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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/12/2023

Il suprematismo, malattia senile dell’Occidente neoliberista

I commentatori più servili, o meno brillanti, hanno colto l’occasione della morte di Henry Kissinger per precisare ancora meglio la “propria” visione della politica mondiale... secondo gli Stati Uniti attuali.

Solo alcuni titoli per capirci: «Xi Jinping è rimasto orfano del suo ”amico”» (Corriere della Sera), “Il secolo di Kissinger, fabbro del potere”(Libero), “Addio a Kissinger. Aprì le porte della Cina agli Usa” (Repubblica), “L’ultimo ambasciatore d’Occidente” (Il Messaggero), “Il Metternich della globalizzazione, Henry Kissinger lascia un vuoto” (Domani).

Come si vede, si va dall’elogiativo all’encomiastico, con qualche stilla di veleno anticinese. Sotto i titoli, però, la preoccupazione per il futuro, vista l’assenza di “tessitori” di eguale capacità.

Ma anche la rivendicazione di una politica di potenza più assertiva ed esplicita di quella messa in atto dal “Bismarck del XX secolo”, rappresentante massimo del “realismo politico” in campo occidentale.

Negli ultimi anni, nonostante si avvicinasse al traguardo del secolo di vita, Kissinger aveva rilasciato a più riprese critiche più o meno ruvide alla politica estera Usa, finendo spesso per essere elogiato da chi – in campo “progressista” – l’aveva sempre individuato come il più cinico tra i funzionari dell’imperialismo nel “secolo greve” (buon titolo de il manifesto).

Potremmo dire che ci troviamo in tempi così bui e rozzi, sul piano del pensiero, da ripensare quasi con nostalgia ai molti “belzebù” occidentali del Novecento, crudeli e violenti oltre ogni dire, ma – se non altro – almeno statisti in grado di pensare strategie, non soltanto di mostrare obbedienza “ai mercati”.

Andreotti, Craxi, Cossiga ed altri ancora, in effetti, spiccano come vette alpine rispetto al piattume dell’ultimo trentennio...

È cambiato molto rispetto ai tempi in cui Kissinger dettava legge su questa parte del pianeta. Allora la critica della realpolitik era una critica “da sinistra”, che coglieva il legame tra il cinismo violento e la “volontà di potenza”. Oggi la critica viene da destra, e considera quell’impostazione quasi “compromissoria” con i nemici dell’Occidente.

Conviene perciò capire bene la differenza, perché permette di vedere con maggior chiarezza la “filosofia di fondo” dell’imperialismo attuale.

Il “realismo politico”, in estrema sintesi, è quell’atteggiamento che riconosce che “gli altri” – i nemici potenziali o espliciti – esistono, hanno interessi diversi dai “nostri”, possiedono capacità e risorse che non possono essere ignorate anche se li si vuole battere e imporre i propri interessi come dominanti.

Nella realpolitik non c’è “morale”, ma soprattutto calcolo razionale dei costi e benefici, prefigurazione degli scenari possibili e definizione di obiettivi strategici secondo una scala di “gradimento”. Si punta al massimo risultato, certo, ma tenendo d’occhio i molti “piani B” (o “C”) che sono comunque preferibili ad una sconfitta.

“Gli altri” esistono, non possono essere azzerati (a meno che non siano così piccoli e deboli da non costituire un problema).

Non è più questa, da anni, la “cultura politica” dietro le strategie imperialiste occidentali.

A far data dalle molte “guerre asimmetriche” scatenate – non a caso – dopo la “Caduta del Muro”, gli Usa e l’Occidente al loro seguito si sono mossi schiacciando “gli altri”. Se non li hanno del tutto eliminati, li hanno comunque lasciati in condizioni tali da non riuscire neppure ad autogovernarsi. “Stati falliti” come la Somalia, la Libia, in buona misura l’Iraq, ecc., o frantumati come l’ex Jugoslavia.

Ma la cosa peggiore è che si sono abituati a pensare ed agire così. Neanche l’esser stati alla fine costretti a fuggire dall’Afghanistan ha modificato il modo di affrontare i problemi internazionali.

Lo si è cominciato a capire quando le vecchie strategie “asimmetriche” hanno sbattuto contro la reazione russa. Ossia contro uno “nemico simmetrico”, se pur economicamente meno forte, che può controbattere ad ogni livello, dalla fanteria alle testate nucleari.

Senza più l’arte difficile della realpolitik abbiamo visto un crescendo di argomentazioni pseudo-etiche a favore della guerra contro “nemici inumani”, che vanno conseguentemente eliminati e basta. Nessuna trattativa, nessuna pace, nessun “equilibrio di potenza”, nessun limite nella conduzione concreta della guerra. Nessun realismo politico.

Perché “noi” abbiamo “valori superiori”, una “civiltà”; siamo “un giardino circondato dalla giungla”. E la giungla può essere solo disboscata. Col napalm, probabilmente, di cui gli Usa di Kissinger fecero uso smodato in Vietnam, Cambogia e Laos. Arrivando però, “con realismo”, a fare un passo indietro quando capirono di non poter vincere...

Il contrario del “realismo politico” è un’astrazione da psicopatici: la superiorità dell’Occidente. Un “suprematismo” (a maggioranza bianca, certo, anche se non mancano leader o generali coloured, tra Londra e Washington) che non ammette contrasto.

Ma se “gli altri” devono smettere di esistere, allora c’è solo una politica possibile: lo sterminio. È quello che fecero i turchi con gli armeni, i nazisti con gli ebrei (e i comunisti, i rom, gli omosessuali), gli statunitensi bianchi con i nativi pellirosse. È quello che sta facendo, da 75 anni anni, Israele con i palestinesi. È quel che dicevano apertamente di voler fare i nazisti ucraini nel Donbass e in Crimea.

Sembra un “pensiero forte”, ma è esattamente l’opposto. Ed è proprio la biografia di Kissinger a dimostrarlo.

Quando gli Stati Uniti erano una superpotenza in crescita potevano permettersi di agire con molta crudeltà (golpe in America Latina, guerra in Vietnam, massacri in Indonesia, ecc.), ma sempre mantenendo il filo del realismo politico.

Per combattere meglio l’Unione Sovietica si potevano fare accordi strategici con la Cina di Mao, politicamente ancora più lontana della Mosca di Breznev. Ma non pensavano neanche lontanamente – perché irrealistico – a combattere una guerra vera con entrambi contemporaneamente...

Gli Stati Uniti in crisi di egemonia, invece, si ritrovano a maneggiare e diffondere un bellicismo irresponsabile che brucia tutti i ponti alle spalle e lascia ampie zone del mondo senza soluzioni politiche possibili. Per esempio in Palestina, ma non solo.

Il suprematismo occidentale è insomma un rinsecchimento della capacità di elaborazione strategica, una prova di debolezza politica.

Ma del resto, se l’intera classe politica occidentale, dopo quarant’anni di neoliberismo, è stata selezionata in base al grado di “obbedienza ai mercati”, dove volete mai trovare qualche statista che sia in grado di “pensare il tutto” con un briciolo di realismo?

Giusto al cimitero...

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30/11/2023

È finito il secolo di Kissinger

Se n‘è andato in nottata, all’età di cento anni – compiuti a maggio – uno dei personaggi politici più subdoli e machiavellici che la tragica storia del ‘900 abbia annoverato.

Quell’Henry Kissinger che fu potentissimo Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale sia durante la controversa Presidenza Nixon che nel triennio di Gerald Ford.

Fautore della cosiddetta realpolitik – nel nome della quale perorò addirittura il disgelo con la Cina di Mao, in funzione anti-sovietica – Kissinger fu tra i più audaci sostenitori delle spregiudicate teorie monetariste messe a punto dalla Scuola di Chicago e dai suoi “Chicago Boys”, diretti dall’economista neoliberista Milton Friedman.

La dottrina, i cui principi innervanti sono le privatizzazioni e la deregulation durante le oscillazioni di mercato, si fonda sulla supremazia monetaria del dollaro nei confronti delle altre divise, cui fanno da imprescindibile controcanto l’interventismo militare e il saccheggio imperialista a stelle e strisce.

Mentre sul piano istituzionale l’egemonia della moneta americana è da sempre sostenuta dalle ricette del FMI, autentica longa manus finanziaria degli Usa.

In definitiva, una struttura la cui finalità è il mantenimento del dominio economico e del modello culturale statunitense sull’intero pianeta.

Proprio questi principi dottrinari furono all’origine dei golpe imposti dagli Usa, negli anni ’70, in molti paesi dell’America Latina. A partire dal Cile e dall’Argentina.

Ma anche delle cosiddette guerre sporche condotte dalle amministrazioni Nixon e Reagan in Paraguay, Nicaragua, Venezuela, Brasile, Salvador. Nonché causa dell’ingerenza americana nelle sue colonie più lontane, tra cui certamente l’Italia.

E non si possono certo dimenticare il brutale e illegittimo bombardamento – dal punto di vista del diritto internazionale e della violazione dei diritti umani – voluto da Kissinger e Nixon sulla Cambogia. Come pure l’intervento statunitense nella Guerra del Kippur del 1973 a sostegno dello storico alleato sionista. Per non tacere delle operazioni Cia nell’Africa subsahariana.

Un’eredità insomma, quella di Henry Kissinger – che il politologo Robert Kaplan definì non a torto “il più grande statista bismarckiano del ventesimo secolo” – cui ancor oggi paghiamo un ben gravoso e sanguinoso dazio.

Un criminale e un nemico vero – al quale la borghesia, coi suoi comitati d’affari, non mancò di tributare un vergognoso Nobel “per la pace” – la cui dipartita arriva anche troppo tardi.

Non ci mancherà!

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19/07/2023

Kissinger incontra il ministro della Difesa cinese in una visita a sorpresa a Pechino

Il veterano diplomatico statunitense Henry Kissinger ha incontrato il ministro della Difesa cinese a Pechino.

Secondo una nota diffusa martedì dal ministero della Difesa cinese, Li Shangfu ha affermato che la “comunicazione amichevole” tra Cina e Stati Uniti è stata “distrutta” perché “alcune persone negli Stati Uniti non hanno incontrato la Cina a metà strada“.

Kissinger ha dichiarato di essere un “amico della Cina“, secondo quanto si legge nel comunicato.

“Né gli Stati Uniti né la Cina possono permettersi di trattare l’altro come un avversario. Se i due Paesi entrano in guerra, non si otterrà alcun risultato significativo per i due popoli“, si legge nel comunicato cinese.

La visita a sorpresa del centenario ex segretario di Stato americano arriva mentre John Kerry, inviato degli Stati Uniti per il clima, è a Pechino per incontrare funzionari cinesi e discutere di come i due Paesi possano cooperare per affrontare la crisi climatica.

Kerry è l’ultimo di una serie di alti funzionari statunitensi che si sono recati in Cina quest’estate, dopo che il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha completato un viaggio a lungo atteso a giugno.

Le relazioni tra le due superpotenze sono in discesa da mesi, ma da entrambe le parti c’è un cauto ottimismo sul fatto che il riavvio dei dialoghi ufficiali possa gettare le basi per un miglioramento dei rapporti.

La visita di Kissinger, che non era stata pubblicizzata, non rientra nel calendario ufficiale degli incontri. Sono passati quasi 52 anni dalla sua visita segreta a Pechino nel luglio 1971, che aprì la strada a Richard Nixon, l’allora presidente degli Stati Uniti, per normalizzare le relazioni tra Stati Uniti e Cina.

A distanza di oltre mezzo secolo, Kissinger è ancora visto da molti a Pechino come un “amico della Cina“. A maggio, il tabloid statale Global Times ha elogiato la mente “affilata” di Kissinger.

Kissinger ha ripetutamente messo in guardia dalle conseguenze “catastrofiche” di un conflitto tra Stati Uniti e Cina.

[Il ministro] Li è oggetto di sanzioni statunitensi dal 2018, in relazione all’acquisto di aerei da combattimento dal principale esportatore di armi russo, che Pechino cita come motivo per rifiutare di riaprire i dialoghi militari con Washington.

Il mese scorso, Li ha rifiutato di incontrare il suo omologo statunitense, Lloyd Austin, al Dialogo di Shangri-La a Singapore.

Il Ministero degli Esteri cinese non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento.

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09/05/2023

Guerra in Ucraina - Falchi come colombe

Scorra prima altro sangue tra Russia e Ucraina poi si vede se trattare o meno. Sembra di sentire i deliri dei governi nella Prima Guerra Mondiale, durata molto più di quanto preventivato e con milioni di morti, feriti, mutilati nelle trincee di tutta Europa, invece siamo nel XXI° Secolo.

Secondo il Wall Street Journal (vedi l’articolo in altra parte del giornale) alcuni funzionari statunitensi ed europei hanno affermato di ritenere che l’offensiva di primavera pianificata dall’Ucraina potrebbe aprire la strada ai negoziati tra Kiev e Mosca entro la fine dell’anno e che la Cina potrebbe aiutare a portare la Russia al tavolo negoziale.

Il giornale statunitense descrive questo atteggiamento come un “cambiamento nel pensiero occidentale” per la seria preoccupazione dei paesi occidentali di non essere in grado di mantenere il livello necessario di aiuti militari al regime di Kiev in futuro. Detto questo, alcuni stati occidentali vogliono vedere se la Cina è in grado di disinnescare il conflitto, il che indica anche un cambiamento nel modo in cui l’Occidente vede il ruolo di Pechino.

Il 23 aprile, il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale ucraino Alexey Danilov avevano respinto le richieste di dialogo sulla risoluzione del conflitto con la Russia tornando a chiedere più armi dall’Occidente. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha affermato che Mosca ha sempre sostenuto lo svolgimento di negoziati, ma il dialogo sulla situazione intorno all’Ucraina è possibile solo se si tiene conto degli interessi e delle preoccupazioni legittime della Russia.

Secondo il Wall Street Journal i principali rappresentanti del Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti sostengono l’idea di avviare i negoziati tra Kiev e Mosca. Ma il Dipartimento di Stato americano e la CIA sono scettici sull’idea e vorrebbero vedere prima il risultato della potenziale controffensiva ucraina prima di intraprendere qualsiasi azione diplomatica.

L’ipotesi di trattative entro l’anno è stata avanzata anche dall’anzianissimo ma autorevole Herry Kissinger in una intervista alla CBS news. “Ora che la Cina ha assunto un ruolo negoziale, (la situazione) giungerà al culmine. Penso che entro la fine dell’anno discuteremo di negoziare processi, e avremo anche negoziati reali”. Nel corso dell’intervista, Kissinger ha dichiarato che sarebbe pronto a interloquire personalmente col presidente russo Vladimir Putin, nel caso gli giungesse una richiesta in tal senso da parte dell’amministrazione presidenziale Usa.

Già lo scorso anno Kissinger aveva sollecitato la ricerca una soluzione negoziale al conflitto in Ucraina, avvertendo che difficilmente tale soluzione potrà passare per una completa restituzione dei territori attualmente occupati dalle forze russe.

Ma per gli Stati Uniti e i falchi occidentali le possibili trattative passano attraverso una nuova carneficina sul terreno militare in Ucraina.

Varrebbe la pena ricordare a tanti guerrafondai da quattro soldi quanti morti costò la Friedensturm tedesca sulla Marna. Il significato della parola era proprio “offensiva per la pace” ossia battere il nemico e solo dopo andare a trattative. I fatti ci ricordano poi come è andata. Ma potremmo anche parlare della Strafexpedition (concepita come offensiva punitiva) degli austriaci sugli altopiani contesi con l’Italia. Quando i falchi si travestono da colombe occorre tremare.

Noi sosteniamo una logica del tutto contrapposta. Con l’appello Fermare le guerra, imporre la pace, diciamo invece cessate il fuoco subito e avviate i negoziati adesso prima di ulteriori mesi di questo mattatoio. Le proposte negoziali sul campo (Cina e Vaticano) offrono una cornice possibile per fermare il conflitto senza attendere una nuova carneficina.

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24/12/2022

Tempi foschi se tocca apprezzare Kissinger

Tutto si può dire di Henry Kissinger, tranne che non sia uno stratega e politico accorto, spietato quanto lucido, privo di scrupoli quanto intelligente ed esperto. In genere di Kissinger abbiamo potuto apprezzare, durante la sua lunga reggenza degli affari esteri statunitensi, le qualità negative di portavoce degli interessi dell’Impero, di stratega dei colpi di Stato e dei piani di sterminio degli oppositori come la famigerata Operazione Condor, diretta dal Dipartimento di Stato statunitense e portata a termine dalle giunte militari criminali insediatesi negli anni ’70 ai vertici di vari Paesi latinoamericani.

Oggi, oramai anziano e ritiratosi dalla politica attiva, ma sempre attento ed acuto osservatore delle vicende della politica internazionale, Kissinger mette a nudo la sua parte migliore e lo fa commentando le vicende del conflitto ucraino, nei confronti del quale ha fatto di recente una serie di affermazioni che sembrano per certi versi condivisibili.

Le più importanti si trovano in un articolo pubblicato sulla rivista britannica The Spectator (How to avoid another world war | The Spectator), che vale la pena di sintetizzare brevemente. Come si evince dal titolo, Kissinger vuole mostrare la via per evitare un’altra guerra mondiale e tale approccio ci induce a rabbrividire, perché l’accorto ed esperto stratega ravvisa un effettivo pericolo di guerra nell’attuale situazione indotta dal conflitto ucraino e decide quindi di intervenire nel dibattito per contrastare posizioni guerrafondaie evidentemente presenti fra i sedicenti e sciagurati “leader” statunitensi ed europei.

Kissinger esordisce rievocando le vicende della Prima guerra mondiale e di come in tale occasione i leader europei si incamminarono come pecore (sheepwalked) verso un disastro che fu tale sia per i vinti che per i vincitori. Oggi siamo in una situazione analoga e, per evitare che finisca come allora, Kissinger propone un “cessate il fuoco” posizionando le truppe sulla linea di divisione esistente il 24 febbraio di quest’anno. A seguire l’applicazione del principio di autodeterminazione per decidere le sorti dei territori contesi e la definizione di una nuova struttura internazionale per l’Europa centrale ed orientale.

Tutti obiettivi condivisibili, anche se varie riserve possono essere avanzate sulla proposta di considerare l’Ucraina oramai acquisita alla NATO. Che tipo di nuova struttura dell’Europa può essere infatti concepita a partire dalla persistente contrapposizione tra blocchi militari?

Molto saggia invece appare la presa di posizione di Kissinger sulla necessità di abbandonare il folle progetto di approfittare del conflitto per indebolire la Russia, un proposito manifestamente adottato fra gli altri da Hillary Clinton, le cui demenziali imprese hanno già procurato vari guai al governo statunitense e al mondo intero e altri ancora minacciano di procurare.

Kissinger afferma testualmente quanto segue: “Secondo taluni il risultato più auspicabile sarebbe di rendere la Russia impotente mediante la Guerra. Non sono d’accordo. Per quanto propensa alla violenza, la Russia ha dato contributi decisivi all’equilibrio globale e a quello del potere per oltre mezzo millennio. Il suo ruolo storico non deve essere degradato. Per quanto abbia subito rovesci militari, il suo potenziale nucleare globale non è stato eliminato e la mette in condizione di minacciare escalation in Ucraina. Se pure la sua capacità è diminuita, la dissoluzione della Russia o la distruzione della sua abilità politica strategica potrebbe convertire il suo territorio, che comprende 11 fusi orari, in un vuoto assoggettato a dispute. I vari attori sociali in competizione fra loro potrebbe decidere di risolvere le proprie controversie con la violenza. Altri Paesi potrebbero tentare di realizzare le loro pretese con la forza. Tutti questi pericoli sarebbero frammisti alla presenza di migliaia di armi nucleari, il cui possesso rende la Russia uno delle due principali potenze nucleari mondiali”.

Si può ovviamente dissentire da alcune di queste affermazioni, ma occorre coglierne il senso profondo, cioè il rifiuto di procedere sulla strada della destabilizzazione della Russia. Rifiuto che rientra in una realistica presa d’atto di nuovi equilibri internazionali, da cui sembra purtroppo aliena, probabilmente anche per un netto ed evidente deficit di intelligenza ed esperienza, una parte notevole e forse predominante della classe dirigente statunitense. Alla quale si aggiungono gli squallidi comprimari europei, che hanno deciso di barattare la pace e l’indipendenza con un’esistenza priva di dignità all’ombra della NATO. Magari confortata, per quanto possibile, dalle cospicue mazzette provenienti dai gruppi del potere economico. Ad esempio Pfizer, e chissà quanti altri.

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14/08/2022

“Il mondo sull’orlo di una guerra tra Usa, Russia e Cina”

Il mondo si trova oggi sull’orlo di un pericoloso squilibrio, in buona parte causato dall’assenza di una strategia nella politica internazionale degli Stati Uniti. È quanto sostiene l’anziano ex segretario di Stato Usa, Henry Kissinger, che a 99 anni non sembra ancora aver perso la propria lucidità. “Siamo sull’orlo della guerra con Russia e Cina per questioni che in parte abbiamo creato, senza alcuna idea di come tutto ciò andrà a finire, o a cosa dovrebbe portare”, afferma Kissinger, intervistato dal Wall Street Journal.

Nel maggio scorso l’ex responsabile della diplomazia di Washington aveva già sollevato una vivace polemica, sostenendo che il conflitto in Ucraina potrebbe essere stato provocato da scelte politiche incaute da parte degli Stati Uniti e della Nato. Egli, in effetti, non vede altra possibilità che prendere sul serio le preoccupazioni di sicurezza dichiarate dal presidente Vladimir Putin e ritiene che sia stato un errore per la Nato far sapere all’Ucraina che, alla fine, avrebbe potuto aderire all’Alleanza. L’Ucraina, a suo avviso, è infatti un insieme di territori un tempo annessi alla Russia, che i russi vedono come propri, anche se “alcuni ucraini” la pensano diversamente. La stabilità sarebbe stata meglio servita facendo dell’Ucraina uno Stato cuscinetto tra la Russia e l’Occidente: “Sono stato a favore della piena indipendenza dell’Ucraina, ma pensavo che il suo ruolo migliore fosse qualcosa come quello della Finlandia”.

Dopo l’invasione da parte delle truppe di Mosca, aggiunge tuttavia Kissinger, “ritengo che, in un modo o nell’altro, formalmente o meno, l’Ucraina debba essere trattata (...) come un membro della Nato“. Il conflitto, però, può essere concluso solo grazie ad un accordo che preservi i guadagni territoriali ottenuti dalla Russia nel 2014, quando cioè si impossessò della Crimea e di una parte della regione del Donbass.

Quanto a Taiwan, Kissinger teme che Stati Uniti e Cina stiano andando verso una crisi e consiglia all’amministrazione guidata dal presidente Joe Biden di mantenere la stabilità. “La politica attuata da entrambe le parti ha prodotto e consentito il progresso di Taiwan in un’entità democratica autonoma, e ha preservato la pace tra Cina e Stati Uniti per 50 anni. Bisogna quindi stare molto attenti alle decisioni che possano cambiare questa struttura di base”.

E se si tentasse di dividere Mosca e Pechino, come fece egli stesso nei primi anni Settanta del secolo scorso? Quel processo, avviato proprio da Kissinger in un paio di viaggi segreti in Cina, fu coronato dagli accordi che, siglati dal presidente Richard Nixon a Pechino nel luglio del 1972, stabilirono la partnership tra Stati Uniti e Cina, strappando quest’ultima all’Unione Sovietica. Al punto in cui sono arrivate le cose, tuttavia, Kissinger non crede sia possibile applicare una semplice formula: “Ormai non si può dire ‘dividiamoli e mettiamoli l’uno contro l’altro’. Tutto ciò che si può fare è non accelerare le tensioni e creare opportunità, ma per farlo è necessario avere un obiettivo”.

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28/05/2022

Ucraina, il pragmatismo di Kissinger

Quando quella di Henry Kissinger è tra le voci più ragionevoli dell’Occidente, è molto probabile che le prospettive per l’Europa e gli Stati Uniti siano ancora più cupe di quanto già si tema. In un intervento al tradizionale summit del World Economic Forum di Davos, l’ex segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza Nazionale di Richard Nixon ha infatti invitato il regime ucraino e i suoi sponsor a mostrare maggiore “saggezza” e, in sostanza, a fare pesanti concessioni alla Russia per mettere fine al conflitto in corso ed evitare ulteriori “conseguenze disastrose”.

Kissinger ha in larga misura rispolverato uno dei principi geo-politici cardine della politica estera americana, quello cioè che impone di evitare il consolidarsi di una solida alleanza tra Russia e Cina in grado di esercitare il controllo sull’area euro-asiatica a discapito degli interessi e dell’egemonia globale di Washington. Questa prospettiva è vista con orrore dalla classe dirigente USA, ma si sta rapidamente materializzando proprio a causa delle politiche implementate a partire almeno dall’amministrazione Obama e dall’accelerazione impressa da Biden dopo l’inizio delle operazioni militare russe in Ucraina.

In maniera estremamente lucida nonostante i suoi quasi 99 anni, Kissinger ha ricordato il ruolo fondamentale della Russia negli equilibri strategici europei, spiegando che l’unica via d’uscita che eviti un conflitto rovinoso per l’Occidente è in pratica l’accordo per una Ucraina neutrale. Prosegue ancora Kissinger: “i negoziati devono iniziare nei prossimi due mesi, prima che si creino tensioni e sconvolgimenti difficili da superare. L’ideale sarebbe tornare allo status quo ante”. Per Kissinger, “proseguire la guerra oltre questa soglia non avrebbe più nulla a che fare con la libertà dell’Ucraina, ma diventerebbe una guerra contro la Russia”.

Il pacifismo non è evidentemente al centro del pensiero di Kissinger. L’avvertimento a fermare la follia anti-russa che ha contagiato le élite occidentali serve piuttosto a prospettare una via d’uscita che eviti il precipitare nel baratro, sia sul fronte economico sia su quello militare. Il riferimento allo status quo ante implica inoltre l’accettazione da parte dell’Ucraina della cessione di parte del proprio territorio alla Russia, a cominciare dalla Crimea. La realtà sul campo ha peraltro già superato gli auspici di Kissinger, tanto che Kiev dovrà con ogni probabilità dire addio definitivamente anche alle repubbliche di Donetsk e Lugansk.

L’intervento di Kissinger ha causato sbigottimento e rabbia tra molti di coloro che in passato lo avevano celebrato come un insuperabile “statista” o una sorta di oracolo della geo-politica americana. Il fatto che uno degli uomini maggiormente coinvolti nei peggiori crimini commessi dagli Stati Uniti su scala globale nel secondo dopoguerra sia oggi una delle pochissime voci moderate in Occidente la dice lunga sul clima che si respira in Europa e negli Stati Uniti.

Anche se in molti si sono scagliati contro l’ex segretario di Stato, alcuni addirittura auspicandone apertamente la morte, lo stesso invito a parlare pubblicamente a Davos è forse un altro segnale del crescente diffondersi di inquietudini e malumori tra i potenti in Occidente per la china che ha imboccato la guerra in Ucraina. Dietro l’apparente compattezza, ostentata sempre nella cittadina svizzera con l’immancabile intervento in videoconferenza di Zelensky, sembrano esserci parecchi timori per le conseguenze di un conflitto interamente evitabile e provocato dai governi occidentali.

Se appare difficile una marcia indietro a questo punto, c’è almeno da sperare che prese di posizione come quelle di Kissinger contribuiscano a rompere il fronte dei guerrafondai e a offrire una via d’uscita diplomatica in tempi brevi. Per quanto riguarda il tentativo di impedire il consolidarsi della partnership strategica russo-cinese, il consiglio di Kissinger sembra essere invece fuori tempo massimo. A questo proposito è interessante citare un’intervista all’ex alto ufficiale dell’intelligence militare russa, Dmitry Trenin, pubblicata proprio nei giorni scorsi dal network russo RT.

Esponendo gli obiettivi strategici di Mosca nel perseguire le operazioni militari in Ucraina, Trenin spiega tra l’altro come lo sguardo del suo paese sia sempre più a est e agli sviluppi di una realtà globale impostata al multipolarismo. Nella creazione di un nuovo modello per l’ordine mondiale, racconta Trenin, gli orientamenti russi vanno verso la “cooperazione con potenze come Cina e India, così come Brasile, e con attori regionali come Turchia, i paesi ASEAN [Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico], i paesi del Golfo [Persico], Iran, Egitto, Algeria, Israele, Sudafrica, Pakistan, Argentina, Messico” e altri ancora.

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19/11/2020

Crisi del neoliberismo e della globalizzazione come manifestazione della crisi del capitalismo. I cambiamenti epocali del post pandemia

La crisi del Covid-19 è la crisi più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale. Secondo Henry Kissinger, forse il più noto politico statunitense vivente e già segretario di stato sotto le presidenze di Nixon e Ford, nulla sarà come prima dopo la pandemia[1]. L’ordine mondiale, ereditato dalla fine della guerra fredda, è in disfacimento. Per questa ragione, i governi previdenti, quello degli Usa in testa, dovrebbero pensare agli assetti futuri globali mentre si occupano di contrastare la pandemia.

In effetti, la pandemia accelera tre tendenze che si manifestavano già da tempo. La prima è la crisi del capitalismo mondiale. La seconda è il mutamento dei rapporti di forza economici tra Occidente e Oriente, in particolare tra gli Usa e i maggiori Paesi dell’Europa occidentale, da una parte, e la Cina, dall’altra. La terza è la crisi del neoliberismo e del suo prodotto maggiore, la globalizzazione, già messa in discussione dalla crisi di egemonia degli Usa e dal crescente protezionismo statale nel commercio mondiale.

Mentre in Occidente ci si deve confrontare con una nuova ondata pandemica, il Covid in Cina sembra solo un ricordo, secondo quanto afferma Milano Finanza, che, al proposito, titola così l’edizione del 12 novembre: “Festeggiano solo i cinesi. Covid: in Italia il Natale è a rischio coprifuoco, nel paese asiatico è boom dei consumi”. Secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale (Fmi), tra le prime dieci economie mondiali, solo la Cina nel 2020 fa registrare, per quanto modesta, una crescita del Pil a prezzi costanti (+1,85%), mentre gli Usa fanno registrare un calo consistente (-4,27%) e l’area euro fa ancora peggio, con la Germania che scende al -5,98%, la Francia al -9,75% e l’Italia al -10,64%. Per gli anni successivi, fino al 2025, il Fmi prevede per la Cina una robusta crescita, che è dalle due a quasi tre volte superiore a quella degli Usa; in Cina nel 2021 la crescita sarà dell’8,23%, mentre gli Usa non riusciranno a riprendersi subito e interamente dalla crisi. Infatti, il “rimbalzo” del Pil statunitense nel 2021 arriverà appena al 3%, con tassi di crescita in diminuzione negli anni seguenti[2]. Anche nell’export, secondo quanto riportato dall’Unctad, solo la Cina fa registrare una crescita congiunturale (rispetto al periodo precedente): passando dal -20% nel primo trimestre del 2020 al +16,9% del secondo trimestre, mentre gli Usa calano del -3,8% nel primo trimestre e del -22,9% del secondo trimestre e, in Europa, la Germania, pur essendo una forte esportatrice mondiale, passa dal -2,89% al -21,6%[3].

Il monito di Henry Kissinger agli Usa

Ad aprile, subito dopo lo scoppio della pandemia, Henry Kissinger ha pubblicato sull’autorevole Wall Street Journal, un articolo molto significativo di che cosa c’è in gioco oggi. Secondo l’anziano politico statunitense, l’epidemia del coronavirus cambierà per sempre l’ordine mondiale. Gli Usa devono proteggere i loro cittadini dal morbo, ma allo stesso tempo iniziare l’urgente lavoro di pianificazione di una nuova epoca. Kissinger è particolarmente preoccupato per la salvaguardia dei principi dell’ordine mondiale liberale. Il mito fondante dei governi moderni – scrive – è una città cinta da mura e protetta da sovrani potenti, qualche volta dispotici, altre volte benevoli, ma sempre forti a sufficienza da proteggere il popolo dal pericolo esterno. Gli illuministi ridefinirono questo concetto, sostenendo che la legittimità di uno stato deriva dalla capacità del governo di provvedere ai bisogni fondamentali del popolo: sicurezza, ordine, benessere economico e giustizia. La pandemia, secondo Kissinger, ha ridato vita a un anacronismo, il revival della città cinta da mura in un’epoca in cui la prosperità dipende dal commercio globale e dal movimento delle persone. Per questa ragione, sempre secondo Kissinger, le democrazie mondiali hanno bisogno di sostenere e difendere i valori illuministici su cui si fondano. Infatti, una ritirata globale dall’equilibrio tra potere e legittimità causerebbe la disintegrazione del contratto sociale sia internamente sia a livello internazionale. Ma la millenaria tematica del rapporto tra legittimità e potere non può essere risolta simultaneamente agli sforzi per vincere la pandemia. È necessaria moderazione su entrambi i lati, sia nella politica interna sia nella diplomazia internazionale. Kissinger conclude con un avvertimento: “Oggi, viviamo un momento epocale. La sfida storica posta dinanzi ai capi di governo è gestire la crisi mentre si costruisce il futuro. Il fallimento potrebbe incendiare il mondo”.

Dietro la retorica del liberalismo, basato sui valori dell’illuminismo, appare evidente in questo breve articolo di Kissinger la preoccupazione per la crisi dell’egemonia imperialista degli Usa, che, oltre a perdere posizioni economiche, patiscono una perdita di legittimità non solo a livello internazionale ma anche a livello nazionale, perché l’incapacità statunitense di far fronte non solo alla pandemia ma anche alle crescenti povertà e polarizzazione sociale interne è evidente ed è dimostrata, ad esempio, dalle recenti proteste del movimento Black Lives Matter. E questo mentre la Cina diventa sempre più forte sul piano economico ed anche sul piano del “soft power”, cioè della capacità egemonica, anche grazie alla sua efficienza nel far fronte alla pandemia, soprattutto se confrontata con le difficoltà in cui si dibattono gli Usa e il resto dei Paesi occidentali. Bisogna, quindi, ricostruire un nuovo ordine mondiale, in cui gli Usa ripensino il loro ruolo egemonico. In caso contrario la situazione potrebbe diventare incandescente. A questo proposito, l’allusione di Kissinger a possibili nuovi conflitti armati, nel caso in cui gli Usa non riescano a imporre un nuovo ordine mondiale, ci sembra abbastanza chiara. Centrale, infine, nel discordo di Kissinger, quando parla del revival della città cinta di mura, è la necessità di far fronte alla crisi della globalizzazione, determinata dal ripristino di nuove mura attorno agli Stati, rappresentate da barriere, tariffarie e non, al libero commercio.

La crisi della globalizzazione e la tendenza verso la regionalizzazione

La pandemia è solo l’ultimo passaggio della rimessa in discussione della evoluzione che il mondo ha attraversato dall’inizio degli anni Novanta con l’incremento del libero commercio e con l’integrazione delle piattaforme economiche – le cosiddette Global Value Chain o catene del valore globale (Cvg) – che vedono i vari passaggi della produzione dislocati in una catena molto lunga e composta di fornitori e subfornitori localizzati in Paesi differenti. I beni intermedi e i semilavorati provenienti dai vari Paesi vengono poi assemblati insieme, dando vita così al prodotto finale. Fra l’altro, una parte molto importante del commercio globale è commercio intra-company, tra filiali della stessa società, che sono poste in Paesi diversi e che collaborano in una divisione internazionale del lavoro.

La pandemia, dunque, si mescola con le guerre commerciali che vanno avanti da diverso tempo, in particolare tra Usa e Cina, ma anche tra Usa e Ue, dando luogo a una riorganizzazione del capitalismo mondiale attraverso la riorganizzazione delle Cvg. La loro riorganizzazione determina la riduzione delle differenze tra la velocità di crescita del Pil globale e del commercio internazionale. Fra 1990 e 1999 il Pil mondiale è cresciuto in media del 3% mentre il commercio internazionale è cresciuto del 6%, tra 2000 e 2009 il Pil globale è aumentato del 3% mentre il commercio mondiale è cresciuto del 4%. Fra 2010 e 2019 entrambe le grandezze sono cresciute del 3%[4].

Le catene del valore si sono ridotte per lunghezza ma si sono “ispessite” cioè sono formate da un numero minore di imprese, che però sono più strutturate, cioè sono in grado di fornire più parti e con un contenuto tecnologico maggiore del prodotto finito.

Per razionalizzare il sistema economico, soprattutto a livello logistico e degli approvvigionamenti, Europa, Asia e Nord America generano catene del valore sempre globali, ma con una minore estensione internazionale e dunque con una maggiore caratterizzazione regionale. La produzione viene così rifocalizzata a livello continentale, perché la competizione non è più solo sul prezzo ma anche sulla flessibilità della risposta alla domanda. Per questa ragione le catene della fornitura devono essere più corte e più vicine al mercato finale. Per la medesima ragione si verifica anche una trasformazione del sistema del just in time, basato sul mantenimento delle scorte al minimo, che è stato un caposaldo dell’organizzazione del lavoro mondiale degli ultimi decenni. Le scorte, quindi, non sono più mantenute al livello più basso possibile, perché oggi il problema è quello di garantirsi la sicurezza dell’approvvigionamento, che può venir meno per il verificarsi di eventi come il Covid-19 e per l’instabilità geopolitica, guerre commerciali incluse. Per questa ragione alle imprese può non convenire più produrre in Cina. I settori che sono maggiormente interessati alla riconfigurazione delle Cvg sono soprattutto quelli dell’aerospaziale, della difesa, dell’automotive e dell’approvvigionamento dei beni durevoli.

Angela Merkel recentemente ha rilasciato delle dichiarazioni significative, che confermano quanto abbiamo scritto fino ad ora. Da una parte, ha detto la premier, le imprese tedesche devono diversificare la loro produzione in Asia, prospettando la modifica del rapporto strettissimo che fino ad ora ha legato l’industria tedesca alla Cina, rendendola troppo dipendente da quest’ultima, e, dall’altra parte, ha affermato che bisogna rafforzare le catene intra-europee. Il rafforzamento delle catene intra-europee sta avvenendo da tempo, come dimostrano alcuni indicatori. Il primo è rappresentato dalla quota di valore aggiunto nazionale che viene creato a livello interno e dalla quota del valore aggiunto che viene creata dalla connessione con le catene globali del valore, in particolare con quelle intra-europee. Secondo i dati Wiod, tra 2000 e 2014 la Germania è passata dal 14,3% del valore aggiunto prodotto in Europa al 18,7%, l’Italia è passata dall’11% al 16,5%, e la Francia dal 14,3% al 16,1%. Un altro indicatore è la quota dell’export di beni intermedi che va verso l’Europa sul totale: quella tedesca è passata, tra 2000 e 2018, dal 53,8% al 60,3%, quella francese dal 62,4% al 63,1%, e quella italiana dal 54,4% al 59,5%[5].

L’internazionalizzazione del capitale e la costruzione del mercato mondiale è una tendenza strutturale del capitalismo, che però, in certi periodi storici, è attraversata da controtendenze. Oggi, siamo davanti a una controtendenza che si esprime verso una maggiore “regionalizzazione” della produzione manifatturiera, che a livello mondiale si sostanzierebbe così in tre macro-regioni, una europea, con al centro la Germania, una nord-americana con al centro gli Usa, che hanno rafforzato il Nafta, l’accordo di libero scambio con Messico e Canada, e una asiatica con al centro la Cina.

La crisi del capitale porta a una nuova dialettica tra livello nazionale e livello sovranazionale

In estrema sintesi, riprendendo il senso di quanto affermato da Kissinger, ciò che è in gioco è il ruolo che le singole potenze e le varie frazioni di capitale, a partire dagli Usa, ricopriranno nella divisione internazionale del lavoro nei prossimi decenni. Già prima del Covid, la crisi del modo di produzione capitalistico era in fase avanzata, caratterizzata com’è da una sovraccumulazione di capitale e da una sovrapproduzione di merci sempre più difficile da gestire e manifestatasi nelle ripetute crisi degli ultimi venti anni. La crisi generale si manifesta, però, in modo diverso nelle varie aree economiche mondiali. Ad essere colpite più duramente sono le economie dei Paesi a maggiore sviluppo capitalistico, gli Usa e l’Europa occidentale, cui si aggiunge il Giappone. La crisi, quindi, genera un aumento della competizione intercapitalistica e interimperialistica. Come abbiamo scritto più volte su questo giornale, la conflittualità economica porta a un maggiore protagonismo degli Stati, che, in contrasto con le tendenze neoliberiste precedenti, intervengono direttamente nell’economia. Lo Stato, oltre a fornire sussidi diretti, entra nel capitale delle imprese, sia di quelle in difficoltà sia di quelle che devono acquisire una dimensione maggiore e diventare campioni nazionali (o regionali) per poter affrontare la concorrenza globale.

Ma gli Stati intervengono anche sul funzionamento del mercato, attraverso dazi e barriere non tariffarie per proteggere le loro imprese e i loro apparati industriali dalla concorrenza.

Si favoriscono, a questo scopo, anche le fusioni e le acquisizioni che permettono alle imprese di raggiungere dimensioni maggiori, ma si interviene anche contro le imprese straniere che, come nel caso della Ue nei confronti di Amazon, Apple, Facebook e Google, monopolizzano i rispettivi segmenti di mercato.

A livello globale si registra, quindi, una modificazione dell’ordine globale post guerra fredda e, insieme al rallentamento del commercio globale, si va verso una ristrutturazione della divisione del lavoro internazionale, che, pur conservando le catene globali del valore, le declina in senso maggiormente regionale e, direi, anche nazionale, visto che molti Paesi si muovono nell’ottica di reinternalizzare pezzi dei processi produttivi che erano andati all’estero, come ha fatto Trump durante la sua presidenza. Se è vero che si va verso una maggiore regionalizzazione e, in qualche misura, anche verso una rinazionalizzazione della produzione, si dovrà inevitabilmente anche registrare un aumento delle competizione tra Stati per definire la posizione della propria frazione di capitale nella divisione del lavoro a livello regionale. La fase del modo di produzione capitalistico che si è aperta con il Covid – il quale ha finito per fare da catalizzatore di tutte le tensioni economiche e geopolitiche precedenti – si articolerà molto probabilmente in una dialettica tra l’aspetto internazionale e nazionale dell’accumulazione di capitale che a livello sovrastrutturale si traduce in una più accentuata dialettica non solo tra gli Stati-nazione ma anche tra Stato-nazione e organismi sovranazionali. Questo significa che, se si vuole intervenire all’interno delle contraddizioni del capitale contemporaneo, bisogna agire insieme sul piano nazionale e su quello sovranazionale, capendo bene le trasformazioni dell’uno e dell’altro e soprattutto l’intreccio che tra i due piani si genera. Ciò è tanto più vero per l’Italia e gli altri Paesi che sono inseriti nella Ue e nell’area euro, che, come abbiamo visto negli ultimi mesi, sono diventate, in modo più chiaro che in passato, arene di scontro tra Stati nazione.

Note:

[1] Henry Kissinger, “The Coronavirus Pandemic Will Forever Alter the World”, Wall Street Journal, April 3, 2020.

[2] Imf, database.

[3] Unctad, datacenter.

[4] P. Bricco, Dazi e virus, globalizzazione in ritirata, Il Sole 24 ore, 4 novembre 2020.

[5] P. Bricco, op. cit.

Fonte

08/04/2020

Kissinger: “L’epidemia cambierà per sempre l’ordine mondiale”

L’ex segretario di Stato Usa, ha pubblicato un editoriale sul Wall Street Journal dedicato alla crisi globale dovuta alla pandemia di Covid-19. Il senso del suo scritto è “Gli Stati Uniti devono proteggere i propri cittadini e lavorare urgentemente per pianificare una nuova era”.

Kissinger, ovviamente la prende alla larga e parte dalla storia. “L’atmosfera surreale offerta dalla pandemia di Covid-19 mi ricorda come mi sentivo quando ero giovane nell’84a divisione di fanteria durante la Battaglia delle Ardenne. Ora, come alla fine del 1944, c’è un senso di pericolo incipiente, rivolto a nessuno in particolare e che colpisce in modo casuale e devastante”, ha scritto Henry Kissinger nella sua rubrica pubblicata il 3 aprile sul Wall Street Journal.

Tuttavia, ha avvertito, c’è una differenza importante tra quel tempo lontano e il nostro: “La resistenza americana è stata poi fortificata da uno scopo nazionale. Ora, in un paese diviso, è necessario un governo efficiente e lungimirante per superare gli ostacoli senza precedenti in termini di portata e conseguenze globali. Mantenere la fiducia pubblica è cruciale per la solidarietà sociale, per il rapporto all’interno delle società, per la pace e la stabilità internazionali”.

Per l’ex segretario di Stato USA, le nazioni sono coerenti e prosperano con la convinzione che le loro istituzioni possano prevedere calamità, arrestarne l’impatto e ripristinare la stabilità. “Quando la pandemia di Covid-19 finirà, si vedrà che le istituzioni in molti paesi hanno fallito”, è la sua previsione. “La realtà è che il mondo non sarà più lo stesso dopo il coronavirus. Discutere sul passato ora rende solo più difficile fare ciò che deve essere fatto”.

Il numero di persone infette dal coronavirus negli Stati Uniti ha superato le 300.000 questo sabato, con oltre 8.000 decessi in tutto il paese, secondo gli ultimi dati della Johns Hopkin University.

Inoltre, il numero di decessi nello Stato di New York , l’epicentro della pandemia di coronavirus negli Stati Uniti, è salito a 3.565 questo sabato dopo aver registrato un record di 630 morti nelle ultime 24 ore, secondo quanto ha riferito il Governatore Andrew Cuomo.

“L’amministrazione degli Stati Uniti ha svolto un solido lavoro per prevenire una catastrofe immediata. Il test finale sarà se la diffusione del virus può essere fermata e poi invertita in un modo e su una scala che mantenga la fiducia del pubblico nella capacità degli americani di governarsi. Lo sforzo nella crisi, per quanto esteso e necessario che sia, non dovrebbe sostituire l’urgente compito di avviare una impresa parallela per il passaggio all’ordine post-coronavirus”, scrive Kissinger.

Tuttavia, avverte che il tumulto politico ed economico che la pandemia ha scatenato potrebbe durare per generazioni. “Nessun paese, nemmeno gli Stati Uniti, può superare il virus in uno sforzo puramente nazionale. Affrontare le esigenze del momento deve in definitiva combinarsi con una visione e un programma di collaborazione globale. Se non possiamo fare entrambe le cose, ognuno affronterà il peggio“.

Prendendo lezione dallo sviluppo del Piano Marshall e del Progetto Manhattan (sacchi di farina, dollari e bomba atomica, una connessione decisamente inquietante, ndr), Kissinger sostiene che gli Stati Uniti sono obbligati a compiere un grande sforzo in tre settori. Innanzitutto, sostenere la resilienza globale alle malattie infettive.

“I trionfi della scienza medica, come il vaccino contro la poliomielite e l’eradicazione del vaiolo, o l’emergente meraviglia statistico-tecnica della diagnosi medica attraverso l’intelligenza artificiale, ci hanno portato a un pericoloso compiacimento. Dobbiamo sviluppare nuove tecniche e tecnologie per il controllo delle infezioni e programmi di vaccinazione su larga scala della popolazione”.

In secondo luogo, sottolinea, che devono essere fatti sforzi per guarire le ferite dell’economia mondiale. “I leader mondiali hanno imparato importanti lezioni dalla crisi finanziaria del 2008. L’attuale crisi economica è più complessa: la contrazione scatenata dal coronavirus è, nella sua velocità e scala globale, diversa da qualsiasi cosa mai conosciuta nella storia. E le necessarie misure di salute pubblica, come il distanziamento sociale e la chiusura di scuole e imprese, stanno contribuendo al dolore economico. I programmi dovrebbero anche cercare di migliorare gli effetti dell’imminente caos sulle popolazioni più vulnerabili del mondo”.

In terzo luogo, conclude Kissinger, i principi dell’ordine mondiale liberale devono essere salvaguardati.

“La narrazione fondatrice del governo moderno è una città fortificata protetta da potenti sovrani, a volte dispotici, a volte benevoli, ma sempre abbastanza forti da proteggere le persone da un nemico esterno. I pensatori dell’illuminismo hanno riformulato questo concetto, sostenendo che lo scopo dello Stato legittimo è quello di soddisfare i bisogni fondamentali delle persone: sicurezza, ordine, benessere economico e giustizia.

Le persone da sole non possono assicurare questi benefici per se stessi. La pandemia ha causato un anacronismo, una rinascita della città fortificata in un momento in cui la prosperità dipende dal commercio mondiale e dal movimento delle persone. Le democrazie del mondo devono difendere e sostenere i valori dell’Illuminismo.

Un ritiro globale dell’equilibrio di potere con la legittimità causerà la disgregazione del contratto sociale sia a livello nazionale che internazionale. Tuttavia, questa secolare questione di legittimità e potere non può essere risolta contemporaneamente allo sforzo di superare la pandemia. Tutte le parti devono svolgere un esercizio di contenimento, sia in politica nazionale che in diplomazia internazionale. Le priorità devono essere stabilite.

La sfida per i leader è gestire la crisi mentre si costruisce il futuro. Il fallimento potrebbe incendiare il mondo“, ha avvertito uno degli uomini che è stato tra i più potenti e influenti dell’establishment dello scorso secolo.

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13/09/2019

Il fucile di Salvador Allende


Secondo la montatura del macellaio Pinochet, l‘11 settembre 1973 Salvador Allende, presidente democratico del Cile, si sarebbe suicidato nel palazzo presidenziale sotto bombardamento, utilizzando il fucile mitragliatore regalatogli da Fidel Castro.

Era una menzogna, che voleva esporre una macabra simbologia ed assolvere gli assassini. Allende fu massacrato mentre combatteva contro i golpisti, per diretto ordine del generale infame. Poi fu inscenato il suo suicidio attribuendolo all’arma che veniva dalla famigerata Cuba.

Fidel Castro aveva visitato il Cile di Allende nel 1971 e tra i due c’erano stati giorni di grandi discussioni e profonda fratellanza. Fidel Castro comprese il coraggio e la determinazione di Allende nel voler costruire un progetto socialista; e salutando il presidente cileno riconobbe che egli stava perseguendo i suoi stessi scopi per altre vie. Nello stesso tempo però Castro avvisò Allende che gli Stati Uniti e l’imperialismo mai avrebbero permesso una transizione democratica al socialismo. Per questo gli regalò un AK 47.

Il golpe in Cile fu organizzato dagli Stati Uniti, con il coordinamento diretto del segretario di stato Kissinger. I generali traditori e fascisti guidati da Pinochet godevano dell’appoggio della democrazia cristiana e delle altre forze di cosiddetta opposizione democratica, che controllavano la maggioranza del parlamento e la usavano come clava eversiva contro il legittimo presidente.

La CIA aveva a sua volta pianificato sabotaggi a tutte le principali attività del paese, mentre la mafia aveva finanziato lo sciopero ad oltranza dei camionisti, che faceva mancare beni essenziali. Così nei quartieri borghesi si manifestava con le pentole vuote, mentre le squadracce fasciste di Patria e Libertà compivano attentati ed assassini.

Per rispondere alla continua aggressione al suo governo ed al potere popolare, Allende aveva indetto per settembre un referendum, che tutti i sondaggi davano a suo favore. Ma prima che esso venisse effettuato partì il golpe, da parte di generali che avevano assicurato piena fedeltà al presidente legittimo.

Aveva avuto ragione Fidel Castro.

Sopra il mare di sangue di oltre trentamila militanti della sinistra assassinati, il Cile divenne il teatro e la cavia del primo esperimento di politica liberista del dopoguerra. I Chicago Boys di Milton Friedman furono i consulenti economici del tiranno Pinochet e con lui procedettero alla completa privatizzazione delle imprese e dei servizi, del sistema pensionistico e sanitario, dell’istruzione, smantellando ogni diritto sociale e del lavoro. Ancora oggi il Cile è uno dei paesi più socialmente ingiusti dell’America Latina.

L’eredità infame del golpe in Cile è stata l’affermarsi ovunque delle politiche liberiste, che rinunciavano al fascismo con cui erano intimamente legate solo quando se lo potevano permettere.

Oggi ricordiamo Allende pensando anche al Venezuela, dove le stesse forze e gli stessi interessi hanno inscenato lo stesso tentativo di golpe. Ma Chavez aveva proceduto ad un’opera sistematica di smantellamento delle vecchie caste politiche e militari e dei loro poteri. Così un Pinochet ed un esercito disposti ad abbattere il legittimo governo di Maduro, USA e multinazionali non li hanno trovati. E oggi Trump licenzia per inefficienza Bolton, che guidava i fallimentari golpisti in Venezuela.

Ricordiamo il coraggio, la integerrima fede nel socialismo, il martirio di Salvador Allende, ed anche la lezione del fucile-mitragliatore che gli regalò Fidel Castro.

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11/09/2019

11 settembre 1973 - Il golpe USA in Cile

Quarantasei anni fa, l’11 settembre 1973, in Cile il golpe fascista sostenuto dall’amministrazione USA, dal segretario di stato Henry Kissinger pose fine al Governo di sinistra, democraticamente eletto, massacrando e imprigionando migliaia di cittadine e di cittadini democratici e instaurando una feroce dittatura militare capace di mettere in pratica lo sfruttamento più intensivo delle persone e delle risorse del territorio.

Un regime dittatoriale sorto in nome dell’indiscriminata libertà del profitto e della sopraffazione.

Il governo di Unidad Popular guidato dal socialista Salvador Allende era sorto il 4 settembre 1970 quando Salvador Allende era stato eletto Presidente.

Il 24 ottobre 1970 il Congresso nazionale cileno aveva ratificatola sua elezione: Salvador Allende poté così incominciare a mettere in pratica il programma rivoluzionario della Unidad Popular, la cosiddetta Vía chilena al socialismo.

Un’esperienza politica non priva di contraddizioni ma assai avanzata nel connubio tra democrazia e socialismo.

Unidad Popular avrebbe potuto cambiare il corso della storia del Cile, avere ripercussioni internazionali, essere d’esempio per diversi altri Paesi del mondo.

La vicenda cilena, che pure diede origine a un ampio dibattito nel movimento operaio internazionale, deve rimanere nella memoria collettiva come un esempio e un monito incancellabili, in particolare in questi tempi dove davvero la “damnatio memoriae” sembra coinvolgere tutto quanto è stato fatto, tra luci e ombre, vittorie e sconfitte, per il riscatto del proletariato di tutto il mondo.

Mai come in questo momento appare necessario il ricordo di quel tragico fatto: le sinistre sembrano essersi ritratte dalla lotta politica, nessuno osa più contrapporsi all’idea della “fine della storia”, alla possibilità della trasformazione radicale del marxiano “stato di cose presenti”.

L’11 settembre 1973, il giorno della “macelleria americana” resta intatto nella nostra mente e nel nostro cuore accanto ai grandi passaggi avvenuti nella storia dell’internazionalismo: dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’Ottobre, dalla guerra di Spagna alla vittoriosa resistenza al nazi-fascismo, dalle rivoluzioni cinese, cubana, vietnamita, alla liberazione dei popoli dell’Africa e dell’Asia dal giogo coloniale, alla fine dell’apartheid in Sud Africa.

Non possiamo cancellare tutto questo anche considerando che va riconosciuto il fallimento dei tentativi d’inveramento statuale realizzati dai fraintendimenti marxisti attraverso il ‘900.

L’11 settembre 1973, il giorno della caduta della speranza cilena avvenuta a mano armata con l’assassinio del “Compagno Presidente” ricorda il momento di una sconfitta.

Per noi che continuiamo a credere nell’ideale, è uno dei giorni di quell’“Assalto al Cielo” verso il quale dobbiamo continuare a tendere con la nostra volontà, il nostro impegno, il nostro coraggio.

Finché i popoli continueranno a lottare, là ci sarà un’idea di riscatto sociale, di rivoluzione politica, di uguaglianza, di solidarietà, di riconoscimento della condizione di classe.

Un’idea, quella del riscatto sociale, che non deve essere mai smarrita.

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02/08/2019

Afghanistan - I taliban sono pronti a riprendere il potere

Qualcosa si muove in direzione della pace in Afghanistan. O almeno in direzione della fine dell’incubo statunitense in corso in quel paese da 18 anni. Dallo scorso ottobre alcuni funzionari di Washington e rappresentanti dei taliban stanno tenendo una serie d’incontri faccia a faccia nel piccolo stato del Qatar, nel golfo Persico, e si stanno avvicinando a un accordo. Durante una visita in Afghanistan il mese scorso, il segretario di stato statunitense, Mike Pompeo, ha dichiarato che l’amministrazione Trump sperava in “un accordo di pace prima del 1 settembre”.

Questa prospettiva non raccoglie grande attenzione perché tutti temono che Donald Trump stia per avventurarsi, in maniera improvvida, in una nuova e molto più grave guerra con il paese vicino, l’Iran, ma si tratta di un’ipotesi assolutamente realistica. Tra 18 mesi le truppe statunitensi potrebbero essersi completamente ritirate dall’Afghanistan.

Ma la vera domanda è: quanto tempo passerà prima che i taliban tornino al potere?

Quando una grande potenza perde una guerra con un nemico molto più debole, in un paese molto più povero, non può di fatto ammettere la sconfitta. Sarebbe troppo umiliante. E quindi i vincitori locali spesso devono lasciare che la grande potenza salvi la faccia, concedendole un “rispettabile intervallo” di tempo (per usare l’immortale espressione di Henry Kissinger) tra il momento in cui le truppe della grande potenza se ne vanno e quello in cui sanciscono la propria vittoria.

Ma quanto è lungo un “rispettabile intervallo”? Solitamente intorno ai tre anni. È il tempo che attese il Vietnam del Nord, dopo che le truppe statunitensi avevano lasciato il Vietnam del Sud (1972), prima di prendere il controllo di quest’ultimo (1975). Ed è lo stesso tempo trascorso dal ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan (1989) e quello in cui il loro governo fantoccio a Kabul è stato spazzato via (1992), anche se una guerra civile tra gruppi islamisti rivali ha impedito ai taliban di occupare la capitale per altri quattro anni.

Ed è probabilmente lo stesso intervallo di tempo che i taliban dovranno aspettare stavolta, dopo che le truppe statunitensi avranno lasciato l’Afghanistan (diciamo all’incirca alla fine del 2020, appena prima delle elezioni negli Stati Uniti), prima di salire ufficialmente al potere a Kabul (forse nel 2023?).

In Afghanistan ancora molte persone vengono uccise – in media circa venti civili uccisi o feriti ogni giorno, almeno il doppio di soldati e anche molti taliban – ma i taliban hanno vinto.

Nonostante un grande sostegno aereo da parte degli Stati Uniti, il governo più o meno eletto che Washington ha creato a Kabul ha perso il controllo di un terzo dell’Afghanistan dal 2014, quando le truppe statunitensi e di altri paesi occidentali si sono ritirate dalle loro postazioni di combattimento sul campo. Un altro terzo del paese è controllato dal governo di giorno e dai taliban di notte.

Se gli ultimi 14mila soldati statunitensi rimasti e i loro colleghi delle forze aeree se ne dovessero andare, sarà la fine dei giochi per il governo “fantoccio” (come lo chiamano i taliban) del presidente Ashrad Ghani. Gli Stati Uniti riconoscono implicitamente questa realtà di fatto, perché solo i diplomatici di Washington, e non i rappresentanti del governo afgano ufficiale, partecipano ai negoziati con i taliban in Qatar.

Alcuni funzionari del governo ufficiale afgano sono stati autorizzati a presenziare all’ultima sessione delle trattative di pace in Qatar, ma “a titolo personale”, senza poter negoziare alcunché. Il governo di Ghani dovrà accettare qualunque accordo stringeranno gli Stati Uniti, e sa perfettamente che sta per essere scaricato. Dopodiché lui e i suoi non avranno altre opzioni che quella di rubare quanto più potranno, e di andarsene prima che la situazione precipiti.

E come giustificherà la Casa Bianca il fatto di aver svenduto i suoi alleati afgani, che da lei dipendevano? Senza grandi difficoltà, se i “Nixon tapes” possono valere da precedente. La conversazione tra il presidente Richard Nixon e il suo consigliere alla sicurezza nazionale, Henry Kissinger, nell’agosto 1972, quando questi stavano decidendo se abbandonare il Vietnam del Sud, fu registrata dal sistema della Casa Bianca e resa poi pubblica nel corso dello scandalo Watergate.
Nixon: ‘Potremo ancora avere una politica estera presentabile se tra un anno o due anni, il Vietnam del Nord ingloberà il Vietnam del Sud? È questa la vera domanda’.

Kissinger: ‘(Sì), se la cosa apparirà come il risultato dell’incompetenza del Vietnam del Sud. Ma se adesso li abbandoniamo in un modo tale che che, diciamo, tra tre o quattro mesi, (li) avremo messi alle corde… la cosa non ci sarà di grande aiuto. Dobbiamo trovare una qualche formula che mantenga la situazione in piedi per un anno o due… Dopodiché, dopo un anno, signor presidente, il Vietnam sarà acqua passata. Se risolviamo le cose, diciamo, il prossimo ottobre, a gennaio 1974 a nessuno importerà nulla”.
Ha funzionato per Nixon e Kissinger, e può funzionare anche per Trump e Pompeo. Questi ultimi forse non sono altrettanto intelligenti e furbi, ma sono altrettanto spietati. Il ritiro non costituirebbe peraltro, per loro, un danno politico, perché i taliban non sono mai stati interessati ad attaccare gli Stati Uniti (quella era Al Qaeda).

Gli unici sconfitti in questo accordo saranno gli afgani, che dovranno vivere nuovamente sotto il controllo dei taliban.

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17/02/2017

Trump e la guerra con l’intelligence

di Michele Paris

Le dimissioni a inizio settimana dell’ormai ex consigliere per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, generale Michael Flynn, hanno infiammato il gravissimo conflitto in corso tra il presidente Trump e una comunità dell’intelligence americana intenzionata a imporre a tutti i costi la propria visione strategica alla nuova amministrazione Repubblicana.

Per quanti si attendevano una capitolazione da parte di Trump alla fazione dell’apparato di potere ferocemente anti-russo, che fa capo agli ambienti politici “neo-con” ed è ben rappresentato anche all’interno del nuovo governo, le dichiarazioni del presidente nella giornata di mercoledì sono arrivate come una doccia fredda.

Trump è infatti tornato ad attaccare frontalmente le agenzie di intelligence americane, a conferma non tanto della sua determinazione personale nel mettere queste ultime sotto il controllo politico dell’esecutivo, quanto della forza dei poteri che lo hanno lanciato verso la Casa Bianca e che intendono perseguire strategie diverse nei confronti di Mosca rispetto a quelle dell’amministrazione Obama.

Trump ha dunque condannato senza mezzi termini le fughe di notizie che nei giorni scorsi avevano provocato un’accesa polemica attorno alle discussioni di Flynn con l’ambasciatore russo a Washington, durante le quali il consigliere del presidente aveva promesso un rilassamento delle sanzioni adottate da Obama nei confronti di Mosca.

Le imbeccate sui presunti legami con la Russia di uomini vicini al presidente da parte della CIA a giornali come New York Times e Washington Post, sempre più spesso vere e proprie casse di risonanza dell’intelligence americana, sono state definite da Trump “illegali” e “criminali” nel corso di una conferenza stampa con il premier israeliano Netanyahu. Già in precedenza, poi, Trump aveva tuonato su Twitter contro CIA, FBI e NSA, minacciando una qualche purga per eliminare gli elementi ostili alla sua amministrazione.

La battaglia contro le tendenze del neo-presidente a fare della Russia una sorta di partner temporaneo degli Stati Uniti, sia pure per ragioni tattiche e di natura tutt’altro che pacifista, era stata d’altra parte alimentata poche ore prima da nuovi articoli del Times e del Post, rigorosamente basati su informazioni non provate e ottenute da anonime fonti dell’intelligence.

Il primo, ad esempio, aveva scritto di contatti tenuti da tempo tra personalità vicine al presidente con esponenti dei vertici dell’intelligence russa. Delle opinioni esposte non è stato dato come di consueto nessun riscontro concreto, ma esse sono state presentate nuovamente come fatti incontestabili solo perché garantite dalle parole di anonimi “officials” dei servizi segreti, di non specificate agenzie governative o dello stesso Consiglio per la Sicurezza Nazionale.

A far salire le tensioni e allo stesso tempo a dare l’idea del livello di scontro in atto è stato anche un articolo pubblicato giovedì dal Wall Street Journal. In esso viene spiegato come le agenzie di intelligence americane abbiano deciso di non sottoporre al presidente determinate informazioni sensibili da loro raccolte, per il timore esplicito di possibili fughe di notizie e, implicito, che lo stesso Trump o uomini del suo staff possano volontariamente o accidentalmente passarle alla Russia.

Quest’ultima conclusione, anche se non espressa apertamente dal Journal o dalle sue fonti, è particolarmente inquietante. Infatti, da una simile considerazione alla formulazione di accuse per un eventuale impeachment, se non addirittura per tradimento, il passo sembra decisamente breve. Proprio dell’ipotesi impeachment per Trump si sta peraltro parlando pubblicamente a Washington, soprattutto da parte di esponenti di un Partito Democratico pressoché interamente allineato alle posizione dell’intelligence americana.

Lo stesso articolo ricorda che per l’intelligence USA non è pratica nuova tenere un presidente all’oscuro di alcuni aspetti del proprio lavoro, in particolare riguardo ai metodi relativi alla raccolta di informazioni o all’identità delle fonti. Tuttavia, mentre in passato l’occultamento di alcune informazioni era dovuto per lo più alla necessità ad esempio di proteggere le stesse fonti o gli agenti sul campo, nel caso attuale la decisione dell’intelligence dipende dalla mancanza di fiducia nel presidente.

Nel caso qualcuno nutrisse ancora qualche dubbio sulla natura delle divisioni tra Casa Bianca e intelligence, il Journal spiega infine che determinate informazioni vengono tenute lontane dal tavolo di Trump a causa delle “ripetute manifestazioni di simpatia e ammirazione espresse dal presidente per Vladimir Putin”.

Questa ostilità dell’intelligence nei confronti di Trump spiega anche un’iniziativa che la Casa Bianca starebbe prendendo in considerazione e che è circolata giovedì sui media americani. Il presidente avrebbe cioè intenzione di affidare al numero uno del fondo di investimenti Cerberus Capital Management, Stephen Feinberg, l’incarico di condurre una “revisione” delle modalità con cui operano le agenzie di intelligence USA, con l’obiettivo finale di implementare una ristrutturazione delle stesse per portarle sotto il controllo più stretto del presidente.

Particolare spazio alla notizia è stato dato ancora una volta dal New York Times. Dando voce ripetutamente a minacce dei vertici dell’intelligence dai contorni quasi mafiosi, il giornale newyorchese riporta come tra questi ultimi ci sia una “forte resistenza” al possibile incarico da affidare a Feinberg. Le ragioni di ciò sarebbero legate ai timori per la possibile “limitazione dell’indipendenza” delle agenzie di intelligence e “il ridimensionamento del flusso di informazioni contrarie al punto di vista del presidente”.

La presunta “indipendenza” dei servizi segreti USA è in realtà una fantasia propagandata dalla politica e dai media ufficiali americani, visto che essi servono interamente gli interessi della classe dirigente e dei poteri forti d’oltreoceano o, quanto meno, della fazione all’interno di essi con la maggiore influenza in un determinato frangente storico.

Significativo è anche il riferimento all’ostacolo al “flusso di informazioni contrarie al punto di vista del presidente”, da interpretare appunto nel quadro dei tentativi messi in atto dall’intelligence per impedire la svolta strategica auspicata da Trump in merito ai rapporti con Mosca e al riassestamento delle priorità dell’imperialismo USA. Questi ambienti hanno d’altronde investito parecchio nella demonizzazione del governo russo per accettare pacificamente un cambiamento di rotta: dal golpe in Ucraina, all’aumento delle forze NATO di stanza in Europa orientale e al sostegno alle forze integraliste anti-Assad in Siria.

L’incarico a Feinberg è sostenuto alla Casa Bianca dai principali fautori della politica estera del presidente, lo “stratega capo” neo-fascista, Stephen Bannon, e il consigliere e genero di Trump, Jared Kushner. Entrambi avrebbero addirittura spinto dopo il voto di novembre per nominare Feinberg a direttore dell’Intelligence Nazionale o a capo delle operazioni clandestine della CIA. Questa candidatura, tuttavia, deve essere naufragata ben presto sotto le pressioni delle forze “neo-con” gravitanti attorno alla nuova amministrazione.

All’interno di essa vi sono infatti personalità estremamente influenti che hanno legami con lo stesso apparato militare e dell’intelligence che cerca di ostacolare l’attuazione della visione strategica di Trump e proprio per questo lo scontro in atto appare tanto più violento e dall’esito incerto. Con ogni probabilità, Trump è stato costretto a fare una serie di nomine contrarie alle proprie inclinazioni, principalmente per evitare che il Partito Repubblicano gli voltasse le spalle in campagna elettorale e per mediare con gli ambienti di potere a lui ostili. I rappresentanti di questa fazione sono soprattutto il vice-presidente, Mike Pence, il neo-direttore della CIA, Mike Pompeo, e il candidato a direttore dell’Intelligence Nazionale, Dan Coats.

Un altro campo su cui si consumerà il conflitto interno al governo americano è anche la scelta del successore di Michael Flynn alla direzione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca. I giornali americani, dopo le dimissioni dell’ex generale si sono affrettati ad annunciare come favoriti il vice-ammiraglio Robert Harward e l’ex comandante delle forze di occupazione NATO in Afghanistan ed ex direttore della CIA David Petraeus, entrambi grosso modo ascrivibili alla fazione anti-russa.

In corsa ci sarebbe però anche la vice di Flynn nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale, K. T. McFarland, la cui eventuale nomina potrebbe rappresentare un segnale di continuità e confermare l’intenzione di Trump di perseguire una certa distensione con Mosca. La McFarland vanta una lunga carriera nelle strutture della sicurezza nazionale americana e, soprattutto, è considerata una discepola di Henry Kissinger, con cui lavorò in giovanissima età nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale durante l’amministrazione Nixon.

Proprio Kissinger, secondo alcuni, sia pure in maniera defilata sarebbe uno dei principali promotori degli orientamenti strategici di Trump, basati appunto su un relativo allentamento delle tensioni con la Russia nel tentativo di ostacolare l’integrazione euroasiatica in fase di consolidamento e dirottare gli sforzi diplomatico-militari americani verso quella che viene considerata come la più grave minaccia all’egemonia americana nel pianeta, ovvero la Cina.

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La coesione della classe dirigente statunitense pare instradata sul viale del disfacimento, non si può fare altro che rallegrarsi del fatto.

09/10/2016

Il Nobel per la Pace non serve a nulla: aboliamolo!

Dal controverso caso Colombia di questi giorni, a Obama, a Kissinger, fino a personaggi di nessun rilievo, scelti per opportunità politica, che l’hanno vinto nei decenni passati. Ecco perché il Nobel non serve.

Premio Nobel per la Pace: ma perché non lo aboliamo? Venerabile istituto, per carità, erede di una tradizione avviata nel 1901, grazie al lascito del produttore di esplosivi Alfred Nobel, con una scelta eccellente, quella di Jean Henry Dunant, fondatore della Croce Rossa e ideatore delle convenzioni di Ginevra per i diritti umani. Però, siamo sinceri, tutto prima o poi ha una fine. E' scomparsa anche “Giochi senza frontiere”, perché dovremmo tenerci questo Nobel sempre più bislacco e inconcludente?

Cominciamo con la candidature. Quest'anno, record assoluto nella storia del premio: 376, di cui 228 individuali e 148 di organizzazioni. Numeri che hanno polverizzato il precedente record, i 278 candidati del 2014. Ci fosse tanta gente dotata di un minimo di influenza e decisa ad adoperarsi per il “mantenimento della pace” (questo dice la denominazione autentica del premio) avremmo un pianeta meno incasinato. Ma forse si cercano solo nobili figure, brave persone, facciano o meno qualcosa. Nel qual caso, avrei due o tre vicini di casa da proporre.

Ma non lo posso fare. Perché le candidature devono arrivare da esponenti di categorie ben precise: parlamentari, ministri, capi di Stato, professori universitari o personaggi che abbiano a loro volta ricevuto lo stesso premio. I soliti noti: politici che o non vogliono la pace o non riescono a far nulla per proteggerla, esperti che non riescono a farsi ascoltare o hanno poco da dire. Oppure, vincitori del Nobel. Che possono essere grandi persone, ma anche un guerrafondaio come Barack Obama (insignito nel 2009) o una giovane persona ancora impegnata a scoprire il mondo come Malala Yousafzai (2014).

Per non parlare del problema di chi il Nobel per la pace lo assegna. Si tratta di un comitato di cinque persone scelte dal Parlamento della Norvegia, Paese che ha il grande merito di aver dato i natali al più grande giallista vivente, Jo Nesbo, ma che non risulta tra i più decisivi sulla scena internazionale. Per il 2016, il famoso comitato (che resta in carica per cinque anni) risulta composto da Kaci Kullmann Five (presidente), consigliere degli Affari Pubblici; Berit Reiss-Andersen, avvocato; Inger-Marie Ytterhorn, consigliere politico del gruppo parlamentare Progress; Thorbjørn Jagland, segretario generale del Consiglio d’Europa; Henrik Syse, professore; Olav Njølstad, professore.

Brave persone. Chiederanno pure consiglio a gente in gamba. Resta il fatto che le loro scelte sembrano fatte o per bizzarria (par di vederli, i cinque, mentre si danno di gomito ridacchiando al pensiero dei giornalisti che devono correre a documentarsi su questo o quel personaggio sconosciuto) o per routine (quest'anno tocca all'Asia o all'America del Sud?). Ma anche, ed è la mia ipotesi preferita, aprendo il giornale due o tre giorni prima di decidere e vedendo di che si parla.

Il Nobel appena assegnato a Juan Manuel Santos, 65 anni, dal 2010 presidente della Colombia, sembra rientrare nell'ultima categoria. Per carità, Santos ha appena firmato un accordo di pace con le Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia che per decenni hanno combattuto il Governo (di cui lui era parte) in una guerra civile che ha insanguinato il Paese con quasi 270 mila morti. Però i colombiani, interpellati con un referendum, hanno respinto l'intesa, quindi già ci si domanda: chi sono i cinque di Oslo per saperla più lunga dei colombiani stessi? Nel passato di Santos, inoltre, ci sono pagine assai oscure legate proprio alla guerra contro le Farc, con centinaia di contadini fatti passare per guerriglieri e brutalmente eliminati. Ma ora c'è l'accordo, quindi va bene tutto.

Dare un'occhiata ai giornali va sempre bene, ma a volte procura imbarazzi. Nel 2009 ebbe il premio Barack Obama, che nel 2010 vendette 62 miliardi di armi all'Arabia Saudita, già nota come hub dei finanziamenti ad Al Qaeda e al terrorismo sunnita, e nel 2011 si sbrigò a bombardare la Libia di Gheddafi prima che tutto il “merito” andasse a Francia e Gran Bretagna. Nel 1994 ebbero il Nobel Yasser Arafat, Shimon Peres e Ytzak Rabin, protagonisti degli accordi di Oslo del 1993. Altra firma, altro regalo, anche se poi agli accordi è successo quel che è successo e i nostri hanno fatto in tempo a combattersi senza tante storie.

Nel 1973 ebbe il Nobel per il mantenimento della Pace nientemeno che Henry Kissinger. Come segretario di Stato di Richard Nixon, aveva lavorato all'accordo per la pace in Vietnam raggiunto a Parigi. Con lui fu designato anche Le Duc Tho, responsabile politico dell'insurrezione comunista vietnamita, che però (caso unico nei 115 anni di storia del premio) rifiutò il riconoscimento. Purtroppo gli americani rimasero in Vietnam altri due anni, che furono due anni di guerra. E purtroppo per i cileni, il premio Nobel Kissinger in quello stesso 1973, come dimostrato dai documenti desecretati poco tempo fa della Cia, si diede molto da fare per favorire il golpe del generale Pinochet in Cile. Nel 1978 lo vinsero Menachem Begin e Anwar al-Sadat, nel 1953 il generale George Marshall (l'ideatore del Piano Marshall). Nel 1919 il presidente Woodrow Wilson, nel 1906 il presidente Theodore Roosevelt.

Al di là dei casi sconcertanti o scandalosi, e di quelli in cui è andato a riconoscere il valore di personalità comunque già straordinarie e già premiate dall'ammirazione del mondo (Martin Luther King nel 1964, Madre Teresa nel 1979, Lech Walesa nel 1983, De Klerk e Mandela nel 1993), il Nobel per la Pace traccheggia in una correttezza politica che incide poco, ha poco sugo, lascia scarsa traccia. Jimmy Carter (2002)? Shirin Ebadi (2003)? Wangari Maathai (2004)? Mohammed El Baradei, che da direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica fu coperto di insulti da tutti coloro che volevano la guerra in Iraq? Al Gore (2007), truffato della presidenza degli Usa ma incensato per l'impegno sull'ambiente? Questo Nobel, ammettiamolo, spesso si risolve in un intervento a favore di questa o quella ottima iniziativa a sfondo umanitario. Ma non sarebbe meglio una bella colletta?

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02/10/2014

Documenti rivelano: “Kissinger voleva distruggere Cuba”


Chi conosce la storia della pluridecennale aggressione statunitense contro Cuba socialista probabilmente non si stupirà più di tanto, ma i documenti emersi recentemente sui piani dell’amministrazione di Washington per ‘distruggere Cuba’ negli anni ’70 chiariscono ancor meglio la tracotanza della Casa Bianca contro la piccola ‘isla rebelde’ a poche decine di miglia dai propri confini.

Henry Kissinger, all’epoca Segretario di Stato, nel 1976 ordinò l’elaborazione di un piano urgente per sferrare bombardamenti aerei contro l’Avana in segno di rappresaglia per l’intervento delle forze armate cubane a fianco dei patrioti angolani dell’Mpla che cercavano di difendere l'appena conquistata indipendenza dal Portogallo contro gli assalti di due movimenti reazionari – l’Unita e l’Flna – attivamente sostenuti proprio dagli Stati Uniti e dal regime segregazionista sudafricano.
I piani di Kissinger sono stati resi noti al grande pubblico dal ‘New York Times’ che ha avuto accesso ad alcuni documenti governativi custoditi finora nella Biblioteca Presidenziale di Gerald Ford e pubblicati su richiesta del gruppo di ricerca National Security Archive. Spiega il quotidiano che i documenti in questione sono stati pubblicati e raccolti in un libro intitolato 'Black channel to Cuba' curato dagli esperti William M. LeoGrande, docente all’Università Americana, e Peter Kornbluh, direttore dell’archivio del Progetto di Documentazione su Cuba.

Le carte rivelano che Kissinger era letteralmente imbestialito per la decisione di Fidel Castro di sostenere gli indipendentisti angolani mettendosi di traverso rispetto alla strategia di Washington nell’Africa Australe, al punto da predisporre piani per bombardare e invadere l’isola. Il progetto approntato da alcuni generali prevedeva un bombardamento a tappeto dei porti, degli aeroporti e delle installazioni militari cubane, e poi l’invio di alcuni battaglioni di marines tramite la base Usa di Guantanamo allo scopo di ‘distruggere’ Cuba. “Prima o poi dovremmo colpire i cubani” avrebbe detto Kissinger al presidente Gerald Ford nel corso di una riunione nella Sala Ovale della Casa Bianca nel febbraio del 1976, almeno stando alle trascrizioni di quanto i due si dissero allora. "Se decidiamo di usare la nostra potenza militare dobbiamo avere successo” disse Kissinger, aggiungendo: "Non ci devono essere mezze misure: non otterremo nessun risultato se usiamo la nostra forza militare con moderazione. Se decidiamo per il blocco militare questo deve essere spietato, rapido ed efficiente” spiegò al Presidente che manifestò il suo consenso, e ai massimi responsabili del Pentagono e della Cia. Tra i quali, secondo il 'New York Times', c’era anche Donald Rumsfeld.

Nel periodo precedente Henry Kissinger, che fu Ministro degli Esteri dal 1973 al 1977, cercò di portare avanti trattative riservate con l’Avana per migliorare, almeno apparentemente, le relazioni tra Stati Uniti e Cuba, e secondo quanto affermano i due estensori del libro che raccoglie i documenti finora riservati l’intervento militare cubano in Angola intralciò i piani della Casa Bianca e del Pentagono a tal punto da convincere il Segretario di Stato della necessità di imporre al presidente Ford una ‘soluzione drastica’ nei confronti di Castro e della Rivoluzione Socialista.

“Kissinger, il giocatore globale di scacchi, si sentì insultato perché un piccolo paese stava rovinando i piani (di Washington, ndr) in Africa ed era quindi disposto a scatenare la forza imperiale degli Stati Uniti contro Fidel Castro” scrive Kornbluh.

Alla fine però i piani di Kissinger contro Cuba vennero accantonati dopo che le elezioni presidenziali del 1976 le vinse Jimmy Carter. Che non era certo un pacifista, ma aveva semplicemente altri piani in altre zone del pianeta. Anche perché lo stesso Kissinger aveva avvertito che i suoi progetti – bombardamenti a tappeto e blocco militare dell’isola – avrebbero potuto scatenare una forte reazione dell’Unione Sovietica e condurre addirittura ad un conflitto diretto con Mosca.

Contattato dal New York Times, Kissinger, che ha 91 anni, ha preferito non commentare, così come Donald Rumsfeld.

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Una superpotenza nucleare diretta ed amministrata da pazzi scriteriati, il bello è che poi si consumano fiumi d'inchiostro per denunciare quanto fosse fuori di testa Stalin.

11/09/2014

11 settembre. Non dimenticheremo mai il sacrificio dei compagni cileni


Oggi, quarantun anni fa, l'11 settembre 1973 in Cile il golpe fascista sostenuto dall'amministrazione USA, dal segretario di stato Henry Kissinger, col massacro di migliaia di cileni pose fine al Governo di sinistra, democraticamente eletto, di Unidad Popular guidato dal socialista Salvador Allende.

Un'esperienza politica avanzata di democrazia e socialismo, quella di Unidad Popular, che avrebbe potuto cambiare il corso della storia del Cile, avere ripercussioni internazionali, essere d'esempio per diversi altri Paesi del mondo.

La vicenda cilena, che pure diede origine a un ampio dibattito nel movimento comunista internazionale, deve rimanere nella memoria collettiva come un esempio e un monito incancellabili, in particolare in questi tempi dove davvero si sta cancellando tutto quanto è stato fatto, tra luci e ombre, vittorie e sconfitte, per il riscatto del proletariato di tutto il mondo. Mai come in questo momento appare necessario il ricordo di quel tragico fatto: le sinistre sembrano essersi ritratte dalla lotta politica, nessuno osa più contrapporsi all’idea della “fine della storia”, alla possibilità della trasformazione radicale del marxiano “stato di cose presenti”.

L’11 settembre 1973, il giorno della “macelleria americana” resta intatto nella nostra mente e nel nostro cuore accanto ai grandi passaggi della storia del movimento operaio internazionale: dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’Ottobre, alla guerra di Spagna alla vittoriosa resistenza al nazi-fascismo, alla rivoluzione cinese, cubana, vietnamita, alla liberazione dei popoli dell’Africa e dell’Asia dal giogo coloniale, alla fine dell’apartheid in Sud Africa.

L’11 settembre 1973, il giorno della caduta avvenuta a mano armata con l’assassinio del “Compagno Presidente” ricorda il giorno di una sconfitta. Per noi che continuiamo a credere nell’ideale, è uno dei giorni di quell’“Assalto al Cielo” verso il quale dobbiamo continuare a tendere con la nostra volontà, il nostro impegno, il nostro coraggio.

Finché i popoli continueranno a lottare, là ci sarà un’idea di riscatto sociale e di rivoluzione politica.

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15/10/2013

Il XXI Secolo appartiene alla Cina?

Niall Ferguson (Storico dell’economia, thatcheriano, imperialista, omofobo)

David Daokui Li (Economista, consulente della Banca Centrale Cinese)

Henry Kissinger (Principe delle Tenebre)

Fareed Zakaria (Commentatore liberal, scemo)

Tutti quanti rispondo a una domanda mal posta:”Il XXI Secolo appartiene alla Cina?”

Zakaria (per chi non lo sapesse, sarebbe tipo l’opinionista di punta della CNN e una delle menti più brillanti della sinistra liberal americana)  dimostra di essere realmente poca cosa, ripete luoghi comuni, fondamentalmente non fa altro che rispondere “Loro vorrebbero dominare il mondo ma non possono perchè non fanno il libero e democratico progresso. Quindi meglio prepararsi a fargli la guerra. IU-ES-EI! IU-ES-EI!”

Fergusson e Li rispondo che la Cina dominerà il mondo per pure questioni di numeri, ovviamente con Li impegnato a fare la voce della Pacifica Ascesa:”Avremo i numero più grandi di tutti ma non vogliamo schiacciare gli altri”.

Kissinger, invece, dice che rispondere a una domanda così scema è inutile, è molto meglio chiedersi se Cina e Usa sapranno mettersi daccordo per andare avanti senza farsi la guerra nel futuro mondo multipolare. Ovviamente, Kissinger non è diventato all’improvviso un internazionalista, è più semplicemente un realista vero che vede come inevitabile la creazione di più potenze regionali con cui gli USA dovranno fare i conti rifuggendo da progetti potenzialmente devastanti di guerre di contenimento o altre farloccherie.

Fa specie condividere quello che dice Kissinger? Un poco. Cioè, tanto. Nel frattempo Obama è più daccordo con Zakaria e sposta sull’oceano Pacifico la gran parte della flotta statunitense, preparandosi a combattere la guerra per il Mar Cinese Meridionale. O quantomeno a minacciarla.

- Cristo – brontolò il Console. Con una lunga sorsata vuotò il bicchiere e andò al bar a riempirlo – L’antica maledizione cinese – borbottò.
Melio Arundez alzò gli occhi. – Ossia?
Il Console bevve un lungo sorso. – Un’antica maledizione cinese – disse. – “Possa tu vivere in tempi interessanti.”

Dan Simmons – La Caduta di Hyperion

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25/08/2013

Kissinger: una Siria balcanizzata è la soluzione migliore

Nonostante i 90 anni suonati, Henry Kissinger è ancora un uomo politico rispettato e ascoltato. Le sue doti di analista e di fine conoscitore dei gangli del potere sono apprezzati tanto dall’opinione pubblica che da enti istituzionali. Recentemente l’ex segretario di stato americano – uno dei più influenti della storia degli Stati Uniti – è stato invitato dalla Ford School Public Policy ad un convegno volto a celebrare il centenario della nascita del presidente Gerald Ford.

In occasione dell’evento, Kissinger ha dedicato qualche passaggio del suo discorso alla crisi siriana, che mai come in questo momento ha rappresentato una priorità per la Casa Bianca. “Ci sono tre possibili risultati. La vittoria di Assad. La vittoria sunnita. O un risultato in cui le varie entità concordano di coesistere, ma in regioni più o meno autonome, in modo che non possano opprimersi a vicenda. Questo è il risultato che io preferirei vedere. Ma questo non è un’opinione popolare”.

Kissinger ha contestualizzato la guerra civile in corso in un’evoluzione storica che affonda le sue radici nella fondazione della Repubblica Araba di Siria: “Prima di tutto, la Siria non è uno stato storico. E’ stato creato nella sua forma attuale nel 1920, e le è stata data questa forma in modo da facilitare il controllo del paese da parte della Francia, cosa accaduta dopo il mandato delle Nazioni Unite. Anche al paese vicino, l’Iraq, è stata data una forma strana, per facilitarne il controllo da parte dell’Inghilterra. E la forma di entrambi i paesi è stata progettata per rendere più difficile per uno di loro dominare la regione”.

Questo processo storico si riflette nella mancanza di un’unità nazionale, o, per dirla meglio, di un’unità artificiosa frutto dell’unione di tribù e gruppi etnici differenti. “[La crisi siriana] è raccontata dalla stampa americana come la lotta tra la democrazia e un dittatore – un dittatore che sta uccidendo il suo stesso popolo e che noi dobbiamo punire. Ma questo non è ciò che sta succedendo. Potrebbe essere stato iniziato da alcuni attivisti per la democrazia. Ma si tratta fondamentalmente di un conflitto settario ed etnico”.

Ecco, quindi, che vengono a mancare le basi per l’applicazione del paradigma dell’intervento umanitario. Quel concetto sviluppato dalla fine degli anni ’90 che ha permesso ai governi occidentali – principalmente attraverso la forza militare della NATO – di intervenire in paesi interessati da una guerra civile. Che diventava un affare di interesse della comunità internazionale in virtù delle gravi violazioni dei diritti umani che vi avevano luogo.

La Siria, per Henry Kissinger, non è la Libia (dove si combatteva un dittatore), non è il Kosovo (dove si doveva sventare un genocidio), non è neanche l’Iraq (dove un rais con un ego sproporzionato minacciava il mondo con presunte armi di distruzioni di massa). I 90.000 e passa morti non rappresentano una violazione dei diritti umani. La Siria è semplicemente un paese in cui è in corso una guerra tra bande che aspirano al potere. Meglio, allora, moltiplicare le poltrone e i confini.

Partendo dal presupposto che le basi della dottrina dell’intervento umanitario sono molto deboli e talvolta contestabili (perché la sua adozione presuppone l’impegno di intervenire in qualunque paese in cui si combatta una guerra civile che provoca un alto numero di morti e perché la decisione di intervenire è a discrezione di un ristretto club di potenze mondiali), l’ironia vuole che a mettere in dubbio l’opportunità di un intervento esterno in un paese terzo sia proprio Henry Kissinger.

Per compiere un altro scatto nella riflessione, fa sorridere che l’uomo che più di tutti ha fatto del paradigma della potenza il credo della propria politica (si interviene con ogni mezzo in qualunque parte del mondo rappresenti un interesse per l’America) ricorra ora a motivazioni più o meno filosofiche. Sarebbe stato più coerente dire che agli Stati Uniti non conviene intervenire in Siria vista l’impossibilità di prevedere con certezza gli esiti di una transizione di potere e visto che lo status quo assicura a Washington, in questo momento, maggiori garanzie di un cambio di regime. E, soprattutto, visti i recenti fallimenti delle campagne di Libia, Iraq e Afghanistan.

Si sarebbe potuto anche non essere d’accordo nel merito, ma almeno si era sicuri di non sentire puzza di ipocrisia. Da uno come lui, spesso senza peli sulla lingua né tantomeno sullo stomaco, c’era da aspettarsi di meglio.

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L'articolo in se e per se mi fa abbastanza cagare perché troppo mellifluo, è tuttavia utile per ampliare il discorso sul trapasso degli Stati Uniti da potenza mondiale assoluta a impero in decadenza per l'implosione economico - sociale interna e per le spinte esterne di nuove potenze che si affacciano sulla scacchiere internazionale (Russia e Cina in primis). Le parole di
Henry Kissinger dimostrano, quindi, che all'interno della classe dirigente statunitense ferve il dibattito su come gestire questo passaggio che sicuramente porterà un numero incalcolabile di sciagure tanto agli statunitensi quanto alle popolazioni del resto del mondo.