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lunedì 29 gennaio 2018

La borghesia “europea” sollecita la Milanexit

“Milano è una città sistemica che riconosce tra i suoi doveri quello di mettere al servizio del Paese il suo modello... In assenza di risposte si rivolgerebbe direttamente all’Europa e alle sue risorse, rafforzerebbe la diplomazia estera, continuerebbe ad attrarre il mondo della finanza e delle imprese in forza della qualità dei suoi servizi e della sua vita”.

Le parole di Sala, sindaco di Milano e della business community dell’Expo, non sono una sorpresa, sono la conferma di una ipoteca che incombe sul nostro paese e ne approfondisce le asimmetrie. Abbiamo già scritto sul nostro giornale su questa subdola operazione tesa a rendere “Capitale” de facto Milano e a meridionalizzare Roma e tutto il territorio esterno al triangolo d’oro che ruota intorno a quell’area produttiva del nord. Anche su questo Sala è piuttosto esplicito: “Come si può immaginare che Messina o Reggio Calabria abbiano le stesse istanze di Napoli o Milano? Nelle sfide globali, non possiamo più permetterci questa folle granularietà territoriale”, afferma nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 24 gennaio.

Ma in questa operazione non agisce solo l’eterno tormentone tra Roma ladrona e Milano produttiva, agiscono forze reali all’interno e all’esterno del paese. E’ la conferma come dentro il tritacarne economico, sociale e politico degli ultimi venticinque anni, anche la borghesia italiana (e non solo la classe operaia) abbia subito una profonda ristrutturazione passata attraverso rotture interne sanguinose che ne hanno ridefinito le gerarchie.

E’ l’effetto visibile e materiale del vincolo esterno europeo. Il brusco processo di centralizzazione e verticalizzazione dei poteri decisionali, delle forze produttive, delle alte tecnologie e dei servizi finanziari intorno al nucleo duro europeo, non ha devastato solo le condizioni di vita dei settori popolari ma anche i rapporti interni alla borghesia italiana, in particolare nel nord del paese. L’eterno scontro tra il gruppo editoriale/finanziario Berlusconi/Mediaset contro il gruppo editoriale/finanziario De Bendetti/Espresso/Repubblica, ne è stata la dimostrazione plastica. Il primo rappresentava quelli che stavano perdendo, il secondo quelli che stavano vincendo. Il primo era legato al mercato interno, il secondo al processo di internazionalizzazione e integrazione a livello europeo.

Ma adesso i tempi si sono fatti di ferro e di fuoco e l’accelerazione è visibile a tutti. La fase della della globalizzazione concertata è finita ed è diventata competizione globale, a tutto campo e con tutti contro tutti. Le classi dominanti europee spingono continuamente sui processi di concentrazione e gerarchizzazione del comando e del controllo di ogni processo. L’Italia deve adeguarsi e se la sua classe dirigente non sarà in grado di farlo adeguandovi tutto il paese, il magnete del vincolo esterno europeo ne attrarrà solo un pezzo – quello più integrato – lasciando andare tutto il resto.

Se l’Italia vuole o sarà costretta a stare nel direttorio europeo con Germania, Francia e Spagna, dovrà adeguarvi non solo l’economia e le relazioni sociali ma anche i suoi apparati istituzionali, renderli cioè adeguati alla governance multilivello su cui agisce l’Unione Europea.

Recenti studi economici sottolineavano la crescente asimmetria sistemica della catena del valore in Italia. Il 20% delle imprese (concentrate in Lombardia, Emilia-Romagna, Trentino e poco più) producono l’80% del valore aggiunto e dell’export. Sono le uniche regioni dove, ad esempio, ha prevalso il Si nel referendum costituzionale e sono le regioni più integrate nella filiera della subfornitura legata al nucleo avanzato dell’Unione Europea intorno alla Germania e satelliti.

Questo modello produttivo del sistema Italia 4.0 ruota ormai intorno a Milano, la quale attrae investimenti, forza lavoro qualificata e giovanile, flussi economici, eventi politici e pratiche di governance apertamente bipartizan. Insomma è quella “Milano vicino l’Europa” che presenta tutte le caratteristiche richieste per essere “città globale”, e dunque Capitale materiale di quel pezzo d’Italia funzionale al capitalismo più avanzato e impegnato nella competizione globale.

La “meridionalizzazione forzata” di Roma (vedi la fuga delle imprese verso Milano) è solo l’epifenomeno di un processo di marginalizzazione sistematico del resto del paese, che torna così ad essere funzionale solo all’accumulazione verso il polo avanzato e integrato con il nucleo centrale europeo. Un po’ come è accaduto, su base nazionale, nell’Ottocento con l’avvento del “modello Sabaudo”. Del resto se le disuguaglianze sociali e l’ordine pubblico tornano ai livelli del 1881, qualcosa starà a significare.

Di queste tendenze e delle dinamiche sociali, economiche, strategiche e “ideologiche”, si discuterà a Roma il prossimo 23 febbraio in un forum organizzato dalla Rete della Comunisti che da tempo sta conducendo inchieste e confronto sulle aree metropolitane e su come i processi di gerarchizzazione europea stanno ridisegnando la mappa economica, politica e sociale dei rapporti di forza nel nostro paese, sia sul versante del nemico di classe che del nostro blocco sociale di riferimento.

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