Nuova crisi, vecchi schemi. Sul finire degli Stati Generali
si discute su quale sia la ricetta migliore per rilanciare il Paese
dopo il brusco stop imposto dalle misure di contenimento per il Coronavirus. Proprio come accaduto già in passato, la linea di alcuni economisti, nonché del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri,
sembra essere quella di puntare sulla flessibilità del lavoro. E così, a
dieci anni dalla più grande crisi economica dei tempi recenti, la
precarizzazione come soluzione alla disoccupazione sembra ancora essere
un orizzonte percorribile per una buona parte degli esperti.
Dopo le pressioni di Confindustria e la proposta del consigliere del governo
Marco Leonardi – secondo cui bisognerebbe sospendere le causali sui
contratti a tempo determinato per stimolare le assunzioni – è arrivato
anche l’intervento dell’ex presidente INPS Tito Boeri, che in un
commento su La Repubblica ha proposto una ulteriore deregulation dei contratti a termine per contrastare il boom della disoccupazione. L’endorsement di Gualtieri non si è fatto attendere.
Eppure, alcuni studi pubblicati di recente, hanno dimostrato che non
c’è evidenza empirica che una maggiore flessibilità dei contratti porti a
un aumento dei posti di lavoro. Tra quelli più citati c’è l’analisi apparsa sulla Review of Political Economy: nel report, l’economista dell’Università del Sannio Emiliano Brancaccio
e i suoi coautori hanno mostrato come l’88% delle ricerche scientifiche
pubblicate nell’ultimo decennio abbiano smentito l’idea alla base delle
proposte di Boeri e gli altri.
Brancaccio, che in un appello sul Financial Times
pubblicato lo scorso marzo aveva proposto – con altri collegi – anche
una massiccia pianificazione pubblica degli investimenti, ha spiegato a Open quali sono i rischi del ritorno della deregulation del lavoro nell’agenda politica italiana.
Professor Brancaccio, Boeri ha riproposto l’adagio secondo
cui per frenare la disoccupazione c’è bisogno di più contratti a tempo
determinato. Lei ha appena pubblicato uno studio che dimostra il
contrario. Come giudica la proposta di Boeri?
«Per dimostrare che la ricetta di Boeri non ha basi scientifiche
adeguate non è necessario ricorrere al nostro studio, ma basta citare
proprio Boeri. In un libro che pubblicò qualche anno fa insieme a Jan
van Ours, lui stesso ammise che la netta maggioranza delle analisi
empiriche smentiva l’idea che la deregulation del lavoro
aiutasse a stimolare l’occupazione. È stata una delle prime rassegne
della letteratura scientifica in materia ed è curioso che ora non ne
tenga conto.
Ad ogni modo Boeri non è il solo a contraddirsi. Nel nostro studio
ricordiamo che, in una serie di report recenti, persino il Fondo
Monetario Internazionale, l’OCSE e la Banca Mondiale hanno ammesso che
l’idea della flessibilità del lavoro come propulsore dell’occupazione
non trova adeguato riscontro nell’evidenza empirica. Eppure queste
istituzioni continuano ad appoggiare le politiche di deregulation del lavoro».
Perché si fatica tanto ad abbandonare questa convinzione?
«In tutti i campi della scienza si combatte contro i pregiudizi dei
vari Simplicio di turno, e le novità si impongono solo dopo durissime
lotte per evadere dai modi abituali di pensiero. In economia le cose
sono persino più complicate, perché la battaglia delle idee è
particolarmente condizionata dagli interessi materiali in gioco. Basti
notare una cosa: l’evidenza scientifica mostra che la flessibilità dei
contratti di lavoro indebolisce i sindacati, riduce il potere
contrattuale dei lavoratori e quindi comprime i salari e sposta la
distribuzione del reddito verso i profitti e le rendite. È chiaro allora
che possono sussistere forti interessi in difesa della flessibilità,
anche se questa non contribuisce in alcun modo a creare occupazione».
Anche il ministro dell’economia Gualtieri ha aperto alla
proposta di Boeri e di Confindustria di abolire le causali nei contratti
temporanei. A detta loro, in questo modo le imprese assorbirebbero, almeno
in parte, i disoccupati
«Non succederà nulla di tutto questo. Gualtieri potrà precarizzare i
contratti quanto vuole per far contenta Confindustria, ma non ci sarà
nessun rilancio dell’occupazione. La verità è che le imprese assumono
solo se le catene della produzione funzionano regolarmente, se c’è
domanda sufficiente per le loro merci, e se è garantita la loro
solvibilità. Al momento queste condizioni non sussistono».
Gli Stati Generali si avviano verso la fine e il governo sta
per presentare nuove misure per il rilancio economico. Pensa che le
proposte discusse a Villa Pamphilj segnino davvero una svolta?
«No. La ricetta che ha suscitato maggiore interesse, dalle opposizioni a pezzi di maggioranza e anche dentro il governo, è quella di Colao,
di ripartire con i condoni: dai capitali illegalmente esportati
all’estero fino al lavoro nero. In fondo è solo l’ennesima forma di
deregulation, la più nefasta di tutte. Se la discussione di politica
economica resta a questi livelli infimi, la crisi ci colpirà in modo violentissimo».
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Stati generali dell'economia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stati generali dell'economia. Mostra tutti i post
20/06/2020
16/06/2020
Stati Generali: la protesta di Abou e il grido di dolore degli invisibili
Stamattina Aboubakar Soumahoro, sindacalista Usb e organizzatore di molte delle lotte dei braccianti, si è incatenato a Villa Pamhili, dove sono in corso gli “Stati Generali” convocati dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
L’annuncio è stato dato dallo stesso Abou con un tweet, spiegando che inizia da ora anche uno sciopero della fame:
Fonte
L’annuncio è stato dato dallo stesso Abou con un tweet, spiegando che inizia da ora anche uno sciopero della fame:
“Sono incatenato a Villa Pamphili (entrata via Aurelia Antica, 183) dove si stanno tenendo gli Stati Generali. Da oggi comincia uno sciopero della fame finché il governo non ci darà risposte su:
1. Riformare la filiera agricola con l’adozione di una patente del cibo per garantire ai consumatori un cibo eticamente sano e per liberare contadini/agricoltori e i braccianti dal giogo dello strapotere dei giganti del cibo che favoriscono il caporalato (digitali e dei colletti bianchi)
2. Cambiare le politiche migratorie con: (I) regolarizzazione di tutti gli invisibili con un permesso di soggiorno per emergenza sanitaria convertibile per attività lavorativa ; (ii) cancellazione degli accordi libici e dei decreti sicurezza con riforma dell’accoglienza; (iii) cittadinanza a chi è nato e cresciuto qui.
3. Varare un Piano Nazionale Emergenza Lavoro per assorbire tutte le persone che hanno perso e che rischiano di perdere il lavoro per questa emergenza sanitaria.
Per fare questo chiediamo la solidarietà e il sostegno di tutte e tutti. L’unico simbolo che vi chiediamo di portare è la vostra umanità, i vostri dolori, le vostre sofferenze e i vostri sogni, le speranze e le idee di una comunità umana, solidale e sociale. NON LASCIAMO NESSUNO INDIETRO. #nonsonoinvisibile”
Fonte
15/06/2020
Usb agli Stati Generali. Un’altra musica
Gli Stati Generali convocati da Giuseppe Conte, per cercare di tener fede al titolo, prevedevano anche la presenza – e la presa di parola – dei sindacati.
Cgil-Cisl-Uil, i fascioleghisti dell’Ugl e qualche sindacatino corporativo si sono subito messi a scodinzolare assicurando la propria collaborazione: non si metteranno di traverso alle pretese delle aziende. Insomma, hanno rappresentato se stessi e il proprio “ruolo politico” servile.
L’Usb, invece, si è presentata portando la voce dei lavoratori, a cominciare da quelli che muoiono. Nelle fabbriche, per la pandemia, di fatica o nelle baraccopoli a margine dei campi agricoli.
Basta sentire il compagno Guido Lutrario, delegato dall’Usb a rappresentare tutto il sindacato. Ha portato il grido di rabbia che sale dal mondo del lavoro, e che nessuna destra di venduti peracottari potrà mai rappresentare.
Si può costruire un’alternativa radicale. Se si è seri, organizzati, coerenti. Se ci si dà da fare, se ci si batte.
Fonte
Cgil-Cisl-Uil, i fascioleghisti dell’Ugl e qualche sindacatino corporativo si sono subito messi a scodinzolare assicurando la propria collaborazione: non si metteranno di traverso alle pretese delle aziende. Insomma, hanno rappresentato se stessi e il proprio “ruolo politico” servile.
L’Usb, invece, si è presentata portando la voce dei lavoratori, a cominciare da quelli che muoiono. Nelle fabbriche, per la pandemia, di fatica o nelle baraccopoli a margine dei campi agricoli.
Basta sentire il compagno Guido Lutrario, delegato dall’Usb a rappresentare tutto il sindacato. Ha portato il grido di rabbia che sale dal mondo del lavoro, e che nessuna destra di venduti peracottari potrà mai rappresentare.
Si può costruire un’alternativa radicale. Se si è seri, organizzati, coerenti. Se ci si dà da fare, se ci si batte.
Fonte
14/06/2020
Il Conte Tacchia
di Alessandra Daniele
Tacchia significa zeppa di legno.
“Metterci una tacchia” vuol dire quindi cercare di rimediare a qualcosa alla meno peggio, in modo raffazzonato e precario.
Ed è il massimo che il governo Conte sia stato capace di fare riguardo ai danni catastrofici della pandemia, come a qualsiasi altra crisi si sia ritrovato ad affrontare. Quando non ha peggiorato le cose.
E i risultati si vedono.
Le mascherine non si trovano. I soldi promessi non arrivano. I tamponi non bastano. I negozi chiudono. Le fabbriche licenziano.
Ma Conte rimane al suo posto. Perché lui stesso è una tacchia.
Ed è anche un Conte Tacchia. Un cialtrone vanesio che si dà arie salottiere da Belle Epoque, fra le macerie e le bare.
Non che l’opposizione abbia o avrebbe fatto di meglio, anzi.
Nonostante le sguaiate risse quotidiane per motivi pretestuosi, di visibilità o spartizione di poltrone, in realtà i due schieramenti condividono la stessa impostazione politico-economica di fondo: liberismo mercatista, mal temperato da un po’ di assistenzialismo clientelare.
Non a caso sono entrambi fan delle Grandi Opere, compreso il leggendario Ponte sullo Stretto di Messina, che tirato fuori in questi giorni risulta particolarmente grottesco.
Ed entrambi, in obbedienza a Confindustria, hanno negato la zona rossa ad Alzano e Nembro.
Questa falsa alternativa fra due facce dello stesso culo è l’unica proposta dalla nostra cosiddetta democrazia liberale, parte d’un sistema socio-politico che ha tradito tutte le sue promesse di benessere, libertà, sicurezza e progresso.
Ma la misura è colma.
Gli Stati Generali potrebbero davvero portare al Conte Tacchia la stessa fortuna che portarono a Luigi XVI.
Fonte
Tacchia significa zeppa di legno.
“Metterci una tacchia” vuol dire quindi cercare di rimediare a qualcosa alla meno peggio, in modo raffazzonato e precario.
Ed è il massimo che il governo Conte sia stato capace di fare riguardo ai danni catastrofici della pandemia, come a qualsiasi altra crisi si sia ritrovato ad affrontare. Quando non ha peggiorato le cose.
E i risultati si vedono.
Le mascherine non si trovano. I soldi promessi non arrivano. I tamponi non bastano. I negozi chiudono. Le fabbriche licenziano.
Ma Conte rimane al suo posto. Perché lui stesso è una tacchia.
Ed è anche un Conte Tacchia. Un cialtrone vanesio che si dà arie salottiere da Belle Epoque, fra le macerie e le bare.
Non che l’opposizione abbia o avrebbe fatto di meglio, anzi.
Nonostante le sguaiate risse quotidiane per motivi pretestuosi, di visibilità o spartizione di poltrone, in realtà i due schieramenti condividono la stessa impostazione politico-economica di fondo: liberismo mercatista, mal temperato da un po’ di assistenzialismo clientelare.
Non a caso sono entrambi fan delle Grandi Opere, compreso il leggendario Ponte sullo Stretto di Messina, che tirato fuori in questi giorni risulta particolarmente grottesco.
Ed entrambi, in obbedienza a Confindustria, hanno negato la zona rossa ad Alzano e Nembro.
Questa falsa alternativa fra due facce dello stesso culo è l’unica proposta dalla nostra cosiddetta democrazia liberale, parte d’un sistema socio-politico che ha tradito tutte le sue promesse di benessere, libertà, sicurezza e progresso.
Ma la misura è colma.
Gli Stati Generali potrebbero davvero portare al Conte Tacchia la stessa fortuna che portarono a Luigi XVI.
Fonte
La puzza di austerità che viene da Villa Pamphili...
Stati generali a porte chiuse. E se non è difficile capire il “clima” delle discussioni, c’è invece una blindatura molto severa sul “cosa” si stia discutendo lì dentro.
Sul piano politico, la scelta di Conte di mettere in scena una “dieci giorni” di confronto sulle scelte economiche da fare nei prossimi mesi è sicuramente un tentativo di mettere al riparo l’esecutivo dalle tensioni quotidiane e perciò dalla perdurante incertezza sulla sua stabilità.
Per riuscirci, è stata convocata “L’Europa” – nelle persone di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, e Cristine Lagarde, alla guida della Bce –. Ma anche il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, il segretario generale dell’Ocse, Ángel Gurría, e la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva.
Uscire dalle secche dello sterile battibecco tra deficienti, tipico dello scambio di battute quotidiane della “politica italiana”, era del resto l’unico modo per “alzare l’asticella” della discussione, chiarendo che la posizione dell’Italia è inchiavardata in un sistema internazionale che ne determina sia il destino sia le scelte quotidiane.
Non è detto, però, che alla fine questa scelta sia anche quella giusta perché, sul “cosa” bisogna fare per “far ripartire” questo Paese, dagli ospiti più importanti sono arrivati ammonimenti e velate minacce, più che testimonianze di solidarietà.
La circostanza non è sorprendente, perché solo gli imbecilli che credono alle favole della “informazione mainstream” potevano cullarsi nell’illusione che stessero per arrivare un fiume di soldi a fondo perduto, con cui fare un po’ quello che ti pare. Ma soprattutto perché la comunità di riferimento cui l’Italia è sottomessa – per libera scelta di qualche decennio fa, ma sottomessa – non è affatto un “circolo di amici che si danno una mano”, ma un insieme rissoso perché competitivo al proprio interno. Ossia partner che si fregano a vicenda.
Mettiamo in fila gli ammonimenti più seri.
Il governatore della Banca d’ Italia, Ignazio Visco, ha subito smontato il pilastro principale della narrazione ottimistica: “I fondi europei non potranno mai essere ‘gratuiti’: un debito dell’Unione europea è un debito di tutti i paesi membri e l’Italia contribuirà sempre in misura importante al finanziamento delle iniziative comunitarie, perché è la terza economia dell’Unione“.
Detto più cautamente, è quello che andiamo spiegando fin dall’inizio della discussione sul Recovery Fund: i “fondi europei” sono messi direttamente dagli Stati, oppure chiesti in prestito sui “mercati” con la garanzia che saranno gli stessi Stati a restituirli. Non nascono dal nulla insomma. Quindi l’Italia, come tutti gli altri Paesi, con una mano versa fondi dentro il “bilancio europeo” e con l’altra ritira una quota che può essere in tutto o in parte uguale a quella versata (secondo molti calcoli saranno almeno 14 miliardi in meno rispetto al contributo versato).
Il vero problema è che questa “restituzione del versato” non è affatto scontata, perché deve sottostare a condizioni precise e vincolanti poste dall’Unione Europea.
Non è un’illazione “sovranista”, ma quanto spiegato in modo neppure tanto soft da Paolo Gentiloni, ex premier Pd e ora Commissario europeo agli affari economici: “So che il governo italiano è pienamente consapevole che non si tratta di spese facili, tesoretti o libri dei sogni ma di un impegno che ci metterà alla prova”, ha commentato il commissario Gentiloni.
“Ora dobbiamo dirci che queste ingenti risorse metteranno alla prova tanto la Commissione che il sottoscritto nelle sue responsabilità, quanto i singoli Paesi e governi. Per l’Italia si tratta di un’occasione irripetibile per riforme che eliminano le strozzature che hanno limitato la crescita e per investimenti per rendere l’Italia più competitiva. Si tratta di risorse senza precedenti”.
Insomma, quei soldi che saranno versati anche dall’Italia torneranno (in parte) indietro sotto forma di “fondi europei” se, e solo se, saranno effettuate quelle “riforme” che la stessa Ue pretendeva da molti paesi prima che il coronavirus facesse strage e aprisse ufficialmente lo stato di crisi.
Nulla è cambiato, se non la tempistica con cui si chiedono “riforme” e “aggiustamento di bilancio”.
Altrettanto esplicita Christine Lagarde: “Il recovery fund raggiungerà il suo pieno potenziale solo se sarà saldamente inserito in riforme strutturali concepite e attuate a livello nazionale”.
“Le raccomandazioni specifiche per l’Italia” stilate dalla Commissione Ue identificano “gli investimenti in infrastrutture digitali per l’istruzione e la formazione, la promozione della produzione di energia rinnovabile, lo sviluppo di modelli di e-business e la modernizzazione della pubblica amministrazione. Queste riforme sono indispensabili per capitalizzare questo momento”.
Inoltre “la mobilitazione degli investimenti richiede soprattutto un quadro economico favorevole alle imprese, con servizi pubblici e privati efficienti e flessibili, adeguate infrastrutture fisiche e digitali, un sistema giudiziario ben funzionante e un settore finanziario forte”.
Tutti obiettivi formalmente asettici, perché generici. Chi potrebbe contestare che infrastrutture digitali o la modernizzazione del diritti civile, per esempio, non siano obbiettivi desiderabili?
I problemi diventano più chiari quando si nominano il “quadro economico favorevole alle imprese”, o “il mercato del lavoro” (ampiamente massacrato nel corso degli ultimi 20 anni, tanto che non esistono praticamente più diritti esigibili).
Non si parla ancora di tagli, ufficialmente, ma dovrebbe suonare sinistramente la notizia che diversi giornali riportano stamattina: “Le pensioni decorrenti dal 1° gennaio 2021 avranno una quota contributiva più leggera. A stabilirlo è stato il decreto 1° giugno 2020 di revisione triennale dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo”. Pochi spiccioli in meno, per ora, ma la direzione è chiara...
Qualcuno potrebbe pensare: “Sì, va bene, c’è un prezzo da pagare, però almeno saremo obbligati a fare quel che ci serve e altrimenti non faremmo...”.
È sempre la stessa idiozia ripetuta dal 1981 – quaranta anni fa! – quando il ministro Beniamino Andreatta decretò il “divorzio” tra la Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, per vietare alla prima di comprare in asta i titoli di Stato emessi dal Tesoro stesso; pratica che contribuiva a tenere alto il prezzo e quindi bassi gli interessi da pagare. L’intento era anche lì “virtuoso”; ossia “costringere lo Stato a spendere meno, eliminando sprechi e ruberie”.
Sprechi e ruberie sono rimasti, com’è noto. Sanità, pensioni e istruzione sono state massacrate e su di loro si addensano altre nubi tempestose.
In ogni caso, ha spiegato Charles Michel, presidente del Consiglio europeo (il vertice dei capi di Stato e di governo della Ue), “Vorrei mettere tutti in guardia dal sottovalutare la difficoltà dei negoziati che stanno per iniziare”.
Sul Recovery fund “c’è ancora strada da fare. Come sapete, su vari punti chiave del progetto esistono divergenze significative: sulla dotazione globale, sulla ripartizione tra prestiti e sovvenzioni, sui criteri di distribuzione delle risorse finanziarie, sulle condizioni di assegnazione dei fondi... Ora più che mai, questi negoziati sono irti di difficoltà, poiché costringono tutti gli Stati membri a riconsiderare determinati principi cui sono fedeli da così lungo tempo. Non tutti condividono la stessa interpretazione di cosa sia nel concreto la solidarietà. Così come non tutti sono istintivamente d’accordo sulle implicazioni pratiche che derivano necessariamente dal principio di responsabilità. Potremo riuscire solo se sia gli uni chesia gli altri faranno lo sforzo di mettersi nei panni dei rispettivi interlocutori”.
Niente è certo, tranne il fatto che le “condizionalità” per avere in prestito parte dei fondi che il Paese deve versare (o impegnarsi a farlo) potranno solo essere peggiori di quelle fin qui prospettate. Olanda, Austria, Finlandia e il “gruppo di Visegrad” (Polonia, Cechia, Slovacchia, Ungheria) pretendono infatti che nulla venga “regalato” ai paesi mediterranei. Per ragioni diverse, oltretutto. Perché i primi tre paesi dovrebbero versare un po’ di più di quel che riceverebbero; gli altri quattro perché vedrebbero in parte scendere il contributo europeo a loro destinato.
Ecco, dato questo contesto, la formulazione di un “Piano nazionale di riforme” – indispensabile per poter cominciare a chiedere e ottenere almeno la prima rata del Recovery Fund a gennaio (o più in là, probabilmente) – diventa per il governo Conte un letto di Procuste che quanto prima dovrà far vedere i chiodi al posto della pelliccia.
Decisamente, quanti ieri si sono presentati fuori Villa Pamphili per contestare un vertice-fregatura, hanno messo in campo l’unica risposta possibile: l’organizzazione di un fronte di lotta popolare, che unisca i settori sociali colpiti dalla crisi e che le politiche europee – che Conte chiama a protezione del suo governo – vogliono peggiorare oltre ogni immaginazione.
Fonte
Sul piano politico, la scelta di Conte di mettere in scena una “dieci giorni” di confronto sulle scelte economiche da fare nei prossimi mesi è sicuramente un tentativo di mettere al riparo l’esecutivo dalle tensioni quotidiane e perciò dalla perdurante incertezza sulla sua stabilità.
Per riuscirci, è stata convocata “L’Europa” – nelle persone di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, e Cristine Lagarde, alla guida della Bce –. Ma anche il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, il segretario generale dell’Ocse, Ángel Gurría, e la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva.
Uscire dalle secche dello sterile battibecco tra deficienti, tipico dello scambio di battute quotidiane della “politica italiana”, era del resto l’unico modo per “alzare l’asticella” della discussione, chiarendo che la posizione dell’Italia è inchiavardata in un sistema internazionale che ne determina sia il destino sia le scelte quotidiane.
Non è detto, però, che alla fine questa scelta sia anche quella giusta perché, sul “cosa” bisogna fare per “far ripartire” questo Paese, dagli ospiti più importanti sono arrivati ammonimenti e velate minacce, più che testimonianze di solidarietà.
La circostanza non è sorprendente, perché solo gli imbecilli che credono alle favole della “informazione mainstream” potevano cullarsi nell’illusione che stessero per arrivare un fiume di soldi a fondo perduto, con cui fare un po’ quello che ti pare. Ma soprattutto perché la comunità di riferimento cui l’Italia è sottomessa – per libera scelta di qualche decennio fa, ma sottomessa – non è affatto un “circolo di amici che si danno una mano”, ma un insieme rissoso perché competitivo al proprio interno. Ossia partner che si fregano a vicenda.
Mettiamo in fila gli ammonimenti più seri.
Il governatore della Banca d’ Italia, Ignazio Visco, ha subito smontato il pilastro principale della narrazione ottimistica: “I fondi europei non potranno mai essere ‘gratuiti’: un debito dell’Unione europea è un debito di tutti i paesi membri e l’Italia contribuirà sempre in misura importante al finanziamento delle iniziative comunitarie, perché è la terza economia dell’Unione“.
Detto più cautamente, è quello che andiamo spiegando fin dall’inizio della discussione sul Recovery Fund: i “fondi europei” sono messi direttamente dagli Stati, oppure chiesti in prestito sui “mercati” con la garanzia che saranno gli stessi Stati a restituirli. Non nascono dal nulla insomma. Quindi l’Italia, come tutti gli altri Paesi, con una mano versa fondi dentro il “bilancio europeo” e con l’altra ritira una quota che può essere in tutto o in parte uguale a quella versata (secondo molti calcoli saranno almeno 14 miliardi in meno rispetto al contributo versato).
Il vero problema è che questa “restituzione del versato” non è affatto scontata, perché deve sottostare a condizioni precise e vincolanti poste dall’Unione Europea.
Non è un’illazione “sovranista”, ma quanto spiegato in modo neppure tanto soft da Paolo Gentiloni, ex premier Pd e ora Commissario europeo agli affari economici: “So che il governo italiano è pienamente consapevole che non si tratta di spese facili, tesoretti o libri dei sogni ma di un impegno che ci metterà alla prova”, ha commentato il commissario Gentiloni.
“Ora dobbiamo dirci che queste ingenti risorse metteranno alla prova tanto la Commissione che il sottoscritto nelle sue responsabilità, quanto i singoli Paesi e governi. Per l’Italia si tratta di un’occasione irripetibile per riforme che eliminano le strozzature che hanno limitato la crescita e per investimenti per rendere l’Italia più competitiva. Si tratta di risorse senza precedenti”.
Insomma, quei soldi che saranno versati anche dall’Italia torneranno (in parte) indietro sotto forma di “fondi europei” se, e solo se, saranno effettuate quelle “riforme” che la stessa Ue pretendeva da molti paesi prima che il coronavirus facesse strage e aprisse ufficialmente lo stato di crisi.
Nulla è cambiato, se non la tempistica con cui si chiedono “riforme” e “aggiustamento di bilancio”.
Altrettanto esplicita Christine Lagarde: “Il recovery fund raggiungerà il suo pieno potenziale solo se sarà saldamente inserito in riforme strutturali concepite e attuate a livello nazionale”.
“Le raccomandazioni specifiche per l’Italia” stilate dalla Commissione Ue identificano “gli investimenti in infrastrutture digitali per l’istruzione e la formazione, la promozione della produzione di energia rinnovabile, lo sviluppo di modelli di e-business e la modernizzazione della pubblica amministrazione. Queste riforme sono indispensabili per capitalizzare questo momento”.
Inoltre “la mobilitazione degli investimenti richiede soprattutto un quadro economico favorevole alle imprese, con servizi pubblici e privati efficienti e flessibili, adeguate infrastrutture fisiche e digitali, un sistema giudiziario ben funzionante e un settore finanziario forte”.
Tutti obiettivi formalmente asettici, perché generici. Chi potrebbe contestare che infrastrutture digitali o la modernizzazione del diritti civile, per esempio, non siano obbiettivi desiderabili?
I problemi diventano più chiari quando si nominano il “quadro economico favorevole alle imprese”, o “il mercato del lavoro” (ampiamente massacrato nel corso degli ultimi 20 anni, tanto che non esistono praticamente più diritti esigibili).
Non si parla ancora di tagli, ufficialmente, ma dovrebbe suonare sinistramente la notizia che diversi giornali riportano stamattina: “Le pensioni decorrenti dal 1° gennaio 2021 avranno una quota contributiva più leggera. A stabilirlo è stato il decreto 1° giugno 2020 di revisione triennale dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo”. Pochi spiccioli in meno, per ora, ma la direzione è chiara...
Qualcuno potrebbe pensare: “Sì, va bene, c’è un prezzo da pagare, però almeno saremo obbligati a fare quel che ci serve e altrimenti non faremmo...”.
È sempre la stessa idiozia ripetuta dal 1981 – quaranta anni fa! – quando il ministro Beniamino Andreatta decretò il “divorzio” tra la Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, per vietare alla prima di comprare in asta i titoli di Stato emessi dal Tesoro stesso; pratica che contribuiva a tenere alto il prezzo e quindi bassi gli interessi da pagare. L’intento era anche lì “virtuoso”; ossia “costringere lo Stato a spendere meno, eliminando sprechi e ruberie”.
Sprechi e ruberie sono rimasti, com’è noto. Sanità, pensioni e istruzione sono state massacrate e su di loro si addensano altre nubi tempestose.
In ogni caso, ha spiegato Charles Michel, presidente del Consiglio europeo (il vertice dei capi di Stato e di governo della Ue), “Vorrei mettere tutti in guardia dal sottovalutare la difficoltà dei negoziati che stanno per iniziare”.
Sul Recovery fund “c’è ancora strada da fare. Come sapete, su vari punti chiave del progetto esistono divergenze significative: sulla dotazione globale, sulla ripartizione tra prestiti e sovvenzioni, sui criteri di distribuzione delle risorse finanziarie, sulle condizioni di assegnazione dei fondi... Ora più che mai, questi negoziati sono irti di difficoltà, poiché costringono tutti gli Stati membri a riconsiderare determinati principi cui sono fedeli da così lungo tempo. Non tutti condividono la stessa interpretazione di cosa sia nel concreto la solidarietà. Così come non tutti sono istintivamente d’accordo sulle implicazioni pratiche che derivano necessariamente dal principio di responsabilità. Potremo riuscire solo se sia gli uni chesia gli altri faranno lo sforzo di mettersi nei panni dei rispettivi interlocutori”.
Niente è certo, tranne il fatto che le “condizionalità” per avere in prestito parte dei fondi che il Paese deve versare (o impegnarsi a farlo) potranno solo essere peggiori di quelle fin qui prospettate. Olanda, Austria, Finlandia e il “gruppo di Visegrad” (Polonia, Cechia, Slovacchia, Ungheria) pretendono infatti che nulla venga “regalato” ai paesi mediterranei. Per ragioni diverse, oltretutto. Perché i primi tre paesi dovrebbero versare un po’ di più di quel che riceverebbero; gli altri quattro perché vedrebbero in parte scendere il contributo europeo a loro destinato.
Ecco, dato questo contesto, la formulazione di un “Piano nazionale di riforme” – indispensabile per poter cominciare a chiedere e ottenere almeno la prima rata del Recovery Fund a gennaio (o più in là, probabilmente) – diventa per il governo Conte un letto di Procuste che quanto prima dovrà far vedere i chiodi al posto della pelliccia.
Decisamente, quanti ieri si sono presentati fuori Villa Pamphili per contestare un vertice-fregatura, hanno messo in campo l’unica risposta possibile: l’organizzazione di un fronte di lotta popolare, che unisca i settori sociali colpiti dalla crisi e che le politiche europee – che Conte chiama a protezione del suo governo – vogliono peggiorare oltre ogni immaginazione.
Fonte
12/06/2020
Brancaccio - Stati generali: politica economica o passerella “ancien regime”?
RAI Radio Uno – ERESIE – 12 giugno 2020 – Il condono per i capitali
esportati illegalmente e le altre brillanti idee del “piano Colao”
saranno sottoposti al vaglio della Troika durante gli Stati Generali del
governo Conte. Intanto il Pil precipita a una velocità mai vista,
mentre il grosso dei fondi europei non arriverà prima del 2023. Questo
folle ritardo potrebbe essere mitigato con un addizionale “prestito
ponte” della BCE, che sarebbe rimborsato all’arrivo dei finanziamenti
della Commissione UE. È di questo che bisognerebbe discutere agli Stati
Generali, altrimenti sarà solo una funesta passerella “Ancien Regime”.
Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del
Sannio.
Fonte
Fonte
11/06/2020
Fermiamo la Banda di villa Pamphili! Manifestazione sabato agli Stati Generali dell’economia
Mentre l’Italia si indebita sempre più col capitale finanziario italiano ed europeo, scaricando il debito sui lavoratori e le lavoratrici – nessuno fa nulla per nulla – un Conte assediato dai suoi stessi partner di governo tenta la carta della spartizione dei 173 miliardi a disposizione per il dopo Covid.
Gli Stati Generali dell’economia, convocati in tutta fretta da Conte per il fine settimana, servono a buttare fumo negli occhi ad un Paese stremato, facendo credere che si apra un confronto democratico sulle cose da fare per uscire dalla crisi.
Ammonta a 173 miliardi il tesoretto complessivo posto sul tavolo del vertice di villa Pamphili, e l’intenzione dei principali convenuti, forze di governo, confindustria, istituzioni internazionali, banche e sindacati concertativi, è quello di partecipare alla spartizione di una torta mai così guarnita e consistente.
Grande confusione, tanti gli obbiettivi dichiarati ma tutti con poche, inattaccabili certezze: rilanciare gli interessi delle imprese, mantenere inalterato il sistema economico che ha portato il nostro Paese ad affrontare la pandemia Covid senza aver previsto alcuna pianificazione, senza strumenti sanitari, economici e politici adeguati alla gravità della situazione.
Il risultato sono state 34.000 vittime, centinaia di migliaia di malati, milioni di disoccupati e di persone senza reddito e certezze nel futuro. Che di distribuzione sociale delle risorse in campo non se ne parli, emerge chiaramente anche dalle proposte di Colaoco, chiaramente scaturite dagli obiettivi del sistema delle imprese.
Saremo quindi anche noi a Villa Pamphili, a presidiare gli Stati Generali di Conte per dire che i soldi disponibili vanno utilizzati per restituire ai lavoratori e alla popolazione i diritti sottratti da anni di smantellamento dello stato sociale, per aggredire le disuguaglianze, dare lavoro e reddito stabile e garantito per tutti, riportare nel pieno controllo pubblico statale la sanità, l’istruzione e la ricerca riorganizzandone e potenziandone personale e strutture, rendere penalmente molto più rilevante ogni mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro istituendo il reato di omicidio sul lavoro, rendere sicuro ed adeguato il rientro a scuola per un milione fra docenti ed ATA ed otto milioni di studenti ben oltre il vergognoso protocollo sottoscritto dai sindacati pronta-firma, definire un grande piano di assunzioni per rilanciare la pubblica amministrazione e difendere l’ambiente, sottrarre al ricatto e allo sfruttamento, attraverso una vera regolarizzazione, migliaia di migranti, bloccare gli sfratti e finanziare la ripresa dell’edilizia economica e popolare senza ulteriore consumo di suolo, nazionalizzare le imprese strategiche e sottrarre alle multinazionali il destino della manifattura italiana, riformare gli ammortizzatori sociali estendendone a tutti la possibilità di utilizzo, impedire colpi di mano sul contratto nazionale ed impedire un utilizzo delle nuove forme di lavoro come lo smart working in funzione di isolamento dei lavoratori, aziendalizzazione della scuola nonché selezione di classe per gli studenti e di smantellamento dei diritti collettivi, la revisione del Titolo V della Costituzione contro ogni ipotesi di autonomia differenziata.
Su questi principali ma certamente non esaustivi obbiettivi di fase saremo Sabato13 dalle ore 11 in prossimità del vertice degli Stati Generali dell’Economia per rappresentare i nostri punti all’ordine del giorno e avviare una fase di mobilitazione permanente che durerà per tutto il tempo necessario e che dovrà necessariamente prevedere mobilitazioni a carattere nazionale.
Promuovono: Unione Sindacale di Base, Potere al Popolo, Federazione Giovanile Comunista Italiana, Opposizione Studentesca d’Alternativa, Noi Restiamo, Fronte della Gioventù Comunista, Sinistra Anticapitalista, Partito Comunista dei Lavoratori, Rete dei Comunisti, Collettivo Militant, Movimento per il diritto all’abitare, Unicobas, Partito della Rifondazione Comunista, Partito Comunista Italiano, Confederazione Cobas
Fonte
Gli Stati Generali dell’economia, convocati in tutta fretta da Conte per il fine settimana, servono a buttare fumo negli occhi ad un Paese stremato, facendo credere che si apra un confronto democratico sulle cose da fare per uscire dalla crisi.
Ammonta a 173 miliardi il tesoretto complessivo posto sul tavolo del vertice di villa Pamphili, e l’intenzione dei principali convenuti, forze di governo, confindustria, istituzioni internazionali, banche e sindacati concertativi, è quello di partecipare alla spartizione di una torta mai così guarnita e consistente.
Grande confusione, tanti gli obbiettivi dichiarati ma tutti con poche, inattaccabili certezze: rilanciare gli interessi delle imprese, mantenere inalterato il sistema economico che ha portato il nostro Paese ad affrontare la pandemia Covid senza aver previsto alcuna pianificazione, senza strumenti sanitari, economici e politici adeguati alla gravità della situazione.
Il risultato sono state 34.000 vittime, centinaia di migliaia di malati, milioni di disoccupati e di persone senza reddito e certezze nel futuro. Che di distribuzione sociale delle risorse in campo non se ne parli, emerge chiaramente anche dalle proposte di Colaoco, chiaramente scaturite dagli obiettivi del sistema delle imprese.
Saremo quindi anche noi a Villa Pamphili, a presidiare gli Stati Generali di Conte per dire che i soldi disponibili vanno utilizzati per restituire ai lavoratori e alla popolazione i diritti sottratti da anni di smantellamento dello stato sociale, per aggredire le disuguaglianze, dare lavoro e reddito stabile e garantito per tutti, riportare nel pieno controllo pubblico statale la sanità, l’istruzione e la ricerca riorganizzandone e potenziandone personale e strutture, rendere penalmente molto più rilevante ogni mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro istituendo il reato di omicidio sul lavoro, rendere sicuro ed adeguato il rientro a scuola per un milione fra docenti ed ATA ed otto milioni di studenti ben oltre il vergognoso protocollo sottoscritto dai sindacati pronta-firma, definire un grande piano di assunzioni per rilanciare la pubblica amministrazione e difendere l’ambiente, sottrarre al ricatto e allo sfruttamento, attraverso una vera regolarizzazione, migliaia di migranti, bloccare gli sfratti e finanziare la ripresa dell’edilizia economica e popolare senza ulteriore consumo di suolo, nazionalizzare le imprese strategiche e sottrarre alle multinazionali il destino della manifattura italiana, riformare gli ammortizzatori sociali estendendone a tutti la possibilità di utilizzo, impedire colpi di mano sul contratto nazionale ed impedire un utilizzo delle nuove forme di lavoro come lo smart working in funzione di isolamento dei lavoratori, aziendalizzazione della scuola nonché selezione di classe per gli studenti e di smantellamento dei diritti collettivi, la revisione del Titolo V della Costituzione contro ogni ipotesi di autonomia differenziata.
Su questi principali ma certamente non esaustivi obbiettivi di fase saremo Sabato13 dalle ore 11 in prossimità del vertice degli Stati Generali dell’Economia per rappresentare i nostri punti all’ordine del giorno e avviare una fase di mobilitazione permanente che durerà per tutto il tempo necessario e che dovrà necessariamente prevedere mobilitazioni a carattere nazionale.
Promuovono: Unione Sindacale di Base, Potere al Popolo, Federazione Giovanile Comunista Italiana, Opposizione Studentesca d’Alternativa, Noi Restiamo, Fronte della Gioventù Comunista, Sinistra Anticapitalista, Partito Comunista dei Lavoratori, Rete dei Comunisti, Collettivo Militant, Movimento per il diritto all’abitare, Unicobas, Partito della Rifondazione Comunista, Partito Comunista Italiano, Confederazione Cobas
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)