In un intervista concessa ad una radio a larga diffusione ed ascolto come RTL 102,5, e riportata sulle pagine del Corriere della Sera, il sempre in sella sindaco di Milano, Beppe Sala dichiara, così come ha fatto il 21 luglio scorso, durante la seduta del Consiglio comunale, non solo di rimanere al suo posto, ma di rivendicare il suo operato (testuali parole) definendo la trasformazione di Milano opera sua così come dei suoi predecessori degli ultimi 20anni.
Naturalmente scansa le responsabilità, allorquando la sua firma sulle nomine del Marinoni di turno, ora agli arresti domiciliari, è incontestabile, ma declina ogni addebito sulla scelta riversandola sui collaboratori tecnici.
Dopodiché, tra un plauso alla Meloni che lo ha pubblicamente difeso, passa all’offensiva, alludendo alla metafora calcistica che la miglior difesa è per l’appunto, l’attacco. E quale migliore occasione se non quella di trovare soluzioni per le famiglie che avevano acquistato appartamenti degli stabili sotto sequestro o sotto inchiesta?
Naturalmente pressa Prefettura (dicasi: Governo in carica) e Pretura. Infine rivendica, fino alla morte (il riferimento alla sua personale dignità è sottolineato come se quanto accaduto finora abbia offeso la sua persona – sic! –) il diritto a vendere lo stadio di San Siro.
Conclude, con la chiamata alla politica, a sostenerlo.
Politica nazionale, che nelle spoglie di una sua ex componente della giunta del suo primo mandato, Cristina Tajani (ora senatrice PD), e che in realtà sarebbe nient’altro che una foglia di fico, ha avanzato una proposta di legge, per addivenire ad una sorta di sovrattassa per ricchi per i grandi centri urbani, quali, guarda caso, Milano.
Il tutto con il parere favorevole nonché l’appoggio del capogruppo PD in regione Lombardia, Pierfrancesco Majorino.
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