Il passato torna a bussare alla porta e la memoria è avvolta dal freddo di questo settembre cileno.
A 50 anni da quel fatidico 11 settembre del 1973, fiumi di inchiostro sono stati versati sul golpe fascista contro il Presidente costituzionale, il socialista Salvador Allende e l’inizio della dittatura civico-militare con il burattino Pinochet a capo della “Giunta militare”. Un golpe eseguito dai militari, con la complicità attiva dell’estrema destra fascista e di gran parte della Democrazia Cristiana. Come hanno ampiamente dimostrato i documenti declassificati della CIA, insieme alla oligarchia cilena, i mandanti furono le multinazionali (con le statunitensi ITT, Anaconda e Kennecot in prima fila) ed il governo statunitense del presidente Richard Nixon e del suo fido consigliere Henry Kissinger, che temevano l’espansione dell’esempio cileno anche a Paesi come l’Italia.
Quel giorno, secondo le stesse Forze Armate cilene, solo nell’attacco al palazzo presidenziale de La Moneda, furono sparati ben 57.000 proiettili per metter fine all’esperienza di costruzione di un “socialismo con sapore a vino rosso ed empanadas”, come lo definiva Allende, sottolineandone l’unicità storica. Come sostenne il Generale Leigh, bisognava “estirpare il cancro marxista” della “via cilena al socialismo”. Grazie al golpe che ne fu l’atto fondante, il Cile divenne il laboratorio mondiale dell’applicazione delle politiche neo-liberiste dei Chicago boys e del loro mentore, Milton Friedman.
In queste settimane, dopo un silenzio complice durato anni, sullo schermo delle televisioni cilene sono scorse immagini e storie mai viste e sconosciute alla popolazione. Ma, nonostante gli anni passati, le innumerevoli testimonianze dirette, alcune nuove informazioni trapelate ultimamente, ed ulteriori documenti desecretati dagli archivi statunitensi, le vecchie ferite sono lungi dall’essere rimarginate. Viceversa, a mezzo secolo di distanza, si sono approfondite le differenze in una società fortemente polarizzata.
La tragica rottura del processo democratico, la morte violenta di Allende, la fine dell’esperienza di governo della Unidad Popular e l’instaurazione di una feroce dittatura, continuano a dividere la società. Un sondaggio dello scorso maggio, ha mostrato che il 36% degli intervistati giustifica il colpo di Stato. Allo stesso tempo, più del 60% degli intervistati descrive Pinochet come un dittatore e un corrotto, anche grazie a una lunga indagine giudiziaria sul “caso Riggs”, che ha rivelato che il patrimonio totale di Pinochet ammontava a 21,3 milioni di dollari, di cui 17,8 milioni di origine illecita accumulati in decine di conti bancari esteri.
Ma non basta. Dopo tutto ciò che già si sa sugli orrori della dittatura civico-militare, le destre rimangono imperturbabili e complici, nonostante alcuni disaccordi tra i loro tre partiti (Renovaciòn Nacional, Uniòn Democratica Independiente, Partido Republicano). Lasciandosi alle spalle le pur timide aperture del passato da parte della destra “moderata”, oggi quello che prevale è il pinochetismo dell’estrema destra del giovane Partido Republicano, che ha permeato i partiti della destra tradizionale. Nelle ultime settimane, nonostante le richieste del governo di dissociarsi dall’intervento militare e dalle azioni criminali della dittatura, questi settori hanno giustificato la rottura istituzionale e rivendicato l’infame eredità dei governi civico-militari. In casi sporadici ed individuali, seppur giustificando il golpe, hanno preso le distanze dalle violazioni dei diritti umani commesse nei 17 anni successivi al colpo di Stato.
Con diverse sfumature, oggi le destre oscillano tra il negazionismo totale (sono tutte menzogne), la giustificazione (il governo marxista di Allende andava comunque fermato) e la corresponsabilità che assolve tutti (il caos e l’ingovernabilità provocata da Allende hanno causato la risposta del golpe; in un modo o in un altro siamo tutti colpevoli).
Un copione che si ripete puntuale, non solo in Cile, ma nel resto del continente ed oltre.
Il potere armato
Anche rispetto al Cile di oggi, nell’esaminare l’eredità della dittatura è sempre utile comprendere la differenza tra arrivare al governo, (conquistando il potere politico) ed avere il potere reale, quello garantito dai “poteri forti”, in particolare da quello finanziario, mediatico, giudiziario e militare. A questo proposito, il caso cileno è emblematico: Allende aveva il governo, ma non il potere.
Per quanto riguarda il potere militare, esso si è naturalmente rafforzato durante gli anni della dittatura. Oggi, a più di trenta anni dalla sua uscita di scena come protagonista, rimane intatto il potere delle Forze Armate e dei Carabineros, che godono di un’autonomia, di un’indipendenza e di privilegi parzialmente “incomprensibili”. Il peso delle FF.AA. si è mantenuto sostanzialmente intatto, sebbene leggermente ridotto da parziali riforme della “costituzione” della dittatura, in una transizione senza fine iniziata nel 1990, con un passaggio di consegne di cui chi scrive è stato testimone diretto.
Oggi gli uomini in divisa continuano ad avere diversi privilegi e un regime esclusivo in quanto a pensioni (col metodo a ripartizione), giustizia, sanità. Hanno persino il potere di veto su quali siti possono essere dichiarati luoghi di memoria della repressione o da quali caserme rimuovere o meno le targhe di commemorazione a nome di Augusto Pinochet o degli altri membri della “Giunta militare”.
È bene ricordare che, nonostante il passaggio di consegne ai civili del 1990, il dittatore è rimasto comandante in capo dell’Esercito fino al 10 marzo del 1998. E dal giorno dopo, grazie alla “costituzione” della dittatura del 1980, Pinochet ha assunto la carica di senatore vitalizio fino al 4 luglio del 2002. Con l’arroganza garantita dall’impunità, rispetto alle violazioni dei diritti umani ha sempre sostenuto che “l’Esercito del Cile non ha motivo di chiedere perdono per aver partecipato a questo compito patriottico”. Sfiorato dai processi in cui è riuscito a non comparire mai sul banco degli imputati, Pinochet è morto nel suo letto il 10 dicembre 2006 ed i suoi funerali sono stati una prova di forza del fascismo.
Solo nel 2005, un anno prima della sua morte e a 15 anni dalla fine della dittatura, una riforma costituzionale ha posto fine, tra l’altro, all’inamovibilità dei comandanti in capo delle Forze Armate e dei Carabineros, ha eliminato i senatori nominati ed i senatori a vita, nonché il ruolo delle Forze Armate come le uniche garanti delle istituzioni.
Dal 1990 ad oggi, gli alti comandi militari (in servizio e in pensione) non hanno mai smesso di intromettersi nella vita politica, più o meno apertamente, con segnali aperti o dietro le quinte. Lo hanno fatto in maniera costante, provocatoria, sfidando sfacciatamente il governo con dichiarazioni e gesti assolutamente sediziosi, spalleggiati dalla destra politica che ha una delle sue basi nella “famiglia militare”.
In questi anni, si sono susseguite le visite dei generali in pensione al “carcere di lusso” di Punta Peuco dove sono “reclusi” alcuni dei pochi alti gradi militari condannati per drammatiche violazioni dei diritti umani. E poche settimane fa, lo stesso comandante in capo dell’Esercito è andato a rendere omaggio a un ex generale, suicidatosi subito dopo aver appreso della sua condanna giudiziaria per l’omicidio dell’artista Victor Jara.
Il forte potere militare è stato però intaccato dai numerosi scandali di corruzione che hanno coinvolto molti comandanti ed alti gradi (in particolare dell’Esercito). L’inchiesta, nota come milico gate, ha minato la credibilità dell’istituzione militare che, tutto sommato, era ancora vista come un’istituzione “rispettabile”. I fondi milionari (di cui molti sono riservati con scarso controllo interno) provenivano dalla discussa “Legge riservata del rame”, che destinava alle FF.AA. la bellezza del 10% delle entrate dello sfruttamento del rame da parte dell’impresa statale CODELCO. Non si tratta certo di bruscolini, visto che il Cile è il principale produttore mondiale di rame con il 27% della produzione globale, e ospita le miniere più grandi del mondo.
Il passato presente
I segni profondi dei 17 anni della dittatura civico-militare marcano tuttora la politica del Cile, a 33 anni dalla sua fine.
Innanzitutto, perché il modello sociale ed economico neo-liberista, blindato dalla “costituzione” della dittatura, è sostanzialmente intatto, “migliorato” con leggeri ritocchi dai governi di centro-sinistra post dittatura. È intatto il “Dio mercato” come bussola per la guida dell’economia, nonché lo “Stato sussidiario al mercato”, con le concessioni ai privati di tutto il possibile, dalle pensioni, alla sanità, dall’educazione fino ai corsi d’acqua (caso unico al mondo). Il Cile rimane uno dei Paesi più diseguali del continente. La “costituzione” della dittatura non solo è ancora in vigore, ma rischia di rimanerci, visti gli attuali rapporti di forza.
Per quanto riguarda le violazioni dei diritti umani da parte della dittatura, in questi anni il silenzio delle istituzioni è stato assordante, con una timida azione giudiziaria. In base ai dati ufficiali del “Secondo Rapporto della Comisiòn Valech” dell’agosto 2011, le vittime dirette della dittatura sono 40.018, di cui circa 3.200 le persone uccise o fatte sparire nel periodo 1973-1990. Mancano ancora all’appello 1.469 vittime di sparizione forzata, di cui 1.092 detenuti-e desaparecidos-as, e 377 assassinati-e, di cui non sono stati consegnati i corpi.
Una ferita aperta, sanguinante e dolorosa, che i diversi governi hanno parzialmente cercato di affrontare attraverso gesti di riparazione. Ma dal ritorno alla “democrazia” nel 1990, non si è mai conclusa la ricerca dei resti dei desaparecidos da parte dei familiari che non hanno pace, mentre rimangono impuniti quasi tutti i responsabili di quegli omicidi, che il Cile ha fatto poco per assicurare alla giustizia. Alcuni di loro, condannati in Italia con giudizio definitivo grazie ai processi che si sono occupati del “Plan Condor” (e degli omicidi di persone di origini italiane), passeggiano tranquillamente per le strade di Santiago e di altri Paesi, nonostante le richieste di estradizione.
Da parte loro, in quanto istituzioni, né le Forze Armate, né i Carabineros hanno mai ammesso la responsabilità della rottura golpista della democrazia e del tradimento alla Costituzione in un momento di grave crisi politica ed economica, come furono i mesi che precedettero il golpe. Nonostante le (scarse) dichiarazioni ufficiali che affermano il contrario, non c’è mai stata una vera collaborazione per conoscere il destino dei desaparecidos.
Coloro i quali hanno accusato direttamente Pinochet per gli orrori commessi, come l’ex-comandante in capo dell’esercito e generale in pensione Ricardo Martinez, sono semplicemente dei traditori per quei settori delle FF.AA. “leali allo spirito di corpo” ed alla dittatura. “Credo fermamente, con la mia formazione e con i miei 46 anni nell’Esercito cileno, che la responsabilità di tutto ciò che è accaduto sia del comandante in capo di allora, il generale Augusto Pinochet”, ha detto Martinez pochi giorni fa. Tra i molti crimini, il generale ha puntato l’indice contro Pinochet per l’assassinio del suo predecessore a capo dell’Esercito, il generale costituzionalista Carlos Prats Gonzáles e di sua moglie, avvenuto nel 1974 a Buenos Aires dove si erano rifugiati. E tra gli omicidi “eccellenti” c’è da ricordare inoltre quello dello stesso generale René Schneider Chereau, anch’egli comandante in capo dell’Esercito subito prima di Prats, assassinato nel 1970 per preparare il golpe “sgombrando il campo” dai militari costituzionalisti.
Schneider non fu l’unico alto grado militare assassinato dai golpisti. Poche settimane prima del colpo di Stato, il 27 luglio 1973, fu assassinato anche l’aiutante di campo (Edecàn) del Presidente Allende, il capitano Arturo Araya Peeters. Araya era l’unico ostacolo che impediva all’altro futuro membro della giunta militare, José Toribio Merino, di accedere al comando della Marina cilena e portare a termine il colpo di Stato.
Quella del Generale Martinez è stata quindi una dichiarazione importante. Ma il silenzio delle caserme è assordante per le altre istituzioni in divisa, come l’Aeronautica, la Marina e i Carabineros che, a 33 anni dalla fine della dittatura, tacciono olimpicamente sulle loro responsabilità, non collaborano alla ricerca dei desaparecidos e si rifiutano sdegnati di condannare Pinochet.
Tra le iniziative positive del governo del Presidente Gabriel Boric, in questi giorni c’è stato un segnale importante al Paese. In occasione del 50° anniversario del golpe, il governo ha lanciato un “Piano nazionale di ricerca” con l’obiettivo di “chiarire le circostanze della scomparsa e/o della morte delle vittime di sparizione forzata, in modo sistematico e permanente, in conformità con gli obblighi dello Stato del Cile e con gli standard internazionali”[1]. L’obiettivo principale è quindi scoprire il destino di tutti-e coloro che sono stati-e fatti-e sparire dalle forze armate durante la dittatura civico-militare.
Qualche giorno fa, in occasione della parata militare, il comandante in capo dell’esercito, il generale Javier Iturriaga, ha affermato che “la nostra generazione deve assumersi la responsabilità del passato, come ha fatto, e collaborare con la giustizia in tutto ciò che ci viene richiesto”. Parole che pesano come un macigno, che saranno messe alla prova del tempo. Parole che si aggiungono a quelle del vescovo di Santiago, Carlos Godoy, che ha ricordato “la ferita aperta che abbiamo come Paese e il fatto che ci siano ancora famiglie che non hanno potuto rivedersi o dirsi addio”[2].
Il cammino della memoria è ancora lungo e in salita.
Note
[1] https://www.derechoshumanos.gob.cl/plan-nacional-de-busqueda/
[2] https://www.iglesiadesantiago.cl/arzobispado/site/artic/20230908/pags/20230908100651.html
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29/09/2023
11/09/2020
L’11 Settembre 1973 è cominciato il mondo di merda di oggi
Giorgio Almirante – nazifascista non pentito, cui oggi in questo paese dominato da memoria distorta e falsa si vorrebbero dedicare vie – dichiarò entusiasta che il golpe contro Allende era “la più grave sconfitta del marxismo dalla fine della guerra”. Purtroppo questa sua infamia annunciava la realtà.
L’assassinio del presidente socialista democraticamente eletto e lo sterminio di decine di migliaia di militanti sindacali, socialisti, comunisti, della sinistra rivoluzionaria, non solo stabilì in Cile la lunga dittatura del macellaio Pinochet.
Sotto la protezione del padrone statunitense, che con con il segretario di stato Kissinger fu organizzatore materiale del golpe, il fascismo dilagò in tutta l’America Latina, instaurando quasi ovunque feroci regimi militari, con centinaia di migliaia di desaparecidos, cioè di assassinati.
Quando oggi Trump, ma anche gran parte dei “democratici” USA e dei governi europei, sostengono i reazionari e i golpisti in Venezuela, Bolivia, Ecuador e in tutta l’America Latina, bisogna sempre sapere che i loro protetti sono gli epigoni di Pinochet e vogliono fare come lui; cioè conservare col sangue i più scandalosi privilegi dei ricchi e delle multinazionali che li mantengono tali.
Ma il golpe contro Allende non è ancora attuale solamente perché le stesse canaglie di allora vorrebbero ripeterlo, o perché il criminale sanitario Bolsonaro si dichiara ammiratore e seguace di Pinochet.
Il fascismo in Cile nel 1973 parla al mondo di oggi perché in quel paese, sopra i corpi martoriati di coloro che Pinochet chiamava “i marxisti”, fu costruito il primo mattone della gabbia liberista che oggi devasta il mondo.
Il Cile fu la cavia di un esperimento economico e sociale guidato dai “Chicago boys”, gli economisti liberisti capeggiati da Milton Friedman.
Tutto il sistema pubblico fu distrutto o privatizzato, tranne beninteso esercito e polizia; i diritti del lavoro cancellati nel nome della flessibilità; il sistema fiscale abbattuto a favore dei ricchi, delle imprese, delle multinazionali. La dittatura fascista di Pinochet permise di instaurare la dittatura del mercato, che poi è dilagata ovunque.
Anche in Italia quel golpe segnò una svolta. Il PCI di Belinguer – sotto la minaccia non tanto velata degli Stati Uniti, ove il sempre operativo Kissinger dichiarava di non volere “spaghetti in salsa cilena” – accettò una politica economica restauratrice a favore di imprese e mercato, nel nome dell’accordo con la DC.
Nel 1971 Fidel Castro, a nome della Cuba che resisteva all’imperialismo allora come oggi, fece un lungo viaggio in Cile, accolto da amico e compagno dal presidente Allende. Parlarono a lungo dei rispettivi programmi ed alla fine, abbracciandosi, convennero che per vie diverse volevano giungere allo stesso obiettivo: il socialismo.
Ma Fidel aggiunse: “non te lo permetteranno mai senza combattere“. Per questo regalò ad Allende il fucile mitragliatore, quella che poi il presidente impugnò nel palazzo presidenziale sottoposto ai bombardamenti dell’aviazione di Pinochet.
Il capitalismo liberista è fascismo economico e nella nostra epoca si è affermato dopo il successo del golpe del fascismo politico. Oggi più che mai essi vanno combattuti e sconfitti insieme, se vogliamo rovesciare il mondo schifoso di oggi.
Ricordiamo il compagno Allende, e tutte e tutti coloro che sono stati assassinati assieme a lui, lottando oggi contro i loro stessi nemici di allora.
Fonte
L’assassinio del presidente socialista democraticamente eletto e lo sterminio di decine di migliaia di militanti sindacali, socialisti, comunisti, della sinistra rivoluzionaria, non solo stabilì in Cile la lunga dittatura del macellaio Pinochet.
Sotto la protezione del padrone statunitense, che con con il segretario di stato Kissinger fu organizzatore materiale del golpe, il fascismo dilagò in tutta l’America Latina, instaurando quasi ovunque feroci regimi militari, con centinaia di migliaia di desaparecidos, cioè di assassinati.
Quando oggi Trump, ma anche gran parte dei “democratici” USA e dei governi europei, sostengono i reazionari e i golpisti in Venezuela, Bolivia, Ecuador e in tutta l’America Latina, bisogna sempre sapere che i loro protetti sono gli epigoni di Pinochet e vogliono fare come lui; cioè conservare col sangue i più scandalosi privilegi dei ricchi e delle multinazionali che li mantengono tali.
Ma il golpe contro Allende non è ancora attuale solamente perché le stesse canaglie di allora vorrebbero ripeterlo, o perché il criminale sanitario Bolsonaro si dichiara ammiratore e seguace di Pinochet.
Il fascismo in Cile nel 1973 parla al mondo di oggi perché in quel paese, sopra i corpi martoriati di coloro che Pinochet chiamava “i marxisti”, fu costruito il primo mattone della gabbia liberista che oggi devasta il mondo.
Il Cile fu la cavia di un esperimento economico e sociale guidato dai “Chicago boys”, gli economisti liberisti capeggiati da Milton Friedman.
Tutto il sistema pubblico fu distrutto o privatizzato, tranne beninteso esercito e polizia; i diritti del lavoro cancellati nel nome della flessibilità; il sistema fiscale abbattuto a favore dei ricchi, delle imprese, delle multinazionali. La dittatura fascista di Pinochet permise di instaurare la dittatura del mercato, che poi è dilagata ovunque.
Anche in Italia quel golpe segnò una svolta. Il PCI di Belinguer – sotto la minaccia non tanto velata degli Stati Uniti, ove il sempre operativo Kissinger dichiarava di non volere “spaghetti in salsa cilena” – accettò una politica economica restauratrice a favore di imprese e mercato, nel nome dell’accordo con la DC.
Nel 1971 Fidel Castro, a nome della Cuba che resisteva all’imperialismo allora come oggi, fece un lungo viaggio in Cile, accolto da amico e compagno dal presidente Allende. Parlarono a lungo dei rispettivi programmi ed alla fine, abbracciandosi, convennero che per vie diverse volevano giungere allo stesso obiettivo: il socialismo.
Ma Fidel aggiunse: “non te lo permetteranno mai senza combattere“. Per questo regalò ad Allende il fucile mitragliatore, quella che poi il presidente impugnò nel palazzo presidenziale sottoposto ai bombardamenti dell’aviazione di Pinochet.
Il capitalismo liberista è fascismo economico e nella nostra epoca si è affermato dopo il successo del golpe del fascismo politico. Oggi più che mai essi vanno combattuti e sconfitti insieme, se vogliamo rovesciare il mondo schifoso di oggi.
Ricordiamo il compagno Allende, e tutte e tutti coloro che sono stati assassinati assieme a lui, lottando oggi contro i loro stessi nemici di allora.
Fonte
05/09/2020
Cile - 50 anni dalla vittoria di Allende, la lotta continua
Ieri, 4 settembre, ricorrevano i 50 anni dalla vittoria di Salvador Allende nelle elezioni presidenziali cilene del 1970. Un trionfo di e per le masse popolari, contadini ed operaie, che si riconoscevano nel progetto politico e sociale progressista portato avanti dalla coalizione comunista-socialista Unidad Popular.
Un programma basato sulla nazionalizzazione delle grandi imprese nel settore industriale e bancario, sulla riforma agraria per l’eliminazione dei latifondi, su misure di contrasto alla povertà e all’analfabetismo.
Un percorso interrotto qualche anno più tardi, quel 11 settembre 1973, dal golpe dell’esercito cileno, finanziato ed appoggiato dalla CIA e dall’amministrazione statunitense di Nixon, dopo aver condotto una campagna di boicottaggio e destabilizzazione del paese, per poi imporre e sostenere la dittatura militare di Augusto Pinochet.
L’attacco contro il Cile di Allende costituì un “laboratorio” politico ed economico che gli USA hanno poi rafforzato ed esteso all’intera America Latina con l’Operazione Condor.
Di seguito il testo elaborato dall’Associazione degli ex prigionieri politici cileni in Francia (Aexppch France) in occasione della commemorazione che ha avuto luogo ieri pomeriggio a Parigi, in Place Salvador Allende, di fronte all’ambasciata del Cile.
L’Aexppch agisce in stretto coordinamento con le organizzazioni per i diritti umani, le associazioni delle famiglie di prigionieri scomparsi e giustiziati politici, così come con gruppi di ex prigionieri politici in Cile.
Tra i suoi obiettivi ed impegni: la lotta contro l’impunità per tutti i responsabili di crimini, sparizioni, esecuzioni sommarie e varie altre violazioni dei diritti umani; il dovere della memoria, contribuendo alla ricostruzione dei fatti nascosti dalla dittatura e mai realmente ripristinati dai governi eletti per quasi due decenni; il sostegno alle lotte per i diritti umani, in particolare per la liberazione incondizionata di tutti i prigionieri politici, vittime fino ad oggi delle leggi ereditate dal regime militare; denuncia permanente dell’attuale quadro della Costituzione di Pinochet, che concede ampi poteri alle forze armate, ai tribunali militari e alle cosiddette leggi di emergenza “antiterrorismo”.
Salvador Allende Gossens, “el compañero presidente”, ci richiama di nuovo qui oggi, mezzo secolo dopo esser entrato nella Storia, come primo candidato marxista eletto con suffragio universale.
Salvador Allende, colui che Richard Nixon, l’allora padrone della Casa Bianca, aveva definito “il figlio di puttana”, prima di cadere lui stesso nell’oblio, mentre “el Chicho” Allende è ancora oggi considerato uno dei grandi difensori della dignità umana nel XX° secolo.
“Vi chiedo di comprendere che io sono soltanto un uomo”, aveva affermato Salvador Allende dal balcone della Federazione degli Studenti nella notte del 4 settembre 1970, “(un uomo) con tutte le debolezze che un essere umano può avere. E se ho potuto sopportare la sconfitta di ieri per raggiungere l’obiettivo di oggi, senza superbia né spirito di vendetta, io accetto questo trionfo che non ha nulla di personale e che devo all’unità dei partiti popolari e alle forze sociali che sono state al nostro fianco. Lo devo all’uomo anonimo e lavoratore della nostra patria, lo devo all’umile donna della nostra terra. Devo questa vittoria al popolo cileno, il quale entrerà con me nel Palazzo de La Moneda il 4 novembre”.
Nessuno ci ricorda meglio dello stesso “compagno presidente” in questo discorso che il trionfo elettorale di allora fu il frutto di diversi decenni di lotte popolari, vittorioso alle volte, ma più spesso aventi degli esiti di dolore e di morte per i lavoratori. Ovunque ci sono le tracce di sangue, così generosamente versate da uomini e donne del popolo: alla scuola Santa Maria di Inquique, alla raffineria di salnitro de La Coruña, alla mina di El Salvador, come a Pampa Irigoin, a Puerto Montt, tra i tanti massacri commessi principalmente dall’esercito o dai carabineros, fino al 1969.
Queste lotte di minatori, di contadini, di operai e più tardi dei pobladores riuscirono a guadagnare il consenso di larghi settori della società cilena – impiegati, insegnati, studenti – per costruire un vasto movimento con solidi principi di solidarietà, di difesa della loro dignità e dei loro diritti. Le donne cilene, in particolar modo le casalinghe ma anche le lavoratrici, guadagnarono il riconoscimento della loro condizione sociale, dopo generazioni negate dall’oppressione, anche a casa.
Inoltre, alla fine della prima metà del secolo scorso, il popolo cileno si era dotato di potenti organizzazioni sindacali, di operai e lavoratori, così come di partiti politici di sinistra e di centro con decine di migliaia di militanti.
Questi potevano competere con i partiti della destra per la loro capacità di aggregazione. Ogni cileno e cilena della classe operaia poteva sentirsi rappresentato e rappresentata da un sindacato, un’associazione o un partito politico. Ma niente di tutto ciò fu un regalo di chicchessia; l’avarizia della borghesia, ereditiera del colonialismo e rappresentata dai partiti della destra, restava la stessa.
Una rivoluzione socialista nel nostro continente, alle porte del gigante imperialista statunitense, arrivò a donare un grande incoraggiamento alle lotte popolari di tutta l’America Latina. Cuba si liberava dalla sua dipendenza faccia a faccia con l’imperialismo degli Stati Uniti e cominciava a vincere e a sconfiggere i mali inerenti a quello stato di umiliazione storica: la miseria, l’analfabetismo, la mortalità infantile, ecc.
Sapendo che una tale situazione si sarebbe prodotta presto o tardi nel continente americano, i signori del potere statunitense improvvisarono allora una strategia menzognera nel loro “cortile di casa” che era l’America Latina. Così nacque la “Alleanza per il Progresso” destinata a ridurre ogni opzione rivoluzionaria.
In Cile, questa strategia ebbe la sua espressione massima nella “Revolución en libertad”, slogan ingannevole che tuttavia portò il Partido Demócrata Cristiano al potere, con la figura di Frei Montalva, dopo una vittoria elettorale che aveva rappresentato una sconfitta bruciante per il “compañero” Allende.
Non sarebbe possibile spiegare il successo, sei anni più tardi, di Salvador Allende senza constatare che i democristiani, tra il 1964 e il 1967, avevano posto le basi per una società partecipativa, tanto nelle città quanto nelle aree rurali. Ma tutto ciò era sempre nella prospettiva di amputare le rivendicazioni del “comunismo intrinsecamente perverso”, come lo definiva il papa Pio XI.
Comunque, all’interno del Partido Demócrata Cristiano al governo, uomini e donne dai solidi principi cristiani e umanisti applicarono una politica di emancipazione delle masse popolari. Si sarebbero subito dopo aggregati alla Unidad Popular.
Applicando più o meno la vecchia formula della carota e del bastone, gli Stati Uniti furono costretti presto a riconoscere la sconfitta della loro sibillina logica contro-rivoluzionaria e, facendo cadere la propria maschera, passarono alla fase superiore, ovvero quella della promozione di una repressione sanguinosa in diversi paesi tramite ingerenze o interventi diretti e indiretti.
Il Brasile, paese fratello, fu oggetto di un colpo di Stato che fece scattare una repressione contro i progressisti e i rivoluzionari, così come un peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari. In Cile, allo stesso modo, il Partido Demócrata Cristiano perse la sua facciata “progressista” e ancora una volta il sangue del popolo cileno fu versato.
Tuttavia, tanto nelle città quanto nelle campagne, le forze popolari contrastarono questa repressione crescente, guadagnandone in coscienza ed organizzazione. La sinistra vide la sua influenza accrescersi nella società con la nascita di nuovi partiti e movimenti che, insieme ai partiti esistenti, scalzarono i democristiani dai sindacati, dalle federazioni studentesche e dagli altri ambiti, finanche dallo Stato stesso. Il “Chicho Allende” conquistò la presidenza del Senato, dal 1966 al 1969.
Fu in questo contesto che le forze popolari cilene e il loro miglior alleato di tutti i tempi, Salvador Allende Gossens, “entrarono” insieme nel Palazzo de La Moneda, come disse lui stesso quella notte di 50 anni fa.
Mezzo secolo più tardi, dobbiamo constatare che solo la lotta risoluta degli sfruttati e degli oppressi è ciò che permette di abbattere le barriere, imposte dall’inganno o dal crimine. Riteniamo anche che le nostre lotte, passate e presenti, ci permettano di raggiungere gli obiettivi che portiamo avanti in tutti i campi della società. In altri termini, è solo se siamo in grado di guidare tutte le battaglie – legali o illegali, pacifiche o violente, rivoltose o elettorali – che potremmo aprire strade per maggior uguaglianza, per maggiore giustizia sociale, a cominciare dagli ultimi.
Questa è la lezione che si evidenzia dalla vittoria elettorale del 4 settembre 1970, così come quella del 5 ottobre 1988 per il plebiscito di cui il dittatore Augusto Pinochet non ha potuto né ignorare né rovesciare il risultato.
Noi sappiamo che le trattative che ne sono seguite hanno fatto fuori una grande parte di ciò che la resistenza anti-dittatoriale prevedeva dopo la fine del regime nel 1989. Tale negoziazione ha cancellato una parte del programma rivoluzionario che la coalizione popolare aveva elaborato per il periodo presidenziale 1970-1976.
Il popolo cileno ha attualmente la possibilità di imporre alle classi dominanti, per la prima volta nella storia del Cile, la necessità di redigere una nuova Costituzione, con la partecipazione dei cittadini. Non dimentichiamo che è il popolo stesso, che combatte e manifesta nelle strade di tutte le città del Paese, che è riuscito a far piegare la borghesia post-coloniale e i suoi valori e i suoi seguaci di ogni sorta.
La Costituzione di Pinochet, ancora oggi in vigore, è il principale ostacolo all’emancipazione definitiva dei cileni e delle cilene; questa è stata imposta con la “pace” dei cimiteri, delle fosse comuni e dei “vuelos de la muerte”, così come da numerosi altri crimini brutali e studiati.
La Costituzione del 1980 è il principale strumento che ha permesso la rifondazione del capitalismo in tutta la sua ferocia che noi conosciamo con il nome di “neoliberismo” e che fa oggi danni in tutto il pianeta.
Questa creatura di Pinochet, totem dei dirigenti attuali, deve essere seppellita definitivamente il prossimo 25 ottobre e noi ci stiamo già organizzando per farlo. Ma non siamo ancora di fronte ai grandi viali della vittoria perché il cammino è sempre stretto ed impervio e non ne vediamo ancora la fine.
Tuttavia, più saremo numerosi e determinati, meglio saremo in grado di condurre le battaglie future. Queste lotte, il popolo deve vincerle ed anche consolidarne la vittoria, non permettendo a nessuno, che abbia interessi cupi o rivendichi una rappresentanza che non ha, di “negoziare” come in passato le conquiste che “la piazza” ha ottenuto.
Viva la lotta del popolo cileno!
Eliminiamo per sempre la Costituzione di Pinochet il prossimo 25 ottobre!
Fonte
Un programma basato sulla nazionalizzazione delle grandi imprese nel settore industriale e bancario, sulla riforma agraria per l’eliminazione dei latifondi, su misure di contrasto alla povertà e all’analfabetismo.
Un percorso interrotto qualche anno più tardi, quel 11 settembre 1973, dal golpe dell’esercito cileno, finanziato ed appoggiato dalla CIA e dall’amministrazione statunitense di Nixon, dopo aver condotto una campagna di boicottaggio e destabilizzazione del paese, per poi imporre e sostenere la dittatura militare di Augusto Pinochet.
L’attacco contro il Cile di Allende costituì un “laboratorio” politico ed economico che gli USA hanno poi rafforzato ed esteso all’intera America Latina con l’Operazione Condor.
Di seguito il testo elaborato dall’Associazione degli ex prigionieri politici cileni in Francia (Aexppch France) in occasione della commemorazione che ha avuto luogo ieri pomeriggio a Parigi, in Place Salvador Allende, di fronte all’ambasciata del Cile.
L’Aexppch agisce in stretto coordinamento con le organizzazioni per i diritti umani, le associazioni delle famiglie di prigionieri scomparsi e giustiziati politici, così come con gruppi di ex prigionieri politici in Cile.
Tra i suoi obiettivi ed impegni: la lotta contro l’impunità per tutti i responsabili di crimini, sparizioni, esecuzioni sommarie e varie altre violazioni dei diritti umani; il dovere della memoria, contribuendo alla ricostruzione dei fatti nascosti dalla dittatura e mai realmente ripristinati dai governi eletti per quasi due decenni; il sostegno alle lotte per i diritti umani, in particolare per la liberazione incondizionata di tutti i prigionieri politici, vittime fino ad oggi delle leggi ereditate dal regime militare; denuncia permanente dell’attuale quadro della Costituzione di Pinochet, che concede ampi poteri alle forze armate, ai tribunali militari e alle cosiddette leggi di emergenza “antiterrorismo”.
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Salvador Allende Gossens, “el compañero presidente”, ci richiama di nuovo qui oggi, mezzo secolo dopo esser entrato nella Storia, come primo candidato marxista eletto con suffragio universale.
Salvador Allende, colui che Richard Nixon, l’allora padrone della Casa Bianca, aveva definito “il figlio di puttana”, prima di cadere lui stesso nell’oblio, mentre “el Chicho” Allende è ancora oggi considerato uno dei grandi difensori della dignità umana nel XX° secolo.
“Vi chiedo di comprendere che io sono soltanto un uomo”, aveva affermato Salvador Allende dal balcone della Federazione degli Studenti nella notte del 4 settembre 1970, “(un uomo) con tutte le debolezze che un essere umano può avere. E se ho potuto sopportare la sconfitta di ieri per raggiungere l’obiettivo di oggi, senza superbia né spirito di vendetta, io accetto questo trionfo che non ha nulla di personale e che devo all’unità dei partiti popolari e alle forze sociali che sono state al nostro fianco. Lo devo all’uomo anonimo e lavoratore della nostra patria, lo devo all’umile donna della nostra terra. Devo questa vittoria al popolo cileno, il quale entrerà con me nel Palazzo de La Moneda il 4 novembre”.
Nessuno ci ricorda meglio dello stesso “compagno presidente” in questo discorso che il trionfo elettorale di allora fu il frutto di diversi decenni di lotte popolari, vittorioso alle volte, ma più spesso aventi degli esiti di dolore e di morte per i lavoratori. Ovunque ci sono le tracce di sangue, così generosamente versate da uomini e donne del popolo: alla scuola Santa Maria di Inquique, alla raffineria di salnitro de La Coruña, alla mina di El Salvador, come a Pampa Irigoin, a Puerto Montt, tra i tanti massacri commessi principalmente dall’esercito o dai carabineros, fino al 1969.
Queste lotte di minatori, di contadini, di operai e più tardi dei pobladores riuscirono a guadagnare il consenso di larghi settori della società cilena – impiegati, insegnati, studenti – per costruire un vasto movimento con solidi principi di solidarietà, di difesa della loro dignità e dei loro diritti. Le donne cilene, in particolar modo le casalinghe ma anche le lavoratrici, guadagnarono il riconoscimento della loro condizione sociale, dopo generazioni negate dall’oppressione, anche a casa.
Inoltre, alla fine della prima metà del secolo scorso, il popolo cileno si era dotato di potenti organizzazioni sindacali, di operai e lavoratori, così come di partiti politici di sinistra e di centro con decine di migliaia di militanti.
Questi potevano competere con i partiti della destra per la loro capacità di aggregazione. Ogni cileno e cilena della classe operaia poteva sentirsi rappresentato e rappresentata da un sindacato, un’associazione o un partito politico. Ma niente di tutto ciò fu un regalo di chicchessia; l’avarizia della borghesia, ereditiera del colonialismo e rappresentata dai partiti della destra, restava la stessa.
Una rivoluzione socialista nel nostro continente, alle porte del gigante imperialista statunitense, arrivò a donare un grande incoraggiamento alle lotte popolari di tutta l’America Latina. Cuba si liberava dalla sua dipendenza faccia a faccia con l’imperialismo degli Stati Uniti e cominciava a vincere e a sconfiggere i mali inerenti a quello stato di umiliazione storica: la miseria, l’analfabetismo, la mortalità infantile, ecc.
Sapendo che una tale situazione si sarebbe prodotta presto o tardi nel continente americano, i signori del potere statunitense improvvisarono allora una strategia menzognera nel loro “cortile di casa” che era l’America Latina. Così nacque la “Alleanza per il Progresso” destinata a ridurre ogni opzione rivoluzionaria.
In Cile, questa strategia ebbe la sua espressione massima nella “Revolución en libertad”, slogan ingannevole che tuttavia portò il Partido Demócrata Cristiano al potere, con la figura di Frei Montalva, dopo una vittoria elettorale che aveva rappresentato una sconfitta bruciante per il “compañero” Allende.
Non sarebbe possibile spiegare il successo, sei anni più tardi, di Salvador Allende senza constatare che i democristiani, tra il 1964 e il 1967, avevano posto le basi per una società partecipativa, tanto nelle città quanto nelle aree rurali. Ma tutto ciò era sempre nella prospettiva di amputare le rivendicazioni del “comunismo intrinsecamente perverso”, come lo definiva il papa Pio XI.
Comunque, all’interno del Partido Demócrata Cristiano al governo, uomini e donne dai solidi principi cristiani e umanisti applicarono una politica di emancipazione delle masse popolari. Si sarebbero subito dopo aggregati alla Unidad Popular.
Applicando più o meno la vecchia formula della carota e del bastone, gli Stati Uniti furono costretti presto a riconoscere la sconfitta della loro sibillina logica contro-rivoluzionaria e, facendo cadere la propria maschera, passarono alla fase superiore, ovvero quella della promozione di una repressione sanguinosa in diversi paesi tramite ingerenze o interventi diretti e indiretti.
Il Brasile, paese fratello, fu oggetto di un colpo di Stato che fece scattare una repressione contro i progressisti e i rivoluzionari, così come un peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari. In Cile, allo stesso modo, il Partido Demócrata Cristiano perse la sua facciata “progressista” e ancora una volta il sangue del popolo cileno fu versato.
Tuttavia, tanto nelle città quanto nelle campagne, le forze popolari contrastarono questa repressione crescente, guadagnandone in coscienza ed organizzazione. La sinistra vide la sua influenza accrescersi nella società con la nascita di nuovi partiti e movimenti che, insieme ai partiti esistenti, scalzarono i democristiani dai sindacati, dalle federazioni studentesche e dagli altri ambiti, finanche dallo Stato stesso. Il “Chicho Allende” conquistò la presidenza del Senato, dal 1966 al 1969.
Fu in questo contesto che le forze popolari cilene e il loro miglior alleato di tutti i tempi, Salvador Allende Gossens, “entrarono” insieme nel Palazzo de La Moneda, come disse lui stesso quella notte di 50 anni fa.
Mezzo secolo più tardi, dobbiamo constatare che solo la lotta risoluta degli sfruttati e degli oppressi è ciò che permette di abbattere le barriere, imposte dall’inganno o dal crimine. Riteniamo anche che le nostre lotte, passate e presenti, ci permettano di raggiungere gli obiettivi che portiamo avanti in tutti i campi della società. In altri termini, è solo se siamo in grado di guidare tutte le battaglie – legali o illegali, pacifiche o violente, rivoltose o elettorali – che potremmo aprire strade per maggior uguaglianza, per maggiore giustizia sociale, a cominciare dagli ultimi.
Questa è la lezione che si evidenzia dalla vittoria elettorale del 4 settembre 1970, così come quella del 5 ottobre 1988 per il plebiscito di cui il dittatore Augusto Pinochet non ha potuto né ignorare né rovesciare il risultato.
Noi sappiamo che le trattative che ne sono seguite hanno fatto fuori una grande parte di ciò che la resistenza anti-dittatoriale prevedeva dopo la fine del regime nel 1989. Tale negoziazione ha cancellato una parte del programma rivoluzionario che la coalizione popolare aveva elaborato per il periodo presidenziale 1970-1976.
Il popolo cileno ha attualmente la possibilità di imporre alle classi dominanti, per la prima volta nella storia del Cile, la necessità di redigere una nuova Costituzione, con la partecipazione dei cittadini. Non dimentichiamo che è il popolo stesso, che combatte e manifesta nelle strade di tutte le città del Paese, che è riuscito a far piegare la borghesia post-coloniale e i suoi valori e i suoi seguaci di ogni sorta.
La Costituzione di Pinochet, ancora oggi in vigore, è il principale ostacolo all’emancipazione definitiva dei cileni e delle cilene; questa è stata imposta con la “pace” dei cimiteri, delle fosse comuni e dei “vuelos de la muerte”, così come da numerosi altri crimini brutali e studiati.
La Costituzione del 1980 è il principale strumento che ha permesso la rifondazione del capitalismo in tutta la sua ferocia che noi conosciamo con il nome di “neoliberismo” e che fa oggi danni in tutto il pianeta.
Questa creatura di Pinochet, totem dei dirigenti attuali, deve essere seppellita definitivamente il prossimo 25 ottobre e noi ci stiamo già organizzando per farlo. Ma non siamo ancora di fronte ai grandi viali della vittoria perché il cammino è sempre stretto ed impervio e non ne vediamo ancora la fine.
Tuttavia, più saremo numerosi e determinati, meglio saremo in grado di condurre le battaglie future. Queste lotte, il popolo deve vincerle ed anche consolidarne la vittoria, non permettendo a nessuno, che abbia interessi cupi o rivendichi una rappresentanza che non ha, di “negoziare” come in passato le conquiste che “la piazza” ha ottenuto.
Viva la lotta del popolo cileno!
Eliminiamo per sempre la Costituzione di Pinochet il prossimo 25 ottobre!
Fonte
21/11/2019
“Che la ribellione cilena non finisca qui, che serva ad ispirare tutta l’America Latina!”
Riportiamo di seguito il discorso di Beatriz Bravo, giovane lavoratrice di Correos, Cile. La forza che si è risvegliata nella gioventù e nei lavoratori del Cile è una ribellione così profonda da poter infettare tutta l’America Latina, non solo porre fine al governo di Piñera e all’impunità della repressione, ma porre fine alle disuguaglianze del capitalismo.
“Compagni e compagni, come hanno detto i compagni che ci hanno presentato, oggi è un mese da quando abbiamo iniziato la rivolta popolare in Cile. E cosa dire loro? Che il grido che il Cile si è svegliato è vero. Dicendo loro che la rabbia, la rabbia e l’odio profondo che abbiamo accumulato nel corso degli anni hanno cominciato ad essere espressi nella lotta contro l’aumento del pedaggio, ma hanno rapidamente dimostrato che era contro l’intero retaggio della dannata dittatura di Pinochet. È l’eredità del dittatore Pinochet che ha mantenuto intatti tutti i governi dell’ex Concertación per 30 anni, ed è per questo che il nostro grido e il nostro motto sono stati trasformati: non sono 30 pesos, sono 30 anni!
Sono una giovane lavoratrice, ho 30 anni e, come capirete, non ho mai vissuto in alcun modo diverso dall’eredità dell’eredità della dittatura. Un regime in Cile che non ci offre altro che miseria, che non ci offre altro che precarietà. Alla nostra gioventù viene detto che non avremo assolutamente alcun diritto a nulla. Che se vogliamo studiare dobbiamo prendere in prestito e pagare milioni a banche private e che saremo a corto di possibilità di richiedere un alloggio.
Un sistema sanitario così miserabile, in cui i membri della nostra famiglia muoiono in un pronto soccorso negli ospedali, dove muoiono nelle liste di attesa eterne perché non hanno scorte per curarli. E anche, in un paese in cui i nostri anziani sono quelli che portano i più alti tassi di suicidio, perché dopo aver lavorato 40, 50 anni o anche di più, gli uomini d’affari prendono tutti soldi delle pensioni e li lasciano per strada.
Questo è il Cile degli uomini d’affari, questa è la vera oasi dell’America Latina di cui i capitalisti hanno parlato così orgogliosamente, dove l’1% dei più ricchi prende il 27% della ricchezza. Ed è anche vero che i veri saccheggiatori e usurai godono dell’impunità. Quelli sono i veri saccheggiatori che hanno derubato a tutti i lavoratori e a tutti i giovani e residenti.
Abbiamo un esercito ed una polizia che ha goduto di una profonda impunità grazie all’eredità della dittatura. Questo è il motivo per cui mi fermo anche qui e grido con grande forza che ripudiamo quel colpo di Stato militare orchestrato dalle forze armate, dagli uomini d’affari, dalla Chiesa che calpestano il diritto in Bolivia, quel diritto che affermiamo anche in Cile e che gridiamo con tutta la forza: fuori l’imperialismo dell’America Latina!
Quelli di noi che hanno 30 anni provengono da diversi anni passati a combattere. Nel 2006 abbiamo recitato, come studenti secondari, la “rivoluzione dei pinguini”. Fin da piccoli sapevamo già che l’educazione al mercato è solo un filtro di classe a beneficio dei più ricchi. Siamo usciti di nuovo con molta forza nel 2011, recitando da mesi in pause di lavoro e riprese, lottando per l’istruzione gratuita e oggi, con grande orgoglio, facciamo parte di quella gioventù impavida.
Quella gioventù senza paura che alle nostre generazioni precedenti, che sono state profondamente sconfitte e battute da quegli anni di transizione concordata e da quella dannata dittatura, oggi ci dicono “grazie per averci restituito la speranza e il desiderio di combattere”, e quei compagni che abbiamo raggiunto con la lotta di studenti, lavoratori e residenti in Cile.
Quella forza enorme si esprime ovunque. Hanno cercato comunque di portarci fuori dalle strade, perché li abbiamo fatti tremare. Con quei pacos che reprimono e uccidono, quegli stessi pacos che godono dell’impunità.
Sai che Piñera ci ha dichiarato guerra? Ci dichiarò guerra quando eravamo nei primi giorni di mobilitazione e poi ci offrì le briciole di un “patto sociale”, mentre, contemporaneamente, ci reprimevano, torturavano, ci violentavano, lasciando ciechi i nostri compagni combattenti. Ma la cosa migliore è che non abbiamo paura di loro. Oggi siamo determinati a rendere la vita utile. Non tradiremo i nostri compagni morti o feriti, perché sono anche quelli che ci dicono che questa lotta non può finire, che questa lotta deve continuare. E perché? Perché continueremo per le strade a lottare per porre fine a questa eredità della dittatura di Pinochet e ciò non è negoziabile!
Se non lo sai, in Cile sta accadendo qualcosa di molto, molto importante. Non accetteremo accordi dei partiti sulla nostra testa. Il nostro Congresso è uno dei più costosi a livello internazionale, dove i parlamentari guadagnano 35 volte quello che guadagnano i lavoratori. Non si vergognano! A noi, giovani che lavoriamo, nessuno deve venire a spiegare come stanno le cose. Abbiamo gli stipendi più bassi per i lavoratori mentre dli stipendi dei parlamentari sono altissimi. Ed è per questo che, come ho detto, chiamiamo “cucina parlamentare” qualsiasi accordo che tenti di strumentalizzare la nostra mobilitazione, ed è quello che cercano di fare oggi. E’ successo questo giovedì
Dalla destra di Pinochet, tutti i politici dell’ex Concertación e le figure principali dei partiti del Broad Front si sono uniti e hanno negoziato. E come lo chiamavano? “Un accordo per la pace”. Ma quella pace è per salvare Piñera e mantenerlo al potere, è una pace per gli uomini d’affari e l’eredità della dittatura e tutti quei 30 anni che vogliamo annientare. Ecco perché non vogliamo quell’accordo.
Vogliono fermarci. Lo slogan dell’Assemblea costituente ha catturato importanti settori della mobilitazione ed è perché esprime il desiderio genuino che il popolo cileno ha oggi di decidere. Ciò è stato convertito in un congresso o una convenzione costituzionale per continuare a governare nello stesso modo di sempre. Una delle prime trappole è che l’accordo lascia impunito e mantiene al potere l’assassino Piñera. E ovviamente, mentre urliamo ogni giorno e posiamo ovunque “Vai via Piñera!” negoziano per salvargli la testa e mantenerlo al potere.
E poi, le regole che saranno definite saranno votate da un quorum di due terzi. E cosa significa? Che saranno i politici aziendali e gli stessi uomini d’affari che potranno porre il veto a tutti i dibattiti che vi si svolgono. Vogliono eludere la sovranità che chiediamo come persone che lavorano. Per cosa? In modo che non vi siano cambiamenti profondi. Ma oltre a questo siamo chiamati a votare in un plebiscito in aprile i rappresentanti per l’ottobre del prossimo anno e nelle attuali forme elettorali. Vogliono riderci in faccia, ma non crediamo nelle loro bugie ed è per questo che ieri eravamo decine di migliaia di persone per le strade di tutta la nazione, denunciando questa trappola e affrontando la repressione!
Quasi tutti i partiti del regime e dei media hanno un disperato bisogno di farci entrare in questa deviazione. Ma siamo convinti che il processo rivoluzionario che abbiamo iniziato in Cile è qui per rimanere. Non sarà lineare, lo abbiamo chiaro. Ma sappiamo che non vogliamo che il nostro paese continui ad essere l’esempio per i capitalisti a livello internazionale.
Vogliamo che il Cile sia la tomba del neoliberismo! E vogliamo che la ribellione popolare in Cile non finisca qui. Possa quella forza ispirare tutti i giovani e tutti i popoli dell’America Latina e che possiamo ribellarci contro questo sistema di merda in cui i capitalisti ci hanno imposto di vivere!
Noi, rivoluzionari del PTR, siamo molto chiari: è necessario uno sciopero generale fino a quando Piñera non viene espulso, paralizzando l’intera produzione. E sulle rovine di questo regime marcio si solleverà una vera assemblea costituente libera e sovrana, a cui possono partecipare tutti quelli di età superiore ai 14 anni, qualcosa di completamente diverso da ciò che vogliono quelli della “cucina parlamentare”, ovvero, fare partecipare solo a partire dai 20 anni. Hanno il coraggio di provare a lasciare fuori la nostra giovinezza, i principali motori di questa rivolta.
Per noi quella trota costituente non funziona, non risponde alle esigenze che abbiamo oggi per le strade e ovunque. Vogliamo votare un rappresentante per ogni 10.000 elettori e che siano revocabili e che guadagnino allo stesso modo di un insegnante e non gli stipendi milionari che i parlamentari guadagnano oggi. Noi e noi diciamo che devono essere eletti democraticamente e che possono essere rappresentanti sindacali e organizzazioni dei lavoratori, degli studenti e rappresentanti sociali. Un’Assemblea costituente, libera e sovrana che può votare su tutte le misure di emergenza di cui hanno bisogno le grandi maggioranze, senza rispettare quelle istituzioni che proteggono il sacco e legano i politici nelle sale parlamentari, senza alcun potere di veto.
E non saremo neanche ingenui. Sappiamo che per vincere le nostre esigenze dobbiamo attaccare il potere dei capitalisti. Questo è il motivo per cui diciamo che dobbiamo nazionalizzare il rame e metterlo sotto la gestione dei lavoratori, porre fine alla privatizzazione, espropriare i porti e tutto quel profitto, e invece che patire per una manciata di capitalisti, metterci al servizio delle nostre esigenze di base. Ma non solo che queste cose vengano risolte: vogliamo una salute e un’istruzione gratuite, ma anche richieste fondamentali come il diritto all’aborto o l’autodeterminazione del popolo Mapuche, che è stato saccheggiato e represso per anni dallo Stato del Cile.
Ma non mangeremo neanche favole perché sappiamo che i capitalisti faranno tutto il possibile per impedirci di togliergli i loro privilegi. Ecco perché dal PTR stiamo promuovendo con tutte le nostre forze assemblee e coordinamenti di base, di studenti, di lavoratori e di abitanti dei villaggi per organizzare per far uscire Piñera dal potere e porre fine al suo governo criminale e omicida e per porre fine all’eredità della dittatura. Vogliamo porre le basi di un governo di lavoratori, di rottura con il capitalismo, che può effettivamente dare una risposta integrale alle nostre esigenze, basata sull’auto-organizzazione e sulla forza delle masse.
Compagni e compagni, per finire: i responsabili delle nostre sofferenze e quelli che sono chiamati “di sinistra” che oggi salvano la faccia di Piñera e di tutto il suo governo e questo regime vogliono portarci a ripetere la stessa “cucina” che ci hanno rifilato per anni. Vogliono che andiamo che accettiamo il loro diversivo che serve a mantenere questo regime.
E a tutti loro diciamo di no!
Perché nulla di buono verrà per noi. Non conquisteremo alcuna richiesta democratica se continueranno a governare gli stessi di sempre. Non accetteremo nessuna soluzione che abbia come premessa l’impunità per coloro che hanno assassinato, torturato, violentato o picchiato i nostri compagni.
Questo è il motivo per cui mi fermo qui per denunciare che mentre si riempiono la bocca ipocritamente parlando di pace, ieri hanno represso i nostri lavoratori in Cile. Il pacos e questo governo sono i responsabili politici e materiali dell’assassinio del nostro compagno Abel, un combattente che è morto perché i carabineros hanno impedito l’ingresso a coloro che erano venuti per salvarlo. Questo è il motivo per cui non ce ne andremo fino a quando non avremo raggiunto il processo e la punizione di tutti i leader politici e materiali della repressione!
Grazie mille compagni e compagne!”
da La Izquierda Diario Chile del 16/11/2019
Fonte
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“Compagni e compagni, come hanno detto i compagni che ci hanno presentato, oggi è un mese da quando abbiamo iniziato la rivolta popolare in Cile. E cosa dire loro? Che il grido che il Cile si è svegliato è vero. Dicendo loro che la rabbia, la rabbia e l’odio profondo che abbiamo accumulato nel corso degli anni hanno cominciato ad essere espressi nella lotta contro l’aumento del pedaggio, ma hanno rapidamente dimostrato che era contro l’intero retaggio della dannata dittatura di Pinochet. È l’eredità del dittatore Pinochet che ha mantenuto intatti tutti i governi dell’ex Concertación per 30 anni, ed è per questo che il nostro grido e il nostro motto sono stati trasformati: non sono 30 pesos, sono 30 anni!
Sono una giovane lavoratrice, ho 30 anni e, come capirete, non ho mai vissuto in alcun modo diverso dall’eredità dell’eredità della dittatura. Un regime in Cile che non ci offre altro che miseria, che non ci offre altro che precarietà. Alla nostra gioventù viene detto che non avremo assolutamente alcun diritto a nulla. Che se vogliamo studiare dobbiamo prendere in prestito e pagare milioni a banche private e che saremo a corto di possibilità di richiedere un alloggio.
Un sistema sanitario così miserabile, in cui i membri della nostra famiglia muoiono in un pronto soccorso negli ospedali, dove muoiono nelle liste di attesa eterne perché non hanno scorte per curarli. E anche, in un paese in cui i nostri anziani sono quelli che portano i più alti tassi di suicidio, perché dopo aver lavorato 40, 50 anni o anche di più, gli uomini d’affari prendono tutti soldi delle pensioni e li lasciano per strada.
Questo è il Cile degli uomini d’affari, questa è la vera oasi dell’America Latina di cui i capitalisti hanno parlato così orgogliosamente, dove l’1% dei più ricchi prende il 27% della ricchezza. Ed è anche vero che i veri saccheggiatori e usurai godono dell’impunità. Quelli sono i veri saccheggiatori che hanno derubato a tutti i lavoratori e a tutti i giovani e residenti.
Abbiamo un esercito ed una polizia che ha goduto di una profonda impunità grazie all’eredità della dittatura. Questo è il motivo per cui mi fermo anche qui e grido con grande forza che ripudiamo quel colpo di Stato militare orchestrato dalle forze armate, dagli uomini d’affari, dalla Chiesa che calpestano il diritto in Bolivia, quel diritto che affermiamo anche in Cile e che gridiamo con tutta la forza: fuori l’imperialismo dell’America Latina!
Quelli di noi che hanno 30 anni provengono da diversi anni passati a combattere. Nel 2006 abbiamo recitato, come studenti secondari, la “rivoluzione dei pinguini”. Fin da piccoli sapevamo già che l’educazione al mercato è solo un filtro di classe a beneficio dei più ricchi. Siamo usciti di nuovo con molta forza nel 2011, recitando da mesi in pause di lavoro e riprese, lottando per l’istruzione gratuita e oggi, con grande orgoglio, facciamo parte di quella gioventù impavida.
Quella gioventù senza paura che alle nostre generazioni precedenti, che sono state profondamente sconfitte e battute da quegli anni di transizione concordata e da quella dannata dittatura, oggi ci dicono “grazie per averci restituito la speranza e il desiderio di combattere”, e quei compagni che abbiamo raggiunto con la lotta di studenti, lavoratori e residenti in Cile.
Quella forza enorme si esprime ovunque. Hanno cercato comunque di portarci fuori dalle strade, perché li abbiamo fatti tremare. Con quei pacos che reprimono e uccidono, quegli stessi pacos che godono dell’impunità.
Sai che Piñera ci ha dichiarato guerra? Ci dichiarò guerra quando eravamo nei primi giorni di mobilitazione e poi ci offrì le briciole di un “patto sociale”, mentre, contemporaneamente, ci reprimevano, torturavano, ci violentavano, lasciando ciechi i nostri compagni combattenti. Ma la cosa migliore è che non abbiamo paura di loro. Oggi siamo determinati a rendere la vita utile. Non tradiremo i nostri compagni morti o feriti, perché sono anche quelli che ci dicono che questa lotta non può finire, che questa lotta deve continuare. E perché? Perché continueremo per le strade a lottare per porre fine a questa eredità della dittatura di Pinochet e ciò non è negoziabile!
Se non lo sai, in Cile sta accadendo qualcosa di molto, molto importante. Non accetteremo accordi dei partiti sulla nostra testa. Il nostro Congresso è uno dei più costosi a livello internazionale, dove i parlamentari guadagnano 35 volte quello che guadagnano i lavoratori. Non si vergognano! A noi, giovani che lavoriamo, nessuno deve venire a spiegare come stanno le cose. Abbiamo gli stipendi più bassi per i lavoratori mentre dli stipendi dei parlamentari sono altissimi. Ed è per questo che, come ho detto, chiamiamo “cucina parlamentare” qualsiasi accordo che tenti di strumentalizzare la nostra mobilitazione, ed è quello che cercano di fare oggi. E’ successo questo giovedì
Dalla destra di Pinochet, tutti i politici dell’ex Concertación e le figure principali dei partiti del Broad Front si sono uniti e hanno negoziato. E come lo chiamavano? “Un accordo per la pace”. Ma quella pace è per salvare Piñera e mantenerlo al potere, è una pace per gli uomini d’affari e l’eredità della dittatura e tutti quei 30 anni che vogliamo annientare. Ecco perché non vogliamo quell’accordo.
Vogliono fermarci. Lo slogan dell’Assemblea costituente ha catturato importanti settori della mobilitazione ed è perché esprime il desiderio genuino che il popolo cileno ha oggi di decidere. Ciò è stato convertito in un congresso o una convenzione costituzionale per continuare a governare nello stesso modo di sempre. Una delle prime trappole è che l’accordo lascia impunito e mantiene al potere l’assassino Piñera. E ovviamente, mentre urliamo ogni giorno e posiamo ovunque “Vai via Piñera!” negoziano per salvargli la testa e mantenerlo al potere.
E poi, le regole che saranno definite saranno votate da un quorum di due terzi. E cosa significa? Che saranno i politici aziendali e gli stessi uomini d’affari che potranno porre il veto a tutti i dibattiti che vi si svolgono. Vogliono eludere la sovranità che chiediamo come persone che lavorano. Per cosa? In modo che non vi siano cambiamenti profondi. Ma oltre a questo siamo chiamati a votare in un plebiscito in aprile i rappresentanti per l’ottobre del prossimo anno e nelle attuali forme elettorali. Vogliono riderci in faccia, ma non crediamo nelle loro bugie ed è per questo che ieri eravamo decine di migliaia di persone per le strade di tutta la nazione, denunciando questa trappola e affrontando la repressione!
Quasi tutti i partiti del regime e dei media hanno un disperato bisogno di farci entrare in questa deviazione. Ma siamo convinti che il processo rivoluzionario che abbiamo iniziato in Cile è qui per rimanere. Non sarà lineare, lo abbiamo chiaro. Ma sappiamo che non vogliamo che il nostro paese continui ad essere l’esempio per i capitalisti a livello internazionale.
Vogliamo che il Cile sia la tomba del neoliberismo! E vogliamo che la ribellione popolare in Cile non finisca qui. Possa quella forza ispirare tutti i giovani e tutti i popoli dell’America Latina e che possiamo ribellarci contro questo sistema di merda in cui i capitalisti ci hanno imposto di vivere!
Noi, rivoluzionari del PTR, siamo molto chiari: è necessario uno sciopero generale fino a quando Piñera non viene espulso, paralizzando l’intera produzione. E sulle rovine di questo regime marcio si solleverà una vera assemblea costituente libera e sovrana, a cui possono partecipare tutti quelli di età superiore ai 14 anni, qualcosa di completamente diverso da ciò che vogliono quelli della “cucina parlamentare”, ovvero, fare partecipare solo a partire dai 20 anni. Hanno il coraggio di provare a lasciare fuori la nostra giovinezza, i principali motori di questa rivolta.
Per noi quella trota costituente non funziona, non risponde alle esigenze che abbiamo oggi per le strade e ovunque. Vogliamo votare un rappresentante per ogni 10.000 elettori e che siano revocabili e che guadagnino allo stesso modo di un insegnante e non gli stipendi milionari che i parlamentari guadagnano oggi. Noi e noi diciamo che devono essere eletti democraticamente e che possono essere rappresentanti sindacali e organizzazioni dei lavoratori, degli studenti e rappresentanti sociali. Un’Assemblea costituente, libera e sovrana che può votare su tutte le misure di emergenza di cui hanno bisogno le grandi maggioranze, senza rispettare quelle istituzioni che proteggono il sacco e legano i politici nelle sale parlamentari, senza alcun potere di veto.
E non saremo neanche ingenui. Sappiamo che per vincere le nostre esigenze dobbiamo attaccare il potere dei capitalisti. Questo è il motivo per cui diciamo che dobbiamo nazionalizzare il rame e metterlo sotto la gestione dei lavoratori, porre fine alla privatizzazione, espropriare i porti e tutto quel profitto, e invece che patire per una manciata di capitalisti, metterci al servizio delle nostre esigenze di base. Ma non solo che queste cose vengano risolte: vogliamo una salute e un’istruzione gratuite, ma anche richieste fondamentali come il diritto all’aborto o l’autodeterminazione del popolo Mapuche, che è stato saccheggiato e represso per anni dallo Stato del Cile.
Ma non mangeremo neanche favole perché sappiamo che i capitalisti faranno tutto il possibile per impedirci di togliergli i loro privilegi. Ecco perché dal PTR stiamo promuovendo con tutte le nostre forze assemblee e coordinamenti di base, di studenti, di lavoratori e di abitanti dei villaggi per organizzare per far uscire Piñera dal potere e porre fine al suo governo criminale e omicida e per porre fine all’eredità della dittatura. Vogliamo porre le basi di un governo di lavoratori, di rottura con il capitalismo, che può effettivamente dare una risposta integrale alle nostre esigenze, basata sull’auto-organizzazione e sulla forza delle masse.
Compagni e compagni, per finire: i responsabili delle nostre sofferenze e quelli che sono chiamati “di sinistra” che oggi salvano la faccia di Piñera e di tutto il suo governo e questo regime vogliono portarci a ripetere la stessa “cucina” che ci hanno rifilato per anni. Vogliono che andiamo che accettiamo il loro diversivo che serve a mantenere questo regime.
E a tutti loro diciamo di no!
Perché nulla di buono verrà per noi. Non conquisteremo alcuna richiesta democratica se continueranno a governare gli stessi di sempre. Non accetteremo nessuna soluzione che abbia come premessa l’impunità per coloro che hanno assassinato, torturato, violentato o picchiato i nostri compagni.
Questo è il motivo per cui mi fermo qui per denunciare che mentre si riempiono la bocca ipocritamente parlando di pace, ieri hanno represso i nostri lavoratori in Cile. Il pacos e questo governo sono i responsabili politici e materiali dell’assassinio del nostro compagno Abel, un combattente che è morto perché i carabineros hanno impedito l’ingresso a coloro che erano venuti per salvarlo. Questo è il motivo per cui non ce ne andremo fino a quando non avremo raggiunto il processo e la punizione di tutti i leader politici e materiali della repressione!
Grazie mille compagni e compagne!”
da La Izquierda Diario Chile del 16/11/2019
Fonte
13/09/2019
Il fucile di Salvador Allende
Secondo la montatura del macellaio Pinochet, l‘11 settembre 1973 Salvador Allende, presidente democratico del Cile, si sarebbe suicidato nel palazzo presidenziale sotto bombardamento, utilizzando il fucile mitragliatore regalatogli da Fidel Castro.
Era una menzogna, che voleva esporre una macabra simbologia ed assolvere gli assassini. Allende fu massacrato mentre combatteva contro i golpisti, per diretto ordine del generale infame. Poi fu inscenato il suo suicidio attribuendolo all’arma che veniva dalla famigerata Cuba.
Fidel Castro aveva visitato il Cile di Allende nel 1971 e tra i due c’erano stati giorni di grandi discussioni e profonda fratellanza. Fidel Castro comprese il coraggio e la determinazione di Allende nel voler costruire un progetto socialista; e salutando il presidente cileno riconobbe che egli stava perseguendo i suoi stessi scopi per altre vie. Nello stesso tempo però Castro avvisò Allende che gli Stati Uniti e l’imperialismo mai avrebbero permesso una transizione democratica al socialismo. Per questo gli regalò un AK 47.
Il golpe in Cile fu organizzato dagli Stati Uniti, con il coordinamento diretto del segretario di stato Kissinger. I generali traditori e fascisti guidati da Pinochet godevano dell’appoggio della democrazia cristiana e delle altre forze di cosiddetta opposizione democratica, che controllavano la maggioranza del parlamento e la usavano come clava eversiva contro il legittimo presidente.
La CIA aveva a sua volta pianificato sabotaggi a tutte le principali attività del paese, mentre la mafia aveva finanziato lo sciopero ad oltranza dei camionisti, che faceva mancare beni essenziali. Così nei quartieri borghesi si manifestava con le pentole vuote, mentre le squadracce fasciste di Patria e Libertà compivano attentati ed assassini.
Per rispondere alla continua aggressione al suo governo ed al potere popolare, Allende aveva indetto per settembre un referendum, che tutti i sondaggi davano a suo favore. Ma prima che esso venisse effettuato partì il golpe, da parte di generali che avevano assicurato piena fedeltà al presidente legittimo.
Aveva avuto ragione Fidel Castro.
Sopra il mare di sangue di oltre trentamila militanti della sinistra assassinati, il Cile divenne il teatro e la cavia del primo esperimento di politica liberista del dopoguerra. I Chicago Boys di Milton Friedman furono i consulenti economici del tiranno Pinochet e con lui procedettero alla completa privatizzazione delle imprese e dei servizi, del sistema pensionistico e sanitario, dell’istruzione, smantellando ogni diritto sociale e del lavoro. Ancora oggi il Cile è uno dei paesi più socialmente ingiusti dell’America Latina.
L’eredità infame del golpe in Cile è stata l’affermarsi ovunque delle politiche liberiste, che rinunciavano al fascismo con cui erano intimamente legate solo quando se lo potevano permettere.
Oggi ricordiamo Allende pensando anche al Venezuela, dove le stesse forze e gli stessi interessi hanno inscenato lo stesso tentativo di golpe. Ma Chavez aveva proceduto ad un’opera sistematica di smantellamento delle vecchie caste politiche e militari e dei loro poteri. Così un Pinochet ed un esercito disposti ad abbattere il legittimo governo di Maduro, USA e multinazionali non li hanno trovati. E oggi Trump licenzia per inefficienza Bolton, che guidava i fallimentari golpisti in Venezuela.
Ricordiamo il coraggio, la integerrima fede nel socialismo, il martirio di Salvador Allende, ed anche la lezione del fucile-mitragliatore che gli regalò Fidel Castro.
Fonte
11/09/2019
11 settembre 1973 - Il golpe USA in Cile
Quarantasei anni fa, l’11 settembre 1973, in Cile il golpe fascista sostenuto dall’amministrazione USA, dal segretario di stato Henry Kissinger pose fine al Governo di sinistra, democraticamente eletto, massacrando e imprigionando migliaia di cittadine e di cittadini democratici e instaurando una feroce dittatura militare capace di mettere in pratica lo sfruttamento più intensivo delle persone e delle risorse del territorio.
Un regime dittatoriale sorto in nome dell’indiscriminata libertà del profitto e della sopraffazione.
Il governo di Unidad Popular guidato dal socialista Salvador Allende era sorto il 4 settembre 1970 quando Salvador Allende era stato eletto Presidente.
Il 24 ottobre 1970 il Congresso nazionale cileno aveva ratificatola sua elezione: Salvador Allende poté così incominciare a mettere in pratica il programma rivoluzionario della Unidad Popular, la cosiddetta Vía chilena al socialismo.
Un’esperienza politica non priva di contraddizioni ma assai avanzata nel connubio tra democrazia e socialismo.
Unidad Popular avrebbe potuto cambiare il corso della storia del Cile, avere ripercussioni internazionali, essere d’esempio per diversi altri Paesi del mondo.
La vicenda cilena, che pure diede origine a un ampio dibattito nel movimento operaio internazionale, deve rimanere nella memoria collettiva come un esempio e un monito incancellabili, in particolare in questi tempi dove davvero la “damnatio memoriae” sembra coinvolgere tutto quanto è stato fatto, tra luci e ombre, vittorie e sconfitte, per il riscatto del proletariato di tutto il mondo.
Mai come in questo momento appare necessario il ricordo di quel tragico fatto: le sinistre sembrano essersi ritratte dalla lotta politica, nessuno osa più contrapporsi all’idea della “fine della storia”, alla possibilità della trasformazione radicale del marxiano “stato di cose presenti”.
L’11 settembre 1973, il giorno della “macelleria americana” resta intatto nella nostra mente e nel nostro cuore accanto ai grandi passaggi avvenuti nella storia dell’internazionalismo: dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’Ottobre, dalla guerra di Spagna alla vittoriosa resistenza al nazi-fascismo, dalle rivoluzioni cinese, cubana, vietnamita, alla liberazione dei popoli dell’Africa e dell’Asia dal giogo coloniale, alla fine dell’apartheid in Sud Africa.
Non possiamo cancellare tutto questo anche considerando che va riconosciuto il fallimento dei tentativi d’inveramento statuale realizzati dai fraintendimenti marxisti attraverso il ‘900.
L’11 settembre 1973, il giorno della caduta della speranza cilena avvenuta a mano armata con l’assassinio del “Compagno Presidente” ricorda il momento di una sconfitta.
Per noi che continuiamo a credere nell’ideale, è uno dei giorni di quell’“Assalto al Cielo” verso il quale dobbiamo continuare a tendere con la nostra volontà, il nostro impegno, il nostro coraggio.
Finché i popoli continueranno a lottare, là ci sarà un’idea di riscatto sociale, di rivoluzione politica, di uguaglianza, di solidarietà, di riconoscimento della condizione di classe.
Un’idea, quella del riscatto sociale, che non deve essere mai smarrita.
Fonte
Un regime dittatoriale sorto in nome dell’indiscriminata libertà del profitto e della sopraffazione.
Il governo di Unidad Popular guidato dal socialista Salvador Allende era sorto il 4 settembre 1970 quando Salvador Allende era stato eletto Presidente.
Il 24 ottobre 1970 il Congresso nazionale cileno aveva ratificatola sua elezione: Salvador Allende poté così incominciare a mettere in pratica il programma rivoluzionario della Unidad Popular, la cosiddetta Vía chilena al socialismo.
Un’esperienza politica non priva di contraddizioni ma assai avanzata nel connubio tra democrazia e socialismo.
Unidad Popular avrebbe potuto cambiare il corso della storia del Cile, avere ripercussioni internazionali, essere d’esempio per diversi altri Paesi del mondo.
La vicenda cilena, che pure diede origine a un ampio dibattito nel movimento operaio internazionale, deve rimanere nella memoria collettiva come un esempio e un monito incancellabili, in particolare in questi tempi dove davvero la “damnatio memoriae” sembra coinvolgere tutto quanto è stato fatto, tra luci e ombre, vittorie e sconfitte, per il riscatto del proletariato di tutto il mondo.
Mai come in questo momento appare necessario il ricordo di quel tragico fatto: le sinistre sembrano essersi ritratte dalla lotta politica, nessuno osa più contrapporsi all’idea della “fine della storia”, alla possibilità della trasformazione radicale del marxiano “stato di cose presenti”.
L’11 settembre 1973, il giorno della “macelleria americana” resta intatto nella nostra mente e nel nostro cuore accanto ai grandi passaggi avvenuti nella storia dell’internazionalismo: dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’Ottobre, dalla guerra di Spagna alla vittoriosa resistenza al nazi-fascismo, dalle rivoluzioni cinese, cubana, vietnamita, alla liberazione dei popoli dell’Africa e dell’Asia dal giogo coloniale, alla fine dell’apartheid in Sud Africa.
Non possiamo cancellare tutto questo anche considerando che va riconosciuto il fallimento dei tentativi d’inveramento statuale realizzati dai fraintendimenti marxisti attraverso il ‘900.
L’11 settembre 1973, il giorno della caduta della speranza cilena avvenuta a mano armata con l’assassinio del “Compagno Presidente” ricorda il momento di una sconfitta.
Per noi che continuiamo a credere nell’ideale, è uno dei giorni di quell’“Assalto al Cielo” verso il quale dobbiamo continuare a tendere con la nostra volontà, il nostro impegno, il nostro coraggio.
Finché i popoli continueranno a lottare, là ci sarà un’idea di riscatto sociale, di rivoluzione politica, di uguaglianza, di solidarietà, di riconoscimento della condizione di classe.
Un’idea, quella del riscatto sociale, che non deve essere mai smarrita.
Fonte
09/12/2018
Santiago, Italia
Anzitutto, il nuovo film di Moretti, Santiago, Italia, non si può considerare veramente un documentario, come invece viene catalogato nei diversi siti internet di programmazione cinematografica. Non lo è perché non ha l’intenzione di documentare oggettivamente alcunché, aggiungendosi alla quantità di libri e film che hanno trattato del golpe dell’11 settembre 1973. Santiago, Italia è piuttosto un film di memoria, realizzato montando una serie di interviste a militanti che vissero i giorni del golpe cileno e il periodo successivo della dittatura e dell’esilio. Interviste che in gran parte sono dei frammenti autobiografici che hanno la forza e suscitano l’emozione caratteristica della storia orale.
Frammenti di vita che vengono inquadrati nella storia delle giornate del golpe e della dittatura attraverso il confronto con immagini di filmati dell’epoca: i discorsi di Allende, compreso il suo ultimo, dalla Moneda in fiamme, il bombardamento del palazzo presidenziale, la repressione degli oppositori.
Tuttavia, ciò che resta più impresso nello spettatore sono i racconti dei protagonisti del film, che narrano come ciò che considerano il momento più bello e gioioso della storia del Cile, i giorni in cui la “speranza era oggi, non domani” si mutarono improvvisamente nell’inferno del fascismo.
La grande maggioranza delle voci presenti nel film è di militanti politici della sinistra cilena, ma Moretti ha voluto intervistare anche due militari che ebbero parte nel golpe e nel regime di Pinochet, uno dei quali si duole di essere stato condannato per omicidio e sequestro di persona. Dare la parola ai carnefici, potrebbe essere una scelta rischiosa ma nel contesto del film non è affatto così. Infatti, intervistare quei due personaggi quando ormai la storia ha espresso un giudizio sul golpe cileno e il regime di Pinochet, mette ancor più in luce l’inconsistenza umana e politica dei due militari, il secondo dei quali a un certo punto si scompone lamentando di essere stato invitato a un’intervista che credeva “imparziale” ma che così non gli sembra. E’ il solo momento, a parte una breve sequenza iniziale, in cui Moretti appare in immagine, di fronte all’ex militare per dire la sola frase “Io non sono imparziale”. Peraltro, non deve stupire che tali personaggi non mostrino alcun pentimento, in Italia siamo ben abituati ai reduci di Salò che rivendicavano la loro scelta di collaborare con i nazisti.
Buona parte degli ottanta minuti del film è costituita dalla ricostruzione della vicenda che vide l’ambasciata italiana a Santiago rifugio di centinaia di militanti e oppositori del regime che, per salvarsi, saltavano il muro del giardino della sede diplomatica. Quel “salto” significava salvarsi, essere protetti, potere avere un futuro anche se in un paese straniero. Diverse ambasciate furono il luogo della salvezza per molti cileni, ma la sede diplomatica italiana fu quella che più a lungo restò aperta ai profughi e si dimostrò più accogliente, tanto che si conta che varie centinaia di persone ebbero salva la vita “saltando” il muro del suo giardino.1 Non mancarono anche, in quei momenti, le paure di assalti alla rappresentanza italiana di squadroni paramilitari, né le intimidazioni e le provocazioni, la più cinica delle quali fu attuata gettando nel giardino dell’ambasciata il corpo di Lumi Videla, militante del MIR, uccisa dai militari, ma che nella versione ufficiale della giunta golpista sarebbe morta durante un’”orgia”, barbaro stratagemma per mettere in difficoltà i diplomatici italiani. Diplomatici che avevano oltretutto uno statuto piuttosto precario, dato che il governo italiano non aveva riconosciuto la giunta militare e quindi non godevano di accredito ufficiale.
E’ stato chiesto a Moretti perché abbia girato Santiago, Italia proprio in questo momento. La domanda non mi sembra particolarmente interessante, poiché il lavoro di Moretti è un bel film di memoria che sarebbe valsa la pena di girare in ogni momento del passato e del futuro, soprattutto a vantaggio delle generazioni più giovani.
In un’intervista televisiva Moretti ha però affermato di avere colto il motivo per cui ha girato questo film proprio oggi a posteriori, quando, a riprese ultimate, Salvini è diventato ministro degli Interni.
Al di là della battuta polemica, è chiaro che il film è nato anche per entrare nella questione dell’accoglienza dei rifugiati, della solidarietà internazionale e dell’umanitarismo. Un film è tale anche per il suo montaggio e non è certo casuale che l’intervista conclusiva sia a un rifugiato cileno che, rimasto in Italia, ne confronta la realtà del 1973 con quella odierna. Un’Italia in cui, nel 1973 erano presenti, dice l’intervistato, solidarietà e democrazia, valori oggi dissolti nell’individualismo.
Su questo tema vale la pensa di spendere qualche parola. Non credo si possa affermare che il governo italiano del settembre 1973, guidato da Mariano Rumor, già premier ai tempi della strage di Piazza Fontana e legato a doppio filo agli USA, ideatori del golpe cileno, fosse di per sé più “democratico” e “umanitario” di quello di oggi. Ciò che era diverso era il contesto politico generale, la situazione del conflitto di classe. L’Italia del 1973 era un paese dove esisteva un forte conflitto di classe, che si manifestava nelle lotte operaie e studentesche che avevano anche una decisa caratterizzazione internazionalista, basti pensare a quante iniziative si tenevano ogni settimana contro l’aggressione americana al Vietnam o in favore del popolo palestinese.
In quel contesto, l’esperienza di Unidad Popular fu vissuta come propria non solo dalla cerchia dei militanti, ma più in generale a livello di massa. Parafrasando quanto viene detto da una militante cilena, nel film, anche l’Italia, o una sua buona parte, era “innamorata” di Allende. Fu quindi normale, logico, che dopo il golpe gli esuli cileni fossero accolti calorosamente in Italia, da alcuni per ragioni semplicemente umanitarie, ma da molti altri per un senso di internazionalismo di classe. La forza del movimento popolare era, allora, un contrappeso al governo democristiano2, che ne dovette tenere conto.
Oggi le cose non stanno come nel 1973 e se l’Italia è meno accogliente di quella di quarantacinque anni fa, è per le diverse condizioni del conflitto di classe, per la sconfitta dei movimenti popolari e per la conseguente cancellazione della cultura della sinistra nel comune sentire popolare. Quanto abbia contribuito a questa situazione la politica della sinistra stessa, non lo si può chiedere a Moretti, che aspettando da decenni che si dica “qualcosa di sinistra” continua a dichiararsi fedele elettore del PD. Ognuno ha le proprie ossessioni, comunque Santiago, Italia, è un bel film che non è, e non potrebbe, proporre analisi politiche della storia italiana.
Concludo con una citazione dal film. Uno dei diplomatici che furono protagonisti della vicenda del 1973, ricorda che il muro che circondava l’ambasciata era alto solo un paio di metri, fatto che ne rendeva facile lo scavalcamento. Oggi il muro dell’ambasciata è stato alzato, è molto più alto. Sarebbe assai difficile superarlo. Un caso?
Note:
1 La storia di quei mesi all’ambasciata italiana di Santiago è stata raccontata in un libro da uno dei diplomatici che ne furono protagonisti. Emilio Barbarani: Chi ha ucciso Lumi Videla?, Milano, Mursia, 2012
2 E’ bene ricordare che la Democrazia Cristiana cilena esercitò un’opposizione ai limiti della democrazie al governo di Unidad Popular , tanto che si può sostenere una sua indiretta responsabilità nel golpe.
Fonte
Frammenti di vita che vengono inquadrati nella storia delle giornate del golpe e della dittatura attraverso il confronto con immagini di filmati dell’epoca: i discorsi di Allende, compreso il suo ultimo, dalla Moneda in fiamme, il bombardamento del palazzo presidenziale, la repressione degli oppositori.
Tuttavia, ciò che resta più impresso nello spettatore sono i racconti dei protagonisti del film, che narrano come ciò che considerano il momento più bello e gioioso della storia del Cile, i giorni in cui la “speranza era oggi, non domani” si mutarono improvvisamente nell’inferno del fascismo.
La grande maggioranza delle voci presenti nel film è di militanti politici della sinistra cilena, ma Moretti ha voluto intervistare anche due militari che ebbero parte nel golpe e nel regime di Pinochet, uno dei quali si duole di essere stato condannato per omicidio e sequestro di persona. Dare la parola ai carnefici, potrebbe essere una scelta rischiosa ma nel contesto del film non è affatto così. Infatti, intervistare quei due personaggi quando ormai la storia ha espresso un giudizio sul golpe cileno e il regime di Pinochet, mette ancor più in luce l’inconsistenza umana e politica dei due militari, il secondo dei quali a un certo punto si scompone lamentando di essere stato invitato a un’intervista che credeva “imparziale” ma che così non gli sembra. E’ il solo momento, a parte una breve sequenza iniziale, in cui Moretti appare in immagine, di fronte all’ex militare per dire la sola frase “Io non sono imparziale”. Peraltro, non deve stupire che tali personaggi non mostrino alcun pentimento, in Italia siamo ben abituati ai reduci di Salò che rivendicavano la loro scelta di collaborare con i nazisti.
Buona parte degli ottanta minuti del film è costituita dalla ricostruzione della vicenda che vide l’ambasciata italiana a Santiago rifugio di centinaia di militanti e oppositori del regime che, per salvarsi, saltavano il muro del giardino della sede diplomatica. Quel “salto” significava salvarsi, essere protetti, potere avere un futuro anche se in un paese straniero. Diverse ambasciate furono il luogo della salvezza per molti cileni, ma la sede diplomatica italiana fu quella che più a lungo restò aperta ai profughi e si dimostrò più accogliente, tanto che si conta che varie centinaia di persone ebbero salva la vita “saltando” il muro del suo giardino.1 Non mancarono anche, in quei momenti, le paure di assalti alla rappresentanza italiana di squadroni paramilitari, né le intimidazioni e le provocazioni, la più cinica delle quali fu attuata gettando nel giardino dell’ambasciata il corpo di Lumi Videla, militante del MIR, uccisa dai militari, ma che nella versione ufficiale della giunta golpista sarebbe morta durante un’”orgia”, barbaro stratagemma per mettere in difficoltà i diplomatici italiani. Diplomatici che avevano oltretutto uno statuto piuttosto precario, dato che il governo italiano non aveva riconosciuto la giunta militare e quindi non godevano di accredito ufficiale.
E’ stato chiesto a Moretti perché abbia girato Santiago, Italia proprio in questo momento. La domanda non mi sembra particolarmente interessante, poiché il lavoro di Moretti è un bel film di memoria che sarebbe valsa la pena di girare in ogni momento del passato e del futuro, soprattutto a vantaggio delle generazioni più giovani.
In un’intervista televisiva Moretti ha però affermato di avere colto il motivo per cui ha girato questo film proprio oggi a posteriori, quando, a riprese ultimate, Salvini è diventato ministro degli Interni.
Al di là della battuta polemica, è chiaro che il film è nato anche per entrare nella questione dell’accoglienza dei rifugiati, della solidarietà internazionale e dell’umanitarismo. Un film è tale anche per il suo montaggio e non è certo casuale che l’intervista conclusiva sia a un rifugiato cileno che, rimasto in Italia, ne confronta la realtà del 1973 con quella odierna. Un’Italia in cui, nel 1973 erano presenti, dice l’intervistato, solidarietà e democrazia, valori oggi dissolti nell’individualismo.
Su questo tema vale la pensa di spendere qualche parola. Non credo si possa affermare che il governo italiano del settembre 1973, guidato da Mariano Rumor, già premier ai tempi della strage di Piazza Fontana e legato a doppio filo agli USA, ideatori del golpe cileno, fosse di per sé più “democratico” e “umanitario” di quello di oggi. Ciò che era diverso era il contesto politico generale, la situazione del conflitto di classe. L’Italia del 1973 era un paese dove esisteva un forte conflitto di classe, che si manifestava nelle lotte operaie e studentesche che avevano anche una decisa caratterizzazione internazionalista, basti pensare a quante iniziative si tenevano ogni settimana contro l’aggressione americana al Vietnam o in favore del popolo palestinese.
In quel contesto, l’esperienza di Unidad Popular fu vissuta come propria non solo dalla cerchia dei militanti, ma più in generale a livello di massa. Parafrasando quanto viene detto da una militante cilena, nel film, anche l’Italia, o una sua buona parte, era “innamorata” di Allende. Fu quindi normale, logico, che dopo il golpe gli esuli cileni fossero accolti calorosamente in Italia, da alcuni per ragioni semplicemente umanitarie, ma da molti altri per un senso di internazionalismo di classe. La forza del movimento popolare era, allora, un contrappeso al governo democristiano2, che ne dovette tenere conto.
Oggi le cose non stanno come nel 1973 e se l’Italia è meno accogliente di quella di quarantacinque anni fa, è per le diverse condizioni del conflitto di classe, per la sconfitta dei movimenti popolari e per la conseguente cancellazione della cultura della sinistra nel comune sentire popolare. Quanto abbia contribuito a questa situazione la politica della sinistra stessa, non lo si può chiedere a Moretti, che aspettando da decenni che si dica “qualcosa di sinistra” continua a dichiararsi fedele elettore del PD. Ognuno ha le proprie ossessioni, comunque Santiago, Italia, è un bel film che non è, e non potrebbe, proporre analisi politiche della storia italiana.
Concludo con una citazione dal film. Uno dei diplomatici che furono protagonisti della vicenda del 1973, ricorda che il muro che circondava l’ambasciata era alto solo un paio di metri, fatto che ne rendeva facile lo scavalcamento. Oggi il muro dell’ambasciata è stato alzato, è molto più alto. Sarebbe assai difficile superarlo. Un caso?
Note:
1 La storia di quei mesi all’ambasciata italiana di Santiago è stata raccontata in un libro da uno dei diplomatici che ne furono protagonisti. Emilio Barbarani: Chi ha ucciso Lumi Videla?, Milano, Mursia, 2012
2 E’ bene ricordare che la Democrazia Cristiana cilena esercitò un’opposizione ai limiti della democrazie al governo di Unidad Popular , tanto che si può sostenere una sua indiretta responsabilità nel golpe.
Fonte
11/09/2018
Salvador Allende: un ricordo e un insegnamento
L’11 settembre del 1973 veniva realizzato il colpo di stato contro il governo di unità popolare in Cile. Il presidente Allende e migliaia di cileni furono uccisi, migliaia detenuti, centinaia desaparidos. Un articolo di Atilio Boron ricorda quell’avvenimento.
Giorni fa, il 4 Settembre, per essere più precisi, sono trascorsi 48 anni dal trionfo di Salvador Allende nelle elezioni presidenziali del Cile del 1970. Con il passare degli anni si comprova, con dolore, che la sua figura non ha raccolto la valorizzazione che merita persino in alcuni settori della sinistra, dentro e fuori dal Cile. Invece di onorare la figura del presidente-martire e la sua opera molti si sono piegati irreversibilmente alle critiche che il consenso neoliberista dominante ha formulato contro la sua gestione, senza offrire un’analisi alternativa che tenesse in conto le difficilissime, estremamente avverse condizioni che hanno circondato il suo accesso a La Moneda e tutto il suo lavoro di governo. L’avvento della “democrazia a bassa intensità” nel Cile post-Pinochet – prodotto di una sopravvalutata transizione i cui limiti economici, sociali e politici sono oggi evidenti – ha corretto solo in parte la sottovalutazione che avevano subito la figura di Allende e il governo de ll’Unidad Popular. Ciò nonostante, dopo quasi trent’anni di una deludente transizione che ha accentuato le diseguaglianze della società cilena e la sua dipendenza esterna, le cose cominciano a cambiare e, fortunatamente, si notano numerosi tentativi di rivalorizzare la sua fertile eredità.
Si tratta di un atto di stretta giustizia perché, come abbiamo detto in più di un’occasione, Allende è stato il precursore del “ciclo di sinistra” che ha smosso l’America Latina (e il sistema interamericano) dalle fondamenta a partire dalla fine del secolo scorso. Le esperienze vissute in Venezuela con Hugo Chávez, in Ecuador con Rafael Correa, in Bolivia con Evo Morales dove sono state recuperate le risorse naturali hanno nel governo di Allende un luminoso precedente con la nazionalizzazione delle grandi miniere di rame in mano agli oligopoli nordamericani, la nazionalizzazione della banca, l’esproprio dei principali conglomerati industriali e la riforma agraria. Tenendo conto delle condizioni di quel tempo, inizio anni '70, quello che ha fatto il governo dell’UP è stata una vera grande impresa in un paese circondato da dittature di destra e attaccato con furia dagli Stati Uniti.
Di stretta giustizia, dicevamo, perché Allende è stato un uomo straordinario di Nuestra America. Un socialista senza rinunce, un anti imperialista senza concessioni, un latino-americanista esemplare. Quando Cuba soffriva di un isolamento quasi completo e il Che iniziava la sua ultima campagna in Bolivia, Allende ha assunto nientepopodimeno che la presidenza dell’Organizzazione Latinoamericana di Solidarietà (OLAS) per appoggiare l’isola ribelle e il Comandante Eroico. Era allora Senatore per il suo partito, e già allora furono molte le voci che si levarono per rimproverargli il suo incondizionato appoggio all’isola caraibica e all’insorgenza che fioriva non solo in Bolivia per mano del Che ma anche in quasi tutta l’America Latina. Io vivevo in Cile in quegli anni e sono stato testimone della campagna di diffamazioni, aggressioni, insulti e derisione che si è scaricata contro di lui. Il giornale El Mercurio, una delle espressioni più indegne del giornalismo latinoamericano – in realtà, non è giornalismo ma propaganda e nient’altro – lo attaccava tutti i giorni sulle sue pagine politiche e sui suoi editoriali, invariabilmente accompagnati da una caricatura che riproduceva il leader socialista nella carta del re di picche che nella metà superiore impugnava un mitra e in quella inferiore la campana simbolo del Senato. Il messaggio era chiarissimo: Allende non era altro che un guerrigliero castrista che si era travestito da agnello democratico e che dalla sua posizione nel Senato ingannava cilene e cileni.
Questa era pure la diagnosi della CIA, che capì presto il pericolo che la sua figura rappresentava per gli interessi degli Stati Uniti. Già nella campagna presidenziale del 1964 l’agenzia aveva mobilitato grandi risorse per impedire il possibile trionfo della coalizione di sinistra che lo presentava per la carica. Documenti recentemente declassificati dimostrano che furono destinati a tali fini 2,6 milioni di dollari per finanziare la campagna di Eduardo Frei, paladino della Democrazia Cristiana e la sfortunata “Revolución en Libertad” che si proponeva come l’alternativa alla Rivoluzione Cubana. E altri 3 milioni per finanziare una campagna di terrore in cui la figura del dirigente socialista era presentata come quella di un mostro che avrebbe mandato i bambini cileni a studiare a Cuba, nell’URSS e accuse di questo genere. In totale, circa 45 milioni di dollari se li contiamo in valore attuale[1]
Da quanto sopra detto, emergono con chiarezza cristallina le ragioni per cui Washington si oppose dalla stessa notte del 4 Settembre 1970 alla possibilità che Allende assumesse la presidenza della repubblica. Aveva trionfato nell’elezione popolare, ma poiché non aveva raggiunto la maggioranza assoluta, aveva bisogno della ratifica, come presidente, del voto del Congresso Plenario. La sua vittoria era un risultato inaccettabile in piena contro offensiva imperiale, e il denaro investito per impedire l’avvento di Allende a La Moneda è stato molto di più di quello canalizzato per l’elezione precedente, anche se ancora non è unanime il consenso circa la cifra esatta. Gli Stati Uniti si avviavano a una sconfitta senza appello in Vietnam e avevano saturato il continente con dittature militari. Quello di Allende era un grido di guerra contro l’impero e per Washington questo era totalmente inammissibile. Bisognava farla finita con lui in qualsiasi modo.
Secondo la documentazione della CIA, il 15 Settembre del 1970, pochi giorni dopo le elezioni, il Presidente Richard Nixon convocò nel suo studio Henry Kissinger, Consigliere della Sicurezza Nazionale; Richard Helms, Direttore della CIA e William Colby, suo Direttore Aggiunto, e il Procuratore Generale John Mitchell per elaborare la politica a seguire in relazione alle cattive notizie che venivano dal Cile. Nei suoi appunti Colby scrisse che “Nixon era furioso” perché era convinto che una presidenza di Allende avrebbe potenziato la disseminazione della rivoluzione comunista divulgata da Fidel Castro non solo in Cile ma anche nel resto dell’America Latina.[2] In quella riunione propose d’impedire che Allende fosse ratificato dal Congresso e che inaugurasse la sua presidenza. Il messaggio recepito da Helms, a sua volta, esprimeva con chiarezza il viscerale miscuglio di odio e rabbia che il trionfo di Allende provocava in un personaggio come Nixon. Secondo Helms, le sue istruzioni furono le seguenti: “forse c’è una sola possibilità su 10, ma salvate il Cile”; “la spesa vale comunque la pena”; “non mettere in mezzo l’ambasciata”; “non preoccuparsi per i rischi implicati nell’operazione”; “destinare 10 milioni di dollari per cominciare, e anche di più se è necessario fare un lavoro a tempo pieno.”; “Mandiamo i migliori uomini che abbiamo.”; “Per prima cosa, fate in modo che l’economia gridi. Né un bullone né una vite per il Cile;” “In 48 ore voglio un piano d’azione.” [3] E questo è stato ciò che è accaduto, dall’assassinio del generale costituzionalista René Schneider al reclutamento di gruppi paramilitari la cui azioni terroriste erano attribuite a spettrali brigate di sinistra, che la stampa canaglia dell’epoca, con El Mercurio in testa, propagava con fervore per alimentare la credenza che il trionfo dell’Unidad Popular era sinonimo di caos, distruzione e morte in Cile. Però l’intervento degli Stati Uniti contemplava anche pressioni diplomatiche, la penuria programmata di articoli di prima necessità per fomentare il malumore della popolazione, l’organizzazione delle classi medie per lottare contro il governo (caso della corporazione dei camionisti, tra i più importanti) e la canalizzazione di enormi risorse per finanziare i rivoltosi e attrarre i ranghi militari alla causa del golpe.
Se guardiamo il panorama attuale dell’America Latina e dei Caraibi vediamo che poco o nulla è cambiato. Per questo è necessario tornare a studiare minuziosamente quanto accaduto nel Cile di Allende. Il comportamento dell’imperialismo nei paesi di Nuestra America, e specialmente l’avanguardia formata dai paesi dell’ALBA-TCP, non differisce oggi dalle stesse linee guida che la CIA e le altre agenzie del governo statunitense hanno applicato con brutalità selvaggia nel Cile di Allende. Sarebbe ingenuo pensare che oggi, nella stanza Ovale della Casa Bianca, Donald Trump convochi i suoi consiglieri per elaborare strategie politiche distinte da quelle utilizzate per far cadere dal governo e causare la morte di Allende. Il manuale delle operazioni della CIA e altre agenzie d’intelligence del governo degli Stati Uniti per far fronte alle resistenze che si sollevano contro l’imperialismo e per far crollare governi dignitosi, che non s’inginocchiano al comando della Casa Bianca, non è cambiato molto negli ultimi cinquant’anni. Questa è la verità che stiamo vedendo nei casi del Venezuela e del Nicaragua. Informazioni affidabili dimostrano lo stretto vincolo tra i leader dell’opposizione in quei paesi e i più sordidi rappresentanti della destra neofascista negli Stati Uniti. La questione dell’opposizione venezuelana è già fin troppo conosciuta. Ma dati molto recenti dimostrano anche l’intimo legame esistente tra gli oppositori radicalizzati di Daniel Ortega e gli organismi dell’intelligence e fonti finanziarie della destra a Washington.[4] Che coloro che si oppongono al sandinismo non abbiano alcun imbarazzo nel fotografarsi con personaggi impresentabili dal punto di vista della democrazia come Ted Cruz, Marco Rubio e Ileana Ros-Lehtinen, personaggi della mafia anticastrista di Miami, getta un insulto insanabile sui sedicenti democratici nicaraguensi. Se realmente volessero la democrazia nel loro paese, come vanno strillando in giro, non avrebbero mai fatto ricorso all'appoggio di quei terroristi protetti dal Congresso e dai successivi governi degli Stati Uniti.
Come diceva il canto di Violeta Parra, “il leone è sanguinario in ogni generazione.” L’impero non cambia. Nel suo inesorabile processo di decadenza e decomposizione diventerà sempre più violento e criminale. Oggi, a quasi mezzo secolo dalla grande giornata che ebbe il Cile per mano di Salvador Allende non dimentichiamo le lezioni che ci lascia il suo passaggio per il governo e non abbassiamo la guardia – neanche per un secondo! – di fronte a tanto perverso e incorreggibile nemico, quali che siano i suoi gesti, retoriche o personaggi che lo rappresentino. E teniamo conto che quelli che si rivolgono alla Roma americana per cercare appoggio diplomatico, copertura mediatica, denaro e armi per far cadere i propri governi non potranno mai far nascere qualcosa di buono nei loro paesi.
Fonte: Atilio Borón
Note:
[1] Vedi, per maggiori dettagli, i seguenti documenti: (a) «Chile 1964: CIA Covert Support in Frei Election Detailed». The National Security Archive, https://nsarchive2.gwu.edu/news/20040925/index.htm; (b) «Foreign Relations of the United States, 1964-1968, Document 269». U.S. Department of State: Office of the Historian. United States Department of State; (c) «Foreign Relations of the United States, 1964-1968, Document 254». Office of the Historian, Bureau of Public Affairs, United States Department of State, 5 de mayo de 1964.
[2] Vedi (https://www.cia.gov/library/center-for-the-study-of-intelligence/csi-publications/csi-studies/studies/vol47no3/article03.html)
[3] Un’informazione molto dettagliata su questi progetti del governo nordamericano per destabilizzare e far cadere governi avversari, non solo il caso del Cile, si trovano in US Congress, Senate, Alleged Assassination Plots Involving Foreign Leaders, Interim Report of the Select Committee to Study Government Operations with Respect to Intelligence Activities, 94th Congress, 2nd Session, (Washington, DC: US Government Printing Office, 20 November 1975). I riferimenti a quanto detto da Nixon si trovano alla pagina 227 di questo volume.
[4] Vedi l’ampia e demolitrice informazione che riporta questo link: http://kontrainfo.com/demuestran-que-la-cia-esta-detras-del-intento-de-golpe-en-nicaragua-usando-a-grupos-de-ultraizquierda/
Fonte
Giorni fa, il 4 Settembre, per essere più precisi, sono trascorsi 48 anni dal trionfo di Salvador Allende nelle elezioni presidenziali del Cile del 1970. Con il passare degli anni si comprova, con dolore, che la sua figura non ha raccolto la valorizzazione che merita persino in alcuni settori della sinistra, dentro e fuori dal Cile. Invece di onorare la figura del presidente-martire e la sua opera molti si sono piegati irreversibilmente alle critiche che il consenso neoliberista dominante ha formulato contro la sua gestione, senza offrire un’analisi alternativa che tenesse in conto le difficilissime, estremamente avverse condizioni che hanno circondato il suo accesso a La Moneda e tutto il suo lavoro di governo. L’avvento della “democrazia a bassa intensità” nel Cile post-Pinochet – prodotto di una sopravvalutata transizione i cui limiti economici, sociali e politici sono oggi evidenti – ha corretto solo in parte la sottovalutazione che avevano subito la figura di Allende e il governo de ll’Unidad Popular. Ciò nonostante, dopo quasi trent’anni di una deludente transizione che ha accentuato le diseguaglianze della società cilena e la sua dipendenza esterna, le cose cominciano a cambiare e, fortunatamente, si notano numerosi tentativi di rivalorizzare la sua fertile eredità.
Si tratta di un atto di stretta giustizia perché, come abbiamo detto in più di un’occasione, Allende è stato il precursore del “ciclo di sinistra” che ha smosso l’America Latina (e il sistema interamericano) dalle fondamenta a partire dalla fine del secolo scorso. Le esperienze vissute in Venezuela con Hugo Chávez, in Ecuador con Rafael Correa, in Bolivia con Evo Morales dove sono state recuperate le risorse naturali hanno nel governo di Allende un luminoso precedente con la nazionalizzazione delle grandi miniere di rame in mano agli oligopoli nordamericani, la nazionalizzazione della banca, l’esproprio dei principali conglomerati industriali e la riforma agraria. Tenendo conto delle condizioni di quel tempo, inizio anni '70, quello che ha fatto il governo dell’UP è stata una vera grande impresa in un paese circondato da dittature di destra e attaccato con furia dagli Stati Uniti.
Di stretta giustizia, dicevamo, perché Allende è stato un uomo straordinario di Nuestra America. Un socialista senza rinunce, un anti imperialista senza concessioni, un latino-americanista esemplare. Quando Cuba soffriva di un isolamento quasi completo e il Che iniziava la sua ultima campagna in Bolivia, Allende ha assunto nientepopodimeno che la presidenza dell’Organizzazione Latinoamericana di Solidarietà (OLAS) per appoggiare l’isola ribelle e il Comandante Eroico. Era allora Senatore per il suo partito, e già allora furono molte le voci che si levarono per rimproverargli il suo incondizionato appoggio all’isola caraibica e all’insorgenza che fioriva non solo in Bolivia per mano del Che ma anche in quasi tutta l’America Latina. Io vivevo in Cile in quegli anni e sono stato testimone della campagna di diffamazioni, aggressioni, insulti e derisione che si è scaricata contro di lui. Il giornale El Mercurio, una delle espressioni più indegne del giornalismo latinoamericano – in realtà, non è giornalismo ma propaganda e nient’altro – lo attaccava tutti i giorni sulle sue pagine politiche e sui suoi editoriali, invariabilmente accompagnati da una caricatura che riproduceva il leader socialista nella carta del re di picche che nella metà superiore impugnava un mitra e in quella inferiore la campana simbolo del Senato. Il messaggio era chiarissimo: Allende non era altro che un guerrigliero castrista che si era travestito da agnello democratico e che dalla sua posizione nel Senato ingannava cilene e cileni.
Questa era pure la diagnosi della CIA, che capì presto il pericolo che la sua figura rappresentava per gli interessi degli Stati Uniti. Già nella campagna presidenziale del 1964 l’agenzia aveva mobilitato grandi risorse per impedire il possibile trionfo della coalizione di sinistra che lo presentava per la carica. Documenti recentemente declassificati dimostrano che furono destinati a tali fini 2,6 milioni di dollari per finanziare la campagna di Eduardo Frei, paladino della Democrazia Cristiana e la sfortunata “Revolución en Libertad” che si proponeva come l’alternativa alla Rivoluzione Cubana. E altri 3 milioni per finanziare una campagna di terrore in cui la figura del dirigente socialista era presentata come quella di un mostro che avrebbe mandato i bambini cileni a studiare a Cuba, nell’URSS e accuse di questo genere. In totale, circa 45 milioni di dollari se li contiamo in valore attuale[1]
Da quanto sopra detto, emergono con chiarezza cristallina le ragioni per cui Washington si oppose dalla stessa notte del 4 Settembre 1970 alla possibilità che Allende assumesse la presidenza della repubblica. Aveva trionfato nell’elezione popolare, ma poiché non aveva raggiunto la maggioranza assoluta, aveva bisogno della ratifica, come presidente, del voto del Congresso Plenario. La sua vittoria era un risultato inaccettabile in piena contro offensiva imperiale, e il denaro investito per impedire l’avvento di Allende a La Moneda è stato molto di più di quello canalizzato per l’elezione precedente, anche se ancora non è unanime il consenso circa la cifra esatta. Gli Stati Uniti si avviavano a una sconfitta senza appello in Vietnam e avevano saturato il continente con dittature militari. Quello di Allende era un grido di guerra contro l’impero e per Washington questo era totalmente inammissibile. Bisognava farla finita con lui in qualsiasi modo.
Secondo la documentazione della CIA, il 15 Settembre del 1970, pochi giorni dopo le elezioni, il Presidente Richard Nixon convocò nel suo studio Henry Kissinger, Consigliere della Sicurezza Nazionale; Richard Helms, Direttore della CIA e William Colby, suo Direttore Aggiunto, e il Procuratore Generale John Mitchell per elaborare la politica a seguire in relazione alle cattive notizie che venivano dal Cile. Nei suoi appunti Colby scrisse che “Nixon era furioso” perché era convinto che una presidenza di Allende avrebbe potenziato la disseminazione della rivoluzione comunista divulgata da Fidel Castro non solo in Cile ma anche nel resto dell’America Latina.[2] In quella riunione propose d’impedire che Allende fosse ratificato dal Congresso e che inaugurasse la sua presidenza. Il messaggio recepito da Helms, a sua volta, esprimeva con chiarezza il viscerale miscuglio di odio e rabbia che il trionfo di Allende provocava in un personaggio come Nixon. Secondo Helms, le sue istruzioni furono le seguenti: “forse c’è una sola possibilità su 10, ma salvate il Cile”; “la spesa vale comunque la pena”; “non mettere in mezzo l’ambasciata”; “non preoccuparsi per i rischi implicati nell’operazione”; “destinare 10 milioni di dollari per cominciare, e anche di più se è necessario fare un lavoro a tempo pieno.”; “Mandiamo i migliori uomini che abbiamo.”; “Per prima cosa, fate in modo che l’economia gridi. Né un bullone né una vite per il Cile;” “In 48 ore voglio un piano d’azione.” [3] E questo è stato ciò che è accaduto, dall’assassinio del generale costituzionalista René Schneider al reclutamento di gruppi paramilitari la cui azioni terroriste erano attribuite a spettrali brigate di sinistra, che la stampa canaglia dell’epoca, con El Mercurio in testa, propagava con fervore per alimentare la credenza che il trionfo dell’Unidad Popular era sinonimo di caos, distruzione e morte in Cile. Però l’intervento degli Stati Uniti contemplava anche pressioni diplomatiche, la penuria programmata di articoli di prima necessità per fomentare il malumore della popolazione, l’organizzazione delle classi medie per lottare contro il governo (caso della corporazione dei camionisti, tra i più importanti) e la canalizzazione di enormi risorse per finanziare i rivoltosi e attrarre i ranghi militari alla causa del golpe.
Se guardiamo il panorama attuale dell’America Latina e dei Caraibi vediamo che poco o nulla è cambiato. Per questo è necessario tornare a studiare minuziosamente quanto accaduto nel Cile di Allende. Il comportamento dell’imperialismo nei paesi di Nuestra America, e specialmente l’avanguardia formata dai paesi dell’ALBA-TCP, non differisce oggi dalle stesse linee guida che la CIA e le altre agenzie del governo statunitense hanno applicato con brutalità selvaggia nel Cile di Allende. Sarebbe ingenuo pensare che oggi, nella stanza Ovale della Casa Bianca, Donald Trump convochi i suoi consiglieri per elaborare strategie politiche distinte da quelle utilizzate per far cadere dal governo e causare la morte di Allende. Il manuale delle operazioni della CIA e altre agenzie d’intelligence del governo degli Stati Uniti per far fronte alle resistenze che si sollevano contro l’imperialismo e per far crollare governi dignitosi, che non s’inginocchiano al comando della Casa Bianca, non è cambiato molto negli ultimi cinquant’anni. Questa è la verità che stiamo vedendo nei casi del Venezuela e del Nicaragua. Informazioni affidabili dimostrano lo stretto vincolo tra i leader dell’opposizione in quei paesi e i più sordidi rappresentanti della destra neofascista negli Stati Uniti. La questione dell’opposizione venezuelana è già fin troppo conosciuta. Ma dati molto recenti dimostrano anche l’intimo legame esistente tra gli oppositori radicalizzati di Daniel Ortega e gli organismi dell’intelligence e fonti finanziarie della destra a Washington.[4] Che coloro che si oppongono al sandinismo non abbiano alcun imbarazzo nel fotografarsi con personaggi impresentabili dal punto di vista della democrazia come Ted Cruz, Marco Rubio e Ileana Ros-Lehtinen, personaggi della mafia anticastrista di Miami, getta un insulto insanabile sui sedicenti democratici nicaraguensi. Se realmente volessero la democrazia nel loro paese, come vanno strillando in giro, non avrebbero mai fatto ricorso all'appoggio di quei terroristi protetti dal Congresso e dai successivi governi degli Stati Uniti.
Come diceva il canto di Violeta Parra, “il leone è sanguinario in ogni generazione.” L’impero non cambia. Nel suo inesorabile processo di decadenza e decomposizione diventerà sempre più violento e criminale. Oggi, a quasi mezzo secolo dalla grande giornata che ebbe il Cile per mano di Salvador Allende non dimentichiamo le lezioni che ci lascia il suo passaggio per il governo e non abbassiamo la guardia – neanche per un secondo! – di fronte a tanto perverso e incorreggibile nemico, quali che siano i suoi gesti, retoriche o personaggi che lo rappresentino. E teniamo conto che quelli che si rivolgono alla Roma americana per cercare appoggio diplomatico, copertura mediatica, denaro e armi per far cadere i propri governi non potranno mai far nascere qualcosa di buono nei loro paesi.
Fonte: Atilio Borón
Note:
[1] Vedi, per maggiori dettagli, i seguenti documenti: (a) «Chile 1964: CIA Covert Support in Frei Election Detailed». The National Security Archive, https://nsarchive2.gwu.edu/news/20040925/index.htm; (b) «Foreign Relations of the United States, 1964-1968, Document 269». U.S. Department of State: Office of the Historian. United States Department of State; (c) «Foreign Relations of the United States, 1964-1968, Document 254». Office of the Historian, Bureau of Public Affairs, United States Department of State, 5 de mayo de 1964.
[2] Vedi (https://www.cia.gov/library/center-for-the-study-of-intelligence/csi-publications/csi-studies/studies/vol47no3/article03.html)
[3] Un’informazione molto dettagliata su questi progetti del governo nordamericano per destabilizzare e far cadere governi avversari, non solo il caso del Cile, si trovano in US Congress, Senate, Alleged Assassination Plots Involving Foreign Leaders, Interim Report of the Select Committee to Study Government Operations with Respect to Intelligence Activities, 94th Congress, 2nd Session, (Washington, DC: US Government Printing Office, 20 November 1975). I riferimenti a quanto detto da Nixon si trovano alla pagina 227 di questo volume.
[4] Vedi l’ampia e demolitrice informazione che riporta questo link: http://kontrainfo.com/demuestran-que-la-cia-esta-detras-del-intento-de-golpe-en-nicaragua-usando-a-grupos-de-ultraizquierda/
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11/09/2017
11 settembre 1973: Golpe Militare in Cile
Quel giorno dell’11 settembre 1973 le Forze Armate del Cile guidate dalle più alte autorità, misero in atto un colpo di stato militare che è ormai ricordato come il momento in cui terminò il tentativo di mutare il corso della storia non soltanto cilena, fornendo un grande esempio di coniugazione tra democrazia e socialismo valido per tutto il mondo.
In quel giorno Salvador Allende, Presidente della Nazione, decise di immolarsi nel mezzo del bombardamento che aveva come obiettivo La Moneda.
Con questo atto, che lo stesso presidente Allende definì “sacrificio”, la figura del “Compagno Presidente” può essere considerata come martire caduto a difesa dell’idea universale del socialismo.
Con Allende morto, e dopo che i militari avevano occupato e immobilizzato il paese mettendolo in stato di assedio, venne dichiarata una giunta militare governativa composta da Augusto Pinochet, José Toribio Merino, Gustavo Leigh e Cesar Mendoza.
Il golpe militare messo in atto nel paese, fu presentato alla cittadinanza come un ordine temporaneo che avrebbe rapidamente lasciato il posto alla creazione di un governo legittimamente eletto.
Ciò naturalmente non avvenne e la dittatura militare durò per altri diciassette anni.
Durante questo periodo, il paese subì cambiamenti sociali epocali dal punto di vista culturale ed economico, instaurando una politica repressiva attuata dal governo che costò al Cile decine di migliaia di vite umane.
L’11 settembre 1973 la sanguinaria dittatura che fu imposta al Cile concluse un periodo durato 150 anni di storia repubblicana e si impose occupando tutte le istituzioni del paese con cariche nominate direttamente dal regime, tanto da cambiare profondamente le condizioni di vita di tutti i suoi abitanti.
Negli occhi di tutti i cileni rimarrà per sempre l’immagine della Moneda, il Palazzo presidenziale, in fiamme; lo stadio trasformato in lager per rinchiudere i prigionieri politici e i roghi con cui furono bruciati migliaia di libri definiti “pericolosi”.
Pinochet esercitò il potere con pugno di ferro fino al 1990 e introdusse un modello neoliberista ad oltranza che, secondo dati ufficiali, lasciò in povertà più di cinque milioni di persone.
Ci sono testimonianze che affermano che le forze militari continuamente presenti in strada, gli elicotteri che sorvolavano le città di notte, gli arresti alla luce del giorno, contribuirono a instaurare una “pedagogia del terrore”.
Nel mese di ottobre 1973, una delegazione militare guidata dal generale Arellano Stark percorse tutto il Cile con un elicottero Puma. Furono i giorni della Carovana della Morte. A questa ‘delegazione’ si attribuirono settantacinque omicidi, la maggioranza di questa composta da dirigenti politici e sindacali, con la cui morte si voleva scongiurare una più che probabile opposizione che si sarebbe sollevata nei primi mesi del regime di Pinochet.
Gli Stati Uniti cercano ancor oggi di lasciarsi alle spalle il ricordo dell’anniversario del colpo di stato di Pinochet.
Sono stati rivelati poco a poco, anche se in forma parziale, migliaia di documenti, alcuni dei quali mostrano un chiaro sostegno per l’opposizione ad Allende e del collegamento con alcuni degli autori del colpo di stato, prima ancora della nomina di Allende alla presidenza.
I documenti rivelano anche che gli Stati Uniti erano a conoscenza di un coordinamento tra il Cono Sud per la soppressione degli avversari oltre i confini: la cosiddetta “Operazione Condor”.
Nei primi anni ’90 in Paraguay si sono trovati dei documenti della polizia segreta politica paraguaiana. Questi documenti, detti “archivi del terrore”, rivelarono un piano machiavellico ordito nel ’70 dai servizi di sicurezza militari dei regimi dei paesi del Cono Sud: Argentina, Cile, Brasile, Paraguay, Uruguay e Bolivia per farla finita con gli oppositori delle loro dittature: “le sinistre, i comunisti e i marxisti”.
Il colpo di stato in Cile aprì il varco ad una grande operazione politico – economico che avrebbe portato all’egemonia del neo – liberismo a livello globale.
Si avviò, infatti, la sperimentazione al riguardo della “non naturale associazione” tra democrazia e liberismo economico
Nel “caso cileno” si innestava la volontà di sperimentazione per una nuova fase dell’economia a livello internazionale; quella del liberismo sfrenato che abbiamo conosciuto universalmente come “reaganismo – tachterismo”.
I “Chicago – boys” della scuola di Friedman misero così in opera i dettami di intensificazione dello sfruttamento che sono ancora alla base dei metodi con cui le grandi centrali del capitalismo governano i loro cicli di crisi.
Un sistema risultato, alla fine, in grado di produrre egemonia, non soltanto rispetto all’andamento del ciclo capitalistico, ma rispetto alla cultura, al senso comune, all’agire politico in una dimensione globale.
Un’egemonia che perdura tuttora, anche perché le forze politiche semplicemente progressiste, se non socialdemocratiche, se non comuniste (in particolare in Occidente) anche non vincolate al regime sovietico e al suo successivo crollo, non sono riuscite a proporre nulla d’alternativo, anzi – alla fine – si sono mimetizzate all’interno di quel sistema assumendone, sul piano politico – culturale, i tratti salienti in un gigantesco processo di omogeneizzazione.
Sulla scorta dell’accettazione del “pensiero unico” liberista si sono così creati i presupposti della crisi in atto dal 2008.
L’11 Settembre 1973 in Cile non rappresentò, quindi, soltanto la sconfitta di Unidad Popular e del tentativo di costruire, in un angolo peculiare del Sud America, un fronte popolare non venato da populismo.
Il “golpe cileno” rappresentò anche l’avvio di una sconfitta storica per le forze socialdemocratiche, socialiste e comuniste a livello internazionale in precedenza alla caduta dei regimi del cosiddetto “socialismo reale”.
Una sconfitta, prima di tutto politica e culturale, nella quale sono mutati gli elementi distintivi sia di una sinistra “possibile” , sia di una sinistra posta in grado di riproporre “l’Assalto al Cielo”.
Una sconfitta della quale stiamo pagando ancora adesso amare conseguenze, smarriti come siamo sul piano dell’identità e privi di una strategia politica complessiva.
L’11 Settembre 1973, il giorno della “macelleria americana” resta intatto nella nostra mente e nel nostro cuore accanto ai grandi passaggi della storia del movimento operaio internazionale: dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’Ottobre, alla guerra di Spagna alla vittoriosa resistenza al nazi-fascismo, alla rivoluzione cinese, cubana, vietnamita, alla liberazione dei popoli dell’Africa e dell’Asia dal giogo coloniale, alla fine dell’apartheid in Sud Africa.
Finché i popoli continueranno a lottare.
Fonte
10/09/2017
Cile. I nodi non sciolti di quell’11 settembre
Questa storia non si chiude come dovrebbe. L’11 marzo del 1990 il dittatore cileno Pinochet lascia la carica presidenziale dopo 17 anni da quell’11 settembre del 1973 in cui con un violento colpo di stato militare aveva rovesciato il governo di Allende, la prima esperienza di socialismo democratico. Al contrario del suo inizio, la fine della dittatura avvenne in maniera pacifica e istituzionale, con un referendum tenuto nel 1988, in cui l’opposizione democratica impose il proprio NO alla continuazione del regime militare con il 55% dei voti; non propriamente una vittoria schiacciante della democrazia sulla dittatura. Ma il lungo regime di Pinochet è in qualche modo sopravvissuto alla sua forma contingente di dittatura, riuscendo grazie a questa uscita di scena “graduale” a mantenersi viva nell’orizzonte politico ed economico cileno. E non solo.
L’eredità che Pinochet ha lasciato al suo paese è il sistema economico lasciato grossomodo invariato. La fine della dittatura e le prime elezioni libere infatti non coincisero con una nuova fase repubblicana, né tantomeno con una fase costituente, ma vennero trattate come un semplice cambio di governo all’interno di uno stato di diritto che non era necessario mettere in discussione.
Il Cile ha mantenuta un ampio ventaglio di misure economiche approvate dalla dittatura: la privatizzazione del sistema educativo da una parte e pensionistico dall’altra, con in mezzo il sistema sanitario, la totale apertura del commercio e degli investimenti esteri che ha fatto sì che l’economia cilena fosse dipendente esclusivamente dall’export di rame (circa un quarto di tutto il prodotto nazionale) senza permettere lo sviluppo di altre industrie.
Ma la grande eredità economica di Pinochet non si limita però al suo paese, ma si estende al resto del mondo: se la grande “rivoluzione neoliberale” si fa risalire al diabolico duo Reagan-Thatcher negli anni ’80, è proprio durante la dittatura cilena che si sperimentò per la prima volta una politica economica totalmente votata al mercato. Privatizzazioni, liberalizzazioni, riduzione dei salari e dello stato sociale, il peso cileno ancorato al dollaro per attirare investimenti delle multinazionali a cui era concesso poi rimpatriare il 100% dei profitti...
Il banco di prova era evidentemente ottimale, perché solo una feroce repressione poteva fare accettare misure che al tempo, al contrario di oggi, venivano universalmente considerate terribilmente antipopolari. Il regime infatti incassò il sostegno USA non solo nei campi politico e militare da parte di Nixon e della CIA, ma anche in quello economico dato dai “Chicago Boys”. D’altra parte, tutta la storia dell’imperialismo statunitense nel “giardino di casa” latinoamericano ha visto un connubio di interessi dell’apparato politico della lotta al comunismo con quello economico il cui maggiore interesse era quello di preservare i privilegi di sfruttare i monopoli che aveva conquistato.
L’economia fu infatti il terreno di scontro che venne imposto anche nella strategia di destabilizzazione del governo di Unità Popolare (socialista-comunista) che condusse poi al golpe.
Dopo i due tentativi falliti della CIA per non fare insediare Allende (le tangenti alla Democrazia Cristiana e il tentativo di rapimento del generale Schneider, che morì difendendosi), l’attacco prese la forma aperta della guerra economica. “Fate urlare l’economia”, è la celebre frase di Nixon: era impensabile per gli USA lasciare che politiche come la riforma agraria, l’aumento dei salari, la statalizzazione di diverse imprese, e la nazionalizzazione delle miniere potessero funzionare e attrarre consensi nel resto della regione.
Fu in particolare quest’ultimo punto che toccò il cuore degli interessi americani: alle imprese nazionalizzate, fra cui le due grandi americane Anaconda (di un certo Rotschild) e Kennecott, fu garantito infatti un indennizzo al netto però di profitti eccessivi dovuti alle basse tasse del lungo periodo precedente. Finì che le due imprese non solo non videro un dollaro, ma si trovarono in debito di milioni con lo Stato cileno. E l’economia cilena venne fatta urlare: l’embargo sul rame imposto dagli USA ebbe ovviamente un effetto pesantissimo sull’economia che nel giro di un anno vide le esportazioni crollare da un attivo di 95 milioni di dollari a un passivo di 90 milioni, con conseguenze feroci su tutti gli altri settori.
Alla vigilia del golpe il Cile non era il paradiso socialista che avrebbe voluto costruire, ma un paese in cui l’economia era distrutta, con continue carenze di cibo, in cui si acuirono le faglie sociali e le diverse prospettive politiche: le organizzazioni di estrema sinistra (tra cui il MIR) iniziarono ad occupare terre e fabbriche considerando l’avanzamento delle politiche governative troppo timide, mentre i fascisti di Patria y Libertad (storicamente riconosciuti al soldo della CIA) portava avanti sabotaggi contro le infrastrutture statali, quasi ogni giorno immense manifestazione a favore e contro il governo si confrontavano nelle strade portando anche a violenti scontri. Sul libro paga dei servizi americani non c’erano solo i paramilitari di destra, ma anche la stampa storica, tra cui i giornali più letti come il Mercurio e La Tercera, che divennero il megafono antigovernativo. Infine, i dollari servirono a finanziare l’imponente sciopero dei camionisti, settore vitale per la struttura geografica cilena, ai quali si unirono molti altri settori professionali, quali avvocati e notai, medici e professori.
Fu in questo contesto che arrivò l’11 settembre, la parte della storia che si conosce meglio, grazie alle sue semplici immagini: Allende con il mitra, il palazzo de La Moneda assediato e bombardato, gli occhiali rotti del presidente.
E questo è il primo nodo non sciolto di quell’11 settembre, una storia che pare scritta col copione per quanto sta venendo riprodotta fedelmente oggi in Venezuela, in cui tutto il mondo progressista che ancora sogna il socialismo di Allende vede oggi in Maduro un feroce dittatore senza considerare che anche l’economia venezuelana “sta urlando” a causa di un blocco economico contro le esportazioni del paese: ieri era il rame, oggi è il petrolio.
Il secondo nodo è appunto il pesante lascito delle politiche neoliberali. Pinochet in brevissimo tempo sospese la riforma agraria, liberalizzò le miniere e garantì ingenti indennizzi alle imprese nazionalizzate (ma senza rinunciare alla ormai statale Codelco, che divenne però il bancomat dei militari), e una riduzione della spesa statale di un quarto, con gravi conseguenze sull’occupazione e i salari.
Il Cile divenne la passerella preferita non solo per i politici americani, ma anche per gli economisti, che non si vergognavano affatto di dare il loro esplicito appoggio alla dittatura. Il primo fu il premio nobel Milton Friedman che vedeva nel Cile sotto dittatura la possibilità di testare la sua idea di “commercio completamente libero”: durante un ciclo di lezioni tenne un discorso intitolato “La fragilità della libertà”, presentando la creazione del welfare state come la maggiore causa della distruzione di una società libera, e che tutti i problemi dell’economia cilena erano dovuti all’espansione del welfare1.
Un altro assiduo consigliere della dittatura fu Friedrich Hayek, altro premio Nobel tra i fondatori del neoliberismo: “la mia preferenza personale parteggia per una dittatura liberale piuttosto che per un governo democratico senza liberismo”2. Provò addirittura a indicare la strada cilena alla Thatcher per completare la sua rivoluzione liberale, la quale però a malincuore non poté intraprenderla a causa di un piccolo problema chiamato democrazia. Le violenze e gli assassinii della dittatura venivano minimizzati, la dittatura presentata come un male (nemmeno troppo grande) necessario per evitare un male ben peggiore, cioè la dittatura sovietica che Allende stava per instaurare.
Stranamente però le drastiche misure politiche che tanto amavano il mercato non furono corrisposte: il PIL crollò del 13%, la produzione industriale del 28%. L’economia mostrò una crescita artificiale conseguente all’apertura totale del sistema finanziario e dell’afflusso di investimenti stranieri che diede avvio a una speculazione senza precedenti, ma crollò nuovamente nel 1982 a causa della caduta del prezzo del rame, quando la disoccupazione arrivo al 30%.
Come detto, la maggior parte delle misure economiche prese tra il 1973 e il 1990 sono ancora in vigore, e la politica cilena non pare interessata a cambiarle. Ovviamente le politiche di Pinochet resero il Cile uno dei paesi più diseguali dell’America Latina, in cambio di una crescita economica fragile e votata alla speculazione.
Dal 1990 l’avvento della “concertazione” ha in qualche modo reso la crescita economica più stabile, facendo del Cile il secondo paese latinoamericano più ricco (in termini di PIL per capita è secondo solo al Messico), ma nulla ha comportato nella riduzione delle disuguaglianze. Il Cile è il sesto paese del continente per disuguaglianza, il quattordicesimo in tutto il mondo. La restaurazione della democrazia ha sì portato benessere, ma concentrato tutto nelle mani dei grandi industriali dell’export e delle multinazionali che possono approfittare della privatizzazione di numerosi settori per fare shopping delle infrastrutture cilene: la compagnia elettrica Chilectra è recentemente stata acquisita dall’italiana Enel, tutta la gestione dell’acqua è della spagnola Aguas Andina, così come sono spagnole le autostrade.
Attualmente il governo Bachelet (al secondo mandato) è sostenuto dalla Nuova Maggioranza, una coalizione tra il Partito Socialista, il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana, con presupposti parecchio diversi da Unità Popolare del 1970. I due principali partiti di sinistra stanno pagando molto in termini di consenso la loro totale inerzia rispetto a due punti principali, l’istruzione e le pensioni private. Dopo numerose manifestazioni di protesta, i sondaggi per le prossime elezioni, che si terranno in novembre, danno la coalizione in picchiata, e probabilmente verrà scavalcata da una nuova coalizione nata dall’alleanza di diversi collettivi e gruppi di sinistra radicale che si sono rafforzati con le proteste universitarie del 2011: il Frente Amplio.
Inutile invece ripetere i danni che il neoliberismo, assunto a dogma economico, sta facendo nel resto del mondo, e anche nell’Unione Europea.
C’è un ultimo nodo, quello della repressione. I numeri effettivi della repressione di Pinochet probabilmente non si sapranno mai: variano tra i 3 e i 10 mila morti ammazzati, più tutti i prigionieri torturati, scomparsi o esiliati. L’uscita dalla dittatura ha certamente concluso tutto questo, ma non una violenza strutturale dello Stato cileno nei confronti del popolo Mapuche, ultimo dei popoli indigeni sopravvissuto prima agli stermini dei colonizzatori e poi all’assimilazione. Confinati nella regione dell’Araucania combattono per il diritto all’autodeterminazione. Non un diritto astratto, ma il diritto alla loro vita e a vivere nella loro terra.
L’Araucania è una zona militarizzata in cui le violenze e i soprusi della polizia sui Mapuche sono all’ordine del giorno, mentre dall’altra parte le organizzazioni più avanzate nella lotta di liberazione combattono una guerra che potremmo definire “non violenta” nel termine gandhiano, concentrandosi su azioni di sabotaggio, come l’incendio dei camion delle aziende che ne sfruttano la terra. L’anno scorso Macarena Valdes, sposata e con quattro figli, venne trovata impiccata dopo le minacce dell’azienda austriaca RP Global per la costruzione di tralicci dell’alta tensione sulla sua terra, che non voleva concedere.
Dall’altra parte delle Ande è invece molto recente, il primo agosto, la scomparsa di Santiago Maldonado, nelle regioni argentine Mapuche, fermato dalla gendarmeria dopo una manifestazione di solidarietà. Anche in questo caso la direzione della repressione pare guidata dagli interessi economici delle aziende straniere, la Patagonia è da molto tempo della Benetton, ed è proprio contro l’azienda italiana che si rivolgono le accuse di migliaia di manifestanti che da più di un mese si stanno chiedendo “¿Dónde ésta Santiago Maldonado?”3.
Quell’11 settembre ci lascia delle tracce difficili da affrontare, per alcuni addirittura difficili da comprendere. Molti “democratici” accettarono o accolsero quell’11 settembre come qualcosa di inevitabile o addirittura necessario di fronte a quello che consideravano l’evidente fallimento di Allende, giustificando e accettando (senza nemmeno troppi sospiri) la tragedia in cui venne precipitato il popolo cileno, fino il 1990 e oltre.
Questo, almeno per chi ancora si batte (o pensa di farlo) per i popoli e le classe popolari, deve ricordarci una cosa: da una parte c’è il socialismo, con tutte le sue contraddizioni e difficoltà nell’incunearsi in un sistema internazionale capitalista e imperialista; ma dall’altra non ci sono paradisi democratici, non ci sono capitalismi dal volto umano né fantomatiche terze vie, dall’altra parte c’è solo la barbarie.
Note
1https://www.counterpunch.org/2006/11/17/the-road-from-serfdom/
2https://www.theguardian.com/books/2016/apr/15/neoliberalism-ideology-problem-george-monbiot
3https://www.laizquierdadiario.com/Santiago-Maldonado-los-mapuches-y-los-duenos-de-la-tierra
Fonte
12/09/2016
Cile 1973, il vero “11 settembre” della democrazia
11 settembre 1973. Salvador Allende viene assassinato in Cile da un golpe sanguinario organizzato da militari e fascisti, padroni e democristiani, Cia e multinazionali.
Oggi è importante ricordare quella data per almeno due ragioni di fondo.
La prima è che il Cile sotto la sanguinaria dittatura di Pinochet divenne la cavia della prima sperimentazione liberista del secondo dopoguerra. Camminando sopra le decine di migliaia di cadaveri di sostenitori del governo socialista democraticamente eletto, i Chicago boys di Milton Friedman giunsero in Cile per gestire la politica economica del tiranno. E sperimentarono la distruzione del sistema pensionistico pubblico, della sanità e di tutti i servizi sociali, la privatizzazione in favore delle multinazionali di tutto il sistema produttivo a partire dalle ricche miniere di rame, la cancellazione di ogni diritto per il lavoro. La cavia cilena servì a sperimentare le ricette e le dosi delle politiche liberiste, che poi dilagarono in tutto il mondo e che oggi più che mai confermano la loro natura intrinsecamente criminale. Politiche liberiste che in Europa hanno avuto un nuovo impulso con l'uso come nuova cavia della Grecia, sottoposta alla dittatura bancaria della Troika.
La seconda ragione per cui è importante e attuale il sacrificio di Allende e del suo popolo è che oggi ci stanno riprovando. In tutta l'America Latina, dopo quasi quindici anni di governi progressisti, è in atto una controffensiva reazionaria che vuole restaurare il dominio assoluto dei poteri e degli interessi che hanno sempre vessato i popoli di quel continente. I ricchi dei vari paesi, come sempre assieme alle multinazionali e alla finanza USA e UE, sfruttano il disagio ed il malcontento di una parte dei popoli per restaurare il liberismo più infame. E se per ora non sono i militari a fare i golpe, ma settori delle istituzioni, non cambia la sostanza degli obiettivi di chi, come nel 1973, vuole cancellare ogni conquista popolare nel nome del libero mercato e delle multinazionali che lo comandano.
Dopo il golpe cileno le dittature militari liberiste dilagarono in tutto il continente, facendo centinaia di migliaia di vittime. Ed è bene ricordare che le alte gerarchie della Chiesa Cattolica in molti casi furono complici degli assassini, nel nome della lotta al comunismo. Fino alla benedizione ed al caldo sostegno che a Pinochet furono concessi da Giovanni Paolo II, che vergognosamente festeggiò sul balcone uno dei tiranni più sanguinari del dopoguerra.
Ricordiamo tutto, perché la bestia immonda che ha massacrato Allende e il suo popolo è ancora viva e feconda.
Giorgio Cremaschi
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Quarantatré anni fa: l'11 settembre 1973 in Cile il golpe fascista sostenuto dall'amministrazione USA e organizzato dal segretario di stato Henry Kissinger, pose fine al Governo di sinistra, democraticamente eletto, di Unidad Popular guidato dal socialista Salvador Allende.
Migliaia di cileni furono uccisi, imprigionati, deportati, costretti all’esilio (nei tre anni successivi al golpe furono arrestate 130.000 persone e il numero dei desaparecidos rimane ancora indeterminato).
Un'esperienza politica avanzata di democrazia e socialismo, quella di Unidad Popular, che avrebbe potuto cambiare il corso della storia del Cile, avere ripercussioni internazionali, essere d'esempio per diversi altri Paesi del mondo.
La vicenda cilena, che pure diede origine a un ampio dibattito nel movimento comunista internazionale e in particolare in quello italiano attraverso la riflessione avviata nel PCI dal segretario Enrico Berlinguer, deve rimanere nella memoria collettiva come un esempio e un monito incancellabili, in particolare in questi tempi dove davvero si sta cancellando tutto quanto è stato fatto, tra luci e ombre, vittorie e sconfitte, per il riscatto del proletariato di tutto il mondo.
Quel giorno la lama tagliente della tragedia attraversò la vita dei cileni e dei militanti di sinistra o semplicemente democratici in tutto il mondo.
Cadeva, armi in pugno, il governo del “Compagno Presidente” Salvador Allende e si apriva nella lontana, eppur sentita sempre così vicina nazione, chiusa al mondo dalla cordigliera delle Ande una stagione di massacri e di ferocissima repressione poliziesca.
Con ogni probabilità, in quel drammatico frangente, si chiuse anche una fase della storia della sinistra, a livello internazionale: arrivava a compimento una strategia nata qualche decennio avanti.
La sinistra europea, in particolare, fu chiamata, all’interno della ferrea logica dei blocchi allora ancora imperante, a cercare nuove strade e da questa constatazione di fatto prese l’avvio della già ricordata riflessione proposta al PCI proprio da quei fatti e che si tradusse in due proposte politiche, quella del “compromesso storico” riferita al quadro interno e quella dell’“eurocomunismo” riguardante il quadro internazionale.
Entrambe ebbero vita difficile e breve.
Torniamo però al Cile e al significato politico profondo, si potrebbe dire epocale, che ebbe l’esito di quella vicenda, contrassegnata – è bene ricordarlo – da un complesso, anche contraddittorio, ma sicuramente avanzato tentativo di governo all’interno di un sistema capitalistico del resto molto particolare e specifico come quello cileno.
Il Cile degli inizi degli anni’70 indicava il culmine di un processo attraverso il quale un partito “operaista” era riuscito a realizzare la strategia frontista del VII Congresso dell’Internazionale Comunista (Il Congresso appunto dei “Fronti Popolari” e della relazione Dimitrov).
A quel livello l’esperienza di Unidad Popular, il suo trionfo e la successiva disfatta, trascesero le frontiere politiche e ideologiche dell’America Latina.
La sinistra cilena, in effetti, conservava fin dai tempi della sua fondazione una capacità di presenza autonoma del socialismo, nel quadro sociale e politico del Paese.
Una presenza autonoma che è stata definita come “operaista”, le cui origini strutturali possono essere spiegate dalla particolare conformazione storica della classe operaia cilena come “massa isolata”: una conformazione storica precipua che ebbe, tuttavia, come risultato la costituzione del più potente rapporto fra lavoratori e cultura socialista che il continente latino americano avesse mai conosciuto.
Questa prospettiva di autonomia con cui si costituì politicamente la classe operaia cilena rappresentò una barriera contro la penetrazione del populismo e spinse verso la presenza indipendente dei lavoratori verso ognuno dei diversi tentativi frontisti che, dal 1938 fino all’elezione di Allende, si svilupparono in Cile alla ricerca di nuovi equilibri politici.
Al momento dell’elezione di Allende, però i partiti di sinistra cedettero il passo a una concezione strettamente “sociologizzante” della politica, secondo la quale lo Stato non rappresentava altro che un campo passivo in cui si riflettevano gli interessi di gruppi e di categorie sociali.
Non fu così possibil , come scrive Juan Carlos Portantiero nel saggio sul marxismo latinoamericano contenuto nella Storia del Marxismo edita da Einaudi nel 1982, “ far valere i margini di produttività politica che il potere genera autonomamente”.
In sostanza era assente, nella strategia di Unidad Popular una vera e propria “teoria dello stato”: un limite complessivo che si era già presentato nel corso dell’intera esperienza dei “Fronti Popolari” che, appunto, con la tragedia cilena chiuse il suo ciclo aperto dalla duplica vittoria elettorale in Spagna e in Francia nel 1936.
In quel varco aperto si infilò, vincente, il colpo di stato del generale Pinochet.
Un “golpe” appoggiato e probabilmente organizzato dagli USA, che risultò alla fine un insieme di conservatorismo e di irrompente novità; da un lato il regime conservò i tratti tipici dei regimi militari degli anni’70 (con forti assonanze con quello dei colonnelli greci), compiendo esecuzioni e massacri da parte delle forze dell’ordine o di gruppi paramilitari, esercitando la tortura sistematica dei prigionieri, costringendo all’esilio in massa gli oppositori politici.
Dall’altra parte, sul piano economico, si sviluppò una politica ultraliberista, dando così dimostrazione tra l’altro, che il liberalismo politico e la democrazia non debbono essere naturalmente associati al liberismo economico.
Nel “caso cileno”, però, c’era qualcosa di più: la volontà di sperimentazione per una nuova fase dell’economia a livello internazionale; quella del liberismo sfrenato che abbiamo conosciuto universalmente denominato come “reaganismo – tachterismo”.
I “Chicago – boys” della scuola di Friedman misero così in opera i dettami di intensificazione dello sfruttamento che sono ancora alla base del dettame attraverso il quale le grandi centrali del capitalismo governano i loro cicli di crisi.
Un sistema risultato, alla fine, in grado di produrre egemonia, non soltanto rispetto all’andamento del ciclo capitalistico, ma rispetto alla cultura, al senso comune, all’agire politico in una dimensione globale.
Un’egemonia che perdura tuttora, anche perché le forze politiche semplicemente progressiste, se non socialdemocratiche, se non comuniste situate in quella parte del mondo non vincolata al regime sovietico e al suo successivo crollo, non sono riuscite a proporre nulla d’alternativo, anzi – alla fine – si sono mimetizzate all’interno di quel sistema assumendone, sul piano politico – culturale, i tratti salienti in un gigantesco processo di omogeneizzazione da quale non sono più uscite e che, nella sostanza ha rappresentato l’elemento fondativo della crisi globale che stiamo vivendo.
L’11 Settembre 1973 in Cile non rappresentò, quindi, soltanto la sconfitta di Unidad Popular e il tentativo di costruire, in un angolo peculiare del Sud America, un fronte popolare non venato da populismo: si trattò dell’avvio di una sconfitta storica per le forze socialdemocratiche, socialiste e comuniste a livello internazionale.
Una sconfitta, prima di tutto politica e culturale, nella quale sono mutati distintivi sia di una sinistra “possibile” , sia di una sinistra posta in grado di riproporre “l’Assalto al Cielo”.
Una sconfitta della quale stiamo pagando ancora adesso amare conseguenze, smarriti come siamo sul piano dell’identità e privi di una strategia politica complessiva.
Non dimenticheremo mai, in ogni caso, il sacrificio di migliaia e migliaia compagne e compagni cileni.
Franco Astengo
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