Nel modello neoclassico standard, il mercato del lavoro raggiunge spontaneamente un punto di equilibrio attraverso l’interazione tra domanda e offerta, senza necessità di interventi esterni. I lavoratori decidono quanto lavoro offrire in base al livello del salario reale: se il salario aumenta, cresce anche l’offerta di lavoro; se diminuisce, l’offerta si riduce. Dal lato delle imprese, all’aumentare del costo del lavoro si riduce la domanda di lavoro, e viceversa. L’intersezione tra queste due curve determina un equilibrio in cui non esiste disoccupazione involontaria: ogni lavoratore disposto a lavorare al salario di equilibrio trova occupazione.
Se, tuttavia, intervengono rigidità istituzionali – in particolare salariali – che impediscono l’aggiustamento dei prezzi dei fattori, l’equilibrio viene disturbato. In presenza di salari minimi imposti, contrattazione sindacale rigida o altre barriere alla flessibilità salariale, il salario reale può mantenersi sopra il livello di equilibrio. In questo caso, una parte della forza lavoro rimane disoccupata non per scelta, ma per effetto di un prezzo del lavoro non compatibile con la domanda delle imprese.
Questo modello, posto che abbia mai funzionate perfettamente (automaticamente), riflette una società ottocentesca, nella quale le imprese assumono (domandano lavoro) entro i limiti della produttività marginale del lavoro. Assumono finché la produttività del lavoro è maggiore o eguale al salario. Se la produttività aumenta, aumenta anche la domanda di lavoro. Un calo della produttività riduce l’incentivo ad assumere.
All’inizio del Novecento, con il Fordismo, si osserva un marcato aumento della produttività marginale del lavoro. Le imprese riescono a produrre una quantità maggiore di output con lo stesso numero di lavoratori, oppure a mantenere lo stesso livello di produzione con un numero inferiore di occupati. Questa efficienza dovrebbe tradursi in una discesa dei prezzi e in un aumento del potere d’acquisto dei salari, ristabilendo un equilibrio dinamico. Eppure, Henry Ford compie una scelta che appare controintuitiva nel quadro neoclassico: aumenta i salari e riduce l’orario di lavoro. Perché? Perché il modello T passa da un prezzo equivalente a 28.000 dollari odierni nel 1908 a meno di 5.000 nel 1925. Le strade americane si riempiono di automobili, e nel giro di pochi anni il mercato interno appare saturo. Un’ulteriore riduzione dei prezzi – e quindi un aumento del salario reale relativo – non basta più a stimolare la domanda.
Il fordismo ha raggiunto il suo limite. Si arriva al collasso del 1929.
Il salario non è solo un costo, è anche un reddito. Il lavoratore non è solo un fattore produttivo, è anche un consumatore. In questa osservazione si misura buona parte della rivoluzione keynesiana.
Nel modello neoclassico, il lavoratore accetta un impiego solo se il salario offerto è almeno pari al suo salario di riserva, ovvero la soglia al di sotto della quale preferisce non lavorare. Tale salario rappresenta il punto di indifferenza tra lavoro e tempo libero, secondo una logica di massimizzazione dell’utilità individuale. Se il salario si colloca al di sotto di questa soglia, il lavoratore, razionalmente, sceglie l’ozio.
È evidente che si tratta di una bufala. In un’economia capitalistica avanzata, fondata su una forte divisione del lavoro e sulla mercificazione di ogni bene e servizio – dall’acqua corrente alla gestione dei rifiuti – nessuno può permettersi di oziare senza reddito. Il soggetto sovrano e razionale, libero di scegliere l’ozio in assenza di un salario soddisfacente, è una finzione matematica. L’ozio presuppone l’esistenza di un reddito preesistente: derivante da risparmi, rendite, o sussidi pubblici. Senza alcuna fonte di reddito, il lavoratore non è libero di scegliere, ma è costretto ad accettare condizioni di lavoro anche molto sfavorevoli, abbassando di fatto il proprio salario di riserva. Dunque, la rigidità dei salari verso il basso è una finzione matematica, usata per giustificare la disoccupazione.
Se si vuole salvare la baracca, dice Keynes, bisogna far girare la macchina più lentamente. Se l’efficienza marginale del capitale scende (ovvero, se il rendimento atteso degli investimenti è troppo basso), gli imprenditori non investono più. Bisogna produrre una macchina meno efficiente, più dispendiosa, una macchina che consumi più energia. Se il pieno impiego comportasse un’efficienza marginale del capitale negativa, dice Keynes, il processo diverrebbe vantaggioso unicamente perché è allungato. Se si vogliono impiegare tutti i fattori disponibili bisogna far fare alla macchina un giro più lungo, allungando artificialmente il tragitto. Oppure, dice Keynes, si dovranno impiegare processi di produzione fisicamente inefficienti, tali da produrre la stessa quantità di prodotti, ma con un consumo maggiore di energia. Oppure si dovrà usare la macchina al livello di efficienza raggiunto, ma fargli fare più giri a vuoto, fargli produrre beni superiori a quelli richiesti, dunque inutili. Ci troviamo dunque in una situazione nella quale i processi di produzione brevi dovrebbero essere mantenuti sufficientemente scarsi da garantire che la loro efficienza, dal punto di vista della produzione fisica, bilanci lo svantaggio della grande disponibilità della loro produzione (Teoria generale, 377).
Questa è una riformulazione del concetto secondo cui, in assenza di investimenti buoni (cioè ad alta efficienza e domanda garantita), si può stimolare l’attività economica allungando artificialmente i processi produttivi. È una critica implicita al modello neoclassico secondo cui ogni investimento efficiente è automaticamente anche utile per l’economia. Se il problema è l’insufficienza della domanda effettiva, anche una produzione inutile può essere utile perché crea reddito e occupazione. Qui si chiude il cerchio: in un mondo in cui la tecnica permette di produrre troppo con troppo poco lavoro, si deve mantenere una scarsità artificiale nei processi più efficienti per non distruggere l’occupazione. È una critica radicale al modello neoclassico, che presume che la crescita tecnica sia sempre benefica.
La soluzione proposta da Keynes è la distruzione consapevole di una parte delle forze produttive impiegandole in attività delle quali viene artificialmente allungata la durata.
Cosa sono, in fondo, tutti questi faux frais de production – ricerche di mercato, pubblicità, design, stile, gadget, obsolescenza programmata – se non strumenti scientificamente elaborati per allungare artificialmente il ciclo produttivo? Sono meccanismi destinati non ad accrescere l’utilità dei beni, ma a consumare produttività, a rallentare l’avanzamento delle forze produttive, riportandole entro i limiti imposti dai rapporti di produzione. In altri termini, sono tecniche per contenere il valore d’uso entro la cornice del valore di scambio.
Cosa sono tutte quelle tangenti che pendono sul prodotto e che vengono elargite, attraverso la réclame, ai cantanti, agli influencer, ai giornali, ai siti web e, oggi sempre di più, alla scuola, alle università, facendo apparire queste attività inutili come attività utili?
È impiego di lavoro improduttivo fatto apparire come lavoro produttivo.
Dunque, se l’obiettivo è il pieno impiego, il lavoro inutile deve diventare la base del lavoro socialmente necessario.
Qui bisogna fare una precisazione. Nel modello neoclassico la differenza tra lavoro utile e lavoro inutile non ha senso. In esso l’offerta e la domando sono in equilibrio – sono equivalenti. Non ci sono lavori utili e lavori inutili. Questa distinzione non è contemplata. Ciò che per un agente è inutile, per altro agente è utile. Ciò che per uno è scarto e rifiuto per un altro è utile come carburante. Non c’è bisogno di inventarsi lavori inutili. Non ci sono distinzioni di genere – si tratta di un modello trans-genere. Non ci sono limiti, se si esclude l’unico vero limite: l’efficienza marginale del capitale.
Quando l’efficienza si approssima al tasso di interesse o si approssima allo zero, non è più possibile investire, se non ci si vuole rimettere il capitale.
I lavoratori si adeguano, se sono in esubero chiedono meno, fino al limite del salario di riserva. E tutti sono felici e contenti. La crisi, se una crisi si innesca, è solo passeggera, dura il tempo che i fattori e gli agenti trovino un nuovo equilibrio.
Quello che nei fatti accade quando il mercato è saturo – e il mercato americano, negli anni Venti, era saturo di prodotti, c’era una macchina ogni 5 abitanti – è che i prezzi calano, ma nonostante ciò, visto che il mercato è saturo, non si compra lo stesso, allora le aziende licenziano, la domanda di lavoro si abbassa, le paghe si abbassano e si compra ancora di meno. Si innesca un moltiplicatore negativo, e succede che il PIL nominale cala del 45% e la disoccupazione arriva al 25% – come accadde negli USA durante la Grande depressione.
Un sostenitore del modello neoclassico direbbe che la crisi del 1929 fu dovuta a shock esogeni – fu generata da agenti esteri, stranieri.
Per rimetter al lavoro le forze rimaste disoccupate (volontariamente, s’intende!) è necessario un volume di investimenti così grande da comportare un’efficienza marginale del capitale negativa. Come portare questo dato in terreno positivo?
Qui interviene Keynes e dice: bisogna allungare il tempo del ciclo produttivo, renderlo più inefficiente. È l’efficienza che ci ha portati sino a qui, nel disastro: pil dimezzato e un quarto della forza lavoro ferma. Gli investimenti improduttivi – inutili – allungano artificialmente il processo di produzione riportando il sistema nelle condizione di garantire un’efficienza marginale del capitale positiva.
La caduta dell’efficienza marginale del capitale, che è il primo sintomo del verificarsi delle crisi, dice Mazzetti (Come l’acqua sul dorso dell’anatra, quaderni, 6, III, 2020), registra pertanto proprio il fenomeno di allungamento del periodo di circolazione, dovuto al fatto che una buona parte delle merci rimane invenduta. E cioè registra che il valore immesso nel processo di produzione non riesce a realizzarsi nel tempo normalmente necessario, per cause che esulano dalle condizioni tecniche della produzione. Si tratta in altre parole di distruggere consapevolmente una parte delle forze produttive del lavoro impegnandole in attività delle quali viene artificialmente allungata la durata. È la teorizzazione della necessità di impiegare lavoro non necessario facendolo apparire come lavoro necessario. Si socializza il processo di distruzione del capitale piuttosto che socializzare il processo di produzione. O meglio, il fine del processo di socializzazione deve essere unicamente quello di ridurre il tempo di circolazione delle merci, ricorrendo a uno svuotamento della funzione di fondo del valore del denaro o ricorrendo a una vera e propria politica di investimenti pubblici, o quello di controllare i fenomeni di allungamento del ciclo al fine di renderli meno conflittuali; non deve mai consistere invece in un vero e proprio processo di pianificazione.
Fino al 1970, dice Mazzetti, questa strategia ha pagato. Distruggere la base produttiva, rendere il sistema inefficiente, ha pagato. È quello che è successo in Occidente, è quello che è successo negli Stati Uniti. La disoccupazione è diminuita e l’accumulazione è avvenuta senza le solite oscillazioni del passato. La distruzione della base industriale ha pagato.
La produzione efficiente di valori d’uso è un problema. Se ne producono troppi. Sono in eccesso. Sono di ottima qualità. Non si guastano, durano a lungo. Per salvare il valore di scambio bisogna sacrificare il valore d’uso, fornendo un mercato a quelle merci (e tra esse la forza-lavoro) che un mercato non ce l’hanno.
In Keynes, dice Mazzetti, è proprio il fatto che i valori sono beni, e cioè prodotti di lavori specifici con un particolare valore d’uso ad essere la fonte degli ostacoli all’accumulazione. Egli pertanto propone che, ogni qualvolta i rapporti sociali impediscano una soluzione più razionale, vada rimosso proprio il carattere concreto, utile del prodotto del lavoro, e gli uomini vengano impiegati (umiliati) a scavar buche e a riempirle. Per salvare il lavoro astratto deve essere sacrificato il lavoro concreto.
Perché i lavoratori non possono essere impiegati in lavoro utili?
Perché l’utilità, volendo salvare il valore di scambio, riporterebbe al periodo di Ford, e forse a un periodo precedente. L’utilità e l’efficienza accorcerebbero il ciclo, svalutando ciò che è stato già prodotto. Keynes riconosce implicitamente che il capitalismo è diventato un sistema irrazionale. Il lavoro concreto, utile, quello che soddisfa i bisogni e dà senso all’attività di chi lo eroga, costituisce un aspetto integrativo accidentale, che può essere rimosso e deve essere rimosso se si vuole realizzare il valore di scambio.
Se c’è un eccesso di laureati in biologia, lo Stato li impiega nelle scuole a insegnare scienza o li impiega nelle Regioni a compilare le tabelline dei rimborsi carburanti, anche se tutto potrebbe essere fatto automaticamente. Si tratta pur sempre di un lavoro, e si porta il pane a casa, non bisogna biasimare chi accetta un tale ripiegamento. Non c’è scelta, non c’è salario di riserva e rigidità verso il basso o altre frizioni istituzionali, si ha bisogno di un reddito e si deve lavorare, anche se ciò che si produce è inutile e non ha un senso, e le ore spese nel lavoro sembrano quelle di un carcerato: la sorveglianza, il comportamento, la forma, il cartellino, la puntualità, il rispetto.
La negazione di questa trasformazione dell’oggetto, la negazione del rapporto con l’oggetto, e nei servizi, la negazione del rapporto con il paziente, con l’utente, con lo studente, si realizza, dice Mazzetti, nonostante l’attività. Ed è anche la negazione della adeguatezza a bisogni umani. Ma se la rimozione del prodotto è concepibile e realizzabile a vantaggio del valore di scambio, questa rimozione lascia sul campo le sue macerie, i sui relitti. Se lo svuotamento del prodotto e del rapporto sono sempre possibili, ciò non significa che non si fa niente, che si sta con le mani in mano, che si aspetta. Nell’attesa ci si consuma e ci si ammala. Perché si producono lampadine che durano un battito di ciglia, quando si potrebbero produrre lampadine che durano una vita, si producono lavatrici che si devono rompere, auto che si devono rottamare, alunni che si istruiscono per lavori che non ci sono, studenti universitari che si formano per impieghi che non esistono. Come si può, in queste condizioni, credere in ciò che si fa?
La frustrazione e il rifiuto del lavoro vengono anche da qui. Il rifiuto di studiare, di andare a scuola, l’insofferenza degli studenti, la frustrazione dei genitori, genitori con vite vuote – fallite – che investono su figli destinati al fallimento, vengono da qui.
L’attività, anche quando gira a vuoto e forma studenti per lavori che non esistono, non è mai neutra. L’attività, dice Mazzetti, non è mai neutra. Anche quando si distribuiscono direttamente soldi, senza la foglia di fico di un lavoro inutile, questi soldi messi in circolazione, alterano il rapporto tra ciò che è utile e ciò che è inutile.
Non fare niente, pazientare, stare a riposo, spegnersi. Solo i borghesi potevano pensare al non-lavoro – all’ozio – come situazione ottimale. Da Adam Smith in poi, fino alla funzione dell’offerta di lavoro, dice Mazzetti, il riposo figura come lo stato adeguato che si identifica con la libertà e la felicità.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/05/2025
La deindustrializzazione
26/07/2023
[Contributo al dibattito] - Le buche di Keynes. Per una prospettiva (almeno) socialdemocratica
J. M. Keynes affermava che in tempi di disoccupazione è meglio occupare persone a scavare buche e a colmarle che non occuparle affatto. Ma al di là della celebre (ed efficace) affermazione, un aspetto centrale del pensiero dell’economista britannico, come è noto, è nell’idea dell’intervento pubblico riequilibrante a vantaggio della piena occupazione e del sostegno alla domanda.
Oggi, che di dissesti infrastrutturali ne abbiamo in abbondanza, non dovremmo nemmeno preoccuparci di scavare buche per creare lavoro. Basterebbe riempirle. Strade e autostrade impraticabili, reti idriche da potenziare, laghi e fiumi da bonificare, prevenzione del rischio idrogeologico, cura dell’ambiente. Potrebbe bastare questo, insomma, in un’ottica keynesiana, non bolscevica, per creare posti di lavoro e – se proprio siamo affezionati alla formula – “crescita economica”.
Solo che – dopo Maastricht e trattati seguenti – l’Italia si è privata degli strumenti per agire in questo senso, disapplicando e subordinando la Costituzione (keynesiana) alle norme comunitarie (anti-keynesiane). Il fine (dichiarato e perseguito: si leggano i trattati europei e si ripercorra la storia degli ultimi trent’anni) dell’Unione Europea, infatti, non è la piena occupazione, ma una certa e costante disoccupazione (unita al contenimento salariale) che possa tenere bassa l'inflazione. Obiettivo, peraltro, ugualmente non raggiunto. Come ben sappiamo.
L’UE non coincide con l’idea di cooperazione tra Stati. Essa non è un progetto democratico: è un dispositivo geneticamente neoliberale. È un’arena, un campo di gioco in cui domina la logica della competizione: non è un caso che non sia mai nato il tanto agognato esercito europeo e che non sia mai passato il disegno di una vera Costituzione politica europea. L’UE, in altri termini, non è diventata tale, cioè, per carenze o errori compiuti nel percorso: il suo scopo è – originariamente e costitutivamente – l’assenza di scopi. Un progetto “nichilista” privo di idealità sociali (cfr. D’Andrea 2022). L’UE, infatti, è stata progettata in un senso dichiaratamente anti-keynesiano e continuamente riprogrammata (dall’Atto unico del 1986, propedeutico al Trattato di Maastricht, fino al Fiscal compact del 2012) con l’obiettivo di spoliticizzare il mercato, subordinando ad esso la decisione democratica.
C’è chi ne auspica una maggiore politicizzazione, battendosi “dall'interno” – come si ama dire – per farne una federazione politica vera e propria, che abbia come architrave l’emancipazione sociale e la solidarietà. Puro romanticismo. Dovrebbe infatti accadere ciò che non può mai accadere: cioè che tutti gli stati membri, nello stesso istante, siano d’accordo nel disapplicare i trattati e scrivere una Costituzione europea con a fondamento la subordinazione dell’interesse privato all’utilità sociale. Cioè l’esatta antitesi del progetto dell’UE.
Ma il fanatismo integrazionista e l’“europeismo retorico” (ibid.) impediscono ormai di ragionare. Sono una fede. E come tutte le fedi annebbiano il pensiero razionale. La flessione sotto ogni parametro economico (pil pro capite, indice di produzione industriale, occupazione) che ha caratterizzato la maggior parte degli stati europei, Italia in testa, negli ultimi decenni non viene in alcun modo messa in relazione all’accelerazione che l’integrazione europea ha subito a partire dal 1992, anzi, si sostiene che i problemi irrisolti derivino da una ancora scarsa integrazione: un “aggiustamento epistemologico” (o più semplicemente una forzatura) tipico di chi tenta di risolvere le anomalie emergenti in un paradigma rimanendo ostinatamente all’interno dello stesso paradigma, per usare un lessico kuhniano.
L’europeismo retorico discende da un’ideologia integrazionista trasversale, eretta a bandiera in primo luogo dalla sinistra, rimasta orfana di fedi dopo aver abbandonato la prospettiva socialista. Essa ha infatti abbracciato integralmente la logica del “vincolo esterno” quasi come una misura espiativa e riparatoria rispetto al “senso di colpa” di essere stata per quasi tutto il XX secolo critica e oppositiva nei confronti delle logiche di mercato. Lo ha fatto recidendo qualsiasi legame con la propria tradizione “inter-nazionalista” e richiamandosi in maniera confusa a un mito fondativo – quello di Ventotene – estrapolandone, però, solo gli aspetti coreografici della cooperazione e della “pace perpetua” tra gli Stati e lasciando cadere tutti quegli elementi spoliticizzanti che già i due celebri autori del Manifesto – in particolare Altiero Spinelli – sostenevano con particolare enfasi (cfr. Somma 2022).
L’esito è stata la creazione di una nuova linea di demarcazione tra sinistra e destra: “europeista” la prima, “nazionalista” la seconda. Facendo della più classica linea di demarcazione capitale/lavoro un aspetto meramente decorativo, utile solo per marcare il territorio. A fronte di una sinistra che obliterava il conflitto sociale sostituendolo con un’ideologia astrattamente europeista, perciò, la destra ha trovato un nuovo terreno su cui giocare la sua partita, cioè quello della difesa degli interessi nazionali, coincidenti, però, non certo con quelli delle classi lavoratrici, bensì con quelli del ceto imprenditoriale.
Nei fatti, tuttavia, anche le seducenti istanze della destra hanno dato prova di totale incapacità di tutela degli interessi nazionali. L’attuale compagine che ci governa, infatti, anche se ha costruito i suoi consensi sulla critica alla fede europeista, ha dimostrato (e continuerà a farlo) che nonostante i finti bracci di ferro propagandistici con la Commissione europea e nonostante le finte battaglie culturali per la “italianità”, non si distanzierà di un millimetro da questa matrice ideologica (oggi detta “agenda”) e dai suoi correlati operativi e procedurali (taglio della spesa pubblica, pareggio di bilancio, allarmismo economico) che – come segnalavano avveduti e inascoltati economisti come Federico Caffè – costituiscono una vera e propria tragedia per i lavoratori (non solo) italiani (Fazi 2022).
Chi si richiama convintamente ai valori del socialismo, perciò, oggi dovrebbe avere il coraggio di tematizzare la questione dell’integrazione europea con maggiore lucidità e individuare nuovi strumenti teorici che sappiano decifrare e decriptare il presente, togliendo i paraocchi ideologici e rinunciando, quando è il caso, alle vecchie categorie interpretative. Nel contesto odierno, infatti, “i nostri vecchi argomenti laici, illuministi, razionalisti, non sono solo spuntati e inutili, ma anzi fanno il gioco del potere” (Pasolini 1975: 127). Occorre allora un lavoro ancora più faticoso che in passato. Uno sforzo che sappia riconoscere le insidie che si annidano in ciò che viene presentato come “integrazione”, “opportunità”, “innovazione”. Che sveli e denunci ciò che il potere chiama “riforme” col fine di mascherare la staticità sociale: la “neolingua del circo mediatico” (Preve 1999: 40), infatti, mutando il significato delle parole, ha mutato anche il significato del termine “riformismo”, che cessa di significare “cambiamento graduale”, per diventare una sorta di lasciapassare per lo “smantellamento neoliberista del welfare state e delle conquiste centenarie del vecchio riformismo laburista e socialista” (ibid.).
Il lavoro più urgente, quindi, è quello di recuperare una visione teorica sistemica. Da qui riattivare, nelle forme oggi realisticamente possibili, la categoria del conflitto a sostegno di quella ampia maggioranza che non beneficia dei privilegi dell’economia di mercato e che paga il prezzo dello sviluppo in termini materiali, psicologici, esistenziali. Consapevoli, tuttavia, che il paradigma socioeconomico egemone non si supera dall’oggi al domani e che, probabilmente, è più realistico il ripristino di quel sistema di “economia mista” già sperimentato in Europa nel cosiddetto “trentennio glorioso” successivo al secondo conflitto mondiale e ben rappresentato in alcuni passaggi fondamentali della nostra (tradita) Costituzione.
Occorre dunque procedere con una gradualità tattica che – tenendo ferma la strategia di un orizzonte regolativo egualitario e socialista – si batta per la ricostituzione di una vera forza socialdemocratica. Una forza che non ripudi, d’un sol colpo, il mercato, che ne preservi talune dimensioni ma in un quadro costituzionale orientato all’utilità sociale (v. art. 41) e che rimetta in moto il conflitto redistributivo per recuperare terreno rispetto alle innumerevoli e cocenti sconfitte subite nella lunga e sfibrante “lotta di classe dall’alto” (Gallino) condotta negli ultimi trent’anni dai grandi gruppi economico-finanziari ai danni dei lavoratori e della dimensione pubblica in generale: si vedano, tra le altre cose, l’umiliante e grottesca metamorfosi della scuola in senso burocratico-aziendale e l’erosione lenta e costante della sanità e del diritto alla salute perpetrati negli ultimi decenni da governi di vario colore politico, in ossequio alle direttive (esplicite o implicite) di Bruxelles.
L’attuale sinistra è all’altezza del compito? La risposta è decisamente negativa. Anzi, l’attuale sinistra non ha nemmeno l’intenzione di riappropriarsi di quella tradizione di lotta ai meccanismi perversi della mercificazione totale che l’hanno caratterizzata nel secolo scorso. E tra l’altro è divenuto stucchevole e ozioso trastullarsi con la questione se esista ancora o meno la sinistra o se il PD sia o no un partito di sinistra: la sinistra ha ormai completato la sua metamorfosi da tempo e oggi non rappresenta più i lavoratori. Essa è il principale garante dei dogmi neoliberali e, benché sul piano del significante rimarchi differenze valoriali e identitarie rispetto alla destra, sul piano del significato si mostra omologa alla sua controparte politica, discostandosene solo per questioni tecnico-procedurali, avendo come referente elettorale principalmente i ceti medio-alti.
Una dinamica storicamente già nota, se pensiamo agli inizi della storia unitaria del nostro Paese, dove destra e sinistra erano espressione del medesimo ceto politico, quello che afferiva al campo liberale, con distinzioni poco nette, sicuramente non riconducibili alla più netta linea di demarcazione novecentesca. Le cose, come è altrettanto noto, cominciarono a cambiare solo con l’elezione del primo deputato socialista e la successiva fondazione del Partito dei lavoratori italiani (1892). Nasceva in Italia la prospettiva del socialismo. Che allora – come oggi – era ben altra cosa dalla “sinistra”.
La storia può cambiare solo con una sua rinascita.
Riferimenti bibliografici
D’ANDREA, Stefano (2022), L’Italia nell’Unione Europea. Tra europeismo retorico e dispotismo “illuminato”, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino.
FAZI, Thomas (2022), Una civiltà possibile. La lezione dimenticata di Federico Caffè, Milano, Meltemi.
GALLINO, Luciano (2012), La lotta di classe dopo la lotta di classe, Roma-Bari, Laterza.
PASOLINI, Pier Paolo (1975), Scritti corsari, Milano, Garzanti (ristampa 2021).
PREVE, Costanzo (1999), Il ritorno del clero. La questione degli intellettuali oggi, Pistoia, Editrice Petite Plaisance.
SOMMA, Andrea (2021), Contro Ventotene. Cavallo di Troia dell’Europa neoliberale, Roma, Rogas edizioni.
Fonte
16/04/2023
Una ipotesi di rafforzamento della Pubblica Amministrazione nel Mezzogiorno
Guido Ortona et al. hanno recentemente proposto di procedere a un programma straordinario di assunzione di 1 milione di lavoratori nella pubblica amministrazione italiana, con retribuzioni pagate da una tassa di scopo temporanea sulle maggiori ricchezze finanziarie delle famiglie italiane. La proposta si fonda essenzialmente sulla convinzione che l’espansione del settore pubblico abbia rilevanti effetti moltiplicativi sulla domanda interna (www.propostaneokeynesiana.it).
A partire da questa formulazione, questo saggio si sofferma sul funzionamento della pubblica amministrazione nel Mezzogiorno, mettendo in evidenza come il problema abbia natura quali-quantitativa e come, anche per questa ragione, il programma suggerito da Ortona et al. sia da raccomandare, tuttavia da ampliare tenendo conto di dispositivi che aumentino il rendimento dei lavoratori. In altri termini, ci si concentra anche sugli effetti dal lato dell’offerta del programma di assunzioni nel pubblico impiego, rilevando gli effetti di complementarietà fra la crescita della spesa pubblica e la dinamica degli investimenti nel settore privato.
L’esposizione è organizzata come segue. Nel paragrafo 2 si dà conto dei meccanismi di causazione circolare cumulativa che sono alla base della crescita dei divari regionali; nel paragrafo 3 si analizza la pubblica amministrazione nel Mezzogiorno. ***
La divergenza fra Nord e Sud ha inizio fin dall’Unificazione. Gli storici riportano il dato per il quale, al 1861, il Pil meridionale non era sensibilmente inferiore a quello del resto del Paese. La fondamentale motivazione delle origini della divergenza è da rintracciare in una variabile geografica, legata alla logistica e ai trasporti. Gli anni successivi all’Unificazione d’Italia sono, infatti, gli anni nei quali si amplia la domanda interna in Europa, soprattutto come conseguenza della prima rivoluzione industriale in Germania. Le produzioni del Nord, considerati gli elevati costi di trasporto in quella fase, trovano, per conseguenza, consumatori più ricchi, più vicini, più numerosi.
Si attiva, così, un meccanismo che, seguendo Gunnar Myrdal (1957), si definisce causazione circolare cumulativa (CCC). Una volta, cioè, determinatasi l’agglomerazione di imprese in una determina area – in questo caso, al Nord – per l’operare di economie di scala, quell’area diventa un attrattore di investimenti provenienti da altre aree[1]. Cresce dunque il Pil nell’area già ricca e si riduce, sia in termini assoluti, sia in termini relativi, la ricchezza prodotta nell’area inizialmente già povera. Un’economia di mercato deregolamentata produce, per questa via, crescenti diseguaglianze territoriali e lo fa spontaneamente. Il meccanismo si autoalimenta e non si arresta endogenamente: l’aumento dei redditi nell’area ricca spinge i lavoratori, particolarmente quelli più qualificati, a emigrare dall’area più povera, generando, anche per questo meccanismo, guadagni di produttività nella prima e, simmetricamente, perdite di produttività nella seconda (cfr. Colacchio-Forges Davanzati, 2022).
L’evidenza empirica disponibile mostra che le divergenze regionali in Italia sono costantemente in aumento, proprio in relazione al periodo nel quale è stato minore l’intervento pubblico correttivo (a partire, in particolare, dallo smantellamento della Cassa per il Mezzogiorno e dalla privatizzazione dell’IRI) e più evidente la scommessa nelle virtù salvifiche del mercato[2], come le migrazioni intellettuali siano un fattore di massima rilevanza nell’alimentare queste divergenze e come questo si traduca in significative perdite di produzione industriale al Sud.
Continua, infatti, la crescita dell’incidenza del settore turistico nel Mezzogiorno, che diventa sempre più il vero e proprio “giardino d’Europa”, ma con una qualità dell’offerta che resta piuttosto scadente e polarizzata fra turismo di lusso e turismo popolare con lavoro nero nelle strutture di accoglienza. Una forte specializzazione in quel settore, peraltro in un contesto di forte de-industrializzazione e anche di perdita crescente di rilevanza del settore agricolo (tradizionalmente trainante in alcune aree, si pensi alla Puglia), determina la caduta della domanda di lavoro qualificato e accentua, per questa via, i flussi migratori, in particolare, di giovani con elevato livello di istruzione. Questo effetto è risultante dalla riduzione dell’intensità tecnologica delle produzioni meridionali, partendo peraltro da valori eccezionalmente bassi del rapporto spesa in ricerca e sviluppo/totale investimenti (Maranzano et. al, 2022).
Il XXI Rapporto Caritas, con dati riferiti al 2021, pubblicato nell’ottobre 2022 riporta che la povertà è maggiormente diffusa nel Mezzogiorno e riguarda prevalentemente minori e immigrati. Il fenomeno ha cause molteplici, fra le quali, non da ultima, l’esplosione quantitativa del lavoro povero, ovvero dell’insieme di attività, anche svolte con contratti regolari, che dà un salario inferiore a quello socialmente considerato dignitoso e di sussistenza. Il lavoro povero è ovviamente in primo luogo quello a nero, e l’economia italiana – quella meridionale ancora di più – si sta sempre più avvitando in una spirale pericolosa nella quale un’incidenza sempre maggiore di rapporti di lavoro ha natura irregolare. Lo dice l’ultimo rapporto della Banca d’Italia, che si sofferma sul nostro Sud (Banca d’Italia, 2022).
Una causa importante dell’aumento del lavoro irregolare, all’estremo nelle campagne pugliesi con 20 euro al giorno per una giornata lavorativa di 10-12 ore, è l’accentuata deindustrializzazione del nostro Paese e la sua collocazione come fornitore di prodotti intermedi all’industria tedesca, in particolare. Si stima, a riguardo, che l’incidenza della manifattura sul Pil è, in Italia, appena in linea con la media europea (14,85 a fronte del 14,46 nel 2020) ed è decrescente nel tempo, soprattutto nelle regioni del Sud. Nell’eurozona, si mostra che la matrice intersettoriale dell’industria registra forti eterogeneità e interdipendenze, con l’Italia, quella del Nord, che vende beni intermedi soprattutto alla Germania, con un peso modesto e in riduzione della spesa per ricerca e sviluppo. L’intensità tecnologica, misurata dalla spesa in ricerca divisa per il volume degli investimenti, è in Italia sempre in riduzione ed è comunque molto bassa nel confronto internazionale. Il Mezzogiorno è sempre più relegato ai margini dell’industria europea e accentua la sua specializzazione nel turismo e in settori a bassa intensità tecnologica.
Lo sfruttamento nelle campagne pugliesi si inscrive in questa dinamica. Riguarda, infatti, molto spesso la coltivazione di prodotti alimentari – si pensi ai pomodori – venduti alle multinazionali del cibo. Si tratta di grandi imprese che ottengono ingenti profitti su larga scala dalla vendita a milioni di consumatori di prodotti di scarsa, scarsissima qualità. McDonald's ne è un esempio. Per contenere il prezzo di vendita a livelli eccezionalmente bassi, occorre acquistare input a prezzi irrisori e, per farlo, occorre rivolgersi a produttori che siano in grado di spingere i salari al livello più basso possibile, quello appena compatibile con la sopravvivenza fisica del lavoratore.
Le multinazionali del cibo, proprio per la strategia di prezzo che utilizzano, ottengono utili crescenti al crescere delle diseguaglianze e della povertà: ovvero, hanno la loro ragion d’essere e traggono alimento dai peggiori risultati macroeconomici che il sistema consegue.
Il lavoro povero è tale soprattutto nei contesti nei quali non è richiesta specializzazione del lavoro (e, dunque, vi è ampia sostituibilità dei lavoratori occupati) e nei quali è poco presente, o del tutto assente, il sindacato. Nel Mezzogiorno entrambe queste condizioni si stanno accentuando: cresce la quota di imprese che occupa lavoratori poco qualificati – quelli più facilmente ricattabili – e si riduce il potere contrattuale dei sindacati e la loro funzione anticoncorrenziale[3]. La “Relazione del Comitato scientifico per la valutazione del reddito di cittadinanza” dell’ottobre 2021 mette in evidenza la crescita, soprattutto nel Mezzogiorno, dei settori “caratterizzati da modesti livelli salariali”, fra i quali, innanzitutto, ristorazione, società di noleggio e servizi e commercio, con retribuzioni a tal punto basse da essere pari ad appena il 12% delle retribuzioni medie del settore privato in Italia: 35.050 euro, su fonte Istat, nel Rapporto del 2018 (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2021, p.53).
Nella prospettiva immediata, le divergenze regionali non potranno che accentuarsi per effetto dell’attuazione dei provvedimenti legati all’autonomia differenziata (v. infra). Si stima, a riguardo, una perdita totale, per le regioni del Sud, di circa 190 miliardi su 750 annui di gettito complessivo (Talamo, 2022).
Il problema è accentuato dal fatto che, stando a ragionevoli previsioni (per esempio, quella dell’ultimo Rapporto SVIMEZ – 2022), il picco di inflazione – in aumento, come è noto, dal 2020, con rilevante accelerazione a seguito dello scoppio della guerra in Ucraina – dovrebbe interessare, nei prossimi mesi, il Mezzogiorno in modo più marcato del Centro-Nord. Ciò accade dopo un anno, il 2021, caratterizzato da un rimbalzo tale da produrre statisticamente un significativo effetto di crescita, anche sostenuta nelle regioni del Sud: 5.9% a fronte del 6.6% del Nord. In considerazione poi della maggiore incidenza dei bassi redditi al Sud, l’inflazione ha già maggiore effetto per le famiglie residenti nelle regioni meridionali. Per quanto riguarda le imprese, il rapporto SACE 2022 mette in evidenza il fatto che (i) gran parte delle imprese esportatrici è localizzata al Nord e (ii) le imprese esportatrici riescono meglio delle altre a diversificare i rischi nella fornitura di energia. Segue, a conferma di ciò che trova SVIMEZ, che sono soprattutto le imprese meridionali a trarre i maggiori danni dall’aumento dei prezzi dei prodotti energetici e che, dunque, è l’economia del Mezzogiorno a essere massimamente vulnerabile.
Una pubblica amministrazione sufficientemente dotata per organico e ben funzionante per organizzazione ed efficienza è ovviamente il presupposto per mantenere sufficientemente elevata la domanda interna e anche per garantire efficienza al settore privato. Ciò a maggior ragione se si considera oggi la rilevanza della tempistica di realizzazione dei progetti del PNRR. Ma la questione non è solo contingente, rinviando all’esistenza di meccanismi di complementarietà fra spesa pubblica e investimenti privati, esplorati, in particolare, nella letteratura postkeynesiana e per i quali si rinvia soprattutto alla produzione scientifica di Alan Parguez e alla tesi della spesa pubblica come “ancora dei profitti”.
Nel Mezzogiorno, entrambe le condizioni non si verificano. SVIMEZ (2022) calcola che l’indice di ricambio delle risorse umane – il numero di assunzioni per ogni pensionamento – nella Pubblica Amministrazione è pari a 1,02 al Centro-Nord nel periodo 2008-2018 e per il Sud a 0,52, con una riduzione di oltre 350.000 unità prevalentemente a tempo indeterminato, ovvero di “personale stabile”. Nello stesso Rapporto, si legge – in modo condivisibile – che “il superamento delle carenze strutturali della Pubblica Amministrazione italiana e locale” passa anche, sebbene non solo, essendo necessari interventi centrali per il buon funzionamento del PNRR, per “nuove immissioni di personale formato e competente” (SVIMEZ, 2022, p.8).
Il problema del pubblico impiego al Sud ha natura quali-quantitativa: è bassa la numerosità e l’incidenza dei dipendenti pubblici ed è, altresì, bassa la qualità dell’occupazione. L’inefficienza del settore pubblico, misurata con diversi indicatori (v. infra), è molto elevata.
La Fig.1 mostra i tempi di erogazione dei crediti verso le imprese da parte degli Enti locali italiani, assunto come indicatore della performance dell’amministrazione pubblica e suddivisi per Regioni.
![]() |
| Fig.1: tempi di pagamento della P.A. suddivisi per Regione |
Si nota il fatto evidente che tutte le regioni meridionali hanno tempi di pagamento ben superiori a quelle del Nord[4]. Le figure a seguire chiariscono che questo non dipende principalmente dal numero di addetti nella P.A., dal momento che, se così fosse, non si spiegherebbe per quale ragione negli anni i tempi di pagamento in Italia si riducono (Fig.3). È evidente che a determinare questo esito è stata la forte accelerazione dei processi di digitalizzazione della P.A. impressa dalla direttiva UE 7/2011, entrata in vigore nel 2012 (obbligo di pagamento entro 30 giorni). Il problema, però, è anche di ordine quantitativo, dal momento che, come mostrato in Fig.2, nel Sud tutte le Regioni sono sottodimensionate per numero di addetti pubblici.
![]() |
| Fig.2: Numero di dipendenti pubblici per 1000 abitanti (per Regione) |
![]() |
| Fig.3: tempi medi di pagamento della P.A. |
A consigliare un aumento del numero di dipendenti pubblici è la considerazione che la gran parte delle aree meridionali ha il lavoro nero – e la criminalità organizzata in alcune Regioni – come principale sbocco occupazionale. Dunque, l’assunzione, in particolare, di dipendenti pubblici per le mansioni di ispezione è fondamentale per ridurre l’entità del problema. L’ultimo Rapporto dell’Ispettorato Nazionale sul Lavoro offre le seguenti evidenze: su 62.710ispezioni definite da INL oltre il 62% è risultato irregolare. Su 84.679 ispezioni definite complessivamente da Inl-Inps-Inail, il 69% è risultato complessivamente irregolare, con un incremento in materia previdenziale (+17%) e assicurativa (+42%). Gli indici di irregolarità più elevati si riscontrano nell’edilizia e nel terziario laddove, in particolare, si rileva un tasso di irregolarità notevole nelle attività dei servizi di alloggio e ristorazione, trasporto e magazzinaggio, ma soprattutto nei servizi a supporto delle imprese, dove gli indici di irregolarità sono riconducibili, in primo luogo, ad esternalizzazioni e interposizioni illecite.
Il totale dei lavoratori tutelati da INL (151.742) comprende, oltre ai 59.362 lavoratori tutelati a seguito di illeciti contestati, anche quelli tutelati con l’adozione di provvedimenti come la diffida accertativa (12.720), la disposizione (74. 705) o l’esito positivo di conciliazioni monocratiche (4.955). La presenza di lavoratori occupati “in nero” costituisce circa il 26% (15.150) dei 59.362 lavoratori irregolari tutelati da INL ed è stata rilevata nel 39% delle 39.052 ispezioni con esito irregolare. Per quanto attiene al quadro geografico dei controlli avviati sul territorio nazionale, che sono stati distribuiti interessando in particolare il sud (con il 30%) – ad esclusione della Sicilia che, per lo Statuto regionale, si avvale di un proprio autonomo Ispettorato – il centro (con il 29%) e a seguire il nord ovest e nordest (con il 21% e 20%), con l’eccezione, in quest’ultima area geografica, delle province autonome di Trento e Bolzano, che si avvalgono di propri Ispettorati in ragione della loro autonomia speciale. Nel rapporto tra il numero di lavoratori in nero e quello delle ispezioni con esito irregolare, le percentuali più elevate a livello regionale sono state rilevate in Campania (60 lavoratori in nero per 100 ispezioni con esito irregolare), seguita da Toscana (52%) e Calabria (48%). Si conferma la tendenza a una diminuzione generale del lavoro nero per le donne, determinando una riduzione della quota femminile che dal 40% del 2019 passa al 30% del 2021, e si assiste conseguentemente ad una crescita della quota maschile di lavoro nero, che va dal 60% del 2019 al 70% nel 2021.
Per quanto attiene alla numerosità degli ispettori sul lavoro, l’evidenza è nella fig.5, dalla quale risulta evidente che il personale è in riduzione per l’INL negli ultimi anni per qualunque mansione e figura professionale.
![]() |
| Figura 4: personale INPS 2017-2019 |
L’ipotesi interpretativa che viene qui suggerita fa riferimento all’evidenza per la quale dal Mezzogiorno emigrano soprattutto giovani altamente qualificati o giovani destinati a diventare tali data la famiglia di provenienza (Scarlato e D’Antonio, 2007). A ciò va aggiunta la scarsa attrattività della pubblica amministrazione per i dottori di ricerca: si tratta di un problema tipicamente italiano, che fa riferimento a questi dati. Su fonte Ragioneria generale dello Stato – conto annuale del Tesoro – ultima rilevazione, si calcola che il numero di diplomati in attivo per il settore pubblico italiano è di 610.909 uomini e 754.244 donne (totale per tutte le funzioni), a fronte di un numero di lavoratori in possesso di laurea triennale pari a 80.783 uomini e 119.874 donne. I lavoratori in possesso di laurea magistrale o a ciclo unico sono 318.874 (uomini) e 722.470 (donne). I post-laurea sono 15.369 uomini e 10.073 donne, mentre i dottori di ricerca sono 56.426 (uomini) e 57.292 (donne): nelle funzioni centrali sono solo 1.019 uomini e 1479 (donne), nelle funzioni locali sono rispettivamente 1.816 e 3.069 e, nella sola sanità, sono 38.529 42.814. Con la parziale eccezione di Puglia e Basilicata, la numerosità di laureati e dottori di ricerca nella P.A. meridionale è significativamente più bassa. A titolo esemplificativo, il numero di individui in possesso di titolo post-laurea nella P.A. della Campania è 53 uomini e 17 donne, a fronte di 227 uomini e 306 donne in Lombardia; i titolari di dottorato di ricerca sono, per la Campania, 120 uomini e 80 donne, a fronte per la Lombardia di 130 uomini e 249 donne. Per quanto attiene alla percentuale rispetto al numero complessivo di addetti nelle due regioni, si registra una più elevata incidenza dei dottori di ricerca donne in Lombardia e una maggiore incidenza dei percettori di titoli post-laurea in Lombardia rispetto alla Campania.
Per quante attiene alle prescrizioni di policy, ci si orienta per un aumento del numero di dipendenti strettamente, però, connesso all’aumento dei salari nel pubblico impiego (per attrarre forza-lavoro altamente qualificata, contrastando il fenomeno delle dimissioni e il problema del discredito culturale del lavoro pubblico). Sulla base della recente analisi di CUB (2023), si propone, altresì, di verificare la possibilità di metodi di riconversione organizzativa del lavoro nel pubblico impiego che contrasti la ripetitività delle mansioni (l’”ottusità smithiana”) e il correlato della scarsa motivazione e del basso rendimento[5].
*** Si desidera ringraziare Augusto Forges Davanzati (Assospena) e Antonio Tornese per le utili informazioni offerte sul sottodimensionamento del personale in alcuni servizi pubblici al Sud (Zes e porti, in particolare), dal punto di vista degli imprenditori del Sud.
Bibliografia
Banca d’Italia (2022). I divari Nord-Sud: sviluppo economico e intervento pubblico, Roma, settembre.
CNEL (2022). Relazione 2022 al parlamento e al governo sui livelli e la qualità dei servizi offerti
dalle Pubbliche amministrazioni centrali e locali alle imprese e ai cittadini.
Colacchio, G. and Forges Davanzati, G. (2022). Wage moderation, regional imbalances in Europe and the recovery and resilience plane. “International Journal of Political Economy”, in corso di pubblicazione.
Coleman, J. (1990). Foundations of social theory. Cambridge: Harvard University Press.
CUB (2023), https://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com/2023/03/il-sistema-di-classificazione-del.html
Daniele, V. e Malanima, P. (2011). Il divario Nord-Sud in Italia: 1861-2011, Rubbettino.
Edoardo Frattola (2018). Quali regioni hanno troppi dipendenti pubblici?. Osservatorio CPI – Università cattolica del Sacro Cuore.
Forges Davanzati, G. (2006). Ethical codes and income distribution. London-New York: Routledge.
Francesco Bortolamai (2022). I pagamenti della PA: miglioramenti notevoli, ma ancora forti ritardi in alcune amministrazioni. Osservatorio CPI – Università cattolica del Sacro Cuore.
Immordino, D. (2023). La realtà virtuale della burocrazia siciliana, “La Voce.Info”, 28 marzo.
Istat (2022). Conti economici territoriali: 2019-2021, Roma (https://www.istat.it/it/archivio/279214).
ItaliaOggi (2022). Benessere. Vince Trento, lunedì 7 novembre.
Maranzano, P., Variato, A.M., Roberto, R. (2022). Politica economica ed evoluzione di struttura: una comparazione europea attraverso gli arcipelaghi settoriali, “Economia&Lavoro”, LVI, 2, pp.171-189.
Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (2021). Relazione del comitato scientifico per la valutazione del reddito di cittadinanza, Roma.
Myrdal, G. (1957). Rich land and poor: The road to world prosperity. London.
Piergiorgio Carapella (2018). I ritardi dei pagamenti della Pubblica Amministrazione. Osservatorio CPI – Università cattolica del Sacro Cuore.
Ragioneria Generale dello Stato (2020). Andamento dell’occupazione. MEF.
Scarlato, M. e D’Antonio, M. (2007). I laureati del Mezzogiorno: una risorsa sottoutilizzata o dispersa, Quaderno SVIMEZ n.10, ottobre.
SVIMEZ (2022). Anticipazioni del Rapporto SVIMEZ. Roma.
Talamo, S. (2022). L’autonomia al Sud. I pericoli per sanità e scuola, “Corriere del Mezzogiorno”, venerdì 21 ottobre, p.1.
Note
[1] Le economie di scala sussistono quando i costi medi decrescono al crescere della quantità prodotta, caratteristica tecnica tipica di imprese con costi fissi molto elevati.
[2] Per una ricostruzione dettagliata e rigorosa della Storia economica italiana e delle sue fasi di sviluppo, nell’ambito della NEG (la new economic geography inaugurata da Paul Krugman), si veda, in particolare, Daniele e Malanima (2011) e la bibliografia lì citata.
[3] Per la destra la povertà è una colpa individuale. Il Governo ha annunciato una revisione del reddito di cittadinanza, la principale misura esistente di contrasto alla povertà, che verrà tolto agli individui che si presume siano abili al lavoro e in età da lavoro, e in più non ha in programma interventi di lotta al lavoro povero. L’unica misura prevista a riguardo è l’ulteriore detassazione delle imprese (che già ricevono ben 40 miliardi di euro all’anno), nella forma del “più assumi, meno paghi”. Si tratta di un intervento a dir poco stravagante, che si concretizza nel premiare le imprese con la più elevata incidenza dei dipendenti in rapporto al fatturato. Si badi che il rapporto fatturato/dipendenti è una misura della produttività del lavoro (in valore): l’intervento, privo di qualunque significato economico, incentiva dunque le imprese meno efficienti, ovvero quelle con la produttività più bassa. Esattamente quello che la teoria economica suggerisce di non fare! In più, il meloniano “più assumi, meno paghi” spinge anche le imprese ad assumere lavoratori poco qualificati, dal momento che costano meno e questa scelta dà comunque diritto al bonus governativo.
[4] Quello del ritardo dei pagamenti è uno degli indicatori maggiormente rilevanti dell’efficienza della P.A. Gli altri sono in questa lista: Pressione finanziaria; Pressione tributaria; Intervento erariale; Intervento regionale; Velocità di riscossione delle entrate proprie; Velocità di gestione delle spese correnti; Indicatori desunti dai servizi indispensabili; Parametro di efficacia relativo all’istruzione primaria e secondaria; Parametro di efficacia relativo al servizio acquedotto; Parametro di efficacia relativo al servizio di nettezza urbana; Indicatori desunti dai servizi a domanda individuale; Parametro di efficacia relativo agli asili nido; Parametro di efficacia relativo agli impianti sportivi; Parametro di efficienza relativo agli asili nido; Parametro di efficienza relativo agli impianti sportivi; Proventi relativi agli asili nido; Indicatori desunti dai servizi diversi, al quale si aggiunge l’indicatore europeo EQI – European quality of government index.
[5] Appare evidente, in tal senso, che l’efficienza non può essere imposta per legge e che questo spiega il sostanziale fallimento dei provvedimenti degli ultimi anni. È stato recentemente messo in evidenza che, nel settore pubblico, “l’efficienza richiede capacità di individuare obiettivi concreti e misurabili calibrati sulle esigenze della collettività di riferimento, il coinvolgimento effettivo delle categorie interessate all’esercizio dell’attività pubblica, la capacità di superare la logica dell’adempimento, spostando il baricentro dell’attività amministrativa e dei rapporti con i privati e le categorie interessate su un piano manageriale e negoziale, e non burocratico-formale, la responsabilizzazione di strutture burocratiche e personale” (Immordino, 2023). È condivisibile, tuttavia, la posizione dei sindacati di base per la quale le differenze salariali interne alla P.A. possono finire per risultare dall’arbitrio dei dirigenti e, dunque, a rendere controproducente e inapplicabile una strategia “meritocratica”.
01/03/2023
Gli squilibri che affossano un mondo “in transizione”
Fuori da questo ambito ristretto, ai piani alti della governance transatlantica è stato soppresso silenziosamente: si fa in altri modi, si raccontano le stesse sciocchezze.
Detto altrimenti, non è più tabù l’“intervento pubblico nell’economia”. Anzi è richiestissimo. Che questo intervento sia agito da uno Stato imperiale come gli Usa, oppure da un insieme di Stati uniti da trattati vincolanti ma sempre più minati da “eccezioni” presentate come “temporanee” (l’Unione Europea, insomma), non fa moltissima differenza.
Anche questa non è una novità. Quando i mitici “mercati finanziari” rischiarono il tracollo, tra il 2007 e il 2009, l’intervento pubblico fu colossale, inducendo addirittura l’ex presidente della Banca Mondiale, Joseph Stiglitz, a parlare di “socialismo per ricchi”.
Quello schema sembra ora confermato di fronte alle necessità della cosiddetta “transizione ecologica”, che induce anche i governi meno propensi a “programmare” interventi economici o produttivi a farsi promotori di finanziamenti consistenti per orientare le scelte delle imprese più grandi (le “locomotive” che dovrebbero poi trascinare intere filiere industriali verso una produzione ambientalmente più sostenibile).
Passando però dal mondo virtuale della finanza a quello molto “fisico” della produzione industriale gli intoppi si moltiplicano.
A grandi linee si può dire che l’obiettivo dichiarato è quello di passare da un sistema che utilizza come fonte energetica principale gli idrocarburi ad un altro fondato sull’elettricità. Nella fase di transizione tra i due sistemi si è deciso di puntare sul gas, che genera meno emissioni climalteranti (meno, non “poche”) rispetto a petrolio e carbone, ed è presente ancora in quantità consistenti (al contrario del greggio).
Ma nel mondo fisico tra il dire e il fare ci passano oceani...
Lasciamo per un attimo da parte le forti obiezioni scientifiche sollevate davanti a questo tipo di transizione (elettrificare pressoché tutto non è detto sia ambientalmente più “sostenibile”, visto che i sistemi di accumulo richiedono materiali che vano comunque estratti e poi smaltiti, senza considerare tramite quale fonte l'elettricità viene prodotta), e prendiamo in esame soltanto le conseguenze sui sugli apparati produttivi esistenti – di dimensioni gigantesche, nell’insieme – e sulla tenuta sociale dei Paesi interessati.
Se fossimo infatti in un mondo sagomato dall’interesse collettivo anziché da quello privati (il profitto come unica molla della produzione), l’operazione sarebbe molto complessa e impegnativa, ma avrebbe probabilmente qualche possibilità di riuscita. L’esempio della Cina – che certo non disprezza il profitto privato, ma prova a renderlo funzionale dentro una programmazione centralizzata – è in questo senso piuttosto probante.
In un contesto dove “la libertà d’impresa” è un totem dispositivo di dominio che ormai ha demolito o sussunto in gran parte il potere degli stessi Stati, raggiungere quell’obiettivo appare però pressoché impossibile.
In primo luogo perché avviene dentro una competizione che coinvolge sia le imprese che gli Stati, per cui quella che – in termini concettuali astratti – dovrebbe essere una “pacifica sostituzione” di determinati sistemi industriali con altri diventa una feroce guerra in cui certe filiere industriali scompaiono rovinosamente, mentre altre si appropriano di quegli spazi di mercato. Se va bene.
Vista la scala dimensionale, oltretutto, questo processo anarchico e conflittuale stravolge la struttura sociale delle popolazioni interessate, e di conseguenza anche la “tenuta politica” delle entità statali coinvolte.
Un quadro indicativo del livello dei problemi che si stanno delineando, in modo molto concreto e lucido, viene fornito ancora una volta da Guido Salerno Aletta in un importante editoriale per l’Agenzia TeleBorsa.
Altamente consigliato, se non si vuol “parlare di politica” in modo vacuo...
Buona lettura.
Necessari processi di riequilibrio
Guido Salerno Aletta – Agenzia Teleborsa
È del tutto fuori luogo lamentarsi per il fatto che gli Stati Uniti stiano finanziando con consistenti fondi pubblici la loro reindustrializzazione, nel settore dei microchip e della transizione energetica, della costruzione di fabbriche per le auto elettriche e batterie.
Aumenta il deficit federale, certo, ma è così che si raccoglie il risparmio ed il capitale per destinarlo alla economia reale: un tipico schema di intervento keynesiano, che parte dalla spesa pubblica per gli investimenti.
D’altra parte, è esattamente quello che sta facendo l’Unione europea con il programma NGUE, di cui l’Italia beneficia ampiamente con i fondi stanziati nel PNRR: gli assi di intervento sono gli stessi, transizione digitale e transizione ambientale, in un contesto di rafforzata coesione sociale. Anche qui è spesa pubblica per investimenti, finanziata con nuovo debito pubblico.
Il vantaggio per l’Italia risiede nel fatto che il tasso di interesse che pagheremo su questo debito è più basso di quello che paghiamo sulle emissioni dei nostri titoli di Stato in quanto la provvista sui mercati è effettuata direttamente dalla Unione Europea, attraverso una Banca Agente, avendo un rating migliore del nostro e quindi a tassi molto più bassi.
Cosa assai diversa è invece esprimere un giudizio sul merito di queste politiche: valutare se siano davvero convenienti o meno; capire se in fondo non si vadano a dare soldi pubblici a palate alle solite grandi industrie, le uniche in grado di gestire processi così impegnativi; oppure, ancora, entrare nel merito di questa gigantesca operazione di decarbonizzazione dell'economia, che prevede l'elettrificazione di ogni consumo energetico partendo da fonti rinnovabili.
Non c’è dubbio che dietro tutta questa corsa alla Green Economy ci siano interessi finanziari enormi e la voglia di cambiare profondamente alcuni equilibri geopolitici: togliere di mezzo il carbone ed il petrolio, usando il gas nella fase di transizione, ha un impatto enorme sui flussi di spesa che si muovono annualmente per questi acquisti di fonti energetiche di origine fossile.
Il quadro di riferimento globale è quello del COP, la strategia dell’ONU volta ad assicurare una metrica comune ed affidabile per verificare il rispetto dei traguardi di riduzione delle emissioni di CO2, fino alla parità tra emissioni ed assorbimenti prevista per metà secolo.
Peraltro, a livello di accordi internazionali, ci sono Paesi di straordinaria importanza in termini di produzione, di consumi energetici e di emissioni, come la Cina, che è rimasta ferma ad impegni a più lungo termine, ed altri come l’India che traguardano addirittura il 2070.
Praticamente, è una scadenza che arriva tra mezzo secolo: a guardarsi indietro, è lo stesso tempo che è passato dal 1973 ad oggi.
Nessuno può davvero prevedere che cosa succederà nei prossimi cinquant’anni.
E neppure bisogna illudersi che se ne stiano tutti con le mani in mano: visto che l’Unione europea ha deciso di vietare a partire dal 2035 l'immissione in commercio di automobili con motori a combustione interna, la Cina si sta già attrezzando da tempo per produrle in casa ed esportarle da noi, battendo la concorrenza delle produzioni europee.
Forse anche di quelle americane, anche se un dubbio rimane, visto che tra dazi e sanzioni il quadro della competizione commerciale è sempre più frastagliato: la legge americana (IRA), che prevede un sussidio pubblico per gli acquisti di auto elettriche, all’inizio era stata formulata in modo da limitarne la erogazione solo nel caso delle auto fabbricate negli USA. La Commissione europea si è lamentata, e sembra che questa esclusiva sia stata rimossa.
Bisogna guardare intanto al quadro di insieme, fatto di squilibri.
Il disavanzo commerciale degli Stati Uniti per merci è enorme ed insostenibile. Devono ad ogni costo ridurlo, perché altrimenti ne va della stabilità del sistema: non possono peggiorarlo ogni anno di 100 miliardi di dollari che vanno finanziati.
Neppure gli avanzi commerciali strutturali di Germania e Giappone sono sostenibili: sono sistemi sociali che lavorano prevalentemente per le esportazioni. Hanno accumulato posizioni finanziarie attive impressionanti, ricchezza finanziaria sull’estero, in investimenti azionari, partecipazioni e crediti di ogni genere. Valori che dipendono, quanto a stabilità, dalla solidità stessa dei Paesi in cui hanno investito.
Ma entrambi questi Paesi, per motivi diversi, stanno vedendo andare a picco il loro export.
Nel 2022, la Germania ha avuto il peggior saldo attivo delle partite correnti dal 2000, con appena 168 miliardi di dollari rispetto ai 294 miliardi del 2019, l’anno che precede la crisi sanitaria del biennio 2020-2021. Un importo praticamente dimezzato, come dimostra anche la percentuale sul PIL, passata dal 7,5% al 4,2%.
Il Giappone è passato da un saldo attivo di 176 miliardi di dollari del 2019 ad uno di appena 58 miliardi nel 2022, riducendosi quindi ad un terzo, come dimostra anche la percentuale sul PIL, crollata dal 3,4% all’1,3%.
Tutto questo si riflette sul valore complessivo dei saldi delle partite correnti dei Paesi del G7, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Gran Bretagna e Stati Uniti, che è precipitato da un saldo negativo per 9 miliardi di dollari nel 2019 ad uno negativo per 939 miliardi di dollari nel 2022.
In pratica, il minor avanzo commerciale di Germania e Giappone, i due Paesi che tenevano insieme a galla gli equilibri del G7, ora li sta facendo affondare.
Il fatto è che alla riduzione che abbiamo rilevato dei saldi attivi di Germania e Giappone non ha corrisposto affatto una riduzione del saldo passivo degli Stati Uniti: il loro disavanzo è peggiorato, passando dai -620 miliardi di dollari del 2019 ai -985 miliardi del 2022.
Purtroppo, anche il saldo passivo della Gran Bretagna è precipitato, passando dai -77 miliardi di dollari del 2019 ai -154 miliardi del 2022.
Anche la Francia continua a galleggiare malamente, visto che il passivo di -14 miliardi di dollari del 2019 è arrivato a -35 miliardi nel 2022.
L’Italia, a sua volta, ha visto erodere il suo attivo, passando dai +65 miliardi del 2019 ai -3 miliardi del 2022.
Gli Usa stanno tentando la strada dell'industrializzazione nei comparti del green e della produzione informatica.
Anche in Europa si è decisa la stessa strategia. Ma è sfida incertissima, soprattutto perché il valore degli asset che si distruggono in Europa sono enormi, in termini finanziari, economici e di occupazione.
Azzoppare tutti insieme, la Germania, la Gran Bretagna, la Francia e l’Italia, così come mandare il Giappone a gambe all’aria, può essere molto pericoloso.
Servirebbe una strategia diversa, meno distruttiva: deintensificare il lavoro nei Paesi in cui c’è un attivo commerciale strutturale, Germania e Giappone per primi, spostando il driver della crescita dall’export al maggior benessere interno.
Ma è una logica non conforme ai principi della competizione capitalistica.
In questa frenesia della transizione energetica ed ambientale, il G7 sta affondando: distruggere per ricominciare da zero, facendo tabula rasa, può essere una pericolosa illusione.
Fonte
23/02/2023
22/12/2022
Globale è bello? Su “Capitale Mondo” di Robert Kurz
di Samuele Cerea
Robert Kurz, Il capitale mondo. Globalizzazione e limiti interni del moderno sistema produttore di merci, Meltemi, Milano, 2022, pp. 539, euro 30,00.
A quanto ci dicono i commentatori stiamo attraversando un’epoca di de-globalizzazione o di post-globalizzazione a base di tensioni internazionali, protezionismo, guerre commerciali, sanzioni economiche e spettri pandemici. Sugli schermi televisivi furoreggia un remake post-politico tanto desolante, quanto potenzialmente micidiale, del classico confronto tra le superpotenze nucleari, che avevamo liquidato un po’ troppo sbrigativamente come un relitto del passato, con le sue proxy-war e le sue figure emblematiche, oggi un tantino surreali. Nel frattempo le élite occidentali elogiano entusiasticamente la logica dei blocchi, auspicano con ansia la fine della dipendenza energetica, mettono in guardia sollecitamente contro il “pericolo giallo”, gli Stati-canaglia vecchi e nuovi e le torme dei falliti globali che si preparano ad assediare la “fortezza Occidente” (o il “giardino meraviglioso” nella poetica lezione di Josep Borrell).
Mentre Big Brother e Goldstein vivono ormai da tempo con noi e anche Oceania sembra a portata di mano vale ancora la pena leggere un libro pubblicato in Germania nei primi anni Duemila, quando le medesime élite politiche ed economiche urlavano dai tetti la buona novella della globalizzazione, trattando con un misto di sufficienza, di fastidio e di apprensione coloro che, ed allora erano davvero tanti, contestavano con ragioni più o meno condivisibili, l’utopia-distopia del mondo unificato?
Il saggio in questione ha per titolo “Il Capitale-mondo” (“Das Weltkapital”, 2004). L’autore, il tedesco Robert Kurz, ha finora goduto di scarsa fortuna e notorietà in Italia anche se taluni rivoli del suo pensiero affiorano talvolta nelle opere di qualche autore nostrano come fiumiciattoli carsici. Scomparso una decina di anni or sono, autore, a partire dagli anni Ottanta, di una decina di libri e di un numero assai maggiore di contributi, apparsi generalmente sulle riviste Krisis e Exit!, nonché di moltissimi articoli per quotidiani come il berlinese “Neue Zeit” e la “Folha” di San Paolo, Robert Kurz può contare da noi, negli ultimi anni, sulla traduzione de Il collasso della modernizzazione e del testo qui presentato oltre che di altri saggi più brevi.
Va detto che Kurz sconta il fatto di aver commesso numerosi peccati contro lo spirito (dei tempi). Anzitutto, contravvenendo agli anatemi postmoderni e alla tendenza attuale verso la “divisione del lavoro” filosofica, nemici giurati della “totalità” e alquanto inclini alle cineserie intellettuali, è l’orgoglioso aedo di una nuova “grande narrazione”. Animata per giunta non certo da una postura contemplativa ma decisamente rivolta verso il sovvertimento dell’ordine sociale esistente. In secondo luogo ha posato le fondamenta di questa impresa sulla base, a dir poco insidiosa, del paria ideologico Karl Marx. E nemmeno su quelle parti della teoria di Marx più o meno sopravvissute allo sconquasso successivo al 1989, come la “lotta di classe” o lo “sfruttamento”, bensì su frammenti, intuizioni, filoni, idee che si stagliano nel panorama del pensiero del filosofo di Treviri come massi erratici o come smarriti isolotti in un esteso arcipelago. Terzo, la teoria di Kurz ha un grave fastidio: analizza e interpreta la realtà sociale ma non contiene nulla che possa essere convertito in breve tempo in un programma politico, al servizio dei partiti della “sinistra” (oggi meno che mai), dei sindacati o dei movimenti di protesta.
Ma veniamo al saggio in questione. Il Capitale-mondo è un libro di grossa mole e non certo di facile lettura. E del resto, da buon seguace di Marx, anche Kurz scrive per lettori che vogliano imparare qualcosa con la propria testa. Aiuterebbe certo una conoscenza almeno elementare del quadro teorico in cui si muove l’autore ma ciò esula dai limiti di una semplice recensione. Si rimanda ad altre opere dal carattere propedeutico. Ci limitiamo a dire che la diagnosi operata da Kurz sui destini della modernità ha il suo fulcro nella critica dell’economia politica di Marx e sulle categorie, in crisi irreversibile, di valore e lavoro (astratto).
Come il riccio di Archiloco anche Robert Kurz conosce una sola cosa ma è grande. Il sistema sociale che indichiamo comunemente in una prospettiva storica con il nome di modernità o società moderna e in una prospettiva socio-economica come società capitalistica o capitalismo tout court è giunto a fine corsa e minaccia di schiantarsi. Buone notizie per gli oppositori del sistema? Non tanto. Il capitalismo ha già imboccato la strada che porta verso il cimitero dei pachidermi della storia. Il guaio è che a sotterrare il capitalismo non saranno audaci schiere di lavoratori organizzati, o qualunque surrogato sulla piazza, ma le sue stesse contraddizioni, che Kurz condensa nel concetto del “limite interno”. Il corollario di questa concezione è però che non è affatto detto che il capitalismo venga seguito da una nuova società più stabile e giusta, da un nuovo ordine coerente; al momento l’alternativa più probabile è che il capitalismo entri in una nuova “era delle tenebre”, caratterizzata dall’implosione delle istituzioni sociali e delle strutture economiche. Come ha detto altrove il nostro autore, “la prigione è in fiamme ma qualcuno ha serrato le finestre e i prigionieri sono bloccati al suo interno”.
La storia del capitalismo è quella di una dinamica irreversibile con le sue fasi. Quella analizzata da Kurz in questo saggio è l’apogeo della fase neo-liberale, iniziata alla fine dei Settanta, poi traumatizzata dalla crisi del 2008. La narrazione assembla l’analisi storica con la critica dell’ideologia, alterna capitoli in cui la natura della globalizzazione viene sviscerata sulla base di una grande quantità di dati economici (il cui filo non è sempre agevole da seguire) ad altri in cui si esaminano le conseguenze della frammentazione sociale, la crisi del denaro e della politica. Da sottolineare, in particolare, la disamina del capitale finanziario e del suo ruolo nel meccanismo dell’economia moderna. La ricchezza di temi è amplissima e Kurz ama dialogare, generalmente in termini polemici, con una moltitudine di voci presenti e passate, da Ulrich Beck a Joseph Stiglitz, da David Ricardo a Rudolf Hilferding, da Michel Aglietta a Peter Sloterdijk. Sarà possibile solo un breve excursus sul carattere generale dell’opera cui uniremo alcuni spunti critici circa numerose convinzioni diffuse oggi tra i contestatori del sistema.
Cosa turba l’apparente imbattibilità del sistema? La sua stessa logica. Nella prospettiva di Kurz la globalizzazione non è il sintomo dello stato di salute del capitale, che abbandona le mura nazionali per propagarsi con le sue catene produttive in tutto il globo, ma una chiara conseguenza del fatto che il ristagno della produzione di valore, dovuto all’intervento della tecnologia informatica, della robotica – cioè della Terza Rivoluzione industriale – costringe le imprese a una concorrenza disperata e cannibalesca, disperdendo le loro fasi produttive per il globo per approfittare del divario dei costi e delle condizioni sociali e giuridiche messe a disposizione degli Stati. Gli investimenti oggi non sono più investimenti per l’espansione ma per la razionalizzazione. Ma se le imprese se la passano male, per gli Stati va anche peggio, costretti dalla crisi delle finanze pubbliche a indebitarsi sempre più sui mercati finanziari, a privatizzare e a tagliare le infrastrutture sociali.
In quest’ottica un effetto salutare del libro potrebbe essere quello di fare piazza pulita di tutta una serie di false idee sulla crisi del sistema e sulla possibilità di venirne a capo. Il primo punto lo si potrebbe intitolare “Com’era verde la mia nazione!” E qui entra naturalmente in gioco la categoria del “sovranismo”, la testa di turco preferita dell’establishment politico-finanziario-mediatico neoliberale. Il problema del sovranismo è che i suoi apostoli più riflessivi, per la maggior parte, non sono né ottusi campanilisti, né irriducibili fustigatori della contaminazione multiculturalista, né fanatici nazionalisti, adusi ad esterofobe campagne aggressive. Il loro errore consiste invece nel credere in ciò che un tempo si chiamava il “primato della politica”, cioè nella convinzione che uno Stato-nazione, ben radicato nelle sue istituzioni, guidato da una classe dirigente volenterosa, sia in grado di controllare, governare, correggere la propria economia di mercato, dirigendola verso obiettivi consoni agli interessi nazionali e della popolazione. Questa idea, che predica l’autonomia dello Stato nei confronti dell’economia o addirittura uno status gerarchico superiore, viene però sconfessata da Kurz. Lungi da essere il nocchiero del mercato, lo Stato e con esso, in generale, la sfera politica, dipende dall’accumulazione di capitale al suo interno, da cui esso preleva ciò di cui abbisogna per le sue “politiche” (sostanzialmente allocazioni di denaro in favore di obiettivi più o meno “democraticamente” prefissati). Ma una volta che il modello dell’accumulazione fordista entra in crisi, anche lo Stato manifesta la sua natura “secondaria” rispetto alla base economica. Di fronte alla transnazionalizzazione e alla razionalizzazione dell’economia, lo Stato, come osserva argutamente Kurz, non può “transnazionalizzarsi” a sua volta, né tantomeno “licenziare” i propri cittadini ma solo operare una “razionalizzazione” distruttiva, rinunciando gradualmente a finanziare le proprie infrastrutture sociali, indebitandosi fino al collo sui mercati finanziari e arrangiandosi così da attirare la quantità maggiore possibile di investimenti.
La critica “sovranista” non vuole comprendere questa relazione causale e interpreta, ad esempio, l’adesione dell’Italia alla moneta unica europea, non come una strategia opportunistica, per quanto miope, al fine della sopravvivenza del paese nel mercato mondiale ma come l’esito del “tradimento” di una casta politica di infedeli (Prodi, Ciampi, Amato etc.), cui sarebbe necessario rispondere con una rinazionalizzazione per la quale non sussiste il benché minimo fondamento.
Del resto tra i medesimi apologeti del sovranismo vale anche il grido “Que viva Keynes!” Da tempo, nel campo della “sinistra” più o meno radicale, l’icona di Keynes gode almeno di altrettanto favore di quella di Marx. Il motivo è presto detto. Il nome dell’economista di Cambridge è associato nella memoria di ogni buon socialdemocratico con i “trenta gloriosi” del XX secolo, con la realizzazione dello Stato del benessere, con il ruolo dello Stato nell’economia. Ciò ha perfino condotto a ritenere qualcuno che la teoria di Keynes sia fondamentalmente anti-capitalista. Ma la “nostalgia keynesiana” della sinistra e per il mondo di cui è stato l’augure è necessariamente legata alle fortune dello Stato-nazione e non è più adeguata al mondo attuale.
Dunque chi ha vinto la lotta di classe? Secondo una battuta
attribuita a Warren Buffett, la sua, almeno per il momento. L’idea che
la globalizzazione o, più in generale, l’epoca dei movimenti di capitale
senza controllo coincida con una “rivincita” dell’élite globale
capitalistica, dopo il micidiale affondo delle classi subalterne del
secondo dopoguerra è stata sostenuta in tempi relativamente recenti, ad
esempio, da David Harvey, secondo il quale il neoliberismo nel suo
complesso sarebbe una colossale strategia di intervento del potere
privato, delle grandi società industriali e finanziarie, le quali
stanche di veder erosi i loro tassi di profitto a vantaggio della classe
lavoratrice avrebbero plasmato le classi dirigenti al fine di
rilanciare il dominio del potere economico sulla società.
Ma per Kurz l’avanzata della dottrina neoliberale alla fine degli anni
Settanta non è stata altro che la risposta “passatista”, perché basata
su di un recupero di alcuni aspetti della teoria dell’economia
neoclassica, già falliti nell’epoca delle due guerre, alla crisi
economica intervenuta in quel periodo. Era stata proprio la difficoltà
nell’accumulazione del capitale, dovuta ai primordi della Terza
Rivoluzione industriale, e la conseguente crisi del modello keynesiano, a
suggerire la necessità di flessibilizzare il lavoro, ridurre la spesa
pubblica, privatizzare tutto ciò che era possibile, fino allo sviluppo
estremistico del settore finanziario. Dunque alla radice di questa
vittoria della “classe sbagliata” c’era il fallimento del vecchio
modello, quello della “classe giusta”, non una forma di revanscismo
sociologico.
La principale illusione è quella di credere che l’economia di mercato e la democrazia politica non siano in sé cose troppo negative e che il problema consista solo nel combattere tutti quei soggetti che deformano il sistema per il proprio tornaconto. E allora per invertire la tendenza verso la crisi basterebbe che la politica smettesse di concentrarsi solo sul debito pubblico e sul prodotto interno lordo, come chiedono gli eurocrati, ma pensasse invece a promuovere posti di lavoro e aumenti salariali, che si chiudesse una volta per tutte con le privatizzazioni e con la socializzazione delle perdite del settore bancario e finanziario, che si ponessero paletti alla delocalizzazione delle imprese. In poche parole, occorrerebbe ripristinare un “mercato corretto”, immune dall’influenza dell’establishment e dei suoi lobbysti. Il progressivo degrado delle condizioni di vita non sarebbe quindi figlio della dinamica del capitalismo ma solo il frutto di strategie politiche manipolative.
La conclusione più reale è invece che le spaventose disuguaglianze che caratterizzano l’era del capitalismo neoliberale non sono il risultato di una strategia consapevole di élite ben decise a riaffermare il proprio punto di vista di classe ma la conseguenza logica e coerente del fatto che il capitalismo fallisce in ciò che esso ha di più essenziale, vale a dire l’accumulazione di valore effettivamente valido. La società dei “trenta gloriosi” del secondo dopoguerra, l’apoteosi del capitalismo “socialdemocratico”, nei limiti del mondo dell’Occidente sviluppato, con il suo solido capitalismo industriale in espansione, accompagnato da un settore creditizio e finanziario ancillare, si è estinta proprio perché tale modello fatto di sostanziale piena occupazione, di Stato sociale, di crescita dei redditi etc., si era ormai infilato in vicolo cieco fatto di stagnazione e inflazione.
L’abnorme crescita del capitale finanziario, favorita con ogni mezzo sul piano giuridico e normativo dalle classi dirigenti di ogni paese (anche se naturalmente non dappertutto con la stessa prontezza e la stessa rapidità) era dunque necessaria per simulare una crescita economica in totale assenza di una valorizzazione reale del capitale. La soppressione di tutte le catene che ostacolavano la libera circolazione del capitale finanziario era indispensabile, non solo perché lo esigevano gli interessi soggettivi degli attori interessati, ma soprattutto per una imperativa esigenza sistemica: il salvataggio, in ultima analisi illusorio, del sistema di mercato.
Si aggiunga inoltre che questa eclatante asimmetria di ricchezza e di reddito che caratterizza la nuova era neoliberale non è affatto eccezionale nella storia del capitalismo. Come illustra lo stesso Kurz in un altro saggio (“Schwarzbuch Kapitalismus”, 1999) la tendenza del capitalismo è sempre stata quella di ridurre al minimo il consumo delle masse, di deteriorare fino all’estremo la vita sociale. Questo fa sì che la relativa “cuccagna” dell’Età dell’oro fu un evento eccezionale, una sorta di effimero periodo di tepore in un’epoca di glaciazione.
Ne risulta che l’idea del “primato della politica”, della possibilità da parte di una classe dirigente benintenzionata e “popolare” di ripristinare l’Eden fordista mediante misure redistributive e una nuova strategia di sviluppo economico è una mera illusione. L’“estate di san Martino” del capitalismo non tornerà mai più, tantomeno per mano di un sovranismo progressista.
08/12/2022
Lo Stato produttore di ultima istanza. Di nuovo...
La svolta non è ancora avvenuta sul piano ideologico e “narrativo”. Nei talk show e negli articoli da quattro soldi prevalgono ancora i ripetitori impazziti di luoghi comuni neoliberisti, che urlano “sono le imprese a creare lavoro!”, “basta mettere soldi pubblici in imprese che il privato sa gestire meglio”, e falsi clamorosi dello stesso tipo.
Parlando per esempio di Alitalia – o della sua lontana erede, Ita – è di fatto proibito ricordare che era stata privatizzata nel 2008, al termine di una lunga stagione di gestioni scientemente fallimentari, che dovevano ridurne valore e peso internazionale in modo da favorire il suo assorbimento da parte di Air France (per un accordo risalente all’indomani degli accordi di Maastricht).
Quella privatizzazione fallì in pochi mesi, nonostante il dimezzamento degli stipendi e migliaia di licenziamenti, per l’incapacità totale dei “capitani coraggiosi” scovati da Berlusconi (Colaninno, Marcegaglia e altri psudo-campioni dell’imprenditoria nazionale).
Ma i successori arabi di Etihad, che pure non mancavano di soldi e competenza nel settore aereo (oltre che di salari ulteriormente dimezzati e altre migliaia di licenziamenti), non fecero meglio, fino a trascinarci alla situazione attuale.
Ossia con un paese ad alta attrazione turistica (anche per scelte miopi da mentecatti che hanno paura dello “sviluppo economico”), decine di aeroporti ricchi di traffico e nessun vettore nazionale in grado di raccogliere tanto “ben di dio”.
Il problema è però più generale e sistemico. Si è rotta la “globalizzazione” e dunque lo schema che sembrava vincente – privatizzare tutto e accogliere con politiche fiscali di estremo favore qualsiasi capitale internazionale, sia pur piratesco – da qualche tempo non funziona più (e in Italia ha sempre funzionato pochissimo).
La frammentazione del mondo – da unipolare a multipolare – il proliferare di “sanzioni”, alleanze, nemici reali o putativi, ecc., costringe a guardare il passaporto di chiunque si presenti per “intraprendere” qui da noi, e magari cacciare qualcuno cui avevamo venduto un pezzo decisivo del patrimonio industriale un tempo pubblico (è il caso della raffineria di Priolo, ex Agip, ora in mano ai “maledetti” russi di Lukoil).
Con il capitalismo italiano affetto più di sempre dalla sindrome del “braccino corto” – nessuna voglia di investire e rischiare, preferenza per i monopoli pubblici privatizzati, vedi Autostrade... – certe imprese hanno ormai dimensioni inaccessibili per i “prenditori” privati con passaporto nazionale.
E quindi, tra tensioni di guerra e seri rischi di restare a secco di prodotti indispensabili (dall’energia all’acciaio, ma la lista è lunghissima), è inevitabile che lo Stato sia riproposto, in condizioni di emergenza, come “produttore di ultima istanza”.
Non è un caso. Anche la Bce era stata costruita – persino statutariamente! – per non svolgere più la funzione strategica classica di una banca centrale (il “prestatore di ultima istanza”), nella stolida convinzione ideologica (o servile) che dovesse essere “il mercato” a decidere della vita e della morte sul debito pubblico emesso dagli Stati.
Poi venne la grande crisi finanziaria del 2008, il “socialismo per ricchi” degli Stati che furono obbligati a dissanguarsi (indebitarsi, tagliando altre spese future) per salvare gli speculatori della finanza, che ovviamente hanno usato quelle risorse per speculare immediatamente contro i propri “salvatori”...
Fin quando non toccò al principe del capitale finanziario internazionale, l’ex vicepresidente di Goldman Sachs issato prima al vertice di Banca d’Italia e poi della BCE (e di lì a Palazzo Chigi), pronunciare il famoso “whatever it takes” che restituiva – senza dirlo, ovvero senza cambiare in nulla la struttura della governance monetaria – alla banca centrale (un’istituzione pubblica, per quanto asservita agli interessi del capitale multinazionale) il ruolo di prestatore di ultima istanza.
Ora tocca anche alla produzione industriale. Ma attenzione! Questa spinta alla “nazionalizzazione” non ha nulla a che vedere con finalità sociali o di redistribuzione della ricchezza (che ovviamente deve essere prima, e da qualcuno, prodotta...).
Somiglia molto di più, e maledettamente da vicino, al keynesismo di guerra che quasi un secolo fa spinse nazismo tedesco e fascismo italiota sulla via del “produrre per competere” e quindi all’esplosione bellica.
A voi, intanto, questo articolo apparso, un po’ a sorpresa, su il manifesto.
Lo Stato produttore di ultima istanza
Il contesto economico globale resta molto incerto. La fiammata inflazionistica sembra stabilizzarsi, si registra un primo rallentamento dei prezzi alla produzione (effetto anche di una domanda debole), le banche centrali non danno ancora segnali di inversione delle politiche monetarie restrittive, anche se si scorgono le prime crepe.
Gli scenari di guerra e le tensioni internazionali non sembrano in via di soluzione, mentre scenari recessivi vengono ipotizzati per questo inverno.
Di certo l’inflazione sta erodendo il potere d’acquisto delle classi popolari e medie, riducendo i debiti e favorendo i profitti. In questo orizzonte difficile emergano attori in grado di adottare politiche strutturali di respiro globale. I principali paesi del mondo si affidano a una logica autocentrata, difensiva. In tale ripiegamento si afferma un ritorno più incisivo dello Stato.
Più incisivo in quanto di una sua ritirata non si sarebbe potuto parlare neppure nella cosiddetta epoca neoliberista. Quando era protagonista nell’attivare e sostenere un modello definito in modo emblematico «keynesismo privatizzato».
Oggi il suo ruolo non può limitarsi a favorire unicamente logiche finanziarie, in quanto emerge l’urgenza di tornare a lubrificare direttamente la sfera produttiva.
Le ragioni sono molteplici. Dal ritorno della geopolitica, con il suo portato di spese militari e produzioni strategiche, fino a necessità più strettamente economiche e sociali. Non a caso tra i temi più scottanti sul tavolo del governo italiano ci sono proprio possibili interventi pubblici per soccorrere l’economia nazionale. Al netto di una certa confusione negli orientamenti politici e di spinte opposte o centrifughe il processo va in direzione di una qualche forma di ripubblicizzazione di alcuni gangli nevralgici.
Il primo è il ritorno dello Stato a ritmi accelerati nelle acciaierie. Il settore rappresenta un polmone per l’industria italiana a cui nessuno vuole rinunciare, ma al contempo i vari esperimenti di privatizzazione, da campioni nostrani (Ilva-Riva) fino ad arrivare alla grande multinazionale euro-indiana (AcelorMittal), hanno fallito.
Il secondo caso è il fascicolo Ita, ex compagnia di bandiera. Società che ha vissuto ripetuti passaggi di proprietà, anche in questo caso da cordate italiane a una Compagnia mediorientale, rimanendo in uno stato di crisi permanente tale da renderla in svendita continua.
Qua giocano fattori territoriali e nazionali, Milano o Roma, privata o pubblica. Certo che i grandi operatori europei (tedeschi e francesi in primis) ne abbasserebbero il rango, finendo per farle perdere il ruolo di compagnia di bandiera e indebolendo gli aeroporti italiani.
Per tale motivo il governo pare intenzionato a recuperare un ruolo da protagonista per le ferrovie italiane (Fs).
Infine c’è la raffineria di Priolo a Siracusa, un impianto che attualmente è in mano a una società russa, Lukoil, e che rischia la chiusura in relazione alla decisione europea di embargo ai prodotti russi. L’impianto garantisce il 20% della capacità di raffinazione per l’Italia.
Anche questo polo industriale assume un valore centrale per l’economia nazionale in tempi di crisi energetica. La soluzione che va prendendo campo è quella di un intervento pubblico per rilevare il 100% della proprietà, sulla falsariga di quanto accaduto in Germania con un’azienda riconducibile a Gazprom.
A ciò si può aggiungere il fatto che, in considerazione delle difficoltà registrate, il ritiro dello Stato da Monte dei Paschi dirada le sue tempistiche, lasciando in mano pubblica il quarto gruppo bancario italiano.
Da una parte il Governo rilancia il suo profilo liberista (non disturbiamo chi produce) dall’altra deve necessariamente intervenire proprio nelle attività produttive.
Il paese si avvia a recuperare una funzione statuale in economia come non si vedeva da tempo. Una tendenza che va affermandosi anche a livello internazionale. Qualcosa vorrà pur dire.
Fonte
29/05/2022
Rileggere Federico Caffè da una prospettiva rivoluzionaria
Come ricorda Fazi (3) quando venne avanzata per la prima volta la proposta di istituire una moneta unica europea – con il cosiddetto piano Werner – fu bocciata come una bizzarria se non come una vera e propria follia. Questo perché, a quei tempi, a livello accademico esisteva ancora un sostanziale accordo sul fatto che la politica economica dovesse essere prerogativa esclusiva dello stato-nazione. Dal che discendeva: 1) l’idea che spettasse a quest’ultimo il controllo delle principali leve di politica economica, a partire da quella monetaria e di bilancio; 2) una diffusa consapevolezza che i fenomeni monetari producono effetti concreti sulla distribuzione del reddito, sui livelli occupazionali sul benessere sociale. In altre parole, la politica monetaria veniva vista come una componente strategica della politica economica generale, di cui in governi in carica dovevano assumere la piena responsabilità. (4) Del resto, questa visione era del tutto coerente con il regime keynesiano che, dalla fine della Seconda guerra mondiale agli anni Settanta, era stato adottato da tutti i Paesi democratici occidentali (e non solo da quelli: anche i totalitarismi di destra, sia pure a modo loro, lo avevano fatto proprio). La filosofia che inspirava tale regime comportava una forte presenza dello Stato in economia, non solo con politiche industriali a sostegno degli investimenti e della domanda attraverso la spesa pubblica, ma anche con interventi diretti, come lo sviluppo di importanti settori produttivi a capitale pubblico). A complemento di tale indirizzo politico erano previsti il rafforzamento dello Stato sociale (sanità, istruzione, indennità di disoccupazione, ecc.), politiche del lavoro finalizzate al raggiungimento della piena occupazione e alla crescita salariale; la valorizzazione del ruolo dei sindacati in quanto istituzioni preposte alla mediazione dei conflitti di interesse fra capitale e lavoro, e l’idea secondo cui la partecipazione delle classi lavoratrici alla vita politica dei loro paesi attraverso i partiti di massa fosse un elemento decisivo per lo sviluppo e il rafforzamento della democrazia (5).
Chi è nato dopo gli anni Settanta e ha studiato economia nei decenni successivi, di Keynes conosce – ammesso e non concesso che abbia avuto l’opportunità di accostarsi al suo pensiero – la versione edulcorata e distorta che ne hanno dato i teorici “neokeynesiani” (sui quali torneremo più avanti), vale a dire l’idea secondo cui in situazioni di crisi è lecito ricorrere all’intervento pubblico per sostenere l’economia. Ma Keynes sosteneva ben altro: l’economia non richiede l’intervento dello Stato esclusivamente in caso di crisi, perché il capitalismo non è solo soggetto a crisi periodiche ma è intrinsecamente instabile e strutturalmente incapace di assicurare la piena occupazione e un’equa distribuzione di reddito, per cui lasciarlo libero di operare seguendo i suoi “spiriti animali” significa causare disastri. In particolare contestava la tesi liberista, secondo cui la disoccupazione è un fenomeno “naturale” che si aggrava in situazioni di contrazione del mercato ma, se si lascia che i salari fluttuino verso il basso in base alla “leggi” del rapporto fra domanda e offerta, tende “automaticamente” ad essere riassorbita. Contro tale tesi, Keynes aveva dimostrato la possibilità che, in assenza di idonee misure di intervento pubblico, si instauri un equilibrio stabile di sottoccupazione per cui, al fine di mantenere condizioni di pieno impiego, occorreva stimolare gli investimenti da parte delle autorità di governo centrali e locali, né tale politica avrebbe dovuto trovare ostacolo nel disavanzo del bilancio dello Stato che anzi veniva raccomandato (il cosiddetto deficit spending) (6).
Per Keynes l’ozio forzato era il male assoluto, nella misura in cui vedeva nel lavoro il fondamento della dignità umana (di qui la famosa provocazione secondo cui sarebbe stato meglio pagare le persone per scavare buche e poi riempirle piuttosto che lasciarle in condizioni di inattività – battuta che venne interpretata alla lettera dai suoi detrattori, per poterlo accusare di “assistenzialismo”). Questa visione è chiaramente eretica in base ai canoni della razionalità e dell’etica capitalistiche, il che lascia intuire come, dietro di essa, non vi fossero semplicemente una concezione alternativa della politica economica ma il tentativo di affermare la possibilità di una civiltà completamente “altra”. Nella lettura di Caffè – e in quella di Fazi che la rilancia – il progetto di Keynes non è solo di natura economica, ma anche politico, sociale e morale; non si tratta semplicemente di riformare il capitalismo, ma di prospettare la transizione a una sorta di socialismo liberale e/o democratico.
Ciò che Keynes aveva in mente, secondo Caffè e Fazi, era un “sistema misto” in cui lo Stato esercita un controllo centrale dell’economia programmando e pianificando l’attività generale, pur senza escludere l’iniziativa privata, ma disciplinandola nell’interesse della comunità (7). Non solo: la sua visione comportava anche provvedimenti ancora più indigesti per il punto di vista liberal/liberista, quali la regolazione politica dei rapporti economici e commerciali con l’estero (onde ottenere quanta più autosufficienza nazionale possibile), l’abolizione della libera circolazione dei capitali, la cosiddetta “eutanasia del rentier”, cioè di coloro che sfruttano a fini speculativi le situazioni di scarsità artificiale di capitale.
Nel solco di questa visione, argomenta Fazi, Caffè insisteva con particolare vigore nel denunciare – ben prima dell’uso strumentale che le nostre élite ne avrebbero fatto dopo l’ingresso dell’Italia in Europa – la tesi del vincolo esterno, vale a dire l’idea che le singole economie nazionali siano obbligate ad adattarsi alle “leggi” del mercato mondiale, anche a costo di pagare tale acquiescenza con la disoccupazione e la depressione economica. Una volta accettato il principio che l’azione pubblica è chiamata a correggere le varie forme di fallimento del mercato, non si vede perché tale principio non debba applicarsi anche alla sfera delle relazioni internazionali e, non c’è motivo di arrendersi al tabù della sacra libertà degli scambi, è chiaro che le forme di regolamentazione degli stessi – e qui lo scandalo diviene assoluto – “non possono prescindere da misure protezionistiche”. In particolare, l’esportazione di capitali a fini speculativi poteva e doveva essere vietata perché Caffè – qui citato da Fazi – la considerava “un diritto di veto, da parte di una sezione della collettività, nei confronti di provvedimenti che, malgrado le reazioni emotive eventualmente suscitate, siano stati riconosciuti conformi all’interesse della comunità nelle sedi politicamente qualificate a esprimere tale giudizio” (8).
In che misura questa lettura radicale delle teorie keynesiane può essere considerata “rivoluzionaria”? Bisogna intendersi sul termine. È pur vero che nel dibattito su riforme e rivoluzione che si svolse nella socialdemocrazia tedesca fra fine Ottocento e primo Novecento, sia Engels che Luxemburg sostennero che l’alternativa non era fra riforme o rivoluzione, bensì fra riforme fini a sé stesse e riforme in quanto strumento per agevolare la transizione al socialismo. Ciò detto, la posizione di Caffè può essere classificata come appartenente al secondo tipo? In un certo senso sì (e ciò vale in parte anche per Keynes), senonché occorre poi definire cosa si intende per transizione al socialismo. Mi pare di poter dire che Caffè, perlomeno secondo la lettura di Fazi, identifichi il socialismo con l’economia mista configurata dai primi articoli della nostra Costituzione, vale a dire con una società in cui “l’obiettivo di guadagno del privato imprenditore venga conseguito non a scapito ma congiuntamente all’obiettivo sociale del benessere della collettività” (9). Si dà il caso che questa definizione si avvicini molto sia alla concezione del socialismo di un autore come Carl Polanyi (10), sia a quella di “socialismo del secolo XXI” sviluppata dalle rivoluzioni bolivariane in America Latina. Ma, almeno sul piano di alcune politiche economiche, non è molto dissimile nemmeno dal regime economico cinese emerso dalle riforme del 1978. Senonché, se le somiglianze con la visione di Polanyi sono innegabili, con gli altri due esempi esiste una differenza radicale: Caffè non contemplava che il controllo statale sull’economia fosse imposto con la forza della costrizione giuridica, o addirittura con quella delle armi. La sua visione, radicalmente illuminista, voleva imporsi attraverso la persuasione psicologica più che tramite la coercizione legislativa (11). Di più: ironizzando nei confronti del massimalismo delle sinistre radicali, parlava di un atteggiamento che tendeva a confondere la necessità di ottenere la piena occupazione e un salario dignitoso con una palingenesi sociale che, in pratica, finiva per coincidere con la promessa della felicità nel regno dei cieli (12). Insomma, la visione di Caffè (ignoro fino a che punto condivisa da Fazi) coincide di fatto con quella dei costituenti, i quali non rigettavano tutto l’armamentario del liberalismo, ma solo la sua declinazione economica; per dirla in poche parole: la Costituzione come perfetta sintesi di una nuova visione liberalsocialista, ed è appunto questo, come argomenterò più avanti, il punto debole della sua aspirazione utopistica.
Fazi sottolinea come le posizioni di Caffè siano rimaste eretiche e, di fatto, marginali anche durante il “trentennio glorioso”, che pure viene oggi presentato come l’era dell’egemonia keynesiana. Questo perché la tecnocrazia e l’establishment economico-politico del nostro Paese opposero fin dall’inizio una feroce resistenza contro la messa in pratica dei principi costituzionali, nei quali vedevano un progetto anticapitalistico. Il quartier generale di questa opposizione fu la Banca d’Italia, prima con Luigi Einaudi, poi con Guido Carli, il quale, come spiega nelle sue memorie, perseguiva un modello di sviluppo mercantilista, fondato sulle esportazioni cui demandava il compito di trainare l’economia. Un modello le cui implicazioni sul piano dei rapporti di forza fra capitale e lavoro sono evidenti: si tratta di attuare una politica salariale restrittiva e favorire i settori industriali in grado di reggere la concorrenza internazionale.
Queste posizioni, esplicitamente neoliberali, venivano “camuffate” e vendute a sinistra grazie all’apporto teorico della scuola neokeynesiana, la quale di keynesiano aveva ormai solo il nome, dal momento che compiva un inversione di centottanta gradi rispetto alla posizione di Keynes, nella misura in cui riconosceva la possibilità di realizzare il pieno impiego mediante l’operare spontaneo dei meccanismi di mercato, senza ricorrere all’intervento pubblico. Autori come Samuelson, Solow, Modigliani pervertivano l’insegnamento di Keynes del quale mantenevano esclusivamente la necessità di ricorrere all’intervento pubblico in caso di crisi, mentre adottavano il punto di vista liberale secondo cui lo Stato, in condizioni “normali”, deve limitarsi a creare le condizioni ideali per favorire l’aumento della competitività e della produttività. In questo modo il senso comune liberale, cacciato dalla porta con l’approvazione della Costituzione del 1948, rientrava dalla finestra, riabilitando il concetto di politica dei redditi, vale a dire la necessità che questi ultimi venissero adattati di volta in volta alle condizioni imposte dal mercato. L’obiettivo era convincere la sinistra e i sindacati che in periodi di forte disoccupazione fosse giusto accettare la riduzione del salario perché ciò avrebbe favorito una ripresa occupazionale.
La prima metà degli anni Settanta, nei quali Caffè è impegnato a contrastare la controffensiva liberale camuffata da neokeynesismo, sono anche quelli della fine del regime di Bretton Woods (1971). Caffè, ricorda Fazi, non lo amava in quanto era convinto che i sistemi a cambi fissi siano congegnati in modo da far ricadere l’onere dell’aggiustamento sui paesi debitori; dal suo punto di vista, il sistema di Bretton Woods agiva come un vincolo esterno ante litteram, che consentiva ai ceti dominanti di contrastare le politiche salariali o fiscali favorevoli alle classi lavoratrici, nel nome della salvaguardia della bilancia commerciale (13). Ecco perché, dal momento che il nuovo regime di cambi fluttuanti rischiava di danneggiare i Paesi esportatori come la Germania, i maggiori Paesi europei si impegnarono prontamente a ripristinare una qualche forma di cambio fisso, inaugurando (nel 1972) quel serpente monetario che consentiva agli stati della CEE di fissare reciprocamente le loro valute con un margine predeterminato di fluttuazione (14). Sono infine gli anni in cui la Trilaterale lancia il rapporto sulla “crisi della democrazia” (1975), il cui obiettivo fondamentale era sfruttare la progressiva tecnicizzazione delle discipline economiche per legittimare la spoliticizzazione delle decisioni di politica economica: una materia tanto complessa non può essere lasciata nelle mani degli umori ondivaghi di un’opinione pubblica sprovvista degli strumenti per comprendere quali sono le scelte giuste da compiere. Caffè si illude di poter contare sul PCI e sui sindacati per contrastare questa svolta concettuale, dietro la quale traspare il disegno di scatenare una guerra di classe dall’alto, ma le sue speranze saranno amaramente deluse.
La battaglia di Caffè, secondo Fazi, era persa in partenza. Già nel dopoguerra, infatti, il PCI aveva sposato la linea monetarista suggerita da Einaudi e dalla Banca d’Italia che, in barba alla Costituzione, dava priorità indiscussa alla lotta all’inflazione, anche a scapito dell’obiettivo della piena occupazione. Di più: fra gli anni Sessanta e Settanta furono alcuni teorici marxisti, come O’Connor (15), a sostenere che, dal momento che la capacità dello Stato di sostenere la domanda dipende dalla possibilità di tassare il surplus dei capitalisti, la caduta dei profitti – dovuta anche alla spinta in alto dei salari generata dal ciclo di lotte operaie – faceva sì che Stato non fosse più in grado di svolgere la sua funzione regolatrice. In questo modo, il credo neoliberista che denunciava i rischi associati all’intervento pubblico in economia e l’espansione della spesa pubblica per finanziare le politiche sociali, veniva fatto proprio dalle sinistre. Così la controffensiva padronale iniziata nel '76 (con l’adozione di misure deflazionistiche, il blocco biennale della scala mobile, l’abolizione di alcune festività, l’aumento delle tariffe di elettricità, telefono e poste) trovò un’autostrada aperta e, grazie alla crescita della disoccupazione, indebolì il potere contrattuale dei lavoratori. Come se non bastasse, di lì a poco l’Italia avrebbe aderito allo SME, primo passo verso la moneta unica.
I nodi vennero al pettine nel '76, durante un convegno del CESPE indetto dal PCI in cui si scontrarono Modigliani e Caffè. Delle posizioni di Modigliani si è già detto, quanto a Caffè era consapevole che la sua lotta non si limitava alla difesa della scala mobile, ma consisteva nel rilanciare i principi sanciti dalla Costituzione, secondo i quali il lavoro non è una merce ma un diritto e il dovere dello Stato consiste nel promuovere politiche monetarie, fiscali, industriali, sociali tese a realizzare la piena e buona occupazione. Su un piano più generale Caffè contestava l’ideologia del “vincolismo”, che attribuiva alle multinazionali il potere di imporre vincoli ineluttabili ai singoli Stati, espropriando i governi della funzione di decidere le politiche economiche e sociali. Ugualmente contestò l’adesione allo SME, nel quale individuava correttamente l’allineamento di fatto delle valute comunitarie al marco, il che implicava l’assunzione delle linee di politica economica restrittive in vigore in Germania. Infine difese il sistema delle partecipazioni statali – che pure aveva criticato – sostenendo che, piuttosto che privatizzare, occorreva estendere il controllo pubblico ai settori bancario e farmaceutico. Fiato sprecato. PCI e sindacati adottarono la linea Modigliani, accordando il proprio consenso alle politiche di compressione salariale e della spesa pubblica nonché all’incremento della produttività senza chiedere contropartite. Inoltre, con l'esiziale svolta dell’EUR, la CGIL arrivò a sposare la tesi per cui, dato che lo sviluppo dipende dalla capacità competitiva delle imprese sul mercato mondiale, occorreva affrontare lo shock dell’aumento dei prezzi delle materie prime agendo sull’unico ambito di riduzione dei costi disponibile: il salario.
Qualche anno più tardi, nel 1982, allorché quelle scelte scellerate avevano già prodotto i loro disastrosi quanto prevedibili effetti, determinando la disfatta della classe operaia, simbolicamente culminata con la marcia dei quarantamila quadri Fiat del 1980, Caffè indirizzò – sulle pagine dell’Espresso – una lettera aperta a Berlinguer nella quale gli rinfacciava di avere accettato la politica dei redditi in cambio di una illusoria legittimazione del suo partito come forza di governo. Il libro di Fazi la riproduce integralmente, mentre qui ne citiamo un lungo estratto “Gli effetti sull’economia italiana sono stati (...) quelli di un apporto di rilevante importanza a una gestione dell’economia di corto respiro, che va avanti giorno per giorno, ma senza che siano in vista traguardi plausibili. Frattanto la critica del cosiddetto assistenzialismo, in quanto si presta a deformazioni clientelari; il ripudio di ogni richiamo alla valorizzazione dell’economia interna, in quanto ritenuta contrastante con la ‘scelta irrinunciabile’ dell’economia aperta; il frequente indulgere al ricatto allarmistico dell’inflazione, con apparente sottovalutazione delle frustrazioni e delle tragedie ben più gravi della disoccupazione, costituiscono orientamenti che, seguiti da una forza progressista come quella del Partito Comunista (...) possono contribuire ad allontanare, anziché facilitare, le incisive modifiche di fondo che sono indispensabili al nostro paese. In ultima analisi, ho l’impressione che l’acquisizione del consenso stia diventando troppo costosa, in termini di sbiadimento dell’aspirazione all’egualitarismo, della lotta all’emarginazione, dell’erosione dei principi del privilegio...” (16). Cinque anni dopo Caffè spariva senza lasciare traccia, assieme al suo insegnamento che Fazi si è meritoriamente incaricato di disseppellire.
Facciamo un passo indietro. Poco sopra, citando l’ironia di Caffè nei confronti di coloro che confondono il socialismo con l’avvento del regno dei cieli, ho richiamato il dibattito nella socialdemocrazia tedesca di fine Ottocento - primo Novecento in merito al dilemma riforme vs rivoluzione. Ho ricordato che Engels e Luxemburg spostarono giustamente l’attenzione su un’altra opposizione: riforme fine a sé stesse vs riforme come tappa sulla via della transizione al socialismo. Questo dibattito – cruciale – è tornato di attualità in campo marxista di fronte alla necessità di dare un giudizio sia sulla natura dei recenti processi rivoluzionari in America Latina (dove le forze socialiste sono salite al potere per vie legali), sia su quella del regime cinese dopo le riforme di apertura al mercato degli anni Settanta. La questione è di estrema complessità e non è questa la sede per sviscerarla (17), per cui limito ad enunciarne alcuni nodi strategici. Se si accettano i seguenti presupposti 1) che il processo di transizione al socialismo sarà di lunghissima durata; 2) che esso potrà convivere con il mercato e dunque, inevitabilmente, con varie forme di lotta di classe, ne consegue che la transizione potrà assumere il carattere di un’economia mista con tratti non molto dissimili da quelli auspicati da un keynesiano radicale come Caffè. Il punto debole della visione di Caffè, a mio avviso, non consisteva tanto nel suo approccio teorico quanto 1) nella sua concezione “irenica” della lotta di classe (nell’idea cioè che i capitalisti possano essere convinti ad autolimitare il proprio potere attraverso argomentazioni etico-razionali); 2) nella convinzione che la transizione a una nuova civiltà si possa ottenere semplicemente applicando i principi della Costituzione del '48 (dimenticandone gli ampi margini di ambiguità che rispecchiavano un compromesso politico, sociale, culturale e geopolitico che solo in quella specifica contingenza storica poteva essere raggiunto). Quindi la questione non riguarda tanto il programma quanto i mezzi per attuarlo. La Cina non può essere il nostro modello, ma una cosa certamente ci insegna: espropriare i capitalisti del potere politico senza espropriarli di quello economico è un miracolo che può essere realizzato solo da un regime guidato da uno stato-partito comunista. Una volta defunti i partiti socialdemocratici, il socialismo non è più un’alternativa al comunismo: è una via per marciare verso la “civiltà possibile” auspicata da Caffè che solo i comunisti possono imboccare.
Note
(1) T. Fazi, Una civiltà possibile. La lezione dimenticata di Federico Caffè, Meltemi, Milano 2022.
(2) T. Fazi, Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale, Meltemi, Milano 1918.
(3) Una civiltà possibile, cit. p. 30.
(4) Ibidem.
(5) Ivi, p. 36.
(6) Ivi, p. 33.
(7) Ivi, p. 38.
(8) Ivi, p. p. 50/51.
(9) Ivi, p. 53.
(10) Cfr. C. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.
(11) Una civiltà…, cit., p. 53.
(12) Ivi, p. 58. Per una critica del comunismo come paradiso in terra vedi quanto ho scritto a proposito del Principio speranza di Bloch su queste pagine https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2021/07/glosse-al-principio-speranza-di-ernst.html . Per una riflessione più complessiva in merito a certi aspetti profetico escatologici dell’utopia marxista cfr. C. Formenti, Ombre rosse. Saggi su Lukács e altre eresie, Meltemi, Milano 2020.
(13) Ivi, p. 100.
(14) Ivi, pp. 103/104.
(15) Cfr. J. O’Connor, La crisi fiscale dello Stato, Einaudi, Torino 1977. Curiosamente, la tesi di O’Connor non fu sfruttata solo da destra, cioè dal PCI che in essa vedeva la legittimazione della propria svolta in materia di politica economica, ma anche, da sinistra, cioè dai teorici operaisti e postoperaisti, i quali la citavano a conferma del fatto che lo sviluppo del capitalismo è interamente determinato dalle lotte operaie, le quali non sono solo in grado di influire sui processi di produzione, ma anche su quelli riproduttivi e sugli stessi dispositivi di funzionamento della macchina statale; di più: questa lettura “sovversiva” di O’Connor contemplava anche l’idea che il ciclo di lotte operaie degli anni 690 e 70 avesse definitivamente chiuso qualsiasi possibilità di integrare il proletariato nel sistema attraverso provvedimenti riformisti di ispirazione keynesiana.
(16) Citata in Una civiltà…, cit. pp. 194/195.
(17) Me ne occupo estesamente in un libro sul Socialismo del secolo XXI a cui sto lavorando.
Fonte




