di Marco Veronese Passarella
“L’inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario” – così ammoniva Milton Friedman nella sua celebre Storia monetaria degli Stati Uniti (1867-1960), scritta a quattro mani con Anna Schwartz. In termini semplici, l’inflazione sarebbe da attribuire al fatto che la base monetaria immessa dalla banca centrale nel sistema economico e i depositi bancari creati su quella base crescerebbero più rapidamente della produzione reale.
Troppa moneta spalmata su pochi prodotti causerebbe una crescita generalizzata del loro valore nominale: è questa la cosiddetta teoria quantitativa della moneta, elaborata da David Hume alla metà del Settecento e rilanciata proprio da Milton Friedman ed altri economisti della Scuola Monetarista negli anni sessanta del Novecento.
Se le cose stessero effettivamente così, la banca centrale sarebbe sempre in grado di regolare il livello generale dei prezzi agendo sulla base monetaria e, tramite questa, sull’offerta complessiva di liquidità – giusta la teoria del moltiplicatore monetario.
O, vista da un’opposta angolazione, l’inflazione (o la deflazione) sarebbe sempre riconducibile ad errori della politica monetaria che non si rassegnerebbe a limitarsi ad assecondare le forze di mercato, ma tenterebbe di spingere il tasso di disoccupazione al di sotto (o al di sopra) del suo livello naturale.
La narrazione monetarista ha l’indubbio vantaggio di fornire una spiegazione semplice ed intuitiva delle cause dell’inflazione. Forse anche per questo, sembra essere ancora molto popolare tra i non addetti ai lavori e persino tra gli analisti finanziari e gli economisti accademici. Così, non è mancato chi, di fronte all’impennata dei prezzi post-pandemica, ha puntato il dito contro le maggiori banche centrali mondiali, ree di aver inondato i mercati finanziari di liquidità per far fronte alle crisi finanziarie ed economiche che si sono susseguite senza soluzione di continuità a partire dal 2008. L’enorme massa monetaria, creata per sostenere il prezzo dei titoli di Stato e delle altre attività finanziarie quotate in borsa, si sarebbe infine riversata sul mercato dei beni, innescando una crescita vertiginosa dei prezzi. Ma è davvero così?
Non esattamente. Anzitutto, l’offerta di moneta è largamente fuori dal controllo delle banche centrali, le quali – in tempi normali – si limitano a fissarne il prezzo, ossia ad annunciare il tasso di interesse di riferimento per il sistema finanziario. Dato questo tasso, la quantità offerta di moneta si aggiusta alle richieste degli attori economici, imprese in testa. Se, per esempio, i prezzi delle materie prime crescono, le imprese chiederanno più finanziamenti per la produzione. Più prestiti vengono concessi, più depositi vengono creati e dunque più base monetaria sarà immessa nel sistema per consentire alle banche di rimpinguare le proprie riserve. Il contrario avviene quando i prezzi si riducono. In entrambi i casi l’offerta di moneta si adeguerà alla domanda. Ecco perché un “eccesso” di emissioni monetarie è davvero improbabile. Nel mondo reale, è il livello dei prezzi a determinare la quantità di moneta in circolazione, non viceversa.
Si dirà che oggi non viviamo in tempi normali, dato che nell’ultimo quindicennio le banche centrali hanno fatto ampiamente ricorso ad operazioni quantitative (ispirate proprio alla celebre immagine della “moneta lanciata dagli elicotteri” di Friedman), ossia ad acquisti massicci di attività finanziarie presso le banche accreditate, tramite i quali si è realizzata un’immissione forzata di liquidità nel sistema. Si tratta di un’osservazione corretta, che trascura però il fatto che tali interventi non hanno alcun impatto diretto sui prezzi dei prodotti. Da un lato, essi comportano una modificazione della composizione di bilancio delle banche che non ha alcun effetto necessario sull’ammontare di prestiti da esse erogato (dato che questo dipende anzitutto dalla domanda solvibile di finanziamenti da parte di imprese e famiglie), né tanto meno sui costi di produzione. Dall’altro lato, il sostegno al prezzo di mercato delle attività finanziarie oggetto di operazioni quantitative può soltanto avere un effetto molto mediato su tali costi, per il tramite della speculazione rialzista, la quale richiede però che una tendenza alla crescita dei prezzi sia già in atto o almeno attesa.
In secondo luogo, è la definizione stessa di inflazione ad essere fuorviante. Sia che considerino l’insieme dei beni scambiati in un’economia (come fa il cosiddetto “deflatore del PIL”) che i soli prezzi al consumo, i principali indicatori sintetici di crescita dei prezzi tendono ad offuscare il fatto che l’inflazione viene sempre calcolata come una media ponderata dei tassi di crescita dei prezzi di beni e servizi diversi.
Questo significa che a fronte di un’inflazione crescente (o decrescente) i prezzi di alcuni prodotti staranno in effetti accelerando, mentre altri potranno essere stabili o addirittura decrescenti. Ne consegue che la perdita di potere di acquisto che si associa ad un aumento dei prezzi non sarà affatto omogenea, ma varierà sensibilmente da un settore all’altro, da un gruppo sociale all’altro.
In terzo luogo, la ragione per cui l’inflazione nasconde sempre una modificazione dei prezzi relativi è che essa è in ultima istanza la risultante di conflitti sociali. Se è vero che l’alta inflazione che investì l’economia italiana nel corso degli anni Settanta fu in buona misura il prodotto di due shock petroliferi, è altrettanto vero che a far salire il livello dei prezzi negli anni precedenti e in quelli successivi contribuirono anche, in modo determinante, le rivendicazioni salariali di una classe lavoratrice ancora relativamente agguerrita, ossia l’aumento del prezzo di quella merce particolare che prende il nome di “forza-lavoro”. L’elevata inflazione fu, insomma, la risultante di una duplice, feroce, lotta di classe all’interno della società italiana (che spingeva le imprese a cercare di scaricare sul prezzo dei prodotti il maggior costo del lavoro, specie nei periodi in cui la Lira era lasciata libera di fluttuare sui mercati valutari) e al di fuori di questa, in forma di conflitti geopolitici che alimentavano il costo delle materie prime (anche attraverso un deprezzamento della Lira rispetto al Dollaro).
Anche oggi la causa principale dell’inflazione va ricercata nell’aumento dei costi di produzione dei prodotti energetici e nei colli di bottiglia che affliggono la produzione di alcuni beni intermedi (si pensi a semiconduttori e microchip) a fronte di un rimbalzo fisiologico della domanda, facendone lievitare i prezzi. La differenza, rispetto a mezzo secolo fa, è che oggi l’aumento del prezzo dei beni di consumo avviene a fronte di una stagnazione, se non di una caduta, del prezzo della forza-lavoro. Questo fatto, unito alla relativa tenuta dei prezzi delle attività finanziarie, genera una compressione reale dei redditi da lavoro a cui si contrappone un aumento reale dei profitti di monopolio e delle rendite finanziarie. Continua, cioè, quell’enorme processo di redistribuzione di redditi e ricchezze che, cominciato già nel corso degli anni Ottanta, e favorito dalle molteplici riforme fiscali di segno regressivo, sembra addirittura uscire rafforzato dalla crisi pandemica.
Ancora una volta, l’inflazione, lungi dall’essere la malattia del banchiere centrale progressista diagnosticata da Friedman, è il sintomo di un conflitto feroce: quello per l’accaparramento delle risorse energetiche mondiali, in cui gli attori in campo sono i capitali a differente base nazionale, mentre la classe lavoratrice sembra ormai relegata ad un ruolo di mera spettatrice.
In questo contesto l’imposizione di un tetto ai prezzi di servizi pubblici e beni salario, così come la tassazione delle rendite e la temporanea sovvenzione dell’acquisto di prodotti energetici ed altri beni strategici, possono alleviare l’impatto recessivo della pandemia (a cui oggi si somma quello del conflitto russo–ucraino). Nel medio-lungo periodo, tali provvedimenti andrebbero accompagnati da interventi di pianificazione economica atti a ri-orientare, accorciare e circolarizzare le filiere della produzione. Il fine dovrebbe essere quello di, ad un tempo, forzare e democratizzare il processo di transizione ecologica, mettendo al centro la riqualificazione dell’edilizia pubblica e un ripensamento radicale del sistema di trasporto locale e nazionale.
Sebbene tale necessità sia, almeno in parte, formalmente riconosciuta negli stessi documenti strategici prodotti nell’ultimo decennio dalle istituzioni europee e nazionali, proprio l’estrema debolezza del movimento operaio e delle sue organizzazioni rappresentative fa sì che la transizione sia perseguita mediante affidamento alle forze di mercato, ossia agli interessi particolari di una manciata di grandi imprese transnazionali, in cui l’unico elemento di mediazione è dato dalle richieste del piccolo capitale nazionale in difficoltà. Ecco perché se, da un lato, le misure di transizione rischiano di non essere all’altezza della sfida posta dal processo di de-globalizzazione e dal cambiamento climatico, dall’altro, il loro costo rischia di essere interamente pagato dalla classe lavoratrice in termini di peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro.
È nota la battuta di Robert Solow: “Ogni cosa ricorda a Milton Friedman l’offerta di moneta. Ogni cosa a me ricorda il sesso, ma cerco di tenerlo fuori dai miei articoli scientifici”. A giudicare dalla traiettoria seguita dalla letteratura economica negli ultimi decenni, sembrerebbe di poter concludere che, in fatto di rimozione, dove ha fallito il sesso, è riuscita la lotta di classe.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Milton Friedman. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Milton Friedman. Mostra tutti i post
10/09/2017
Cile. I nodi non sciolti di quell’11 settembre
Questa storia non si chiude come dovrebbe. L’11 marzo del 1990 il dittatore cileno Pinochet lascia la carica presidenziale dopo 17 anni da quell’11 settembre del 1973 in cui con un violento colpo di stato militare aveva rovesciato il governo di Allende, la prima esperienza di socialismo democratico. Al contrario del suo inizio, la fine della dittatura avvenne in maniera pacifica e istituzionale, con un referendum tenuto nel 1988, in cui l’opposizione democratica impose il proprio NO alla continuazione del regime militare con il 55% dei voti; non propriamente una vittoria schiacciante della democrazia sulla dittatura. Ma il lungo regime di Pinochet è in qualche modo sopravvissuto alla sua forma contingente di dittatura, riuscendo grazie a questa uscita di scena “graduale” a mantenersi viva nell’orizzonte politico ed economico cileno. E non solo.
L’eredità che Pinochet ha lasciato al suo paese è il sistema economico lasciato grossomodo invariato. La fine della dittatura e le prime elezioni libere infatti non coincisero con una nuova fase repubblicana, né tantomeno con una fase costituente, ma vennero trattate come un semplice cambio di governo all’interno di uno stato di diritto che non era necessario mettere in discussione.
Il Cile ha mantenuta un ampio ventaglio di misure economiche approvate dalla dittatura: la privatizzazione del sistema educativo da una parte e pensionistico dall’altra, con in mezzo il sistema sanitario, la totale apertura del commercio e degli investimenti esteri che ha fatto sì che l’economia cilena fosse dipendente esclusivamente dall’export di rame (circa un quarto di tutto il prodotto nazionale) senza permettere lo sviluppo di altre industrie.
Ma la grande eredità economica di Pinochet non si limita però al suo paese, ma si estende al resto del mondo: se la grande “rivoluzione neoliberale” si fa risalire al diabolico duo Reagan-Thatcher negli anni ’80, è proprio durante la dittatura cilena che si sperimentò per la prima volta una politica economica totalmente votata al mercato. Privatizzazioni, liberalizzazioni, riduzione dei salari e dello stato sociale, il peso cileno ancorato al dollaro per attirare investimenti delle multinazionali a cui era concesso poi rimpatriare il 100% dei profitti...
Il banco di prova era evidentemente ottimale, perché solo una feroce repressione poteva fare accettare misure che al tempo, al contrario di oggi, venivano universalmente considerate terribilmente antipopolari. Il regime infatti incassò il sostegno USA non solo nei campi politico e militare da parte di Nixon e della CIA, ma anche in quello economico dato dai “Chicago Boys”. D’altra parte, tutta la storia dell’imperialismo statunitense nel “giardino di casa” latinoamericano ha visto un connubio di interessi dell’apparato politico della lotta al comunismo con quello economico il cui maggiore interesse era quello di preservare i privilegi di sfruttare i monopoli che aveva conquistato.
L’economia fu infatti il terreno di scontro che venne imposto anche nella strategia di destabilizzazione del governo di Unità Popolare (socialista-comunista) che condusse poi al golpe.
Dopo i due tentativi falliti della CIA per non fare insediare Allende (le tangenti alla Democrazia Cristiana e il tentativo di rapimento del generale Schneider, che morì difendendosi), l’attacco prese la forma aperta della guerra economica. “Fate urlare l’economia”, è la celebre frase di Nixon: era impensabile per gli USA lasciare che politiche come la riforma agraria, l’aumento dei salari, la statalizzazione di diverse imprese, e la nazionalizzazione delle miniere potessero funzionare e attrarre consensi nel resto della regione.
Fu in particolare quest’ultimo punto che toccò il cuore degli interessi americani: alle imprese nazionalizzate, fra cui le due grandi americane Anaconda (di un certo Rotschild) e Kennecott, fu garantito infatti un indennizzo al netto però di profitti eccessivi dovuti alle basse tasse del lungo periodo precedente. Finì che le due imprese non solo non videro un dollaro, ma si trovarono in debito di milioni con lo Stato cileno. E l’economia cilena venne fatta urlare: l’embargo sul rame imposto dagli USA ebbe ovviamente un effetto pesantissimo sull’economia che nel giro di un anno vide le esportazioni crollare da un attivo di 95 milioni di dollari a un passivo di 90 milioni, con conseguenze feroci su tutti gli altri settori.
Alla vigilia del golpe il Cile non era il paradiso socialista che avrebbe voluto costruire, ma un paese in cui l’economia era distrutta, con continue carenze di cibo, in cui si acuirono le faglie sociali e le diverse prospettive politiche: le organizzazioni di estrema sinistra (tra cui il MIR) iniziarono ad occupare terre e fabbriche considerando l’avanzamento delle politiche governative troppo timide, mentre i fascisti di Patria y Libertad (storicamente riconosciuti al soldo della CIA) portava avanti sabotaggi contro le infrastrutture statali, quasi ogni giorno immense manifestazione a favore e contro il governo si confrontavano nelle strade portando anche a violenti scontri. Sul libro paga dei servizi americani non c’erano solo i paramilitari di destra, ma anche la stampa storica, tra cui i giornali più letti come il Mercurio e La Tercera, che divennero il megafono antigovernativo. Infine, i dollari servirono a finanziare l’imponente sciopero dei camionisti, settore vitale per la struttura geografica cilena, ai quali si unirono molti altri settori professionali, quali avvocati e notai, medici e professori.
Fu in questo contesto che arrivò l’11 settembre, la parte della storia che si conosce meglio, grazie alle sue semplici immagini: Allende con il mitra, il palazzo de La Moneda assediato e bombardato, gli occhiali rotti del presidente.
E questo è il primo nodo non sciolto di quell’11 settembre, una storia che pare scritta col copione per quanto sta venendo riprodotta fedelmente oggi in Venezuela, in cui tutto il mondo progressista che ancora sogna il socialismo di Allende vede oggi in Maduro un feroce dittatore senza considerare che anche l’economia venezuelana “sta urlando” a causa di un blocco economico contro le esportazioni del paese: ieri era il rame, oggi è il petrolio.
Il secondo nodo è appunto il pesante lascito delle politiche neoliberali. Pinochet in brevissimo tempo sospese la riforma agraria, liberalizzò le miniere e garantì ingenti indennizzi alle imprese nazionalizzate (ma senza rinunciare alla ormai statale Codelco, che divenne però il bancomat dei militari), e una riduzione della spesa statale di un quarto, con gravi conseguenze sull’occupazione e i salari.
Il Cile divenne la passerella preferita non solo per i politici americani, ma anche per gli economisti, che non si vergognavano affatto di dare il loro esplicito appoggio alla dittatura. Il primo fu il premio nobel Milton Friedman che vedeva nel Cile sotto dittatura la possibilità di testare la sua idea di “commercio completamente libero”: durante un ciclo di lezioni tenne un discorso intitolato “La fragilità della libertà”, presentando la creazione del welfare state come la maggiore causa della distruzione di una società libera, e che tutti i problemi dell’economia cilena erano dovuti all’espansione del welfare1.
Un altro assiduo consigliere della dittatura fu Friedrich Hayek, altro premio Nobel tra i fondatori del neoliberismo: “la mia preferenza personale parteggia per una dittatura liberale piuttosto che per un governo democratico senza liberismo”2. Provò addirittura a indicare la strada cilena alla Thatcher per completare la sua rivoluzione liberale, la quale però a malincuore non poté intraprenderla a causa di un piccolo problema chiamato democrazia. Le violenze e gli assassinii della dittatura venivano minimizzati, la dittatura presentata come un male (nemmeno troppo grande) necessario per evitare un male ben peggiore, cioè la dittatura sovietica che Allende stava per instaurare.
Stranamente però le drastiche misure politiche che tanto amavano il mercato non furono corrisposte: il PIL crollò del 13%, la produzione industriale del 28%. L’economia mostrò una crescita artificiale conseguente all’apertura totale del sistema finanziario e dell’afflusso di investimenti stranieri che diede avvio a una speculazione senza precedenti, ma crollò nuovamente nel 1982 a causa della caduta del prezzo del rame, quando la disoccupazione arrivo al 30%.
Come detto, la maggior parte delle misure economiche prese tra il 1973 e il 1990 sono ancora in vigore, e la politica cilena non pare interessata a cambiarle. Ovviamente le politiche di Pinochet resero il Cile uno dei paesi più diseguali dell’America Latina, in cambio di una crescita economica fragile e votata alla speculazione.
Dal 1990 l’avvento della “concertazione” ha in qualche modo reso la crescita economica più stabile, facendo del Cile il secondo paese latinoamericano più ricco (in termini di PIL per capita è secondo solo al Messico), ma nulla ha comportato nella riduzione delle disuguaglianze. Il Cile è il sesto paese del continente per disuguaglianza, il quattordicesimo in tutto il mondo. La restaurazione della democrazia ha sì portato benessere, ma concentrato tutto nelle mani dei grandi industriali dell’export e delle multinazionali che possono approfittare della privatizzazione di numerosi settori per fare shopping delle infrastrutture cilene: la compagnia elettrica Chilectra è recentemente stata acquisita dall’italiana Enel, tutta la gestione dell’acqua è della spagnola Aguas Andina, così come sono spagnole le autostrade.
Attualmente il governo Bachelet (al secondo mandato) è sostenuto dalla Nuova Maggioranza, una coalizione tra il Partito Socialista, il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana, con presupposti parecchio diversi da Unità Popolare del 1970. I due principali partiti di sinistra stanno pagando molto in termini di consenso la loro totale inerzia rispetto a due punti principali, l’istruzione e le pensioni private. Dopo numerose manifestazioni di protesta, i sondaggi per le prossime elezioni, che si terranno in novembre, danno la coalizione in picchiata, e probabilmente verrà scavalcata da una nuova coalizione nata dall’alleanza di diversi collettivi e gruppi di sinistra radicale che si sono rafforzati con le proteste universitarie del 2011: il Frente Amplio.
Inutile invece ripetere i danni che il neoliberismo, assunto a dogma economico, sta facendo nel resto del mondo, e anche nell’Unione Europea.
C’è un ultimo nodo, quello della repressione. I numeri effettivi della repressione di Pinochet probabilmente non si sapranno mai: variano tra i 3 e i 10 mila morti ammazzati, più tutti i prigionieri torturati, scomparsi o esiliati. L’uscita dalla dittatura ha certamente concluso tutto questo, ma non una violenza strutturale dello Stato cileno nei confronti del popolo Mapuche, ultimo dei popoli indigeni sopravvissuto prima agli stermini dei colonizzatori e poi all’assimilazione. Confinati nella regione dell’Araucania combattono per il diritto all’autodeterminazione. Non un diritto astratto, ma il diritto alla loro vita e a vivere nella loro terra.
L’Araucania è una zona militarizzata in cui le violenze e i soprusi della polizia sui Mapuche sono all’ordine del giorno, mentre dall’altra parte le organizzazioni più avanzate nella lotta di liberazione combattono una guerra che potremmo definire “non violenta” nel termine gandhiano, concentrandosi su azioni di sabotaggio, come l’incendio dei camion delle aziende che ne sfruttano la terra. L’anno scorso Macarena Valdes, sposata e con quattro figli, venne trovata impiccata dopo le minacce dell’azienda austriaca RP Global per la costruzione di tralicci dell’alta tensione sulla sua terra, che non voleva concedere.
Dall’altra parte delle Ande è invece molto recente, il primo agosto, la scomparsa di Santiago Maldonado, nelle regioni argentine Mapuche, fermato dalla gendarmeria dopo una manifestazione di solidarietà. Anche in questo caso la direzione della repressione pare guidata dagli interessi economici delle aziende straniere, la Patagonia è da molto tempo della Benetton, ed è proprio contro l’azienda italiana che si rivolgono le accuse di migliaia di manifestanti che da più di un mese si stanno chiedendo “¿Dónde ésta Santiago Maldonado?”3.
Quell’11 settembre ci lascia delle tracce difficili da affrontare, per alcuni addirittura difficili da comprendere. Molti “democratici” accettarono o accolsero quell’11 settembre come qualcosa di inevitabile o addirittura necessario di fronte a quello che consideravano l’evidente fallimento di Allende, giustificando e accettando (senza nemmeno troppi sospiri) la tragedia in cui venne precipitato il popolo cileno, fino il 1990 e oltre.
Questo, almeno per chi ancora si batte (o pensa di farlo) per i popoli e le classe popolari, deve ricordarci una cosa: da una parte c’è il socialismo, con tutte le sue contraddizioni e difficoltà nell’incunearsi in un sistema internazionale capitalista e imperialista; ma dall’altra non ci sono paradisi democratici, non ci sono capitalismi dal volto umano né fantomatiche terze vie, dall’altra parte c’è solo la barbarie.
Note
1https://www.counterpunch.org/2006/11/17/the-road-from-serfdom/
2https://www.theguardian.com/books/2016/apr/15/neoliberalism-ideology-problem-george-monbiot
3https://www.laizquierdadiario.com/Santiago-Maldonado-los-mapuches-y-los-duenos-de-la-tierra
Fonte
04/02/2013
Se Marx e Keynes...
Un dibattito immaginario tra i due economisti, Milton Friedman e Fritz Shumacher al convegno internazionale di Davos.
Il giornale inglese, The Guardian, si è divertito a immaginare un dibattito di eccezione,
al vertice di Davos, con un panel immaginario composto dal meglio del pensiero economico del Novecento. Karl Marx, John Maynard Keynes, Milton Friedman e Fritz Schumacher riuniti attorno a un tavolo, tra le montagne svizzere rifugio del simposio internazionale, e coordinati dall'elegante Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale. Quattro diverse impostazioni economiche, quattro diverse visioni della politica e della società: da quella comunista a quella ultra-liberale, dal riformismo temperato all’ambientalismo visionario, incaricate di offrire una soluzione alla crisi globale.
Si tratta di un gioco, ovviamente, ideato da Larry Elliott, capo economista di The Guardian, dove lavora dal 1988, e in cui i protagonisti vengono messi a proprio agio nello snocciolare le loro idee di fondo, quelle decisive.
E COSÌ apre le danze Karl Marx che tuona nella sua denuncia: “La classe capitalista riunita a Davos sembra incapace di riconoscere che le crisi sono inevitabili in un'economia globalizzata. C'è una tendenza a sovra-investire, a sovra-produrre e, quindi, a provocare una caduta del tasso di profitto, che, come sempre, i padroni hanno cercato di contenere tagliando i salari e creando un esercito di riserva del lavoro”. Lagarde lo guarda preoccupata: “È un’analisi cupa, Karl, i salari stanno crescendo abbastanza velocemente in alcune zone del mondo, come la Cina”. Ma Marx non demorde e spiega che “è vero che le economie dei mercati emergenti stanno crescendo rapidamente ma nel tempo anche loro saranno colpiti dagli stessi fenomeni”. Lagarde non appare convinta ma concorda comunque su un punto: la diseguaglianza è una minaccia. Quindi cede la parola al più “malleabile” Keynes, l’ispiratore della risposta americana, il New Deal, alla Grande crisi del 1929. “Pensi anche tu, Maynard, che le cose siano così sconfortanti come dice Karl?” chiede la francese. “No, io non lo credo Christine”, risponde Keynes. “Io penso che il problema sia serio ma risolvibile. L’ultima volta in cui ci siamo trovati ad affrontare una crisi di tale portata abbiamo risposto con un allentamento della politica monetaria e con l’utilizzo di lavori pubblici per aggregare la domanda”. Keynes rimprovera agli attuali governi del mondo di non rispettare “l’equilibrio tra politica fiscale e monetaria” mentre “il settore finanziario resta largamente non riformato e la domanda aggregata è debole perché i lavoratori non ricevono un’adeguata porzione dei guadagni di produttività”. “L’economia è ferma al passato – è l’impietosa sentenza – come se la fisica non si fosse mossa dai tempi di Keplero”..
IDEE RIBADITE, e rilanciate oggi dai suoi seguaci, come Paul Krugman anche se con scarso successo. Ma, nel nostro dibattito, è difficile che il liberista Milton Friedman, padre della “scuola di Chicago”, possa convenire con tale impostazione, come sottolinea senza esitazioni la stessa Lagarde. Friedman, “a differenza di Maynard” sostiene di non poter sostenere “misure che rafforzino il potere di contrattazione dei sindacati” e si considera per nulla appassionato “di lavori pubblici come risposta al crollo economico”. Però, spiega, “sosterrei certamente quello che Ben Bernanke (il presidente della banca centrale Usa, la Fed, ndr.) ha fatto con la politica monetaria negli Usa e sosterrei iniziative anche più drastiche se si rivelassero necessarie”.”Ad esempio?”, chiede Lagarde. “In circostanze estreme vorrei favorire politiche che annacquino la distinzione tra politica monetaria e fiscale. E' questo che intendo quando dico che bisogna lanciare gocce di denaro nell'economia”.
Infine è la volta di Fritz Shumacher, l'autore di “Piccolo è bello” (1973) che potrebbe essere annoverato tra gli ispiratori della teoria della “decrescita”. “Sono molto turbato dal modo in cui il dibattito è andato avanti” risponde a Lagarde. “C’è un'ossessione per la crescita a tutti i costi, a prescindere dai costi ambientali. È spaventoso che così poca attenzione sia stata dedicata al riscaldamento globale, ed è quasi criminale la negligenza dei governi a non utilizzare tassi di interesse super-bassi per investire nelle tecnologie verdi. Come in passato, le recessioni hanno collocato le questioni ecologiche in fondo all'agenda politica. Quando le cose vanno bene i politici si dicono in favore dello sviluppo sostenibile ma gli impegni vengono dimenticati non appena la disoccupazione torna a crescere. Siamo all’economia del manicomio” conclude Shumacher.
L’ultima parola spetta a Keynes che si dice sostanzialmente d’accordo: “Se dovessi consigliare Roosevelt oggi, farei appello a un “New Deal verde”. Trovo difficile immaginare un mondo senza crescita ma Fritz ha ragione, abbiamo bisogno di una crescita più intelligente e più pulita. Come tu stessa hai detto la scorsa settimana, Christine, se continuiamo con questo ritmo, la prossima generazione sarà “tostata, arrostita, fritta e alla griglia”. Detto da Keynes, è più di una profezia.
Fonte
al vertice di Davos, con un panel immaginario composto dal meglio del pensiero economico del Novecento. Karl Marx, John Maynard Keynes, Milton Friedman e Fritz Schumacher riuniti attorno a un tavolo, tra le montagne svizzere rifugio del simposio internazionale, e coordinati dall'elegante Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale. Quattro diverse impostazioni economiche, quattro diverse visioni della politica e della società: da quella comunista a quella ultra-liberale, dal riformismo temperato all’ambientalismo visionario, incaricate di offrire una soluzione alla crisi globale.
Si tratta di un gioco, ovviamente, ideato da Larry Elliott, capo economista di The Guardian, dove lavora dal 1988, e in cui i protagonisti vengono messi a proprio agio nello snocciolare le loro idee di fondo, quelle decisive.
E COSÌ apre le danze Karl Marx che tuona nella sua denuncia: “La classe capitalista riunita a Davos sembra incapace di riconoscere che le crisi sono inevitabili in un'economia globalizzata. C'è una tendenza a sovra-investire, a sovra-produrre e, quindi, a provocare una caduta del tasso di profitto, che, come sempre, i padroni hanno cercato di contenere tagliando i salari e creando un esercito di riserva del lavoro”. Lagarde lo guarda preoccupata: “È un’analisi cupa, Karl, i salari stanno crescendo abbastanza velocemente in alcune zone del mondo, come la Cina”. Ma Marx non demorde e spiega che “è vero che le economie dei mercati emergenti stanno crescendo rapidamente ma nel tempo anche loro saranno colpiti dagli stessi fenomeni”. Lagarde non appare convinta ma concorda comunque su un punto: la diseguaglianza è una minaccia. Quindi cede la parola al più “malleabile” Keynes, l’ispiratore della risposta americana, il New Deal, alla Grande crisi del 1929. “Pensi anche tu, Maynard, che le cose siano così sconfortanti come dice Karl?” chiede la francese. “No, io non lo credo Christine”, risponde Keynes. “Io penso che il problema sia serio ma risolvibile. L’ultima volta in cui ci siamo trovati ad affrontare una crisi di tale portata abbiamo risposto con un allentamento della politica monetaria e con l’utilizzo di lavori pubblici per aggregare la domanda”. Keynes rimprovera agli attuali governi del mondo di non rispettare “l’equilibrio tra politica fiscale e monetaria” mentre “il settore finanziario resta largamente non riformato e la domanda aggregata è debole perché i lavoratori non ricevono un’adeguata porzione dei guadagni di produttività”. “L’economia è ferma al passato – è l’impietosa sentenza – come se la fisica non si fosse mossa dai tempi di Keplero”..
IDEE RIBADITE, e rilanciate oggi dai suoi seguaci, come Paul Krugman anche se con scarso successo. Ma, nel nostro dibattito, è difficile che il liberista Milton Friedman, padre della “scuola di Chicago”, possa convenire con tale impostazione, come sottolinea senza esitazioni la stessa Lagarde. Friedman, “a differenza di Maynard” sostiene di non poter sostenere “misure che rafforzino il potere di contrattazione dei sindacati” e si considera per nulla appassionato “di lavori pubblici come risposta al crollo economico”. Però, spiega, “sosterrei certamente quello che Ben Bernanke (il presidente della banca centrale Usa, la Fed, ndr.) ha fatto con la politica monetaria negli Usa e sosterrei iniziative anche più drastiche se si rivelassero necessarie”.”Ad esempio?”, chiede Lagarde. “In circostanze estreme vorrei favorire politiche che annacquino la distinzione tra politica monetaria e fiscale. E' questo che intendo quando dico che bisogna lanciare gocce di denaro nell'economia”.
Infine è la volta di Fritz Shumacher, l'autore di “Piccolo è bello” (1973) che potrebbe essere annoverato tra gli ispiratori della teoria della “decrescita”. “Sono molto turbato dal modo in cui il dibattito è andato avanti” risponde a Lagarde. “C’è un'ossessione per la crescita a tutti i costi, a prescindere dai costi ambientali. È spaventoso che così poca attenzione sia stata dedicata al riscaldamento globale, ed è quasi criminale la negligenza dei governi a non utilizzare tassi di interesse super-bassi per investire nelle tecnologie verdi. Come in passato, le recessioni hanno collocato le questioni ecologiche in fondo all'agenda politica. Quando le cose vanno bene i politici si dicono in favore dello sviluppo sostenibile ma gli impegni vengono dimenticati non appena la disoccupazione torna a crescere. Siamo all’economia del manicomio” conclude Shumacher.
L’ultima parola spetta a Keynes che si dice sostanzialmente d’accordo: “Se dovessi consigliare Roosevelt oggi, farei appello a un “New Deal verde”. Trovo difficile immaginare un mondo senza crescita ma Fritz ha ragione, abbiamo bisogno di una crescita più intelligente e più pulita. Come tu stessa hai detto la scorsa settimana, Christine, se continuiamo con questo ritmo, la prossima generazione sarà “tostata, arrostita, fritta e alla griglia”. Detto da Keynes, è più di una profezia.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)