Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/06/2022

Trento o Torino? Economisti divisi, anche geograficamente

Pochi lo hanno notato ma in questi giorni si sta consumando una spaccatura in Italia nel mondo degli economisti e dei loro sponsor. Negli stessi giorni, ma agli antipodi tra est e ovest del paese, si svolgeranno contemporaneamente “due festival dell’economia”, uno nella sua sede tradizionale a Trento, l’altro per la prima volta a Torino.

A Trento è tutto pronto per la 17esima edizione del Festival dell’Economia, organizzata dal Gruppo 24 Ore, insieme a Comune, Università e Provincia autonoma di Trento. Nel corso dei quattro giorni – dal 2 al 5 giugno – si alterneranno in Trentino 8 premi Nobel, oltre 75 relatori provenienti dal mondo accademico, 20 tra i più importanti economisti internazionali e nazionali, 26 rappresentanti delle più importanti istituzioni europee e nazionali, 36 relatori internazionali, oltre 30 tra manager e imprenditori di alcune delle maggiori imprese italiane e multinazionali e 10 ministri.

Il tema scelto per l’edizione 2022 – Dopo la pandemia (e con una guerra in corso), “Tra ordine e disordine” – animerà il dibattito tra il mondo scientifico, gli opinion leader e importanti esperti delle più diverse discipline economiche per analizzare com’è cambiato il mondo dopo la pandemia e la guerra in Ucraina.

Contemporaneamente domani a Torino si apre il Festival Internazionale dell’Economia che durerà fino a sabato 4 giugno. Anche qui saranno presenti cinque Premi Nobel – David Card, Michael Spence, Jean Tirol, Esther Duflo, Christopher Pissarides – sei ministri – Roberto Cingolani, Mara Carfagna, Enrico Giovannini, Vittorio Colao, Patrizio Bianchi, Elena Bonetti – , il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, il commissario europeo Paolo Gentiloni, il presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato. Inoltre, Liliana Segre, Roberto Saviano, Alessandro Barbero, Michael Sandel, uno dei più brillanti e autorevoli filosofi americani, Carlo Cottarelli, Luigi Zingales, Gherardo Colombo.

La rassegna diretta da Tito Boeri verte sulle Public lectures su concetti chiave dell’economia; alla frontiera, con ricerche più innovative; visioni e intersezioni per guardare alla complessità dei processi economici; nella storia e storia delle idee, per comprendere il presente attraverso il passato; oltre a racconti di testimoni autorevoli, dialoghi e forum con i protagonisti e confronti con le esperienze provenienti da altri mondi; incontri con gli autori e infine cineconomia, l’economia spiegata attraverso il grande cinema.

Se si va a cercare di saperne di più, sui motori di ricerca, si impone il Festival di Trento, forte della sua tradizione più consolidata e della sponsorizzazione de Il Sole 24 Ore. Fin qui risulta ancora impossibile sapere come si sia prodotta questa spaccatura nella comunità degli economisti e la contemporaneità dei due eventi. Qualcuno lo riduce all’imbizzarrimento di Tito Boeri verso la gestione del Festival di Trento, altri alla competizione tra il mondo industriale e finanziario del Nord Ovest verso quello del Nord Est. Qualche retroscena ha provato a dirimere la nebbia ma senza risultati concreti.

Cinque anni fa una “sottrazione” simile avvenne nel mondo dell’editoria, con Milano che nel 2016 si inventò la prima Fiera dell’editoria contendendo lo spazio a Torino che da anni ospita la Fiera del Libro. Dunque anche su questo si assiste più a eventifici che ad eventi. È il segno dei tempi.

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16/05/2019

I cattivi maestri dell'economia: l’austerità non è mai abbastanza


Una delle scene più celebri del cinema italiano è quella in cui Totò e Peppino si cimentano nella preparazione di una lettera da indirizzare alla malafemmina. Nella fattispecie, si trattava di Marisa, l’avvenente fiamma del giovane nipote dei due scriventi, tale Gianni, che, a detta dei due goffi mittenti, oltre a non godere di buona reputazione, era tacciata di distogliere il suo amato dai propri doveri.

Questa comica sceneggiatura si ripropone oggi con un inevitabile cambio di protagonisti e di oggetto del contendere. A scrivere, stavolta, sono 60 economisti appartenenti a ben noti circuiti accademici: si va da Pietro Reichlin della Luiss, passando per Giampaolo Galli dell’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica (per intenderci, quello capitanato da Carlo Cottarelli), fino ad arrivare all’ex ministro Renato Brunetta di Forza Italia e al piddino Tommaso Nannicini, docente all’Università Bocconi di Milano (ancora una volta PD e Forza Italia sulla stessa barca). Il destinatario, oltre al vasto pubblico de “Il Foglio” già avvezzo a questo tipo di letture, è l’attuale esecutivo gialloverde. L’oggetto della missiva è, tanto per cambiare, un monito sull’irresponsabilità in materia fiscale dell’attuale Governo, tacciato, proprio come la malafemmina di Totò e Peppino, di cattiva condotta in quanto non starebbe operando nell’interesse del Paese, facendo lievitare la spesa pubblica e quindi il debito.

Nella lettera si ritiene infatti che il governo dovrebbe “impegnarsi in una seria revisione della spesa pubblica” al fine di evitare l’aumento della pressione fiscale e che “l’aumento delle aliquote IVA e delle accise non ha alternative credibili”. Il paradigma in cui si muovono gli economisti che scrivono al Governo è il contesto del pareggio di bilancio: non vigendo per lo Stato la possibilità di fare spesa in deficit, ossia di spendere più di quanto esso riscuota tramite le imposte, sarebbe imperativo rivedere l’eccessivo programma di spesa finora intrapreso (ad esempio, attraverso tagli alla spesa per pensioni, sanità, istruzione). L’alternativa, per far quadrare i conti, sarebbe quella di accrescere il prelievo fiscale tramite l’aumento dell’IVA: una misura che, ovviamente, frenerebbe la crescita ed avrebbe pertanto effetti negativi sull’occupazione.

Cosa succederebbe, però, qualora l’IVA non dovesse aumentare? Secondo gli autori della lettera le cavallette dello spread sarebbero prontamente in agguato: lo Stato dovrebbe rivolgersi ai mercati per ottenere a debito le risorse di cui abbisogna, ed in questa sede, nelle suddette condizioni, si scatenerebbe la tempesta dei tassi di interesse in quanto gli investitori pretenderebbero un rendimento più elevato alla luce del maggior rischio – ‘certificato’ dalle agenzie di rating – sui titoli del debito italiano. Insomma, una storia vecchia come il cucco: se per finanziare la spesa pubblica che eccede il prelievo fiscale un Governo ricorre al deficit, si ritrova alla mercé dei mercati. Perché ciò accade? Il meccanismo, come abbiamo già avuto modo di vedere, è figlio di un preciso assetto istituzionale.

I trattati europei prevedono, infatti, che i singoli Paesi membri dell’area euro rispettino il famigerato “Obiettivo di Medio Termine” (OMT), vale a dire il raggiungimento di un sostanziale equilibrio (leggasi pareggio) tra entrate e spese pubbliche nell’arco del triennio programmato dalle singole manovre di finanza pubblica (ossia, le leggi di bilancio). Qualora le istituzioni europee concedano, a determinate condizioni, uno sforamento temporaneo dall’OMT, in ogni caso la spesa pubblica in deficit da parte degli Stati membri non può superare il tetto massimo del 3% del PIL previsto dal trattato di Maastricht. In aggiunta, i trattati europei dispongono che la Banca Centrale Europea non può acquistare i titoli del debito pubblico dei vari Paesi dell’euro in sede di emissione (ossia, sul mercato primario).

Che succede, però, se, a detta della Commissione Europea, un Paese non sta rispettando il proprio OMT? Quello che si mette in moto è un vero e proprio meccanismo ricattatorio, all’interno del quale le agenzie di rating svolgono un ruolo fondamentale che proviene direttamente dalle Direttive della Commissione Europea e dalle regole interne della Banca Centrale Europea. Se il deficit pubblico di un Paese membro è ‘troppo’ elevato rispetto al livello programmato, le agenzie di rating ‘declassano’ (ossia, valutano come più rischiosi) i titoli di Stato di quel Paese. A questo punto i ‘mercati finanziari’, ossia gli intermediari finanziari che acquistano i titoli di stato in sede di emissione, sono disposti ad acquistare quei titoli solo a tassi di interesse più elevati per compensare il maggior rischio certificato dalle agenzie di rating. Da parte sua, la BCE potrebbe intervenire sul mercato secondario, acquistando i titoli di quel Paese allo scopo di abbassare i tassi di interesse: tuttavia, la BCE o non interviene prontamente, come abbiamo già avuto modo di notare, oppure interviene imponendo al Paese in questione una riduzione della spesa pubblica. Il combinato disposto di questi elementi fa sì che siano allora gli stessi Governi a dover rivedere a ribasso, come suggerito dagli economisti firmatari della lettera, i propri programmi di spesa, al fine di tentare di ristabilire quella fiducia da parte dei mercati, che verrebbe meno in caso di misure considerate ‘troppo espansive’, e, quindi, di riportare i tassi di interesse su livelli più contenuti.

Tuttavia, i sessanta mittenti sembrano non aver ben chiaro il reale contenuto della politica economica del governo gialloverde: occorre infatti notare che l’attuale esecutivo sta realizzando l’ennesimo avanzo primario, di fatto proseguendo a tutti gli effetti spedito sul sentiero intrapreso dal nostro Paese ormai dagli anni ’90. Realizzare un avanzo primario significa, concretamente, attuare politiche economiche di carattere recessivo poiché lo Stato, attraverso un prelievo fiscale che (al netto della spesa per interessi che paga sul debito) eccede le risorse destinate alla spesa pubblica, sta di fatto sottraendo risorse all’economia reale, contribuendo al rallentamento della domanda aggregata e quindi della dinamica occupazionale. L’attuale deficit preventivamente fissato in legge di bilancio dal governo Conte ne è l’ennesima testimonianza. Infatti, nonostante le pompose dichiarazioni degli esponenti del ‘governo del cambiamento’, la manovra finanziaria del governo giallo-verde realizzerebbe di fatto un avanzo primario pari a circa l’1/1,5% del PIL. Come se non bastasse, e l’accorato allarme dei sessanta economisti ne è l’ennesima fulgida dimostrazione, l’opposizione continua a criticare l’operato del Governo unendosi, anche tramite questa lettera aperta, ai dettami delle istituzioni europee che vorrebbero ancora più austerità (magari, ad esempio, un deficit all’1.8% del PIL, come programmato dal precedente esecutivo, che implicherebbe, data la spesa per interessi, un avanzo primario ancora più ampio).

In tutto ciò, che fare? Occorre innanzitutto riconoscere le cose per come realmente stanno. Da un lato c’è un Governo che, stando ai numeri dell’ultima legge di bilancio, non sta attuando alcun tipo di manovra di carattere espansivo. Dall’altro, c’è il sempre più assordante coro liberista, le cui prime voci sono spesso esponenti del mondo accademico, che non perde occasione per tirare le orecchie ad un esecutivo irresponsabile (sic!) che starebbe facendo troppa poca austerità.

Da parte nostra, riteniamo che le soluzioni necessarie per rilanciare la crescita e l’occupazione in un Paese falcidiato da una crisi lunga ormai più di dieci anni non si sostanzino nella revisione dei programmi di spesa pubblica proposta dagli economisti in questione, quanto piuttosto in una radicale alternativa al modello economico-sociale dominante. Occorrerebbe, in altre parole, acquisire la consapevolezza che i vincoli europei, e più in generale il contesto istituzionale vigente, non rappresentano solo un ostacolo alla realizzazione dello stato sociale e della piena occupazione, ma sono concepiti come un argine al miglioramento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione. È, questo, il primo passo da compiere per diffidare sia delle misure avanzate dall’attuale esecutivo, sia delle proposte sbandierate da un’opposizione che, continuando a vendersi come il ‘fronte dei responsabili’, non auspica altro che tornare al più presto al Governo per riaccaparrarsi la gestione dell’austerità.

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11/03/2019

I finti competenti

Non c’è davvero limite al peggio. L’Onorevole Marattin del PD, nonché ex responsabile economico di Palazzo Chigi all’epoca della Presidenza Renzi dichiara su Finmeccanica: “Con il mercato unico bisogna accettare il rischio che qualche azienda se ne vada”.

Questi sono degli sciagurati, per di più con la convinzione di avere la verità in tasca. Ma si rende conto di cosa significa la perdita di Finmeccanica per l’Italia? E’ una delle ultime aziende tecnologicamente avanzate presenti in Italia e oltre a questo ha un enorme impatto occupazionale.

Non solo, la perdita di Finmeccanica significa anche la sostanziale perdita della nostra autonomia militare e la perdita totale della nostra sovranità (almeno di quella che è rimasta dopo la perdita della moneta).

Questi sono i risultati dell’economicismo spacciato come verità assoluta: la miserabile convinzione in molti economisti (o economari) che l’unica cosa che conti è l’efficienza paretiana e la leggenda (perché di una leggenda si tratta) della Mano Invisibile del mercato che garantisce la perfetta allocazione delle risorse.

Flessibilità da parte di queste persone pari a zero: nessuna capacità di interpolare piani diversi e nello specifico quello economico con quello delle discipline internazionali, della geopolitica, delle scienze strategiche e militari e quelle della politica.

Continuo a sostenere che una delle peggiori catastrofi della storia italiana del '900 sia stata l’istituzione delle Facoltà di Economia. Facoltà che alla fine formano dei robottini che conoscono solo le verità economiche e le elevano al rango di dogmi indiscutibili e che schiacciano qualsiasi altra considerazione e qualunque altro punto di vista. Compreso quello della realtà fattuale.

Per capire l’enorme boiata di Marattin basta vedere la guerra che ci hanno fatto in francesi per non vendere i cantieri navali STX a Fincantieri, impippandosene bellamente della efficienza paretiana e di tutte le altre verità del Mythos Economicista. Nessuno consegna ad un paese straniero a cuor leggero i suoi segreti militari e chiunque tutela la propria autonomia (oltre ai propri livelli occupazionali). Solo dei fanatici possono non accorgersi di una cosa del genere.

Voi provate ad immaginare i tedeschi e i francesi che non credono ai propri occhi se ascoltano un ba**eo totale come Marattin pronto a svendergli Finmeccanica in ossequio ai dogmi economicisti. Incredibile.

L’unica cosa da fare sarebbe quella di chiudere le facoltà di economia e spacchettarle in due: tutte le tecniche, i bilanci, l’economia d’azienda e ovviamente le materie giuridiche alla facoltà di Giurisprudenza; mentre la teoria economica a scelta, o a Matematica o a Filosofia.

Gli studenti talebani delle madrasse economiciste hanno già fatto troppi danni per poterci permetterci il lusso di formarne altri. [E chi scrive questo, da una Facoltà di Economia è uscito].

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06/09/2018

Gli economisti liberisti al servizio della rapina

L’economia non è una scienza esatta, nonostante l’abuso di strumenti matematici. Anzi, è definita spesso “la scienza triste”, perché “prevede il passato” ma è cieca verso il futuro.

Ogni volta che un economista fa “previsioni” in realtà sta scommettendo su un esito che può essere più o meno probabile, ma molto dipende dai parametri usati, che a loro volta discendono dalle convinzioni teoriche dell’economista o dell’istituzione per cui lavora.

E a quanto pare gli economisti dell’Unione Europea hanno clamorosamente “toppato” tutte le stime sugli effetti delle politiche di austerità sulla crescita dei paesi con debito pubblico elevato. A dirlo non sono pericolosi e trinariciuti studiosi “non ortodossi”, ma addirittura la Banca Centrale Europea, ancora guidata da Mario Draghi.

A segnalare la notizia – che se fosse pubblicata sui giornali mainstream dovrebbe portare al licenziamento in tronco di tutti i redattori economici, vicedirettori compresi – è il quotidiano Milano Finanza, che ha come target imprese e investitori professionali, dunque deve fornire notizie vere più che ideologia buona per tutte le stagioni.

L’articolo di Francesco Ninfole è tecnicamente impietoso fin dal titolo: Bce: previsioni errate sull’austerità, e il catenaccio articola con precisione l’oggetto dell’errore: Le strette ai bilanci pubblici hanno avuto sul Pil un effetto maggiore di quanto stimato dalla Commissione Ue.

Non crediate che questa sia materia soltanto tecnica, per addetti ai lavori. In base a queste previsioni ad capocchiam sono stati smantellati istituti di welfare in quasi tutti i paesi europei, e ancora lo si sta facendo (la Francia è sul punto di varare la sua versione, peraltro identica o quasi a quelle italiana, greca, ecc. differendo solo nelle proporzioni, forse). Insomma, l’impoverimento generale delle popolazioni di quasi tutta Europa – e la crescita esponenziale dei nazionalismi – ha avuto una forte accelerazione proprio grazie alle misure decise in base a quelle previsioni, e che nelle intenzioni avrebbero dovuto contrastare gli effetti della crisi finanziaria esplosa globalmente nel 2007-2008.

Tecnicamente la questione era stata già posta da Olivier Blanchard (ex capo economista del Fmi, non sospettabile di cripto-bolscevismo), secondo cui “i moltiplicatori reali” in Europa erano stati “largamente maggiori di 1”. I moltiplicatori sono i “valori che indicano il rallentamento dell’economia legato alle manovra sui bilanci pubblici”, ossia alle varie “leggi di stabilità” nazionali che si pongono l’obiettivo della riduzione del deficit e del debito pubblico.

Secondo la teoria keynesiana, notoriamente, se uno Stato investe in deficit produce un effetto generale sulla crescita economica del paese che sarà superiore a quanto investito; dunque quegli investimenti si ripagheranno da soli, tramite le tasse, il cui gettito è ovviamente maggiore – a parità di aliquote fiscali – se il prodotto interno lordo cresce (secondo una proporzione che viene chiamata “moltiplicatore”).

Ne consegue che se uno Stato taglia la spesa pubblica ci si deve attendere una riduzione della crescita economica, dunque una riduzione delle entrate fiscali e di conseguenza problemi seri di rifinanziamento del debito, pagamento delle spese correnti (stipendi, interessi, beni e servizi, macchinari, ecc).

I neoliberisti al servizio dell’Unione Europea, nel consigliare le politiche di austerità, hanno completamente rimosso gli ovvi riflessi negativi delle politiche di “taglio” che andavano suggerendo. Nonostante lo standard normalmente usato sia un “moltiplicatore dello 0,5%” (ogni euro di taglio alla spesa si traduce in una minore crescita attesa pari a 50 centesimi), gli “esperti” della Commissione Ue hanno usato per le loro previsioni iniziali moltiplicatori pari a 0,25, o addirittura a 0,1; in qualche caso perfino zero assoluto.

Tradotto in soldoni: prevedevano che gli effetti sulla crescita sarebbero stati nulli o quasi. Quindi si poteva tranquillamente sforbiciare senza provocare alcun disastro sistemico nelle economie nazionali costrette a fare quanto suggerito.

Come in tutte le tragedia c’è sempre qualcuno che risulta involontariamente comico. In questo caso la parte è stata recitata da Alberto Alesina, sopravvalutatissimo economista tra l’Italia e gli Stati Uniti, editorialista seriale (sempre lo stesso articolo, o almeno la stessa ricetta) del Corriere della Sera, spesso interpellato come esperto in trasmissioni televisive. In un suo studio, redatto insieme a Silvia Ardagna, aveva addirittura previsto che “una stretta fiscale avrebbe aumentato la fiducia e quindi la crescita”. Basta chiedere un parere su come è andata davvero a un qualsiasi passante greco, italiano, spagnolo e persino tedesco, e il problema della credibilità scientifica degli Alesina è archiviato per sempre.

Lo studio della Bce, tutto sommato, cerca di essere “moderato” nella critica agli economisti della Ue. E se ne comprende facilmente anche il motivo (la Bce non si è mai dissociata dalle “ricette” prescritte dalla Ue, tanto da venir di diritto inserita tra i membri della Troika, insieme al Fmi). Questo si traduce in un calcolare gli effetti negativi dell’austerità con un moltiplicatore dello 0,66% (ogni euro di taglio ha comportato una minore crescita in questa proporzione); leggermente minore di quello fissato a suo tempo da Blanchard e altri, ma decisamente più alto di quelli utilizzati per le stime Ue (lasciando perdere, per carità di patria, il raffronto con le “previsioni di Alesina”).

Ci si attenderebbe che queste stime fossero finalmente messe nel posto che spetta loro (c’è solo l’imbarazzo della scelta e il pudore nello scriverlo), ma così non è.

Più grave ancora è però il motivo per cui quelle “previsioni” sono state elaborate e accettate dalla Ue. Scrive lo stesso Ninfole: “Durante la crisi le misure di austerità hanno riguardato soprattutto la Grecia: è stata anche una conseguenza della volontà politica di non imporre perdite ai principali creditori del Paese, ossia alle banche tedesche e francesi”. Altro che “rimettere in riga un paese e un popolo di “cicale” che spendevano troppo in “alcol e donne” (espressione gentile dell’ex capo dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem), bisognava salvare le banche dell’asse franco-tedesco, che avevano sciaguratamente investito troppo o prestato troppo ad Atene...

Si potrebbe pensare che, comunque, non essendo la Grecia in condizioni di ripagare un debito di quelle dimensioni, le banche di Berlino e Parigi abbiano subito comunque delle perdite. Non è così: “Il debito di Atene non è stato ristrutturato, se non in misura limitata e tardiva”, ma “il tempo è servito agli istituti tedeschi e francesi per uscire dal Paese”.

Insomma, la scienza economica al servizio della Ue ha svolto egregiamente il suo compito: tutelare la grande finanza multinazionale e mandare il conto al popolo greco (e in parte minore a quelli italiano, spagnolo, ecc). Nient’altro che questo.

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27/02/2018

Il rapporto immigrazione-salari: economisti buonisti contro cattivisti?

Le posizioni sull’immigrazione delle principali forze politiche italiane sono note e ormai abbastanza solidificate: la chiusura totale di Salvini, la retorica legalitaria e cerchiobottista del PD e la visione tendenzialmente favorevole all’immigrazione, ma eccessivamente semplicistica, tipicamente attribuita a Laura Boldrini. Negli ultimi tempi è però emersa con sempre maggior forza la posizione di chi è a favore di una parziale o totale chiusura delle frontiere con motivazioni che si potrebbero definire “di sinistra”. Tra i contributi più recenti da parte di economisti, possiamo citare un articolo di Robert Skidelsky, un’intervista ad Aldo Barba e Massimo Pivetti, interventi di Fabio Petri e Sergio Cesaratto e uno dei tanti pronunciamenti sulla questione di Alberto Bagnai.

Tali contributi sostengono l’idea che l’afflusso di immigrati comporti una necessaria pressione al ribasso dei salari reali, che danneggerebbe i lavoratori locali e amplierebbe i margini di profitto per le imprese. Inoltre, l’immigrazione finirebbe per peggiorare ulteriormente le condizioni di fornitura dei servizi pubblici di base, come scuola e sanità, già messi a dura prova dai tagli imposti dai vincoli europei. Partendo, come scrivono, ad esempio, Barba e Pivetti, dal «riconoscimento dell’ostilità nei confronti del fenomeno da parte dei ceti popolari di tutta Europa», una sinistra che si rispetti dovrebbe giungere alla conclusione che l’unica politica possibile nei confronti del fenomeno migratorio è quella della chiusura.

Vi sono senz’altro molti elementi di verità in quanto affermato da questi autori. È senz’altro vero che l’afflusso di manodopera da altri Paesi può, in determinate condizioni, contribuire alla riduzione della forza contrattuale dei lavoratori e, dunque, a una pressione al ribasso sui salari reali. Ed è altrettanto vero che vi è una crescente insofferenza delle classi popolari nei confronti del fenomeno migratorio e che il fenomeno stesso rischia di aggravare la pressione sui servizi sociali. Le premesse del discorso, se si vuol essere realisti, sono fondate. Quel che non ci convince è la conclusione o, se si vuole, il “consiglio di policy” che viene suggerito, implicitamente o esplicitamente, da molti degli autori citati: la chiusura. Pensiamo, infatti, che tale conclusione sia influenzata dal fatto che alcuni elementi dell’analisi sono assunti in maniera ingiustificata come dati immodificabili, quando, in realtà, essi stessi derivano da determinate scelte politiche, figlie della stessa impostazione ideologica e istituzionale – il neoliberismo e i trattati europei – che gli autori giustamente contestano.

Vi sono due elementi che vanno sottolineati riguardo alla pressione al ribasso sui salari reali esercitata dagli afflussi di migranti: a) essa può essere esercitata soltanto in determinate circostanze, che non vanno assunte come dati di fatto indipendenti dalle decisioni delle autorità economiche; b) il fenomeno migratorio non è l’unico elemento che negli ultimi anni ha contribuito a tale pressione.

Riguardo al primo punto, vi sono diversi elementi che possono contribuire a far sì che l’arrivo di forza lavoro dall’esterno di un Paese contribuisca a ridurre il potere contrattuale dei lavoratori. In primo luogo, è necessario che i lavoratori stranieri si accontentino di un salario minore di quello pagato ai lavoratori interni. Che ciò avvenga è molto probabile, giacché molti degli immigrati giungono da Paesi in cui il tenore di vita è sensibilmente più basso rispetto a quello dei Paesi economicamente più avanzati. È, però, altrettanto vero che affinché la pressione al ribasso possa esercitarsi concretamente, devono verificarsi anche altre condizioni. Ad esempio, devono mancare tutele volte a garantire, in ciascun settore, un salario minimo. Oppure tali tutele, laddove presenti, devono essere aggirate tramite il ricorso a rapporti di lavoro informali, il lavoro nero. Insomma è l’afflusso di schiavi, e non semplicemente di lavoratori immigrati, ad indebolire il potere contrattuale dei lavoratori italiani: gli immigrati spingono al ribasso il salario del paese che li accoglie solo perché spogliati dei più elementari diritti.

Un altro elemento utile alla “causa” del capitale nel mettere i lavoratori gli uni contro gli altri consiste nella percezione, da parte dei lavoratori nazionali, degli immigrati come nemici giunti in Italia per “rubargli” i posti di lavoro grazie all’accettazione di un salario più basso. Tale percezione rende difficile la formazione di un fronte comune tra lavoratori italiani e stranieri ed è senz’altro ben accetta dagli imprenditori. Non è un caso che i principali quotidiani della borghesia mostrino un’apparente schizofrenia: da un lato l’esaltazione del multiculturalismo e di un mondo senza frontiere, dall’altro l’attenzione quasi morbosa ai dettagli più cruenti di reati e delitti commessi da cittadini stranieri (più spesso si assiste a una “divisione del lavoro”, probabilmente non organizzata, ma di certo funzionale, tra organi di informazione cosmopoliti-ma-legalitari e quotidiani apertamente razzisti).

Riguardo al secondo punto, vi sono diversi elementi – indipendenti dal fenomeno migratorio – che hanno contribuito, negli anni più recenti, a un notevole abbassamento della forza contrattuale dei lavoratori: la riduzione delle tutele per il mantenimento del posto di lavoro, il sempre più facile ricorso a contratti a tempo determinato, la pressoché totale libertà di movimento di merci e capitali, la riduzione della spesa pubblica e dell’offerta dei servizi essenziali da parte dello Stato, la lucida rinuncia da parte dei governi al mantenimento di un adeguato livello della domanda aggregata e al perseguimento della piena occupazione. La stessa disoccupazione è forse il più potente strumento di disciplina nei confronti dei lavoratori e il più efficace disincentivo a richiedere aumenti salariali.

Vi sono, quindi, a nostro avviso, tre distinti ma collegati elementi critici nella visione di quella che potremmo definire “sinistra cattivista” in contrapposizione al buonismo incarnato dal punto di vista della Boldrini. In primo luogo, se la preoccupazione è per la riduzione del potere contrattuale dei lavoratori, vi sono diversi fenomeni che potrebbero essere considerati come determinanti e che dovrebbero costituire l’oggetto delle critiche di chi ritiene di dover combattere la riduzione dei salari reali. L’immigrazione è soltanto uno di questi elementi. La decisione di assumere come prioritaria la battaglia a uno di questi fenomeni è una scelta politica. A nostro avviso, le lotte contro il precariato, contro i vincoli imposti dai trattati e contro la libertà dei movimenti di merci e capitali dovrebbero essere prioritarie per un’area politica interessata al miglioramento delle condizioni dei lavoratori. Eventuali considerazioni sulla problematica dell’immigrazione dovrebbero sempre tener conto del fatto che essa è un problema perché l’assetto istituzionale è stato congegnato in maniera tale da ridurre al minimo il potere contrattuale dei lavoratori.

In secondo luogo, e qui troviamo la motivazione della nostra ultima affermazione, sorprende che nel momento in cui si parla di immigrazione, l’attuale cornice istituzionale sia assunta come un dato di fatto e che i consigli di policy non escano dal recinto nel quale tale assetto ha confinato il dibattito di politica economica degli ultimi anni. Sostenere che gli afflussi migratori non sono utili in quanto vi sono milioni di disoccupati sembra sacrosanto. Diventa meno ovvio quando si prende in considerazione il fatto che un così ampio numero di disoccupati non è una disgrazia che colpisce casualmente l’economia italiana, ma la conseguenza di scelte politiche ispirate all’ideologia neoliberista e sostanziatasi in quei trattati al quale i paesi dell’Unione Europea e, in particolare, dell’euro si sono legati.

Infine, riconoscere e inseguire l’insofferenza dei ceti popolari nei confronti dell’immigrazione significa assumere come dato di fatto uno degli strumenti attraverso i quali l’afflusso di immigrati crea pressione al ribasso sui salari reali: l’artificioso antagonismo tra lavoratori nazionali e lavoratori immigrati. Tale antagonismo, sommato alla diffusione del lavoro nero, contribuisce a rendere più pervasiva la competizione al ribasso sui salari reali. Laddove invece i lavoratori immigrati sono stati coinvolti nella lotta sindacale, come è avvenuto nel settore della logistica, assieme ai compagni di lavoro italiani, si è assistito a un insperato risveglio della lotta di classe di cui Abd Elsalam, immigrato morto difendendo il salario italiano, rappresenta il simbolo più nitido.

Una proposta politica che abbia come obiettivo l’aumento del potere contrattuale dei lavoratori non può che essere organica, nel senso che essa deve prendere in considerazione tutti gli elementi che esercitano effetti avversi su tale potere contrattuale. Essa deve quindi mirare contemporaneamente a invertire la rotta di politica economica imposta da decenni di egemonia culturale neoliberista, combattere il lavoro nero e il lavoro precario, costruire la solidarietà tra lavoratori nazionali e immigrati e superare la gestione emergenziale dell’immigrazione, ristabilire il ruolo dello Stato nel perseguimento della piena occupazione attraverso la ri-pubblicizzazione delle imprese privatizzate e il sostegno alla domanda aggregata tramite la spesa pubblica e la redistribuzione del reddito. Ad oggi, ci sembra che l’unico programma che tenga conto di tutte queste istanze sia quello proposto da Potere al Popolo.

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10/01/2017

La scomparsa del marxismo nella didattica e nella ricerca scientifica in economia politica in Italia

1. Introduzione

È un dato di fatto che, nelle sue diverse declinazioni, il marxismo è stato espunto dai programmi di insegnamento dei corsi di Economia Politica in Italia, ed è del tutto marginale nella ricerca scientifica. È anche un dato di fatto che il marxismo italiano, nel corso del Novecento, ha fornito contributi di massima rilevanza sul piano internazionale e che quella tradizione può considerarsi, allo stato dei fatti, sostanzialmente terminata. Per le motivazioni che verranno presentate a seguire, si è imposto un nuovo paradigma dominante che, per pura semplicità espositiva, possiamo definire neoliberista (si vedrà che tale definizione è alquanto riduttiva, sebbene diffusamente utilizzata).

In prima approssimazione, potrebbe risultare sorprendente che queste teorie risultino dominanti, a ragione del loro palese fallimento; un fallimento che attiene sia alla diagnosi della crisi e alle fallaci prescrizioni di politica economica che ne derivano, sia alla palese incapacità previsionale (cfr. Sylos Labini, 2016). Tuttavia, una ricerca di Luca De Benedictis e Michele Di Maio, condotta somministrando questionari a economisti accademici italiani, rileva che solo il 3% degli intervistati si dichiara marxista, a fronte del circa 50% di economisti che si dichiara “eclettico” e “neoclassico” e del 20% che non si dichiara affatto, considerandosi verosimilmente un economista nell’accezione di Maffeo Pantaleoni (per il quale esistono due scuole in Economia: chi la conosce e chi non la conosce)1.

Questo saggio si propone di individuare ragionevoli motivazioni che possono essere poste a fondamento di questo “salto paradigmatico”, con due precisazioni preliminari.

1) I riferimenti a Marx e al marxismo che verranno fatti nel corso della trattazione che segue hanno massima generalità, ovvero fanno riferimento a tutte le possibili interpretazioni dell’opera di Marx che sono state fornite in ambito economico. Più in generale, la trattazione avrà ad oggetto la sostanziale espulsione dalla didattica e dalla ricerca di tutte le teorie economiche che possono definirsi “critiche”, ovvero di tutte le teorie economiche che concepiscono i sistemi economici come basati su relazioni di potere e conflitto e come intrinsecamente propensi a generare endogenamente instabilità e crisi.

2) L’attenzione verrà posta esclusivamente sulla teoria economica di Marx, sebbene sia ovvio che è ben difficile “isolare” l’analisi economica marxiana dall’impianto filosofico nella quale è collocata.

L’ipotesi interpretativa che viene avanzata fa riferimento alla convinzione secondo la quale non è possibile comprendere questo fenomeno se non si comprende il processo di ristrutturazione del capitalismo italiano nella crisi. In particolare, verrà argomentato che:

1) la lunga recessione in corso ha accentuato la fragilità del tessuto produttivo italiano, collocandolo sempre più in una specializzazione produttiva in settori maturi;

2) in questo contesto, le imprese italiane hanno significativamente ridotto la domanda di lavoro qualificato e la domanda di ricerca di base e applicata;

3) i governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno assecondato questa dinamica depotenziando il sistema formativo e, al tempo stesso, mettendo in atto dispositivi di valutazione della ricerca che, di fatto, nell’area delle scienze sociali (e in Economia in particolare) provano a marginalizzare, se non del tutto ad annullare, la produzione di “pensiero critico”.

L’esposizione è organizzata come segue. Nel par. 2 si dà conto dei processi di ristrutturazione capitalistica in Italia a partire dallo scoppio della prima crisi (2007-2008). Nel par. 3 si discute intorno al nesso esistente fra tali processi, la demolizione dell’università pubblica di massa e il rafforzamento del dominio del paradigma dominante. Nel par. 4 si forniscono alcune considerazioni conclusive.

2. La ristrutturazione del capitalismo italiano e la nuova università di classe

È utile, in premessa, inquadrare i processi di ristrutturazione del capitalismo italiano nel contesto più generale dei nuovi rapporti di forza capitale-lavoro, prendendo atto che, almeno a partire dagli anni Ottanta, il ciclo politico ha visto radicalmente ribaltarsi i rapporti di forza a vantaggio del Capitale. Per quanto è possibile fornirne una stima esatta, l’andamento del saggio del profitto è stato sostanzialmente quello descritto in Fig. 1.

Figura 1: l’andamento del saggio di profitto nei principali Paesi OCSE2

Il ciclo di lotte operaie degli anni Settanta ha determinato una significativa flessione del saggio di profitto nella gran parte dei Paesi OCSE. Il Capitale ha reagito creando un esercito industriale di riserva di enormi proporzioni: strategia resa possibile dall’implosione dell’URSS e dalla conseguente c.d. globalizzazione, secondo uno schema definito di «lotta di classe dall’alto» (Gallino 2013) o di «attacco globale al lavoro» (Bellofiore 2013)3. Il principale strumento attraverso il quale si è realizzato questo disegno è la redistribuzione dell’onere fiscale a danno del lavoro dipendente, sia mediante la maggiore regressività dell’imposizione diretta, sia mediante la maggiore incidenza dell’imposizione indiretta (per sua natura, regressiva). È necessario specificare che il capitale al quale si fa qui riferimento non va inteso nell’accezione classica, essendo fondamentalmente capitale finanziario e rendita finanziaria. Ciò a ragione del fatto che i processi c.d. di finanziarizzazione si sono associati a incrementi significativi delle quote di profitto destinate a usi improduttivi (tipicamente la speculazione, ma anche la crescita dei consumi di lusso), definendo una condizione di riproduzione basata sul “divenire rendita del profitto”.

La lotta di classe “dall’alto” si è tradotta in una rilevante compressione della quota dei salari sul Pil4, un formidabile attacco ai diritti dei lavoratori, e, per quanto qui rileva, una riorganizzazione dei sistemi formativi pienamente funzionale alle nuove forme di regolazione capitalistica. E ha dato luogo anche a una ridefinizione della divisione internazionale del lavoro, che ovviamente ha riguardato anche l’Italia.

La struttura produttiva italiana è composta in larga parte da imprese di piccole dimensioni con scarsa propensione all’innovazione, collocate in settori produttivi “maturi” – agroalimentare, turismo e Made in Italy – con un comparto dei macchinari che tende a diventare sempre più marginale (ISTAT 2013; 2014). Una configurazione che il capitalismo italiano ha assunto almeno dal dopoguerra (Graziani 1989; 2000) ma, al tempo stesso, una configurazione che si è profondamente trasformata negli ultimi anni. Ciò che è accaduto, e che rileva per le argomentazioni qui presentate, è un significativo processo di deindustrializzazione (Gallino 2003) che ha riguardato l’intera economia italiana e ancor più il Mezzogiorno. È opportuno osservare che i processi di deindustrializzazione sono in corso nella gran parte dei Paesi OCSE e che, in quei Paesi, sono fondamentalmente associati a processi di finanziarizzazione (Salento e Masino 2013). L’Italia è, fra questi (e ancor più nel confronto con i Paesi anglosassoni), il Paese nel quale questi ultimi si sono manifestati con la minore intensità.

A partire dagli anni Novanta, l’economia italiana ha sperimentato una continua riduzione del tasso di crescita della produttività del lavoro e, data l’ampiezza del periodo considerato, il fenomeno può considerarsi strutturale e derivante da una dinamica di lungo periodo che ha generato la progressiva desertificazione industriale dell’economia italiana; tale dinamica si è prodotta ben prima della crisi e la crisi (e le politiche economiche messe in atto – le c.d. politiche di austerità) ha contribuito ad amplificare. Con una precisazione. Le politiche di austerità, sotto forma di compressione della spesa pubblica e aumento dell’imposizione fiscale (gravante soprattutto sulle famiglie con basso reddito) sono attuate in Italia almeno dall’inizio degli anni Novanta e, in tal senso, per necessità logica non sono attribuibili, come vuole una diffusa vulgata, all’esistenza di una moneta comune in Europa. E ancora: se è vero che le politiche di austerità hanno contribuito ad accelerare la recessione, peraltro determinando un aumento del rapporto debito pubblico/Pil, è anche vero che, dati gli attuali rapporti di forza, potrebbe non essere desiderabile un aumento del debito dal momento che si tradurrebbe in maggiore tassazione prevalentemente sul lavoro dipendente (cfr. Forges Davanzati e Patalano 2016).

Ciò che in sostanza sembra delinearsi nello scenario italiano è che l’Italia è destinata a diventare sempre più un Paese di attrazione turistica (tipicamente nel Mezzogiorno), con pochi poli industriali localizzati nel Nord del Paese e un’ampia platea di piccole imprese collocate in settori a bassa intensità tecnologica. Non a caso, il sottofinanziamento delle università ha raggiunto livelli tali da far prefigurare a SVIMEZ la chiusura totale delle sedi meridionali (non di singoli corsi di studio) nei prossimi venti anni e un drastico ridimensionamento dell’intero sistema universitario pubblico nazionale5. Uno scenario simile è contemplato nel rapporto della Fondazione RES 2015 (Viesti 2015).

Il settore della formazione nel suo complesso (scuola e università) è stato il settore al quale i governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno somministrato le dosi più massicce di austerità, assecondando la riduzione della domanda di lavoro qualificato e di ricerca di base e applicata espressa dalle nostre imprese.

Abbiamo effettivamente troppi laureati, non già nel confronto internazionale (ne avevamo e ne abbiamo notevolmente meno), ma troppi rispetto alle esigenze di un tessuto produttivo che, anche per la caduta della domanda interna conseguente allo scoppio della crisi e dell’avvio delle politiche di austerità, accentuava le sue criticità: piccole dimensioni aziendali e scarsa propensione all’innovazione. Dunque, bassa (e declinante) domanda di lavoro qualificato e di ricerca di base e applicata. Dunque, compressione della spesa per istruzione e ricerca. Nella totale assenza di politiche industriali finalizzate alla crescita dimensionale delle nostre imprese e all’attivazione di flussi di innovazione.

Se dunque le politiche formative mirano a dequalificare la forza lavoro per accentuare la moderazione salariale già in atto, occorre chiedersi se ciò sia una strategia efficace ai fini della fuoriuscita dalla recessione. La risposta è no, per due fondamentali ragioni.

La moderazione salariale riduce i consumi e ha effetti di segno negativo sui profitti delle imprese che operano sul mercato interno. In più, la riduzione dei salari e dei consumi disincentiva gli investimenti generando, contestualmente, una caduta della domanda aggregata e del tasso di crescita della produttività del lavoro. Per quanto attiene al commercio estero, nel caso italiano, come mostrato peraltro dall’evidenza empirica, la moderazione salariale non contribuisce a migliorare il saldo delle partite correnti. Ciò fondamentalmente a ragione del fatto che, data la specializzazione produttiva dell’economia italiana (agroalimentare e Made in Italy, con un comparto dei macchinari sempre più esiguo – v. sopra) e le piccole dimensioni medie aziendali (cfr. Graziani, 1989), i fattori che contano ai fini della crescita delle esportazioni non attengono alla competitività di prezzo, almeno se si esclude il comparto dei macchinari: le imprese italiane esportano puntando sulla qualità dei prodotti e, nel caso del beni di lusso, semmai su prezzi elevati, dal momento che, per l’operare del c.d.effetto Veblen, un bene di lusso viene acquistato in quantità maggiori se il suo prezzo è elevato.

Vale sempre più, nel caso italiano, il c.d. paradosso di Kaldor, per il quale la competitività di prezzo è sostanzialmente irrilevante per l’aumento delle esportazioni. In più, e soprattutto per quanto attiene ai beni di lusso, le nostre esportazioni dipendono essenzialmente dalla dinamica della distribuzione del reddito su scala globale: tanto più essa è diseguale, tanto maggiore è la domanda di beni di lusso rivolta alle imprese italiane.

D’altra parte, come rilevato in particolare da Graziani (1989), in considerazione del fatto che l’economia italiana è dualistica, misure di incentivazione delle esportazioni (p.e. le svalutazioni competitive pre-euro) non hanno altro esito se non accentuare le divergenze regionali. E vi è da aggiungere che il tasso di cambio, in linea generale e ancor più nel caso italiano, risente profondamente dei movimenti speculativi di capitale, così che la sua svalutazione potrebbe non avere alcun effetto sulla bilancia dei pagamenti e potrebbe semmai avere effetti di segno negativo sulla propensione – già bassa – delle nostre imprese a innovare (Bellofiore et al. 2015). È questo lo scenario all’interno del quale occorre inquadrare il progetto di distruzione dell’università pubblica di massa e il consolidamento del mainstream in Economia.

3. Cosa è il mainstream in Economia

L’Economia è una disciplina che orienta le decisioni politiche e che, per questo tramite, influisce in modo significativo sulle nostre condizioni di vita e di lavoro. Chiedersi di cosa si occupano gli economisti, e come viene raccontata l’Economia, non è dunque una domanda oziosa.

Un utile punto di partenza per fornire risposta a questa domanda è dato dalla considerazione in base alla quale gli scienziati (e gli economisti fra questi) più che cercare la Verità, ambiscono a persuadere i loro colleghi, i responsabili politici e l’opinione pubblica della verità delle conclusioni delle loro ricerche, al fine di ottenere reputazione. E possono ottenerla per due canali non necessariamente alternativi: diventando “consiglieri del Principe” e/o cercando di ottenere il massimo numero di citazioni dei propri articoli. Con ogni evidenza, ciò avviene all’interno di specifici dispositivi di finanziamento e valutazione della ricerca scientifica, giacché, da un lato, il “Principe” ha sue idee politiche che necessitano di essere legittimate dalla ricerca stessa e, dall’altro, i dispositivi di finanziamento e valutazione non sono affatto neutrali rispetto ai contenuti delle pubblicazioni scientifiche.

Si determina, particolarmente (ma non solo) nel caso italiano, un processo di progressivo consolidamento del pensiero unico, di matrice neo-liberista, sulla cui base viene orientata la comunicazione. Passano, così, come verità inoppugnabili, che diventano veri luoghi comuni, tesi assolutamente discutibili o in molti casi palesemente false. Fra questi: «in tempo di crisi occorre fare sacrifici» (messaggio che contiene implicitamente la falsa equiparazione del debito pubblico con il debito privato); «in Italia la spesa pubblica è eccessiva» (essendo, invece, su fonti ufficiali, in linea con la media europea); «abbiamo troppi dipendenti pubblici» (avendone, per contro, su fonti ufficiali, meno della media europea) «abbiamo troppi laureati» (avendone, invece, molto meno della media europea). Si tratta di messaggi che, soprattutto se trasmessi da economisti considerati autorevoli, a maggior ragione se sono professori universitari che lavorano in sedi considerate prestigiose, vengono recepiti come veri – giacché derivanti da tecnici depositari di un sapere scientifico non accessibile ai non addetti ai lavori – e vengono utilizzati per legittimare interventi di politica economica che non possono che essere considerati gli unici possibili. In molti casi, questi messaggi anticipano misure di politica economica, avendo la funzione di creare consenso nell’opinione pubblica sulla assoluta necessità di una “riforma”.

Un caso paradigmatico, a riguardo, è rappresentato dalla campagna mediatica che ha preceduto, per molti anni, l’approvazione della c.d. Legge Gelmini e che si è costruita intorno al messaggio secondo il quale i professori universitari italiani sono nullafacenti, baroni, nepotisti: tesi parzialmente falsa e comunque tutta da dimostrare. Occorreva dunque, per così dire, disciplinarli, sottraendo loro risorse e sottoponendoli a valutazione. Una valutazione che, come si è poi constatato, è intrinsecamente ideologica, almeno nel campo delle scienze sociali, e rafforza la visione dominante. La tecnica argomentativa utilizzata in questi casi consiste nella generalizzazione di singoli episodi. Nel caso dell’università, si fa riferimento a un concorso “truccato” in una data sede e, a partire da questo, si stabilisce che tutti i concorsi in università sono truccati. Casi analoghi riguardano i c.d. fannulloni nella pubblica amministrazione: la generalizzazione di singoli episodi prepara l’attacco al pubblico impiego.

Il meccanismo ha natura cumulativa, secondo una sequenza così ordinabile. La valutazione della ricerca in Economia premia di fatto economisti che pubblicano su riviste mainstream; ottengono, in tal modo, reputazione e finanziamenti; le loro sedi possono reclutare giovani ricercatori, ovviamente allineati al pensiero dominante, più di quanto possano fare sedi universitarie nelle quali lavorano economisti non allineati. Il mainstream diventa sempre più tale e, attraverso la reputazione e le reti relazionali che con questa si costruiscono, alcuni fra loro diventano i più ascoltati opinionisti e consiglieri del “Principe”. Nel caso italiano, è stato calcolato che i quotidiani più diffusi (“La Stampa”, “La Repubblica”, “Il Sole 24 ore”, “Il Corriere della Sera”) ospitano quasi esclusivamente articoli di economia scritti da docenti che lavorano in università private (Bocconi e Luiss), o di università pubbliche con la condizione che l’orientamento teorico di chi scrive sia chiaramente liberista, e che sono spesso coautori di articoli scientifici6. Si accentua, in tal modo, il monopolio dell’informazione economica. Tommaso Padoa Schioppa, ebbe a dire, a riguardo: «Vi raccomando le pagine economiche. Più ancora che sulla politica, è sull’economia che potete fare la differenza: in genere le pagine economiche dei giornali italiani sono spazi pubblicitari per le banche e le grandi aziende, spesso ben pagati. Voi dovete raccontare quello che gli altri non possono o non vogliono raccontare, e vi garantisco che è una prateria sterminata»7.

Non è irrilevante considerare l’aspetto generazionale. Gli economisti oggi più influenti in Italia si collocano in una fascia d’età compresa fra i cinquanta e i sessant’anni, salvo alcune eccezioni. Si tratta di una generazione che si è formata nella metà degli anni Ottanta, proprio quando l’Accademia italiana ha cominciato a importare teorie economiche elaborate negli Stati Uniti, a seguito della c.d. rivoluzione monetarista e al conseguente ingresso nelle università italiane di teorie economiche di ispirazione liberista.

Il periodo storico attuale non è un periodo particolarmente fecondo di nuove idee: è quello che Alessandro Roncaglia, nel suo testo La ricchezza delle idee (Roncaglia 2013), ha definito «l’età della disgregazione». La ricerca in Economia, non solo in Italia, è sempre più frammentata e specialistica, e soprattutto sempre più “autistica”: gli economisti tendono a dialogare esclusivamente fra loro, spesso coprendo di sofisticati tecnicismi o montagne di matematica pure banalità, tautologie o, nella migliore delle ipotesi, teorie che non “spiegano” nulla, né hanno l’ambizione di farlo8. Continua, e si accentua, perciò, l’egemonia del mainstream neoclassico-liberista – termine diffusamente usato, sebbene ambiguo –, che tende sempre più a marginalizzare la tradizione di studi marxisti (ma anche neo-ricardiani, istituzionalisti, postkeynesiani) che sono stati prodotti dai maggiori economisti italiani nella seconda metà del Novecento: una tradizione di ricerca che ha portato all’affermazione di teorie elaborate in università italiane nel resto del mondo, mentre da un po’ di anni l’Italia è importatore netto di teorie economiche.

Il rigetto di qualunque connotazione politica nel discorso economico viene perseguito fondamentalmente attraverso il combinato di diverse strategie sul piano teorico: in primo luogo, il c.d. imperialismo dell’economia. È un dato di fatto che un numero consistente e crescente di economisti si occupa di temi che non attengono propriamente a ciò che si sarebbe indotti a considerare temi economici: ne costituiscono esempi l’economia della famiglia, l’economia della religione, l’economia della bellezza, l’economia dello sport, la teoria economica del tempo libero. Si tratta, evidentemente, di studi che applicano il criterio della razionalità strumentale a qualunque scelta possibile, a volte giungendo a risultati talmente improbabili da meritare il c.d. IGnobel in Economia o da essere destinati alle Humor Sessions dell’American Economic Association. E già il fatto che esistano Humor Sessions nell’ambito dei convegni della più grande associazione scientifica di settore la dice lunga sullo stato della disciplina.

In secondo luogo, si producono ricerche puramente empiriche che certificano correlazioni senza causazioni, o correlazioni spurie: si verifica, cioè, che il fenomeno X è statisticamente correlato al fenomeno Y, ma che X non “causa” Y, dal momento che il fenomeno che si intende spiegare dipende da altre variabili e, dunque, la correlazione fra X e Y è del tutto casuale. È come rilevare che al crescere del numero di cicogne cresce il numero di neonati. In più, in questi esercizi spesso le variabili considerate non attengono alla sfera tradizionale dell’indagine economica. Un esempio estremo, che ha fatto molto discutere nella comunità scientifica internazionale, riguarda un articolo che affronta il fondamentale problema se la lunghezza del pene influenzi la crescita economica9. L’autore rileva che la correlazione esiste: Paesi nei quali la lunghezza del pene è maggiore tendono ad avere più alti tassi di crescita, e prova a motivarla con l’effetto che il testosterone avrebbe sulla propensione al rischio e, quindi, sulla dinamica degli investimenti. L’autore chiarisce che questo effetto potrebbe anche verificarsi per l’elevata autostima che deriva dall’avere un pene lungo e che un “eccesso” di lunghezza del pene potrebbe generare eccessiva assunzione di rischio.

Si tratta di una variante di un certo interesse dell’Economia e del suo imperialismo, dal momento che riflette un’ulteriore tendenza tipica di questo approccio e che si potrebbe definire di misurazione senza teoria. Due caratteristiche accomunano i due approcci: i) l’espulsione di qualunque elemento politico dal discorso economico; ii) la sostanziale irrilevanza dell’oggetto di studio, se si considera rilevante un’analisi che prenda ad esame variabili propriamente economiche10 .

Il mainstream, la visione egemone, è perciò oggi questo: una galassia di teorie che non sempre e non necessariamente portano a prescrizioni di politica economica di segno liberista, e che spesso si traducono in esercizi autoreferenziali o bizzarri o concepiti nel quadro di una visione cumulativa della conoscenza, associata alla convinzione che l’Economia sia una scienza, nell’accezione della Fisica Teorica e di laboratorio11 .

Se sono queste le teorie dominanti, che vengono poste alla base dei modelli econometrici utilizzati a fini previsionali, non desta sorpresa il fatto che, nel caso italiano (e non solo), l’errore di previsione sul tasso di crescita negli ultimi sette anni è stato di circa 7 punti percentuali: le previsioni sono state sistematicamente sovrastimate. Si osservi che gli errori di previsione non riguardano scarti irrisori, ma spesso riguardano previsioni di crescita che, a posteriori, si rivelano recessioni. Ovvero riguardano errori di segno (valori positivi del tasso di crescita prevista che si rivelano ex-post valori negativi).

Si è qui di fronte alla c.d. “domanda della Regina”: perché gli economisti, salvo rare eccezioni, non hanno previsto la crisi? La si chiama “domanda della Regina” perché fu la domanda che Elisabetta rivolse agli economisti della London School of Economics in occasione della sua visita a quella prestigiosa Istituzione nel novembre 2008, ricevendo risposte così insoddisfacenti da essere indotta a commentare con ironia che probabilmente c’era stata «un po’ di trascuratezza». E in effetti trascuratezza vi è stata, se si considera che la questione delle crisi economiche, nel paradigma di orientamento neo-liberista oggi dominante in Economia, è al margine del dibattito. In più, la visione dominante si fonda sulla convinzione che un’economia di mercato deregolamentata tende spontaneamente a produrre pieno impiego e, dunque, le crisi economiche possono derivare esclusivamente da interventi esterni, in particolare da politiche fiscali o monetarie sbagliate e più in generale, dall’intervento dello Stato.

A ben vedere, in realtà, gli errori derivano semplicemente dal fatto che i modelli usati per le previsioni sono sbagliati e, in aggiunta, dal fatto che la previsione in Economia non è come la previsione nelle scienze cosiddette esatte. La risposta ottenuta da Elisabetta rinvia però alla circostanza sinora insormontabile per cui i modelli previsionali sono basati su un paradigma teorico che, per quanto si basi su ipotesi del tutto irrealistiche e per quanto non riesca a generare previsioni affidabili, dimostra un’eccezionale capacità di resistenza alle critiche.

Occorre anche considerare il fatto che la sistematica incapacità di generare previsioni attendibili nuoce gravemente alla reputazione degli economisti (di tutti, dal momento che è ben difficile immaginare che i non addetti ai lavori distinguano tra le “scuole di pensiero”), perché crea il sospetto che vi sia un condizionamento politico che spinge i ricercatori a sovrastimare il tasso di crescita previsto con l’obiettivo di accrescere il consenso per il Governo di volta in volta in carica. Dunque, crea il sospetto che la ricerca, in Economia, non sia libera e risponda semmai a una domanda politica di legittimazione scientifica dell’ordine sociale esistente. Paradossalmente, si tratta di un sospetto ben fondato, per quanto detto prima, ma da riferirsi esclusivamente a una specifica tipologia di economista: colui/colei che elabora questi modelli.

Se la questione si pone in questi termini, la domanda della Regina va così riformulata: perché gli economisti non utilizzano modelli diversi da quelli fin qui utilizzati per effettuare previsioni? Ovvero, perché non abbandonano teorie che si sono rivelate e si rivelano così manifestamente incapaci di prevedere? Una possibile risposta consiste nel considerare che la straordinaria capacità di resistenza del mainstream, e ancor più la sua capacità di rafforzarsi proprio nella fase nella quale si dimostrano palesemente i suoi fallimenti teorici, prescrittivi e previsionali, discende in parte proprio dal suo fallimento (quanto più è in difficoltà, tanto più si organizza per difendersi), in parte dalla difficoltà – da parte degli economisti non allineati – di proporre uncorpus unitario alternativo. Non per dire che ciò sia desiderabile (la pluralità va salvaguardata anche nell’eterodossia), ma per stabilire che, nella competizione fra “paradigmi”, l’assenza – sull’altra sponda – di una teoria diffusamente condivisa è oggettivamente penalizzante ai fini dell’acquisizione di egemonia. Si consideri, a riguardo, la pluralità di visioni/interpretazioni del marxismo contemporaneo: il marxismo analitico, basato sull’individualismo metodologico, è in radicale contrapposizione con il marxismo c.d. ortodosso (che rifiuta l’individualismo metodologico e che recepisce da Marx soprattutto la teoria della caduta tendenziale del saggio del profitto), mentre quest’ultimo è in radicale contrapposizione con il marxismo c.d. circuitista (per il quale Marx va riletto a partire dal ciclo del capitale monetario), fino ad arrivare alle infinite dispute sulla validità della teoria marxiana del valore.

Vi è di più. Il fatto che il mainstream tenda a diventare sempre più tale è anche favorito, nel caso italiano, dalle nuove modalità di reclutamento e di avanzamento di carriera nelle università derivante dalla c.d. Legge Gelmini. L’accesso alla carriera universitaria è, oggi, in Italia, non solo estremamente difficile (per non dire quasi impossibile) ma anche sempre più legata a lunghi periodi di precariato. Ciò per questa ragione: la riforma Gelmini ha sostituito al ruolo del ricercatore a tempo indeterminato (ruolo che va ad esaurimento) quello del ricercatore a tempo determinato. Al tempo stesso, si sono ridotti in modo massiccio i finanziamenti alle università e si è legata la possibilità di reclutamento alla disponibilità di “punti organico” (facoltà assunzionali). In queste circostanze, si disincentiva l’assunzione di giovani ricercatori dal momento che questa costerebbe più dell’avanzamento di carriera dei ricercatori a tempo indeterminato12. In un contesto di continua riduzione di fondi, si può comprendere che, anche in presenza di giovani molto preparati, si tenda a preferire, risparmiando, l’uso di risorse umane già disponibili.

Ma chi viene reclutato e come avvengono gli avanzamenti di carriera (da ricercatore a professore)? Qui entrano prepotentemente in gioco i criteri di valutazione prodotti dall’Agenzia Nazionale di Valutazione della Ricerca (ANVUR). L’ANVUR – il cui costo di funzionamento è stimato a circa 10 milioni l’anno – stabilisce un elenco di riviste sulle quali i ricercatori sono chiamati a pubblicare, definendole di classe A13 sulla base di tecniche e metodologie alquanto discutibili. Fra queste, si può considerare il fatto che ANVUR considera “eccellente” un ricercatore che pubblichi su riviste con elevata “reputazione”, del tutto indipendentemente dalla rilevanza dei contenuti della ricerca. La “reputazione” di una rivista è certificata dal suo “fattore di impatto” (impact factor), e la sua certificazione è effettuata sulla base di criteri individuati dall’istituto Thomas Reuters, azienda privata anglocanadese. In altri termini, in Italia si valuta il contenitore (la rivista), non il contenuto, e il contenitore è buono se lo considera tale una delle più grandi imprese private su scala mondiale che opera nel settore dell’editoria.

Va peraltro ricordato che l’impact factor è stato pensato come strumento per selezionare l’acquisto di riviste da parte delle biblioteche universitarie, e, anche sul piano strettamente tecnico, da più parti se ne sconsiglia l’uso ai fini della valutazione della ricerca scientifica: è recente la denuncia dell’Accademia dei Lincei contro l’uso di indicatori bibliometrici per la valutazione della ricerca, soprattutto nelle scienze umane e sociali (per approfondimenti rinvio a www.roars.it). E va anche ricordato che negli Stati Uniti – le cui università sono comunemente ritenute estremamente sensibili alla “cultura della valutazione” – l’impact factor non è quasi mai considerato un indicatore attendibile per valutare la qualità della produzione scientifica. In Italia, i (pochi) reclutamenti nelle università italiane e i (pochi) avanzamenti di carriera dei docenti universitari avvengono prevalentemente sulla base della qualità della ricerca scientifica dei candidati, come certificata dalla lista delle riviste elaborata da ANVUR sulla base del loro impact factor. Il che genera un meccanismo potenzialmente vizioso. La gran parte delle riviste considerate eccellenti tende infatti a pubblicare articoli il cui contenuto è in linea con la visione dominante.

Ciò induce attitudini conformiste, soprattutto da parte delle giovani generazioni, impedendo di fatto la produzione di ricerche realmente innovative. E poiché l’attività didattica non è mai disgiunta dall’attività di ricerca, i contenuti dell’insegnamento tendono a diventare sempre più conformi alla visione dominante, rendendo gli studenti sempre meno informati su teorie alternative a quelle dominanti (cfr. Forges Davanzati 2015)14 . Come scrive Gnesutta (2014, p. 211): «Il rovesciamento è totale. Si sedimenta nella società una visione del processo economico come meccanismo fatale: il futuro è già scritto nelle cose e non vi è nessuna possibilità di intervenire per un suo reale, diverso orientamento». È, in altri termini, il definitivo compiersi del «there is no alternative» (TINA) di Margaret Thatcher. È cioè il definitivo compiersi di questo disegno, dal momento che il tentativo di marginalizzare il “pensiero critico” in Economia risale (almeno) ai lavori di quel CIVR – antecedente dell’ANVUR – in seno al quale Guido Tabellini invitò a suo tempo a utilizzare gli indicatori bibliotemetrici per la valutazione della ricerca in Economia al fine di evitare meccanismi di protezione di «specie in via di estinzione» (Tabellini 2006).

L’accelerazione dei processi di valutazione, almeno per quanto riguarda le discipline economiche, asseconda ovviamente questa dinamica. La valutazione della ricerca in Italia è perciò strutturata sin dall’inizio in modo da favorire l’omologazione e il conformismo.

L’omologazione alle teorie economiche dominanti, del resto, è già avvenuta in altri Paesi e soprattutto nel mondo anglosassone e negli Stati Uniti in particolare. Si tratta, come è noto, di Paesi nei quali le università sono prevalentemente private e “producono” teorie economiche pienamente funzionali agli interessi delle classi dominanti. Si tratta anche di università molto elitarie, con tasse di iscrizione estremamente alte, i cui laureati costituiscono ipso facto le “classi dirigenti”. Lì, dunque, la realizzazione di un’università di classe è in larga misura un processo già compiuto. Diversamente dal caso italiano, dove invece, soprattutto a seguito dei movimenti di contestazione e del ciclo di lotte operaie degli anni Settanta, l’università è diventata di massa.

Per chiarire i termini della questione e dar conto della valenza propriamente politica dei meccanismi di valutazione della ricerca in Italia è sufficiente ricordare le dichiarazioni rilasciate all’epoca dal Ministro Gelmini, per la quale la riforma che porta il suo nome decretava non a caso la fine del ‘68. È l’esplicitazione di un disegno ormai palese: rendere anche le università italiane delle università di classe, così da formare una classe dirigente allineata esclusivamente agli interessi della nostra imprenditoria. Per farlo, occorre preliminarmente decretare la fine del pensiero critico, soprattutto nelle discipline economiche, e successivamente passare a una riorganizzazione dell’assetto formativo che porti alcuni poli di ricerca ad essere certificati come “di eccellenza”: i soli poli che, a regime, potranno definirsi università. E che saranno localizzati in aree del Nord del Paese, come si può indurre da quanto sta già oggi accadendo alle università meridionali.

È sufficiente un dato per fotografare la situazione: il 25,7% del totale della “quota premiale” (la quota del finanziamento ordinario quantificata sulla base della produttività degli Atenei), nel 2013, è andato agli atenei meridionali contro il 36,8% delle università settentrionali. Come registrato dalla SVIMEZ (Rapporto Svimez 2014), al sistema universitario meridionale sono così stati sottratti 160 milioni di euro dal 2011. Ciò fondamentalmente a ragione del numero eccessivo di studenti fuori corso e di laureati disoccupati.

Si tratta di un dispositivo che non considera che non dovrebbe essere compito dell’università modificare il contesto socio-economico nel quale opera. Ma c’è di più. La non uniformità territoriale dei tagli alla ricerca, infatti, è anche attestata dai provvedimenti di redistribuzione dei punti organico attribuite alle sedi universitarie15. Si tratta di provvedimenti che attivano un meccanismo perverso: per non chiudere corsi di studio, gli atenei sono obbligati ad accelerare il turnover. Per accelerare il turnover devono aumentare le tasse. L’aumento delle tasse disincentiva però le immatricolazioni e determina un incremento relativo degli studenti provenienti da famiglie con redditi elevati. Ma, soprattutto, l’aumento delle tasse contribuisce ad accentuare l’immobilità sociale, rendendo l’università sempre più elitaria, in palese contraddizione con gli obiettivi (dichiarati) “meritocratici” che hanno ispirato la riforma.

4. Considerazioni conclusive

In questo saggio si è proposta una chiave di lettura delle cause del processo di demolizione in atto dell’università pubblica di massa in Italia, a partire da considerazioni di carattere più generale relative ai processi di ristrutturazione del capitalismo italiano nella crisi. In particolare, si è rilevato che il tessuto produttivo dell’economia italiana è sempre più composto da imprese di piccole dimensioni, poco innovative e collocate in settori produttivi maturi. Si è argomentato che le politiche di sottofinanziamento del sistema universitario di fatto assecondano questo modello di sviluppo, nel quale le nostre imprese non domandano forza-lavoro altamente qualificata né ricerca di base e applicata. Queste scelte appaiono pienamente legittimate dalla visione dominante nella teoria economica oggi che rafforza la sua egemonia e rende sostanzialmente impossibile la produzione di pensiero critico. In questo scenario, non sorprende la drammatica marginalizzazione del marxismo, e più in generale del “pensiero critico”, nella didattica e nella ricerca in Università.

Note

1 https://sites.google.com/site/micdimaio/surveyofitalianeconomists.

2 Per un approfondimento si rinvia a KOTZ 2009.

3 V. anche BELLOFIORE 2011.

4 Non a caso, la curva di Phillips su scala globale è ormai pressoché piatta, segnalando il fatto che il potere contrattuale dei lavoratori è sostanzialmente nullo (e il venir meno dell’effetto marxiano per il quale al ridursi dell’esercito industriale di riserva segue un aumento dei salari).

5 Per una sintesi si veda SVIMEZ 2010–2014.

6 Si rinvia a SYLOS LABINI 2012.

7 TRAVAGLIO 2010.

8 Si veda la denuncia dello scarso collegamento fra elaborazione teorica e fatti economici in COASE 2012.

9 Si veda WESTLING 2011.

10 Come rileva PIKETTY 2014, p. 811, è elevato «il grado di malafede raggiunto dalle élite economiche e finanziarie per difendere i loro interessi e, in qualche caso, dagli economisti stessi: quegli accademici che occupano oggi un posto invidiabile nella gerarchia americana dei redditi, e che tendono a loro volta, spesso con modi sprezzanti, a difendere il proprio interesse privato, schernendosi dietro un’improbabile difesa dell’interesse generale». PIKETTY 2014, p. 924, osserva che la gran parte della ricerca in Economia consiste in un «uso smodato dei modelli matematici, i quali si risolvono spesso in un pretesto per farsi spazio e dissimulare la vacuità del ragionamento» e che spesso i problemi trattati sono di «interesse limitato». Walter Riolfi, sul Sole 24 ore, scrive: «Troppo spesso il lavoro degli economisti, oltre a peccare di astrattismo, si piega agli interessi politici più di quanto quello di certi meteorologi inclini al sensazionalismo» (RIOLFI 2015).

11 Laddove, peraltro, neppure la Fisica Teorica può definirsi scienza esatta ed equiparare la scienza economica ad una scienza esatta alimenta nuove forme di sciamanesimo economico (cfr. SYLOS LABINI 2016).

12 Sulla questione del sottofinanziamento delle Università italiane, si rinvia, in particolare SINOPOLI 2015.

13 Si veda http://www.anvur.org/attachments/article/254/RIVISTE_% 20CLASSE_A_AREA13_R.pdf.

14 Come hanno osservato, in particolare, Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova, la valutazione della ricerca, basata sulla «cultura della valutazione» (ovvero quella fatta propria dall’ANVUR), inevitabilmente genera omologazione, dal momento che non riconosce l’esistenza di una pluralità di «paradigmi» teorici in conflitto fra loro (BELLOFIORE E VERTOVA 2012).

15 Come è stato ripetutamente messo in evidenza, si tratta non solo di un provvedimento che oggettivamente penalizza le sedi meridionali ma che costituisce un’ulteriore conferma dello iato esistente fra obiettivi dichiarati e risultati ottenuti. Si tratta, infatti, di un provvedimento palesemente iniquo e non meritocratico. È iniquo dal momento che l’operazione di redistribuzione dei punti organico è stata effettuata sulla base di un indicatore che fa esclusivo riferimento a variabili relative alla condizione finanziaria dei singoli atenei e che, dunque, non tiene conto delle variabili di contesto: tasso di disoccupazione, reddito pro-capite. In particolare, risultano premiate le sedi che ottengono maggiori contribuzioni studentesche e penalizzate le sedi (soprattutto meridionali) nelle quali è maggiore l’incidenza di esoneri, parziali o totali, del pagamento delle tasse. È un provvedimento non meritocratico, dal momento che l’indicatore utilizzato per la ripartizione dei punti organico prescinde dalla quantità e dalla qualità della produzione scientifica.


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Fonte