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18/09/2017

Il commercio d’armi mondiale: più si espande meno se ne parla

Il commercio d’armi mondiale, nel mainstream, è un argomento che viene affrontato poco e di solito vagamente, benché sia un drammatico fenomeno quotidiano.

E’ chiaro che meno se ne parla, peggio è. Analogamente ad altri fenomeni, come la mafia.

Se vi fosse un “bombardamento” mediatico costante relativamente al mercato delle armi, la questione inizierebbe ad entrare negli abituali dibattiti.

Ma invece se ne discute, al più, ad intermittenza. Ad esempio, è più facile attaccare quotidianamente un migrante con argomentazioni generiche del tipo “viene a rubarci il lavoro o a portarci instabilità”. E’ più comodo alimentare questa guerra tra poveri. Del resto, i grossi ed influenti gruppi finanziari in Italia e all’estero spesso gestiscono pure il commercio delle armi. In Italia la grossissima Finmeccanica non a caso è la maggiore esportatrice di armi, tramite aziende “possedute o in varia misura partecipate” da questa [1].

Abbiamo un’infinità di terribili esempi collegati al commercio d’armi mondiale. Che, tra l’altro, riconducono ai disordini globali e a buona parte delle migrazioni.

Basti pensare che per l’invasione dell’Iraq, ufficialmente avvenuta per via di armi di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein che la storia ha dimostrato non esserci (e come sottolineavano in molti già allora), invasione che oltretutto ha causato la morte di più di 100mila civili iracheni, gli Stati Uniti spesero nell’acquisto di armi e sistemi di difesa nel 2004 in media 4,4 miliardi di dollari al mese (oltre 50 miliardi di dollari l’anno), nel 2006 in media 7,2 miliardi, nel 2007 in media 10,2 miliardi (ovvero oltre 120 miliardi l’anno) [2]. Un grossissimo affare per le industrie d’armi statunitensi (che già quando divenne presidente nel 2000 George W. Bush videro inseriti oltre 30 amministratori dell’industria delle armi, consulenti e lobbisti di questo settore nella sua amministrazione [3]).

Detto ciò, si consideri che 25 miliardi di dollari (cioè solo una parte di quei soldi) superano la somma annua del PIL (Prodotto Interno Lordo) dei 100 Stati più poveri del pianeta [4]. Questa stessa cifra corrisponde a quanto guadagnò nel solo 2005, dal commercio d’armi in Iraq, la Lockheed Martin, una delle più grosse multinazionali del settore negli Usa. La stessa fu la maggiore sostenitrice economica, tra le compagnie d’armi, della campagna politica di Bush del 2004, con circa 200mila dollari [5].

Adesso, si pensi un attimo a tutte le guerre e instabilità politiche che ci sono in giro per il pianeta e le quali causano crisi e migrazioni di massa. (In Africa ve ne sono una miriade che noi tendenzialmente ignoriamo...).

Alcune armi provengono anche dai depositi dismessi dei Balcani. Ma appunto, alcune.

In Siria basta vedere i giochi geopolitici che ci sono e a quali Stati, alleati di chi, conveniva armare l’Isis (senza girarci troppo intorno, vi sono ormai molti report che tirano in ballo direttamente Arabia Saudita, Qatar e Turchia in chiave anti-Assad. E non è una difesa nei confronti di Assad, ma un dato di fatto. Si consideri inoltre che i maggiori fornitori d’armi dell’Arabia Saudita sono gli Stati Uniti... a questo link c’è un articolo che approfondisce la questione, per chi ne fosse interessato: [6]).


A ciò si aggiunga che nel maggio di quest’anno Donald Trump ha firmato un accordo con l’Arabia Saudita per la vendita nel corso dei prossimi anni di armi e sistemi di difesa del valore di 110 miliardi di dollari [7]. Ma lo stesso Barack Obama non è stato da meno. Nel corso della sua presidenza gli Stati Uniti hanno venduto ai sauditi armi per 110 miliardi e garantito a Israele il piano di aiuti militari più ampio (38 miliardi in 10 anni) mai concesso dagli Usa a un altro Paese [8].

Ma gli “affari” legati al commercio d’armi, ovviamente, non riguardano solo l’Occidente.

Per fare qualche esempio. La Cina non si fa problemi a vendere armi ovunque le sia possibile e a proteggere regimi oppressivi con i quali ha forti rapporti commerciali, usando anche il veto all’Onu (come verso lo Zimbabwe del dittatore Mugabe). Prima della caduta di Mubarak, il regime egiziano acquistava armi principalmente da questa, oltre che da Stati Uniti, Russia, Francia e Inghilterra [9]. In Russia coloro i quali detengono le redini del potere controllano il commercio delle armi del Paese, che non esita a venderle a regimi sanguinari e oppressivi come (tra gli altri) quello pluridecennale dell’ex Birmania [9].

Se ne parlassimo quotidianamente, invece che dei migranti che spesso scappano da situazioni causate anche da tale violenza, staremmo già affrontando il problema più alla radice. Giri di denaro rispetto ai quali è complice anche l’Italia.

Iniziamo a discutere con più costanza di questo e non dei problemi superficiali che sono semplicemente le molliche che ci vengono lanciate dall’alto. Facciamo rientrare l’orrore e il business del commercio delle armi tra gli argomenti da inserire nella nostra quotidianità. Perché è alla base di molti drammi, sia locali che globali. La soluzione non è legata ai disperati che attraversano il Mediterraneo in zattera (o almeno, non nei termini intesi da un Salvini a caso).

Vi sono inoltre tanti altri “mercati”, naturalmente, che appartengono a questo cinico giro. A cominciare dall’oro nero (il petrolio).

E se il problema di fondo risultasse essere il profitto, se affrontando il discorso e criticando questo modello di sviluppo ingiusto proponiamo delle alternative che possono sembrare troppo ambiziose o idealiste... “chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle, forse, è ancora più pazzo di te” [10].

Fonti:

[1] L’esportazione di armi “made in Italy” è cresciuta vertiginosamente dal 2011 a oggi – di Vincenzo Leone (su https://news.vice.com)

[2] The shadow world. Inside the global arms trade – di Andrew Feinstein (pag. 411)

[3] The shadow world. Inside the global arms trade – di Andrew Feinstein (pag. XXVI)

[4] List of countries by GDP (nominal) – (su http://en.wikipedia.org)

[5] The shadow world. Inside the global arms trade – di Andrew Feinstein (pag. 397)

[6] Tra origini e sviluppi della crisi siriana – di Giovanni Vinti (su www.contropiano.org)

[7] Trump a Riad vende armi all’Arabia Saudita per 110 miliardi di dollari – (su www.rainews.it)

[8] L’ultimo regalo di Obama a Riyadh – di Michele Giorgio (su www.nena-news.it)

[9] The shadow world. Inside the global arms trade – di Andrew Feinstein (pagg. XXVII e XXVIII)

[10] Frase tra virgolette presa da L’isola che non c’è – di Edoardo Bennato

Fonte

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