Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/07/2026

Il pilota automatico nelle prossime elezioni presidenziali francesi

In un intervento pubblicato su Le Monde quattro importanti economisti francesi mettono il dito nella piaga dei conti pubblici d’Oltralpe, affermando che stabilizzare in maniera durevole il debito presupporrebbe “un aggiustamento di 125 miliardi alla fine del prossimo quinquennio”, ossia l’equivalente del doppio del budget dell’educazione nazionale, per avere un termine di paragone.

Il  quinquennato è del resto l’arco temporale della presidenza della Repubblica, le cui le elezioni si terranno il prossimo anno (primo turno il 18 aprile e ballottaggio il 2 maggio), segnando la fine dei due mandati di Macron.

L’elezione diretta del Presidente è un architrave della V Repubblica, avviata da de Gaulle nel 1958 con un colpo di mano costituzionale in piena Guerra d’Algeria; dal 2002 si svolge ogni 5 anni, invece di sette.

Di fatto, in particolare sotto Macron, il Presidente è contemporaneamente Capo dello Stato e un premier “informale”, che attua il suo programma attraverso dei capi dell’esecutivo di sua scelta, usati come “fusibili” di fronte all’opinione pubblica nei momenti di crollo del consenso, sia davanti  a poderosi movimenti sociali che di fronte alla sfiducia del Parlamento.

Questi poteri gli sono stati conferiti più per la consuetudine politica che si è instaurata – con il beneplacito della UE – ma non farebbero parte delle sue prerogative costituzionali, mentre il “rischio di ingovernabilità” è sempre dietro l’angolo se un esecutivo, come in questo caso, non gode di una solida maggioranza parlamentare.

Come afferma Armel Le Divellec, professore di diritto pubblico, in un dibatto su cosa bisognerà attendersi dalle presidenziali, ospitato da Le Monde: “Certo, può nominare un governo, ma questo resta politicamente responsabile di fronte ai deputati, che possono rovesciarlo, come hanno sperimentato, Michel Barnier e François Bayrou, a qualche mese di distanza”, (rispettivamente nel dicembre 2024 e nel settembre 2025).

Teoricamente, l’attuale composizione parlamentare – se il prossimo presidente della Repubblica non indirà elezioni – potrebbe durare fino all’estate del 2029, ma è un’ipotesi piuttosto improbabile.

Il nuovo presidente o la prima presidente donna sarà praticamente costretto/a ad indire nuove elezioni politiche con tutti i rischi del caso, così come fece Mitterand nel 1981 e nel 1988.

Come ha sperimentato sulla sua pelle Macron dal 2022 – ma i francesi molto più di lui – non è affatto detto che una maggioranza parlamentare coerente possa emergere dalle elezioni politiche, né che il governo abbia uno straccio di maggioranza parlamentare su cui appoggiarsi, dovendo perciò applicare di volta in volta ogni tattica per stare a galla, magari cooptando pezzi importanti di personale politico dei partiti “a vocazione governativa” con generose offerte di poltrone, come avvenuti con i gollisti.

Data la situazione – instabilità istituzionale permanente,  accresciuta polarizzazione politica, estrema frammentazione del quadro della rappresentanza – è chiaro che l’attuale blocco di potere e le oligarchie dell’Unione Europea, al di là di chi sceglieranno come candidato, hanno bisogno di sfruttare la “solidità” del regime presidenziale, preparando sin da subito il terreno per l’accettazione di una sorta di “pilota automatico”.

La loro necessità è infatti blindare a livello pluriennale le scelte strategiche della Francia con una sorta di “commissariamento preventivo”, auspicando che – prima alle presidenziali e poi alle politiche – i francesi e le francesi non esprimano un voto davvero di rottura con questo tipo di corso politico, in perfetta  continuità con la Macronie.

La Francia è una dei Paesi più inguaiati dell’Unione Europea, con un deficit pubblico superiore al 5% del PIL, con una crescita economica piuttosto modesta divenuta ormai cronica ed una accelerata propensione alla conversione bellica.

I quattro economisti intervenuti su Le Monde – N.Valla, X. Ragot, X. Jaravel e J.L. Tavernier – quando affrontano la questione delle spese pubbliche, allertano sul previsto incremento di quelle sanitarie dovute all’invecchiamento della popolazione e all’innovazione medica – con un preoccupante panorama di desertificazione sanitaria – così come quelle pensionistiche, oltre a quelle militari che seguono “una traiettoria ormai risoluta, decisa per la legge di programmazione”.

Escludono che si possa usare la “leva fiscale”, anche se è bene ricordare che il ripristino della patrimoniale  – eliminata dal “presidente dei ricchi” nel suo primo mandato – è stata una delle richieste della sinistra e dei movimenti politico-sociali che hanno caratterizzato l’Esagono, e che una imposizione fiscale progressiva sia uno dei principi basilari per una ridistribuzione più equa degli oneri fiscali e una maggiore capacità di spesa pubblica.

Prospettano quindi la risoluzione di una difficile equazione politico-economica che metta mano all’efficienza dei conti pubblici, “senza rimettere in causa gli obiettivi di solidarietà che fondano il nostro modello sociale”. Una menzogna pura e semplice.

Un modello sociale che Macron ha ridotto a “carta straccia” nonostante l’opposizione di una serie di poderosi movimenti sociali, soprattutto durante il suo primo mandato, partito dalla lotta alle privatizzazioni ferroviarie fino a quella contro l’innalzamento dell’età pensionistica, passando per i Gilets Jaunes.

Rinviare la soluzione del problema non sembra essere una decisione auspicabile: “posticipare gli aggiustamenti non li renderà meno dolorosi, ma semplicemente più brutali”.

Insomma il quartetto – composto tra l’altro dai direttori di due delle maggiori istituzioni francesi di analisi e strategia economica, nonché da un ex direttore dell’INSSE – è chiaro: una vera e propria mannaia dovrà abbattersi sui conti pubblici ed i francesi devono abituarsi alla catastrofe.

Ma non si tratta di una collaborazione occasionale per scrivere una propria opinione su un quotidiano. Questo quartetto era già stato selezionato dagli attuali ministri Lescure e Amiel – rispettivamente all’economia e alla spesa pubblica – per un rapporto indipendente lanciato a fine maggio per “chiarire le traiettorie di revisione delle finanze pubbliche”.

La loro previsione, particolarmente pessimista sui conti pubblici da qui al 2030, è quindi finalizzata ad indirizzare le scelte già di questo governo nell’affrontare il budget per il prossimo anno.

Insomma la “cura da cavallo” dovrebbe iniziare già quest’anno e guardare agli anni prossimi, per così dire blindando le scelte dei prossimi governi e, di fatto, dare un indirizzo ferreo al dibattito su questioni strategiche per la campagna elettorale, delegittimando qualsiasi altro orientamento che metta in discussione lo smantellamento di ciò che rimane dello Stato sociale, propugni una tassazione progressiva o auspichi uno sbocco politico diverso da una sostanziale riconversione bellica dell’apparato produttivo.

Stando ad un più limitato lasso di tempo, l’attuale governo Lecornu – che non gode di una maggioranza all’Assemblea nazionale – si riserva di adottare qualsiasi leva istituzionale per fare passare quella che sarà la prossima legge di bilancio, anche ricorrendo al famigerato articolo 49.3 che consente l’approvazione di una legge senza voto, ma con il rischio concreto di vedersi poi sfiduciati e costretti alle dimissioni.
L’attivazione del 49.3, infatti, rende più agevole la possibilità di richiedere una “mozione di sfiducia”.

L’intervento dei quattro economisti segue peraltro quello di Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, sempre su Le Monde.

Blanchard definisce “fallimentare” il processo budgetario, che accrescerebbe così il rischio di una crisi del debito.

Auspica una “riforma in profondità” che dovrebbe essere al centro delle proposte dei candidati alle elezioni presidenziali.

In maniera complementare ai suoi colleghi, Blanchard, propone sei principi ispiratori:

  1. un budget pluriennale che “blindi” la politica economica dell’esecutivo, che si doti di uno strumento per valutare i rischi prefigurando gli scenari e le ricadute immediate e future delle manovre effettuate;
  2.  e ne consenta eventuali rettifiche, ma non di nomina governativa;
  3.  un organismo “indipendente” che ne valuti l’efficacia, un sorta di conseil budgétaire, autonomo dall’esecutivo;
  4. la stabilizzazione pluriennale del debito al fine di ridurlo. Si noti che la cifra di questo aggiustamento pluriennale (120 miliardi), è praticamente identica a quella indicata dagli altri economisti.
  5. una certa duttilità nell’applicazione dei principi in periodi straordinari, presupponendo scelte che in parte mettono in discussione alcuni orientamenti già decisi. Si vede qui che il costante ritorno del “Cigno Nero”, al di là delle previsioni effettuate, avrà lasciato qualche segno anche nell’approccio degli analisti economici liberisti;
  6. una rimodulazione del rapporto tra investimenti pubblici e debito, separando chiaramente gli investimenti dalle altre spese (una riedizione del “debito buono” contro quello “cattivo”, di Mario Draghi).

Afferma il professore parigino, peraltro e membro del Peterson Institute for International Economics di Washington, che “la Francia non solo deve ridurre il proprio deficit, ma anche investire massicciamente, dalla difesa alla lotta contro il cambiamento climatico”.

Per l’ex capo-economista del FMI (dal 2008 al 2015), non c’è bisogno di stravolgimenti costituzionali ma della revisione della legge organica relativa alle leggi finanziarie. Un’ipotesi che l’attuale esecutivo ha scartato per quest’anno, ma che è chiaramente al centro del dibattito sugli strumenti di gestione economica della spesa pubblica, che forse – aggiungiamo noi, con un pizzico di malizia – giace probabilmente come bozza in un cassetto di qualche esperto, o gruppo di esperti, propensi a “salvare il Paese dal tracollo economico”.

Insomma l’esecutivo dovrebbe limitate capacità di manovre ogni anno, rispetto a scelte di fondo che andranno pianificate e monitorate da organismi non di espressione governativa “tecnici”, insomma. Cioè obbedienti ad altre volontà, estranee a quella “popolare”.

Torneremo, con altri contributi, sull’attuale “offerta politica” riguardo alle presidenziali, specie per ciò che concerne la sinistra radicale.

Per ora il quadro dei possibili candidati/e è piuttosto affollato, ma sono solo due quelli che hanno annunciato la candidatura ed hanno la concreta possibilità di andare al ballottaggio. Si tratta dello storico leader de La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, che a 74 anni ha lanciato per la quarta volta la sua candidatura all’Eliseo, fin dal 3 maggio di quest’anno, e Marine Le Pen che – nonostante le sue note vicende giudiziarie (ormai affidate alla Cassazione) ha annunciato la sua candidatura il 7 di luglio.

Difficile, ma non impossibile, pensare che nel quadro convulso delle altre formazioni politiche e di generale delegittimazione delle due “storiche” polarità francesi – “socialisti” e gollisti –  la sfida tra la sinistra radicale e l’estrema destra non sia l’unico campo di gioco delle elezioni presidenziali (e probabilmente poi politiche) sullo sfondo di un crisi organica nel cuore della UE.

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01/06/2023

Le teorie mainstream sull’inflazione sono un attacco ai lavoratori

Ben Bernanke e Oliver Blanchard sono due alfieri di quella teoria economica dominante, la scuola neoclassica nelle sue varie sfaccettature, che da circa mezzo secolo è tornata ad accecare governi e studenti e ad affamare lavoratori e lavoratrici di mezzo mondo.

Il primo è un prestigioso professore nordamericano ed è stato il presidente della Federal Reserve (Fed, la banca centrale degli Stati Uniti) dal 2006 al 2014 (scelto da Bush e confermato nel 2010 da Obama), ossia dell’istituto che più di altri ha influenzato l’economia occidentale durante la crisi del 2007/2008.

Per comprenderne la cecità neoliberista, basti leggere le dichiarazioni di Bernanke del maggio 2007 sulle prime avvisaglie che cominciavano a scuotere le fondamenta del sistema finanziario statunitense: “non ci aspettiamo ricadute significative dal mercato dei subprime al resto dell’economia o al sistema finanziario. La stragrande maggioranza dei mutui, compresi quelli subprime, continua a funzionare bene”. Di lì a poco sarebbe venuto giù tutto.

Quando si dicono le “capacità predittive” dei modelli fondati sui principi dell’economia mainstream...

Il secondo è un prestigioso professore francese ed è stato capo-economista del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) dal 2008 a 2015. Da sempre fautore della deregolamentazione del mercato del lavoro, di cui il Jobs Act è solo l’ultima applicazione nel nostro paese, Blanchard si è distinto per la fermezza sui principi dell’austerità durante la crisi greca dei debiti sovrani.

Ricordiamo che l’Fmi, assieme alla Banca Centrale Europea e alla Commissione Europea, faceva parte di quella “Troika” che, per salvare l’esposizione delle banche francesi e tedesche sul mercato finanziario greco e per disciplinare un intero continente, hanno ammazzato il presente e il futuro di un intero paese.

Quando si dicono “le istituzioni al servizio del cittadino”...

Questi due signori sono tornati a dettare la linea, dalle pagine delle prestigiose riviste internazionali di economia, sulle politiche da adottare per contrastare l’inflazione. Anche solo per “intuito di classe”, si dovrebbe fare il contrario di quello che consigliano questi epigoni degli interessi del grande capitale.

Se invece si vuole una critica più scientifica, proponiamo una veloce decostruzione della loro proposta da parte dell’economista marxista Michael Roberts.

Buona lettura.

*****

Un recente articolo di alcuni pesi massimi dell’economia mainstream, Ben Bernanke e Olivier Blanchard, ha suscitato qualche perplessità.

Bernanke e Blanchard (B&B) cercano di sostenere che il picco inflazionistico registrato negli Stati Uniti dopo la fine della crisi legata alla pandemia sia dovuto a un forte aumento della “domanda aggregata” e non principalmente a blocchi dell’offerta e a una debole ripresa della produttività in settori chiave, come io e altri abbiamo sostenuto, e certamente non a una “inflazione da avidità”, a un “comportamento opportunistico sui prezzi” o a un aumento dei profitti aziendali.

Ecco cosa sostengono: “in definitiva, come molti hanno riconosciuto, l’inflazione rifletteva una forte domanda aggregata, frutto di politiche fiscali e monetarie accomodanti, di risparmi in eccesso accumulati durante la pandemia e della riapertura delle economie bloccate”.

Quindi l’esplosione dell’inflazione è stata causata da un’eccessiva spesa fiscale durante la pandemia, da politiche monetarie troppo accomodanti (bassi tassi di interesse) e da un accumulo di risparmi che sono stati poi spesi nel periodo di ripresa. Quindi niente a che vedere con le questioni legate all’offerta.

Ma B&B continuano dicendo che “inizialmente l’inflazione rifletteva principalmente gli sviluppi dei mercati dei prodotti. Nella misura in cui l’eccessiva domanda aggregata ha innescato l’inflazione, lo ha fatto principalmente aumentando i prezzi, dati i salari, attraverso il suo contributo all’aumento dei prezzi delle materie prime (che rifletteva anche altre forze, tra cui la guerra in Ucraina) e aumentando la domanda di beni per i quali l’offerta era limitata”.

Quindi l’inflazione è stata innescata dall’aumento dei prezzi delle materie prime, dalle limitazioni dell’offerta e poi dalla guerra in Ucraina – quindi, in fin dei conti, da questioni legate all’offerta!

È stata causata da un eccessivo aumento dei salari che si è ripercosso sui prezzi? No, dicono B&B. “La nostra scomposizione mostra che, all’inizio del 2023, la rigidità del mercato del lavoro rappresenta ancora una quota minoritaria dell’inflazione in eccesso”.

In particolare, la scomposizione dei prezzi “porta a diverse conclusioni. In primo luogo, il contributo degli shock dei prezzi dei generi alimentari e (soprattutto) dell’energia all’inflazione dell’era pandemica è stato notevole. In particolare, gli shock dei prezzi dell’energia sono responsabili di gran parte dell’aumento dell’inflazione complessiva alla fine del 2021 e nella prima metà del 2022, e del calo dell’inflazione nella seconda metà del 2022”.

Quindi, ancora una volta, sono stati i prezzi delle materie prime, non la “domanda aggregata”.

“In secondo luogo, la combinazione tra l’aumento della domanda di beni durevoli e le carenze associate all’interruzione delle catene di approvvigionamento è stata la fonte dominante dell’inflazione nel 2021Q2, e gli effetti dei problemi della catena di approvvigionamento, sia diretti che indiretti, sono rimasti significativi fino alla fine del nostro periodo campione”.

Quindi è stato anche il blocco della catena di approvvigionamento.

“In terzo luogo, cosa importante, il contributo all’inflazione della rigidità del mercato del lavoro – la principale preoccupazione di molti primi critici delle politiche monetarie e fiscali statunitensi – è stato piuttosto ridotto all’inizio, e in effetti è stato negativo nel 2020 e all’inizio del 2021, quando i mercati del lavoro hanno risentito degli effetti della recessione pandemica”.


Quindi la “rigidità del mercato del lavoro” e l’eccessiva richiesta di salari non hanno avuto alcun ruolo nell’aumento dell’inflazione, anzi.

Ma B&B si preoccupano di garantire che venga mantenuta la teoria mainstream convenzionale, ovvero che sia l’aumento dei salari a causare l’aumento dell’inflazione.

Continuano: “nel corso del tempo, poiché il mercato del lavoro è rimasto rigido, il tradizionale effetto della curva di Phillips ha iniziato ad affermarsi, con l’elevato rapporto posti vacanti/disoccupazione che è diventato una fonte di inflazione sempre più importante, anche se per nulla dominante”.

Anche in questo caso, gli autori temperano la loro affermazione (“per nulla dominante”). Devono farlo, perché il grafico qui sopra mostra quanto sia stata piccola la pressione salariale (barra rossa) rispetto ai prezzi dell’energia (blu scuro) e dei generi alimentari (blu chiaro) e alla carenza di offerta (giallo).

Quello che B&B vogliono sottolineare è che nel 2023 i tentativi dei lavoratori di compensare gli enormi aumenti dei prezzi che colpiscono i loro redditi reali utilizzando il potere di contrattazione in “mercati del lavoro rigidi” causeranno un’inflazione elevata.

“Secondo la nostra analisi, questa quota salariale (il ruolo della colonna rossa nelle cause dell’inflazione, ndt) è destinata a crescere e non si ridurrà da sola. La parte di inflazione che trae origine dal surriscaldamento dei mercati del lavoro può essere invertita solo da azioni politiche che portino la domanda e l’offerta di lavoro a un migliore equilibrio”.

Quindi la tortuosa politica di aumento dei tassi di interesse da parte della Fed per “controllare l’inflazione” deve essere sostenuta e mantenuta. “L’equilibrio del mercato del lavoro dovrebbe essere in definitiva la preoccupazione principale delle banche centrali che cercano di mantenere la stabilità dei prezzi”.

In altre parole, indebolire il potere contrattuale dei lavoratori aumentando la disoccupazione attraverso un aumento dei costi di prestito di denaro (il tasso d’interesse appunto) per spendere o investire.

Ironia della sorte, dopo aver sostenuto la stretta monetaria come risposta all’inflazione, apparentemente causata da un’eccessiva “domanda aggregata”, concludono dicendo che “i responsabili delle politiche devono essere attenti alla possibilità che le pressioni inflazionistiche possano provenire dai mercati dei prodotti così come da quelli del lavoro, ad esempio attraverso cambiamenti inattesi nei costi dei fattori produttivi o spostamenti della domanda che si scontrano con curve di offerta settoriali anelastiche”.

È così. Ma non lasciate che questa “possibilità” ostacoli la teoria keynesiana dominante sulle cause dell’inflazione e sulla presunta efficacia delle banche centrali nell’aumentare i tassi di interesse per “controllare l’inflazione” causata da fattori al di fuori del loro controllo.

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05/03/2021

Brancaccio - Vuoi evitare l'inflazione? "Traumatizza" i lavoratori!

RAI radio uno – Eresie – 5 marzo 2021 – Per l’ex capo economista FMI Olivier Blanchard la politica economica di Biden è troppo espansiva: rischia di creare una situazione di pienissima occupazione che potrebbe spingere i salari verso l’alto e scatenare così una nuova grande inflazione. Previsione interessante, che però trascura una verità messa bene in luce da Alan Greenspan: oggigiorno non c’è un elevato rischio inflazionistico perché i lavoratori sono stati resi così “insicuri” e così “traumatizzati” che non osano rivendicare salari più alti nemmeno in situazioni di piena occupazione. Ovviamente, altre cause di inflazione esistono tuttora, ma finché manca l’inflazione salariale i grandi possessori di capitali possono dormire sonni tranquilli. Come ogni venerdì su RAI radio uno, il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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29/11/2020

Brancaccio - Siamo diventati tutti post-keynesiani?

28 novembre 2020 – Intervento di Emiliano Brancaccio al primo workshop della rete italiana post-keynesiana – Dopo la grande recessione e la crisi pandemica, siamo diventati tutti post-keynesiani? Nella palude di conformismo accademico che è diventata l’Italia, la risposta è negativa. La verità è che una rinnovata competizione lakatosiana tra paradigmi deve ancora iniziare: i post-keynesiani e in generale gli economisti critici dovranno lottare ancora a lungo anche solo per affermare il diritto all’esistenza nell’università contemporanea. Un marxista si confronta sul futuro delle scuole di pensiero economico critico con i ricercatori dell’Italian Post-Keynesian Network.

Alla pagina facebook dell’IPKN (Italian Post-Keynesian Network), è possibile seguire l’intero workshop con interventi, tra gli altri, di Marco Veronese Passarella, Andrea Terzi e Annamaria Simonazzi.


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09/11/2019

Brancaccio - Keynes sotto il muro di Berlino

“Mi piace molto una considerazione che fa Brancaccio, che una moderna sintesi keynesiana ha bisogno del pungolo della minaccia socialista, e oggi quindi è molto difficile che una sintesi keynesiana possa venire alla luce. Io sono abbastanza d’accordo su questo. Secondo me, il suo peggio il sistema capitalistico l’ha dimostrato da quando è caduto il muro di Berlino.” (Mario Monti)

Per i trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, alcuni stralci dai dibattiti tra Olivier Blanchard ed Emiliano Brancaccio (Fondazione Feltrinelli, 19 dicembre 2018) e tra Mario Monti ed Emiliano Brancaccio (Università Roma Tre, 14 ottobre 2019).



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20/10/2019

Mario Monti revolution: dal loden al socialismo reale

di Giacomo Russo Spena

Chi si aspettava il falco dell’austerity o qualche dichiarazione roboante sul mantra del pareggio di bilancio è rimasto deluso. Lo stesso Brancaccio, ad un certo punto, dal microfono ha interpretato lo sconcerto dei presenti: “Oggi abbiamo scoperto un Mario Monti inedito che – con tutti i distinguo del caso – rimpiange il socialismo reale!”. L’economista col loden, seduto al suo fianco, sorride. E non replica. Proprio così, nessun fraintendimento. Alla presentazione del libro di Emiliano Brancaccio e Giacomo Bracci, già recensito sul sito di MicroMega, il tecnico della Bocconi gioca la parte del keynesiano finendo per criticare l’attuale assetto dell’Unione Europea e per rinnegare persino il dogma dell’austerity.

“Credo di non aver mai usato il termine ‘austerità’ anche se a detta di molti l’ho praticata – ha spiegato il senatore a vita – Certo, il mio governo ha fatto una politica restrittiva, ma in quella situazione, con i mercati che stimavano al 40% la probabilità di default dell’Italia, quale altra scelta sarebbe stata possibile?”. Insomma, le politiche anti-popolari e di macelleria sociale durante il suo esecutivo (come dimenticarsi la legge Fornero sulle pensioni e l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione) sarebbero dettate dalla mancanza di una reale alternativa.

Monti, sostiene oggi, non aveva altra scelta. Se avesse potuto, spiega ancora nell’intervento, avrebbe attuato altre misure economiche perché in fondo “preferisco l’Europa del Trattato di Roma, imparziale rispetto alla proprietà pubblica o privata, a quella di Maastricht del ‘92, che invece favorisce la seconda”. In questo passaggio il pubblico rumoreggia, attonito.

Inoltre l’economista col loden si dichiara preoccupato per un sistema che, dopo la Caduta del Muro, ha mostrato il suo volto più criminale: “Il socialismo reale serviva da pungolo ed era funzionale al capitalismo, col suo crollo il sistema capitalistico ha generato le cose peggiori”. Si riferisce all’egemonia della finanza e all’insostenibilità redistributiva: “La concentrazione di ricchezze sta raggiungendo punte inaccettabili”. Il liberale, strenuo difensore dell’élite, scopre tardivamente lo scontro in atto negli ultimi anni, quella lotta di classe (dell’alto contro il basso) che ha generato l’accumulazione di ricchezza in poche mani a scapito del 99% della popolazione mondiale.

“Mi chiedo come mai la sinistra non abbia il coraggio di agire sul terreno fiscale proponendo una sana patrimoniale, ne sarei favorevole”, chiudeva così Monti il suo intervento dettando consigli per ridurre la crescente disuguaglianza nel Paese. Ma con quale credibilità? In molti, in sala, se lo chiedono, tra il divertito e lo stupore, per le parole del senatore a vita.

In realtà, il tecnico della Bocconi è soltanto l’ultimo di una lunga schiera di falchi dell’austerity che, una volta lontani dal potere, hanno rinnegato le politiche attuate. Già Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale proprio negli anni che videro lo scoppio della crisi globale, sempre in un dialogo pubblico con l’economista Brancaccio, aveva rivisto le sue posizioni. In Italia ricordiamo il caso di Giulio Tremonti, il ministro di centrodestra e dei condoni berlusconiani, che una volta lontano dal dicastero ha scritto un libro (No Global) sulle storture della globalizzazione liberista: “Una volta il pronunciamento lo facevano i militari – così si legge sul suo testo Uscita di sicurezza (Rizzoli, 2012) – Occupavano la radio-tv, imponevano il coprifuoco di notte eccetera. Oggi, in versione postmoderna, lo si fa con l’argomento della tenuta sistemica dell’euro (…) lo si fa condizionando e commissariando governi e parlamenti (…) Ed è la finanza a farlo, il pronunciamento, imponendo il proprio governo, fatto quasi sempre da gente con la sua stessa uniforme, da tecnocrati apostoli cultori delle loro utopie, convinti ancora del dogma monetarista; ingegneri applicati all’economia, come era nel Politburo prima del crollo; replicanti totalitaristi alla Saint-Simon”. E poi ancora il riformista Carlo Calenda, il quale per ultimo ha confessato che “per 30 anni ho ripetuto tutte le banalità del liberismo ideologico: una delle più grandi stupidaggini che abbiamo raccontato è che non si salvano i posti di lavoro, ma si salva il lavoro”.

Dopo la nascita del governo Conte 2 e con l’alleanza (tattica) tra M5S e Pd – due forze che fino al giorno prima dell’intesa si insultavano e si guerreggiavano – ormai vale tutto ed è saltata ogni forma di coerenza politica, e gli stessi cittadini sono assuefatti ai ripensamenti, ma fino a che punto?

La lista dei liberisti pentiti è nutrita: sarebbe divertente un giorno metterli tutti insieme intorno ad un tavolo per una cena dove però, almeno quella volta, saranno loro a pagare il conto. Troppo facile cavarsela con un semplice, e tardivo, “mea culpa”.

Fonte

A leggere queste cose, compreso il tono dell'estensore dell'articolo, si resta spaesati, si ha la netta sensazione di essere presi per i fondelli da soggetti praticamente addestrati allo scopo.
Sovviene, però, anche il dubbio che questa serie di dissociazioni, questo cambio di passo nella narrazione di quelli che fino a ieri erano autentici dogmi, nasconda l'approssimarsi dei "fenomeni morbosi più svariati".

06/12/2018

Spread, mutui e crisi: come funziona la gabbia dell’Europa

Un recente contributo dell’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard lancia l’allarme: la manovra economica dell’attuale Governo potrebbe rappresentare un caso di espansione fiscale restrittiva. La questione è interessante perché Blanchard, uno dei più autorevoli ed ascoltati economisti mainstream contemporanei è stato, in tempi recenti, sostenitore della necessità di un intervento dello Stato nell’economia, per uscire dalle secche di una recessione come quella nella quale siamo invischiati ormai da dieci anni. Probabilmente tormentato da scrupoli di coscienza e sensi di colpa per avere raccomandato per decenni dosi da cavallo di austerità, Blanchard ha infatti scoperto che i moltiplicatori fiscali possono essere maggiori di 1. Quindi, un euro di spesa pubblica può stimolare la produzione in maniera maggiore dell’euro speso dallo Stato. Volgendo la sua attenzione al corrente dibattito italiano, però, Blanchard mette in guardia il lettore: nonostante il tentativo dei gialloverdi di rilanciare la produzione ricorrendo a spesa finanziata in deficit, la produzione potrebbe addirittura contrarsi. Già questo breve accenno potrebbe farci sospettare che Blanchard sia totalmente fuori strada. Sappiamo, infatti, che la manovra presenterà verosimilmente un 2% del PIL di deficit complessivo. Interpretati correttamente, però, i numeri ci parlano di un avanzo primario (l’ultimo di una lunga serie) di circa l’1.5%: in altri termini, l’ennesima misura di politica fiscale restrittiva e quindi neanche una traccia della politica espansiva di cui Blanchard parla. Ciononostante, e date le premesse questo non era scontato, il ragionamento di Blanchard fornisce comunque degli spunti interessanti (ed è dotato del minimo di serietà che invece manca ad altri contributi ‘volgari’ di pseudo-sinistri che scoprono un amore insensato per l’austerità) poiché getta, in maniera probabilmente involontaria, una luce inquietante sull’impossibilità di fatto di dare uno stimolo effettivo all’economia, all’interno dei vincoli europei.

Procediamo con ordine. Blanchard sostiene che politiche realizzate in deficit, nell’attuale contesto dei vincoli europei, rischino di essere controproducenti. Gli effetti positivi sull’economia della spesa in disavanzo sarebbero, infatti, più che compensati da un aumento dei tassi di interesse che frenerebbe la spesa delle famiglie, in particolare attraverso il restringimento del credito bancario. Emblematico sarebbe il caso dell’aumento dei costi per l’accensione di mutui per l’acquisto di abitazioni. Dice Blanchard: “l’evidenza empirica (…) mostra che i tassi sui titoli di stato, sul finanziamento del sistema bancario e sui prestiti offerti dalle banche stesse, si muovono all’unisono”. Per farla breve: un Governo che deve sottostare ai vincoli europei è libero di provare a fare politiche espansive in deficit (o, nel caso dei gialloverdi, a non fare ‘troppa’ austerità). Tuttavia, così facendo, lo stesso Governo avrebbe la responsabilità di far aumentare lo spread, causando effetti nefasti sull’economia – attraverso il canale bancario – tali da far sparire gli effetti positivi della spesa in deficit.

In questo ragionamento, tuttavia, Blanchard è pienamente consapevole che la BCE dispone dei mezzi per evitare l’aumento degli spread, come fatto nel 2012 “grazie al whatever it takes di Mario Draghi e al successivo annuncio del programma di OMT” (il virgolettato è dello stesso Blanchard). Quindi l’aumento degli spread è, nei fatti, frutto di un mancato intervento dell’autorità monetaria che disporrebbe di tutti i mezzi per evitarlo, ma che sceglie sistematicamente di lasciare esposti i titoli del debito pubblico (e quindi gli esecutivi dei vari Paesi dell’Euro) alla disciplina dei mercati. E qui risiede la grande debolezza del ragionamento che Blanchard propone: concentrando la sua attenzione critica sulla spesa in deficit e non sui vincoli europei, l’economista francese sembra condannare i Paesi in recessione o stagnazione economica all’immobilismo. Se uno Stato non può stimolare la produzione con l’intervento pubblico, rimane semplicemente da accettare in silenzio la disoccupazione a due cifre, magari vagheggiando una politica fiscale europea, da realizzarsi entro un secolo o due.

Resta tuttavia da capire se davvero l’aumento dello spread possa avere una reale connessione con i tassi di interesse praticati dal sistema bancario ai privati cittadini. Sul tema si confrontano in questo momento due punti di vista opposti e ugualmente strampalati. Da un lato l’opposizione liberista (ed in particolare il PD) al Governo, che vorrebbe farci credere che ogni rialzo dello spread, causato dall’insipienza del Governo, si traduce immediatamente in un sacrificio per gli italiani.

Dall’altro lato ci sono i gialloverdi che provano a convincerci che non vi è alcuna relazione tra l’interesse pagato sul debito pubblico e l’economia reale. Il recente siparietto tra l’austero Padoan e l’estroversa Laura Castelli non è altro che la massima espressione di questa contrapposizione: occorre tuttavia sviluppare un’analisi che si ponga al di fuori ed al di sopra del ridicolo dibattito attuale.

Il Sole 24 Ore ha recentemente scritto che non vi è una correlazione tra lo spread (il differenziale che lo Stato italiano deve pagare per prendere a prestito rispetto alla Germania, ritenuta un paese al sicuro da possibili rischi di default) e l’Euribor (il tasso di interesse interbancario dentro l’area Euro, cioè il prezzo del denaro per le banche). A questo si appigliava Laura Castelli quando brandiva un grafico di fronte a Padoan. Questo, tuttavia, non è sufficiente ad asserire che lo spread non ha effetti sull’economia reale. L’Euribor rappresenta solo la base di partenza del costo dei mutui: su questo prezzo le banche applicano un ricarico (lo spread bancario, ma continuiamo a chiamarlo ricarico per evitare di fare confusione). La somma di questi due elementi rappresenta il costo finale del mutuo per colui che lo contrae. Nella pratica, quando ci si reca in banca a chiedere un prestito (ad esempio per l’acquisto di una nuova casa), il direttore darà al richiedente la possibilità di scegliere tra una delle due seguenti opzioni.

1 – Un prestito a tasso fisso. Senza troppi fronzoli, ci viene offerta la possibilità di pagare un tasso T per tutta la durata del mutuo; ovviamente tale prezzo sarà frutto di calcoli complicati tutti interni alla banca che terrà conto dell’andamento futuro presunto dei tassi, ossia di quanto pagherà quel denaro anche negli anni a venire; tuttavia, questo tasso T rappresenterà la somma di X e Y, dove X sarà il costo per la banca di quel denaro nel momento in cui il debito viene contratto, mentre Y un ricarico rappresentativo del margine di profitto (che per semplicità immaginiamo essere uguale al 2%).

2 – Un prestito a tasso variabile. Per vedere cosa significa, occorre un esempio. Ipotizzando che oggi l’Euribor sia all’1%; con un 2% di profitto/ricarico della banca (come nel caso del mutuo a tasso fisso), questo si tradurrà in un tasso del 3%; se domani l’Euribor salirà al 2%, pagheremo il 4%, mentre se saremo fortunati e l’Euribor scenderà allo 0%, pagheremo solo il 2%. La variabilità degli interessi da pagare dipenderà dalla variabilità dell’Euribor, e nel momento in cui si contrae un mutuo si fissano le regole: cascasse il mondo, volasse lo spread, per tutta la durata del prestito si pagherà un tasso che è la somma dall’Euribor più un determinato ricarico di entità Y.

Tale ricarico di grandezza Y (sia nel caso dei mutui a tasso fisso sia in quelli a tasso variabile), sopra ipotizzato in via esemplificativa al 2% e che resta fisso per tutta la durata del prestito, non è lo stesso per tutti i prestiti, o per meglio dire può assumere valori diversi sia in base alla rischiosità del debitore, sia in base al potere di mercato della banca, sia, e veniamo al punto che ci interessa, in base al contingente contesto macroeconomico. Non è da escludere, in linea di principio, che venga applicato un ricarico maggiore sui mutui di nuova emissione in tempi di vacche magre per le banche, ossia in periodi in cui i loro patrimoni subiscono delle perdite di valore e le banche stesse tendono a fare cassa aumentando il costo complessivo del credito – in altre parole, aumentando il loro ricarico.

Qui le cose si fanno più complicate perché proprio le banche italiane detengono una cospicua parte del debito pubblico italiano (circa 300 miliardi). Se crescono i rendimenti dei titoli pubblici, matematicamente il loro prezzo scende, e pertanto cala il valore delle attività nella pancia delle banche: le famose vacche magre di cui sopra.

Quindi non si può escludere che, in un tale scenario, anche con un Euribor ai minimi storici, le banche applichino un ricarico maggiore sui nuovi mutui. In altri termini, il ricarico delle banche può dipendere anche dal loro stato di salute (essendo le banche sottoposte anche a stretta vigilanza sull’adeguatezza patrimoniale), e non si può affatto escludere l’esistenza di una relazione diretta tra lo spread Btp/Bund ed il costo dei nuovi mutui (abbiamo verificato: come si evince dalla figura, lo spread e il ricarico applicato dalle banche sono piuttosto correlati) in quanto l’aumento dello spread comporta una svalutazione dei titoli pubblici nel portafoglio delle banche e dunque una perdita di valore patrimoniale.

ricarico
Andamento dello spread BTP-Bund (a 10 anni) e del ‘ricarico’ sui mutui per acquisto di abitazioni (calcolato come differenza tra tassi effettivamente praticati ed Euribor a 1 mese). Correlazione: 0,55.

Asserire quindi che lo spread non abbia alcun effetto sull’economia reale è un’ingenuità: di certo non aumenta il costo dei mutui già in essere, ma può incidere sulle condizioni di quelli che vengono concessi ex novo (siano essi a tasso fisso che a tasso variabile). Allo stesso modo, è da terroristi dell’informazione asserire che l’aumento dello spread frughi direttamente nelle tasche delle famiglie italiane, spesso senza neanche specificare a quale meccanismo in particolare ci si riferisca.

Blanchard, nel suo contributo, spiega efficacemente cosa succede ad un’economia che cerchi di risollevarsi all’interno dei vincoli europei (discorso questo che ha principalmente una valenza teorica, dato che il Governo gialloverde non ha fatto nulla di tutto questo ma è semplicemente parte in gioco della guerra tra bande tra diversi somministratori dell’austerità: rigoristi/europeisti contro fasciosovranisti). Sospettiamo che non fossero queste le intenzioni dell’autore, però quello che l’articolo ci dice è che l’effetto negativo dello spread sull’economia è l’ennesima prova che l’Europa è una gabbia da cui non si esce vivi. Da un lato, se non si fanno politiche di spesa in deficit si muore di austerità. Dall’altro, se anche solo si dichiara di fare deficit, la BCE ha facoltà di lasciare il Paese da disciplinare in balia della speculazione e del castigo dei mercati – i quali fanno il lavoro sporco in maniera efficace ed anonima – con il risultato che anche l’economia reale, cioè le famiglie, si ritrova con tassi di interesse, e quindi costi, più alti. In questo quadro anche il sistema bancario, in virtù delle sofferenze degli attivi, potrà iniziare a fare pressione sul Governo per frenare lo spread, e quest’ultimo sarà quindi spinto a tornare sul sentiero dell’austerità: questo secondo aspetto non è trascurabile perché l’influenza politica del settore bancario è indubbiamente maggiore di quella delle famiglie che devono contrarre un mutuo.

C’è inoltre un secondo ordine di problemi, di carattere schiettamente politico, ed una importante conferma della natura perversa del sistema monetario che ruota intorno alla BCE. Nell’attuale architettura dell’Europa, dati i vincoli alla spesa ogni centesimo aggiuntivo di spesa per interessi è un centesimo tolto a possibili misure politiche di carattere progressista (sia chiaro, non quelle di questo esecutivo). Ciò significa che un Governo di un paese in recessione e che decide di giocare all’interno delle regole europee si trova a dover fronteggiare una dicotomia inaccettabile: o non fare pressoché nulla oppure provare a fare timidamente qualcosina, con l’unico effetto di rimanere intrappolato nella spirale dello spread, e vedere il già esiguo spazio di manovra ridursi ulteriormente a causa dell’aumento della spesa per interessi.

Sappiamo già che se non si fa spesa in deficit si muore. Ora sappiamo anche che se si fa (o addirittura si dice solo di fare) spesa in deficit non si cresce a causa degli effetti negativi dello spread. In conclusione, dentro ai vincoli europei si muore e basta. Non c’è soluzione per tornare a crescere, se non quella di uscire dalla gabbia: grazie, compagno Blanchard, per averci aiutato a far emergere tutti i mali dell’Europa.

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06/09/2018

Gli economisti liberisti al servizio della rapina

L’economia non è una scienza esatta, nonostante l’abuso di strumenti matematici. Anzi, è definita spesso “la scienza triste”, perché “prevede il passato” ma è cieca verso il futuro.

Ogni volta che un economista fa “previsioni” in realtà sta scommettendo su un esito che può essere più o meno probabile, ma molto dipende dai parametri usati, che a loro volta discendono dalle convinzioni teoriche dell’economista o dell’istituzione per cui lavora.

E a quanto pare gli economisti dell’Unione Europea hanno clamorosamente “toppato” tutte le stime sugli effetti delle politiche di austerità sulla crescita dei paesi con debito pubblico elevato. A dirlo non sono pericolosi e trinariciuti studiosi “non ortodossi”, ma addirittura la Banca Centrale Europea, ancora guidata da Mario Draghi.

A segnalare la notizia – che se fosse pubblicata sui giornali mainstream dovrebbe portare al licenziamento in tronco di tutti i redattori economici, vicedirettori compresi – è il quotidiano Milano Finanza, che ha come target imprese e investitori professionali, dunque deve fornire notizie vere più che ideologia buona per tutte le stagioni.

L’articolo di Francesco Ninfole è tecnicamente impietoso fin dal titolo: Bce: previsioni errate sull’austerità, e il catenaccio articola con precisione l’oggetto dell’errore: Le strette ai bilanci pubblici hanno avuto sul Pil un effetto maggiore di quanto stimato dalla Commissione Ue.

Non crediate che questa sia materia soltanto tecnica, per addetti ai lavori. In base a queste previsioni ad capocchiam sono stati smantellati istituti di welfare in quasi tutti i paesi europei, e ancora lo si sta facendo (la Francia è sul punto di varare la sua versione, peraltro identica o quasi a quelle italiana, greca, ecc. differendo solo nelle proporzioni, forse). Insomma, l’impoverimento generale delle popolazioni di quasi tutta Europa – e la crescita esponenziale dei nazionalismi – ha avuto una forte accelerazione proprio grazie alle misure decise in base a quelle previsioni, e che nelle intenzioni avrebbero dovuto contrastare gli effetti della crisi finanziaria esplosa globalmente nel 2007-2008.

Tecnicamente la questione era stata già posta da Olivier Blanchard (ex capo economista del Fmi, non sospettabile di cripto-bolscevismo), secondo cui “i moltiplicatori reali” in Europa erano stati “largamente maggiori di 1”. I moltiplicatori sono i “valori che indicano il rallentamento dell’economia legato alle manovra sui bilanci pubblici”, ossia alle varie “leggi di stabilità” nazionali che si pongono l’obiettivo della riduzione del deficit e del debito pubblico.

Secondo la teoria keynesiana, notoriamente, se uno Stato investe in deficit produce un effetto generale sulla crescita economica del paese che sarà superiore a quanto investito; dunque quegli investimenti si ripagheranno da soli, tramite le tasse, il cui gettito è ovviamente maggiore – a parità di aliquote fiscali – se il prodotto interno lordo cresce (secondo una proporzione che viene chiamata “moltiplicatore”).

Ne consegue che se uno Stato taglia la spesa pubblica ci si deve attendere una riduzione della crescita economica, dunque una riduzione delle entrate fiscali e di conseguenza problemi seri di rifinanziamento del debito, pagamento delle spese correnti (stipendi, interessi, beni e servizi, macchinari, ecc).

I neoliberisti al servizio dell’Unione Europea, nel consigliare le politiche di austerità, hanno completamente rimosso gli ovvi riflessi negativi delle politiche di “taglio” che andavano suggerendo. Nonostante lo standard normalmente usato sia un “moltiplicatore dello 0,5%” (ogni euro di taglio alla spesa si traduce in una minore crescita attesa pari a 50 centesimi), gli “esperti” della Commissione Ue hanno usato per le loro previsioni iniziali moltiplicatori pari a 0,25, o addirittura a 0,1; in qualche caso perfino zero assoluto.

Tradotto in soldoni: prevedevano che gli effetti sulla crescita sarebbero stati nulli o quasi. Quindi si poteva tranquillamente sforbiciare senza provocare alcun disastro sistemico nelle economie nazionali costrette a fare quanto suggerito.

Come in tutte le tragedia c’è sempre qualcuno che risulta involontariamente comico. In questo caso la parte è stata recitata da Alberto Alesina, sopravvalutatissimo economista tra l’Italia e gli Stati Uniti, editorialista seriale (sempre lo stesso articolo, o almeno la stessa ricetta) del Corriere della Sera, spesso interpellato come esperto in trasmissioni televisive. In un suo studio, redatto insieme a Silvia Ardagna, aveva addirittura previsto che “una stretta fiscale avrebbe aumentato la fiducia e quindi la crescita”. Basta chiedere un parere su come è andata davvero a un qualsiasi passante greco, italiano, spagnolo e persino tedesco, e il problema della credibilità scientifica degli Alesina è archiviato per sempre.

Lo studio della Bce, tutto sommato, cerca di essere “moderato” nella critica agli economisti della Ue. E se ne comprende facilmente anche il motivo (la Bce non si è mai dissociata dalle “ricette” prescritte dalla Ue, tanto da venir di diritto inserita tra i membri della Troika, insieme al Fmi). Questo si traduce in un calcolare gli effetti negativi dell’austerità con un moltiplicatore dello 0,66% (ogni euro di taglio ha comportato una minore crescita in questa proporzione); leggermente minore di quello fissato a suo tempo da Blanchard e altri, ma decisamente più alto di quelli utilizzati per le stime Ue (lasciando perdere, per carità di patria, il raffronto con le “previsioni di Alesina”).

Ci si attenderebbe che queste stime fossero finalmente messe nel posto che spetta loro (c’è solo l’imbarazzo della scelta e il pudore nello scriverlo), ma così non è.

Più grave ancora è però il motivo per cui quelle “previsioni” sono state elaborate e accettate dalla Ue. Scrive lo stesso Ninfole: “Durante la crisi le misure di austerità hanno riguardato soprattutto la Grecia: è stata anche una conseguenza della volontà politica di non imporre perdite ai principali creditori del Paese, ossia alle banche tedesche e francesi”. Altro che “rimettere in riga un paese e un popolo di “cicale” che spendevano troppo in “alcol e donne” (espressione gentile dell’ex capo dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem), bisognava salvare le banche dell’asse franco-tedesco, che avevano sciaguratamente investito troppo o prestato troppo ad Atene...

Si potrebbe pensare che, comunque, non essendo la Grecia in condizioni di ripagare un debito di quelle dimensioni, le banche di Berlino e Parigi abbiano subito comunque delle perdite. Non è così: “Il debito di Atene non è stato ristrutturato, se non in misura limitata e tardiva”, ma “il tempo è servito agli istituti tedeschi e francesi per uscire dal Paese”.

Insomma, la scienza economica al servizio della Ue ha svolto egregiamente il suo compito: tutelare la grande finanza multinazionale e mandare il conto al popolo greco (e in parte minore a quelli italiano, spagnolo, ecc). Nient’altro che questo.

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12/02/2017

Insegnare la macroeconomia: Amighini e Brancaccio

ProVersi – 9 febbraio 2017 – Qual è stato l’impatto della “grande recessione” sulle modalità di ricerca e di insegnamento nel campo della macroeconomia? Ne discutiamo con Alessia Amighini, coautrice con Francesco Giavazzi della edizione europea del celebre manuale “Macroeconomia” di Olivier Blanchard; e con Emiliano Brancaccio, autore del saggio “Anti-Blanchard”. Un’occasione di dibattito tra scuole di pensiero ispirata dall’uscita delle nuove edizioni dei due volumi. Interviste a cura di Matteo Giangrande.


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28/04/2016

Blanchard e la crisi della macroeconomia prevalente

di Emiliano Brancaccio e Francesco Saraceno *

[...] E' interessante esaminare un’intervista che Olivier Blanchard ha rilasciato nell’agosto 2015, a poche settimane dalla scadenza del suo mandato di capo-economista del Fondo Monetario Internazionale. In essa, parafrasando la nota esortazione maoista alla competizione tra scuole di pensiero, Blanchard ha dichiarato che «a seguito della crisi cento fiori intellettuali sono sbocciati». In particolare egli si è soffermato soprattutto su “fiori maledetti” di antiche origini, come «l’ipotesi della instabilità finanziaria di Hyman Minsky e i modelli Kaldoriani sulla crescita e le disuguaglianze, proposizioni che un tempo sarebbero state trattate alla stregua di anatemi e che oggi vengono riproposte da economisti ‘seri’» (IMF Survey 2015).

Al di là dell’allusione alla “serietà” degli studiosi mainstream, ovviamente ironica, l’apertura è senza dubbio significativa. Basti notare che nelle sue ricostruzioni manualistiche di storia dell’analisi economica Blanchard non aveva finora mai citato esponenti del pensiero economico critico. Il fatto che oggi li menzioni come potenziali riferimenti per una nuova e fruttuosa dialettica delle idee in campo economico è rilevante, non solo per la ricerca ma anche per la didattica. Solo per citare un esempio inerente a questo volume, si può ricordare che proprio dai contributi degli economisti critici si traggono le basi concettuali per un ribaltamento delle esogene e delle endogene nel modello macroeconomico standard insegnato da Blanchard, e per un conseguente rovesciamento di alcune delle implicazioni di politica economica che derivano da esso.

Pur rallegrandosi della convergenza di tanti studiosi intorno all’apparato di teoria e politica economica mainstream, Blanchard ha più di una volta lamentato il rischio di un eccessivo conformismo tra gli economisti (Blanchard 2008). Il suo recente cenno alla rifioritura degli approcci alternativi potrebbe dunque essere inteso come sintomo di un auspicio: che la crisi economica dia inizio a una fruttuosa disputa lakatosiana tra paradigmi. Naturalmente, se davvero un confronto del genere cominciasse, sarebbe azzardato immaginare un cambio di bandiera da parte di Blanchard. I suoi ripensamenti sulla concezione mainstream della politica macroeconomica non lasciano affatto supporre che il nostro giaccia sull’orlo di una conversione paradigmatica. Al contrario sembra esservi, da parte dello studioso, la persistente preoccupazione di dare continuità alle sue tesi, evitando di produrre eccessivi strappi rispetto alla tradizione ricevuta. Si tratta in fondo del timore di un uomo che incarna ormai i tratti tipici del policymaker di rango internazionale, il quale avverte di rappresentare non più semplicemente sé stesso ma un intero assetto istituzionale e politico.

Ne è un esempio il modo assolutorio in cui ha interpretato il “mea culpa” del FMI sulle previsioni macroeconomiche, che egli stesso aveva promosso: a chi temeva che riconoscendo gli errori l’istituzione avrebbe perso credibilità, Blanchard ha replicato che dopotutto si trattava di stime corrette sulla base delle evidenze fino a quel momento disponibili (IMF Survey 2015). Ma ancor più lampante, da questo punto di vista, è forse l’atteggiamento conservativo con cui Blanchard ha affrontato il problema dell’aggiustamento della Grecia all’interno dell’eurozona. Dal 2009 al 2015, sotto le direttive del FMI e delle altre istituzioni europee, il paese ha attuato una politica deflattiva senza precedenti, che ha portato a una caduta del salario nominale medio di circa il quindici percento e a un crollo della spesa pubblica nominale del trenta percento (dati AMECO 2015). Blanchard ha pervicacemente difeso questo indirizzo in varie occasioni, anche in tempi recenti, lasciando intendere che esso dovrebbe ritenersi valido non solo per il caso greco ma per tutte le periferie dell’Unione (Blanchard 2012, 2015). In tal modo egli sembra nuovamente voler trascurare un fatto rilevantissimo, messo in evidenza da studiosi non solo critici ma anche mainstream: una deflazione prolungata può deteriorare ulteriormente la capacità produttiva e le condizioni finanziarie del paese debitore, e non riduce ma tende piuttosto ad accrescere i dubbi sulla sostenibilità dell’attuale assetto monetario europeo (AA.VV. 2013).

Per ripensare la politica macroeconomica occorre ripensare in primo luogo la teoria economica. Se un dibattito tra paradigmi alternativi verrà riaperto c’è motivo di ritenere che Blanchard ne terrà conto e sarà parte attiva. Ma vi è anche ragione di prevedere che l’apertura delle danze spetterà ad altri, in altri luoghi e forse in altri tempi. [...]

* Testo tratto da E. Brancaccio e F. Saraceno, "Difesa e critica del mainstream: una nota su Olivier Blanchard". In E. Brancaccio, Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia, Franco Angeli, 2° ed., 2016, Milano.

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