Unione Popolare ha tenuto ieri a Roma una assemblea nazionale con l’obiettivo di consolidare il percorso convergente avviato a luglio da Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, Dema e ManifestA insieme a Luigi De Magistris. Per sentire e vedere gli interventi clicca QUI.
La costruzione di un soggetto unitario, messo subito alla prova da un test elettorale non lusinghiero ma prevedibile, corrisponde sicuramente ad una esigenza molto diffusa di rappresentanza politica delle istanze popolari e di sinistra nel paese, ma si trova inevitabilmente ancora a fare i conti con la propria dispersione ed anche residui di subalternità.
Rispondere a questa esigenza e provare a costruire un soggetto politico ed un percorso, alternativo nei contenuti e nelle forme al quadro politico esistente, è la sfida che Unione Popolare si è trovata davanti in questi mesi. L’assemblea di ieri ha provato a definire meglio sia i primi che le seconde. Tra le parole “simbolo” segnalate da diversi interventi c’era la conquista della credibilità e la scelta del coraggio, quest’ultimo richiamato tra l’altro da un compagno palestinese.
Dopo la relazione introduttiva di Luigi De Magistris, si sono riuniti quattro gruppi di lavoro (lavoro, ambiente, guerra e pace, democrazia e diritti) che hanno poi resocontato in assemblea plenaria la sintesi della discussione e le proposte emerse.
“Dobbiamo essere la più radicata e forte opposizione sociale al governo di destra e alle politiche neoliberiste. Unire il popolo italiano, contro oppressori e sfruttatori, per costruire politiche di pace contro le guerre, per la giustizia sociale, economica e ambientale, contro autonomia differenziata ed attacco alle classi deboli e agli oppressi del sistema“ ha affermato de Magistris nella sua introduzione.
“È venuto il momento di lottare per unire movimenti, associazioni, reti civiche, collettività ed individualità per avanzare verso la rottura del sistema e la costruzione dell’alternativa” – ha sottolineato l’ex sindaco di Napoli – “Inizia così, con oggi, con forza e passione, la fase costituente di Unione Popolare che si concluderà nei prossimi mesi con la previsione di un congresso”.
Se già nei gruppi di lavoro tematici si sono registrati decine e decine di interventi e contributi, anche nell’assemblea plenaria ci sono stati numerosi interventi che hanno manifestato le diverse sensibilità sull’agenda politica e le caratteristiche alle quali dovrebbe aderire la costruzione di Unione Popolare.
“Un soggetto politico indipendente e alternativo” per Giuliano Granato di Potere al Popolo che ha anche sottolineato la manifestazione popolare e sindacale del giorno prima come terreno naturale di interlocuzione di Unione Popolare, “uscire dal recinto come alcuni ci invitano non significa andare a parlare con altri microgruppi per fare l’unità della sinistra, noi dobbiamo andarci a riprendere la nostra gente che questi recinti non sa neanche che cosa sono”.
A insistere sul nesso tra lavoratori e politica come esigenza forte di rappresentanza fino ad oggi disattesa si è soffermato Guido Lutrario di USB evidenziando come "se i lavoratori non riconquistano una loro organizzazione indipendente non c’è riscatto neanche su quel piano culturale che viene spesso evocato”.
Maurizio Acerbo del PRC ha sottolineato come proprio “a causa della debolezza del conflitto abbiamo bisogno di recuperare visibilità sul piano politico”.
Simona Suriano ha tirato le conclusioni ricordando come “l’impianto liberale e atlantista non è mai stato messo in discussione anche dai governi precedenti”.
La ex deputata di ManifestA ha sottolineato come “sulla guerra è difficile dimenticare chi ha votato l’invio delle armi in Ucraina” con un esplicito riferimento al pacifismo tardivo del M5S di Conte. “Dobbiamo provarci a costruire questa forza alternativa che non sia solo di opposizione ma che abbia la sua proposta di governo del paese”.
Per avviare e gestire il percorso costituente Unione Popolare si è dotata di un coordinamento di 60 persone che dovranno cominciare a “istruire il processo” sia sulla definizione dei contenuti prioritari che delle forme organizzative per cominciare ad agire concretamente nell’agenda politica del paese.
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Presentazione
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06/12/2022
05/03/2019
Elezioni europee, De Magistris rinuncia
Si sapeva da sabato sera, dopo la conclusione dell’assemblea di DemA, ma soltanto stamattina è arrivata la conferma ufficile: “Per quanto mi riguarda non ci sono gli spazi per essere presente alle europee e nemmeno con una lista che faccia riferimento al movimento DemA”.
Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, a margine della presentazione di un’iniziativa a Palazzo San Giacomo, ha spiegato che “tutti volevano una mia presenza totalizzante per le europee, ma chi ha esperienza politica e come me ha il dovere di amministrare deve avere la maturità, la saggezza e l’attenzione a valutare bene ogni cosa”.
Il progetto politico, ha affermato il sindaco, comunque “va avanti e vede in demA uno dei punti di riferimento insieme ad altri”.
Si chiude così la possibilità di mettere insieme una coalizione alternativa al Pd e alla destra leghista, oltre che ai Cinque Stelle, su cui tutta l’area cosiddetta “di sinistra” si era come sempre attivata soltanto in vista delle elezioni.
Anche Potere al Popolo, com’è noto, ha partecipato alle fasi di discussione tra le varie “anime” di questo mondo tanto composito quanto socialmente ormai poco radicato, dopo un voto in piattaforma. Bisogna dire che PaP è stata anche l’unica formazione a portare alla discussione dei contenuti chiari, “sconvolgendo” molti dei presenti, abituati a “badare alla ciccia” (le candidature in collegi potenzialmente interessanti) piuttosto che alle proposte da portare all’attenzione degli elettori. Un’attitudine, questa, che spiega già da sola perché “la sinistra” sia ormai estranea alle dinamiche sociali effettive.
Ma il tempo speso in questo tentativo, inutile girarci intorno, appare oggi come tempo perso.
Il sindaco e il suo entourage hanno provato in tutti modi a trovare la quadra tra orientamenti ideali opposti (gli “europeisti senza se e senza ma” di Diem, Possibile, Sinistra Italiana, sia pure con accenti critici diversi, ostili financo alla presenza di PaP al tavolo), interessi pratici urgenti (molti “partiti” rischiano di sparire se non riescono ad eleggere almeno un parlamentare), veti reciproci e quant’altro si può immaginare.
Alla fine ha dovuto dire basta: troppo grande il rischio di andare alle europee con una lista più ristretta di quella considerata indispensabile per superare la soglia di sbarramento (4%), senza poter raccogliere le firme necessarie (180.000, con almeno 3.000 per ogni regione, per quanto piccola), con una coalizione litigiosa su quasi tutto.
Per chi legittimamente punta, il prossimo anno, a lanciare la sfida per la Regione Campania, le elezioni europee potevano essere un trampolino di lancio. Ma guai a trasformarlo in un flop.
Di certo hanno giocato un ruolo negativo altri “tavoli” allestiti in parallelo, che coinvolgevano parte delle forze che nel frattempo discutevano con De Magistris; e che oggi appaiono come semplici ostacoli posti per far fallire quel tentativo e portare – secondo logica – qualche vecchio “cespuglio” nell’alveo ammuffito del “centrosinistra”. Ovviamente quello riverniciato con le icone di Zingaretti e Landini, ma con l’identico programma di Renzi e Confindustria (a partire dalla Tav).
I micromondi che avevano pensato ancora una volta di poter ottenere un risultato mediante semplice affastellamento di soggettività restano dunque in mezzo al guado. Rifondazione ha comunque – sembra – la possibilità di presentarsi grazie al simbolo della “Sinistra europea”, che nella scorsa legislatura continentale aveva raccolto tre parlamentari italiani (Eleonora Forenza, Curzio Maltese e Barbara Spinelli) e ha “preso l’iniziativa di proporre la presentazione di una lista unitaria della sinistra antiliberista mettendo a disposizione i simboli della Sinistra Europea e del nostro gruppo parlamentare ‘Sinistra unitaria europea-Sinistra verde nordica’ GUE/NGL”, allo scopo di “favorire un’ampia confluenza di formazioni politiche e settori di movimento a pochi mesi dalle elezioni europee del 26 maggio 2019”.
In mancanza di candidature mediaticamente forti come quella del sindaco di Napoli, però, le potenzialità di una lista così sono inevitabilmente ridotte.
Resta perciò totalmente inevasa la domanda di una rappresentanza politica in grado di essere anche rappresentanza elettorale per orientare il “blocco sociale” popolare in direzione opposta a quella piddin-leghista-grillina.
E, da quel che abbiamo visto anche in questa occasione, questa rappresentanza politica va costruita con pazienza, determinazione, serietà, prendendo in considerazione la partecipazione a momenti elettorali in funzione di questo obbiettivo, e non “ad ogni costo”.
Ossia fuori dai miti consolatori, dalla coazione a ripetere sempre lo stesso errore, dalle logiche perverse della “sinistra” che scopre “il bisogno di unità” quando c’è da fare una lista elettorale e si divide il giorno dopo le elezioni. E qualche volta anche prima...
Fonte
Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, a margine della presentazione di un’iniziativa a Palazzo San Giacomo, ha spiegato che “tutti volevano una mia presenza totalizzante per le europee, ma chi ha esperienza politica e come me ha il dovere di amministrare deve avere la maturità, la saggezza e l’attenzione a valutare bene ogni cosa”.
Il progetto politico, ha affermato il sindaco, comunque “va avanti e vede in demA uno dei punti di riferimento insieme ad altri”.
Si chiude così la possibilità di mettere insieme una coalizione alternativa al Pd e alla destra leghista, oltre che ai Cinque Stelle, su cui tutta l’area cosiddetta “di sinistra” si era come sempre attivata soltanto in vista delle elezioni.
Anche Potere al Popolo, com’è noto, ha partecipato alle fasi di discussione tra le varie “anime” di questo mondo tanto composito quanto socialmente ormai poco radicato, dopo un voto in piattaforma. Bisogna dire che PaP è stata anche l’unica formazione a portare alla discussione dei contenuti chiari, “sconvolgendo” molti dei presenti, abituati a “badare alla ciccia” (le candidature in collegi potenzialmente interessanti) piuttosto che alle proposte da portare all’attenzione degli elettori. Un’attitudine, questa, che spiega già da sola perché “la sinistra” sia ormai estranea alle dinamiche sociali effettive.
Ma il tempo speso in questo tentativo, inutile girarci intorno, appare oggi come tempo perso.
Il sindaco e il suo entourage hanno provato in tutti modi a trovare la quadra tra orientamenti ideali opposti (gli “europeisti senza se e senza ma” di Diem, Possibile, Sinistra Italiana, sia pure con accenti critici diversi, ostili financo alla presenza di PaP al tavolo), interessi pratici urgenti (molti “partiti” rischiano di sparire se non riescono ad eleggere almeno un parlamentare), veti reciproci e quant’altro si può immaginare.
Alla fine ha dovuto dire basta: troppo grande il rischio di andare alle europee con una lista più ristretta di quella considerata indispensabile per superare la soglia di sbarramento (4%), senza poter raccogliere le firme necessarie (180.000, con almeno 3.000 per ogni regione, per quanto piccola), con una coalizione litigiosa su quasi tutto.
Per chi legittimamente punta, il prossimo anno, a lanciare la sfida per la Regione Campania, le elezioni europee potevano essere un trampolino di lancio. Ma guai a trasformarlo in un flop.
Di certo hanno giocato un ruolo negativo altri “tavoli” allestiti in parallelo, che coinvolgevano parte delle forze che nel frattempo discutevano con De Magistris; e che oggi appaiono come semplici ostacoli posti per far fallire quel tentativo e portare – secondo logica – qualche vecchio “cespuglio” nell’alveo ammuffito del “centrosinistra”. Ovviamente quello riverniciato con le icone di Zingaretti e Landini, ma con l’identico programma di Renzi e Confindustria (a partire dalla Tav).
I micromondi che avevano pensato ancora una volta di poter ottenere un risultato mediante semplice affastellamento di soggettività restano dunque in mezzo al guado. Rifondazione ha comunque – sembra – la possibilità di presentarsi grazie al simbolo della “Sinistra europea”, che nella scorsa legislatura continentale aveva raccolto tre parlamentari italiani (Eleonora Forenza, Curzio Maltese e Barbara Spinelli) e ha “preso l’iniziativa di proporre la presentazione di una lista unitaria della sinistra antiliberista mettendo a disposizione i simboli della Sinistra Europea e del nostro gruppo parlamentare ‘Sinistra unitaria europea-Sinistra verde nordica’ GUE/NGL”, allo scopo di “favorire un’ampia confluenza di formazioni politiche e settori di movimento a pochi mesi dalle elezioni europee del 26 maggio 2019”.
In mancanza di candidature mediaticamente forti come quella del sindaco di Napoli, però, le potenzialità di una lista così sono inevitabilmente ridotte.
Resta perciò totalmente inevasa la domanda di una rappresentanza politica in grado di essere anche rappresentanza elettorale per orientare il “blocco sociale” popolare in direzione opposta a quella piddin-leghista-grillina.
E, da quel che abbiamo visto anche in questa occasione, questa rappresentanza politica va costruita con pazienza, determinazione, serietà, prendendo in considerazione la partecipazione a momenti elettorali in funzione di questo obbiettivo, e non “ad ogni costo”.
Ossia fuori dai miti consolatori, dalla coazione a ripetere sempre lo stesso errore, dalle logiche perverse della “sinistra” che scopre “il bisogno di unità” quando c’è da fare una lista elettorale e si divide il giorno dopo le elezioni. E qualche volta anche prima...
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19/12/2018
Cosa si deve inventare, un promoter che non ci sa fare...
Questo non è un articolo normale. Senza montarci la testa, cerchiamo di fare un po’ di debunking, ossia di smontare qualche fake news per aiutare il lettore – i nostri sanno che siamo “cattivi” – a orizzontarsi meglio nel mare di pessima informazione entro cui è costretto a nuotare, senza capire da dove venga la corrente e quanto inquinato sia il mare.
Siccome questo mare è sconfinato, ci limitiamo ad affrontare una sciocchezzuola che rischia di confondere le idee già non chiarissime di ciò che resta dell’elettorato “di sinistra”.
Sul blog di Micromega è apparsa, giovedì scorso, una lunga e interessante intervista a Stéphane Alliés, giornalista della francese Mediapart, che ha come competenza personale la conoscenza minuziosa della biografia politica di Jean-Luc Mélénchon, fondatore e leader de La France Insoumise. Formazione interessante, che rompe con lo schema del “partito di massa” novecentesco e si è strutturata come “movimento” piuttosto fluido e informale. Su contenuti in parte “classicamente socialdemocratici”, dunque assolutamente “estremisti” di questi tempi; con in più quel tocco di euroscetticismo che al giorno d’oggi consente di mantenere “a sinistra” consensi popolari che altrove – per esempio in Italia – sono evaporati a favore di legaioli e pentastellati.
Trattandosi di un blog del gruppo Debenedetti, non ci si poteva aspettare un endorsement entusiastico a favore di Jean-Luc, ma un tantino più di obbiettività, magari sì.
Siamo sinceri, non sappiamo chi sia il giornalista francese e perché Mélénchon gli stia un po’ antipatico (avrà i suoi buoni motivi, “il marsigliese” è spesso urticante), ma un paio di considerazioni ci sono sembrate decisamente fasulle. Invenzioni.
La prima. Il giornalista italiano chiede al collega francese; “Mélenchon è un convinto sovranista ma, veramente, vuole rompere con l’Unione Europea? Ha in mente il piano B o bluffa?”
Sovranista, si sa, è ormai un insulto che non ha bisogno di spiegazioni, “lo sanno tutti, no?”. E quello sta al gioco: “Questo è un grande mistero. La sua scommessa sul piano B è soprattutto un modo per installare un equilibrio di potere contro i liberal conservatori europei. Mélenchon crede che una volta eletto la Francia possa permettersi quello che altri paesi dell’Europa meridionale non hanno potuto fare, ovvero sottrarsi dalla «dominazione tedesca». Il suo intento è rovesciare il tavolo e minacciare di andarsene per davvero, finché non vengono ritrattati i vincoli di Maastricht. Più concretamente, non sappiamo com’è strutturato questo piano B, né se il suo progetto di Frexit sia realizzabile o meno”.
Sulla realizzabilità dei progetti politici umani, naturalmente, nessuno sa granché. Per lo meno prima... Ma sulla “struttura del piano B” ci risulta incomprensibile come un giornalista francese non sappia quel che persino noi, provincialissimi italici, sappiamo da oltre un anno: il “piano B” è stato infatti tradotto e pubblicato da diverse testate, noi tra i primi, più di un anno fa.
Non è l’unica domanda “a trucco”, che anticipa e imbocca la risposta, da parte del giornalista italiano. Insiste infatti a lungo riproponendo “i fantasmi” che il gruppo Repubblica-L’Espresso semina da anni contro chiunque – a sinistra, naturalmente – osi mettere in discussione i sacri dogmi della Ue.
Qualche esempio:
“In effetti si dice che nel 2014 Mélenchon abbia avuto una «svolta populista». Nel concreto, in cosa consiste?”
Il presidente Macron è in crisi dei consensi, quei voti a chi stanno andando? Soltanto alla destra di Marine Le Pen o anche a Mélenchon?
Mélenchon è un convinto sovranista ma, veramente, vuole rompere con l’Unione Europea? Ha in mente il piano B o bluffa?
Fino al provocatorio e ridicolo “sarebbe disposto [Mélénchon] anche a sostenere forze di destra (e xenofobe) pur di andare contro Maastricht e rompere con l’Unione Europea?”. Domanda, si fa per dire, che sintetizza in poche parole la poltiglia di cazzate sparse ad arte su questa forza politica, che effettivamente sfugge alle definizioni perbeniste del tardo Novecento italico.
Il collega francese, di fronte a tanto orrore, si ritrae (ha pur sempre un’etica professionale sconosciuta in Italia, che gli impedisce di aderire alle sciocchezze altrui), e smentisce seccamente: “Non penso, andrebbe contro la sua storia e le sue decennali lotte. Detto questo, è stato in grado di vedere il crollo della sinistra tra le fasce popolari, come a Hénin-Beaumont, dove Mélenchon ha gareggiato alle elezioni legislative del 2012 perdendo con un esponente del Fronte Nazionale di Marine Le Pen. Da lì, l’abbraccio col populismo fino a diventare un leader, maggiormente sovranista, che propone la rottura con l’Ue sulle questioni economiche e politiche di controllo dell’immigrazione. Ma Mélenchon non è mai stato ambiguo di fronte all’estrema destra. Mélenchon ha una formula, per spiegare a chi si rivolge: “Vanno intercettati gli arrabbiati della società, mai i fascisti”. Ruvido, “il marsigliese”, ma estremamente chiaro...
Questo non ferma il vero obiettivo dell’intervistatore: “Perché, allora, i sondaggi lo danno in leggero calo? Come mai?”.
Qui si ristabilisce l’unità di intenti tra di due, con il francese che concede quanto richiesto; “Finora si è rifiutato di strutturare il suo movimento, La France Insoumise, ed ora stanno nascendo le prime frizioni interne: una corrente difende la strategia chiaramente populista, un’altra – quella degli anticapitalisti e degli ecosocialisti – guarda con maggiore interesse all’unità delle sinistre. Il decisionismo di Mélenchon ha funzionato a livello nazionale, meno quando si tratta di redimere conflitti interni al partito. E ciò sta portando ad un’emorragia di voti. Infine, i casi giudiziari hanno fortemente influenzato la sua flessione nei sondaggi innanzitutto perché le indagini riguardano un finanziamento illecito – un tema non di poco rilievo – e poi perché la sua reazione, così rabbiosa, alla perquisizione è stata fin troppo scomposta. In passato era già uscito dai suoi canoni ed in seguito era riuscito a far digerire l’accaduto al suo elettorato”.
Non entriamo nel merito di quel che avviene nelle organizzazioni di altri paesi, le cui dinamiche interne conosciamo – com’è ovvio – fino ad un certo punto. Però siamo costretti a segnalare che il giornale Mediapart – quello per cui lavora il giornalista intervistato – ci dava ieri una notizia esattamente opposta. Citando sondaggi ufficiali, non impressioni personali, in un articolo titolato: “France Insoumise in testa ai sondaggi per le elezioni europee”.
Sorprendente che un redattore di quella stessa testata – per di più con una skill dedicata a Mélénchon – sia così fuori sincrono rispetto alla realtà, alle notizie, alle tendenze che riguardano il suo campo di specializzazione.
Può succedere...
Poi ci siamo ricordati di dover anche andare a vedere chi è il giornalista italiano che cercava di imboccarlo con domande così smaccatamente “orientate”.
Nessuna sorpresa: Giacomo Russo Spena, figlio che condivide poco del percorso paterno, ma che soprattutto lavora da alcuni anni come promoter delle ambizioni elettorali di Lugi De Magistris. Con libri, interviste, reportage, ecc. Tanto da essere incaricato di fare “il bravo presentatore” nell’assemblea di lancio di Demos, il 1 dicembre al Teatro Italia, a Roma. Tanto da esser citato come “comunicatore ombra” del sindaco di Napoli, al termine della non brillante “seconda tappa” napoletana del 15, perlomeno per ciò che concerne la dimensione politica nazionale.
De Magistris ha incontrato Mélénchon all’inizio di quest’anno, così come molti altri personaggi politici di un certo rilievo. Di sicuro, se davvero nutre ambizioni per le prossime elezioni europee, non è nel suo interesse “sminuire” mediaticamente o gettare ombre sul ruolo politico di quello che sarà comunque uno degli alleati più importanti che qualsiasi forza “di sinistra” può trovarsi al fianco a Bruxelles.
Perché, allora, un’operazione così sguaiata che rischia di compromettere possibili collaborazioni future? Ammesso e non concesso che Demos arrivi davvero a presentarsi alle europee...
Viene da pensare – ma noi siamo maligni, si sa... – che il ruolo di promoter abbia avuto la meglio su quello di giornalista, e che dunque Mélénchon vada dipinto con tratti sulfurei (sovranista, ambiguo, in calo, ecc.) soprattutto per contrastare il soggetto politico italiano che da tempo ha stabilito buone relazioni con La France Insoumise e non solo. Ossia Potere al Popolo, che in queste settimane sta discutendo con tutti gli aderenti se partecipare o meno a queste elezioni e, se sì, con quale programma.
Possibile che un professionista dell’informazione davvero non capisca che, così, dà la zappa sui piedi in primo luogo al suo “oggetto di promozione”? Possibile che l’amore per l’Unione Europea ideale impedisca di vedere quali disastri concreti ha prodotto l’Unione Europea “reale”, soprattutto “a sinistra”? Possibile che il settarismo di cordata faccia velo al punto da compromettere, probabilmente, il percorso futuro che si vorrebbe realizzare? Possibile che chi è incaricato di “fare la comunicazione” di un “soggetto largo, inclusivo, unificante” non si renda conto di star facendo l’esatto opposto?
Purtroppo siamo di lungo periodo, e abbiamo ancora nelle orecchie quell’aforisma per cui “a pensar male si fa peccato, ma...”
Fonte
Siccome questo mare è sconfinato, ci limitiamo ad affrontare una sciocchezzuola che rischia di confondere le idee già non chiarissime di ciò che resta dell’elettorato “di sinistra”.
Sul blog di Micromega è apparsa, giovedì scorso, una lunga e interessante intervista a Stéphane Alliés, giornalista della francese Mediapart, che ha come competenza personale la conoscenza minuziosa della biografia politica di Jean-Luc Mélénchon, fondatore e leader de La France Insoumise. Formazione interessante, che rompe con lo schema del “partito di massa” novecentesco e si è strutturata come “movimento” piuttosto fluido e informale. Su contenuti in parte “classicamente socialdemocratici”, dunque assolutamente “estremisti” di questi tempi; con in più quel tocco di euroscetticismo che al giorno d’oggi consente di mantenere “a sinistra” consensi popolari che altrove – per esempio in Italia – sono evaporati a favore di legaioli e pentastellati.
Trattandosi di un blog del gruppo Debenedetti, non ci si poteva aspettare un endorsement entusiastico a favore di Jean-Luc, ma un tantino più di obbiettività, magari sì.
Siamo sinceri, non sappiamo chi sia il giornalista francese e perché Mélénchon gli stia un po’ antipatico (avrà i suoi buoni motivi, “il marsigliese” è spesso urticante), ma un paio di considerazioni ci sono sembrate decisamente fasulle. Invenzioni.
La prima. Il giornalista italiano chiede al collega francese; “Mélenchon è un convinto sovranista ma, veramente, vuole rompere con l’Unione Europea? Ha in mente il piano B o bluffa?”
Sovranista, si sa, è ormai un insulto che non ha bisogno di spiegazioni, “lo sanno tutti, no?”. E quello sta al gioco: “Questo è un grande mistero. La sua scommessa sul piano B è soprattutto un modo per installare un equilibrio di potere contro i liberal conservatori europei. Mélenchon crede che una volta eletto la Francia possa permettersi quello che altri paesi dell’Europa meridionale non hanno potuto fare, ovvero sottrarsi dalla «dominazione tedesca». Il suo intento è rovesciare il tavolo e minacciare di andarsene per davvero, finché non vengono ritrattati i vincoli di Maastricht. Più concretamente, non sappiamo com’è strutturato questo piano B, né se il suo progetto di Frexit sia realizzabile o meno”.
Sulla realizzabilità dei progetti politici umani, naturalmente, nessuno sa granché. Per lo meno prima... Ma sulla “struttura del piano B” ci risulta incomprensibile come un giornalista francese non sappia quel che persino noi, provincialissimi italici, sappiamo da oltre un anno: il “piano B” è stato infatti tradotto e pubblicato da diverse testate, noi tra i primi, più di un anno fa.
Non è l’unica domanda “a trucco”, che anticipa e imbocca la risposta, da parte del giornalista italiano. Insiste infatti a lungo riproponendo “i fantasmi” che il gruppo Repubblica-L’Espresso semina da anni contro chiunque – a sinistra, naturalmente – osi mettere in discussione i sacri dogmi della Ue.
Qualche esempio:
“In effetti si dice che nel 2014 Mélenchon abbia avuto una «svolta populista». Nel concreto, in cosa consiste?”
Il presidente Macron è in crisi dei consensi, quei voti a chi stanno andando? Soltanto alla destra di Marine Le Pen o anche a Mélenchon?
Mélenchon è un convinto sovranista ma, veramente, vuole rompere con l’Unione Europea? Ha in mente il piano B o bluffa?
Fino al provocatorio e ridicolo “sarebbe disposto [Mélénchon] anche a sostenere forze di destra (e xenofobe) pur di andare contro Maastricht e rompere con l’Unione Europea?”. Domanda, si fa per dire, che sintetizza in poche parole la poltiglia di cazzate sparse ad arte su questa forza politica, che effettivamente sfugge alle definizioni perbeniste del tardo Novecento italico.
Il collega francese, di fronte a tanto orrore, si ritrae (ha pur sempre un’etica professionale sconosciuta in Italia, che gli impedisce di aderire alle sciocchezze altrui), e smentisce seccamente: “Non penso, andrebbe contro la sua storia e le sue decennali lotte. Detto questo, è stato in grado di vedere il crollo della sinistra tra le fasce popolari, come a Hénin-Beaumont, dove Mélenchon ha gareggiato alle elezioni legislative del 2012 perdendo con un esponente del Fronte Nazionale di Marine Le Pen. Da lì, l’abbraccio col populismo fino a diventare un leader, maggiormente sovranista, che propone la rottura con l’Ue sulle questioni economiche e politiche di controllo dell’immigrazione. Ma Mélenchon non è mai stato ambiguo di fronte all’estrema destra. Mélenchon ha una formula, per spiegare a chi si rivolge: “Vanno intercettati gli arrabbiati della società, mai i fascisti”. Ruvido, “il marsigliese”, ma estremamente chiaro...
Questo non ferma il vero obiettivo dell’intervistatore: “Perché, allora, i sondaggi lo danno in leggero calo? Come mai?”.
Qui si ristabilisce l’unità di intenti tra di due, con il francese che concede quanto richiesto; “Finora si è rifiutato di strutturare il suo movimento, La France Insoumise, ed ora stanno nascendo le prime frizioni interne: una corrente difende la strategia chiaramente populista, un’altra – quella degli anticapitalisti e degli ecosocialisti – guarda con maggiore interesse all’unità delle sinistre. Il decisionismo di Mélenchon ha funzionato a livello nazionale, meno quando si tratta di redimere conflitti interni al partito. E ciò sta portando ad un’emorragia di voti. Infine, i casi giudiziari hanno fortemente influenzato la sua flessione nei sondaggi innanzitutto perché le indagini riguardano un finanziamento illecito – un tema non di poco rilievo – e poi perché la sua reazione, così rabbiosa, alla perquisizione è stata fin troppo scomposta. In passato era già uscito dai suoi canoni ed in seguito era riuscito a far digerire l’accaduto al suo elettorato”.
Non entriamo nel merito di quel che avviene nelle organizzazioni di altri paesi, le cui dinamiche interne conosciamo – com’è ovvio – fino ad un certo punto. Però siamo costretti a segnalare che il giornale Mediapart – quello per cui lavora il giornalista intervistato – ci dava ieri una notizia esattamente opposta. Citando sondaggi ufficiali, non impressioni personali, in un articolo titolato: “France Insoumise in testa ai sondaggi per le elezioni europee”.
Sorprendente che un redattore di quella stessa testata – per di più con una skill dedicata a Mélénchon – sia così fuori sincrono rispetto alla realtà, alle notizie, alle tendenze che riguardano il suo campo di specializzazione.
Può succedere...
Poi ci siamo ricordati di dover anche andare a vedere chi è il giornalista italiano che cercava di imboccarlo con domande così smaccatamente “orientate”.
Nessuna sorpresa: Giacomo Russo Spena, figlio che condivide poco del percorso paterno, ma che soprattutto lavora da alcuni anni come promoter delle ambizioni elettorali di Lugi De Magistris. Con libri, interviste, reportage, ecc. Tanto da essere incaricato di fare “il bravo presentatore” nell’assemblea di lancio di Demos, il 1 dicembre al Teatro Italia, a Roma. Tanto da esser citato come “comunicatore ombra” del sindaco di Napoli, al termine della non brillante “seconda tappa” napoletana del 15, perlomeno per ciò che concerne la dimensione politica nazionale.
De Magistris ha incontrato Mélénchon all’inizio di quest’anno, così come molti altri personaggi politici di un certo rilievo. Di sicuro, se davvero nutre ambizioni per le prossime elezioni europee, non è nel suo interesse “sminuire” mediaticamente o gettare ombre sul ruolo politico di quello che sarà comunque uno degli alleati più importanti che qualsiasi forza “di sinistra” può trovarsi al fianco a Bruxelles.
Perché, allora, un’operazione così sguaiata che rischia di compromettere possibili collaborazioni future? Ammesso e non concesso che Demos arrivi davvero a presentarsi alle europee...
Viene da pensare – ma noi siamo maligni, si sa... – che il ruolo di promoter abbia avuto la meglio su quello di giornalista, e che dunque Mélénchon vada dipinto con tratti sulfurei (sovranista, ambiguo, in calo, ecc.) soprattutto per contrastare il soggetto politico italiano che da tempo ha stabilito buone relazioni con La France Insoumise e non solo. Ossia Potere al Popolo, che in queste settimane sta discutendo con tutti gli aderenti se partecipare o meno a queste elezioni e, se sì, con quale programma.
Possibile che un professionista dell’informazione davvero non capisca che, così, dà la zappa sui piedi in primo luogo al suo “oggetto di promozione”? Possibile che l’amore per l’Unione Europea ideale impedisca di vedere quali disastri concreti ha prodotto l’Unione Europea “reale”, soprattutto “a sinistra”? Possibile che il settarismo di cordata faccia velo al punto da compromettere, probabilmente, il percorso futuro che si vorrebbe realizzare? Possibile che chi è incaricato di “fare la comunicazione” di un “soggetto largo, inclusivo, unificante” non si renda conto di star facendo l’esatto opposto?
Purtroppo siamo di lungo periodo, e abbiamo ancora nelle orecchie quell’aforisma per cui “a pensar male si fa peccato, ma...”
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05/12/2018
Mi sbilancio: De Magistris non si candiderà alle europee
Ho visto parte dell’iniziativa di sabato ed in particolare l’intervento finale del sindaco.
In questo anni di incontri e discussioni credo di aver imparato a capire quello che realmente pensa non solo dalle parole ma sopratutto dal non-verbale e dal para-verbale.
Luigi sabato non aveva il “fuoco” negli occhi, quello che lo caratterizza quando è convinto di essere sulla strada giusta.
Mentre parlava scrutava la platea come se stesse cercando qualcuno.
Sono certo che cercava anche noi di Potere al Popolo ma sopratutto prendeva coscienza del fatto che davanti a lui c’era solo un piccolo pezzo incapace di dare gambe al suo progetto.
Non è facile capire Luigi, io almeno ci ho messo un bel po’ di tempo. Non è stato semplice perché sfugge alle classificazioni tradizionali. Non è uno che viene dal movimento e non è neanche un politico tradizionale della cosiddetta “sinistra radicale”. Questo fa sì che con lui i soliti codici non funzionano. Non di rado le sue parole e le sue azioni ti disorientano e sembrano prive di una qualche logica tanto da farlo apparire schizofrenico.
In realtà è un impulsivo che difficilmente basa le sue decisioni sul solo calcolo politico.
È un uomo un po’ estremo con grandi qualità ma anche con grandi difetti.
È profondamente onesto, non da un punto di vista meramente formale ma bensì, cosa più rara, anche in senso intellettuale. È determinato e non guarda in faccia a nessuno. È carismatico al punto da essere capace di entrare in un bar dove tutti lo odiano e uscire un quarto d’ora dopo tra gli applausi. È molto intelligente ma non è furbo e questo a volte più che un pregio è un difetto. È uno che non si risparmia e lavora anche troppo rischiando talvolta di perdere di lucidità.
I difetti invece derivano per lo più dalla sua formazione e dalla sua storia professionale. È estremamente centrato su se stesso e non riesce a essere parte di un collettivo. Non è un organizzatore e non sa fare gioco di squadra. È abituato a fare come in magistratura ovvero a gestire piccoli gruppi fortemente gerarchizzati dove lui si trova al vertice. Non è capace di far crescere coloro che sono intorno a se. Non si fida quasi di nessuno.
Essenzialmente gli manca la dimensione collettiva.
Quando è diventato sindaco dietro non aveva un organizzazione e in questi anni pur sforzandosi non è riuscito a crearne una degna di questo nome. A causa del suo carattere i più capaci, quelli che pensano con la loro testa si sono progressivamente allontanati o non si sono mai avvicinati. Si è così trovato circondato da una serie di adulatori e di opportunisti. Proprio questa composizione, predominante nel gruppo dirigente di Dema, ha determinato l’assurda impostazione dell’iniziativa di sabato.
Sono certo che anche le relazioni con le varie anime della sinistra così come i rapporti internazionali non sono stati gestiti da De Magistris in prima persona ma dal suo entourage che spesso è andato oltre il proprio mandato. Tanto per chiarirci mi riferisco ad esempio al rapporto con Diem. Quando Varoufakis dice che avevano un patto per costruire un soggetto politico a giugno secondo me dice il vero ma sono altrettanto sicuro che tale accordo non sia stato stipulato da Luigi che invece ne era all’oscuro.
Dicasi lo stesso per i rapporti con i vari partitini della sinistra radicale. Luigi non ha e non avrebbe mai messo bocca nelle vicende di Potere al Popolo ma alcuni dei suoi hanno concordato con Rifondazione le mosse per depotenziare PaP quando hanno capito che non era controllabile. Anche le assurde condizioni poste per il nostro intervento non sono farina del suo sacco e se lo conosco si sarà anche incazzato per questo.
Non dico queste cose per assolvere Luigi dalle sue responsabilità. Difatti pur non essendo stato lui a fare materialmente gli errori e le porcate purtroppo è comunque tenuto a rispondere dell’operato delle donne e degli uomini che ha scelto. Però non voglio neanche che ne esca un immagine distorta, da politicante quale non è. Sopratutto nel giudicare bisogna tener presente l’ambiente e le condizioni in cui si trova ad operare. Amministra in sostanziale solitudine una delle città più difficili d’Europa e lo fa senza soldi. Ha contro praticamente tutti nelle istituzioni da quelle nazionali a quelle periferiche.
Per gli stessi motivi sopra elencati ha una maggioranza in consiglio comunale assolutamente inadeguata e dilaniata da guerre intestine. Anche il resto della giunta tranne piccole eccezioni è composta da gente che non condivide veramente le idee di Luigi ma a cui lui non può rinunciare perché per amministrare servono anche competenze e conoscenza della macchina amministrativa.
Insomma governa bene in una situazione quasi impossibile ed è per questo che non posso avercela con lui nonostante le azioni dei suoi.
Queste ultime settimane per noi sono state toste e sono convinto che lo sono state anche per il “nostro” sindaco. Anche a livello emotivo le cose non sono state semplici. Luigi sa che noi dell’Ex-Opg siamo tra i suoi pochi veri amici. Gli amici, infatti, non sono quelli che ti danno sempre ragione, che ripetono continuamente che sei bello e bravo ma sono quelli che se la pensano diversamente, se fai una cazzata, se sbagli te lo dicono senza giri di parole. L’amicizia vera è disinteressata e noi a Luigi non abbiamo mai chiesto nulla.
A quest’ora qualcuno di noi poteva sedere in consiglio comunale e in qualche municipalità ma abbiamo preferito fare il Controllo Popolare fuori dai seggi perché la priorità era impedire che poteri forti della nostra città, ovvero padroni e camorristi, condizionassero il voto. Potevano essere assessori in municipalità o addirittura avere delle deleghe in giunta. Roba che i più avrebbero venduto l’anima al diavolo per cariche di questo tipo ma noi no. La nostra stella polare sono sempre gli interessi delle classi popolari e certe cose le avremmo fatte solo se fossero state effettivamente utili per gli sfruttati della nostra città.
Non è un caso che Luigi parla sempre della nostra comunità quando va in giro per l’Italia e la porta ad esempio.
Con noi è sempre stato leale, rispettoso della nostra autonomia e non ha mai tentato di cooptarci.
Poiché so che è un uomo intelligente, sono convinto che non è rimasto indifferente a quanto accaduto in questi giorni. L’iniziativa di sabato e il come si è arrivati ad essa sono stati un test importante i cui risultati saranno da lui attentamente valutati in vista di una sua possibile candidatura.
Infine non posso evitare di fare cenno a quella che probabilmente è, nel percorso promosso da Dema, la maggiore criticità: la questione di genere.
All’interno di Potere al Popolo in molte e molti si sono arrabbiati per l’intervista di De Magistris a L’Espresso. Su questo c’è poco da dire perché hanno assolutamente ragione. Purtroppo non si tratta di un episodio isolato perché la stessa iniziativa al Teatro Italia testimonia in modo evidente tale problematica: una presidenza composta esclusivamente da uomini e solo 6 interventi di donne sui 26 totali!
A tal proposito è stato significativo l’intervento di Marcello Belotti di Catalunya en Comú – Podem che con tono molto piccato ha cominciato così:
Luigi, come tutti noi compagni, deve assolutamente fare tesoro di queste critiche, mettere se stesso e il suo movimento in discussione al fine di innescare un processo di reale emancipazione da una mentalità, un atteggiamento, una pratica patriarcale e machista.
Fonte
In questo anni di incontri e discussioni credo di aver imparato a capire quello che realmente pensa non solo dalle parole ma sopratutto dal non-verbale e dal para-verbale.
Luigi sabato non aveva il “fuoco” negli occhi, quello che lo caratterizza quando è convinto di essere sulla strada giusta.
Mentre parlava scrutava la platea come se stesse cercando qualcuno.
Sono certo che cercava anche noi di Potere al Popolo ma sopratutto prendeva coscienza del fatto che davanti a lui c’era solo un piccolo pezzo incapace di dare gambe al suo progetto.
Non è facile capire Luigi, io almeno ci ho messo un bel po’ di tempo. Non è stato semplice perché sfugge alle classificazioni tradizionali. Non è uno che viene dal movimento e non è neanche un politico tradizionale della cosiddetta “sinistra radicale”. Questo fa sì che con lui i soliti codici non funzionano. Non di rado le sue parole e le sue azioni ti disorientano e sembrano prive di una qualche logica tanto da farlo apparire schizofrenico.
In realtà è un impulsivo che difficilmente basa le sue decisioni sul solo calcolo politico.
È un uomo un po’ estremo con grandi qualità ma anche con grandi difetti.
È profondamente onesto, non da un punto di vista meramente formale ma bensì, cosa più rara, anche in senso intellettuale. È determinato e non guarda in faccia a nessuno. È carismatico al punto da essere capace di entrare in un bar dove tutti lo odiano e uscire un quarto d’ora dopo tra gli applausi. È molto intelligente ma non è furbo e questo a volte più che un pregio è un difetto. È uno che non si risparmia e lavora anche troppo rischiando talvolta di perdere di lucidità.
I difetti invece derivano per lo più dalla sua formazione e dalla sua storia professionale. È estremamente centrato su se stesso e non riesce a essere parte di un collettivo. Non è un organizzatore e non sa fare gioco di squadra. È abituato a fare come in magistratura ovvero a gestire piccoli gruppi fortemente gerarchizzati dove lui si trova al vertice. Non è capace di far crescere coloro che sono intorno a se. Non si fida quasi di nessuno.
Essenzialmente gli manca la dimensione collettiva.
Quando è diventato sindaco dietro non aveva un organizzazione e in questi anni pur sforzandosi non è riuscito a crearne una degna di questo nome. A causa del suo carattere i più capaci, quelli che pensano con la loro testa si sono progressivamente allontanati o non si sono mai avvicinati. Si è così trovato circondato da una serie di adulatori e di opportunisti. Proprio questa composizione, predominante nel gruppo dirigente di Dema, ha determinato l’assurda impostazione dell’iniziativa di sabato.
Sono certo che anche le relazioni con le varie anime della sinistra così come i rapporti internazionali non sono stati gestiti da De Magistris in prima persona ma dal suo entourage che spesso è andato oltre il proprio mandato. Tanto per chiarirci mi riferisco ad esempio al rapporto con Diem. Quando Varoufakis dice che avevano un patto per costruire un soggetto politico a giugno secondo me dice il vero ma sono altrettanto sicuro che tale accordo non sia stato stipulato da Luigi che invece ne era all’oscuro.
Dicasi lo stesso per i rapporti con i vari partitini della sinistra radicale. Luigi non ha e non avrebbe mai messo bocca nelle vicende di Potere al Popolo ma alcuni dei suoi hanno concordato con Rifondazione le mosse per depotenziare PaP quando hanno capito che non era controllabile. Anche le assurde condizioni poste per il nostro intervento non sono farina del suo sacco e se lo conosco si sarà anche incazzato per questo.
Non dico queste cose per assolvere Luigi dalle sue responsabilità. Difatti pur non essendo stato lui a fare materialmente gli errori e le porcate purtroppo è comunque tenuto a rispondere dell’operato delle donne e degli uomini che ha scelto. Però non voglio neanche che ne esca un immagine distorta, da politicante quale non è. Sopratutto nel giudicare bisogna tener presente l’ambiente e le condizioni in cui si trova ad operare. Amministra in sostanziale solitudine una delle città più difficili d’Europa e lo fa senza soldi. Ha contro praticamente tutti nelle istituzioni da quelle nazionali a quelle periferiche.
Per gli stessi motivi sopra elencati ha una maggioranza in consiglio comunale assolutamente inadeguata e dilaniata da guerre intestine. Anche il resto della giunta tranne piccole eccezioni è composta da gente che non condivide veramente le idee di Luigi ma a cui lui non può rinunciare perché per amministrare servono anche competenze e conoscenza della macchina amministrativa.
Insomma governa bene in una situazione quasi impossibile ed è per questo che non posso avercela con lui nonostante le azioni dei suoi.
Queste ultime settimane per noi sono state toste e sono convinto che lo sono state anche per il “nostro” sindaco. Anche a livello emotivo le cose non sono state semplici. Luigi sa che noi dell’Ex-Opg siamo tra i suoi pochi veri amici. Gli amici, infatti, non sono quelli che ti danno sempre ragione, che ripetono continuamente che sei bello e bravo ma sono quelli che se la pensano diversamente, se fai una cazzata, se sbagli te lo dicono senza giri di parole. L’amicizia vera è disinteressata e noi a Luigi non abbiamo mai chiesto nulla.
A quest’ora qualcuno di noi poteva sedere in consiglio comunale e in qualche municipalità ma abbiamo preferito fare il Controllo Popolare fuori dai seggi perché la priorità era impedire che poteri forti della nostra città, ovvero padroni e camorristi, condizionassero il voto. Potevano essere assessori in municipalità o addirittura avere delle deleghe in giunta. Roba che i più avrebbero venduto l’anima al diavolo per cariche di questo tipo ma noi no. La nostra stella polare sono sempre gli interessi delle classi popolari e certe cose le avremmo fatte solo se fossero state effettivamente utili per gli sfruttati della nostra città.
Non è un caso che Luigi parla sempre della nostra comunità quando va in giro per l’Italia e la porta ad esempio.
Con noi è sempre stato leale, rispettoso della nostra autonomia e non ha mai tentato di cooptarci.
Poiché so che è un uomo intelligente, sono convinto che non è rimasto indifferente a quanto accaduto in questi giorni. L’iniziativa di sabato e il come si è arrivati ad essa sono stati un test importante i cui risultati saranno da lui attentamente valutati in vista di una sua possibile candidatura.
Infine non posso evitare di fare cenno a quella che probabilmente è, nel percorso promosso da Dema, la maggiore criticità: la questione di genere.
All’interno di Potere al Popolo in molte e molti si sono arrabbiati per l’intervista di De Magistris a L’Espresso. Su questo c’è poco da dire perché hanno assolutamente ragione. Purtroppo non si tratta di un episodio isolato perché la stessa iniziativa al Teatro Italia testimonia in modo evidente tale problematica: una presidenza composta esclusivamente da uomini e solo 6 interventi di donne sui 26 totali!
A tal proposito è stato significativo l’intervento di Marcello Belotti di Catalunya en Comú – Podem che con tono molto piccato ha cominciato così:
“prima di iniziare volevo dire una cosa importante che in Spagna, a Barcellona abbiamo fatto: non è possibile che su 20 interventi ci sono state solo 2 donne! Lo dico da uomo: mi piacerebbe chiamarmi Marcella però purtroppo mi chiamo Marcello! Dobbiamo rivedere delle cose, in Spagna ci siamo riusciti: 50 e 50, punto! Innanzitutto vi porto il saluto affettuoso delle nostre tre coordinatrici...”Una vera e propria sberla da parte di chi obiettivamente sta molto più avanti su questi temi e non può credere che in Italia accadano ancora cose di questo genere.
Luigi, come tutti noi compagni, deve assolutamente fare tesoro di queste critiche, mettere se stesso e il suo movimento in discussione al fine di innescare un processo di reale emancipazione da una mentalità, un atteggiamento, una pratica patriarcale e machista.
Fonte
01/12/2018
Dema. La maschera e il volto: venite, ma Viola non parla
Varoufakis e Diem25 denunciano patti violati, Dema, per suo conto, snobba Mélenchon. Si tratta di elezioni europee, ma il principio ispiratore dell’Assemblea convocata al Teatro Italia di Roma è chiarissimo: soccorrere la democrazia italiana pericolante sotto l’urto della reazione neofascista. La cosiddetta «onda nera», incarnata da Salvini e Di Maio.
Probabilmente la scelta di tempo è sbagliata – sarebbe stato molto più giusto schierarsi a marzo e tentare così di limitare l’impatto dell’«onda» – ma indietro non si torna e potrebbe anche andar bene così. Meglio tardi che mai.
Non so dove condurrà stamattina l’assemblea, ma mi pare che le contraddizioni esistano e siano pesanti. Per raccogliere consensi tra associazioni e movimenti, si sono individuati infatti un programma e un metodo fatti apposta per dividere ciò che dovrebbero unire. Cosa si intende fare è scritto nella Costituzione, che di fatto è il programma, ma si è deciso di tenere ben nascosti nell’ombra i partiti politici, che della Costituzione sono uno dei pilastri.
Questo non significa che i Partiti non ci saranno, tanto più che qualcuno tra loro eviterà a Dema e soci di raccogliere le 150.000 mila e più firme previste dalla legge. Molto più semplicemente avranno un ruolo estremamente defilato. Poiché non vanno per la maggiore e gli elettori non gradirebbero, ai loro segretari si è anzi chiesto chiaro e tondo di non parlare e loro, che hanno certamente a cuore le sorti della democrazia pericolante, si sono sacrificati. Messa da parte la dignità, hanno accettato il bavaglio.
Così stando le cose, tuttavia, un dubbio sorge e qualche domanda chiede invano risposta: siamo proprio certi, per esempio, che nascondere i partiti e censurare i loro segretari significhi difendere la Costituzione e la democrazia? Se è così bisogna riconoscerlo: la difesa delle libertà costituzionali somiglia talvolta ai trucchi dei prestigiatori. E’ vero, negli ultimi anni i gruppi dirigenti dei partiti politici hanno fatto pessima prova. Ma se è così, perché sono invitati?
Nascosti nel cilindro i partiti, ritenuti evidentemente impresentabili, restano le associazioni e i movimenti, per i quali, tuttavia, non si è utilizzato un criterio unico. Enrico Panini, per dirne una, segretario di Dema, ha diritto di parola perché rappresenta un movimento. Nel girone infernale è collocato invece Potere al Popolo, che però, come Dema, per ora è un movimento. Chiamata a scontare la pena di un passato che non ha vissuto, anche a Viola Carofalo, portavoce di Potere al Popolo, si è così potuto imporre il bavaglio e a scanso equivoci si è chiesto che non parlasse in sua vece una qualche voce napoletana. Sono finiti così in castigo tutti i giovani dell’ex Opg che hanno creato Potere al Popolo.
E’ difficile dire se a coloro che interverranno si è chiesto di scegliersi un argomento particolare – scuola, giustizia sanità e cose così – ma sul cammino di Potere al Popolo si è voluto piantare anche questo paletto. Si direbbe quasi che chi nelle riunioni preparatorie ha osato manifestare dubbi, chiedendo di sapere con chi si andava e per fare che cosa, sia stato messo di fronte a una scelta: accodarsi o declinare l’invito. Che dire? Probabilmente anche questo è necessario per fermare Salvini: mettere ai margini chi non si allinea.
In questo clima, stamattina al Teatro Italia di Roma si aprirà l’assemblea da cui dovrebbe nascere il “nuovo” baluardo della democrazia. I Partiti ci saranno, i loro segretari staranno zitti, qualcuno parlerà al loro posto e si dirà alla gente che è ora di cambiare. Ci saranno ospiti illustri e una gran passerella. Potere al Popolo non ci sarà.
Fonte
Probabilmente la scelta di tempo è sbagliata – sarebbe stato molto più giusto schierarsi a marzo e tentare così di limitare l’impatto dell’«onda» – ma indietro non si torna e potrebbe anche andar bene così. Meglio tardi che mai.
Non so dove condurrà stamattina l’assemblea, ma mi pare che le contraddizioni esistano e siano pesanti. Per raccogliere consensi tra associazioni e movimenti, si sono individuati infatti un programma e un metodo fatti apposta per dividere ciò che dovrebbero unire. Cosa si intende fare è scritto nella Costituzione, che di fatto è il programma, ma si è deciso di tenere ben nascosti nell’ombra i partiti politici, che della Costituzione sono uno dei pilastri.
Questo non significa che i Partiti non ci saranno, tanto più che qualcuno tra loro eviterà a Dema e soci di raccogliere le 150.000 mila e più firme previste dalla legge. Molto più semplicemente avranno un ruolo estremamente defilato. Poiché non vanno per la maggiore e gli elettori non gradirebbero, ai loro segretari si è anzi chiesto chiaro e tondo di non parlare e loro, che hanno certamente a cuore le sorti della democrazia pericolante, si sono sacrificati. Messa da parte la dignità, hanno accettato il bavaglio.
Così stando le cose, tuttavia, un dubbio sorge e qualche domanda chiede invano risposta: siamo proprio certi, per esempio, che nascondere i partiti e censurare i loro segretari significhi difendere la Costituzione e la democrazia? Se è così bisogna riconoscerlo: la difesa delle libertà costituzionali somiglia talvolta ai trucchi dei prestigiatori. E’ vero, negli ultimi anni i gruppi dirigenti dei partiti politici hanno fatto pessima prova. Ma se è così, perché sono invitati?
Nascosti nel cilindro i partiti, ritenuti evidentemente impresentabili, restano le associazioni e i movimenti, per i quali, tuttavia, non si è utilizzato un criterio unico. Enrico Panini, per dirne una, segretario di Dema, ha diritto di parola perché rappresenta un movimento. Nel girone infernale è collocato invece Potere al Popolo, che però, come Dema, per ora è un movimento. Chiamata a scontare la pena di un passato che non ha vissuto, anche a Viola Carofalo, portavoce di Potere al Popolo, si è così potuto imporre il bavaglio e a scanso equivoci si è chiesto che non parlasse in sua vece una qualche voce napoletana. Sono finiti così in castigo tutti i giovani dell’ex Opg che hanno creato Potere al Popolo.
E’ difficile dire se a coloro che interverranno si è chiesto di scegliersi un argomento particolare – scuola, giustizia sanità e cose così – ma sul cammino di Potere al Popolo si è voluto piantare anche questo paletto. Si direbbe quasi che chi nelle riunioni preparatorie ha osato manifestare dubbi, chiedendo di sapere con chi si andava e per fare che cosa, sia stato messo di fronte a una scelta: accodarsi o declinare l’invito. Che dire? Probabilmente anche questo è necessario per fermare Salvini: mettere ai margini chi non si allinea.
In questo clima, stamattina al Teatro Italia di Roma si aprirà l’assemblea da cui dovrebbe nascere il “nuovo” baluardo della democrazia. I Partiti ci saranno, i loro segretari staranno zitti, qualcuno parlerà al loro posto e si dirà alla gente che è ora di cambiare. Ci saranno ospiti illustri e una gran passerella. Potere al Popolo non ci sarà.
Fonte
Potere al Popolo. Perché non siamo all’incontro di De Magistris
Oggi non saremo a Roma al Teatro Italia alla presentazione del movimento di De Magistris. Siccome in molti ci hanno chiesto il perché, e siccome avevamo scritto qualche giorno fa che ci saremmo stati, ci sembra giusto scrivere queste righe per spiegare cos’è cambiato.
La settimana scorsa avevamo ricevuto, sulla mail personale della nostra portavoce Viola Carofalo, un invito a intervenire, e con piacere avevamo accettato. Innanzitutto perché siamo aperti al confronto con tutti quelli che davvero vogliono cambiare le cose, poi perché abbiamo tante idee e pratiche da condividere e infine perché stimiamo il Sindaco di Napoli che ha dimostrato in più occasioni onestà e coraggio.
Purtroppo abbiamo saputo due giorni fa dagli organizzatori dell’evento che l’incontro si sarebbe svolto nel seguente modo: 23 interventi già fissati di 5 minuti, nessun intervento “politico” ma solo di “esperienze sociali”. Noi avremmo potuto intervenire una volta, ma non presentandoci come Potere al Popolo!, non facendo parlare un napoletano (!), e non parlando come realtà politica, ma solo raccontando qualche lotta in cui siamo impegnati come singoli militanti. I soli soggetti politici titolati a parlare sarebbero stati il coordinatore di DEMA all’inizio e De Magistris alla fine.
Morale della favola: Viola, anche se ha militato per 20 anni nei centri sociali, non poteva parlare in quanto Ka$taaaaa; anzi proprio Potere al Popolo! non poteva parlare. Anche se non è un partito, ma un movimento esattamente come DEMA. Anche se siamo nati da solo un anno proprio come movimento sociale imperniato intorno alle Case del Popolo. Siamo stati considerati, da un soggetto politico che peraltro è al governo di una grande città, identici a chi è stato nel centrosinistra e solo fino pochi mesi fa era candidato con D’Alema e soci...
Ma c’è di più. Visto che ai precedenti incontri organizzati da De Magistris erano intervenuti tutti i partiti da Sinistra Italiana a Rifondazione, passando per formazioni minori, visto che Sinistra Italiana risultava persino organizzatrice dell’iniziativa su FB, non potevamo non chiederci: ma che fine hanno fatto questi?
Dopo poco si è svelato l’arcano: i partiti c’erano. Non sarebbero intervenuti i leader, che fanno tanto “sfigati della sinistra”, ma membri significativi di quei partiti nella veste di attivisti sociali. Di modo che il racconto della giornata avrebbe potuto essere: “ci siamo raccolti dal basso, siamo una coalizione civica, i cattivi partiti non ci sono, questa non è Rivoluzione Civile o l’Altra Europa 2”…
Ora, a sinistra negli ultimi anni si son viste tante cose strane, eh. Ma una cosa così non l’avevamo ancora sentita. Certo, sarebbe stato divertente giocare a “trova l’intruso” e passare la mattinata in teatro a scoprire chi dei relatori ha una o più tessere in tasca, ma il tempo della vita è breve e preferiamo declinare. Capiamo che i vecchi partiti della sinistra si aggrappino a tutto perché per esistere devono eleggere e oggi De Magistris sembra un buon cavallo, ma a tutto c’è un limite… Com’è possibile che migliaia di militanti di quei partiti si trovino trascinati ancora una volta in un nuovo cartello senza che nessuno li interpelli?
Da un anno noi stiamo provando a “fare tutto al contrario”: partire non da appelli vaghi, leaderismi, candidature, ma dalle assemblee territoriali, dal lavoro a contatto con il blocco sociale, da processi democratici, da un programma chiaro e radicale. L’unità è certo un valore, ma non si fa cucendo un vestito da Arlecchino, dove sta insieme tutto e il contrario di tutto. L’unità si deve fare innanzitutto con il nostro blocco sociale, su questioni concrete, su contenuti chiari: deve servire alle persone per essere più forti, non a residuali gruppi dirigenti per sopravvivere.
Avremmo detto questo se fossimo intervenuti: che bisogna rompere con le modalità della vecchia sinistra, per la quale per cambiare questa situazione basterebbe mettersi tutti insieme, avere un “uomo della provvidenza” o un marketing più allettante. No: per il disastro che è stato prodotto negli ultimi trent’anni, bisogna ricominciare rendendosi credibili nelle lotte, coerenti nelle posizioni. Non esistono scorciatoie. Bisogna lavorare capillarmente, trasformare la mentalità delle persone con gesti concreti. Bisogna anche iniziare a far apparire un orizzonte diverso dal presente, mostrare che le singole lotte non possono fare a meno di proporre un’altra idea di società, in cui un potere popolare controlli mercato e profitto, riavviando la marcia verso il superamento del capitalismo. In passato si è riusciti a cambiare il mondo proprio perché non si ha avuto paura di ribaltarlo. Se invece la sinistra educa alla rassegnazione, all’adattamento, al meno peggio, si rivela inutile e destinata a sparire.
Avremmo anche detto che bisogna dire basta alla falsa alternativa tra l’europeismo liberista della sinistra e il nazionalismo liberista della destra. L’Unione Europea con i suoi trattati e il suo sistema di poteri e regole è l’inevitabile avversario di ogni progetto di eguaglianza sociale e di ritorno al controllo democratico sul mercato e sulla finanza. I trattati europei sono stati costruiti su principi che sono in totale contrasto con i valori della Costituzione del 1948. Il popolo italiano non ha mai votato su quei trattati. Ci vogliono imprigionare nella falsa dicotomia europeisti vs anti-europeisti, ma la verità è che c’è un’unica Unione Europea che fa le stesse politiche sociali contro i lavoratori, i migranti, i servizi pubblici, fa le stesse guerre e speculazioni, e si divide solo su come si spartisce il bottino. Non esiste alcuna possibilità di costruire un’alternativa popolare stando dentro i vincoli liberisti dei trattati UE o di quelli guerrafondai della NATO. Si può e si deve discutere sul come, ma non più se rompere o meno con i trattati. L’unità dei popoli europei può avvenire solo su basi completamente diverse da quelle che finora ci sono state imposte.
È di come fare tutto questo che stiamo discutendo nelle nostre assemblee territoriali. Fra un mese finiremo questa discussione, miglioreremo il nostro programma, e le proposte emerse nel dibattito saranno messe in votazione sulla piattaforma su cui tutti gli iscritti potranno votare e scegliere cosa dovrà fare Potere al Popolo! alle prossime elezioni europee.
Speriamo che su questi temi ci sarà modo di parlare anche con chi oggi era al Teatro Italia sinceramente preoccupato della situazione e motivato a cambiarla. Noi siamo aperti al confronto con chiunque, perché ci interessa essere creativi, sperimentare strade nuove, e non chiuderci nelle vecchie liturgie.
Nel frattempo invitiamo tutte e tutti sia a partecipare al lavoro di base nelle nostre Case del Popolo, per mostrare concretamente che c’è un altro modo di fare politica, sia a scendere in piazza l’8 dicembre, innanzitutto a Torino, per reagire a quella vergogna, a quel coacervo di interessi speculativi, mafie, politicume chiamato SI TAV, ma anche in Salento per dire No alla TAP, in Sicilia per dire No al MUOS, alle opere inutili e alla devastazione ambientale.
Inoltre, invitiamo tutte e tutti il 15 dicembre a Roma, per la manifestazione “Get up, stand up”, che vedrà protagonisti migranti, braccianti, lavoratori italiani e stranieri insieme. Le elezioni in fondo non fanno che fotografare rapporti di forza reali. Crediamo che una grande piazza in cui si tocchi con mano l’unità degli sfruttati sia il miglior viatico per combattere l’Unione Europea non solo di Orban e Salvini, ma anche di Merkel, Juncker e Macron.
Qui di seguito i “cinque punti” su cui Potere al Popolo ha avviato la discussione tra gli attivisti e su cui, naturalmente, si confronta con chiunque.
CINQUE PUNTI PER LA DISCUSSIONE SULL’EUROPA E SULLE ELEZIONI EUROPEE
Si avvicinano le elezioni europee e, come per il cambio d’abito con il cambiamento di stagione, nei partiti di una sempre più ristretta sinistra radicale italiana, prima si realizzano le solite scissioni e poi ci si prepara ad indossare il vestito dell’unità.
L’unità nasce da un sacrosanto bisogno di unione degli oppressi contro il potere, necessità che sta nel nucleo della nostra storia: proletari di tutto il mondo unitevi. Ogni lotta ha bisogno di unione e cerca di costruirla, ma questo bisogno vitale di unità nulla ha a che vedere con l’uso che ne fanno alcuni ceti politici per giustificare sé stessi.
Periodicamente si annuncia che questo vestito unitario sarà nuovo, di fattura completamente diversa da quelli dismessi ed abbandonati nelle stagioni precedenti, che avrà un nuovo nome ed un nuovo sarto. In questo tornante elettorale il sarto dovrebbe essere Luigi De Magistris, che in effetti ha delle buone credenziali: è persona onesta e combattiva ed ha una storia di successi elettorali comunali che potrebbero diventare risultati utili alle elezioni europee.
Noi abbiamo sostenuto De Magistris nella sua esperienza e nei suoi duri conflitti per guidare l’amministrazione di Napoli verso strade completamente diverse dal passato, soprattutto quando fu momentaneamente destituito da una manovra simile a quella che oggi colpisce il sindaco di Riace. Una manovra che egli seppe sconfiggere facendo con determinazione ed umiltà il sindaco di strada. Se la memoria non ci tradisce allora non erano in tanti a sostenerlo nei momenti più difficili e noi siamo stati con il sindaco. Per questo ci sentiamo oggi in dovere di essere franchi con lui.
Se Luigi De Magistris farà solo il confezionatore del vestito nuovo della vecchia sinistra, fallirà come sono falliti i cambi d’abito precedenti. Vorremmo evitare che ciò avvenisse, perché ad ogni progetto di unità della sinistra che finisce male la credibilità e la forza di tutto il nostro mondo si riduce. Ci sentiamo per questo in dovere di affermare quelli che, secondo noi, dovrebbero essere i fondamenti affinché la battaglia elettorale delle europee non finisca come tutte le altre che l’hanno preceduta.
1) Rompere con il tradimento della sinistra.
L’Italia è stato il paese con la più grande sinistra dell’Europa Occidentale ed ora è il paese con la sinistra più debole. Milioni di operai, disoccupati, poveri e sfruttati hanno deciso di abbandonare il campo politico/elettorale della sinistra per affidare le loro aspettative ai Cinque Stelle e alla Lega. La ragione é solo una e va affermata in tutta la sua immediata brutalità: la sinistra ha tradito chi doveva rappresentare, ha abbandonato la sua storia e cultura, per scegliere le privatizzazioni, la priorità delle imprese, il profitto. Oggi se in una fabbrica o in una periferia ci si qualifica come sinistra ci si sente accusare di essere i colpevoli del Jobs Act, della legge Fornero, delle privatizzazioni. La vecchia destra reazionaria e fascista, che è una delle anime profonde del paese, ha sfruttato fino in fondo questo tradimento sociale della sinistra, trasformandolo in occasione di rivincita storica. Il ritorno di forze e valori reazionari, oggi principalmente interpretato dalla Lega di Salvini, non può essere affrontato da una sinistra che ha abbandonato il campo della eguaglianza sociale nel nome del libero mercato e della intoccabilità dei vincoli europei. Se si resta in questo campo la destra continuerà a presentarsi come forza di popolo contro le élites. Anche quando si accorderà con le élites per conservare il potere.
Anche la sinistra cosiddetta radicale, anche quando riscuoteva un certo consenso, non é stata in grado di contrastare, né tantomeno di costruire un’alternativa, alla deriva neoliberale del PD e del centrosinistra.
Occorre quindi una autocritica complessiva e una rottura aperta, pubblica, dichiarata su ciò che è stata la sinistra in Italia negli ultimi decenni, autocritica che porti a programmi diverse, a diverse pratiche, a una diversa sfida e interlocuzione sociale sulla rappresentanza.
2) No alla falsa alternativa tra europeismo neoliberale e euronazionalismo
L’Unione Europea con i suoi trattati ed il suo sistema di poteri e regole è l’inevitabile avversario di ogni progetto di eguaglianza sociale e di ritorno al controllo dei poteri democratici e pubblici sul mercato e sulla finanza. I trattati europei sono stati costruiti su principi e vincoli liberisti che sono in totale contrasto con i principi e valori della Costituzione del 1948, a partire dall’articolo 3. Le forze reazionarie, razziste non sono affatto una alternativa, seppure barbara, alla UE liberista ma una sua forma di adattamento alla crisi economica. L’Europa fortezza, nemica sia dei popoli del sud che della Russia e della Cina, può tranquillamente continuare le politiche liberiste mentre affonda le barche dei migranti e finanzia la guerra dei fascisti Ucraini. Anche i governi più reazionari e xenofobi della UE, quelli di Austria e Ungheria, sono stati i più rigidi contro i timidi tentativi del governo gialloverde di allargare le maglie del Fiscal Compact. Ma anche l’alternativa di un fronte che vada da Macron a Tsipras non cambierebbe la sostanza di un sistema di potere UE che ha come scopo fondamentale la distruzione dello stato sociale e dei diritti del lavoro. Da un lato una UE nemica dei migranti e dei poveri, dall’altro una UE più amica delle multinazionali e delle guerre NATO, entrambe con le stesse politiche economiche e sociali. Questa è la finta contrapposizione che bisogna combattere e rovesciare. Questo è possibile solo mettendo in campo una alternativa fondata sulla rottura con i vincoli liberisti dei trattati UE, così come con quelli guerrafondai della NATO. Non esiste alcuna possibilità di costruire una alternativa di sinistra sociale e popolare stando dentro questi vincoli. Si può e si deve discutere sul come, ma non più se rompere o meno con i Trattati europei. Questa è una discriminante di fondo, averla ignorata sta portando al suicidio della sinistra. Questa UE non è riformabile se non in peggio, l’unità dei popoli europei può avvenire solo su basi completamente diverse da quelle disegnate e imposte dai trattati liberisti della UE e fuori dalla NATO, dalle sue politiche di riarmo e guerra.
3) Noi agiamo per un’altra società
Non basta più enunciare i singoli provvedimenti che si rivendicano, le ingiustizie che si vogliono combattere. La sinistra popolare, socialista, comunista ha rotto con la sinistra borghese e liberale più di un secolo e mezzo fa nel nome della critica al capitalismo e della questione sociale. Gli ultimi trenta e più anni di dominio del capitalismo hanno invece distrutto in Europa grandi conquiste sociali e frantumato il mondo del lavoro, restaurando il sistema del più brutale sfruttamento ed estendendo tale sfruttamento devastante dalle persone alla natura.
Con questa restaurazione si è affermata anche l’ideologia liberale come unico orizzonte possibile della umanità. Per cui anche le persone sfruttate hanno finito per rassegnarsi, o perfino colpevolizzarsi della, loro condizione. Non ci sono alternative è il motto autoritario che oggi distrugge la democrazia riducendola ad una competizione tra elites che hanno gli stessi programmi economici.
In questo contesto il “riformismo”, inteso come pura sottomissione ai vincoli del sistema dominante, è diventato l’ideologia ufficiale della sinistra europea e della maggioranza delle direzioni sindacali. Eppure mai come oggi é chiaro come anche i piccoli cambiamenti richiedano rotture di sistema. Ogni volta che un movimento o una lotta arrivano a conseguire risultati, il sistema reagisce o isolando quegli stessi risultati, o travolgendoli con la forza della propria immodificabilità.
Le singole rivendicazioni e lotte non possono fare meno di proporre un’altra società, ove un potere pubblico, democratico e sociale controlli e sottometta mercato e profitto, riavviando la marcia verso il superamento del capitalismo, verso il socialismo. Bisogna avere il coraggio di proporre un’alternativa di società alle persone oppresse e sfruttate, istigate e imbrigliate da un scetticismo secondo cui questo é il mondo e tu non ci puoi fare niente. La sinistra è stata capace di cambiare il mondo proprio perché non ha avuto paura di affermare la propria intenzione di ribaltarlo. Se invece educa alla rassegnazione, all’adattamento, al meno peggio, la sinistra si rivela inutile e per questo scompare.
4) Ricostruire l’unità sui contenuti per unire le forze.
Non si possono semplicemente mettere assieme i residui della sinistra se si vuole costruire una unità utile alle lotte e per il cambiamento sociale. Bisogna avere la consapevolezza che bisogna ricostruire pratiche sociali e punti di vista, bisogna lottare per emanciparsi ed emanciparsi per lottare. La manifestazione per il SI al TAV a Torino, che ha visto un fronte politico che va dal PD all’estrema destra, rivela un fronte sociale corporativo con sindacati complici e imprese, un fronte culturale che va da intellettuali democratici ai teorici della libera impresa e delle Grandi opere. Quel fronte è nostro avversario, allo stesso modo del fronte fondato su legge ordine e xenofobia che si raggruppa attorno Salvini.
Sono i contenuti che determinano gli schieramenti. È tra i contenuti che bisogna ricostruire l’unità. Oggi una rigorosa piattaforma di rivendicazioni sociali, popolari, ambientaliste, democratiche è la prima discriminante in politica. E’ diventata una forma di ipocrisia sostenere che non va discusso ciò che è “divisivo”. No, é proprio su ciò che è divisivo che bisogna discutere se si vuole costruire una unità che serva alle persone e non soltanto agli equilibri tra i gruppi dirigenti.
5) Le alleanze elettorali non sono un taxi per arrivare al seggio.
Si possono avere alleanze elettorali tra forze diverse, ma queste non possono avere come unico scopo quello di essere eletti ad ogni costo. I (sempre più scarsi) risultati raggiunti in questo modo, hanno dimostrato di non essere affatto un accumulo delle forze di cui abbiamo necessità per rovesciare il tavolo. Al contrario alleanze basate su questa logica hanno ampiamente dimostrato di essere fallimentari e non solo perché spesso hanno mancato l’obiettivo, ma perché non hanno consolidato nulla dopo il voto. Devono essere sempre i comportamenti reali e i contenuti dei programmi a decidere.
Per quanto riguarda le elezioni europee, una alleanza elettorale di forze e movimenti che lottano contro il razzismo, il capitalismo, il patriarcato e la distruzione dell’ambiente dovrebbe rispondere ad alcuni criteri di fondo. A) Essere in chiara opposizione al governo gialloverde, ma anche alternativa al PD e al centrosinistra.
b) Sostenere la posizione sulla Unione Europea del Patto di Lisbona tra diverse forze, in particolare sulla necessità di rompere con i trattati UE, contrastare tutti i diktat liberisti della Commissione Europea, rimettere in campo una alternativa alle istituzioni esistenti come indica l’approccio del “Piano B”. Fare dunque gruppo con le forze di quel patto nel parlamento UE. Da questo approccio derivano gli specifici punti di programma e di conflitto: abolizione del Fiscal Compact e cancellazione dei piani per le Grandi Opere; abrogazione della legge Fornero e progetto europeo di riduzione degli orari di lavoro; reintroduzione dell’articolo 18 e un piano europeo di diritti per il lavoro; controllo sui movimenti di capitali e divieto per le delocalizzazioni e il dumping fiscale tra gli Stati; nazionalizzazioni in Italia e cancellazione del divieto di aiuti di Stato nella UE; libertà per le politiche di bilancio di ogni Stato e superamento del divieto per la BCE di sostenere gli stati in difficoltà. Nella sostanza un programma di rottura con l’austerità e i suoi vincoli UE, da realizzare comunque.
Infine ci vorrà una selezione dei candidati con procedure democratiche dal basso. È necessario che i gruppi dirigenti dei partiti della sinistra radicale e i candidati “a tutte le elezioni” facciano finalmente tutti un passo indietro e si ponga fine alla logica delle persone sole al comando. Ogni eventuale parlamentare dovrà rispondere al vincolo di mandato delle sue elettrici e dei suoi elettori.
Se su questi punti sarà possibile un confronto aperto e trasparente con De Magistris e altre forze, un confronto che alla fine non produca le solite piattaforme genericamente antiliberiste del tutto inefficaci tra i settori popolari, Potere al Popolo parteciperà al confronto riservando comunque ai propri iscritti il giudizio finale sui risultati.
Se questo non sarà possibile, sarà allora necessario ribadire che Potere al Popolo ha intrapreso il suo percorso proprio per cercare di costruire, negli obiettivi, nelle pratiche e anche nelle modalità di funzionamento dell’organizzazione, qualcosa di diverso dalle esperienze passate della sinistra radicale italiana. E PaP non metterà in discussione questa scelta di fondo solo per qualche posto in confusi aggregati elettorali.
Fonte
La settimana scorsa avevamo ricevuto, sulla mail personale della nostra portavoce Viola Carofalo, un invito a intervenire, e con piacere avevamo accettato. Innanzitutto perché siamo aperti al confronto con tutti quelli che davvero vogliono cambiare le cose, poi perché abbiamo tante idee e pratiche da condividere e infine perché stimiamo il Sindaco di Napoli che ha dimostrato in più occasioni onestà e coraggio.
Purtroppo abbiamo saputo due giorni fa dagli organizzatori dell’evento che l’incontro si sarebbe svolto nel seguente modo: 23 interventi già fissati di 5 minuti, nessun intervento “politico” ma solo di “esperienze sociali”. Noi avremmo potuto intervenire una volta, ma non presentandoci come Potere al Popolo!, non facendo parlare un napoletano (!), e non parlando come realtà politica, ma solo raccontando qualche lotta in cui siamo impegnati come singoli militanti. I soli soggetti politici titolati a parlare sarebbero stati il coordinatore di DEMA all’inizio e De Magistris alla fine.
Morale della favola: Viola, anche se ha militato per 20 anni nei centri sociali, non poteva parlare in quanto Ka$taaaaa; anzi proprio Potere al Popolo! non poteva parlare. Anche se non è un partito, ma un movimento esattamente come DEMA. Anche se siamo nati da solo un anno proprio come movimento sociale imperniato intorno alle Case del Popolo. Siamo stati considerati, da un soggetto politico che peraltro è al governo di una grande città, identici a chi è stato nel centrosinistra e solo fino pochi mesi fa era candidato con D’Alema e soci...
Ma c’è di più. Visto che ai precedenti incontri organizzati da De Magistris erano intervenuti tutti i partiti da Sinistra Italiana a Rifondazione, passando per formazioni minori, visto che Sinistra Italiana risultava persino organizzatrice dell’iniziativa su FB, non potevamo non chiederci: ma che fine hanno fatto questi?
Dopo poco si è svelato l’arcano: i partiti c’erano. Non sarebbero intervenuti i leader, che fanno tanto “sfigati della sinistra”, ma membri significativi di quei partiti nella veste di attivisti sociali. Di modo che il racconto della giornata avrebbe potuto essere: “ci siamo raccolti dal basso, siamo una coalizione civica, i cattivi partiti non ci sono, questa non è Rivoluzione Civile o l’Altra Europa 2”…
Ora, a sinistra negli ultimi anni si son viste tante cose strane, eh. Ma una cosa così non l’avevamo ancora sentita. Certo, sarebbe stato divertente giocare a “trova l’intruso” e passare la mattinata in teatro a scoprire chi dei relatori ha una o più tessere in tasca, ma il tempo della vita è breve e preferiamo declinare. Capiamo che i vecchi partiti della sinistra si aggrappino a tutto perché per esistere devono eleggere e oggi De Magistris sembra un buon cavallo, ma a tutto c’è un limite… Com’è possibile che migliaia di militanti di quei partiti si trovino trascinati ancora una volta in un nuovo cartello senza che nessuno li interpelli?
Da un anno noi stiamo provando a “fare tutto al contrario”: partire non da appelli vaghi, leaderismi, candidature, ma dalle assemblee territoriali, dal lavoro a contatto con il blocco sociale, da processi democratici, da un programma chiaro e radicale. L’unità è certo un valore, ma non si fa cucendo un vestito da Arlecchino, dove sta insieme tutto e il contrario di tutto. L’unità si deve fare innanzitutto con il nostro blocco sociale, su questioni concrete, su contenuti chiari: deve servire alle persone per essere più forti, non a residuali gruppi dirigenti per sopravvivere.
Avremmo detto questo se fossimo intervenuti: che bisogna rompere con le modalità della vecchia sinistra, per la quale per cambiare questa situazione basterebbe mettersi tutti insieme, avere un “uomo della provvidenza” o un marketing più allettante. No: per il disastro che è stato prodotto negli ultimi trent’anni, bisogna ricominciare rendendosi credibili nelle lotte, coerenti nelle posizioni. Non esistono scorciatoie. Bisogna lavorare capillarmente, trasformare la mentalità delle persone con gesti concreti. Bisogna anche iniziare a far apparire un orizzonte diverso dal presente, mostrare che le singole lotte non possono fare a meno di proporre un’altra idea di società, in cui un potere popolare controlli mercato e profitto, riavviando la marcia verso il superamento del capitalismo. In passato si è riusciti a cambiare il mondo proprio perché non si ha avuto paura di ribaltarlo. Se invece la sinistra educa alla rassegnazione, all’adattamento, al meno peggio, si rivela inutile e destinata a sparire.
Avremmo anche detto che bisogna dire basta alla falsa alternativa tra l’europeismo liberista della sinistra e il nazionalismo liberista della destra. L’Unione Europea con i suoi trattati e il suo sistema di poteri e regole è l’inevitabile avversario di ogni progetto di eguaglianza sociale e di ritorno al controllo democratico sul mercato e sulla finanza. I trattati europei sono stati costruiti su principi che sono in totale contrasto con i valori della Costituzione del 1948. Il popolo italiano non ha mai votato su quei trattati. Ci vogliono imprigionare nella falsa dicotomia europeisti vs anti-europeisti, ma la verità è che c’è un’unica Unione Europea che fa le stesse politiche sociali contro i lavoratori, i migranti, i servizi pubblici, fa le stesse guerre e speculazioni, e si divide solo su come si spartisce il bottino. Non esiste alcuna possibilità di costruire un’alternativa popolare stando dentro i vincoli liberisti dei trattati UE o di quelli guerrafondai della NATO. Si può e si deve discutere sul come, ma non più se rompere o meno con i trattati. L’unità dei popoli europei può avvenire solo su basi completamente diverse da quelle che finora ci sono state imposte.
È di come fare tutto questo che stiamo discutendo nelle nostre assemblee territoriali. Fra un mese finiremo questa discussione, miglioreremo il nostro programma, e le proposte emerse nel dibattito saranno messe in votazione sulla piattaforma su cui tutti gli iscritti potranno votare e scegliere cosa dovrà fare Potere al Popolo! alle prossime elezioni europee.
Speriamo che su questi temi ci sarà modo di parlare anche con chi oggi era al Teatro Italia sinceramente preoccupato della situazione e motivato a cambiarla. Noi siamo aperti al confronto con chiunque, perché ci interessa essere creativi, sperimentare strade nuove, e non chiuderci nelle vecchie liturgie.
Nel frattempo invitiamo tutte e tutti sia a partecipare al lavoro di base nelle nostre Case del Popolo, per mostrare concretamente che c’è un altro modo di fare politica, sia a scendere in piazza l’8 dicembre, innanzitutto a Torino, per reagire a quella vergogna, a quel coacervo di interessi speculativi, mafie, politicume chiamato SI TAV, ma anche in Salento per dire No alla TAP, in Sicilia per dire No al MUOS, alle opere inutili e alla devastazione ambientale.
Inoltre, invitiamo tutte e tutti il 15 dicembre a Roma, per la manifestazione “Get up, stand up”, che vedrà protagonisti migranti, braccianti, lavoratori italiani e stranieri insieme. Le elezioni in fondo non fanno che fotografare rapporti di forza reali. Crediamo che una grande piazza in cui si tocchi con mano l’unità degli sfruttati sia il miglior viatico per combattere l’Unione Europea non solo di Orban e Salvini, ma anche di Merkel, Juncker e Macron.
*****
Qui di seguito i “cinque punti” su cui Potere al Popolo ha avviato la discussione tra gli attivisti e su cui, naturalmente, si confronta con chiunque.
CINQUE PUNTI PER LA DISCUSSIONE SULL’EUROPA E SULLE ELEZIONI EUROPEE
Si avvicinano le elezioni europee e, come per il cambio d’abito con il cambiamento di stagione, nei partiti di una sempre più ristretta sinistra radicale italiana, prima si realizzano le solite scissioni e poi ci si prepara ad indossare il vestito dell’unità.
L’unità nasce da un sacrosanto bisogno di unione degli oppressi contro il potere, necessità che sta nel nucleo della nostra storia: proletari di tutto il mondo unitevi. Ogni lotta ha bisogno di unione e cerca di costruirla, ma questo bisogno vitale di unità nulla ha a che vedere con l’uso che ne fanno alcuni ceti politici per giustificare sé stessi.
Periodicamente si annuncia che questo vestito unitario sarà nuovo, di fattura completamente diversa da quelli dismessi ed abbandonati nelle stagioni precedenti, che avrà un nuovo nome ed un nuovo sarto. In questo tornante elettorale il sarto dovrebbe essere Luigi De Magistris, che in effetti ha delle buone credenziali: è persona onesta e combattiva ed ha una storia di successi elettorali comunali che potrebbero diventare risultati utili alle elezioni europee.
Noi abbiamo sostenuto De Magistris nella sua esperienza e nei suoi duri conflitti per guidare l’amministrazione di Napoli verso strade completamente diverse dal passato, soprattutto quando fu momentaneamente destituito da una manovra simile a quella che oggi colpisce il sindaco di Riace. Una manovra che egli seppe sconfiggere facendo con determinazione ed umiltà il sindaco di strada. Se la memoria non ci tradisce allora non erano in tanti a sostenerlo nei momenti più difficili e noi siamo stati con il sindaco. Per questo ci sentiamo oggi in dovere di essere franchi con lui.
Se Luigi De Magistris farà solo il confezionatore del vestito nuovo della vecchia sinistra, fallirà come sono falliti i cambi d’abito precedenti. Vorremmo evitare che ciò avvenisse, perché ad ogni progetto di unità della sinistra che finisce male la credibilità e la forza di tutto il nostro mondo si riduce. Ci sentiamo per questo in dovere di affermare quelli che, secondo noi, dovrebbero essere i fondamenti affinché la battaglia elettorale delle europee non finisca come tutte le altre che l’hanno preceduta.
1) Rompere con il tradimento della sinistra.
L’Italia è stato il paese con la più grande sinistra dell’Europa Occidentale ed ora è il paese con la sinistra più debole. Milioni di operai, disoccupati, poveri e sfruttati hanno deciso di abbandonare il campo politico/elettorale della sinistra per affidare le loro aspettative ai Cinque Stelle e alla Lega. La ragione é solo una e va affermata in tutta la sua immediata brutalità: la sinistra ha tradito chi doveva rappresentare, ha abbandonato la sua storia e cultura, per scegliere le privatizzazioni, la priorità delle imprese, il profitto. Oggi se in una fabbrica o in una periferia ci si qualifica come sinistra ci si sente accusare di essere i colpevoli del Jobs Act, della legge Fornero, delle privatizzazioni. La vecchia destra reazionaria e fascista, che è una delle anime profonde del paese, ha sfruttato fino in fondo questo tradimento sociale della sinistra, trasformandolo in occasione di rivincita storica. Il ritorno di forze e valori reazionari, oggi principalmente interpretato dalla Lega di Salvini, non può essere affrontato da una sinistra che ha abbandonato il campo della eguaglianza sociale nel nome del libero mercato e della intoccabilità dei vincoli europei. Se si resta in questo campo la destra continuerà a presentarsi come forza di popolo contro le élites. Anche quando si accorderà con le élites per conservare il potere.
Anche la sinistra cosiddetta radicale, anche quando riscuoteva un certo consenso, non é stata in grado di contrastare, né tantomeno di costruire un’alternativa, alla deriva neoliberale del PD e del centrosinistra.
Occorre quindi una autocritica complessiva e una rottura aperta, pubblica, dichiarata su ciò che è stata la sinistra in Italia negli ultimi decenni, autocritica che porti a programmi diverse, a diverse pratiche, a una diversa sfida e interlocuzione sociale sulla rappresentanza.
2) No alla falsa alternativa tra europeismo neoliberale e euronazionalismo
L’Unione Europea con i suoi trattati ed il suo sistema di poteri e regole è l’inevitabile avversario di ogni progetto di eguaglianza sociale e di ritorno al controllo dei poteri democratici e pubblici sul mercato e sulla finanza. I trattati europei sono stati costruiti su principi e vincoli liberisti che sono in totale contrasto con i principi e valori della Costituzione del 1948, a partire dall’articolo 3. Le forze reazionarie, razziste non sono affatto una alternativa, seppure barbara, alla UE liberista ma una sua forma di adattamento alla crisi economica. L’Europa fortezza, nemica sia dei popoli del sud che della Russia e della Cina, può tranquillamente continuare le politiche liberiste mentre affonda le barche dei migranti e finanzia la guerra dei fascisti Ucraini. Anche i governi più reazionari e xenofobi della UE, quelli di Austria e Ungheria, sono stati i più rigidi contro i timidi tentativi del governo gialloverde di allargare le maglie del Fiscal Compact. Ma anche l’alternativa di un fronte che vada da Macron a Tsipras non cambierebbe la sostanza di un sistema di potere UE che ha come scopo fondamentale la distruzione dello stato sociale e dei diritti del lavoro. Da un lato una UE nemica dei migranti e dei poveri, dall’altro una UE più amica delle multinazionali e delle guerre NATO, entrambe con le stesse politiche economiche e sociali. Questa è la finta contrapposizione che bisogna combattere e rovesciare. Questo è possibile solo mettendo in campo una alternativa fondata sulla rottura con i vincoli liberisti dei trattati UE, così come con quelli guerrafondai della NATO. Non esiste alcuna possibilità di costruire una alternativa di sinistra sociale e popolare stando dentro questi vincoli. Si può e si deve discutere sul come, ma non più se rompere o meno con i Trattati europei. Questa è una discriminante di fondo, averla ignorata sta portando al suicidio della sinistra. Questa UE non è riformabile se non in peggio, l’unità dei popoli europei può avvenire solo su basi completamente diverse da quelle disegnate e imposte dai trattati liberisti della UE e fuori dalla NATO, dalle sue politiche di riarmo e guerra.
3) Noi agiamo per un’altra società
Non basta più enunciare i singoli provvedimenti che si rivendicano, le ingiustizie che si vogliono combattere. La sinistra popolare, socialista, comunista ha rotto con la sinistra borghese e liberale più di un secolo e mezzo fa nel nome della critica al capitalismo e della questione sociale. Gli ultimi trenta e più anni di dominio del capitalismo hanno invece distrutto in Europa grandi conquiste sociali e frantumato il mondo del lavoro, restaurando il sistema del più brutale sfruttamento ed estendendo tale sfruttamento devastante dalle persone alla natura.
Con questa restaurazione si è affermata anche l’ideologia liberale come unico orizzonte possibile della umanità. Per cui anche le persone sfruttate hanno finito per rassegnarsi, o perfino colpevolizzarsi della, loro condizione. Non ci sono alternative è il motto autoritario che oggi distrugge la democrazia riducendola ad una competizione tra elites che hanno gli stessi programmi economici.
In questo contesto il “riformismo”, inteso come pura sottomissione ai vincoli del sistema dominante, è diventato l’ideologia ufficiale della sinistra europea e della maggioranza delle direzioni sindacali. Eppure mai come oggi é chiaro come anche i piccoli cambiamenti richiedano rotture di sistema. Ogni volta che un movimento o una lotta arrivano a conseguire risultati, il sistema reagisce o isolando quegli stessi risultati, o travolgendoli con la forza della propria immodificabilità.
Le singole rivendicazioni e lotte non possono fare meno di proporre un’altra società, ove un potere pubblico, democratico e sociale controlli e sottometta mercato e profitto, riavviando la marcia verso il superamento del capitalismo, verso il socialismo. Bisogna avere il coraggio di proporre un’alternativa di società alle persone oppresse e sfruttate, istigate e imbrigliate da un scetticismo secondo cui questo é il mondo e tu non ci puoi fare niente. La sinistra è stata capace di cambiare il mondo proprio perché non ha avuto paura di affermare la propria intenzione di ribaltarlo. Se invece educa alla rassegnazione, all’adattamento, al meno peggio, la sinistra si rivela inutile e per questo scompare.
4) Ricostruire l’unità sui contenuti per unire le forze.
Non si possono semplicemente mettere assieme i residui della sinistra se si vuole costruire una unità utile alle lotte e per il cambiamento sociale. Bisogna avere la consapevolezza che bisogna ricostruire pratiche sociali e punti di vista, bisogna lottare per emanciparsi ed emanciparsi per lottare. La manifestazione per il SI al TAV a Torino, che ha visto un fronte politico che va dal PD all’estrema destra, rivela un fronte sociale corporativo con sindacati complici e imprese, un fronte culturale che va da intellettuali democratici ai teorici della libera impresa e delle Grandi opere. Quel fronte è nostro avversario, allo stesso modo del fronte fondato su legge ordine e xenofobia che si raggruppa attorno Salvini.
Sono i contenuti che determinano gli schieramenti. È tra i contenuti che bisogna ricostruire l’unità. Oggi una rigorosa piattaforma di rivendicazioni sociali, popolari, ambientaliste, democratiche è la prima discriminante in politica. E’ diventata una forma di ipocrisia sostenere che non va discusso ciò che è “divisivo”. No, é proprio su ciò che è divisivo che bisogna discutere se si vuole costruire una unità che serva alle persone e non soltanto agli equilibri tra i gruppi dirigenti.
5) Le alleanze elettorali non sono un taxi per arrivare al seggio.
Si possono avere alleanze elettorali tra forze diverse, ma queste non possono avere come unico scopo quello di essere eletti ad ogni costo. I (sempre più scarsi) risultati raggiunti in questo modo, hanno dimostrato di non essere affatto un accumulo delle forze di cui abbiamo necessità per rovesciare il tavolo. Al contrario alleanze basate su questa logica hanno ampiamente dimostrato di essere fallimentari e non solo perché spesso hanno mancato l’obiettivo, ma perché non hanno consolidato nulla dopo il voto. Devono essere sempre i comportamenti reali e i contenuti dei programmi a decidere.
Per quanto riguarda le elezioni europee, una alleanza elettorale di forze e movimenti che lottano contro il razzismo, il capitalismo, il patriarcato e la distruzione dell’ambiente dovrebbe rispondere ad alcuni criteri di fondo. A) Essere in chiara opposizione al governo gialloverde, ma anche alternativa al PD e al centrosinistra.
b) Sostenere la posizione sulla Unione Europea del Patto di Lisbona tra diverse forze, in particolare sulla necessità di rompere con i trattati UE, contrastare tutti i diktat liberisti della Commissione Europea, rimettere in campo una alternativa alle istituzioni esistenti come indica l’approccio del “Piano B”. Fare dunque gruppo con le forze di quel patto nel parlamento UE. Da questo approccio derivano gli specifici punti di programma e di conflitto: abolizione del Fiscal Compact e cancellazione dei piani per le Grandi Opere; abrogazione della legge Fornero e progetto europeo di riduzione degli orari di lavoro; reintroduzione dell’articolo 18 e un piano europeo di diritti per il lavoro; controllo sui movimenti di capitali e divieto per le delocalizzazioni e il dumping fiscale tra gli Stati; nazionalizzazioni in Italia e cancellazione del divieto di aiuti di Stato nella UE; libertà per le politiche di bilancio di ogni Stato e superamento del divieto per la BCE di sostenere gli stati in difficoltà. Nella sostanza un programma di rottura con l’austerità e i suoi vincoli UE, da realizzare comunque.
Infine ci vorrà una selezione dei candidati con procedure democratiche dal basso. È necessario che i gruppi dirigenti dei partiti della sinistra radicale e i candidati “a tutte le elezioni” facciano finalmente tutti un passo indietro e si ponga fine alla logica delle persone sole al comando. Ogni eventuale parlamentare dovrà rispondere al vincolo di mandato delle sue elettrici e dei suoi elettori.
Se su questi punti sarà possibile un confronto aperto e trasparente con De Magistris e altre forze, un confronto che alla fine non produca le solite piattaforme genericamente antiliberiste del tutto inefficaci tra i settori popolari, Potere al Popolo parteciperà al confronto riservando comunque ai propri iscritti il giudizio finale sui risultati.
Se questo non sarà possibile, sarà allora necessario ribadire che Potere al Popolo ha intrapreso il suo percorso proprio per cercare di costruire, negli obiettivi, nelle pratiche e anche nelle modalità di funzionamento dell’organizzazione, qualcosa di diverso dalle esperienze passate della sinistra radicale italiana. E PaP non metterà in discussione questa scelta di fondo solo per qualche posto in confusi aggregati elettorali.
Fonte
19/07/2018
Sinistra e alternativa
Ho letto il resoconto, apparso su “Contropiano”, della riunione svoltasi sabato scorso a Roma su iniziativa del movimento che fa capo al sindaco di Napoli De Magistris (DE.MA) e alla quale hanno partecipato esponenti dell’insieme di soggetti che fanno parte dell’arcipelago della sinistra.
Mi permetto allora alcune osservazioni per punti, scusandomi per eventuali inesattezze dovute al non disporre, da parte mia, di una fonte d’informazione più dettagliata ed essendomi ormai impossibile partecipare di persona:
1) L’idea di una sinistra che si presenti insieme come “di opposizione” e “per l’alternativa” (termini ormai inseparabili nella fase, dimenticherei “di governo”) deve essere portata a livello internazionale, puntando a sviluppare un ragionamento collettivo attorno agli elementi che caratterizzano il periodo storico;
2) Il punto da affrontare sul piano dell’analisi è quello della cosiddetta “fine della globalizzazione”. E’ su questo elemento che si rischia di scivolare nell’arretramento sovranista, al punto da favorire un riallineamento a destra come del resto si sta già verificando in una dimensione molto pericolosa;
3) Osservatori di stampo “riformista” come Ian Bremmer o ancora Tomas Piketty, stanno tirando le somme proprio di questa “fine della globalizzazione” evidenziando due elementi sui quali abbiamo già avuto occasione di riflettere: l’allargamento delle disuguaglianze a ogni livello e dimensione; l’intensificazione dello sfruttamento che ha avuto nelle guerre e nei relativi fenomeni migratori (verificatisi comunque, anche laddove non si sono avuti o non si stanno avendo episodi bellici) il suo fattore propulsivo;
4) Allargamento delle disuguaglianze e intensificazione dello sfruttamento fissano in un’ulteriore pervasività della condizione di classe il dato più evidente che emerge dalle contraddizioni in atto nella fase del ciclo capitalistico (non è questione di ordoliberismo o quant’altro: il tema rimane proprio quello dello “sfruttamento di classe”);
5) L’idea dello sfruttamento di classe richiama, naturalmente, la dimensione internazionalista ed è in quella dimensione che va declinata la presenza a livello sovranazionale in particolare rispetto al tema europeo. E’ quella della dimensione di classe la terza via che può portarci alla necessaria rottura dei meccanismi dell’Unione senza cadere nei nazionalismi e nelle simpatie per il gruppo di Visegrad;
6) Si resta comunque in attesa dell’avvio di una discussione seria intorno al tema di una revisione della “teoria delle fratture” al fine di realizzare una rielaborazione dell’intreccio tra i cleavages “materialisti” e quelli “post – materialisti”. Una rielaborazione sulla base della quale realizzare uno schema teorico della trasformazione sociale. La trasformazione sociale non può essere basata semplicemente sulla risposta diretta ai bisogni emergenti. La risposta va provvista di visione e di un progetto di società alternativa;
7) Questo lavoro teorico necessario da svolgere non può, naturalmente, far dimenticare l’azione quotidiana di opposizione all’esistente da condurre essenzialmente sul piano sociale;
8) L’obiettivo da perseguire deve essere duplice: “ricostruire” (termine diverso, si badi bene, da quello di “rifondare”) una soggettività politica in forma di partito collegandola alla formazione di un vero e proprio “blocco storico”. La connessione tra “partito” e “blocco storico” può consentire di esercitare effettiva egemonia e non semplicemente raccogliere voti. Questo deve essere il senso della coniugazione tra “opposizione” e “alternativa”;
9) Non credo sia possibile spiegare a chi soffre ogni giorno dell’intensificazione dello sfruttamento (non ne elenco tutti gli aspetti convinto che ci comprendiamo a meraviglia) che “è necessario muoverci prima che Zingaretti diventi segretario del PD” o che “c’è da scegliere tra Varoufakis e Mélenchon”, oppure ancora che i limiti a un’iniziativa seria sono tracciati da chi rimane fermo sull’esigenza di autoconservare soggetti che ormai da più di dieci anni non sono in grado di presentare un’autonoma soggettività organizzata e – pur misurandosi con l’agone istituzionale – non sono riusciti a superare la massa critica necessaria. Naturalmente un progetto del genere non può essere basato neppure sulla qualità di governo di una città, o su di una “confederazione dei sindaci”;
10) Per riassumere in estrema sintesi: nel frattempo sarebbe bene muoverci anche sul piano organizzativo evitando di usare astruse formule da “autonomia del politico” intesa in senso deteriore. Sotto quest’aspetto sarebbe bene metterci al lavoro per una proposta capace di garantire – assieme – identità nel pluralismo delle idee. Sarebbe necessario uno sforzo di adeguamento del dibattito sul tema della soggettività politica da costruire. Una discussione da portare avanti senza forzature di alcun genere: i punti di partenza possono essere due, quello dell’opposizione senza tentennamenti verso questo governo alimentandone soprattutto con l’azione sociale gli evidenti limiti e contraddizioni e quello dell’impossibilità (ormai acclarata) di ricostituzione di un’alternativa di governo nel senso del ritorno al bipolarismo “classico” e al centro sinistra. Uno schema quello del bipolarismo fondato sul maggioritario del quale non è possibile conservare alcuna nostalgia. Centro sinistra e centro destra così come si sono evidenziati nel sistema politico italiano nei primi 15 anni del nuovo secolo, si sono definitivamente “bruciati” e il processo di riallineamento del sistema politico italiano si trova ancora agli inizi di una nuova fase di transizione. Da parte delle esistenti forze di sinistra, allora, chiusure improprie nei rapporti politici e affrettate appropriazioni di identità potrebbero rappresentare errori esiziali per una parte politica, quella della sinistra appunto, che, nelle elezioni del 4 marzo 2018, ha toccato il proprio minimo storico in entrambe le versioni nelle quali si è presentata al giudizio del voto.
Fonte
Mi permetto allora alcune osservazioni per punti, scusandomi per eventuali inesattezze dovute al non disporre, da parte mia, di una fonte d’informazione più dettagliata ed essendomi ormai impossibile partecipare di persona:
1) L’idea di una sinistra che si presenti insieme come “di opposizione” e “per l’alternativa” (termini ormai inseparabili nella fase, dimenticherei “di governo”) deve essere portata a livello internazionale, puntando a sviluppare un ragionamento collettivo attorno agli elementi che caratterizzano il periodo storico;
2) Il punto da affrontare sul piano dell’analisi è quello della cosiddetta “fine della globalizzazione”. E’ su questo elemento che si rischia di scivolare nell’arretramento sovranista, al punto da favorire un riallineamento a destra come del resto si sta già verificando in una dimensione molto pericolosa;
3) Osservatori di stampo “riformista” come Ian Bremmer o ancora Tomas Piketty, stanno tirando le somme proprio di questa “fine della globalizzazione” evidenziando due elementi sui quali abbiamo già avuto occasione di riflettere: l’allargamento delle disuguaglianze a ogni livello e dimensione; l’intensificazione dello sfruttamento che ha avuto nelle guerre e nei relativi fenomeni migratori (verificatisi comunque, anche laddove non si sono avuti o non si stanno avendo episodi bellici) il suo fattore propulsivo;
4) Allargamento delle disuguaglianze e intensificazione dello sfruttamento fissano in un’ulteriore pervasività della condizione di classe il dato più evidente che emerge dalle contraddizioni in atto nella fase del ciclo capitalistico (non è questione di ordoliberismo o quant’altro: il tema rimane proprio quello dello “sfruttamento di classe”);
5) L’idea dello sfruttamento di classe richiama, naturalmente, la dimensione internazionalista ed è in quella dimensione che va declinata la presenza a livello sovranazionale in particolare rispetto al tema europeo. E’ quella della dimensione di classe la terza via che può portarci alla necessaria rottura dei meccanismi dell’Unione senza cadere nei nazionalismi e nelle simpatie per il gruppo di Visegrad;
6) Si resta comunque in attesa dell’avvio di una discussione seria intorno al tema di una revisione della “teoria delle fratture” al fine di realizzare una rielaborazione dell’intreccio tra i cleavages “materialisti” e quelli “post – materialisti”. Una rielaborazione sulla base della quale realizzare uno schema teorico della trasformazione sociale. La trasformazione sociale non può essere basata semplicemente sulla risposta diretta ai bisogni emergenti. La risposta va provvista di visione e di un progetto di società alternativa;
7) Questo lavoro teorico necessario da svolgere non può, naturalmente, far dimenticare l’azione quotidiana di opposizione all’esistente da condurre essenzialmente sul piano sociale;
8) L’obiettivo da perseguire deve essere duplice: “ricostruire” (termine diverso, si badi bene, da quello di “rifondare”) una soggettività politica in forma di partito collegandola alla formazione di un vero e proprio “blocco storico”. La connessione tra “partito” e “blocco storico” può consentire di esercitare effettiva egemonia e non semplicemente raccogliere voti. Questo deve essere il senso della coniugazione tra “opposizione” e “alternativa”;
9) Non credo sia possibile spiegare a chi soffre ogni giorno dell’intensificazione dello sfruttamento (non ne elenco tutti gli aspetti convinto che ci comprendiamo a meraviglia) che “è necessario muoverci prima che Zingaretti diventi segretario del PD” o che “c’è da scegliere tra Varoufakis e Mélenchon”, oppure ancora che i limiti a un’iniziativa seria sono tracciati da chi rimane fermo sull’esigenza di autoconservare soggetti che ormai da più di dieci anni non sono in grado di presentare un’autonoma soggettività organizzata e – pur misurandosi con l’agone istituzionale – non sono riusciti a superare la massa critica necessaria. Naturalmente un progetto del genere non può essere basato neppure sulla qualità di governo di una città, o su di una “confederazione dei sindaci”;
10) Per riassumere in estrema sintesi: nel frattempo sarebbe bene muoverci anche sul piano organizzativo evitando di usare astruse formule da “autonomia del politico” intesa in senso deteriore. Sotto quest’aspetto sarebbe bene metterci al lavoro per una proposta capace di garantire – assieme – identità nel pluralismo delle idee. Sarebbe necessario uno sforzo di adeguamento del dibattito sul tema della soggettività politica da costruire. Una discussione da portare avanti senza forzature di alcun genere: i punti di partenza possono essere due, quello dell’opposizione senza tentennamenti verso questo governo alimentandone soprattutto con l’azione sociale gli evidenti limiti e contraddizioni e quello dell’impossibilità (ormai acclarata) di ricostituzione di un’alternativa di governo nel senso del ritorno al bipolarismo “classico” e al centro sinistra. Uno schema quello del bipolarismo fondato sul maggioritario del quale non è possibile conservare alcuna nostalgia. Centro sinistra e centro destra così come si sono evidenziati nel sistema politico italiano nei primi 15 anni del nuovo secolo, si sono definitivamente “bruciati” e il processo di riallineamento del sistema politico italiano si trova ancora agli inizi di una nuova fase di transizione. Da parte delle esistenti forze di sinistra, allora, chiusure improprie nei rapporti politici e affrettate appropriazioni di identità potrebbero rappresentare errori esiziali per una parte politica, quella della sinistra appunto, che, nelle elezioni del 4 marzo 2018, ha toccato il proprio minimo storico in entrambe le versioni nelle quali si è presentata al giudizio del voto.
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16/07/2018
De Magistris lancia una forza di governo, prima che Zingaretti emerga nel Pd
Sabato a Roma De.Ma., il movimento creato dal sindaco di Napoli De Magistris, ha tenuto un incontro invitando un po’ tutte le forze alternative, che segue di un mese uno analogo tenutosi a Napoli. All’incontro tenutosi alla Casa delle Donne minacciata di sgombero dal Comune di Roma, hanno partecipato un centinaio di persone. Diversi esponenti di associazioni e amministrazioni locali del Meridione, una visibile e consistente presenza di esponenti, ex o tuttora tali, di Sinistra Italiana/Leu. Presente con tutto il gruppo dirigente il Prc (Acerbo, Ferrero, Fantozzi, Forenza). Età anagrafica che solo in parte lascia guardare al futuro.
La relazione introduttiva è stata curata da Enrico Panini (ex Cgil) il quale ha affermato: “DeMa si candida a diventare un soggetto politico animando una confluenza di forze. Il punto di forza è l’esperienza di governo a Napoli. Confederare è la migliore risposta alla domanda politica che viene dai territori, con l’ambizione di arrivare al governo nazionale”. Chi ha portato alla sconfitta non può più riproporsi. Le fusioni a freddo non funzionano e no a intese a geometria variabile. Confederare le autonomie in un percorso comune.
Per mettere in moto il percorso, sono stati proposti cinque tavoli tematici da declinare in campagne: lavoro, umanità, terra, sapere e conoscenze, questione morale.
De Magistris è intervenuto però solo brevemente e in mezzo all’elenco degli interventi e dopo un po’ se n’è andato. Il Sindaco di Napoli in qualche modo ha suonato la carica, affermando che occorre cominciare a girare il paese non a raccontare “la sinistra che vogliamo”. “Non parliamo più di sinistra ma facciamo cose di sinistra. Se qualcuno pensa che qui si stia facendo il partito che è stato sconfitto dal voto prendo e me ne vado”.
Da diversi interventi è venuta l’indicazione a rompere gli indugi. Acerbo (segretario Prc) ha detto che “non dobbiamo fare una cosa percepita come un pacchetto elettorale. Se come dice De Magistris c’è una proposta in campo è bene che sia esplicitata”. Giovanni Paglia (Sinistra Italiana), vede “una ripresa di mobilitazione morale. Le persone che si attivizzano non hanno un riferimento politico, dobbiamo creare uno spazio politico per queste persone. Uno spazio di lotta per un alternativa di governo”. Paolo Ferrero (che è intervenuto a nome del Partito della Sinistra Europea) ha detto che “serve un terzo polo tra la destra fascistoide e i liberali. La parole di De Magistris vanno in questa direzione e si deve partire presto”. Il motivo di tanta fretta? In parte le elezioni europee che si avvicinano e su cui ormai sono in campo opzioni divaricanti (da una parte il giro di Varoufakis e Diem 25, dall’altro il Piano B di Melenchon e France Insoumise).
Ma la verità è probabilmente quella sottolineata da Giacomo Russo Spena quando ha detto che “occorre sbrigarsi a fare questa cosa, prima che Zingaretti entri in campo nel Pd”.
E’ evidente che la sirena di un Pd “derenzizzato” e guidato da un esponente di storia Pci e con “esperienza di governo” come Zingaretti, attrarrebbe molte o comunque diverse delle interlocuzioni “di sinistra” su cui De.Ma. e De Magistris vorrebbero arrivare ad una “confederazione delle autonomie”.
Il problema è che il punto di forza e di debolezza dell’ipotesi di De.Ma. sono proprio le esperienze amministrative locali come laboratorio a candidarsi a forza di governo sulla base di esperienze concrete. In qualche modo questa cosa si coniuga con la suggestione del municipalismo e della confederalità avanzata dall’area degli ex disobbedienti. Ma è una ipotesi che continua a tenere fuori dall’orizzonte e dalla discussione questioni decisive sul piano politico.
Una l’ha segnalata Viola Carofalo (Potere al Popolo) quando ha sottolineato che per fare una cosa diversa e non percepita come la solita minestra occorre cambiare approccio. “Per andare contro le banche e l’Europa non si può stare con i fascisti ma per andare contro i fascisti non si può stare con le banche e l’Europa. In queste assemblee non vedo il nostro blocco sociale e soprattutto con quali proposte andiamo tra la nostra gente? Questa è la priorità. Per fare una cosa diversa non la possiamo fare stando solo e sempre tra di noi”.
L’altro elemento è stato messo in evidenza dall’intervento di Sergio Cararo (Piattaforma Eurostop) il quale ha segnalato tre aspetti: se si hanno ambizioni di governo occorre dire basta con la logica del centro-sinistra. E questo allarme non è valido solo sul piano nazionale ma anche e soprattutto sul piano locale dove questa sirena è ancora più forte; in secondo luogo non si può rimuovere da qualsiasi programma di governo e della sua attuazione la rottura del “vincolo esterno” (Ue e Nato) che ormai ne condiziona qualsiasi esito; terzo sulle elezioni europee non serve parlare di alleanze fini a se stesse, sono i contenuti a decidere le alleanze e su questo il Piano B appare più efficace ed adeguato della consueta sinistra antiliberista.
Nelle sue conclusioni, Enrico Panini ha ribadito che la proposta è quella di essere da subito una forza di governo del paese ed ha invitato a partire subito sui tavoli tematici. Delle elezioni europee si parlerà a settembre.
Come vediamo in giro ci sono molte idee e molte dichiarazioni di buonsenso tese a non rimettere i piedi esattamente sulle orme di un passato che ha portato la sinistra all’inconsistenza e all’ostile estraneità nei settori popolari. Ma le buone idee camminano sulle gambe degli uomini e delle donne, e anche queste non possono essere ancora quelle abituate a fare gli stessi passi, percorrere le stesse strade e gli stessi riti. Serve una rottura e una rottura a tutto campo, verso il nemico esterno e verso la coazione a ripetere all’interno, che è poi la sfida lanciata nove mesi fa da Potere al Popolo. E su questo forse c’è un passo diverso tra De Magistris e molti suoi compagni di strada.
Fonte
Bah...
La relazione introduttiva è stata curata da Enrico Panini (ex Cgil) il quale ha affermato: “DeMa si candida a diventare un soggetto politico animando una confluenza di forze. Il punto di forza è l’esperienza di governo a Napoli. Confederare è la migliore risposta alla domanda politica che viene dai territori, con l’ambizione di arrivare al governo nazionale”. Chi ha portato alla sconfitta non può più riproporsi. Le fusioni a freddo non funzionano e no a intese a geometria variabile. Confederare le autonomie in un percorso comune.
Per mettere in moto il percorso, sono stati proposti cinque tavoli tematici da declinare in campagne: lavoro, umanità, terra, sapere e conoscenze, questione morale.
De Magistris è intervenuto però solo brevemente e in mezzo all’elenco degli interventi e dopo un po’ se n’è andato. Il Sindaco di Napoli in qualche modo ha suonato la carica, affermando che occorre cominciare a girare il paese non a raccontare “la sinistra che vogliamo”. “Non parliamo più di sinistra ma facciamo cose di sinistra. Se qualcuno pensa che qui si stia facendo il partito che è stato sconfitto dal voto prendo e me ne vado”.
Da diversi interventi è venuta l’indicazione a rompere gli indugi. Acerbo (segretario Prc) ha detto che “non dobbiamo fare una cosa percepita come un pacchetto elettorale. Se come dice De Magistris c’è una proposta in campo è bene che sia esplicitata”. Giovanni Paglia (Sinistra Italiana), vede “una ripresa di mobilitazione morale. Le persone che si attivizzano non hanno un riferimento politico, dobbiamo creare uno spazio politico per queste persone. Uno spazio di lotta per un alternativa di governo”. Paolo Ferrero (che è intervenuto a nome del Partito della Sinistra Europea) ha detto che “serve un terzo polo tra la destra fascistoide e i liberali. La parole di De Magistris vanno in questa direzione e si deve partire presto”. Il motivo di tanta fretta? In parte le elezioni europee che si avvicinano e su cui ormai sono in campo opzioni divaricanti (da una parte il giro di Varoufakis e Diem 25, dall’altro il Piano B di Melenchon e France Insoumise).
Ma la verità è probabilmente quella sottolineata da Giacomo Russo Spena quando ha detto che “occorre sbrigarsi a fare questa cosa, prima che Zingaretti entri in campo nel Pd”.
E’ evidente che la sirena di un Pd “derenzizzato” e guidato da un esponente di storia Pci e con “esperienza di governo” come Zingaretti, attrarrebbe molte o comunque diverse delle interlocuzioni “di sinistra” su cui De.Ma. e De Magistris vorrebbero arrivare ad una “confederazione delle autonomie”.
Il problema è che il punto di forza e di debolezza dell’ipotesi di De.Ma. sono proprio le esperienze amministrative locali come laboratorio a candidarsi a forza di governo sulla base di esperienze concrete. In qualche modo questa cosa si coniuga con la suggestione del municipalismo e della confederalità avanzata dall’area degli ex disobbedienti. Ma è una ipotesi che continua a tenere fuori dall’orizzonte e dalla discussione questioni decisive sul piano politico.
Una l’ha segnalata Viola Carofalo (Potere al Popolo) quando ha sottolineato che per fare una cosa diversa e non percepita come la solita minestra occorre cambiare approccio. “Per andare contro le banche e l’Europa non si può stare con i fascisti ma per andare contro i fascisti non si può stare con le banche e l’Europa. In queste assemblee non vedo il nostro blocco sociale e soprattutto con quali proposte andiamo tra la nostra gente? Questa è la priorità. Per fare una cosa diversa non la possiamo fare stando solo e sempre tra di noi”.
L’altro elemento è stato messo in evidenza dall’intervento di Sergio Cararo (Piattaforma Eurostop) il quale ha segnalato tre aspetti: se si hanno ambizioni di governo occorre dire basta con la logica del centro-sinistra. E questo allarme non è valido solo sul piano nazionale ma anche e soprattutto sul piano locale dove questa sirena è ancora più forte; in secondo luogo non si può rimuovere da qualsiasi programma di governo e della sua attuazione la rottura del “vincolo esterno” (Ue e Nato) che ormai ne condiziona qualsiasi esito; terzo sulle elezioni europee non serve parlare di alleanze fini a se stesse, sono i contenuti a decidere le alleanze e su questo il Piano B appare più efficace ed adeguato della consueta sinistra antiliberista.
Nelle sue conclusioni, Enrico Panini ha ribadito che la proposta è quella di essere da subito una forza di governo del paese ed ha invitato a partire subito sui tavoli tematici. Delle elezioni europee si parlerà a settembre.
Come vediamo in giro ci sono molte idee e molte dichiarazioni di buonsenso tese a non rimettere i piedi esattamente sulle orme di un passato che ha portato la sinistra all’inconsistenza e all’ostile estraneità nei settori popolari. Ma le buone idee camminano sulle gambe degli uomini e delle donne, e anche queste non possono essere ancora quelle abituate a fare gli stessi passi, percorrere le stesse strade e gli stessi riti. Serve una rottura e una rottura a tutto campo, verso il nemico esterno e verso la coazione a ripetere all’interno, che è poi la sfida lanciata nove mesi fa da Potere al Popolo. E su questo forse c’è un passo diverso tra De Magistris e molti suoi compagni di strada.
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Bah...
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