Mentre la premier Meloni riferiva in Parlamento sulla crisi internazionale, davanti a Montecitorio il Comitato per il NO sociale al referendum del 22/23 marzo spiegava ai giornalisti le ragioni della manifestazione nazionale del prossimo 14 marzo sulla quale stanno aumentando le adesioni.
Fin troppo evidente il contrasto di visione e contenuti in questi due momenti svoltisi a poche decine di metri di distanza.
In piazza Montecitorio i rappresentanti di Potere al Popolo, Unione Sindacale di Base, Global Sumud Flottiglia, associazioni palestinesi, Studenti di Cr e Osa, Movimento per il Diritto all’abitare, hanno articolato le argomentazioni per cui si dà indicazione di votare NO al referendum, ma anche perché la manifestazione del 14 marzo sarà chiaramente una manifestazione di un pezzo di società contro ogni coinvolgimento dell’Italia nella guerra, un NO all’aggressione israelo-statunitense contro l’Iran e ad un governo liberticida.
Una posizione, questa, totalmente diversa dalle comunicazioni piene di ambiguità declamate della premier in Parlamento.
Intervenendo alla Camera la Meloni ha affermato che il suo “Non è un governo complice di decisioni altrui, né tantomeno un governo isolato in Europa, e nemmeno un governo colpevole delle conseguenze economiche che questa crisi può avere su cittadini, famiglie e imprese”.
In un altro passaggio ha fatto esplicitamente richiesta di una convergenza bipartisan con l’opposizione per affrontare questa crisi internazionale che rischia di sfociare in una guerra di vaste proporzioni.
Ha poi affermato che “È in questo contesto di crisi strutturale del sistema internazionale, nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale, che dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano”, ha quindi sottolineato che si tratta di “un intervento a cui l’Italia non prende parte e non intende prendere parte”.
Indecentemente, la Meloni ha affermato che la destabilizzazione in Medio Oriente è iniziata il 7 ottobre 2023 con l’attacco palestinese al territorio israeliano e che questa è stata tutta colpa dell’Iran. Ovviamente neanche una parola sul genocidio israeliano contro i palestinesi.
Se volessimo sintetizzare possiamo dire che la premier ha affermato cinque cose significative:
1) la guerra non è colpa mia o del mio governo;
2) chiedo il coinvolgimento dell’opposizione per gestire una fase critica;
3) USA e Israele si muovono fuori dal diritto internazionale ma in qualche modo vanno capiti perché stanno bombardando l’Iran che ha tutte le colpe della instabilità in Medio Oriente;
4) l’Italia non prende parte alla guerra perchè nessuno ce l’ha chiesto;
5) la soluzione diplomatica e la cessazione del fuoco dipendono però solo dall’Iran e non anche da USA e Israele.
Nel mondo alla rovescia descritto in aula della Meloni c’è stato poi un passaggio fondamentale: “Le basi concesse agli americani in Italia dipendono da accordi che risalgono al 1954 e che sono stati sempre aggiornati, da governi di ogni colore”. Su questo la Meloni dice il vero, perché tutti i governi hanno sempre consentito agli USA di poter utilizzare le basi militari presenti in Italia per le loro guerre, anche quelle illegali.
“Nel caso in cui dovessero giungere richieste di uso delle basi italiane per altre attività, la competenza a decidere se concedere o meno quell’utilizzo spetterebbe – sempre in virtù di quegli accordi – al governo”, ha ricordato la Meloni.
Ma, su questo punto ci ha tenuto a chiarire che il governo in quel caso, chiederebbe al Parlamento di pronunciarsi in merito... chiarendo poi che ad oggi “non è pervenuta alcuna richiesta in questo senso”.
Dunque non è arrivata nessuna richiesta ufficiale dagli USA, ma intanto le forze armate statunitensi o i loro droni continuano a utilizzare tranquillamente le basi militari presenti sul territorio italiano per le comunicazioni, lo spionaggio, i rifornimenti e la logistica della loro flotta e dei loro militari sul teatro di guerra in Medio Oriente.
Per tutto questo gli Stati Uniti non hanno chiesto alcuna autorizzazione né dal governo sono arrivate richieste di spiegazioni sui movimenti verso e dalle basi militari USA in Italia.
Siamo nuovamente di fronte alla maledizione degli automatismi previsti dai trattati internazionali che l’Italia ha firmato – sia con gli USA che con la Nato e la Ue – e che nessun governo ha mai pensato di rivedere, rinegoziare o disdettare. E sono proprio questi automatismi – che scattano ancora prima che il Parlamento abbia il tempo di discuterne – a tirare l’Italia dentro le guerre degli altri quasi senza essersene accorti.
Diventano quindi decisivi sia il risultato del referendum del 22 e 23 marzo che la mobilitazione in piazza del 14 marzo. La tabella di marcia di questo governo che ci trascina sul piano inclinato della guerra e della regressione democratica e sociale va ostacolata e interrotta, con ogni mezzo necessario.
Qui di seguito le adesioni alla manifestazione nazionale del 14 marzo. La partenza sarà alle 14.00 da Piazza della Repubblica per concludersi a Piazza San Giovanni.
Fonte e adesioni
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/03/2026
La tempesta perfetta su industria e lavoro. 14 marzo manifestazione per il “No” sociale
L’aumento dei prezzi di carburanti, energia e beni di prima necessità sta riportando al centro una questione che riguarda direttamente l’economia reale e la tenuta sociale del Paese. Le tensioni internazionali, l’instabilità dei mercati energetici e l’aumento dei costi delle materie prime stanno alimentando una nuova fase inflattiva che rischia di colpire duramente il sistema produttivo e il potere d’acquisto dei lavoratori.
Per un Paese industriale come l’Italia questo significa una cosa molto concreta: aumento dei costi di produzione, pressione sulle filiere industriali, rincari nella logistica e nei trasporti, nuovi aumenti sui beni essenziali. Tutto questo mentre l’apparato produttivo è già attraversato da crisi industriali, ristrutturazioni e processi di dismissione che stanno colpendo interi settori strategici.
Dall’acciaio all’elettronica, passando per l’automotive e la logistica, molte vertenze aperte dimostrano quanto il sistema industriale sia già fragile. In questo quadro un nuovo aumento strutturale dei costi energetici rischia di scaricarsi ancora una volta sul lavoro, comprimendo salari e occupazione.
Di fronte a questo scenario il Governo dovrebbe interrogarsi seriamente sugli effetti che le scelte geopolitiche e l’escalation militare produrranno sull’economia italiana.
Invece assistiamo ad un Governo vassallo, più impegnato ad applaudire Trump e a inseguire la logica della contrapposizione internazionale che a difendere concretamente industria, lavoro e salari.
A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento di preoccupazione: il tentativo sempre più esplicito di presentare la riconversione industriale verso il militare come una soluzione alle difficoltà dell’industria europea. È un ricatto che respingiamo con forza.
La riconversione bellica è una scelta immorale, industrialmente fragile e incapace di garantire occupazione stabile e diffusa. Le politiche di riarmo promosse dall’Unione Europea e dalla NATO sono lontane dalle reali necessità del Paese.
L’Italia ha bisogno di investimenti in infrastrutture, servizi pubblici, transizione industriale, innovazione e tutela del lavoro. Sono questi i settori in grado di garantire crescita economica, sviluppo tecnologico e occupazione di qualità.
In un momento come questo diventa ancora più evidente una verità semplice: senza il lavoro operaio questo Paese non sta in piedi.
Industria, logistica e grandi filiere produttive esistono perché ogni giorno migliaia di lavoratori producono la ricchezza reale su cui si regge l’economia.
Per questo il lavoro operaio deve tornare con forza al centro del dibattito politico e delle scelte economiche del Paese. Il 28 marzo, con l’Assemblea Nazionale Operaia promossa da USB, vogliamo affermare questa centralità e aprire uno spazio di discussione e di iniziativa capace di rimettere chi lavora al centro delle decisioni che riguardano industria, sviluppo e futuro sociale del Paese.
La via maestra resta quella della pace. La guerra la stanno pagando i lavoratori, le lavoratrici di questo Paese e le fasce più deboli.
Basta guerra, abbassate le armi, alzate subito i salari.
Il 14 marzo saremo in piazza a Roma per il No Sociale al Governo Meloni, per fermare la riforma della giustizia e le politiche di guerra e carovita: appuntamento alle 14:00 a Piazza della Repubblica. Il 28 marzo, al Nuovo Cinema Aquila a Roma, Assemblea Nazionale Operaia per costruire la mobilitazione in primavera.
Fonte
Per un Paese industriale come l’Italia questo significa una cosa molto concreta: aumento dei costi di produzione, pressione sulle filiere industriali, rincari nella logistica e nei trasporti, nuovi aumenti sui beni essenziali. Tutto questo mentre l’apparato produttivo è già attraversato da crisi industriali, ristrutturazioni e processi di dismissione che stanno colpendo interi settori strategici.
Dall’acciaio all’elettronica, passando per l’automotive e la logistica, molte vertenze aperte dimostrano quanto il sistema industriale sia già fragile. In questo quadro un nuovo aumento strutturale dei costi energetici rischia di scaricarsi ancora una volta sul lavoro, comprimendo salari e occupazione.
Di fronte a questo scenario il Governo dovrebbe interrogarsi seriamente sugli effetti che le scelte geopolitiche e l’escalation militare produrranno sull’economia italiana.
Invece assistiamo ad un Governo vassallo, più impegnato ad applaudire Trump e a inseguire la logica della contrapposizione internazionale che a difendere concretamente industria, lavoro e salari.
A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento di preoccupazione: il tentativo sempre più esplicito di presentare la riconversione industriale verso il militare come una soluzione alle difficoltà dell’industria europea. È un ricatto che respingiamo con forza.
La riconversione bellica è una scelta immorale, industrialmente fragile e incapace di garantire occupazione stabile e diffusa. Le politiche di riarmo promosse dall’Unione Europea e dalla NATO sono lontane dalle reali necessità del Paese.
L’Italia ha bisogno di investimenti in infrastrutture, servizi pubblici, transizione industriale, innovazione e tutela del lavoro. Sono questi i settori in grado di garantire crescita economica, sviluppo tecnologico e occupazione di qualità.
In un momento come questo diventa ancora più evidente una verità semplice: senza il lavoro operaio questo Paese non sta in piedi.
Industria, logistica e grandi filiere produttive esistono perché ogni giorno migliaia di lavoratori producono la ricchezza reale su cui si regge l’economia.
Per questo il lavoro operaio deve tornare con forza al centro del dibattito politico e delle scelte economiche del Paese. Il 28 marzo, con l’Assemblea Nazionale Operaia promossa da USB, vogliamo affermare questa centralità e aprire uno spazio di discussione e di iniziativa capace di rimettere chi lavora al centro delle decisioni che riguardano industria, sviluppo e futuro sociale del Paese.
La via maestra resta quella della pace. La guerra la stanno pagando i lavoratori, le lavoratrici di questo Paese e le fasce più deboli.
Basta guerra, abbassate le armi, alzate subito i salari.
Il 14 marzo saremo in piazza a Roma per il No Sociale al Governo Meloni, per fermare la riforma della giustizia e le politiche di guerra e carovita: appuntamento alle 14:00 a Piazza della Repubblica. Il 28 marzo, al Nuovo Cinema Aquila a Roma, Assemblea Nazionale Operaia per costruire la mobilitazione in primavera.
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10/03/2026
Il 14 marzo un “NO” a tutto campo
Il 14 marzo a Roma ci sarà una manifestazione nazionale che, con il passare dei giorni e l’incremento delle guerre, sta acquisendo una importanza crescente.
Originariamente convocata dal Comitato per il NO Sociale per dare valore aggiunto alla campagna per il No nel referendum costituzionale e materializzare l’opposizione politica e sociale al governo Meloni, questo appuntamento di mobilitazione è venuto assumendo una nuova centralità nello scenario di guerra che sta investendo le nostre esistenze.
La manifestazione nazionale del 14 marzo a Roma può e deve diventare un primo momento generale di mobilitazione anche per dire NO alla guerra.
L’aggressione militare e unilaterale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, infatti si è immediatamente trasformata in un conflitto regionale con ripercussioni internazionali.
A nessuno sfugge la gravità della situazione e le possibili conseguenze sia sulla nostra vita quotidiana che sulle prospettive future.
Ci appaiono ridicoli i balbettii tesi a demonizzare l’Iran per giustificare una aggressione militare. Così come lo sono altrettanto quelli che giustificano le azioni statunitensi contro Cuba e Venezuela.
E ci appaiono inaccettabili gli atti di servilismo del governo italiano verso gli Stati Uniti, atti che rischiano di trascinare anche il nostro paese dentro la guerra.
Stiamo vedendo all’opera lo stesso gioco manipolatore e infame di sempre, utilizzato sistematicamente in passato per legittimare guerre e aggressioni ingiustificabili da parte della maggiore potenza imperialista mondiale – gli USA – e dei suoi alleati di scopo: talvolta la Nato, questa volta Israele.
Dall’Iraq alla Libia, dalla Jugoslavia all’Afghanistan, il “nemico” è sempre stato descritto come demoniaco sulla base di informazioni false o falsissime, ampiamente diffuse dal sistema politico/mediatico con l’obiettivo di rendere accettabili – o addirittura auspicabili – i bombardamenti su città, infrastrutture, popolazioni, spesso dando sfarzo alle novità tecnologiche di morte prodotte dalle industrie di armamenti.
Proprio mentre si sta consumando il tentativo di passare un colpo di spugna sul genocidio dei palestinesi e rinnovare l’impunità per Israele – assicurata con molte probabilità dai ricatti consentiti dagli Epstein files – la stessa Israele ha rilanciato l’escalation militare in Medio Oriente contro l’Iran e il Libano.
L’amministrazione Trump – alla disperata rincorsa della supremazia globale perduta – si è accodata alle priorità strategiche israeliane in Medio Oriente cercando di definirne i confini delle proprie.
È fin troppo evidente come tutto questo vada a impattare anche sul e nel nostro paese.
In un momento estremamente critico della fase storica in cui ci è toccato di vivere, abbiamo un governo servile agli interessi strategici statunitensi e alle forze che vedono nella guerra una exit strategy alla crisi del sistema dominante.
E questo non riguarda solo la subalternità a Washington ma anche l’accomodamento dietro le posizioni guerrafondaie dei governi e delle istituzioni europee, le quali reagiscono alla loro inanità politica alzando continuamente i toni e le soglie di tensione cercando di ricavarsi un protagonismo militare nei conflitti in corso.
Nell’opporsi a tutto questo non ci muove solo il semplice calcolo dei costi economici e politici già pagati e da pagare per l’allineamento alle posizioni belliciste che ormai dilagano in ogni dichiarazione o scelta tattica delle leadership occidentali.
Ci era chiaro sin dall’inizio che l’economia di guerra si sarebbe abbattuta come una clava sugli interessi popolari e gli spazi di agibilità democratica anche nel nostro paese. I ripetuti tentativi di smontare la Costituzione ne sono da tempo un segnale ben preciso. Così come lo sono la produzione a ritmi industriali di leggi repressive sulle manifestazioni, l’informazione, la libertà di espressione.
Per questa ragione una severa sconfitta del governo Meloni nel referendum potrebbe stoppare o almeno rallentare il coinvolgimento del nostro paese su questo piano inclinato.
Ma per la stessa ragione l’opposizione al governo deve assumere una fisionomia ben più convinta e convincente di quella che vediamo in Parlamento da parte delle forze del cosiddetto campo largo, dentro il quale le tentazioni delle convergenze bipartisan con la destra e il governo su molti dossier si producono fin troppo spesso.
La manifestazione nazionale del 14 marzo può essere veramente la continuità dell’ondata di indignazione popolare che abbiamo visto nelle piazze per la Palestina dei mesi scorsi, ma può diventare anche il nuovo inizio di una ipotesi generale – politica e sociale – che rimetta in campo una alternativa al governo esistente e al sistema dominante, prima che sia troppo tardi.
Fonte
Originariamente convocata dal Comitato per il NO Sociale per dare valore aggiunto alla campagna per il No nel referendum costituzionale e materializzare l’opposizione politica e sociale al governo Meloni, questo appuntamento di mobilitazione è venuto assumendo una nuova centralità nello scenario di guerra che sta investendo le nostre esistenze.
La manifestazione nazionale del 14 marzo a Roma può e deve diventare un primo momento generale di mobilitazione anche per dire NO alla guerra.
L’aggressione militare e unilaterale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, infatti si è immediatamente trasformata in un conflitto regionale con ripercussioni internazionali.
A nessuno sfugge la gravità della situazione e le possibili conseguenze sia sulla nostra vita quotidiana che sulle prospettive future.
Ci appaiono ridicoli i balbettii tesi a demonizzare l’Iran per giustificare una aggressione militare. Così come lo sono altrettanto quelli che giustificano le azioni statunitensi contro Cuba e Venezuela.
E ci appaiono inaccettabili gli atti di servilismo del governo italiano verso gli Stati Uniti, atti che rischiano di trascinare anche il nostro paese dentro la guerra.
Stiamo vedendo all’opera lo stesso gioco manipolatore e infame di sempre, utilizzato sistematicamente in passato per legittimare guerre e aggressioni ingiustificabili da parte della maggiore potenza imperialista mondiale – gli USA – e dei suoi alleati di scopo: talvolta la Nato, questa volta Israele.
Dall’Iraq alla Libia, dalla Jugoslavia all’Afghanistan, il “nemico” è sempre stato descritto come demoniaco sulla base di informazioni false o falsissime, ampiamente diffuse dal sistema politico/mediatico con l’obiettivo di rendere accettabili – o addirittura auspicabili – i bombardamenti su città, infrastrutture, popolazioni, spesso dando sfarzo alle novità tecnologiche di morte prodotte dalle industrie di armamenti.
Proprio mentre si sta consumando il tentativo di passare un colpo di spugna sul genocidio dei palestinesi e rinnovare l’impunità per Israele – assicurata con molte probabilità dai ricatti consentiti dagli Epstein files – la stessa Israele ha rilanciato l’escalation militare in Medio Oriente contro l’Iran e il Libano.
L’amministrazione Trump – alla disperata rincorsa della supremazia globale perduta – si è accodata alle priorità strategiche israeliane in Medio Oriente cercando di definirne i confini delle proprie.
È fin troppo evidente come tutto questo vada a impattare anche sul e nel nostro paese.
In un momento estremamente critico della fase storica in cui ci è toccato di vivere, abbiamo un governo servile agli interessi strategici statunitensi e alle forze che vedono nella guerra una exit strategy alla crisi del sistema dominante.
E questo non riguarda solo la subalternità a Washington ma anche l’accomodamento dietro le posizioni guerrafondaie dei governi e delle istituzioni europee, le quali reagiscono alla loro inanità politica alzando continuamente i toni e le soglie di tensione cercando di ricavarsi un protagonismo militare nei conflitti in corso.
Nell’opporsi a tutto questo non ci muove solo il semplice calcolo dei costi economici e politici già pagati e da pagare per l’allineamento alle posizioni belliciste che ormai dilagano in ogni dichiarazione o scelta tattica delle leadership occidentali.
Ci era chiaro sin dall’inizio che l’economia di guerra si sarebbe abbattuta come una clava sugli interessi popolari e gli spazi di agibilità democratica anche nel nostro paese. I ripetuti tentativi di smontare la Costituzione ne sono da tempo un segnale ben preciso. Così come lo sono la produzione a ritmi industriali di leggi repressive sulle manifestazioni, l’informazione, la libertà di espressione.
Per questa ragione una severa sconfitta del governo Meloni nel referendum potrebbe stoppare o almeno rallentare il coinvolgimento del nostro paese su questo piano inclinato.
Ma per la stessa ragione l’opposizione al governo deve assumere una fisionomia ben più convinta e convincente di quella che vediamo in Parlamento da parte delle forze del cosiddetto campo largo, dentro il quale le tentazioni delle convergenze bipartisan con la destra e il governo su molti dossier si producono fin troppo spesso.
La manifestazione nazionale del 14 marzo può essere veramente la continuità dell’ondata di indignazione popolare che abbiamo visto nelle piazze per la Palestina dei mesi scorsi, ma può diventare anche il nuovo inizio di una ipotesi generale – politica e sociale – che rimetta in campo una alternativa al governo esistente e al sistema dominante, prima che sia troppo tardi.
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05/08/2025
Milano. Dopo il terremoto dell’urbanistica una sfida per l’opposizione al “Modello Milano di Sala”
Si sta ormai palesando in modo sempre più lampante la gravità delle inchieste sull’urbanistica milanese, che hanno smascherato il modo in cui il governo della trasformazione urbana della città guidata dal centrosinistra sia stato di fatto consegnato nelle mani di un manipolo di affaristi e speculatori vari, che l’hanno gestito secondo i propri privati interessi e appetiti speculativi e che ha portato per ora all’indagine dello stesso sindaco Sala e alle misure cautelari per 6 persone, tra assessori, membri della commissione paesaggio, architetti e costruttori.
Di fronte a questo, vale la pena soffermarsi su quella che è stata la reazione da parte di alcune realtà cittadine che da tempo denunciano un modello di città ormai piegato agli interessi della speculazione immobiliare e sulle possibilità, a partire da una mobilitazione cittadina, di invertire la rotta verso una concezione del governo pubblico radicalmente opposta rispetto a quella rappresentata dalla giunta Sala; un governo pubblico che non sia più comitato di affari di chi deve speculare sullo spazio urbano, producendo sistematicamente sofferenza sociale, economica e ambientale per la maggioranza degli abitanti, ma governo al servizio dei cittadini e a tutela dei loro diritti, a partire da quello ad un’abitazione dignitosa a prezzi sostenibili che in questi anni è stato sistematicamente negato.
È una sfida di cambiamento radicale che si proietta ben oltre Milano, se si pensa che la città è apripista e laboratorio di questo modello di sviluppo urbano distorto che viene poi sperimentato in tante altre aree metropolitane italiane, in particolare quelle governate dal campo largo del Centro sinistra come Bologna e Roma.
Un primo segnale chiaro di opposizione militante di fronte a queste vicende è arrivato dalla mobilitazione quasi immediata di Potere al Popolo, che ha aperto le danze con la richiesta di dimissioni della giunta Sala sotto Palazzo Marino in concomitanza con il consiglio comunale nel quale il Sindaco, forte del sostegno già garantito nelle ore precedenti dalle dichiarazioni di tutto l’arco parlamentare del partito unico degli affari, da Schlein a Meloni, ha avuto invece gioco facile a sottrarsi alle dimissioni.
Un sostegno bipartisan per lo più giustificato con la scusa del “garantismo”, eludendo completamente il nodo della responsabilità politica di chi ha fatto prosperare un sistema di malaffare tra pubblico e privato. Tutto questo al di là dell’esito giudiziario difficilmente prevedibile, vista la capacità difensiva in termini legali di chi muove miliardi.
Nessuno sconto poi è stato fatto al centrodestra e a Salvini che è stato contestato pochi giorni dopo da Potere al Popolo nella sua passerella elettorale in un convegno che si proietta già verso le elezioni comunali del 2027 dal titolo “costruiamo insieme Milano”.
In questa occasione Salvini è stato indicato come l’altra faccia del Modello Milano; è evidente infatti che in tutti i momenti decisivi per la tenuta del modello di città eventificio e parco giochi per ricchi basato sul servilismo alla speculazione privata il centrodestra ha sempre dismesso i panni dell’“opposizione” a Sala, ricompattandosi col centrosinistra.
Un esempio chiaro è stato l’iter del decreto Salva Milano, prodotto della convergenza di interessi tra il centrosinistra bisognoso di paralizzare le indagini e il centrodestra sempre pronto a difendere le colate di cemento dei palazzinari e a invocare drammaticamente la necessità di “sbloccare i cantieri”.
Non è mancata anche la mobilitazione da parte degli studenti di Cambiare Rotta Milano rispetto al fatto che anche il diritto allo studio e il bisogno di studentati è diventato per la classe politica e per i signori del mattone un terreno di speculazione, facendo leva sulla possibilità di utilizzare fondi pubblici, soprattutto grazie al PNRR, per costruire studentati a gestione privata.
La denuncia delle responsabilità politiche della giunta Sala e la rivendicazione della città pubblica come alternativa possibile e necessaria per Milano è proseguita poi con volantinaggi anche a Corvetto, uno di quei quartieri particolarmente emblematici delle logiche di gentrificazione ed espulsione finalizzate alla costruzione della città dei ricchi.
Momenti di mobilitazione che hanno avuto la lucidità non solo di mettere in luce le contraddizioni della città, che ormai da più parti vengono evidenziate, soprattutto in termini di emergenza abitativa, ma di essere conseguenti nei punti di rivendicazione politica, a partire dalla richiesta di dimissioni della giunta.
È infatti proprio il livello di contraddizioni raggiunto in città in questi anni in termini di diseguaglianza, di erosione del potere d’acquisto e di vivibilità, che fa luce su un elemento politico ineludibile: la Giunta Sala è il Modello Milano e quello che le inchieste hanno scoperchiato non è un incidente di percorso ma è il disvelamento dei meccanismi e delle logiche alla base del modello di sviluppo della città, voluto e perseguito dalle giunte di centrosinistra che governano la città da quasi 15 anni.
Agitare lo slogan della Milano città pubblica senza individuare le responsabilità politiche e le rivendicazioni conseguenti rischia di relegare all’inconsistenza o peggio, prestare il fianco ai tentativi già in atto di ripresa del PD sui temi sociali; le mancate dimissioni di Sala e il sacrificio dell’ormai ex assessore Tancredi unite alle promessa di una svolta sull’urbanistica mirano a dare la parvenza del cambiamento mentre stanno in realtà garantendo la continuità del sistema.
Per non parlare del fatto che già stanno emergendo le prime iniziative da parte dei giganti del mattone, Assoedilizia in testa, per una legge nazionale che costituisca di fatto un Salva Milano bis.
Questi elementi non possono essere ignorati per chi vuole mettere in campo un’opposizione che non faccia solo testimonianza ma si doti di strumenti adeguati e di una piattaforma rivendicativa chiara per mettere in discussione il sistema, oltre che di un’attitudine militante e conflittuale capace di rompere l’asfittico clima politico di consociativismo tra centrodestra e centrosinistra.
Un sistema che è certamente tentacolare e pervasivo, che può contare sul sostegno bipartisan, ma che al contempo ha prodotto un livello di contraddizioni tale da mostrare crepe sempre più importanti. Anche l’aver limitato di fatto la partecipazione dei cittadini al consiglio comunale in cui si attendeva il discorso di Sala, con le sale disponibili riempite dagli esponenti amici della giunta, oltre all’ingente dispiegamento di forze di polizia schierate per impedire l’ingresso ai manifestanti, è un elemento in più che dimostra quanto il sistema abbia paura di una mobilitazione determinata in città.
Si aprono dunque gli spazi per mettere in campo una vera alternativa; ci vogliono però soggettività che sappiano coglierli e su questo bisognerà verificare a partire da settembre quale sarà la disponibilità di comitati, realtà politiche e sociali. È chiaro infatti che le mobilitazioni promosse da Potere al Popolo sono state un segnale chiaro e una promessa di opposizione, ma l’obiettivo è ambizioso e necessita di un ampio raggio di forze che si vogliano misurare su questo terreno.
Fonte
Di fronte a questo, vale la pena soffermarsi su quella che è stata la reazione da parte di alcune realtà cittadine che da tempo denunciano un modello di città ormai piegato agli interessi della speculazione immobiliare e sulle possibilità, a partire da una mobilitazione cittadina, di invertire la rotta verso una concezione del governo pubblico radicalmente opposta rispetto a quella rappresentata dalla giunta Sala; un governo pubblico che non sia più comitato di affari di chi deve speculare sullo spazio urbano, producendo sistematicamente sofferenza sociale, economica e ambientale per la maggioranza degli abitanti, ma governo al servizio dei cittadini e a tutela dei loro diritti, a partire da quello ad un’abitazione dignitosa a prezzi sostenibili che in questi anni è stato sistematicamente negato.
È una sfida di cambiamento radicale che si proietta ben oltre Milano, se si pensa che la città è apripista e laboratorio di questo modello di sviluppo urbano distorto che viene poi sperimentato in tante altre aree metropolitane italiane, in particolare quelle governate dal campo largo del Centro sinistra come Bologna e Roma.
Un primo segnale chiaro di opposizione militante di fronte a queste vicende è arrivato dalla mobilitazione quasi immediata di Potere al Popolo, che ha aperto le danze con la richiesta di dimissioni della giunta Sala sotto Palazzo Marino in concomitanza con il consiglio comunale nel quale il Sindaco, forte del sostegno già garantito nelle ore precedenti dalle dichiarazioni di tutto l’arco parlamentare del partito unico degli affari, da Schlein a Meloni, ha avuto invece gioco facile a sottrarsi alle dimissioni.
Un sostegno bipartisan per lo più giustificato con la scusa del “garantismo”, eludendo completamente il nodo della responsabilità politica di chi ha fatto prosperare un sistema di malaffare tra pubblico e privato. Tutto questo al di là dell’esito giudiziario difficilmente prevedibile, vista la capacità difensiva in termini legali di chi muove miliardi.
Nessuno sconto poi è stato fatto al centrodestra e a Salvini che è stato contestato pochi giorni dopo da Potere al Popolo nella sua passerella elettorale in un convegno che si proietta già verso le elezioni comunali del 2027 dal titolo “costruiamo insieme Milano”.
In questa occasione Salvini è stato indicato come l’altra faccia del Modello Milano; è evidente infatti che in tutti i momenti decisivi per la tenuta del modello di città eventificio e parco giochi per ricchi basato sul servilismo alla speculazione privata il centrodestra ha sempre dismesso i panni dell’“opposizione” a Sala, ricompattandosi col centrosinistra.
Un esempio chiaro è stato l’iter del decreto Salva Milano, prodotto della convergenza di interessi tra il centrosinistra bisognoso di paralizzare le indagini e il centrodestra sempre pronto a difendere le colate di cemento dei palazzinari e a invocare drammaticamente la necessità di “sbloccare i cantieri”.
Non è mancata anche la mobilitazione da parte degli studenti di Cambiare Rotta Milano rispetto al fatto che anche il diritto allo studio e il bisogno di studentati è diventato per la classe politica e per i signori del mattone un terreno di speculazione, facendo leva sulla possibilità di utilizzare fondi pubblici, soprattutto grazie al PNRR, per costruire studentati a gestione privata.
La denuncia delle responsabilità politiche della giunta Sala e la rivendicazione della città pubblica come alternativa possibile e necessaria per Milano è proseguita poi con volantinaggi anche a Corvetto, uno di quei quartieri particolarmente emblematici delle logiche di gentrificazione ed espulsione finalizzate alla costruzione della città dei ricchi.
Momenti di mobilitazione che hanno avuto la lucidità non solo di mettere in luce le contraddizioni della città, che ormai da più parti vengono evidenziate, soprattutto in termini di emergenza abitativa, ma di essere conseguenti nei punti di rivendicazione politica, a partire dalla richiesta di dimissioni della giunta.
È infatti proprio il livello di contraddizioni raggiunto in città in questi anni in termini di diseguaglianza, di erosione del potere d’acquisto e di vivibilità, che fa luce su un elemento politico ineludibile: la Giunta Sala è il Modello Milano e quello che le inchieste hanno scoperchiato non è un incidente di percorso ma è il disvelamento dei meccanismi e delle logiche alla base del modello di sviluppo della città, voluto e perseguito dalle giunte di centrosinistra che governano la città da quasi 15 anni.
Agitare lo slogan della Milano città pubblica senza individuare le responsabilità politiche e le rivendicazioni conseguenti rischia di relegare all’inconsistenza o peggio, prestare il fianco ai tentativi già in atto di ripresa del PD sui temi sociali; le mancate dimissioni di Sala e il sacrificio dell’ormai ex assessore Tancredi unite alle promessa di una svolta sull’urbanistica mirano a dare la parvenza del cambiamento mentre stanno in realtà garantendo la continuità del sistema.
Per non parlare del fatto che già stanno emergendo le prime iniziative da parte dei giganti del mattone, Assoedilizia in testa, per una legge nazionale che costituisca di fatto un Salva Milano bis.
Questi elementi non possono essere ignorati per chi vuole mettere in campo un’opposizione che non faccia solo testimonianza ma si doti di strumenti adeguati e di una piattaforma rivendicativa chiara per mettere in discussione il sistema, oltre che di un’attitudine militante e conflittuale capace di rompere l’asfittico clima politico di consociativismo tra centrodestra e centrosinistra.
Un sistema che è certamente tentacolare e pervasivo, che può contare sul sostegno bipartisan, ma che al contempo ha prodotto un livello di contraddizioni tale da mostrare crepe sempre più importanti. Anche l’aver limitato di fatto la partecipazione dei cittadini al consiglio comunale in cui si attendeva il discorso di Sala, con le sale disponibili riempite dagli esponenti amici della giunta, oltre all’ingente dispiegamento di forze di polizia schierate per impedire l’ingresso ai manifestanti, è un elemento in più che dimostra quanto il sistema abbia paura di una mobilitazione determinata in città.
Si aprono dunque gli spazi per mettere in campo una vera alternativa; ci vogliono però soggettività che sappiano coglierli e su questo bisognerà verificare a partire da settembre quale sarà la disponibilità di comitati, realtà politiche e sociali. È chiaro infatti che le mobilitazioni promosse da Potere al Popolo sono state un segnale chiaro e una promessa di opposizione, ma l’obiettivo è ambizioso e necessita di un ampio raggio di forze che si vogliano misurare su questo terreno.
Fonte
31/07/2025
Venezuela, il voto municipale premia il blocco bolivariano
di Geraldina Colotti
La folla colorata e festosa avanza verso il Palazzo di Miraflores cantando “Chávez corazón del pueblo”. Uno stormo di uccelli guacamayas si staglia nel tramonto caraibico, vince le ombre del recente temporale che ancora ristagnano sul palazzo presidenziale. A 12 anni dalla morte, l’ex presidente del Venezuela, scomparso il 5 marzo del 2013, rimane nel “cuore del popolo”, che ha festeggiato il suo compleanno n. 71 il giorno dopo del voto per le comunali.
Quella del 27 luglio è stata l’elezione n. 33, relativa ai 335 municipi e ai consiglieri, più il voto della Consulta Popular, che ha riguardato la scelta dei progetti comunitari, soprattutto proposti dai giovani, a cui dare priorità. L’80% dei progetti già approvato nelle tre precedenti consultazioni, è già in fase di attuazione. Da queste elezioni, a cui hanno partecipato oltre il 44 per cento degli aventi diritto, e che ha fatto registrare quasi 300.000 voti in più rispetto a quelle dei governatori, che si sono svolte il mese scorso, emerge come la gioventù, che ha abbondantemente alimentato quell’oltre 44 per cento dei partecipanti, sia uno dei motori principali della rivoluzione bolivariana, che scommette sul “potere popolare”. L’identificazione di una grossa fetta di giovani con la proposta di trasformazione sociale del chavismo, che si è andata rideterminando per contrasto a quanto accade in altri paesi capitalisti della regione e d’Europa, dove la disaffezione giovanile alla politica si radica nella mancanza di opportunità concrete, qui è visibile in tutti i settori popolari e in buona parte della piccola borghesia.
Negli anni più duri dell’aggressione multiforme al “laboratorio bolivariano”, gli analisti politici del governo hanno visto aumentare il pericolo della disaffezione e la presa del fascismo sui giovani: soprattutto dovuti alla “emigrazione indotta” di giovani altamente formati, spinti a lasciare il paese in cerca del “sogno americano”. E hanno intensificato le politiche giovanili, in un paese che offre loro una presenza decisionale ai massimi livelli nelle strutture politiche, che si rinnovano costantemente.
Lo si è visto in queste elezioni, dove sindaci e sindache giovanissimi sono stati super votati. La campagna per il ritorno in patria dei migranti deportati da Trump nei lager di Bukele in Salvador che atterrano quotidianamente in Venezuela con aerei del governo, insieme a un nugolo di bambini separati dai genitori, sta smascherando il vero volto del “sogno americano”, e ha avuto un effetto su questo voto popolare.
Ha certamente avuto un grosso effetto lo scambio di alcuni detenuti statunitensi, accusati di essere mercenari infiltrati o già condannati per gravi delitti, con i bambini tolti alle famiglie di migranti negli Stati Uniti, che hanno potuto riabbracciare i loro cari in Venezuela. In questo modo, il governo bolivariano ha tolto un altro argomento di propaganda all’opposizione estremista che, dopo aver cavalcato abbondantemente questo tema, ha rilasciato varie dichiarazioni di appoggio alle politiche trumpiste definendo tutti criminali del “Tren de Aragua” i migranti venezuelani deportati.
Ora, come spesso accade nel “laboratorio bolivariano”, le madri di questi giovani migranti e i giovani stessi, sono stati inglobati in un movimento, coordinato dalla viceministra degli Esteri, Camilla Fabri, che ha organizzato un emotivo incontro con le Madri della Plaza de Mayo argentine, la figlia del Che, Aleida Guevara, donne palestinesi, africane ed europee, nell’ambito del Congresso per la pace e contro la guerra che si è svolto in questi giorni.
In questo ambito, gli invitati internazionali che hanno accompagnato le elezioni (provenienti da tutti i continenti), hanno respinto con ironia le recenti dichiarazioni del segretario di Stato, Marco Rubio, che ha definito Maduro non come presidente del Venezuela, ma come il capo del “Cartello dei Soli”, e ne ha aumentato la taglia, nel consueto stile Far West del tycoon nordamericano. Una decisione che ha ricevuto il plauso della destra golpista, capitanata da Maria Corina Machado, molto presente sui media occidentali, ma sempre più assente dalla realtà del paese.
Il quadro elettorale fotografa, infatti, anche il mutamento avvenuto nelle fila dell’opposizione (“quella che ha i voti, perché gli altri hanno solo fantasmi”, dicono i dirigenti chavisti). Partiti di destra neoliberista, come Primero Justicia e Voluntad Popular sono praticamente scomparsi, mentre l’Alleanza Democratica, Fuerza Vecinal e il partito Vamos Cojedes sono risultati le prime forze politiche di opposizione, raggiungendo la maggioranza nelle comunali che hanno permesso di conquistare 50 municipi. In questo contesto, emerge la figura del governatore dello stato Cojedes, Alberto Galíndez, che si è staccato dal partito Primero Justicia per fondare un partito regionale, Vamos Cojedes, che ora ha vinto in tutti i municipi dello Stato e ha assunto una visibilità nazionale.
Questa nuova opposizione ha ovviamente obiettivi opposti a quelli del socialismo bolivariano e i rappresentanti del Psuv promettono di darle battaglia nei territori, chiamandola a misurarsi sui progetti votati dalle comunità, però il governo plaude al fatto che abbia accettato la dialettica democratica. Per questo, Maduro ha invitato tutti gli eletti a un incontro seminariale di due giorni per “il bene del paese”.
“In futuro, vedremo una forma di democrazia più viva, vigorosa, attiva e basata sulla consultazione diretta, e non sul: vota per me che io farò questo e quello”, ha affermato Jorge Rodríguez, capo del Comando di campagna “Aristobulo Histuriz”, facendo il bilancio del voto.
La consegna di Hugo Chávez – “Comuna o nada!” – continua a essere l’orizzonte strategico che orienta la costruzione dal basso di un nuovo tipo di Stato basato sull’autogoverno, in cui le comunità organizzate devono assumere un ruolo centrale nella direzione della società. In questa prospettiva, avere il controllo politico del territorio risulta fondamentale, considerando che il peso del settore privato può farsi sentire.
E in questo orizzonte vanno inquadrate queste elezioni, che hanno tinto ancora di più di rosso la geografia territoriale del paese. Le candidate e i candidati del Gran Polo Patriótico Simón Bolívar (Gppsb), l’alleanza che comprende il partito di governo (Psuv) più un arco di altre formazioni, come il Partito comunista (quello maggioritario) e altri partiti progressisti, ha ottenuto 285 municipi, ossia l’85% del totale, l’opposizione, 50. Il chavismo ha vinto in 23 capitali dei 24 stati del paese, più il Distretto Capitale, dove è stata rieletta la sindaca Carmen Meléndez, con la più alta percentuale mai ottenuta in un’elezione: l’86,4%.
Il successo di iniziative come “la carovana delle soluzioni”, messa in atto dalla sindaca per portare la gestione governativa direttamente alle comunità, evidenzia un modello di governance che basa la sua legittimità sulla risoluzione concreta delle necessità popolari, una politica essenziale per mantenere l’egemonia fra le classi subalterne, zoccolo duro del voto socialista.
La gente, oggi, “dalla politica si aspetta risposte a problemi concreti, vuole governanti che risolvano i problemi, che mantengano la pace e che recuperino un buon tenore di vita e l’economia”, ha affermato Jorge Rodríguez. I dati degli organismi internazionali indicano che l’economia venezuelana continua a essere in crescita, che sta affrontando il bloqueo degli Stati Uniti facendo sempre più conto sulla produzione locale, che già copre quasi il 90% del fabbisogno alimentare.
Inoltre, dopo un’altalena di stop and go, Trump sembra aver concesso alla Chevron la licenza di continuare a estrarre petrolio in Venezuela: un sollievo non di poco conto perché consente di vendere il petrolio a prezzo di mercato e non essere obbligati a svenderlo per convincere gli acquirenti a rischiare le ritorsioni dei “sanzionatori”. E già dopo poche settimane, nel paese che possiede le prime riserve di petrolio al Mondo, ma che non può accedere a nessun tipo di credito o aiuto internazionale, le entrate dello Stato hanno ricevuto un incremento sostanziale.
La capacità del PSUV di mobilitare le masse popolari e ottenere un appoggio decisivo nelle urne indica che, nonostante le pressioni esterne, il governo è riuscito a superare le principali difficoltà economiche, e il blocco storico bolivariano mantiene una base sociale solida, radicata nelle classi lavoratrici e nei settori più vulnerabili della società.
Si è completato un ciclo, si deve passare a una tappa di costruzione di un governo eminentemente popolare, ha detto Maduro dal balcone presidenziale: “meno scrittorio più territorio dev’essere la consegna”. Il presidente si è rivolto in particolare alle donne e ai movimenti femministi, ai giovani, che sono la colonna portante di questa rivoluzione. Gli ha risposto un concerto di clacson proveniente dai collettivi di motociclisti presenti che, come di consueto, si sono fatti sentire.
Fonte
La folla colorata e festosa avanza verso il Palazzo di Miraflores cantando “Chávez corazón del pueblo”. Uno stormo di uccelli guacamayas si staglia nel tramonto caraibico, vince le ombre del recente temporale che ancora ristagnano sul palazzo presidenziale. A 12 anni dalla morte, l’ex presidente del Venezuela, scomparso il 5 marzo del 2013, rimane nel “cuore del popolo”, che ha festeggiato il suo compleanno n. 71 il giorno dopo del voto per le comunali.
Quella del 27 luglio è stata l’elezione n. 33, relativa ai 335 municipi e ai consiglieri, più il voto della Consulta Popular, che ha riguardato la scelta dei progetti comunitari, soprattutto proposti dai giovani, a cui dare priorità. L’80% dei progetti già approvato nelle tre precedenti consultazioni, è già in fase di attuazione. Da queste elezioni, a cui hanno partecipato oltre il 44 per cento degli aventi diritto, e che ha fatto registrare quasi 300.000 voti in più rispetto a quelle dei governatori, che si sono svolte il mese scorso, emerge come la gioventù, che ha abbondantemente alimentato quell’oltre 44 per cento dei partecipanti, sia uno dei motori principali della rivoluzione bolivariana, che scommette sul “potere popolare”. L’identificazione di una grossa fetta di giovani con la proposta di trasformazione sociale del chavismo, che si è andata rideterminando per contrasto a quanto accade in altri paesi capitalisti della regione e d’Europa, dove la disaffezione giovanile alla politica si radica nella mancanza di opportunità concrete, qui è visibile in tutti i settori popolari e in buona parte della piccola borghesia.
Negli anni più duri dell’aggressione multiforme al “laboratorio bolivariano”, gli analisti politici del governo hanno visto aumentare il pericolo della disaffezione e la presa del fascismo sui giovani: soprattutto dovuti alla “emigrazione indotta” di giovani altamente formati, spinti a lasciare il paese in cerca del “sogno americano”. E hanno intensificato le politiche giovanili, in un paese che offre loro una presenza decisionale ai massimi livelli nelle strutture politiche, che si rinnovano costantemente.
Lo si è visto in queste elezioni, dove sindaci e sindache giovanissimi sono stati super votati. La campagna per il ritorno in patria dei migranti deportati da Trump nei lager di Bukele in Salvador che atterrano quotidianamente in Venezuela con aerei del governo, insieme a un nugolo di bambini separati dai genitori, sta smascherando il vero volto del “sogno americano”, e ha avuto un effetto su questo voto popolare.
Ha certamente avuto un grosso effetto lo scambio di alcuni detenuti statunitensi, accusati di essere mercenari infiltrati o già condannati per gravi delitti, con i bambini tolti alle famiglie di migranti negli Stati Uniti, che hanno potuto riabbracciare i loro cari in Venezuela. In questo modo, il governo bolivariano ha tolto un altro argomento di propaganda all’opposizione estremista che, dopo aver cavalcato abbondantemente questo tema, ha rilasciato varie dichiarazioni di appoggio alle politiche trumpiste definendo tutti criminali del “Tren de Aragua” i migranti venezuelani deportati.
Ora, come spesso accade nel “laboratorio bolivariano”, le madri di questi giovani migranti e i giovani stessi, sono stati inglobati in un movimento, coordinato dalla viceministra degli Esteri, Camilla Fabri, che ha organizzato un emotivo incontro con le Madri della Plaza de Mayo argentine, la figlia del Che, Aleida Guevara, donne palestinesi, africane ed europee, nell’ambito del Congresso per la pace e contro la guerra che si è svolto in questi giorni.
In questo ambito, gli invitati internazionali che hanno accompagnato le elezioni (provenienti da tutti i continenti), hanno respinto con ironia le recenti dichiarazioni del segretario di Stato, Marco Rubio, che ha definito Maduro non come presidente del Venezuela, ma come il capo del “Cartello dei Soli”, e ne ha aumentato la taglia, nel consueto stile Far West del tycoon nordamericano. Una decisione che ha ricevuto il plauso della destra golpista, capitanata da Maria Corina Machado, molto presente sui media occidentali, ma sempre più assente dalla realtà del paese.
Il quadro elettorale fotografa, infatti, anche il mutamento avvenuto nelle fila dell’opposizione (“quella che ha i voti, perché gli altri hanno solo fantasmi”, dicono i dirigenti chavisti). Partiti di destra neoliberista, come Primero Justicia e Voluntad Popular sono praticamente scomparsi, mentre l’Alleanza Democratica, Fuerza Vecinal e il partito Vamos Cojedes sono risultati le prime forze politiche di opposizione, raggiungendo la maggioranza nelle comunali che hanno permesso di conquistare 50 municipi. In questo contesto, emerge la figura del governatore dello stato Cojedes, Alberto Galíndez, che si è staccato dal partito Primero Justicia per fondare un partito regionale, Vamos Cojedes, che ora ha vinto in tutti i municipi dello Stato e ha assunto una visibilità nazionale.
Questa nuova opposizione ha ovviamente obiettivi opposti a quelli del socialismo bolivariano e i rappresentanti del Psuv promettono di darle battaglia nei territori, chiamandola a misurarsi sui progetti votati dalle comunità, però il governo plaude al fatto che abbia accettato la dialettica democratica. Per questo, Maduro ha invitato tutti gli eletti a un incontro seminariale di due giorni per “il bene del paese”.
“In futuro, vedremo una forma di democrazia più viva, vigorosa, attiva e basata sulla consultazione diretta, e non sul: vota per me che io farò questo e quello”, ha affermato Jorge Rodríguez, capo del Comando di campagna “Aristobulo Histuriz”, facendo il bilancio del voto.
La consegna di Hugo Chávez – “Comuna o nada!” – continua a essere l’orizzonte strategico che orienta la costruzione dal basso di un nuovo tipo di Stato basato sull’autogoverno, in cui le comunità organizzate devono assumere un ruolo centrale nella direzione della società. In questa prospettiva, avere il controllo politico del territorio risulta fondamentale, considerando che il peso del settore privato può farsi sentire.
E in questo orizzonte vanno inquadrate queste elezioni, che hanno tinto ancora di più di rosso la geografia territoriale del paese. Le candidate e i candidati del Gran Polo Patriótico Simón Bolívar (Gppsb), l’alleanza che comprende il partito di governo (Psuv) più un arco di altre formazioni, come il Partito comunista (quello maggioritario) e altri partiti progressisti, ha ottenuto 285 municipi, ossia l’85% del totale, l’opposizione, 50. Il chavismo ha vinto in 23 capitali dei 24 stati del paese, più il Distretto Capitale, dove è stata rieletta la sindaca Carmen Meléndez, con la più alta percentuale mai ottenuta in un’elezione: l’86,4%.
Il successo di iniziative come “la carovana delle soluzioni”, messa in atto dalla sindaca per portare la gestione governativa direttamente alle comunità, evidenzia un modello di governance che basa la sua legittimità sulla risoluzione concreta delle necessità popolari, una politica essenziale per mantenere l’egemonia fra le classi subalterne, zoccolo duro del voto socialista.
La gente, oggi, “dalla politica si aspetta risposte a problemi concreti, vuole governanti che risolvano i problemi, che mantengano la pace e che recuperino un buon tenore di vita e l’economia”, ha affermato Jorge Rodríguez. I dati degli organismi internazionali indicano che l’economia venezuelana continua a essere in crescita, che sta affrontando il bloqueo degli Stati Uniti facendo sempre più conto sulla produzione locale, che già copre quasi il 90% del fabbisogno alimentare.
Inoltre, dopo un’altalena di stop and go, Trump sembra aver concesso alla Chevron la licenza di continuare a estrarre petrolio in Venezuela: un sollievo non di poco conto perché consente di vendere il petrolio a prezzo di mercato e non essere obbligati a svenderlo per convincere gli acquirenti a rischiare le ritorsioni dei “sanzionatori”. E già dopo poche settimane, nel paese che possiede le prime riserve di petrolio al Mondo, ma che non può accedere a nessun tipo di credito o aiuto internazionale, le entrate dello Stato hanno ricevuto un incremento sostanziale.
La capacità del PSUV di mobilitare le masse popolari e ottenere un appoggio decisivo nelle urne indica che, nonostante le pressioni esterne, il governo è riuscito a superare le principali difficoltà economiche, e il blocco storico bolivariano mantiene una base sociale solida, radicata nelle classi lavoratrici e nei settori più vulnerabili della società.
Si è completato un ciclo, si deve passare a una tappa di costruzione di un governo eminentemente popolare, ha detto Maduro dal balcone presidenziale: “meno scrittorio più territorio dev’essere la consegna”. Il presidente si è rivolto in particolare alle donne e ai movimenti femministi, ai giovani, che sono la colonna portante di questa rivoluzione. Gli ha risposto un concerto di clacson proveniente dai collettivi di motociclisti presenti che, come di consueto, si sono fatti sentire.
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31/03/2025
Alle destre saltano i nervi? È un’ottima notizia. Ma il vero problema si chiama PD
I grevi insulti di Giovanni Donzelli all’indirizzo dell’ottimo giornalista del Fatto Giacomo Salvini sono a mio avviso davvero un’ottima notizia. Essi infatti rivelano in modo innegabile lo stato di estrema irritabilità delle destre che sono al governo in Italia. Costoro sono evidentemente consapevoli della loro estrema inadeguatezza, per usare un eufemismo, dato che mai l’Italia ha avuto una classe dirigente di così basso livello culturale ed intellettuale.
Ma il segreto del successo della cara Giorgia e della sua banda di sciamannati accoliti, nel loro intimo sempre fedeli al fascismo, oggi declinato in modo consono alla modernità del capitalismo occidentale neoliberista in crisi preagonica, ha un nome e un cognome. Esso si chiama Partito Democratico.
Tale Partito infatti, con la sua stessa esistenza, scredita ogni giorno agli occhi delle masse la stessa idea di ogni possibile alternativa. Dall’estremo e inappetibile grigiore delle sue posizioni contraddittorie, emerge da un lato una sorda e profonda incomprensione, se non aperta ostilità, alle ragioni del popolo lavoratore, e dall’altro la totale disponibilità ad appecoronarsi di fronte ai comandi del capitale, che oggi vuole riarmo e guerra.
La povera Schlein, che in fondo sembra una brava persona, si arrabatta per cercare di mostrare un’immagine migliore, ma è a tutti evidente cone quel Partito sia in mano a oscuri e impresentabili personaggi di potere, i quali, in mancanza del carisma necessario ad assumerne la leadership, tramano più o meno nell’ombra per assecondare i diktat del capitale finanziario, oggi rovinosamente proiettato verso la guerra mondiale come estremo destino dell’incontenibile decadenza dell’Occidente imperiale.
La piazza del Popolo del 15 marzo, indebitamente finanziata dal Comune coi soldi dei contribuenti, me compreso, ha mostrato a tutti quale sia il vergognoso abisso culturale in cui boccheggiano i cantori della sedicente civiltà europea.
Basti citare il peana di Vecchioni, che ha tentato di esaltare, con una serie di nomi importanti buttati lí più o meno a caso, la presunta supremazia della cultura europea ed occidentale. O le davvero oscene perorazioni di Scurati a favore dello spirito guerriero, mentre la Litizzetto si fa tristemente beffa di chi in guerra o comunque nell’espletamento dei doveri militari è morto sul serio e Landini, anziché occuparsi dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, fa la ola a tanta immondizia.
Perché quindi stupirsi del fatto che Giorgia e i suoi sodali continuino a restare al governo, nonostante ogni giorno emergano nuovi scandali ed appaiano nuovi fallimenti?
Il nuovo corso di Trump, se da un lato sfoggia senza pudore tutto l’armamentario razzista, suprematista e colonialista che caratterizza il crepuscolo dell’Occidente, dall’altro dimostra un certo realismo. Trump vuole l’accordo con Putin per poter dedicare tutte le sue energie alla costruzione della sua incrollabile egemonia nel campo occidentale, appoggiando fra l’altro senza esitazione l’annientamento del popolo palestinese, mentre Netanyahu eleva a campioni della lotta contro l’antisemitismo i peggiori elementi della destra fascista europea e mondiale, diretti discendenti dei protagonisti dell’Olocausto contro il popolo ebraico.
La svolta politica di Trump offre un’occasione d’oro a chiunque voglia seriamente emanciparsi dal dominio statunitense. Ma non certo i quaquaraquà alla Macron, von der Leyen, Gentiloni. Non certo chi propone la via del riarmo europeo per far fronte a minacce del tutto immaginarie. Non certo chi continua a ritenere che esista una superiorità innata della cultura europea e occidentale e non dice una parola sui secoli di colonialismo, genocidi e sfruttamento di cui l’Europa si è resa protagonista.
Esiste in Italia una forza politica in grado di farsi carico della necessaria alternativa alle forze della guerra? Che sappia ritrovare la continuità coi momenti migliori della storia italiana ed europea? Che sappia costruire un rapporto costruttivo, cooperativo e fraterno col resto del mondo, in particolare Cina, Russia e America latina? Che sappia dire una parola chiara di condanna del genocidio del popolo palestinese e dei suoi complici, compresa la signora Meloni e i suoi ministri, contro i quali presenteremo presto una denuncia alla Corte penale internazionale, data l’inaccettabile sordità fin qui dimostrata dalla Procura di Roma?
Bisogna augurarsi che tale forza politica possa nascere a breve e lo vedremo fin dall’inizio di aprile. Il popolo italiano ha la sua memoria storica e non vuole riarmo e guerra. Mio nonno e i miei zii fecero la guerra in patria, in Africa e in Russia.
Mio padre dovette fare la guerra, ma la terminó da partigiano. Sappiano lorsignori che le generazioni successive, a partire dalla mia, pullulano di partigiani in difesa dei principi incrollabili affermati dalla Costituzione della Repubblica nata dalla Resistenza di cui celebreremo tra poco l’ottantesimo anniversario. Nonostante il PD.
Fonte
Ma il segreto del successo della cara Giorgia e della sua banda di sciamannati accoliti, nel loro intimo sempre fedeli al fascismo, oggi declinato in modo consono alla modernità del capitalismo occidentale neoliberista in crisi preagonica, ha un nome e un cognome. Esso si chiama Partito Democratico.
Tale Partito infatti, con la sua stessa esistenza, scredita ogni giorno agli occhi delle masse la stessa idea di ogni possibile alternativa. Dall’estremo e inappetibile grigiore delle sue posizioni contraddittorie, emerge da un lato una sorda e profonda incomprensione, se non aperta ostilità, alle ragioni del popolo lavoratore, e dall’altro la totale disponibilità ad appecoronarsi di fronte ai comandi del capitale, che oggi vuole riarmo e guerra.
La povera Schlein, che in fondo sembra una brava persona, si arrabatta per cercare di mostrare un’immagine migliore, ma è a tutti evidente cone quel Partito sia in mano a oscuri e impresentabili personaggi di potere, i quali, in mancanza del carisma necessario ad assumerne la leadership, tramano più o meno nell’ombra per assecondare i diktat del capitale finanziario, oggi rovinosamente proiettato verso la guerra mondiale come estremo destino dell’incontenibile decadenza dell’Occidente imperiale.
La piazza del Popolo del 15 marzo, indebitamente finanziata dal Comune coi soldi dei contribuenti, me compreso, ha mostrato a tutti quale sia il vergognoso abisso culturale in cui boccheggiano i cantori della sedicente civiltà europea.
Basti citare il peana di Vecchioni, che ha tentato di esaltare, con una serie di nomi importanti buttati lí più o meno a caso, la presunta supremazia della cultura europea ed occidentale. O le davvero oscene perorazioni di Scurati a favore dello spirito guerriero, mentre la Litizzetto si fa tristemente beffa di chi in guerra o comunque nell’espletamento dei doveri militari è morto sul serio e Landini, anziché occuparsi dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, fa la ola a tanta immondizia.
Perché quindi stupirsi del fatto che Giorgia e i suoi sodali continuino a restare al governo, nonostante ogni giorno emergano nuovi scandali ed appaiano nuovi fallimenti?
Il nuovo corso di Trump, se da un lato sfoggia senza pudore tutto l’armamentario razzista, suprematista e colonialista che caratterizza il crepuscolo dell’Occidente, dall’altro dimostra un certo realismo. Trump vuole l’accordo con Putin per poter dedicare tutte le sue energie alla costruzione della sua incrollabile egemonia nel campo occidentale, appoggiando fra l’altro senza esitazione l’annientamento del popolo palestinese, mentre Netanyahu eleva a campioni della lotta contro l’antisemitismo i peggiori elementi della destra fascista europea e mondiale, diretti discendenti dei protagonisti dell’Olocausto contro il popolo ebraico.
La svolta politica di Trump offre un’occasione d’oro a chiunque voglia seriamente emanciparsi dal dominio statunitense. Ma non certo i quaquaraquà alla Macron, von der Leyen, Gentiloni. Non certo chi propone la via del riarmo europeo per far fronte a minacce del tutto immaginarie. Non certo chi continua a ritenere che esista una superiorità innata della cultura europea e occidentale e non dice una parola sui secoli di colonialismo, genocidi e sfruttamento di cui l’Europa si è resa protagonista.
Esiste in Italia una forza politica in grado di farsi carico della necessaria alternativa alle forze della guerra? Che sappia ritrovare la continuità coi momenti migliori della storia italiana ed europea? Che sappia costruire un rapporto costruttivo, cooperativo e fraterno col resto del mondo, in particolare Cina, Russia e America latina? Che sappia dire una parola chiara di condanna del genocidio del popolo palestinese e dei suoi complici, compresa la signora Meloni e i suoi ministri, contro i quali presenteremo presto una denuncia alla Corte penale internazionale, data l’inaccettabile sordità fin qui dimostrata dalla Procura di Roma?
Bisogna augurarsi che tale forza politica possa nascere a breve e lo vedremo fin dall’inizio di aprile. Il popolo italiano ha la sua memoria storica e non vuole riarmo e guerra. Mio nonno e i miei zii fecero la guerra in patria, in Africa e in Russia.
Mio padre dovette fare la guerra, ma la terminó da partigiano. Sappiano lorsignori che le generazioni successive, a partire dalla mia, pullulano di partigiani in difesa dei principi incrollabili affermati dalla Costituzione della Repubblica nata dalla Resistenza di cui celebreremo tra poco l’ottantesimo anniversario. Nonostante il PD.
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16/03/2025
L’assemblea nazionale di Potere al Popolo rilancia: “ora serve una grande manifestazione nazionale!”
Ieri a Roma si è tenuta la riuscita nona assemblea nazionale di Potere al Popolo che ha vinto la sfida di riempire il teatro Quirino e a seguire la manifestazione di Piazza Barberini contro il riarmo europeo in risposta alla piazza dei guerrafondai europeisti di Michele Serra.
Dall’assemblea e dalla piazza abbiamo lanciato un messaggio chiaro: serve un’alternativa netta al baratro di guerra e sfruttamento in cui ci stanno portando, tanto al ReArm Europe di Meloni e Von der Leyen quanto all’esercito europeo di Schlein e Repubblica.it, serve organizzarsi, serve una grande manifestazione nazionale a Maggio per portare in piazza l’opposizione e dar voce alla maggioranza sociale che oggi è schiacciata da un sistema politico sempre meno rappresentativo, sempre più escludente.
In meno di due settimane abbiamo costruito una piazza che neanche i grandi giornali possono sottovalutare stimando diecimila persone (e addirittura Repubblica che organizzava la manifestazione guerrafondaia è costretta a dire che eravamo “migliaia di persone”), abbiamo allargato il campo di chi non accetta la discesa in guerra, abbiamo dato voce e gambe a tutte le persone che in questo paese hanno ben altre priorità che le armi: dalle persone che a Napoli vedono aumentare i terremoti con un sonoro “conterete i morti” da parte delle istituzioni, agli studenti che affrontano tagli e riforme reazionarie alle lavoratrici e lavoratori che ogni giorni affrontano un lavoro sempre più pericoloso e sottopagato.
Continuiamo il processo organizzativo di proposta politica e di organizzazione di Potere al Popolo, continuiamo la mobilitazione per una grande manifestazione contro le politiche di guerra europee e il governo della destra!
Fonte
Dall’assemblea e dalla piazza abbiamo lanciato un messaggio chiaro: serve un’alternativa netta al baratro di guerra e sfruttamento in cui ci stanno portando, tanto al ReArm Europe di Meloni e Von der Leyen quanto all’esercito europeo di Schlein e Repubblica.it, serve organizzarsi, serve una grande manifestazione nazionale a Maggio per portare in piazza l’opposizione e dar voce alla maggioranza sociale che oggi è schiacciata da un sistema politico sempre meno rappresentativo, sempre più escludente.
In meno di due settimane abbiamo costruito una piazza che neanche i grandi giornali possono sottovalutare stimando diecimila persone (e addirittura Repubblica che organizzava la manifestazione guerrafondaia è costretta a dire che eravamo “migliaia di persone”), abbiamo allargato il campo di chi non accetta la discesa in guerra, abbiamo dato voce e gambe a tutte le persone che in questo paese hanno ben altre priorità che le armi: dalle persone che a Napoli vedono aumentare i terremoti con un sonoro “conterete i morti” da parte delle istituzioni, agli studenti che affrontano tagli e riforme reazionarie alle lavoratrici e lavoratori che ogni giorni affrontano un lavoro sempre più pericoloso e sottopagato.
Continuiamo il processo organizzativo di proposta politica e di organizzazione di Potere al Popolo, continuiamo la mobilitazione per una grande manifestazione contro le politiche di guerra europee e il governo della destra!
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Una piazza e un corteo alternativi dicono NO al riarmo europeo
Qui di seguito alcune foto della manifestazione di ieri alternativa alla piazza eurobellicista chiamata da Michele Serra.
Prima c’è stato il concentramento in piazza Barberini, ma la gente arrivata era troppa e a quel punto è partito un corteo che è arrivato a Piazza Esquilino dove si è concluso anche con gli interventi di alcuni artisti.
Più di cinquemila persone – diecimila secondo alcuni – hanno gridato “No al riarmo europeo” e “non un euro né un soldato per la loro guerra”.
Una risposta potente a chi sta maneggiando a piene mani l’ipocrisia europeista per costruire il consenso intorno al progetto di riarmo della Von der Leyen. Nella piazza alternativa alcune bandiere della UE sono state bruciate.
Manifestazioni e SIT-IN in sintonia con la piazza alternativa di Roma e contro il riarmo europeo si sono svolte contemporaneamente anche in altre città come Padova, Milano, Catania, Trieste, Bari, Genova.
Fonte e foto
Prima c’è stato il concentramento in piazza Barberini, ma la gente arrivata era troppa e a quel punto è partito un corteo che è arrivato a Piazza Esquilino dove si è concluso anche con gli interventi di alcuni artisti.
Più di cinquemila persone – diecimila secondo alcuni – hanno gridato “No al riarmo europeo” e “non un euro né un soldato per la loro guerra”.
Una risposta potente a chi sta maneggiando a piene mani l’ipocrisia europeista per costruire il consenso intorno al progetto di riarmo della Von der Leyen. Nella piazza alternativa alcune bandiere della UE sono state bruciate.
Manifestazioni e SIT-IN in sintonia con la piazza alternativa di Roma e contro il riarmo europeo si sono svolte contemporaneamente anche in altre città come Padova, Milano, Catania, Trieste, Bari, Genova.
Fonte e foto
La maggioranza del paese è contro il riarmo. C’è spazio per lavorarci sopra
Il 39% degli italiani sondati dall’Ipsos (riportato sul Corriere della Sera) sono contrari al piano di riarmo europeo. I favorevoli sono il 28%. Sul conflitto in Ucraina il 57% si dichiara equidistante tra Russia e Ucraina, mentre i sostenitori di Kyev sono scesi dal 55% del marzo 2022 al 32% di questa ultima rilevazione.
Un altro sondaggio, questa volta di Euromedia (oggi su La Stampa) rivela che il 49,9% degli italiani è contrario all’invio di armi all’Ucraina mentre il 54,6% è contrario all’aumento delle spese militari (favorevole il 33,5%).
Si conferma in sostanza la contrarietà della maggioranza della popolazione alle avventure militariste in cui i governi europei e quello italiano vorrebbero trascinarci.
Questi sondaggi dimostrano che la costruzione del consenso intorno al riarmo europeo e alla escalation bellicista dovrà ancora lavorare molto per convincere la gente che riarmarsi è inevitabile e che la guerra può diventare un male necessario.
Hanno cominciato a provarci con la manifestazione “europeista” di ieri a Piazza del Popolo, mobilitando tutte le cordate mediatiche, politiche, artistiche, associative del mondo liberaldemocratico, mettendo insieme i convinti riarmisti e quelli che dicono una cosa e poi ne fanno un’altra, in una eterna contraddizione che li ha resi sempre meno credibili.
Per molti versi l’ipocrisia europeista sentita in Piazza del Popolo è altrettanto pericolosa e inquietante come le rodomontate della destra.
Hanno anche provato ad occultare prima, durante e dopo, la contromanifestazione che a meno di un chilometro di distanza – in piazza Barberini – diceva invece No al riarmo europeo e non uomo né un euro per le loro guerre.
La sproporzione delle capacità mobilitative tra le due piazze non aveva confronti, eppure Piazza Barberini ha cominciato a riempirsi fino a doversi trasformare in un corposo corteo. In qualche modo la piazza alternativa ha sentito sulle spalle la possibilità di dare voce a quello che i sondaggi rivelano essere il sentimento prevalente nella società.
Questo conferma che in alcune occasioni occorre avere il coraggio di “gettare il cuore oltre l’ostacolo”, e che il creare una polarizzazione con punti di riferimento politicamente nitidi è assai più efficace che limitarsi a dichiarazioni di presa di distanza.
I sondaggi ci confermano che lo spazio sociale per una opposizione al riarmo e alla guerra c’è ancora. Si tratta di sperimentare e capire come dargli rappresentanza, affinché diventi ingombrante per un governo che rischia di trascinarci nella catastrofe bellicista e diventi un insormontabile ostacolo sulla strada anche di governi diversi dall’attuale ma che perseguono gli stessi scopi.
C’è uno spazio da attraversare e un pericolo da sventare. Al lavoro.
Fonte
Un altro sondaggio, questa volta di Euromedia (oggi su La Stampa) rivela che il 49,9% degli italiani è contrario all’invio di armi all’Ucraina mentre il 54,6% è contrario all’aumento delle spese militari (favorevole il 33,5%).
Si conferma in sostanza la contrarietà della maggioranza della popolazione alle avventure militariste in cui i governi europei e quello italiano vorrebbero trascinarci.
Questi sondaggi dimostrano che la costruzione del consenso intorno al riarmo europeo e alla escalation bellicista dovrà ancora lavorare molto per convincere la gente che riarmarsi è inevitabile e che la guerra può diventare un male necessario.
Hanno cominciato a provarci con la manifestazione “europeista” di ieri a Piazza del Popolo, mobilitando tutte le cordate mediatiche, politiche, artistiche, associative del mondo liberaldemocratico, mettendo insieme i convinti riarmisti e quelli che dicono una cosa e poi ne fanno un’altra, in una eterna contraddizione che li ha resi sempre meno credibili.
Per molti versi l’ipocrisia europeista sentita in Piazza del Popolo è altrettanto pericolosa e inquietante come le rodomontate della destra.
Hanno anche provato ad occultare prima, durante e dopo, la contromanifestazione che a meno di un chilometro di distanza – in piazza Barberini – diceva invece No al riarmo europeo e non uomo né un euro per le loro guerre.
La sproporzione delle capacità mobilitative tra le due piazze non aveva confronti, eppure Piazza Barberini ha cominciato a riempirsi fino a doversi trasformare in un corposo corteo. In qualche modo la piazza alternativa ha sentito sulle spalle la possibilità di dare voce a quello che i sondaggi rivelano essere il sentimento prevalente nella società.
Questo conferma che in alcune occasioni occorre avere il coraggio di “gettare il cuore oltre l’ostacolo”, e che il creare una polarizzazione con punti di riferimento politicamente nitidi è assai più efficace che limitarsi a dichiarazioni di presa di distanza.
I sondaggi ci confermano che lo spazio sociale per una opposizione al riarmo e alla guerra c’è ancora. Si tratta di sperimentare e capire come dargli rappresentanza, affinché diventi ingombrante per un governo che rischia di trascinarci nella catastrofe bellicista e diventi un insormontabile ostacolo sulla strada anche di governi diversi dall’attuale ma che perseguono gli stessi scopi.
C’è uno spazio da attraversare e un pericolo da sventare. Al lavoro.
Fonte
10/03/2025
No al riarmo in Europa. Sabato 15 marzo ci si vede in piazza Barberini
Pubblichiamo l’appello che convoca la piazza alternativa alla guerra per sabato 15 marzo alle ore 15 a Roma, in piazza Barberini.
No all’Unione Europea che si riarma, no alla difesa comune, la sicurezza è nel ripudio della guerra L’effetto Serra nuoce alla pace.Fonte
Gli eventi delle ultime settimane segnano un cambio epocale che scuote le coscienze di tutte e tutti. Di fronte agli stravolgimenti negli equilibri tra le due sponde dell’Atlantico, la classe dirigente europea sceglie di indossare l’elmetto: gettando nuova benzina sul conflitto in Ucraina, sulla pelle delle popolazioni locali.
Von Der Leyen, i governi nazionali e (quasi) tutti i leader dei principali partiti colgono l’occasione per accelerare la conversione bellica dell’economia, il dirottamento delle risorse destinate alla spesa sociale in favore della spesa militare, la militarizzazione della società.
Un inasprimento delle condizioni di vita dei popoli di tutto il continente, in continuità con le politiche antipopolari portate avanti da decenni attraverso i trattati UE e con la vocazione bellicista dimostrata con l’invio di armi sui fronti di guerra. Il costo dell’economia di guerra sarà pagato dai popoli e in particolare dal nostro Sud con la sottrazione di fondi per la coesione sociale e in via trasversale secondo le intenzioni di chi nel centrosinistra propone la difesa comune. La retorica democratica e dei diritti umani con cui si giustificano le scelte di guerra è pura propaganda. La realtà mostra la complicità con il genocidio del popolo palestinese, la repressione contro il popolo curdo, le politiche contro i migranti.
L’appello alla mobilitazione lanciato da Michele Serra ripropone di fatto intorno alla bandiera europea la convergenza strutturale tra i piani del governo Meloni e di tutto l’establishment nazionale nel tentativo di mantenere un gioco delle parti che continui a soffocare la reale spinta popolare per la pace.
Costruiamo una mobilitazione alternativa in piazza Barberini, che indichi la possibilità di lavorare assieme per la pace, il welfare, la salvaguardia della democrazia e contro la repressione e la limitazione delle libertà prevista da vecchi e nuovi pacchetti sicurezza. Convergiamo con tutte le bandiere della pace, con quelle delle nostre lotte, con le bandiere della Palestina e di tutti i popoli oppressi. Teniamo fuori tutti i simboli che oggi vengono usati per spingerci alla guerra.
Prime adesioni
Potere al Popolo
CRED – Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia
Unione Sindacale di Base
Movimento Migranti e Rifugiati
Movimento per il diritto all’abitare – Roma
Centro Internazionale Crocevia
Donne De Borgata
PCI
ARCI Roma
Partito della Rifondazione Comunista
Ex OPG je So’ Pazzo
Csoa Macchia Rossa
Cambiare Rotta – Organizzazione giovanile comunista
OSA
Collettivo Autorganizzato Univeristario
Studenti Autorganizzati Campani
Contropiano
Comitato Primo Giugno
Prospettiva Unitaria
Rete dei Comunisti
JVP Sri Lanka – Comitato in Italia
Circolo Arci GAP
Circolo Arci Pietralata
Circolo Arci Differenza Lesbica
Statunitensi per la pace e la giustizia
ATTAC Roma
Comunità Palestinese d’Italia
Giovani Comunisti
Circolo Arci Canapé
Comitato Pace e non più Guerra
Comitato con la Palestina nel Cuore
Circolo Arci “La fattorietta”
Partito del Sud
Azione Civile Transform Italia
Prime adesioni individuali
Nicoletta Dosio
Angelo D’Orsi
Enrico Calamai
Elisabetta Valento
Cristina Rinaldi
08/03/2025
Il 15 marzo ci sarà una piazza alternativa a quella dei guerrafondai
Sta crescendo un po’ ovunque l’esigenza di dare vita ad una manifestazione di piazza alternativa il prossimo 15 marzo.
L’adunata degli europeisti guerrafondai chiamata dall’appello affidato da La Repubblica a Michele Serra a sostegno di una “Europa forte” che vede nel riarmo e nelle spese militari il proprio punto di sintesi e prospettiva, è apparso decisamente inaccettabile. Soprattutto ai molti che in questi anni si sono opposti alle spinte belliciste della Ue e della Nato, all’invio di armamenti nella guerra in Ucraina ma anche al doppio standard che ha permesso a Israele di fare tutto quello che voleva contro il popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania senza subirne alcuna conseguenza.
Da qui l’esigenza di contrapporre nettamente una piazza contro il riarmo e la guerra a quella che invece la vede come una necessità costituente per una Europa forte militarmente per essere competitiva politicamente.
Potere al Popolo aveva già convocato per il 15 marzo la propria assemblea nazionale a Roma ed ha deciso quasi naturalmente di trasformarne la conclusione con un appuntamento in piazza contro la guerra. “Potere al Popolo invita tutte le realtà politiche e sociali solidali a unirsi e scendere in piazza Sabato 15 Marzo per opporsi al piano del riarmo europeo e alle politiche guerrafondaie dell’Unione Europea”. – riporta in un proprio comunicato – “Ci vediamo in piazza il pomeriggio di sabato 15 marzo a Roma, subito dopo la nostra Assemblea Nazionale che si terrà dalle ore 10:00 al Teatro Quirino”.
Il segretario del PRC Maurizio Acerbo in una nota diffusa in questi giorni scrive che “la diserzione silenziosa non basta. Non lasciamo che il 15 marzo sia solo dell’europeismo con l’elmetto. Proponiamo a chi è contro la guerra e il riarmo di ritrovarsi in una piazza pacifista”.
Anche l’Arci di Roma afferma in un post che il 15 marzo “Ci vuole un’altra piazza” ricordando come “Questa UE è la stessa che ha strozzato la Grecia con la trappola del debito. Ed è quella che costruisce muri e lascia annegare migliaia di migranti in fuga da guerra e miseria. Che senso ha, inoltre, manifestare in difesa di una UE che ha costruito la gabbia delle privatizzazioni e dell’austerità per partecipare a una guerra mondiale a pezzi? Vogliamo un’altra Europa che innanzitutto valorizzi e investa in quello stato sociale che è il fondamento delle nostre carte costituzionali”.
Nella piazza alternativa a quella di piazza del Popolo che si va delineando per sabato 15 marzo ci sarà anche l’Usb secondo cui “La manifestazione del 15 marzo pretende di portare tra i lavoratori il veleno della guerra, giustificarne i costi, la perdita di vite umane, le distruzioni, mettendo sul piatto la riconversione militare delle aziende e il rilancio dell’economia attraverso il rafforzamento “politico” dell’UE”.
Anche organizzazioni giovanili e studentesche come Cambiare Rotta hanno annunciato di convergere sulla piazza alternativa per il 15 marzo: “Ursula von der Leyen ha presentato in questi giorni un nuovo passo avanti verso il baratro della terza guerra mondiale. Gli 800 miliardi del programma “Riarm Europe” sono uno schiaffo in faccia alla richiesta di una soluzione diplomatica per la pace e a tutte le istanze sociali di chi da anni paga le scelte scellerate di una classe dirigente votata alla guerra”.
Una sorta di tam tam che chiede di disertare la piazza dei guerrafondai e invoca una piazza alternativa per il 15 marzo si va diffondendo sui social e nelle reti pacifiste che hanno tenuto duro in questi anni di deliri guerrafondai e demonizzazione di chi si è opposto alla guerra.
Nelle prossime ore la piazza alternativa dovrebbe concretizzarsi con indicazioni più dettagliate. Nel frattempo è bene che chi si intrupperà a Piazza del Popolo in una sorta di riedizione dei “crediti di guerra” di infausta memoria, senta crescere il peso di una opposizione e di una ostilità crescente.
Fonte
L’adunata degli europeisti guerrafondai chiamata dall’appello affidato da La Repubblica a Michele Serra a sostegno di una “Europa forte” che vede nel riarmo e nelle spese militari il proprio punto di sintesi e prospettiva, è apparso decisamente inaccettabile. Soprattutto ai molti che in questi anni si sono opposti alle spinte belliciste della Ue e della Nato, all’invio di armamenti nella guerra in Ucraina ma anche al doppio standard che ha permesso a Israele di fare tutto quello che voleva contro il popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania senza subirne alcuna conseguenza.
Da qui l’esigenza di contrapporre nettamente una piazza contro il riarmo e la guerra a quella che invece la vede come una necessità costituente per una Europa forte militarmente per essere competitiva politicamente.
Potere al Popolo aveva già convocato per il 15 marzo la propria assemblea nazionale a Roma ed ha deciso quasi naturalmente di trasformarne la conclusione con un appuntamento in piazza contro la guerra. “Potere al Popolo invita tutte le realtà politiche e sociali solidali a unirsi e scendere in piazza Sabato 15 Marzo per opporsi al piano del riarmo europeo e alle politiche guerrafondaie dell’Unione Europea”. – riporta in un proprio comunicato – “Ci vediamo in piazza il pomeriggio di sabato 15 marzo a Roma, subito dopo la nostra Assemblea Nazionale che si terrà dalle ore 10:00 al Teatro Quirino”.
Il segretario del PRC Maurizio Acerbo in una nota diffusa in questi giorni scrive che “la diserzione silenziosa non basta. Non lasciamo che il 15 marzo sia solo dell’europeismo con l’elmetto. Proponiamo a chi è contro la guerra e il riarmo di ritrovarsi in una piazza pacifista”.
Anche l’Arci di Roma afferma in un post che il 15 marzo “Ci vuole un’altra piazza” ricordando come “Questa UE è la stessa che ha strozzato la Grecia con la trappola del debito. Ed è quella che costruisce muri e lascia annegare migliaia di migranti in fuga da guerra e miseria. Che senso ha, inoltre, manifestare in difesa di una UE che ha costruito la gabbia delle privatizzazioni e dell’austerità per partecipare a una guerra mondiale a pezzi? Vogliamo un’altra Europa che innanzitutto valorizzi e investa in quello stato sociale che è il fondamento delle nostre carte costituzionali”.
Nella piazza alternativa a quella di piazza del Popolo che si va delineando per sabato 15 marzo ci sarà anche l’Usb secondo cui “La manifestazione del 15 marzo pretende di portare tra i lavoratori il veleno della guerra, giustificarne i costi, la perdita di vite umane, le distruzioni, mettendo sul piatto la riconversione militare delle aziende e il rilancio dell’economia attraverso il rafforzamento “politico” dell’UE”.
Anche organizzazioni giovanili e studentesche come Cambiare Rotta hanno annunciato di convergere sulla piazza alternativa per il 15 marzo: “Ursula von der Leyen ha presentato in questi giorni un nuovo passo avanti verso il baratro della terza guerra mondiale. Gli 800 miliardi del programma “Riarm Europe” sono uno schiaffo in faccia alla richiesta di una soluzione diplomatica per la pace e a tutte le istanze sociali di chi da anni paga le scelte scellerate di una classe dirigente votata alla guerra”.
Una sorta di tam tam che chiede di disertare la piazza dei guerrafondai e invoca una piazza alternativa per il 15 marzo si va diffondendo sui social e nelle reti pacifiste che hanno tenuto duro in questi anni di deliri guerrafondai e demonizzazione di chi si è opposto alla guerra.
Nelle prossime ore la piazza alternativa dovrebbe concretizzarsi con indicazioni più dettagliate. Nel frattempo è bene che chi si intrupperà a Piazza del Popolo in una sorta di riedizione dei “crediti di guerra” di infausta memoria, senta crescere il peso di una opposizione e di una ostilità crescente.
Fonte
04/01/2025
La complicità di Biden con il genocidio, fino all’ultimo
Prima di cedere il comando a Trump, il presidente uscente Biden ha voluto assicurare ulteriori armamenti a Israele nonostante l’indagine della Corte Penale contro Netanyahu e del Tribunale Internazionale contro Israele per genocidio verso i palestinesi.
L’amministrazione Biden ha notificato “informalmente” al Congresso un accordo per la vendita di armi a Israele del valore di 8 miliardi di dollari, circa 7,8 miliardi di euro. A rivelarlo è Axios, il quale cita fonti vicine al dossier, secondo cui il pacchetto comprende munizioni per aerei ed elicotteri da combattimento.
La notifica inviata ieri dal Dipartimento di Stato avviene quando mancano poco più di due settimane al passaggio di consegne alla nuova amministrazione Trump.
L’accordo prevede anche la fornitura di missili aria-aria Aim 120C-8 Amraam, proiettili di artiglieria da 155 millimetri e missili Hellfire Agm-114, oltre a bombe di piccolo diametro, kit Jdam, per trasformare le ‘bombe stupide’ in ordigni di precisione e testate da 500 libre (226 chili): il Times of Israel parla di “bombe pesanti”.
“Il presidente ha chiarito che Israele ha il diritto di difendere i suoi cittadini, coerentemente con il diritto internazionale e con il diritto umanitario internazionale – ha detto una fonte al sito, spiegando le ragioni dietro il nuovo pacchetto – e di dissuadere l’aggressione iraniana e dei gruppi suoi alleati. Continueremo a fornire le capacità necessarie alla difesa di Israele”.
Sull’altro fronte di guerra Biden ha anche varato un ultimo finanziamento in armamenti all’Ucraina per 2,5 miliardi.
Il 9 gennaio Biden, insieme al Segretario di Stato Blinken, sarà un visita in Italia. Per ripudiarne la presenza e la complicità con il genocidio e le guerre in corso gli studenti di OSA hanno indetto una giornata di mobilitazione nelle scuole della Capitale.
Qui di seguito il comunicato degli studenti di OSA sulla visita di Biden in Italia
L’amministrazione Biden ha notificato “informalmente” al Congresso un accordo per la vendita di armi a Israele del valore di 8 miliardi di dollari, circa 7,8 miliardi di euro. A rivelarlo è Axios, il quale cita fonti vicine al dossier, secondo cui il pacchetto comprende munizioni per aerei ed elicotteri da combattimento.
La notifica inviata ieri dal Dipartimento di Stato avviene quando mancano poco più di due settimane al passaggio di consegne alla nuova amministrazione Trump.
L’accordo prevede anche la fornitura di missili aria-aria Aim 120C-8 Amraam, proiettili di artiglieria da 155 millimetri e missili Hellfire Agm-114, oltre a bombe di piccolo diametro, kit Jdam, per trasformare le ‘bombe stupide’ in ordigni di precisione e testate da 500 libre (226 chili): il Times of Israel parla di “bombe pesanti”.
“Il presidente ha chiarito che Israele ha il diritto di difendere i suoi cittadini, coerentemente con il diritto internazionale e con il diritto umanitario internazionale – ha detto una fonte al sito, spiegando le ragioni dietro il nuovo pacchetto – e di dissuadere l’aggressione iraniana e dei gruppi suoi alleati. Continueremo a fornire le capacità necessarie alla difesa di Israele”.
Sull’altro fronte di guerra Biden ha anche varato un ultimo finanziamento in armamenti all’Ucraina per 2,5 miliardi.
Il 9 gennaio Biden, insieme al Segretario di Stato Blinken, sarà un visita in Italia. Per ripudiarne la presenza e la complicità con il genocidio e le guerre in corso gli studenti di OSA hanno indetto una giornata di mobilitazione nelle scuole della Capitale.
Qui di seguito il comunicato degli studenti di OSA sulla visita di Biden in Italia
Dal 9 al 12 gennaio si terrà a Roma l’incontro tra l’ascendente presidente Biden e le nostre istituzioni, in particolare Meloni e Mattarella, in cui si parlerà di come “promuovere la pace nel mondo”.Fonte
Questo incontro è l’ennesimo farsa portata avanti dell’Occidente per ripulirsi la faccia di fronte a tutti i crimini che sta portando avanti. Di certo noi non ci facciamo ingannare da questa facciata “pacifista”; siamo ben consci del fatto che le persone che si riuniranno in questi giorni sono i principali artefici e menti pensanti dietro il massacro fra popoli che avviene in Donbass tra il popolo ucraino e quello russo, sono i responsabili e complici del progetto di apartheid sionista che si macchia non solo di 76 anni di occupazione, ma di quasi un anno di genocidio.
Massacri che sono stati ben spalleggiati dal governo Meloni, che ha finanziato un’economia di guerra lacrime e sangue per permettere questo, peggiorando ulteriormente la situazione delle classi popolari che senza una spesa pubblica si sono visti impossibilitati di fronte ai diritti più basici come sanità e istruzione. Contro tutto questo è giunto il momento di mobilitarsi.
Bisogna ribadire che Biden e le sue mani sporche di sangue non è benvenuto a Roma. Lanciamo quindi il 9 gennaio una giornata di agitazione nelle scuole contro Biden, l’economia di guerra al fianco del popolo e della Resistenza Arabo-Palestinese.
15/11/2024
No Meloni Day. Studenti in piazza in tutta Italia contro il governo dei tagli e della guerra
Oggi in tutta Italia in piazza contro il governo che spende in guerra e taglia sull’università, il governo dell’alternanza scuola-lavoro e della riforma della ricerca: l’atto 2° di un #NoMeloniDay sempre più necessario mentre scuole e università cadono a pezzi, gli affitti volano alle stelle e una classe politica incapace di darci risposte reprime e criminalizza le voci che si oppongono.
A Roma il corteo ha raggiunto il MIM di Valditara per concludersi al MUR, dove la sfilata del “somaro” ha ricordato ad Annamaria Bernini che non le saranno concesse altre menzogne: il taglio di 500 milioni al FFO e la riforma del preruolo che peggiora il precariato della ricerca sono l’apice di un attacco complessivo al mondo della formazione che non lasceremo passare. I lavoratori della scuola e della ricerca di @unionesindacaledibase in piazza accanto a noi l’hanno ribadito.
La rabbia che abbiamo portato al MUR è quella di piazze e cortei che hanno attraversato il Paese: uno sciopero riuscitissimo in più di 40 città nonostante i tentativi di repressione come le cariche a Torino. In tutte le città, mani rosse di vernice hanno di nuovo imbrattato i volti di Valditara, Bernini, Meloni. È perché il sangue di cui sono colpevoli, dai morti in alternanza ai 50.000 morti in Medio Oriente, è una macchia indelebile.
Le bandiere della Palestina sfilate nei cortei ricordano che siamo al fianco dei popoli che lottano e resistono. E se il nuovo progetto di sicurezza della Bernini vuole più intelligence per respingere ingerenze esterne – russe, cinesi o iraniane che siano – sulle università, noi vogliamo scuole, università e ricerca libere da complicità con Israele e con l’industria militare che sta portando il mondo alla guerra, e anche per questo abbiamo promosso la manifestazione nazionale del 30 novembre a Circo Massimo, Roma.
Dalle piazze di tutta Italia arriva un’indicazione: costituire un’alternativa è necessario, è possibile, e la strada è tracciata. Ogni giorno è No Meloni Day!
Fonte e foto
A Roma il corteo ha raggiunto il MIM di Valditara per concludersi al MUR, dove la sfilata del “somaro” ha ricordato ad Annamaria Bernini che non le saranno concesse altre menzogne: il taglio di 500 milioni al FFO e la riforma del preruolo che peggiora il precariato della ricerca sono l’apice di un attacco complessivo al mondo della formazione che non lasceremo passare. I lavoratori della scuola e della ricerca di @unionesindacaledibase in piazza accanto a noi l’hanno ribadito.
La rabbia che abbiamo portato al MUR è quella di piazze e cortei che hanno attraversato il Paese: uno sciopero riuscitissimo in più di 40 città nonostante i tentativi di repressione come le cariche a Torino. In tutte le città, mani rosse di vernice hanno di nuovo imbrattato i volti di Valditara, Bernini, Meloni. È perché il sangue di cui sono colpevoli, dai morti in alternanza ai 50.000 morti in Medio Oriente, è una macchia indelebile.
Le bandiere della Palestina sfilate nei cortei ricordano che siamo al fianco dei popoli che lottano e resistono. E se il nuovo progetto di sicurezza della Bernini vuole più intelligence per respingere ingerenze esterne – russe, cinesi o iraniane che siano – sulle università, noi vogliamo scuole, università e ricerca libere da complicità con Israele e con l’industria militare che sta portando il mondo alla guerra, e anche per questo abbiamo promosso la manifestazione nazionale del 30 novembre a Circo Massimo, Roma.
Dalle piazze di tutta Italia arriva un’indicazione: costituire un’alternativa è necessario, è possibile, e la strada è tracciata. Ogni giorno è No Meloni Day!
Fonte e foto
06/06/2024
India - Le elezioni ridimensionano Modi
Un ridimensionamento lungo 44 giorni che consentirà comunque a Narendra Modi di guidare la ciclopica nazione indiana, però lo ingessa limitandone le agognate riforme. A cominciare da quella costituzionale che probabilmente non farà per non rischiare di vederla bocciata dal referendum popolare, necessario perché il Bharatiya Janata Party non ha i numeri per evitarlo.
Perdendo più di sessanta seggi, il partito del premier non raggiunge il quorum neppure per formare l’esecutivo, lo raccoglie nella National Democratic Alliance grazie agli iper liberisti di Telugu Desam e alla formazione locale Janata Dal che portano la supremazia nella Lok Sabha a 293 deputati.
Nel 2019, 303 li aveva piazzati da solo il Bjp, che in ogni caso festeggia, cercando di oscurare la vera gioia dei partiti d’opposizione saliti a 232 deputati, ben 113 in più di cinque anni or sono. E se ci si son messi in ventisei a contrastare il grande capo hindu attraverso la coalizione denominata India (Indian National Developmental Inclusive Alliance) sono soprattutto tre i gruppi a costituire l’ossatura anti Modi.
Il vecchio National Congress, ringiovanito col volto di Rahul Gandhi che sfiora i cento scranni parlamentari, Samajwady Party e All India Trinamool Congress tutti capaci di rosicchiare seggi in alcuni feudi del Bharatiya: in Uttar Pradesh, West Bengal e Maharashtra si sono registrati i crolli maggiori per il partito di maggioranza. In lieve calo la percentuale di voto (66%) che in ogni caso fa registrare cifre da capogiro: 642 milioni di elettori.
L’immensa India colpisce l’immaginario globale e vuole far pesare proprio l’elemento partecipativo dei cittadini nei momenti istituzionali. Ma alla parata delle schede l’opposizione lanciava un grido d’allarme per una democrazia da difendere contro la polarizzazione cercata negli ultimi anni da chi resta al potere. L’avvertimento ha convinto molti indiani a porre un argine alla deriva confessionale e razzista. Una maggioranza relativa ma cospicua vuole seguire il guru Modi, popolarissimo e veneratissimo, in capo a un Mondo che promette di conquistare a suon di affari e diplomazia.
Sebbene l’iniziale reazione dei mercati al suo successo dimezzato stia penalizzando i titoli delle società dei ricconi che gli sono amici e finanziatori: in svariate Borse quelli del tycoon Adani risultano in caduta libera.
Narendra si ripresenta sulla scena con fare ascetico, dovrà fare miracoli per stupire ancora i sodali interni e internazionali. Tanti indiani cominciano a ricredersi.
Fonte
Perdendo più di sessanta seggi, il partito del premier non raggiunge il quorum neppure per formare l’esecutivo, lo raccoglie nella National Democratic Alliance grazie agli iper liberisti di Telugu Desam e alla formazione locale Janata Dal che portano la supremazia nella Lok Sabha a 293 deputati.
Nel 2019, 303 li aveva piazzati da solo il Bjp, che in ogni caso festeggia, cercando di oscurare la vera gioia dei partiti d’opposizione saliti a 232 deputati, ben 113 in più di cinque anni or sono. E se ci si son messi in ventisei a contrastare il grande capo hindu attraverso la coalizione denominata India (Indian National Developmental Inclusive Alliance) sono soprattutto tre i gruppi a costituire l’ossatura anti Modi.
Il vecchio National Congress, ringiovanito col volto di Rahul Gandhi che sfiora i cento scranni parlamentari, Samajwady Party e All India Trinamool Congress tutti capaci di rosicchiare seggi in alcuni feudi del Bharatiya: in Uttar Pradesh, West Bengal e Maharashtra si sono registrati i crolli maggiori per il partito di maggioranza. In lieve calo la percentuale di voto (66%) che in ogni caso fa registrare cifre da capogiro: 642 milioni di elettori.
L’immensa India colpisce l’immaginario globale e vuole far pesare proprio l’elemento partecipativo dei cittadini nei momenti istituzionali. Ma alla parata delle schede l’opposizione lanciava un grido d’allarme per una democrazia da difendere contro la polarizzazione cercata negli ultimi anni da chi resta al potere. L’avvertimento ha convinto molti indiani a porre un argine alla deriva confessionale e razzista. Una maggioranza relativa ma cospicua vuole seguire il guru Modi, popolarissimo e veneratissimo, in capo a un Mondo che promette di conquistare a suon di affari e diplomazia.
Sebbene l’iniziale reazione dei mercati al suo successo dimezzato stia penalizzando i titoli delle società dei ricconi che gli sono amici e finanziatori: in svariate Borse quelli del tycoon Adani risultano in caduta libera.
Narendra si ripresenta sulla scena con fare ascetico, dovrà fare miracoli per stupire ancora i sodali interni e internazionali. Tanti indiani cominciano a ricredersi.
Fonte
20/03/2024
Le elezioni possono essere il passaggio per la trasformazione sociale?
Le elezioni politiche si inquadrano oggi come mera affermazione di rapporti di forza interni a gruppi che agiscono in un sistema paralizzato. La finalità non è più quella di una contrapposizione tra visioni e modelli diversi di società, ma solo quella di testimonianza della propria esistenza. Il mondo si muove su interessi particolari a cui ci si sottomette pur di esserci.
Alcune organizzazioni di sinistra, intendendo con queste le piccole formazioni socialiste e comuniste oggi presenti in Italia, che potrebbero costituire la spinta per un rilancio della politica come strumento di cambiamento, continuano a lavorare nella logica delle elezioni e del maggioritario, a cui dicono di opporsi, ma in cui puntualmente ricadono ad ogni tornata elettorale, non comprendendo che non riusciranno ad emergere finché non si porranno come forza alternativa ed indipendente rispetto al quadro politico generale.
Questo non vuol dire rinunciare a partecipare alle sfide elettorali. Attualmente questo è l’unico campo su cui muoversi, ma la partecipazione alle elezioni deve essere inquadrata come una opportunità per farsi conoscere e per approfittare dei piccoli spazi di dibattito sempre più limitati in un sistema alla deriva antidemocratica e caratterizzato dalla accentuata manifestazione repressiva nei confronti di ogni voce fuori dalla visione unica capitalista.
Le elezioni possono, se opportunamente utilizzate, divenire strumento per la riorganizzazione della sinistra e per la costruzione di un progetto alternativo di società.
Non si può poi prescindere, oramai, dal contesto politico internazionale, dalle posizioni euro-atlantiste e dal ruolo che la NATO svolge come esercito al servizio delle espansioni imperialiste.
Non si può prescindere dai fermenti di piazza che proprio su questi temi hanno ritrovato vigore e attrazione nelle giovani generazioni.
Non si può prescindere dalla resistenza palestinese e dal genocidio di una popolazione oramai simbolo per l’intero pianeta di lotta contro gli oppressori.
Non si può prescindere dalle rivendicazioni di genere, che la comunicazione mainstream valuta anacronistica in considerazione del fatto che alcune donne hanno raggiunto i vertici del comando: è proprio questo che dimostra che la liberazione della donna è ancora lunga in quanto quelle donne, portate ad esempio, sono represse all’interno della logica guerrafondaia ed imperialista espressione di una visione patriarcale della società.
L’incapacità di alcune organizzazioni di sinistra di non saper leggere la storia e di non saper cogliere la potenzialità che l’attuale contesto offre, per chiudersi in scelte di piccolo cabotaggio nella speranza di conseguire un effimero risultato elettorale, dimostra una grave miopia politica.
È necessario alzare il livello di guardia e di scontro politico facendo emergere le contraddizioni di un sistema che per poter sostenere l’insostenibile fornisce narrazioni falsate della realtà e che, non avendo argomentazioni valide, utilizza la repressione, la delegittimazione fino alla criminalizzazione e l’oscuramento delle idee come unica arma di difesa.
Fonte
Alcune organizzazioni di sinistra, intendendo con queste le piccole formazioni socialiste e comuniste oggi presenti in Italia, che potrebbero costituire la spinta per un rilancio della politica come strumento di cambiamento, continuano a lavorare nella logica delle elezioni e del maggioritario, a cui dicono di opporsi, ma in cui puntualmente ricadono ad ogni tornata elettorale, non comprendendo che non riusciranno ad emergere finché non si porranno come forza alternativa ed indipendente rispetto al quadro politico generale.
Questo non vuol dire rinunciare a partecipare alle sfide elettorali. Attualmente questo è l’unico campo su cui muoversi, ma la partecipazione alle elezioni deve essere inquadrata come una opportunità per farsi conoscere e per approfittare dei piccoli spazi di dibattito sempre più limitati in un sistema alla deriva antidemocratica e caratterizzato dalla accentuata manifestazione repressiva nei confronti di ogni voce fuori dalla visione unica capitalista.
Le elezioni possono, se opportunamente utilizzate, divenire strumento per la riorganizzazione della sinistra e per la costruzione di un progetto alternativo di società.
Non si può poi prescindere, oramai, dal contesto politico internazionale, dalle posizioni euro-atlantiste e dal ruolo che la NATO svolge come esercito al servizio delle espansioni imperialiste.
Non si può prescindere dai fermenti di piazza che proprio su questi temi hanno ritrovato vigore e attrazione nelle giovani generazioni.
Non si può prescindere dalla resistenza palestinese e dal genocidio di una popolazione oramai simbolo per l’intero pianeta di lotta contro gli oppressori.
Non si può prescindere dalle rivendicazioni di genere, che la comunicazione mainstream valuta anacronistica in considerazione del fatto che alcune donne hanno raggiunto i vertici del comando: è proprio questo che dimostra che la liberazione della donna è ancora lunga in quanto quelle donne, portate ad esempio, sono represse all’interno della logica guerrafondaia ed imperialista espressione di una visione patriarcale della società.
L’incapacità di alcune organizzazioni di sinistra di non saper leggere la storia e di non saper cogliere la potenzialità che l’attuale contesto offre, per chiudersi in scelte di piccolo cabotaggio nella speranza di conseguire un effimero risultato elettorale, dimostra una grave miopia politica.
È necessario alzare il livello di guardia e di scontro politico facendo emergere le contraddizioni di un sistema che per poter sostenere l’insostenibile fornisce narrazioni falsate della realtà e che, non avendo argomentazioni valide, utilizza la repressione, la delegittimazione fino alla criminalizzazione e l’oscuramento delle idee come unica arma di difesa.
Fonte
01/03/2024
Israele verifica come le è cambiato il mondo intorno
Alcuni anni fa lo storico israeliano Ilan Pappè inchiodava le responsabilità della comunità internazionale nella complicità con i crimini coloniali israeliani contro i palestinesi chiedendo: “Fino a quando il mondo permetterà a Israele di fare quello che fa?”
L’incantesimo sbagliato, che ha consentito decenni di consensi e complicità del tutto ingiustificati a livello internazionale verso Israele, sembra però essersi spezzato in più punti di fronte al genocidio dei palestinesi in corso a Gaza
Perfino in tre importanti paesi dove il livello di servilismo e complicità con lo Stato di Israele appariva inamovibile (Germania, Stati Uniti, Italia), si è rotto il silenzio e si palesano proteste sia verso la politica israeliana sia verso i suoi pervasivi – ma oggi meno efficaci – apparati ideologici di stato.
Mentre non si è ancora spenta né risolta la questione della partecipazione israeliana all’Eurovision, sul piano culturale si sono aperti altri fronti di contestazione contro Israele.
In Germania durante la cerimonia di premiazione del festival del cinema di Berlino sabato scorso ha fatto scalpore il regista statunitense Ben Russell che ha ritirato il premio per il suo documentario Direct Action indossando una kefiah palestinese sulle spalle e dichiarando che “Naturalmente siamo per la vita e siamo contrari al genocidio, e per un cessate il fuoco in solidarietà con i palestinesi”.
Applausi anche per la coppia di registi israeliano e palestinese Yuval Abraham e Basel Adra premiati per il loro documentario No Other Land e per le parole pronunciate durante la premiazione, quando hanno parlato di “carneficina e massacro dei palestinesi”. Le consuete reazioni di protesta di politici e ministri tedeschi a difesa di Israele non hanno avuto il potere interdittivo esercitato in passato. Se la diga si rompe si rompe.
Perfino nella pavida Italia, dopo le parole di Ghali al Festival di Sanremo, intorno alla Biennale di Venezia si è alzata la voce di Anga, sigla che sta per “Art Not Genocide Alliance”, un’alleanza di artisti che nel giro di poche ore ha raccolto oltre diecimila firme, intorno ad un documento che dichiara: “Noi firmatari chiediamo l’esclusione di Israele dalla Biennale di Venezia”.
La richiesta di escludere Israele è contenuta in una lettera diretta alla Fondazione della Biennale, che ha già raccolto migliaia di sottoscrittori. “Mentre il mondo dell’arte si prepara a visitare il diorama dello stato-nazione ai Giardini – si legge nell’appello – affermiamo che è inaccettabile ospitare uno Stato impegnato nelle atrocità in corso contro i palestinesi a Gaza. No al Padiglione del Genocidio alla Biennale”.
I promotori dell’iniziativa hanno sottolineato che “la richiesta di riconoscimento delle atrocità commesse dai partecipanti” all’esposizione veneziana “non sono senza precedenti”. Dal 1950 al 1968, ricordano, “a causa della diffusa condanna globale e degli appelli al boicottaggio, il Sudafrica dell’Apartheid fu scoraggiato dall’esporre e messo da parte quando la Biennale assegnò gli spazi. Il Sudafrica non fu riammesso fino all’abolizione del regime dell’apartheid nel 1993”.
Viene poi citato il caso del conflitto russo in Ucraina: “Nel 2022 – si legge nella lettera – la Biennale ha condannato l’inaccettabile aggressione militare da parte della Russia, che includeva la dichiarazione di rifiutare qualsiasi forma di collaborazione con coloro che hanno compiuto o sostenuto un atto di aggressione così grave”.
I promotori hanno quindi puntato il dito anche contro “il silenzio” della Biennale “sulle atrocità di Israele contro i palestinesi. Siamo sconvolti da questo doppio standard – proseguono –. Qualsiasi lavoro che rappresenti ufficialmente lo Stato di Israele costituisce un’approvazione delle sue politiche genocide. Non esiste libera espressione per i poeti, gli artisti e gli scrittori palestinesi assassinati, messi a tacere, imprigionati, torturati”.
Infine, e proprio negli Stati Uniti, la protesta contro la complicità della Casa Bianca con Israele è detonata anche sul piano politico e non solo in quello universitario o nelle piazze.
Il presidente Biden, infatti ha vinto le primarie democratiche in Michigan con il 78,5 per cento dei voti, ma almeno il 16,5 per cento degli elettori ha scelto l’opzione “uncommitted” sulla scheda elettorale, accogliendo la richiesta avanzata da diversi attivisti e organizzazioni solidali con la Palestina che hanno protestato contro le politiche dell’amministrazione Biden su Israele e Gaza. Si tratta di circa 17.300 voti: un dato già di gran lunga superiore ai 10 mila voti di scarto che hanno permesso a Trump di conquistare lo Stato alle elezioni del 2016.
Il fatto che questa clamorosa azione di protesta sia avvenuta in un meccanismo decisivo della politica negli Stati Uniti dà il segno di come il sistema di intimidazione dei gruppi sionisti sulla politica, la cultura e il mondo accademico Usa venga oggi contrastato apertamente.
Israele sta ormai verificando non solo che il mondo intorno a se è cambiato ma che le file di quelli disposti a chiudere gli occhi o abbassare la testa di fronte ai crimini di guerra israeliani si sono assottigliate. Forse il mondo sta finalmente cessando di “permettere a Israele di fare quello che fa”.
Fonte
L’incantesimo sbagliato, che ha consentito decenni di consensi e complicità del tutto ingiustificati a livello internazionale verso Israele, sembra però essersi spezzato in più punti di fronte al genocidio dei palestinesi in corso a Gaza
Perfino in tre importanti paesi dove il livello di servilismo e complicità con lo Stato di Israele appariva inamovibile (Germania, Stati Uniti, Italia), si è rotto il silenzio e si palesano proteste sia verso la politica israeliana sia verso i suoi pervasivi – ma oggi meno efficaci – apparati ideologici di stato.
Mentre non si è ancora spenta né risolta la questione della partecipazione israeliana all’Eurovision, sul piano culturale si sono aperti altri fronti di contestazione contro Israele.
In Germania durante la cerimonia di premiazione del festival del cinema di Berlino sabato scorso ha fatto scalpore il regista statunitense Ben Russell che ha ritirato il premio per il suo documentario Direct Action indossando una kefiah palestinese sulle spalle e dichiarando che “Naturalmente siamo per la vita e siamo contrari al genocidio, e per un cessate il fuoco in solidarietà con i palestinesi”.
Applausi anche per la coppia di registi israeliano e palestinese Yuval Abraham e Basel Adra premiati per il loro documentario No Other Land e per le parole pronunciate durante la premiazione, quando hanno parlato di “carneficina e massacro dei palestinesi”. Le consuete reazioni di protesta di politici e ministri tedeschi a difesa di Israele non hanno avuto il potere interdittivo esercitato in passato. Se la diga si rompe si rompe.
Perfino nella pavida Italia, dopo le parole di Ghali al Festival di Sanremo, intorno alla Biennale di Venezia si è alzata la voce di Anga, sigla che sta per “Art Not Genocide Alliance”, un’alleanza di artisti che nel giro di poche ore ha raccolto oltre diecimila firme, intorno ad un documento che dichiara: “Noi firmatari chiediamo l’esclusione di Israele dalla Biennale di Venezia”.
La richiesta di escludere Israele è contenuta in una lettera diretta alla Fondazione della Biennale, che ha già raccolto migliaia di sottoscrittori. “Mentre il mondo dell’arte si prepara a visitare il diorama dello stato-nazione ai Giardini – si legge nell’appello – affermiamo che è inaccettabile ospitare uno Stato impegnato nelle atrocità in corso contro i palestinesi a Gaza. No al Padiglione del Genocidio alla Biennale”.
I promotori dell’iniziativa hanno sottolineato che “la richiesta di riconoscimento delle atrocità commesse dai partecipanti” all’esposizione veneziana “non sono senza precedenti”. Dal 1950 al 1968, ricordano, “a causa della diffusa condanna globale e degli appelli al boicottaggio, il Sudafrica dell’Apartheid fu scoraggiato dall’esporre e messo da parte quando la Biennale assegnò gli spazi. Il Sudafrica non fu riammesso fino all’abolizione del regime dell’apartheid nel 1993”.
Viene poi citato il caso del conflitto russo in Ucraina: “Nel 2022 – si legge nella lettera – la Biennale ha condannato l’inaccettabile aggressione militare da parte della Russia, che includeva la dichiarazione di rifiutare qualsiasi forma di collaborazione con coloro che hanno compiuto o sostenuto un atto di aggressione così grave”.
I promotori hanno quindi puntato il dito anche contro “il silenzio” della Biennale “sulle atrocità di Israele contro i palestinesi. Siamo sconvolti da questo doppio standard – proseguono –. Qualsiasi lavoro che rappresenti ufficialmente lo Stato di Israele costituisce un’approvazione delle sue politiche genocide. Non esiste libera espressione per i poeti, gli artisti e gli scrittori palestinesi assassinati, messi a tacere, imprigionati, torturati”.
Infine, e proprio negli Stati Uniti, la protesta contro la complicità della Casa Bianca con Israele è detonata anche sul piano politico e non solo in quello universitario o nelle piazze.
Il presidente Biden, infatti ha vinto le primarie democratiche in Michigan con il 78,5 per cento dei voti, ma almeno il 16,5 per cento degli elettori ha scelto l’opzione “uncommitted” sulla scheda elettorale, accogliendo la richiesta avanzata da diversi attivisti e organizzazioni solidali con la Palestina che hanno protestato contro le politiche dell’amministrazione Biden su Israele e Gaza. Si tratta di circa 17.300 voti: un dato già di gran lunga superiore ai 10 mila voti di scarto che hanno permesso a Trump di conquistare lo Stato alle elezioni del 2016.
Il fatto che questa clamorosa azione di protesta sia avvenuta in un meccanismo decisivo della politica negli Stati Uniti dà il segno di come il sistema di intimidazione dei gruppi sionisti sulla politica, la cultura e il mondo accademico Usa venga oggi contrastato apertamente.
Israele sta ormai verificando non solo che il mondo intorno a se è cambiato ma che le file di quelli disposti a chiudere gli occhi o abbassare la testa di fronte ai crimini di guerra israeliani si sono assottigliate. Forse il mondo sta finalmente cessando di “permettere a Israele di fare quello che fa”.
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06/02/2024
Medvedev: “sostegno russo all’opposizione extrasistemica occidentale”
Stupisce di non aver visto reazioni scandalizzate (a meno che non ci siano sfuggite) di esponenti liberal-occidentali e media in doppiopetto, all’ennesima uscita “osé” del vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev.
Il quale esorta (par di capire: media ed esponenti russi all’estero) ad appoggiare in qualsiasi modo i «nuovi politici» della «opposizione antisistema» in Occidente, affinché riescano a ottenere «risultati dignitosi alle elezioni».
Ora, parte della letteratura politica russa definisce “opposizione antisistema” in Russia tutta quella congerie di esponenti, partiti e organizzazioni radicali che non accettano «il sistema dei valori socio-politici dei gruppi dominanti e il relativo corso politico». Ognuno è libero di inserire in tale categoria qualunque nome tra quelli “raccomandati” da giornali e TV nostrani quali eminenti “oppositori di Putin”.
Per quanto riguarda l’Occidente, nella visione dei politologi russi il criterio principale per distinguere i tipi di opposizione politica è «la conformità degli obiettivi dell’opposizione ai principi fondamentali dell’ordine costituzionale», da cui discende che «l‘opposizione extrasistemica si distingue per un duro confronto con il potere, l’uso di metodi non sempre legittimi o legali per condurre la lotta politica».
In tale opposizione extrasistemica, sarebbero comprese «organizzazioni di sinistra e di destra di tipo radicale o estremista, che rifiutano quel sistema di valori politici, che è invece legittimo per la maggioranza della popolazione».
Dopo questo sommario excursus, di fronte, come si diceva, alle parole di Dmitrij Medvedev, pareva legittimo aspettarsi furiose e indignate alzate di scudi nelle liberal-arrivistiche democrazie elettoralistiche, con grida e lai contro nuove ingerenze russe nel “libero processo elettorale” occidentale. Per ora, a quanto pare, nulla.
Ma, non disperiamo. L’occasione è oltremodo ghiotta. Oltretutto, questa volta, Medvedev mette nella cesta “opposizione di destra e di sinistra” ed è prevedibile che si assista ad “accoltellamenti” trasversali, per addossare al “nemico dichiarato” la qualifica di “extrasistemico”, nella cui definizione ognuno farà rientrare le peggiori invettive da affibbiare al concorrente di urna, con l’aggravante di essere “al soldo di Putin”.
Dunque, non solo, che so, PD contro Lega o CasaPound, oppure FdI contro qualche oscuro gruppetto emme-elle (ve l’immaginate i “soldi russi” a un redivivo Brandirali?!) o Tomaso Montanari, oppure Sinistra italiana contro Democrazia Sovrana Popolare...
Metteranno le transenne a Roma, in via Gaeta, per regolare l’afflusso di questuanti?
Ma poi, chissà se Medvedev abbia in mente specificamente l’Italia, o non punti direttamente (come da Mosca si sente dire più spesso in questi giorni) a gente come l’AfD tedesca, quale “opposizione antisistema” davvero in grado di incidere, coi numeri che si ritrova, nello establishment teutonico.
Del resto, Medvedev parla di un «arrivo ai vertici governativi» delle forze antisistemiche. E tra i nani italici, l’obiettivo è troppo alto. In ogni caso, è probabile che ci sarà da sbellicarsi.
Ecco la traduzione – non testuale, ma conforme all’originale – di quanto scrive Dmitrij Medvedev.
Il quale esorta (par di capire: media ed esponenti russi all’estero) ad appoggiare in qualsiasi modo i «nuovi politici» della «opposizione antisistema» in Occidente, affinché riescano a ottenere «risultati dignitosi alle elezioni».
Ora, parte della letteratura politica russa definisce “opposizione antisistema” in Russia tutta quella congerie di esponenti, partiti e organizzazioni radicali che non accettano «il sistema dei valori socio-politici dei gruppi dominanti e il relativo corso politico». Ognuno è libero di inserire in tale categoria qualunque nome tra quelli “raccomandati” da giornali e TV nostrani quali eminenti “oppositori di Putin”.
Per quanto riguarda l’Occidente, nella visione dei politologi russi il criterio principale per distinguere i tipi di opposizione politica è «la conformità degli obiettivi dell’opposizione ai principi fondamentali dell’ordine costituzionale», da cui discende che «l‘opposizione extrasistemica si distingue per un duro confronto con il potere, l’uso di metodi non sempre legittimi o legali per condurre la lotta politica».
In tale opposizione extrasistemica, sarebbero comprese «organizzazioni di sinistra e di destra di tipo radicale o estremista, che rifiutano quel sistema di valori politici, che è invece legittimo per la maggioranza della popolazione».
Dopo questo sommario excursus, di fronte, come si diceva, alle parole di Dmitrij Medvedev, pareva legittimo aspettarsi furiose e indignate alzate di scudi nelle liberal-arrivistiche democrazie elettoralistiche, con grida e lai contro nuove ingerenze russe nel “libero processo elettorale” occidentale. Per ora, a quanto pare, nulla.
Ma, non disperiamo. L’occasione è oltremodo ghiotta. Oltretutto, questa volta, Medvedev mette nella cesta “opposizione di destra e di sinistra” ed è prevedibile che si assista ad “accoltellamenti” trasversali, per addossare al “nemico dichiarato” la qualifica di “extrasistemico”, nella cui definizione ognuno farà rientrare le peggiori invettive da affibbiare al concorrente di urna, con l’aggravante di essere “al soldo di Putin”.
Dunque, non solo, che so, PD contro Lega o CasaPound, oppure FdI contro qualche oscuro gruppetto emme-elle (ve l’immaginate i “soldi russi” a un redivivo Brandirali?!) o Tomaso Montanari, oppure Sinistra italiana contro Democrazia Sovrana Popolare...
Metteranno le transenne a Roma, in via Gaeta, per regolare l’afflusso di questuanti?
Ma poi, chissà se Medvedev abbia in mente specificamente l’Italia, o non punti direttamente (come da Mosca si sente dire più spesso in questi giorni) a gente come l’AfD tedesca, quale “opposizione antisistema” davvero in grado di incidere, coi numeri che si ritrova, nello establishment teutonico.
Del resto, Medvedev parla di un «arrivo ai vertici governativi» delle forze antisistemiche. E tra i nani italici, l’obiettivo è troppo alto. In ogni caso, è probabile che ci sarà da sbellicarsi.
Ecco la traduzione – non testuale, ma conforme all’originale – di quanto scrive Dmitrij Medvedev.
*****
Constatando come, ormai da tempo, l’Occidente sostenga e foraggi in qualsiasi modo la «cosiddetta opposizione antisistema» russa, del tipo Navalnyj o Garri Kasparov, «il cui posto sarebbe da tempo una clinica psichiatrica», insieme a «tutto il colorato calderone di oppositori glamour, dispersisi negli ultimi decenni, come topi appestati, in tutti i paesi occidentali», le bande di ladri e assassini di Mikhail Khodorkovskij.
Oltre ai “giovani degenerati” che hanno indossato l’uniforme dei nazisti ucraini («Khokhlonazi» li definisce Medvedev; come i nazionalisti ucraini denigrano i russi chiamandoli “moskaly”, così i russi definiscono gli ucraini “khokhli” per la loro pronuncia aspirata) per organizzare attacchi terroristici e sabotaggi in Russia.
E tra quegli «oppositori glamour», dice Medvedev, si annovera anche la loro servitù intellettuale, diffusa «tra le canaglie della letteratura, per le quali piange la piccozza di un nuovo Ramon Mercader».
«Perché ho ricordato i nostri “antisistema” con tutto il loro disgustoso squallore?
Ecco perché. Anche in Occidente c’è un’opposizione antisistema, pur se non squallida e prezzolata come quella russa, ma molto più ragionevole e dignitosa, che non desidera affatto la distruzione della propria Patria, come i rinnegati fuggiaschi russi, ma guarda a una diversa via di sviluppo.
Tale opposizione esiste sia di destra che di sinistra. Ciascuna con il proprio programma nazionale, che si contrappone al globalismo americano. È presente in tutti i paesi UE e anche oltreoceano; c’è nei parlamenti nazionali e nel Parlamento europeo, dove presto si terranno le elezioni.
Senza dubbio, questi nuovi politici sono molto più corretti e motivati delle vecchie volpi dei tradizionali partiti occidentali. Questa opposizione, ancora irregolare, vede oggi chiaramente tutti i vizi dell’attuale globalismo liberale e dell’ordine mondiale incentrato sugli Stati Uniti» («pindostanocentrico», scrive Medvedev, laddove “pindos” è vocabolo dispregiativo, di origine antica, e poi tornato in uso in riferimento ai militari USA, in particolare dopo lo schieramento di contingenti ONU, anche russi, in Kosovo).
Così che, scrive Medvedev, il compito di Mosca è quello di sostenere in ogni modo possibile questi politici e i loro partiti in Occidente, aiutandoli apertum et secretum, a ottenere risultati dignitosi alle elezioni.
Alcuni di loro si trasformeranno da oppositori antisistemici in una nuova parte dell’establishment politico. E il loro arrivo ai vertici governativi è in grado di risanare radicalmente il panorama politico nel mondo occidentale.
Ecco perché sono così temuti dagli astuti («culigrassi» scrive Medvedev) «intellettuali castrati che guidano le vecchie forze politiche in Europa e oltreoceano, così come dagli asessuati arcobaleni smidollati, oggi al timone di molti paesi occidentali. E non a caso hanno paura. Dopotutto, Lao Tzu diceva che “il flessibile e debole supera il duro e il forte”».
Un po’ trash e per nulla amichevole, come quando ci si trova in guerra, chiamando in causa i veri manovratori di Kiev...
Fonte
15/12/2023
L’accordo Italia-Albania sui centri per i rifugiati non è molto gradito a Tirana
Prima c’è stata la sentenza della Corte Costituzionale albanese che ha lo stoppato. Ieri si è scatenata una zuffa nell’aula del Parlamento di Tirana. L’accordo tra Italia e Albania sui migranti, sull’altra sponda dell'Adriatico sta trovando diversi ostacoli sulla sua strada, scatenando la rabbia tra i deputati dell’opposizione albanese, che hanno interrotto l’apertura della sessione del Parlamento di giovedì.
La sicurezza aveva bloccato l’ingresso all’edificio del Parlamento ai deputati del Partito democratico, (centro-destra e all’opposizione) protagonisti nelle scorse settimane di alcuni episodi di violenza all’interno dell’aula parlamentare.
Questo ha dato il via a un momento di forte tensione con i deputati di centro destra che hanno a loro volta bloccato l’accesso all’aula ai loro colleghi del Partito “socialista” (al governo). Alla fine questi ultimi sono dovuti entrare in Parlamento da un’entrata secondaria.
All’interno dell’aula i deputati hanno comunque acceso alcuni razzi e fatto rumore per disturbare la sessione di lavoro parlamentare.
Il Parlamento avrebbe dovuto votare il controverso accordo sull’immigrazione con l’Italia, ma il presidente della Camera Lindita Nikolla aveva rimosso il punto dall’ordine del giorno dopo che mercoledì la Corte costituzionale ne ha sospeso la ratifica.
La Corte costituzionale albanese ha annunciato la sospensione della ratifica dell’accordo sui migranti dopo che l’opposizione ha presentato un ricorso sostenendo che l’accordo viola la Costituzione e le convenzioni internazionali ratificate dall’Albania.
La Corte ha infatti accolto due ricorsi avanzati, in sede separata, dal Partito Democratico albanese e da altri 28 deputati sostenitori dell’ex premier Sali Berisha. Nei rilievi si sostiene che l’intesa con l’Italia viola le convenzioni internazionali sottoscritte da Tirana, circostanza che impone lo stop alla ratifica parlamentare fino a prossimo verdetto della Corte.
La ratifica parlamentare di Tirana dell’accordo tra Albania e Italia è sospesa fino alla sentenza della Corte Costituzionale, la quale ha tempo fino al 6 marzo per formularla. La prima sessione della Corte è prevista per il 18 gennaio del prossimo anno.
L’accordo “privato” tra la Meloni e il premier Rama dovrà attendere ancora un bel po’ prima di sapere che fine farà... in Albania. E poi c’è da vedere anche come andrà in Italia, nonostante l’ottimismo del ministro Tajani.
Fonte
La sicurezza aveva bloccato l’ingresso all’edificio del Parlamento ai deputati del Partito democratico, (centro-destra e all’opposizione) protagonisti nelle scorse settimane di alcuni episodi di violenza all’interno dell’aula parlamentare.
Questo ha dato il via a un momento di forte tensione con i deputati di centro destra che hanno a loro volta bloccato l’accesso all’aula ai loro colleghi del Partito “socialista” (al governo). Alla fine questi ultimi sono dovuti entrare in Parlamento da un’entrata secondaria.
All’interno dell’aula i deputati hanno comunque acceso alcuni razzi e fatto rumore per disturbare la sessione di lavoro parlamentare.
Il Parlamento avrebbe dovuto votare il controverso accordo sull’immigrazione con l’Italia, ma il presidente della Camera Lindita Nikolla aveva rimosso il punto dall’ordine del giorno dopo che mercoledì la Corte costituzionale ne ha sospeso la ratifica.
La Corte costituzionale albanese ha annunciato la sospensione della ratifica dell’accordo sui migranti dopo che l’opposizione ha presentato un ricorso sostenendo che l’accordo viola la Costituzione e le convenzioni internazionali ratificate dall’Albania.
La Corte ha infatti accolto due ricorsi avanzati, in sede separata, dal Partito Democratico albanese e da altri 28 deputati sostenitori dell’ex premier Sali Berisha. Nei rilievi si sostiene che l’intesa con l’Italia viola le convenzioni internazionali sottoscritte da Tirana, circostanza che impone lo stop alla ratifica parlamentare fino a prossimo verdetto della Corte.
La ratifica parlamentare di Tirana dell’accordo tra Albania e Italia è sospesa fino alla sentenza della Corte Costituzionale, la quale ha tempo fino al 6 marzo per formularla. La prima sessione della Corte è prevista per il 18 gennaio del prossimo anno.
L’accordo “privato” tra la Meloni e il premier Rama dovrà attendere ancora un bel po’ prima di sapere che fine farà... in Albania. E poi c’è da vedere anche come andrà in Italia, nonostante l’ottimismo del ministro Tajani.
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19/08/2023
Governo Meloni debole con industriali e banchieri, duro con i lavoratori: costruiamo l’opposizione indipendente
Il governo Meloni sperava di chiudere i lavori parlamentari e andare tranquillamente in ferie. Contrariamente alle sue aspettative, le proteste contro lo stop al reddito di cittadinanza, lo scontro sul salario minimo e la scomposta retromarcia sugli extraprofitti bancari, hanno mostrato una compagine governativa che fatica a tenere due parti in commedia.
Regime duro con i lavoratori e debole con banchieri, industriali e speculatori internazionali.
Malgrado le capacità comunicative e il consenso dei ceti sociali di riferimento, appare chiaro come di fronte alle contraddizioni tra capitale e lavoro, la natura antioperaia del governo Meloni perda a mano a mano i veli della demagogia.
La stessa riforma fiscale, varata ai primi di agosto con lo strumento di legge delega, disegna un sistema fiscale più leggero, con meno accertamenti per le imprese e con una flat tax che favorisce le partite iva ricche. La riduzione delle aliquote fiscali, al contrario delle dichiarazioni di governo, non sostiene la progressività del sistema fiscale.
Scopriamo da Union Impresa che nel paese dove le aziende evadono circa 100 miliardi di euro, le società, i big della finanza e le rendite finanziarie versano solo 45,6 miliardi di euro di tasse pari al 9 % della fiscalità generale.
Il 41,2%, al contrario, sono tasse dirette sul lavoro dipendente pari a 205,8 miliardi di euro, mentre 171,6 miliardi euro (34,3 %) sono la tassazione indiretta sui consumi, ossia l’IVA, una tassa non progressiva che con l’impennata dell’inflazione ha ulteriormente eroso gli stipendi e le pensioni.
Ci sarebbe quindi bisogno di una riforma fiscale di segno totalmente opposto che redistribuisca i pesi fiscali, IVA compresa, che trovi le risorse per garantire a lavoratori e pensionati i servizi pubblici che pagano ma non ricevono. Altroché riduzione dei controlli!
Governo Meloni debole con le banche! Dopo le pressioni dei banchieri oggi si parla di deducibilità degli oneri che non supereranno lo 0,1% degli extraprofitti e di riutilizzo del prelievo fiscale a sostegno dei mutui prima casa, le cui richieste sono crollate del 24% a causa dell’aumento dei tassi di interesse.
Nonostante gli istituti bancari abbiano ricevuto miliardi dai decreti salva banche, soldi pubblici raccolti grazie alla fiscalità generale, attualmente migliaia di famiglie e persone sono alle prese con i mutui a tassi insostenibili. Né governo, né la cosiddetta opposizione si muovono per dare un freno ai tassi di interesse su mutui e prestiti che continuano a schizzare verso l’alto, nessuno stop agli sfratti: insomma le banche continueranno a fare extraprofitti.
C’è una continuità con i governi precedenti anche per quanto riguarda il settore industriale. Le scelte fatte confermano che questo governo svende, senza alcuna garanzia occupazionale, il patrimonio industriale a investitori italiani ed esteri a cui aggiunge un forte sostegno economico. I capitoli automotive (Stellantis), acciaio (AdI e JSW), trasporto aereo (ITA- Lufthansa) e le telecomunicazioni, ci raccontano questo.
Nei prossimi mesi saremo chiamati a contrastare una politica fortemente reazionaria, bellicista e antioperaia, sfidando sul terreno della lotta e della mobilitazione, partiti e organizzazioni sindacali che, dopo avere accompagnato i governi del disastro sociale e sostenuto la guerra e le spese militari, oggi provano ad occupare il ruolo di opposizione.
Le prime tappe saranno le raccolte delle firme per le due leggi di iniziativa popolare sul salario minimo a 10 € legato all’inflazione e sull’introduzione del reato di omicidio e lesioni gravi e gravissime sui posti di lavoro. Il 2 settembre saremo a Cernobbio per contestare il gotha della finanza che si riunisce al Forum Ambrosetti. L’8-9-10 settembre a Roma contro la rendita e per il diritto all’abitare.
Non sarà semplice ma è necessario impegnarsi a costruire vasto movimento di opposizione indipendente dei lavoratori.
Unione Sindacale di Base
Fonte
Regime duro con i lavoratori e debole con banchieri, industriali e speculatori internazionali.
Malgrado le capacità comunicative e il consenso dei ceti sociali di riferimento, appare chiaro come di fronte alle contraddizioni tra capitale e lavoro, la natura antioperaia del governo Meloni perda a mano a mano i veli della demagogia.
La stessa riforma fiscale, varata ai primi di agosto con lo strumento di legge delega, disegna un sistema fiscale più leggero, con meno accertamenti per le imprese e con una flat tax che favorisce le partite iva ricche. La riduzione delle aliquote fiscali, al contrario delle dichiarazioni di governo, non sostiene la progressività del sistema fiscale.
Scopriamo da Union Impresa che nel paese dove le aziende evadono circa 100 miliardi di euro, le società, i big della finanza e le rendite finanziarie versano solo 45,6 miliardi di euro di tasse pari al 9 % della fiscalità generale.
Il 41,2%, al contrario, sono tasse dirette sul lavoro dipendente pari a 205,8 miliardi di euro, mentre 171,6 miliardi euro (34,3 %) sono la tassazione indiretta sui consumi, ossia l’IVA, una tassa non progressiva che con l’impennata dell’inflazione ha ulteriormente eroso gli stipendi e le pensioni.
Ci sarebbe quindi bisogno di una riforma fiscale di segno totalmente opposto che redistribuisca i pesi fiscali, IVA compresa, che trovi le risorse per garantire a lavoratori e pensionati i servizi pubblici che pagano ma non ricevono. Altroché riduzione dei controlli!
Governo Meloni debole con le banche! Dopo le pressioni dei banchieri oggi si parla di deducibilità degli oneri che non supereranno lo 0,1% degli extraprofitti e di riutilizzo del prelievo fiscale a sostegno dei mutui prima casa, le cui richieste sono crollate del 24% a causa dell’aumento dei tassi di interesse.
Nonostante gli istituti bancari abbiano ricevuto miliardi dai decreti salva banche, soldi pubblici raccolti grazie alla fiscalità generale, attualmente migliaia di famiglie e persone sono alle prese con i mutui a tassi insostenibili. Né governo, né la cosiddetta opposizione si muovono per dare un freno ai tassi di interesse su mutui e prestiti che continuano a schizzare verso l’alto, nessuno stop agli sfratti: insomma le banche continueranno a fare extraprofitti.
C’è una continuità con i governi precedenti anche per quanto riguarda il settore industriale. Le scelte fatte confermano che questo governo svende, senza alcuna garanzia occupazionale, il patrimonio industriale a investitori italiani ed esteri a cui aggiunge un forte sostegno economico. I capitoli automotive (Stellantis), acciaio (AdI e JSW), trasporto aereo (ITA- Lufthansa) e le telecomunicazioni, ci raccontano questo.
Nei prossimi mesi saremo chiamati a contrastare una politica fortemente reazionaria, bellicista e antioperaia, sfidando sul terreno della lotta e della mobilitazione, partiti e organizzazioni sindacali che, dopo avere accompagnato i governi del disastro sociale e sostenuto la guerra e le spese militari, oggi provano ad occupare il ruolo di opposizione.
Le prime tappe saranno le raccolte delle firme per le due leggi di iniziativa popolare sul salario minimo a 10 € legato all’inflazione e sull’introduzione del reato di omicidio e lesioni gravi e gravissime sui posti di lavoro. Il 2 settembre saremo a Cernobbio per contestare il gotha della finanza che si riunisce al Forum Ambrosetti. L’8-9-10 settembre a Roma contro la rendita e per il diritto all’abitare.
Non sarà semplice ma è necessario impegnarsi a costruire vasto movimento di opposizione indipendente dei lavoratori.
Unione Sindacale di Base
Fonte
25/06/2023
La sinistra di classe si prende la piazza contro il governo Meloni
Migliaia di persone, diecimila secondo molti, si sono presi ieri pomeriggio la piazza della Capitale per materializzare l’urgenza e i temi di una vera opposizione politica e sociale al governo Meloni.
Da una parte lavoratrici e lavoratori, studenti, immigrati, alluvionati della Romagna, pacifisti, dall’altra un governo fondato su una “aristocrazia fiscale” che si avventura nella guerra all’esterno e nello scontro sociale sul fronte interno.
Quella vista ieri in piazza è quella che possiamo definire la sinistra di classe nel nostro paese, alternativa al quadro politico dominante ma anche diversa e lontana da quella che la società percepisce ancora – e purtroppo – come “sinistra” nonostante abbia fatto di tutto per appiattirsi sul modello liberale. A chiarire le cose è stato il blitz con lancio di uova abbattutosi sulla sede della Confcooperative che legittima tutto il verminaio di false cooperative nella logistica e nei servizi.
Le istanze portate in piazza disegnano una agenda politica completamente diversa, a partire dal "no" al coinvolgimento dell’Italia nella guerra e all’autonomia differenziata e il "si" all’introduzione del salario minimo.
Questa agenda politica alternativa era leggibile negli striscioni e negli spezzoni politici e sociali che si sono snocciolati nelle strade da Piazza della Repubblica fino a San Giovanni.
L’apertura unitaria era caratterizzato dallo striscione contro il governo Meloni accusato di rubare il futuro. Seguivano lo striscione contro l’autonomia differenziata delle regioni che demolisce l’assetto costituzionale del paese. E poi i movimenti di lotta per il diritto all’abitare, a confermare la centralità di questioni come gli affitti-rapina e l’emergenza abitativa. E ancora l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, Potere al Popolo che ha messo in evidenza la richiesta del salario minimo a 10 euro e un grande spezzone dall’Emilia Romagna alluvionata con gli striscioni “Spalare e non sparare” e “Gli argini si sono rotti”.
Fitto, combattivo e numerosissimo lo spezzone degli studenti medi e universitari di Osa e Cambiare Rotta.
La Rete dei Comunisti ha riaffermato le sue priorità dietro lo striscione “Fuori l’Italia dalla gabbia euroatlantica”. L’Unione Popolare con lo striscione sul salario minimo a 10 euro.
Infine un enorme spezzone dell’Unione Sindacale di Base con in testa i braccianti dei campi della Puglia e della Calabria e poi dagli spezzoni delle realtà operaie – dall’Ilva da cui sono venuti con due pullman, alla logistica, alla Piaggio alla GD, ai portuali – a confermare che nelle manifestazioni i soggetti sociali in piazza non solo si contano ma “si pesano”.
“Chi è in piazza oggi sta da che parte stare” ha detto Marta Collot di Potere al Popolo dal palco di San Giovanni aprendo gli interventi. Mano a mano tutte le realtà politiche e sociali della manifestazione hanno preso la parola fino a quando, alle 17 in punto un acquazzone violento ha imposto la chiusura di questa straordinaria giornata di lotta e di rappresentazione di un blocco sociale antagonista al governo che ha necessità e legittimità sociale di darsi rappresentanza politica.
Il black out informativo imposto dai mass media non deve più impensierire nessuno. Il sistema dominante non prevede l’esistenza di una opposizione politica e sociale fuori dagli schemi consentiti e addomesticati. Ma la manifestazione ha dimostrato che questo esiste. In molti dovranno farsene una ragione.
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