Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/10/2025

Condannato Jorge Troccoli, il torturatore uruguayano rifugiatosi in Italia

Si chiude in tribunale una delle molte pagine che ha coinvolto l’Italia nel famigerato “Piano Condor”. Jorge Néstor Troccoli, ex ufficiale dell’esercito uruguaiano, è stato condannato in Italia martedì all’ergastolo per la sua responsabilità nell’omicidio e nella scomparsa di tre persone durante la dittatura militare in Uruguay nel quadro del Piano Condor, il coordinamento repressivo tra i regimi militari latinoamericani e gli USA negli anni ‘70.

La sentenza è stata emessa dal Tribunale di Roma e va ad aggiungersi ad una precedente condanna – anch’essa all’ergastolo – che Troccoli sta già scontando a Napoli dal 2021, dopo essere stato riconosciuto colpevole della scomparsa di cittadini italiani in operazioni repressive transnazionali nel quadro del “Piano Condor”.

Troccoli, che ieri non era presente all’udienza in aula, è stato riconosciuto colpevole dell’omicidio dell’insegnante uruguaiana Elena Quinteros, rapita nel 1976, e della coppia formata dall’argentino José Agustín Potenza e dalla cittadina italiana Raffaella Filipazzi, entrambi scomparsi nel 1977.

Il 25 giugno 1977 José Agustín Potenza e la cittadina italiana Raffaella Filipazzi, furono arrestati all’hotel Hermitage di Buenos Aires. Furono condotti al centro di detenzione clandestino del Corpo dei Fucilieri Navali (FUSNA) e poi trasferiti clandestinamente in Paraguay, dove furono assassinati. I loro corpi furono ritrovati e identificati in una fossa comune nel 2017. La terza vittima per la quale è stato condannato Troccoli era Elena Quinteros, docente e dirigente sindacale uruguaiana, rapita nel giugno 1976 nella sede diplomatica del Venezuela a Montevideo e in seguito desaparecida.

Troccoli, faceva parte del Corpo dei Fucilieri della Marina (FUSNA) come ufficiale dei servizi segreti ed è stato indicato da più sopravvissuti come uno dei principali autori di torture e sparizioni.

Fuggito all’estero per sottrarsi alle azioni giudiziarie intentate dai familiari dei desaparecidos uruguayani, Troccoli si era rifugiato in Italia protetto dalla sua doppia cittadinanza. Ma nel 2007 era stato individuato in un paese del Cilento e successivamente arrestato.

In Uruguay la condanna di Troccoli è stata salutata con soddisfazione.

In una nota il Partito per la Vittoria del Popolo – uno dei partiti aderenti al Frente Amplio – esprime la sua più profonda soddisfazione per il risultato raggiunto in termini di verità e giustizia, che rappresenta la decisione della Corte di Assisi oggi presso il Tribunale di Roma, condannando all’ergastolo il repressore Jorge Néstor Tróccoli, ex ufficiale di Intelligence del FUSNA, per il rapimento e la scomparsa dell’insegnante Elena Quinteros.

“Sono passati 49 anni da quando la dittatura civico-militare uruguaiana invase il territorio venezuelano nella sua ambasciata a Montevideo, per rapire e far sparire la nostra compagna Elena Quinteros, simbolo della resistenza alla dittatura. Durante tutti questi anni, la lotta di sua madre Tota Quinteros, degli organismi per i diritti umani, dell’istruzione e della cultura, del Pit-Cnt, della mobilitazione popolare, il ruolo che ci è toccato come PVP e al Frente Amplio, hanno costituito un percorso di lotta senza rinuncia, che ci ha permesso di avanzare nella verità e nella giustizia”.

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16/07/2022

A 100 anni muore l’ex dittatore peruviano Francisco Morales Bermudez

Ieri è morto Francisco Morales Bermúdez Cerruti, generale, politico ed ex dittatore peruviano. Aveva 100 anni. Era stato ministro delle Finanze e ministro della Difesa della Repubblica Peruviana, poi presidente del Perù dal 30 agosto 1975 al 28 luglio 1980 a seguito di un colpo di Stato conosciuto come “Tacnazo” ed organizzato nell’ambito del cosiddetto “Piano Condor“.

Il 17 gennaio 2017 la terza sezione della Corte d’assise di Roma lo aveva condannato all’ergastolo. Pena poi confermata in Cassazione, per la sparizione e l’omicidio plurimo aggravato di 23 italiani durante il suo governo, come parte, appunto, dell’operazione “Condor”.

Lunedì 8 luglio 2019 la Prima Corte d’assise d’Appello di Roma ha condannato all’ergastolo i 24 ex militari delle dittature di Uruguay, Cile, Bolivia e Perù imputati nel processo legato all’Operazione Condor.

Ventiquattro imputati su 25 nel processo sono stati condannati in 2° grado all’ergastolo per omicidio pluriaggravato di 23 italiani ai tempi delle dittature in Sud America.

La sentenza del 2019 ha ribaltato quella di primo grado del 17 gennaio 2017, in cui, su un totale di 33 imputati, erano stati condannati solo i vertici del Plan Condor, otto tra presidenti e ministri, mentre diciannove fra ex militari e agenti dei servizi di sicurezza nazionale erano stati assolti.

Le accuse riguardavano inizialmente casi di sequestro e omicidio, ma la prima delle due accuse cadde per prescrizione. Altri sei morirono nel corso del processo.

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12/05/2017

’Italia dice si all’estradizione di Jorge Troccoli, torturatore uruguaiano

Intervista a Cristina Mihura. Il presidente della Repubblica Mattarella, con il ministro degli Esteri Alfano, in visita di stato in Uruguay, hanno materialmente firmato il Trattato che prevede l’accordo per l’estradizione tra i due paesi. L’accordo finora non esisteva e apre la strada alla riconsegna di Nestor Jorge Fernandez Troccoli, un ex ufficiale delle forze armate uruguayane responsabili del golpe del 1975 e delle torture e scomparse degli oppositori politici. Troccoli da anni si è rifugiato in Italia. I familiari dei perseguitati e degli assassinati politici uruguaiani, da tempo seguono questa vicenda. Una di loro, Cristina Mihura, sfuggita alla dittatura, residente da anni in Italia, vera e propria memoria storica sugli orrori del Piano Condor in America Latina, oggi ha risposto su questo alle domande di Radio Città Aperta.

Parliamo dell'accordo firmato tra Italia e Uruguay per l'estradizione di Jorge Troccoli, che è considerato uno dei più feroci protagonisti delle torture del Piano Condor. Ne parliamo con Cristina Miura. Ciao Cristina, buongiorno.

Grazie. Io sono molto emozionata. Noi lottiamo da 40 anni per trovare i nostri desaparecidos, per ottenere giustizia e abbiamo percorso una lunga strada: mezze sconfitte, sconfitte totali e questa di Troccoli qui in Italia è stata veramente una strada piuttosto disastrata perché lui è riuscito a farsi assolvere non soltanto il 6 gennaio dalla prima Corte di Assise di Roma ma anche dal Tribunale della Libertà perché nei nostri casi purtroppo siamo noi che dobbiamo portare le prove e le cose sono parecchio complicate. Io non so se lui sia feroce o non feroce... direi che era il capo dei militari del servizio di intelligenza della Marina e sicuramente ha responsabilità nella sparizione, nelle torture di diversi italo-uruguaiani, accusa per la quale però è stato assolto. Adesso lui, in base a questa estradizione, se si concretizzerà, dovrà affrontare la giustizia uruguaiana dove sono già stati processati altri suoi colleghi dell'epoca. Lui è fuggito per non essere perseguito. Poi è successo qui in Italia che lo stesso ministro Alfano, che adesso firma come ministro degli affari esteri, all'epoca, come ministro della giustizia...

...nel 2008 aveva respinto una richiesta da parte dell'Uruguay di riavere Troccoli...

In realtà l'ambasciata uruguayana aveva presentato una richiesta di estradizione fuori dai termini. Il procuratore generale aveva dato per chiusa naturalmente la vicenda, come si fa in qualunque altro caso, e comunque alla fine la legge prevede che sia il ministro della giustizia che decide in considerazione della sua cittadinanza italiana e il ministro la respinse.

C'è anche da dire, in effetti, che tra Italia e Uruguay non è in vigore un trattato di estradizione. E' stato, per questo caso, firmato un accordo specifico con tra l'altro la garanzia, chiamiamola così, del presidente della Repubblica Mattarella.

Guarda, qui ci sono due commenti da fare. Uno è che quando c'è volontà politica i problemi si risolvono, in un modo o nell'altro. Finora questa volontà politica non c'è stata. La consapevolezza che c'è in Italia sul tema desaparecidos e la lamentabile assoluzione di Troccoli da parte della Prima Corte di Assise di Roma di gennaio, penso che abbia generato una situazione parecchio complicata anche per il governo uruguaiano, perché c’era la richiesta di estradizione di Troccoli, anche nel passato venne presentata in ritardo al governo italiano dal governo del Frente Amplio in Uruguay. In Uruguay non c'è la coscienza diffusa sull'argomento come c’è in Argentina ma c'è una osservazione attenta della gente, individualmente, e una grande solidarietà con noi. L'altro tema sono ragioni che non si conoscono, cioè ragioni che io e te non conosciamo, e che sicuramente hanno profonde radici e interessi ecc. ecc. Noi siamo dentro i rapporti tra Italia e Uruguay, siamo sul piano giuridico, siamo regolati da un trattato che è della metà dell’Ottocento. Questo trattato non è stato mai rivisto. Come tu sai ci sono parecchie cose nel contenzioso Uruguay - Italia, alcune delle quali molto note, come per esempio gli archivi della P2 e cose varie. Quindi penso che questa sia una situazione un po' particolare, che ha aperto un canale particolare, che però è soggetto al fatto che qualcuno non abbia pensato ad arrestare Troccoli prima, altrimenti penso che avremmo la bella conversazione io e te, un bell'articolo sulla stampa, le nostre belle battute di sollievo ma se lui fugge un'altra volta ci siamo da capo a dodici.

Quando ti ho chiamato poco fa per chiederti se potessi intervenire in diretta esprimevi proprio questa preoccupazione. Da una parte il sollievo per la firma di questo accordo sull’estradizione di Troccoli, ma dall'altra ora è necessario che questo accordo trovi poi un riscontro concreto. Bisogna che Troccoli venga fermato, messo su un aereo e rispedito... assicurandosi che arrivi effettivamente in Uruguay.

C'è una dichiarazione di Guzzo che è il suo mega avvocato, su Repubblica di oggi... vuol dire che lui sicuramente ha saputo prima di noi di questa cosa...

Sì, i suoi avvocati sono già al corrente di tutto infatti dicono: bisognerebbe regolare la questione dei processi, delle sentenze fuori dell'area Schengen perché così il nostro assistito rischia di essere processato due volte per gli stessi fatti e inoltre in Italia lui è già stato assolto. Quindi in qualche modo loro vanno all'attacco.

Di questo, di come sia regolata questa cosa, almeno che non si registrino situazioni speciali, non credo proprio, perché anche lì abbiamo dovuto combattere con questa faccenda da altri punti di vista ed è molto complicato. Ci vorrà un altro momento di verità e di volontà politica per risolvere le cose. Comunque io spero che qualcuno lo abbia fermato o lo tenesse sotto controllo prima che venisse diffusa questa notizia, perché altrimenti rimarremo con questo bel momento e basta. Però devo dire che siamo in un periodo buono, perché in genere le notizie sono cattive. Avete visto cosa è accaduto in Argentina l'altro ieri a proposito di questa sentenza della suprema Corte di Giustizia che riconosceva il due per uno.

Riduceva la pena ad alcuni...

Esatto. C'è stata una legge lampo, in 48 ore il parlamento argentino, con una velocità che non si era mai vista nella storia parlamentare argentina, ha corretto una legge. Ci sono state centinaia di migliaia di persone a Buenos Aires, Rosario, La Plata, Cordoba, che sono uscite per strada con i fazzoletti bianchi a dire: non ci stiamo, perché...

...non è possibile ridurre le pene, alcune pene non possono essere ridotte...

Addirittura il governo di Macri si è mosso contro questa cosa perché non hanno potuto reggere la protesta. Se tu commetti lo stesso reato dei militari di allora, adesso fai più anni di galera e di condanna di quelli che hanno ricevuto a suo tempo. Figuriamoci adesso con la riduzione.

E' un'assurdità...

...sicuramente sfornata, checché se ne dica, da questi due giudici della Suprema Corte di Giustizia messi dal governo Macri, più una terza che dovrebbe essere in pensione e che ha concordato con il governo di non andare in pensione. In cambio, contrariamente al suo passato, ha votato questo provvedimento, quindi un provvedimento di natura politica che ha sentito il polso dell'ambiente e che ha ricevuto una opposizione mai vista da noi da tanti anni.

Nonostante tutte queste manovre politiche, in Argentina poi sono stati costretti a fare retromarcia, segno che ora più che mai è importante continuare questo discorso,

Non so se le cose andranno bene anche lì, perché la legge entrerà in vigore 8 giorni dopo che è stata firmata dal governo. In questo interregno moltissimi condannati, come già hanno fatto, chiederanno il provvedimento per migliorare la loro situazione. Il punto è che sta succedendo che molti pubblici ministeri e magistrati in tutto il paese stanno negando questo beneficio, dicendo che è incostituzionale. In tanti anni di lotta e di comprensione di quello che era successo ai desaparecidos e alle loro famiglie, possiamo affermare che c'è un argine oltre il quale anche un governo di destra, come quello di Macri, non può andare. Speriamo bene. Gli stessi avvocati erano convinti che non avremmo potuto far fronte al governo Macri su questa faccenda, perché gli organismi internazionali possono fare dichiarazioni ma se le loro disposizioni non vengono applicate nel territorio nazionale è inutile. Contrariamente alle nostre delusioni in partenza, perché anche io quando succedono queste cose penso «siamo finiti, facciamo quello che possiamo fare ma siamo finiti»... e invece è andata bene...

Questa volta è andata bene quindi speriamo in bene per il futuro. Cristina ti ringrazio per il tuo intervento, magari ci risentiremo nei prossimi giorni quando avremo qualche novità.

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20/01/2017

Piano Condor. L’assoluzione del torturatore Troccoli lascia l’amaro in bocca

Si è concluso ieri nell’Aula Bunker di Rebibbia a Roma, il procedimento penale noto come Processo Condor, per l’uccisione e la sparizione di quarantatré persone, delle quali ventitré italiani, avvenuti in Cile, Argentina, Bolivia, Brasile e Uruguay, durante le dittature latino-americane, a partire dal colpo di Stato avvenuto in Cile l’11 settembre del 1973. Otto ergastoli e diciannove assoluzioni: questa la sentenza emessa dalla Corte di Assise di Roma. La pubblica accusa di ergastoli ne aveva chiesti trenta. Tra le assoluzioni che più hanno destato scalpore c'è sicuramente quella di Jorge Nestor Troccoli, il militare della marina militare uruguayana, unico imputato non contumace perché residente in Italia, che si è visto attribuire diversi omicidi.
"Questa sentenza ci da' molto dolore", ha detto il vicepresidente uruguayano Raul Sendic, secondo 'Radio Uruguay'. Ora le famiglie delle vittime avranno la possibilità di fare ricorso in appello, essendo questo il primo grado di giudizio.

L’Associazione Progetto Diritti, con gli avvocati Arturo Salerni e Mario Angelelli legali di molte parti civili, ha seguito da vicino tutto il dibattimento. Secondo gli avvocati, la sentenza pronunciata ieri rappresenta "un passaggio di grande rilevanza sul piano del giudizio storico e delle responsabilità giuridiche dei responsabili del sequestro, della tortura, del massacro e della sparizione sistematici di migliaia di militanti politici e sindacali nell’America Latina negli anni ‘70 e ‘80".

La Corte, in sostanza, è questa la tesi degli avvocati, ha riconosciuto l’esistenza del Piano Condor "orchestrato dai regimi del Sud America, appoggiati dagli Stati Uniti, ed ha affermato la responsabilità dei suoi capi politici e miliari ancora in vita, condannandoli alla pena dell’ergastolo".

Gli avvocati di Progetto Diritti sono altresì convinti che, sulla base delle prove raccolte nel corso del dibattimento, si possa giungere nel grado di appello al riconoscimento della responsabilità di Troccoli e dei suoi complici, per i quali ieri la Corte non ha ritenuto di accogliere le richieste di condanna all’ergastolo formulate dalla Procura della Repubblica di Roma. "Si tratta di numerosissimi ed efferati crimini commessi in Argentina fra il Natale del ’77 e il Capodanno del ’78, dai militari uruguayani in complicità con i torturatori argentini. Decine di omicidi, torture reiterate, uccisioni, sparizioni, rapimenti di bambini non devono e non possono restare impuniti. Siamo convinti che il percorso di giustizia continuerà e si affermerà pienamente davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Roma", aggiungono gli avvocati.

L'Italia e' l'unico paese europeo ad aver avviato un processo in contumacia per far luce su uccisioni commesse da militari e altre persone fedeli ai regimi dittatoriali in America Latina tra gli anni '70 e '80. Il processo Condor si è aperto il 12 febbraio del 2015, e prende il nome dal 'Plano Condor', una strategia elaborata dai militari insieme alla Cia per imporre regimi dittatoriali in tutto il continente sudamericano, fermando così il diffondersi delle idee socialiste o di governi vicini all'Unione Sovietica.

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12/09/2016

Cile 1973, il vero “11 settembre” della democrazia



11 settembre 1973. Salvador Allende viene assassinato in Cile da un golpe sanguinario organizzato da militari e fascisti, padroni e democristiani, Cia e multinazionali.

Oggi è importante ricordare quella data per almeno due ragioni di fondo.

La prima è che il Cile sotto la sanguinaria dittatura di Pinochet divenne la cavia della prima sperimentazione liberista del secondo dopoguerra. Camminando sopra le decine di migliaia di cadaveri di sostenitori del governo socialista democraticamente eletto, i Chicago boys di Milton Friedman giunsero in Cile per gestire la politica economica del tiranno. E sperimentarono la distruzione del sistema pensionistico pubblico, della sanità e di tutti i servizi sociali, la privatizzazione in favore delle multinazionali di tutto il sistema produttivo a partire dalle ricche miniere di rame, la cancellazione di ogni diritto per il lavoro. La cavia cilena servì a sperimentare le ricette e le dosi delle politiche liberiste, che poi dilagarono in tutto il mondo e che oggi più che mai confermano la loro natura intrinsecamente criminale. Politiche liberiste che in Europa hanno avuto un nuovo impulso con l'uso come nuova cavia della Grecia, sottoposta alla dittatura bancaria della Troika.


La seconda ragione per cui è importante e attuale il sacrificio di Allende e del suo popolo è che oggi ci stanno riprovando. In tutta l'America Latina, dopo quasi quindici anni di governi progressisti, è in atto una controffensiva reazionaria che vuole restaurare il dominio assoluto dei poteri e degli interessi che hanno sempre vessato i popoli di quel continente. I ricchi dei vari paesi, come sempre assieme alle multinazionali e alla finanza USA e UE, sfruttano il disagio ed il malcontento di una parte dei popoli per restaurare il liberismo più infame. E se per ora non sono i militari a fare i golpe, ma settori delle istituzioni, non cambia la sostanza degli obiettivi di chi, come nel 1973, vuole cancellare ogni conquista popolare nel nome del libero mercato e delle multinazionali che lo comandano.

Dopo il golpe cileno le dittature militari liberiste dilagarono in tutto il continente, facendo centinaia di migliaia di vittime. Ed è bene ricordare che le alte gerarchie della Chiesa Cattolica in molti casi furono complici degli assassini, nel nome della lotta al comunismo. Fino alla benedizione ed al caldo sostegno che a Pinochet furono concessi da Giovanni Paolo II, che vergognosamente festeggiò sul balcone uno dei tiranni più sanguinari del dopoguerra.

Ricordiamo tutto, perché la bestia immonda che ha massacrato Allende e il suo popolo è ancora viva e feconda.

Giorgio Cremaschi

*****

Quarantatré anni fa: l'11 settembre 1973 in Cile il golpe fascista sostenuto dall'amministrazione USA e organizzato dal segretario di stato Henry Kissinger, pose fine al Governo di sinistra, democraticamente eletto, di Unidad Popular guidato dal socialista Salvador Allende.

Migliaia di cileni furono uccisi, imprigionati, deportati, costretti all’esilio (nei tre anni successivi al golpe furono arrestate 130.000 persone e il numero dei desaparecidos rimane ancora indeterminato).

Un'esperienza politica avanzata di democrazia e socialismo, quella di Unidad Popular, che avrebbe potuto cambiare il corso della storia del Cile, avere ripercussioni internazionali, essere d'esempio per diversi altri Paesi del mondo.

La vicenda cilena, che pure diede origine a un ampio dibattito nel movimento comunista internazionale e in particolare in quello italiano attraverso la riflessione avviata nel PCI dal segretario Enrico Berlinguer, deve rimanere nella memoria collettiva come un esempio e un monito incancellabili, in particolare in questi tempi dove davvero si sta cancellando tutto quanto è stato fatto, tra luci e ombre, vittorie e sconfitte, per il riscatto del proletariato di tutto il mondo.

Quel giorno la lama tagliente della tragedia attraversò la vita dei cileni e dei militanti di sinistra o semplicemente democratici in tutto il mondo.

Cadeva, armi in pugno, il governo del “Compagno Presidente” Salvador Allende e si apriva nella lontana, eppur sentita sempre così vicina nazione, chiusa al mondo dalla cordigliera delle Ande una stagione di massacri e di ferocissima repressione poliziesca.

Con ogni probabilità, in quel drammatico frangente, si chiuse anche una fase della storia della sinistra, a livello internazionale: arrivava a compimento una strategia nata qualche decennio avanti.

La sinistra europea, in particolare, fu chiamata, all’interno della ferrea logica dei blocchi allora ancora imperante, a cercare nuove strade e da questa constatazione di fatto prese l’avvio della già ricordata riflessione proposta al PCI proprio da quei fatti e che si tradusse in due proposte politiche, quella del “compromesso storico” riferita al quadro interno e quella dell’“eurocomunismo” riguardante il quadro internazionale.

Entrambe ebbero vita difficile e breve.

Torniamo però al Cile e al significato politico profondo, si potrebbe dire epocale, che ebbe l’esito di quella vicenda, contrassegnata – è bene ricordarlo – da un complesso, anche contraddittorio, ma sicuramente avanzato tentativo di governo all’interno di un sistema capitalistico del resto molto particolare e specifico come quello cileno.

Il Cile degli inizi degli anni’70 indicava il culmine di un processo attraverso il quale un partito “operaista” era riuscito a realizzare la strategia frontista del VII Congresso dell’Internazionale Comunista (Il Congresso appunto dei “Fronti Popolari” e della relazione Dimitrov).

A quel livello l’esperienza di Unidad Popular, il suo trionfo e la successiva disfatta, trascesero le frontiere politiche e ideologiche dell’America Latina.

La sinistra cilena, in effetti, conservava fin dai tempi della sua fondazione una capacità di presenza autonoma del socialismo, nel quadro sociale e politico del Paese.

Una presenza autonoma che è stata definita come “operaista”, le cui origini strutturali possono essere spiegate dalla particolare conformazione storica della classe operaia cilena come “massa isolata”: una conformazione storica precipua che ebbe, tuttavia, come risultato la costituzione del più potente rapporto fra lavoratori e cultura socialista che il continente latino americano avesse mai conosciuto.

Questa prospettiva di autonomia con cui si costituì politicamente la classe operaia cilena rappresentò una barriera contro la penetrazione del populismo e spinse verso la presenza indipendente dei lavoratori verso ognuno dei diversi tentativi frontisti che, dal 1938 fino all’elezione di Allende, si svilupparono in Cile alla ricerca di nuovi equilibri politici.

Al momento dell’elezione di Allende, però i partiti di sinistra cedettero il passo a una concezione strettamente “sociologizzante” della politica, secondo la quale lo Stato non rappresentava altro che un campo passivo in cui si riflettevano gli interessi di gruppi e di categorie sociali.

Non fu così possibil , come scrive Juan Carlos Portantiero nel saggio sul marxismo latinoamericano contenuto nella Storia del Marxismo edita da Einaudi nel 1982, “ far valere i margini di produttività politica che il potere genera autonomamente”.

In sostanza era assente, nella strategia di Unidad Popular una vera e propria “teoria dello stato”: un limite complessivo che si era già presentato nel corso dell’intera esperienza dei “Fronti Popolari” che, appunto, con la tragedia cilena chiuse il suo ciclo aperto dalla duplica vittoria elettorale in Spagna e in Francia nel 1936.

In quel varco aperto si infilò, vincente, il colpo di stato del generale Pinochet.

Un “golpe” appoggiato e probabilmente organizzato dagli USA, che risultò alla fine un insieme di conservatorismo e di irrompente novità; da un lato il regime conservò i tratti tipici dei regimi militari degli anni’70 (con forti assonanze con quello dei colonnelli greci), compiendo esecuzioni e massacri da parte delle forze dell’ordine o di gruppi paramilitari, esercitando la tortura sistematica dei prigionieri, costringendo all’esilio in massa gli oppositori politici.

Dall’altra parte, sul piano economico, si sviluppò una politica ultraliberista, dando così dimostrazione tra l’altro, che il liberalismo politico e la democrazia non debbono essere naturalmente associati al liberismo economico.

Nel “caso cileno”, però, c’era qualcosa di più: la volontà di sperimentazione per una nuova fase dell’economia a livello internazionale; quella del liberismo sfrenato che abbiamo conosciuto universalmente denominato come “reaganismo – tachterismo”.

I “Chicago – boys” della scuola di Friedman misero così in opera i dettami di intensificazione dello sfruttamento che sono ancora alla base del dettame attraverso il quale le grandi centrali del capitalismo governano i loro cicli di crisi.

Un sistema risultato, alla fine, in grado di produrre egemonia, non soltanto rispetto all’andamento del ciclo capitalistico, ma rispetto alla cultura, al senso comune, all’agire politico in una dimensione globale.

Un’egemonia che perdura tuttora, anche perché le forze politiche semplicemente progressiste, se non socialdemocratiche, se non comuniste situate in quella parte del mondo non vincolata al regime sovietico e al suo successivo crollo, non sono riuscite a proporre nulla d’alternativo, anzi – alla fine – si sono mimetizzate all’interno di quel sistema assumendone, sul piano politico – culturale, i tratti salienti in un gigantesco processo di omogeneizzazione da quale non sono più uscite e che, nella sostanza ha rappresentato l’elemento fondativo della crisi globale che stiamo vivendo.

L’11 Settembre 1973 in Cile non rappresentò, quindi, soltanto la sconfitta di Unidad Popular e il tentativo di costruire, in un angolo peculiare del Sud America, un fronte popolare non venato da populismo: si trattò dell’avvio di una sconfitta storica per le forze socialdemocratiche, socialiste e comuniste a livello internazionale.

Una sconfitta, prima di tutto politica e culturale, nella quale sono mutati distintivi sia di una sinistra “possibile” , sia di una sinistra posta in grado di riproporre “l’Assalto al Cielo”.

Una sconfitta della quale stiamo pagando ancora adesso amare conseguenze, smarriti come siamo sul piano dell’identità e privi di una strategia politica complessiva.

Non dimenticheremo mai, in ogni caso, il sacrificio di migliaia e migliaia compagne e compagni cileni.

Franco Astengo

Fonte

16/08/2016

Uruguay. In ricordo di Elena Quinteros e di tutti gli insegnanti desaparecidos

Lunedì 1 agosto 2016, a 40 anni dal sequestro e desaparición di Elena Quinteros, maestra militante sindacale e politica, la scuola elementare 195 de Pando, Uruguay, viene nominata con il suo nome.
La cerimonia si è svolta con gli alunni che disciplinatamente hanno seguito un'ora di interventi. Erano presenti gli insegnanti, le autorità del comune di Canelones, i rappresentanti del sindacato degli insegnanti della scuola elementare.

In tutti gli interventi è stato ricordato il suo impegno in difesa della scuola pubblica, e in difesa di una società più giusta. Hanno ricordato che tra il 1973 con il colpo di stato e il 1985 in Uruguay, la violazione dei diritti umani, già in atto da prima, era aumentata con migliaia di prigionieri (7.000 su 3.500.000. di abitanti) e la desparición di tanti compagni come conseguenza del Plan Condor.

La targa in suo omaggio viene posta il 1 agosto, giorno del maestro desaparecido. Il ricordo e la memoria affinché non esista mai più terrorismo di stato. Elena Quinteros fu militante prima della Federazione Anaechica uruguaiana (Fau) dopo della Resistenza Operaia Studentesca (ROE) e del Partido por la Victoria del Pueblo (PVP).

Il 26 di giugno del 1976 Elena era in carcere. Ha dichiarato che si poteva vedere con qualcuno e si è fatta portare nella vicinanza dell'Ambasciata venezuelana. Fu così che saltò il muro che circondava l'Ambasciata, entrando dentro il cortile, gridando il suo nome e professione. Ma le forze repressive violando il diritto internazionale, l'hanno sequestrata all'interno dell'Ambasciata.

Di Elena non si è saputo più niente. Fu portata in un centro clandestino di detenzione.

E' importante preservare questi ricordi, costruire allo stesso tempo una politica cittadina tollerante ed inclusiva.

E' un riconoscimento a tutti gli insegnanti che con il loro impegno politico e sociale hanno contribuito alla ricerca di un mondo nuovo, dimostrando un impegno straordinario. La targa ricorda l'impegno nella ricerca della verità e della giustizia.

Dopo, nel tardo pomeriggio, c'è stata un'altra iniziativa nella Casa del Maestro per fare un commosso omaggio a tutti gli insegnanti desaparecidos. Dentro la sala, in mezzo alle sedie c'erano le fotografie dei desaparecidos...

E' intervenuta una rappresentante dei famigliari dei desaparecidos. Ha rivendicato i passi in avanti fatti dal governo del FA, ma allo stesso tempo ha segnalato tutti gli errori. Lo Stato deve fare una indagine approffondita di denuncia del Plan Condor, e i famigliari continueranno ad esigere la consegna degli archivi e si deve accelerare l'indagine su quanto è successo, massimizzando l'informazione sul Plan Condor.

Si continua la lotta contro la “legge d'impunità” tuttora in vigore. L'attuale governo del Frente amplio ha costituito una commissione che sta portando avanti l'indagine, ma ancora c'è strada da percorrere; si va avanti, ma dal punto di vista giuridico ci sono molti limiti per la vigenza della legge di caducidad...

I famigliari continuano la loro lotta per Nunca Mas y verità e giustizia.

Fonte

29/05/2016

Piano Condor: storica sentenza in Argentina contro gli aguzzini

Un tribunale di Buenos Aires ha inflitto ieri pene comprese tra gli 8 e i 25 anni di reclusione a 15 dei 17 imputati, giudicati colpevoli di aver messo in atto un piano concordato tra le dittature del Sud America per sopprimere gli oppositori. Al momento della lettura della sentenza, durata più di un’ora, l’aula del tribunale era gremita di sopravvissuti alle torture e di familiari delle vittime, molti arrivati anche da altri Paesi latinoamericani. Quando i giudici hanno finito di leggere, il pubblico ha urlato «Presente!».

Si tratta di una sentenza storica. Per la prima volta il verdetto di un tribunale certifica l’esistenza del piano Condor, il progetto criminale messo in atto negli anni settanta nei Paesi del Cono Sur per eliminare fisicamente e con ferocia chiunque si opponesse al fascismo come sistema politico e al neo-liberismo come dogma economico. “Mai prima ci furono condanne così nette e quindi non importa che molti degli imputati siano morti nel frattempo”, afferma alle agenzie di stampa Nora Cortinas, 88 anni, madre de Plaza de Mayo linea fundadora, che dal 30 aprile del ’77 non ha saputo più nulla di suo figlio Carlos Gustavo, inghiottito dal regime militare argentino.

A Buenos Aires, Nora con tanti altri familiari di desaparecidos e associazioni per i diritti umani, ha ascoltato in un’aula silenziosa il lungo elenco dei nomi dei 15 condannati e i reati commessi: gli ex ufficiali Santiago Riveros, Manuel Cordero Piacentini e l’agente della Side Miguel Ángel Furci a 25 anni di prigione, e l’ultimo capo della giunta militare argentina, di origine italiana, Reynaldo Bignone, a 20 anni di carcere. Venticinque anni anche per l’ex colonnello uruguayano Manuel Cordero, responsabile, tra l’altro, della sparizione di Maria Claudia Garcia, nuora incinta del poeta argentino Juan Gelman, che ha cercato instancabilmente sua nipote, strappata al seno della vera madre rapita, torturata e uccisa e cresciuta da un militare e da sua moglie.

“E’ il primo uruguayano condannato per la vicenda di mia mamma, per me è molto significativo”, ha detto a caldo Macarena Gelmans. La sentenza sul Piano Condor è “molto importante per sottolineare che prima del Mercosur economico c’è stato un Mercosur del terrore. La rete repressiva tentava di non lasciare opportunità a quelli che volevano opporsi al terrorismo di Stato”, spiega il ministro plenipotenziario all’ambasciata argentina a Roma, Carlos Cherniak, il quale ritiene che questo verdetto possa costituire un “punto di riferimento per la memoria di quegli anni in tutta la regione, anche in quei Paesi che non hanno potuto fare giustizia”.

Furci, l’unico imputato presente in aula al momento della lettura della sentenza, è stato dichiarato colpevole di 67 sequestri di persona e 62 casi di tortura, per le azioni commesse nella prigione illegale chiamata «Automotores Orletti».  Sono stati invece assolti gli ex direttori del liceo militare General Espejo de Mendoza, Carlos Horacio Tragant e Juan Avelino Rodríguez.

La Corte ha proceduto per reati specifici verso persone specifiche che vanno dalla privazione della libertà alle torture ma la novità è che i giudici hanno condannato la maggior parte degli imputati per “associazione illecita nell’ambito del Plan Condor che è consistito materialmente – ha letto il giudice – nel reato di privazione della libertà commesso” da parte di militari che hanno abusato della loro funzione e “reiterato” l’orribile crimine di aver fatto sparire, torturare e uccidere decine e decine di persone tra Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Brasile, Perù.

Quando il processo è iniziato tre anni fa, nel febbraio 2013, gli accusati erano 25. Solo 17, però, sono rimasti in vita: otto sono deceduti e tra questi il dittatore argentino Jorge Videla (nella foto insieme a Pinochet). L’inchiesta che ha portato al processo è iniziata quando, nel 1992 in Paraguay, furono scoperti quasi per caso gli archivi dettagliati del Piano Condor.

Finora, nonostante i più di 30 anni trascorsi dalla firma del criminale patto, siglato il 28 dicembre del 1975 a Santiago del Cile e trovato appunto in quello che è stato ribattezzato “l’Archivio del Terrore”, nessuna sentenza giudiziaria aveva riconosciuto l’esistenza di questa ‘associazione a delinquere’ formata da tutti i regimi di estrema destra dell’America Latina.

La causa è stata istruita con un lavoro lunghissimo: sono stati ascoltate centinaia di testimonianze di persone appartenenti a tutte le nazionalità dei Paesi coinvolti nel Piano Condor; c’è stato il contributo attivo di associazioni di diritti umani e di organizzazioni internazionali; sono stati esaminati 423 fascicoli della commissione nazionale sulla sparizione di persone; centinaia di documenti delle Forze armate; decine di migliaia di documenti declassificati del Dipartimento di Stato americano, ricorda il Cels (Centro de estudios legales y sociales). D’altronde il Piano Condor fu pensato e attuato grazie al fondamentale sostegno degli Stati Uniti e dei suoi apparati militari e di intelligence, interessati a sostenere regimi fascisti e liberisti in linea con le esigenze politiche e gli interessi economici di Washington.

Le motivazioni della sentenza saranno rese pubbliche il 9 agosto di quest’anno, ha precisato il giudice. “Tra le carte degli archivi del terrore che ho scoperto nel 1992 in Paraguay – racconta il premio Nobel alternativo 2002 e membro dell’associazione dei giuristi americani, Martin Almada, nella prefazione di un libro di Federico Tulli sui “figli rubati” italiani – c’era un documento fondamentale”, datato 25 novembre 1975, e “c’era scritto che si trattava di un’operazione militare organizzata in collaborazione tra le polizie dei sette Paesi del Cono Sur con lo scopo di salvare la civiltà cristiana e occidentale dalla morsa del comunismo”. Un’operazione, ricorda Almada, che si è svolta “sotto l’ala protettrice della Cia statunitense” e che tra “il 1975 e il 1985 portò alla morte per omicidio almeno 100mila persone, l’intera classe pensante dell’America latina”.

La sentenza di ieri in Argentina, sperano in molti, potrebbe avere un effetto domino sul resto del continente dove finora l’impunità per gli aguzzini dei regimi militari degli anni ’70 e ’80 è stata quasi assoluta. In Brasile, ad esempio, dove una legge impedisce ai tribunali di processare i responsabili dei crimini commessi durante la dittatura (1964-1985). Un altro processo contro gli aguzzini del Piano Condor è in corso a Roma, e coinvolge 30 ex militari e civili di Bolivia, Cile, Perù e Uruguay, accusati della sparizione e della morte di 43 oppositori, tra i quali molti di origine italiana.

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28/03/2016

Obama non condanna il sostegno Usa al golpe e alla dittatura in Argentina

Il 24 marzo scorso molte decine di migliaia di persone hanno manifestato a Buenos Aires e nel resto dell’Argentina per ricordare il colpo di stato militare fascista che esattamente 40 anni fa iniziò una stagione di oppressione e terrore nel paese. Quella dei militari argentini fu una delle peggiori dittature, delle più sanguinose e crudeli in America Latina, insieme a quella del generale Pinochet in Cile.

Nella notte del 24 marzo del 1976 una voce solenne e marziale diffondeva dalle radio e dalle tv l’annuncio che una giunta militare guidata dal generale dell’esercito Jorge Rafael Videla, integrata dai capi della Marina e dell’Aviazione, Emilio Eduardo Massera e Orlando Ramon Agosti, aveva destituito la presidente in carica, Isabelita Peron, assumendo pieni poteri.

Iniziava così una tragedia collettiva che portò ‘desapariciòn’ e all’omicidio di oltre trentamila persone: oppositori politici di sinistra, studenti, sindacalisti, artisti, giornalisti, gente qualunque. Una capillare opera di repressione che poté contare sulla tolleranza quando non addirittura sulla interessata collaborazione non solo delle oligarchie economiche e politiche locali (gerarchie cattoliche incluse) ma anche di molte potenze occidentali, Stati Uniti in testa.

Il golpe era nell’aria da mesi, forse da anni. Le oligarchie e le destre reazionarie di tutto il continente tramano assieme – il Plan Condor guida e coordina interventi simili in tutta l’America Latina – al Dipartimento di Stato Usa, alla Cia. Al regime fascista spagnolo ma anche a vari paesi ‘democratici’ europei.

In Argentina le condizioni propizie per legittimare agli occhi di una parte dell’opinione pubblica locale e internazionale l’intervento dei militari nella primavera del 1976 sembrano esserci tutte: l’economia è in caduta libera, l’inflazione divora salari e stipendi, la guerriglia di sinistra moltiplica i suoi attacchi. La situazione politica è surreale: alla Casa Rosada siede l’ultima moglie del leggendario Juan Domingo Peròn, l’ex ballerina Isabelita. Dalla morte di Peròn il burattinaio che muove i fili del governo nazionale è l’inquietante José Lope Rega, personaggio oscuro e perverso, fondatore della Triple A, formazione paramilitare di estrema destra dedita all’eliminazione degli oppositori politici. Una parte degli argentini – ‘la maggioranza silenziosa’, le classi medie e alte, i settori popolari impauriti dal caos – se lo aspettano il golpe, in alcuni casi lo implorano. Il 24 marzo vengono accontentati.

Nel comunicato numero uno del governo militare diffuso durante la notte di quel giorno, la Junta annuncia la presa del potere definendola ‘un dovere di fronte alla grave situazione di crisi morale, declino economico e dissoluzione sociale’ che vive il Paese. Inizia quello che i militari chiamano “Processo di Riorganizzazione Nazionale”. I partiti politici vengono di fatto messi fuori legge, il Parlamento esautorato, le attività sindacali proibite e perseguite, libertà di stampa e di espressione cancellate.

Fin dalle primissime ore che seguono al colpo di stato, arresti, perquisizioni, interrogatori, torture e sparizioni diventano lo strumento attraverso il quale il nuovo regime ‘ripulisce’ la società da quelli che considera nemici, corpi estranei. Studenti, sindacalisti, lavoratori e semplici cittadini accusati di simpatizzare per le ‘forze della sovversione’ vengono perseguitati senza pietà. I garage di Buenos Aires si trasformano in mattatoi e viene inaugurata l’atroce pratica dei ‘voli della morte’ con i torturati che, quando non servono più, vengono gettati in pieno oceano dagli aerei militari, in molti casi vivi.

La famigerata Esma, la scuola superiore di meccanica della Marina, convertita nel 2004 dal governo Kirchner in un museo per la memoria dei crimini della dittatura e la promozione e la difesa dei diritti umani, diventa uno dei luoghi simboli delle atrocità dei militari. E’ la ‘Guerra sucia’, la ‘Guerra sporca’, che il regime mette in atto per reprimere la sovversione marxista e peronista.

“L’Argentina è in guerra e la sparizione di alcune persone è una conseguenza non desiderata di questa guerra” si giustifica Videla. Passano mesi prima che le madri degli scomparsi prendano coraggio e vadano di persona a chiedere alle autorità notizie sulla sorte dei loro figli, scontrandosi contro un muro di menzogne, di coperture reciproche, di omertà e di minacce. La loro protesta e il loro dolore si trasformerà nella marcia silenziosa della plaza de Mayo, che ogni giovedì pomeriggio, per molti anni, si trasforma in una enorme ronda colorata di bianco, come i fazzoletti delle madri che camminano per evitare l’accusa di adunata sediziosa e dunque l’arresto.

Videla lascia il comando della giunta nel 1981 e il comando passa a Roberto Viola e poi a Leopoldo Galtieri. Il governo dei militari dura quasi otto anni, fino al tragico epilogo della guerra delle Malvinas (le Falkland per Londra), scatenata proprio da Gualtieri nell’82 per tenere in vita un regime ormai in agonia. La dittatura cade sotto i colpi della sua stessa retorica e delle cannoniere britanniche inviate da Margareth Tatcher nello sperduto territorio d’oltremare, lasciando un paese lacerato e cancellando un’intera generazione politica e intellettuale. A distanza di 40 anni, nei giorni i cui Barack Obama, primo presidente americano, visita il memoriale delle vittime della dittatura e promette di aprire parte degli archivi americani per far luce su quegli anni, il discorso pubblico sulla dittatura divide ancora il popolo argentino e la classe politica del Paese. Le ferite restano aperte. E continuano a sanguinare.

Anche perché la visita a Buenos Aires dell’inquilino della Casa Bianca è servito ad equilibrare a destra il viaggio all’Avana. Obama ha voluto incontrare il nuovo presidente argentino, Mauricio Macri, per rivendicare l’attivo ruolo che gli Stati Uniti stanno giocando nel ridisegno degli equilibri e dei rapporti di forza di quello che una volta era il loro ‘patio trasero’ e che dagli anni ’90 ha visto sfilarsi man mano molti paesi. L’ondata delle rivoluzioni democratiche e progressiste, dal Venezuela alla Bolivia, dall’Ecuador all’Argentina, la resistenza di Cuba, il fallimento dell’Alca bruciano ancora a Washington. Che però negli ultimi anni è tornata a segnare alcuni punti a favore: il golpe in Honduras e poi in Paraguay, la sconfitta del kirchnerismo a Buenos Aires...

Per coincidenza Obama è arrivato in Argentina proprio il 24 marzo, nel quarantesimo anniversario delle feroce dittatura sostenuta apertamente da Washington per bocca del suo presidente dell’epoca, il il repubblicano Gerald Ford.

Più di uno – tra questi il nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel – avevano sperato che Obama riconoscesse finalmente il ruolo giocato dagli Stati Uniti in una stagione buia e tragica le cui conseguenze ancora pesano sulla memoria e sulla realtà dell’intero continente.

Ma Obama non ha voluto incontrare neanche i familiari delle vittime della dittatura militare fascista. Durante la breve visita al parco della memoria – che si estende di fronte al Río de la Plata, in cui centinaia di vittime della repressione furono gettati vivi dai “voli della morte”, il Nobel per la Pace non è riuscito ad andare oltre le scontate parole di circostanza. Obama ha affermato che il monumento rappresenta “un omaggio all’eroismo” delle vittime della dittatura e poi che “Le democrazie devono avere il coraggio di ammettere quando non sono state all’altezza degli ideali che sostengono, quando hanno indugiato troppo nell’esprimersi a favore dei diritti umani: è stato il caso dell’Argentina”.

Davvero poco per un paese che ha avuto in ruolo chiave nell’orientare le oligarchie latinoamericane verso la dittatura, la repressione, l’uso massiccio della tortura e della discriminazione. Nessuna autocritica esplicita, nessuna condanna. L’unica novità giudicata positiva dagli osservatori è stato l’annuncio da parte di Obama della rimozione del segreto di stato sugli archivi della Cia e del Pentagono risalenti agli anni della giunta militare argentina.

Mentre Obama visitava l’Argentina evitandone accuratamente la capitale, decine di migliaia di persone sfilavano nelle strade di Buenos Aires al grido di ‘Fuera Obama de Argentina’ manifestando contro il terrorismo di stato e a favore della continuazione dei processi che hanno portato (soprattutto nell’era Kirchner) alla condanna di 669 criminali implicati con la stagione più buia che il paese abbia vissuto, soprattutto militari, agenti di polizia e gerarchi del regime. Una manifestazione anche contro il nuovo governo e il nuovo presidente che non fanno mistero di rappresentare quelle stesse oligarchie che negli anni ’70 decisero di far valere i propri interessi eliminando in maniera brutale ogni parvenza di democrazia.

Nei giorni scorsi Macri ha proposto di far scontare ai domiciliari le condanne per crimini contro l’umanità inflitte – solo grazie alla tenace opera dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime della repressione fascista, alle proteste, a interminabili azioni giudiziarie – ai responsabili più diretti del regime che abbiano più di 70 anni. Il dittatore Jorge Videla è morto in carcere, a 87 anni, nel 2013. Il nuovo governo argentino che fa parlare i media occidentali di ‘rinascita democratica’ per il paese sudamericano vuole ora che i propri padrini possano contare su un trattamento di maggior riguardo.

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17/08/2015

Cile - Si suicida generale condannato per crimini durante la dittatura fascista

Martedì scorso era stato condannato dalla Corte Suprema del Cile insieme ad altri 13 militari per il sequestro e l’assassinio di Eugenio Berríos, un chimico ed agente della polizia segreta della dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990), ucciso negli anni Novanta per evitare che 'cantasse' rivelando le responsabilità del regime fascista nell'eliminazione di un gran numero di oppositori, in patria e all'estero.

Poco dopo, il 13 agosto, ne è stata dichiarata la morte all’Ospedale Militare di Santiago a causa della gravità delle ferite d'arma da fuoco riportate dopo essersi sparato nella propria abitazione.

È deceduto così il generale a riposo dell’esercito cileno Hernán Ramírez Rurange, 76 anni, già capo della Direzione di Intelligence dell’Esercito (Dine), i servizi segreti militari, condannato a dieci anni e un giorno di prigione come autore del rapimento di Berríos e ad altri dieci anni e un giorno per associazione illecita, anche se assolto dal reato di intralcio alla giustizia.

Il generale si trovava insieme alla moglie nella sua casa di Santiago, intorno all’una del mattino è uscito, dirigendosi verso le scale del palazzo, dove si è sparato con un revolver calibro 32.

Responsabile della produzione dei gas tossici in seno alla Dina – la  Direzione di Intelligence Nazionale – Berríos era fuggito in Uruguay nel 1991, dopo l'autoriforma del regime, dopo essere stato chiamato a testimoniare sull’omicidio dell’ex ministro degli Esteri Orlando Letelier, assassinato brutalmente dalla dittatura a Washington nel 1976. Il corpo del chimico era stato ritrovato nel 1995 abbandonato su una spiaggia di quel paese, con ferite d'arma da fuoco alla testa.

In base all’inchiesta, i militari condannati – fra cui il generale suicida – erano stati incaricati di eliminare ogni traccia dei crimini commessi dal regime di Pinochet, fra cui proprio "il chimico": si sarebbe trattato di una delle ultime operazioni previste dal funesto ‘Plan Cóndor’, l’operazione di repressione congiunta delle opposizioni antifasciste realizzata dalle dittature militari di estrema destra di tutta l'America Latina negli anni '70 e '80 del secolo scorso con la supervisione degli Stati Uniti.

È comprovato che la polizia segreta cilena abbia fatto ricorso a gas tossici come il Sarin, il Soman o il Tabun, per eliminare personalità a lei ‘scomode’: tracce di Sarin – secondo fonti di stampa – furono trovate nel corpo dell’ex presidente Eduardo Frei, deceduto nel 1982 per una setticemia dopo un intervento chirurgico di routine, proprio mentre si apprestava a guidare una massiccia opposizione democratica ai militari.

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14/10/2014

Piano Condor: a giudizio 21 gerarchi delle dittature latinoamericane


Ci è voluto parecchio tempo e non tutto è andato come chiedevano sopravvissuti e parenti delle vittime, ma alla fine 21 ex gerarchi delle dittature militari e fasciste latinoamericane degli anni ’70 saranno processati per i loro crimini. La prima udienza è stata fissata per il prossimo 12 febbraio nell’aula bunker di Rebibbia. Sul banco degli imputati della Corte d’Assise di Roma, con l’accusa di omicidio e sequestro in relazione alla scomparsa o all’uccisione di ventitré cittadini con passaporto italiano tra il 1973 e il 1978, ci saranno ventuno ex alti gradi militari, ex ministri ed ex capi di stato di nazionalità boliviana, peruviana, cilena e uruguayana – tra loro l’ex ministro dell’interno boliviano Luis Arce Gomez e l’ex capo della Dina, il servizio segreto cileno di Pinochet, Juan Manuel Contreras, e l’ex primo ministro peruviano Francisco Morales Bermúdez - responsabili della repressione dei dissidenti politici quando in America Latina impazzava il Piano Condor, il patto d’acciaio tra amministrazione statunitense, Cia e dittature militari di destra in ben sette paesi mirante a contrastare in ogni modo l’insorgenza politica e a sopprimere, anche fisicamente, ogni opposizione.

Il rinvio a giudizio è stato deciso ieri dal gup Alessandro Arturi che ha quindi accolto le richieste formulate dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo facendo però cadere per tutti, per un vizio di procedibilità, il reato di strage.
I 21 rimandati a giudizio sono solo una piccola parte dei 140 aguzzini – responsabili di uccisioni, arresti illegali e torture, a volte anche fuori dai confini dell’America Latina – che avrebbero potuto e dovuto essere processati per i loro crimini, ma alla fine problemi di vario tipo hanno impedito che 59 argentini, 11 brasiliani, 6 paraguayani e vari tra cileni, boliviani, uruguayani e peruviani finissero sul banco degli imputati al termine di ben 10 anni di indagini.
Il gup di Roma ha disposto 'il non luogo a procedere' a carico di tre imputati deceduti negli ultimi anni, tra i quali Odlanier Mena Salinas che lo scorso anno si è tolto la vita nella sua abitazione di Las Condes in Cile, durante un permesso accordatogli dal carcere militare dove era rinchiuso dal 2009. La posizione di altri nove imputati è stata invece stralciata in quanto già processati e condannati definitivamente nei loro Paesi mentre per altri quattro il giudice ha disposto l'acquisizione delle sentenze comminate contro di loro in paesi terzi per capire se si tratti degli stessi fatti contestati a Roma.

Le indagini sono scattate formalmente quando nel 1992 il giudice paraguaiano José Augustín Fernández scoprì, durante un'ispezione in un commissariato di polizia di Asunción, un dettagliato archivio che descriveva i crimini commessi da militari, funzionari e poliziotti contro migliaia di sindacalisti, attivisti, indigeni ed esponenti politici di vari paesi rapiti, torturati e uccisi dai regimi fascisti dei paesi in cui era operativo il ‘Piano Condor’. I documenti – denominati ‘Archivi del terrore’ – descrivevano minuziosamente la sorte di 50 mila persone assassinate, 30 mila desaparecidas e 400 mila incarcerate, permettendo l’avvio delle indagini su alcuni dei responsabili dei crimini registrati. Tra le vit­time più note in Italia l’italo cileno Omar Ven­tu­relli, un ex sacer­dote sospeso «a divi­nis» dal vescovo Ber­nar­dino Piñera per aver gui­dato i nativi mapu­che nell’occupazione delle terre rubate dagli oligarchi del paese. Le sue tracce si persero il 10 otto­bre del 1973 nella Caserma Tuca­pel. Per il caso di Ven­tu­relli era già stato cele­brato un pro­cesso a carico di Alfonso Pod­lech incredibilmente assolto per “insuf­fi­cienza di prove”.

Soddisfazione è stata espressa dai familiari delle vittime arrivati da vari paesi a Roma per ascoltare la decisione del giudice che per la prima volta in Europa ha sentenziato l’apertura di un processo contro i gerarchi del ‘Piano Condor’ anche se regna la delusione per i ritardi e gli ostacoli, nella punizione dei responsabili di una enorme strage, che caratterizzano l’operato di molti governi latinoamericani, in particolare quelli di Uruguay e Cile.

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19/06/2013

Desaparecidos: 35 rinvii a giudizio. Il Piano Condor alla sbarra

Dopo 10 anni di inchiesta sui crimini commessi dai regimi militari di estrema destra in Sud America il procuratore aggiunto Capaldo ha chiesto il rinvio a giudizio per 35 gerarchi di Bolivia, Cile, Perù e Uruguay.

Il procuratore aggiunto italiano Giancarlo Capaldo ha chiesto il rinvio a giudizio di 35 persone – due cittadini boliviani, 12 cileni, 4 peruviani e 17 uruguayani – per il loro coinvolgimento nell’uccisione di 23 cittadini italiani, tra il 1973 ed il 1978, in conseguenza dell’applicazione del cosiddetto ‘Plan Cóndor’, l’alleanza tra le dittature sudamericane di estrema destra sponsorizzata dagli Stati Uniti che mirava alla distruzione, fisica oltre che politica, delle varie opposizioni di sinistra e democratiche nei singoli paesi del continente latinoamericano.

Capaldo ha reso nota la sua richiesta al termine di una lunga inchiesta – durata oltre 10 anni
– condotta dalla Procura della Repubblica di Roma. Una inchiesta che inizialmente riguardava ben 140 persone ma che ha dovuto fare i conti oltre che con ritardi e impedimenti burocratici anche con il decesso di alcuni degli indagati.

Il procuratore Capaldo ha chiesto il processo per i reati di strage, omicidio plurimo aggravato, sequestro di persona per ex militari e civili di diversi paesi. Ora tra le persone che potrebbero finire a giudizio ci sono figure eccellenti come il generale Luis Gomez Arce, ex ministro dell’Interno della Bolivia, l’ex capo della Dina (servizi segreti del Cile) Juan Manuel Contreras, il generale Francisco Morales Belmudezche per cinque anni presidente del Perù, l’ex premier peruviano Pedro Richter Prada. Mentre per l’Uruguay è stato chiesto il processo per gli ex dittatori Juan Maria Bordaberrye, Gregorio Conrado Alvarez Armellino e l’ex ministro delle Relazioni estere Juan Carlos Blanco.

Capaldo ha precisato di essere stato costretto ad escludere gli imputati di nazionalità argentina a causa del rifiuto da parte delle autorità di Buenos Aires a collaborare, sebbene inizialmente figurasse nella lista anche l’ex dittatore Jorge Rafael Videla, deceduto poche settimane fa mentre era in carcere in Argentina. Diversi ex gerarchi dell’ultima dittatura argentina sono comunque al momento sotto processo in patria per i crimini compiuti nell’ambito dell’applicazione del ‘Plan Cóndor’, tra cui l’ex dittatore Reynaldo Bignone e l’ex generale Luciano Benjamín Menéndez. Anche i criminali di origine brasiliana sono stati defalcati dall’inchiesta anche in questo caso per la mancata collaborazione delle autorità di Brasilia o per problemi burocratici.

Nell’inchiesta italiana era incluso inoltre l’ex dittatore uruguayano Juan María Bordaberry, morto però nel 2011. L’indagine era stata avviata in seguito alla denuncia presentata il 9 giugno del 1999 dai famigliari di 8 italiani “desaparecidos” vittime della repressione dei regimi di estrema destra di diversi paesi del sudamerica.


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18/05/2013

Jorge Videla, crimini e morte di un genocida neoliberale

Jorge Rafael Videla, il dittatore argentino dei 30.000 desaparecidos, muore in carcere da sconfitto, da ergastolano, da genocida. Come ha detto Estela Carlotto, la leader delle nonne di Plaza de Mayo, «era un uomo disumanizzato» ed è fin troppo semplice applicare a lui la categoria arendtiana di «banalità del male» di chi mise metodicamente in atto un sistematico piano genocidiario, tendente al sequestro di persona di massa, al furto di ogni bene mobile e immobile delle sue vittime, all’assassinio e alla sparizione di persone. Lasciò i figli senza genitori e i genitori senza figli. Ciò succede in molte guerre di sterminio, ma a Videla e ai suoi non bastava. Perciò, peculiarità creola dell’orrore, volle che i morti restassero senza nome, i desaparecidos, e i vivi -i figli di questi, spesso appena neonati- restassero senza identità. Le puerpere venivano lasciate in vita solo fino al parto e centinaia di bambini furono smistati a caso «per salvare la società Occidentale e Cristiana».

Non agiva da solo Jorge Videla. Molti sapevano, moltissimi appoggiavano, come la confindustria, le classi dirigenti, potenti amici come Licio Gelli. Qualcuno benediceva. Il nunzio apostolico Pio Laghi e il cardinale primate Raúl Primatesta erano intimi del genocida. Magari ci fosse un dio a giudicarli. Videla stava dalla parte dei buoni della guerra fredda, agiva all’interno di norme stabilite nell’ambito del Piano Condor, l’internazionale del terrore fondata con Augusto Pinochet e la complicità di Henry Kissinger. Questi invitò Videla a far presto nello sterminare l’opposizione, perché poi con Jimmy Carter non avrebbe avuto la stessa mano libera. Perfino le tecniche di tortura rispondevano a rigidi protocolli; sviluppate dai francesi tra Indocina e Algeria, gli statunitensi erano stati prima allievi e poi avevano superato il maestro –fino ad Abu Ghraib già nel nostro secolo- e docenti per 50.000 torturatori e assassini latinoamericani.  Anche in altre culture e sistemi politici si tortura e si uccide, ma sulla carne dei torturati dell’ESMA e del Garage Olimpo c’è quel marchio di fabbrica.

Nel pensare Videla, nel pensare i desaparecidos, non possiamo espungere l’idea che sia la nostra civiltà occidentale, la nostra cultura, il nostro modello sociale ed economico ad aver generato un simile mostro. Nel pensare Videla non possiamo dimenticare che virus e anticorpi convivono nello stesso organismo e la difesa dei diritti umani non finisce con la morte in carcere di un genocida.

Jorge Videla muore da eversore mai pentito. Appena un mese fa invitava a prendere le armi contro il governo di Cristina Fernández de Kirchner, colpevole di aver instaurato -sue parole- «un regime alla maniera di Gramsci». Ma muore da ergastolano, muore solo come un cane in una cella di un carcere all’alba di una mattina d’autunno australe, incapace perfino di fare paura, lui che poté decidere la morte di decine di migliaia di persone. Muore solo e impresentabile, infame fino all’ultimo nel rivendicare di conoscere perfettamente la sorte di 7-8.000 dei 30.000 desaparecidos, ma scegliendo di portarsi nella tomba i segreti che avrebbero potuto alleviare l’angustia permanente di chi ancora cerca un indizio sulla sorte di un figlio, un genitore, un amico. Ben pochi oggi ne rivendicano l’eredità e appare perfino ingiusto il suo destino rispetto a quello del suo sodale in tutto Augusto Pinochet, il dittatore cileno, morto impune e confortato dall’affetto dei suoi clepto-familiari o da Henry Kissinger, che tra dieci giorni sarà un rispettato novantenne che mai pagherà per quell’inferno.

Giova sempre ricordare che non più di un ventesimo dei desaparecidos era guerrigliero, ammesso e non concesso che i guerriglieri meritassero quella sorte. Il 95% erano sindacalisti, studenti, giornalisti, giuristi, sacerdoti, militanti di sinistra, esponenti della società civile che dovevano essere spazzati via per permettere il più grande saccheggio della storia: l’imposizione del modello neoliberale, lo svuotamento delle ricchezze del paese, la loro svendita ai capitali finanziari transnazionali. Valga solo un dato: in Argentina, uno dei paesi più avanzati e ricchi al mondo, ancora nel 1972 c’era la piena occupazione. Nel 2002, calcolando disoccupati e sottoccupati, si sarebbe arrivati a un 42% reale di persone senza un lavoro degno. In un paese con milioni di ettari di terra fertile il neoliberismo reale portò a migliaia di morti per fame. Così non furono i desaparecidos né le inenarrabili violazioni di diritti umani la peggior colpa di Videla. La peggior colpa di questi e dei poteri economici che lo appoggiarono fu aver pianificato e perseguito la riduzione in miseria di milioni e milioni di esseri umani. Il genocidio fu prodromico all’imposizione del modello neoliberale. Videla fece il lavoro sporco disarticolando ogni resistenza sociale, sindacale, culturale.

Nonostante tutto la società argentina mantenne sempre vivi i propri anticorpi democratici. Dopo la caduta della dittatura, il coraggioso Raúl Alfonsín nell’83 istituì la CONADEP (la commissione d’inchiesta sui desaparecidos presieduta da Ernesto Sabato) e dichiarò l’incostituzionalità della Legge N° 22.924 di auto-amnistia firmata dalla Giunta militare poco prima di lasciare il potere. Quindi, con il Decreto 158/83 rese possibile il processo alla giunta. Punire i capi era più facile che perseguire i pesci piccoli. Quello che nell’85 condannò Videla all’ergastolo fu un processo di capitale importanza perché le Nazioni Unite recepissero la «sparizione forzata» di persone come violazione dei diritti umani. Prima non era così. Purtroppo era solo il primo round. Nel ‘90 il regime neoliberale di Carlos Menem avrebbe indultato Videla e gli altri, dopo aver messo un punto finale legislativo sulle violazioni dei diritti umani.

Fu il crollo inglorioso dell’Argentina neoliberale, alla fine del 2001, a riaprire la partita e portare al ribaltamento della politica dei diritti umani in un paese che aveva visto dilagare l’impunità dalla violazione dei diritti umani a qualunque altro contesto. Si è trattato del trionfo di trent’anni di battaglia per la verità e la giustizia portata avanti dal coraggio dello spezzone più avanzato della società argentina, simboleggiato dalle madri di Plaza de Mayo, che solo dopo la fine del regime neoliberale trovò la forza di farsi governo con la sinistra peronista dei Kirchner. Così l’Argentina recuperò una politica dei diritti umani encomiabile e tra le più avanzate al mondo. Già nel suo discorso d’insediamento Néstor mise le cose in chiaro: «Siamo i figli delle Madri e delle Nonne di Plaza de Mayo, e per questo motivo insistiamo nell’appoggiare costantemente il rafforzamento del sistema di protezione dei diritti umani, ed il processo e la condanna di quelli che li violino».

Non faceva propaganda il «flaco de la JP», il ragazzo della gioventù peronista massacrata da Videla divenuto presidente. Nel giro di pochi mesi smantellò per intero il contesto d’impunità e le leggi di Punto Finale e di Obbedienza Dovuta furono dichiarate dal Congresso «insanabilmente nulle».

Il primo a essere condannato fu il sinistro Miguel Etchecolatz, capo della polizia di Buenos Aires e responsabile di 21 campi di concentramento clandestini. Nei confronti di Etchecolatz per la prima volta in una sentenza in Argentina fu scritto che la condanna era emessa per il crimine di «violazioni di diritti umani commesse nel contesto di un genocidio». E così fu condannato il ministro dell’economia e uomo del Fondo Monetario Internazionale della dittatura José Alfredo Martínez De Hoz. Oggi in Argentina vi sono circa 3000 procedimenti penali ancora aperti e circa 650 repressori stanno scontando la loro pena, spesso l’ergastolo, in carceri comuni. Tra questi Jorge Videla che, ripristinata la sentenza dell’85, era già un ergastolano. Un altro ergastolo gli toccò per il piano sistematico di sottrazione di minori. Nello specifico per il sequestro di 18 bambini. Un terzo per l’assassinio di prigionieri politici a Cordoba. Infine era in dirittura d’arrivo la condanna per la sua responsabilità diretta nel Piano Condor, l’internazionale del Terrorismo di Stato che coinvolse tutti i regimi latinoamericani con il coordinamento di Washington.

Muore in carcere e da genocida Jorge Videla affogando nel rancore e nell’odio che nutriva per la società, per la diversità, per la bellezza. Non sono molti i paesi che, come invece può fare l’Argentina, possono dire di aver fatto i conti col proprio passato ed è per questo che il suo corpo di canaglia può marcire lasciando noi in pace. Per quanti passi ancora vadano fatti per rafforzare e difendere i diritti umani, in Argentina, in America latina, nel mondo, la morte di Videla non lascia un sapore amaro come quella dell’impune Pinochet, che pure dovette farsi passare per demente per sfuggire al processo. Con Videla giustizia è stata fatta.

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