Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/05/2023

Il volto gentile dello sfruttamento

È notizia di questi giorni l’approvazione definitiva del cosiddetto ‘Decreto Cutro’, una manifestazione che più evidente non si può dell’approccio abietto al tema dell’immigrazione adottato dal Governo Meloni. Si tratta di un ulteriore tassello della strategia di strumentalizzazione ideologica dei migranti fatta propria da tutti i Governi degli ultimi decenni e cavalcata con un mix di particolare odio e utilitarismo dal governo Meloni. Ancora una volta, però, per opporsi al razzismo dei cattivi un segmento di borghesia italiana presuntamente progressista ricorre ad argomenti che etichettammo, nell’ormai lontano 2018, come manifestazione del cosiddetto razzismo dei buoni. Come allora, a farsi interprete di questa linea di pensiero è l’indefesso Tito Boeri, già presidente dell’INPS e articolista resosi noto più volte in passato per aver rimarcato con coerente insistenza l’importanza dello sfruttamento della manodopera straniera per la stabilità e prosperità della nostra economia.

Un breve articolo-intervista, nel suo genere davvero magistrale, ne riassume perfettamente lo spirito. Boeri inizia rimarcando la schizofrenia della destra che predica odio verso i migranti ma poi riconosce nel Documento di Economia e Finanza che essi sono fondamentali per abbattere il debito pubblico. Parla di scelte suicide come quella di voler eliminare la protezione speciale fingendo evidentemente di non capire la coerenza di fondo di tali scelte e poi, alla domanda: “invece cosa dovrebbero fare?”, risponde: “Dovrebbero tener conto delle esigenze delle imprese e quindi fare decreti flussi più importanti, superando il livello degli 80mila ingressi perché c’è bisogno di manodopera in moltissimi comparti, dal turismo al commercio fino alla ristorazione e all’agricoltura. E poi le famiglie hanno un drammatico bisogno di lavoratori che si occupino delle persone non autosufficienti”.

Ci risiamo.

L’Italia ha bisogno dei lavoratori immigrati perché serve manodopera cui affidare i lavori più precari e infami, quelli che un lavoratore italiano non è più disposto a svolgere. Questo è il ritornello che risuona, tetro, tra economisti, politici e imprenditori di orientamento liberal-progressista da una trentina d’anni, ovvero da quando il fenomeno dell’immigrazione di massa ha iniziato ad interessare gradualmente il nostro paese. Dietro questa asserzione apparentemente neutra e descrittiva si cela in verità una visione del mondo, dell’economia e del fenomeno migratorio brutale e orribilmente classista, oltre che profondamente alterata nei suoi aspetti oggettivi. Visione che fa da perfetto contraltare, in una logica di speculare identità, con quella apertamente xenofoba delle destre.

Vediamo i due tasselli ideologici fondamentali che sostengono il Boeri-pensiero sul tema.

Tassello numero uno: nel ristretto club dei paesi ricchi (cui l’Italia appartiene) vi sarebbe tutta una serie di lavori umili che i viziati giovani occidentali non vorrebbero più fare: cameriere, commesso, bracciante agricolo, badante etc. A fronte di questa situazione solo gli immigrati, adusi a lavori umili e sfiancanti, ci salverebbero da questa carenza, facendo fronte a buon mercato a bisogni irrinunciabili della nostra collettività. Per Boeri, per Confindustria e per tutti i politici dei Governi vari degli ultimi anni, implicitamente, i milioni di disoccupati del nostro Paese sarebbero evidentemente persone schizzinose non disposte a lavorare al salario corrente che il mercato offre e restii a svolgere lavori faticosi.

Ora, è evidente che esistano lavori più o meno faticosi, più o meno squalificanti e più o meno frustranti nei ritmi, nella ripetitività, nel basso grado di creatività etc. È altrettanto evidente, però, che a fronte di una maggiore fatica e usura sarebbe giusto e sacrosanto avere una maggior compensazione in termini di salario, orari di lavoro meno intensi e in generale migliori condizioni lavorative che attenuino gli svantaggi connessi al tipo di lavoro, sia esso svolto da un lavoratore migrante o da un lavoratore ‘indigeno’.

Sono invece purtroppo più che noti i ritmi di sfruttamento, gli orari di lavoro massacranti e i bassissimi salari che caratterizzano i settori citati da Boeri. Condizioni che solo alcuni lavoratori italiani sono in grado di rifiutare, ma che invece moltissimi altri sono costretti loro malgrado ad accettare.

Ma evidentemente che qualcuno possa rifiutare paghe da fame fa storcere il naso ad economisti, capitalisti ed ex-presidenti dell’INPS. Vengano allora in soccorso i lavoratori immigrati che, versando in condizioni di maggior disperazione, accetterebbero con meno resistenze bassi salari e alti ritmi di lavoro, consentendo così il funzionamento di settori che strutturalmente prosperano su paghe da fame, prezzi competitivi e alti profitti. I lavori di merda, quindi, secondo Boeri e compagnia cantante non vanno estirpati in quanto tali, ma vanno ‘appaltati’ a coloro che, apparentemente, avrebbero una maggiore propensione a tali impieghi.

Ma c’è anche un tassello numero due, con cui Boeri fa un ulteriore salto di qualità. All’osservazione dell’intervistatore: “La premier Meloni sostiene che il governo punta a risolvere i problemi di sostenibilità delle pensioni non con i migranti, ma incentivando il lavoro femminile e la natalità”, Boeri risponde: “è un errore clamoroso. Per incentivare il lavoro femminile oggi è necessario potenziare il numero degli assistenti domiciliari. Più immigrati vuol dire più badanti e più donne che lavorano perché sgravate dai compiti di cura. E lo stesso vale per la natalità”.

In questa frase, in cui Boeri si lascia andare ad una virtuosa professione di classismo, razzismo e sessismo, il tassello numero uno si lega al tassello numero due dell’ideologia del “ci servono più immigrati per poterli sfruttare”.

Ecco il fondamento del ragionamento: gli italiani non fanno più figli e la popolazione invecchia inesorabilmente e ciò renderebbe i sistemi pensionistici insostenibili. Nelle versioni più audaci di questo teorema anche il debito pubblico diventerebbe insostenibile, dal momento che l’invecchiamento della popolazione darebbe luogo ad una crescita stentata insieme a maggiori oneri a debito per lo Stato sociale, e quindi il peso del debito pubblico sul PIL tenderebbe ad aumentare. I flussi migratori, allora, servirebbero per ringiovanire la popolazione, aumentare il flusso dei contributi sociali, la crescita economica e quindi rendere più sostenibile il peso del debito.

Vi sarebbero infinite cose da dire sulla totale inconsistenza di questa logica, ma nell’essenziale ne bastano due.

In primo luogo, la struttura demografica di un paese non è una variabile esogena ma dipende strettamente dalle condizioni economiche in cui versa la popolazione. Povertà, disoccupazione, precariato, riduzione delle prestazioni dello Stato sociale prodotta da decenni di neoliberismo – non ci vuole un ex Presidente dell’INPS per capire che impatto sulle famiglie hanno i tagli agli asili nido e ai servizi per l’infanzia – non contribuiscono certamente a sostenere una dinamica demografica salutare e sono tra i principali imputati per quanto riguarda la crisi delle culle. Ignorare le condizioni materiali dando per scontato che la riduzione drastica dei nuovi nati sia un fattore ineliminabile delle società occidentali è, quindi, un’operazione ideologica che denuncia soltanto mala fede.

In secondo luogo, non esiste alcun campanello d’allarme, anche a struttura demografica invariabile, circa l’insostenibilità finanziaria della spesa pensionistica e sociale nel lungo periodo in Italia e in Europa, come abbiamo argomentato più volte. A fronte di politiche di tagli brutali, come quelle che sperimentiamo sulla nostra pelle, l’unica grave preoccupazione, semmai, riguarda la sostenibilità sociale e non certo finanziaria del nostro welfare futuro.

Boeri, nella sua risposta, non soltanto rimarca il fatto che la natalità italiana è un fattore immodificabile e alieno alle determinanti economiche, non soltanto condanna la popolazione femminile ad un destino di lavoro di cura forzato come se ciò non dipendesse da elementi strettamente connessi con la discriminazione sul mercato del lavoro e i diritti di maternità e paternità ancora gravemente differenziati, ma rincara la dose sul pregiudizio culturale per cui gli immigrati sarebbero destinati a svolgere lavori ingrati, liberando così gli italiani e le italiane da questo fardello. Tre brutti scivoloni che, in poche parole, rivelano quanto razzismo, sessismo e quanti pregiudizi si celino dietro i maître à penser dell’intellighenzia liberal-progressista.

Posizioni che si rivelano perfettamente speculari a quelle più schiettamente e apertamente razziste delle varie destre, oggi al governo, che da un lato rinfocolano esplicitamente l’ostilità del popolo contro gli stranieri, dall’altro convergono pienamente con il Boeri-pensiero nel vedere l’immigrato come strumento al servizio degli interessi economici dei capitalisti e della nazione e mentre cianciano di misure a favore della natalità e della donna lavoratrice devastano lo Stato sociale con tagli alla sanità, eliminazione del reddito di cittadinanza e precarizzazione del lavoro.

Boeri e Meloni, insomma, sono le due varianti di costume di uno stesso identico fenomeno: l’attacco al mondo del lavoro in tutte le sue forme e l’accentuazione della politica di divide et impera, cui si accompagna e che si sostiene sulla mostruosa reificazione del migrante, ridotto a strumento e variabile di aggiustamento di un sistema economico fondato sull’austerità e i tagli allo stato sociale.

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02/06/2022

Trento o Torino? Economisti divisi, anche geograficamente

Pochi lo hanno notato ma in questi giorni si sta consumando una spaccatura in Italia nel mondo degli economisti e dei loro sponsor. Negli stessi giorni, ma agli antipodi tra est e ovest del paese, si svolgeranno contemporaneamente “due festival dell’economia”, uno nella sua sede tradizionale a Trento, l’altro per la prima volta a Torino.

A Trento è tutto pronto per la 17esima edizione del Festival dell’Economia, organizzata dal Gruppo 24 Ore, insieme a Comune, Università e Provincia autonoma di Trento. Nel corso dei quattro giorni – dal 2 al 5 giugno – si alterneranno in Trentino 8 premi Nobel, oltre 75 relatori provenienti dal mondo accademico, 20 tra i più importanti economisti internazionali e nazionali, 26 rappresentanti delle più importanti istituzioni europee e nazionali, 36 relatori internazionali, oltre 30 tra manager e imprenditori di alcune delle maggiori imprese italiane e multinazionali e 10 ministri.

Il tema scelto per l’edizione 2022 – Dopo la pandemia (e con una guerra in corso), “Tra ordine e disordine” – animerà il dibattito tra il mondo scientifico, gli opinion leader e importanti esperti delle più diverse discipline economiche per analizzare com’è cambiato il mondo dopo la pandemia e la guerra in Ucraina.

Contemporaneamente domani a Torino si apre il Festival Internazionale dell’Economia che durerà fino a sabato 4 giugno. Anche qui saranno presenti cinque Premi Nobel – David Card, Michael Spence, Jean Tirol, Esther Duflo, Christopher Pissarides – sei ministri – Roberto Cingolani, Mara Carfagna, Enrico Giovannini, Vittorio Colao, Patrizio Bianchi, Elena Bonetti – , il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, il commissario europeo Paolo Gentiloni, il presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato. Inoltre, Liliana Segre, Roberto Saviano, Alessandro Barbero, Michael Sandel, uno dei più brillanti e autorevoli filosofi americani, Carlo Cottarelli, Luigi Zingales, Gherardo Colombo.

La rassegna diretta da Tito Boeri verte sulle Public lectures su concetti chiave dell’economia; alla frontiera, con ricerche più innovative; visioni e intersezioni per guardare alla complessità dei processi economici; nella storia e storia delle idee, per comprendere il presente attraverso il passato; oltre a racconti di testimoni autorevoli, dialoghi e forum con i protagonisti e confronti con le esperienze provenienti da altri mondi; incontri con gli autori e infine cineconomia, l’economia spiegata attraverso il grande cinema.

Se si va a cercare di saperne di più, sui motori di ricerca, si impone il Festival di Trento, forte della sua tradizione più consolidata e della sponsorizzazione de Il Sole 24 Ore. Fin qui risulta ancora impossibile sapere come si sia prodotta questa spaccatura nella comunità degli economisti e la contemporaneità dei due eventi. Qualcuno lo riduce all’imbizzarrimento di Tito Boeri verso la gestione del Festival di Trento, altri alla competizione tra il mondo industriale e finanziario del Nord Ovest verso quello del Nord Est. Qualche retroscena ha provato a dirimere la nebbia ma senza risultati concreti.

Cinque anni fa una “sottrazione” simile avvenne nel mondo dell’editoria, con Milano che nel 2016 si inventò la prima Fiera dell’editoria contendendo lo spazio a Torino che da anni ospita la Fiera del Libro. Dunque anche su questo si assiste più a eventifici che ad eventi. È il segno dei tempi.

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03/01/2022

Sequestro al gruppo Gedi per truffa all’Inps

Una storia esemplare su che merda sia il potere in questo paese. Il gruppo editoriale più importante, probabilmente, quello che tutti i giorni spara titoli a 6 colonne quando viene beccato qualcuno che prendeva il reddito di cittadinanza senza averne diritto – e per chiederne dunque l’abolizione in blocco – è stato beccato in flagrante truffa contro l’Inps.

Ovviamente gli importi non sono quelli tipici del reddito di cittadinanza (581 euro, in media), ma un po’ più consistenti: 30-38 milioni. Del resto, è da manuale: se devi fare un reato, tanto vale farlo in grande, no?

Interessante anche il fatto che il gruppo Gedi sia ora della famiglia Agnelli, quella che ha fuso la FCA con il gruppo francese PSA, preparandosi a chiusure di stabilimenti in Italia ma con la precauzione di spostare la sede fiscale in Olanda. Quindi si prepara alla maxi-truffa del secolo, visto che paga le tasse ad Amsterdam (più basse, naturalmente, se non perché spostare la sede?) e chiede sussidi, sovvenzioni, incentivi, agevolazioni qui in Italia.

Prima di passare all’incasso con centinaia di migliaia di ore di cassa integrazione – come conseguenza momentanea della chiusura di stabilimenti ancora non individuati, ci sta pensando Stellantis, ossia il management francese, notoriamente alquanto nazionalista... – a Torino staranno studiando il dossier Gedi. Hai visto mai che da lì arrivino buone idee.

La presunta truffa sarebbe avvenuta però quando il gruppo Gedi apparteneva ad un altro luminare della liberal-democrazia italiana, Carlo De Benedetti, ora a cavallo del quotidiano Domani.

La tecnica non era particolarmente originale: in sostanza una settantina di dipendenti sarebbero stati appositamente demansionati e trasferiti per usufruire della pensione anticipata di cui non avrebbero altrimenti avuto diritto (tra cui anche alcuni dirigenti).

Divertente constatare che, nello stesso periodo (tra il 2011 e il 2015, a cavallo dei governi Monti, Renzi, Gentiloni), quei giornali si battessero fermamente per la “riforma Fornero”.

Senza farsi mancare neanche la beatificazione del “jobs act”, con cui decine di milioni di lavoratori dipendenti hanno perso ogni tutela contro i licenziamenti ingiustificati.

Veramente una bella società, insomma, degna di assumere le vesti di “difesa della libera informazione”, di impugnare la bandiera della “lotta alle fake news” proprio mentre il suo attuale direttore appariva in un leak reso pubblico dal sito fondato da Assange per aver pagato un’agenzia di “informazione” notoriamente “veste ufficiale” della Cia.

Il provvedimento della Procura fa parte di un’inchiesta di cui Il Fatto Quotidiano aveva dato conto nel 2018, quando partirono le prime indagini della Guardia di Finanza. L’impulso all’inchiesta fu dato proprio da alcune rivelazioni del Fatto Quotidiano relative ai carteggi tra un dipendente del gruppo editoriale e l’Inps.

Scriveva ieri Il Fatto Quotidiano che “Il piano di prepensionamenti attuati dal gruppo tra il 2011 e il 2015 ha coinvolto in tutto 69 giornalisti e 187 poligrafici. Nel corso degli anni l’Inps avrebbe ricevuto più di una segnalazione sulle presunte irregolarità provenienti dall’interno dello stesso gruppo.

Tra i destinatari anche l’ex presidente Tito Boeri, che era anche editorialista di Repubblica e che, secondo quanto scrive la Verità, non avrebbe mostrato una particolare solerzia nella gestione della pratica.”


Un caso eclatante di quelle “porte girevoli” tra il sistema degli interessi privati e l’amministrazione pubblica che, dagli Stati Uniti alla vecchi Europa, ha portato alla luce con esempi pratici cosa significhi l’affermazione marxiana sullo Stato come «violenza concentrata e organizzata della società», al servizio della classe dominante.

Non sembra un caso che, a parte la presunta (e smentita) “distrazione” dell’ex presidente Inps Tito Boeri, in difesa del gruppo Gedi si muova la creme de la creme dell’avvocatura italiana.

A difenderla di fronte ai giudici è infatti l’avvocata ed (tra il 2011 e il 2013) ex ministra Paola Severino “che avrebbe dato disposizioni per la creazione di un conto ad hoc in cui depositare i soldi oggetto del sequestro”.

Le notizie riportano che “tra il 2010 e il 2016 il gruppo era riuscito a collezionare 160 milioni di utili”, e dunque la presunta truffa all’Inps non poteva avere neanche la giustificazione dello “stato di necessità”.

La crisi economica arriva infatti dopo. “Dal 2017 al 2020, complice la grave crisi di diffusione de La Repubblica, ma anche de La Stampa e Il Secolo, la società che era dei De Benedetti ha cumulato 450 milioni di rosso. Solo nel 2020, l’anno del passaggio da Cir alla famiglia Agnelli, le perdite sono state di ben 166 milioni. A pesare non solo il calo potente dei ricavi che nel decennio hanno perso 385 milioni, ma anche le pulizie sul valore delle testate.”

Che la carta stampata soffra per l’avanzata inarrestabile dell’informazione online – spesso gratuita o quasi, per i lettori – è certo. Che la caduta di credibilità sia però una componente fondamentale di questa crisi, altrettanto.

Essere individuati e riconosciuti come “la voce del padrone”, quando oltretutto il padrone si chiama Agnelli o De Benedetti, non è esattamente un boost per le vendite.

Qui di seguito anche la lettera con cui Tito Boeri spiega al Fatto il suo operato nella vicenda, dicendosi protagonista nella segnalazione delle irregolarità del gruppo Gedi.
Il 31 dicembre il quotidiano “La Verità” ha riportato la notizia del sequestro di oltre 30 milioni al gruppo GEDI a seguito di un’operazione della Procura di Roma sull’utilizzo improprio di ammortizzatori sociali da parte del gruppo. Non essendo un lettore di quel giornale, ho ricevuto lo stralcio di articolo dal dirigente Inps cui a suo tempo avevo chiesto di seguire la vicenda.

“Le voglio dare una buona notizia”, mi scriveva, “grazie al suo intervento siamo riusciti a smascherare una truffa ai danni dell’Inps; c”è voluto del tempo, ma ci siamo riusciti”.

Leggo l’articolo, ma mi trovo di fronte ad una ricostruzione distorta e maliziosa del mio operato, volta a insinuare che io abbia voluto insabbiare la vicenda.

Come posso documentare, dopo avere ricevuto un messaggio criptico da una persona a me sconosciuta (non era un messaggio anonimo) riguardo a potenziali frodi ai danni dell’istituto, fui io stesso a sollecitare il mittente perché mi offrisse i dettagli della vicenda.

E il giorno stesso in cui ricevetti una mail più circostanziata incaricai il direttore centrale della DC ammortizzatori sociali, struttura competente in materia (e non certo un “dirigente di seconda fascia” come riportato dal vostro giornalista) di approfondire la vicenda.

Posso anche documentare che anche successivamente a questa mia prima segnalazione sollecitai la direzione ad andare a fondo, lasciando poi al direttore generale, una volta appurato che ci potevano essere gli estremi di una frode, il compito di seguirne l’evoluzione.

Se avessi voluto davvero insabbiare la vicenda, lo avrei potuto fare in un’infinita di modi, a partire dall’ignorare il messaggio di una persona a me sconosciuta tra le centinaia di mail che ricevevo ogni giorno. Mi colpisce che Il Fatto di oggi dia spazio alla tesi de “La Verità” sostenendo che non avrei mostrato “particolare solerzia” nel seguire la vicenda senza neanche preoccuparsi di interpellare la direzione competente dell’Inps e il sottoscritto. La prego dunque di pubblicare integralmente questa mia lettera.
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15/04/2021

Brunetta: nuovi concorsi pubblici, vecchia politica di classe

Pochi giorni fa è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale un decreto-legge, il d.l. 44/2021, che contiene, tra l’altro, norme in materia di concorsi pubblici. L’obiettivo dichiarato dal Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta è quello di sbloccare i concorsi pubblici, velocizzarli e farli svolgere in modalità il più possibile digitale. Fin qui, sembrerebbe non esserci nulla di male. In realtà, nelle pieghe della riforma è possibile rinvenire una traccia dell’impianto classista delle politiche di questo Governo e dell’ampia maggioranza che lo sostiene.

Ma vediamo cosa prevede la riforma. L’articolo 10 del decreto, quello dedicato, per l’appunto, alla disciplina dei concorsi pubblici, prevede la seguente articolazione delle fasi selettive dei concorsi per il reclutamento di personale non dirigenziale: 1) una preliminare fase di valutazione dei titoli legalmente riconosciuti (diplomi, lauree, master) ai fini dell’ammissione alle successive prove; 2) l’espletamento di una sola prova scritta e 3) di una prova orale; 4) infine, eventualmente, la valutazione dell’esperienza professionale, inclusi i titoli di servizio, che può concorrere alla formazione del punteggio finale.

Vale la pena di specificare che sebbene il capo III del decreto-legge in questione, che contiene l’articolo 10, sia denominato “semplificazione delle procedure per i concorsi pubblici in ragione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19”, le modifiche in questione sono strutturali (si applicheranno, cioè, non solo fino al permanere dello stato di emergenza, ma anche dopo). È scritto nero su bianco nel dossier del Servizio Studi del Senato sul provvedimento e la stessa formulazione della norma non lascia spazio a dubbi.

La preselezione per titoli è un regalo ai ricchi

Il punto della riforma sul quale si stanno concentrando molte polemiche è quello dello sbarramento all’accesso per i concorsi non dirigenziali sulla base dei titoli di studio.

Cosa si intende, infatti, nella norma, per “valutazione dei titoli legalmente riconosciuti ai fini dell’ammissione alle successive fasi concorsuali”? Nient’altro che la possibilità di prevedere una fase di preselezione, quindi a monte dell’intero processo selettivo, basata solo ed esclusivamente sui titoli. In altre parole, sarà possibile, per quelle amministrazioni che decideranno di utilizzare questa facoltà, escludere una consistente parte dei candidati sin dall’inizio e senza che si sia svolta neppure una prova scritta.

Chiunque conosca, anche di sfuggita, il mondo (anzi, il business) dei master universitari capirà al volo dove si nasconda il classismo di questa proposta. È noto, infatti, che non tutti i laureati possono permettersi di pagare le salate quote d’iscrizione previste per i master. Inoltre, non tutti possono permettersi di rinviare di un anno l’ingresso nel mondo del lavoro. Prevedere un vantaggio così decisivo per chi possiede titoli post-laurea significa escludere automaticamente dai posti di lavoro pubblici non solo una buona parte dei giovani neolaureati, che non hanno, ovviamente, avuto il tempo di accumulare ulteriori titoli post-laurea (pensiamo al caso estremo, ma diffusissimo oggi, degli studenti lavoratori), ma anche quella enorme platea composta da disoccupati, magari laureati da qualche anno, che non hanno i mezzi economici per conseguire ulteriori titoli. Significa, quindi, che queste persone non arriveranno neanche a sedersi davanti a un test scritto, perché sarà loro impedita qualsiasi forma di partecipazione alle prove. Un’ingiustizia con la quale si calpesta ogni sacrosanto principio di uguaglianza sostanziale.

Si potrebbe dire che è troppo presto per gridare allo scandalo e che, nei fatti, tutto dipenderà da come queste indicazioni saranno accolte dalle amministrazioni che provvederanno, via via, a bandire i concorsi. Ebbene, non è stato necessario aspettare troppo per avere questo tipo di conferma. Il 6 aprile è stato pubblicato il bando per 2800 unità di personale a tempo determinato per l’attuazione dei progetti del Recovery Plan. Ebbene, questo concorso prevede una fase di valutazione titoli che porterà all’ammissione alla successiva prova scritta di un numero di candidati pari a tre volte il numero di posti messi a concorso. Ciò significa che non potranno accedere alle prove scritte più di 8400 persone (o, fatti salvi i candidati classificati ex aequo, poco più). Questo particolare concorso, inoltre, in virtù del comma 4 dell’articolo 10, prevede anche la valutazione, già in fase di preselezione, delle esperienze professionali (per gli altri concorsi, le esperienze professionali potranno essere fatte valere “soltanto” in sede di determinazione del punteggio finale).

Ma come si svolgerà la valutazione dei titoli? Per il voto di laurea verrà attribuito un punteggio pari, al massimo (per i 110/110 e i 110 e lode) a 0,10 punti. Per gli altri titoli saranno attribuiti i seguenti punteggi: 0,5 per la laurea specialistica o magistrale, 0,25 per ogni laurea ulteriore. La somma di questi punteggi potrà essere al massimo pari a 1.

Per la formazione post-laurea saranno attribuibili, invece, fino a 3 punti (0,5 punti e 1 punto per i master di I e II livello, 1,5 per diploma di specializzazione e dottorato di ricerca). Già questo passaggio tende a penalizzare fortemente i neolaureati e coloro che, dopo la laurea, non hanno potuto, per svariate ragioni, principalmente economiche, proseguire gli studi.

Come se non bastasse, come dicevamo, in questo particolare concorso le esperienze professionali maturate nella gestione o nell’assistenza tecnica relativa a progetti europei e nazionali di politica di coesione conteranno anche ai fini della preselezione e per un massimo di ben 6 punti: sei volte il massimo del punteggio previsto per la laurea e la laurea magistrale/specialistica. Una pietra tombale sulle speranze di qualsiasi neolaureato alla ricerca di lavoro: una diversa e minore pesatura dell’esperienza professionale consentirebbe di valorizzare comunque le competenze maturate senza, al contempo, escludere del tutto i giovani dalla selezione.

La riforma dei concorsi di Brunetta: altri aspetti disgustosi

Abbiamo visto che, nonostante la riforma sia stata pubblicizzata come un tentativo di sbloccare i concorsi pubblici in tempo di pandemia, i suoi effetti saranno duraturi, perché non è previsto un termine finale di operatività delle norme che regoleranno i concorsi pubblici. Come spesso è accaduto, le situazioni di emergenza vengono sfruttate per inserire nel nostro ordinamento modifiche di natura strutturale, che hanno l’obiettivo di favorire le classi dominanti a scapito dei lavoratori.

Questa riforma, inoltre, per quanto possa sembrare incredibile, si presenta con un sovrappiù di infamia. Le norme in questione, infatti, potranno essere applicate non solo ai concorsi che saranno banditi dalla data di entrata in vigore del decreto in poi, ma anche ai concorsi già banditi e per i quali non siano ancora state svolte attività. Potenzialmente, dunque, potremmo assistere a uno scenario nel quale migliaia di disoccupati, che da tempo stanno studiando per partecipare a un concorso pubblico al quale si sono già iscritti e per il quale, magari, hanno già versato la quota di partecipazione, potrebbero essere fatti fuori con un colpo di penna perché non si sono potuti permettere un master o un altro titolo di studio post-laurea.

Può essere utile ricordare che il padronato si è spesso scagliato contro il cosiddetto “valore legale del titolo di studio”. Attualmente, ai fini, ad esempio, di un concorso pubblico, una laurea in una determinata materia conseguita in un’università pubblica del Mezzogiorno e una laurea nella stessa materia conseguita alla Bocconi, con lo stesso voto, sono equivalenti dal punto di vista formale: non potranno dar luogo a un punteggio diverso ai fini della valutazione.

Ai padroni, gente che sogna percorsi formativi il cui unico metro di giudizio sia il mercato, questa equiparazione non piace. La ragione di questa contrarietà è evidente: se un povero Cristo riesce, grazie ai sacrifici della famiglia e nei ritagli di tempi dal lavoro, a prendere una laurea a pieni voti, e questa laurea è equiparata a quella di un’università privata esclusiva in cui bisogna sborsare decine di migliaia di euro, il vantaggio di essere facoltosi, almeno in questo campo, va a farsi benedire. Ed ecco spiegata la crociata, principalmente portata avanti soprattutto dal centrodestra e dai radicali, ma non estranea agli esponenti del PD, contro il valore legale del titolo di studio. Ed ecco, inoltre, spiegato il periodico shitstorming contro le università pubbliche e, in particolare, contro le università pubbliche del Sud.

Ebbene sembrerebbe paradossale, adesso, proporre di dare così tanto valore a dei titoli di studio, al punto tale da eliminare la possibilità di partecipare ai concorsi pubblici per chi non ha un titolo post-laurea. In verità, la riforma è il proseguimento della battaglia per l’abolizione del valore legale del titolo di studio con altri mezzi: se non riusciamo ad abolire il valore legale dei titoli di studio tout court, allora almeno aboliamo quello dei poveracci. Come? È presto detto: in attesa di tempi migliori, aumentiamo il valore relativo dei titoli di studio che piacciono a noi e i morti di fame si tengano pure il loro 110 e lode, che farà una bellissima figura tra i quadri della casa di famiglia.

E ciò dimostra anche, in un rivolgimento tanto inatteso quanto farsesco, che il lavoro pubblico, tutto sommato, non fa così schifo come costoro vorrebbero dipingerlo. A patto che l’accesso sia facilitato per chi ha già abbondanti mezzi economici. Una visione per la quale lo studio universitario, mediato dalle regole di reclutamento nella pubblica amministrazione, non deve essere un ascensore sociale, ma uno strumento per calcificare e perpetuare le differenze di classe, accentuandone i caratteri ereditari.

Il nemico marcia insieme a te: postilla su Boeri e Perotti

A dimostrazione della complessità del discorso e dei variegati interessi in gioco, su Repubblica del 9 aprile è apparso un articolo, a firma di Tito Boeri e Roberto Perotti (entrambi professori alla Bocconi) che criticano aspramente la riforma Brunetta. Ciò potrebbe sembrare sorprendente: due esponenti di spicco di un’università privata che criticano una riforma che favorisce così spietatamente chi può permettersi un master universitario? A ben vedere, però, le critiche di Boeri e Perotti sono di tutt’altra natura rispetto a quelle che abbiamo evidenziato.

Di cosa si lamentano, infatti, i due accademici? Di certo non delle implicazioni classiste della riforma. Di questo non c’è alcuna traccia nel loro articolo. Il problema, per loro, è che prevedendo una valutazione dei titoli di servizio (cioè le esperienze professionali nella PA) nelle fasi successive della selezione, la riforma favorisce la stabilizzazione dei precari (ad esempio della scuola) e chiude le porte in faccia ai giovani. Della penalizzazione nei confronti di chi non può permettersi titoli di studio ulteriori rispetto alla laurea non c’è traccia.

Sia chiaro: la questione della stabilizzazione dei precari è senza dubbio di primaria importanza, ma contrapporla al dramma vissuto da centinaia di migliaia di giovani in cerca di un lavoro stabile è un ragionamento che trasuda miseria intellettuale e che ci propina una riedizione della disgustosa retorica padronale sul conflitto intergenerazionale. Il precariato è uno strumento di disciplina del lavoro che sta rovinando la vita di milioni di persone solo nel nostro Paese: dovrebbe essere eliminato con delle esplicite stabilizzazioni che pongano fine al ricatto implicito nei contratti di lavoro cosiddetti flessibili. Aizzare i giovani disoccupati contro i più anziani precari serve solo ad alimentare una guerra tra poveri utile a mantenere inalterato lo status quo, che è l’origine dei problemi sia dei giovani che dei precari. A tal proposito, proprio il Ministro Brunetta ha recentemente promesso con toni altisonanti “150.000 assunzioni all’anno nella Pubblica Amministrazione” come se fossero numeri elevati: sono briciole davanti alla carenza di organico della macchina statale, e sono meno di briciole davanti al dramma della disoccupazione, ed esattamente questo è il problema contro cui devono combattere, insieme, giovani e precari, contro l’austerità che impone la miseria della disoccupazione ai primi come una condanna e ai secondi come un ricatto.

E non è finita qui. Boeri e Perotti trovano anche il tempo di lamentarsi di quello che è un loro pallino: il potere d’acquisto degli stipendi dei lavoratori pubblici del Mezzogiorno, che, a giudizio dei due, sarebbe troppo alto rispetto ai lavoratori del Nord. La riforma Brunetta, lamentano i due prof bocconiani, non risolverebbe un grave problema, quella della carenza di professori nel Settentrione, a causa del fatto che molti “insegnanti chiederanno di essere trasferiti al Sud dove il loro stipendio vale molto di più che al Nord, date le differenze nel costo della vita”. Una disparità che in passato hanno proposto di superare con uno strumento a loro molto gradito: le cosiddette gabbie salariali. Un ragionamento privo di qualsiasi fondamento, utile solo agli interessi dei padroni.

Giovani contro anziani, meridionali contro settentrionali, lavoratori contro disoccupati, garantiti contro precari. La retorica padronale si alimenta di contrapposizioni fittizie, volte a nascondere la natura del conflitto di classe e a dividere la classe dei lavoratori, dietro la retorica della scarsità delle risorse. Di fronte a questi continui attacchi, occorre tenere ben presente che soltanto restando uniti potremo opporci ai tentativi di calpestare i pochi diritti che ci sono rimasti e porre le basi per riacquistare ciò che ci è stato tolto. Ben sapendo che tutto si tiene, fuori da ogni falsa dicotomia, occorre rivendicare uguaglianza nell’accesso al lavoro e uguaglianza nell’accesso alla formazione.

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11/04/2021

Un milione di occupati in meno, ma i competenti hanno la soluzione: licenziare

Un milione di lavoratori in meno. Comincia così, con un affresco drammaticamente crudo dell’attuale situazione del mercato del lavoro in Italia, un commento apparso lo scorso 7 aprile su Repubblica, a firma Tito Boeri. Personaggio, costui, che ha fatto in più occasioni capolino sul nostro blog, difficilmente per ricevere apprezzamenti. Le migliori intenzioni sembrano animare l’ex presidente dell’INPS: il titolo del suo intervento, ‘Come creare nuovo lavoro’, sembra una manna dal cielo, qualcosa di cui, vista la situazione in cui verte lo scenario occupazionale in Italia da ormai molti anni, ci sarebbe estremamente bisogno. L’articolo di Boeri, tuttavia, non si cimenta in un’analisi di lungo periodo delle dinamiche del mercato del lavoro italiano, ma si sofferma unicamente su quanto accaduto all’occupazione ‘dai giorni dei primi tre contagiati di coronavirus’, ossia dallo scorso febbraio ad oggi.

Boeri parte da una fotografia asettica della distruzione di lavoro che la pandemia ci ha portato: un crollo dei dipendenti con contratti temporanei (-13%), una sensibile riduzione dei lavoratori autonomi (-7%), e una perdita occupazionale (1 milione di lavoratori in meno) che ha maggiormente colpito le fasce più fragili della classe lavoratrice, quali donne e giovani. Inoltre, Boeri ci ricorda che all’aumento dei disoccupati ha fatto seguito anche una crescita degli inattivi, ossia di coloro che non hanno un lavoro, ma che al momento non lo stanno cercando. Tra questi, numerosi sono coloro che non cercano in modo attivo un lavoro, pur avendone in verità bisogno, perché scoraggiati dalle condizioni di enorme difficoltà del mercato del lavoro, o perché costretti dai vincoli familiari in assenza di alternative: emblematico il caso dei genitori, quasi sempre madri, senza lavoro che, con le scuole chiuse, non possono più permettersi di lavorare in quanto impegnati nel lavoro di cura.

Un’eredità occupazionale, quella lasciataci dalla pandemia, molto pesante, come giustamente riporta lo stesso autore. In questa palude, che fare? Ed è qui che Boeri tira fuori il meglio di sé, proponendo tre specifiche ricette.

La prima consisterebbe nel favorire la contrattazione decentrata, ossia la contrattazione a livello aziendale. A detta dell’autore, la ripresa occupazionale sarebbe favorita dall’aumento del lavoro di prossimità, tramite la maggiore capacità dei datori di scegliere i lavoratori più adeguati alle proprie esigenze. Trattasi naturalmente di una copertura ideologica per nascondere il vero ed unico fine della contrattazione a livello aziendale, ovvero l’indebolimento drammatico della capacità contrattuale dei lavoratori che vedrebbero spostare una parte consistente delle proprie rivendicazioni da un piano ampio e universale – nazionale – ad una dimensione piccola, quella aziendale, molto più facilmente soggetta ai ricatti dei datori di lavoro.

In secondo luogo, Boeri sottolinea il ruolo di un ‘servizio pubblico per l’impiego funzionante’. In altre parole, l’autore suggerisce di ricorrere alle cosiddette politiche attive del mercato del lavoro, ossia a misure in grado di riqualificare la forza lavoro e di favorire il ricollocamento della stessa verso le imprese sopravvissute alla tempesta pandemica. Tanto per cambiare, il disoccupato, colui che ha perso il lavoro a causa di un’emergenza sanitaria e di una crisi economica senza precedenti, è visto come un rottame, una risorsa non più al passo con i tempi, una persona da riqualificare perché, si sa, le imprese virtuose non vedono l’ora di ricominciare ad assumere… Un’impostazione, quella di Boeri, tutta ideologica e non suffragata dall’evidenza empirica. Nessun riferimento, come del resto potevamo attenderci dalla sua penna, al fatto che in Italia la disoccupazione a due cifre – quel mare magnum di senza lavoro e di sottoccupati in cui sguazzano i capitalisti per reperire manodopera à bon marché – permane ormai da anni, figlia di decennali politiche di austerità di matrice europea. Per quanto riguarda invece le supposte frizioni, quella contrattazione collettiva che, a detta di Boeri, impedirebbe l’incontro tra domanda e offerta di lavoro quasi a due passi da casa, l’autore dimentica che in Italia è in atto un processo trentennale di progressiva flessibilizzazione del mercato del lavoro: dal pacchetto Treu del 1997, al Jobs Act, il mercato del lavoro è stato reso sempre più rispondente alle logiche di mercato e la contrattazione collettiva depotenziata. Il problema vero è allora un altro, ovvero la cronica carenza di domanda di lavoro capace di assorbire i disoccupati: in altri termini, specialmente in questo periodo caratterizzato da una frenata generale dell’economia, non vi sono imprese in cerca di lavoratori.

Dulcis in fundo, Boeri rispolvera il Jobs Act: l’autore vede nella misura di renziana memoria lo strumento migliore per far sì che i contratti a tempo determinato vengano trasformati, attraverso incentivi fiscali, in contratti a tempo indeterminato, e, udite udite, ‘gioverà grandemente’ (sì, vengono usate proprio queste parole) a questo passaggio lo sblocco dei licenziamenti, misura sulla quale il Governo, a detta di Boeri, sta colpevolmente traccheggiando. Un triplo tuffo carpiato: per far nascere posti di lavoro occorrerebbe dar modo alle imprese di licenziare. Come se negli ultimi anni, contrassegnati, ben prima dell’emergenza Covid, da una dinamica occupazionale debolissima, non vi fosse stata quella smaccata libertà di licenziamento plasmata dalle modifiche della legge Fornero e del Jobs Act all’articolo 18.

Insomma, come creare occupazione, stando alle parole di uno dei maggiori esponenti del pensiero liberista in Italia? Le ricette, ahinoi, sono sempre le stesse: ogni volta che si ha a che fare con la disoccupazione, una piaga economica e sociale che morde più di tre milioni di persone, non si perde occasione di puntare il dito o contro i lavoratori, considerati non sufficientemente formati o qualificati per determinate mansioni, o contro le più basilari forme di regolamentazione del mercato del lavoro, come ad esempio la contrattazione collettiva, considerate colpevoli di limitare la fluidità del mercato del lavoro e, in questo modo, di non permettere alla disoccupazione di riassorbirsi.

Ancora una volta, i competenti corrono in soccorso di un Governo che sembra sempre più orientato a mettere mano al mondo del lavoro in senso regressivo: mentre la fine del blocco dei licenziamenti viene invocata da Confindustria, diverse propaggini dell’attuale esecutivo avanzano l’idea di un sistema di ammortizzatori sociali che prescinda dalla prosecuzione del rapporto di lavoro e che sia invece basato sulle politiche attive. Politiche inutili e dannose, che anziché affrontare il problema della disoccupazione a partire dalla sua vera causa, la carenza cronica di domanda aggregata di beni e servizi, ergono il disoccupato a capro espiatorio del proprio destino.

La pandemia finirà, ci auguriamo presto. Gli strali del mondo liberista, spesso scoccati da un’accademia asservita agli interessi dominanti, non termineranno, e non si fermano nemmeno di fronte all’attuale catastrofe economica. Impariamo a riconoscerli.

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05/08/2020

Boeri - Il costituzionalista di Bonomi

L’ex presidente INPS Tito Boeri, area “centrosinistra” tendenza Fornero, su la Repubblica, nuovo organo di casa Agnelli, si lancia in un anatema contro il blocco dei licenziamenti.

La tesi del, non a caso, bocconiano è che quel blocco impedirà alle imprese di assumere e ingesserà l’economia. In più il cosiddetto economista si trasforma in costituzionalista, asserendo che così si violerebbero i principi di libertà d’impresa contenuti nella nostra Carta.

In attesa che Boeri si pronunci come virologo, ci sentiamo di affermare che la sua tesi rappresenta la sintesi delle corbellerie liberiste che hanno devastato il mondo negli ultimi trent’anni; e che hanno più esposto ai colpi della pandemia proprio quei paesi che secondo quelle corbellerie sono stati governati.

Dunque, perché si assuma bisogna licenziare; perché i giovani trovino un lavoro bisogna che gli anziani non vadano in pensione prima dei settant’anni; per lavorare tutti bisogna aumentare l’orario di lavoro; perché ci sia più benessere per tutti bisogna che i ricchi siano più ricchi; perché i servizi pubblici funzionino meglio bisogna che siano in mano ai privati; per avere più salute bisogna chiudere più ospedali; per migliorare l’ambiente bisogna eliminare i vincoli ambientali...

Sono solo alcuni dei paradossi che, messi assieme, sembrano usciti dal paese degli Acchiappacitrulli di Pinocchio, ma che per anni sono stati snocciolati come sani principi economici dalla propaganda mediatica e dai vari Tito Boeri.

Il quale oggi ci vuole anche far credere che i padri della nostra Costituzione avrebbero considerato un intollerabile sopruso togliere alla FCA il diritto di licenziare o alla Whirlpool quello a delocalizzare.

D’altra parte, proseguendo nei paradossi liberisti, si può tranquillamente arrivare a sostenere che la via migliore per la democrazia sia la dittatura.

Non ha forse auspicato una dittatura democratica un altro intellettuale di Confindustria come Massimo Cacciari?

Altro che Parri, Calamendrei, Togliatti, De Gasperi... oggi la Costituzione la fanno i mercati e i padroni.

E Boeri è il perfetto costituzionalista di Bonomi.

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13/07/2020

Il teorema di Boeri: licenziare i vecchi per (non) dare lavoro ai giovani

“Dobbiamo fare l’impossibile per permettere a queste generazioni sfortunate di recuperare.” L’ineffabile Tito Boeri lancia questo appello all’interno di uno dei suoi ultimi interventi che hanno a che vedere con le sorti del lavoro nei mesi a venire. Il buon Boeri si dice in pena per il destino dei giovani, cioè di quella fascia del mondo del lavoro che a causa della cronica mancanza di adeguate attenzioni rischia di vedersi penalizzata più delle altre per via delle disastrose condizioni economiche nelle quali verseremo a causa del lockdown resosi necessario per affrontare la pandemia da Covid-19.

L’ex presidente dell’INPS, a tal proposito, sostiene che il blocco dei licenziamenti deciso dal Governo, che arriverà almeno fino a metà agosto, “concentra le riduzioni dell’occupazione interamente sui più giovani. A maggio il numero di occupati con meno di 24 anni era diminuito dell’11% rispetto a un anno prima. Metà dei posti di lavoro distrutti da Covid 19 coinvolgeva persone con meno di 35 anni, nonostante gli occupati in quella fascia d’età siano appena un quarto del totale”. Il tutto alla luce del fatto che “non si era mai vista in Italia una recessione con andamenti così fortemente asimmetrici per fascia d’età e che ha un impatto così forte e immediato sul mercato del lavoro dei giovani, con riduzioni percentuali dei posti di lavoro superiori alle due cifre in solo tre mesi dall’inizio della crisi”.

Ci si potrebbe emozionare e addirittura commuovere dinanzi a una tale manifestazione di preoccupazione per il destino dei giovani, se non fosse che Boeri, pur sfoggiando un atteggiamento da buon padre di famiglia, sta in realtà dando legittimità teorica e una patina di buona fede a quello che i padroni, in maniera più diretta e gretta, già stanno facendo, cioè chiedere ulteriori razioni di precarietà. Come abbiamo già avuto modo di vedere, infatti, si sta concretizzando un notevole sforzo da parte di diversi settori del mondo padronale italiano, sia dal punto di vista politico sia mediatico, per far sì che le già risicate tutele rimaste ai lavoratori vengano ancor più compromesse. L’obiettivo, neanche tanto difficile da scorgere, è quello di mettere in soffitta le pur blandissime e timide tutele previste dal cosiddetto “Decreto Dignità”.

Al di là degli attacchi diretti e serrati, la tirata di Boeri ci mostra che un’altra strada complementare presa dai nostrani propugnatori della precarietà è quella di una infingarda moral suasion all’insegna della compassione per i più giovani, a loro dire i più deboli tra i deboli. Un altro chiaro esempio di tale modo di concepire le tutele del lavoro come un dannoso orpello quanto mai fuori posto all’interno della crisi corrente lo troviamo nell’intervento di Marco Pagano su Il Foglio. A suo dire la proroga del blocco dei licenziamenti e l’erogazione della cassa integrazione sono un inutile tentativo di rimandare l’inevitabile, ossia un drastico calo occupazionale, tanto che “il blocco dei licenziamenti spingerà le imprese a chiedere la CIG anche per lavoratori che esse non vogliono continuare a impiegare, e che licenzieranno non appena terminerà la proroga. Fino ad allora, l’aggiustamento dei livelli di occupazione si scaricherà solo sui dipendenti a tempo determinato, sotto forma di mancato rinnovo dei loro contratti”.

Insomma, non siamo troppo lontani da quella strategia per fornire sostegno alle politiche di austerità una volta passato il forte shock da Covid, strategia incentrata su ipocriti richiami alla questione ambientale e a quella dell’occupazione femminile. Il martellante assedio contro i rimasugli di protezione dell’occupazione e dei redditi viene finanche tentato di far passare per sostegno caritatevole ai giovani.

Se a riguardo della complessiva aura di ipocrisia c’è ben poco da dire, molto di più può essere evidenziato sul ragionamento di fondo che dovrebbe dare vigore alle proposte appena riportate. I fragili pilastri del quadro dipinto sono fondamentalmente due. Primo, vi sarà in ogni caso una inevitabile e drammatica crisi occupazionale, che il governo blocchi o meno i licenziamenti. Secondo, i giovani all’interno di questo quadro sono inevitabilmente destinati a soccombere, dato che i più anziani godono di tutele di ben altro calibro.

Il primo punto sembrerebbe ineludibile: come si fa a non vedere la tempesta che ci attende all’orizzonte? In effetti, su di essa ci sono pochi commenti da poter fare. La caduta del PIL a fine anno avrà quasi sicuramente dimensioni bibliche, e questo non potrà che mettere a durissima prova il mercato del lavoro. Tuttavia, i destini dei più poveri e colpiti possono essere pianti solamente dopo che tutto il possibile per contrastare questo dramma sia stato fatto. Sappiamo però benissimo che non è così: stretti tra la morsa della gabbia europea e della solita ingordigia padronale interna, le prospettive per i lavoratori del Belpaese sono sempre più fosche. Degli stimoli fiscali dalla enorme portata necessaria a fronteggiare la crisi non c’è traccia.

Ed ecco quindi che, in altra veste, si ripropone la solita storiella sulla disoccupazione: si guarda il dato a valle, quando l’assenza di interventi rende certa una caduta dell’occupazione e si deve quindi ragionare a giochi fatti redistribuendo i posti disponibili fra una massa di senza lavoro, invece che a monte, dove l’intervento statale potrebbe drasticamente limitare questo allargarsi della disperazione. Insomma, la disoccupazione ci viene presentata come un fatto naturale, di discendenza metafisica. E a quel punto, ci dice Boeri, l’unico ragionamento possibile è: chi ne paga le conseguenze? Ecco quindi la trovata geniale: facciamo pagare i vecchi.

Ed è qui che entra in gioco la “fase 2” del gioco sporco. Una volta chiusi i rubinetti della spesa statale a sostegno dell’occupazione, non resta che mettere uno contro l’altro due fronti di malcontenti: vecchi contro giovani. Boeri ci dice che i primi sono più tutelati dei secondi. E cosa ci propone, quindi? Di garantire tutele, diritti e condizioni lavorative degne anche ai giovani? Giammai! Piuttosto rendiamo precari e carne da cannone anche i vecchi. Tuttavia, qui troviamo un elemento doppiamente doloso. Primo, non vi è alcuna evidenza che indichi come minori tutele per il mondo del lavoro si traducano in maggiore occupazione. Se questo i lavoratori già lo vivono quotidianamente sulla loro pelle da decenni, oggi abbiamo anche l’evidenza scientifica a sostenerlo con forza. Secondo, tocca constatare come le puntate della mirabolante serie “Tito vs Tito” si arricchiscano di un nuovo avvincente episodio. Il buon Boeri non si lascia infatti scappare occasione per mettere in luce il suo costante doppiogiochismo. Un fulgido esempio lo avemmo nella discussione sull’effetto della riforma Fornero delle pensioni sull’occupazione. Questa volta il buon Tito piange le sorti precarie dei giovani, ma quando si è trattato di incensare il Jobs Act del Governo Renzi queste paturnie non si erano manifestate, anzi.

Una volta di più, i novelli Giano Bifronte sembrano avere lo sguardo puntato in direzioni opposte. A ben vedere però, i loro occhi sono sempre ben fermi sulle tutele dei lavoratori, per le quali nutrono una ossessione senza fine.

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30/06/2020

Boeri, Gualtieri, e la dignità a tempo determinato

Se è vero, come sosteneva Thomas Eliot, che aprile è il mese più crudele, potremmo avere il sospetto, aprendo La Repubblica di qualche giorno fa, che giugno non sia da meno. Ci imbatteremmo infatti in un articolo dell’ex presidente INPS, Tito Boeri, dal titolo piuttosto eloquente: “Per frenare la perdita di posti di lavoro servono più contratti a tempo determinato”. Il dubbio verrebbe ulteriormente accresciuto se a fare da eco alle parole di Boeri si unissero il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, il PD e Italia Viva, oltre che il giornalismo filo-padronale accompagnato dalla Confindustria e dal centrodestra. A quel punto, i sospetti si tramuterebbero in certezza e la triste verità verrebbe inesorabilmente a galla: Thomas Eliot si sbagliava. Ma andiamo con ordine.

Passata la sfuriata della prima lettura, l’articolo di Boeri ci offre alcuni spunti di riflessione su due questioni che lo stesso autore ritiene strettamente legate tra loro in termini di causa-effetto. Da un lato, la perdita dei posti di lavoro a seguito delle misure di contrasto all’epidemia da Covid-19: dato il blocco dei licenziamenti per motivi economici, tale perdita sarebbe imputabile ai mancati rinnovi dei contratti a termine, e potrà essere ancora più marcata una volta che il blocco scadrà. Dall’altro, quelli che per Boeri si configureranno nella fase post lockdown come degli ostacoli alle assunzioni e ai mancati rinnovi dei contratti di lavoro a tempo determinato.

Senza troppi giri di parole, Boeri sostiene che per contenere le ulteriori perdite occupazionali che inevitabilmente si verificheranno una volta rimosso il blocco dei licenziamenti è necessario stimolare i rinnovi dei contratti a tempo determinato. In che modo? Abbattendo la presunta “burocrazia” del Decreto Dignità, la causa principale dello stop alle assunzioni e dei rinnovi in questa ‘fase 2’. Cosa intende, però, Boeri per “burocrazia”?

La risposta ce la fornisce il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, che, da perfetto portavoce degli interessi del mondo imprenditoriale ha affermato come sia evidente che se in questa fase non si eliminano temporaneamente le causali per il rinnovo e la proroga dei contratti a tempo determinato reintrodotte a suo tempo dal Decreto Dignità, si rischia di avere un impatto negativo sull’occupazione. Evidentissimo. E questo perché, ha ribadito Gualtieri, “È evidente che non possiamo semplicemente limitarci a prorogare la cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti per tutti, all’infinito, senza un punto di arrivo. Utilizzare questi strumenti è stato giusto”, ma secondo Gualtieri occorre “cominciare ad affrontare le problematiche che [questi strumenti] non sono in grado risolvere”.

L’idea di Gualtieri, che ha ovviamente trovato il placet di tutta l’area PD da sempre avversa al Decreto Dignità, prevede di prolungare la sospensione delle causali per i rinnovi dei contratti a termine contenuta nel Decreto Rilancio dal 30 agosto 2020 a fine dicembre 2020. Ad oggi, infatti, sulla base delle misure contenute nel Decreto Rilancio, fino al 30 agosto 2020 le imprese potranno rinnovare i contratti a tempo determinato in essere alla data del 23 febbraio 2020 anche in assenza delle causali previste dal Decreto Dignità.

Ricapitolando: Gualtieri e Boeri ci raccontano che per combattere la disoccupazione servono più contratti a tempo determinato, ma se non si eliminano quei brutti e sporchi orpelli burocratici (altrimenti denominati causali), le imprese non sono incentivate ad assumere a tempo determinato. Ma cosa saranno mai queste tanto vituperate causali? Si tratta di alcuni pallidi argini introdotti dal Decreto Dignità per contrastare il ricorso ai contratti a tempo determinato: il decreto ha infatti previsto che in assenza di causale la durata dei contratti a tempo determinato non può essere superiore a 12 mesi, e che se il rapporto di lavoro a termine dovesse proseguire per un periodo più lungo (comunque non oltre il limite massimo di 24 mesi), l’impresa è chiamata a motivare, tramite le causali, le ragioni per cui quel contratto di lavoro dovrebbe continuare a prevedere un termine di durata piuttosto che trasformarsi in un contratto a tempo indeterminato.

Il Decreto Dignità indica due categorie di motivazioni che l’impresa può addurre per giustificare una durata di un contratto a termine superiore a 12 mesi:

a) esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività, ovvero esigenze di sostituzione di altri lavoratori;

b) esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell’attività ordinaria.

Entrambe le casistiche non sembrano rappresentare, specialmente in questa fase post-emergenza caratterizzata da dilagante incertezza e nessun particolare incremento di produzione, un insormontabile ostacolo alle scelte delle imprese. Piuttosto, l’accanimento contro queste causali sembra essere motivato da una sostanziale presa di posizione del mondo padronale sulle regole del gioco. Se, da un lato, le imprese non perdono l’occasione di approfittare di questa crisi per radere al suolo quel poco che resta delle tutele ai contratti a tempo indeterminato, dall’altro Boeri, Gualtieri e il centrosinistra all’unisono da ormai trent’anni hanno sposato l’idea per cui la disoccupazione si combatte flessibilizzando il mercato del lavoro, ossia incentivando i contratti a termine. Oltre a non essere supportati da alcuna evidenza empirica, tali orientamenti si scontrano con il fatto che la disoccupazione e la perdita dei posti di lavoro, così come, all’opposto, la quantità di lavoratori impiegati, sono determinati dalla domanda aggregata, ossia da quanto le famiglie, le imprese e lo Stato spendono per acquistare beni e servizi. Ciò sta a significare che se il settore privato e/o la pubblica amministrazione non spendono a sufficienza, una porzione della popolazione rimarrà senza lavoro. Oppure, se per qualche ragione (come ad esempio un’epidemia), le famiglie e le imprese decidono di spendere meno di prima, una parte dei lavoratori perderà il posto di lavoro.

Eliminare le causali o facilitare le condizioni per l’assunzione a termine non ha alcun effetto diretto, specialmente in questa fase, sui livelli di occupazione: in altre parole, agire sul mercato del lavoro non consente a chi è disoccupato di trovare un lavoro. La questione della tipologia dei contratti di lavoro è rilevante perché può influenzare la composizione dell’occupazione, ossia la fetta di impiegati con un contratto a termine. Questa composizione, insieme ai livelli di occupazione e disoccupazione, può altresì modificare il potere contrattuale dei lavoratori e, per questa via, i livelli salariali. In sostanza, più lavoratori precari ci sono, meno potere contrattuale questi avranno nei confronti dei datori di lavoro sulla contrattazione dei salari e sulle condizioni di lavoro.

Ecco allora che proposte come quella di Boeri e Gualtieri si configurano come l’ennesimo tentativo di spostare ulteriormente i rapporti di forza tra le classi in una direzione che avvantaggia esclusivamente il padrone. La strategia di qualificare un blando strumento di tutela del lavoro quale il Decreto Dignità come un problema ci dimostra plasticamente come in questa lotta di classe Boeri & C. abbiano deciso di non fare prigionieri: approfittare della crisi per spostare l’asticella ancora più in alto e per cercare di normalizzare l’assenza di causali per contratti a termine ci fa vedere come anche un’emergenza del genere possa rappresentare un’occasione per fare un ulteriore passo verso la precarietà, verso condizioni peggiorative per i lavoratori e più favorevoli per le imprese. Il contratto a tempo determinato è un contratto di lavoro che in quanto tale implica il licenziamento ad una certa data, e la causale è un timido tentativo di far moderare ai padroni l’uso e l’abuso di questi contratti con licenziamento, costringendoli ad esplicitare il motivo del licenziamento previsto alla data di scadenza. Le uscite degli alfieri delle classi dominanti ci dimostrano, qualora ce ne fosse ancora bisogno, come i padroni vogliono sfruttare il pretesto di questa crisi per abbattere qualsiasi timido palliativo a sostegno del lavoro e della buona occupazione.

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20/06/2020

Contro la crisi servono più contratti a termine? L’economista Brancaccio: «L’88% delle ricerche scientifiche dice il contrario»

Nuova crisi, vecchi schemi. Sul finire degli Stati Generali si discute su quale sia la ricetta migliore per rilanciare il Paese dopo il brusco stop imposto dalle misure di contenimento per il Coronavirus. Proprio come accaduto già in passato, la linea di alcuni economisti, nonché del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, sembra essere quella di puntare sulla flessibilità del lavoro. E così, a dieci anni dalla più grande crisi economica dei tempi recenti, la precarizzazione come soluzione alla disoccupazione sembra ancora essere un orizzonte percorribile per una buona parte degli esperti.

Dopo le pressioni di Confindustria e la proposta del consigliere del governo Marco Leonardi – secondo cui bisognerebbe sospendere le causali sui contratti a tempo determinato per stimolare le assunzioni – è arrivato anche l’intervento dell’ex presidente INPS Tito Boeri, che in un commento su La Repubblica ha proposto una ulteriore deregulation dei contratti a termine per contrastare il boom della disoccupazione. L’endorsement di Gualtieri non si è fatto attendere.

Eppure, alcuni studi pubblicati di recente, hanno dimostrato che non c’è evidenza empirica che una maggiore flessibilità dei contratti porti a un aumento dei posti di lavoro. Tra quelli più citati c’è l’analisi apparsa sulla Review of Political Economy: nel report, l’economista dell’Università del Sannio Emiliano Brancaccio e i suoi coautori hanno mostrato come l’88% delle ricerche scientifiche pubblicate nell’ultimo decennio abbiano smentito l’idea alla base delle proposte di Boeri e gli altri.

Brancaccio, che in un appello sul Financial Times pubblicato lo scorso marzo aveva proposto – con altri collegi – anche una massiccia pianificazione pubblica degli investimenti, ha spiegato a Open quali sono i rischi del ritorno della deregulation del lavoro nell’agenda politica italiana.

Professor Brancaccio, Boeri ha riproposto l’adagio secondo cui per frenare la disoccupazione c’è bisogno di più contratti a tempo determinato. Lei ha appena pubblicato uno studio che dimostra il contrario. Come giudica la proposta di Boeri?

«Per dimostrare che la ricetta di Boeri non ha basi scientifiche adeguate non è necessario ricorrere al nostro studio, ma basta citare proprio Boeri. In un libro che pubblicò qualche anno fa insieme a Jan van Ours, lui stesso ammise che la netta maggioranza delle analisi empiriche smentiva l’idea che la deregulation del lavoro aiutasse a stimolare l’occupazione. È stata una delle prime rassegne della letteratura scientifica in materia ed è curioso che ora non ne tenga conto.

Ad ogni modo Boeri non è il solo a contraddirsi. Nel nostro studio ricordiamo che, in una serie di report recenti, persino il Fondo Monetario Internazionale, l’OCSE e la Banca Mondiale hanno ammesso che l’idea della flessibilità del lavoro come propulsore dell’occupazione non trova adeguato riscontro nell’evidenza empirica. Eppure queste istituzioni continuano ad appoggiare le politiche di deregulation del lavoro».

Perché si fatica tanto ad abbandonare questa convinzione?

«In tutti i campi della scienza si combatte contro i pregiudizi dei vari Simplicio di turno, e le novità si impongono solo dopo durissime lotte per evadere dai modi abituali di pensiero. In economia le cose sono persino più complicate, perché la battaglia delle idee è particolarmente condizionata dagli interessi materiali in gioco. Basti notare una cosa: l’evidenza scientifica mostra che la flessibilità dei contratti di lavoro indebolisce i sindacati, riduce il potere contrattuale dei lavoratori e quindi comprime i salari e sposta la distribuzione del reddito verso i profitti e le rendite. È chiaro allora che possono sussistere forti interessi in difesa della flessibilità, anche se questa non contribuisce in alcun modo a creare occupazione».

Anche il ministro dell’economia Gualtieri ha aperto alla proposta di Boeri e di Confindustria di abolire le causali nei contratti temporanei. A detta loro, in questo modo le imprese assorbirebbero, almeno in parte, i disoccupati

«Non succederà nulla di tutto questo. Gualtieri potrà precarizzare i contratti quanto vuole per far contenta Confindustria, ma non ci sarà nessun rilancio dell’occupazione. La verità è che le imprese assumono solo se le catene della produzione funzionano regolarmente, se c’è domanda sufficiente per le loro merci, e se è garantita la loro solvibilità. Al momento queste condizioni non sussistono».

Gli Stati Generali si avviano verso la fine e il governo sta per presentare nuove misure per il rilancio economico. Pensa che le proposte discusse a Villa Pamphilj segnino davvero una svolta?

«No. La ricetta che ha suscitato maggiore interesse, dalle opposizioni a pezzi di maggioranza e anche dentro il governo, è quella di Colao, di ripartire con i condoni: dai capitali illegalmente esportati all’estero fino al lavoro nero. In fondo è solo l’ennesima forma di deregulation, la più nefasta di tutte. Se la discussione di politica economica resta a questi livelli infimi, la crisi ci colpirà in modo violentissimo».

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19/06/2020

Brancaccio - La precarietà aiuta l’occupazione? Boeri smentisce Boeri

RAI radio Uno – ERESIE – 19 giugno 2020 – Dopo vent’anni di “riforme” del lavoro, il ministro Gualtieri e altri ritengono che in Italia sarebbe utile qualche altra dose di precarietà per contrastare la disoccupazione. A sostegno di questa ricetta si è levata anche la voce autorevole di Tito Boeri, professore di economia del lavoro in Bocconi ed ex presidente INPS. Tuttavia, una tabella pubblicata in un libro* dello stesso Boeri mostra che questa soluzione non trova sostegno nell’evidenza empirica. Un risultato confermato dalla letteratura scientifica più recente. Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.

* Tito Boeri & Jan van Ours, The Economics of Imperfect Labor Markets, Princeton University Press, 2008.



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27/02/2020

Una storia di mutui e precarietà: i dolori del giovane Boeri

A leggere le accorate parole sui giovani che non trovano chi sia disposto a dar loro credito per acquistare casa, si sarà commosso per primo il titolista di Repubblica, che ha pensato di riassumere il commento di Tito Boeri del 19 febbraio scorso col titolo strappalacrime “La verità, vi prego, sui mutui”. L’ex presidente dell’Inps si mostra seriamente e sinceramente preoccupato: le banche cattive non concedono mutui ai giovani precari perché non hanno capito che il mercato del lavoro è cambiato.

Proviamo a ricostruire. Il 17 febbraio Repubblica ospita una lettera di Boeri, che sulla stessa falsariga denunciava “Se la banca nega il futuro ai giovani”. Nell’articolo, il pluribocconiano Tito denunciava i comportamenti degli istituti di credito, rei, a suo avviso, di applicare regole troppo restrittive ai giovani con contratti di lavoro a tempo determinato che vanno a chiedere un mutuo. Per farlo, citava i dati di un sito specializzato, MutuiOnLine.it, ripresi anche da altre testate. La quota di mutui erogati ai minori di 36 anni si è ridotta quasi della metà dal 2006 a oggi: si è passati dal 44.8% del totale dei mutui al 22.6%. In altri termini, solo un mutuo su cinque va a finanziare i giovani tra i 18 e i 35 anni.

E perché, si chiede il Boeri nazionale? Ovvio, secondo lui: perché le banche hanno un modo antico di pensare. Ma il mondo del lavoro è cambiato e le banche non possono limitarsi a dare credito quasi esclusivamente a chi ha un dignitoso e noioso (ci fa capire il nostro) contratto a tempo indeterminato.

Ma le banche non ci stanno e, per bocca del Direttore Generale dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI), Giovanni Sabatini, rispondono per le rime. Il problema c’è, dice Sabatini, “ma non è creato dalle banche, è del Paese: che non cresce, non crea lavoro, non dà occupazione ai giovani”. E, a dimostrazione di ciò, aggiunge che prima di un problema di offerta (disponibilità delle banche a concedere mutui), c’è un problema di domanda: le banche non concedono mutui soprattutto perché i giovani non li chiedono. Si è passati, infatti, da una percentuale di domande provenienti dalla fascia di età in questione (35 anni o meno) pari al 49.2% del totale al 27.2% dei giorni d’oggi. In aggiunta, il numero di occupati in quel segmento della popolazione si è ridotto del 18% nello stesso periodo.

Siamo così al 19 febbraio, il giorno in cui si aprirono le cataratte delle lacrime di Boeri e in cui fu chiesta, finalmente, “la verità”. I dati sciorinati da Sabatini sono veri, dice, ma non spiegano, se non in parte, il crollo nella concessione di mutui: come si può pensare che i giovani non abbiano interesse a un mutuo con i tassi attuali? E già, perché se nel 2008 un mutuo ipotecario a 10 anni o più richiedeva interessi superiori al 5%, oggi siamo all’1%. Se si considera l’inflazione, gli interessi in termini percentuali sono nulli o addirittura negativi (immaginate di prendere 100 euro in prestito al tasso del 10% in un anno per comprare oggi una determinata quantità di beni. Tra un anno dovrete restituire 110 euro. Ma se, nel frattempo, il prezzo degli stessi beni sarà aumentato del 10 per cento, i 110 euro di domani avranno lo stesso potere d’acquisto dei 100 euro di oggi: in altri termini, il tasso di interesse reale è stato pari a zero). Come potrebbe un giovane razionale, con tutti i problemi di liquidità che oggi i giovani si trovano a patire, non essere tentato da acquistare una casa con un mutuo che, in termini di interessi, gli costa zero? Il problema, quindi, non può che derivare dalle banche.

Ma cosa sbagliano le banche? Ebbene “tra i beneficiari di mutui casa non si trovano mai giovani con contratto a tempo determinato o partita Iva. I beneficiari hanno tutti, o quasi, un contratto a tempo indeterminato”. Stupore e choc. Banche cattive. E anche stupide, aggiunge (senz’altro con il ghigno beffardo di chi la sa lunga) Boeri. “Un contratto a tempo determinato di un giovane laureato in una università prestigiosa (ovviamente prestigiosa, magari privata, ndr) dà più garanzie di un contratto a tempo indeterminato in una piccola impresa a rischio di chiusura. Un medico con partita Iva che sta entrando in specializzazione è più affidabile dal punto di vista del rientro del debito di una persona con contratto a tempo indeterminato in settori dove ci sono diffusi licenziamenti collettivi”. E poi (ecco l’arma segreta) non si può “non tenere conto del fatto che il 20% dei contratti a tempo determinato (una percentuale dunque diversa da zero) diventa a tempo indeterminato nell’arco di un anno”. Vi assicuriamo che la parentesi sul fatto che il 20% non è lo 0% non l’abbiamo aggiunta noi. E, dunque, la sfida: care banche, rendete nota la documentazione sui protocolli che adottate nella concessione dei prestiti ai giovani!

Non vorremmo deludere Boeri, ma se le banche non concedono mutui (e i giovani precari neanche li chiedono) è proprio perché il mondo del lavoro è cambiato, e le banche lo hanno capito prima e meglio di Boeri. Il quale questo mondo del lavoro fatto di tempo determinato, part-time, precarietà, freelance, vere e fittizie partite Iva, ha contribuito, nel suo piccolo, a crearlo. E ora cerca di coprire le tracce dei misfatti suoi e della sua compagnia di giro, provando a distogliere l’attenzione da una realtà quotidiana piagata da precarietà e disoccupazione.

Sia chiaro: le banche non sono note per le loro operazioni di carità. Prestano più facilmente ad amici e ad amici degli amici, soprattutto se hanno investito nelle aziende di questi amici e ne detengono azioni e/o obbligazioni, imbrogliano i risparmiatori sulla rischiosità degli investimenti e tengono nascoste magagne e bolle speculative fino a quando possono, investono in operazioni a rischio consapevoli che i profitti, se ci saranno, saranno privati e i costi di salvataggio eventuali saranno pubblici. Insomma, chi più ne ha più ne metta.

Ma, per un attimo, facciamo finta che tutti i bancari e i banchieri siano seri professionisti, che non sgarrino neanche per un attimo rispetto alla legge e non abbiano incentivi a mettere in atto comportamenti scorretti. Facciamo finta che le banche siano quegli asettici operatori razionali che si trovano tra le pagine dei libri di finanza. In questo caso, la banca farebbe comunque quello che deve fare: la banca. Concedendo prestiti e mutui se pensa di poterci guadagnare. E, se deve prestare soldi, informandosi prima sulle probabilità che i soldi vengano restituiti o, comunque, facendosi dare delle garanzie (sa, non è per sfiducia verso di lei, l’ipoteca sulla casa dei suoi genitori è solo una mutua rassicurazione).

Il mondo del lavoro, dunque, è cambiato. A un giovane che si avvia al mondo del lavoro vengono offerte principalmente posizioni precarie. Stage, assunzioni in prova, collaborazioni, lavoro formalmente ‘autonomo’. E, anche quando vengono assunti a tempo indeterminato, grazie al Jobs Act possono essere mandati via in qualunque momento, a condizioni molto vantaggiose per l’impresa. Insomma, per un giovane la precarietà è la norma. E i salari? Non è una notizia, neanche sul pianeta Boeri, che, soprattutto per i giovani, sono spesso da fame e al limite della sussistenza. Al di là delle vostre buone intenzioni, forse neanche voi prestereste 100 euro a un amico freelance in difficoltà. Figuratevi le banche, che sicuramente non hanno buone intenzioni. E l’amico freelance stesso, verosimilmente, di fronte a prospettive di reddito e di lavoro disgraziate ci penserà dieci volte prima di prendere su di sé il carico di un debito da ripagare nel corso di decenni, attingendo a remunerazioni miserabili.

Quando Sabatini dice che l’economia italiana non cresce, non crea lavoro, non dà occupazione ai giovani, dice il vero. Certo, lo dice per ragioni diametralmente opposte rispetto a noi, ma ha il merito di riportare la discussione sulla Terra. Le riforme strutturali del mercato del lavoro chieste a gran voce dalle istituzioni economico-finanziarie internazionali e dagli economisti bocconiani nostrani hanno creato e creeranno generazioni di precari, che fanno fatica a mettere il piatto in tavola, a fare progetti per il futuro, a permettersi beni durevoli e non. Allo stesso tempo, le regole europee, il trattato di Maastricht e le sue successive incarnazioni, la troika, i Monti, le Fornero, i Cottarelli e i Boeri di ogni età, razza e religione hanno implementato e/o giustificato ideologicamente i tagli alla spesa pubblica, la riduzione del deficit e del debito, gli aumenti dell’età pensionabile e la riduzione degli assegni di pensione, impedendo, di fatto, la riduzione della disoccupazione attraverso assunzioni dirette, investimenti pubblici e pensionamenti anticipati. Boeri non lo capisce o fa finta di non averlo capito e, con un capolavoro di ipocrisia, finge di cascare dal pero quando i dati ci dicono che i giovani non provano neanche a immaginare e costruire un futuro con un minimo di stabilità e considerano quindi mutuo e casa come una chimera da rimandare al futuro lontano. Paradossalmente sono le banche, motivate esclusivamente dalla sete di profitto, a fare luce su quello che a Boeri appare come un insondabile arcano: chi non ha prospettive di lavoro e percepisce salari da fame non pianifica l’acquisto di una casa. E, anche se lo facesse, non vedrebbe un soldo perché si presta solo a chi dà prospettive solide di ripagamento del debito. Giovani e lavoratori tutto questo non solo lo capiscono ma lo vivono sulla loro pelle tutti i giorni e sanno che la soluzione non verrà né da Boeri né dalle banche.

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26/01/2020

Ichino, Boeri e il paese della cuccagna

Da ormai un decennio viviamo i postumi di una massacrante crisi economica e finanziaria che ha lasciato strascichi incommensurabili. Il nostro paese, come l’intera periferia europea (e ormai anche le aree più ricche del continente), è investito da una crisi di portata storica: disoccupazione a due cifre, salari da fame, precarietà del lavoro, carenza di servizi pubblici e di adeguati ammortizzatori sociali. In questo scenario drammatico, tuttavia, emergono delle disparità territoriali che mostrano tutte le contraddizioni del sistema economico in cui viviamo. Nel caso dell’Italia, ad esempio, la disoccupazione al Sud si attesta al 18%, coinvolgendo circa 1 milione e mezzo di persone. Niente di comparabile a ciò che accade al Centro e al Nord dove, sebbene sostenuta, la disoccupazione si ‘ferma’ rispettivamente al 9 e al 7 percento. Stesso discorso qualora facessimo riferimento al reddito pro-capite: è infatti rilevante la forbice che esiste tra i circa 18mila euro medi della Calabria (la regione più povera) e i 38mila della Lombardia. Questo lo spaccato di un paese in cui la crisi e le successive politiche di austerità in ossequio ai vincoli europei hanno ampliato i differenziali tra individui residenti in diverse regioni, e, da Siracusa a Bolzano, fatto impennare disuguaglianza e disoccupazione.

Un paese diviso in due, quindi, che a qualcuno ha ricordato la storica divisione tra Germania Est e Ovest. Stiamo parlando di Pietro Ichino e Tito Boeri, due personaggi che hanno spesso fatto capolino tra le pagine del nostro blog, mai per prendersi complimenti. Ci raccontano, i due economisti, che Italia e Germania presentano simili caratteristiche in termini di divisione territoriale: in Italia, la produttività del lavoro è più alta al Nord che al Sud, così come accade in Germania, con l’Ovest più produttivo dell’Est. Tuttavia, nella ‘moderna’ Germania opererebbe un meccanismo di contrattazione decentralizzata – l’esatto contrario della contrattazione collettiva, che Ichino bollina come perversa – che permetterebbe di ‘allineare’ i salari alla produttività del lavoro, così da rendere più efficiente il processo di allocazione delle risorse e, magicamente, favorire la crescita economica. Detta così sembra una questione maledettamente tecnica (e potenzialmente di buone speranze), ma ricostruiamo l’Ichino-Boeri pensiero per capire che, purtroppo, le cose stanno peggio di quello che sembrano.

Ichino & Boeri partono da due constatazioni. In prima battuta, dal loro punto di vista ad oggi in Italia esiste un’uguaglianza nominale dei salari tra Nord e Sud potenzialmente dannosa: lo stipendio di un insegnante, quantificato come euro in busta paga, è lo stesso tra Nord e Sud, ma l’insegnante del Sud ha un potere di acquisto maggiore rispetto al suo omologo del Nord perché al Sud la vita costa meno (dice Ichino che un insegnante di scuola elementare guadagna in termini reali il 32% in meno a Milano rispetto a Ragusa...). In secondo luogo, al Sud i salari sarebbero, sempre stando all’Ichino-Boeri pensiero, troppo alti rispetto alla produttività: in proporzione ai loro colleghi del Nord, i lavoratori del Sud si approprierebbero di una fetta più grande di quella che gli spetterebbe, contribuendo così a determinare l’alta disoccupazione in quanto tutto ciò incentiverebbe i padroni a cercare lavoratori in nero. L’occupazione non sarebbe, stando a questa impostazione, determinata dalla domanda di beni e servizi (e dunque, specialmente in tempi di vacche magre, dall’orientamento delle politiche fiscali e degli investimenti pubblici): piuttosto, la presenza di disoccupazione dipenderebbe da un livello del salario reale troppo elevato che scoraggerebbe le imprese ad assumere. Pertanto, ridurre i salari consentirebbe di ridurre anche la disoccupazione. È questa la logica che ha animato tutte le riforme liberiste del mercato del lavoro dell’ultimo trentennio: contenere i salari per aumentare l’occupazione, una strategia ampiamente smentita sia dal punto di vista teorico che empirico. Ma torniamo a noi, e vediamo dove vogliono andare a parere Boeri e Ichino.

La principale implicazione di policy del lavoro dei due economisti, afferma Ichino, sarebbe la seguente: “Se consentissimo che i salari si possano determinare (…) a livello di ciascuna azienda e senza restrizioni su base nazionale, il risultato sarebbe un aumento dell’occupazione al Sud”. Si stima, nello studio in questione, che la decentralizzazione della contrattazione avrebbe un effetto positivo sull’occupazione del Sud del 13%, e, udite udite, un effetto positivo anche sulle retribuzioni (di circa 100 euro). Ma non dovevano scendere queste retribuzioni al Sud...? Sembrerebbe, tutto sommato, la panacea di tutti i mali, e a riprova di ciò, i due alfieri del liberismo portano l’esempio della moderna Germania, in cui alla contrattazione collettiva è stata sostituita quella decentralizzata. All’indomani dell’unificazione, infatti, vennero uguagliate le retribuzioni nominali su tutto il territorio. Tuttavia, secondo Ichino, i tedeschi si accorsero che “questa soluzione aveva difetti gravi” (sic!). Fu allora che venne adottato un sistema di contrattazione salariale più flessibile con l’introduzione delle ‘clausole di apertura’: di fatto, con questa riforma si permetteva alle imprese e ai sindacati di trovare accordi a livello aziendale che potevano uscire dai binari dei contratti nazionali. Il risultato? Beh, per quanto i divari retributivi in Germania si siano allargati in termini nominali (vale a dire che un operaio della Germania dell’Est percepisce in busta paga meno euro del suo omologo bavarese), nella prospettiva di Ichino & Boeri ciò avrebbe portato benefici ad entrambe le aree tedesche in quanto si sarebbero allineati quelli in termini reali, e questo avrebbe avuto effetti anche sugli stipendi pubblici (dice sempre Ichino che un insegnante tedesco guadagna in termini reali solo il 5% in più in Baviera rispetto alla Sassonia).

Ad Ichino fa eco proprio Boeri, il quale afferma, senza troppe giri di parole, che il profondo divario tra le regioni italiane ha una semplice spiegazione: rapportati ai prezzi e alla produttività, i salari sono troppo bassi al Nord e troppo alti al Sud, e ciò dipenderebbe dall’esistenza di una contrattazione collettiva su base nazionale. In sostanza, le stesse conclusioni a cui arriva il suo collega e coautore.

Un’Italia, dunque, dipinta come divisa in due sul piano territoriale con il solito obiettivo di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri: giovani contro vecchi, precari contro ‘tutelati’, lavoratori del Nord contro lavoratori del Sud. Tutto, in barba alla realtà dei fatti, che ci racconta di una cronica emigrazione dal Sud al Nord del paese, dove gli standard di vita, le produzioni industriali e l’occupazione invece sono da sempre più alti.

Nessuna soluzione ‘progressista’ per uscire da questa situazione, quindi. Tutt’altro: l’esaltazione della contrattazione decentralizzata, delle logiche di mercato più spicciole al livello più basso possibile della partita distributiva. Ed ecco che, tanto per cambiare, la ricetta tedesca diventa buona anche per l’Italia: il Sud dovrebbe permetterebbe ai propri salari nominali di scendere, riallineandosi alla produttività e a livello dei prezzi. Così facendo, al Sud i salari in termini reali si ridurrebbero (in altri termini, ogni lavoratore vedrebbe diminuire il proprio potere d’acquisto) e le imprese delle aree più disagiate del paese sarebbero incentivate ad assumere lavoratori, contribuendo così a rilanciare occupazione e crescita economica. Come sarebbe possibile tutto ciò? Abolendo la contrattazione collettiva e lasciando che le retribuzioni siano determinate a livello aziendale, senza nessun ‘pavimento’ normativo o riferimento su base nazionale, frutto di anni di faticose lotte sindacali e operaie in cui si facevano le barricate per la difesa del lavoro e del salario. Così facendo dunque, i due economisti ci aiutano anche a gettare il velo che copre l’ipocrisia padronale e le proposte di politica economica che siamo abituati a sentire sbandierate su giornali e televisioni: diffondere la contrattazione aziendale, proposta spesso ammantata di tanti buoni propositi, non serve ad altro che ad indebolire il potere contrattuale dei lavoratori e favorire la riduzione dei salari. Ma, pur ammettendo che ciò avvenga, non è certo questo il viatico per aumentare l’occupazione.

Da un lato, recenti studi hanno dimostrato che i livelli salariali sono già inferiori al Sud di circa il 15-20% rispetto al Nord: reintrodurre le gabbie salariali pagando i lavoratori in base alla loro produttività su scala territoriale o aziendale non farebbe altro che aumentare questo differenziale, in quanto la produttività è già più bassa al Sud che al Nord, differenziale che riflette le diverse strutture produttive delle due aree del paese. Occorre inoltre precisare che, spostandoci appena al di fuori dallo schema più ortodosso di analisi economica, nessun economista si spinge a considerare la produttività del lavoro come esclusivamente dipendente dallo ‘sforzo’ del lavoratore, bensì una variabile connessa alle strategie di investimento delle imprese (se un’impresa investe in macchinari ad alto contenuto tecnologico, il lavoratore che li usa aumenterà il proprio prodotto per unità di tempo), del contesto in cui operano (presenza di strade, reti di comunicazione reali e informatiche, etc.) e da altri fattori di natura istituzionale. Questi elementi fanno sorgere un ulteriore problema di equità delle gabbie salariali: al Sud, tutti questi fattori (tecnologia, infrastrutture, etc.) latitano, contribuendo di fatto a frenare la crescita della produttività del lavoro.

Dall’altro, i servizi pubblici di cui un lavoratore del Sud dispone sono lungi dall’essere comparabili con quelli del Nord Italia. Se davvero vogliamo credere che le retribuzioni in termini reali siano più alte al Sud, la cronica mancanza di scuole, ospedali, strade e servizi di pubblica utilità non fa altro che peggiorare le condizioni materiali di un lavoratore del Mezzogiorno. In questa prospettiva, l’ultimo rapporto SVIMEZ, oltre a presentare un quadro esaustivo dei differenziali economici e sociali tra Nord e Sud, insiste sul fatto che lo Stato sta sistematicamente investendo meno nel meridione rispetto alle altre aree del paese (per il 2018 si calcolano 3,5 miliardi di investimenti in meno rispetto alle aree più ricche), contribuendo in questo modo ad aprire il divario con il Nord. Infine, in barba alla storiella dei ‘salari troppo alti’ al Sud, proprio nel rapporto SVIMEZ si indica che nel 2018 i consumi, sebbene stagnanti in tutto il Paese, sono cresciuti meno al Sud che al Nord (+0,2 contro il +0,7 nel resto del Paese), con il Mezzogiorno ancora al di sotto di 9 punti percentuali rispetto al livello di consumi del 2008, ad ulteriore conferma dell’anemica dinamica salariale. Del resto, viene da chiedersi perché se al Sud si sta così meglio e si percepiscono salari tanto più alti rispetto al Nord, i lavoratori del nord, ivi compresi Ichino e Boeri, non decidano di trasferirsi a Caltanissetta...

Ecco che allora la proposta dei due economisti, se spogliata dai tecnicismi di un’economia fintamente neutrale e dalla retorica dell’ammodernamento del Sud Italia, si presenta in tutta la sua veste demagogica e classista verso gli ultimi: siete meno produttivi, dovete pretendere di meno. È la frusta del padrone, il cui effetto sarebbe esacerbato, nella prospettiva di Ichino e Boeri, su scala aziendale.

Ma se ridurre i salari è il vero scopo dei due economisti, questo certo non servirebbe a risolvere la questione economica del Sud e in genere di tutto il paese. Quello che invece servirebbe per combattere disoccupazione e povertà (specialmente al Sud) è un intervento dello Stato in termini di sostegno diretto agli investimenti e all’occupazione, e una decisa politica di sostegno ai salari, invece che ridurli, che aiuterebbe a modificare la distribuzione iniqua del reddito e a dare sostegno alla domanda aggregata. Politiche incompatibili, quando non espressamente vietate, con l’assetto istituzionale dell’Unione Europea.

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