Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Marco Veronese Passarella. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Marco Veronese Passarella. Mostra tutti i post

11/06/2026

Risposte alle obiezioni sull’introduzione di una tassa sulle grandi ricchezze

di Marco Veronese Passarella

a) “È una misura illegittima perché introduce una doppia tassazione”
Si tratta di un equivoco concettuale. Anche l’IVA normalmente pagata sui consumi grava su redditi che sono già stati tassati. In generale, ogni sistema fiscale moderno prevede una pluralità di strumenti di imposizione che possono gravare, in momenti diversi, sulla stessa base economica.
Il problema non è quante volte una determinata ricchezza venga tassata, ma quali fasce sociali siano chiamate a contribuire e in quale proporzione. La vera questione è dunque quella della distribuzione del carico fiscale e della sua coerenza con i principi di equità e capacità contributiva.

b) “È una misura inutile perché chi deve pagare troverà il modo di non farlo”
Evasione ed elusione fiscale sono problemi che riguardano qualunque forma di tassazione, sia essa applicata ai redditi, ai consumi o ai patrimoni. Se l’esistenza dell’evasione fosse una ragione sufficiente per rinunciare a un’imposta, allora bisognerebbe abolire l’intero sistema fiscale. Il punto non è rinunciare a tassare, ma contrastare evasione ed elusione attraverso strumenti adeguati di controllo e cooperazione internazionale. Una maggiore tassazione dei grandi patrimoni può, anzi, essere accompagnata da misure che riducano la pressione sui redditi da lavoro e al contempo rendano più efficace il contrasto ai comportamenti opportunistici.

c) “È una misura inutile perché i capitali finanziari possono essere spostati altrove con un clic”
In assenza di controlli sui movimenti di capitale, la possibilità che una parte delle ricchezze finanziarie venga trasferita all’estero è reale. Tuttavia, la letteratura economica più recente tende a mostrare che tali fenomeni, pur esistendo, sono generalmente modesti e non annullano gli effetti positivi sul gettito fiscale.
Del resto, se i flussi di capitale fossero determinati esclusivamente dalla convenienza fiscale, già oggi essi dovrebbero concentrarsi interamente nei paesi a più bassa imposizione, cosa che evidentemente non avviene.
Le decisioni di investimento dipendono infatti da molti altri fattori: dimensione del mercato, qualità delle istituzioni, disponibilità di infrastrutture, stabilità politica e prospettive economiche.
Semmai, questa obiezione dovrebbe spingere ad aprire una discussione seria, in ambito europeo, sulla necessità di contrastare la concorrenza fiscale tra Stati e di limitare il ruolo dei paradisi fiscali.

d) “È una misura che finisce per erodere progressivamente i patrimoni”
Questa obiezione trascura il fatto che le aliquote generalmente proposte per i grandi patrimoni sono molto inferiori ai rendimenti medi che tali patrimoni ottengono nel lungo periodo. Una tassa moderata sul patrimonio non ha quindi carattere confiscatorio e non impedisce la crescita della ricchezza.
Naturalmente, sia le aliquote sia le soglie di esenzione sono aspetti che devono essere oggetto di discussione e valutazione democratica. L’obiettivo non è eliminare d’un tratto i grandi patrimoni, ma fare in modo che essi contribuiscano in misura più significativa al finanziamento della collettività.
Il punto centrale non è quantitativo, ma qualitativo: riequilibrare un sistema fiscale che negli ultimi decenni ha fatto gravare una quota crescente del prelievo sui redditi da lavoro e sui ceti medi.

e) “Sul giornale X scrivono che un’imposta simile nel paese Y si è associata a fughe di capitali, buchi di bilancio o altri effetti negativi”

Nessuna politica economica dovrebbe essere valutata sulla base di aneddoti, articoli di giornale o episodi isolati. I mezzi di informazione svolgono una funzione importante, ma operano anche all’interno di specifiche linee editoriali e strutture proprietarie che possono influenzare la selezione e l’interpretazione delle notizie.
Non sorprende che proposte di tassazione delle grandi ricchezze incontrino spesso l’opposizione di gruppi economici che potrebbero esserne direttamente interessati. Per questa ragione, il modo più affidabile per valutare tali misure consiste nell’esaminare l’insieme delle evidenze empiriche disponibili e non i singoli casi portati a sostegno di una determinata tesi.
La letteratura economica mostra che le imposte sui grandi patrimoni possono produrre effetti distorsivi, come accade per qualunque imposta, ma che tali effetti non sono generalmente tali da annullarne i benefici in termini di gettito, progressività fiscale e riduzione delle disuguaglianze.
Inoltre, i risultati osservati nei diversi paesi dipendono in larga misura dal disegno concreto dell’imposta, dal livello di cooperazione internazionale e dall’efficacia delle misure di contrasto all’elusione e all’evasione fiscale.

f) “Queste imposte falsano la concorrenza e deprimono l’attività di impresa”
Al contrario, una concorrenza effettiva presuppone che i punti di partenza siano uguali o almeno simili. Un sistema economico nel quale grandi ricchezze si accumulano e si trasmettono di generazione in generazione senza limiti tende a rafforzare le rendite di posizione e a ridurre la mobilità sociale.
In queste condizioni, il successo economico dipende sempre meno dall’innovazione, dall’iniziativa imprenditoriale e dalle capacità individuali, e sempre più dalla disponibilità di patrimoni ereditati.
Non è un caso che i più grandi economisti liberali e social-liberali – da Adam Smith a John Stuart Mill, da John Maynard Keynes a James Meade, da Joseph Stiglitz a Anthony Atkinson, fino a Thomas Piketty – abbiano guardato con preoccupazione all’eccessiva concentrazione della ricchezza e del potere economico. La tassazione dei grandi patrimoni può contribuire a limitare tali dinamiche e a favorire una società più aperta e dinamica.

g) “Chi ha accumulato quella ricchezza l’ha meritata e tassarla è ingiusto”
Nessuna grande ricchezza è il prodotto esclusivo dello sforzo individuale. Ogni patrimonio si forma all’interno di una società che fornisce infrastrutture, istruzione, ricerca scientifica, tutela giuridica, sicurezza, una moneta stabile e un insieme di istituzioni senza le quali l’attività economica sarebbe impossibile.
La tassazione non nega il contributo dell’iniziativa individuale, ma riconosce che la ricchezza è sempre il risultato di una cooperazione tra sforzo privato e organizzazione collettiva. Non va poi dimenticato che la gran parte dei grandi patrimoni viene trasmessa per via ereditaria e che l’attuale sistema fiscale italiano è regressivo per il 5% più ricco della popolazione.
Chiedere ai grandi patrimoni un contributo maggiore significa riconoscere il ruolo che la società nel suo complesso ha avuto nella loro formazione.

Conclusione
La questione decisiva non è se una tassa sulle grandi ricchezze sia perfetta. Nessuna imposta lo è. Ogni forma di tassazione produce effetti collaterali e richiede continui aggiustamenti.
La vera domanda è un’altra: è ragionevole che il peso principale del finanziamento dello Stato continui a gravare sui redditi da lavoro e sui ceti medi, mentre patrimoni enormi, spesso cresciuti grazie alla rivalutazione degli attivi e ai processi di accumulazione finanziaria, contribuiscono in misura relativamente limitata?
La proposta di tassare le grandi ricchezze nasce da questa esigenza di riequilibrio. Non si tratta di punire il successo economico, ma di costruire un sistema fiscale più equo, più progressivo e maggiormente coerente con il principio secondo cui ciascuno dovrebbe contribuire in base alla propria effettiva capacità economica.

Fonte

17/10/2025

Innovazioni senza innovazione. Il paradosso del Nobel per le scienze economiche 2025

di Marco Veronese Passarella

È ufficiale. Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt sono i vincitori del Premio per le Scienze Economiche istituito dalla Banca Nazionale di Svezia in onore di Alfred Nobel, edizione 2025. Lunedì scorso, i tre studiosi sono stati premiati per aver spiegato – si legge nelle motivazioni – la crescita economica trainata dalle innovazioni tecniche.

In particolare, metà del premio è andata a Joel Mokyr (storico economico americano-israeliano affiliato alla Northwestern University) per aver identificato i prerequisiti per una crescita economica duratura al traino del progresso tecnologico.

L’altra metà del premio sarà, invece, equamente divisa dagli economisti Philippe Aghion (francese, affiliato al Collège de France, all’INSEAD e alla London School of Economics and Political Science) e da Peter Howitt (canadese, professore emerito alla Brown University) per la loro teoria della crescita di lungo periodo generata dal processo di “distruzione creatrice” esercitato dalle forze di mercato.

A ben vedere, la suddivisione del premio riflette sia il diverso contributo che il diverso approccio metodologico utilizzato dai tre autori. Le opere di Mokyr si caratterizzano, infatti, per l’ampio utilizzo di fonti storiche (accanto a più “tradizionali” strumenti quantitativi) e inoltre di categorie analitiche mutuate dalle teorie evoluzioniste ed istituzionaliste.

Per contro, Howitt e Aghion vengono premiati essenzialmente per un articolo pubblicato nel 1992 (intitolato A model of growth through creative destruction), in cui si propongono di studiare gli effetti del processo di innovazione tecnologica all’interno di un modello matematico (e puramente teorico) di crescita endogena. Per questa ragione, si rende conveniente una presentazione separata dei loro contributi.

Conoscenza, innovazione ed istituzioni

Il punto di partenza della riflessione di Mokyr è la constatazione che, sebbene la storia dell’umanità sia costellata di grandi innovazioni tecnologiche, queste si sono tradotte in crescita duratura (non meramente transitoria) della produzione e del reddito pro-capite soltanto a partire dalla rivoluzione industriale britannica. La ragione, per Mokyr, è che una crescita economica sostenuta ha bisogno di un flusso continuo di conoscenza utile e utilizzabile.

Questa, a sua volta, può essere suddivisa in due componenti: la conoscenza proposizionale (o teorica), ossia la conoscenza scientifica delle leggi che regolano il mondo, la quale consente di capire perché qualcosa funziona; e la conoscenza prescrittiva (o pratica), ossia le istruzioni che sono necessarie a far funzionare qualcosa (ma senza necessariamente sapere perché funziona).

Secondo Mokyr, prima della rivoluzione industriale britannica, le innovazioni erano principalmente il frutto del secondo tipo di conoscenza, quelle prescrittiva. Il primo tipo di conoscenza, quella proposizionale, non era assente, ma rimaneva confinata nel mondo delle idee, rendendo molto difficile innovare sulla base delle conoscenze pratiche esistenti.

Macro-invenzioni (ossia rotture tecnologiche radicali associate ad un salto nelle conoscenze) erano, dunque, possibili, ma queste sono per loro natura discontinue. Soprattutto, la separazione delle conoscenze faceva sì che le macro-invenzioni non generassero quel flusso costante di micro-invenzioni necessario a sostenere una crescita economica duratura. Questa richiede, infatti, migliorie cumulative, le quali, a loro volta, implicano un certo grado di conoscenza proposizionale dei processi sottostanti.

La ragione per cui il Regno Unito fu la prima nazione a conoscere una crescita continua nel tempo è esattamente che lì, per la prima volta nella storia, la formazione di una massa di tecnici e lavoratori specializzati relativamente a buon mercato consentì di istituire un ponte tra i due tipi di conoscenza, permettendo a scienza e tecnologia di muoversi congiuntamente, alimentandosi vicendevolmente in un circolo virtuoso.

Per Mokyr, questo cambiamento fu anche favorito da un ambiente culturale, sociale e politico comparativamente più favorevole all’accettazione del cambiamento.

Ogni innovazione porta, infatti, sempre con sé vincitori (gli innovatori) e vinti (chi rimane ancorato a vecchie idee, pratiche e tecnologie). Chi teme di essere danneggiato, opporrà resistenza – e tra questi vi sono sovente i gruppi sociali dominanti.

La presenza di istituzioni che, come il parlamento britannico del tempo, consentano di mediare gli interessi dei gruppi emergenti con quelli del vecchio establishment (anche attraverso meccanismi di compensazione) è, dunque, vitale affinché vengano rimosse le barriere all’innovazione e alla crescita.

Distruzione creatrice e crescita

Come detto, l’approccio di Howitt e Aghion (1992) è diverso e più “ortodosso” rispetto a quello seguito da Mokyr. Sul piano metodologico, i due economisti utilizzano un modello di crescita endogena, ossia un approccio astrattamente matematico allo studio dello sviluppo economico che combina calcolo differenziale, teoria del controllo ottimale e analisi dei processi stocastici a partire da assunti di derivazione neoclassica.

L’elemento di originalità del contributo di Howitt e Aghion rispetto ai modelli precedenti sta nel fatto che i due autori utilizzano questo approccio per spiegare come gli sconquassi prodotti da un flusso continuo di innovazioni tecnologiche a livello della singola impresa (piano microeconomico) possano tradursi in un sentiero di crescita stabile e bilanciata a livello aggregato (piano macroeconomico).

L’idea della competizione tra imprese come forma di “distruzione creatrice”, in cui le imprese più innovative sostituiscono quelle meno dinamiche, si deve a Schumpeter che, sulla scia di Marx, la pose al centro della sua teoria dello sviluppo capitalistico e della tendenza di questo alla concentrazione monopolistica.

L’operazione di Howitt e Aghion è quella di incorporare e reinterpretare tale principio all’interno di un modello di equilibrio economico generale dinamico. In questo senso, si tratta di un’operazione analoga a quella che consentì ai teorici della sintesi-neoclassico keynesiana di assimilare, depurandola dai suoi aspetti più radicali, la teoria di Keynes come teoria della trappola della liquidità all’intero di un modello di equilibrio macroeconomico (un approccio ibrido conosciuto dagli studenti di economia con il nome di modello IS-LM).

In particolare, l’idea chiave su cui Howitt e Aghion costruiscono il loro modello è che le imprese investano in ricerca e sviluppo per ottenere un potere di monopolio temporaneo nel mercato dei beni intermedi (data l’ipotesi di concorrenza perfetta su tutti gli altri mercati).

Le innovazioni si presentano in modo stocastico, date le relative spese in ricerca e sviluppo, e sostituiscono completamente le tecnologie precedenti, garantendo profitti per le imprese innovatrici. Tali profitti o rendite di monopolio hanno, però, natura temporanea, dato che perdurano soltanto fino a che una nuova innovazione scalzerà i vincitori di ieri dalla propria posizione dominante.

D’altra parte, i monopolisti in carica hanno meno incentivo ad innovare degli aspiranti entranti, perché le nuove spese di ricerca “cannibalizzerebbero” in tutto o in parte i loro profitti. È a questo processo di distruzione creatrice di valore microeconomico che si deve la crescita di lungo periodo dell’economia a livello aggregato, trainata dal progresso tecnico.

Il tasso di crescita che così si determina può, però, rivelarsi troppo alto o troppo basso rispetto a quello che sarebbe scelto da un pianificatore centrale (o, che è lo stesso in questo modello, da un consumatore rappresentativo razionale, onnisciente e lungimirante). E ciò riflette la maggiore o minore spesa per investimenti in ricerca e sviluppo rispetto al suo livello ottimale. Ciò accade, ad esempio, perché per la società, a differenza che per ciascuna impresa innovatrice presa singolarmente, gli effetti di ogni innovazione sono permanenti e non meramente temporanei.

Inoltre, per la società, a differenza che per la singola impresa, il rendimento di ciascuna innovazione va calcolato al netto della distruzione della rendita legata alla tecnologia che viene rimpiazzata perché divenuta obsoleta.

Su questa base, si può dimostrare che quando le imprese hanno grande potere di monopolio e le innovazioni non sono troppo “grandi”, la crescita sarà troppo elevata, mentre sarà troppo bassa in caso contrario. Infine, in generale, le forze di mercato spingeranno ad innovazioni più “piccole” di quanto sarebbe socialmente ottimale.

Una valutazione critica

I lavori di Mokyr e, in misura minore, di Philippe Aghion e Peter Howitt, hanno l’indubbio pregio di provare ad introdurre nell’ambito del pensiero economico dominante categorie (innovazioni tecnologiche, distruzione creatrice) e approcci teorici (evoluzionismo, istituzionalismo) che sono rimaste a lungo ai margini della ricerca accademica negli ultimi sessant’anni.

La possibilità di equilibri economici subottimali e il legame complesso tra conoscenze, innovazione tecnologica, istituzioni e crescita, possono, inoltre, essere letti come una smentita di un certo liberismo ingenuo quanto pernicioso propugnato, ancora negli anni Ottanta, dai nipoti di Friedman e Hayek (ossia dai fautori della nuova macroeconomia classica e dei modelli del ciclo economico reale). Tuttavia, leggendo la documentazione allegata all’attribuzione del premio assegnato dalla Banca Nazionale di Svezia, non si possono non notare alcune criticità.

Anzitutto, entrambi gli approcci premiati soffrono degli stessi problemi metodologici di cui soffre tutta la letteratura economica di derivazione neoclassica – per una breve discussione dei quali, si rinvia all’Appendice 1 a questo scritto. In secondo luogo, il modello sviluppato da Aghion e Howitt presenta alcune criticità sul piano teorico e formale – per una breve descrizione delle quali, si rinvia all’Appendice 2.

In terzo luogo, e anche questa purtroppo non è novità, sia le opere più note degli autori premiati che la documentazione resa pubblica a motivazione del premio, sembrano ignorare un vasto ammontare di letteratura prodotta sul tema nell’ultimo mezzo secolo.

Se Schumpeter viene appena menzionato, i filoni di ricerca più innovativi ispirati alle sue opere – dai lavori sul progresso tecnico di Sylos-Labini ai contributi evoluzionisti di Nelson e Winter, fino ai più recenti modelli ad agenti eterogenei interagenti (che combinano elementi di teoria keynesiana, schumpeteriana ed istituzionalista con strumenti derivati dalla fisica dei sistemi complessi) – non sono nemmeno citati.

Più in generale, si ha la netta sensazione di essere catapultati in un mondo che non esiste più. Quel mondo nato dall’implosione del blocco sovietico in cui venivano teorizzate “terze vie” tra il mercato incontrollato e il vecchio statalismo socialdemocratico, ritenuto ormai inservibile e superato.

Non a caso, il documento di premiazione di Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt sembra un manifesto del “social-liberismo”, secondo l’efficace definizione che ne diedero Bellofiore e Halevi, ossia di un progetto di società in cui “liberalizzazioni accoppiate a riregolamentazioni terrebbero sotto controllo le imperfezioni della concorrenza, mentre la compressione dei disavanzi pubblici libererebbe risorse per una crescita temperata dalla redistribuzione” (Bellofiore e Halevi, 2010, p. 10).

Non soltanto quel documento celebra espressamente la flexicurity (perché il processo di innovazione incessante richiede che si proteggano i lavoratori, non i posti di lavoro), ma si spinge a giustificare un certo grado di disuguaglianza nella distribuzione dei redditi perché premiare i più meritevoli – viene argomentato – favorisce l’innovazione.

Gli estensori del documento sembrano non essere nemmeno sfiorati dalla constatazione che le innovazioni siano oggi quasi sempre il prodotto degli enormi centri di ricerca di società transnazionali (si pensi ad Amazon, Alphabet, Meta, Apple e Microsoft che, da sole, coprono quasi un quinto del totale delle spese mondiali in R&S) con fatturati superiori al PIL di un paese di medie dimensioni e non, invece, il frutto dell’intraprendenza individuale dell’imprenditore romantico ottocentesco – una figura che già Schumpeter considerava superata dallo sviluppo capitalistico del proprio tempo.

Ancora più sorprendente e antistorica appare l’esaltazione che nel documento di premiazione viene fatta esplicitamente della “cultura della crescita” veicolata dai contributi selezionati, in un momento storico in cui l’umanità si trova a fronteggiare un’emergenza ambientale senza precedenti. Né il breve richiamo alle possibili conseguenze negative della crescita economica (p. 7 del documento divulgativo) vale a dissipare il senso di estraneamento – e, nel caso del contributo di Aghion e Howitt, di autismo matematico – che la lettura dei lavori prodotti dagli autori premiati solleva.

D’altra parte, l’idea di Mokyr che senza istituzioni aperte alle nuove idee, l’innovazione e con essa la crescita economica illanguidiscono e infine si spengono, può ben essere interpretata come una celebrazione acritica delle istituzioni liberali occidentali e una condanna senza appello dei regimi assolutisti orientali. O almeno questa sarebbe stata l’interpretazione prevalente alcuni decenni or sono.

Tuttavia, un’altra interpretazione è quella oggi più interessante. Un’interpretazione che vede nella deriva autocratica delle democrazie liberali (a cui assistiamo almeno da un quindicennio) e nella contemporanea emersione di altre aree del mondo, portatrici di diversi modelli di organizzazione sociale (la Cina su tutte), come il nuovo motore dell’innovazione tecnologica, una prova del fatto che anche il tempo del monopolio occidentale e delle sue rendite sono forse giunti al termine.

Che è poi esattamente quanto previsto dalla teoria di Mokyr e dal modello di Aghion e Howitt, ma con gli Stati al posto delle imprese e le istituzioni occidentali nell’inedito ruolo di ex-innovatori divenuti tenaci difensori dello status quo.

D’altra parte, se l’apertura alle nuove idee e all’innovazione teorica fossero misurate dal grado di eterogeneità (per scuola di appartenenza, istituzione accademica, genere e luogo di nascita dei premiati) del Nobel per le scienze economiche, si sarebbe tentati di concludere che i primi a ignorare la lezione di fondo di Mokyr, Aghion e Howitt siano stati proprio i membri del comitato che li ha premiati.

*****

Appendice 1 – Problemi metodologici

Come tutti i modelli e le teorie di derivazione neoclassica, anche gli approcci seguiti da Mokyr e, ancor più, da Philippe Aghion e Peter Howitt, soffrono di riduzionismo antropologico, ossia muovono dalla presunzione che esista una qualche essenza umana pre-sociale e che lo spirito di competizione (in opposizione, ad esempio, a quello di cooperazione) sia intrinsecamente connaturato a tale essenza umana.

Tali approcci soffrono, inoltre, di riduzionismo individualista e (anti) storico, dato che si basano sull’idea che la società sia una semplice sommatoria di individui-atomo che sono presupposti ed auto-evidenti. Sarebbe, dunque, possibile costruire il modello di una società naturale, in cui prevale la competizione tra individui e imprese, da opporre ad una non-naturale in cui tali condizioni non sono rispettate.

Soffrono, infine, di riduzionismo empirista, dato che si basano sul presupposto che la realtà sia trasparente e auto-evidente. Se è così, le astrazioni sono semplici stilizzazioni di una realtà che non va ulteriormente indagata. Come spiegato nell’appendice 2, è sulla base di questa impostazione che può essere spiegato il vero e proprio profluvio di ipotesi eroiche su cui il modello di Aghion e Howitt viene costruito.

Appendice 2 – Aspetti critici del modello di Aghion e Howitt (1992)

A dispetto della sua eleganza formale e degli indubbi elementi di novità che incorpora, il modello di Aghion e Howitt soffre di alcuni problemi. Alcuni di questi sono comuni alla classe di modelli a cui appartiene – si veda la Figura 1 per una ricostruzione dei legami del modello di Aghion e Howitt con gli altri modelli di crescita di derivazione neoclassica ed anche con il pionieristico contributo di Ramsey. Altri problemi sono specifici di questo modello.

Tra le novità introdotte da Aghion e Howitt c’è, infatti, l’idea che, a differenza degli altri mercati, quello dei beni intermedi sia caratterizzato da condizioni di monopolio (o, nella sua versione generalizzata, da oligopolio). Questa ipotesi assicura che emerga un incentivo per le imprese ad innovare, garantendo al contempo che negli altri mercati i prezzi riflettano i costi marginali e le curve di domanda siano decrescenti.

Il problema è che si tratta anche di un’ipotesi che non trova alcuna giustificazione basata sull’evidenza empirica, ma che risponde unicamente ad esigenze di trattabilità matematica del modello. È vero che la pubblicazione del modello originale è stata seguita da alcuni tentativi di generalizzazione. Tuttavia, il problema di fondo (ossia l’eccesso di ipotesi ad hoc, dovuta alla rigidità di teorie e strumenti utilizzati) rimane.

In secondo luogo, il modello non include banche né mercati finanziari. La giustificazione fornita dagli autori è che la considerazione esplicita del mercato dei capitali non altererebbe le conclusioni a cui perviene il modello (sempre che l’utilità perseguita dalla famiglia rappresentativa venga definita come una funzione lineare dei consumi).

Il guaio è che questa spiegazione è anche peggiore della mancata inclusione, dato che rivela che, nel modello in questione, il ruolo delle banche è unicamente quello di convogliare i risparmi previamente accantonati dalle famiglie e non di finanziare, creando liquidità ex nihilo, la produzione e gli investimenti innovativi delle imprese.

Sennonché, la funzione del banchiere come “eforo” del sistema economico è proprio quella che Schumpeter pose al centro della sua teoria dell’innovazione! Né, d’altra parte, v’è alcuna traccia della “distruzione distruttrice” delle innovazioni finanziarie. Siamo, insomma, ancora tutti all’interno dell’ortodossia neoclassica pre-keynesiana, in cui il tasso di interesse è la variabile reale che mette in equilibrio il mercato dei risparmi in un mondo ridotto a gigantesca fiera del villaggio.

In terzo luogo, la micro-fondazione dei comportamenti aggregati e la soluzione al problema di ottimizzazione dinamica implicano che la struttura concettuale appaia semplicistica, specie se confrontata con la sofisticazione matematica richiesta per la soluzione del modello. In generale, questo fa sì che il modello risulti incompleto sul piano macro-contabile, il che fa ulteriormente dubitare della robustezza e generalizzabilità delle conclusioni a cui pervengono Aghion e Howitt.

In quarto luogo, il modello ipotizza l’esistenza di una funzione di produzione aggregata e di meccanismi di formazione dei prezzi di tipo marginalista. Vale appena la pena ricordare che la possibilità di utilizzare tali strumenti è stata duramente contestata sia sul piano teorico (es. Robinson, 1953; Sraffa, 1960; Garegnani, 1970, 1984) che empirico (es. Shaikh, 1974; Felipe e McCombie, 2015). Si tratta di critiche che, se accettate, inficiano l’intero impianto teorico su cui Aghion e Howitt hanno costruito il proprio modello, e che, a tutt’oggi, non hanno ricevuto alcuna replica argomentata.

A ben vedere, anche il legame tra qualità dei prodotti e innovazione tecnologica ipotizzata dagli autori appare tutt’altro che ovvia in un mondo in cui la maggior parte del valore microeconomico viene creato attraverso sofisticate campagne di marketing, anziché attraverso innovazioni tecniche cumulative.

Infine, il modello è costruito sull’ipotesi di offerta di lavoro inelastica, che si traduce in pieno impiego, sicché le implicazioni che gli autori (e gli estensori del documento di premiazione) ne traggono in termini di volatilità occupazionale possono essere unicamente declinate in termini di tasso di riallocazione – peraltro istantanea! – delle unità di lavoro da un’impresa all’altra e da un settore all’altro.

Di nuovo, una conclusione che riecheggia l’ortodossia neoclassica di primo Novecento, più che la rottura con quella tradizione operata dalla teoria dell’innovazione di Schumpeter.

Genesi dei modelli di crescita endogena “schumpeteriana”:

1. Ramsey (1928): il pianificatore sceglie endogenamente la propensione al risparmio (= investimento) per massimizzare il benessere sociale.

Metodo: Calcolo delle variazioni

2. Solow (1956): le imprese scelgono il rapporto ottimale tra capitale e lavoro per massimizzare il profitto, definendo così anche il rapporto ottimale tra produzione e lavoro. La propensione al risparmio è data. La crescita di lungo periodo dipende solo dal progresso tecnico esogeno.

Metodo: Equazioni differenziali

3. Cass (1965), Koopmans (1965): le forze di mercato, in un’economia decentralizzata, determinano endogenamente la propensione al risparmio per massimizzare il benessere sociale. La crescita di lungo periodo dipende comunque solo dal progresso tecnico esogeno.

Metodo: Teoria del controllo ottimo

4. Modelli di crescita endogena di tipo I (es. Romer, 1986): come il modello 3, ma ora la crescita di lungo periodo è spiegata da rendimenti crescenti, esternalità della conoscenza, ecc.

Metodo: Sistema dinamico non lineare

5. Modelli di crescita endogena di tipo II o “schumpeteriani” (es. Howitt e Aghion, 1992): come il modello 4, ma la crescita è trainata dall’innovazione e dalla “distruzione creatrice”. Le imprese investono in R&S per ottenere un potere di monopolio temporaneo. Le innovazioni si presentano in modo stocastico e sostituiscono le tecnologie precedenti, generando crescita di lungo periodo.

Metodo: Processi stocastici, ottimizzazione dinamica
Fonte

19/02/2024

Per sfidare l’economia dominante, serve un approccio scientifico

di Marco Verosnese Passarella

Ci sono due modi ugualmente deleteri di intendere l'“economia”: assimilarla a una scienza naturale, come amano fare gli economisti “mainstream”; oppure, al contrario, sostenere che non è una scienza, come fanno un po’ tutti gli altri.

La verità è che queste due posizioni sono due facce della stessa medaglia. In particolare, la seconda concezione non indebolisce ma rafforza la prima, implicando che l’unico statuto scientifico possibile sia quello di scienza naturale.

Personalmente, concepisco l’economia come una scienza sociale, che indaga le mutevoli leggi di movimento delle economie capitalistiche. Penso, dunque, che vadano rigettate sia le pretese di oggettività del pensiero economico dominante sia le derive irrazionaliste della maggior parte dei suoi critici. È su questa ridefinizione epistemologica che si può costruire una critica radicale alle teorie economiche di derivazione neoclassica.

Non esistono scienze esatte, nemmeno la matematica – che non è una scienza, ma uno dei suoi linguaggi. Esistono, invece, campi scientifici in cui si può essere ragionevolmente certi di identificare relazioni durature (leggi), e altri campi in cui tali relazioni sono molto più mutevoli.

Se identifichiamo la scienza con il metodo sperimentale, essa si fonda sulla sequenza teoria, sperimentazione e osservazione. L’obiettivo è di verificare (o, meglio, non rigettare) una certa ipotesi teorica con un certo margine di errore. Questo margine, le tecniche statistiche adottate e le unità di misura sono tutti risultati di convenzioni. Ogni comunità scientifica ne discute (o almeno dovrebbe farlo) e prende decisioni in merito.

Il pensiero economico dominante punta a dimostrare, attraverso l’utilizzo di strumenti e metodi scientifici, che l’interesse materiale particolare della classe dominante corrisponde all’interesse generale. La sua critica, perciò, deve puntare anzitutto a svelare la natura ideologica e apologetica di tale operazione.

In secondo luogo, deve sostituire la narrazione dominante con un’analisi disincantata delle relazioni sociali, portando così la lotta al piano più alto della sovrastruttura, dove si producono le lenti con le quali filtriamo e modifichiamo il mondo.

Lungi dall’essere un sistema newtoniano in cui individui auto-interessati si impegnano in relazioni di scambio-baratto reciprocamente vantaggiose, il modo di produzione capitalistico si presenta come un sistema impersonale di estrazione di lavoro vivo dai salariati (e di dissipazione delle risorse naturali) finalizzato all’accumulazione di capitale.

Un sistema in cui il conflitto orizzontale tra capitali a diversa base nazionale o regionale non è meno aspro di quello verticale tra lavoratori e capitali. Si tratta di decidere da che parte stare: lavoro salariato contro capitale, scienza critica del reale contro ideologia.

Un approccio davvero scientifico ai fenomeni economici non può semplicemente relegare le teorie e i metodi alternativi nelle soffitte della scienza economica. Deve, invece, sfidarle sul piano, appunto, scientifico.

In un articolo recente, Rochon e Rossi si chiedono se dobbiamo continuare a insegnare la teoria economica di derivazione neoclassica nelle università. Dopo aver discusso le ragioni per cui l’approccio dominante è logicamente viziato e socialmente pericoloso, gli autori concludono che comunque “dobbiamo insegnarlo, ma solo per confutarlo, per rendere gli studenti consapevoli di ciò che vi è di sbagliato ed estraneo al funzionamento dei mercati”.

Nella sostanza, condivido la posizione di Rochon e Rossi. Non credo, infatti, che sia una buona idea dismettere l’insegnamento dell’approccio dominante tout court. Allo stesso tempo, però, possiamo, e anzi dobbiamo, mostrare chiaramente quali sono le ipotesi su cui i modelli di derivazione neoclassica si reggono (dunque la visione del mondo a essi sottesa) e anche cosa non funziona anche una volta che si accettino quelle ipotesi.

Un esempio è il modello IS-LM, lo strumento macroeconomico più utilizzato nei corsi introduttivi di macroeconomia, un modello che trasforma la teoria generale di Keynes in un ritaglio o caso particolare del modello di equilibrio economico generale walrasiano.

Come cerco di argomentare in un articolo a cui ho lavorato nelle ultime settimane, il modello IS-LM (nella foto d’apertura, ndr) non soltanto ha problemi seri sul piano della contabilità macroeconomica, ma, una volta che tali problemi vengano corretti, non produce più i risultati noti. Ciò accade anche nel caso si utilizzi la sua versione “emendata” con curva LM orizzontale – adottata, tra gli altri, da Olivier Blanchard nelle edizioni più recenti del suo manuale di macroeconomia.

La critica del pensiero dominante non rivendica alcuna neutralità di giudizio del pensiero economico, compresa la sua critica. Al contrario.

La pretesa di neutralità della scienza è grottesca per le scienze sociali ed è comunque ingenua se riferita alle scienze naturali. La scienza è sempre un prodotto del contesto: dello stato della tecnica, del dibattito in altri ambiti della conoscenza e, soprattutto, delle relazioni sociali esistenti.

L’unico dogma per uno scienziato è, o dovrebbe essere, che non esistono dogmi. Questo, in definitiva, è ciò che lo distingue dall’ideologo, dal prete e dal tifoso. Ed è questo atteggiamento anti-dogmatico che dovrebbe sempre accompagnare la critica del pensiero economico dominante e del suo oggetto precipuo, il modo di produzione capitalistico.

Note

1. Blanchard, O., Amighini., A., e Giavazzi, F. (2016), Macroeconomia. Una prospettiva europea, Bologna: Il Mulino, p.135.

Fonte

30/09/2022

La fortuna di non essere pazzi

Avete mai notato che i nemici dell’occidente non sono mai altri paesi o gruppi sociali o nemmeno governi, ma sempre e soltanto individui, sempre immancabilmente isolati, dispotici e pazzi?

Oggi ce la vediamo con un’ex spia sovietica. Un pazzo e un sadico, non v’è dubbio alcuno.

Ma nel 2011 il pazzo era un presidente siriano, ricordate?

Poco prima, nello stesso anno, era stata la volta di un colonnello libico. Stravagante quanto pazzo.

E nel 1991 e nel 2003 il pazzo era un iracheno, talmente pazzo che lo fu due volte.

Nel mezzo, esattamente nel 1999, fu il turno di un pazzo nazionalista serbo. Mai fidarsi dei serbi.

Ma prima il pazzo era un tale barbuto saudita, rifugiatosi in Afganistan. Brutto e pazzo.

Tutti amici – potete scommetterci – di un altro pazzo, il nordcoreano, che ha già fatto assassinare la sorella e lo zio per ben tre volte. Se non è pazzo quello...

E così si potrebbe andare a ritroso, fino al pazzo originario, il tedesco. Che, però, oggi lo sappiamo, doveva essere segretamente amico del pazzo georgiano, che era pure peggio.

Ecco perché, nonostante tutte le difficoltà, e il dolore per gli altri popoli così sfortunati, dovremmo tirare un sospiro di sollievo qui in occidente.

Siamo incredibilmente fortunati, noi, a non essere guidati da pazzi. Ché quasi, a volte, non ci si crede.

Fonte

14/04/2022

Inflazione: la lotta di classe è l'elefante nella stanza

di Marco Veronese Passarella

“L’inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario” – così ammoniva Milton Friedman nella sua celebre Storia monetaria degli Stati Uniti (1867-1960), scritta a quattro mani con Anna Schwartz. In termini semplici, l’inflazione sarebbe da attribuire al fatto che la base monetaria immessa dalla banca centrale nel sistema economico e i depositi bancari creati su quella base crescerebbero più rapidamente della produzione reale.

Troppa moneta spalmata su pochi prodotti causerebbe una crescita generalizzata del loro valore nominale: è questa la cosiddetta teoria quantitativa della moneta, elaborata da David Hume alla metà del Settecento e rilanciata proprio da Milton Friedman ed altri economisti della Scuola Monetarista negli anni sessanta del Novecento.

Se le cose stessero effettivamente così, la banca centrale sarebbe sempre in grado di regolare il livello generale dei prezzi agendo sulla base monetaria e, tramite questa, sull’offerta complessiva di liquidità – giusta la teoria del moltiplicatore monetario.

O, vista da un’opposta angolazione, l’inflazione (o la deflazione) sarebbe sempre riconducibile ad errori della politica monetaria che non si rassegnerebbe a limitarsi ad assecondare le forze di mercato, ma tenterebbe di spingere il tasso di disoccupazione al di sotto (o al di sopra) del suo livello naturale.

La narrazione monetarista ha l’indubbio vantaggio di fornire una spiegazione semplice ed intuitiva delle cause dell’inflazione. Forse anche per questo, sembra essere ancora molto popolare tra i non addetti ai lavori e persino tra gli analisti finanziari e gli economisti accademici. Così, non è mancato chi, di fronte all’impennata dei prezzi post-pandemica, ha puntato il dito contro le maggiori banche centrali mondiali, ree di aver inondato i mercati finanziari di liquidità per far fronte alle crisi finanziarie ed economiche che si sono susseguite senza soluzione di continuità a partire dal 2008. L’enorme massa monetaria, creata per sostenere il prezzo dei titoli di Stato e delle altre attività finanziarie quotate in borsa, si sarebbe infine riversata sul mercato dei beni, innescando una crescita vertiginosa dei prezzi. Ma è davvero così?

Non esattamente. Anzitutto, l’offerta di moneta è largamente fuori dal controllo delle banche centrali, le quali – in tempi normali – si limitano a fissarne il prezzo, ossia ad annunciare il tasso di interesse di riferimento per il sistema finanziario. Dato questo tasso, la quantità offerta di moneta si aggiusta alle richieste degli attori economici, imprese in testa. Se, per esempio, i prezzi delle materie prime crescono, le imprese chiederanno più finanziamenti per la produzione. Più prestiti vengono concessi, più depositi vengono creati e dunque più base monetaria sarà immessa nel sistema per consentire alle banche di rimpinguare le proprie riserve. Il contrario avviene quando i prezzi si riducono. In entrambi i casi l’offerta di moneta si adeguerà alla domanda. Ecco perché un “eccesso” di emissioni monetarie è davvero improbabile. Nel mondo reale, è il livello dei prezzi a determinare la quantità di moneta in circolazione, non viceversa.

Si dirà che oggi non viviamo in tempi normali, dato che nell’ultimo quindicennio le banche centrali hanno fatto ampiamente ricorso ad operazioni quantitative (ispirate proprio alla celebre immagine della “moneta lanciata dagli elicotteri” di Friedman), ossia ad acquisti massicci di attività finanziarie presso le banche accreditate, tramite i quali si è realizzata un’immissione forzata di liquidità nel sistema. Si tratta di un’osservazione corretta, che trascura però il fatto che tali interventi non hanno alcun impatto diretto sui prezzi dei prodotti. Da un lato, essi comportano una modificazione della composizione di bilancio delle banche che non ha alcun effetto necessario sull’ammontare di prestiti da esse erogato (dato che questo dipende anzitutto dalla domanda solvibile di finanziamenti da parte di imprese e famiglie), né tanto meno sui costi di produzione. Dall’altro lato, il sostegno al prezzo di mercato delle attività finanziarie oggetto di operazioni quantitative può soltanto avere un effetto molto mediato su tali costi, per il tramite della speculazione rialzista, la quale richiede però che una tendenza alla crescita dei prezzi sia già in atto o almeno attesa.

In secondo luogo, è la definizione stessa di inflazione ad essere fuorviante. Sia che considerino l’insieme dei beni scambiati in un’economia (come fa il cosiddetto “deflatore del PIL”) che i soli prezzi al consumo, i principali indicatori sintetici di crescita dei prezzi tendono ad offuscare il fatto che l’inflazione viene sempre calcolata come una media ponderata dei tassi di crescita dei prezzi di beni e servizi diversi.

Questo significa che a fronte di un’inflazione crescente (o decrescente) i prezzi di alcuni prodotti staranno in effetti accelerando, mentre altri potranno essere stabili o addirittura decrescenti. Ne consegue che la perdita di potere di acquisto che si associa ad un aumento dei prezzi non sarà affatto omogenea, ma varierà sensibilmente da un settore all’altro, da un gruppo sociale all’altro.

In terzo luogo, la ragione per cui l’inflazione nasconde sempre una modificazione dei prezzi relativi è che essa è in ultima istanza la risultante di conflitti sociali. Se è vero che l’alta inflazione che investì l’economia italiana nel corso degli anni Settanta fu in buona misura il prodotto di due shock petroliferi, è altrettanto vero che a far salire il livello dei prezzi negli anni precedenti e in quelli successivi contribuirono anche, in modo determinante, le rivendicazioni salariali di una classe lavoratrice ancora relativamente agguerrita, ossia l’aumento del prezzo di quella merce particolare che prende il nome di “forza-lavoro”. L’elevata inflazione fu, insomma, la risultante di una duplice, feroce, lotta di classe all’interno della società italiana (che spingeva le imprese a cercare di scaricare sul prezzo dei prodotti il maggior costo del lavoro, specie nei periodi in cui la Lira era lasciata libera di fluttuare sui mercati valutari) e al di fuori di questa, in forma di conflitti geopolitici che alimentavano il costo delle materie prime (anche attraverso un deprezzamento della Lira rispetto al Dollaro).

Anche oggi la causa principale dell’inflazione va ricercata nell’aumento dei costi di produzione dei prodotti energetici e nei colli di bottiglia che affliggono la produzione di alcuni beni intermedi (si pensi a semiconduttori e microchip) a fronte di un rimbalzo fisiologico della domanda, facendone lievitare i prezzi. La differenza, rispetto a mezzo secolo fa, è che oggi l’aumento del prezzo dei beni di consumo avviene a fronte di una stagnazione, se non di una caduta, del prezzo della forza-lavoro. Questo fatto, unito alla relativa tenuta dei prezzi delle attività finanziarie, genera una compressione reale dei redditi da lavoro a cui si contrappone un aumento reale dei profitti di monopolio e delle rendite finanziarie. Continua, cioè, quell’enorme processo di redistribuzione di redditi e ricchezze che, cominciato già nel corso degli anni Ottanta, e favorito dalle molteplici riforme fiscali di segno regressivo, sembra addirittura uscire rafforzato dalla crisi pandemica.

Ancora una volta, l’inflazione, lungi dall’essere la malattia del banchiere centrale progressista diagnosticata da Friedman, è il sintomo di un conflitto feroce: quello per l’accaparramento delle risorse energetiche mondiali, in cui gli attori in campo sono i capitali a differente base nazionale, mentre la classe lavoratrice sembra ormai relegata ad un ruolo di mera spettatrice.

In questo contesto l’imposizione di un tetto ai prezzi di servizi pubblici e beni salario, così come la tassazione delle rendite e la temporanea sovvenzione dell’acquisto di prodotti energetici ed altri beni strategici, possono alleviare l’impatto recessivo della pandemia (a cui oggi si somma quello del conflitto russo–ucraino). Nel medio-lungo periodo, tali provvedimenti andrebbero accompagnati da interventi di pianificazione economica atti a ri-orientare, accorciare e circolarizzare le filiere della produzione. Il fine dovrebbe essere quello di, ad un tempo, forzare e democratizzare il processo di transizione ecologica, mettendo al centro la riqualificazione dell’edilizia pubblica e un ripensamento radicale del sistema di trasporto locale e nazionale.

Sebbene tale necessità sia, almeno in parte, formalmente riconosciuta negli stessi documenti strategici prodotti nell’ultimo decennio dalle istituzioni europee e nazionali, proprio l’estrema debolezza del movimento operaio e delle sue organizzazioni rappresentative fa sì che la transizione sia perseguita mediante affidamento alle forze di mercato, ossia agli interessi particolari di una manciata di grandi imprese transnazionali, in cui l’unico elemento di mediazione è dato dalle richieste del piccolo capitale nazionale in difficoltà. Ecco perché se, da un lato, le misure di transizione rischiano di non essere all’altezza della sfida posta dal processo di de-globalizzazione e dal cambiamento climatico, dall’altro, il loro costo rischia di essere interamente pagato dalla classe lavoratrice in termini di peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro.

È nota la battuta di Robert Solow: “Ogni cosa ricorda a Milton Friedman l’offerta di moneta. Ogni cosa a me ricorda il sesso, ma cerco di tenerlo fuori dai miei articoli scientifici”. A giudicare dalla traiettoria seguita dalla letteratura economica negli ultimi decenni, sembrerebbe di poter concludere che, in fatto di rimozione, dove ha fallito il sesso, è riuscita la lotta di classe.

Fonte

21/03/2021

L’efficacia del Next Generation EU per la ripresa dell’economia italiana

1. La pandemia da Covid-19 e le politiche europee

La pandemia da Covid-19 ha causato un enorme shock economico mondiale durante il 2020, con un calo senza precedenti sia dell’offerta aggregata sia della domanda aggregata. I lockdown nazionali hanno bloccato la produzione di beni e servizi e interrotto le catene del valore. La contrazione delle entrate delle imprese e la perdita di reddito di molte famiglie hanno abbassato la domanda aggregata. Nel complesso, la riduzione del PIL e dell’occupazione sperimentate nel 2020 sono maggiori rispetto alle contrazioni registrate in seguito alla crisi finanziaria globale del 2007-2008. L’impatto della crisi pandemica è stato particolarmente forte in Italia, già provata dalla lunga stagnazione iniziata con la crisi finanziaria globale.

Alla fine del 2019, l’Italia era la principale economia dell’Unione Europea (UE) a non avere ancora recuperato il livello di PIL pre-crisi. E se tra il 2007 e il 2009 l’Italia registrò una caduta complessiva del PIL del 6,3%, nel solo 2020 il crollo del PIL è stato del 9%. Nell’UE, contrariamente a quanto accaduto con la crisi del 2007-2008, le autorità monetarie e fiscali hanno cercato di limitare l’impatto economico negativo della pandemia attraverso l’adozione di una serie di politiche espansive. La Banca Centrale Europea (BCE) ha mantenuto basso il tasso di sconto e ha lanciato il Pandemic Emergency Purchase Program (PEPP), ovvero un programma di acquisto di titoli del settore pubblico e privato nel mercato secondario, non strettamente vincolato dai dati relativi alla popolazione e al PIL degli Stati membri (capital key). Questo programma dovrebbe essere completato entro la fine di marzo 2022 e prevede una dotazione finanziaria totale di 1.850 miliardi di euro. L’intervento posto in essere dalla BCE attraverso il PEPP ha ridotto i costi di rifinanziamento del debito pubblico italiano, che a fine 2020 registrava ancora uno spread di circa 110 punti rispetto ai titoli decennali tedeschi.

Il Consiglio Europeo ha approvato un pacchetto di interventi fiscali per rilanciare gli investimenti, il cui fulcro è rappresentato dal Next Generation EU (NGEU), che comprende prestiti e sovvenzioni agli Stati membri per un valore rispettivamente di 360 ​​e 390 miliardi di euro. I principali strumenti del NGEU sono il Recovery and Resilience Facility (RRF), che ammonta a quasi il 90% delle risorse totali del NGEU, e il React-EU. Nel dettaglio, il NGEU sarà finanziato attraverso l’emissione di titoli europei durante il periodo di bilancio 2021-2027. I fondi del NGEU disponibili per l’Italia durante l’intero periodo dovrebbero essere circa 127,6 miliardi di euro in prestiti e 77,4 miliardi di euro in sovvenzioni (Governo Italiano 2020). Complessivamente, l’Italia riceverà circa 205 miliardi di euro, divisi principalmente tra i due strumenti del RRF (65,4 miliardi di euro in sovvenzioni e 127,6 miliardi di euro in prestiti) e del React-EU (10 miliardi di euro in sovvenzioni)[1]. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, una volta approvata la versione definitiva, illustrerà in che modo il Governo Italiano intende utilizzare le risorse e quali riforme accompagneranno le spese, in coerenza con le ‘Country Specific Recommendations’ e l’insieme delle ‘condizionalità’ poste dall’UE.

Altre misure straordinarie previste dall’UE sono rappresentate dallo “Strumento europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione in caso di emergenza” (SURE), dal “Meccanismo europeo di stabilità” (MES) e dagli strumenti della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) a sostegno delle imprese europee[2]. Attualmente, è ancora incerto l’utilizzo del MES e delle misure della BEI da parte dell’Italia. Al contrario, il Consiglio europeo ha già approvato 27,4 miliardi di euro di prestiti all’Italia nell’ambito delle misure SURE, erogando 16,5 miliardi di euro nel 2020 mentre i restanti 10,9 miliardi di euro saranno stanziati entro la fine del 2022.

Inoltre, la sospensione del Patto di Stabilità e Crescita e altri vincoli istituzionali di bilancio hanno consentito ai governi nazionali europei di adottare ulteriori misure fiscali espansive straordinarie. Infatti, nonostante il margine di manovra molto limitato a causa degli alti livelli di debito pubblico, l’Italia ha intrapreso politiche espansive a sostegno delle imprese e delle famiglie, sotto forma di maggiore spesa pubblica (in conto corrente e conto capitale) e minori tasse. Tuttavia, l’assenza di forme di finanziamento diretto della spesa pubblica da parte della BCE, in ottemperanza al Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (art. 123), ha portato a un forte aumento del rapporto debito pubblico/PIL, in Italia così come in altri paesi europei. A seguito delle misure fiscali italiane, il deficit di bilancio è aumentato di circa 108 miliardi di euro nel 2020, rispetto a quanto previsto dalla legge di bilancio (Ufficio Parlamentare di Bilancio 2020). Con una contrazione del PIL reale del 9%, il rapporto debito/PIL a fine 2020 è aumentato di oltre 20 punti, superando il 155%.

L’obiettivo principale di questo lavoro è analizzare l’impatto del Next Generation EU – insieme alle misure monetarie della BCE e allo sforzo posto in essere dalla politica fiscale nazionale – sull’economia italiana, con particolare riferimento al PIL, all’occupazione e alla finanza pubblica. Il lavoro valuta anche il potenziale impatto sull’economia italiana derivante dall’implementazione di una politica di stimolo fiscale alternativa.

2. Un modello stock-flussi per l’economia italiana

L’analisi svolta in questo lavoro è incentrata sul nuovo modello macro-econometrico strutturale di coerenza stock-flussi (SFC) pubblicato dalla Review of Political Economy (Canelli, Fontana, Realfonzo e Veronese Passarella 2021).

Nell’ultimo decennio, la letteratura economica internazionale ha mostrato un crescente interesse per l’approccio SFC alla macroeconomia (Nikiforos e Zezza 2017), riconoscendo i vantaggi della metodologia – sviluppata da Godley (1999) e Godley e Lavoie (2007) – nel cogliere gli squilibri macroeconomici che generano le crisi e nel fornire proiezioni realistiche rispetto al tradizionale quadro teorico dei modelli stocastici di equilibrio economico generale (DSGE) (Bezemer 2010; Hendry e Muellbauer 2018). In termini di modellistica macroeconomica, è importante notare che la maggior parte dei modelli utilizzati per l’analisi e le previsioni delle politiche dell’economia italiana sono basati sulla metodologia tradizionale del DSGE. Quest’ultima, attribuisce un ruolo preminente al lato dell’offerta, mentre la domanda aggregata incide solo nel breve periodo (si veda, per una valutazione critica, Arestis e Sawyer, 2009; Fontana, 2010). È il caso, tra gli altri, del modello trimestrale della Banca d’Italia (Bulligan et al.2017; Visco e Bodo 1986), del modello econometrico del Tesoro italiano (Cicinelli et al. 2008) e del modello utilizzato per le previsioni dell’Eurosistema (Angelini, D’Agostino e McAdam 2006). La recente crisi finanziaria globale ha mostrato le carenze dei modelli tradizionali, utilizzati dalle banche centrali e dai policymaker di tutto il mondo (Blanchard 2018), principalmente legate alla mancanza di un quadro monetario e di una attenta analisi del ruolo delle banche e delle interazioni tra il settore reale e quello finanziario (Caiani et al.2016; Fontana e Veronese Passarella 2018, 2020). Viceversa, i modelli SFC, come quello utilizzato per questo lavoro, consentono di superare tali limiti e di fornire, sia negli aspetti teorici sia in quelli empirici, un quadro integrato per l’analisi delle moderne economie capitalistiche, con un ruolo esplicito per le banche e le istituzioni finanziarie. Nello specifico, l’approccio SFC si concentra sul lato monetario e finanziario del sistema economico e sulle interdipendenze che collegano i bilanci dei diversi settori istituzionali alle loro transazioni reali, in un quadro dinamico discreto.

Il modello utilizzato in questo lavoro segue un approccio SFC che va “dalla teoria ai dati” (per una tecnica simile, si veda il modello sviluppato dalla Bank of England in Burgess et al. 2016)[3] e classifica il sistema economico in sei macro-settori: imprese, banche (compresi gli intermediari finanziari), banca centrale (BCE), governo, famiglie (comprese le istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie) e settore estero. Il modello è stato codificato e calibrato utilizzando il software Bimets fornito dalla Banca d’Italia (BoI) (Luciani e Stok 2020). I coefficienti del modello sono tutti stimati utilizzando serie storiche annuali, dal 1995 al 2019, fornite dall’Eurostat[4].

La tabella 1 riassume le ipotesi formulate in questo lavoro in merito agli effetti economici (diretti) prodotti dalla crisi del Covid-19 sull’economia italiana nel corso del 2020, nonché alla risposta politica (indiretta) adottata dalle autorità governative per contrastare e mitigare tali effetti. I primi sono etichettati come fattori economici, mentre i secondi sono etichettati come fattori politici. Va notato che il piano NGEU e il PNRR sono ancora in discussione e le modalità della loro attuazione sono caratterizzate da elevati livelli di incertezza.

Tabella 1. Scenario di base

La tabella 1 chiarisce che i fattori economici e i fattori politici sono modellati come un insieme di shock esogeni rispetto alle dinamiche osservate in passato delle principali variabili macroeconomiche che rappresentano l’economia italiana. I fattori economici e i fattori politici identificano quindi la previsione base del modello (baseline) per il periodo 2020-2025. L’entità di ogni shock deriva dalle previsioni formulate dalle principali istituzioni internazionali e dal governo italiano.

Nel dettaglio, i fattori economici misurano gli effetti diretti della crisi del Covid-19 in termini di modifiche alla forza lavoro, al prodotto per dipendente e al PIL dei partner commerciali.

I fattori politici mostrano la graduale risposta alla crisi del Covid-19 in termini di nuove misure fiscali introdotte dal governo italiano e dalle autorità dell’UE, nonché le misure monetarie adottate dalla BCE. Il modello considera la riduzione del gettito fiscale e la spesa aggiuntiva effettuata dal governo italiano nel 2020, il programma di acquisto di attività della BCE (PEPP) e la riduzione del tasso di interesse medio sui titoli di stato italiani. Inoltre, la tabella 1 mostra il flusso di prestiti e sovvenzioni dell’UE (NGEU e SURE) verso l’Italia, ed evidenzia i contributi versati dall’Italia al bilancio dell’UE per finanziare la creazione del NGEU e, in particolare, la quota relativa alle sovvenzioni. I prestiti previsti dal NGEU e dallo SURE e le sovvenzioni del NGEU rappresentano i fondi dell’UE a disposizione dell’Italia nel periodo 2021-2025: essi sono distribuiti annualmente sulla base dei criteri di assegnazione fissati dal Governo italiano[5].

Pur producendo gli stessi effetti positivi in ​​termini di fondi disponibili per la spesa pubblica, l’utilizzo dei prestiti e delle sovvenzioni dell’UE genera delle differenze importanti in termini di debito pubblico. Infatti, mentre i prestiti determinano un pari aumento del debito pubblico italiano, le sovvenzioni generano un aumento del debito pubblico “solo” in proporzione alla percentuale del contributo italiano al bilancio dell’UE[6]. In altre parole, i prestiti del NGEU sono prestiti dell’UE garantiti da un corrispondente importo di titoli di Stato italiani: come per lo SURE, i prestiti del NGEU dovranno essere completamente rimborsati. Al contrario, le sovvenzioni NGEU sono una forma di “assistenza monetaria” dell’UE all’Italia, non sono garantiti da una corrispondente emissione di titoli di Stato italiani e non si prevede che vengano rimborsati. Tuttavia, è importate ricordare che l’Italia deve contribuire alla creazione del fondo da cui provengono le sovvenzioni del NGEU. Tali contributi al fondo sovvenzioni NGEU da parte dell’Italia creano un corrispondente aumento del debito pubblico italiano, come mostrato nell’ultima riga “Contributi dovuti per sovvenzioni” della Tabella 1.

La circostanza per cui la gran parte delle risorse del NGEU (e la totalità SURE) generano un aumento del debito pubblico è molto rilevante. Si noti, infatti, che la condizione di sostenibilità per il debito pubblico prevede che il saldo primario debba coprire l’onere del debito netto:

dove T  rappresenta le entrate totali derivanti dalla tassazione,  G è la spesa pubblica, TR include sovvenzioni e trasferimenti al settore privato, Y rappresenta il PIL, rb è il tasso medio di rendimento dei titoli di debito italiani,  gy indica il tasso di crescita ( ΔY/Y ) e  Bs è il debito pubblico (Pasinetti 1998). L’equazione suggerisce che la stabilizzazione del rapporto debito pubblico/PIL richiede un avanzo primario, dato il livello del tasso medio di rendimento dei titoli di debito italiani ( rb)  e il tasso di crescita (gy).

Bisogna inoltre evidenziare che, in accordo con le ipotesi formulate nella NADEF (Governo Italiano 2020) e, successivamente, nella prima bozza del PNRR (Governo Italiano 2021), la previsione per il periodo 2020-2025 è costruita partendo dal presupposto che solo il 70% del complesso dei prestiti e delle sovvenzioni NGEU a disposizione del governo italiano verrà convertito in spesa aggiuntiva. Il restante 30% sarà utilizzato per finanziare progetti già precedentemente pianificati[7].

3. L’efficacia del Next Generation Eu per l’Italia

La tabella 2 mostra le previsioni economiche per l’economia italiana nel 2020 e 2021 rilasciate da OCSE (2020c), FMI (2020, 2021), Commissione Europea (2020), ISTAT (2020, 2021), Banca d’Italia (2021), Governo Italiano (2020) e dal modello SFC presentato in questo lavoro. I valori previsti fanno riferimento alle seguenti variabili macroeconomiche: PIL, consumo, investimenti, importazione, esportazione, deflatore del PIL, nonché il rapporto deficit/PIL e il rapporto debito pubblico/PIL. Il modello SFC, in linea con le più recenti rilevazioni ISTAT (2021), stima per il 2020 una contrazione del PIL del 9,1% e un aumento del rapporto debito pubblico/PIL del 155,6%. La stima del modello per il 2021 è di un rimbalzo del PIL del 2,9%, con un rapporto tra debito pubblico e PIL che temporaneamente scende al 154,6%.

Tabella 2. Valori previsti per le componenti del PIL, inflazione e saldi di finanza pubblica

La figura 1 (a-h) mostra l’evoluzione delle principali variabili macroeconomiche dell’economia italiana nel periodo 1995-2025. In particolare, si concentra su PIL, occupazione, rapporto debito pubblico/PIL, inflazione, rapporto deficit pubblico/PIL, tasso di interesse medio sul debito pubblico, tasso di crescita economica e debito pubblico italiano detenuto dalla BCE e dalla Banca d’Italia. La linea nera rappresenta la baseline del modello e mostra il trend pre-shock osservato per ciascuna delle variabili (serie temporali) per il periodo 1995-2019 e le previsioni del modello SFC in merito alle stesse variabili per il periodo 2020-2025.

Le previsioni includono i fattori economici e i fattori politici precedentemente descritti, ovvero gli effetti economici negativi prodotti dalla crisi da Covid-19 sull’economia italiana, la graduale risposta politica del governo italiano (in termini ad esempio di spesa pubblica aggiuntiva e tagli fiscali), le misure attuate dalla BCE (principalmente il PEPP) e dal NGEU. La linea tratteggiata nera nella Figura 1 (a-h) mostra il percorso pre-shock previsto per ciascuna variabile in assenza della crisi Covid-19.

Figura 1. Serie storiche (1995-2019) e previsioni (2020-2025)

La figura 1 (a) mostra come la dinamica del PIL si situi ben al di sotto del livello del 2007 e non si prevede che il PIL torni al trend pre-pandemico. La figura 1 (g) rivela anche che, dopo il rimbalzo atteso nel 2021, il tasso di crescita diminuisce rapidamente verso un tasso di crescita zero, entro la fine del 2025. Non sorprende che, dopo il forte calo nel 2020, il livello occupazionale torni al valore pre-Covid-19 solo nel 2025, registrando valori lontani dal trend pre-Covid-19 (figura 1 (b)). La figura 1 (d) presenta il tasso di inflazione, che rimane sempre ben al di sotto dell’obiettivo BCE del 2%. Considerando congiuntamente i risultati mostrati nella Figura 1 (a, b, d, g), si evince che la crisi da Covid-19 causerà una cicatrice permanente alla già debole dinamica dell’economia italiana, nonostante le misure adottate a livello nazionale ed europeo.

La figura 1 (c, e, f) si concentra sulla finanza pubblica. Come mostrato dalla Figura 1 (c, e), sia il rapporto debito pubblico/PIL sia il rapporto deficit pubblico/PIL rimangono fortemente al di sopra dei valori precedenti al Covid-19. L’evoluzione del rapporto debito/PIL è di particolare interesse. Dopo una leggera riduzione associata al rimbalzo 2021-2022, e nonostante il rilevante aumento della quota di debito pubblico detenuta dall’Eurosistema, il rapporto debito/PIL aumenta ancora dopo il 2023, innescando una dinamica insostenibile per il Paese nel lungo andare. La figura 1 (h, f) descrive l’ammontare del debito italiano detenuto, rispettivamente, dalla BCE e dalla Banca d’Italia e il tasso di interesse medio sui titoli di stato italiani. La figura 1 (h, f) conferma i risultati precedenti. Poiché l’onere del debito netto supera il saldo primario nel medio termine, il governo italiano fatica a raggiungere la condizione di sostenibilità del debito.

Nonostante gli interventi di politica economica adottati dal governo nazionale e dalla BCE, le dinamiche previste per le principali variabili macroeconomiche illustrate nella Figura 1 (a-h) chiariscono che il NGEU non è efficace nel fronteggiare i rilevanti impatti negativi della crisi Covid-19 sull’economia italiana. Il PIL non aggancia il valore precedente alla pandemia da Covid-19 nel medio periodo, il tasso di crescita declina rapidamente verso un tasso di crescita zero, mentre il rapporto debito pubblico/PIL si trova su un percorso insostenibile nel lungo andare.

4. Moltiplicatori della spesa pubblica e riforme

Le conclusioni appena richiamate – elaborate sulla base del modello SFC elaborato in Canelli, Fontana, Realfonzo e Veronese Passarella (2021) – si fondano sui valori medi dei moltiplicatori della spesa pubblica sperimentati in Italia nel periodo 1995-2019 (periodo per il quale tutti i dati necessari alla stima sono disponibili).

Naturalmente, queste previsioni migliorerebbero se l’efficacia della spesa pubblica italiana aumentasse, determinando un maggior incremento di PIL per ogni euro di spesa. In altri termini, i valori della crescita e della finanza pubblica migliorerebbero se si riscontrasse un incremento del valore dei moltiplicatori associati ai nuovi investimenti pubblici e agli incentivi pubblici. Ciò potrebbe essere possibile se l’Italia varasse il complesso di riforme descritte nella prima versione del PNRR (Governo Italiano 2021) e se tali riforme si dimostrassero effettivamente efficaci.

A riguardo, è opportuno sottolineare che anche nel periodo 1995-2019 il Paese ha varato alcune riforme, che sono state oggetto di grandi dibattiti e posizioni anche controverse nella letteratura scientifica. Il riferimento è alle cosiddette privatizzazioni, alle liberalizzazioni di alcuni mercati, alle riforme delle pensioni, alle riforme del mercato del lavoro, ma anche, ad esempio, ai tentativi di riformare la pubblica amministrazione. Non sempre queste riforme hanno dato i risultati sperati. Si pensi, ad esempio, alle riforme del mercato del lavoro che hanno aumentato la flessibilità del mercato del lavoro, riducendo ampiamente l’Employment Protection Legislation Index (EPL) misurato dall’OECD, senza però determinare i risultati sperati in termini di crescita e occupazione (ad esempio si rinvia a Blanchard 2006).

Per queste ragioni, considerate le grandi incognite relative alla realizzazione delle riforme e alla loro effettiva efficacia, nell’esercizio previsionale è sembrato opportuno non discostarsi dai valori medi dei moltiplicatori storicamente registrati nel periodo 1995-2019.

5. Una politica europea alternativa ed espansiva

Gli esercizi previsionali sviluppati in Canelli, Fontana, Realfonzo e Veronese Passarella (2021) dimostrano che eventuali politiche di austerità da parte dell’UE, all’insegna ad esempio dei tagli alla spesa pubblica, determinerebbero risultati ben peggiori rispetto a quelli illustrati nella Figura 1, in termini di PIL, occupazione e rapporto tra debito pubblico e PIL.

Al contrario, fermi tutti gli altri dati, è possibile definire una politica alternativa espansiva che porti il Paese a recuperare nel breve periodo i livelli del trend precedente al Covid-19.

Abbiamo, infatti, utilizzato il modello SFC per identificare le linee possibili di una politica alternativa ed espansiva in grado di riportare il Paese a recuperare nel breve periodo i livelli del trend pre-pandemico. Lo scenario “back-to-trend” è, infatti, un esperimento che presuppone la volontà dell’UE di aumentare il NGEU con risorse aggiuntive e convertendo tutte le risorse in sovvenzioni, senza prevedere alcun contributo da parte del governo italiano. Per semplicità, si presume che queste risorse aggiuntive e la relativa spesa pubblica siano finanziate dalla BCE, come parte della letteratura aveva a suo tempo esortato a fare (ad esempio, Gali 2020; Realfonzo 2020). Ciò significa che tutte le risorse del NGEU non inciderebbero sul rapporto debito pubblico/PIL dell’economia italiana. Si ipotizza, inoltre, che tutte le risorse siano interamente convertite in nuova spesa da parte del governo italiano.

L’analisi dello scenario “back-to-trend” mostra che, nelle ipotesi appena descritte, l’Italia raggiungerebbe il livello pre-covid-19 se le risorse del NGEU per l’Italia fossero incrementate del 25%.

Figura 2. Effetti di politiche alternative (2020-2025)

Note: scenario di ritorno al trend pre-crisi (back to trend) = 125% dei fondi NGEU, tutte sovvenzioni, nessun contributo dovuto dal governo italiano, tutte le risorse spese per nuovi progetti.

La figura 2 (a-f) mostra l’impatto dello scenario “back-to-trend” (linea verde) su PIL, occupazione, rapporto debito pubblico/PIL, inflazione, rapporto deficit pubblico/PIL e tasso di interesse medio sul debito pubblico. La linea continua nera rappresenta la baseline del modello, mentre la linea tratteggiata nera mostra il trend pre-shock previsto per ciascuna variabile, in assenza della crisi Covid-19.

Lo scenario “back-to-trend” riproduce uno stimolo fiscale che prevede risorse aggiuntive da parte dell’UE, vale a dire il 25% in più dei fondi NGEU attualmente previsti per l’Italia, e cambiamenti politici significativi (assenza di contributi del governo italiano a fronte dei finanziamenti europei; spesa della totalità delle risorse in nuovi progetti da parte del governo italiano). La figura 2 (a-f) mostra che le risorse aggiuntive dell’UE avrebbero un notevole impatto positivo non solo su PIL e occupazione, ma anche sulle finanze pubbliche italiane.

La figura 2 (a, b) mostra, infatti, che il PIL e l’occupazione intraprenderebbero un rapido movimento ascendente, registrando valori al di sopra della baseline del modello.

Ciò che è maggiormente sorprendente sono le prospettive per le finanze pubbliche. Il rapporto debito pubblico/PIL diminuisce in modo significativo, spostandosi verso il livello pre-Covid-19, come mostrato nella Figura 2 (c). Una tendenza simile è sperimentata dal rapporto deficit pubblico/PIL e dal tasso di interesse medio sui titoli di Stato, illustrati rispettivamente nella Figura 2 (e, f). Il rapporto deficit pubblico/PIL e il tasso di interesse medio sui titoli di Stato si muovono effettivamente al di sotto del livello pre-Covid-19, prima del 2025. Infine, la figura 2 (d) suggerisce che l’inflazione è ancorata intorno a un valore costante, ben al di sotto del 2%, ritenuto come esplicito obiettivo dalle autorità europee. Ciò consente di affermare che, secondo il modello SFC, le risorse aggiuntive dell’UE e la modalità di finanziamento di tali risorse non produrrebbero alcun impatto sul tasso di inflazione.

6. Conclusioni

La pandemia Covid-19 ha causato uno shock senza precedenti a livello globale. L’Italia è stato uno dei paesi più colpiti, registrando elevati tassi di infezione e mortalità. Anche l’economia italiana è stata duramente colpita dal blocco della produzione di beni e servizi e dall’interruzione delle catene del valore. Si stima, infatti, una riduzione del PIL di circa il 9% nel 2020, mentre il rapporto debito pubblico/PIL dovrebbe essere intorno al 156%.

Contrariamente a quanto accaduto dopo la crisi finanziaria del 2007-2008, le autorità monetarie e fiscali dell’UE hanno cercato di intervenire per limitare l’impatto economico negativo della pandemia da Covid-19. Il Patto di Stabilità e Crescita e altri vincoli istituzionali di bilancio sono stati sospesi. Ciò ha consentito al governo italiano e ad altri governi dell’UE di adottare misure fiscali espansive a sostegno delle imprese e delle famiglie. La BCE ha lanciato il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) e il Consiglio europeo ha approvato, tra le altre cose, il Next Generation EU (NGEU).

Questo lavoro ha utilizzato il modello SFC sviluppo in Canelli, Fontana, Realfonzo e Veronese Passarella (2021) per valutare l’impatto del NGEU sulle principali variabili macroeconomiche italiane – PIL, occupazione, rapporto debito pubblico/PIL, inflazione, rapporto deficit pubblico/PIL e interesse medio tasso sul debito pubblico. La conclusione principale che emerge dall’analisi non lascia grandi speranze. Dati i valori dei moltiplicatori della spesa pubblica registrati nel periodo 1995-2019, l’impatto espansivo indotto dal NGEU non sarà sufficiente a stimolare la ripresa dell’economia italiana. Nel dettaglio, si stima che tali misure non porteranno né le finanze pubbliche, né il PIL, né l’occupazione ai livelli pre-Covid-19, con conseguenze in termini di insostenibilità del debito sovrano nel lungo termine.

Chiarito che politiche meno espansive rispetto al NGEU avrebbero un impatto recessivo significativo, abbiamo verificato quale potrebbe essere una politica espansiva adeguata per riportare la crescita italiana sul trend pre-crisi da covid-19. Lo scenario cosiddetto “back-to-trend” prevede un’espansione del 25% dei fondi del NGEU, interamente finanziati dalla BCE e interamente spesi dal governo italiano. Questa politica fiscale espansiva alternativa avrebbe un notevole impatto positivo non solo sul PIL e sull’occupazione, ma anche sulle finanze pubbliche italiane.

Questo scenario dimostra che le autorità monetarie e fiscali dell’UE avrebbero il potere di spostare l’economia italiana verso un percorso di crescita sostenibile, con risultati positivi sia per l’occupazione sia per le finanze pubbliche.

*Le conclusioni di questo studio si fondano sull’analisi del modello pubblicato dalla Review of Political Economy (marzo 2021) a firma di R. Canelli, G. Fontana, R. Reafonzo e M. Veronese Passarella (https://doi.org/10.1080/09538259.2021.1876477).

** Rosa Canelli, DEMM, Università del Sannio, Benevento, 82100, Italia; Giuseppe Fontana, Economics, Leeds University Business School (LUBS), University of Leeds, Leeds, LS2 9JT, UK e DEMM, Università del Sannio, Benevento, 82100, Italia. Riccardo Realfonzo, DEMM, Università del Sannio, Benevento, 82100, Italia; Marco Veronese Passarella, Economics, LUBS, University of Leeds, Leeds, LS2 9JT, UK.

Riferimenti bibliografici

Angelini, E., A. D’Agostino and P. McAdam. 2006. ‘The Italian Block of the ESCB Multi-Country Model.’ Working Paper Series 660, European Central Bank.

Arestis P. and M. Sawyer. 2009. Path Dependency and Macroeconomics. Palgrave Macmillan, Basingstoke.

Baldwin, R. and B. Weder di Mauro. 2020. Mitigating the COVID Economic Crisis: Act Fast and Do Whatever It Takes. VoxEU.org eBook, CEPR Press. https://voxeu.org/content/mitigating-covid-economic-crisis-act-fast-and-do-whatever-it-takes.

Banca d’Italia. 2020. ‘Audizione di Fabrizio Balassone sull’individuazione delle priorità nell’utilizzo del Recovery Fund.’ Camera dei Deputati, Roma, 7 settembre.

Bezemer, D. J. 2010. ‘Understanding financial crisis through accounting models.’ Accounting, Organizations and Society 35 (7): 676-688.

Blanchard, O. 2006. ‘European unemployment: the evolution of facts and ideas.’ Economic Policy, 21 (45): 6-59.

Blanchard, O. 2018. ‘On the future of macroeconomic models.’ Oxford Review of Economic Policy 34 (1-2): 43-54.

Blanchard O. and J. Pisani-Ferry. 2020. ‘Monetisation: Do Not Panic.’ VoxEU.org, April 10; https://voxeu.org/article/monetisation-do-not-panic.

Brancaccio E. and R. Realfonzo (2021). ‘Draghi’s Policy will be Schumpeterian Laissez-Faire rather than Keynesian Expansion’. Financial Times, February 12.

Brancaccio E., R. Realfonzo, M. Gallegati  and A. Stirati. 2020. ‘With or without Europe: Italian economists for an anti-virus plan.’ Financial Times, March 13. https://www.ft.com/content/4309c9fc-63ca-11ea-b3f3-fe4680ea68b5;

Bulligan, G., F. Busetti,  M. Caivano, P. Cova, , D. Fantino, , A. Locarno  and M. L. Rodano. 2017. ‘The Bank of Italy Econometric Model: An Update of the Main Equations and Model Elasticities.’ Temi di Discussione No.1130, Banca d’Italia.

Burgess, S., O. Burrows,  A. Godin,  S. Kinsella  and S. Millard. 2016. ‘A dynamic model of financial balances for the United Kingdom.’ Bank of England Working Papers 614.

Caiani, A., A. Godin, E. Caverzasi,  M. Gallegati, S. Kinsella and J.E. Stiglitz. 2016. ‘Agent based-stock flow consistent macroeconomics: Towards a benchmark model.’ Journal of Economic Dynamics and Control 69:375-408.

Canelli, R., G. Fontana, R. Realfonzo and M. Veronese Passarella 2021. ‘Are EU Policies Effective to Tackle the Covid-19 Crisis? The Case of Italy.’ Review of Political Economy, https://doi.org/10.1080/09538259.2021.1876477

Cassa Depositi e Prestiti. 2020. ‘Next Generation EU. Cosa significa per l’economia italiana?’ August 1. https://www.cdp.it/resources/cms/documents/Next%20Generation%20EU.pdf

Cicinelli, C., A. Cossio,  F. Nucci, O. Ricchi , and C. Tegami. 2008. ‘The Italian Treasury Econometric Model (ITEM).’ Ministry of Economy and Finance, Department of the Treasury Working Paper No. 1. Rome: Department of the Treasury.

De Grauwe, P. 2020. ‘The ECB Must Finance COVID-19 Deficits.’ Project Syndicate, March 18.

Draghi, M. 2020. ‘We face a war against coronavirus and must mobilise accordingly.’ Financial Times, March 25. https://www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b.

European Commission. 2020. ‘Identifying Europe’s Recovery Needs.’ Commission Staff Working Document, Brussels, May 27.

Fontana, G. 2010. ‘The return of Keynesian economics: A contribution in the spirit of John Cornwall’s work.’ Review of Political Economy 22 (4): 517-533.

Fontana, G. and M. Veronese Passarella. 2018: ‘The role of commercial banks and financial intermediaries in the New Consensus Macroeconomics (NCM): a preliminary and critical appraisal of old and new models.’ In Alternative Approaches in Macroeconomics: Essays in Honour of John McCombie, edited by P. Arestis, Basingstoke & New York: Palgrave Macmillan, pp. 77-103.

Fontana, G. and M. Veronese Passarella. 2020. ‘Unconventional monetary policies from conventional theories: modern lessons for central bankers.’ Journal of Policy Modelling 42 (3): 503-519.

Gali, J. 2020. ‘The effects of a money-financed fiscal stimulus.’ Journal of Monetary Economics 115: 1-19. 

Godley, W. 1999. ‘Seven unsustainable processes: medium-term prospects and policies for the United States and the world.’ Strategic Analysis. Annandale-on-Hudson, NY: Levy Economics Institute of Bard College, January.

Godley, W. and M. Lavoie. 2007. Monetary Economics: An Integrated Approach to Credit, Money, Income, Production and Wealth. New York: Palgrave Macmillan.

Governo Italiano. 2020. ‘Nota di Aggiornamento. Documento di Economia e Finanza (NADEF).’ Ministero dell’Economia e delle Finanze, Roma, 5 ottobre.

Governo Italiano. 2021. ‘Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).’ Roma, 12 gennaio.

Hendry, D. F. and J. N. Muellbauer. 2018. ‘The future of macroeconomics: macro theory and models at the Bank of England.’ Oxford Review of Economic Policy 34 (1-2), 287-328.

Luciani, A. and R. Stok. 2020. ‘bimets: Time Series and Econometric Modeling.’ Accessed on August 31st 2020. https://CRAN.R-project.org/package=bimets.

Münchau, W. 2020. ‘Europe cannot fudge its way to a federal future.’ Financial Times, May 31. https://www.ft.com/content/c931321c-a1bf-11ea-b65d-489c67b0d85d.

Nikiforos, M. and G. Zezza. 2017. ‘Stock-Flow Consistent macroeconomic models: a survey.’ Journal of Economic Surveys 31(5): 1204-1239.

OECD. 2020a. Economic Outlook, Vol 2020/1. Paris: OECD Publishing.

OECD. 2020b. OECD Economic Outlook, Interim Report September 2020. Paris: OECD Publishing.

Pasinetti, L. 1998. ‘The myth (or folly) of the 3% deficit/GDP Maastricht “parameter”.’ Cambridge Journal of Economics 22 (1): 103-116.

Realfonzo R. 2020. ‘Finanziamento delle politiche e scenari del debito dopo il covid-19’, econonomiaepolitica.it, 15 aprile 2020 [https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/europa-e-mondo/debito-pubblico-2020/]

Ufficio parlamentare di bilancio. 2020. ‘Rapporto sulla politica di bilancio 2021.’ December. https://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2020/12/Rapporto_pol_2021-per-sito.pdf.

Veronese Passarella, M. 2019. ‘From abstract to concrete: some tips for developing an empirical stock–flow consistent model.’ European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention 16 (1): 55–93.

Visco, I. and G. Bodo. 1986. ‘Modello Trimestrale Dell’ Economia Italiana.’ Temi Di Discussione No. 80, Banca d’Italia.

Zezza, F. and G. Zezza. 2020. ‘A Stock-Flow Consistent Quarterly Model of the Italian Economy.’ Levy Institute Working Paper No. 958. Annandale-on-Hudson, NY: Levy Economics Institute of Bard College.

Note

[1] Secondo la prima versione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) – approvato dal Governo il 12 gennaio 2021 (Governo Italiano 2021) – l’importo delle risorse europee messe a disposizione dell’Italia ammonterebbe a circa 209,5 miliardi, ripartiti tra il RFF (127,6 miliardi di euro in prestiti e 68,9 miliardi di euro in sovvenzioni) e il React-EU (13 miliardi di euro in sovvenzioni). Viceversa, stando alle più recenti dichiarazioni del ministro competente del Governo Draghi, il contributo europeo sarebbe più ridotto ed inferiore ai 200 miliardi. In questo lavoro si è fatto riferimento ai dati contenuti nella Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza per il 2020 (Governo Italiano 2020) che definisce anche una ipotesi sul flusso temporale di utilizzo delle risorse.

[2] Le misure fiscali e monetarie previste dall’UE per fronteggiare la crisi da Covid-19 hanno generato un ampio dibattito in Europa, con particolare riferimento a come finanziare le misure fiscali, al ruolo della BCE, alla dimensione e alla composizione del NGEU, alla stabilità dell’Area Euro e alla sostenibilità del debito pubblico (si vedano, tra gli altri, Baldwin e Weder di Mauro (2020), Blanchard e Pisani-Ferry (2020), Brancaccio, Realfonzo, Gallegati e Stirati (2020), De Grauwe (2020), Draghi (2020), European Commission (2020), Galí (2020), Münchau (2020), Realfonzo (2020)). Banca d’Italia (2020), Cassa depositi e prestiti (2020) e Governo Italiano (2020) discutono degli effetti del NGEU sull’economia italiana. Per un punto di vista critico sull’efficacia del NGEU per l’italia si veda Brancaccio and Realfonzo (2021). Papadimitriou, Zezza e Zezza (2020) e Canelli, Fontana, Realfonzo e Veronese Passarella (2021) analizzano il potenziale percorso post-Covid-19 dell’economia italiana.

[3]La letteratura empirica SFC può essere classificata in due gruppi principali, vale a dire un approccio “dai dati alla teoria” e un approccio “dalla teoria ai dati”. Il primo approccio caratterizza i primi contributi empirici SFC e si basa sui dati dell’economia oggetto di indagine, ovvero bilanci settoriali e statistiche sui flussi di fondi. Il secondo approccio parte da modelli teorici: si definiscono l’insieme delle condizioni di equilibrio e delle equazioni comportamentali e, quindi, si stimano i coefficienti del modello sulla base dei dati delle serie temporali osservate (Canelli, Fontana, Realfonzo e Veronese Passarella (2021).

[4] I precedenti lavori che sviluppano un modello empirico SFC per l’economia italiana sono rappresentati da Veronese Passarella (2019); Zezza e Zezza (2020); Zezza (2018); Papadimitriou, Zezza e Zezza 2020; Canelli, Fontana, Realfonzo e Veronese Passarella (2021).

[5] Come già osservato, l’analisi di questo lavoro si basa sulle ipotesi formulate nella NADEF (Governo Italiano 2020), assumendo un valore complessivo del NGEU di 205 miliardi di euro.

[6] Secondo i Financial Reports pubblicati dalla Commissione Europea, nel periodo 2014-2020, il contributo italiano al budget annuale dell’UE è stato in media del 12,1%. Applicando la stessa quota al fondo per la costituzione delle sovvenzioni del NGEU, ed escludendo un aumento immediato dell’importo delle risorse versate dagli Stati membri, l’Italia contribuirà per circa il 12,1% alla costituzione del fondo da 390 miliardi, ricevendo circa il 20% delle sovvenzioni totali. Pertanto, seguendo i criteri di assegnazione fissati dal governo italiano nella NADEF (Governo Italiano 2020), l’ammontare delle sovvenzioni che viene annualmente finanziato dai contributi italiani al bilancio dell’UE è indicato dall’ultima riga della Tabella 1.

[7] Secondo la prima versione del PNRR (Governo Italiano 2021) circa 66 miliardi di euro del NGEU sarebbero utilizzati dal governo per finanziare progetti esistenti, al fine di ridurre e migliorare le finanze pubbliche. Gran parte dei prestiti NGEU andrebbe quindi a sostituire l’emissione di titoli di debito italiani, quale modalità di finanziamento più conveniente per il Paese (Governo Italiano 2021).

Fonte