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martedì 30 gennaio 2018

Piani USA per il Donbass: promesse di confetti e guerra aperta

Con ogni evidenza, pare che Kiev si stia preparando (quanto approvato alla Rada il 18 gennaio per il cosiddetto reintegro di Crimea e Donbass nella compagine ucraina sembra costituirne la sanzione “legale”) all’ennesima offensiva contro il Donbass. Già nei giorni scorsi il Ministro degli interni golpista, Pavel Avakov aveva dichiarato che la Guardia nazionale ucraina deve tenersi pronta a operare con la polizia in Donbass e Crimea, non appena quei territori “saranno liberati dall’occupazione”.

Per il momento, Kiev prosegue i cannoneggiamenti terroristici sulle città del Donbass. La scorsa notte, secondo informazioni dell’amministrazione rionale, le forze ucraine hanno bersagliato per tre ore di fila il rione Petrovskij di Donetsk, mentre per l’intera giornata di ieri avevano violato in più punti il cessate il fuoco.

Intanto, l’attenzione è concentrata sul dialogo Mosca-Washington a proposito dell’introduzione di “forze di pace ONU” nell’Ucraina sudorientale. Il rappresentante speciale USA, Kurt Volker, nel corso dell’incontro svoltosi il 26 gennaio a Dubai, avrebbe dichiarato al rappresentante presidenziale russo Vladislav Surkov che “la Russia non ha fatto nulla per risolvere il conflitto nel Donbass e ritirare le proprie forze”. L’agenzia Novorossija riferisce che Volker avrebbe dichiarato al canale “112 Ukraina” che “la bozza di risoluzione russa per lo schieramento di un contingente di pace nel Donbass, solo lungo la linea di conflitto, è inaccettabile per USA e ONU, poiché non garantisce la sicurezza, ma inasprisce il conflitto”. Secondo Volker, la proposta russa garantirebbe “solo la sicurezza degli osservatori OSCE, senza prevedere il controllo sui confini”, così che “continuerebbe il flusso ininterrotto di forze e armamenti russi in appoggio ai raggruppamenti marionetta, attraverso la frontiera internazionale”.

In sostanza, nei piani di Kiev, si tratterebbe di garantire, con la copertura internazionale, il controllo ucraino sulla frontiera russo-ucraina del Donbass. Delle dichiarazioni di Volker ha infatti immediatamente approfittato il GUR (l’intelligence militare) ucraino, per dichiarare, riferisce Ukrainskaja Pravda, che “gli occupanti continuano a “inviare nel Donbass le armi di cui si è impossessato l’esercito russo allorché ha annesso la Crimea”, seguendo “i due percorsi del mar d’Azov e del territorio russo”.

Di fatto, secondo le ultime dichiarazioni di Surkov, dopo l’incontro del 26 gennaio, il piano USA per il dislocamento di forze ONU in Donbass, parallelamente all’adempimento dei punti politici degli accordi di Minsk, sarebbe “pienamente realizzabile”, a differenza di quanto proposto un mese fa e nonostante il beneplacito statunitense alla legge ucraina sul “reintegro di Crimea e Donbass”.

Casualmente, osserva Novorossija, il giorno seguente l’incontro Volker-Surkov, l’amministrazione USA ha smentito il programma di un incontro Trump-Porošenko a Davos, inizialmente annunciato da Kiev. Inoltre, le secche dichiarazioni di Christine Lagard circa la “fine dei giochi e dei compromessi”, sembrano costringere Kiev a cercare crediti a Washington, adeguandosi ai piani USA di un eventuale riavvicinamento con Mosca.

D’altra parte, però, c’è chi vede, nelle ultime mosse del Cremlino, una relativa resa alle posizioni USA, con Washington che, sotto la copertura diplomatica, espande l’appoggio militare a Kiev. Secondo il politologo Eduard Popov, sentito da Svobodnaja Pressa, la “situazione in Donbass precipita velocemente verso la guerra” e le parole di “Surkov dimostrano il tentativo di tenere a galla la situazione secondo il principio del meglio un magro accordo che una buona lite”.

Per la verità, continua Popov, “dal punto di vista puramente giuridico, sorprende che gli USA, che non sono tra i garanti degli accordi di Minsk e per di più forniscono apertamente armi al regime criminale di Kiev, partecipino ai negoziati come parte arbitrale. Gli Stati Uniti (insieme a Germania, Polonia e UE) sono i principali promotori del golpe in Ucraina e parte attiva del conflitto in Donbass, armando e istruendo esercito e battaglioni nazisti e partecipando direttamente agli scontri, insieme a militari canadesi e di altri paesi”.

Tra l’altro, è di queste ore la dichiarazione dell’ambasciatrice britannica a Kiev, Judith Gough, riportata dall’agenzia Xinhua, secondo cui oltre settemila militari ucraini hanno partecipato finora all’operazione “Orbital”, il programma di addestramento del Regno Unito per le truppe ucraine.

E’ così che Washington, conclude Popov, maschera con “piccoli e apparenti passi diplomatici” la reale fornitura di armi letali a Kiev.

Più diretto il giornalista Anatolij Baranov, secondo cui “qualunque missione ONU in Ucraina orientale è una resa di posizioni” e, più che di un “cambio di posizioni da parte di Volker rispetto al vertice di Belgrado”, si dovrebbe “parlare di un cambio di posizione da parte di Surkov”, così che si dovrebbe chiedere al “diretto superiore di Surkov (Putin), se sia soddisfatto del suo lavoro riguardo al Donbass”.

Surkov, continua Baranov, afferma che le posizioni di Mosca e Washington coincidono sui problemi umanitari nel Donbass che, però, “non sono quelli di nuovi punti di accesso o della rete wi-fi, ma di assicurare prodotti alimentari, far fronte alla carenza di insulina, antibiotici, medicina specialistica o materiali didattici”. E, di questi, a Dubai pare non si sia parlato.

Ed è ancora Svobodnaja Pressa che scrive del piano della famigerata USAID, reso pubblico lo scorso 18 gennaio – guarda caso, in contemporanea con l’adozione alla Rada della “legge sul reintegro” – per l’integrazione del Donbass nell’economia ucraina e UE. L’esecuzione del piano è affidata, come d’uso, a un “appaltatore”, che deve tessere “i legami tra le imprese del Donbass e i mercati ucraino, europeo e mondiale”, attraverso investimenti, anche nelle infrastrutture civili, nella “riqualificazione di tecnici e operai, in collaborazione con istituti superiori e tecnici”, per mettere a punto nuovi programmi di istruzione, ligi agli obiettivi del mercato mondiale. Il tutto, “per legare il Donbass a Kiev e sganciarlo dalla Russia”, nell’ambito del piano più generale USAID 2018-2023 per l’Ucraina, che prevede il ritorno del controllo ucraino sul Donbass anche per via militare, “nel qual caso edifici civili e amministrativi, ospedali e altro saranno notevolmente danneggiati”.

A parere del politologo ucraino Mikhail Pogrebinskij, la linea USA per privare il Donbass del sostegno russo e raggiungere il pieno controllo ucraino, prevede alcuni “confetti”: ad esempio, gli investimenti nelle imprese del Donbass. Inoltre, il piano USAID, si inquadra pienamente negli ultimatum lanciati da FMI e USA a Kiev, tra l’altro, circa la riforma pensionistica e il cosiddetto “tribunale anticorruzione”, nell’ambito del programma EFF (Extended Fund Facility Arrangement), a proposito del quale Washington sembra minacciare Kiev di perdere le garanzie della Banca Mondiale sul credito di 800 milioni di dollari.

Addirittura, a parere del consigliere presidenziale russo, Bogdan Bezpalko, il piano USAID, che non indica concretamente l’ammontare degli aiuti per la ricostruzione del Donbass, né il soggetto diretto incaricato della questione, appare con ogni evidenza una spinta ad allargare il conflitto, anche premendo psicologicamente sugli abitanti del Donbass, stremati da quattro anni di guerra e quasi a voler dire a Kiev: attaccate, combattete e non abbiate remore a distruggere tutto, che tanto poi, noi, istituiamo un piccolo “Piano Marshall” per il Donbass e ricostruiremo.

Sembra che la riposta delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk a tale piano USA debba seguire l’adagio africano: una volta cacciata la volpe, ci prenderemo poi cura delle galline morte.

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