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10/09/2017

Cile. I nodi non sciolti di quell’11 settembre



Questa storia non si chiude come dovrebbe. L’11 marzo del 1990 il dittatore cileno Pinochet lascia la carica presidenziale dopo 17 anni da quell’11 settembre del 1973 in cui con un violento colpo di stato militare aveva rovesciato il governo di Allende, la prima esperienza di socialismo democratico. Al contrario del suo inizio, la fine della dittatura avvenne in maniera pacifica e istituzionale, con un referendum tenuto nel 1988, in cui l’opposizione democratica impose il proprio NO alla continuazione del regime militare con il 55% dei voti; non propriamente una vittoria schiacciante della democrazia sulla dittatura. Ma il lungo regime di Pinochet è in qualche modo sopravvissuto alla sua forma contingente di dittatura, riuscendo grazie a questa uscita di scena “graduale” a mantenersi viva nell’orizzonte politico ed economico cileno. E non solo.

L’eredità che Pinochet ha lasciato al suo paese è il sistema economico lasciato grossomodo invariato. La fine della dittatura e le prime elezioni libere infatti non coincisero con una nuova fase repubblicana, né tantomeno con una fase costituente, ma vennero trattate come un semplice cambio di governo all’interno di uno stato di diritto che non era necessario mettere in discussione.

Il Cile ha mantenuta un ampio ventaglio di misure economiche approvate dalla dittatura: la privatizzazione del sistema educativo da una parte e pensionistico dall’altra, con in mezzo il sistema sanitario, la totale apertura del commercio e degli investimenti esteri che ha fatto sì che l’economia cilena fosse dipendente esclusivamente dall’export di rame (circa un quarto di tutto il prodotto nazionale) senza permettere lo sviluppo di altre industrie.

Ma la grande eredità economica di Pinochet non si limita però al suo paese, ma si estende al resto del mondo: se la grande “rivoluzione neoliberale” si fa risalire al diabolico duo Reagan-Thatcher negli anni ’80, è proprio durante la dittatura cilena che si sperimentò per la prima volta una politica economica totalmente votata al mercato. Privatizzazioni, liberalizzazioni, riduzione dei salari e dello stato sociale, il peso cileno ancorato al dollaro per attirare investimenti delle multinazionali a cui era concesso poi rimpatriare il 100% dei profitti...

Il banco di prova era evidentemente ottimale, perché solo una feroce repressione poteva fare accettare misure che al tempo, al contrario di oggi, venivano universalmente considerate terribilmente antipopolari. Il regime infatti incassò il sostegno USA non solo nei campi politico e militare da parte di Nixon e della CIA, ma anche in quello economico dato dai “Chicago Boys”. D’altra parte, tutta la storia dell’imperialismo statunitense nel “giardino di casa” latinoamericano ha visto un connubio di interessi dell’apparato politico della lotta al comunismo con quello economico il cui maggiore interesse era quello di preservare i privilegi di sfruttare i monopoli che aveva conquistato.

L’economia fu infatti il terreno di scontro che venne imposto anche nella strategia di destabilizzazione del governo di Unità Popolare (socialista-comunista) che condusse poi al golpe.

Dopo i due tentativi falliti della CIA per non fare insediare Allende (le tangenti alla Democrazia Cristiana e il tentativo di rapimento del generale Schneider, che morì difendendosi), l’attacco prese la forma aperta della guerra economica. “Fate urlare l’economia”, è la celebre frase di Nixon: era impensabile per gli USA lasciare che politiche come la riforma agraria, l’aumento dei salari, la statalizzazione di diverse imprese, e la nazionalizzazione delle miniere potessero funzionare e attrarre consensi nel resto della regione.

Fu in particolare quest’ultimo punto che toccò il cuore degli interessi americani: alle imprese nazionalizzate, fra cui le due grandi americane Anaconda (di un certo Rotschild) e Kennecott, fu garantito infatti un indennizzo al netto però di profitti eccessivi dovuti alle basse tasse del lungo periodo precedente. Finì che le due imprese non solo non videro un dollaro, ma si trovarono in debito di milioni con lo Stato cileno. E l’economia cilena venne fatta urlare: l’embargo sul rame imposto dagli USA ebbe ovviamente un effetto pesantissimo sull’economia che nel giro di un anno vide le esportazioni crollare da un attivo di 95 milioni di dollari a un passivo di 90 milioni, con conseguenze feroci su tutti gli altri settori.

Alla vigilia del golpe il Cile non era il paradiso socialista che avrebbe voluto costruire, ma un paese in cui l’economia era distrutta, con continue carenze di cibo, in cui si acuirono le faglie sociali e le diverse prospettive politiche: le organizzazioni di estrema sinistra (tra cui il MIR) iniziarono ad occupare terre e fabbriche considerando l’avanzamento delle politiche governative troppo timide, mentre i fascisti di Patria y Libertad (storicamente riconosciuti al soldo della CIA) portava avanti sabotaggi contro le infrastrutture statali, quasi ogni giorno immense manifestazione a favore e contro il governo si confrontavano nelle strade portando anche a violenti scontri. Sul libro paga dei servizi americani non c’erano solo i paramilitari di destra, ma anche la stampa storica, tra cui i giornali più letti come il Mercurio e La Tercera, che divennero il megafono antigovernativo. Infine, i dollari servirono a finanziare l’imponente sciopero dei camionisti, settore vitale per la struttura geografica cilena, ai quali si unirono molti altri settori professionali, quali avvocati e notai, medici e professori.

Fu in questo contesto che arrivò l’11 settembre, la parte della storia che si conosce meglio, grazie alle sue semplici immagini: Allende con il mitra, il palazzo de La Moneda assediato e bombardato, gli occhiali rotti del presidente.

E questo è il primo nodo non sciolto di quell’11 settembre, una storia che pare scritta col copione per quanto sta venendo riprodotta fedelmente oggi in Venezuela, in cui tutto il mondo progressista che ancora sogna il socialismo di Allende vede oggi in Maduro un feroce dittatore senza considerare che anche l’economia venezuelana “sta urlando” a causa di un blocco economico contro le esportazioni del paese: ieri era il rame, oggi è il petrolio.

Il secondo nodo è appunto il pesante lascito delle politiche neoliberali. Pinochet in brevissimo tempo sospese la riforma agraria, liberalizzò le miniere e garantì ingenti indennizzi alle imprese nazionalizzate (ma senza rinunciare alla ormai statale Codelco, che divenne però il bancomat dei militari), e una riduzione della spesa statale di un quarto, con gravi conseguenze sull’occupazione e i salari.

Il Cile divenne la passerella preferita non solo per i politici americani, ma anche per gli economisti, che non si vergognavano affatto di dare il loro esplicito appoggio alla dittatura. Il primo fu il premio nobel Milton Friedman che vedeva nel Cile sotto dittatura la possibilità di testare la sua idea di “commercio completamente libero”: durante un ciclo di lezioni tenne un discorso intitolato “La fragilità della libertà”, presentando la creazione del welfare state come la maggiore causa della distruzione di una società libera, e che tutti i problemi dell’economia cilena erano dovuti all’espansione del welfare1.

Un altro assiduo consigliere della dittatura fu Friedrich Hayek, altro premio Nobel tra i fondatori del neoliberismo: “la mia preferenza personale parteggia per una dittatura liberale piuttosto che per un governo democratico senza liberismo”2. Provò addirittura a indicare la strada cilena alla Thatcher per completare la sua rivoluzione liberale, la quale però a malincuore non poté intraprenderla a causa di un piccolo problema chiamato democrazia. Le violenze e gli assassinii della dittatura venivano minimizzati, la dittatura presentata come un male (nemmeno troppo grande) necessario per evitare un male ben peggiore, cioè la dittatura sovietica che Allende stava per instaurare.

Stranamente però le drastiche misure politiche che tanto amavano il mercato non furono corrisposte: il PIL crollò del 13%, la produzione industriale del 28%. L’economia mostrò una crescita artificiale conseguente all’apertura totale del sistema finanziario e dell’afflusso di investimenti stranieri che diede avvio a una speculazione senza precedenti, ma crollò nuovamente nel 1982 a causa della caduta del prezzo del rame, quando la disoccupazione arrivo al 30%.

Come detto, la maggior parte delle misure economiche prese tra il 1973 e il 1990 sono ancora in vigore, e la politica cilena non pare interessata a cambiarle. Ovviamente le politiche di Pinochet resero il Cile uno dei paesi più diseguali dell’America Latina, in cambio di una crescita economica fragile e votata alla speculazione.

Dal 1990 l’avvento della “concertazione” ha in qualche modo reso la crescita economica più stabile, facendo del Cile il secondo paese latinoamericano più ricco (in termini di PIL per capita è secondo solo al Messico), ma nulla ha comportato nella riduzione delle disuguaglianze. Il Cile è il sesto paese del continente per disuguaglianza, il quattordicesimo in tutto il mondo. La restaurazione della democrazia ha sì portato benessere, ma concentrato tutto nelle mani dei grandi industriali dell’export e delle multinazionali che possono approfittare della privatizzazione di numerosi settori per fare shopping delle infrastrutture cilene: la compagnia elettrica Chilectra è recentemente stata acquisita dall’italiana Enel, tutta la gestione dell’acqua è della spagnola Aguas Andina, così come sono spagnole le autostrade.

Attualmente il governo Bachelet (al secondo mandato) è sostenuto dalla Nuova Maggioranza, una coalizione tra il Partito Socialista, il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana, con presupposti parecchio diversi da Unità Popolare del 1970. I due principali partiti di sinistra stanno pagando molto in termini di consenso la loro totale inerzia rispetto a due punti principali, l’istruzione e le pensioni private. Dopo numerose manifestazioni di protesta, i sondaggi per le prossime elezioni, che si terranno in novembre, danno la coalizione in picchiata, e probabilmente verrà scavalcata da una nuova coalizione nata dall’alleanza di diversi collettivi e gruppi di sinistra radicale che si sono rafforzati con le proteste universitarie del 2011: il Frente Amplio.

Inutile invece ripetere i danni che il neoliberismo, assunto a dogma economico, sta facendo nel resto del mondo, e anche nell’Unione Europea.

C’è un ultimo nodo, quello della repressione. I numeri effettivi della repressione di Pinochet probabilmente non si sapranno mai: variano tra i 3 e i 10 mila morti ammazzati, più tutti i prigionieri torturati, scomparsi o esiliati. L’uscita dalla dittatura ha certamente concluso tutto questo, ma non una violenza strutturale dello Stato cileno nei confronti del popolo Mapuche, ultimo dei popoli indigeni sopravvissuto prima agli stermini dei colonizzatori e poi all’assimilazione. Confinati nella regione dell’Araucania combattono per il diritto all’autodeterminazione. Non un diritto astratto, ma il diritto alla loro vita e a vivere nella loro terra.

L’Araucania è una zona militarizzata in cui le violenze e i soprusi della polizia sui Mapuche sono all’ordine del giorno, mentre dall’altra parte le organizzazioni più avanzate nella lotta di liberazione combattono una guerra che potremmo definire “non violenta” nel termine gandhiano, concentrandosi su azioni di sabotaggio, come l’incendio dei camion delle aziende che ne sfruttano la terra. L’anno scorso Macarena Valdes, sposata e con quattro figli, venne trovata impiccata dopo le minacce dell’azienda austriaca RP Global per la costruzione di tralicci dell’alta tensione sulla sua terra, che non voleva concedere.

Dall’altra parte delle Ande è invece molto recente, il primo agosto, la scomparsa di Santiago Maldonado, nelle regioni argentine Mapuche, fermato dalla gendarmeria dopo una manifestazione di solidarietà. Anche in questo caso la direzione della repressione pare guidata dagli interessi economici delle aziende straniere, la Patagonia è da molto tempo della Benetton, ed è proprio contro l’azienda italiana che si rivolgono le accuse di migliaia di manifestanti che da più di un mese si stanno chiedendo “¿Dónde ésta Santiago Maldonado?”3.

Quell’11 settembre ci lascia delle tracce difficili da affrontare, per alcuni addirittura difficili da comprendere. Molti “democratici” accettarono o accolsero quell’11 settembre come qualcosa di inevitabile o addirittura necessario di fronte a quello che consideravano l’evidente fallimento di Allende, giustificando e accettando (senza nemmeno troppi sospiri) la tragedia in cui venne precipitato il popolo cileno, fino il 1990 e oltre.

Questo, almeno per chi ancora si batte (o pensa di farlo) per i popoli e le classe popolari, deve ricordarci una cosa: da una parte c’è il socialismo, con tutte le sue contraddizioni e difficoltà nell’incunearsi in un sistema internazionale capitalista e imperialista; ma dall’altra non ci sono paradisi democratici, non ci sono capitalismi dal volto umano né fantomatiche terze vie, dall’altra parte c’è solo la barbarie.

Note
1https://www.counterpunch.org/2006/11/17/the-road-from-serfdom/

2https://www.theguardian.com/books/2016/apr/15/neoliberalism-ideology-problem-george-monbiot

3https://www.laizquierdadiario.com/Santiago-Maldonado-los-mapuches-y-los-duenos-de-la-tierra

Fonte

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