre il part-time verticale cambiando i turni in funzione dei bisogni dell’impresa e mai del lavoratore, di servirsi di lavoratori in somministrazione, di appaltare alle cooperative interi processi produttivi, di assumere per un giorno con i voucher, di pagare i fattorini a consegna invece che a ora, di far lavorare al fianco di camerieri e commessi gli stagisti per un anno e gli studenti in alternanza scuola-lavoro per 400 ore rimborsando ai primi solo le spese e neanche quelle ai secondi.
Grazie alle leggi dettate da Confindustria ai governi (Renzi, per saltare un passaggio, aveva addirittura appaltato a un esponente di Confindustria il ministero dello Sviluppo Economico), il rischio d’impresa è stato interamente scaricato sui lavoratori e i benefici dell’aumento di produttività – che in mezzo secolo è andata crescendo grazie all’innovazione tecnologica – sono finiti nelle tasche della grande industria e della rendita finanziaria nella quale altre apposite leggi hanno incentivato gli industriali a investire i profitti.
Ecco perché, oggi che si potrebbe lavorare di meno a parità di salario (o guadagnare di più a parità di ore lavorate) lavorano di più in pochi guadagnando di meno. Qualcuno lavora perfino gratis, appeso alla promessa di ottenere un contratto dopo mesi di stage nel negozio di borse e qualcun altro, infine, guadagna ottanta volte quel che guadagna un suo dipendente e sei volte tanto quello che guadagnava in passato: i grandi manager che hanno suggerito le riforme che li hanno resi miliardari.
Lo tenga presente il Movimento 5 Stelle, che pure sponsorizza la proposta di redistribuire il tempo di lavoro: se viene pilotata dai governi e non dai lavoratori – se viene portata avanti insieme all’attacco ai sindacati che sono lo strumento attraverso il quale i lavoratori avanzano le rivendicazioni e organizzano gli scioperi – la riduzione dell’orario avvantaggia le imprese e non i lavoratori. La conquista delle otto ore per i metalmeccanici nel 1919 e per le altre categorie nel 1923 è frutto delle lotte operaie e contadine di quegli anni. Come dice l’anziano minatore intervistato oggi e messo in musica dagli inglesi Public Service Broadcasting: “Tutto quello che le classi lavoratrici hanno ottenuto lo hanno conquistato con gli scioperi. Non penso ci sarà mai un giorno nella vita di un semplice lavoratore in cui poter dire: non avrò più bisogno di scioperare”.
Fonte
La prima volta che ho letto La fattoria degli animali avevo dodici anni e andavo a scuola dalle suore, una privata femminile con l’obbligo della divisa. La sera, a casa, guardavamo “Ok, il prezzo è giusto!”, adattamento dello statunitense “The Price Is Right”. Scopo del quiz, condotto da una futura eurodeputata berlusconiana sulla tv del futuro presidente del Consiglio Berlusconi, era indovinare il prezzo delle cose costose. Lavatrici, tappeti, set di valigie, pellicce. Sii gentile, sempre: ogni persona che incontri potrebbe aver visto “Ok, il prezzo è giusto” e non aver mai letto George Orwell.
Ho riletto ieri La fattoria degli animali, dopo aver intervistato Babbo Natale. Era una donna, si chiamava Giulia, distribuiva volantini agli avventori del centro commerciale della stazione Termini: “Questo centro commerciale è aperto perché un bel giorno Monti, Berlusconi e il Pd di Bersani hanno pensato che nella grande distribuzione fosse giusto lavorare 365 giorni all’anno, un caso quasi unico in Europa. La chiamano liberalizzazione ma la libertà è solo quella dei proprietari della grande distribuzione di tenere i centro commerciali aperti più a lungo, la libertà quindi di fare grossi profitti sul lavoro di persone che devono rinunciare alle festività”.
Giulia non era sola: con lei c’erano decine di altri Babbi Natale davanti ai negozi aperti nel giorno di festa, in 22 città italiane: da Reggio Calabria a Torino passando per Salerno, Napoli, Roma, Pescara, Viareggio, Milano, Padova. Sono gli attivisti di Potere al popolo, la lista popolare nata dopo l’implosione del percorso del Brancaccio e che mette al centro del programma sul lavoro, oltre alla cancellazione della legge-Fornero, del Jobs act e delle leggi che hanno prodotto la precarietà e a un piano per creare occupazione, la riduzione dell’orario a parità di salario: “32 ore settimanali, tanto più necessarie a fronte dei processi in atto di automazione delle produzioni”.
“Non si può incentivare un popolo al consumo in ogni momento, è importante ricominciare a conquistare spazi e tempi per la socialità e gli affetti”. Qualcuno ha storto il naso: “Che c’è di male a lavorare nei giorni di festa se le commesse vengono pagate?”. Non conta il tempo e il diritto al riposo e alla vita ma il prezzo delle cose, delle lavatrici come delle lavoratrici: è ok se il prezzo è giusto: questo è il messaggio che veniva propagandato dalla tv di Berlusconi. Fortuna che a scuola dalle suore, inavvertitamente, c’era una biblioteca piena di libri scritti dai socialisti. Nei racconti dei mari del Sud, Jack London narrava la storia dell’apostata Johnny, che aveva la mia età: 12 anni. E da anni lavorava come operaio nella fabbrica tessile dove era stato partorito. Lavorava dall’alba al tramonto, e un giorno decise di fermarsi a contare quanti movimenti aveva fatto ogni anno: 25 milioni di movimenti. Bobina, filo, bobina, fino a diventare una sola cosa con il telaio. Decise di fermarsi per sempre: “Non sono mai stato felice prima. Non avevo tempo. Non ho fatto che muovermi tutto il tempo. Quello non è il modo di esser felice, e non lo farò mai più. Voglio stare solo tranquillo, tranquillo e riposare”.
Il volantino proseguiva spiegando gli effetti del provvedimento che ha deregolamentato gli orari dei negozi: un tempo lavoratrici e lavoratori avevano diritto alla festa e al riposo e deve tornare a essere così, contro un modello sociale in cui il profitto viene prima degli esseri umani”. Il profitto prima degli esseri umani. Come nella fabbrica di cotone descritta da Jack London nel 1906.
Ridurre l’orario di lavoro significa anche – e soprattutto – consentire a tutti di coltivare passioni e relazioni, di redistribuire l’attività di cura oggi principalmente a carico delle donne, rendere indisponibile una parte rilevante della nostra vita allo scambio commerciale e alle logiche del mercato che sono illogiche, avendoci spinto a un modello di consumo che, se fosse esteso a tutti gli abitanti del pianeta, comporterebbe lo sfruttamento delle risorse di altri due pianeti identici al nostro. Che facciamo? Continuiamo a mantenere questo stile di vita per pochi depredando le risorse naturali di tutti gli altri? Domandiamo a Iva Zanicchi quanto costa una coppia di pianeti Terra?
Ridurre l’orario di lavoro è dunque una misura di per sé in grado di produrre benefici per i lavoratori e i disoccupati? No. Dipende da come questa riduzione viene governata. O meglio: nell’interesse di chi.
La riduzione degli orari è una tendenza già in atto in tutto l’Occidente: la produttività è aumentata (a parità di lavoro, si produce di più), la tecnologia ha sostituito alcuni posti di lavoro, la domanda è in calo, i governi tagliano i servizi pubblici e dunque le assunzioni. Le leggi che hanno regolamento questa fisiologica riduzione del numero di ore lavorate hanno però tutelato gli interessi delle imprese e non i bisogni e i diritti dei lavoratori, facendo sì che si lavorasse di più in pochi e affatto tutti gli altri: l’opposto del “lavorare meno, lavorare tutti”, che si chiedeva nel Sessantotto. Obiettivo delle imprese è quello di aumentare i profitti riducendo al minimo costi e rischi, e la legge ha diligentemente assecondato questi scopi. Quali costi? Primo tra tutti, il salario: l’abrogazione dell’articolo 18 e lo smantellamento delle altre tutele ha indebolito il potere di contrattazione dei lavoratori con la conseguente compressione dei salari che, a differenza dei profitti, non hanno beneficiato dell’aumento di produttività.
Altri costi da alleggerire sono l’aggiornamento dei lavoratori e delle macchine: perché perdere tempo e soldi per insegnare ai lavoratori assunti prima dell’avvento delle nuove tecnologie a usare queste tecnologie quando la legge ti consente di mandare a casa i vecchi lavoratori e sostituirli con altri più giovani e già formati? Perché investire in macchinari che velocizzino il processo produttivo se posso far correre più veloce i lavoratori sottoponendoli al continuo ricatto del mancato rinnovo di contratto e approfittando del fatto che non sono iscritti al sindacato? Apposite leggi hanno reso i lavoratori sostituibili e precari, allontanato i sindacati sgraditi alle aziende, indebolito il diritto di sciopero, prodotto una tale quantità di disoccupati che chiunque abbia un lavoro, per un mese o per un giorno pensi a tenerselo stretto senza protestare. E quali rischi le imprese puntano a evitare? Ad esempio, il rischio di affrontare le contrazioni della domanda per intercettarne i picchi: perché assumere un lavoratore per tutto l’anno se non mi serve ad Agosto, o per tutta la settimana se mi serve solo fino al mercoledì, o per tutto il giorno se mi serve solo per mezza giornata, o per un ora se mi serve solo per i venti minuti in cui si precipita a consegnare la pizza?
Ecco allora pronte le leggi che hanno consentito alle imprese di assumere a tempo determinato e rinnovare quel contratto per anni senza l’obbligo di stabilizzarlo, di imporre il part-time verticale cambiando i turni in funzione dei bisogni dell’impresa e mai del lavoratore, di servirsi di lavoratori in somministrazione, di appaltare alle cooperative interi processi produttivi, di assumere per un giorno con i voucher, di pagare i fattorini a consegna invece che a ora, di far lavorare al fianco di camerieri e commessi gli stagisti per un anno e gli studenti in alternanza scuola-lavoro per 400 ore rimborsando ai primi solo le spese e neanche quelle ai secondi.
Grazie alle leggi dettate da Confindustria ai governi (Renzi, per saltare un passaggio, aveva addirittura appaltato a un esponente di Confindustria il ministero dello Sviluppo Economico), il rischio d’impresa è stato interamente scaricato sui lavoratori e i benefici dell’aumento di produttività – che in mezzo secolo è andata crescendo grazie all’innovazione tecnologica – sono finiti nelle tasche della grande industria e della rendita finanziaria nella quale altre apposite leggi hanno incentivato gli industriali a investire i profitti.
Ecco perché, oggi che si potrebbe lavorare di meno a parità di salario (o guadagnare di più a parità di ore lavorate) lavorano di più in pochi guadagnando di meno. Qualcuno lavora perfino gratis, appeso alla promessa di ottenere un contratto dopo mesi di stage nel negozio di borse e qualcun altro, infine, guadagna ottanta volte quel che guadagna un suo dipendente e sei volte tanto quello che guadagnava in passato: i grandi manager che hanno suggerito le riforme che li hanno resi miliardari.
Lo tenga presente il Movimento 5 Stelle, che pure sponsorizza la proposta di redistribuire il tempo di lavoro: se viene pilotata dai governi e non dai lavoratori – se viene portata avanti insieme all’attacco ai sindacati che sono lo strumento attraverso il quale i lavoratori avanzano le rivendicazioni e organizzano gli scioperi – la riduzione dell’orario avvantaggia le imprese e non i lavoratori. La conquista delle otto ore per i metalmeccanici nel 1919 e per le altre categorie nel 1923 è frutto delle lotte operaie e contadine di quegli anni. Come dice l’anziano minatore intervistato oggi e messo in musica dagli inglesi Public Service Broadcasting: “Tutto quello che le classi lavoratrici hanno ottenuto lo hanno conquistato con gli scioperi. Non penso ci sarà mai un giorno nella vita di un semplice lavoratore in cui poter dire: non avrò più bisogno di scioperare”.
Fonte
22/12/2017
Francesca Fornario: “perché ho deciso di votare per Potere al Popolo”
In tanti mi state scrivendo per domandarmi perché ho deciso di votare per Potere al Popolo. Rispondo qui alle domande più insistenti.
da poterealpopolo.org.
Ti candidi? No.
Odi D’Alema (O Bersani, Renzi, ecc)? No. Ma io non faccio testo, non odio nemmeno il tizio che mi ha fregato la bici, che è il mio unico mezzo di locomozione. E non perché ho letto Vonnegut – un po’ anche sì, temo – o perché sono più buona di chi invece odia D’Alema ma solo perché sono stata più fortunata di lui: non sono mai stata licenziata – mi sono licenziata spesso – ho sempre fatto un lavoro che mi piaceva e mi lasciava tanto tempo libero, ho ereditato una casa. Non ho le ragioni per odiare che hanno i parenti dei migranti morti in mare o dei civili morti sotto le bombe della Nato, delle donne e degli uomini licenziati per ingiustificato motivo e che però – grazie a una delle molte legge ingiuste approvate da D’Alema e dagli altri – non hanno diritto al reintegro, degli ammalati che non possono permettersi la sanità privata e muoiono in attesa di quella pubblica, dei milioni di poveri e sfruttati traditi dai governi di centrosinistra e da quelli di larghe intese e da quelli di centrodestra, che però da quelli se lo aspettavano).
Penso che D’Alema, Renzi, Bersani siano responsabili di questa povertà, di questa ingiustizia, di questo sfruttamento, di questa violazione dei diritti umani, di questo odio (la cosa che meno perdono loro: aver costretto le persone a odiare) avendo votato e voluto i provvedimenti che hanno prodotto tali conseguenze e per questo li considero avversari politici. Potrei mai votare per quelli che considero avversari politici? Naturalmente no, mi stupisce lo stupore di chi si sorprende della mia decisione e del fatto che siamo in tanti a pensarla così.
Ma non saresti felice se Bersani – e Bassolino, Speranza ecc. ecc. – cambiassero idea?! CERTO!! Se ammettessero di essersi sbagliati sarei felicissima, e li accoglierei a braccia aperte, e li inviterei a distribuire volantini e raccogliere firme ai banchetti ma non li candiderei: perché molti elettori li odiano, molti altri non si fidano più, e quell’odio e quella sfiducia hanno ragioni comprensibili e legittime. Se invece cambiano idea ma non ammettono di aver sbagliato non li metterei nemmeno a raccogliere le firme perché farebbero scappare la gente dai banchetti e sarebbe controproducente:
– Ehi, ma tu non sei quello che mi ha allungato l’età pensionabile?!
– Indubbiamente c’è stata una sottovalutazione degli effetti della crisi finanziaria globale sul prodotto interno lordo...
– Ma tu hai votato a favore del pareggio di bilancio in Costituzione!
– C’era l’allarme Spread che ci imponeva di...
- Ma tu hai cancellato l’articolo 18!
- Si poteva fare meglio, ma un intervento sull’eccessiva rigidità delle clausole che...
- Ma vaffanculo, sai dove te lo infilo questo volantino di merda?
Ma non era meglio... NO!
Se penso a quanti compagni preparati e generosi ho visto in questi anni spendersi in partiti che non li convincevano fino in fondo o affatto, e farlo con la speranza di cambiarli, di modificare i rapporti di forza, di costringere i segretari a cambiare la linea, di spostare il dibattito politico sui temi che ci stanno a cuore di avanzare una proposta di legge per combattere lo sfruttamento del lavoro e dell’ambiente, per garantire a tutti gli stessi diritti sociali e civili. Se penso a quante di queste proposte di legge siano state presentate (poche) e approvate (due o tre in vent’anni: provvedimenti simbolici, la maggior parte monchi), concludo che quelle energie sarebbe stato più utile e più entusiasmante spenderle in un partito più convinto di quelle ragioni, meno ostile, più accogliente.
Capisco chi si ostina a fare quel lavoro di convincimento nel Pd o nel Movimento Cinque stelle, grandi partiti che hanno al loro interno posizioni plurali: è lo sforzo ammirevole che fa, ad esempio, Manconi nel Pd: pur essendo in palese disaccordo con la gran parte delle scelte del segretario, combatte la sua battaglia per i diritti di alcune categorie di diseredati che altrimenti non avrebbero visibilità e rappresentanza, come le vittime delle carceri italiane o gli stranieri senza cittadinanza. “Per rappresentare gli interessi di gente che non vota, ha senso sfruttare l’opportunità di entrare nelle istituzioni che ti garantisce un grande partito”, è il ragionamento che fa Manconi. Ma non capisco perché fare questo immane sforzo in un piccolo soggetto che ha – come quello grande – al suo interno posizioni antitetiche e configgenti, leader che hanno difeso gli interessi delle banche, delle multinazionali, dei palazzinari e militanti che invece difendono quelli dei lavoratori e dei disoccupati e dei senza casa. Che senso ha? Non è meglio dare vita a un altro piccolo soggetto più coerente? Più convinto e di conseguenza più convincente? Mia opinione personale, eh: stima immutata per quelli che in buona fede continuano a sperare di egemonizzare con le loro idee – le nostre – i partiti ostili. Io non ce la farei perché non riesco a fare le cose senza entusiasmo. Le cose che contano, dico, tipo le lotte e le storie d’amore: senza entusiasmo riesco a malapena a buttare la spazzatura e stendere i panni, che infatti nemmeno stiro.
E se non superano il quorum? In parlamento, succede quello che sarebbe successo se non si fosse fatta la lista di Potere al popolo. Fuori dal parlamento, se non si fosse fatta la lista, in tanti non avrebbero votato. Ma soprattutto, non si sarebbero trovati, conosciuti, riconosciuti, non avrebbero avviato un percorso che andrà avanti dopo il voto e che saprà coinvolgere tanti altri nelle lotte e nelle pratiche degli uni in soccorso degli altri: tanti altri che oggi non si battono e non si spendono perché non sanno dove e al fianco di chi e come si fa. Come il compagno che votava Forza Italia e poi, frequentando Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo , lavorando allo sportello migranti, al doposcuola per i bambini del quartiere Sanità, ha conosciuto e compreso la solidarietà di classe e la lotta di classe alla quale prima nemmeno sapeva di appartenere: quanti altri centri sociali accolgono chi vota Forza Italia? Quanti compagni hanno la forza e la pazienza di ascoltare le loro ragioni, le loro storie di vita? Quanti riconoscono in chi vota Forza Italia una vittima del sistema prima che un nemico politico? Se non ci si mette insieme, nemici e vittime del sistema, l’ingiustizia patita sfocia nel rancore di chi ha gli strumenti per capire e nell’indifferenza e frustrazione di chi quegli strumenti non li ha. Se invece ci si viene incontro, se si cerca e si trova il linguaggio per comunicare, allora l’ingiustizia patita produce la lotta gioiosa che ogni giorno anima le stanze dell’Ex Opg.
Suggerisco a chi non conosce cosa fanno e come nelle celle dell’ex ospedale psichiatrico giudiziario di Napoli e nell’intera città di regalarsi una gita lì e comprendere cos’è la tenerezza della quale parlava Che Guevara: “La durezza di questi tempi non ci deve far perdere la tenerezza dei nostri cuori”. Rendere quante più persone partecipi di questa tenerezza, di questa lotta, quante più persone possibili capaci di provarla, alimentarla, combattere insieme, è un obiettivo infinitamente più urgente di piazzare un compagno in parlamento superando il quorum. O di piazzarne, due, dieci, la maggioranza: una maggioranza finalmente in grado di redistribuire le ricchezze e riempire la pancia ai poveri. Noi non ci accontentiamo di redistribuire la ricchezza, noi vogliamo redistribuire il benessere come quello che c’è all’Ex Opg – Je so Pazzo: un posto, un modo, un tempo dove si sta bene. Non basta riempire le pance, bisogna cambiare le teste, le teste di tutti noi.
Concludo con un appunto personale, quello che faccio a me stessa ogni giorno prima di scrivere, piccoli cenni per parlare agli sfruttati e conquistarli alla lotta: Che posizione hai sul lavoro e il reddito? Sto al bancone dei surgelati, guadagno 1000 euro al mese e non ce la faccio più perché c’ho la bronchite cronica. Vorrei starmene a casa ma non posso perché se sto a casa non mi rinnovano il contratto e perdo il permesso di soggiorno. Allora sei negriano? No, sono pakistano.
Sforziamoci di studiare, di analizzare, di dibattere il giusto tra noi, ma sforziamoci anche di parlare la lingua che eravamo in grado di capire prima di aver studiato. Non so se sempre ci riesco ma sempre ci provo, è il mio modo per esprimere la gratitudine di aver avuto il tempo, il modo, la fortuna di studiare.
Buona lotta a tutti!
Fonte
da poterealpopolo.org.
Ti candidi? No.
Odi D’Alema (O Bersani, Renzi, ecc)? No. Ma io non faccio testo, non odio nemmeno il tizio che mi ha fregato la bici, che è il mio unico mezzo di locomozione. E non perché ho letto Vonnegut – un po’ anche sì, temo – o perché sono più buona di chi invece odia D’Alema ma solo perché sono stata più fortunata di lui: non sono mai stata licenziata – mi sono licenziata spesso – ho sempre fatto un lavoro che mi piaceva e mi lasciava tanto tempo libero, ho ereditato una casa. Non ho le ragioni per odiare che hanno i parenti dei migranti morti in mare o dei civili morti sotto le bombe della Nato, delle donne e degli uomini licenziati per ingiustificato motivo e che però – grazie a una delle molte legge ingiuste approvate da D’Alema e dagli altri – non hanno diritto al reintegro, degli ammalati che non possono permettersi la sanità privata e muoiono in attesa di quella pubblica, dei milioni di poveri e sfruttati traditi dai governi di centrosinistra e da quelli di larghe intese e da quelli di centrodestra, che però da quelli se lo aspettavano).
Penso che D’Alema, Renzi, Bersani siano responsabili di questa povertà, di questa ingiustizia, di questo sfruttamento, di questa violazione dei diritti umani, di questo odio (la cosa che meno perdono loro: aver costretto le persone a odiare) avendo votato e voluto i provvedimenti che hanno prodotto tali conseguenze e per questo li considero avversari politici. Potrei mai votare per quelli che considero avversari politici? Naturalmente no, mi stupisce lo stupore di chi si sorprende della mia decisione e del fatto che siamo in tanti a pensarla così.
Ma non saresti felice se Bersani – e Bassolino, Speranza ecc. ecc. – cambiassero idea?! CERTO!! Se ammettessero di essersi sbagliati sarei felicissima, e li accoglierei a braccia aperte, e li inviterei a distribuire volantini e raccogliere firme ai banchetti ma non li candiderei: perché molti elettori li odiano, molti altri non si fidano più, e quell’odio e quella sfiducia hanno ragioni comprensibili e legittime. Se invece cambiano idea ma non ammettono di aver sbagliato non li metterei nemmeno a raccogliere le firme perché farebbero scappare la gente dai banchetti e sarebbe controproducente:
– Ehi, ma tu non sei quello che mi ha allungato l’età pensionabile?!
– Indubbiamente c’è stata una sottovalutazione degli effetti della crisi finanziaria globale sul prodotto interno lordo...
– Ma tu hai votato a favore del pareggio di bilancio in Costituzione!
– C’era l’allarme Spread che ci imponeva di...
- Ma tu hai cancellato l’articolo 18!
- Si poteva fare meglio, ma un intervento sull’eccessiva rigidità delle clausole che...
- Ma vaffanculo, sai dove te lo infilo questo volantino di merda?
Ma non era meglio... NO!
Se penso a quanti compagni preparati e generosi ho visto in questi anni spendersi in partiti che non li convincevano fino in fondo o affatto, e farlo con la speranza di cambiarli, di modificare i rapporti di forza, di costringere i segretari a cambiare la linea, di spostare il dibattito politico sui temi che ci stanno a cuore di avanzare una proposta di legge per combattere lo sfruttamento del lavoro e dell’ambiente, per garantire a tutti gli stessi diritti sociali e civili. Se penso a quante di queste proposte di legge siano state presentate (poche) e approvate (due o tre in vent’anni: provvedimenti simbolici, la maggior parte monchi), concludo che quelle energie sarebbe stato più utile e più entusiasmante spenderle in un partito più convinto di quelle ragioni, meno ostile, più accogliente.
Capisco chi si ostina a fare quel lavoro di convincimento nel Pd o nel Movimento Cinque stelle, grandi partiti che hanno al loro interno posizioni plurali: è lo sforzo ammirevole che fa, ad esempio, Manconi nel Pd: pur essendo in palese disaccordo con la gran parte delle scelte del segretario, combatte la sua battaglia per i diritti di alcune categorie di diseredati che altrimenti non avrebbero visibilità e rappresentanza, come le vittime delle carceri italiane o gli stranieri senza cittadinanza. “Per rappresentare gli interessi di gente che non vota, ha senso sfruttare l’opportunità di entrare nelle istituzioni che ti garantisce un grande partito”, è il ragionamento che fa Manconi. Ma non capisco perché fare questo immane sforzo in un piccolo soggetto che ha – come quello grande – al suo interno posizioni antitetiche e configgenti, leader che hanno difeso gli interessi delle banche, delle multinazionali, dei palazzinari e militanti che invece difendono quelli dei lavoratori e dei disoccupati e dei senza casa. Che senso ha? Non è meglio dare vita a un altro piccolo soggetto più coerente? Più convinto e di conseguenza più convincente? Mia opinione personale, eh: stima immutata per quelli che in buona fede continuano a sperare di egemonizzare con le loro idee – le nostre – i partiti ostili. Io non ce la farei perché non riesco a fare le cose senza entusiasmo. Le cose che contano, dico, tipo le lotte e le storie d’amore: senza entusiasmo riesco a malapena a buttare la spazzatura e stendere i panni, che infatti nemmeno stiro.
E se non superano il quorum? In parlamento, succede quello che sarebbe successo se non si fosse fatta la lista di Potere al popolo. Fuori dal parlamento, se non si fosse fatta la lista, in tanti non avrebbero votato. Ma soprattutto, non si sarebbero trovati, conosciuti, riconosciuti, non avrebbero avviato un percorso che andrà avanti dopo il voto e che saprà coinvolgere tanti altri nelle lotte e nelle pratiche degli uni in soccorso degli altri: tanti altri che oggi non si battono e non si spendono perché non sanno dove e al fianco di chi e come si fa. Come il compagno che votava Forza Italia e poi, frequentando Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo , lavorando allo sportello migranti, al doposcuola per i bambini del quartiere Sanità, ha conosciuto e compreso la solidarietà di classe e la lotta di classe alla quale prima nemmeno sapeva di appartenere: quanti altri centri sociali accolgono chi vota Forza Italia? Quanti compagni hanno la forza e la pazienza di ascoltare le loro ragioni, le loro storie di vita? Quanti riconoscono in chi vota Forza Italia una vittima del sistema prima che un nemico politico? Se non ci si mette insieme, nemici e vittime del sistema, l’ingiustizia patita sfocia nel rancore di chi ha gli strumenti per capire e nell’indifferenza e frustrazione di chi quegli strumenti non li ha. Se invece ci si viene incontro, se si cerca e si trova il linguaggio per comunicare, allora l’ingiustizia patita produce la lotta gioiosa che ogni giorno anima le stanze dell’Ex Opg.
Suggerisco a chi non conosce cosa fanno e come nelle celle dell’ex ospedale psichiatrico giudiziario di Napoli e nell’intera città di regalarsi una gita lì e comprendere cos’è la tenerezza della quale parlava Che Guevara: “La durezza di questi tempi non ci deve far perdere la tenerezza dei nostri cuori”. Rendere quante più persone partecipi di questa tenerezza, di questa lotta, quante più persone possibili capaci di provarla, alimentarla, combattere insieme, è un obiettivo infinitamente più urgente di piazzare un compagno in parlamento superando il quorum. O di piazzarne, due, dieci, la maggioranza: una maggioranza finalmente in grado di redistribuire le ricchezze e riempire la pancia ai poveri. Noi non ci accontentiamo di redistribuire la ricchezza, noi vogliamo redistribuire il benessere come quello che c’è all’Ex Opg – Je so Pazzo: un posto, un modo, un tempo dove si sta bene. Non basta riempire le pance, bisogna cambiare le teste, le teste di tutti noi.
Concludo con un appunto personale, quello che faccio a me stessa ogni giorno prima di scrivere, piccoli cenni per parlare agli sfruttati e conquistarli alla lotta: Che posizione hai sul lavoro e il reddito? Sto al bancone dei surgelati, guadagno 1000 euro al mese e non ce la faccio più perché c’ho la bronchite cronica. Vorrei starmene a casa ma non posso perché se sto a casa non mi rinnovano il contratto e perdo il permesso di soggiorno. Allora sei negriano? No, sono pakistano.
Sforziamoci di studiare, di analizzare, di dibattere il giusto tra noi, ma sforziamoci anche di parlare la lingua che eravamo in grado di capire prima di aver studiato. Non so se sempre ci riesco ma sempre ci provo, è il mio modo per esprimere la gratitudine di aver avuto il tempo, il modo, la fortuna di studiare.
Buona lotta a tutti!
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