Presentazione


Aggregatore d'analisi, opinioni, fatti e (non troppo di rado) musica.
Cerco

30/01/2018

Lettera di un postino a Potere al Popolo

Vogliamo condividere con voi la lettera che ci ha inviato un postino. Enzo è un compagno, uno di quelli che non si rassegna a vedere le cose scivolare nella barbarie. Così quando ci ha visto apparire ha pensato di affidarci un grido di denuncia. Ci piacerebbe che altri lavoratori facessero lo stesso, non fosse altro perché c’è bisogno di capire e riconoscersi.

A molti di noi sarà capitato di prendersela con il dipendente delle Poste, perché è snervante non ricevere un pacco atteso, o fare ore di fila. Ma ci siamo mai chiesti in che condizioni si lavora dentro Poste Italiane? Nessuna forza politica ne parla, eppure nel silenzio più totale, pezzo dopo pezzo, è stato smantellato uno dei servizi pubblici più importanti, quello postale.

La funzione principale di Poste Italiane, ossia il recapito, è in dismissione dal 1998 (governo di centro-sinistra, ricordiamolo), ossia da quando l’ente poste è stato trasformato in una spa (il presidente era allora tale Corrado Passera, una “garanzia”). Chiusura di uffici e centri di raccolta e smistamento, diminuzione dell’organico, assunzione di personale precario, esternalizzazione della consegna dei pacchi (affidata ad Sda, cioè alle cooperative della logistica, uno dei mondi più feroci nei confronti dei lavoratori), logica mercantilista, aumento degli incidenti sul lavoro, peggioramento visibile del servizio ordinario.

Queste sono le conseguenze della privatizzazione, che ha portato con sé una mutazione genetica di Poste Italiane: da ente gestore del servizio postale ad erogatore di servizi finanziari.

Potere al popolo vuol dire ripubblicizzare Poste Italiane, vuol dire assunzioni stabili e sicurezza sul lavoro, vuol dire controllo da parte dei lavoratori e degli utenti perché il servizio sia efficiente e di qualità.
“E che ci vuole a consegnare due lettere” si pensa nell’immaginario collettivo riferendosi al mestiere del portalettere. Una qualsiasi persona comune, vedendo la classica divisa gialla e blu, oggi la associa solo ad incompetenza e danni, decantando tempi migliori in cui il postino arrivava nel quartiere con la borsa di pelle, scambiava qualche parola con gli abitanti, consegnava tutto ciò che c’era da consegnare ed andava via sorridendo e lasciando sorrisi.

Era un’istituzione riconosciuta ed apprezzata mentre nel quotidiano (quando è incrociato) è soggetto a recriminazioni verbali (quando va bene), accuse, minacce e talvolta anche percosse. È a lui/lei che gli utenti danno la colpa di ritardi e mancate consegne, trasmettendo al lavoratore un’ansia che si somma a quella trasmessa dai dirigenti all’interno dell’ufficio prima di uscire.

E considerato che per il 90% si lavora su un motorino a discapito di pioggia, grandine, sole cocente o vento, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, ancor più se la mente non è lucida.

Ma è davvero colpa del portalettere?

Andiamo indietro nel tempo: nel 1998 Poste Italiane diventa una Spa aprendo dunque al mercato privato ed è da lì che nascono tutti i problemi.

Come qualsiasi azienda privata si predilige il profitto e non la qualità, anche se quest’ultima si ostenta nelle pubblicità televisive e cartellonistiche. Profitto che nel mercato privato vuol dire tentare di accaparrarsi fette di mercato a discapito di altre aziende private emergenti quali Nexans, Bartolini e altri. Mercato privato vuol dire anche... precariato, agevolato dalle ultime politiche governative, vedi jobs act.

E precariato vuol dire una sola cosa: qualità del recapito ancora più bassa, dato il continuo ricambio dei portalettere.

Le fette di mercato accaparrate da Poste Italiane richiedono un controllo sulla consegna dei pezzi e li considerano dunque “prioritari” versando ovviamente una quota di denaro maggiore nelle casse dell’azienda. Per esempio Amazon vuole che la consegna dei pacchi, nel caso in cui il ricevente non sia in casa all’atto della consegna, avvenga di nuovo il giorno successivo e ai pacchi precedenti vanno sommati i nuovi. Vi lascio immaginare con un motorino carico di pacchi e sotto la pioggia, le pressioni e quant’altro, il disagio che proviamo quotidianamente.

Ma non è finita qui. Oltre a questi grandi utenti (Amazon) esistono anche altre aziende che pagano (e parecchio) per rendere le proprie lettere prioritarie: le classiche “evolution” o 4pro, 1pro, esteri ecc. (Enel, pacchi e pacchettini e talvolta anche semplice stampa) incubo di tutti noi portalettere.

Quindi ai pacchi ed alle raccomandate vanno sommati questi prodotti che debbono uscire il giorno stesso o al max il giorno dopo.

Ma non è finita qui, P.I. è l’azienda precaria per eccellenza: max 5 rinnovi di contratto per un massimo di 30 mesi (ma non ci arriva nessuno) e poi a casa. Questo in parole spicciole vuol dire: personale qualificato ed ormai esperto della zona e del lavoro che va a casa senza alcuna possibilità di essere assunto a tempo indeterminato sostituito da altro che invece non è qualificato e va formato nel più breve tempo possibile. E la ruota gira e rigira sempre alla stessa maniera.

Ponete un nuovo lavoratore sommerso dai carichi perché non conosce la zona, dalle pressioni dell’azienda per i prodotti prioritari di cui parlavo prima e da quelle degli utenti sulla zona che non si vedono recapitare la posta quotidianamente (perché con i prioritari e i carichi enormi e le c.d. zone alterne, altra genialata dell’azienda, chiaramente la semplice bolletta del telefono o carta della banca non prioritaria va nel dimenticatoio...).

La situazione è davvero davvero insostenibile. La maggior parte di noi (io in primis) è laureato e fa questo lavoro perché comunque ti garantisce uno stipendio certo a fine mese, ma si può campare nel precariato continuo? Sotto il ricatto che se non fai straordinario non ti rinnovano il contratto?

Con quali prospettive poi? NESSUNA. Al massimo godere di qualche mese di sussidio di disoccupazione e poi tornare nell’inferno dell’inattività perché P.I. ti illude di essere un lavoratore, ti fa assaporare l’illusione di una vita tranquilla e poi ti fa sprofondare nel malessere economico e psicologico.

I sindacati? Lasciamo perdere. Per qualche giochetto di numero e logica interna premono affinché ti venga fatto qualche rinnovo e poi ripiombi nel buio. Incompetenti allo stato puro non conoscono il nostro lavoro e stanno con tutti e due i piedi nella scarpa dell’azienda.

Si parlava di graduatoria di precari con assunzione di 6000 unità su base regionale che andranno a sostituire esuberi e colleghi prossimi alla pensione, ma siamo solo alle chiacchiere.

E’ vita questa?

Cara Compagna mi rivolgo a te da attivista, militante (ex, ma non è mai troppo tardi) e compagno. Prendi di petto la nostra causa, sbandierala in tv, dai in faccia a questi porci che illudono e precarizzano per intascarsi i profitti guadagnati grazie al nostro sudore.

Molti colleghi non ce la fanno, hanno mutuo, famiglia, e sono disperati perché non vedono prospettive dopo l’ormai prossimo licenziamento. Dì qualcosa per noi.

Un abbraccio
Fonte

Nessun commento:

Posta un commento