Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/06/2023

[Contributo al dibttito] Cronache marsigliesi / 4: l’alba verrà, provate a ripassare

di Emilio Quadrelli

Forse ci sono tempi più belli, comunque questo è il nostro (J. P. Sartre)

Con questo testo concludiamo, almeno per il momento, le nostre “Cronache marsigliesi” pur augurandoci di poterle riprendere al più presto. Se ciò avverrà vorrà dire che questo lavoro poggiava su basi minimamente solide e che il tempo dedicatovi non è andato perso. Alle quattro puntate presenti ne seguirà una quinta che tenterà di fare un bilancio “politico” di quanto appreso in forma cronachistica e avendo a mente anche i materiali raccolti nelle puntate di “Lotte organizzazione dei dannati di Marsiglia” che Carmilla ha ospitato.

Detto ciò, andiamo subito al sodo. Questa puntata ruota tutta intorno agli esiti dell’incontro nazionale, del 6 e 7 maggio, organizzato dalla rete marsigliese dei precari e dei disoccupati. Un incontro che se da un lato ha evidenziato la concreta possibilità della “messa in forma” di un’organizzazione complessiva della nuova composizione di classe, dall’altro ha altresì posto in luce la non linearità di questo passaggio. A partire da ciò abbiamo costruito l’articolo su due interviste che, a ragione, possono ben esemplificare il senso e i toni del dibattito in corso. Tagliando le cose un po’ con l’accetta possiamo dire che a delinearsi sono due ipotesi le quali, pur condividendo la medesima base analitica, tendono a optare per due ipotesi politiche non proprio identiche. In realtà, ma questa è l’opinione di chi scrive, più che in contrapposizione dovrebbero essere complementari anche se, a prescindere dal punto di vista dell’autore, occorre dare conto di dette differenze.

Per semplificare possiamo dire che da un lato vi è una visione molto più “partitica” e “ortodossa”, dall’altra una “movimentista” ed “eretica”. Cominciamo con l’ascoltare L. R. , infermiera precaria e avanguardia politica a tutto tondo della rete dei precari e dei disoccupati, la quale, nel dibattito in corso, incarna significativamente la tendenza maggiormente ortodossa. Per riprendere il filo del discorso siamo ripartiti da quanto andato in scena in Francia e le prospettive di quel movimento per calarci, subito dopo, sulle giornate del 6 e 7 maggio e le ipotesi che da queste sono scaturite.

Sono passati venticinque giorni dal Primo maggio e, a quanto pare, non sembra esservi più alcuna traccia di tutta quella mobilitazione che sembrava dover rovesciare Macron e il suo progetto. Voi siete stati sempre molto cauti sulle reali possibilità di questo movimento e i fatti sembrano darvi ragione. Molto sinteticamente puoi provare a fare un bilancio di tutto ciò?

Direi che si è avuta una conferma di ciò che noi, pur standoci dentro e cercando di far convergere nelle manifestazione anche quella fetta di classe operaia e proletariato rimasta in disparte, abbiamo detto sin da subito sulla natura di questo movimento. In piazza è scesa sostanzialmente l’aristocrazia operaia in difesa di una sua condizione. Questa lotta aveva almeno due limiti, da un lato non era in grado di parlare al resto della classe operaia e del proletariato, e diciamo anche che non ha provato a farlo, dall’altro non ha compreso minimamente la cornice nella quale si muoveva. L’attacco di Macron era un attacco tutto politico finalizzato ad azzerare le postazioni di forza e di potere che questi settori di classe erano, e in parte sono, in condizione di esercitare. La cornice non era quella dello scontro sindacale ma del conflitto politico, insomma una questione di potere. Ciò era, ed è, molto chiaro al governo ma non lo è stato per nulla a chi è sceso in piazza. L’idea, per spiegarsi, da parte di chi è sceso era un po’ questa: Ora gli facciamo vedere che siamo incazzati e questi fanno marcia indietro. Il governo, invece, è andato avanti e chiaramente, di fronte a ciò, si sarebbero dovute fare altre cose, bloccare, e non per un giorno, la Francia, si sarebbe dovuto generalizzare la lotta e prendere atto che si andava verso uno scontro di potere e quindi costruire degli organismi di potere in aperta rottura con lo Stato. Che questi settori di classe potessero approdare a scelte simili era, però, del tutto improbabile. Questi settori di classe non sono anticapitalisti e non lo sono per natura quindi era, come si è dimostrato, del tutto improbabile che potessero arrivare a simili conclusioni. Diciamo che l’errore è stato di fondo, non aver compreso che lo scenario politico è del tutto cambiato e che la borghesia imperialista non ha più alcuna intenzione di governare attraverso una perenne mediazione. La fermezza di Macron è stata quanto mai significativa. Con la riforma delle pensioni ha aperto una breccia enorme e a partire da questa sarà in grado di dilagare e, passo dopo passo, fare fuori tutta quella forza e rigidità operaia che è propria del mondo dei garantiti. Si diceva: Non diventeremo come l’Italia, ma il progetto di Macron è proprio quello di modellare la Francia sull’Italia. Al momento sembra riuscirvi. L’azzeramento della aristocrazia operaia, o di un suo corposo ridimensionamento, è un processo oggettivo dell’attuale sistema capitalista. I tempi di questa destrutturazione non sono certi anche perché molto dipenderà dalle lotte di resistenza che verranno messe in campo ma, questo mi sembra essere il dato obiettivo, la linea del comando è chiara.

Processo, quindi, irreversibile? Dentro questo movimento non si sono avuti segnali che le cose potrebbero andare in altro modo? Insomma i giochi sono fatti?

Non necessariamente. Qualche rottura, non di grandi dimensioni, ma significativa c’è stata. Qua a Marsiglia un gruppo di ferrovieri ha bloccato, nonostante l’opposizione della CGT, la stazione. Questo gruppo ha iniziato a relazionarsi con noi e a discutere il passaggio dentro un’altra struttura sindacale che noi abbiamo individuato nel SUD dove siamo riusciti a costruire un nostro solido gruppo tra i precari della sanità, degli educatori sociali e della ristorazione. Questo, quello della ristorazione, è stato un passaggio molto importante perché, come dirò più avanti, ha posto le premesse per l’organizzazione di un settore di classe che a Marsiglia è molto ampio. Oltre ai ferrovieri vi è anche un gruppo di postali che, nel corso di questa lotta, ha rotto con la CGT e ha iniziato a parlare con noi, non per fare la rivoluzione, sia chiaro, ma per trovare una struttura dove poter difendere la propria condizione. Quello che è successo a Marsiglia è successo anche altrove, Lione tanto per dire ma anche a Lille e pur Parigi anche se di Parigi non ne sappiamo molto, dobbiamo però tenere presente che, al momento, si tratta di rotture di gruppi di avanguardie non ancora in grado di tirarsi dietro la gran massa interna alla CGT. La cosa che non bisogna fare è crearsi delle facili illusioni ma avere la consapevolezza che ciò che dobbiamo svolgere è una attività il cui scenario è la lotta di lunga durata senza illuderci che di colpo vi siano delle spallate o almeno delle spallate in grado di incrinare il potere imperialista. Se pensi a cosa sono state la banlieues nel 2005 e nel 2006 e cosa, in concreto, ne è uscito fuori diventa evidente che senza organizzazione e progettualità politica anche le più radicali insorgenze di massa sono destinate al fallimento. Quindi ciò che oggi va privilegiato è un costante processo di lotta e organizzazione finalizzato a costruire quadri politici a tutti gli effetti. Un altro aspetto che occorre tener presente è la prossima scadenza di settembre. Con le pensioni il governo ha inserito un cuneo che proverà a utilizzare, un fronte dietro l’altro. Il prossimo passaggio, una riforma della sanità all’italiana per capirsi, è già in programma per settembre. Lì potrebbero prodursi fratture anche più consistenti, vedremo.

La tua descrizione appare convincente e i fatti, per di più, sembrano confermarlo. A fronte di ciò, tuttavia, rimane irrisolta la “linea di condotta” del resto della classe operaia e del proletariato non "garantiti". Questi non sono entrati in gioco ma non hanno neppure mostrato di avere una qualche progettualità alternativa. Come si risolve questo impasse?

Il cuore della questione è, come ti ho accennato, l’assenza di un progetto politico in grado di unificare le lotte e i comportamenti di questi settori di classe. Sotto questo aspetto possiamo prendere Marsiglia come vero e proprio paradigma. Questa città, insieme a tutte le sue piccole città satelliti, incarna completamente la realtà di classe contemporanea. Una realtà che vede sempre meno una classe operaia strutturata e un dilagare di forme di esistenza proletaria che oscillano tra le varie tipologie di precariato, alla condizione di disoccupato senza trascurare le quote di proletariato che entrano continuamente nei circuiti illegali. Questa è la fotografia di Marsiglia che, secondo noi, rappresenta, sicuramente non da sola, il destino delle masse proletarie francesi. Marsiglia non è una città facile tanto che, come certificano un po’ tutti i documenti polizieschi, è considerata una città estremamente pericolosa. Su questo è importante dire qualcosa poiché, la svolta propriamente turistica di Marsiglia, ha comportato processi di militarizzazione del territorio non proprio irrilevanti. Apro questa parentesi perché mi sembra molto significativa. Marsiglia ha sempre avuto questo primato di città pericolosa in Europa anche se qualcuno, sicuramente esagerando, la colloca tra le aree urbane più insicure del mondo. Ciò che è sicuramente vero è che questa città è attraversata da una tensione costante con periodiche esplosioni di rabbia. Rabbia sicuramente impolitica insieme a tutto un insieme di comportamenti illegali che la rendono sicuramente molto poco rassicurante soprattutto se, a differenza del passato, il turismo diventa una delle principali voci economiche della città. Qua si aprono una serie di questioni. Mi accorgo che non sto seguendo il filo della tua domanda. Vorrei dilungarmi su questo perché ha molto a che vedere con ciò che noi facciamo o almeno ci proviamo. Ok?

Sicuramente sì, quello che dici mi pare di estremo interesse, quindi affrontare il tema della militarizzazione, ma non da meno quello di Marsiglia città turistica, mi pare essenziale per comprendere dei passaggi che non sono sicuramente locali. Io vivo a Genova e qua siamo del tutto immersi in uno scenario simile.

Bene. Intanto cominciamo con il dire che cosa significa città turistica e a quale tipo di turismo si fa riferimento. Un certo tipo di turismo di élite vi è sempre stato e questo, per forza di cose, è sempre stato racchiuso in determinati perimetri. Se guardi, la stessa zona centrale di Marsiglia, mi riferisco all’area del Vieux – Port, è sempre stata una zona un po’ a sé che poco o nulla aveva a che spartire con il resto della città. Basta pensare che la zona di Noailles, considerata una zona particolarmente insicura e abitata principalmente da algerini e comoriani, è praticamente a ridosso del Vieux – Port. Questo turismo interagiva poco o nulla con la città. Aveva e ha i suoi locali, i suoi yacht, i suoi alberghi di lusso, gli appartamenti da film e le sue ville. Accanto a questo c’era un turismo diciamo di nicchia, persone attratte da Marsiglia le quali arrivavano intenzionate magari a rimanervi. A questi, volendo, possiamo aggiungervi i francesi poveri, soprattutto di Parigi, che venivano al mare a Marsiglia appoggiandosi ai parenti di qua. Questo turismo, sotto tutti i suoi aspetti, incideva molto poco sulla vita della città. Mi pare abbastanza indicativo ricordare che, un po’ da sempre, in estate Marsiglia, per il suo clima, diventa la meta di molti senza fissa dimora. Vedere persone accampate per le vie della città è abbastanza normale e questo non in qualche luogo fuori dalla vista, ma nel centro stesso della città. Chi, nella bella stagione, arriva a Marsiglia con il treno o il bus e scende per la scalinata di Saint – Charles si ritroverà nel viale adiacente dove incontrerà non pochi accampamenti. Non sto scherzando. Vi sono interi nuclei familiari che, di fatto, vi abitano. Sotto questo aspetto Marsiglia è sempre stata una città molto tollerante nonostante le sue amministrazioni di destra. Questo clima sta ormai decisamente cambiando e la causa è il turismo di massa. Turismo di massa vuol dire trasformare il più possibile la città in una vetrina omologata agli standard propri del turismo di massa. Questo, tra l’altro, comporta due cose. Da una parte rimodellare, sotto il profilo urbano e architettonico, la città su quello che è pensato come modello globale della città ovvero far perdere l’identità storica di una città al fine di renderla simile a tutte le altre; dall’altro inventare e costruire luoghi caratteristici, come nel caso del quartiere Le Panier, del tutto inventati e completamente estranei alla sua storia. A differenza del turismo di élite, che non ama sicuramente dilatarsi ma, al contrario, mira a essere del tutto esclusivo quello di massa deve continuamente espandersi. Questo vuol dire che sempre più aree della città devono essere messe a valore, la militarizzazione del territorio soggiace esattamente a questo passaggio che va colto come passaggio tutto interno al ciclo della produzione. La sicurezza non è un totem fascista ma parte integrante di questo ciclo economico. Se, in tendenza, tutta o gran parte della città deve diventare una meta turistica, la messa in sicurezza del territorio è il presupposto dell’organizzazione capitalista della e sulla città. Se oggi, chi dorme per strada, non è oggetto di scandalo perché non sono i turisti che attraversano quelle strade domani, che è già oggi, lo diventa. Messa in sicurezza del territorio da un lato, ma anche disciplinamento della popolazione e della forza lavoro dall’altro. Questo è l’altro aspetto che il turismo di massa si porta appresso. Militarizzazione significa spingere sempre più a nord coloro i quali sono individuati come classi pericolose ma anche essere un potente deterrente per quella forza lavoro impiegata nel turismo alla quale è negata ogni visibilità politica e sociale a partire, e non è proprio cosa da poco, alla libertà di organizzarsi sindacalmente. L’abbiamo presa un po’ alla lontana ma siamo tornati al nostro tema, il problema dell’organizzazione politica di questi enormi settori operai e proletari. Molti affrontano la questione della militarizzazione come aspetto puramente repressivo e non colgono il nesso ciclo economico – repressione. Lo stato non attua la militarizzazione perché ha l’ansia della repressione, ma militarizza perché questa è funzionale a un determinato tipo di economia. Qua a Marsiglia le amministrazioni di destra avevano determinate forme di tolleranza che l’attuale di sinistra non ha. Questo cosa vuol dire che la destra è tollerante e la sinistra no? La trasformazione di Marsiglia in città turistica obbliga, dal punto di vista del comando, a determinati passaggi e questi passaggi diventano di fatto obbligati per chi è chiamato a gestire la trasformazione.

Stiamo andando oltre il nostro spazio per cui torno su quello che, almeno inizialmente, mi ero prefisso di chiederti. Nel precedente articolo mi avevate parlato di questo incontro nazionale con un insieme di realtà con le quali condividevate molti aspetti. Questo incontro si è svolto il 6 e il 7 maggio. Puoi farmene, per quanto difficile, un resoconto esauriente e sintetico?

Ci provo. Prima, però, vorrei aggiungere una cosa che mi sembra rilevante. Non so se in Italia avete idea di ciò che sta succedendo a Mayotte, che è un dipartimento francese d’Oltremare delle isole Comore. Lì è in corso un conflitto piuttosto duro tra la popolazione e la frazione di comoriani legati alla Francia. A Marsiglia vi è una grossa fetta di comoriani. Questi vivono, per lo più, nella zona di Noailles che è anche una delle zone più povere e considerate insicure di Marsiglia e il conflitto a Mayotte li ha messi in movimento facendo emergere tutta una memoria anticoloniale e antimperialista. Con alcuni di questi, che ovviamente sono per lo più disoccupati e illegali, siamo entrati in contatto e la cosa, oltre a permetterci di entrare dentro Noailles come forza politica e sindacale ci ha rinforzato la convinzione di quanto importante sia un discorso politico sull’imperialismo. Ora provo a rispondere alla tua domanda. Questo incontro ha visto la presenza di compagni provenienti da una quindicina di città. Le realtà più significative sono quelle di Lione, Lille, Grenoble e Saint Etienne perché sono quelle con un maggior radicamento dentro le realtà sociali. In queste quattro città, infatti, sono presenti dei comitati popolari di quartiere che svolgono attività del tutto simili a quelle che stiamo portando avanti noi a Marsiglia. Non sto a ripeterti delle cose che, in gran parte, ti sono state dette nel corso degli articoli che hai scritto. Diciamo che, grosso modo, per quanto riguarda l’analisi della composizione di classe, la fase politica che stiamo vivendo e così via abbiamo riscontrato punti di vista sostanzialmente comuni. Ci sembrava, e questa è stata la nostra proposta politica, che una delle principali carenze che riscontriamo è l’assenza di una dimensione politica. Mi spiego. Manca una analisi complessiva sulla fase imperialista contemporanea, un discorso chiaro sulla guerra e la Nato, sulla militarizzazione dei territori, sulla questione femminile. Manca una teoria politica senza la quale pensiamo impossibile costruire organizzazione. Allora il primo passaggio che ci siamo dati è fare una rivista che assolva a questo compito. Un giornale non è sicuramente tutto, ma è lo strumento indispensabile per costruire organizzazione. Questo è quanto principalmente è uscito fuori dalla riunione del 6 e 7 maggio. Ora si tratta di andare a una verifica di tutto ciò.

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Il punto di vista ascoltato non è il solo emerso nel corso della riunione. Qualcosa di diverso, anche se non apertamente contrastante, emerge attraverso le parole di S. D. una attivista già protagonista nel corso delle Corrispondenze precedenti. S. D., pur condividendo pressoché in toto le argomentazioni analitiche esposte da L. R., sembra propendere per uno sviluppo organizzativo abbastanza diverso. Le sue argomentazioni ci appaiono particolarmente utili, nonché interessanti, poiché, come si ricorderà S. D., sta svolgendo un ruolo importante nell’occupazione abitativa nel Terzo. Le sue sono le parole di “una avanguardia di lotta” la quale, forse più di altri, è in grado di comprendere le varie sfaccettature che fanno da sfondo alla vita delle masse. Il suo essere “empirico” sembra ben distante da un empirismo incapace di cogliere la complessità ma, al contrario, proprio in virtù di questo empirismo appare in grado di calarsi per intero dentro la classe, coglierne gli umori e le immancabili contraddizioni così come, proprio grazie a questo empirismo, pone in evidenza quanta importanza abbiano gli immaginari, le culture e le sub culture per le masse subalterne. Se, come noto, non di solo pane vive l’uomo i “punti di vista” dei subalterni vanno colti, interpretati e fatti propri. Questo, del resto, non è una novità. Se pensiamo all’Italia e al peso che, negli anni ’60, hanno avuto le “culture underground” nel definire una certa idea della rivoluzione, nella quale l’antiautoritarismo era diventato il collante unitario di tutto ciò che si apprestava a mettere radicalmente in discussione gli assetti sociali (il che aveva ben poco a che vedere con la tradizione del movimento operaio), diventa non solo ovvio, ma persino banale, tenere presente il punto di vista di S. D. Non ce ne vogliano i comunisti ad hoc ma è indubbio che per una intera generazione operaia i Rolling Stones siano stati molto più importanti di Stalin e i Teddy Boys dei Soviet. Perché oggi dovrebbe essere diverso? Perché oggi lo sfondo culturale o sub culturale che dir si voglia dei subalterni dovrebbe essere ignorato? Pur con tutte le sue contraddizioni, delle quali non è possibile rendere conto nel contesto, la generazione che negli anni ’70, in Italia ha portato l’assalto al cielo è sicuramente rintracciabile più dentro Parco Lambro che nelle anguste sedi dei vari partitini comunisti già pronti a farsi nuova polizia. Sulla scia di questi presupposti ascoltiamo S. D.

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Ciao, a quanto ho capito tu hai una visione delle cose che non coincide esattamente con quanto abbiamo appena sentito. In che cosa tu e non solo ti differenzi?

Allora, intanto faccio una premessa, da un punto di vista dell’analisi concordo interamente con quanto detto da L. R. per cui non starò a ripetere cose già dette. Veniamo invece alle cose sulle quali mi ritrovo meno. L’idea di una rivista, un giornale quello che è va sicuramente bene, ma è sul taglio che ho dei dubbi. Dubbi che finiscono con l’avere a che fare con la nostra pratica. Ecco la prima cosa che non vorrei fare è un giornale dei e per i comunisti. Di cosa ce ne facciamo? Lo leggiamo tra di noi? Serve al movimento di massa? Non credo. Certo mettere dei punti fermi è importante, non è che si può andare avanti senza avere un’idea il più chiara possibile su dove siamo, cosa succede complessivamente e via dicendo, questo è sicuramente un aspetto fondamentale ma non possiamo privilegiare questo aspetto perché così veniamo a perdere la dimensione reale delle masse. Così si finisce con il parlare una lingua che rimane estranea, insomma a me sembra che così si finisca con il partire da noi per arrivare a noi e questo sicuramente non va bene. Certo, in questo modo, diventa tutto più facile ma questa scorciatoia che effetti ha? Come si relazione con il movimento reale? Quanto è in grado di raccogliere ciò che, sicuramente in maniera estremamente contraddittoria, proviene dalle masse? La compagna ha parlato delle ipotesi teoriche del giornale/rivista mentre io mi focalizzerei maggiormente sull’iniziativa che stiamo costruendo dentro al Terzo, ovvero aprire una sala boxe anche dentro a quel quartiere. Se siamo arrivati a questo punto, e credo che il bilancio di ciò che abbiamo fatto sia estremamente positivo, è perché siamo partiti dalla classe e abbiamo sempre avuto la classe, nella sua concretezza e non come astrazione, come punto di riferimento. Ecco, per certi versi, mi sembra che corriamo il rischio di rincorrere l’astrazione dimenticandoci della dimensione concreta la quale, come abbiamo visto anche di recente, non è per nulla facile. Sarò un po’ minimalista, ma ciò che maggiormente mi ha convinto della riunione che abbiamo fatto il 6 e il 7 maggio è il collegamento con i comitati popolari di quartiere, i collettivi operai di Saint – Etienne e Lione. Credo che è a partire da queste realtà che diventa possibile costruire organizzazione perché è dentro a queste situazioni che è possibile avere costantemente il polso della classe e interagire positivamente con questa.

Vorrei portare l’intervista su due aspetti. Il primo è perché e in quale prospettiva state cercando di aprire una sala boxe nel Terzo. Il secondo riguarda i problemi , che hai brevemente accennato, che riguardano la complessità e anche la difficoltà che comporta stare costantemente dentro la concretezza della classe.

L’apertura della sala boxe nel Terzo indica la riuscita che l’occupazione abitativa che stiamo portando avanti in cooperazione con gli abitanti del quartiere, sta dando dei risultati che vanno di gran lunga oltre le aspettative che potevamo immaginare. Il Terzo, come un po’ tutti sanno, è un quartiere difficile e complicato dove non vi era alcuna presenza politica e sociale. Per molti versi possiamo dire che il Terzo rappresenta l’esclusione tra l’esclusione. Oggi possiamo dire che lì è in atto una sperimentazione politica e organizzativa che potrebbe trasformare questo luogo, considerato un po’ da tutti come il quartiere reietto, in quartiere di avanguardia. Oggi, a Marsiglia, il Terzo può essere considerato, almeno dal punto di vista territoriale, il punto più avanzato del conflitto sociale. Ciò dimostra come sia necessario andare tra gli strati più profondi della popolazione e per farlo occorre, per prima cosa, essere in grado di ascoltare ciò che da quegli strati proviene. L’apertura della sala boxe è un passaggio che abbiamo discusso dentro al Comitato di quartiere a partire dal fatto che il poter disporre di uno spazio sociale e sportivo è una necessità politica del quartiere e infatti avrà la connotazione di Casa del popolo e non semplicemente quella di Collectif Boxe Massilia. Il fatto che questa richiesta sia stata portata avanti da non poche donne mi pare decisamente importante e qua vorrei aprire una parentesi. Noi stiamo riscontrando un notevole successo tra le donne proletarie. Questo è vero nel Terzo e un po’ ovunque. Questo significa che vi sono tutti i presupposti per costruire una rete femminista operaia e proletaria in aperta opposizione al discorso del femminismo borghese. Uno dei punti centrali di questa organizzazione dovrà essere l’autodifesa e il rifiuto della delega di se stesse agli apparati statali. Sotto questo aspetto alcune indicazioni che provengono dalle esperienze delle donne curde mi sembrano decisamente importanti. Con questo voglio dire che dobbiamo essere in grado di recepire tutto ciò che proviene sia dalla classe, sia dalle esperienze rivoluzionarie del presente. Anche il Black Panther Party quando è sorto era visto come una specie di eresia mentre oggi, tutti e proprio tutti, lo considerano un’icona non dissimile dal partito di Lenin il quale, dal canto suo, ai suoi tempi non è che fosse considerato uno proprio in linea.

Mi hai parlato di contraddizioni e problemi che avete incontrato nel lavoro di massa i quali sono stati oggetto di notevoli discussioni.

Ti parlo di un solo episodio perché mi sembra che sia quello che ha portato al pettine tutta una serie di nodi. Mi riferisco al meeting di boxe, Ladies Boxing Perf’ Marseille che abbiamo organizzato nei Quartieri Nord. Lì sono emerse una serie di contraddizioni non proprio da poco. Il primo è stata la questione del velo. Alcune volevano combattere con il velo. Questo la Federazione non lo consente e quindi è successo un casino. Inutile che stia a entrare nei dettagli della giornata, ciò che importa è come ci rapportiamo alla questione del velo perché è una cosa che, ovviamente, non ci ritroviamo solo nella boxe. Molte ragazze giovani indossano il velo, questo è un fatto. Il velo, poi si può discutere sino a domani su questo, è una forma di identità anticoloniale e antistatuale che le giovani donne, almeno alcune, utilizzano. Possiamo liquidare questa prassi come arcaicità, come aspetto reazionario o addirittura come un comportamento filo-fondamentalista o dobbiamo vederla in un altro modo, ma se optiamo per questo non è che possiamo risolverla con una bella lezione di marxismo. A Marsiglia l’islamismo non ha preso molto ma un po’ ha preso e lo ha fatto perché noi, dico noi comunisti, non siamo in grado di affrontare la questione in profondità e finiamo, anche senza volerlo, con l’approdare nell’islamofobia. Ovviamente dentro il Collectif questo ha aperto un dibattito che non è ancora risolto.

Il secondo casino che è emerso è stato causato dalla sessualizzazione, chiamiamola così, che soprattutto le pugili lesbiche hanno impresso ai combattimenti. In poche parole, così come alcune donne musulmane hanno voluto rimarcare attraverso il velo la loro identità, le pugili lesbiche hanno voluto rimarcare il loro essere lesbiche in un contesto prevalentemente omofobo. E qua un altro bel casino. Certo, ed è la cosa più facile da dire, si può intervenire dicendo: “Questo è un incontro di boxe e tutto il resto non c’entra”, lo si può dire, ma la cosa chiaramente non funziona. Così come il velo è un modo, discutibile sin che si vuole, è un modo per contrastare una discriminazione, ostentare determinati comportamenti sessuali è un modo per rifiutare il ghetto. Ultima cosa lo scontro tra gang. Al meeting erano chiaramente presenti gran parte delle gang e evitare il peggio non è stata certo una passeggiata. Velo, omosessualità, gang possiamo ignorarli avendo per ciascuno di questi aspetti una bella formuletta che risolve tutto, ma così rinunciamo a quote non irrilevanti di classe oppure entriamo in relazione dialettica con questi aspetti. Per farlo devi stare con continuità e costanza dentro le situazioni e con questo torno e chiudo con l’esperienza che stiamo maturando nel Terzo. Non è che lì tutte queste cose non esistano, non è che lì abbiamo trovato la classe fatta a nostra immagine e somiglianza, semplicemente abbiamo cercato di comprendere, interagire, far emergere delle contraddizioni e soprattutto abbiamo posto in atto dei percorsi di lotta perché dentro la lotta le cose si modificano. Questo è ciò che continueremo a fare. 

Fonte

08/02/2022

Italia - Pfizer licenzia 210 lavoratori a Catania

Nonostante la sua posizione di leader nel mercato farmaceutico, nonostante i 51 miliardi che ha guadagnato in un solo anno e che continua a guadagnare dai vaccini contro il Covid, il 3 febbraio scorso Pfizer ha annunciato 130 licenziamenti e 80 mancati rinnovi nel suo stabilimento di Catania!

L’azienda farmaceutica statunitense ha annunciato 130 esuberi per i dipendenti a tempo indeterminato del sito catanese. Inoltre ha comunicato che a fine febbraio non verrà rinnovato il contratto a 50 dipendenti della società di lavoro interinale Ramstad, che lavorano per Pfizer, e il congelamento di altre 60 posizioni in attesa dell’arrivo di un nuovo macchinario in seguito al quale le unità verranno ridotte a 30.

Lo stabilimento di Pfizer a Catania è specializzato nella produzione di antibiotici parenterali di prima linea per uso ospedaliero, penicillinici e non penicillinici, e occupa circa 800 dipendenti, ai quali si aggiungono altri 200 nell’indotto.

La motivazione ufficiale di Pfizer è che si tratta di “una misura dovuta alla rivalutazione periodica delle attività delle proprie sedi in tutto il mondo al fine di garantire la continuità nella produzione dei farmaci secondo elevati standard di efficienza e sicurezza”.

Non si tratta però dei primi licenziamenti Pfizer in Italia. Nei prossimi giorni Pfizer darà indicazioni sulle mansioni che considera in esubero e, secondo alcune indiscrezioni, proporrà un trasferimento dei dipendenti nella sede di Ascoli Piceno, dove da alcuni giorni è iniziato il confezionamento dell’antivirale contro Covid-19 Paxlovid.

Ma anche dallo stabilimento di Ascoli la stessa Pfizer a dicembre 2020 aveva messo fuori decine di lavoratori delle aziende interinali che lavoravano per lei. In questo caso lavoratrici e lavoratori erano stati “presi in affitto”, come a Catania, tramite società come Ramstad e Adecco.

L’Usb ad Ascoli aveva chiesta l’immediata revoca con riammissione al lavoro di una parte dei lavoratori già mandati a casa. Figlio della Legge 30 del 2003, la quale ha introdotto le forme contrattuali che negli anni hanno devastato e precarizzato il mondo del lavoro, lo Staff Leasing è il fiore all’occhiello della precarizzazione poiché, in maniera subdola, porta con sé l’illusione del tempo indeterminato.

Inizialmente poco utilizzato, lo Staff Leasing è stato rispolverato dalla classe padronale recentemente, con l’avallo delle Agenzie di Somministrazione, per arginare ed eludere alcune norme di legge più stringenti sull’utilizzo dei lavoratori a tempo determinato.

“Non c’è certo da stupirsi vista l’avidità di una multinazionale che ha aumentato il prezzo dei suoi vaccini nel bel mezzo di una pandemia globale e che, con l’appoggio dei governi degli stati più ricchi, Italia in testa, si è più volte espressa contro l’abolizione o la sospensione temporanea dei brevetti sui vaccini, disinteressandosi quindi delle persone dei paesi che non possono permettersi di acquistare le dosi per tutti i propri cittadini, ma anche del superamento stesso della pandemia in tutto il mondo, aumentando il rischio di nuove varianti”, denuncia Potere al Popolo in un comunicato.

“C’è un problema enorme nel nostro paese, in cui le multinazionali, con la complicità dei governi che si sono susseguiti, fanno quello che vogliono sulla pelle di lavoratrici e lavoratori senza che nessuno a livello istituzionale intervenga”, sottolinea Potere al Popolo ribadendo che: “Noi esprimiamo la massima solidarietà nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici e a Catania sosterremo qualsiasi mobilitazione verrà organizzata per opporsi ai licenziamenti”.

Fonte

15/04/2021

Brunetta: nuovi concorsi pubblici, vecchia politica di classe

Pochi giorni fa è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale un decreto-legge, il d.l. 44/2021, che contiene, tra l’altro, norme in materia di concorsi pubblici. L’obiettivo dichiarato dal Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta è quello di sbloccare i concorsi pubblici, velocizzarli e farli svolgere in modalità il più possibile digitale. Fin qui, sembrerebbe non esserci nulla di male. In realtà, nelle pieghe della riforma è possibile rinvenire una traccia dell’impianto classista delle politiche di questo Governo e dell’ampia maggioranza che lo sostiene.

Ma vediamo cosa prevede la riforma. L’articolo 10 del decreto, quello dedicato, per l’appunto, alla disciplina dei concorsi pubblici, prevede la seguente articolazione delle fasi selettive dei concorsi per il reclutamento di personale non dirigenziale: 1) una preliminare fase di valutazione dei titoli legalmente riconosciuti (diplomi, lauree, master) ai fini dell’ammissione alle successive prove; 2) l’espletamento di una sola prova scritta e 3) di una prova orale; 4) infine, eventualmente, la valutazione dell’esperienza professionale, inclusi i titoli di servizio, che può concorrere alla formazione del punteggio finale.

Vale la pena di specificare che sebbene il capo III del decreto-legge in questione, che contiene l’articolo 10, sia denominato “semplificazione delle procedure per i concorsi pubblici in ragione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19”, le modifiche in questione sono strutturali (si applicheranno, cioè, non solo fino al permanere dello stato di emergenza, ma anche dopo). È scritto nero su bianco nel dossier del Servizio Studi del Senato sul provvedimento e la stessa formulazione della norma non lascia spazio a dubbi.

La preselezione per titoli è un regalo ai ricchi

Il punto della riforma sul quale si stanno concentrando molte polemiche è quello dello sbarramento all’accesso per i concorsi non dirigenziali sulla base dei titoli di studio.

Cosa si intende, infatti, nella norma, per “valutazione dei titoli legalmente riconosciuti ai fini dell’ammissione alle successive fasi concorsuali”? Nient’altro che la possibilità di prevedere una fase di preselezione, quindi a monte dell’intero processo selettivo, basata solo ed esclusivamente sui titoli. In altre parole, sarà possibile, per quelle amministrazioni che decideranno di utilizzare questa facoltà, escludere una consistente parte dei candidati sin dall’inizio e senza che si sia svolta neppure una prova scritta.

Chiunque conosca, anche di sfuggita, il mondo (anzi, il business) dei master universitari capirà al volo dove si nasconda il classismo di questa proposta. È noto, infatti, che non tutti i laureati possono permettersi di pagare le salate quote d’iscrizione previste per i master. Inoltre, non tutti possono permettersi di rinviare di un anno l’ingresso nel mondo del lavoro. Prevedere un vantaggio così decisivo per chi possiede titoli post-laurea significa escludere automaticamente dai posti di lavoro pubblici non solo una buona parte dei giovani neolaureati, che non hanno, ovviamente, avuto il tempo di accumulare ulteriori titoli post-laurea (pensiamo al caso estremo, ma diffusissimo oggi, degli studenti lavoratori), ma anche quella enorme platea composta da disoccupati, magari laureati da qualche anno, che non hanno i mezzi economici per conseguire ulteriori titoli. Significa, quindi, che queste persone non arriveranno neanche a sedersi davanti a un test scritto, perché sarà loro impedita qualsiasi forma di partecipazione alle prove. Un’ingiustizia con la quale si calpesta ogni sacrosanto principio di uguaglianza sostanziale.

Si potrebbe dire che è troppo presto per gridare allo scandalo e che, nei fatti, tutto dipenderà da come queste indicazioni saranno accolte dalle amministrazioni che provvederanno, via via, a bandire i concorsi. Ebbene, non è stato necessario aspettare troppo per avere questo tipo di conferma. Il 6 aprile è stato pubblicato il bando per 2800 unità di personale a tempo determinato per l’attuazione dei progetti del Recovery Plan. Ebbene, questo concorso prevede una fase di valutazione titoli che porterà all’ammissione alla successiva prova scritta di un numero di candidati pari a tre volte il numero di posti messi a concorso. Ciò significa che non potranno accedere alle prove scritte più di 8400 persone (o, fatti salvi i candidati classificati ex aequo, poco più). Questo particolare concorso, inoltre, in virtù del comma 4 dell’articolo 10, prevede anche la valutazione, già in fase di preselezione, delle esperienze professionali (per gli altri concorsi, le esperienze professionali potranno essere fatte valere “soltanto” in sede di determinazione del punteggio finale).

Ma come si svolgerà la valutazione dei titoli? Per il voto di laurea verrà attribuito un punteggio pari, al massimo (per i 110/110 e i 110 e lode) a 0,10 punti. Per gli altri titoli saranno attribuiti i seguenti punteggi: 0,5 per la laurea specialistica o magistrale, 0,25 per ogni laurea ulteriore. La somma di questi punteggi potrà essere al massimo pari a 1.

Per la formazione post-laurea saranno attribuibili, invece, fino a 3 punti (0,5 punti e 1 punto per i master di I e II livello, 1,5 per diploma di specializzazione e dottorato di ricerca). Già questo passaggio tende a penalizzare fortemente i neolaureati e coloro che, dopo la laurea, non hanno potuto, per svariate ragioni, principalmente economiche, proseguire gli studi.

Come se non bastasse, come dicevamo, in questo particolare concorso le esperienze professionali maturate nella gestione o nell’assistenza tecnica relativa a progetti europei e nazionali di politica di coesione conteranno anche ai fini della preselezione e per un massimo di ben 6 punti: sei volte il massimo del punteggio previsto per la laurea e la laurea magistrale/specialistica. Una pietra tombale sulle speranze di qualsiasi neolaureato alla ricerca di lavoro: una diversa e minore pesatura dell’esperienza professionale consentirebbe di valorizzare comunque le competenze maturate senza, al contempo, escludere del tutto i giovani dalla selezione.

La riforma dei concorsi di Brunetta: altri aspetti disgustosi

Abbiamo visto che, nonostante la riforma sia stata pubblicizzata come un tentativo di sbloccare i concorsi pubblici in tempo di pandemia, i suoi effetti saranno duraturi, perché non è previsto un termine finale di operatività delle norme che regoleranno i concorsi pubblici. Come spesso è accaduto, le situazioni di emergenza vengono sfruttate per inserire nel nostro ordinamento modifiche di natura strutturale, che hanno l’obiettivo di favorire le classi dominanti a scapito dei lavoratori.

Questa riforma, inoltre, per quanto possa sembrare incredibile, si presenta con un sovrappiù di infamia. Le norme in questione, infatti, potranno essere applicate non solo ai concorsi che saranno banditi dalla data di entrata in vigore del decreto in poi, ma anche ai concorsi già banditi e per i quali non siano ancora state svolte attività. Potenzialmente, dunque, potremmo assistere a uno scenario nel quale migliaia di disoccupati, che da tempo stanno studiando per partecipare a un concorso pubblico al quale si sono già iscritti e per il quale, magari, hanno già versato la quota di partecipazione, potrebbero essere fatti fuori con un colpo di penna perché non si sono potuti permettere un master o un altro titolo di studio post-laurea.

Può essere utile ricordare che il padronato si è spesso scagliato contro il cosiddetto “valore legale del titolo di studio”. Attualmente, ai fini, ad esempio, di un concorso pubblico, una laurea in una determinata materia conseguita in un’università pubblica del Mezzogiorno e una laurea nella stessa materia conseguita alla Bocconi, con lo stesso voto, sono equivalenti dal punto di vista formale: non potranno dar luogo a un punteggio diverso ai fini della valutazione.

Ai padroni, gente che sogna percorsi formativi il cui unico metro di giudizio sia il mercato, questa equiparazione non piace. La ragione di questa contrarietà è evidente: se un povero Cristo riesce, grazie ai sacrifici della famiglia e nei ritagli di tempi dal lavoro, a prendere una laurea a pieni voti, e questa laurea è equiparata a quella di un’università privata esclusiva in cui bisogna sborsare decine di migliaia di euro, il vantaggio di essere facoltosi, almeno in questo campo, va a farsi benedire. Ed ecco spiegata la crociata, principalmente portata avanti soprattutto dal centrodestra e dai radicali, ma non estranea agli esponenti del PD, contro il valore legale del titolo di studio. Ed ecco, inoltre, spiegato il periodico shitstorming contro le università pubbliche e, in particolare, contro le università pubbliche del Sud.

Ebbene sembrerebbe paradossale, adesso, proporre di dare così tanto valore a dei titoli di studio, al punto tale da eliminare la possibilità di partecipare ai concorsi pubblici per chi non ha un titolo post-laurea. In verità, la riforma è il proseguimento della battaglia per l’abolizione del valore legale del titolo di studio con altri mezzi: se non riusciamo ad abolire il valore legale dei titoli di studio tout court, allora almeno aboliamo quello dei poveracci. Come? È presto detto: in attesa di tempi migliori, aumentiamo il valore relativo dei titoli di studio che piacciono a noi e i morti di fame si tengano pure il loro 110 e lode, che farà una bellissima figura tra i quadri della casa di famiglia.

E ciò dimostra anche, in un rivolgimento tanto inatteso quanto farsesco, che il lavoro pubblico, tutto sommato, non fa così schifo come costoro vorrebbero dipingerlo. A patto che l’accesso sia facilitato per chi ha già abbondanti mezzi economici. Una visione per la quale lo studio universitario, mediato dalle regole di reclutamento nella pubblica amministrazione, non deve essere un ascensore sociale, ma uno strumento per calcificare e perpetuare le differenze di classe, accentuandone i caratteri ereditari.

Il nemico marcia insieme a te: postilla su Boeri e Perotti

A dimostrazione della complessità del discorso e dei variegati interessi in gioco, su Repubblica del 9 aprile è apparso un articolo, a firma di Tito Boeri e Roberto Perotti (entrambi professori alla Bocconi) che criticano aspramente la riforma Brunetta. Ciò potrebbe sembrare sorprendente: due esponenti di spicco di un’università privata che criticano una riforma che favorisce così spietatamente chi può permettersi un master universitario? A ben vedere, però, le critiche di Boeri e Perotti sono di tutt’altra natura rispetto a quelle che abbiamo evidenziato.

Di cosa si lamentano, infatti, i due accademici? Di certo non delle implicazioni classiste della riforma. Di questo non c’è alcuna traccia nel loro articolo. Il problema, per loro, è che prevedendo una valutazione dei titoli di servizio (cioè le esperienze professionali nella PA) nelle fasi successive della selezione, la riforma favorisce la stabilizzazione dei precari (ad esempio della scuola) e chiude le porte in faccia ai giovani. Della penalizzazione nei confronti di chi non può permettersi titoli di studio ulteriori rispetto alla laurea non c’è traccia.

Sia chiaro: la questione della stabilizzazione dei precari è senza dubbio di primaria importanza, ma contrapporla al dramma vissuto da centinaia di migliaia di giovani in cerca di un lavoro stabile è un ragionamento che trasuda miseria intellettuale e che ci propina una riedizione della disgustosa retorica padronale sul conflitto intergenerazionale. Il precariato è uno strumento di disciplina del lavoro che sta rovinando la vita di milioni di persone solo nel nostro Paese: dovrebbe essere eliminato con delle esplicite stabilizzazioni che pongano fine al ricatto implicito nei contratti di lavoro cosiddetti flessibili. Aizzare i giovani disoccupati contro i più anziani precari serve solo ad alimentare una guerra tra poveri utile a mantenere inalterato lo status quo, che è l’origine dei problemi sia dei giovani che dei precari. A tal proposito, proprio il Ministro Brunetta ha recentemente promesso con toni altisonanti “150.000 assunzioni all’anno nella Pubblica Amministrazione” come se fossero numeri elevati: sono briciole davanti alla carenza di organico della macchina statale, e sono meno di briciole davanti al dramma della disoccupazione, ed esattamente questo è il problema contro cui devono combattere, insieme, giovani e precari, contro l’austerità che impone la miseria della disoccupazione ai primi come una condanna e ai secondi come un ricatto.

E non è finita qui. Boeri e Perotti trovano anche il tempo di lamentarsi di quello che è un loro pallino: il potere d’acquisto degli stipendi dei lavoratori pubblici del Mezzogiorno, che, a giudizio dei due, sarebbe troppo alto rispetto ai lavoratori del Nord. La riforma Brunetta, lamentano i due prof bocconiani, non risolverebbe un grave problema, quella della carenza di professori nel Settentrione, a causa del fatto che molti “insegnanti chiederanno di essere trasferiti al Sud dove il loro stipendio vale molto di più che al Nord, date le differenze nel costo della vita”. Una disparità che in passato hanno proposto di superare con uno strumento a loro molto gradito: le cosiddette gabbie salariali. Un ragionamento privo di qualsiasi fondamento, utile solo agli interessi dei padroni.

Giovani contro anziani, meridionali contro settentrionali, lavoratori contro disoccupati, garantiti contro precari. La retorica padronale si alimenta di contrapposizioni fittizie, volte a nascondere la natura del conflitto di classe e a dividere la classe dei lavoratori, dietro la retorica della scarsità delle risorse. Di fronte a questi continui attacchi, occorre tenere ben presente che soltanto restando uniti potremo opporci ai tentativi di calpestare i pochi diritti che ci sono rimasti e porre le basi per riacquistare ciò che ci è stato tolto. Ben sapendo che tutto si tiene, fuori da ogni falsa dicotomia, occorre rivendicare uguaglianza nell’accesso al lavoro e uguaglianza nell’accesso alla formazione.

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10/09/2020

Scuola e Università. Il momento di mobilitarsi è adesso

A poco meno di una settimana dall’inizio ufficiale dell’anno scolastico (previsto per il 14 settembre, ma molte regioni hanno già posticipato la data) il Presidente del Consiglio Conte ha tenuto una conferenza stampa sulla scuola. Tra le altre cose, ha annunciato che ci saranno 160 mila nuovi docenti in classe. La notizia, rimbalzata sui media nell’immediato, non ha avuto però enorme risonanza. In realtà avrebbe dovuto in quanto non capita tutti i giorni di sentire un Presidente del Consiglio raccontare bugie così evidenti in una occasione ufficiale. Il tutto può essere verificato tranquillamente da chi ha avuto possibilità di controllare gli organici per il nuovo anno dove, sostanzialmente, non cambia nulla rispetto agli anni precedenti. In classe continueranno a stare dai 20 ai 30 studenti mentre, secondo le norme, dovrebbero stare in 10 o massimo 15 mentre i nuovi spazi promessi non ci sono o sono in preparazione.

Il mondo dei docenti, degli studenti e delle famiglie, ha cominciato alla fine di giugno un percorso di assemblee e mobilitazioni in cui sostanzialmente si chiedeva il ritorno a una didattica in presenza con tutta la sicurezza possibile. A questo proposito si chiedevano fondamentalmente due cose: nuovo personale aggiuntivo (insegnante ed ausiliario) e nuovi spazi.

In due mesi, sui giornali si è parlato tantissimo di scuola ma di spazi e nuovi docenti per ora non ci sono tracce.

Oggi la domanda non è più come ritornare a scuola e in università in presenza, ma come fare per evitare che un possibile boom di contagi dilaghi causando un nuovo blocco generalizzato delle attività.

Il Governo, tralasciando le menzogne, ha fatto per l’istruzione ciò che ha fatto per la sanità, per chi è in cassaintegrazione e per chi perderà il lavoro: ha richiesto fondi in sede UE che però non arriveranno prima del 2021, se tutto va bene, e in più saranno in gran parte prestiti. Il livello di menzogne sulla scuola e sui presunti investimenti sta tutto qui: una grande vittoria sui paesi “frugali” nel Consiglio Europeo che in realtà non c’è mai stata.

Da oltre trent’anni si disinveste nell’istruzione, da trent’anni si fa lo stesso per sanità, trasporti e welfare. Da trent’anni il lavoro è stato reso precario e malpagato.

Il tutto acuendo le disuguaglianze sociali, trasformando i diritti in lussi che, ci dicono, non ci possiamo più permettere. Solo padroni, imprenditori, finanzieri e speculatori hanno aumentato i propri guadagni. La pandemia su questo ha agito acuendo le difficoltà dei più deboli.

Se la scuola diventerà peggio di come era prima, se la sanità non sarà in grado di far fronte a nessuna emergenza, se i trasporti pubblici non saranno potenziati, i poveri rimarranno ancora più schiacciati e i ricchi potranno formarsi in scuole private d’elité dove non esistono problemi di affollamento, curarsi in cliniche private con i migliori medici a pagamento, muoversi in sicurezza sui mezzi privati.

Finita l’illusione che qualcuno, tra governanti vecchi e nuovi, avesse imparato la lezione della pandemia e che agisse di conseguenza lavorando a rafforzare scuola, salute e welfare, non ci rimane che prendere atto di una realtà che non cambia semplicemente variando la composizione di un governo. Detto questo, riprenderci il diritto all’istruzione rimane un imperativo a cui non ci possiamo sottrarre. Le mobilitazioni del 24 e 25 settembre con lo sciopero dei docenti e le manifestazioni studentesche devono essere il primo passo.

Se le affrontiamo capendo che il problema della scuola è lo stesso che colpisce altri ambiti sarà un buon inizio, l’inizio di una ricomposizione sociale in cui da una parte ci sono i diritti dei più deboli, dall’altra i privilegi di pochi padroni e sfruttatori. Una battaglia che vale la pena di combattere.

A Genova incominciamo con Assemblea Pubblica unitaria Sabato 12 settembre ore 15 Piazza Sarzano, sciopero della scuola 24 e 25 settembre indetto da USB, Unicobas e Cub, corteo studentesco organizzato da ComestudioGenova 25 settembre ore 9,30 da Piazza Fanti d’Italia ingresso Metro Principe.

Collettivo Comunista Genova City Strike

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04/06/2020

Chi sta manovrando le piazze della destra?

Quanto si è palesato per le strade della Capitale il giorno della Festa della Repubblica va compreso molto bene, oltre quello che i media mainstream pompano oltre ogni ritegno.

L’idea che viene diffusa a piene mani è quella che il governo Conte debba mettere fine alla sua esistenza ed essere sostituito da un governo di unità nazionale – magari guidato da Draghi – per gestire la crisi economica e l’emergenza sociale che ne sta derivando. L’attuale esecutivo, reso poco credibile dalla presenza del M5S, non viene ritenuto adatto allo scopo e già da mesi veniva evocato Draghi come salvatore della Patria.

Paradossalmente su questo obiettivo convergono La Repubblica o il gruppo Cairo e la destra, la Confindustria e l’establishment europeo.

E tutti usano le piazze della destra, ma non solo, per dare l’immagine di una situazione insostenibile e che richiede un cambio di governo, già evocato prima dell’emergenza coronavirus e congelato proprio a causa della pandemia. Ma adesso che le restrizioni sono finite o ridotte, che la stessa percezione del pericolo viene relativizzata in mille modi (dai luminari della sanità privata ai fomentati del basta mascherine), il conto alla rovescia per il governo Conte ha acquistato velocità.

Che il clima politico e sociale in Italia sia rovente e che sia già conclusa la fase “unitaria dovuta all’emergenza Covid-19” lo ha notato rapidamente la stampa tedesca. Il 2 giugno, nota la Sueddeutsche Zeitung, “di norma non si protesta, ma questa volta la destra e i Gilet arancioni sono scesi in piazza per manifestare contro il governo e la sua gestione della crisi”.

Nella manifestazione della destra istituzionale lungo via del Corso, Forza Italia si è sentita un po’ tirata per i capelli dagli alleati Lega e Fratelli d’Italia ed è stata costretta a stare in piazza, ma lo giustifica come un tentativo di contenere la rabbia che sale nel paese. Lo ha spiegato Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, intervenendo ad “Agorà” su Rai Tre. “Certo a Roma qualche assembramento c’è stato, credo fosse inevitabile: ma come Forza Italia abbiamo avuto una grandissima attenzione e credo che lo stesso abbiano fatto i nostri alleati”, ha detto, spiegando che la volontà “era quella di rappresentare un’alternativa e non far scivolare il paese nel ribellismo o nella rabbia, sentimenti che ci sono: noi invece vogliamo rappresentare un’alternativa repubblicana al governo Conte”.

Ma le marce su Roma del 2 giugno, hanno trovato una visibilità enorme anche sui media “liberal” come quelli del gruppo Fiat/La Repubblica o La 7. Non solo quelle della destra istituzionale, ma anche quella della deep society, un fenomeno grigio, tendente al nero, che ha trovato nelle restrizioni sanitarie dovute alla pandemia un fattore detonante e che ha individuato nell’ex generale dei carabinieri Pappalardo il suo totem. “Siamo stati costretti a vivere nelle nostre abitazioni come reclusi mentre mascalzoni vendono il nostro paese alle potenze straniere. Mussolini durante la marcia su Roma non l’ha fermato nessuno, ma a noi ci vogliono fermare, hanno fermato i nostri pullman per non farci manifestare” ha detto il generale e leader dei Gilet arancioni Antonio Pappalardo dal palco di piazza del Popolo, dove ha replicato la manifestazione senza mascherine di Milano una settimana fa.

Ma questo movimento non ha trovato il gradimento dei neofascisti più strutturati. Uno dei caporioni di Casa Pound ha liquidato le sortite del generale Pappalardo come “una supercazzola”.

La settimana scorsa poi c’era stata la gazzarra in piazza organizzata da un raggruppamento che si definisce “Marcia su Roma”, evocando quella delle camice nere all’inizio del ventennio fascista. Anche questa, nonostante i numeri ridottissimi, aveva trovato ampia amplificazione in modo decisamente trasversale.

Infine l’offensiva della destra sulla Capitale sembra non essersi ancora conclusa. Come riferiamo in altra parte del giornale, il prossimo appuntamento lo stanno indicando alcuni settori degli ultras di varie curve in fortissimo odore di estrema destra.

Insomma, l’immagine che restituiscono queste piazze piene di risentimento sociale non vanno però oltre la declinazione degli interessi di precisi settori sociali penalizzati dalla recessione prima e dal lockdown poi: commercianti, artigiani, partite Iva, piccoli esercenti, ambulanti, fornitori di servizi marginali con un piede dentro e uno fuori le regole. Cioè di tutti coloro che non avevano l’autonomia economica per reggere a lungo neanche prima dell’emergenza sanitaria e che oggi hanno prospettive ancora più incerte. Dietro di loro soffiano sul fuoco gli interessi ben strutturati in Confindustria che punta a fare rubamazzo degli aiuti di Stato e di quelli europei.

Da queste piazze mancano ancora i lavoratori dipendenti pubblici e privati, gli operatori sanitari passati nelle trincee dell’emergenza pandemica, i disoccupati veri e propri. Da troppi anni questi interessi materiali hanno perso la loro rappresentanza politica organizzata. In parlamento e nel paese non ci sono più i “partiti dei lavoratori”, ci sono solo quegli altri.

Sta in questa assenza il buco da riempire e rapidamente. La lotta di classe, che qualcuno voleva liquidata, oggi infuria più feroce di prima, ma una delle parti in conflitto combatte con entrambe le mani legate dietro la schiena, viene continuamente imbrigliata in discorsi che ne confondono identità e coscienza sociale e ne indeboliscono le potenzialità.

Le piazze della destra preoccupano ma vengono strumentalizzate in modo trasversale. È urgente che altre piazze si manifestino creando un dualismo di interessi sociali e di potere politico. Arrivare ai passaggi decisivi dei prossimi mesi (a cominciare dalla Legge di Stabilità che disegnerà le priorità sociali) non con le mani legate, ma con le mani pienamente disponibili, potrebbero essere non solo utile ma indispensabile.

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26/05/2020

Scuola, un settembre nebbioso

Mentre insegnanti, studenti e famiglie attendono parole chiare su come avverrà la riapertura delle scuole a settembre, dal Ministero arrivano poche certezze, purtroppo negative, e molte idee confuse.

In effetti, la sola certezza è che i precari resteranno tali. Dopo l’infinita polemica nella maggioranza sulla questione del concorso agostano, il governo ha deciso di non decidere, vale dire di stabilire che i precari tali saranno ancora e che la loro assunzione si discuterà in un concorso nel prossimo inverno, naturalmente meritocratico e selettivo.

Il rifiuto, da parte del governo, di indire un concorso per titoli e servizio mette evidentemente a rischio la presenza, all’inizio di settembre, di tutti gli insegnanti che sarebbero necessari per formare classi più ridotte per una gestione più sicura delle scuole.

Vale la pena ricordare che il concorso per titoli di cui si parla sarebbe stato riservato a insegnanti che hanno almeno tre anni di lavoro nella scuola, quindi già sperimentati sul campo e che avrebbero comunque diritto all’assunzione a tempo indeterminato solo in ragione della loro esperienza.

Sulle altre questioni che attengono alla riapertura delle scuole, il “comitato di esperti” nominato dalla ministra Azzolina sembra muoversi nella nebbia. Si parla di rientri a “scacchiera”, “a reticolo”, ma nessuno capisce esattamente cosa si farà, anche perché sulle questioni più propriamente sanitarie il Comitato di esperti del MIUR si rimpalla le responsabilità con il Comitato di esperti della Presidenza del Consiglio.

Insomma, tra esperti non ci s’intende, o forse ci sono troppi comitati.

Amanda Ferrario, dirigente scolastica e componente del Comitato di esperti del MIUR ha dichiarato, in un’intervista al Corriere della sera, che a settembre ci dovrà essere il rientro in aula per le scuole dell’infanzia, primarie e secondarie inferiori. Questo perché – dice – gli alunni di quelle scuole hanno bisogno di socialità. È vero, ma non si comprende come realizzare tale progetto.

La dott. Ferrario parla di utilizzare – in mancanza di aule – strutture comunali, oratori, persino parchi e giardini. Ma questi ultimi non potranno certo essere usati né in caso di cattivo tempo né, al massimo, dopo il mese d’ottobre. Inoltre, si fa riferimento al rapporto con associazioni del “terzo settore”.

Non vorremmo che dietro al rapporto con le stesse si celasse un piano di esternalizzazione di alcuni servizi scolastici che sarebbero gestiti, comunque, da privati, al di là della natura di tali associazioni, come già avviene purtroppo, in molte regioni, per i nidi d’infanzia.

Quanto alle attività che la dott.ssa Ferrario ipotizza si possano potenziare per migliorare il servizio, ella cita la musica, lo sport, il cinema e il teatro, le arti. Intenzione interessante e condivisibile, tuttavia, si tratta di attività che richiedono spazi attrezzati, strumenti e tecnologie, se non si vuole risolvere tutto con qualche coretto, recitina o disegnino su foglio A4.

Per un progetto del genere ci vogliono finanziamenti importanti, su cui ovviamente il Comitato di esperti non si pronuncia perché non gli compete.

Inoltre, la dott.ssa Ferrario afferma che “l’unità oraria” non deve essere necessariamente di 60 minuti. In pratica, se si fanno periodi di lezione di 45 minuti, anziché di 60, si riduce il tempo scuola rendendo possibile un avvicendamento delle classi negli edifici.

Purtroppo, il Ministero, sino a quest’anno, ha sempre mostrato rigidità in tal senso, imponendo, per esempio, agli insegnanti che lavorano in scuole dove la lezione dura 55 minuti, di recuperare anche quei miseri cinque minuti con supplenze, compresenze ecc.

Con questo metodo, fare tempi di lezione di 45 minuti comporterebbe che ogni tre lezioni ciascun insegnante ne dovrebbe recuperare una. Un “buon” modo per caricare i docenti in servizio di un maggior numero di classi, con aggravio della programmazione, dei consigli di classe, degli adempimenti burocratici e limitare il numero dei possibili nuovi assunti.

Resta poi aperta la questione delle scuole superiori, per le quali il Comitato di esperti ipotizza una ripresa con un massiccio impiego della didattica a distanza, poiché, si sostiene, gli studenti di quel livello d’istruzione sarebbero più padroni delle nuove tecnologie e indipendenti dalle famiglie.

Ciò contrasta con l’esperienza di questi ultimi tre mesi, dove sono emerse le grandi differenze nel seguire la didattica a distanza che si verificano tra licei, istituti tecnici e professionali, dove l’appartenenza a classi sociali diverse, quindi a situazioni economiche e abitative più o meno favorevoli, provoca discriminazioni importanti.

Non basta quindi fare riferimento all’età più matura degli allievi per immaginare un’efficienza della didattica a distanza che, si è dimostrato, è fortemente discriminante tra scuole e singoli. Ci chiediamo poi se anche un quindicenne non abbia bisogno di quella socialità invocata per i suoi più giovani colleghi.

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05/05/2020

Musica popolare e militanza di classe: intervista a Giulia Anania

Nel recente – e consigliato – “Gramsci 44”, film che racconta i quarantaquattro giorni di prigionia del segretario del Pcd’I all’Asinara, l’intellettuale torinese rappresentato da un ottimo Peppino Mazzotta decide, insieme agli altri esuli, di fondare una scuola popolare per i prigionieri e per i locali. Riflettendo ad alta voce condivide con gli altri insegnanti una interessante riflessione sull’alfabetizzazione scolastica, capace di essere vissuta persino come un’imposizione delle classi dominanti se viene scaricata su una società in cui il dialetto era più che sufficiente per vivere le proprie dinamiche quotidiane. Un passaggio cruciale, questo, che ci siamo trovati a commentare nell’ambito del colloquio con la nostra intervistata: “L’ho visto eccome quel dialogo di cui mi parli”, mi racconta, “e l’ho trovato commovente. Ho anche letto il libro che raccoglie le lettere inviate da Gramsci in quel periodo, una delle più interessanti letture dell’ultimo anno”.

Giulia Anania, classe 1984, ha all’attivo un album e quattro singoli, più una miriade di collaborazioni anche con grandi nomi della scena pop e una partecipazione al festival di Sanremo. È una cantautrice popolare romana e varrà la pena da subito soffermarsi su questo aggettivo. “La canzone in dialetto”, spiega Anania raggiunta al telefono, “ha dalla sua la bellezza profondamente politica di non far sentire a chi l’ascolta la supponenza. Io credo che la potenza del popolare, che per me unisce Laura Pausini, gli stornelli e il rap, è l’avere un linguaggio che non mette chi lo pronuncia su di uno scalino, che ha la potenza di essere estremamente poetico e di poter arrivare a tutti. È capace di parlare prima agli ultimi e di saper parlare degli ultimi – penso alla canzone popolare romana, fatta di storie di malavita, episodi di coltello, della vicenda della popolana che salva il bimbo di una nobile per poi crepare miserrima. Gianni Rodari, Italo Calvino, Gian Maria Volonté: è quello spirito che abbiamo perso negli ultimi anni. Erano delle persone che non si erano mai scollate dalla loro origine e dalla loro parte, erano diventati degli attori da Oscar ma erano rimasti incollati alle persone. Gabriella Ferri era una che incontravi al mercato, non si era allontanata e la gente la chiamava, la incontrava. Questa attitudine serve, è importante prima di tutto per noi, per gli artisti: poter osservare quello che accade e viverlo veramente”.

Da sempre animale da eventi militanti, da concerti in solidarietà, feste politiche e iniziative sociali, per la festa dei lavoratori Anania ha lanciato sui social una catena di sensibilizzazione: “Per il primo maggio” si legge su Facebook, “giornata dei lavoratori e di chi il lavoro non ce l’ ha, dei precari, degli sfruttati e dei tanti che muoiono di lavoro – voglio fare delle proiezioni diffuse su palazzi e cantieri di questa poesia di mio padre Vincenzo Anania; che da giudice si battè molto per le prime leggi sulle morti bianche. La poesia letta da Federico Pacifici si unisce alla mia canzone, “il Volo”. Il video è già pronto; ed è una chicca; deve solo essere trasmesso da chiunque voglia farsi tramite di questa emergenza”: e decine sono state le “proiezioni corsare”, soprattutto nella città di Roma che Anania vive e conosce in profondità da anni.

“In questi anni la pecca che io ho visto negli ambienti militanti, fra compagni insomma”, racconta, “è stata il trascurare il dibattito non specifico, ovvero pensare che solo con un alto livello di consapevolezza si potesse avere una militanza credibile.

Io rimango invece convinta che prima di tutto conta quello che unisce: la sinistra istituzionale, socialdemocratica si è definitivamente suicidata in vari passaggi, fra cui per me ha spiccato il rinunciare ad investire sulle feste politiche. Riunire le persone, creare una convivialità è invece un atto politico. Questo è quel che io continuo a provare e in questo modo mi accorgo che le persone, soprattutto nelle famose “periferie”, sono molto meno peggio di come ce le vogliono raccontare”.

“Ci sono degli spazi lasciati liberi, c’è una trincea che arretra”, continua: “Prima i centri sociali erano una risorsa interessante, ora sono segregati nei loro tic e nei loro micromondi: principalmente vedo che si tramutano in locali, fanno più che altro feste o non fanno niente; non voglio poi generalizzare ma vedo la droga tornare protagonista anche in quegli ambienti. Poi c’è tutta una corrente pseudomilitante, una serie di compagni che prima ti chiamavano – “Giulia suoni per me in questa iniziativa, vieni qua, vieni là” – e che adesso vedo invece molto... ben abituati, come dire; li vedo pretendere da parte dell’artista “amico”, “di area”, una serie di favori, salvo poi chiamare il super Vip che fa biglietto quando saltano fuori due soldi.

Questa deriva va di pari passo con una tendenza che riscontro anche nelle mie strette conoscenze, in una serie di miei amici storicamente militanti che hanno iniziato ad autoescludersi, a rifugiarsi nel nichilismo e in uno stadio pre-politico dove l’attività prevalente è il vedere le serie tv. Continuando io invece a fare spettacoli mi accorgo che il mondo che abbiamo lì fuori non è così perso. Ti accorgi che la nostra gente è stata abbandonata lì, nei quartieri; e se noi non stiamo lì, quella gente non guidata e lasciata senza sogni è ovvio che si affiderà ad altri, ad esempio ai fascisti che si impadroniscono di certi temi a noi cari. Se le cose vanno così noi rimarremo ancora a lungo noi in un mondo di merda e io non questo non lo voglio”.

Sarebbe però necessario un soggetto, una forza trainante che si faccia promotrice di questa azione mirata; i tanti che cercano di tenere alte le bandiere lo fanno, spiega l’artista, “a titolo personale, pieni di buone intenzioni ma senza riferimenti, disorganizzati. A oggi io non posso dire che ci sia un committente, una forza credibile, un centro a cui fare riferimento per coordinare le battaglie che dobbiamo fare. Le mie parole d’ordine rimangono certamente l’antifascismo, l’antirazzismo e la ferma volontà di non abbandonare in nessun luogo i nostri temi importanti, dal centro alle periferie”.

A una mancanza di organizzazione non può non collegarsi il problema reale, stringente e urgente, del concreto lavorare per chi fa cultura: “Il mondo dello spettacolo è il mondo dei precari, come tanti altri mondi”, spiega l’artista che ha calcato centinaia di palchi nella sua vita: ”I volti che piacciono alle Tv dal loro attico ci spiegano che è importante “rimanere a casa per il Coronavirus” mentre una massa di lavoratori che non ha albi, non ha riconoscimenti, non ha giustificativi perde entrate e potere di acquisto. Io dovevo andare per lavoro in un certo posto ma non sono andata, se al posto di blocco mi avessero fermato le forze dell’ordine non avrei saputo cosa scrivere sul foglio. I tecnici, gli attrezzisti, i lavoratori dei palchi sono lievemente più tutelati ma tutta la comunità dei lavoratori dello spettacolo vive di impieghi intermittenti, per cui tu lavori come un matto magari per tre mesi e per i successivi cinque non fai niente. Servirebbe una possibilità di sostegno salariale per questa intermittenza, come in altri paesi pure è prevista”.

In questa situazione prossima al ricatto per chi lavora nella musica e produce cultura, spiega Anania, qualsiasi linea di impegno anche vagamente sociale tende a venir completamente espulsa dal discorso dell’arte mainstream, con fortissimi incentivi anche all’autocensura: “Ti racconto questo: dovevo suonare al primo maggio qualche anno fa, e dovevo portare proprio questa canzone, Il Volo, che parla di morti sul lavoro, di morti bianche: appena è stato letto il testo, seccata, seccata immediatamente. Non male per essere il concerto della festa dei lavoratori direi. Io poi scrivo per molti artisti e spesso può capitare che se propongo un tema, per così dire, impegnato, ci sia un fortissimo timore di essere attaccati; a volte insieme con l’artista decidiamo di scardinare questa paura, ma in generale diventa sempre più raro e difficile essere artisti che vogliono comunicarsi rimanendo integri e radicali, senza cedere a compromessi. La chiave mi sembra allora il tenerci vicini fra di noi, formare una rete molto consapevole e organizzata e rifiutare la competizione interna all’ecosistema artistico – che è fortissima. Suonare negli studi medici, nelle botteghe dei fornai e nei cantieri, per i muratori”.

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03/05/2020

Studenti, giovani e precari: da abbandonati a protagonisti. la lotta continua!


Il 29 e il 30 aprile siamo usciti di casa, sempre nel rispetto delle misure di sicurezza sanitaria, e abbiamo riempito le strade delle nostre voci lasciando cartelli e striscioni sui muri delle nostre città: dalla Lombardia alla Sicilia in tantissimi hanno risposto alla chiamata, una mobilitazione culminata con una rumorosa conferenza stampa sotto a Palazzo Chigi.

La pazienza è finita, vogliamo misure immediate per il blocco di affitti e utenze, garanzie e tutele per il diritto allo studio e reddito per tutti e tutte. Dopo due mesi di lockdown dal Governo ancora solo dichiarazioni, quando va bene, oppure direttamente il silenzio. Il premier Conte proprio durante la nostra mobilitazione ha speso mille parole in Parlamento per nascondere i ritardi e la mancanza di soluzioni vere da mettere in campo da parte del suo esecutivo e nessuna parola su noi giovani e studenti, spina dorsale e futuro di questo Paese.

Governo, opposizione, grandi sindacati confederali e le loro propaggini studentesche non rappresentano le nostre necessità di fronte ad una crisi sociale ed economica che avanza.

Vogliamo un’inversione di rotta radicale sulle priorità politiche in questo paese, dalla questione abitativa fino all’effettiva e omogenea garanzia del diritto allo studio.

L’abolizione delle tasse universitarie, l’erogazione immediata delle borse di studio, la retribuzione completa di tutti i contratti di collaborazione e dei tirocini curriculari, un semestre in più per evitare troppi fuori corso, agevolazioni per la didattica a distanza, l’eliminazione dei test di ingresso, la difesa dei lavoratori della ricerca e il blocco immediato di affitti e utenze con un investimento straordinario nell’edilizia pubblica, compresi gli studentati.

Con la lotta abbiamo già strappato i primi risultati sul tema degli affitti, molti media locali e nazionali stanno iniziato a dare spazio alle nostre rivendicazioni e l’interesse e la voglia di partecipazione di tanti giovani, studenti e precari in tutto il paese sono la conferma che la strada intrapresa è quella giusta.

Il dramma del Coronavirus sta spazzando via tutte le falsità con le quali siamo cresciuti, ci hanno sempre descritti come la generazione “smart”, “erasmus”, “imprenditrice di se stessa”, ma adesso è evidente che siamo sempre stati una generazione di lavoratori poveri, senza diritti e senza futuro, da sfruttare dove e quando serviva e poi abbandonare.

Ma adesso basta, vogliamo essere protagonisti, qui e ora. La nostra lotta continua: il 5 maggio sarà di nuovo mobilitazione nazionale, con presìdi in tutto il paese.

Diamo inizio alla #NostraFase2!

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19/01/2020

Le pensioni di nonni e genitori rendono sostenibile il precariato di figli e nipoti

Il Welfare più arretrato, disfunzionale e ingiusto d’Europa si regge grazie ai pensionati. La crisi sociale acutissima prodotta dal precariato strutturale di massa nell’ultimo trentennio è sostenibile solo grazie all’integrazione al reddito garantita dai genitori e dai nonni che mettono a disposizione l’assegno mensile e le varie forme di rendita accumulate nel corso di una vita di lavoro di una o più generazioni per sostenere figli e nipoti che vivono nell’economia dei «lavoretti».

Nel rapporto sulle condizioni di vita dei pensionati pubblicato ieri dall’Istat emerge un aspetto drammatico. Per quasi 7 milioni e 400 mila famiglie, circa una su tre, le pensioni rappresentano il primo reddito.

La crisi del reddito e del salario, la vera questione politica oggi, è arrivata a questo punto: davanti alla casualità assoluta dei guadagni delle generazioni nate dopo il 1970, quelle precedenti suppliscono in maniera quasi totale alla vita di una popolazione composta da poveri e da lavoratori poveri, giovani e meno giovani.

Questo dato rivela che la solidarietà familiare ha sostituito il patto intergenerazionale sulla quale è fondata la previdenza. La famiglia è stata trasformata in una rete di ultima istanza. È una supplenza alla mancanza di un Welfare universale che tutela il diritto di esistenza, un principio che dovrebbe essere fondativo di uno stato costituzionale di diritto. Non lo è in nessun modo.

Al contrario, si dà ormai per scontato l’esistenza di tale disponibilità finanziaria per evitare di riconoscere il diritto al lavoro, al reddito, alla casa, a una vita dignitosa nel e soprattutto fuori da un lavoro sempre più miserabile.

Il rapporto Istat fornisce un’altra informazione che permette di comprendere l’insostenibilità e l’ingiustizia di questo sistema. Non solo l’anziano permette al più giovane di sostenersi, ma un pensionato su tre è anche povero. Il 36,3%, riceve ogni mese meno di mille euro lordi, il 12,2% non supera i 500. Un pensionato su quattro percepisce un reddito lordo sopra i 2 mila euro.

Tra i pensionati esiste una disuguaglianza di reddito molto significativa che si riflette sul territorio: il Nord assorbe metà della spesa. Le più penalizzate sono le donne, le più precarie nel lavoro, nella famiglia e anche quando arrivano all’età della pensione. Tutte le famiglie che dipendono dai redditi poveri dei pensionati sono, a loro volta, a rischio povertà: il 15,9% ha calcolato l’Istat.

Inoltre, i redditi precari, sommati alle pensioni povere, permettono anche agli anziani di sopravvivere. Il cumulo di pensioni e redditi da attività lavorativa abbassa il rischio di povertà al 5,7% rispetto al 17,9% di quelle costituite da soli pensionati.

Un altro dato è significativo. Si dice che la «silver economy», l’«economia d’argento» che sfrutta il potere di acquisto dei pensionati in termini di consumi, sia il futuro. Con l’allungamento dell’età pensionabile, e il cumulo del reddito da pensione e da lavoro, i pensionati che possono permetterselo lavoreranno per sostenere figli e nipoti.

Uno scenario da ricordare quando scatterà la prossima geremiade contro l’«apartheid» dei precari. Non sono i «vecchi» ad avercela con i «giovani». Sono entrambi sfruttati in una guerra che mantiene tutti in povertà. Non è una guerra tra generazioni. È il saccheggio di tutte le generazioni operato dal capitalismo in regime neoliberale.

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22/12/2018

Francia - Atto Sesto


“Un giorno o l’altro non avremo altra scelta che fare la rivoluzione”, anonimo GJ

Dopo un mese di mobilitazione, il più esteso movimento che ha conosciuto la Francia della Quinta Repubblica è arrivato all’”Atto Sesto” della sua agenda.

Questa tappa della protesta non avrà più il suo teatro privilegiato nella capitale parigina, dove già dal primo giorno della mobilitazione il 17 novembre, i gilet gialli avevano cercato di raggiungere l’Eliseo.

Il 24 novembre, il 1 dicembre, poi l’8 e ancora il sabato successivo, avevano visto comunque contemporaneamente alla mobilitazione a Parigi ai Campi Elisi, numerose iniziative locali, e il mantenimento dei presidi nelle rotonde e nei caselli autostradali che hanno segnato fin qui la topografia del movimento.

Sabato scorso, le mobilitazioni più partecipate si sono svolte a Bordeaux, Marsiglia e Tolosa, Avignone per non citare che le più riuscite, dove spesso insieme o accanto ai gilets jaunes, avevano manifestato i gilets rouges della CGT, mobilitatasi con una propria piattaforma specifica venerdì 14 dicembre.

Insieme a questi gli studenti delle medie superiori protagonisti di due settimane di blocchi e di manifestazioni, che hanno toccato gli istituti periferici dei centri cittadini – professionali e polivalenti – come le zone periurbane, quelle rurali e quelle segnate dalla de-industrializzazione, che sono le realtà più colpite dall’attuali riforme scolastiche che approfondiscono di fatto la frattura tra studenti di serie A e studenti di serie B.

Gli universitari si sono mobilitati in un clima sociale favorevole contro il vertiginoso aumento delle tasse di iscrizione per gli studenti extra-UE ai corsi ordinari e ai master, trattamento di cui potevano beneficiare gli studenti dei Paesi Nord-Africani e Centro-Africani che hanno sempre avuto uno stretto rapporto con la Francia.

L’Atto Sesto della protesta si concentrerà sugli snodi strategici del traffico trans-frontaliero ai confini francesi, come già successo nei sabati scorsi, e “colpendo” obbiettivi mirati – come il più grande hub agro-alimentare europeo a Rugins o le piattaforme Amazon, già al centro delle iniziative passate – oppure invadendo con uno maremoto giallo i centri cittadini “sfidando” anche i divieti prefettizi, o gli scali portuali.

Il centro parigino è stato di fatto reso inaccessibile dal filtro preventivo, dalla negazione all’accesso e dall’accerchiamento delle forze dell’ordine con una strategia sempre più aggressiva che ha impiegato i blindati della gendarmeria, le truppe a cavallo, e tutti i numerosi strumenti “offensivi” di cui dispongono le forze di polizia, più ascrivibili alla strategia di guerra a bassa intensità che al contenimento delle mobilitazioni.

La durissima repressione che si è abbattuta contro il movimento è stata oggetto di critica da parte dell’ONU, di una puntuale denuncia di Amnesty International, delle associazioni di avvocati francesi e per ciò che concerne i suoi riflessi sul diritto di cronaca, di un durissimo comunicato da parte delle quattro associazioni di categoria di giornalisti il lunedì successivo alla mobilitazione dell’8 dicembre, una presa di posizione spalleggiata dalla Federazione Europea e Mondiale dei giornalisti di cui è però difficile trovare traccia nei media italiani.

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Tout atour du rond point

Questa settimana è stata caratterizzata dal coagulo di differenti forze attorno ad un obiettivo preciso: tagliare le gambe al movimento, procedendo allo sgombero del cuore della protesa (il presìdio), porre le basi per legittimare un ipotetico dialogo sociale con i corpi intermedi e gli eletti locali, cercando di cooptare dentro la gestione del regresso sociale e delle politiche di austerity i soggetti disposti a colmare il vuoto abissale prodottosi tra la classe dirigente e le peuple, collaborando nella exit strategy elaborata dal governo.

La strategia messa in campo, annunciata dal discorso di Macron di lunedì 10 dicembre, consiste nel voler spostare l’asse del discorso da quella trama intrecciata di rivendicazioni politiche e sociali a due temi che spiano la strada ad un recupero a destra della protesta, come l’immigrazione e l’identità nazionale, assolutamente aliene alla mobilitazione, ma punti di forza di quelle forze (RN, LR, FD e la galassia identitaria) di fatto ben presto sfilatasi dal movimento.

Ancora in questi giorni, i sondaggi davano attorno al 70% la percentuale degli intervistati che continuano a sostenere la protesta dei Gilet Jaunes, mentre più della metà di questi si diceva d’accordo sul continuare la protesta.

Allo stesso tempo, la popolarità di Macron rimane ben sotto il 30% – a seconda dei sondaggi – attestandosi, nelle ipotesi più ottimistiche per il Presidente, al consenso irrisorio di cui godeva Hollande nella seconda parte del suo Quinquennat.

Giovedì 20 dicembre, erano ancora attivi 367 blocchi e mentre i Gilets Jaunes mobilitati risultavano essere 33.385, secondo il sito www.gilets-jaunes.org, una “community” di poco più di 400.000 persone creata per monitorare in tempo reale il movimento dal suo nascere.

Da lunedì mattina sono iniziate le operazioni di “sgombero” dei presìdi sulle rotonde e ai caselli autostradali su tutto il territorio nazionale, dando adito a differenti tipi di reazioni tra cui la più comune è stata quella della “strategia della lumaca” per cui allontanati da un punto e distrutte le costruzioni artigianali edificate in più di un mese di mobilitazione, i GJ hanno rimesso in piedi poco dopo il presidio nello stesso punto o poco più in là.

All’interno di questo attacco al cuore fisico della protesta, promosso dall’esecutivo e a cui si è allineata la dirigenza della CFDT, attraverso le parole del suo segretario Laurent Berger, che si è dichiarato favorevole ad uno sgombero “pacifico”, non sono mancate risposte di resistenza più determinate.

A Bandol, nel Varo, nella notte tra lunedì e martedì, verso mezzanotte, i manifestanti hanno messo dei bidoni della spazzatura in fiamme sulle barriere, impedendo la circolazione a tutti i veicoli. Un manifestante ha filmato questo casello sull’Asse Marsiglia-Tolone, costringendo la chiusura della A50, che ha mandato in tilt il traffico di questa importante arteria autostradale del Midi i giorni successivi.

Il 12 dicembre, questo presidio, attivo dal 17 novembre, era stato sgomberato con i gas lacrimogeni.

Lunedì Vinci, il maggior concessionario privato della rete autostradale francese – privatizzate da Chirac nel 2006 – aveva annunciato che avrebbe fatto pagare gli automobilisti che hanno usufruito dell’azioni di pedaggio gratuito dei GJ, tornando poi presto su suoi passi.

Vinci ha stipulato ai tempi di Hollande un accordo, proprio con Macron, allora ministro per l’economia, i cui i particolari sono venuti a galla solo di recente, che gli permette di alzare i pedaggi; ed infatti aumenti tariffari sono previsti dal primo febbraio.

L’azione dei GJ ha riaperto il dibattito sulle nazionalizzazioni della rete autostradale, un esempio di come un movimento che pratichi concretamente un obiettivo possa essere in grado di influenzare l’opinione pubblica.

A Voreppe – dove un primo sgombero aveva già distrutto una prima costruzione, poi rimessa in piedi – il secondo sgombero di questa settimana non sembra avere piegato la volontà dei partecipanti, "è un peccato, ma la ricostruiremo meglio" ha dichiarato un GJ, aggiungendo "aspettiamo l’Atto Sesto con impazienza”.

Nella Aude, i GJ sono stati costretti a lasciare il presidio di fronte a Monsanto, per le pressioni sul proprietario del terreno che gli aveva concesso di installarsi.

A Manosque, alla rotonda dell’A51 i gilet sgomberati la mattina, hanno ripreso possesso del rond point durante la giornata.

Martedì a Dunkerque, i presidi installati su tre rotonde sono stati sgomberati, ma nel pomeriggio i manifestati hanno ripreso la rotonda di Parapluies.

Il 18 la preparazione del G7 a Biarritz, anche senza Macron che all’ultimo momento aveva rinunciato ad andare, i GJ hanno organizzato una manifestazione.

A Arques-la-Battaille, a Siene-Marne, a qualche ora dallo sgombero, i gilets jaunes hanno rioccupato il presidio. Un GJ ha dichiarato: "non lasceremo perdere. Qui tutti sono convinti e solidali. E se ci cacciano, quando se ne vanno, lo rimetteremo in piedi, ogni volta, finché non sarà il Presidente a capitolare".

A Pontivy, le forze dell’ordine avevano dato tempo fino a martedì sera per evacuare il presidio che durava dal 17 novembre, e i GJ hanno deciso di cercare un altro posto per continuare ad essere visibili e a discutere, in particolare del referendum d’iniziativa cittadina (RIC).

"Se ci sgomberano, ritorneremo", dichiara un GJ rotonda dell’uscita della A16 Abbeville, nella Somme, “Siamo noi che decidiamo quando lasciare. Non è certo Lui che può ordinarcelo”. E conclude: “Non ci hanno dato niente. Perché dovremmo rientrare?”.

A Pont D’Aspac, i GJ si allontanano dalla rotonda ma si installano lì a fianco su un terreno privato.

Ad Angoulême dopo lo sgombero della rotatoria, i GJ sono diventati più mobili: “Non possiamo più riunirci nelle rotonde, passeremo allo stadio successivo, bloccando gli edifici ammnistrativi” ha dichiarato un GJ durante il blocco della Baque de France, giovedì 20.

A Montpellier, settima città dell’Esagono, i gjlet jaunes installatesi nella rotonda Près d’Arènes dal 17 novembre, non vogliono lasciare il presidio: “I GJ non sono estinti. La soppressione della CSG per i pensionati, i referendum popolari, la soppressione delle tasse sui prodotti di prima necessità e l’aumento di quelli sui prodotti di lusso... Ci sono così tante rivendicazioni che non sono state ancora soddisfatte”, dichiara un GJ.

A Lorient giovedì 20 i GJ hanno continuato la loro strategia mobile, recandosi in vari luoghi simbolo dal commissariato al comune e nell’ospedale in solidarietà con il personale e per richiedere più risorse per la sanità pubblica, con un solo fine: “farsi vedere senza disturbare le persone”.

Il fatto più tragico è avvenuto a Lot-et-Garonne, dove Olivier Daurelle, un GJ responsabile del movimento a Villeneuve-sur-Lot si era recato con altri gilets gialli in aiuto del presidio a rischio sgombero ed è stato investito, durante un blocco, e ferito mortalmente da un camion.

Philippe Castaner, ministro dell’Interno, ha colto subito l’occasione per speculare sulla tragedia dichiarando: “bisogna che questo finisca. Nove morti, è anche questa la realtà del movimento dei Gilet Jaunes”.

Questa breve panoramica, redatta grazie ai report di siti di informazione locale, serve per dare un quadro della determinazione dei GJ – cui si potrebbero aggiungere molte altre azioni – e della risolutezza dell’esecutivo nel volere perseguire la propri azione repressiva nei confronti dei presidi.

Va comunque detto che la forma dell’Assemblea Generale per dotarsi di un profilo organizzativo più strutturato sta guadagnando diverse realtà locali, che spesso chiedono ed ottengono dalle amministrazioni comunali spazi adeguati per incontrarsi, come a Tolosa, Bordeaux, Hennebont, Nimes...

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Le Gilets Jaunes

Emerge sempre più evidente il protagonismo femminile, e le questioni legate alla condizione specifica femminile nelle classi subalterne in particolari nelle famiglie monoparentali, ormai un quinto nell’Esagono, che nella stragrande maggioranza dei casi hanno come “capo-famiglia” una donna.

È acclarato come la precarietà lavorativa penalizzi in particolare le donne che percepiscono un salario molto inferiore agli uomini, e che godono di un trattamento pensionistico peggiore della componente maschile.

L’economista Rachel Silvera, intervistata da Corine Goldberger per “Marie Claire”, il 18 dicembre, in un bel servizio sulla componente femminile della protesta, afferma: “Senza dubbio anche i sindacati danno l’impressione di difendere prima di tutto i salariati delle grandi imprese del pubblico e del privato. Ora le donne hanno spesso una situazione di maggiore instabilità e fluttuante: contratti a tempo determinato a ripetizione, interinali, lavoratrici autonome a basso reddito, e spesso precarie e isolate a domicilio (baby-sitter, ‘badanti’, donne delle pulizie)”.

Una porzione importante della classe lavoratrice che ha trovato in questo movimento un vettore di comunicazione diretta delle proprie istanze senza che nessuno facesse da mediatore e interpretasse le proprie richieste ed uno strumento organizzativo.

Altre volte, come nel caso delle lavoratrici in appalto di un famoso hotel di lusso del centro parigino, per esempio, lo strumento sindacale è ancora un arma che permette uno sciopero tuttora in corso, che dura da mesi: la leader della protesta afferma giustamente “i gilets jaunes, c’est nous”, ribadendo l’identificazione nel movimento.

In un servizio di France Info una GJ, leader di un presidio dichiara apertamente: "è la rivoluzione delle donne, le donne siano uscite e non è facile farle tornare a casa".

Un’altra figura di spicco, Ingrid Levasseur, 31 anni, madre di due bambini a carico, lavora come badante e guadagna poco meno di 1200 euro netti.

Un’altra donna GJ è Florance, 54 anni, fa le pulizie per 650 Euro al mese, e insieme al suo compagno raggiungono la cifra di 2000 al mese.

Mentre Dominique, 61 anni, è al Presidio perché è preoccupata del futuro dei propri figli e dei nipoti, è ripresa mentre va a prendere un casco protettivo per andare a manifestare a Parigi!

Un’altra testimonianza importante è quella tratta da Simone Media, che intervista un medico.

Sabrina Ali Benali, dottoressa alle Urgences Médical a Parigi parla della condizione di estrema vulnerabilità dei suoi assistiti: alimentazione inadeguata, riscaldamento insufficiente, il disagio abitativo di cui cita l’esempio di una famiglia di 6 persone che vive in 30 metri quadri. Cita i suicidi e l’alcolismo diretta conseguenza della violenza del gettare le persone sul lastrico, facendogli perdere il lavoro, in confronto alla quale qualche macchina incendiata è davvero poca cosa.

Ma una delle testimonianze più toccanti, che è diventata virale sui social, è una intervista presa ad uno dei concentramenti della protesta di sabato scorso a Parigi di una infermiera, costretta a turni di lavoro anche di 12 ore, aggravati talvolta dalla sostituzione dei colleghi in una cronica mancanza d’organico.

L’infermiera si rivolge direttamente a Macron e afferma:

“Vieni a farti curare in un ospedale pubblico, accedi attraverso il pronto soccorso come chiunque, aspetta come fanno tutti, passa una giornata nel mio reparto, dove sono spesso sola ad occuparmi di più di una ventina di pazienti, suona tre o quattro volte e aspetta che io abbia il tempo di venire ad occuparmi di te Emmanuel, e poi renditi conto delle cose, ma per davvero, vieni a stare in un letto d’ospedale davvero, senza privilegi e vedrai ciò che è, ecco!”

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Questo sentimento popolare

Questa settimana sono stati pubblicati i risultati della terza ricerca scientifica che ha studiato il movimento confermando, se ancora fosse necessario, alcuni dati in sintonia con l’analisi che fin qui abbiamo svolto.

Avevamo abbondantemente citato la prima ricerca pionieristica promossa dal del Centre Émile Durkheim di Bordeaux, resa pubblica da “Le Monde” l’11 dicembre, e quella del Laboratoire d’ètudes sociales di Tolosa, pubblicata da “Libération” la scorsa settimana.

Si tratta del Collettivo Quantité critique, coordinato da Yann Lann, professore di sociologia a Lille, pubblicata da “L’Humanité” il 19 dicembre.

“I risultati della nostra inchiesta” scrivono i membri del collettivo “coincidono con quelli dei ricercatori di Bordeaux sulla questione delle caratteristiche sociali delle persone intervistate” affermando che “L’idea che si tratta delle classi popolari, spesso escluse dallo spazio politico, che prendono parola si trova confermato dai nostri risultati” per cui più di una metà, attorno al 60%, è composto da operai ed impiegati, e sono inoltre “sopra-rappresentati” i disoccupati rispetto alla quota di questi presente nella società.

Interessanti le conclusioni rispetto alla sensibilità ecologica dei GJ intervistati perché sono “coscienti che una “catastrofe ecologica” si profili (sono l’83% ha essere d’accordo con questa affermazione), i gilets jaunes pensano che la soluzione alla crisi ecologica non passi attraverso per dei cambiamenti dei comportamenti individuali, ma per delle risposte strutturali”, nonostante una buona parte di questi attuino nella ristrettezza dei loro mezzi scelte individuali che si configurano in tal senso.

Per ciò che concerne l’orientamento politico di destra o di sinistra, le due ricerche – quella del CED di Bordeaux e questa differiscono leggermente – “questo movimento” affermano “si caratterizza ugualmente per la presenza di un terzo polo, quello degli astensionisti. I tre gruppi all’interno del movimento hanno un peso quasi identico”

Sull’importanza dell’orientamento astensionista di una parte dei partecipanti ai GJ avevamo già scritto il 19 novembre sulla scorta delle considerazioni fatte da alcuni ricercatori che stavano monitorando ciò che si stava sviluppando dal 15 ottobre, giorno in cui due anonimi utenti di FB avevano lanciato un evento per un blocco del traffico contro l’innalzamento del prezzo del diesel e della benzina per il mese successivo.

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Il dibattito sindacale

Abbiamo cercato di riportare costantemente il dibattito che si è sviluppato nel mondo sindacale, le azioni e le varie prese di posizione a riguardo.

Il movimento dei GJ ha di fatto “dinamizzato” l’universo sindacale e polarizzato estremamente le posizioni, anche all’interno della maggiore centrale sindacale: la CGT, che a metà del maggio prossimo terrà il suo 52° congresso a Lione.

Numerosi documenti – l’importante federazione dei chimici – o quello firmato da differenti realtà sindacali – chiamano ad una più marcata azione del sindacato nelle aziende in grado di affiancare i GJ, riconoscendo la valenza estremamente positiva che ha portato la marea gialla.

In una lunga intervista di Sébastina Crépel pubblicata il 20 dicembre su “L’Humanité”, il segretario della CGT espone l’orientamento della Confederazione nell’attuale fase politica e l’agenda a venire.

Martinez sottolinea l’importanza dell’“azione collettiva” che ha posto il movimento, ed espone i limiti del sindacato nel corpo della classe, i cui tre quarti non è raggiunto dall’organizzazione.

Ciò che dimostra l’azione dei gilets jaunes come quella dei sindacati è che l’azione collettiva paga.

Per Martinez bisogna che il numero dei partecipanti accresca per raggiungere obiettivi più soddisfacenti e questo pone anche la questione della nostra capacità collettiva di colpire il cuore del sistema, cioè il capitale. E il capitale sono le grandi imprese, le multinazionali.

Uno dei compiti del sindacato è nell’individuazione dei responsabili della situazione: il MEDEF, cioè la Confindustria transalpina, che non viene di fatto toccata dalle misure prese dal governo che ricadono sui contribuenti e non viene identificata dai GJ come il proprio avversario primario.

Citiamo integralmente la risposta alla domanda su cosa intende fare la CGT all’inizio del 2019 considerando che il governo ha dichiarato di volere procedere con le riforme annunciate:

“Noi pensiamo che bisogna rapidamente porre una tabella di marcia, mobilitando dall’inizio dell’anno sulle questioni essenziali come i salari e la giustizia fiscale. Noi stiamo agendo per portare queste rivendicazioni con il massimo delle organizzazione sindacali dei salariati e dei giovani dopo le feste a tempo pieno, nelle forme che devono ancora essere definite.”

Una disamina attenta del rapporto sindacati e GJ la si trova in “Gilets jaunes: les syndicats entre deux eaux”, di Arthur Brault-Moreau, pubblicato il18 dicembre su www.regards.fr di cui riportiamo integralmente le conclusioni.

“Per concludere, che sia per il rifiuto dei sindacati riformisti, per le esitazioni della CGT o per il coinvolgimento non immediato ma sincero di Solidaires, i sindacati sembrano essere stati travolti dal movimento dei gilet gialli. L’attuale sviluppo del movimento giallo flou si è sviluppata lontano dai sindacati. Pertanto, se la paura del governo mostra una incredibile efficacia del movimento sociale recente, sembra difficile immaginare una vittoria senza una messa in gioco dello strumento sindacale. Alle occupazioni delle rotonde, gli scioperi potrebbero essere un relai o un appoggio decisivo”.

Molto del futuro del movimento si gioca su questo: la grève géneral è di fatto ciò che può definitivamente cambiare le carte in tavola.

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