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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/08/2025

Milano dall’elettronica alle aragoste

di Sergio Fontegher Bologna

Adesso che ho cominciato a dire la mia come faccio a tirarmi indietro?

L’altro giorno il “Corriere” ha intervistato mons. Delpini. Tra le tante cose sacrosante che ha detto, una mi è piaciuta particolarmente. Tanti dicono che Milano avrà la forza di risollevarsi dopo questa batosta. “Se queste persone ci sono, si facciano avanti!” dice Delpini.

Ma all’orizzonte non si vede anima viva, non si fa avanti nessuno. Qui l’aria che tira è: “ha da passà ‘a nuttata!”

I giornali poi sull’intervista di Delpini hanno chiesto il parere di Elena Buscemi, Presidente del Consiglio Comunale. Quando si occupava di città metropolitana ha dato una mano a noi di ACTA, perché potessimo avere più spazio nella tutela delle Partite Iva. La ricordo quindi con gratitudine. Oggi si trova in un’altra posizione e immagino che la poltrona che occupa non sia il massimo della comodità. Ovviamente non fa una difesa d’ufficio della Giunta, però dice una cosa che mi lascia perplesso: la bella Milano che tanti rimpiangono contrapponendola a quella di oggi, che tanti non sopportano, in realtà non è mai esistita, è il prodotto della fantasia di chi oggi critica la politica urbanistica.

Boh, sarà. Posso anche essere d’accordo: nella sequenza Mediobanca-Ligresti-Berlusconi- Catella-Sala-Tancredi c’è effettivamente una certa continuità, anzi mettiamoci dentro anche la “Milano da bere”, e abbiamo una storia che dura da quarant’anni (1985-2025). Elena ne ha 43 e capisco che non ha visto altro nella vita, quindi ha ragione a dire che “l’altra Milano” sta solo nella testa di anime belle.

Io ho il doppio degli anni di Elena Buscemi e ricordo che la Milano che ho vissuto dal 1957 in poi, cioè dai vent’anni in su, aveva tante cose diverse da quella di oggi – ci mancherebbe – però una, grande come una casa, salta agli occhi di chiunque conservi un po’ di senno. Cos’è?

La differenza di qualità dei ricchi. La dignità dei padroni di ieri e la cafonaggine dei padroni di oggi. Non è una battuta, è storia d’Italia. Un certo Enrico Mattei certo che stava a Roma ma Metanopoli l’ha messa qui e quando ha fondato un quotidiano la redazione era qui. Ed è morto poco lontano da qui, perché dava fastidio ai potenti del petrolio. E un certo Adriano Olivetti è vero che la sua azienda aveva il centro a Ivrea, ma quando ha avuto la lungimiranza di capire che un giorno il mondo sarebbe stato dominato dall’informatica, i suoi laboratori di ricerca li ha messi da queste parti, a Borgolombardo, a Pregnana Milanese. Da quei laboratori è uscito il primo personal computer della storia. E la Direzione Pubblicità coi grafici che hanno stupito tutto il mondo, Pintori, Bonfanti, e copywriter che rispondevano ai nomi di Franco Fortini e Giovanni Giudici, stava in via Clerici o in via Baracchini, non stava a Torino o a Chivasso. E la Direzione Commerciale Elettronica stava a due passi dal Pirellone. E i Sottsass, i Bellini, i Maldonado, grandi designer, stavano da queste parti, e non risulta che avessero traffici col Comune per vincere dei bandi. E Leopoldo Pirelli che quando diventa Presidente di Confindustria cerca di dare una svolta e di convincere gli industriali che le maestranze non sono solo delle braccia ma hanno anche un cervello, è uno che non ha paura di essere controcorrente.

Mettete a paragone questa gente con i vari Armani, che si fanno cucire le borsette da disperati a 4 euro l’ora, coi Farinetti, i Briatore, i Benetton, i Della Valle...

Insomma, sarò anche un vecchio brontolone, ma nessuno mi toglie dalla testa che il confronto tra i padroni di ieri e quelli di oggi è davvero impietoso. E questo ha delle conseguenze sull’aria che tira in una città, soprattutto se è sempre stata una città in mano ai padroni. Quelli di ieri stavano dentro le alte tecnologie, quelli di oggi che sanno fare? Scarpe, magliette, pizzerie. Prendiamo della gente come i Benetton. Ai tempi dei distretti erano bravi nella logistica, facendo magliette conquistano i mercati. Poi si sono stufati, troppa fatica pensare agli operai, meglio farsi dare dallo Stato le utilities, aeroporti, autostrade, quella roba costruita coi soldi dei contribuenti, che ti fa lavorare di meno e guadagnare un fracco di soldi: tu stai in poltrona e incassi i pedaggi. È il momento buono, tanto al governo c’è un certo Prodi, amico dei privati, l’uomo che ha smantellato l’IRI (di cui era Presidente). Certo, sulle autostrade bisogna fare un po’ di manutenzione, ma attenti a non spendere troppo eh... Così crolla il ponte Morandi, 43 morti. I Benetton vanno in galera? Ma manco per sogno. Però lo Stato li “punisce” e toglie loro la concessione. Il tutto dovrebbe avvenire senza indennizzi, il minimo, per il danno che hanno provocato. Macché, lo Stato si ricompra l’autostrada. La ricompra coi soldi nostri, ovviamente. Due miliardi e 400 milioni. Tanto al governo chi c’è? Una faccia nuova, un certo Conte, il cui partito sta oggi a Strasburgo all’estrema sinistra... e a Milano chiede le dimissioni di Sala. Ma allora stava con Salvini ed era culo e camicia con Trump primo.

Che bei padroni! Pensate a Farinetti. Cosa fa lui per te? Ti sceglie i formaggi migliori, ti risparmia una bella fatica. E li sceglie anche per la middle class di Manhattan.

E Briatore? Beh, qui rimando a Crozza.

Questa è tutta gente che apprezza il “modello Milano”, che la trova come Londra, come New York.

Chiudo con un consiglio turistico. Volete godervi “il modello Milano” nella sua pura essenza? Andate a cena alla “Langosteria”, in una traversa di Coni Zugna. Dicono i tassisti che si spende anche 900 euro a cena, mangi l’aragosta. Ma non è questo il bello, davanti all’ingresso, sempre, anche fuori dall’orario dei pasti, c’è un negro vestito elegante. Una volta, all’inizio, aveva anche il cilindro. Ed è lui che apre la porta, non si deve neanche far fatica, e una volta dentro si respira l’aria che dovevano respirare i padroni delle piantagioni, sì i sudisti, che avrete visto tante volte nei film, quelli convinti che i negri devono essere schiavi, quelli che ce l’avevano con Abramo Lincoln. Geniale il proprietario. Sempre pieno, tanto che ha dovuto aprire un locale gemello a due passi, in via Savona. Crozza dovrebbe imitare lui, altro che quel suonato di Briatore!

Fonte

09/08/2025

Costruire più case per abbassare gli affitti?

Scrive un deputato della repubblica italiana, economista, segretario di un partito, in un post di lunedì 21 luglio: “Facciamola semplice: se in una qualsiasi città i prezzi delle abitazioni sono troppo alti, c’è un solo modo per farli scendere: costruire più abitazioni”.
Il contesto, inutile dirlo, è il continuo e sfacciato tentativo di tenere in piedi il “modello Sala”, crollato rovinosamente a Milano.

Ma il deputato Marattin si inerpica su un terreno spinoso. Secondo lui la speculazione immobiliare, la costruzione estensiva di abitazioni, sarebbe un modo non solo per far guadagnare i costruttori, com’era sicuramente l’obiettivo del modello Milano, ma anche per abbassare i canoni d’affitto. Al di là delle vicende giudiziarie, insomma, fomentare la costruzione fa bene a tutti.

Il deputato va oltre, e scrive, excusatio non petita: “I tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge sono stati un fallimento in tutto il mondo e in ogni tempo”.
Gli inquilini e le inquiline, insomma, avrebbero bisogno di più cemento, non di leggi che li tutelino. È curioso come un’affermazione così controintuitiva ancora riesca a trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché?

Da una parte si continua ad alimentare l’illusione che gli imprenditori lavorino per la società e non per il proprio tornaconto, il che permette d’ignorare l’evidenza, per esempio, che l’enorme aumento di costruzioni degli ultimi anni sia orientato a favore delle classi medio-alte e al turismo, non certo a risolvere i problemi abitativi dei ceti impoveriti.

Dall’altra, perché persiste il mito della mano invisibile del “mercato”, che presenta come autoregolato, spontaneo e in qualche modo magico, il rapporto tra chi compra e chi vende – anche quando è così evidente, come dimostra proprio il modello Milano, che chi vende o affitta le case ha il potere, gli appoggi politici, la possibilità di “inventare” e diffondere una intera retorica, mentre chi le affitta, o prova a comprarle, non ha strumenti di questo tipo a disposizione.

Queste “soluzioni semplici”, che nascondono potere e diseguaglianze, fanno venire voglia di mettere mano alla sciabola. Per sublimare questo desiderio vale la pena fare una piccola carrellata sui “tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge” – le leggi per il rent control – che sono invece proprio le misure di cui abbiamo bisogno ora. 

Duemila anni di controllo degli affitti

L’umanità dev’essere proprio impermeabile agli errori, se lo stesso fallimento continua a riproporsi anche a distanza di millenni. La prima legge per controllare gli affitti che conosciamo risale alla Roma repubblicana, cinquant’anni prima della nascita di Cristo: fu sperimentata all’inizio nella piccola “colonia interna” del porto di Ostia, come cancellazione dei debiti e blocco dei pagamenti per un anno. Misure simili furono usate da Cesare e da Ottaviano, più avanti dagli imperatori Valeriano e Gallieno.

Altri esempi importanti furono le misure straordinarie introdotte dalla dinastia Song in Cina, intorno all’anno 1000; nel 1513, nello Stato Pontificio, un Decretum Camerae Apostolicae in fauorem inquilinorum sancì il controllo pubblico sugli affitti; a metà Settecento un editto del Regno di Sardegna affidò al vicario di Torino il compito di “conoscere e provvedere circa le differenze per eccessivo aumento di fìtto tra li padroni di case poste in detta Città ed i loro affittavoli, e di procedere ove d’uopo alla tassa de’ luoghi appigionati”; nel 1815 il Ducato di Modena pubblicò una legge che fissava l’affitto al 6% del valore della proprietà.

Si possono citare un’infinità di altri esempi, particolarmente concentrati nell’Europa meridionale – da Parigi a Malta, dal Portogallo alla Madrid del 1600: in alcuni casi le leggi funzionarono, in altri casi no (come quelle dell’imperatore Gallieno: i proprietari le aggirarono stipulando contratti brevi, non regolati).

Ma quello che più interessa sono le forme di regolazione moderne, che si diffusero in varie parti d’Europa e in Nordamerica all’inizio del Novecento.

Le lotte del movimento operaio di metà-fine Ottocento in molti casi reclamarono il diritto alla casa per chi viveva in affitto, cioè la totalità della classe lavoratrice: i padroni delle fabbriche erano spesso anche i padroni delle case.

In Scozia, Inghilterra, Irlanda, Svezia e Spagna, a cavallo del secolo, ci furono grandi “scioperi dell’affitto” che si conclusero spesso con l’approvazione di leggi per il controllo dei canoni: 1915 in Scozia, Inghilterra e Irlanda, 1917 in Svezia, 1919 in alcune parti della Germania, 1920 in Spagna e a New York.

Erano leggi pensate per essere temporanee, ma furono rinnovate per reggere l’emergenza della Grande Guerra.

La storica Jo Guildi spiega che il primo movimento inquilino moderno per l’abbassamento dei canoni era in primo luogo un movimento anticoloniale: furono i contadini irlandesi vessati dai proprietari inglesi a reclamare l’abbassamento per legge degli affitti delle terre e delle masserie, con il primo sciopero degli affitti della storia.

Il parlamento irlandese approvò un Land Act che impose che i contratti tra inquilini e proprietari considerassero il diritto all’uso delle terre, non solo quello alla proprietà, e regolati da un tribunale speciale. Dei valutatori professionisti analizzavano i canoni caso per caso.

I movimenti inquilini di altre regioni britanniche presero l’esempio e iniziarono altri scioperi dell’affitto: il più grande fu quello del 1915 a Glasgow, dove c’è ancora la statua di una delle leader della protesta inquilina, Mary Barbour (gli inquilini e le inquiline che trattenevano l’affitto furono chiamati “l’esercito di Mrs. Barbour”).

Anche in Spagna le donne erano molto attive nelle organizzazioni inquiline di inizio secolo: i sindacati inquilini di Bilbao, Valencia e Barcellona furono fondati nel 1904, e nel 1920 riuscirono a far approvare la prima legge per ridurre i canoni, estendere la durata dei contratti e limitare gli sfratti. Le proteste non si fermarono, e nell’aprile 1931 a Barcellona iniziò un enorme sciopero dell’affitto (la huelga de alquileres), chiamato dal sindacato anarchico della CNT, a cui parteciparono oltre centomila unità abitative.

Queste leggi ottennero l’abbassamento dei canoni, anche se spesso il risultato fu inferiore alle aspettative: l’obiettivo della CNT era che gli affitti scendessero del quaranta per cento e fossero azzerati per chi non aveva reddito (perché la casa è un diritto!).

Il governo repubblicano spagnolo non arrivò a tanto, ma certamente molte famiglie operaie o disoccupate videro migliorare le proprie condizioni prima che Francisco Franco iniziasse a intaccare il controllo pubblico sugli affitti.

Anche in Italia fu Mussolini, nel 1923, a eliminare il blocco degli affitti in vigore sin dalla Grande Guerra: fu la prima legge del fascismo, fatta per compiacere proprietari immobiliari e investitori. Gli affitti aumentarono vertiginosamente, soprattutto a Roma e Milano, e nel 1930 il regime dovette reintrodurre la regolamentazione.

Anche i governi più conservatori ricorrono al controllo degli affitti in tempi di guerra e di crisi, e gli effetti sono evidenti: gli affitti scendono e gli inquilini più vulnerabili hanno meno difficoltà a rimanere nelle loro case. Lo dimostra anche l’esempio dell’Argentina, dove il rent control permise a migliaia di famiglie di sopravvivere dopo la prima e la seconda guerra mondiale, con regolamentazioni molto stringenti.
 
Inefficacia del rent control, un mito del maccartismo

L’attacco più duro al controllo degli affitti fu negli anni Cinquanta, quando forme di rent control erano attive in molti stati e città sia d’Europa che d’America.

Il mantra degli economisti liberisti statunitensi, orientati dal maccartismo, dall’anticomunismo e dalla retorica del laissez-faire, divenne proprio “l’inefficacia” del rent control, per non dire che il controllo degli affitti fa male ai proprietari, si iniziò a dire che faceva male agli inquilini.

Negli anni Settanta, importanti economisti come Milton Friedman e Friedrich Hayek furono i campioni di questa nuova ondata di retorica liberista, che si scatenò ovunque si fossero ottenute conquiste sociali nei decenni precedenti.

La retorica contro il rent control raggiunse picchi epici, come quando l’economista svedese Assar Lindbeck scrisse che il controllo degli affitti “sembra essere la tecnica più efficace per distruggere una città, oltre a bombardarla”.

Ora sappiamo che queste sparate erano parte di un vero e proprio progetto politico, quello identificato da Marco D’Eramo in Dominio, e cioè l’assalto dei think tank conservatori alle conquiste del movimento operaio e delle battaglie degli afroamericani per i diritti civili.

Think tank finanziati dalla lobby immobiliare come il Fraser Institute ebbero un ruolo determinante nel modellare il discorso pubblico.

Mentre Lindbeck e gli altri pontificavano sull’inefficacia del rent control, l’associazione dei proprietari immobiliari californiani spendeva quattordici milioni di dollari per far ritirare le regolamentazioni, allora attive in tredici comuni dello stato – oltre che in cinque città del Massachusetts, centoventi del New Jersey, e a New York.

Anche in Europa il controllo degli affitti cadde, prima in Irlanda, nel 1966, poi in Inghilterra, nel 1982, poi in Spagna, nel 1986, infine in Italia, con la liberalizzazione dei fitti del 1998. Mentre la prima stagione di liberalizzazioni fu guidata dalla destra (Reagan e Thatcher), la seconda è interamente opera della cosiddetta sinistra (il Psoe di Felipe González in Spagna, il governo D’Alema in Italia). L’opera iniziata da Franco e Mussolini fu conclusa dagli ex comunisti.

Tom Slater e Hamish Kallin, geografi marxisti scozzesi, oggi i principali esperti di rent control, descrivono questo assalto come una “pseudoscienza”, promozione organizzata dell’ignoranza.

L’assalto degli economisti al rent control si basa sempre su tre miti. Il rent control spingerebbe i proprietari a ridurre l’offerta di case (supply myth), non incentiverebbe i proprietari a migliorarne la qualità (quality myth), e in generale sarebbe inefficiente (efficiency myth) perché gli inquilini finirebbero per abitare case migliori di quelle che si possono permettere.

In un libro che uscirà a fine anno con Armando Editore, scritto insieme a Chiara Davoli, entreremo più nel dettaglio sulle fallacie fattuali e logiche di questi tre miti, il cui debunking comunque si trova negli articoli e nelle interviste di Slater e Kallin (come questa, questo, e questo, purtroppo protetti da paywall accademici).

Per riassumere, basti vedere che trent’anni di liberismo non hanno certo prodotto maggiore offerta di case, né maggiore qualità; qualità e offerta sono molto migliori in paesi dove ci sono regolamentazioni, come i Paesi Bassi, rispetto che a dove non ci sono, come il Regno Unito.

Si pensi alla tragedia della Grenfell Tower a Londra, dove morirono settanta persone a causa della pessima qualità delle abitazioni, in un sistema ultraliberista: la mano invisibile del mercato non aveva dato neanche una passata di vernice. Anzi, è proprio il libero mercato a produrre effetti simili a un bombardamento: un esempio per tutti, Detroit.

Meglio non commentare il mito dell’efficienza, che dà per scontato che i poveri debbano vivere sempre al minimo della sussistenza, e che le case grandi e belle devono essere per forza abitate dai ricchi.
 
Rent control oggi

Nonostante questo assalto neoliberale, nonostante i Marattin, nonostante i think tank nostrani (il presidente di Confedilizia Calabria, Sandro Scoppa, ha curato un recente volume dal titolo Controllare gli affitti, distruggere l’economia), nuove forme di controllo pubblico sugli affitti stanno tornando in auge in tanti paesi del Mondo.

L’evidenza del fallimento del libero mercato, soprattutto di fronte alla catastrofe abitativa dopo il 2008 e dopo il 2020, è così evidente che i vecchi miti economicisti non reggono più. Le stesse amministrazioni pubbliche che per decenni hanno ignorato ogni studio non finanziato dalle lobby dei costruttori oggi hanno iniziato ad ascoltare altre posizioni, in particolare quelle dei sindacati inquilini e dei loro esperti indipendenti.

Oggi ci sono ben sedici paesi dell’Unione Europea in cui sono attive forme di controllo degli affitti: le regolamentazioni più dure sono presenti in Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, e quelle più leggere in Spagna, Germania, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, Croazia, Polonia, Cipro, Scozia, Norvegia.

L’Italia è uno dei diciassette paesi dell’Unione che non ha più nessuna forma di controllo degli affitti, insieme a Portogallo, Grecia, Inghilterra, Islanda, Finlandia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Serbia, Bulgaria e i tre paesi baltici.

Gran parte delle leggi sul rent control sono state introdotte negli ultimi cinque o sei anni, per cui è presto per dire quale sia stato il loro effetto (primi studi si trovano qui e qui). Ma è interessante sapere che oggi il paese dove ci sono più forme di controllo degli affitti sono proprio gli Usa: New York ha un controllo sugli affitti che si applica solo a un numero limitato di abitazioni, e la Rent Stabilization Ordinance di Los Angeles stabilisce un tetto massimo agli aumenti degli affitti, che fino al Covid era del tre per cento.
Negli Stati Uniti il rent control è l’unica politica pubblica che si possa ancora usare per limitare i danni del neoliberalismo, perché le leggi federali impediscono la costruzione di nuove case popolari (se non per sostituire quelle da abbattere).

La domanda chiave, ovviamente, è: il controllo pubblico sugli affitti riesce davvero a far calare i prezzi dei canoni? Oggi che le case sono completamente costruite da privati, e che è possibile produrne una grande quantità, che effetto ha l’intervento pubblico?

Intanto, niente panico, sappiamo bene che lo Stato interviene in un’enorme quantità di settori economici, e che di fatto non c’è niente di simile a un vero “mercato”: lo stato regola, interviene, sussidia, promuove, detassa, finanzia, aiuta.

Non sarebbe un’eresia se invece di intervenire solo sul tabacco e sul sale, o su pasta, latte e uova come durante la pandemia, si intervenisse anche sulle case. Gli studi esistenti dicono chiaramente che i miti sulle presunte catastrofi del rent control sono falsi: in nessuno dei paesi in cui sono attive politiche di questo tipo c’è stato niente di simile a un bombardamento, né drastiche riduzioni della qualità e dell’offerta.

Anche le regolamentazioni attivate sono piuttosto blande: si congelano i canoni, permettendo solo aumenti legati all’inflazione, o a miglioramenti sostanziali nella qualità degli alloggi (rent freeze) oppure si fissa un tetto massimo sopra il quale non si può aumentare (rent cap, in tedesco Mietendeckel).

Il progetto del Sindacato inquiline e inquilini della Catalogna di abbassare gli affitti del cinquanta per cento, sostenuto da una grande manifestazione a Barcellona a novembre 2024, non si è ancora realizzato, e la nuova legge spagnola è piena di “buchi” che permettono ai proprietari di aggirarla, proprio come avevano fatto i loro omologhi al tempo dell’imperatore Gallieno: stipulando contratti brevi non regolati.

Anche quando non ottiene i risultati sperati, tuttavia, il rent control non fa di certo male, almeno non agli inquilini.

Fa anche bene?

Le prime analisi sembrerebbero confermarlo: uno studio condotto dalla municipalità di Parigi sui primi sei anni di controllo degli affitti mostra che i canoni sono scesi del quattro per cento rispetto a quanto avrebbero fatto senza regolamentazione: del due per cento nel primo triennio (che però è anche quello della pandemia), e poi addirittura del sei per cento. Sono sessantaquattro euro di media al mese risparmiati dagli inquilini.

Intanto sono stati segnalati milleseicento casi di infrazione, con i relativi procedimenti contro i proprietari: quasi la metà degli annunci indicano prezzi più alti di quelli consentiti per legge. Se tutti i proprietari avessero rispettato la legge, la diminuzione degli affitti sarebbe stata superiore agli otto punti percentuali. Conclusioni simili risultano dalla Catalogna, dove il controllo degli affitti è stato in vigore per un anno e mezzo, prima di essere annullato dal Tribunale costituzionale (e sostituito dalla timida Ley de Vivienda del governo Sánchez).

I prezzi sono scesi del cinque per cento già dai primi tre mesi di regolamentazione, secondo i dati dell’Istituto Catalano del Suolo. Naturalmente, i proprietari hanno reagito riducendo i contratti indefiniti e stipulando molti più contratti temporanei, che il governo aveva iniziato a regolare quando è stato bloccato dal partito catalanista Junts, oltre che dai fascisti del PP e di Vox.

Altre situazioni sono ancora più complesse. A Vienna, per esempio, dove il settantotto per cento degli abitanti vive in affitto, e appena un terzo di questi è in affitto da privati, ci sono forme molto estese di regolamentazione dei prezzi: solo il sette per cento non è regolato. Eppure, negli ultimi anni i prezzi sono comunque saliti, portando il governo ad approvare un nuovo congelamento dei prezzi.

In Olanda invece il sistema sembra funzionare bene, con un meccanismo centralizzato che calcola i prezzi, e che tiene fuori dalle regolamentazioni solo le case di lusso. Ci sono tribunali che sanzionano le violazioni, e tutti i contratti d’affitto sono diventati contratti permanenti.

Insomma, far scendere gli affitti è una priorità assoluta, ma non si può credere che si possa fare con “soluzioni semplici” alla Marattin: serve un’azione combinata, in cui si colpisce in primo luogo il mercato libero, poi gli affitti brevi, poi altre forme di speculazione, come i grandi proprietari che tengono centinaia di case vuote, e che devono essere tassati.

Dire “basta fare x per abbassare gli affitti” è la tipica soluzione “semplice, elegante e sbagliata” che permette di continuare a produrre i danni che si vuole contenere, magari anche a peggiorarli: stampare moneta per risolvere la crisi del debito, tagliare le politiche sociali per affrontare la recessione (in Grecia), imporre dazi per salvare posti di lavoro (in Usa), congelare i conti bancari per impedire la fuga di capitali (in Argentina), o immettere enorme quantità di moneta per far funzionare il sistema bancario malato dopo il 2008 (ovunque).

Il sistema delle abitazioni è complesso, perché nessuno può rimanerne fuori, e perché si basa su un bene già distribuito in maniera diseguale, cioè la terra. Non si può applicare astrattamente la legge della domanda e dell’offerta, perché non è un mercato competitivo, dove se aumenta l’offerta i prezzi scendono.

La stessa metafora del “mercato” è fuorviante: si potrebbe paragonare più a un centro commerciale, dove i negozi dipendono tutti dagli stessi franchising, e un singolo operatore è in grado di influenzare tutti.

L’offerta di case è un oligopolio, regolato da cartelli e da lobby, che sono sostenute dai governi, e che mantengono i prezzi alti mettendo sul mercato poche case alla volta e tenendone chiuse migliaia di altre per usarle come deposito di investimenti e garanzie per ottenere nuovo credito.

Pensate a quanto ci siamo scandalizzati durante la pandemia, quando alcuni commercianti mettevano sul mercato piccole quantità di mascherine e amuchina per far alzare i prezzi, e vendere a otto euro quello che sarebbe dovuto costare pochi centesimi.

Ma come! Sono beni di prima necessità, presidi indispensabili per la salute! Lo stato deve impedirlo! Bene, lo stesso ragionamento si applica alle case, che sono un bene di prima necessità, presidio di salute fondamentale, e che pochi speculatori mettono sul mercato in piccole quantità per tenere prezzi assolutamente insostenibili.

Il controllo degli affitti è sicuramente un modo per iniziare a scalfire il dumping commerciale delle grandi lobby della proprietà, e deve diventare assolutamente una delle richieste prioritarie del movimento per la casa (come già annunciato dal sindacato Asia-USB in un convegno a Roma).

Mentre facciamo crescere le campagne per il rent control, però, dobbiamo studiarne in dettaglio l’applicazione, gli effetti, le varianti, prendendo in considerazione tutti i fattori che possono far aumentare o diminuire gli affitti.

Ci vuole un pensiero olistico, che rifiuta a priori gli “è semplice” alla Marattin, e che sia in grado di combinare un’azione politica decisa con un ragionamento scientifico complesso, capace di mettere in discussione anche quello che consideriamo ovvio.

Come scrivono due economisti svedesi nello studio su cui si basa la nuova politica di rent control del governo svedese: “Il rent control ci riporta alla macroeconomia: se lo studi e non ti senti un po’ confuso, probabilmente non stai pensando lucidamente”.

Fonte

Milano: al nocciolo della questione

di Sergio Fontegher Bologna

Sono nato a Trieste ma vivo a Milano da una vita (da 65 anni, per la precisione). Mi riesce difficile far finta di nulla davanti alle inchieste della magistratura, che stanno scuotendo la città. E soprattutto tacere di fronte all’urlìo assordante di coloro che esaltano “il modello Milano” e tacciano i magistrati come sabotatori di un futuro radioso e denigratori di un passato strabiliante. Con “Il Foglio” di Giuliano Ferrara a guidare il baccanale dell’osceno.

Non mi sono mai occupato di urbanistica ma mi chiedo se non sia sufficiente la condizione di “abitante” per avere il diritto a parlarne.

Negli anni Settanta era il gruppo di Alberto Magnaghi alla Facoltà di Architettura del Politecnico a darmi i parametri interpretativi della questione dell’abitare e della trasformazione urbana. Come autore/ricercatore, e con mia figlia Sabina alla macchina da presa, nel 2006/2007 abbiamo realizzato un documentario intitolato “Oltre il ponte” sulla trasformazione del quartiere dove abito, Porta Genova, passato da zona di altissima concentrazione operaia (circa 14 fabbriche medio-grandi) a zona della moda e del design. E tutto sommato avevamo dato un giudizio positivo. Oggi quegli stessi luoghi che abbiamo filmato sono completamente cambiati. In peggio. Al posto di fondazioni d’arte o laboratori artigiani i soliti squallidi show room del prêt-à-porter, con interminabili file di attaccapanni pieni di stracci. Ci sono rimasti gli Armani, però, coi loro “silos”, le aiuole ben curate, quelli che fanno cucire le borse a sub-sub-appalti di poveri cinesi pagati 3-4 euro l’ora.

Nel 2015 ai tempi dell’Expo, quando Sala non era ancora sindaco, ho lanciato un appello per invitare a sabotare una sua iniziativa: quella di far lavorare gratis ad accogliere i visitatori dell’Expo migliaia di ragazze/i, chiamandoli “volontari”. È ancora su youtube il mio appello, se qualcuno lo vuol sentire. Ha avuto oltre 12 mila visualizzazioni. In ACTA, l’Associazione dei freelance, di cui faccio parte da anni, può capitare d’incontrare giovani che hanno lavorato a Partita Iva in certi studi di architetti milanesi, con orari d’ufficio pesanti e paghe miserabili, finte Partite Iva, mai regolarizzate.

Questo è “il modello Milano”, una città che prima ancora di essere terra di nessuno per speculatori immobiliari e riciclatori di denaro sporco, è capitale di umiliazione del lavoro.

Il pubblico e il privato

Nel quartiere che sta dietro Porta Genova, in viale Troja, di fronte a un centro Media World, ci stava una discarica pubblica. Ogni giorno file di macchine private ci depositavano vecchi televisori, lavatrici, computer, rifiuti ingombranti che, se lasciati fuori dai portoni sui marciapiedi, sarebbero rimasti lì per settimane. Una cosa pratica e utile, un self service civile. Un bel giorno chiude. E dopo un po’ di tempo appaiono sui muri, che circondano un giardino vicino, dei murales che riproducono i disegni di Crepax sul personaggio di Valentina. Oggi al posto della discarica c’è questa imponente costruzione, non so quanti appartamenti. Costruita in tutta regola, magari, non dico di no, ma esemplificativa del concetto di “rigenerazione urbana” dominante. Tanto che mi viene il dubbio che tra questa costruzione e i murales ci sia qualche rapporto, come di “compensazione” per la porcata immobiliare.

Ho parlato, a proposito del “Foglio” di Giuliano F., di baccanale dell’osceno. Ma si legge anche di peggio, come quando si scrive che la decisione di non aumentare gli asili nido in proporzione ai nuovi immobili, è stata una scelta razionale, anzi, scientifica, perché tiene conto dell’”inverno demografico”. Perché buttar via soldi a costruire asili nido se le donne non fanno più figli?

E anche questo, in ultima istanza, ci riporta al problema del lavoro. Quante giovani donne al colloquio d’assunzione si sono sentite chiedere se hanno intenzione di far figli? E se rispondevano, “Sì” le rimandavano indietro.

Dietro all’ignobile appropriazione dello spazio urbano c’è sempre il degrado della condizione lavorativa. O si riparte da lì, dalla ribellione alle condizioni lavorative umilianti, oppure le inchieste giudiziarie, pur benvenute, non cambieranno le cose.

Fonte

08/08/2025

I colpi in canna si sparano ad agosto: raggiungeranno l’obiettivo?

In un intervista concessa ad una radio a larga diffusione ed ascolto come RTL 102,5, e riportata sulle pagine del Corriere della Sera, il sempre in sella sindaco di Milano, Beppe Sala dichiara, così come ha fatto il 21 luglio scorso, durante la seduta del Consiglio comunale, non solo di rimanere al suo posto, ma di rivendicare il suo operato (testuali parole) definendo la trasformazione di Milano opera sua così come dei suoi predecessori degli ultimi 20anni.

Naturalmente scansa le responsabilità, allorquando la sua firma sulle nomine del Marinoni di turno, ora agli arresti domiciliari, è incontestabile, ma declina ogni addebito sulla scelta riversandola sui collaboratori tecnici.

Dopodiché, tra un plauso alla Meloni che lo ha pubblicamente difeso, passa all’offensiva, alludendo alla metafora calcistica che la miglior difesa è per l’appunto, l’attacco. E quale migliore occasione se non quella di trovare soluzioni per le famiglie che avevano acquistato appartamenti degli stabili sotto sequestro o sotto inchiesta?

Naturalmente pressa Prefettura (dicasi: Governo in carica) e Pretura. Infine rivendica, fino alla morte (il riferimento alla sua personale dignità è sottolineato come se quanto accaduto finora abbia offeso la sua persona – sic! –) il diritto a vendere lo stadio di San Siro.

Conclude, con la chiamata alla politica, a sostenerlo.

Politica nazionale, che nelle spoglie di una sua ex componente della giunta del suo primo mandato, Cristina Tajani (ora senatrice PD), e che in realtà sarebbe nient’altro che una foglia di fico, ha avanzato una proposta di legge, per addivenire ad una sorta di sovrattassa per ricchi per i grandi centri urbani, quali, guarda caso, Milano.

Il tutto con il parere favorevole nonché l’appoggio del capogruppo PD in regione Lombardia, Pierfrancesco Majorino.

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05/08/2025

Milano. Dopo il terremoto dell’urbanistica una sfida per l’opposizione al “Modello Milano di Sala”

Si sta ormai palesando in modo sempre più lampante la gravità delle inchieste sull’urbanistica milanese, che hanno smascherato il modo in cui il governo della trasformazione urbana della città guidata dal centrosinistra sia stato di fatto consegnato nelle mani di un manipolo di affaristi e speculatori vari, che l’hanno gestito secondo i propri privati interessi e appetiti speculativi e che ha portato per ora all’indagine dello stesso sindaco Sala e alle misure cautelari per 6 persone, tra assessori, membri della commissione paesaggio, architetti e costruttori.

Di fronte a questo, vale la pena soffermarsi su quella che è stata la reazione da parte di alcune realtà cittadine che da tempo denunciano un modello di città ormai piegato agli interessi della speculazione immobiliare e sulle possibilità, a partire da una mobilitazione cittadina, di invertire la rotta verso una concezione del governo pubblico radicalmente opposta rispetto a quella rappresentata dalla giunta Sala; un governo pubblico che non sia più comitato di affari di chi deve speculare sullo spazio urbano, producendo sistematicamente sofferenza sociale, economica e ambientale per la maggioranza degli abitanti, ma governo al servizio dei cittadini e a tutela dei loro diritti, a partire da quello ad un’abitazione dignitosa a prezzi sostenibili che in questi anni è stato sistematicamente negato.

È una sfida di cambiamento radicale che si proietta ben oltre Milano, se si pensa che la città è apripista e laboratorio di questo modello di sviluppo urbano distorto che viene poi sperimentato in tante altre aree metropolitane italiane, in particolare quelle governate dal campo largo del Centro sinistra come Bologna e Roma.

Un primo segnale chiaro di opposizione militante di fronte a queste vicende è arrivato dalla mobilitazione quasi immediata di Potere al Popolo, che ha aperto le danze con la richiesta di dimissioni della giunta Sala sotto Palazzo Marino in concomitanza con il consiglio comunale nel quale il Sindaco, forte del sostegno già garantito nelle ore precedenti dalle dichiarazioni di tutto l’arco parlamentare del partito unico degli affari, da Schlein a Meloni, ha avuto invece gioco facile a sottrarsi alle dimissioni.

Un sostegno bipartisan per lo più giustificato con la scusa del “garantismo”, eludendo completamente il nodo della responsabilità politica di chi ha fatto prosperare un sistema di malaffare tra pubblico e privato. Tutto questo al di là dell’esito giudiziario difficilmente prevedibile, vista la capacità difensiva in termini legali di chi muove miliardi.

Nessuno sconto poi è stato fatto al centrodestra e a Salvini che è stato contestato pochi giorni dopo da Potere al Popolo nella sua passerella elettorale in un convegno che si proietta già verso le elezioni comunali del 2027 dal titolo “costruiamo insieme Milano”.

In questa occasione Salvini è stato indicato come l’altra faccia del Modello Milano; è evidente infatti che in tutti i momenti decisivi per la tenuta del modello di città eventificio e parco giochi per ricchi basato sul servilismo alla speculazione privata il centrodestra ha sempre dismesso i panni dell’“opposizione” a Sala, ricompattandosi col centrosinistra.

Un esempio chiaro è stato l’iter del decreto Salva Milano, prodotto della convergenza di interessi tra il centrosinistra bisognoso di paralizzare le indagini e il centrodestra sempre pronto a difendere le colate di cemento dei palazzinari e a invocare drammaticamente la necessità di “sbloccare i cantieri”.

Non è mancata anche la mobilitazione da parte degli studenti di Cambiare Rotta Milano rispetto al fatto che anche il diritto allo studio e il bisogno di studentati è diventato per la classe politica e per i signori del mattone un terreno di speculazione, facendo leva sulla possibilità di utilizzare fondi pubblici, soprattutto grazie al PNRR, per costruire studentati a gestione privata.

La denuncia delle responsabilità politiche della giunta Sala e la rivendicazione della città pubblica come alternativa possibile e necessaria per Milano è proseguita poi con volantinaggi anche a Corvetto, uno di quei quartieri particolarmente emblematici delle logiche di gentrificazione ed espulsione finalizzate alla costruzione della città dei ricchi.

Momenti di mobilitazione che hanno avuto la lucidità non solo di mettere in luce le contraddizioni della città, che ormai da più parti vengono evidenziate, soprattutto in termini di emergenza abitativa, ma di essere conseguenti nei punti di rivendicazione politica, a partire dalla richiesta di dimissioni della giunta.

È infatti proprio il livello di contraddizioni raggiunto in città in questi anni in termini di diseguaglianza, di erosione del potere d’acquisto e di vivibilità, che fa luce su un elemento politico ineludibile: la Giunta Sala è il Modello Milano e quello che le inchieste hanno scoperchiato non è un incidente di percorso ma è il disvelamento dei meccanismi e delle logiche alla base del modello di sviluppo della città, voluto e perseguito dalle giunte di centrosinistra che governano la città da quasi 15 anni.

Agitare lo slogan della Milano città pubblica senza individuare le responsabilità politiche e le rivendicazioni conseguenti rischia di relegare all’inconsistenza o peggio, prestare il fianco ai tentativi già in atto di ripresa del PD sui temi sociali; le mancate dimissioni di Sala e il sacrificio dell’ormai ex assessore Tancredi unite alle promessa di una svolta sull’urbanistica mirano a dare la parvenza del cambiamento mentre stanno in realtà garantendo la continuità del sistema.

Per non parlare del fatto che già stanno emergendo le prime iniziative da parte dei giganti del mattone, Assoedilizia in testa, per una legge nazionale che costituisca di fatto un Salva Milano bis.

Questi elementi non possono essere ignorati per chi vuole mettere in campo un’opposizione che non faccia solo testimonianza ma si doti di strumenti adeguati e di una piattaforma rivendicativa chiara per mettere in discussione il sistema, oltre che di un’attitudine militante e conflittuale capace di rompere l’asfittico clima politico di consociativismo tra centrodestra e centrosinistra.

Un sistema che è certamente tentacolare e pervasivo, che può contare sul sostegno bipartisan, ma che al contempo ha prodotto un livello di contraddizioni tale da mostrare crepe sempre più importanti. Anche l’aver limitato di fatto la partecipazione dei cittadini al consiglio comunale in cui si attendeva il discorso di Sala, con le sale disponibili riempite dagli esponenti amici della giunta, oltre all’ingente dispiegamento di forze di polizia schierate per impedire l’ingresso ai manifestanti, è un elemento in più che dimostra quanto il sistema abbia paura di una mobilitazione determinata in città.

Si aprono dunque gli spazi per mettere in campo una vera alternativa; ci vogliono però soggettività che sappiano coglierli e su questo bisognerà verificare a partire da settembre quale sarà la disponibilità di comitati, realtà politiche e sociali. È chiaro infatti che le mobilitazioni promosse da Potere al Popolo sono state un segnale chiaro e una promessa di opposizione, ma l’obiettivo è ambizioso e necessita di un ampio raggio di forze che si vogliano misurare su questo terreno.

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24/07/2025

“Un giorno in procura” mica da ridere

Modello Milano, inchiesta Ricci, riforma della giustizia. Che succede nella magistratura?

Sono giorni movimentati per la giustizia italiana, alle prese con l’avvio di inchieste che scuotono (o dovrebbero) il mondo politico e riforme strutturali che, qualora approvate in via definitiva, manderebbero forse una volta per tutte all’aria la tripartizione dei poteri tanto cara alla democrazia liberal-borghese. Ma andiamo con ordine.

Nella giornata di martedì due notizie hanno attirato l’attenzione dei media.

Avviso di garanzia per l’europarlamentare dem Matteo Ricci

La prima è l’avviso di garanzia recapitato a Matteo Ricci, europarlamentare eletto con il Partito Democratico e candidato per il campo largo alla Regione Marche nella prossima tornata autunnale.

La Procura di Pesaro contesta a Ricci l’assegnazione di fondi da parte del Comune di Pesaro, quando Ricci era sindaco, a due associazioni culturali per una cifra superiore a 500 mila euro per varie opere, come il murales dedicato a Liliana Segre e l’installazione di un casco gigante in onore di Valentino Rossi.

Da questi affidamenti diretti e senza gara secondo i pm l’allora sindaco Ricci non avrebbe ricevuto utilità patrimoniali (non ha quindi intascato mazzette), ma “consenso politico”.

La figura di Marco Mescolini, Procuratore capo a Pesaro

Il Procuratore capo di Pesaro è Marco Mescolini, un profilo di primo piano nell’ambiente. Nel febbraio del 2021, mentre è a capo della Procura di Reggio Emilia, Mescolini viene trasferito d’ufficio a Firenze per “incompatibilità ambientali”, ossia sospettato di aver protetto il Pd nell’inchiesta sulle infiltrazioni ndranghetiste “Aemilia” in Emilia-Romagna, dove tra gli indagati finiscono solo esponenti di Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Pochi mesi dopo, a giugno la Procura generale della Cassazione guidata da Giovanni Salvi, delfino di Falcone e Borsellino ed esponente di spicco della corrente Magistratura democratica (oggi Area, riferimento del centrosinistra), avvia un procedimento disciplinare nei confronti di Mescolini dopo la pubblicazione delle chat con Luca Palamara riguardanti la nomina di Mescolini alla Procura di Reggio Emilia.

La procedura disciplinare verrà archiviata nel 2022, mentre il trasferimento d’ufficio verrà annullato nel 2024, “riabilitando” la figura di Mescolini, che oggi sale di nuovo alle cronache per l’avviso di garanzia all’europarlamentare dem.

La riforma della giustizia al Senato

Sempre martedì il Senato approva, con 106 voti favorevoli, 61 contrari e 11 astensioni, la riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere dei magistrati. Palazzo Madama licenzia il testo dalla Camera, il che vuol dire che i prossimi due passaggi confermativi per ogni Camera, attesi in autunno, non modificheranno il ddl.

In soldoni, con questa riforma – che divide i pubblici ministeri dai giudici – i pm potrebbero essere sottoposti alla guida del ministero della Giustizia e subire l’influenza dell’esecutivo, mettendo a rischio “quel che rimane” dell’autonomia del potere giudiziario, già duramente picconato con l’inchiesta Palamara.

La Procura meneghina all’attacco del Modello Milano

Tutto questo si inserisce nel clima avvelenato dall’inchiesta sul Modello Milano che ha portato sotto accusa 74 indagati in vari filoni giudiziari riconducibili a un rodato sistema di favori immersi in conflitti di interessi, a tutto vantaggio della speculazione edilizia (a Milano in 10 anni si è edificato tanto quanto in Piemonte e Toscana messe insieme) e del consenso politico attorno alla figura del sindaco PD Giuseppe Sala.

Alla Procura di Milano dal 2024 è arrivato Marcello Viola, vicino alla corrente Magistratura indipendente (riferimento del centrodestra), considerato un “papa straniero” nella capitale meneghina, da sempre dominata dalle correnti di centrosinistra e negli ultimi anni finita nell’occhio del ciclone per il processo contro il colosso Eni per corruzione internazionale relativa alla concessione di un giacimento petrolifero in Nigeria.

Il caso aveva coinvolto, tra gli altri, l’Ad di Eni Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni, assolti entrambi sia in primo grado che in appello.

L’inizio di una nuova “stagione giudiziaria”?

La sensazione è che ci si trovi solo all’inizio di una “stagione giudiziaria” che non risparmierà altri colpi di scena nei prossimi mesi.

Lo scontro tra potere esecutivo e magistratura tocca le radici incancrenite della Repubblica e mette a repentaglio la “volontà di potenza” (chiamarla autonomia ci sembra eccessivo) del terzo potere.

Non è escluso che all’interno della magistratura ci sia chi coltivi sogni di gloria nell’assoggettamento formale della stessa al governo, provocando pruriti all’interno delle Procure in base ai rispettivi schieramenti.

D’altronde, la delegittimazione degli organi deputati alla rappresentanza, come l’Associazione nazionale magistrati (il sindacato dei magistrati), facilita il “tintinnar di sciabole” tra i corridoi dei tribunali.

Lo smottamento nelle basi dello Stato

Premierato, ddl sicurezza, riforma della giustizia, magari prossima legge elettorale ecc., non sono che ulteriori tasselli di quello che appare come uno smottamento nelle basi dello Stato italiano, alle prese con la crisi sistemica del capitalismo e degli imperialismi occidentali.

Rimanere informati e saper leggere tra le righe crediamo sia un passo importante dell’attività politica in questo Paese. Con l’occhio vigile e le antenne dritte per far sì che non si tramuti in una questione di agibilità democratica...

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22/07/2025

Sul mattone il campo in Italia è larghissimo

L’altra mattina a Radio Popolare sono andate in onda soltanto interviste ad esponenti milanesi del Partito Democratico (ti pareva) i quali, mentre i cementificatori si mangiavano Milano facendo schizzare i prezzi degli immobili alle stelle, tra una dormita e l’altra, hanno votato ogni porcheria possibile.

Ora che sono partiti arresti ed avvisi di garanzia all’indirizzo dei propri compagni (si fa per dire) di partito, improvvisamente, si svegliano e si ricordano – e ci ricordano – che il vero problema di Milano è “l’emergenza abitativa”. Ma va??? 

Eppure l’unica risposta all’emergenza abitativa, a Milano, fino ad ora, è stata soltanto l’indifferenza mentre ogni giorno si consumavano sgomberi e si distribuivano manganellate ai senza casa e mentre si tengono sfitte almeno 100 mila case, spesso abbandonate, che rimangono inutilmente vuote.

Peraltro, secondo l’ultimo rapporto ISPRA(marzo 2025), Milano è la terza città italiana per suolo consumato, con quasi il 60% del territorio comunale edificato. L’analisi dei dati tra il 2015 e il 2023, le immagini satellitari e l’uso di programmi GIS open source mostrano che più di un terzo di questa superfice è stata “divorata” dai famigerati “progetti di rigenerazione urbana”.

Pur con qualche diversa sfumatura, tutto il PD fa quadrato attorno a Sala. La Schlein lo ha subito chiamato al telefono per esprimergli la sua “solidarietà e vicinanza”. E il sindaco di Milano ha incassato pure la solidarietà di Giorgia Meloni mentre i partiti della maggioranza che sostiene il suo governo hanno costruito gran parte dei propri granitici sistemi di potere locali e nazionali proprio sulla cementificazione selvaggia, sulle così dette “grandi opere”, sulla gestione opaca degli appalti e sui favori ai palazzinari amici.

Intanto FdI, Lega e M5S hanno chiesto le dimissioni della giunta Sala. Ma come non ricordare, a proposito proprio del Movimento Cinque Stelle, la brutale cacciata dell’urbanista Paolo Berdini dal posto di assessore all’Urbanistica della prima Giunta Raggi del comune di Roma, avvenuta nel febbraio 2017, a causa della sua opposizione al via libera dell’amministrazione pentastellata in merito alla grande speculazione immobiliare che ruotava – e continua a ruotare – attorno alla costruzione del nuovo stadio della Roma, tornato al centro dell’attenzione, proprio in questi giorni, con il nuovo progetto che dovrebbe interessare la zona di Pietralata. Sono cose che non si dimenticano.

La domanda è sempre la stessa: ma se quelli di “sinistra” fanno le stesse cose di quelli della “destra” perché uno dovrebbe votarli? Anzi, perché dovrebbe votare?

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18/07/2025

Crolla il modello Milano: un sistema corrotto di speculazione, che solo qualcuno denunciava...

Crolla il modello Milano, con 74 indagati in vari filoni giudiziari, che rimandano a un rodato sistema di favori e scambi immersi in conflitti di interessi, di cui ad avvantaggiarsi è stata la speculazione edilizia.

Si susseguono in queste ore le notizie sull’ennesimo scandalo riguardante una Milano in cui, ricorda La Repubblica, in un decennio si è costruito come in Piemonte e Toscana messi assieme.

Non era difficile accorgersi della colata di cemento continua sul capoluogo meneghino, e difatti se ne sono accorti i magistrati. Ma nelle parole di uno dei protagonisti della vicenda, quando doveva evocare i rappresentanti del ‘no’ alla speculazione, il pensiero andava solo a una forza: Potere al Popolo. Ma andiamo con ordine, e ricostruiamo brevemente la vicenda.

In realtà, la storia dovrebbe cominciare nel 2015 – appunto, un decennio fa – con la grande opera inutile dell’Expo. Ma per farla breve, il primo momento di svolta si è avuto nel marzo di quest’anno, quando è finito agli arresti domiciliari l’ex direttore dello Sportello unico edilizia del Comune di Milano ed ex componente della Commissione paesaggio, Giovanni Oggioni.

Da lì, ha cominciato a scoperchiarsi una fitta rete di relazioni opache e messaggi interessati che, per ora, fanno capo a Giuseppe Marinori e Giancarlo Tancredi, rispettivamente ex presidente della Commissione paesaggio e assessore alla Rigenerazione urbana. Sono 13 i casi di conflitti di interesse che vengono contestati a Marinoni, per un valore di 369 mila euro.

All’assessore Tancredi viene esteso il fatto che avrebbe saputo di tali conflitti di interessi, per i legami professionali che Marinori (e non lui solo: un altro nome è Alessandro Scandurra) aveva con diversi costruttori e progettisti coinvolti in progetti edilizi. Chiudere un occhio sugli interessi dell’ex presidente della Commissione Paesaggio sarebbe servito a ottenere altri favori.

Come ad esempio il via libera per il ‘Pirellino’, un enorme piano edilizio da 60 mila metri quadrati la cui realizzazione è affidata alla società immobiliare COIMA, di Manfredi Catella, sulla base di un progetto di Stefano Boeri (famoso per il ‘bosco verticale’ di Milano). Ci sarebbe addirittura un messaggio inviato via WhatsApp allo stesso sindaco meneghino, Giusepppe Sala.

Per Boeri c’era bisogno che Sala convocasse e facesse pressione su Marinori per il via libera al progetto, e aggiungeva che “da amico ad amico, c’è una situazione che mi fa paura, non fa bene”. Alla star dell’architettura, insomma, faceva paura che ci fosse qualche dubbio su di una ennesima e inutile colata di cemento.

Si apprende dai giornali che anche il primo cittadino di Milano è indagato. A suo carico, le ipotesi di reato sono di false dichiarazioni su qualità proprie o di altre persone, e di induzione indebita a dare o a promettere utilità. Tradotto: avrebbe saputo dei conflitti di interessi e avrebbe taciuto, e avrebbe approfittato della sua posizione per indurre determinati provvedimenti.

Ovviamente, come sempre succede in questi casi, mentre sono stati già disposti sei arresti, tra cui quello di Catella e Tancredi, Sala nega di aver avuto qualsiasi ruolo nella vicenda. Anzi, lui il numero di Mantinori non lo avrebbe mai nemmeno avuto. Intanto, la segretarie del PD Elly Schlein ha espresso la sua solidarietà e vicinanza a Sala.

Tutto questo mentre quest’ultimo ha ovviamente chiesto di bloccare l’iter di approvazione del ddl Salvamilano, approdato ormai al Senato. Il provvedimento serviva a regolarizzare i cantieri sorti a Milano in maniera conforme alla normativa urbanistica lombarda e al piano urbano della città, ma in contrasto con altre norme. Tra chi si è opposto al Salvamilano c’è stato innanzitutto Potere al Popolo.

È proprio Boeri a citare il partito politico, già qualche anno fa. Infatti, il 30 marzo 2023 Boeri scrive al dirigente comunale Giovanni Oggioni il suo disappunto per la mancata approvazione da parte della Commissione paesaggio del Pirellino, e dice: “ci bocciate tutto... ormai siete di Potere al Popolo”.

Una tale affermazione può far scattare una risata, come è giusto che sia, ma trasmette anche un’idea chiara. Che c’era un sistema sordido di via libera incondizionato alla speculazione edilizia, e che la forza che più di tutte rappresentava l’opposizione a questa rapina della città era Potere al Popolo, che invece aveva costruito la propria attività intorno al un programma di ‘città pubblica’.

È questa la realtà che si nasconde dietro le accuse che, molto spesso, vari movimenti e soggetti sociali, sindacali e politici ricevono se si oppongono a grandi e piccole opere inutili: “siete professionisti del no”, viene detto. Alla luce degli eventi milanesi, bisogna dire che ciò va tradotto come “siete professionisti dell’opposizione alla speculazione fatta sulla pelle di tutti a favore dell’interesse di pochi”.

Un titolo da rivendicare con orgoglio.

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