L’esecutivo nazionale di Potere al Popolo esprime un forte abbraccio e un sentito ringraziamento a Luigi De Magistris che si è dimesso da portavoce di Unione Popolare.
È una scelta difficile che rispettiamo e che rafforza la nostra stima verso di lui, per la sua coerenza nei comportamenti politici e personali. Come Luigi stesso ha scritto, continueremo assieme le lotte per gli oppressi contro tutti gli oppressori, a partire da quella per la Palestina.
Queste dimissioni, come spiegato dallo stesso de Magistris, sono legate a “ragioni personali e professionali su cui sono sopraggiunte riflessioni anche politiche”.
In questi mesi Unione Popolare è entrata in una evidente crisi, per diverse ragioni politiche e uno stallo organizzativo, in particolare per le diverse valutazioni al suo interno su come confrontarsi con la lista elettorale per le Europee lanciata da Michele Santoro.
Questo ha rallentato, se non bloccato, tutta la iniziativa di UP, che avrebbe potuto lanciare una proposta autonoma aperta a singoli e gruppi organizzati, nello spirito unitario che ha contraddistinto fin dall’inizio Up. Dopo mesi senza che si sia realizzato un vero e aperto confronto tra pari, PaP ha valutato che non ci fossero le condizioni per la confluenza di UP nella lista Pace Terra Dignità, guidata da Michele Santoro e Raniero La Valle.
Il disaccordo sulla necessità di sostenere in ogni modo la resistenza palestinese contro lo Stato sionista israeliano e nel chiamare genocidio la strage israeliana a Gaza.
Quello sulla necessità di considerare la NATO la prima responsabile di ogni guerra nel mondo e di chiederne la fine senza se e senza ma. La mancanza di una chiara scelta politica economica e sociale dal lato della maggioranza della popolazione, e non dalla parte di una minoranza di soliti noti, che, come durante la Pandemia, anche con la guerra sta continuando ad arricchirsi. Una non chiara collocazione alternativa nei confronti del centrosinistra in Italia ed in Europa.
Tutte queste diversità, pur nel rispetto delle scelte pacifiste della lista PTD, ci hanno fatto considerare necessario che UP si presentasse alle elezioni europee con la propria lista e proposta, che altrimenti sarebbe stata assente dal confronto elettorale. Abbiamo spinto, senza successo, affinché questa decisione fosse presa con il voto delle/degli aderenti di Up.
Purtroppo, dentro il coordinamento di UP questa scelta non ha registrato consenso unanime, mentre una parte delle forze che compongono Unione Popolare ha deciso e confermato di voler confluire comunque nella lista Pace Terra e Dignità.
Rispettiamo profondamente le scelte di ogni organizzazione e persona di UP, resta però il fatto che questa divergenza ha oggettivamente aperto la crisi in tutto il progetto di UP, che più di un anno fa proprio nelle elezioni europee aveva individuato un momento di crescita politica e organizzativa.
Unione Popolare subisce una pesante battuta d’arresto che dovrà essere affrontata con un confronto vero e trasparente e su nuove basi, a partire dal coinvolgimento di tutte e tutti gli aderenti di UP, momento per il quale PaP è sempre disponibile.
La crisi di Up arriva oggettivamente nel momento peggiore: con un genocidio in corso, la solidarietà con la lotta di liberazione del popolo palestinese deve essere pienamente rappresentata alle elezioni europee anche nel nostro Paese. Su posizioni chiare, che non riproducano una inesistente equidistanza tra oppressi e oppressori, e ribadiscano il diritto alla resistenza.
L’Italia, che si sta riconfigurando come fedelissimo vassallo degli USA, ha maledettamente bisogno di una voce che metta al centro la solidarietà e la cooperazione tra i popoli e combatta concretamente l’imperialismo a partire dal nostro.
Per questo è necessario continuare la mobilitazione a fianco della resistenza palestinese, contro la guerra, la NATO e tutti i loro sostenitori e complici, contro il governo di ultradestra di Giorgia Meloni e le sue politiche economiche che chiedono a noi di stringere la cinghia mentre strizzano l’occhio a imprenditori ed evasori. Su questo siamo impegnati con il massimo di spirito unitario.
In questo senso, come deciso nell’ultimo Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo, rilanciamo questa mobilitazione per costruire una convergenza di tutte quelle forze politiche, sociali e sindacali che si oppongono con forza al governo Meloni e che non accettano le politiche guerrafondaie del cosiddetto “campo largo”, né le posizioni ambigue su cui si sta costituendo la lista Santoro.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Luigi De Magistris. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Luigi De Magistris. Mostra tutti i post
06/03/2024
17/02/2023
Il sistema non ha bisogno dei voti
Mentre si alternavano veloci le lacrime di coccodrillo del palazzo politico sulla vittoria delle astensioni alle elezioni regionali, è giunta la sentenza di assoluzione per Silvio Berlusconi.
Ad Arcore c’erano solo cene eleganti, con generosi e disinteressati regali del padrone di casa alle ospiti, tra le quali una era in buona fede presunta come nipote di Mubarak.
Questo è l’esito della giustizia italiana, la stessa che impone il 41bis a Cospito e non è riuscita a mettere in carcere un solo manager e titolare d’impresa per le migliaia di omicidi sul lavoro, i disastri e le stragi edilizie e ambientali.
Non è una questione di strapotere della magistratura, come lamentano i politici indagati in attesa di assoluzione. E neppure di ingerenze della politica sul libero esercizio del potere giudiziario, come rispondono i magistrati.
L’assenza di giustizia in Italia a partire dal principio fondante di essa, la giustizia uguale per tutti, non è colpa né della corporazione dei magistrati, né di quella dei politici, ma del sistema di potere unificati che le domina entrambe.
Se si vuol capire come funziona questo sistema e come colpisce chi lo vorrebbe mettere in discussione, è illuminante il libro autobiografico di Luigi de Magistris.
Lì viene raccontata con passione e dolore, facendo tutti i nomi e cognomi, la storia dell’estromissione dalla magistratura di colui che poi sarebbe diventato sindaco di Napoli.
De Magistris, giovane magistrato entusiasta figlio e nipote di magistrati, va in Calabria per esercitare la sua funzione con rigore e disinteresse. E qui riceve elogi finché si occupa dei delitti delle persone e della criminalità comuni. Lo Stato si vanta con lui e di lui per stabilire “legge ed ordine”.
Quando però le indagini cominciano a toccare affari ed imprenditori, allora la musica cambia.
Un insieme di legami e di intrecci di interessi uniscono politici, magistrati, imprenditori. E attraverso la catena di questi intrecci, ben oliata dalle logge massoniche, le mafie fanno e nascondono i loro profitti.
Ecco allora che quando de Magistris comincia ad indagare sul sistema di potere, questo subito si mette in moto per fermarlo. Prima con blandizie, collocazioni migliori, elogi e prospettive di carriera. Poi, quando capisce che i mezzi di assimilazione e neutralizzazione non funzionano, allora il sistema colpisce con tutta la sua forza brutale.
Non si pensi che, quando si parla di sistema di potere nemico della ‘giustizia uguale per tutti’, si intenda solo la destra berlusconiana. No, se avesse di fronte una vera alternativa il sistema non potrebbe funzionare, si romperebbe. Per reggere deve essere profondamente bipartisan e pervasivo.
Così de Magistris raccoglie interrogazioni parlamentari contro il suo operare a destra e a sinistra, in Forza Italia come nel PD, o come si chiamavano allora. Il capo dell’Associazione Magistrati Palamara, che poi sotto indagine parlerà anch’egli di “sistema”, il ministro della giustizia Mancino – di centrosinistra – il procuratore generale e poi leader politico berlusconiano Chiaravallotti, tutti si uniscono nella caccia al magistrato rompiscatole.
Quando poi, in una delle sue indagini, de Magistris arriva a coinvolgere persone legate a Romano Prodi, ciò segna la sua fine. Contro di lui si susseguono denunce ed indagini; magistrati, come quelli di Salerno, che dimostrano la totale correttezza e fondatezza delle inchieste, vengono trasferiti e si rovinano la carriera.
Alla fine tutti i poteri dello Stato, con il suggello del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, mettono Luigi de Magistris nell’impossibilità di continuare a fare il suo lavoro e nei fatti lo buttano fuori dalla magistratura.
“Nessuno mai saprà quello che si stava scoprendo, del resto – come non mi stanco di ripetere – lo stato non poteva certo farsi processare, tanto più se il mandante era nientemeno il capo dello stato”. Così conclude de Magistris nel suo libro.
Il potere in Italia oramai è fissato in un sistema ove politici, imprenditori, pubblici funzionari agiscono e si tutelano assieme. Certo, a volte le varie parti del sistema confliggono tra loro, ma sono sempre tutte unite quando “il sistema” stesso si sente minacciato.
Il vincolo esterno delle politiche di austerità europee e delle guerre della NATO ha poi legittimato e reso ancora più rigido e irriformabile il sistema di potere.
Sia chiaro, non è la guerra che ha unificato le principali forze politiche, ma è il loro sistema di potere consociativo che è naturalmente confluito nell’unità militarista della guerra.
La maggioranza dei cittadini non vota più perché ritiene che tutti i principali attori della politica siano sostanzialmente uguali e che chiunque governi, nulla cambi davvero.
Questo è assolutamente vero, ma paradossalmente l’astensione rafforza il sistema di potere, che ha sempre meno bisogno del voto dei cittadini, gli basta quella quota sufficiente a legittimare formalisticamente il suo perpetuarsi.
Così finiscono la democrazia e la giustizia in Italia; chi è contro il sistema di potere deve esserne consapevole.
Oggi in politica accade esattamente quello che è successo a de Magistris in magistratura.
Se rompi le scatole ti fanno fuori, con il sistema elettorale, coi soldi, se non basta con la repressione.
Oggi una forza che voglia essere contro il sistema di potere deve sapere che il suo non è un compito facile e di breve periodo. Credere che basti un poco di onestà per sconfiggere il sistema porta alle illusioni e alle sconfitte dei cinque stelle.
Il sistema italiano non è riformabile, può solo essere rovesciato e questo richiede il lento, faticoso necessario accumulo delle forze necessarie a farlo.
Fonte
Ad Arcore c’erano solo cene eleganti, con generosi e disinteressati regali del padrone di casa alle ospiti, tra le quali una era in buona fede presunta come nipote di Mubarak.
Questo è l’esito della giustizia italiana, la stessa che impone il 41bis a Cospito e non è riuscita a mettere in carcere un solo manager e titolare d’impresa per le migliaia di omicidi sul lavoro, i disastri e le stragi edilizie e ambientali.
Non è una questione di strapotere della magistratura, come lamentano i politici indagati in attesa di assoluzione. E neppure di ingerenze della politica sul libero esercizio del potere giudiziario, come rispondono i magistrati.
L’assenza di giustizia in Italia a partire dal principio fondante di essa, la giustizia uguale per tutti, non è colpa né della corporazione dei magistrati, né di quella dei politici, ma del sistema di potere unificati che le domina entrambe.
Se si vuol capire come funziona questo sistema e come colpisce chi lo vorrebbe mettere in discussione, è illuminante il libro autobiografico di Luigi de Magistris.
Lì viene raccontata con passione e dolore, facendo tutti i nomi e cognomi, la storia dell’estromissione dalla magistratura di colui che poi sarebbe diventato sindaco di Napoli.
De Magistris, giovane magistrato entusiasta figlio e nipote di magistrati, va in Calabria per esercitare la sua funzione con rigore e disinteresse. E qui riceve elogi finché si occupa dei delitti delle persone e della criminalità comuni. Lo Stato si vanta con lui e di lui per stabilire “legge ed ordine”.
Quando però le indagini cominciano a toccare affari ed imprenditori, allora la musica cambia.
Un insieme di legami e di intrecci di interessi uniscono politici, magistrati, imprenditori. E attraverso la catena di questi intrecci, ben oliata dalle logge massoniche, le mafie fanno e nascondono i loro profitti.
Ecco allora che quando de Magistris comincia ad indagare sul sistema di potere, questo subito si mette in moto per fermarlo. Prima con blandizie, collocazioni migliori, elogi e prospettive di carriera. Poi, quando capisce che i mezzi di assimilazione e neutralizzazione non funzionano, allora il sistema colpisce con tutta la sua forza brutale.
Non si pensi che, quando si parla di sistema di potere nemico della ‘giustizia uguale per tutti’, si intenda solo la destra berlusconiana. No, se avesse di fronte una vera alternativa il sistema non potrebbe funzionare, si romperebbe. Per reggere deve essere profondamente bipartisan e pervasivo.
Così de Magistris raccoglie interrogazioni parlamentari contro il suo operare a destra e a sinistra, in Forza Italia come nel PD, o come si chiamavano allora. Il capo dell’Associazione Magistrati Palamara, che poi sotto indagine parlerà anch’egli di “sistema”, il ministro della giustizia Mancino – di centrosinistra – il procuratore generale e poi leader politico berlusconiano Chiaravallotti, tutti si uniscono nella caccia al magistrato rompiscatole.
Quando poi, in una delle sue indagini, de Magistris arriva a coinvolgere persone legate a Romano Prodi, ciò segna la sua fine. Contro di lui si susseguono denunce ed indagini; magistrati, come quelli di Salerno, che dimostrano la totale correttezza e fondatezza delle inchieste, vengono trasferiti e si rovinano la carriera.
Alla fine tutti i poteri dello Stato, con il suggello del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, mettono Luigi de Magistris nell’impossibilità di continuare a fare il suo lavoro e nei fatti lo buttano fuori dalla magistratura.
“Nessuno mai saprà quello che si stava scoprendo, del resto – come non mi stanco di ripetere – lo stato non poteva certo farsi processare, tanto più se il mandante era nientemeno il capo dello stato”. Così conclude de Magistris nel suo libro.
Il potere in Italia oramai è fissato in un sistema ove politici, imprenditori, pubblici funzionari agiscono e si tutelano assieme. Certo, a volte le varie parti del sistema confliggono tra loro, ma sono sempre tutte unite quando “il sistema” stesso si sente minacciato.
Il vincolo esterno delle politiche di austerità europee e delle guerre della NATO ha poi legittimato e reso ancora più rigido e irriformabile il sistema di potere.
Sia chiaro, non è la guerra che ha unificato le principali forze politiche, ma è il loro sistema di potere consociativo che è naturalmente confluito nell’unità militarista della guerra.
La maggioranza dei cittadini non vota più perché ritiene che tutti i principali attori della politica siano sostanzialmente uguali e che chiunque governi, nulla cambi davvero.
Questo è assolutamente vero, ma paradossalmente l’astensione rafforza il sistema di potere, che ha sempre meno bisogno del voto dei cittadini, gli basta quella quota sufficiente a legittimare formalisticamente il suo perpetuarsi.
Così finiscono la democrazia e la giustizia in Italia; chi è contro il sistema di potere deve esserne consapevole.
Oggi in politica accade esattamente quello che è successo a de Magistris in magistratura.
Se rompi le scatole ti fanno fuori, con il sistema elettorale, coi soldi, se non basta con la repressione.
Oggi una forza che voglia essere contro il sistema di potere deve sapere che il suo non è un compito facile e di breve periodo. Credere che basti un poco di onestà per sconfiggere il sistema porta alle illusioni e alle sconfitte dei cinque stelle.
Il sistema italiano non è riformabile, può solo essere rovesciato e questo richiede il lento, faticoso necessario accumulo delle forze necessarie a farlo.
Fonte
22/01/2020
Il “laboratorio Napoli” è morto, viva il Laboratorio Napoli!
Non sappiamo mentire, anche se ci costa emotivamente dire quanto segue. Perché, come tanti che si sono attivati in questi anni in maniera disinteressata, ci abbiamo creduto. Abbiamo creduto che il secondo mandato di questa amministrazione potesse dare forza alle energie dal basso, far rinascere una città, difendere gli interessi delle classi popolari.
Purtroppo dobbiamo prendere atto che così non è stato. Più volte abbiamo lanciato un grido di allarme, cercando di conciliare la responsabilità verso una situazione difficile con le esigenze della nostra gente che non possiamo tradire.
Ma una cosa è essere comprensivi verso chi, in buona fede, sbaglia. Altra cosa è restare zitti mentre una parte dell’apparato amministrativo, in cattiva fede, pensa più alla sua sopravvivenza politica che alla città.
L’esperienza di De Magistris sta rischiando il fallimento da un punto di vista amministrativo. I problemi di Napoli sono tanti e atavici, certo, dipendono anche dalla Regione, dallo Stato, dalla camorra e da un’imprenditoria vorace. Ma proprio per questo andrebbero affrontati con competenza e soprattutto con partecipazione popolare. Invece nell’ultimo anno il secondo mandato di De Magistris si è caratterizzato per una continua lotta di potere all’interno della maggioranza, per la promozione di soggetti premiati perché fedeli e non perché capaci, per un rinchiudersi nei palazzi e restare lontani dai cittadini. In questi mesi abbiamo assistito a un rimpasto di Giunta incomprensibile, a scenari da fine impero, imbarazzanti anche moralmente.
Ma l’esperienza De Magistris rischia di fallire anche da un punto di vista politico. Il sindaco si era proposto di costruire in Italia una sinistra di alternativa al PD, che dava spazio alle forze dal basso e attaccava il partito del Jobs Act, dello Sblocca Italia, delle discariche e delle grandi opere inutili. Anche questa prospettiva sta crollando definitivamente da quando qualche giorno fa, nel giro di poche ore, De Magistris ha fatto marcia indietro sulla Palmieri e si è piegato al PD. Chiudendo un accordo che è, a detta degli stessi protagonisti, propedeutico alle Regionali campane e alle amministrative 2021.
Si sta passando dalla “città ribelle” alla città che si schiera con chi governa in Regione e a Roma. Si è passati da “Renzi cacati sotto” a convergere con De Luca e Italia Viva. Si è passati dall’ipotesi delle assemblee popolari di quartiere a non poter convocare per mesi il consiglio comunale.
Ci si giustifica dietro paroloni come “l’avanzata del fascismo”, ma la verità è che al governo ci sono il PD e i 5 Stelle. E che Sandro Ruotolo, se eletto, andrà a puntellare chi non sta facendo nulla per le classi popolari, che continua a regalare soldi a banche e imprese, che ha rinnovato gli accordi con la Libia con i suoi lager, che non ha cancellato i Decreti Sicurezza perché li aveva inventati Minniti, che porta avanti TAV e altre speculazioni... Ruotolo sarà come Siani, come Bartolo: tutte brave persone, utilizzate purtroppo strumentalmente come foglie di fico.
La verità è che dentro la compagine di De Magistris è pieno di gente che ha paura, paura di perdere il posto o i suoi 15 minuti di celebrità.
Noi non abbiamo paura. Molti ci hanno consigliato prudenza, altri ci hanno detto che mettevamo al rischio quel passaggio di proprietà, che va avanti ormai da anni, dell’Ex OPG dal Demanio al Comune, atto che metterebbe in sicurezza l’Ex OPG e che presto dovrebbe essere votato dal consiglio comunale...
Ma noi pensiamo che i centri sociali non si difendono con i compromessi, ma innanzitutto tenendoli aperti, con la partecipazione popolare e con il consenso che crei. Potranno anche “punirci” tentando di toglierci l’Ex OPG, ma che senso avrebbe conservare quattro mura perdendo l’anima?
Questo non fa che darci più determinazione. Il “laboratorio Napoli” non è mai stato un Sindaco o un’amministrazione. Ma le forze collettive, i centri sociali, le associazioni, i comitati di cittadini. Il Laboratorio Napoli è forse morto come esperienza amministrativa, ma è vivo nelle strade della città in cui continuano ad andare avanti lotte e mutualismo.
E questo mondo non accetterà di finire nel PD, in quel centrosinistra che, ben più di Berlusconi o Salvini, ha fatto le riforme che hanno distrutto lo stato sociale, la contrattazione dei lavoratori, la condizione degli immigrati.
La destra vince e cresce perché non si sogna più ma ci si piega a un cinico realismo. Perché non esiste una vera forza che lotti per gli interessi popolari. Noi la vogliamo costruire, insieme a tutte e tutti quelli che resistono.
Per questo ci vedremo venerdì alle 17:30 all’Ex OPG “Je so’ pazzo”. Vogliamo organizzarci per lanciare un percorso alternativo al PD – a partire dal sostegno alla candidatura di Giuseppe Aragno, che non è solo il candidato di Potere al Popolo, ma di tutta la Napoli che lotta e che non si arrende alla rassegnazione – passando per le prossime regionali ed amministrative.
Quelli che ti invitano alla saggezza, alla responsabilità, ti invitano alla rassegnazione. Ti invitano ad accettare questa normalità. Ma se la normalità è questa, preferiamo continuare a dirci pazzi!
Fonte
Purtroppo dobbiamo prendere atto che così non è stato. Più volte abbiamo lanciato un grido di allarme, cercando di conciliare la responsabilità verso una situazione difficile con le esigenze della nostra gente che non possiamo tradire.
Ma una cosa è essere comprensivi verso chi, in buona fede, sbaglia. Altra cosa è restare zitti mentre una parte dell’apparato amministrativo, in cattiva fede, pensa più alla sua sopravvivenza politica che alla città.
L’esperienza di De Magistris sta rischiando il fallimento da un punto di vista amministrativo. I problemi di Napoli sono tanti e atavici, certo, dipendono anche dalla Regione, dallo Stato, dalla camorra e da un’imprenditoria vorace. Ma proprio per questo andrebbero affrontati con competenza e soprattutto con partecipazione popolare. Invece nell’ultimo anno il secondo mandato di De Magistris si è caratterizzato per una continua lotta di potere all’interno della maggioranza, per la promozione di soggetti premiati perché fedeli e non perché capaci, per un rinchiudersi nei palazzi e restare lontani dai cittadini. In questi mesi abbiamo assistito a un rimpasto di Giunta incomprensibile, a scenari da fine impero, imbarazzanti anche moralmente.
Ma l’esperienza De Magistris rischia di fallire anche da un punto di vista politico. Il sindaco si era proposto di costruire in Italia una sinistra di alternativa al PD, che dava spazio alle forze dal basso e attaccava il partito del Jobs Act, dello Sblocca Italia, delle discariche e delle grandi opere inutili. Anche questa prospettiva sta crollando definitivamente da quando qualche giorno fa, nel giro di poche ore, De Magistris ha fatto marcia indietro sulla Palmieri e si è piegato al PD. Chiudendo un accordo che è, a detta degli stessi protagonisti, propedeutico alle Regionali campane e alle amministrative 2021.
Si sta passando dalla “città ribelle” alla città che si schiera con chi governa in Regione e a Roma. Si è passati da “Renzi cacati sotto” a convergere con De Luca e Italia Viva. Si è passati dall’ipotesi delle assemblee popolari di quartiere a non poter convocare per mesi il consiglio comunale.
Ci si giustifica dietro paroloni come “l’avanzata del fascismo”, ma la verità è che al governo ci sono il PD e i 5 Stelle. E che Sandro Ruotolo, se eletto, andrà a puntellare chi non sta facendo nulla per le classi popolari, che continua a regalare soldi a banche e imprese, che ha rinnovato gli accordi con la Libia con i suoi lager, che non ha cancellato i Decreti Sicurezza perché li aveva inventati Minniti, che porta avanti TAV e altre speculazioni... Ruotolo sarà come Siani, come Bartolo: tutte brave persone, utilizzate purtroppo strumentalmente come foglie di fico.
La verità è che dentro la compagine di De Magistris è pieno di gente che ha paura, paura di perdere il posto o i suoi 15 minuti di celebrità.
Noi non abbiamo paura. Molti ci hanno consigliato prudenza, altri ci hanno detto che mettevamo al rischio quel passaggio di proprietà, che va avanti ormai da anni, dell’Ex OPG dal Demanio al Comune, atto che metterebbe in sicurezza l’Ex OPG e che presto dovrebbe essere votato dal consiglio comunale...
Ma noi pensiamo che i centri sociali non si difendono con i compromessi, ma innanzitutto tenendoli aperti, con la partecipazione popolare e con il consenso che crei. Potranno anche “punirci” tentando di toglierci l’Ex OPG, ma che senso avrebbe conservare quattro mura perdendo l’anima?
Questo non fa che darci più determinazione. Il “laboratorio Napoli” non è mai stato un Sindaco o un’amministrazione. Ma le forze collettive, i centri sociali, le associazioni, i comitati di cittadini. Il Laboratorio Napoli è forse morto come esperienza amministrativa, ma è vivo nelle strade della città in cui continuano ad andare avanti lotte e mutualismo.
E questo mondo non accetterà di finire nel PD, in quel centrosinistra che, ben più di Berlusconi o Salvini, ha fatto le riforme che hanno distrutto lo stato sociale, la contrattazione dei lavoratori, la condizione degli immigrati.
La destra vince e cresce perché non si sogna più ma ci si piega a un cinico realismo. Perché non esiste una vera forza che lotti per gli interessi popolari. Noi la vogliamo costruire, insieme a tutte e tutti quelli che resistono.
Per questo ci vedremo venerdì alle 17:30 all’Ex OPG “Je so’ pazzo”. Vogliamo organizzarci per lanciare un percorso alternativo al PD – a partire dal sostegno alla candidatura di Giuseppe Aragno, che non è solo il candidato di Potere al Popolo, ma di tutta la Napoli che lotta e che non si arrende alla rassegnazione – passando per le prossime regionali ed amministrative.
Quelli che ti invitano alla saggezza, alla responsabilità, ti invitano alla rassegnazione. Ti invitano ad accettare questa normalità. Ma se la normalità è questa, preferiamo continuare a dirci pazzi!
Fonte
05/03/2019
Elezioni europee, De Magistris rinuncia
Si sapeva da sabato sera, dopo la conclusione dell’assemblea di DemA, ma soltanto stamattina è arrivata la conferma ufficile: “Per quanto mi riguarda non ci sono gli spazi per essere presente alle europee e nemmeno con una lista che faccia riferimento al movimento DemA”.
Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, a margine della presentazione di un’iniziativa a Palazzo San Giacomo, ha spiegato che “tutti volevano una mia presenza totalizzante per le europee, ma chi ha esperienza politica e come me ha il dovere di amministrare deve avere la maturità, la saggezza e l’attenzione a valutare bene ogni cosa”.
Il progetto politico, ha affermato il sindaco, comunque “va avanti e vede in demA uno dei punti di riferimento insieme ad altri”.
Si chiude così la possibilità di mettere insieme una coalizione alternativa al Pd e alla destra leghista, oltre che ai Cinque Stelle, su cui tutta l’area cosiddetta “di sinistra” si era come sempre attivata soltanto in vista delle elezioni.
Anche Potere al Popolo, com’è noto, ha partecipato alle fasi di discussione tra le varie “anime” di questo mondo tanto composito quanto socialmente ormai poco radicato, dopo un voto in piattaforma. Bisogna dire che PaP è stata anche l’unica formazione a portare alla discussione dei contenuti chiari, “sconvolgendo” molti dei presenti, abituati a “badare alla ciccia” (le candidature in collegi potenzialmente interessanti) piuttosto che alle proposte da portare all’attenzione degli elettori. Un’attitudine, questa, che spiega già da sola perché “la sinistra” sia ormai estranea alle dinamiche sociali effettive.
Ma il tempo speso in questo tentativo, inutile girarci intorno, appare oggi come tempo perso.
Il sindaco e il suo entourage hanno provato in tutti modi a trovare la quadra tra orientamenti ideali opposti (gli “europeisti senza se e senza ma” di Diem, Possibile, Sinistra Italiana, sia pure con accenti critici diversi, ostili financo alla presenza di PaP al tavolo), interessi pratici urgenti (molti “partiti” rischiano di sparire se non riescono ad eleggere almeno un parlamentare), veti reciproci e quant’altro si può immaginare.
Alla fine ha dovuto dire basta: troppo grande il rischio di andare alle europee con una lista più ristretta di quella considerata indispensabile per superare la soglia di sbarramento (4%), senza poter raccogliere le firme necessarie (180.000, con almeno 3.000 per ogni regione, per quanto piccola), con una coalizione litigiosa su quasi tutto.
Per chi legittimamente punta, il prossimo anno, a lanciare la sfida per la Regione Campania, le elezioni europee potevano essere un trampolino di lancio. Ma guai a trasformarlo in un flop.
Di certo hanno giocato un ruolo negativo altri “tavoli” allestiti in parallelo, che coinvolgevano parte delle forze che nel frattempo discutevano con De Magistris; e che oggi appaiono come semplici ostacoli posti per far fallire quel tentativo e portare – secondo logica – qualche vecchio “cespuglio” nell’alveo ammuffito del “centrosinistra”. Ovviamente quello riverniciato con le icone di Zingaretti e Landini, ma con l’identico programma di Renzi e Confindustria (a partire dalla Tav).
I micromondi che avevano pensato ancora una volta di poter ottenere un risultato mediante semplice affastellamento di soggettività restano dunque in mezzo al guado. Rifondazione ha comunque – sembra – la possibilità di presentarsi grazie al simbolo della “Sinistra europea”, che nella scorsa legislatura continentale aveva raccolto tre parlamentari italiani (Eleonora Forenza, Curzio Maltese e Barbara Spinelli) e ha “preso l’iniziativa di proporre la presentazione di una lista unitaria della sinistra antiliberista mettendo a disposizione i simboli della Sinistra Europea e del nostro gruppo parlamentare ‘Sinistra unitaria europea-Sinistra verde nordica’ GUE/NGL”, allo scopo di “favorire un’ampia confluenza di formazioni politiche e settori di movimento a pochi mesi dalle elezioni europee del 26 maggio 2019”.
In mancanza di candidature mediaticamente forti come quella del sindaco di Napoli, però, le potenzialità di una lista così sono inevitabilmente ridotte.
Resta perciò totalmente inevasa la domanda di una rappresentanza politica in grado di essere anche rappresentanza elettorale per orientare il “blocco sociale” popolare in direzione opposta a quella piddin-leghista-grillina.
E, da quel che abbiamo visto anche in questa occasione, questa rappresentanza politica va costruita con pazienza, determinazione, serietà, prendendo in considerazione la partecipazione a momenti elettorali in funzione di questo obbiettivo, e non “ad ogni costo”.
Ossia fuori dai miti consolatori, dalla coazione a ripetere sempre lo stesso errore, dalle logiche perverse della “sinistra” che scopre “il bisogno di unità” quando c’è da fare una lista elettorale e si divide il giorno dopo le elezioni. E qualche volta anche prima...
Fonte
Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, a margine della presentazione di un’iniziativa a Palazzo San Giacomo, ha spiegato che “tutti volevano una mia presenza totalizzante per le europee, ma chi ha esperienza politica e come me ha il dovere di amministrare deve avere la maturità, la saggezza e l’attenzione a valutare bene ogni cosa”.
Il progetto politico, ha affermato il sindaco, comunque “va avanti e vede in demA uno dei punti di riferimento insieme ad altri”.
Si chiude così la possibilità di mettere insieme una coalizione alternativa al Pd e alla destra leghista, oltre che ai Cinque Stelle, su cui tutta l’area cosiddetta “di sinistra” si era come sempre attivata soltanto in vista delle elezioni.
Anche Potere al Popolo, com’è noto, ha partecipato alle fasi di discussione tra le varie “anime” di questo mondo tanto composito quanto socialmente ormai poco radicato, dopo un voto in piattaforma. Bisogna dire che PaP è stata anche l’unica formazione a portare alla discussione dei contenuti chiari, “sconvolgendo” molti dei presenti, abituati a “badare alla ciccia” (le candidature in collegi potenzialmente interessanti) piuttosto che alle proposte da portare all’attenzione degli elettori. Un’attitudine, questa, che spiega già da sola perché “la sinistra” sia ormai estranea alle dinamiche sociali effettive.
Ma il tempo speso in questo tentativo, inutile girarci intorno, appare oggi come tempo perso.
Il sindaco e il suo entourage hanno provato in tutti modi a trovare la quadra tra orientamenti ideali opposti (gli “europeisti senza se e senza ma” di Diem, Possibile, Sinistra Italiana, sia pure con accenti critici diversi, ostili financo alla presenza di PaP al tavolo), interessi pratici urgenti (molti “partiti” rischiano di sparire se non riescono ad eleggere almeno un parlamentare), veti reciproci e quant’altro si può immaginare.
Alla fine ha dovuto dire basta: troppo grande il rischio di andare alle europee con una lista più ristretta di quella considerata indispensabile per superare la soglia di sbarramento (4%), senza poter raccogliere le firme necessarie (180.000, con almeno 3.000 per ogni regione, per quanto piccola), con una coalizione litigiosa su quasi tutto.
Per chi legittimamente punta, il prossimo anno, a lanciare la sfida per la Regione Campania, le elezioni europee potevano essere un trampolino di lancio. Ma guai a trasformarlo in un flop.
Di certo hanno giocato un ruolo negativo altri “tavoli” allestiti in parallelo, che coinvolgevano parte delle forze che nel frattempo discutevano con De Magistris; e che oggi appaiono come semplici ostacoli posti per far fallire quel tentativo e portare – secondo logica – qualche vecchio “cespuglio” nell’alveo ammuffito del “centrosinistra”. Ovviamente quello riverniciato con le icone di Zingaretti e Landini, ma con l’identico programma di Renzi e Confindustria (a partire dalla Tav).
I micromondi che avevano pensato ancora una volta di poter ottenere un risultato mediante semplice affastellamento di soggettività restano dunque in mezzo al guado. Rifondazione ha comunque – sembra – la possibilità di presentarsi grazie al simbolo della “Sinistra europea”, che nella scorsa legislatura continentale aveva raccolto tre parlamentari italiani (Eleonora Forenza, Curzio Maltese e Barbara Spinelli) e ha “preso l’iniziativa di proporre la presentazione di una lista unitaria della sinistra antiliberista mettendo a disposizione i simboli della Sinistra Europea e del nostro gruppo parlamentare ‘Sinistra unitaria europea-Sinistra verde nordica’ GUE/NGL”, allo scopo di “favorire un’ampia confluenza di formazioni politiche e settori di movimento a pochi mesi dalle elezioni europee del 26 maggio 2019”.
In mancanza di candidature mediaticamente forti come quella del sindaco di Napoli, però, le potenzialità di una lista così sono inevitabilmente ridotte.
Resta perciò totalmente inevasa la domanda di una rappresentanza politica in grado di essere anche rappresentanza elettorale per orientare il “blocco sociale” popolare in direzione opposta a quella piddin-leghista-grillina.
E, da quel che abbiamo visto anche in questa occasione, questa rappresentanza politica va costruita con pazienza, determinazione, serietà, prendendo in considerazione la partecipazione a momenti elettorali in funzione di questo obbiettivo, e non “ad ogni costo”.
Ossia fuori dai miti consolatori, dalla coazione a ripetere sempre lo stesso errore, dalle logiche perverse della “sinistra” che scopre “il bisogno di unità” quando c’è da fare una lista elettorale e si divide il giorno dopo le elezioni. E qualche volta anche prima...
Fonte
20/02/2019
I quattro tavoli e mezzo della “sinistra”per le elezioni europee...
Si avvicina la scadenza per la presentazione delle liste alle elezioni europee e sono in grande agitazione tutte le forze che appartengono a ciò che nel linguaggio comune viene chiamata “sinistra”, anche quando – tra significato reale e sua “rappresentazione” – sono in molti coloro che cominciano a mettere in dubbio questa categoria.
La “crisi della sinistra” in Italia è rappresentata da un paradosso: per la prima volta nella storia delle elezioni, a tre mesi dal voto, nessuna formazione che si richiami ad essa sa ancora quale sarà il simbolo e la lista di cui farà parte. Ed è persino possibile che nessuno dei gruppi parlamentari di sinistra nel parlamento partecipi come tale alle elezioni europee.
A portare a questo stato confusionale sono sia le condizioni politiche, sia le regole elettorali. Che per le europee impongono la raccolta di almeno 180.000 firme ad ogni forza che non possa usufruire di qualche simbolo che abbia già partecipato alle elezioni eleggendo dei parlamentari.
E’ una regola truffa, perché praticamente nessuna forza politica italiana oggi sarebbe in grado di raccogliere quelle firme in meno di due mesi. Quindi la presentazione delle liste, in forme che si propongono di ostentare un qualsiasi rinnovamento rispetto al passato, deve fare i conti con la dura realtà: trovare simboli che permettano di saltare le firme e partecipare al voto.
Quindi visione politica ed esigenze pratiche si intrecciano, specie per le forze più piccole, nelle scelte.
Che però ancora non sono definite: allo stato attuale i tavoli “a sinistra”, una volta si chiamavano “cantieri”, sono almeno quattro e mezzo.
Il primo tavolo è quello di Calenda, che con la sinistra non c’entra nulla ma ne occupa in parte il campo. Calenda ha proposto un appello per una lista alla Macron, cioè europeista e liberista. Questa lista dovrebbe comprendere il PD (simbolo) ma andare oltre, cioè da Monti a Bonino. Tutti i candidati a segretario del PD hanno firmato l’appello di Calenda, ma Zingaretti ha un piano B.
Il secondo tavolo è proprio quello di Zingaretti, un pochino “più a sinistra” di quello precedente. Qui si potrebbe costruire un’alleanza che, oltre al PD, raccogliesse Bonino, i Verdi, la parte ex PD di LEU e qualche componente di Sinistra Italiana. Anche le forze più piccole di questa possibile alleanza hanno un piano B.
Il terzo tavolo è proprio quello dei Verdi, che hanno un simbolo riconosciuto che evita la raccolta delle firme. I verdi sono alleati con il movimento del sindaco di Parma, Pizzarotti, e con essi potrebbero andare anche settori di LEU e Bonino se fallisse il tavolo Zingaretti. Diem25, l’organizzazione italiana di Varoufakis – che è un po’ come l’araba fenice – potrebbe anch’essa far parte della lista, dopo che ha abbandonato il quarto tavolo, quello della lista De Magistris.
Il quarto tavolo, quello della coalizione promossa dal sindaco di Napoli, è ad oggi quello più variabile. Nato su iniziativa di DemA (il partito-movimento di De Magistris), Rifondazione, Sinistra Italiana, Possibile, Diem 25 e altre formazioni minori, questo tavolo è stato sconvolto dall’irruzione in esso di Potere al Popolo, esplicitamente invitato dal sindaco di Napoli. PaP infatti ha posto dei punti programmatici fermi, che hanno sconvolto una lista che stava nascendo sotto il segno del tutto e contrario di tutto.
Di fronte alla disponibilità di De Magistris di accogliere parzialmente i punti di PaP – cosa che ha aperto una discussione interna ad esso – Diem25 ha abbandonato il tavolo, Sinistra Italiana e Possibile quasi, e Rifondazione si è schierata con loro, attaccando il “settarismo” di Potere al Popolo. Va detto però che Rifondazione è titolare del simbolo Sinistra Europea, grazie al quale anche qui si eviterebbe la raccolta delle firme. Nasce così il “mezzo tavolo” che si va ad aggiungere agli altri.
Il “mezzo tavolo” è quello che si riunisce oggi 20 febbraio e che comprende Rifondazione, Sinistra Italiana e Possibile e, nel caso di crisi della lista De Magistris o di indisponibilità del suo promotore, produrrà una propria lista, sempre con il simbolo di Sinistra Europea.
C’è da aggiungere che ci sono forze, come Sinistra Italiana e Possibile, che sono presenti o interessate a più tavoli e questo può produrre sorprese finali in un gioco di composizione delle liste che somiglia sempre più ai quattro cantoni.
In questo contesto il sofferto discutere di Potere al Popolo intorno a punti programmatici – sulla UE, NATO e Venezuela, alternatività al PD, una vera differenza di genere nelle liste – pare davvero appartenere ad un’altra dimensione. Quella della politica fondata su scelte vere e coerenti, lontana da una sinistra che si sta estinguendo in giochi politicisti, sempre più confusi ed inutili.
Fonte
La “crisi della sinistra” in Italia è rappresentata da un paradosso: per la prima volta nella storia delle elezioni, a tre mesi dal voto, nessuna formazione che si richiami ad essa sa ancora quale sarà il simbolo e la lista di cui farà parte. Ed è persino possibile che nessuno dei gruppi parlamentari di sinistra nel parlamento partecipi come tale alle elezioni europee.
A portare a questo stato confusionale sono sia le condizioni politiche, sia le regole elettorali. Che per le europee impongono la raccolta di almeno 180.000 firme ad ogni forza che non possa usufruire di qualche simbolo che abbia già partecipato alle elezioni eleggendo dei parlamentari.
E’ una regola truffa, perché praticamente nessuna forza politica italiana oggi sarebbe in grado di raccogliere quelle firme in meno di due mesi. Quindi la presentazione delle liste, in forme che si propongono di ostentare un qualsiasi rinnovamento rispetto al passato, deve fare i conti con la dura realtà: trovare simboli che permettano di saltare le firme e partecipare al voto.
Quindi visione politica ed esigenze pratiche si intrecciano, specie per le forze più piccole, nelle scelte.
Che però ancora non sono definite: allo stato attuale i tavoli “a sinistra”, una volta si chiamavano “cantieri”, sono almeno quattro e mezzo.
Il primo tavolo è quello di Calenda, che con la sinistra non c’entra nulla ma ne occupa in parte il campo. Calenda ha proposto un appello per una lista alla Macron, cioè europeista e liberista. Questa lista dovrebbe comprendere il PD (simbolo) ma andare oltre, cioè da Monti a Bonino. Tutti i candidati a segretario del PD hanno firmato l’appello di Calenda, ma Zingaretti ha un piano B.
Il secondo tavolo è proprio quello di Zingaretti, un pochino “più a sinistra” di quello precedente. Qui si potrebbe costruire un’alleanza che, oltre al PD, raccogliesse Bonino, i Verdi, la parte ex PD di LEU e qualche componente di Sinistra Italiana. Anche le forze più piccole di questa possibile alleanza hanno un piano B.
Il terzo tavolo è proprio quello dei Verdi, che hanno un simbolo riconosciuto che evita la raccolta delle firme. I verdi sono alleati con il movimento del sindaco di Parma, Pizzarotti, e con essi potrebbero andare anche settori di LEU e Bonino se fallisse il tavolo Zingaretti. Diem25, l’organizzazione italiana di Varoufakis – che è un po’ come l’araba fenice – potrebbe anch’essa far parte della lista, dopo che ha abbandonato il quarto tavolo, quello della lista De Magistris.
Il quarto tavolo, quello della coalizione promossa dal sindaco di Napoli, è ad oggi quello più variabile. Nato su iniziativa di DemA (il partito-movimento di De Magistris), Rifondazione, Sinistra Italiana, Possibile, Diem 25 e altre formazioni minori, questo tavolo è stato sconvolto dall’irruzione in esso di Potere al Popolo, esplicitamente invitato dal sindaco di Napoli. PaP infatti ha posto dei punti programmatici fermi, che hanno sconvolto una lista che stava nascendo sotto il segno del tutto e contrario di tutto.
Di fronte alla disponibilità di De Magistris di accogliere parzialmente i punti di PaP – cosa che ha aperto una discussione interna ad esso – Diem25 ha abbandonato il tavolo, Sinistra Italiana e Possibile quasi, e Rifondazione si è schierata con loro, attaccando il “settarismo” di Potere al Popolo. Va detto però che Rifondazione è titolare del simbolo Sinistra Europea, grazie al quale anche qui si eviterebbe la raccolta delle firme. Nasce così il “mezzo tavolo” che si va ad aggiungere agli altri.
Il “mezzo tavolo” è quello che si riunisce oggi 20 febbraio e che comprende Rifondazione, Sinistra Italiana e Possibile e, nel caso di crisi della lista De Magistris o di indisponibilità del suo promotore, produrrà una propria lista, sempre con il simbolo di Sinistra Europea.
C’è da aggiungere che ci sono forze, come Sinistra Italiana e Possibile, che sono presenti o interessate a più tavoli e questo può produrre sorprese finali in un gioco di composizione delle liste che somiglia sempre più ai quattro cantoni.
In questo contesto il sofferto discutere di Potere al Popolo intorno a punti programmatici – sulla UE, NATO e Venezuela, alternatività al PD, una vera differenza di genere nelle liste – pare davvero appartenere ad un’altra dimensione. Quella della politica fondata su scelte vere e coerenti, lontana da una sinistra che si sta estinguendo in giochi politicisti, sempre più confusi ed inutili.
Fonte
03/01/2019
Decreto Salvini. Il No dei sindaci, le preoccupazioni dei Prefetti
Il Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, tiene il punto e fa sapere che non intende recedere dalla sua posizione contro l’applicazione del decreto sicurezza, convertito in legge: “Non arretro, non c’è motivo di arretrare. Il comportamento del governo è eversivo, non siamo un modello ma solo l’esempio di come si debba rispettare la Costituzione”, ha dichiarato in una intervista radiofonica sottolineando come la reazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini “dimostra il degrado della cultura politica”.
“Io ho assunto una posizione che non è né di protesta, né di disubbidienza, né di obiezione di coscienza. Ho assolto alle mie funzioni istituzionali di sindaco, l’ho fatto in modo formale il 21 dicembre, senza fare alcun comunicato” ha detto Orlando, “Siamo in presenza di un provvedimento che rende coloro che hanno un regolare permesso di soggiorno ad essere dall’oggi al domani senza diritti”. E “tutto questo è in palese violazione dei diritti costituzionali”, quindi “è dovere di un sindaco non scaricare sui dipendenti comunali la responsabilità, per questo ho disposto per iscritto di sospendere l’attuazione di questo decreto, perché siamo in presenza di una violazione di diritti umani che non sono poi risarcibili”.
Anche il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris ha preso posizione contro il Decreto sicurezza. “Da quando amministriamo Napoli – ha detto De Magistris – abbiamo sempre e solo interpretato le leggi ordinarie in maniera costituzionalmente orientata. Noi continueremo a concedere la residenza e non c’è bisogno di un ordine del sindaco o di una delibera perché in questa amministrazione c’è il valore condiviso di interpretare le leggi in maniera costituzionalmente orientata e là dove c’è un dubbio giuridico, un’interpretazione distorta o una volontà politica nazionale che tende invece a violare le leggi costituzionali o a discriminare in base a un motivo di tipo razziale, noi non possiamo che andare in direzione completamente opposta rispetto a questo diktat proveniente da Roma”.
In modo diversamente articolato hanno espresso una posizione simile anche i sindaci di Parma (Pizzarotti) e di Firenze (Nardella). Il 4 dicembre scorso il Consiglio Comunale di Roma aveva approvato una mozione nella quale intendeva “chiedere al ministro dell’Interno e al governo di aprire un confronto istituzionale con Roma e le città italiane al fine di valutare le ricadute concrete di tale decreto sull’impatto in termini economici, sociali e sulla sicurezza dei territori”.
A metà dicembre erano stati invece i Prefetti, cioè i rappresentanti del governo nelle città, a dare una interpretazione più diluita della circolare del Ministero degli Interni sugli sgomberi dei luoghi occupati dai migranti. Con una motivazione semplice: la massa di migranti cacciati dai centri o dalle residenze di fortuna non potendo essere rimpatriati né in pochi né in molto giorni, finiscono effettivamente per strada. Dormendo dove capita, guadagnandosi da mangiare in mille modi diversi (dal lavoro nero al commercio di strada, dalla questua alla prostituzione, dai semafori al piccolo spaccio), diventando quindi molto più visibili e perciò “preoccupanti” agli occhi della popolazione magari convinta dalla fanfaronate di Salvini.
E proprio la reazione del ministro degli Interni per ora sembra rabbiosa ma consapevole della differenza tra una legge acchiappa-consensi e la realtà delle cose. Salvini si è limitato a commentare: “Come hanno pensato di aprire l’anno nuovo alcuni sindaci, guardacaso di sinistra? Dicendo non applicheremo il decreto sicurezza approvato dal Parlamento, dal governo e firmato dal presidente della Repubblica. Hanno applaudito il discorso di Mattarella, che a me peraltro è molto piaciuto, e contestano un decreto firmato e promulgato dallo stesso presidente della Repubblica. Per loro è un decreto disumano e criminogeno”. Ed ha aggiunto un po’ più minacciosamente che: “I sindaci ne risponderanno legalmente”. Ed effettivamente il Ministero degli Interni ha tutti gli strumenti per destituire o imporre provvedimenti dello Stato ai sindaci.
Ma questi ultimi, i sindaci, hanno già detto che proprio questo stanno facendo, ma attraverso le leggi costituzionali ancora vigenti.
Fonte
“Io ho assunto una posizione che non è né di protesta, né di disubbidienza, né di obiezione di coscienza. Ho assolto alle mie funzioni istituzionali di sindaco, l’ho fatto in modo formale il 21 dicembre, senza fare alcun comunicato” ha detto Orlando, “Siamo in presenza di un provvedimento che rende coloro che hanno un regolare permesso di soggiorno ad essere dall’oggi al domani senza diritti”. E “tutto questo è in palese violazione dei diritti costituzionali”, quindi “è dovere di un sindaco non scaricare sui dipendenti comunali la responsabilità, per questo ho disposto per iscritto di sospendere l’attuazione di questo decreto, perché siamo in presenza di una violazione di diritti umani che non sono poi risarcibili”.
Anche il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris ha preso posizione contro il Decreto sicurezza. “Da quando amministriamo Napoli – ha detto De Magistris – abbiamo sempre e solo interpretato le leggi ordinarie in maniera costituzionalmente orientata. Noi continueremo a concedere la residenza e non c’è bisogno di un ordine del sindaco o di una delibera perché in questa amministrazione c’è il valore condiviso di interpretare le leggi in maniera costituzionalmente orientata e là dove c’è un dubbio giuridico, un’interpretazione distorta o una volontà politica nazionale che tende invece a violare le leggi costituzionali o a discriminare in base a un motivo di tipo razziale, noi non possiamo che andare in direzione completamente opposta rispetto a questo diktat proveniente da Roma”.
In modo diversamente articolato hanno espresso una posizione simile anche i sindaci di Parma (Pizzarotti) e di Firenze (Nardella). Il 4 dicembre scorso il Consiglio Comunale di Roma aveva approvato una mozione nella quale intendeva “chiedere al ministro dell’Interno e al governo di aprire un confronto istituzionale con Roma e le città italiane al fine di valutare le ricadute concrete di tale decreto sull’impatto in termini economici, sociali e sulla sicurezza dei territori”.
A metà dicembre erano stati invece i Prefetti, cioè i rappresentanti del governo nelle città, a dare una interpretazione più diluita della circolare del Ministero degli Interni sugli sgomberi dei luoghi occupati dai migranti. Con una motivazione semplice: la massa di migranti cacciati dai centri o dalle residenze di fortuna non potendo essere rimpatriati né in pochi né in molto giorni, finiscono effettivamente per strada. Dormendo dove capita, guadagnandosi da mangiare in mille modi diversi (dal lavoro nero al commercio di strada, dalla questua alla prostituzione, dai semafori al piccolo spaccio), diventando quindi molto più visibili e perciò “preoccupanti” agli occhi della popolazione magari convinta dalla fanfaronate di Salvini.
E proprio la reazione del ministro degli Interni per ora sembra rabbiosa ma consapevole della differenza tra una legge acchiappa-consensi e la realtà delle cose. Salvini si è limitato a commentare: “Come hanno pensato di aprire l’anno nuovo alcuni sindaci, guardacaso di sinistra? Dicendo non applicheremo il decreto sicurezza approvato dal Parlamento, dal governo e firmato dal presidente della Repubblica. Hanno applaudito il discorso di Mattarella, che a me peraltro è molto piaciuto, e contestano un decreto firmato e promulgato dallo stesso presidente della Repubblica. Per loro è un decreto disumano e criminogeno”. Ed ha aggiunto un po’ più minacciosamente che: “I sindaci ne risponderanno legalmente”. Ed effettivamente il Ministero degli Interni ha tutti gli strumenti per destituire o imporre provvedimenti dello Stato ai sindaci.
Ma questi ultimi, i sindaci, hanno già detto che proprio questo stanno facendo, ma attraverso le leggi costituzionali ancora vigenti.
Fonte
21/12/2018
Elezioni europee: a che punto siamo?
L’anno si chiude con l’ennesima capitolazione di un governo di un paese Pigs – l’Italia in questo caso – davanti ai diktat dell’Unione Europea sulle priorità economiche e sociali. Le imposizioni della Commissione Europea e la subalternità del governo, stanno dimostrando a tutti che il Parlamento e i parlamentari italiani sono ridotti al ruolo di passacarte dell'approvazione della legge di Bilancio decisa da Bruxelles.
E’ la conferma, prevista e prevedibile, della impraticabilità di ogni illusione negoziale in assenza di un “Piano B” che preveda la rottura, anche unilaterale, con i Trattati europei.
Ma è anche la conferma della impraticabilità di ogni ipotesi che preveda una “riforma” o una “modifica” dei trattati. Chi si ostina a seminare questo ingannevole e illusorio orizzonte, ci porta fuori strada e ci mantiene dentro la gabbia; come quei criceti che fanno girare fino all’impazzimento la ruota mentre sognano di correre liberi.
Nelle prossime elezioni europee di maggio, e nei mesi che le precederanno, questo e non altro sarà il tema dirimente. Su questo si misureranno le opzioni politiche in campo e si determineranno le possibili convergenze, in Italia come in Europa.
Mentre a livello generale si va comprendendo che la contrapposizione tra europeisti liberalprogressisti ed europeisti della destra nazionalista è del tutto ingannevole (come ha scritto saggiamente Le Monde Diplomatique alcuni mesi fa), in Italia siamo ancora inchiodati ad una discussione sui contenitori del tutto avulsa da quella sui contenuti. In molti ambiti, per fortuna non in tutti...
Domenica scorsa, il Coordinamento nazionale di Potere al Popolo ha cominciato a discutere il cosa fare alle elezioni europee. In primo luogo se presentarsi o meno (e la maggioranza degli interventi si è pronunciata per accettare la sfida, approfittando però dell’occasione elettorale per farne una campagna politica all’interno delle “larghe masse” del nostro blocco sociale di riferimento). In secondo luogo, se farlo da soli come Potere al Popolo o guardarsi intorno per verificare se ci sono altre forze disponibili ad un programma di aperta rottura con i Trattati dell’Unione Europea.
Quasi contemporaneamente, a Napoli il meeting convocato dal sindaco De Magistris registrava una performance tutt’altro che entusiasmante, mentre l’assemblea di Mdp (socio fondatore di LeU) risentiva fin troppo evidentemente del richiamo della sirena di un Pd che, con Zingaretti, potrebbe tornare ad essere gestito dalla “ditta” (gli ex Pci/Pds/Ds etc.).
Ma sia a Napoli con De Magistris, sia all’assemblea di Mdp, tutto si è sentito tranne che una impostazione adeguata alla posta in gioco; ossia uno scatto sul piano dei contenuti che ponesse, come ormai imposto obiettivamente dai fatti, la questione di una alternativa a tutto campo contro la gabbia dei vincoli previsti dai trattati dell’Unione Europea.
Al contrario, si rimasticano ancora luoghi comuni ormai estenuati, inefficaci e impraticabili, come “l’Europa dei diritti”, la “modifica dei trattati”, “l’Europa dei popoli”… Come se quanto avvenuto in questi anni non avesse dimostrato che il campo di gioco ha espulso dalla partita queste opzioni e imposto invece uno schema immutabile: ce lo chiede l’Europa (o meglio, l’Unione Europea, che è una struttura di governo economico-politico) e quindi ci si deve adeguare ai ristretti spazi di manovra che questa consente. Insomma è il dominio del “Tina” (there is not alternative).
E pazienza se ciò significa – a venticinque anni dal Trattato di Maastricht – ancora più disoccupazione, compressione salariale, distruzione del welfare, delocalizzazioni, deregulation totale del mercato del lavoro, impossibilità di spostare le risorse sulle emergenze sociali invece che sulle garanzie verso banche, investitori finanziari, multinazionali.
Anche le rodomontate della Lega e del M5S si sono ormai sgretolate, coprendoli di ridicolo (e di conseguenze sociali) di fronte a questa gabbia.
Delle due l’una: o si mette in programma l’ipotesi di andarsene dalla gabbia per rimettere al centro le priorità sociali (salario minimo, posti di lavoro, nazionalizzazione delle aziende e infrastrutture strategiche, imposte sulle ricchezze, referendum sull’adesione o revoca dei trattati, taglio delle spese militari e sottrazione ai vincoli militari, Nato o europei che siano), oppure si piega la testa o ci si agita, appunto, come i criceti sulla ruota.
Si tratta cioè di dare attuazione a quella ipotesi dello “sganciamento” elaborata da un marxista come Samir Amin, ridando gambe ad una visione di classe nell’azione nel nostro blocco sociale a livello nazionale ed europeo, e di riaffermare una visione anticolonialista nei rapporti con i popoli della sponda sud del Mediterraneo e dell’Africa.
Ed anche a livello europeo, soprattutto alla luce della rivolta sociale in Francia, non si può che rompere gli indugi e guardare con attenzione ad una alleanza con quelle forze popolari e alternative che propongono il “Piano B” come alternativa alla gabbia dell’Unione Europea.
Non a caso, sono queste forze quelle che stanno dimostrando sul campo di essere capaci di evitare che i consensi operai e popolari vadano alla destra. France Insoumise, ad esempio sta dimostrando questo e i risultati dentro le proteste popolari dei Gilet Jaunes in Francia lo confermano.
La “sinistra europea” tradizionale e idealmente antiliberista, ma ossessionata dalle “alleanze” politiciste, non ne sarebbe stata capace.
Dunque per le elezioni europee di maggio ci saranno in campo tre schieramenti e due opzioni politiche. Gli schieramenti saranno quello degli europeisti liberali/progressisti, quello degli euronazionalisti di destra e quello di chi non si riconosce in questa “ingannevole contrapposizione”. Ma le opzioni politiche in questo terzo campo saranno solo due: da una parte quelli che ritengono che il pericolo principale sia solo la destra e in nome di questo sono disponibili a rendere “potabile” qualsiasi contenuto, dall’altra chi vuole rompere la gabbia dei Trattati dell’Unione Europea con una visione internazionalista e di classe, e dunque giocarsi la partita dentro il “nostro popolo” per riaprire una prospettiva di rottura e cambiamento rimossa da troppo tempo in nome del politicismo.
Fonte
E’ la conferma, prevista e prevedibile, della impraticabilità di ogni illusione negoziale in assenza di un “Piano B” che preveda la rottura, anche unilaterale, con i Trattati europei.
Ma è anche la conferma della impraticabilità di ogni ipotesi che preveda una “riforma” o una “modifica” dei trattati. Chi si ostina a seminare questo ingannevole e illusorio orizzonte, ci porta fuori strada e ci mantiene dentro la gabbia; come quei criceti che fanno girare fino all’impazzimento la ruota mentre sognano di correre liberi.
Nelle prossime elezioni europee di maggio, e nei mesi che le precederanno, questo e non altro sarà il tema dirimente. Su questo si misureranno le opzioni politiche in campo e si determineranno le possibili convergenze, in Italia come in Europa.
Mentre a livello generale si va comprendendo che la contrapposizione tra europeisti liberalprogressisti ed europeisti della destra nazionalista è del tutto ingannevole (come ha scritto saggiamente Le Monde Diplomatique alcuni mesi fa), in Italia siamo ancora inchiodati ad una discussione sui contenitori del tutto avulsa da quella sui contenuti. In molti ambiti, per fortuna non in tutti...
Domenica scorsa, il Coordinamento nazionale di Potere al Popolo ha cominciato a discutere il cosa fare alle elezioni europee. In primo luogo se presentarsi o meno (e la maggioranza degli interventi si è pronunciata per accettare la sfida, approfittando però dell’occasione elettorale per farne una campagna politica all’interno delle “larghe masse” del nostro blocco sociale di riferimento). In secondo luogo, se farlo da soli come Potere al Popolo o guardarsi intorno per verificare se ci sono altre forze disponibili ad un programma di aperta rottura con i Trattati dell’Unione Europea.
Quasi contemporaneamente, a Napoli il meeting convocato dal sindaco De Magistris registrava una performance tutt’altro che entusiasmante, mentre l’assemblea di Mdp (socio fondatore di LeU) risentiva fin troppo evidentemente del richiamo della sirena di un Pd che, con Zingaretti, potrebbe tornare ad essere gestito dalla “ditta” (gli ex Pci/Pds/Ds etc.).
Ma sia a Napoli con De Magistris, sia all’assemblea di Mdp, tutto si è sentito tranne che una impostazione adeguata alla posta in gioco; ossia uno scatto sul piano dei contenuti che ponesse, come ormai imposto obiettivamente dai fatti, la questione di una alternativa a tutto campo contro la gabbia dei vincoli previsti dai trattati dell’Unione Europea.
Al contrario, si rimasticano ancora luoghi comuni ormai estenuati, inefficaci e impraticabili, come “l’Europa dei diritti”, la “modifica dei trattati”, “l’Europa dei popoli”… Come se quanto avvenuto in questi anni non avesse dimostrato che il campo di gioco ha espulso dalla partita queste opzioni e imposto invece uno schema immutabile: ce lo chiede l’Europa (o meglio, l’Unione Europea, che è una struttura di governo economico-politico) e quindi ci si deve adeguare ai ristretti spazi di manovra che questa consente. Insomma è il dominio del “Tina” (there is not alternative).
E pazienza se ciò significa – a venticinque anni dal Trattato di Maastricht – ancora più disoccupazione, compressione salariale, distruzione del welfare, delocalizzazioni, deregulation totale del mercato del lavoro, impossibilità di spostare le risorse sulle emergenze sociali invece che sulle garanzie verso banche, investitori finanziari, multinazionali.
Anche le rodomontate della Lega e del M5S si sono ormai sgretolate, coprendoli di ridicolo (e di conseguenze sociali) di fronte a questa gabbia.
Delle due l’una: o si mette in programma l’ipotesi di andarsene dalla gabbia per rimettere al centro le priorità sociali (salario minimo, posti di lavoro, nazionalizzazione delle aziende e infrastrutture strategiche, imposte sulle ricchezze, referendum sull’adesione o revoca dei trattati, taglio delle spese militari e sottrazione ai vincoli militari, Nato o europei che siano), oppure si piega la testa o ci si agita, appunto, come i criceti sulla ruota.
Si tratta cioè di dare attuazione a quella ipotesi dello “sganciamento” elaborata da un marxista come Samir Amin, ridando gambe ad una visione di classe nell’azione nel nostro blocco sociale a livello nazionale ed europeo, e di riaffermare una visione anticolonialista nei rapporti con i popoli della sponda sud del Mediterraneo e dell’Africa.
Ed anche a livello europeo, soprattutto alla luce della rivolta sociale in Francia, non si può che rompere gli indugi e guardare con attenzione ad una alleanza con quelle forze popolari e alternative che propongono il “Piano B” come alternativa alla gabbia dell’Unione Europea.
Non a caso, sono queste forze quelle che stanno dimostrando sul campo di essere capaci di evitare che i consensi operai e popolari vadano alla destra. France Insoumise, ad esempio sta dimostrando questo e i risultati dentro le proteste popolari dei Gilet Jaunes in Francia lo confermano.
La “sinistra europea” tradizionale e idealmente antiliberista, ma ossessionata dalle “alleanze” politiciste, non ne sarebbe stata capace.
Dunque per le elezioni europee di maggio ci saranno in campo tre schieramenti e due opzioni politiche. Gli schieramenti saranno quello degli europeisti liberali/progressisti, quello degli euronazionalisti di destra e quello di chi non si riconosce in questa “ingannevole contrapposizione”. Ma le opzioni politiche in questo terzo campo saranno solo due: da una parte quelli che ritengono che il pericolo principale sia solo la destra e in nome di questo sono disponibili a rendere “potabile” qualsiasi contenuto, dall’altra chi vuole rompere la gabbia dei Trattati dell’Unione Europea con una visione internazionalista e di classe, e dunque giocarsi la partita dentro il “nostro popolo” per riaprire una prospettiva di rottura e cambiamento rimossa da troppo tempo in nome del politicismo.
Fonte
19/12/2018
Cosa si deve inventare, un promoter che non ci sa fare...
Questo non è un articolo normale. Senza montarci la testa, cerchiamo di fare un po’ di debunking, ossia di smontare qualche fake news per aiutare il lettore – i nostri sanno che siamo “cattivi” – a orizzontarsi meglio nel mare di pessima informazione entro cui è costretto a nuotare, senza capire da dove venga la corrente e quanto inquinato sia il mare.
Siccome questo mare è sconfinato, ci limitiamo ad affrontare una sciocchezzuola che rischia di confondere le idee già non chiarissime di ciò che resta dell’elettorato “di sinistra”.
Sul blog di Micromega è apparsa, giovedì scorso, una lunga e interessante intervista a Stéphane Alliés, giornalista della francese Mediapart, che ha come competenza personale la conoscenza minuziosa della biografia politica di Jean-Luc Mélénchon, fondatore e leader de La France Insoumise. Formazione interessante, che rompe con lo schema del “partito di massa” novecentesco e si è strutturata come “movimento” piuttosto fluido e informale. Su contenuti in parte “classicamente socialdemocratici”, dunque assolutamente “estremisti” di questi tempi; con in più quel tocco di euroscetticismo che al giorno d’oggi consente di mantenere “a sinistra” consensi popolari che altrove – per esempio in Italia – sono evaporati a favore di legaioli e pentastellati.
Trattandosi di un blog del gruppo Debenedetti, non ci si poteva aspettare un endorsement entusiastico a favore di Jean-Luc, ma un tantino più di obbiettività, magari sì.
Siamo sinceri, non sappiamo chi sia il giornalista francese e perché Mélénchon gli stia un po’ antipatico (avrà i suoi buoni motivi, “il marsigliese” è spesso urticante), ma un paio di considerazioni ci sono sembrate decisamente fasulle. Invenzioni.
La prima. Il giornalista italiano chiede al collega francese; “Mélenchon è un convinto sovranista ma, veramente, vuole rompere con l’Unione Europea? Ha in mente il piano B o bluffa?”
Sovranista, si sa, è ormai un insulto che non ha bisogno di spiegazioni, “lo sanno tutti, no?”. E quello sta al gioco: “Questo è un grande mistero. La sua scommessa sul piano B è soprattutto un modo per installare un equilibrio di potere contro i liberal conservatori europei. Mélenchon crede che una volta eletto la Francia possa permettersi quello che altri paesi dell’Europa meridionale non hanno potuto fare, ovvero sottrarsi dalla «dominazione tedesca». Il suo intento è rovesciare il tavolo e minacciare di andarsene per davvero, finché non vengono ritrattati i vincoli di Maastricht. Più concretamente, non sappiamo com’è strutturato questo piano B, né se il suo progetto di Frexit sia realizzabile o meno”.
Sulla realizzabilità dei progetti politici umani, naturalmente, nessuno sa granché. Per lo meno prima... Ma sulla “struttura del piano B” ci risulta incomprensibile come un giornalista francese non sappia quel che persino noi, provincialissimi italici, sappiamo da oltre un anno: il “piano B” è stato infatti tradotto e pubblicato da diverse testate, noi tra i primi, più di un anno fa.
Non è l’unica domanda “a trucco”, che anticipa e imbocca la risposta, da parte del giornalista italiano. Insiste infatti a lungo riproponendo “i fantasmi” che il gruppo Repubblica-L’Espresso semina da anni contro chiunque – a sinistra, naturalmente – osi mettere in discussione i sacri dogmi della Ue.
Qualche esempio:
“In effetti si dice che nel 2014 Mélenchon abbia avuto una «svolta populista». Nel concreto, in cosa consiste?”
Il presidente Macron è in crisi dei consensi, quei voti a chi stanno andando? Soltanto alla destra di Marine Le Pen o anche a Mélenchon?
Mélenchon è un convinto sovranista ma, veramente, vuole rompere con l’Unione Europea? Ha in mente il piano B o bluffa?
Fino al provocatorio e ridicolo “sarebbe disposto [Mélénchon] anche a sostenere forze di destra (e xenofobe) pur di andare contro Maastricht e rompere con l’Unione Europea?”. Domanda, si fa per dire, che sintetizza in poche parole la poltiglia di cazzate sparse ad arte su questa forza politica, che effettivamente sfugge alle definizioni perbeniste del tardo Novecento italico.
Il collega francese, di fronte a tanto orrore, si ritrae (ha pur sempre un’etica professionale sconosciuta in Italia, che gli impedisce di aderire alle sciocchezze altrui), e smentisce seccamente: “Non penso, andrebbe contro la sua storia e le sue decennali lotte. Detto questo, è stato in grado di vedere il crollo della sinistra tra le fasce popolari, come a Hénin-Beaumont, dove Mélenchon ha gareggiato alle elezioni legislative del 2012 perdendo con un esponente del Fronte Nazionale di Marine Le Pen. Da lì, l’abbraccio col populismo fino a diventare un leader, maggiormente sovranista, che propone la rottura con l’Ue sulle questioni economiche e politiche di controllo dell’immigrazione. Ma Mélenchon non è mai stato ambiguo di fronte all’estrema destra. Mélenchon ha una formula, per spiegare a chi si rivolge: “Vanno intercettati gli arrabbiati della società, mai i fascisti”. Ruvido, “il marsigliese”, ma estremamente chiaro...
Questo non ferma il vero obiettivo dell’intervistatore: “Perché, allora, i sondaggi lo danno in leggero calo? Come mai?”.
Qui si ristabilisce l’unità di intenti tra di due, con il francese che concede quanto richiesto; “Finora si è rifiutato di strutturare il suo movimento, La France Insoumise, ed ora stanno nascendo le prime frizioni interne: una corrente difende la strategia chiaramente populista, un’altra – quella degli anticapitalisti e degli ecosocialisti – guarda con maggiore interesse all’unità delle sinistre. Il decisionismo di Mélenchon ha funzionato a livello nazionale, meno quando si tratta di redimere conflitti interni al partito. E ciò sta portando ad un’emorragia di voti. Infine, i casi giudiziari hanno fortemente influenzato la sua flessione nei sondaggi innanzitutto perché le indagini riguardano un finanziamento illecito – un tema non di poco rilievo – e poi perché la sua reazione, così rabbiosa, alla perquisizione è stata fin troppo scomposta. In passato era già uscito dai suoi canoni ed in seguito era riuscito a far digerire l’accaduto al suo elettorato”.
Non entriamo nel merito di quel che avviene nelle organizzazioni di altri paesi, le cui dinamiche interne conosciamo – com’è ovvio – fino ad un certo punto. Però siamo costretti a segnalare che il giornale Mediapart – quello per cui lavora il giornalista intervistato – ci dava ieri una notizia esattamente opposta. Citando sondaggi ufficiali, non impressioni personali, in un articolo titolato: “France Insoumise in testa ai sondaggi per le elezioni europee”.
Sorprendente che un redattore di quella stessa testata – per di più con una skill dedicata a Mélénchon – sia così fuori sincrono rispetto alla realtà, alle notizie, alle tendenze che riguardano il suo campo di specializzazione.
Può succedere...
Poi ci siamo ricordati di dover anche andare a vedere chi è il giornalista italiano che cercava di imboccarlo con domande così smaccatamente “orientate”.
Nessuna sorpresa: Giacomo Russo Spena, figlio che condivide poco del percorso paterno, ma che soprattutto lavora da alcuni anni come promoter delle ambizioni elettorali di Lugi De Magistris. Con libri, interviste, reportage, ecc. Tanto da essere incaricato di fare “il bravo presentatore” nell’assemblea di lancio di Demos, il 1 dicembre al Teatro Italia, a Roma. Tanto da esser citato come “comunicatore ombra” del sindaco di Napoli, al termine della non brillante “seconda tappa” napoletana del 15, perlomeno per ciò che concerne la dimensione politica nazionale.
De Magistris ha incontrato Mélénchon all’inizio di quest’anno, così come molti altri personaggi politici di un certo rilievo. Di sicuro, se davvero nutre ambizioni per le prossime elezioni europee, non è nel suo interesse “sminuire” mediaticamente o gettare ombre sul ruolo politico di quello che sarà comunque uno degli alleati più importanti che qualsiasi forza “di sinistra” può trovarsi al fianco a Bruxelles.
Perché, allora, un’operazione così sguaiata che rischia di compromettere possibili collaborazioni future? Ammesso e non concesso che Demos arrivi davvero a presentarsi alle europee...
Viene da pensare – ma noi siamo maligni, si sa... – che il ruolo di promoter abbia avuto la meglio su quello di giornalista, e che dunque Mélénchon vada dipinto con tratti sulfurei (sovranista, ambiguo, in calo, ecc.) soprattutto per contrastare il soggetto politico italiano che da tempo ha stabilito buone relazioni con La France Insoumise e non solo. Ossia Potere al Popolo, che in queste settimane sta discutendo con tutti gli aderenti se partecipare o meno a queste elezioni e, se sì, con quale programma.
Possibile che un professionista dell’informazione davvero non capisca che, così, dà la zappa sui piedi in primo luogo al suo “oggetto di promozione”? Possibile che l’amore per l’Unione Europea ideale impedisca di vedere quali disastri concreti ha prodotto l’Unione Europea “reale”, soprattutto “a sinistra”? Possibile che il settarismo di cordata faccia velo al punto da compromettere, probabilmente, il percorso futuro che si vorrebbe realizzare? Possibile che chi è incaricato di “fare la comunicazione” di un “soggetto largo, inclusivo, unificante” non si renda conto di star facendo l’esatto opposto?
Purtroppo siamo di lungo periodo, e abbiamo ancora nelle orecchie quell’aforisma per cui “a pensar male si fa peccato, ma...”
Fonte
Siccome questo mare è sconfinato, ci limitiamo ad affrontare una sciocchezzuola che rischia di confondere le idee già non chiarissime di ciò che resta dell’elettorato “di sinistra”.
Sul blog di Micromega è apparsa, giovedì scorso, una lunga e interessante intervista a Stéphane Alliés, giornalista della francese Mediapart, che ha come competenza personale la conoscenza minuziosa della biografia politica di Jean-Luc Mélénchon, fondatore e leader de La France Insoumise. Formazione interessante, che rompe con lo schema del “partito di massa” novecentesco e si è strutturata come “movimento” piuttosto fluido e informale. Su contenuti in parte “classicamente socialdemocratici”, dunque assolutamente “estremisti” di questi tempi; con in più quel tocco di euroscetticismo che al giorno d’oggi consente di mantenere “a sinistra” consensi popolari che altrove – per esempio in Italia – sono evaporati a favore di legaioli e pentastellati.
Trattandosi di un blog del gruppo Debenedetti, non ci si poteva aspettare un endorsement entusiastico a favore di Jean-Luc, ma un tantino più di obbiettività, magari sì.
Siamo sinceri, non sappiamo chi sia il giornalista francese e perché Mélénchon gli stia un po’ antipatico (avrà i suoi buoni motivi, “il marsigliese” è spesso urticante), ma un paio di considerazioni ci sono sembrate decisamente fasulle. Invenzioni.
La prima. Il giornalista italiano chiede al collega francese; “Mélenchon è un convinto sovranista ma, veramente, vuole rompere con l’Unione Europea? Ha in mente il piano B o bluffa?”
Sovranista, si sa, è ormai un insulto che non ha bisogno di spiegazioni, “lo sanno tutti, no?”. E quello sta al gioco: “Questo è un grande mistero. La sua scommessa sul piano B è soprattutto un modo per installare un equilibrio di potere contro i liberal conservatori europei. Mélenchon crede che una volta eletto la Francia possa permettersi quello che altri paesi dell’Europa meridionale non hanno potuto fare, ovvero sottrarsi dalla «dominazione tedesca». Il suo intento è rovesciare il tavolo e minacciare di andarsene per davvero, finché non vengono ritrattati i vincoli di Maastricht. Più concretamente, non sappiamo com’è strutturato questo piano B, né se il suo progetto di Frexit sia realizzabile o meno”.
Sulla realizzabilità dei progetti politici umani, naturalmente, nessuno sa granché. Per lo meno prima... Ma sulla “struttura del piano B” ci risulta incomprensibile come un giornalista francese non sappia quel che persino noi, provincialissimi italici, sappiamo da oltre un anno: il “piano B” è stato infatti tradotto e pubblicato da diverse testate, noi tra i primi, più di un anno fa.
Non è l’unica domanda “a trucco”, che anticipa e imbocca la risposta, da parte del giornalista italiano. Insiste infatti a lungo riproponendo “i fantasmi” che il gruppo Repubblica-L’Espresso semina da anni contro chiunque – a sinistra, naturalmente – osi mettere in discussione i sacri dogmi della Ue.
Qualche esempio:
“In effetti si dice che nel 2014 Mélenchon abbia avuto una «svolta populista». Nel concreto, in cosa consiste?”
Il presidente Macron è in crisi dei consensi, quei voti a chi stanno andando? Soltanto alla destra di Marine Le Pen o anche a Mélenchon?
Mélenchon è un convinto sovranista ma, veramente, vuole rompere con l’Unione Europea? Ha in mente il piano B o bluffa?
Fino al provocatorio e ridicolo “sarebbe disposto [Mélénchon] anche a sostenere forze di destra (e xenofobe) pur di andare contro Maastricht e rompere con l’Unione Europea?”. Domanda, si fa per dire, che sintetizza in poche parole la poltiglia di cazzate sparse ad arte su questa forza politica, che effettivamente sfugge alle definizioni perbeniste del tardo Novecento italico.
Il collega francese, di fronte a tanto orrore, si ritrae (ha pur sempre un’etica professionale sconosciuta in Italia, che gli impedisce di aderire alle sciocchezze altrui), e smentisce seccamente: “Non penso, andrebbe contro la sua storia e le sue decennali lotte. Detto questo, è stato in grado di vedere il crollo della sinistra tra le fasce popolari, come a Hénin-Beaumont, dove Mélenchon ha gareggiato alle elezioni legislative del 2012 perdendo con un esponente del Fronte Nazionale di Marine Le Pen. Da lì, l’abbraccio col populismo fino a diventare un leader, maggiormente sovranista, che propone la rottura con l’Ue sulle questioni economiche e politiche di controllo dell’immigrazione. Ma Mélenchon non è mai stato ambiguo di fronte all’estrema destra. Mélenchon ha una formula, per spiegare a chi si rivolge: “Vanno intercettati gli arrabbiati della società, mai i fascisti”. Ruvido, “il marsigliese”, ma estremamente chiaro...
Questo non ferma il vero obiettivo dell’intervistatore: “Perché, allora, i sondaggi lo danno in leggero calo? Come mai?”.
Qui si ristabilisce l’unità di intenti tra di due, con il francese che concede quanto richiesto; “Finora si è rifiutato di strutturare il suo movimento, La France Insoumise, ed ora stanno nascendo le prime frizioni interne: una corrente difende la strategia chiaramente populista, un’altra – quella degli anticapitalisti e degli ecosocialisti – guarda con maggiore interesse all’unità delle sinistre. Il decisionismo di Mélenchon ha funzionato a livello nazionale, meno quando si tratta di redimere conflitti interni al partito. E ciò sta portando ad un’emorragia di voti. Infine, i casi giudiziari hanno fortemente influenzato la sua flessione nei sondaggi innanzitutto perché le indagini riguardano un finanziamento illecito – un tema non di poco rilievo – e poi perché la sua reazione, così rabbiosa, alla perquisizione è stata fin troppo scomposta. In passato era già uscito dai suoi canoni ed in seguito era riuscito a far digerire l’accaduto al suo elettorato”.
Non entriamo nel merito di quel che avviene nelle organizzazioni di altri paesi, le cui dinamiche interne conosciamo – com’è ovvio – fino ad un certo punto. Però siamo costretti a segnalare che il giornale Mediapart – quello per cui lavora il giornalista intervistato – ci dava ieri una notizia esattamente opposta. Citando sondaggi ufficiali, non impressioni personali, in un articolo titolato: “France Insoumise in testa ai sondaggi per le elezioni europee”.
Sorprendente che un redattore di quella stessa testata – per di più con una skill dedicata a Mélénchon – sia così fuori sincrono rispetto alla realtà, alle notizie, alle tendenze che riguardano il suo campo di specializzazione.
Può succedere...
Poi ci siamo ricordati di dover anche andare a vedere chi è il giornalista italiano che cercava di imboccarlo con domande così smaccatamente “orientate”.
Nessuna sorpresa: Giacomo Russo Spena, figlio che condivide poco del percorso paterno, ma che soprattutto lavora da alcuni anni come promoter delle ambizioni elettorali di Lugi De Magistris. Con libri, interviste, reportage, ecc. Tanto da essere incaricato di fare “il bravo presentatore” nell’assemblea di lancio di Demos, il 1 dicembre al Teatro Italia, a Roma. Tanto da esser citato come “comunicatore ombra” del sindaco di Napoli, al termine della non brillante “seconda tappa” napoletana del 15, perlomeno per ciò che concerne la dimensione politica nazionale.
De Magistris ha incontrato Mélénchon all’inizio di quest’anno, così come molti altri personaggi politici di un certo rilievo. Di sicuro, se davvero nutre ambizioni per le prossime elezioni europee, non è nel suo interesse “sminuire” mediaticamente o gettare ombre sul ruolo politico di quello che sarà comunque uno degli alleati più importanti che qualsiasi forza “di sinistra” può trovarsi al fianco a Bruxelles.
Perché, allora, un’operazione così sguaiata che rischia di compromettere possibili collaborazioni future? Ammesso e non concesso che Demos arrivi davvero a presentarsi alle europee...
Viene da pensare – ma noi siamo maligni, si sa... – che il ruolo di promoter abbia avuto la meglio su quello di giornalista, e che dunque Mélénchon vada dipinto con tratti sulfurei (sovranista, ambiguo, in calo, ecc.) soprattutto per contrastare il soggetto politico italiano che da tempo ha stabilito buone relazioni con La France Insoumise e non solo. Ossia Potere al Popolo, che in queste settimane sta discutendo con tutti gli aderenti se partecipare o meno a queste elezioni e, se sì, con quale programma.
Possibile che un professionista dell’informazione davvero non capisca che, così, dà la zappa sui piedi in primo luogo al suo “oggetto di promozione”? Possibile che l’amore per l’Unione Europea ideale impedisca di vedere quali disastri concreti ha prodotto l’Unione Europea “reale”, soprattutto “a sinistra”? Possibile che il settarismo di cordata faccia velo al punto da compromettere, probabilmente, il percorso futuro che si vorrebbe realizzare? Possibile che chi è incaricato di “fare la comunicazione” di un “soggetto largo, inclusivo, unificante” non si renda conto di star facendo l’esatto opposto?
Purtroppo siamo di lungo periodo, e abbiamo ancora nelle orecchie quell’aforisma per cui “a pensar male si fa peccato, ma...”
Fonte
Etichette:
DeMa,
Elezioni europee,
Francia,
Giacomo Russo Spena,
Internazionale,
Italia,
La France Insoumise,
Luigi De Magistris,
Mediapart,
Micromega,
Politica,
Sovranismo,
UE
08/12/2018
“Una coalizione a perdere per “la patria europea”? No grazie, abbiamo già dato”
Recentemente il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, si è fatto promotore di un percorso che dovrebbe portare a una lista per le elezioni europee. Questo percorso sembra aver raccolto l’interesse anche di alcuni partiti, tra cui il Partito della Rifondazione comunista e Sinistra italiana.
Si tratta di una proposta all’altezza delle difficoltà di questa fase storica? La risposta va definita sulla base dell’esperienza degli ultimi dieci anni. In questo periodo sono stati messi in campo molti progetti politici con esiti fallimentari. Non solo perché non hanno portato a eleggere, con l’eccezione dell’Altra Europa (tre deputati eletti al Parlamento europeo) ma soprattutto perché queste coalizioni hanno mostrato la corda o sono state superate all’indomani delle elezioni. L’Arcobaleno, la Federazione della sinistra, Rivoluzione civile, l’Altra Europa, Potere al Popolo sono solo alcune delle sigle succedutesi l’una all’altra. In mancanza di continuità non si sono accumulate forze, anzi quelle raccolte sono state disperse, riducendo progressivamente i consensi e il radicamento sociale.
Certamente il difficile contesto economico e politico ha giocato un ruolo importante nell’indebolimento progressivo. In primo luogo il quadro generale della crisi capitalistica ha determinato nuove condizioni oggettive sul piano dell’articolazione di potere delle classi dominanti, nonché sul terreno della composizione di classe dei settori sociali subalterni. Tuttavia, come sempre, i risultati dipendono anche da come reagiamo soggettivamente alle condizioni oggettive.
Inoltre, lamentarsi della coazione a ripetere non è sufficiente, bisogna capirne le ragioni. Queste stanno nel fatto che si trattava di coalizioni puramente elettorali senza un progetto condiviso e di lunga durata. Erano coalizioni che riducevano la tattica al tatticismo elettorale, senza rapporto alcuno con una strategia politica e di radicamento sociale. A prevalere era la necessità di mettere insieme la massa critica sufficiente ad eleggere, garantendo la sopravvivenza delle formazioni che ne facevano parte. Formazioni spesso con posizioni diverse sia sul piano delle alleanze (e del rapporto con il Pd) sia sul piano delle tematiche dirimenti.
Ritornando a De Magistris, la sua è una proposta in discontinuità con il passato? Così sembrerebbe in apparenza, a giudicare dall’enfasi sul richiamo alle realtà della società civile e all’invito alle forze politiche – cioè ai partiti – a mettersi in secondo piano. Un atteggiamento che, a ben guardare, è un vecchio leitmotiv, praticato ad esempio da Rivoluzione civile, con i risultati che sappiamo e che sarebbe ingiusto attribuire unicamente alla personalità di Ingroia.
Curioso è che sia oggi sia nel 2013 il deus ex machina sia un ex magistrato, che ci si illude possa ricompattare la sinistra e farle spiccare il volo in termini di consensi, in virtù della sua esposizione mediatica. Si tratta di una valutazione ingenua.
Da una parte, testimonia la crisi di legittimità e di vitalità dei partiti. Dall’altra parte, l’affidarsi a un personaggio carismatico (che lo sia effettivamente o no nulla cambia) non può compensare la mancanza di un posizionamento politico adeguato. Ciò risulta particolarmente evidente con De Magistris, in particolare da quanto appare da una intervista rilasciata ad Argiris Panagopoulos.
Qui la coalizione in progetto viene definita come parte di “un fronte popolare paneuropeo contro la destra”. Infatti, oggi la contraddizione principale, per De Magistris, sarebbe quella tra il nazionalismo e il sovranismo, da una parte, e l’Europa, dall’altra. La sua collocazione è, senza dubbi di sorta, nel campo europeo: “Oggi la nostra patria è l’Europa, il mondo intero”.
Si tratta di un approccio vecchio, come dimostrato dalla storia recente. Dopo dieci anni di crisi, sedici di euro e oltre venti di convergenza sui vincoli europei dovrebbero essere ormai chiari due fatti. Il primo è che l’Europa di oggi non è la patria di nessuno ma uno strumento di ribaltamento dei rapporti di forza a favore delle élite, o, per un usare un termine più preciso, del grande capitale e con il procedere della crisi economica mondiale ha accentuato questi aspetti.
Non esiste alcuna Europa, esistono la Commissione europea, la Bce e l’euro. Sul piano economico l’euro è lo strumento della deflazione salariale, impedisce la realizzazione di politiche economiche e industriali, e forza alla disciplina di bilancio e alla distruzione del welfare state. Sul piano politico l’euro rappresenta una regressione di portata storica, perché comporta l’eliminazione della sovranità democratica, mediante la neutralizzazione delle istituzioni della democrazia rappresentativa, a partire dai parlamenti.
Il secondo dato di fatto è che l’integrazione europea aumenta le divergenze e i divari tra Paesi e, all’interno di essi, la polarizzazione sociale e la povertà. Abbiamo chiaro che non tutto dipende dall’Europa, nel senso che il tema è il modo di produzione capitalistico ed il suo superamento, ma la domanda è se rimuovendo gli ostacoli che impone l’Europa ci siano condizioni più favorevoli per una battaglia di cambiamento. Su questo crediamo che la risposta sia affermativa.
Se assistiamo ad una recrudescenza del nazionalismo e delle rivalità tra stati-nazione e ad uno sviluppo, senza precedenti nel secondo dopoguerra, della xenofobia e del razzismo, lo dobbiamo in gran parte proprio all’Europa. Del resto sappiamo bene che la fortuna politica di Salvini è un effetto diretto dell’integrazione economica e valutaria europea.
Pensare di articolare una strategia contro la destra di Salvini, di Orban, e di Le Pen senza avere chiaro questo contesto, vuol dire continuare a permettere a questi soggetti di accumulare consensi, proprio perché strategicamente ci si subordina al Pd e soprattutto ci si mette alla coda del grande capitale multinazionale europeo che ha ideato e strutturato questa Europa.
Il fallimento del Pd e del centro-sinistra europeo è legato proprio alla loro adesione ai vincoli europei e all’integrazione europea, anzi all’esserne stati agenti promotori come e forse più del centro-destra, utilizzando la copertura dell’ideologia europeista. La mancanza di chiarezza su questo aspetto lascia molti spazi a convergenze politiche che nel passato si sono rivelate devastanti per la sinistra e per i lavoratori. Insomma, ci sono tutte le condizioni per l’ennesima coalizione a perdere, difficilmente in grado di eleggere e comunque non in grado di andare oltre l’effimero appuntamento elettorale.
Tutto ciò ci lascia ancora più perplessi se consideriamo le vicende degli ultimi mesi di Potere al Popolo. Si poteva lavorare per far crescere quella esperienza e, se lo si riteneva, per superarne i limiti. Invece PaP è stata indebolita da serie di diatribe di carattere organizzativistico formale (in particolare sullo statuto), che hanno portato alla scissione del Prc e che di recente sembrerebbe si stiano addirittura trasferendo sul terreno legale dell’uso del nome e del simbolo.
Se, invece, la discussione si fosse incentrata sui contenuti e sulla prospettiva strategica forse non si sarebbe arrivati alla scissione. E, anche se ci si fosse arrivati, il dibattito sarebbe stato più utile e ci avrebbe fatto crescere tutti di più, definendo meglio le rispettive posizioni anziché demoralizzare molte persone.
Ad ogni modo, la liquidazione da parte del Prc dell’esperienza di PaP è stata un errore, visibile anche per il fatto che i compagni rimasti in PaP, proprio sulla base del lavoro pregresso, sono riusciti a progredire sul piano programmatico proprio in vista delle elezioni europee. È, infatti, sull’Europa, che la posizione di PaP risulta, a nostro avviso, più avanzata e molto più adeguata alla fase storica di quella che emerge dalla visione di De Magistris.
Il programma delle europee di PaP – i cinque punti – prevede un “piano B”, cioè la possibilità di una alternativa politica allo stare in una Europa irriformabile. Si tratta di una posizione che si aggancia ai livello più avanzato del dibattito politico europeo, rappresentato dai partiti del Patto di Lisbona, e che costituisce una base molto più realistica su cui costruire un movimento antagonista al capitale su base continentale. In definitiva, è un orientamento internazionalista invece che di mera riproposizione di un approccio astratto e cosmopolita da “patria europea”.
Inoltre, PaP si sforza di inquadrare la questione europea in un percorso, per quanto abbozzato, di trasformazione sociale complessiva, che implica una chiara rottura con le tradizionali e compromesse forze della pseudo sinistra. A questo scopo PaP pone l’obiettivo di misurarsi sulla lunga durata e sull’accumulo delle forze, una discontinuità positiva per una coalizione nata in occasione di una competizione elettorale.
Sarebbe stato saggio, una volta tanto, darsi la possibilità di mettere alla prova e confrontarsi su una prospettiva strategica e contenuti più definiti, piuttosto che liquidare definitivamente una esperienza, gettando a mare il lavoro già fatto. Sarebbe opportuno, riaprire un confronto di merito prima di tutto tra PaP e Prc al fine di costruire anche sul piano elettorale un’opzione coerente ad un progetto di lungo periodo. In special modo, se l’alternativa è un percorso le cui basi e le cui prospettive appaiono particolarmente deboli e contrassegnate dagli stessi errori del passato.
Fonte
Si tratta di una proposta all’altezza delle difficoltà di questa fase storica? La risposta va definita sulla base dell’esperienza degli ultimi dieci anni. In questo periodo sono stati messi in campo molti progetti politici con esiti fallimentari. Non solo perché non hanno portato a eleggere, con l’eccezione dell’Altra Europa (tre deputati eletti al Parlamento europeo) ma soprattutto perché queste coalizioni hanno mostrato la corda o sono state superate all’indomani delle elezioni. L’Arcobaleno, la Federazione della sinistra, Rivoluzione civile, l’Altra Europa, Potere al Popolo sono solo alcune delle sigle succedutesi l’una all’altra. In mancanza di continuità non si sono accumulate forze, anzi quelle raccolte sono state disperse, riducendo progressivamente i consensi e il radicamento sociale.
Certamente il difficile contesto economico e politico ha giocato un ruolo importante nell’indebolimento progressivo. In primo luogo il quadro generale della crisi capitalistica ha determinato nuove condizioni oggettive sul piano dell’articolazione di potere delle classi dominanti, nonché sul terreno della composizione di classe dei settori sociali subalterni. Tuttavia, come sempre, i risultati dipendono anche da come reagiamo soggettivamente alle condizioni oggettive.
Inoltre, lamentarsi della coazione a ripetere non è sufficiente, bisogna capirne le ragioni. Queste stanno nel fatto che si trattava di coalizioni puramente elettorali senza un progetto condiviso e di lunga durata. Erano coalizioni che riducevano la tattica al tatticismo elettorale, senza rapporto alcuno con una strategia politica e di radicamento sociale. A prevalere era la necessità di mettere insieme la massa critica sufficiente ad eleggere, garantendo la sopravvivenza delle formazioni che ne facevano parte. Formazioni spesso con posizioni diverse sia sul piano delle alleanze (e del rapporto con il Pd) sia sul piano delle tematiche dirimenti.
Ritornando a De Magistris, la sua è una proposta in discontinuità con il passato? Così sembrerebbe in apparenza, a giudicare dall’enfasi sul richiamo alle realtà della società civile e all’invito alle forze politiche – cioè ai partiti – a mettersi in secondo piano. Un atteggiamento che, a ben guardare, è un vecchio leitmotiv, praticato ad esempio da Rivoluzione civile, con i risultati che sappiamo e che sarebbe ingiusto attribuire unicamente alla personalità di Ingroia.
Curioso è che sia oggi sia nel 2013 il deus ex machina sia un ex magistrato, che ci si illude possa ricompattare la sinistra e farle spiccare il volo in termini di consensi, in virtù della sua esposizione mediatica. Si tratta di una valutazione ingenua.
Da una parte, testimonia la crisi di legittimità e di vitalità dei partiti. Dall’altra parte, l’affidarsi a un personaggio carismatico (che lo sia effettivamente o no nulla cambia) non può compensare la mancanza di un posizionamento politico adeguato. Ciò risulta particolarmente evidente con De Magistris, in particolare da quanto appare da una intervista rilasciata ad Argiris Panagopoulos.
Qui la coalizione in progetto viene definita come parte di “un fronte popolare paneuropeo contro la destra”. Infatti, oggi la contraddizione principale, per De Magistris, sarebbe quella tra il nazionalismo e il sovranismo, da una parte, e l’Europa, dall’altra. La sua collocazione è, senza dubbi di sorta, nel campo europeo: “Oggi la nostra patria è l’Europa, il mondo intero”.
Si tratta di un approccio vecchio, come dimostrato dalla storia recente. Dopo dieci anni di crisi, sedici di euro e oltre venti di convergenza sui vincoli europei dovrebbero essere ormai chiari due fatti. Il primo è che l’Europa di oggi non è la patria di nessuno ma uno strumento di ribaltamento dei rapporti di forza a favore delle élite, o, per un usare un termine più preciso, del grande capitale e con il procedere della crisi economica mondiale ha accentuato questi aspetti.
Non esiste alcuna Europa, esistono la Commissione europea, la Bce e l’euro. Sul piano economico l’euro è lo strumento della deflazione salariale, impedisce la realizzazione di politiche economiche e industriali, e forza alla disciplina di bilancio e alla distruzione del welfare state. Sul piano politico l’euro rappresenta una regressione di portata storica, perché comporta l’eliminazione della sovranità democratica, mediante la neutralizzazione delle istituzioni della democrazia rappresentativa, a partire dai parlamenti.
Il secondo dato di fatto è che l’integrazione europea aumenta le divergenze e i divari tra Paesi e, all’interno di essi, la polarizzazione sociale e la povertà. Abbiamo chiaro che non tutto dipende dall’Europa, nel senso che il tema è il modo di produzione capitalistico ed il suo superamento, ma la domanda è se rimuovendo gli ostacoli che impone l’Europa ci siano condizioni più favorevoli per una battaglia di cambiamento. Su questo crediamo che la risposta sia affermativa.
Se assistiamo ad una recrudescenza del nazionalismo e delle rivalità tra stati-nazione e ad uno sviluppo, senza precedenti nel secondo dopoguerra, della xenofobia e del razzismo, lo dobbiamo in gran parte proprio all’Europa. Del resto sappiamo bene che la fortuna politica di Salvini è un effetto diretto dell’integrazione economica e valutaria europea.
Pensare di articolare una strategia contro la destra di Salvini, di Orban, e di Le Pen senza avere chiaro questo contesto, vuol dire continuare a permettere a questi soggetti di accumulare consensi, proprio perché strategicamente ci si subordina al Pd e soprattutto ci si mette alla coda del grande capitale multinazionale europeo che ha ideato e strutturato questa Europa.
Il fallimento del Pd e del centro-sinistra europeo è legato proprio alla loro adesione ai vincoli europei e all’integrazione europea, anzi all’esserne stati agenti promotori come e forse più del centro-destra, utilizzando la copertura dell’ideologia europeista. La mancanza di chiarezza su questo aspetto lascia molti spazi a convergenze politiche che nel passato si sono rivelate devastanti per la sinistra e per i lavoratori. Insomma, ci sono tutte le condizioni per l’ennesima coalizione a perdere, difficilmente in grado di eleggere e comunque non in grado di andare oltre l’effimero appuntamento elettorale.
Tutto ciò ci lascia ancora più perplessi se consideriamo le vicende degli ultimi mesi di Potere al Popolo. Si poteva lavorare per far crescere quella esperienza e, se lo si riteneva, per superarne i limiti. Invece PaP è stata indebolita da serie di diatribe di carattere organizzativistico formale (in particolare sullo statuto), che hanno portato alla scissione del Prc e che di recente sembrerebbe si stiano addirittura trasferendo sul terreno legale dell’uso del nome e del simbolo.
Se, invece, la discussione si fosse incentrata sui contenuti e sulla prospettiva strategica forse non si sarebbe arrivati alla scissione. E, anche se ci si fosse arrivati, il dibattito sarebbe stato più utile e ci avrebbe fatto crescere tutti di più, definendo meglio le rispettive posizioni anziché demoralizzare molte persone.
Ad ogni modo, la liquidazione da parte del Prc dell’esperienza di PaP è stata un errore, visibile anche per il fatto che i compagni rimasti in PaP, proprio sulla base del lavoro pregresso, sono riusciti a progredire sul piano programmatico proprio in vista delle elezioni europee. È, infatti, sull’Europa, che la posizione di PaP risulta, a nostro avviso, più avanzata e molto più adeguata alla fase storica di quella che emerge dalla visione di De Magistris.
Il programma delle europee di PaP – i cinque punti – prevede un “piano B”, cioè la possibilità di una alternativa politica allo stare in una Europa irriformabile. Si tratta di una posizione che si aggancia ai livello più avanzato del dibattito politico europeo, rappresentato dai partiti del Patto di Lisbona, e che costituisce una base molto più realistica su cui costruire un movimento antagonista al capitale su base continentale. In definitiva, è un orientamento internazionalista invece che di mera riproposizione di un approccio astratto e cosmopolita da “patria europea”.
Inoltre, PaP si sforza di inquadrare la questione europea in un percorso, per quanto abbozzato, di trasformazione sociale complessiva, che implica una chiara rottura con le tradizionali e compromesse forze della pseudo sinistra. A questo scopo PaP pone l’obiettivo di misurarsi sulla lunga durata e sull’accumulo delle forze, una discontinuità positiva per una coalizione nata in occasione di una competizione elettorale.
Sarebbe stato saggio, una volta tanto, darsi la possibilità di mettere alla prova e confrontarsi su una prospettiva strategica e contenuti più definiti, piuttosto che liquidare definitivamente una esperienza, gettando a mare il lavoro già fatto. Sarebbe opportuno, riaprire un confronto di merito prima di tutto tra PaP e Prc al fine di costruire anche sul piano elettorale un’opzione coerente ad un progetto di lungo periodo. In special modo, se l’alternativa è un percorso le cui basi e le cui prospettive appaiono particolarmente deboli e contrassegnate dagli stessi errori del passato.
Fonte
05/12/2018
Mi sbilancio: De Magistris non si candiderà alle europee
Ho visto parte dell’iniziativa di sabato ed in particolare l’intervento finale del sindaco.
In questo anni di incontri e discussioni credo di aver imparato a capire quello che realmente pensa non solo dalle parole ma sopratutto dal non-verbale e dal para-verbale.
Luigi sabato non aveva il “fuoco” negli occhi, quello che lo caratterizza quando è convinto di essere sulla strada giusta.
Mentre parlava scrutava la platea come se stesse cercando qualcuno.
Sono certo che cercava anche noi di Potere al Popolo ma sopratutto prendeva coscienza del fatto che davanti a lui c’era solo un piccolo pezzo incapace di dare gambe al suo progetto.
Non è facile capire Luigi, io almeno ci ho messo un bel po’ di tempo. Non è stato semplice perché sfugge alle classificazioni tradizionali. Non è uno che viene dal movimento e non è neanche un politico tradizionale della cosiddetta “sinistra radicale”. Questo fa sì che con lui i soliti codici non funzionano. Non di rado le sue parole e le sue azioni ti disorientano e sembrano prive di una qualche logica tanto da farlo apparire schizofrenico.
In realtà è un impulsivo che difficilmente basa le sue decisioni sul solo calcolo politico.
È un uomo un po’ estremo con grandi qualità ma anche con grandi difetti.
È profondamente onesto, non da un punto di vista meramente formale ma bensì, cosa più rara, anche in senso intellettuale. È determinato e non guarda in faccia a nessuno. È carismatico al punto da essere capace di entrare in un bar dove tutti lo odiano e uscire un quarto d’ora dopo tra gli applausi. È molto intelligente ma non è furbo e questo a volte più che un pregio è un difetto. È uno che non si risparmia e lavora anche troppo rischiando talvolta di perdere di lucidità.
I difetti invece derivano per lo più dalla sua formazione e dalla sua storia professionale. È estremamente centrato su se stesso e non riesce a essere parte di un collettivo. Non è un organizzatore e non sa fare gioco di squadra. È abituato a fare come in magistratura ovvero a gestire piccoli gruppi fortemente gerarchizzati dove lui si trova al vertice. Non è capace di far crescere coloro che sono intorno a se. Non si fida quasi di nessuno.
Essenzialmente gli manca la dimensione collettiva.
Quando è diventato sindaco dietro non aveva un organizzazione e in questi anni pur sforzandosi non è riuscito a crearne una degna di questo nome. A causa del suo carattere i più capaci, quelli che pensano con la loro testa si sono progressivamente allontanati o non si sono mai avvicinati. Si è così trovato circondato da una serie di adulatori e di opportunisti. Proprio questa composizione, predominante nel gruppo dirigente di Dema, ha determinato l’assurda impostazione dell’iniziativa di sabato.
Sono certo che anche le relazioni con le varie anime della sinistra così come i rapporti internazionali non sono stati gestiti da De Magistris in prima persona ma dal suo entourage che spesso è andato oltre il proprio mandato. Tanto per chiarirci mi riferisco ad esempio al rapporto con Diem. Quando Varoufakis dice che avevano un patto per costruire un soggetto politico a giugno secondo me dice il vero ma sono altrettanto sicuro che tale accordo non sia stato stipulato da Luigi che invece ne era all’oscuro.
Dicasi lo stesso per i rapporti con i vari partitini della sinistra radicale. Luigi non ha e non avrebbe mai messo bocca nelle vicende di Potere al Popolo ma alcuni dei suoi hanno concordato con Rifondazione le mosse per depotenziare PaP quando hanno capito che non era controllabile. Anche le assurde condizioni poste per il nostro intervento non sono farina del suo sacco e se lo conosco si sarà anche incazzato per questo.
Non dico queste cose per assolvere Luigi dalle sue responsabilità. Difatti pur non essendo stato lui a fare materialmente gli errori e le porcate purtroppo è comunque tenuto a rispondere dell’operato delle donne e degli uomini che ha scelto. Però non voglio neanche che ne esca un immagine distorta, da politicante quale non è. Sopratutto nel giudicare bisogna tener presente l’ambiente e le condizioni in cui si trova ad operare. Amministra in sostanziale solitudine una delle città più difficili d’Europa e lo fa senza soldi. Ha contro praticamente tutti nelle istituzioni da quelle nazionali a quelle periferiche.
Per gli stessi motivi sopra elencati ha una maggioranza in consiglio comunale assolutamente inadeguata e dilaniata da guerre intestine. Anche il resto della giunta tranne piccole eccezioni è composta da gente che non condivide veramente le idee di Luigi ma a cui lui non può rinunciare perché per amministrare servono anche competenze e conoscenza della macchina amministrativa.
Insomma governa bene in una situazione quasi impossibile ed è per questo che non posso avercela con lui nonostante le azioni dei suoi.
Queste ultime settimane per noi sono state toste e sono convinto che lo sono state anche per il “nostro” sindaco. Anche a livello emotivo le cose non sono state semplici. Luigi sa che noi dell’Ex-Opg siamo tra i suoi pochi veri amici. Gli amici, infatti, non sono quelli che ti danno sempre ragione, che ripetono continuamente che sei bello e bravo ma sono quelli che se la pensano diversamente, se fai una cazzata, se sbagli te lo dicono senza giri di parole. L’amicizia vera è disinteressata e noi a Luigi non abbiamo mai chiesto nulla.
A quest’ora qualcuno di noi poteva sedere in consiglio comunale e in qualche municipalità ma abbiamo preferito fare il Controllo Popolare fuori dai seggi perché la priorità era impedire che poteri forti della nostra città, ovvero padroni e camorristi, condizionassero il voto. Potevano essere assessori in municipalità o addirittura avere delle deleghe in giunta. Roba che i più avrebbero venduto l’anima al diavolo per cariche di questo tipo ma noi no. La nostra stella polare sono sempre gli interessi delle classi popolari e certe cose le avremmo fatte solo se fossero state effettivamente utili per gli sfruttati della nostra città.
Non è un caso che Luigi parla sempre della nostra comunità quando va in giro per l’Italia e la porta ad esempio.
Con noi è sempre stato leale, rispettoso della nostra autonomia e non ha mai tentato di cooptarci.
Poiché so che è un uomo intelligente, sono convinto che non è rimasto indifferente a quanto accaduto in questi giorni. L’iniziativa di sabato e il come si è arrivati ad essa sono stati un test importante i cui risultati saranno da lui attentamente valutati in vista di una sua possibile candidatura.
Infine non posso evitare di fare cenno a quella che probabilmente è, nel percorso promosso da Dema, la maggiore criticità: la questione di genere.
All’interno di Potere al Popolo in molte e molti si sono arrabbiati per l’intervista di De Magistris a L’Espresso. Su questo c’è poco da dire perché hanno assolutamente ragione. Purtroppo non si tratta di un episodio isolato perché la stessa iniziativa al Teatro Italia testimonia in modo evidente tale problematica: una presidenza composta esclusivamente da uomini e solo 6 interventi di donne sui 26 totali!
A tal proposito è stato significativo l’intervento di Marcello Belotti di Catalunya en Comú – Podem che con tono molto piccato ha cominciato così:
Luigi, come tutti noi compagni, deve assolutamente fare tesoro di queste critiche, mettere se stesso e il suo movimento in discussione al fine di innescare un processo di reale emancipazione da una mentalità, un atteggiamento, una pratica patriarcale e machista.
Fonte
In questo anni di incontri e discussioni credo di aver imparato a capire quello che realmente pensa non solo dalle parole ma sopratutto dal non-verbale e dal para-verbale.
Luigi sabato non aveva il “fuoco” negli occhi, quello che lo caratterizza quando è convinto di essere sulla strada giusta.
Mentre parlava scrutava la platea come se stesse cercando qualcuno.
Sono certo che cercava anche noi di Potere al Popolo ma sopratutto prendeva coscienza del fatto che davanti a lui c’era solo un piccolo pezzo incapace di dare gambe al suo progetto.
Non è facile capire Luigi, io almeno ci ho messo un bel po’ di tempo. Non è stato semplice perché sfugge alle classificazioni tradizionali. Non è uno che viene dal movimento e non è neanche un politico tradizionale della cosiddetta “sinistra radicale”. Questo fa sì che con lui i soliti codici non funzionano. Non di rado le sue parole e le sue azioni ti disorientano e sembrano prive di una qualche logica tanto da farlo apparire schizofrenico.
In realtà è un impulsivo che difficilmente basa le sue decisioni sul solo calcolo politico.
È un uomo un po’ estremo con grandi qualità ma anche con grandi difetti.
È profondamente onesto, non da un punto di vista meramente formale ma bensì, cosa più rara, anche in senso intellettuale. È determinato e non guarda in faccia a nessuno. È carismatico al punto da essere capace di entrare in un bar dove tutti lo odiano e uscire un quarto d’ora dopo tra gli applausi. È molto intelligente ma non è furbo e questo a volte più che un pregio è un difetto. È uno che non si risparmia e lavora anche troppo rischiando talvolta di perdere di lucidità.
I difetti invece derivano per lo più dalla sua formazione e dalla sua storia professionale. È estremamente centrato su se stesso e non riesce a essere parte di un collettivo. Non è un organizzatore e non sa fare gioco di squadra. È abituato a fare come in magistratura ovvero a gestire piccoli gruppi fortemente gerarchizzati dove lui si trova al vertice. Non è capace di far crescere coloro che sono intorno a se. Non si fida quasi di nessuno.
Essenzialmente gli manca la dimensione collettiva.
Quando è diventato sindaco dietro non aveva un organizzazione e in questi anni pur sforzandosi non è riuscito a crearne una degna di questo nome. A causa del suo carattere i più capaci, quelli che pensano con la loro testa si sono progressivamente allontanati o non si sono mai avvicinati. Si è così trovato circondato da una serie di adulatori e di opportunisti. Proprio questa composizione, predominante nel gruppo dirigente di Dema, ha determinato l’assurda impostazione dell’iniziativa di sabato.
Sono certo che anche le relazioni con le varie anime della sinistra così come i rapporti internazionali non sono stati gestiti da De Magistris in prima persona ma dal suo entourage che spesso è andato oltre il proprio mandato. Tanto per chiarirci mi riferisco ad esempio al rapporto con Diem. Quando Varoufakis dice che avevano un patto per costruire un soggetto politico a giugno secondo me dice il vero ma sono altrettanto sicuro che tale accordo non sia stato stipulato da Luigi che invece ne era all’oscuro.
Dicasi lo stesso per i rapporti con i vari partitini della sinistra radicale. Luigi non ha e non avrebbe mai messo bocca nelle vicende di Potere al Popolo ma alcuni dei suoi hanno concordato con Rifondazione le mosse per depotenziare PaP quando hanno capito che non era controllabile. Anche le assurde condizioni poste per il nostro intervento non sono farina del suo sacco e se lo conosco si sarà anche incazzato per questo.
Non dico queste cose per assolvere Luigi dalle sue responsabilità. Difatti pur non essendo stato lui a fare materialmente gli errori e le porcate purtroppo è comunque tenuto a rispondere dell’operato delle donne e degli uomini che ha scelto. Però non voglio neanche che ne esca un immagine distorta, da politicante quale non è. Sopratutto nel giudicare bisogna tener presente l’ambiente e le condizioni in cui si trova ad operare. Amministra in sostanziale solitudine una delle città più difficili d’Europa e lo fa senza soldi. Ha contro praticamente tutti nelle istituzioni da quelle nazionali a quelle periferiche.
Per gli stessi motivi sopra elencati ha una maggioranza in consiglio comunale assolutamente inadeguata e dilaniata da guerre intestine. Anche il resto della giunta tranne piccole eccezioni è composta da gente che non condivide veramente le idee di Luigi ma a cui lui non può rinunciare perché per amministrare servono anche competenze e conoscenza della macchina amministrativa.
Insomma governa bene in una situazione quasi impossibile ed è per questo che non posso avercela con lui nonostante le azioni dei suoi.
Queste ultime settimane per noi sono state toste e sono convinto che lo sono state anche per il “nostro” sindaco. Anche a livello emotivo le cose non sono state semplici. Luigi sa che noi dell’Ex-Opg siamo tra i suoi pochi veri amici. Gli amici, infatti, non sono quelli che ti danno sempre ragione, che ripetono continuamente che sei bello e bravo ma sono quelli che se la pensano diversamente, se fai una cazzata, se sbagli te lo dicono senza giri di parole. L’amicizia vera è disinteressata e noi a Luigi non abbiamo mai chiesto nulla.
A quest’ora qualcuno di noi poteva sedere in consiglio comunale e in qualche municipalità ma abbiamo preferito fare il Controllo Popolare fuori dai seggi perché la priorità era impedire che poteri forti della nostra città, ovvero padroni e camorristi, condizionassero il voto. Potevano essere assessori in municipalità o addirittura avere delle deleghe in giunta. Roba che i più avrebbero venduto l’anima al diavolo per cariche di questo tipo ma noi no. La nostra stella polare sono sempre gli interessi delle classi popolari e certe cose le avremmo fatte solo se fossero state effettivamente utili per gli sfruttati della nostra città.
Non è un caso che Luigi parla sempre della nostra comunità quando va in giro per l’Italia e la porta ad esempio.
Con noi è sempre stato leale, rispettoso della nostra autonomia e non ha mai tentato di cooptarci.
Poiché so che è un uomo intelligente, sono convinto che non è rimasto indifferente a quanto accaduto in questi giorni. L’iniziativa di sabato e il come si è arrivati ad essa sono stati un test importante i cui risultati saranno da lui attentamente valutati in vista di una sua possibile candidatura.
Infine non posso evitare di fare cenno a quella che probabilmente è, nel percorso promosso da Dema, la maggiore criticità: la questione di genere.
All’interno di Potere al Popolo in molte e molti si sono arrabbiati per l’intervista di De Magistris a L’Espresso. Su questo c’è poco da dire perché hanno assolutamente ragione. Purtroppo non si tratta di un episodio isolato perché la stessa iniziativa al Teatro Italia testimonia in modo evidente tale problematica: una presidenza composta esclusivamente da uomini e solo 6 interventi di donne sui 26 totali!
A tal proposito è stato significativo l’intervento di Marcello Belotti di Catalunya en Comú – Podem che con tono molto piccato ha cominciato così:
“prima di iniziare volevo dire una cosa importante che in Spagna, a Barcellona abbiamo fatto: non è possibile che su 20 interventi ci sono state solo 2 donne! Lo dico da uomo: mi piacerebbe chiamarmi Marcella però purtroppo mi chiamo Marcello! Dobbiamo rivedere delle cose, in Spagna ci siamo riusciti: 50 e 50, punto! Innanzitutto vi porto il saluto affettuoso delle nostre tre coordinatrici...”Una vera e propria sberla da parte di chi obiettivamente sta molto più avanti su questi temi e non può credere che in Italia accadano ancora cose di questo genere.
Luigi, come tutti noi compagni, deve assolutamente fare tesoro di queste critiche, mettere se stesso e il suo movimento in discussione al fine di innescare un processo di reale emancipazione da una mentalità, un atteggiamento, una pratica patriarcale e machista.
Fonte
01/12/2018
Dema. La maschera e il volto: venite, ma Viola non parla
Varoufakis e Diem25 denunciano patti violati, Dema, per suo conto, snobba Mélenchon. Si tratta di elezioni europee, ma il principio ispiratore dell’Assemblea convocata al Teatro Italia di Roma è chiarissimo: soccorrere la democrazia italiana pericolante sotto l’urto della reazione neofascista. La cosiddetta «onda nera», incarnata da Salvini e Di Maio.
Probabilmente la scelta di tempo è sbagliata – sarebbe stato molto più giusto schierarsi a marzo e tentare così di limitare l’impatto dell’«onda» – ma indietro non si torna e potrebbe anche andar bene così. Meglio tardi che mai.
Non so dove condurrà stamattina l’assemblea, ma mi pare che le contraddizioni esistano e siano pesanti. Per raccogliere consensi tra associazioni e movimenti, si sono individuati infatti un programma e un metodo fatti apposta per dividere ciò che dovrebbero unire. Cosa si intende fare è scritto nella Costituzione, che di fatto è il programma, ma si è deciso di tenere ben nascosti nell’ombra i partiti politici, che della Costituzione sono uno dei pilastri.
Questo non significa che i Partiti non ci saranno, tanto più che qualcuno tra loro eviterà a Dema e soci di raccogliere le 150.000 mila e più firme previste dalla legge. Molto più semplicemente avranno un ruolo estremamente defilato. Poiché non vanno per la maggiore e gli elettori non gradirebbero, ai loro segretari si è anzi chiesto chiaro e tondo di non parlare e loro, che hanno certamente a cuore le sorti della democrazia pericolante, si sono sacrificati. Messa da parte la dignità, hanno accettato il bavaglio.
Così stando le cose, tuttavia, un dubbio sorge e qualche domanda chiede invano risposta: siamo proprio certi, per esempio, che nascondere i partiti e censurare i loro segretari significhi difendere la Costituzione e la democrazia? Se è così bisogna riconoscerlo: la difesa delle libertà costituzionali somiglia talvolta ai trucchi dei prestigiatori. E’ vero, negli ultimi anni i gruppi dirigenti dei partiti politici hanno fatto pessima prova. Ma se è così, perché sono invitati?
Nascosti nel cilindro i partiti, ritenuti evidentemente impresentabili, restano le associazioni e i movimenti, per i quali, tuttavia, non si è utilizzato un criterio unico. Enrico Panini, per dirne una, segretario di Dema, ha diritto di parola perché rappresenta un movimento. Nel girone infernale è collocato invece Potere al Popolo, che però, come Dema, per ora è un movimento. Chiamata a scontare la pena di un passato che non ha vissuto, anche a Viola Carofalo, portavoce di Potere al Popolo, si è così potuto imporre il bavaglio e a scanso equivoci si è chiesto che non parlasse in sua vece una qualche voce napoletana. Sono finiti così in castigo tutti i giovani dell’ex Opg che hanno creato Potere al Popolo.
E’ difficile dire se a coloro che interverranno si è chiesto di scegliersi un argomento particolare – scuola, giustizia sanità e cose così – ma sul cammino di Potere al Popolo si è voluto piantare anche questo paletto. Si direbbe quasi che chi nelle riunioni preparatorie ha osato manifestare dubbi, chiedendo di sapere con chi si andava e per fare che cosa, sia stato messo di fronte a una scelta: accodarsi o declinare l’invito. Che dire? Probabilmente anche questo è necessario per fermare Salvini: mettere ai margini chi non si allinea.
In questo clima, stamattina al Teatro Italia di Roma si aprirà l’assemblea da cui dovrebbe nascere il “nuovo” baluardo della democrazia. I Partiti ci saranno, i loro segretari staranno zitti, qualcuno parlerà al loro posto e si dirà alla gente che è ora di cambiare. Ci saranno ospiti illustri e una gran passerella. Potere al Popolo non ci sarà.
Fonte
Probabilmente la scelta di tempo è sbagliata – sarebbe stato molto più giusto schierarsi a marzo e tentare così di limitare l’impatto dell’«onda» – ma indietro non si torna e potrebbe anche andar bene così. Meglio tardi che mai.
Non so dove condurrà stamattina l’assemblea, ma mi pare che le contraddizioni esistano e siano pesanti. Per raccogliere consensi tra associazioni e movimenti, si sono individuati infatti un programma e un metodo fatti apposta per dividere ciò che dovrebbero unire. Cosa si intende fare è scritto nella Costituzione, che di fatto è il programma, ma si è deciso di tenere ben nascosti nell’ombra i partiti politici, che della Costituzione sono uno dei pilastri.
Questo non significa che i Partiti non ci saranno, tanto più che qualcuno tra loro eviterà a Dema e soci di raccogliere le 150.000 mila e più firme previste dalla legge. Molto più semplicemente avranno un ruolo estremamente defilato. Poiché non vanno per la maggiore e gli elettori non gradirebbero, ai loro segretari si è anzi chiesto chiaro e tondo di non parlare e loro, che hanno certamente a cuore le sorti della democrazia pericolante, si sono sacrificati. Messa da parte la dignità, hanno accettato il bavaglio.
Così stando le cose, tuttavia, un dubbio sorge e qualche domanda chiede invano risposta: siamo proprio certi, per esempio, che nascondere i partiti e censurare i loro segretari significhi difendere la Costituzione e la democrazia? Se è così bisogna riconoscerlo: la difesa delle libertà costituzionali somiglia talvolta ai trucchi dei prestigiatori. E’ vero, negli ultimi anni i gruppi dirigenti dei partiti politici hanno fatto pessima prova. Ma se è così, perché sono invitati?
Nascosti nel cilindro i partiti, ritenuti evidentemente impresentabili, restano le associazioni e i movimenti, per i quali, tuttavia, non si è utilizzato un criterio unico. Enrico Panini, per dirne una, segretario di Dema, ha diritto di parola perché rappresenta un movimento. Nel girone infernale è collocato invece Potere al Popolo, che però, come Dema, per ora è un movimento. Chiamata a scontare la pena di un passato che non ha vissuto, anche a Viola Carofalo, portavoce di Potere al Popolo, si è così potuto imporre il bavaglio e a scanso equivoci si è chiesto che non parlasse in sua vece una qualche voce napoletana. Sono finiti così in castigo tutti i giovani dell’ex Opg che hanno creato Potere al Popolo.
E’ difficile dire se a coloro che interverranno si è chiesto di scegliersi un argomento particolare – scuola, giustizia sanità e cose così – ma sul cammino di Potere al Popolo si è voluto piantare anche questo paletto. Si direbbe quasi che chi nelle riunioni preparatorie ha osato manifestare dubbi, chiedendo di sapere con chi si andava e per fare che cosa, sia stato messo di fronte a una scelta: accodarsi o declinare l’invito. Che dire? Probabilmente anche questo è necessario per fermare Salvini: mettere ai margini chi non si allinea.
In questo clima, stamattina al Teatro Italia di Roma si aprirà l’assemblea da cui dovrebbe nascere il “nuovo” baluardo della democrazia. I Partiti ci saranno, i loro segretari staranno zitti, qualcuno parlerà al loro posto e si dirà alla gente che è ora di cambiare. Ci saranno ospiti illustri e una gran passerella. Potere al Popolo non ci sarà.
Fonte
Potere al Popolo. Perché non siamo all’incontro di De Magistris
Oggi non saremo a Roma al Teatro Italia alla presentazione del movimento di De Magistris. Siccome in molti ci hanno chiesto il perché, e siccome avevamo scritto qualche giorno fa che ci saremmo stati, ci sembra giusto scrivere queste righe per spiegare cos’è cambiato.
La settimana scorsa avevamo ricevuto, sulla mail personale della nostra portavoce Viola Carofalo, un invito a intervenire, e con piacere avevamo accettato. Innanzitutto perché siamo aperti al confronto con tutti quelli che davvero vogliono cambiare le cose, poi perché abbiamo tante idee e pratiche da condividere e infine perché stimiamo il Sindaco di Napoli che ha dimostrato in più occasioni onestà e coraggio.
Purtroppo abbiamo saputo due giorni fa dagli organizzatori dell’evento che l’incontro si sarebbe svolto nel seguente modo: 23 interventi già fissati di 5 minuti, nessun intervento “politico” ma solo di “esperienze sociali”. Noi avremmo potuto intervenire una volta, ma non presentandoci come Potere al Popolo!, non facendo parlare un napoletano (!), e non parlando come realtà politica, ma solo raccontando qualche lotta in cui siamo impegnati come singoli militanti. I soli soggetti politici titolati a parlare sarebbero stati il coordinatore di DEMA all’inizio e De Magistris alla fine.
Morale della favola: Viola, anche se ha militato per 20 anni nei centri sociali, non poteva parlare in quanto Ka$taaaaa; anzi proprio Potere al Popolo! non poteva parlare. Anche se non è un partito, ma un movimento esattamente come DEMA. Anche se siamo nati da solo un anno proprio come movimento sociale imperniato intorno alle Case del Popolo. Siamo stati considerati, da un soggetto politico che peraltro è al governo di una grande città, identici a chi è stato nel centrosinistra e solo fino pochi mesi fa era candidato con D’Alema e soci...
Ma c’è di più. Visto che ai precedenti incontri organizzati da De Magistris erano intervenuti tutti i partiti da Sinistra Italiana a Rifondazione, passando per formazioni minori, visto che Sinistra Italiana risultava persino organizzatrice dell’iniziativa su FB, non potevamo non chiederci: ma che fine hanno fatto questi?
Dopo poco si è svelato l’arcano: i partiti c’erano. Non sarebbero intervenuti i leader, che fanno tanto “sfigati della sinistra”, ma membri significativi di quei partiti nella veste di attivisti sociali. Di modo che il racconto della giornata avrebbe potuto essere: “ci siamo raccolti dal basso, siamo una coalizione civica, i cattivi partiti non ci sono, questa non è Rivoluzione Civile o l’Altra Europa 2”…
Ora, a sinistra negli ultimi anni si son viste tante cose strane, eh. Ma una cosa così non l’avevamo ancora sentita. Certo, sarebbe stato divertente giocare a “trova l’intruso” e passare la mattinata in teatro a scoprire chi dei relatori ha una o più tessere in tasca, ma il tempo della vita è breve e preferiamo declinare. Capiamo che i vecchi partiti della sinistra si aggrappino a tutto perché per esistere devono eleggere e oggi De Magistris sembra un buon cavallo, ma a tutto c’è un limite… Com’è possibile che migliaia di militanti di quei partiti si trovino trascinati ancora una volta in un nuovo cartello senza che nessuno li interpelli?
Da un anno noi stiamo provando a “fare tutto al contrario”: partire non da appelli vaghi, leaderismi, candidature, ma dalle assemblee territoriali, dal lavoro a contatto con il blocco sociale, da processi democratici, da un programma chiaro e radicale. L’unità è certo un valore, ma non si fa cucendo un vestito da Arlecchino, dove sta insieme tutto e il contrario di tutto. L’unità si deve fare innanzitutto con il nostro blocco sociale, su questioni concrete, su contenuti chiari: deve servire alle persone per essere più forti, non a residuali gruppi dirigenti per sopravvivere.
Avremmo detto questo se fossimo intervenuti: che bisogna rompere con le modalità della vecchia sinistra, per la quale per cambiare questa situazione basterebbe mettersi tutti insieme, avere un “uomo della provvidenza” o un marketing più allettante. No: per il disastro che è stato prodotto negli ultimi trent’anni, bisogna ricominciare rendendosi credibili nelle lotte, coerenti nelle posizioni. Non esistono scorciatoie. Bisogna lavorare capillarmente, trasformare la mentalità delle persone con gesti concreti. Bisogna anche iniziare a far apparire un orizzonte diverso dal presente, mostrare che le singole lotte non possono fare a meno di proporre un’altra idea di società, in cui un potere popolare controlli mercato e profitto, riavviando la marcia verso il superamento del capitalismo. In passato si è riusciti a cambiare il mondo proprio perché non si ha avuto paura di ribaltarlo. Se invece la sinistra educa alla rassegnazione, all’adattamento, al meno peggio, si rivela inutile e destinata a sparire.
Avremmo anche detto che bisogna dire basta alla falsa alternativa tra l’europeismo liberista della sinistra e il nazionalismo liberista della destra. L’Unione Europea con i suoi trattati e il suo sistema di poteri e regole è l’inevitabile avversario di ogni progetto di eguaglianza sociale e di ritorno al controllo democratico sul mercato e sulla finanza. I trattati europei sono stati costruiti su principi che sono in totale contrasto con i valori della Costituzione del 1948. Il popolo italiano non ha mai votato su quei trattati. Ci vogliono imprigionare nella falsa dicotomia europeisti vs anti-europeisti, ma la verità è che c’è un’unica Unione Europea che fa le stesse politiche sociali contro i lavoratori, i migranti, i servizi pubblici, fa le stesse guerre e speculazioni, e si divide solo su come si spartisce il bottino. Non esiste alcuna possibilità di costruire un’alternativa popolare stando dentro i vincoli liberisti dei trattati UE o di quelli guerrafondai della NATO. Si può e si deve discutere sul come, ma non più se rompere o meno con i trattati. L’unità dei popoli europei può avvenire solo su basi completamente diverse da quelle che finora ci sono state imposte.
È di come fare tutto questo che stiamo discutendo nelle nostre assemblee territoriali. Fra un mese finiremo questa discussione, miglioreremo il nostro programma, e le proposte emerse nel dibattito saranno messe in votazione sulla piattaforma su cui tutti gli iscritti potranno votare e scegliere cosa dovrà fare Potere al Popolo! alle prossime elezioni europee.
Speriamo che su questi temi ci sarà modo di parlare anche con chi oggi era al Teatro Italia sinceramente preoccupato della situazione e motivato a cambiarla. Noi siamo aperti al confronto con chiunque, perché ci interessa essere creativi, sperimentare strade nuove, e non chiuderci nelle vecchie liturgie.
Nel frattempo invitiamo tutte e tutti sia a partecipare al lavoro di base nelle nostre Case del Popolo, per mostrare concretamente che c’è un altro modo di fare politica, sia a scendere in piazza l’8 dicembre, innanzitutto a Torino, per reagire a quella vergogna, a quel coacervo di interessi speculativi, mafie, politicume chiamato SI TAV, ma anche in Salento per dire No alla TAP, in Sicilia per dire No al MUOS, alle opere inutili e alla devastazione ambientale.
Inoltre, invitiamo tutte e tutti il 15 dicembre a Roma, per la manifestazione “Get up, stand up”, che vedrà protagonisti migranti, braccianti, lavoratori italiani e stranieri insieme. Le elezioni in fondo non fanno che fotografare rapporti di forza reali. Crediamo che una grande piazza in cui si tocchi con mano l’unità degli sfruttati sia il miglior viatico per combattere l’Unione Europea non solo di Orban e Salvini, ma anche di Merkel, Juncker e Macron.
Qui di seguito i “cinque punti” su cui Potere al Popolo ha avviato la discussione tra gli attivisti e su cui, naturalmente, si confronta con chiunque.
CINQUE PUNTI PER LA DISCUSSIONE SULL’EUROPA E SULLE ELEZIONI EUROPEE
Si avvicinano le elezioni europee e, come per il cambio d’abito con il cambiamento di stagione, nei partiti di una sempre più ristretta sinistra radicale italiana, prima si realizzano le solite scissioni e poi ci si prepara ad indossare il vestito dell’unità.
L’unità nasce da un sacrosanto bisogno di unione degli oppressi contro il potere, necessità che sta nel nucleo della nostra storia: proletari di tutto il mondo unitevi. Ogni lotta ha bisogno di unione e cerca di costruirla, ma questo bisogno vitale di unità nulla ha a che vedere con l’uso che ne fanno alcuni ceti politici per giustificare sé stessi.
Periodicamente si annuncia che questo vestito unitario sarà nuovo, di fattura completamente diversa da quelli dismessi ed abbandonati nelle stagioni precedenti, che avrà un nuovo nome ed un nuovo sarto. In questo tornante elettorale il sarto dovrebbe essere Luigi De Magistris, che in effetti ha delle buone credenziali: è persona onesta e combattiva ed ha una storia di successi elettorali comunali che potrebbero diventare risultati utili alle elezioni europee.
Noi abbiamo sostenuto De Magistris nella sua esperienza e nei suoi duri conflitti per guidare l’amministrazione di Napoli verso strade completamente diverse dal passato, soprattutto quando fu momentaneamente destituito da una manovra simile a quella che oggi colpisce il sindaco di Riace. Una manovra che egli seppe sconfiggere facendo con determinazione ed umiltà il sindaco di strada. Se la memoria non ci tradisce allora non erano in tanti a sostenerlo nei momenti più difficili e noi siamo stati con il sindaco. Per questo ci sentiamo oggi in dovere di essere franchi con lui.
Se Luigi De Magistris farà solo il confezionatore del vestito nuovo della vecchia sinistra, fallirà come sono falliti i cambi d’abito precedenti. Vorremmo evitare che ciò avvenisse, perché ad ogni progetto di unità della sinistra che finisce male la credibilità e la forza di tutto il nostro mondo si riduce. Ci sentiamo per questo in dovere di affermare quelli che, secondo noi, dovrebbero essere i fondamenti affinché la battaglia elettorale delle europee non finisca come tutte le altre che l’hanno preceduta.
1) Rompere con il tradimento della sinistra.
L’Italia è stato il paese con la più grande sinistra dell’Europa Occidentale ed ora è il paese con la sinistra più debole. Milioni di operai, disoccupati, poveri e sfruttati hanno deciso di abbandonare il campo politico/elettorale della sinistra per affidare le loro aspettative ai Cinque Stelle e alla Lega. La ragione é solo una e va affermata in tutta la sua immediata brutalità: la sinistra ha tradito chi doveva rappresentare, ha abbandonato la sua storia e cultura, per scegliere le privatizzazioni, la priorità delle imprese, il profitto. Oggi se in una fabbrica o in una periferia ci si qualifica come sinistra ci si sente accusare di essere i colpevoli del Jobs Act, della legge Fornero, delle privatizzazioni. La vecchia destra reazionaria e fascista, che è una delle anime profonde del paese, ha sfruttato fino in fondo questo tradimento sociale della sinistra, trasformandolo in occasione di rivincita storica. Il ritorno di forze e valori reazionari, oggi principalmente interpretato dalla Lega di Salvini, non può essere affrontato da una sinistra che ha abbandonato il campo della eguaglianza sociale nel nome del libero mercato e della intoccabilità dei vincoli europei. Se si resta in questo campo la destra continuerà a presentarsi come forza di popolo contro le élites. Anche quando si accorderà con le élites per conservare il potere.
Anche la sinistra cosiddetta radicale, anche quando riscuoteva un certo consenso, non é stata in grado di contrastare, né tantomeno di costruire un’alternativa, alla deriva neoliberale del PD e del centrosinistra.
Occorre quindi una autocritica complessiva e una rottura aperta, pubblica, dichiarata su ciò che è stata la sinistra in Italia negli ultimi decenni, autocritica che porti a programmi diverse, a diverse pratiche, a una diversa sfida e interlocuzione sociale sulla rappresentanza.
2) No alla falsa alternativa tra europeismo neoliberale e euronazionalismo
L’Unione Europea con i suoi trattati ed il suo sistema di poteri e regole è l’inevitabile avversario di ogni progetto di eguaglianza sociale e di ritorno al controllo dei poteri democratici e pubblici sul mercato e sulla finanza. I trattati europei sono stati costruiti su principi e vincoli liberisti che sono in totale contrasto con i principi e valori della Costituzione del 1948, a partire dall’articolo 3. Le forze reazionarie, razziste non sono affatto una alternativa, seppure barbara, alla UE liberista ma una sua forma di adattamento alla crisi economica. L’Europa fortezza, nemica sia dei popoli del sud che della Russia e della Cina, può tranquillamente continuare le politiche liberiste mentre affonda le barche dei migranti e finanzia la guerra dei fascisti Ucraini. Anche i governi più reazionari e xenofobi della UE, quelli di Austria e Ungheria, sono stati i più rigidi contro i timidi tentativi del governo gialloverde di allargare le maglie del Fiscal Compact. Ma anche l’alternativa di un fronte che vada da Macron a Tsipras non cambierebbe la sostanza di un sistema di potere UE che ha come scopo fondamentale la distruzione dello stato sociale e dei diritti del lavoro. Da un lato una UE nemica dei migranti e dei poveri, dall’altro una UE più amica delle multinazionali e delle guerre NATO, entrambe con le stesse politiche economiche e sociali. Questa è la finta contrapposizione che bisogna combattere e rovesciare. Questo è possibile solo mettendo in campo una alternativa fondata sulla rottura con i vincoli liberisti dei trattati UE, così come con quelli guerrafondai della NATO. Non esiste alcuna possibilità di costruire una alternativa di sinistra sociale e popolare stando dentro questi vincoli. Si può e si deve discutere sul come, ma non più se rompere o meno con i Trattati europei. Questa è una discriminante di fondo, averla ignorata sta portando al suicidio della sinistra. Questa UE non è riformabile se non in peggio, l’unità dei popoli europei può avvenire solo su basi completamente diverse da quelle disegnate e imposte dai trattati liberisti della UE e fuori dalla NATO, dalle sue politiche di riarmo e guerra.
3) Noi agiamo per un’altra società
Non basta più enunciare i singoli provvedimenti che si rivendicano, le ingiustizie che si vogliono combattere. La sinistra popolare, socialista, comunista ha rotto con la sinistra borghese e liberale più di un secolo e mezzo fa nel nome della critica al capitalismo e della questione sociale. Gli ultimi trenta e più anni di dominio del capitalismo hanno invece distrutto in Europa grandi conquiste sociali e frantumato il mondo del lavoro, restaurando il sistema del più brutale sfruttamento ed estendendo tale sfruttamento devastante dalle persone alla natura.
Con questa restaurazione si è affermata anche l’ideologia liberale come unico orizzonte possibile della umanità. Per cui anche le persone sfruttate hanno finito per rassegnarsi, o perfino colpevolizzarsi della, loro condizione. Non ci sono alternative è il motto autoritario che oggi distrugge la democrazia riducendola ad una competizione tra elites che hanno gli stessi programmi economici.
In questo contesto il “riformismo”, inteso come pura sottomissione ai vincoli del sistema dominante, è diventato l’ideologia ufficiale della sinistra europea e della maggioranza delle direzioni sindacali. Eppure mai come oggi é chiaro come anche i piccoli cambiamenti richiedano rotture di sistema. Ogni volta che un movimento o una lotta arrivano a conseguire risultati, il sistema reagisce o isolando quegli stessi risultati, o travolgendoli con la forza della propria immodificabilità.
Le singole rivendicazioni e lotte non possono fare meno di proporre un’altra società, ove un potere pubblico, democratico e sociale controlli e sottometta mercato e profitto, riavviando la marcia verso il superamento del capitalismo, verso il socialismo. Bisogna avere il coraggio di proporre un’alternativa di società alle persone oppresse e sfruttate, istigate e imbrigliate da un scetticismo secondo cui questo é il mondo e tu non ci puoi fare niente. La sinistra è stata capace di cambiare il mondo proprio perché non ha avuto paura di affermare la propria intenzione di ribaltarlo. Se invece educa alla rassegnazione, all’adattamento, al meno peggio, la sinistra si rivela inutile e per questo scompare.
4) Ricostruire l’unità sui contenuti per unire le forze.
Non si possono semplicemente mettere assieme i residui della sinistra se si vuole costruire una unità utile alle lotte e per il cambiamento sociale. Bisogna avere la consapevolezza che bisogna ricostruire pratiche sociali e punti di vista, bisogna lottare per emanciparsi ed emanciparsi per lottare. La manifestazione per il SI al TAV a Torino, che ha visto un fronte politico che va dal PD all’estrema destra, rivela un fronte sociale corporativo con sindacati complici e imprese, un fronte culturale che va da intellettuali democratici ai teorici della libera impresa e delle Grandi opere. Quel fronte è nostro avversario, allo stesso modo del fronte fondato su legge ordine e xenofobia che si raggruppa attorno Salvini.
Sono i contenuti che determinano gli schieramenti. È tra i contenuti che bisogna ricostruire l’unità. Oggi una rigorosa piattaforma di rivendicazioni sociali, popolari, ambientaliste, democratiche è la prima discriminante in politica. E’ diventata una forma di ipocrisia sostenere che non va discusso ciò che è “divisivo”. No, é proprio su ciò che è divisivo che bisogna discutere se si vuole costruire una unità che serva alle persone e non soltanto agli equilibri tra i gruppi dirigenti.
5) Le alleanze elettorali non sono un taxi per arrivare al seggio.
Si possono avere alleanze elettorali tra forze diverse, ma queste non possono avere come unico scopo quello di essere eletti ad ogni costo. I (sempre più scarsi) risultati raggiunti in questo modo, hanno dimostrato di non essere affatto un accumulo delle forze di cui abbiamo necessità per rovesciare il tavolo. Al contrario alleanze basate su questa logica hanno ampiamente dimostrato di essere fallimentari e non solo perché spesso hanno mancato l’obiettivo, ma perché non hanno consolidato nulla dopo il voto. Devono essere sempre i comportamenti reali e i contenuti dei programmi a decidere.
Per quanto riguarda le elezioni europee, una alleanza elettorale di forze e movimenti che lottano contro il razzismo, il capitalismo, il patriarcato e la distruzione dell’ambiente dovrebbe rispondere ad alcuni criteri di fondo. A) Essere in chiara opposizione al governo gialloverde, ma anche alternativa al PD e al centrosinistra.
b) Sostenere la posizione sulla Unione Europea del Patto di Lisbona tra diverse forze, in particolare sulla necessità di rompere con i trattati UE, contrastare tutti i diktat liberisti della Commissione Europea, rimettere in campo una alternativa alle istituzioni esistenti come indica l’approccio del “Piano B”. Fare dunque gruppo con le forze di quel patto nel parlamento UE. Da questo approccio derivano gli specifici punti di programma e di conflitto: abolizione del Fiscal Compact e cancellazione dei piani per le Grandi Opere; abrogazione della legge Fornero e progetto europeo di riduzione degli orari di lavoro; reintroduzione dell’articolo 18 e un piano europeo di diritti per il lavoro; controllo sui movimenti di capitali e divieto per le delocalizzazioni e il dumping fiscale tra gli Stati; nazionalizzazioni in Italia e cancellazione del divieto di aiuti di Stato nella UE; libertà per le politiche di bilancio di ogni Stato e superamento del divieto per la BCE di sostenere gli stati in difficoltà. Nella sostanza un programma di rottura con l’austerità e i suoi vincoli UE, da realizzare comunque.
Infine ci vorrà una selezione dei candidati con procedure democratiche dal basso. È necessario che i gruppi dirigenti dei partiti della sinistra radicale e i candidati “a tutte le elezioni” facciano finalmente tutti un passo indietro e si ponga fine alla logica delle persone sole al comando. Ogni eventuale parlamentare dovrà rispondere al vincolo di mandato delle sue elettrici e dei suoi elettori.
Se su questi punti sarà possibile un confronto aperto e trasparente con De Magistris e altre forze, un confronto che alla fine non produca le solite piattaforme genericamente antiliberiste del tutto inefficaci tra i settori popolari, Potere al Popolo parteciperà al confronto riservando comunque ai propri iscritti il giudizio finale sui risultati.
Se questo non sarà possibile, sarà allora necessario ribadire che Potere al Popolo ha intrapreso il suo percorso proprio per cercare di costruire, negli obiettivi, nelle pratiche e anche nelle modalità di funzionamento dell’organizzazione, qualcosa di diverso dalle esperienze passate della sinistra radicale italiana. E PaP non metterà in discussione questa scelta di fondo solo per qualche posto in confusi aggregati elettorali.
Fonte
La settimana scorsa avevamo ricevuto, sulla mail personale della nostra portavoce Viola Carofalo, un invito a intervenire, e con piacere avevamo accettato. Innanzitutto perché siamo aperti al confronto con tutti quelli che davvero vogliono cambiare le cose, poi perché abbiamo tante idee e pratiche da condividere e infine perché stimiamo il Sindaco di Napoli che ha dimostrato in più occasioni onestà e coraggio.
Purtroppo abbiamo saputo due giorni fa dagli organizzatori dell’evento che l’incontro si sarebbe svolto nel seguente modo: 23 interventi già fissati di 5 minuti, nessun intervento “politico” ma solo di “esperienze sociali”. Noi avremmo potuto intervenire una volta, ma non presentandoci come Potere al Popolo!, non facendo parlare un napoletano (!), e non parlando come realtà politica, ma solo raccontando qualche lotta in cui siamo impegnati come singoli militanti. I soli soggetti politici titolati a parlare sarebbero stati il coordinatore di DEMA all’inizio e De Magistris alla fine.
Morale della favola: Viola, anche se ha militato per 20 anni nei centri sociali, non poteva parlare in quanto Ka$taaaaa; anzi proprio Potere al Popolo! non poteva parlare. Anche se non è un partito, ma un movimento esattamente come DEMA. Anche se siamo nati da solo un anno proprio come movimento sociale imperniato intorno alle Case del Popolo. Siamo stati considerati, da un soggetto politico che peraltro è al governo di una grande città, identici a chi è stato nel centrosinistra e solo fino pochi mesi fa era candidato con D’Alema e soci...
Ma c’è di più. Visto che ai precedenti incontri organizzati da De Magistris erano intervenuti tutti i partiti da Sinistra Italiana a Rifondazione, passando per formazioni minori, visto che Sinistra Italiana risultava persino organizzatrice dell’iniziativa su FB, non potevamo non chiederci: ma che fine hanno fatto questi?
Dopo poco si è svelato l’arcano: i partiti c’erano. Non sarebbero intervenuti i leader, che fanno tanto “sfigati della sinistra”, ma membri significativi di quei partiti nella veste di attivisti sociali. Di modo che il racconto della giornata avrebbe potuto essere: “ci siamo raccolti dal basso, siamo una coalizione civica, i cattivi partiti non ci sono, questa non è Rivoluzione Civile o l’Altra Europa 2”…
Ora, a sinistra negli ultimi anni si son viste tante cose strane, eh. Ma una cosa così non l’avevamo ancora sentita. Certo, sarebbe stato divertente giocare a “trova l’intruso” e passare la mattinata in teatro a scoprire chi dei relatori ha una o più tessere in tasca, ma il tempo della vita è breve e preferiamo declinare. Capiamo che i vecchi partiti della sinistra si aggrappino a tutto perché per esistere devono eleggere e oggi De Magistris sembra un buon cavallo, ma a tutto c’è un limite… Com’è possibile che migliaia di militanti di quei partiti si trovino trascinati ancora una volta in un nuovo cartello senza che nessuno li interpelli?
Da un anno noi stiamo provando a “fare tutto al contrario”: partire non da appelli vaghi, leaderismi, candidature, ma dalle assemblee territoriali, dal lavoro a contatto con il blocco sociale, da processi democratici, da un programma chiaro e radicale. L’unità è certo un valore, ma non si fa cucendo un vestito da Arlecchino, dove sta insieme tutto e il contrario di tutto. L’unità si deve fare innanzitutto con il nostro blocco sociale, su questioni concrete, su contenuti chiari: deve servire alle persone per essere più forti, non a residuali gruppi dirigenti per sopravvivere.
Avremmo detto questo se fossimo intervenuti: che bisogna rompere con le modalità della vecchia sinistra, per la quale per cambiare questa situazione basterebbe mettersi tutti insieme, avere un “uomo della provvidenza” o un marketing più allettante. No: per il disastro che è stato prodotto negli ultimi trent’anni, bisogna ricominciare rendendosi credibili nelle lotte, coerenti nelle posizioni. Non esistono scorciatoie. Bisogna lavorare capillarmente, trasformare la mentalità delle persone con gesti concreti. Bisogna anche iniziare a far apparire un orizzonte diverso dal presente, mostrare che le singole lotte non possono fare a meno di proporre un’altra idea di società, in cui un potere popolare controlli mercato e profitto, riavviando la marcia verso il superamento del capitalismo. In passato si è riusciti a cambiare il mondo proprio perché non si ha avuto paura di ribaltarlo. Se invece la sinistra educa alla rassegnazione, all’adattamento, al meno peggio, si rivela inutile e destinata a sparire.
Avremmo anche detto che bisogna dire basta alla falsa alternativa tra l’europeismo liberista della sinistra e il nazionalismo liberista della destra. L’Unione Europea con i suoi trattati e il suo sistema di poteri e regole è l’inevitabile avversario di ogni progetto di eguaglianza sociale e di ritorno al controllo democratico sul mercato e sulla finanza. I trattati europei sono stati costruiti su principi che sono in totale contrasto con i valori della Costituzione del 1948. Il popolo italiano non ha mai votato su quei trattati. Ci vogliono imprigionare nella falsa dicotomia europeisti vs anti-europeisti, ma la verità è che c’è un’unica Unione Europea che fa le stesse politiche sociali contro i lavoratori, i migranti, i servizi pubblici, fa le stesse guerre e speculazioni, e si divide solo su come si spartisce il bottino. Non esiste alcuna possibilità di costruire un’alternativa popolare stando dentro i vincoli liberisti dei trattati UE o di quelli guerrafondai della NATO. Si può e si deve discutere sul come, ma non più se rompere o meno con i trattati. L’unità dei popoli europei può avvenire solo su basi completamente diverse da quelle che finora ci sono state imposte.
È di come fare tutto questo che stiamo discutendo nelle nostre assemblee territoriali. Fra un mese finiremo questa discussione, miglioreremo il nostro programma, e le proposte emerse nel dibattito saranno messe in votazione sulla piattaforma su cui tutti gli iscritti potranno votare e scegliere cosa dovrà fare Potere al Popolo! alle prossime elezioni europee.
Speriamo che su questi temi ci sarà modo di parlare anche con chi oggi era al Teatro Italia sinceramente preoccupato della situazione e motivato a cambiarla. Noi siamo aperti al confronto con chiunque, perché ci interessa essere creativi, sperimentare strade nuove, e non chiuderci nelle vecchie liturgie.
Nel frattempo invitiamo tutte e tutti sia a partecipare al lavoro di base nelle nostre Case del Popolo, per mostrare concretamente che c’è un altro modo di fare politica, sia a scendere in piazza l’8 dicembre, innanzitutto a Torino, per reagire a quella vergogna, a quel coacervo di interessi speculativi, mafie, politicume chiamato SI TAV, ma anche in Salento per dire No alla TAP, in Sicilia per dire No al MUOS, alle opere inutili e alla devastazione ambientale.
Inoltre, invitiamo tutte e tutti il 15 dicembre a Roma, per la manifestazione “Get up, stand up”, che vedrà protagonisti migranti, braccianti, lavoratori italiani e stranieri insieme. Le elezioni in fondo non fanno che fotografare rapporti di forza reali. Crediamo che una grande piazza in cui si tocchi con mano l’unità degli sfruttati sia il miglior viatico per combattere l’Unione Europea non solo di Orban e Salvini, ma anche di Merkel, Juncker e Macron.
*****
Qui di seguito i “cinque punti” su cui Potere al Popolo ha avviato la discussione tra gli attivisti e su cui, naturalmente, si confronta con chiunque.
CINQUE PUNTI PER LA DISCUSSIONE SULL’EUROPA E SULLE ELEZIONI EUROPEE
Si avvicinano le elezioni europee e, come per il cambio d’abito con il cambiamento di stagione, nei partiti di una sempre più ristretta sinistra radicale italiana, prima si realizzano le solite scissioni e poi ci si prepara ad indossare il vestito dell’unità.
L’unità nasce da un sacrosanto bisogno di unione degli oppressi contro il potere, necessità che sta nel nucleo della nostra storia: proletari di tutto il mondo unitevi. Ogni lotta ha bisogno di unione e cerca di costruirla, ma questo bisogno vitale di unità nulla ha a che vedere con l’uso che ne fanno alcuni ceti politici per giustificare sé stessi.
Periodicamente si annuncia che questo vestito unitario sarà nuovo, di fattura completamente diversa da quelli dismessi ed abbandonati nelle stagioni precedenti, che avrà un nuovo nome ed un nuovo sarto. In questo tornante elettorale il sarto dovrebbe essere Luigi De Magistris, che in effetti ha delle buone credenziali: è persona onesta e combattiva ed ha una storia di successi elettorali comunali che potrebbero diventare risultati utili alle elezioni europee.
Noi abbiamo sostenuto De Magistris nella sua esperienza e nei suoi duri conflitti per guidare l’amministrazione di Napoli verso strade completamente diverse dal passato, soprattutto quando fu momentaneamente destituito da una manovra simile a quella che oggi colpisce il sindaco di Riace. Una manovra che egli seppe sconfiggere facendo con determinazione ed umiltà il sindaco di strada. Se la memoria non ci tradisce allora non erano in tanti a sostenerlo nei momenti più difficili e noi siamo stati con il sindaco. Per questo ci sentiamo oggi in dovere di essere franchi con lui.
Se Luigi De Magistris farà solo il confezionatore del vestito nuovo della vecchia sinistra, fallirà come sono falliti i cambi d’abito precedenti. Vorremmo evitare che ciò avvenisse, perché ad ogni progetto di unità della sinistra che finisce male la credibilità e la forza di tutto il nostro mondo si riduce. Ci sentiamo per questo in dovere di affermare quelli che, secondo noi, dovrebbero essere i fondamenti affinché la battaglia elettorale delle europee non finisca come tutte le altre che l’hanno preceduta.
1) Rompere con il tradimento della sinistra.
L’Italia è stato il paese con la più grande sinistra dell’Europa Occidentale ed ora è il paese con la sinistra più debole. Milioni di operai, disoccupati, poveri e sfruttati hanno deciso di abbandonare il campo politico/elettorale della sinistra per affidare le loro aspettative ai Cinque Stelle e alla Lega. La ragione é solo una e va affermata in tutta la sua immediata brutalità: la sinistra ha tradito chi doveva rappresentare, ha abbandonato la sua storia e cultura, per scegliere le privatizzazioni, la priorità delle imprese, il profitto. Oggi se in una fabbrica o in una periferia ci si qualifica come sinistra ci si sente accusare di essere i colpevoli del Jobs Act, della legge Fornero, delle privatizzazioni. La vecchia destra reazionaria e fascista, che è una delle anime profonde del paese, ha sfruttato fino in fondo questo tradimento sociale della sinistra, trasformandolo in occasione di rivincita storica. Il ritorno di forze e valori reazionari, oggi principalmente interpretato dalla Lega di Salvini, non può essere affrontato da una sinistra che ha abbandonato il campo della eguaglianza sociale nel nome del libero mercato e della intoccabilità dei vincoli europei. Se si resta in questo campo la destra continuerà a presentarsi come forza di popolo contro le élites. Anche quando si accorderà con le élites per conservare il potere.
Anche la sinistra cosiddetta radicale, anche quando riscuoteva un certo consenso, non é stata in grado di contrastare, né tantomeno di costruire un’alternativa, alla deriva neoliberale del PD e del centrosinistra.
Occorre quindi una autocritica complessiva e una rottura aperta, pubblica, dichiarata su ciò che è stata la sinistra in Italia negli ultimi decenni, autocritica che porti a programmi diverse, a diverse pratiche, a una diversa sfida e interlocuzione sociale sulla rappresentanza.
2) No alla falsa alternativa tra europeismo neoliberale e euronazionalismo
L’Unione Europea con i suoi trattati ed il suo sistema di poteri e regole è l’inevitabile avversario di ogni progetto di eguaglianza sociale e di ritorno al controllo dei poteri democratici e pubblici sul mercato e sulla finanza. I trattati europei sono stati costruiti su principi e vincoli liberisti che sono in totale contrasto con i principi e valori della Costituzione del 1948, a partire dall’articolo 3. Le forze reazionarie, razziste non sono affatto una alternativa, seppure barbara, alla UE liberista ma una sua forma di adattamento alla crisi economica. L’Europa fortezza, nemica sia dei popoli del sud che della Russia e della Cina, può tranquillamente continuare le politiche liberiste mentre affonda le barche dei migranti e finanzia la guerra dei fascisti Ucraini. Anche i governi più reazionari e xenofobi della UE, quelli di Austria e Ungheria, sono stati i più rigidi contro i timidi tentativi del governo gialloverde di allargare le maglie del Fiscal Compact. Ma anche l’alternativa di un fronte che vada da Macron a Tsipras non cambierebbe la sostanza di un sistema di potere UE che ha come scopo fondamentale la distruzione dello stato sociale e dei diritti del lavoro. Da un lato una UE nemica dei migranti e dei poveri, dall’altro una UE più amica delle multinazionali e delle guerre NATO, entrambe con le stesse politiche economiche e sociali. Questa è la finta contrapposizione che bisogna combattere e rovesciare. Questo è possibile solo mettendo in campo una alternativa fondata sulla rottura con i vincoli liberisti dei trattati UE, così come con quelli guerrafondai della NATO. Non esiste alcuna possibilità di costruire una alternativa di sinistra sociale e popolare stando dentro questi vincoli. Si può e si deve discutere sul come, ma non più se rompere o meno con i Trattati europei. Questa è una discriminante di fondo, averla ignorata sta portando al suicidio della sinistra. Questa UE non è riformabile se non in peggio, l’unità dei popoli europei può avvenire solo su basi completamente diverse da quelle disegnate e imposte dai trattati liberisti della UE e fuori dalla NATO, dalle sue politiche di riarmo e guerra.
3) Noi agiamo per un’altra società
Non basta più enunciare i singoli provvedimenti che si rivendicano, le ingiustizie che si vogliono combattere. La sinistra popolare, socialista, comunista ha rotto con la sinistra borghese e liberale più di un secolo e mezzo fa nel nome della critica al capitalismo e della questione sociale. Gli ultimi trenta e più anni di dominio del capitalismo hanno invece distrutto in Europa grandi conquiste sociali e frantumato il mondo del lavoro, restaurando il sistema del più brutale sfruttamento ed estendendo tale sfruttamento devastante dalle persone alla natura.
Con questa restaurazione si è affermata anche l’ideologia liberale come unico orizzonte possibile della umanità. Per cui anche le persone sfruttate hanno finito per rassegnarsi, o perfino colpevolizzarsi della, loro condizione. Non ci sono alternative è il motto autoritario che oggi distrugge la democrazia riducendola ad una competizione tra elites che hanno gli stessi programmi economici.
In questo contesto il “riformismo”, inteso come pura sottomissione ai vincoli del sistema dominante, è diventato l’ideologia ufficiale della sinistra europea e della maggioranza delle direzioni sindacali. Eppure mai come oggi é chiaro come anche i piccoli cambiamenti richiedano rotture di sistema. Ogni volta che un movimento o una lotta arrivano a conseguire risultati, il sistema reagisce o isolando quegli stessi risultati, o travolgendoli con la forza della propria immodificabilità.
Le singole rivendicazioni e lotte non possono fare meno di proporre un’altra società, ove un potere pubblico, democratico e sociale controlli e sottometta mercato e profitto, riavviando la marcia verso il superamento del capitalismo, verso il socialismo. Bisogna avere il coraggio di proporre un’alternativa di società alle persone oppresse e sfruttate, istigate e imbrigliate da un scetticismo secondo cui questo é il mondo e tu non ci puoi fare niente. La sinistra è stata capace di cambiare il mondo proprio perché non ha avuto paura di affermare la propria intenzione di ribaltarlo. Se invece educa alla rassegnazione, all’adattamento, al meno peggio, la sinistra si rivela inutile e per questo scompare.
4) Ricostruire l’unità sui contenuti per unire le forze.
Non si possono semplicemente mettere assieme i residui della sinistra se si vuole costruire una unità utile alle lotte e per il cambiamento sociale. Bisogna avere la consapevolezza che bisogna ricostruire pratiche sociali e punti di vista, bisogna lottare per emanciparsi ed emanciparsi per lottare. La manifestazione per il SI al TAV a Torino, che ha visto un fronte politico che va dal PD all’estrema destra, rivela un fronte sociale corporativo con sindacati complici e imprese, un fronte culturale che va da intellettuali democratici ai teorici della libera impresa e delle Grandi opere. Quel fronte è nostro avversario, allo stesso modo del fronte fondato su legge ordine e xenofobia che si raggruppa attorno Salvini.
Sono i contenuti che determinano gli schieramenti. È tra i contenuti che bisogna ricostruire l’unità. Oggi una rigorosa piattaforma di rivendicazioni sociali, popolari, ambientaliste, democratiche è la prima discriminante in politica. E’ diventata una forma di ipocrisia sostenere che non va discusso ciò che è “divisivo”. No, é proprio su ciò che è divisivo che bisogna discutere se si vuole costruire una unità che serva alle persone e non soltanto agli equilibri tra i gruppi dirigenti.
5) Le alleanze elettorali non sono un taxi per arrivare al seggio.
Si possono avere alleanze elettorali tra forze diverse, ma queste non possono avere come unico scopo quello di essere eletti ad ogni costo. I (sempre più scarsi) risultati raggiunti in questo modo, hanno dimostrato di non essere affatto un accumulo delle forze di cui abbiamo necessità per rovesciare il tavolo. Al contrario alleanze basate su questa logica hanno ampiamente dimostrato di essere fallimentari e non solo perché spesso hanno mancato l’obiettivo, ma perché non hanno consolidato nulla dopo il voto. Devono essere sempre i comportamenti reali e i contenuti dei programmi a decidere.
Per quanto riguarda le elezioni europee, una alleanza elettorale di forze e movimenti che lottano contro il razzismo, il capitalismo, il patriarcato e la distruzione dell’ambiente dovrebbe rispondere ad alcuni criteri di fondo. A) Essere in chiara opposizione al governo gialloverde, ma anche alternativa al PD e al centrosinistra.
b) Sostenere la posizione sulla Unione Europea del Patto di Lisbona tra diverse forze, in particolare sulla necessità di rompere con i trattati UE, contrastare tutti i diktat liberisti della Commissione Europea, rimettere in campo una alternativa alle istituzioni esistenti come indica l’approccio del “Piano B”. Fare dunque gruppo con le forze di quel patto nel parlamento UE. Da questo approccio derivano gli specifici punti di programma e di conflitto: abolizione del Fiscal Compact e cancellazione dei piani per le Grandi Opere; abrogazione della legge Fornero e progetto europeo di riduzione degli orari di lavoro; reintroduzione dell’articolo 18 e un piano europeo di diritti per il lavoro; controllo sui movimenti di capitali e divieto per le delocalizzazioni e il dumping fiscale tra gli Stati; nazionalizzazioni in Italia e cancellazione del divieto di aiuti di Stato nella UE; libertà per le politiche di bilancio di ogni Stato e superamento del divieto per la BCE di sostenere gli stati in difficoltà. Nella sostanza un programma di rottura con l’austerità e i suoi vincoli UE, da realizzare comunque.
Infine ci vorrà una selezione dei candidati con procedure democratiche dal basso. È necessario che i gruppi dirigenti dei partiti della sinistra radicale e i candidati “a tutte le elezioni” facciano finalmente tutti un passo indietro e si ponga fine alla logica delle persone sole al comando. Ogni eventuale parlamentare dovrà rispondere al vincolo di mandato delle sue elettrici e dei suoi elettori.
Se su questi punti sarà possibile un confronto aperto e trasparente con De Magistris e altre forze, un confronto che alla fine non produca le solite piattaforme genericamente antiliberiste del tutto inefficaci tra i settori popolari, Potere al Popolo parteciperà al confronto riservando comunque ai propri iscritti il giudizio finale sui risultati.
Se questo non sarà possibile, sarà allora necessario ribadire che Potere al Popolo ha intrapreso il suo percorso proprio per cercare di costruire, negli obiettivi, nelle pratiche e anche nelle modalità di funzionamento dell’organizzazione, qualcosa di diverso dalle esperienze passate della sinistra radicale italiana. E PaP non metterà in discussione questa scelta di fondo solo per qualche posto in confusi aggregati elettorali.
Fonte
26/11/2018
Parte male il listone De Magistris. Varoufakis accusa
Pesante attacco di Varoufakis a De Magistris, alla posizione sua e del Coordinamento di DIEM25 sulle elezioni europee (sottotitoli in italiano nel video e traduzione sotto nei commenti).
Crediamo sia utile, visto che a breve anche PaP dovrà aprire nelle sue assemblee territoriali un dibattito sulle europee, mettere a conoscenza gli aderenti di PaP (e i potenziali elettori in cerca di una vera “alternativa”) di quanto accade. Crediamo infatti che il dibattito sulle europee debba partire dai contenuti sviluppati dal tavolo di lavoro e dal nostro programma elettorale, dall’analisi dell’UE, della condizione del proletariato a livello internazionale, delle possibilità di azione rivoluzionaria e riformista che ci sono – o non ci sono – all’interno dello spazio europeo e come coglierle. D’altra parte questo dibattito andrà velocemente trasformato in proposta realizzabile e dunque è importante avere chiari tutti gli elementi e le forze in campo.
Ci limitiamo a riassumere senza alcun commento:
1. Varoufakis dice che c’era un accordo già a marzo scorso fra lui e il sindaco di Napoli per “fondare un partito insieme a giugno”.
2. “Ma, siamo sinceri, Luigi De Magistris ha rinnegato quel patto”, e “si sta muovendo verso una confluenza... che mi piace chiamare una coalizione Frankenstein: parti defunte della sinistra cucite assieme semplicemente allo scopo di presentarsi insieme e ottenere qualche seggio nel Parlamento Europeo”.
3. Dunque De Magistris secondo Varoufakis è un parolaio o meglio un fedifrago (vi giuriamo di aver controllato sul dizionario; è proprio quello che vuole dire il buon Yanis).
4. Ma il buon vecchio Yanis non chiude la porta e si dice comunque ancora disponibile ad andare con De Magistris, con i Sindaci (che poi sarebbe Pizzarotti, ex 5 Stelle, centrista liberale che con il suo movimento ha detto di voler parlare anche ai delusi di Forza Italia etc), con i movimenti progressisti (come + Europa della Bonino, con cui hanno sottoscritto dei testi, o i Verdi, che nomina alla fine...). A patto che tutti sottoscrivano il loro programma di riforma dell’Unione Europea e che ci sia da qualche parte il logo di DIEM25.
Insomma, Varoufakis pone la posta molto in alto e sembra spaccare quel processo che si era costruito nell’ultimo mese fra Dema, DIEM25, Sinistra Italiana, Rifondazione, Altra Europa.
Significativo che questo comunicato esca a ridosso dell’iniziativa di De Magistris del primo dicembre. E’ una vera spaccatura o Varoufakis punta a una trattativa che gli assicuri più rilevanza nei programmi, nella cabina di regia e nelle candidature? O che almeno gli garantisca che non ci sia nel progetto di De Magistris alcuna forza critica dell’Unione Europea e che lavori per la rottura dei trattati? E De Magistris come la prenderà?
Una fortuna, poter guardare tutto ciò da lontano...
Fonte
Crediamo sia utile, visto che a breve anche PaP dovrà aprire nelle sue assemblee territoriali un dibattito sulle europee, mettere a conoscenza gli aderenti di PaP (e i potenziali elettori in cerca di una vera “alternativa”) di quanto accade. Crediamo infatti che il dibattito sulle europee debba partire dai contenuti sviluppati dal tavolo di lavoro e dal nostro programma elettorale, dall’analisi dell’UE, della condizione del proletariato a livello internazionale, delle possibilità di azione rivoluzionaria e riformista che ci sono – o non ci sono – all’interno dello spazio europeo e come coglierle. D’altra parte questo dibattito andrà velocemente trasformato in proposta realizzabile e dunque è importante avere chiari tutti gli elementi e le forze in campo.
Ci limitiamo a riassumere senza alcun commento:
1. Varoufakis dice che c’era un accordo già a marzo scorso fra lui e il sindaco di Napoli per “fondare un partito insieme a giugno”.
2. “Ma, siamo sinceri, Luigi De Magistris ha rinnegato quel patto”, e “si sta muovendo verso una confluenza... che mi piace chiamare una coalizione Frankenstein: parti defunte della sinistra cucite assieme semplicemente allo scopo di presentarsi insieme e ottenere qualche seggio nel Parlamento Europeo”.
3. Dunque De Magistris secondo Varoufakis è un parolaio o meglio un fedifrago (vi giuriamo di aver controllato sul dizionario; è proprio quello che vuole dire il buon Yanis).
4. Ma il buon vecchio Yanis non chiude la porta e si dice comunque ancora disponibile ad andare con De Magistris, con i Sindaci (che poi sarebbe Pizzarotti, ex 5 Stelle, centrista liberale che con il suo movimento ha detto di voler parlare anche ai delusi di Forza Italia etc), con i movimenti progressisti (come + Europa della Bonino, con cui hanno sottoscritto dei testi, o i Verdi, che nomina alla fine...). A patto che tutti sottoscrivano il loro programma di riforma dell’Unione Europea e che ci sia da qualche parte il logo di DIEM25.
Insomma, Varoufakis pone la posta molto in alto e sembra spaccare quel processo che si era costruito nell’ultimo mese fra Dema, DIEM25, Sinistra Italiana, Rifondazione, Altra Europa.
Significativo che questo comunicato esca a ridosso dell’iniziativa di De Magistris del primo dicembre. E’ una vera spaccatura o Varoufakis punta a una trattativa che gli assicuri più rilevanza nei programmi, nella cabina di regia e nelle candidature? O che almeno gli garantisca che non ci sia nel progetto di De Magistris alcuna forza critica dell’Unione Europea e che lavori per la rottura dei trattati? E De Magistris come la prenderà?
Una fortuna, poter guardare tutto ciò da lontano...
Fonte
14/08/2018
Napoli e Palermo: “La nave Aquarius venga da noi”
Napoli e Palermo sono disponibili ad accogliere la nave Aquarius. A renderlo noto sono i sindaci delle due città. “Mentre in queste ore il ministro dell’Interno mostra i muscoli da bullo istituzionale, coperto da un Governo che denota cinismo istituzionale sulla pelle dei più deboli, forse senza precedenti nella storia repubblicana, e mentre la magistratura ancora cerca i circa 50 milioni che la Lega avrebbe sottratto agli italiani – dichiara il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris – 141 migranti, tra cui molte donne e molti bambini, da giorni vagano in mezzo al mare perché i porti italiani per decisione del Governo sono ancora chiusi. Noi ribadiamo con forza la nostra disponibilità ad accoglierli, in questa settimana di Ferragosto, proprio quando molti governanti sono in vacanza, noi siamo pronti sempre e sarò in prima fila ad abbracciarli nel porto di Napoli”.
De Magistris invita l’Aquarius “ad avvicinarsi verso il nostro porto perché, qualora non li facessero sbarcare, saremmo noi stessi ad andarli a prendere in mezzo al mare, come è giusto che sia dinanzi a persone che stanno rischiando di morire perché c’è chi vuole mostrarsi forte coi deboli, solamente per puro calcolo di opportunismo politico”.
Fonte
De Magistris invita l’Aquarius “ad avvicinarsi verso il nostro porto perché, qualora non li facessero sbarcare, saremmo noi stessi ad andarli a prendere in mezzo al mare, come è giusto che sia dinanzi a persone che stanno rischiando di morire perché c’è chi vuole mostrarsi forte coi deboli, solamente per puro calcolo di opportunismo politico”.
Fonte
19/07/2018
Sinistra e alternativa
Ho letto il resoconto, apparso su “Contropiano”, della riunione svoltasi sabato scorso a Roma su iniziativa del movimento che fa capo al sindaco di Napoli De Magistris (DE.MA) e alla quale hanno partecipato esponenti dell’insieme di soggetti che fanno parte dell’arcipelago della sinistra.
Mi permetto allora alcune osservazioni per punti, scusandomi per eventuali inesattezze dovute al non disporre, da parte mia, di una fonte d’informazione più dettagliata ed essendomi ormai impossibile partecipare di persona:
1) L’idea di una sinistra che si presenti insieme come “di opposizione” e “per l’alternativa” (termini ormai inseparabili nella fase, dimenticherei “di governo”) deve essere portata a livello internazionale, puntando a sviluppare un ragionamento collettivo attorno agli elementi che caratterizzano il periodo storico;
2) Il punto da affrontare sul piano dell’analisi è quello della cosiddetta “fine della globalizzazione”. E’ su questo elemento che si rischia di scivolare nell’arretramento sovranista, al punto da favorire un riallineamento a destra come del resto si sta già verificando in una dimensione molto pericolosa;
3) Osservatori di stampo “riformista” come Ian Bremmer o ancora Tomas Piketty, stanno tirando le somme proprio di questa “fine della globalizzazione” evidenziando due elementi sui quali abbiamo già avuto occasione di riflettere: l’allargamento delle disuguaglianze a ogni livello e dimensione; l’intensificazione dello sfruttamento che ha avuto nelle guerre e nei relativi fenomeni migratori (verificatisi comunque, anche laddove non si sono avuti o non si stanno avendo episodi bellici) il suo fattore propulsivo;
4) Allargamento delle disuguaglianze e intensificazione dello sfruttamento fissano in un’ulteriore pervasività della condizione di classe il dato più evidente che emerge dalle contraddizioni in atto nella fase del ciclo capitalistico (non è questione di ordoliberismo o quant’altro: il tema rimane proprio quello dello “sfruttamento di classe”);
5) L’idea dello sfruttamento di classe richiama, naturalmente, la dimensione internazionalista ed è in quella dimensione che va declinata la presenza a livello sovranazionale in particolare rispetto al tema europeo. E’ quella della dimensione di classe la terza via che può portarci alla necessaria rottura dei meccanismi dell’Unione senza cadere nei nazionalismi e nelle simpatie per il gruppo di Visegrad;
6) Si resta comunque in attesa dell’avvio di una discussione seria intorno al tema di una revisione della “teoria delle fratture” al fine di realizzare una rielaborazione dell’intreccio tra i cleavages “materialisti” e quelli “post – materialisti”. Una rielaborazione sulla base della quale realizzare uno schema teorico della trasformazione sociale. La trasformazione sociale non può essere basata semplicemente sulla risposta diretta ai bisogni emergenti. La risposta va provvista di visione e di un progetto di società alternativa;
7) Questo lavoro teorico necessario da svolgere non può, naturalmente, far dimenticare l’azione quotidiana di opposizione all’esistente da condurre essenzialmente sul piano sociale;
8) L’obiettivo da perseguire deve essere duplice: “ricostruire” (termine diverso, si badi bene, da quello di “rifondare”) una soggettività politica in forma di partito collegandola alla formazione di un vero e proprio “blocco storico”. La connessione tra “partito” e “blocco storico” può consentire di esercitare effettiva egemonia e non semplicemente raccogliere voti. Questo deve essere il senso della coniugazione tra “opposizione” e “alternativa”;
9) Non credo sia possibile spiegare a chi soffre ogni giorno dell’intensificazione dello sfruttamento (non ne elenco tutti gli aspetti convinto che ci comprendiamo a meraviglia) che “è necessario muoverci prima che Zingaretti diventi segretario del PD” o che “c’è da scegliere tra Varoufakis e Mélenchon”, oppure ancora che i limiti a un’iniziativa seria sono tracciati da chi rimane fermo sull’esigenza di autoconservare soggetti che ormai da più di dieci anni non sono in grado di presentare un’autonoma soggettività organizzata e – pur misurandosi con l’agone istituzionale – non sono riusciti a superare la massa critica necessaria. Naturalmente un progetto del genere non può essere basato neppure sulla qualità di governo di una città, o su di una “confederazione dei sindaci”;
10) Per riassumere in estrema sintesi: nel frattempo sarebbe bene muoverci anche sul piano organizzativo evitando di usare astruse formule da “autonomia del politico” intesa in senso deteriore. Sotto quest’aspetto sarebbe bene metterci al lavoro per una proposta capace di garantire – assieme – identità nel pluralismo delle idee. Sarebbe necessario uno sforzo di adeguamento del dibattito sul tema della soggettività politica da costruire. Una discussione da portare avanti senza forzature di alcun genere: i punti di partenza possono essere due, quello dell’opposizione senza tentennamenti verso questo governo alimentandone soprattutto con l’azione sociale gli evidenti limiti e contraddizioni e quello dell’impossibilità (ormai acclarata) di ricostituzione di un’alternativa di governo nel senso del ritorno al bipolarismo “classico” e al centro sinistra. Uno schema quello del bipolarismo fondato sul maggioritario del quale non è possibile conservare alcuna nostalgia. Centro sinistra e centro destra così come si sono evidenziati nel sistema politico italiano nei primi 15 anni del nuovo secolo, si sono definitivamente “bruciati” e il processo di riallineamento del sistema politico italiano si trova ancora agli inizi di una nuova fase di transizione. Da parte delle esistenti forze di sinistra, allora, chiusure improprie nei rapporti politici e affrettate appropriazioni di identità potrebbero rappresentare errori esiziali per una parte politica, quella della sinistra appunto, che, nelle elezioni del 4 marzo 2018, ha toccato il proprio minimo storico in entrambe le versioni nelle quali si è presentata al giudizio del voto.
Fonte
Mi permetto allora alcune osservazioni per punti, scusandomi per eventuali inesattezze dovute al non disporre, da parte mia, di una fonte d’informazione più dettagliata ed essendomi ormai impossibile partecipare di persona:
1) L’idea di una sinistra che si presenti insieme come “di opposizione” e “per l’alternativa” (termini ormai inseparabili nella fase, dimenticherei “di governo”) deve essere portata a livello internazionale, puntando a sviluppare un ragionamento collettivo attorno agli elementi che caratterizzano il periodo storico;
2) Il punto da affrontare sul piano dell’analisi è quello della cosiddetta “fine della globalizzazione”. E’ su questo elemento che si rischia di scivolare nell’arretramento sovranista, al punto da favorire un riallineamento a destra come del resto si sta già verificando in una dimensione molto pericolosa;
3) Osservatori di stampo “riformista” come Ian Bremmer o ancora Tomas Piketty, stanno tirando le somme proprio di questa “fine della globalizzazione” evidenziando due elementi sui quali abbiamo già avuto occasione di riflettere: l’allargamento delle disuguaglianze a ogni livello e dimensione; l’intensificazione dello sfruttamento che ha avuto nelle guerre e nei relativi fenomeni migratori (verificatisi comunque, anche laddove non si sono avuti o non si stanno avendo episodi bellici) il suo fattore propulsivo;
4) Allargamento delle disuguaglianze e intensificazione dello sfruttamento fissano in un’ulteriore pervasività della condizione di classe il dato più evidente che emerge dalle contraddizioni in atto nella fase del ciclo capitalistico (non è questione di ordoliberismo o quant’altro: il tema rimane proprio quello dello “sfruttamento di classe”);
5) L’idea dello sfruttamento di classe richiama, naturalmente, la dimensione internazionalista ed è in quella dimensione che va declinata la presenza a livello sovranazionale in particolare rispetto al tema europeo. E’ quella della dimensione di classe la terza via che può portarci alla necessaria rottura dei meccanismi dell’Unione senza cadere nei nazionalismi e nelle simpatie per il gruppo di Visegrad;
6) Si resta comunque in attesa dell’avvio di una discussione seria intorno al tema di una revisione della “teoria delle fratture” al fine di realizzare una rielaborazione dell’intreccio tra i cleavages “materialisti” e quelli “post – materialisti”. Una rielaborazione sulla base della quale realizzare uno schema teorico della trasformazione sociale. La trasformazione sociale non può essere basata semplicemente sulla risposta diretta ai bisogni emergenti. La risposta va provvista di visione e di un progetto di società alternativa;
7) Questo lavoro teorico necessario da svolgere non può, naturalmente, far dimenticare l’azione quotidiana di opposizione all’esistente da condurre essenzialmente sul piano sociale;
8) L’obiettivo da perseguire deve essere duplice: “ricostruire” (termine diverso, si badi bene, da quello di “rifondare”) una soggettività politica in forma di partito collegandola alla formazione di un vero e proprio “blocco storico”. La connessione tra “partito” e “blocco storico” può consentire di esercitare effettiva egemonia e non semplicemente raccogliere voti. Questo deve essere il senso della coniugazione tra “opposizione” e “alternativa”;
9) Non credo sia possibile spiegare a chi soffre ogni giorno dell’intensificazione dello sfruttamento (non ne elenco tutti gli aspetti convinto che ci comprendiamo a meraviglia) che “è necessario muoverci prima che Zingaretti diventi segretario del PD” o che “c’è da scegliere tra Varoufakis e Mélenchon”, oppure ancora che i limiti a un’iniziativa seria sono tracciati da chi rimane fermo sull’esigenza di autoconservare soggetti che ormai da più di dieci anni non sono in grado di presentare un’autonoma soggettività organizzata e – pur misurandosi con l’agone istituzionale – non sono riusciti a superare la massa critica necessaria. Naturalmente un progetto del genere non può essere basato neppure sulla qualità di governo di una città, o su di una “confederazione dei sindaci”;
10) Per riassumere in estrema sintesi: nel frattempo sarebbe bene muoverci anche sul piano organizzativo evitando di usare astruse formule da “autonomia del politico” intesa in senso deteriore. Sotto quest’aspetto sarebbe bene metterci al lavoro per una proposta capace di garantire – assieme – identità nel pluralismo delle idee. Sarebbe necessario uno sforzo di adeguamento del dibattito sul tema della soggettività politica da costruire. Una discussione da portare avanti senza forzature di alcun genere: i punti di partenza possono essere due, quello dell’opposizione senza tentennamenti verso questo governo alimentandone soprattutto con l’azione sociale gli evidenti limiti e contraddizioni e quello dell’impossibilità (ormai acclarata) di ricostituzione di un’alternativa di governo nel senso del ritorno al bipolarismo “classico” e al centro sinistra. Uno schema quello del bipolarismo fondato sul maggioritario del quale non è possibile conservare alcuna nostalgia. Centro sinistra e centro destra così come si sono evidenziati nel sistema politico italiano nei primi 15 anni del nuovo secolo, si sono definitivamente “bruciati” e il processo di riallineamento del sistema politico italiano si trova ancora agli inizi di una nuova fase di transizione. Da parte delle esistenti forze di sinistra, allora, chiusure improprie nei rapporti politici e affrettate appropriazioni di identità potrebbero rappresentare errori esiziali per una parte politica, quella della sinistra appunto, che, nelle elezioni del 4 marzo 2018, ha toccato il proprio minimo storico in entrambe le versioni nelle quali si è presentata al giudizio del voto.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)