Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Giuseppe Sala. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giuseppe Sala. Mostra tutti i post

08/08/2025

I colpi in canna si sparano ad agosto: raggiungeranno l’obiettivo?

In un intervista concessa ad una radio a larga diffusione ed ascolto come RTL 102,5, e riportata sulle pagine del Corriere della Sera, il sempre in sella sindaco di Milano, Beppe Sala dichiara, così come ha fatto il 21 luglio scorso, durante la seduta del Consiglio comunale, non solo di rimanere al suo posto, ma di rivendicare il suo operato (testuali parole) definendo la trasformazione di Milano opera sua così come dei suoi predecessori degli ultimi 20anni.

Naturalmente scansa le responsabilità, allorquando la sua firma sulle nomine del Marinoni di turno, ora agli arresti domiciliari, è incontestabile, ma declina ogni addebito sulla scelta riversandola sui collaboratori tecnici.

Dopodiché, tra un plauso alla Meloni che lo ha pubblicamente difeso, passa all’offensiva, alludendo alla metafora calcistica che la miglior difesa è per l’appunto, l’attacco. E quale migliore occasione se non quella di trovare soluzioni per le famiglie che avevano acquistato appartamenti degli stabili sotto sequestro o sotto inchiesta?

Naturalmente pressa Prefettura (dicasi: Governo in carica) e Pretura. Infine rivendica, fino alla morte (il riferimento alla sua personale dignità è sottolineato come se quanto accaduto finora abbia offeso la sua persona – sic! –) il diritto a vendere lo stadio di San Siro.

Conclude, con la chiamata alla politica, a sostenerlo.

Politica nazionale, che nelle spoglie di una sua ex componente della giunta del suo primo mandato, Cristina Tajani (ora senatrice PD), e che in realtà sarebbe nient’altro che una foglia di fico, ha avanzato una proposta di legge, per addivenire ad una sorta di sovrattassa per ricchi per i grandi centri urbani, quali, guarda caso, Milano.

Il tutto con il parere favorevole nonché l’appoggio del capogruppo PD in regione Lombardia, Pierfrancesco Majorino.

Fonte

05/08/2025

Milano. Dopo il terremoto dell’urbanistica una sfida per l’opposizione al “Modello Milano di Sala”

Si sta ormai palesando in modo sempre più lampante la gravità delle inchieste sull’urbanistica milanese, che hanno smascherato il modo in cui il governo della trasformazione urbana della città guidata dal centrosinistra sia stato di fatto consegnato nelle mani di un manipolo di affaristi e speculatori vari, che l’hanno gestito secondo i propri privati interessi e appetiti speculativi e che ha portato per ora all’indagine dello stesso sindaco Sala e alle misure cautelari per 6 persone, tra assessori, membri della commissione paesaggio, architetti e costruttori.

Di fronte a questo, vale la pena soffermarsi su quella che è stata la reazione da parte di alcune realtà cittadine che da tempo denunciano un modello di città ormai piegato agli interessi della speculazione immobiliare e sulle possibilità, a partire da una mobilitazione cittadina, di invertire la rotta verso una concezione del governo pubblico radicalmente opposta rispetto a quella rappresentata dalla giunta Sala; un governo pubblico che non sia più comitato di affari di chi deve speculare sullo spazio urbano, producendo sistematicamente sofferenza sociale, economica e ambientale per la maggioranza degli abitanti, ma governo al servizio dei cittadini e a tutela dei loro diritti, a partire da quello ad un’abitazione dignitosa a prezzi sostenibili che in questi anni è stato sistematicamente negato.

È una sfida di cambiamento radicale che si proietta ben oltre Milano, se si pensa che la città è apripista e laboratorio di questo modello di sviluppo urbano distorto che viene poi sperimentato in tante altre aree metropolitane italiane, in particolare quelle governate dal campo largo del Centro sinistra come Bologna e Roma.

Un primo segnale chiaro di opposizione militante di fronte a queste vicende è arrivato dalla mobilitazione quasi immediata di Potere al Popolo, che ha aperto le danze con la richiesta di dimissioni della giunta Sala sotto Palazzo Marino in concomitanza con il consiglio comunale nel quale il Sindaco, forte del sostegno già garantito nelle ore precedenti dalle dichiarazioni di tutto l’arco parlamentare del partito unico degli affari, da Schlein a Meloni, ha avuto invece gioco facile a sottrarsi alle dimissioni.

Un sostegno bipartisan per lo più giustificato con la scusa del “garantismo”, eludendo completamente il nodo della responsabilità politica di chi ha fatto prosperare un sistema di malaffare tra pubblico e privato. Tutto questo al di là dell’esito giudiziario difficilmente prevedibile, vista la capacità difensiva in termini legali di chi muove miliardi.

Nessuno sconto poi è stato fatto al centrodestra e a Salvini che è stato contestato pochi giorni dopo da Potere al Popolo nella sua passerella elettorale in un convegno che si proietta già verso le elezioni comunali del 2027 dal titolo “costruiamo insieme Milano”.

In questa occasione Salvini è stato indicato come l’altra faccia del Modello Milano; è evidente infatti che in tutti i momenti decisivi per la tenuta del modello di città eventificio e parco giochi per ricchi basato sul servilismo alla speculazione privata il centrodestra ha sempre dismesso i panni dell’“opposizione” a Sala, ricompattandosi col centrosinistra.

Un esempio chiaro è stato l’iter del decreto Salva Milano, prodotto della convergenza di interessi tra il centrosinistra bisognoso di paralizzare le indagini e il centrodestra sempre pronto a difendere le colate di cemento dei palazzinari e a invocare drammaticamente la necessità di “sbloccare i cantieri”.

Non è mancata anche la mobilitazione da parte degli studenti di Cambiare Rotta Milano rispetto al fatto che anche il diritto allo studio e il bisogno di studentati è diventato per la classe politica e per i signori del mattone un terreno di speculazione, facendo leva sulla possibilità di utilizzare fondi pubblici, soprattutto grazie al PNRR, per costruire studentati a gestione privata.

La denuncia delle responsabilità politiche della giunta Sala e la rivendicazione della città pubblica come alternativa possibile e necessaria per Milano è proseguita poi con volantinaggi anche a Corvetto, uno di quei quartieri particolarmente emblematici delle logiche di gentrificazione ed espulsione finalizzate alla costruzione della città dei ricchi.

Momenti di mobilitazione che hanno avuto la lucidità non solo di mettere in luce le contraddizioni della città, che ormai da più parti vengono evidenziate, soprattutto in termini di emergenza abitativa, ma di essere conseguenti nei punti di rivendicazione politica, a partire dalla richiesta di dimissioni della giunta.

È infatti proprio il livello di contraddizioni raggiunto in città in questi anni in termini di diseguaglianza, di erosione del potere d’acquisto e di vivibilità, che fa luce su un elemento politico ineludibile: la Giunta Sala è il Modello Milano e quello che le inchieste hanno scoperchiato non è un incidente di percorso ma è il disvelamento dei meccanismi e delle logiche alla base del modello di sviluppo della città, voluto e perseguito dalle giunte di centrosinistra che governano la città da quasi 15 anni.

Agitare lo slogan della Milano città pubblica senza individuare le responsabilità politiche e le rivendicazioni conseguenti rischia di relegare all’inconsistenza o peggio, prestare il fianco ai tentativi già in atto di ripresa del PD sui temi sociali; le mancate dimissioni di Sala e il sacrificio dell’ormai ex assessore Tancredi unite alle promessa di una svolta sull’urbanistica mirano a dare la parvenza del cambiamento mentre stanno in realtà garantendo la continuità del sistema.

Per non parlare del fatto che già stanno emergendo le prime iniziative da parte dei giganti del mattone, Assoedilizia in testa, per una legge nazionale che costituisca di fatto un Salva Milano bis.

Questi elementi non possono essere ignorati per chi vuole mettere in campo un’opposizione che non faccia solo testimonianza ma si doti di strumenti adeguati e di una piattaforma rivendicativa chiara per mettere in discussione il sistema, oltre che di un’attitudine militante e conflittuale capace di rompere l’asfittico clima politico di consociativismo tra centrodestra e centrosinistra.

Un sistema che è certamente tentacolare e pervasivo, che può contare sul sostegno bipartisan, ma che al contempo ha prodotto un livello di contraddizioni tale da mostrare crepe sempre più importanti. Anche l’aver limitato di fatto la partecipazione dei cittadini al consiglio comunale in cui si attendeva il discorso di Sala, con le sale disponibili riempite dagli esponenti amici della giunta, oltre all’ingente dispiegamento di forze di polizia schierate per impedire l’ingresso ai manifestanti, è un elemento in più che dimostra quanto il sistema abbia paura di una mobilitazione determinata in città.

Si aprono dunque gli spazi per mettere in campo una vera alternativa; ci vogliono però soggettività che sappiano coglierli e su questo bisognerà verificare a partire da settembre quale sarà la disponibilità di comitati, realtà politiche e sociali. È chiaro infatti che le mobilitazioni promosse da Potere al Popolo sono state un segnale chiaro e una promessa di opposizione, ma l’obiettivo è ambizioso e necessita di un ampio raggio di forze che si vogliano misurare su questo terreno.

Fonte

22/07/2025

Sul mattone il campo in Italia è larghissimo

L’altra mattina a Radio Popolare sono andate in onda soltanto interviste ad esponenti milanesi del Partito Democratico (ti pareva) i quali, mentre i cementificatori si mangiavano Milano facendo schizzare i prezzi degli immobili alle stelle, tra una dormita e l’altra, hanno votato ogni porcheria possibile.

Ora che sono partiti arresti ed avvisi di garanzia all’indirizzo dei propri compagni (si fa per dire) di partito, improvvisamente, si svegliano e si ricordano – e ci ricordano – che il vero problema di Milano è “l’emergenza abitativa”. Ma va??? 

Eppure l’unica risposta all’emergenza abitativa, a Milano, fino ad ora, è stata soltanto l’indifferenza mentre ogni giorno si consumavano sgomberi e si distribuivano manganellate ai senza casa e mentre si tengono sfitte almeno 100 mila case, spesso abbandonate, che rimangono inutilmente vuote.

Peraltro, secondo l’ultimo rapporto ISPRA(marzo 2025), Milano è la terza città italiana per suolo consumato, con quasi il 60% del territorio comunale edificato. L’analisi dei dati tra il 2015 e il 2023, le immagini satellitari e l’uso di programmi GIS open source mostrano che più di un terzo di questa superfice è stata “divorata” dai famigerati “progetti di rigenerazione urbana”.

Pur con qualche diversa sfumatura, tutto il PD fa quadrato attorno a Sala. La Schlein lo ha subito chiamato al telefono per esprimergli la sua “solidarietà e vicinanza”. E il sindaco di Milano ha incassato pure la solidarietà di Giorgia Meloni mentre i partiti della maggioranza che sostiene il suo governo hanno costruito gran parte dei propri granitici sistemi di potere locali e nazionali proprio sulla cementificazione selvaggia, sulle così dette “grandi opere”, sulla gestione opaca degli appalti e sui favori ai palazzinari amici.

Intanto FdI, Lega e M5S hanno chiesto le dimissioni della giunta Sala. Ma come non ricordare, a proposito proprio del Movimento Cinque Stelle, la brutale cacciata dell’urbanista Paolo Berdini dal posto di assessore all’Urbanistica della prima Giunta Raggi del comune di Roma, avvenuta nel febbraio 2017, a causa della sua opposizione al via libera dell’amministrazione pentastellata in merito alla grande speculazione immobiliare che ruotava – e continua a ruotare – attorno alla costruzione del nuovo stadio della Roma, tornato al centro dell’attenzione, proprio in questi giorni, con il nuovo progetto che dovrebbe interessare la zona di Pietralata. Sono cose che non si dimenticano.

La domanda è sempre la stessa: ma se quelli di “sinistra” fanno le stesse cose di quelli della “destra” perché uno dovrebbe votarli? Anzi, perché dovrebbe votare?

Fonte

18/07/2025

Crolla il modello Milano: un sistema corrotto di speculazione, che solo qualcuno denunciava...

Crolla il modello Milano, con 74 indagati in vari filoni giudiziari, che rimandano a un rodato sistema di favori e scambi immersi in conflitti di interessi, di cui ad avvantaggiarsi è stata la speculazione edilizia.

Si susseguono in queste ore le notizie sull’ennesimo scandalo riguardante una Milano in cui, ricorda La Repubblica, in un decennio si è costruito come in Piemonte e Toscana messi assieme.

Non era difficile accorgersi della colata di cemento continua sul capoluogo meneghino, e difatti se ne sono accorti i magistrati. Ma nelle parole di uno dei protagonisti della vicenda, quando doveva evocare i rappresentanti del ‘no’ alla speculazione, il pensiero andava solo a una forza: Potere al Popolo. Ma andiamo con ordine, e ricostruiamo brevemente la vicenda.

In realtà, la storia dovrebbe cominciare nel 2015 – appunto, un decennio fa – con la grande opera inutile dell’Expo. Ma per farla breve, il primo momento di svolta si è avuto nel marzo di quest’anno, quando è finito agli arresti domiciliari l’ex direttore dello Sportello unico edilizia del Comune di Milano ed ex componente della Commissione paesaggio, Giovanni Oggioni.

Da lì, ha cominciato a scoperchiarsi una fitta rete di relazioni opache e messaggi interessati che, per ora, fanno capo a Giuseppe Marinori e Giancarlo Tancredi, rispettivamente ex presidente della Commissione paesaggio e assessore alla Rigenerazione urbana. Sono 13 i casi di conflitti di interesse che vengono contestati a Marinoni, per un valore di 369 mila euro.

All’assessore Tancredi viene esteso il fatto che avrebbe saputo di tali conflitti di interessi, per i legami professionali che Marinori (e non lui solo: un altro nome è Alessandro Scandurra) aveva con diversi costruttori e progettisti coinvolti in progetti edilizi. Chiudere un occhio sugli interessi dell’ex presidente della Commissione Paesaggio sarebbe servito a ottenere altri favori.

Come ad esempio il via libera per il ‘Pirellino’, un enorme piano edilizio da 60 mila metri quadrati la cui realizzazione è affidata alla società immobiliare COIMA, di Manfredi Catella, sulla base di un progetto di Stefano Boeri (famoso per il ‘bosco verticale’ di Milano). Ci sarebbe addirittura un messaggio inviato via WhatsApp allo stesso sindaco meneghino, Giusepppe Sala.

Per Boeri c’era bisogno che Sala convocasse e facesse pressione su Marinori per il via libera al progetto, e aggiungeva che “da amico ad amico, c’è una situazione che mi fa paura, non fa bene”. Alla star dell’architettura, insomma, faceva paura che ci fosse qualche dubbio su di una ennesima e inutile colata di cemento.

Si apprende dai giornali che anche il primo cittadino di Milano è indagato. A suo carico, le ipotesi di reato sono di false dichiarazioni su qualità proprie o di altre persone, e di induzione indebita a dare o a promettere utilità. Tradotto: avrebbe saputo dei conflitti di interessi e avrebbe taciuto, e avrebbe approfittato della sua posizione per indurre determinati provvedimenti.

Ovviamente, come sempre succede in questi casi, mentre sono stati già disposti sei arresti, tra cui quello di Catella e Tancredi, Sala nega di aver avuto qualsiasi ruolo nella vicenda. Anzi, lui il numero di Mantinori non lo avrebbe mai nemmeno avuto. Intanto, la segretarie del PD Elly Schlein ha espresso la sua solidarietà e vicinanza a Sala.

Tutto questo mentre quest’ultimo ha ovviamente chiesto di bloccare l’iter di approvazione del ddl Salvamilano, approdato ormai al Senato. Il provvedimento serviva a regolarizzare i cantieri sorti a Milano in maniera conforme alla normativa urbanistica lombarda e al piano urbano della città, ma in contrasto con altre norme. Tra chi si è opposto al Salvamilano c’è stato innanzitutto Potere al Popolo.

È proprio Boeri a citare il partito politico, già qualche anno fa. Infatti, il 30 marzo 2023 Boeri scrive al dirigente comunale Giovanni Oggioni il suo disappunto per la mancata approvazione da parte della Commissione paesaggio del Pirellino, e dice: “ci bocciate tutto... ormai siete di Potere al Popolo”.

Una tale affermazione può far scattare una risata, come è giusto che sia, ma trasmette anche un’idea chiara. Che c’era un sistema sordido di via libera incondizionato alla speculazione edilizia, e che la forza che più di tutte rappresentava l’opposizione a questa rapina della città era Potere al Popolo, che invece aveva costruito la propria attività intorno al un programma di ‘città pubblica’.

È questa la realtà che si nasconde dietro le accuse che, molto spesso, vari movimenti e soggetti sociali, sindacali e politici ricevono se si oppongono a grandi e piccole opere inutili: “siete professionisti del no”, viene detto. Alla luce degli eventi milanesi, bisogna dire che ciò va tradotto come “siete professionisti dell’opposizione alla speculazione fatta sulla pelle di tutti a favore dell’interesse di pochi”.

Un titolo da rivendicare con orgoglio.

Fonte

08/12/2022

La “prima” della Scala e la politica. Dal 1968

Il 7 dicembre 1968 il Movimento Studentesco si presentò in Piazza della Scala munito di uova, ortaggi e di qualche secchio di minio (con cui furono “vivacizzati” pellicce e abiti firmati) per contestare la “prima” della Scala, evento che rappresentava e ancora rappresenta (dopo 54 anni) un’ostentazione di ricchezza e opulenza capitalista, ma anche d’ignoranza e stupidità.

Tale evento, che si tiene nella serata di Sant’Ambrogio, patrono di Milano, ha infatti ben poco a che vedere con la musica e la cultura, a prescindere dalla qualità dello spettacolo che si rappresenta.

Si tratta in realtà di un avvenimento mondano, una passerella di personaggi politici, televisivi, attori e attrici, indossatrici, capitani d’industria e manager della comunicazione che vanno alla “prima” per esibire la loro presenza (nel caso delle signore anche dei propri abiti), pur essendo assolutamente disinteressati a quanto si mette in scena.

Naturale che poi tutti, senza avere ascoltato nemmeno una battuta di musica, si spertichino in lodi per i cantanti e il direttore. Insomma, una scena socialmente e culturalmente disgustosa.

I biglietti per assistere a una “prima” costano diverse migliaia di euro, ma ciò ha poca importanza; quasi nessuno degli spettatori li paga, essendo quasi totale la presenza di invitati, sponsorizzati, spesati ecc.

Naturalmente, a nessuno che non faccia parte della cerchia dei ricchi e dei potenti è dato assistere a una “prima”; tuttavia, per i poveri esiste sempre la possibilità di vedere l’opera attraverso dei punti video disseminati in città, che ritrasmettono le riprese RAI. Insomma, le briciole dal banchetto dei ricchi.

La lontana contestazione del 1968 a cui ho accennato in apertura ha avuto dei meriti storici. Oltre a denunciare il carattere elitario della prima della Scala ha fatto di questo evento un’occasione annuale di discussione e contestazione politica. In pratica ha cambiato la giornata del 7 dicembre milanese.

Anche quest’anno, mentre all’interno del teatro la borghesia celebrava il suo stolto rito, che si conclude in ristoranti da centinaia di euro, all’esterno si svolgeva una manifestazione dei sindacati di base e del comitato contro il carovita che protestava contro gli aumenti delle bollette di luce e gas, e denunciava gli extraprofitti che le aziende fornitrici stanno realizzando nell’ultimo anno. In pratica, un apologo del disgustoso divario che si sta sempre più allargando tra le classi sociali.

Sempre in tema di Scala, il sottosegretario alla cultura Sgarbi ha mancato l’occasione di stare zitto, dichiarando che la Scala, dopo diversi anni di sovrintendenti “stranieri” dovrebbe averne finalmente uno italiano. Uno scivolone provincial-nazionalista tipico della destra di cui dovrebbe vergognarsi, anche perché in vari paesi europei esistono direttori e sovrintendenti italiani di enti culturali e lirici, in accordo con una visione cosmopolita della cultura.

In mattinata, invece, in occasione della consegna degli “Ambrogini d’oro” del Comune di Milano si era tenuta una manifestazione dei lavoratori delle biblioteche e dei musei milanesi.

Questi lavoratori laureati sono pagati 4 euro l’ora, attraverso delle cooperative che appaltano i servizi comunali. Una paga evidentemente scandalosa. Alla protesta il sindaco Sala ha risposto confusamente dicendo che certamente tali paghe sono basse e dovrebbero essere aumentate, ma che i soldi non ci sono e che dovranno essere reperiti forse con un prossimo taglio dei contributi proprio alla Scala.

In ogni caso, secondo Sala, l’ente lirico milanese, dato il suo prestigio potrà coprire il taglio dei contributi comunali attraverso sponsorizzazioni private.

Purtroppo, i fondi risparmiati dal taglio dei contributi alla Scala non potranno passare direttamente ai dipendenti delle cooperative, che sono indipendenti dal bilancio comunale e alle quali il Comune affida la gestione dei servizi in base al principio del costo più basso.

Insomma, una risposta pasticciata, ma evidentemente al sindaco Sala l’idea che forse nel ‘patto di stabilità’ che obbliga gli enti locali al pareggio di bilancio ci sia qualcosa che non va proprio non entra in testa. E nemmeno che il continuo ricorso ai privati per finanziare gli enti pubblici ne limiti l’indipendenza culturale.

Nella vivace giornata milanese non è mancata anche una protesta della comunità ucraina che sosteneva che aprire la stagione della Scala con il Boris Godunov di Modest Musorskij è “propaganda russa”. Una protesta che concorda con la richiesta, espressa alcune settimane orsono dal console ucraino a Milano alla Sovrintendenza della Scala di annullare l’apertura di stagione con un’opera russa.

Una posizione assurda e provocatoria che si rivolge non certo contro l’attuale governo di Putin, ma contro la cultura russa nel suo insieme, che dovrebbe essere cancellata dalle programmazioni. Boris Godunov è un’opera scritta nel 1870, tratta da una tragedia di Puškin che, vale al pena di ricordarlo, ha un soggetto fortemente critico contro la sete e l’arbitrarietà del potere. Nulla dunque, che possa essere riferito a un sostegno all’attuale governo russo.

Tuttavia, è il caso di ricordare che in febbraio il sindaco Sala e il sovrintendente Meyer cacciarono dalla Scala il direttore Valery Gergiev, accusato di essere filoputiniano. Quando si comincia con certe discriminazioni politiche ci si pone su un piano inclinato che apre a conseguenze imprevedibili.

Fonte

06/04/2022

Il ghisa è morto, arriva il taser

Per i milanesi meno giovani, quelli che hanno passato i cinquanta, il vigile urbano, meglio detto in città ghisa non è mai stato una figura repressiva.

Il ghisa era cosi chiamato per lo strano casco della sua divisa. In realtà tale casco, allungato in altezza, che sarebbe stato di un peso insostenibile se davvero di ghisa, era di sughero e serviva soprattutto a farlo notare nei crocevia quando dirigeva il traffico.

Si trattava di una figura istituzionale, ma piuttosto familiare e bonaria, dedicata soprattutto al buon funzionamento della città. Le mamme ansiose raccomandavano ai bambini, se avessero perso la strada di casa, di rivolgersi a un ghisa, mentre i turisti guardavano le bandierine cucite sulla manica della divisa per sapere se potevano avere informazioni nella loro lingua.

Solo Totò sbagliò tutto, quando in Totò, Peppino e la malafemmina, si rivolse, in Piazza del Duomo, a un ghisa, in un incomprensibile patois italo francese che ne provocò le ire.

Durante gli anni sessanta e settanta, quando Milano era un grande ribollire politico, i ghisa dimostrarono equilibrio, mantenendo la loro neutralità dalla repressione e guadagnandosi stima e rispetto. Al massimo, li si poteva temere quando si scorrazzava in troppi dentro a una vecchia cinquecento, rischiando una multa inappellabile.

Che i ghisa avessero la pistola, quasi nessuno lo sapeva. Ce ne si accorgeva solo in estate, quando, lasciati cappotti e giacche, si poteva notare la fondina in cui alloggiava una piccola rivoltella che quasi mai nessuno dei vigili usò.

Poi, negli anni 2000, i vigili urbani diventarono “polizia locale”. Mai come in questo caso, le parole hanno avuto un senso. Moto e automobili di grossa cilindrata, sirene a tutto volume, manganelli, manette e grosse pistole in bella mostra. Berretti all’americana, più adatti agli inseguimenti che non il vecchio e ingombrante casco di sughero.

Ma, soprattutto, un radicale cambio d’atteggiamento verso i cittadini, autoritario e aggressivo e la costante presenza in situazioni come sgomberi di case, allontanamento di senza tetto ecc.

La polizia locale, in pratica, è usata ormai come un quarto corpo d’ordine pubblico dopo la polizia, i carabinieri, la guarda di finanza, quest’ultima usata peraltro negli ultimi anni più per reprimere le manifestazioni che gli evasori fiscali.

Ora il ciclo si completa. Il consiglio comunale milanese ha approvato una mozione della leghista Silvia Sardone, quella per cui occupare una casa per bisogno è un “furto di casa” (la proprietà privata soprattutto, no?) che introduce la sperimentazione del taser come arma per la polizia locale.

La mozione è passata solo perché ai voti della destra si sono aggiunti quelli di un nutrito gruppo di consiglieri della maggioranza, tra cui alcuni assai importanti, come quello del capogruppo PD Barberis.

Nel 2019, il consiglio comunale, retto dalla stessa maggioranza di oggi, aveva respinto l’impiego del taser nella polizia locale. Un’ennesima svolta autoritaria della maggioranza che sostiene Sala.

Il sindaco, del resto, tra gli strepiti di gioia dei leghisti e dei fascisti, ha dettato una dichiarazione molto imbarazzata in cui ha affermato che la disciplina della maggioranza la richiede solo su alcune delibere, lasciando altre all’orientamento politico personale e che in ogni caso non è contrario per principio al taser, ma che ci vuole prudenza. Cerchio e botte, come si dice.

È ben noto che il taser è tutt’altro che innocuo perché le sue forti scariche possono provocare danni rilevanti per chi le subisce, in alcuni casi sino alla morte. Il suo impiego per un corpo come la polizia locale è del tutto ingiustificato e frutto solo delle smanie securitarie della destra, tra l’altro in una città dove, secondo i dati ufficiali della Questura, la criminalità è in costante diminuzione.

Vigileremo per controllare se e come la giunta Sala darà seguito a questa delibera consiliare che, temiamo, potrà legittimare l’uso di un’arma così pericolosa e più volte anche denunciata come strumento di tortura in molte situazioni d’intervento della Polizia locale, quali occupazioni di appartamenti, sfratti, allontanamenti di senza tetto, verifiche su “clandestini”, infrazioni stradali, schiamazzi. Insomma, situazioni di disagio sociale o di marginalità che richiederebbero tutt’altro tipo d’intervento, sociale e non repressivo.

Fonte

03/03/2022

L’isteria bellicista produce mostri. Università milanese revoca corso su Dostojevski, poi fa marcia indietro

I demoni di Dostojevski si aggirano per l’Italia. Prima i direttori di orchestra e di teatri messi alla porta in quanto russi. Poi l’Università Bicocca di Milano che annulla il corso che lo scrittore Paolo Nori avrebbe dovuto tenere nell’ateneo sull’autore russo Fedor Dostoevskij. Ma, diversamente dal sindaco di Milano Sala, di fronte all’ondata di polemiche scatenate dall’annuncio dato dallo scrittore, la direzione dell’università ci ha ripensato e ha confermato il seminario.

“Sono arrivato a casa e ho aperto il pc e ho letto una mail che arrivava dalla Bicocca. Diceva ‘Caro professore, stamattina il prorettore e la didattica mi hanno comunicato la decisione presa con la rettrice di rimandare il percorso su Dostoevskij. Lo scopo è evitare ogni forma di polemica soprattutto interna in quanto è un momento di forte tensione'” ha raccontato su Instagram lo scrittore, che nel 2021 ha pubblicato il libro ‘Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fedor M. Dostoevskij’.

“Il corso sui romanzi dell’autore russo doveva cominciare mercoledì e prevedeva quattro lezioni. Mi avevano invitato loro. Trovo che quello che sta succedendo in Ucraina sia una cosa orribile e mi viene da piangere solo a pensarci. Ma quello che sta succedendo in Italia oggi, queste cose qua, sono ridicole: censurare un corso è ridicolo. Non solo essere un russo vivente è una colpa oggi in Italia ma anche essere un russo morto che, quando era vivo, nel 1849, è stato condannato a morte perché aveva letto una cosa proibita, lo è. Che un’università italiana proibisca un corso su un autore come Dostoevskij è una cosa che io non posso credere”.

Il corso su Dostojevski dunque si terrà, ma resta un fatto vergognoso. Eppure, con una faccia tosta irricevibile, sulla vicenda ha preso parola anche chi avrebbe fatto meglio a tacere come il sindaco di Milano. ”Qualcuno lì ha sbagliato”, ha detto Beppe Sala. “La rettrice della Bicocca, che ho sentito al telefono, mi ha detto che le cose non stanno così, che non è stato cancellato nessun corso – ha spiegato il sindaco – ma ritengo sia un errore cancellare un corso del genere”. Proprio Sala che ha estromesso dalla Scala il direttore d’orchestra russo Valery Gergiev che non aveva preso le distanze dalla politica del proprio paese come gli era stato richiesto.

Fonte

07/07/2021

Fascismo aziendale al Comune di Milano

“Il dipendente si astiene dal diffondere con qualunque mezzo, compreso il web o i social network, i blog o i forum, commenti o informazioni, compresi foto, video, audio, che possano ledere l’immagine del Comune di Milano e dei suoi rappresentanti, l’onorabilità di colleghi, nonché la riservatezza o la dignità delle persone, o suscitare riprovazione, polemiche, strumentalizzazioni”.

Questo è il vergognoso articolo 13 del nuovo regolamento del Comune di Milano, presentato in aprile, sottoposto ad ovvie pesanti critiche, ma ancora sostenuto dal sindaco Sala e dalla sua giunta.

Quando ArcelorMittal ha licenziato un operaio perché su Facebook aveva postato l’invito a seguire un fiction che parlava dei disastri ambientali di una fabbrica, abbiamo denunciato questa decisione padronale come “fascismo aziendale”.

Togliere ai dipendenti la libertà di espressione e di critica nel nome dell’immagine aziendale, significa violare lo spirito più profondo della Costituzione, significa considerare i lavoratori non più cittadini, ma sudditi medioevali del padrone.

Ora scopriamo che questi principi aberranti sono alla base anche del regolamento non di una fabbrica privata, ma di una grande istituzione pubblica e formalmente democratica: il Comune di Milano.

Il sindaco Sala vuole mettere a tacere i propri dipendenti, guarda caso mentre avvia la campagna elettorale per la sua rielezione. E lo fa con i metodi autoritari di qualsiasi padrone e manager.

Perché questo è prima di tutto Sala, un padrone che considera la città una impresa ed un sistema di affari.

Un padrone che con l’Expo ha liberalizzato il lavoro gratuito dei giovani, che ha fatto una politica della casa e dei servizi per i ricchi e contro i poveri, che all’inizio della pandemia, voleva che Milano non si fermasse. I profitti prima della salute.

Nei discorsi della domenica Sala si traveste da progressista e guida, in proclami democratici, la corte trasformista dei suoi sostenitori. Poi però il lunedì ridiventa padrone, un padrone che ora vara un regolamento fascista per i propri sottoposti, a cui viene proibito di parlare male del Comune sui social.

A noi di #PoterealPopolo, che ci siamo candidati a Milano con #BiancaTedone, viene rimproverato: “ma voi non volete combattere la destra!”

Non è vero. Noi contro la destra lottiamo ovunque e comunque possiamo, ed è per questo che a Milano siamo contro Sala.

Fonte

29/10/2020

Milano - La chiusura della città è inevitabile

La situazione sanitaria in Lombardia si fa ogni giorno più preoccupante. Il responsabile del coordinamento Covid dei Pronto Soccorso lombardi, Guido Bertolini, ha parlato di una situazione ormai al limite del tracollo. Purtroppo ha, come sempre, scaricato tutte le responsabilità sulle spalle dei cittadini: mettetevi le mascherine, rispettate le distanze, lavatevi le mani.

Cose ormai risapute alla noia, entrate nelle abitudini quotidiane, che però sono palesemente insufficienti a domare o semplicemente ridurre l’epidemia in assenza di una strategia dei poteri pubblici. Il tutto mentre continua il caos sui vaccini antinfluenzali acquistati a prezzi esorbitanti dalla Regione – 28€ in luogo dei normali 5-6 – e privi dell’autorizzazione dell’Agenzia del Farmaco, la mancanza delle Unità di Continuità Territoriale e gli spostamenti di medici e infermieri tra gli ospedali per fingere di colmare la carenza di personale. In Lombardia il contagio è fuori controllo, ma ancor più sono fuori controllo le strutture e le teste degli amministratori.

Ancora più drastico Walter Ricciardi, consigliere del Ministro della Salute, che ha chiaramente denunciato l’insufficienza, almeno per la provincia di Milano, dei provvedimenti presi con il DPCM del 25 ottobre. Il virus a Milano circola con tale rapidità – ha detto Ricciardi – che si può essere infettati al bar, al ristorante, sull’autobus, evocando la necessità di un nuovo blocco totale della città.

Le parole di Ricciardi hanno indispettito sia il Presidente della Regione, Fontana, sia il Sindaco di Milano Sala. I due sono da tempo in conflitto istituzionale, per contraddizioni che risalgono già alla scorsa primavera e che si rendono sempre più evidenti.

Il Sindaco Sala ha esplicitato la polemica alcune settimane fa quando ha dichiarato che come lombardo non si sentiva tutelato da un assessore al welfare come Gallera – come negare una tale evidenza – ed è continuata in seguito su diversi temi sanitari sino a sboccare nel contrasto sulla didattica a distanza.

Fontana, il presidente che un giorno non è preoccupato e quello seguente invece è disperato, ha deciso di chiudere tutti gli istituti superiori della Lombardia al 100%, mentre Sala avrebbe preferito combinare didattica a distanza e in presenza, per non privare totalmente gli studenti del contatto fisico con la scuola.

Purtroppo Sala ha una grossa coda di paglia sulla questione poiché i mezzi dell’Azienda Trasporti Municipali viaggiano troppo affollati e la loro sanificazione è dubbia e diventano così degli incubatori di virus. Di fronte alla richiesta di aumentare le corse, Sala ha sempre opposto un netto diniego: impossibile per mancanza di mezzi e personale, che però non si fa nulla per cercare di reperire – nonostante, per esempio, la possibilità di utilizzare i bus delle compagnie private, fermi da mesi per mancanza di lavoro.

Per questa ragione, gli studenti rischiano d’infettarsi nel percorso casa-scuola e si preferisce rinchiuderli a casa davanti al PC.

In questo scontro istituzionale ormai evidente, Fontana e Sala sono d’accordo solo su una cosa: un ritorno al fermo generalizzato delle attività è impossibile perché danneggerebbe troppo l’economia, cioè gli interessi di Confindustria.

Fontana esclude tassativamente una nuova chiusura, Sala dice di avere ricevuto un SMS di un anonimo virologo che lo rassicura che al momento ci sono nelle terapie intensive solo 80 pazienti a Milano e 200 in Lombardia. Questo permetterebbe di poter rimandare ogni decisione tra 10-15 giorni.

Cioè quando probabilmente gli ospedali saranno tanto pieni da respingere i pazienti e i decessi si conteranno a migliaia. La terrificante scena dei camion militari che trasportavano i morti di Bergamo verso i forni crematori non ha insegnato nulla a questi amministratori.

Quanto alle proteste emerse negli ultimi giorni sulle ultime decisioni del governo, che vedono in piazza categorie molto diverse tra loro, dai musicisti e attori ai gestori dei bar e ai taxisti, è chiaro che esse esprimono non tanto un’opposizione di principio a una nuova chiusura della città, che appare sempre più inevitabile, bensì la legittima preoccupazione della difesa del proprio reddito, in misura sufficiente a garantire un’esistenza dignitosa nei prossimi mesi che si annunciano difficili.

E a questa richiesta è necessario che sia data una risposta adeguata che va ben oltre i “ristori” promessi. In caso contrario, a Milano e in Lombardia ci si troverà di fronte a una strage sanitaria ma anche sociale.

Fonte

12/07/2020

Il leghista Sala

Il sindaco di Milano vuole tornare alle “gabbie salariali”, quella discriminazione sociale e territoriale secondo la quale più al Sud si lavorava, più bassa era la paga. Ci vollero anni di lotte per superare questa infamia, come la definì Di Vittorio, ma in realtà le discriminazioni salariali non sono mai state davvero superate, perché le retribuzioni reali al Nord sono tuttora relativamente più alte che al Sud.

E tutte – ripeto: tutte – le retribuzioni dei lavoratori sono scandalosamente basse, a maggior ragione se confrontate con l’aumento del patrimonio dei ricchi.

Ma come tutti i reazionari, come i peggiori padroni, il sindaco di Milano Sala non giudica “troppe basse” le paghe dei lavoratori della sua città, ma si arrabbia per quelle “troppo alte” dei pochi che ancora riescono a trovare un lavoro decente in Calabria.

Invece di aumentare gli stipendi dei dipendenti del suo comune, come dovrebbe, insomma, egli vorrebbe abbassarli a quelli di Reggio Calabria. Invece che tener bassi i prezzi di merci e servizi nella sua città, Sala chiede di ridurre il potere d’acquisto dei lavoratori delle città del Sud.

Il sindaco Sala non vuole che crescano le retribuzioni dei lavoratori, ma solo che aumentino le differenze e le discriminazioni tra di essi.

Esattamente come Salvini fa coi migranti, Sala fa credere ai lavoratori milanesi che sia “loro interesse” che altri lavoratori, in questo caso i meridionali, abbiano meno diritti.

Come Salvini, Sala alimenta la guerra tra i poveri, con la sola differenza che il sindaco di Milano è rimasto alla Lega di Bossi, ce l’ha più coi “terroni” che con gli africani.

Il PD è solo il volto ipocrita della Lega e Sala è quel volto a Milano.

Fonte

09/05/2020

Milano - Gli spensierati complici dello sceriffo Sala

Se negli USA, comportamenti definibili demenziali quali quelli di partecipare a party, denominati per i tempi che corrono “Covid-19”, rischiano di rappresentare una coazione a ripetere e di per se pericolosi nella loro diffusione, come chiamare quelli che nella Milano delle movide sui Navigli, in un sol giorno, han visto la propria riedizione?

Stupidi ed incoscienti? Oppure insofferenti a 2 mesi di clausura forzata? In entrambe le domande, le risposte più semplici ma nel contempo più naturali, identificano questi atteggiamenti, esplosi all’improvviso, come iper-soggettivistici, noncuranti di preoccupazioni che, al contrario, pervadono e preoccupano migliaia di lavoratori, costretti da lunedì 4 maggio, al rientro nei luoghi di lavoro.

E chi se ne è avvantaggiato è stato il prode sindaco di Milano, Sala, al quale non è sembrato vero di poter ripetere con altre parole, ma non con altri intenti, la “Milano non si ferma” con “Milano deve riprendere a lavorare”, ma non a divertirsi.

E i nostri baldi frequentatori dei Navigli questa volta gli hanno dato una mano, visto che non solo l’ex capo di Expo 2015 li ha sgridati come si fa ad uno scolaretto che ha appena compiuto una marachella, ma ha addirittura sottolineato con voce perentoria, che le sue dichiarazioni sono li ad essere come un vero e proprio ultimatum.

Chi dovremo ringraziare se e quando la scure della repressione, quella che si è materializzata a Milano il 25 Aprile, diventerà ordinaria amministrazione nel tentativo di “contenere” nuove e vecchie forme di protesta civile, come potrebbero essere i flash mob o molto più semplicemente lo stare in piazza o nelle strade con le giuste precauzioni di salvaguardia dal possibile contagio, mantenendo le distanze consentite dal decreto di marzo e che potrebbero subire antichi comportamenti delle “forze dell’ordine” così pesanti e massivi come avvenuto in via Padova, proprio in occasione della Festa della Liberazione?

Detto questo, non resta che sottolineare la gravità “dell’avvertimento” di Sala, il quale, giunto a questo punto, ricorda da vicino le puntuali esternazioni da sceriffo dell’omologo di Fontana, nel ruolo istituzionale, De Luca, presidente a sua volta, della Giunta Campana, sempre attento a rievocare, anche con l’innata vocazione vocale e posturale, un “condottiero” di quel tempo che fu.

Fonte

08/07/2019

Milano. Un sindaco “al di sopra di ogni sospetto”

“I sentimenti che ho sono negativi, qui è stato processato il lavoro e io ne ho fatto tanto”. È scandalizzato il Sindaco di Milano Giuseppe Sala nell’apprendere della sua condanna a sei mesi di reclusione (convertiti in 45.000 euro di pena pecuniaria) per il maxi-appalto della Piastra dei servizi di Expo 2015.

Tuttavia, riuscendo stoicamente a contenere la tanta amarezza, rassicura i milanesi sulla durata del suo mandato.

Ma i sentimenti negativi colpiscono, scavando, nel profondo e Beppe proprio non cela fa a garantire una eventuale ricandidatura. “Di guardare avanti ora non me la sento” afferma e solo gli oltremodo maliziosi possono pensare ad un tono minaccioso nelle sue parole.

Ha tutte le ragioni di essere risentito un uomo che, di “lavoro”, ne ha fatto davvero tanto. Prima ancora di essere eletto sindaco, infatti, aveva messo a disposizione della grandeur milanese la sua efficienza e le sue competenze di manager fino ad arrivare alla nomina di commissario ed infine a.d. di Expo 2015.

I suoi sforzi sono stati fondamentali per costruire il lascito dell’esposizione universale: un buco di quasi 1.5 miliardi, una legittimazione del lavoro volontario (in accordo con CGIL, CISL, UIL), un mercato immobiliare deregolamentato e sempre più a vocazione speculativa. L’apoteosi della gestione emergenziale delle “grandi opere”.

Quando si hanno di queste medaglie non può essere di certo una sentenza a portarle via. Al di la della fedina penale dell’uomo, vale l’impronta che questi riesce ad imprimere sulla città. Non a caso si sono rincorsi gli attestati di solidarietà bipartisan (da Zingaretti al presidente della camera di commercio passando per Forza Italia) e nemmeno uno come Salvini se la è sentita di affondare il colpo arrivando, anzi, a dire di sentirsi orgoglioso della Milano dell’expo. Quando si lavora bene proprio tutti sono costretti a riconoscertelo. Ma la stima di amici e nemici non è qualcosa di casuale, la si costruisce con intuito e senso del marketing arrivando fino alla disinvoltura. Beppe nostro piace proprio per questo, perché è capace di farsi fotografare con le calze color pride ed il giorno dopo promuovere il Daspo per i rom.

Spingere sulla retorica ambientalista ed aumentare il biglietto dei mezzi pubblici. Capace di incarnare, insomma, il modello Milano che sempre più rappresenta un laboratorio da espandere quanto più possibile.

La città vetrina, la città smart, il luna park dei ceti alti moderni capaci di fare i soldi (nel modo di sempre) ma conservare una spiccata sensibilità umanitaria.

L’elezione a sindaco di Milano e della città metropolitana, una consacrazione. “Una nuova speranza” per un liberismo la cui egemonia culturale era stata scalfita da un decennio di crisi e che cercava insistentemente un upgrade. E quale luogo migliore se non la città delle start up? La sfida è difficile ma Sala è l’uomo giusto nel posto giusto pronto a raccoglierla.

Continuare la dismissione del bene pubblico in favore delle privatizzazioni, mettere a valore ogni centimetro di suolo ma in modo moderno ed accattivante con parole come project financing o social hausing. Come ogni uomo che ha una visione, però, i suoi confini non possono essere limitati ad una, seppur vitale, metropoli. Sempre più evidenti i segnali che svelano come si marci verso la “città-stato”, quella specie di mini-lander tedesco che in autonomia (e qui l’autonomia differenziata ci sta a pennello) gestisce i suoi rapporti internazionali e con l’UE.

Ritagliarsi un ruolo, anche se periferico, all’interno del polo produttivo a trazione franco-tedesca. E per una capitale del farmaco che svanisce c’è un olimpiade invernale che arriva. Sono ormai storia del costume le immagini dei salti e dell’esultanza abbracciato al governatore Fontana per l’assegnazione della sede olimpica. Meno risalto, invece,hanno ricevuto le sue affermazioni a margine della cerimonia in cui dichiarava come già migliaia di lavoratori volontari fossero pronti per il grande evento.

Parole che fanno trasparire come la “città che funziona” si regga in realtà su qualcosa di moderno nella forma ma più che classico nella sostanza: lo sfruttamento. E cosi si manda in soffitta la vetusta contrapposizione ricchi e poveri sostituendola con la più aggiornata high skilled contro low skilled. Locuzioni anglosassoni rilanciano, così, l’”uguaglianza” povertà/colpa in una città ed una regione dove persistono ancora livelli anche alti di benessere. Concetto fondamentale da far passare per evitare di metter mano al tema delle diseguaglianze e della redistribuzione della ricchezza.

Si capisce bene come, in questo contesto, sia facile indicare il sindaco quale vittima sfruttando la retorica dell’”uomo del fare” che si scontra con la viscosità della burocrazia. Del manager comunque liberale e meno peggio di quegli altri.

Una retorica così forte da azzittire le già solo sussurrate richieste di dimissioni da parte delle opposizioni. Anestetizzare la reattività anche della “sinistra radicale”. Sala quindi va avanti magari riuscendo pure a rimediare l’aura del martire da questa faccenda.

Fonte

30/10/2018

Milano: le lunghe mani “smart” sulla città

L’ultimo numero di “D La Repubblica” contiene uno speciale interamente dedicato a “Milano vicino all’Europa”: il repertorio completo della retorica e delle celebrazioni che circondano, ormai da tempo, Milano in quanto città-vetrina internazionale, innovativa ed accogliente e che l’hanno portata ad ottenere dalla società FPA, del gruppo Digital 360, per il quarto anno consecutivo, il titolo di città più “smart” d’Italia, ovvero “più vicina ai bisogni dei cittadini, più inclusiva, più vivibile”.

A quanto pare, però, le caratteristiche che sfodera Repubblica come punti forti della città c’entrano ben poco con l’inclusività e la vivibilità.

Meta privilegiata dai giovani americani e tedeschi che vengono a fare il master in Cattolica o in Bocconi, centro d’elezione per le “city” e le “week” dedicate a moda, design, libri, arte, musica perché finalmente “è passato il concetto – anche tra i grandi sponsor – che l’arte non sia solo un godimento, ma anche un buon investimento”, città smart grazie alla realizzazione di opere come i grattacieli di City Life, pronta a trasformare l’ex area Expo in un “ambiziosissimo tecno-park che assomiglierà ad un campus americano”, per finire con una sviolinata sulle politiche di accoglienza del Sindaco Sala e su come gli stranieri sono buoni a “produrre reddito, Pil, tasse e rimesse verso i paesi emergenti”, pur avendo qualche problemino di povertà e marginalità sociale, ma tutto sommato niente di ché.

Ah scusate. Forse ci siamo sbagliati... perché noi Milano la vediamo un po’ diversa da questa.

O forse ai giornalisti di Repubblica, acuti osservatori, è sfuggito qualcosina. Se solo avessero messo il naso fuori da via Tortona e dal quadrilatero della moda si sarebbero accorti che:

– a Milano gli spazi autogestiti dove si fa cultura, quella gratis e accessibile a tutti e non quella degli investimenti dei grandi sponsor, vengono sistematicamente sgomberati dalle forze dell’ordine, come è successo di recente ai collettivi Zip e Lambretta;

– a fronte delle speculazioni edilizie di City Life, dove un appartamento costa 10.000 euro al metro quadro, in città esiste una vera e propria emergenza abitativa, l’edilizia popolare cade a pezzi, e i progetti sociali che cercano di sopperire a tale emergenza come il residence sociale “aldo dice 26 X 1” vengono altrettanto sgomberati; a quanto pare gli sfrattati se ne fanno poco del fatto che il Bosco Verticale abbia “rimesso la città sulle mappe degli archilover globali”...

– nell’hinterland, nel frattempo, si moltiplicano gli incendi dolosi nei depositi di rifiuti, espressione del potere mafioso ben radicato sul territorio. È la “guerra dei rifiuti”, che negli ultimi 15 mesi in tutta la Lombardia ha visto almeno un incendio al mese, soprattutto nel milanese e nel pavese, e che fa della regione una terra dei fuochi al pari di altre zone d’Italia.

– chi abita l’Hinterland milanese (soprattutto le classi popolari costrette ad allontanarsi dalla città a causa degli affitti elevatissimi) subisce poi il degrado e l’inefficienza del sistema di trasporto di Rfi e Trenord, fatto di quotidiani ritardi, soppressioni e guasti, che rendono il pendolarismo in Lombardia una vera odissea, fino alle tragedie come quella di Pioltello, che ha visto il deragliamento di un treno e la morte di tre persone a causa delle condizioni pessime delle rotaie; ed è di ieri l’ennesimo guasto su un treno di Trenord, con i vagoni che si sono riempiti di fumo a causa di un guasto ai freni.

– Milano come centro della cultura digitale e della “condivisione di competenze per costruire il nuovo”; ma, dietro queste parole fumose, sharing economy a Milano vuol dire soprattutto lavoro sfruttato dei fattorini, che fanno consegne con paghe da fame e privi di qualsiasi tutela: la chiamano innovazione ma è caporalato digitale. Accanto a loro, ulteriori forme di lavoro precario come quella dei lavoratori della logistica, negli stabilimenti e centri di smistamento appena fuori dalla città; il modello EXPO del lavoro gratuito e degli stage; quella degli operatori sociali dei centri di accoglienza che affollano Milano e l’hinterland, pagati pochissimo con turni massacranti e che rischiano ora il posto di lavoro anche a causa della svolta securitaria di Salvini, con la chiusura del centro di accoglienza di via Corelli e la sua riconversione in un cpr. Sacche enormi di lavoratori precari uniti nella logica di sfruttamento del sistema delle cooperative e dei cambi di appalto.

– nonostante ATM sia in attivo di più di 39 milioni, è previsto da gennaio un rincaro di biglietti e abbonamenti.

– La creazione dell’”ambiziosissimo tecno park” in salsa americana è stata pensata al solo fine di coprire i buchi di bilancio lasciati dall’Expo e il trasferimento delle facoltà scientifiche della Statale in quell’area serve per rendere appetibili quei terreni alle grandi multinazionali che ci speculeranno; in ogni caso è un’operazione che va contro gli interessi degli studenti che si vedranno ridurre gli spazi a loro disposizione dai 220.000 metri quadri attuali di Città Studi a 150.000. Evidentemente la parte del leone nell’ambiziosissimo tecnopark la giocheranno le multinazionali e non l’Università Statale. E per quest’operazione scellerata di svendita dell’università pubblica lo stato sborserà 130 milioni di fondi europei. I finanziamenti alla ricerca vengono continuamente tagliati ma quando c’è da socializzare le perdite dell’Expo vuoi che non si trovino 130 milioni?

– Per quanto il PD locale si autoproclami aperto all’accoglienza e tollerante, in piazza a “dare un segnale contro il razzismo” ci va soltanto per opportunismo quando le politiche razziste le porta avanti Salvini e non quando sono targate Minniti, che del PD è uno dei fiori all’occhiello.

Al di là della retorica patinata, è questa la vicinanza di Milano all’Europa, che viene proclamata come modello da Repubblica: sacche enormi di lavoro precario, svendita delle istituzioni e dei servizi pubblici ai privati e una città che diventa sempre più a misura di ricchi, mentre i poveri se ne devono stare nelle periferie a prendersi le briciole (perché in effetti con il biglietto ATM a due euro forse non vale la pena andare fino in piazza Gae Aulenti per “sperare di incontrare i Ferragnez + pupo”). Nel frattempo, l’aria continua ad essere irrespirabile, a dispetto di car sharing e bike sharing tanto decantati, anche grazie alle guerre mafiose che si consumano nell’hinterland intorno alla questione rifiuti.

A fronte di tutto questo, il resoconto che ha premiato Milano come città più smart d’Italia parla della città come di “una realtà che fronteggia con determinazione le sfide ambientali e funzionali metropolitane e che ha saputo individuare nuove dinamiche di sviluppo economico”.

Ma a noi le “dinamiche di sviluppo economico” di Milano sembrano le stesse di tante altre parti d’Italia: l’intera città cannibalizzata dalla speculazione edilizia utile solo a pochi ricchi, le classi popolari esiliate nei quartieri dormitorio fuori città (ormai anche la periferia è diventata off limits) il servizio di trasporto pubblico che connette città e hinterland abbandonato all’incuria e al degrado; un centro dorato ed esclusivo che si autocompiace della propria “modernità”, mentre tutto il resto attorno va in malora: queste non sono dinamiche di sviluppo economico “nuove”, sono le tradizionali e vecchissime ricette di “sviluppo” che vengono proposte.

Ed è questo il modello di città che noi, come Potere al Popolo Milano, vogliamo combattere su tutti i fronti, prima di tutto smascherando le ipocrisie dei media e di presunte “agenzie di rating” delle città, a favore invece di politiche del lavoro, abitative, culturali e dei trasporti realmente al servizio degli interessi pubblici e non schiave della speculazione privata.

#riprendiamociquellocheènostro #poterealpopolo

Fonte

23/10/2018

L'”antifascismo” del Pd si spegne con il sindaco Sala

Non si può restare silenti a dichiarazioni di tale tenore che, ad essere generosi, fanno il paio con quelle ormai quotidiane del ministro dell’interno, di questo governo giallo-verde, Salvini.

Non si può far finta di niente e magari andare alla ricerca di possibili interlocuzioni, magari facilitate da assessori che in questa giunta milanese più che esserne fiore all’occhiello, assolvono al ruolo di foglie di fico di un sindaco che discrimina tra migranti economici, politici e coloro che fuggono dalle guerre.

Da quelle stesse guerre infinite, la Libia, tanto per citarne una, sostenute e finanziate in questi anni, da governi amici come quelli di Renzi e Gentiloni.

Non si può, leggere l'illeggibile quando in modo del tutto improprio, questo sindaco vorrebbe paragonarsi, con incommensurabile ipocrisia, a Mimmo Lucano.

Un Sindaco come Mimmo che, in questi anni, ha costruito in modo trasparente, progetti finalizzati alla realizzazione a vite finalmente dignitose.

Con un riconoscimento, giunto anche a livello internazionale, ad un impresa che solo i veri ” sognatori” riescono a compiere.

Un sindaco, come quello di Milano che invece delega agli apparati repressivi dello Stato, quali polizia e carabinieri, il rigetto dei migranti applicando prima le leggi Minniti e poi, nei fatti, auspicando la naturale continuità con esse, cioè il recente decreto sicurezza di salviniana firma.

Un sindaco che, l’ospitalità, al massimo la considera nei Cie (vecchi e nuovi luoghi di detenzione) o al più in caserme inutilizzate, con una scadenza temporale ormai prossima.

Un primo cittadino indagato, seppur prosciolto, per la gestione Expo 2015 con tutto il portato di interessi mafiosi e non e tanto altro ancora, ed invece un Sindaco che ha dovuto subire prima gli arresti domiciliari poi l’allontanamento da Riace, paese che ha determinato a far rinascere veramente grazie anche alla reale integrazione con i nativi ancora residenti e, per l’appunto, i migranti, ovvero, Persone.

*****

L’intervista data a Mario Giordano, la vocetta isterica de “La Verità”.

Giuseppe Sala, sindaco di Milano: “Immigrati africani vero problema: zero istruzione, non hanno mai lavorato”

Il sindaco di Milano parla degli errori della sinistra in tema di immigrazione e dichiara le sue idee per la gestione dei flussi

“Penso che sull’immigrazione la sinistra abbia sbagliato tutto. Non siamo stati per niente chiari nell’affrontare il problema. Serve un piano nazionale. E in primis bisogna distinguere tra immigrazione degli africani e altri immigrati. In Italia gli immigrati sono il 9 per cento della popolazione, a Milano il 19 per cento. Però io sfido i milanesi dicendo: quando arrivavano i filippini ti lamentavi?”.

Sono le parole rilasciate dal sindaco di Milano Giuseppe Sala a Mario Giordano sul quotidiano “La Verità”.

Il sindaco, incalzato dal giornalista, ammette:

“L’immigrazione africana porta persone che hanno livello di istruzione pari a zero e che non hanno mai lavorato. Questa è la verità. Bisogna accogliere quelli che fuggono dalle guerre”.

Al che il giornalista gli chiede:

“E gli altri? Quelli che scappano per ragioni economiche? Chiudiamo i porti?”

E Sala risponde: “Non credo che basti. La popolazione africana aumenta a dismisura”.

Ma Giuseppe Sala si schiera anche a difesa del sindaco di Riace, Domenico Lucano, in questi giorni al centro di accese polemiche dopo le accuse sollevate a suo carico per per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e affidamento fraudolento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti a due cooperative della zona.

“Se fossi stato il sindaco di Riace forse avrei fatto la stessa cosa. Un sindaco quando si trova a gestire le cose, è un bel po’ abbandonato e ci mette la sua sensibilità personale”.

Il bocconiano, pirelliano Beppe Sala, direttore generale del Comune con la Moratti, presidente della multiutility A2A, poi amministratore delegato di Expo 2015, scelto da Matteo Renzi per la corsa a Palazzo Marino nel 2016 dopo Giuliano Pisapia oggi ottiene il 60 per cento dei consensi nei sondaggi sul gradimento del sindaco.

Pochi giorni fa, infatti, un sondaggio Ipsos pubblicato sul Corriere della Sera rivelava le sensazioni dei cittadini di Milano rispetto all’operato dell’amministrazione Sala. Intanto il gradimento per la città, altissimo: l’81 per cento degli intervistati giudica positiva o molto positiva la qualità della vita, con picchi del 91 per cento tra gli elettori del Movimento 5 Stelle. La qualità della vita è migliorata per il 37 per cento, peggiorata per il 38 per cento, rimasta sostanzialmente uguale per il 15 per cento e negativa come negli anni scorsi per l’8 per cento.

Riscuote pareri positivi l’attuale amministrazione guidata dal sindaco Giuseppe Sala. Il 60 per cento degli intervistati si dice soddisfatto dell’operato del sindaco, il 64 per cento dà parere positivo del lavoro della giunta. Pareri positivi che spaziano dagli elettori del M5S, a quelli del centrodestra, fino a quelli del centrosinistra, che arrivano a un consenso dell’86 per cento.

Fonte

18/05/2018

Milano - Nuove condanne per EXPO, ma la speculazione continua

In questi giorni a Milano è in corso un simbolico passaggio del testimone tra quello che è stato EXPO e il dopo EXPO. Ma è un passaggio che avviene nel segno della più assoluta continuità: grandi speculazioni immobiliari che hanno attraversato giunte milanesi differenti per colore politico ma tutte accomunate dalla visione di una città sempre più orientata a incarnare gli interessi nazionali e internazionali della borghesia e delle élites finanziarie.

Una città a tal punto funzionale al capitalismo impegnato nella competizione globale da far dire a Sala, ora sindaco e già amministratore delegato di EXPO, che Milano è una “città sistemica” che ha tra i suoi doveri quello di mettere al servizio del paese il suo modello e che, in assenza di risposte, si rivolgerebbe direttamente all’Europa e alle sue risorse per continuare ad attrarre il mondo della finanza e delle imprese.

Accade così che proprio mentre arrivano a conclusione i primi procedimenti penali riguardanti gli appalti per la realizzazione di EXPO, a giorni l’Università Statale dovrà deliberare sul progetto per il nuovo campus universitario in area EXPO, assai caro al Rettore Vago, che dello spostamento delle facoltà scientifiche dall’attuale sede di Città Studi all’ex area di EXPO ha fatto il proprio cavallo di battaglia; il nuovo campus sorgerà nell’ambito del più vasto progetto Human Technopole, che prevede anche la creazione di un centro di ricerca sostenuto dal governo con un finanziamento di circa 150 milioni all’anno per 10 anni e di cui saranno parte anche multinazionali del farmaco: un’occasione d’oro per riaffermare il “modello Milano”.

Nelle aule del Tribunale intanto – in cui riecheggeranno ancora a lungo i contrasti, legati proprio alle inchieste su EXPO e giunti fino al CSM, tra il pm Alfredo Robledo e l’ex capo della Procura Edmondo Bruti Liberati – sono cadute in primo grado le accuse di associazione a delinquere ma ci sono state condanne, lo scorso 8 maggio, per turbativa d’asta e falso che consentono d’intravvedere come, dietro le speculazioni edilizie realizzate, si celassero appetiti non sempre leciti.

E così – se per Sala è arrivato il proscioglimento dall’accusa di abuso d’ufficio e turbativa d’asta per la piantumazione della piastra di EXPO e il 7 giugno inizierà il processo a suo carico solo per l’accusa di falso, legata alla presunta retrodatazione di verbali – tra i condannati ci sono personaggi del calibro di Antonio Rognoni, ex direttore generale di Infrastrutture Lombarde spa, gigante da 11 miliardi di investimenti, condannato ora a tre anni e già definito dal Gip “mente del sodalizio criminale”, manager considerato vicino a Comunione e Liberazione ai tempi di Formigoni ma rimasto in auge nel passaggio della Regione al leghista Maroni.

A proposito di continuità va ricordato, tornando indietro di qualche anno, che erano di Comunione e Liberazione gli assessori allo sviluppo del territorio delle giunte Albertini (Maurizio Lupi, successivamente anche ministro delle Infrastrutture) e Moratti (Carlo Masseroli, già uomo forte di Forza Italia e ora direttore generale di Milanosesto spa, la società che si occupa del progetto dell’ex area Falck) negli anni in cui nascevano i progetti delle aree ex FIERA (poi Citylife) ed ex Centro Direzionale (poi Porta Nuova).

E’ bene sottolineare che i progetti in questione, approvati dalle giunte milanesi di centrodestra, sono stati poi attuati come capisaldi della modernizzazione della città dalle giunte Pisapia e Sala proprio negli anni in cui la Commissione europea, attraverso il concetto di “rigenerazione urbana”, individuava le aree metropolitane come luoghi strategici in cui concentrare gli investimenti per favorire il processo di valorizzazione capitalistica.

Tornando all’attualità, Vago – rettore dell’Università Statale – parla di “opportunità imperdibile e irripetibile” riferendosi al trasferimento delle facoltà scientifiche che costringerebbe a quotidiani trasferimenti assai dispendiosi in termini di tempo e di costi (è annunciato tra l’altro a Milano a breve l’aumento del costo dei servizi pubblici di trasporto) quasi 20.000 studenti e 2.000 lavoratori. Per questa “imperdibile opportunità” Renzi e Maroni, firmando il patto per la Lombardia, hanno stanziato 130 milioni di fondi pubblici, vincolando l’erogazione allo spostamento della sede nell’area in cui verrà costruito il campus. La realizzazione del progetto vale complessivamente 318 milioni di euro e, dalle informazioni che non senza difficoltà iniziano a trapelare, il colosso australiano delle costruzioni LendLease ne metterebbe 134 in cambio della possibilità di gestire per 99 anni il business, l’Università Statale 55 milioni per le attrezzature, oltre a sobbarcarsi circa 19 milioni di euro per 27 anni per affitti, servizi e fornitura di energia. E ovviamente il Politecnico e la Bicocca hanno iniziato a immaginare investimenti immobiliari nell’area attualmente occupata dalle facoltà della Statale.

Così la Capitale materiale vicina all’Europa continua a essere anche una sorta di laboratorio del neoliberismo urbanistico, a tutto ed esclusivo vantaggio delle imprese e dei loro appetiti, che sta espellendo gli abitanti delle classi meno abbienti spingendoli a vivere in condizioni di crescente disagio verso le zone periferiche.

Fonte

29/01/2018

La borghesia “europea” sollecita la Milanexit

“Milano è una città sistemica che riconosce tra i suoi doveri quello di mettere al servizio del Paese il suo modello... In assenza di risposte si rivolgerebbe direttamente all’Europa e alle sue risorse, rafforzerebbe la diplomazia estera, continuerebbe ad attrarre il mondo della finanza e delle imprese in forza della qualità dei suoi servizi e della sua vita”.

Le parole di Sala, sindaco di Milano e della business community dell’Expo, non sono una sorpresa, sono la conferma di una ipoteca che incombe sul nostro paese e ne approfondisce le asimmetrie. Abbiamo già scritto sul nostro giornale su questa subdola operazione tesa a rendere “Capitale” de facto Milano e a meridionalizzare Roma e tutto il territorio esterno al triangolo d’oro che ruota intorno a quell’area produttiva del nord. Anche su questo Sala è piuttosto esplicito: “Come si può immaginare che Messina o Reggio Calabria abbiano le stesse istanze di Napoli o Milano? Nelle sfide globali, non possiamo più permetterci questa folle granularietà territoriale”, afferma nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 24 gennaio.

Ma in questa operazione non agisce solo l’eterno tormentone tra Roma ladrona e Milano produttiva, agiscono forze reali all’interno e all’esterno del paese. E’ la conferma come dentro il tritacarne economico, sociale e politico degli ultimi venticinque anni, anche la borghesia italiana (e non solo la classe operaia) abbia subito una profonda ristrutturazione passata attraverso rotture interne sanguinose che ne hanno ridefinito le gerarchie.

E’ l’effetto visibile e materiale del vincolo esterno europeo. Il brusco processo di centralizzazione e verticalizzazione dei poteri decisionali, delle forze produttive, delle alte tecnologie e dei servizi finanziari intorno al nucleo duro europeo, non ha devastato solo le condizioni di vita dei settori popolari ma anche i rapporti interni alla borghesia italiana, in particolare nel nord del paese. L’eterno scontro tra il gruppo editoriale/finanziario Berlusconi/Mediaset contro il gruppo editoriale/finanziario De Bendetti/Espresso/Repubblica, ne è stata la dimostrazione plastica. Il primo rappresentava quelli che stavano perdendo, il secondo quelli che stavano vincendo. Il primo era legato al mercato interno, il secondo al processo di internazionalizzazione e integrazione a livello europeo.

Ma adesso i tempi si sono fatti di ferro e di fuoco e l’accelerazione è visibile a tutti. La fase della della globalizzazione concertata è finita ed è diventata competizione globale, a tutto campo e con tutti contro tutti. Le classi dominanti europee spingono continuamente sui processi di concentrazione e gerarchizzazione del comando e del controllo di ogni processo. L’Italia deve adeguarsi e se la sua classe dirigente non sarà in grado di farlo adeguandovi tutto il paese, il magnete del vincolo esterno europeo ne attrarrà solo un pezzo – quello più integrato – lasciando andare tutto il resto.

Se l’Italia vuole o sarà costretta a stare nel direttorio europeo con Germania, Francia e Spagna, dovrà adeguarvi non solo l’economia e le relazioni sociali ma anche i suoi apparati istituzionali, renderli cioè adeguati alla governance multilivello su cui agisce l’Unione Europea.

Recenti studi economici sottolineavano la crescente asimmetria sistemica della catena del valore in Italia. Il 20% delle imprese (concentrate in Lombardia, Emilia-Romagna, Trentino e poco più) producono l’80% del valore aggiunto e dell’export. Sono le uniche regioni dove, ad esempio, ha prevalso il Si nel referendum costituzionale e sono le regioni più integrate nella filiera della subfornitura legata al nucleo avanzato dell’Unione Europea intorno alla Germania e satelliti.

Questo modello produttivo del sistema Italia 4.0 ruota ormai intorno a Milano, la quale attrae investimenti, forza lavoro qualificata e giovanile, flussi economici, eventi politici e pratiche di governance apertamente bipartizan. Insomma è quella “Milano vicino l’Europa” che presenta tutte le caratteristiche richieste per essere “città globale”, e dunque Capitale materiale di quel pezzo d’Italia funzionale al capitalismo più avanzato e impegnato nella competizione globale.

La “meridionalizzazione forzata” di Roma (vedi la fuga delle imprese verso Milano) è solo l’epifenomeno di un processo di marginalizzazione sistematico del resto del paese, che torna così ad essere funzionale solo all’accumulazione verso il polo avanzato e integrato con il nucleo centrale europeo. Un po’ come è accaduto, su base nazionale, nell’Ottocento con l’avvento del “modello Sabaudo”. Del resto se le disuguaglianze sociali e l’ordine pubblico tornano ai livelli del 1881, qualcosa starà a significare.

Di queste tendenze e delle dinamiche sociali, economiche, strategiche e “ideologiche”, si discuterà a Roma il prossimo 23 febbraio in un forum organizzato dalla Rete della Comunisti che da tempo sta conducendo inchieste e confronto sulle aree metropolitane e su come i processi di gerarchizzazione europea stanno ridisegnando la mappa economica, politica e sociale dei rapporti di forza nel nostro paese, sia sul versante del nemico di classe che del nostro blocco sociale di riferimento.

Fonte

06/11/2017

Il surreale dibattito del Corriere sul futuro di Milano

Il ping pong che si è svolto la scorsa settimana sulle pagine del Corriere Della Sera fra il sindaco di Milano Giuseppe Sala e l’ineffabile duo Alesina - Giavazzi, in merito al dilemma se il capoluogo lombardo debba rallentare o accelerare, è stato, al tempo stesso, surreale (il sommo Totò non avrebbe saputo inventare paradossi più spassosi di quelli sciorinati dai due comici bocconiani) e significativo del mefitico clima culturale che stiamo vivendo in questa fase storica.

Sala – personaggio certamente non sospetto di velleità antisistema – ha aperto le danze denunciando un dato di fatto evidente: Milano è una città soffocata (in senso letterale e non metaforico) da livelli di traffico e inquinamento al limite dell’invivibilità. Di conseguenza ha sommessamente – non è nemmeno personaggio che ama i toni arroganti e perentori – consigliato i suoi concittadini a darsi una calmata, rallentando i propri ritmi di lavoro e di vita (scanditi, avrebbe potuto aggiungere, ove fosse stato di animo più radicale, da un infoiata voglia di arricchimento e da un anfetaminica brama di consumi e godimenti).

Non si fosse mai permesso! I dioscuri del libero (anzi liberissimo) mercato gli sono balzati alla gola accusandolo di oscurantismo antimoderno. Vogliamo forse invitare i milanesi a lavorare e correre meno? Vogliamo fargli perdere la medaglia di unica città davvero internazionale? (sesquipedale corbelleria: 1) perché associa la internazionalità di Milano ai peggiori difetti di altre metropoli europee che viceversa sono assai più vivibili; vedere Berlino, Monaco e Barcellona, per fare solo tre esempi); 2) perché in Italia esistono città, come Roma e Napoli, altrettanto se non più internazionali – anche se in ragione di caratteristiche diverse – di Milano). Sala vuole forse far rallentare la crescita di Milano e quindi dell’Italia tutta (sempre a proposito di Totò: mi figuro Alesina e Giavazzi che ripetono estasiati crescita e aggiungono che bella parola).

A Milano si crepa di smog e frenesia? Si migliorino i servizi per farla correre di più e meglio, invece di rallentare. E qui scatta l’elemento surreale di cui sopra: con quali soldi, visto che i nostri sono fra i primi assertori di draconiani tagli alla spesa pubblica? Qualcuno gli ha spiegato che le risorse delle amministrazioni locali languono a causa dell’austerità imposta dalle politiche della Ue? Ma affidando il compito ai privati, che diamine! E qui arriva il solito peana a Uber, paradigma di un’economia low cost che garantisce servizi a basso costo supersfruttando i dipendenti e riducendo la sicurezza dei consumatori (finché non collassa: vedi il caso Ryanair).

La controreplica – benché io non condivida le idee politiche del sindaco meneghino – devo ammettere che ha il merito di centrare un punto cruciale: Sala non rinfaccia all’ineffabile duo l’adorazione per la crescita (né potrebbe farlo, visto che ne condivide sostanzialmente la fede), ma fa cortesemente notare che si tratta di una visione novecentesca di tale fede, la visione di una modernità fatta di fumi, fabbriche e ciminiere e di folle anonime che marciano a passo di carica come nel film di Fritz Lang Metropolis. Insomma Milano come la inquinatissima Pechino (che vive oggi la fase di accumulazione primitiva che l’Occidente ha attraversato quasi due secoli fa). Giusto, anche se chi scrive non ama nemmeno la frenesia virtuale ed ecologicamente sostenibile delle metropoli postmoderne e ritiene che ci serva un rallentamento ben più radicale di quello auspicato da Sala, tanto radicale da farci fuoruscire dal capitalismo, con buona pace del futurismo totoista di Giavazzi e Alesina.

Fonte

29/09/2017

Roma. Raggi rinviata a giudizio. Ma l’attenzione è sul dito, non sulla Luna

La notizia del rinvio a giudizio della sindaca Raggi è piombata sullo scenario politico. Ampiamente previsto, almeno da quello che si è visto e sentito in giornali e telegiornali, è il ricorso sistematico al doppio standard. Non solo. Il connubio micidiale giustizialismo-moralismo, che da troppi anni ipoteca la politica, continua a seminare danni e miopie.

I fatti adesso sono noti a tutti. La magistratura ha ritenuto di aver prove sufficienti per portare a processo la sindaca di Roma per il reato di falso ideologico ma non per abuso d’ufficio. Il reato è legato alla vicenda delle discusse nomine dei dirigenti comunali, in particolare quella del fratello del dominus Raffaele Marra finito in carcere per un’altra inchiesta.

Qualcuno, soprattutto nel mondo M5S, fa notare che due settimane fa anche il sindaco di Milano, Sala, è stato rinviato a giudizio per falso ideologico e materiale relativamente agli atti amministrativi sulle aree dell’Expo, ma che la notizia ha avuto una enfasi incommensurabilmente inferiore a quella della sindaca di Roma. E su questo la denuncia di uno strumentale “doppio standard” ci sta tutta.

Ma ci sta tutta anche l’accusa ai M5S di utilizzare un doppio standard: implacabili sulle vicende giudiziarie degli altri, indulgenti con le proprie, venendo meno ad una narrazione giustizialista sull’onestà sulla quale è stato costruito il progetto e l’immagine stessa del M5S.

Nella giornata di ieri, è stato tutto un incrociarsi di accuse reciproche tra M5S e Pd proprio in base al doppio standard utilizzato. Soprattutto perché nella stessa giornata c’è stata la notizia del rinvio a giudizio di 12 consiglieri regionali del Pd del Lazio per un uso improprio dei fondi del gruppo regionale.

Messa così la vicenda appare una fiera della strumentalità caratteristica dello scontro tra partiti, soprattutto alla vigilia di una campagna elettorale “a tre poli” che lascia aperte tutte le incognite possibili sulla formazione di un nuovo governo.

Ci sembra invece che almeno due dati andrebbero tirati fuori da questa vicenda e collocati sul terreno giusto.

1) E’ tempo che tutti coloro che assumono o intendono assumere responsabilità di governo – soprattutto sul piano locale – siano consapevoli che un “inciampo giudiziario” nell’esercizio delle loro funzione è quantomeno inevitabile, sia per la tortuosità delle leggi vigenti, sia per l’incompetenza soggettiva e oggettiva della “politica” a districarsi nella macchina amministrativa in mano ai dirigenti che ne conoscono tutti i dettagli dove può nascondersi il diavolo. Questo gli assicura una rendita di posizione che solo una forte volontà politica può scalfire o scalzare

2) Se è vero che una amministrazione si deve caratterizzare proprio per l’indirizzo politico delle scelte che intende adottare, è inevitabile – anzi auspicabile – che la macchina amministrativa venga forzata sulla base delle priorità che si è deciso di realizzare. In caso contrario, ci si condanna nel migliore dei casi all’immobilismo, nel peggiore alla perpetuazione delle priorità e dei rapporti pre-esistenti al mandato di governo delle nuove amministrazioni. A Roma, la giunta Raggi è riuscita a impantanarsi in entrambi i casi: immobilismo e subalternità.

Ma l’immobilismo e la subalternità della giunta Raggi sono l’esatto contrario di quanto annunciato in campagna elettorale e delle aspettative generate tra gli abitanti di Roma che l’hanno votata in massa. Il “voto per vendetta” delle periferie della Capitale alla Raggi, invocava una discontinuità con il passato che non c’è stata nella sostanza e, alla luce del rinvio a giudizio, neanche nelle forme. La foglia di fico dell’onestà – alla luce dei dogmi giustizialisti – è caduta anch’essa a fronte degli atti della magistratura.

Ma è soprattutto sulle scelte strategiche su Roma che il deficit politico della giunta Raggi è diventato voragine. La vicenda dell’Atac, sulla quale il Comune si è lavato le mani affidandola ai commissari nominati dal tribunale due giorni fa, è stata l’ultima, manifesta, manifestazione di colpevole inanità di fronte ai verminai costruiti negli anni dai comitati d’affari prosperati nella città amministrata da centro-sinistra e centro-destra.

I “patti della vaccinara” o della “carbonara” con cui è stata spartita e spolpata Roma, non sono stati disdettati ma metabolizzati, come ha dimostrato la vicenda della cementificazione a Tor di Valle per il nuovo stadio della Roma o il nuovo patto stipulato con il boss dei rifiuti Cerroni. Invece di rottura e discontinuità si è ritornati all’urbanistica e alla gestione rifiuti contrattata.

Sullo sfondo c’è poi l’emergenza abitativa e delle periferie sulla quale finora si è balbettato e, quando la giunta Raggi si è dovuta posizionare politicamente, ci si è appiattiti su una logica della legalità del tutto decontestualizzata dalla situazione di impoverimento, disperazione, esigenze materiali di migliaia e migliaia di famiglie che richiede scelte ben diverse e ben più decise, anche forzando le regole e affrontandone le conseguenze. In questo caso non sarebbe per aver dichiarato il falso sulla nomina di un dirigente ma per rispondere a esigenze sociali disattese da troppi anni e che meritano di diventare priorità per Roma. E’ questa la differenza con il passato, ma è proprio questa che è venuta a mancare. Lo sciopero cittadino di oggi – precettato dalla Prefettura, ostacolato dalla Questura, ignorato dalla giunta e dal consiglio comunale – è un grido d’allarme proprio su queste emergenze non più rimovibili.

Fonte

21/05/2017

Accoglienza e repressione del Partito Chiesa

Il Partito democratico conferma, con la marcia di Milano guidata da Giuseppe Sala e presidiata da tutta la federazione lombarda del partito, la sua natura politica di istituzione totale. Come la Chiesa, nel suo seno vorrebbero essere ricondotte le esigenze del governo e quelle dell’opposizione; gli interessi delle élite finanziarie e le ragioni del lavoro; l’accoglienza dei migranti con la repressione della legge Minniti.

Lungi dal costituire una contraddizione, la natura onnicomprensiva del Pd è in realtà un progetto politico di “governamentalità”, secondo un lessico foucaultiano. E’ un’arte del governare, in cui dovrebbero trovare posto tutte le esigenze della realtà, e in cui ogni contraddizione materiale viene piegata agli interessi dell’europeismo neoliberale. Alla Ue, d’altronde, serve un’ideologia, vista la strutturale incapacità economica di suscitare consensi. Improduttivo allora procedere al muro contro muro degli interessi divergenti. Ma il discorso è proprio questo: esistono ancora “interessi divergenti”? La strategia democratica punta proprio a smobilitare ideologicamente la contrapposizione degli interessi.

Non è certo un fatto nuovo, ma il Partito democratico sta riuscendo nell’impresa di organizzare politicamente questo discorso, dandogli una forma pervasiva fino ad oggi mancata. Esattamente come la Democrazia cristiana del tempo che fu, non c’è contraddizione politica tra la “legge contro i poveri” approvata all’unanimità dal Governo, e la “marcia per i poveri” organizzata a Milano dal partito di governo. Non c’è contraddizione neanche che a promuoverla sia un personaggio, il sindaco di Milano, in teoria espressione della parte “destra” del partito, quella tecnica e fuori da ogni precedente impegno o militanza, attenta alla gestione delle finanze comunali più che alla promozione di politiche sociali.

La coerenza è esplicita e rivendicata, senza ombra di imbarazzo: «non è che stiamo scivolando troppo a sinistra? Non è che diventerà una manifestazione antigoverno?», chiede qualche sprovveduto collaboratore di Sala, a leggere le parole riportate oggi sul Corriere. Ma sta tutta qui la natura strategica del progetto democratico, quello di incarnare governo e opposizione, delimitando i confini del politicamente consentito dal penalmente illegale. Benissimo apparire una forza “antigoverno” se si è al governo: è proprio questo l’obiettivo. Purché si rimanga solidamente dentro il recinto neoliberale, puoi governare con la legge Minniti o protestare col sindaco Sala, e farai sempre parte della grande famiglia democratica, che ammette tutto perché tutto torna utile alla narrazione egemone del presente.

Bisogna ammettere che rispetto alla tattica frontista renziana dello scovarsi sempre dei nemici con cui polemizzare, questa, proprio in quanto radicalmente neodemocristiana, è decisamente più raffinata. Quel liberalismo trasversale che fino a poco tempo fa trovava espressione nel concetto di “arco parlamentare” oggi trova spazio in un unico partito-chiesa: dentro c’è l’istituzione e la dissidenza, il Papa e San Francesco (e quale capolavoro chiamare l’istituzione col nome della dissidenza: Papa Francesco). Ma se il significato politico duraturo della manifestazione di ieri è quello di rinforzare il partito di governo, anzi l’ideologia di governo, cosa ancor più grave, la domanda se sia più giusto parteciparci o contestarla (come pure è stato fatto da alcuni benemeriti compagni) è una domanda reale e necessaria.

Fonte

22/04/2017

Milano ferma i nostalgici nazifascisti

Questura e prefettura hanno vietato a Milano la parata nazifascista prevista per la mattina del 25 aprile al Campo 10 del Cimitero Maggiore. La decisione è stata presa dopo forti pressioni, esercitate da un ampio fronte antifascista, nei confronti anche del sindaco e dell’amministrazione comunale, composto da Anpi, Aned (l’associazione dei deportati), Arci, Camera del lavoro, oltre che da alcuni centri sociali (Lambretta, Zam e Cantiere). Anpi e Cgil hanno espresso «grande soddisfazione per questo segnale di discontinuità» che arriva dopo che «per quattro anni abbiamo dovuto assistere al vergognoso spettacolo delle celebrazioni dei nostalgici fascisti». Il sindaco Sala ha spiegato che «ho deciso di fare così perché questo è un momento storico in cui più forti sono i rischi di un ritorno al passato, probabilmente se ci fosse stato Pisapia in questo momento avrebbe fatto lo stesso».

I gruppi neofascisti, però, pur costretti a entrare alla spicciolata, non intenderebbero rinunciare a forme di presenza organizzata. Da qui la decisione degli antifascisti di mantenere comunque l’iniziativa «Porta un fiore al partigiano», già prevista al Campo della Gloria, dove sono iscritti i nomi e riposano i resti di 1.913 partigiani, di 604 perseguitati per motivi razziali e di 459 deportati e bruciati nei campi di sterminio, accanto a molti altri caduti militari nei lager tedeschi.

Tra le tombe delle SS
Il Cimitero Maggiore di Milano è divenuto negli ultimi anni teatro di manifestazioni, proprio in occasione della giornata del 25 aprile. Al Campo 10 a partire dalla metà degli anni Sessanta sono stati riuniti i resti di alcune centinaia di caduti della Repubblica sociale. L’Osservatorio democratico sulle nuove destre quest’anno ha approntato un dossier non solo sulle manifestazioni neofasciste nei cimiteri milanesi, ma anche su chi in questo campo è stato sepolto. Tra coloro che qui giacciono, spiccano i nomi di nove volontari italiani nelle 24^ e 29^ Divisione Granadier delle SS, di centocinquanta delle Brigate nere, di più di cento della Legione Ettore Muti e di oltre quaranta della Decima Mas. Qui sono state tumulate alcune delle figure che hanno fatto la storia del ventennio fascista e della Rsi: Alessandro Pavolini, l’ultimo segretario nazionale del Partito fascista repubblicano, oltre che comandante generale delle Brigate Nere, i gerarchi Francesco Maria Barracu e Carlo Borsani, e Francesco Colombo, il capo della Ettore Muti. Oltre a costoro, Armando Tela uno dei luogotenenti della banda Koch, partecipe diretto di torture e sevizie nella famigerata “Villa Triste” di via Paolo Uccello (Villa Fossati), dove si fece uso di corde per appendere i prigionieri, di tenaglie per strappare unghie, daghe di ferro da arroventare e mettere sotto i piedi dei partigiani. In questo campo sono anche stati sotterrati tre (sempre della Legione Muti) facenti parte del plotone di esecuzione che fucilò all’alba del 10 agosto 1944 i quindici Martiri di piazzale Loreto.

Negli scorsi anni i neofascisti hanno sfilato in corteo per i vialetti del camposanto, con alcune centinaia di militanti, principalmente di Lealtà azione e Casa Pound, rigidamente strutturati, quasi in divisa, con giubbotti neri con impressi teschi o lo stemma della propria organizzazione. Giunti al Campo 10, i partecipanti a queste parate, rimanendo in formazione, in una sorta di rito collettivo, salutano romanamente, tra bandiere della Repubblica sociale italiana. Particolarmente grave, lo scorso anno, è stata la manifestazione organizzata il giorno precedente da alcune associazioni di reduci della Rsi e della Decima Mas (qualche decina i partecipanti); oltre ad esibire il labaro della 29^ Divisione delle Waffen SS, in cui militarono volontari italiani, alcuni dei partecipanti ostentatamente indossavano berretti con il simbolo delle SS, scattando a un dato momento in un saluto romano al grido del motto nazista Sieg Heil!

Il cippo agli squadristi
Manifestazioni apologetiche del fascismo si sono in questi anni tenute non solo al Cimitero Maggiore, ma anche al cimitero Monumentale, presso un sacrario fatto erigere nel 1925 da Mussolini, dove in una cripta furono progressivamente raccolte le salme di tredici squadristi caduti negli anni Venti. L’opera, tra il liberty e l’art déco, di qualche metro di altezza, era originariamente composta dalle statue di tre giovinetti in posa eroica, uno dei quali con in braccio un fascio littorio sormontato da un’aquila con le ali aperte. Finita la guerra il fascio e l’aquila furono asportati, così la targa commemorativa.

Per il neofascismo milanese, celebrare le gesta di chi assaltava sedi e giornali di sinistra, manganellava e assassinava o aveva militato nei reparti militari e di polizia della Rsi, non è solo un’iniziativa per suscitare clamore. È il tentativo di affermare un’altra “memoria”, quella dei “vinti”. Un fatto di identità.

da ilmanifesto.it

Fonte