Il 17 giugno è stato pubblicato un mio articolo sul giornale Contropiano, dal titolo L’accordo USA-Arabia Saudita sui petrodollari non è stato rinnovato. Lo stesso giorno è uscito un articolo di Claudio Paudice su Huffington Post, in cui veniva spiegato perché questa informazione, rimbalzata su diversi siti, fosse una fake news.
Ad essere precisi, già nelle prime righe l’autore specifica che la notizia “è fortemente esagerata, quindi fake”. Ci troviamo già a una riformulazione per cui, con una consequenzialità logica data per scontata, i fatti presentati con forme “esagerate” diventano automaticamente “inventati”.
Affinché qualcosa sia esagerata, un fondo di verità da esagerare ci deve pur essere. E allora è doveroso che faccia le dovute rettifiche al pezzo pubblicato il 17 giugno, perché l’accordo a cui si fa riferimento è in realtà scaduto più di venti anni fa.
Ma è anche utile che ricostruisca nei dettagli la vicenda, apparsa persino sul sito del Nasdaq, la borsa valori statunitense che dovrebbe ben informare i suoi operatori. I nodi che solleva, anche non “esagerati”, rispondono al senso originario dell’articolo di qualche giorno fa.
Innanzitutto, va chiarito che non esiste nessun testo scritto con cui, nero su bianco, sia stata decretata la nascita dei petrodollari. A dire la verità, bisogna anche dire che gli stessi petrodollari non esistono, e si tratta della definizione convenzionale di quella che è una dinamica insieme economica e politica.
Le prime attestazioni della parola petrodollaro si hanno addirittura prima del famigerato accordo citato nel mio articolo, e a cui passerò a breve. Se ne hanno riferimenti in una conferenza tenuta dal Professor Ibrahim Oweiss e nel titolo di un articolo del New York Times, entrambi datati al marzo 1974.
Da entrambi si comprende come la questione dei petrodollari riguardi, in realtà, la dinamica del reinvestimento degli enormi flussi di denaro arrivati nei paesi produttori da quelli industrializzati e dipendenti dal combustibile fossile, a seguito del rialzo dei prezzi del 1973.
Ma riguarda anche la stabilità di una regione che doveva fare i conti con la presenza di Israele. Il petrodollaro non può essere compreso senza legare la sua nascita all’origine geopolitica della crisi petrolifera del 1973: il sostegno dato dai paesi arabi produttori all’Egitto e alla Siria nella guerra del Kippur.
Questo è il contesto. Cos’è dunque l’accordo oggetto del dibattere? Si tratta in realtà di una doppia intesa che è stata siglata nel 1974, l’una collegata in maniera evidente all’altra, che hanno reso prassi consolidata il “riciclaggio dei petrodollari” (così è conosciuto il processo).
Il primo accordo è stato stipulato l’8 giugno 1974, come riportato dal pezzo del 17 giugno. Esso ha dato vita alla Commissione congiunta per la cooperazione economica U.S.-Arabia Saudita, come attestato da un documento statunitense qui scaricabile nella sua interezza.
L’intesa doveva durare cinque anni, ma è stata periodicamente rinnovata fino alla fine del secondo mandato di Bill Clinton. Al suo interno leggiamo esplicitamente che era stata pensata per questi scopi:
- favorire legami politici più stretti tra i due paesi attraverso la cooperazione economica;
- assistere l’industrializzazione e lo sviluppo sauditi riciclando i petrodollari;
- facilita il flusso verso l’Arabia Saudita di beni, servizi e tecnologie americani.
Il documento, dunque, non ‘istituisce’ i petrodollari. Essi sono una realtà di fatto, e con questa Commissione si instaura intorno al loro flusso un legame tra Washington e Ryad.
Questo rapporto si sostanzia nell’assistenza tecnica e professionale per lo sviluppo dell’Arabia Saudita, pagata dai sauditi stessi attraverso un conto aperto presso la Tesoreria statunitense, ovviamente in dollari e riempito dai proventi del petrolio venduto a varie potenze, tra cui gli stessi Stati Uniti.
Il risvolto geopolitico e strategico della cooperazione è reso chiaro da un altro diplomatico: “aiutando i sauditi a trovare un modo per investire le loro grandi e crescenti riserve finanziarie, daremo loro un ulteriore incentivo a continuare a produrre petrolio nelle quantità necessaria a soddisfare la domanda mondiale a livelli di prezzo stabili e, si spera, più bassi”.
L’importanza non solo di farsi alleato, ma di entrare in un patto per tutti e due vantaggioso con uno dei maggiori produttori di petrolio, di stabilizzare così la produzione e le forniture di quel combustibile fossile fondamentale, e di fare tutto questo ponendo dei motivi concreti per la normalizzazione dei rapporti con Israele, era di certo una vittoria diplomatica.
Ma a questo accordo ne seguì subito un altro, tenuto segreto e rivelato solo nel 2016 da Bloomberg. Il contenuto era semplice: “gli Stati Uniti avrebbero comprato petrolio dall’Arabia Saudita e avrebbero fornito al regno aiuti ed equipaggiamenti militari. In cambio, i sauditi avrebbero riversato miliardi dei loro petrodollari nei titoli di Stato e avrebbero finanziato la spesa statunitense”.
L’Arabia, che ancora nel 2022 rappresentava il principale esportatore di petrolio al mondo, costruì con gli Stati Uniti un meccanismo che è durato fino a oggi. Un meccanismo che, con i petrodollari – e non istituendo i petrodollari – ha segnato il funzionamento di tutto il sistema finanziario globale.
Come detto, la notizia della fine dell’accordo dell’8 giugno 1974 è comparsa anche sul sito del Nasdaq, a firma Paul Hoffman per TipRanks, un’azienda di servizi finanziari con sede a Tel Aviv. Hoffman ha rettificato il suo articolo apparso l’11 giugno, lo stesso giorno della pubblicazione del mio pezzo.
In esso, comunque, rimangono valide le interpretazioni di fondo. Anzi, direi che è significativo che in tutti i chiarimenti citati non viene specificato che i petrodollari esistevano a prescindere, e che i due accordi di cui è stata ripercorsa la storia hanno istituito un meccanismo che ha consolidato effettivamente il ruolo del dollaro nel mercato globale.
Meccanismo che oggi vacilla. La recente adesione di Ryad al Progetto mBridge apre interessanti scenari, senza ombra di dubbio, nonostante Paudice ricordi come il predominio del dollaro non si fondi unicamente sul petrolio.
Così come il possibile passo avanti nella de-dollarizzazione anche da parte dei sauditi passerà dall’esito delle trattative sulle assicurazioni militari degli USA. Come reso chiaro già nell’articolo rettificato, i petrodollari hanno avuto il ruolo qui ricostruito sia in quanto parte di un’intesa economica, sia in quanto parte di un’intesa militare.
Intesa che, tra alti e bassi e tra varie trasformazioni, questa sì che continua tuttora, e sta diventando elemento determinante per il dollaro, ma anche nei rapporti con Israele e l’Iran.
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30/11/2023
È finito il secolo di Kissinger
Se n‘è andato in nottata, all’età di cento anni – compiuti a maggio – uno dei personaggi politici più subdoli e machiavellici che la tragica storia del ‘900 abbia annoverato.
Quell’Henry Kissinger che fu potentissimo Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale sia durante la controversa Presidenza Nixon che nel triennio di Gerald Ford.
Fautore della cosiddetta realpolitik – nel nome della quale perorò addirittura il disgelo con la Cina di Mao, in funzione anti-sovietica – Kissinger fu tra i più audaci sostenitori delle spregiudicate teorie monetariste messe a punto dalla Scuola di Chicago e dai suoi “Chicago Boys”, diretti dall’economista neoliberista Milton Friedman.
La dottrina, i cui principi innervanti sono le privatizzazioni e la deregulation durante le oscillazioni di mercato, si fonda sulla supremazia monetaria del dollaro nei confronti delle altre divise, cui fanno da imprescindibile controcanto l’interventismo militare e il saccheggio imperialista a stelle e strisce.
Mentre sul piano istituzionale l’egemonia della moneta americana è da sempre sostenuta dalle ricette del FMI, autentica longa manus finanziaria degli Usa.
In definitiva, una struttura la cui finalità è il mantenimento del dominio economico e del modello culturale statunitense sull’intero pianeta.
Proprio questi principi dottrinari furono all’origine dei golpe imposti dagli Usa, negli anni ’70, in molti paesi dell’America Latina. A partire dal Cile e dall’Argentina.
Ma anche delle cosiddette guerre sporche condotte dalle amministrazioni Nixon e Reagan in Paraguay, Nicaragua, Venezuela, Brasile, Salvador. Nonché causa dell’ingerenza americana nelle sue colonie più lontane, tra cui certamente l’Italia.
E non si possono certo dimenticare il brutale e illegittimo bombardamento – dal punto di vista del diritto internazionale e della violazione dei diritti umani – voluto da Kissinger e Nixon sulla Cambogia. Come pure l’intervento statunitense nella Guerra del Kippur del 1973 a sostegno dello storico alleato sionista. Per non tacere delle operazioni Cia nell’Africa subsahariana.
Un’eredità insomma, quella di Henry Kissinger – che il politologo Robert Kaplan definì non a torto “il più grande statista bismarckiano del ventesimo secolo” – cui ancor oggi paghiamo un ben gravoso e sanguinoso dazio.
Un criminale e un nemico vero – al quale la borghesia, coi suoi comitati d’affari, non mancò di tributare un vergognoso Nobel “per la pace” – la cui dipartita arriva anche troppo tardi.
Non ci mancherà!
Fonte
Quell’Henry Kissinger che fu potentissimo Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale sia durante la controversa Presidenza Nixon che nel triennio di Gerald Ford.
Fautore della cosiddetta realpolitik – nel nome della quale perorò addirittura il disgelo con la Cina di Mao, in funzione anti-sovietica – Kissinger fu tra i più audaci sostenitori delle spregiudicate teorie monetariste messe a punto dalla Scuola di Chicago e dai suoi “Chicago Boys”, diretti dall’economista neoliberista Milton Friedman.
La dottrina, i cui principi innervanti sono le privatizzazioni e la deregulation durante le oscillazioni di mercato, si fonda sulla supremazia monetaria del dollaro nei confronti delle altre divise, cui fanno da imprescindibile controcanto l’interventismo militare e il saccheggio imperialista a stelle e strisce.
Mentre sul piano istituzionale l’egemonia della moneta americana è da sempre sostenuta dalle ricette del FMI, autentica longa manus finanziaria degli Usa.
In definitiva, una struttura la cui finalità è il mantenimento del dominio economico e del modello culturale statunitense sull’intero pianeta.
Proprio questi principi dottrinari furono all’origine dei golpe imposti dagli Usa, negli anni ’70, in molti paesi dell’America Latina. A partire dal Cile e dall’Argentina.
Ma anche delle cosiddette guerre sporche condotte dalle amministrazioni Nixon e Reagan in Paraguay, Nicaragua, Venezuela, Brasile, Salvador. Nonché causa dell’ingerenza americana nelle sue colonie più lontane, tra cui certamente l’Italia.
E non si possono certo dimenticare il brutale e illegittimo bombardamento – dal punto di vista del diritto internazionale e della violazione dei diritti umani – voluto da Kissinger e Nixon sulla Cambogia. Come pure l’intervento statunitense nella Guerra del Kippur del 1973 a sostegno dello storico alleato sionista. Per non tacere delle operazioni Cia nell’Africa subsahariana.
Un’eredità insomma, quella di Henry Kissinger – che il politologo Robert Kaplan definì non a torto “il più grande statista bismarckiano del ventesimo secolo” – cui ancor oggi paghiamo un ben gravoso e sanguinoso dazio.
Un criminale e un nemico vero – al quale la borghesia, coi suoi comitati d’affari, non mancò di tributare un vergognoso Nobel “per la pace” – la cui dipartita arriva anche troppo tardi.
Non ci mancherà!
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12/10/2023
Gaza-Palestina. Il diritto di resistere all’aggressore
Accadde sempre nel mese di ottobre, nel 1973, esattamente cinquant’anni fa. Gli eserciti dell’Egitto e della Siria attraversarono le linee del cessate il fuoco, infliggendo pesanti perdite all’esercito israeliano.
Che terribile colpo per Tel Aviv! Mentre i servizi segreti erano in possesso di informazioni su un imminente attacco, la leadership politica si trincerava nella sua protervia: sconfitti nel 1967, gli arabi non erano in grado di combattere, e quindi l’occupazione dei territori arabi poteva continuare facendola franca all’infinito.
“Cercare di rimettere piede in casa è un’aggressione?”
All’epoca, molti commentatori in Europa e negli Stati Uniti denunciarono un’ingiustificabile, immorale, “non provocata aggressione” egiziano-siriana – un termine molto caro ai leader israeliani perché occulta la causa fondamentale del conflitto: l’occupazione.
Michel Jobert, a quel tempo ministro degli Esteri francese, si mostrò molto lucido: “Cercare di rimettere piede in casa costituisce necessariamente un’aggressione?”.
Se mettere fine all’occupazione del Sinai egiziano e del Golan siriano nel 1973 era legittimo, è forse illegittimo, cinquant’anni dopo, il desiderio dei palestinesi di liberarsi dall’occupazione israeliana? Come nell’ottobre 1973, Tel Aviv è stata colta alla sprovvista dall’azione palestinese, subendo una sconfitta militare di enorme portata.
Anche questa volta, la tracotanza dell’occupante, il disprezzo per i palestinesi, la convinzione di questo governo suprematista ebraico che Dio sia dalla sua parte hanno contribuito alla sua condotta sconsiderata.
L’attacco scatenato dal comando militare congiunto della maggior parte delle organizzazioni palestinesi, sotto la guida delle Brigate Ezzedine Al-Qassam (il braccio armato di Hamas), non ha sorpreso solo per la sua tempistica, ma anche per la portata, l’organizzazione, le capacità militari dispiegate che hanno permesso, tra le altre cose, di sopraffare le basi militari israeliane.
Un attacco che ha unito tutti i palestinesi con l’ampio sostegno di un mondo arabo i cui leader stavano cercando di trattare con Israele sacrificando la Palestina.
Anche Abu Mazen, presidente di un’Autorità palestinese ormai svilita, la cui principale ragion d’essere sembra essere quella di cooperare per la sicurezza con l’esercito israeliano, si è sentito in dovere di dichiarare che il suo popolo “ha il diritto di difendersi dal terrore dei coloni e delle truppe di occupazione” e che “noi abbiamo il dovere di proteggere il nostro popolo”.
Tutti terroristi!
Ogni volta che i palestinesi si ribellano, l’Occidente – così pronto a esaltare la resistenza degli ucraini – invoca il terrorismo. Così, il presidente Emmanuel Macron “ha condannato fermamente gli attacchi terroristici che stanno attualmente colpendo Israele”, senza dire una parola sull’occupazione permanente che è la vera molla della violenza.
La tenace, feroce, ostinata resilienza dei palestinesi stupisce sempre gli occupanti e sembra sconcertare molti commentatori occidentali.
Come in occasione della prima Intifada nel 1987 o della seconda nel 2000, delle azioni armate in Cisgiordania o delle mobilitazioni a favore di Gerusalemme, come per gli scontri intorno a Gaza – assediata dal 2007 e che ha subito sei guerre in 17 anni (400 morti nel 2006, 1.300 morti nel 2008-2009, 160 nel 2012, 2.100 nel 2014, quasi 300 nel 2021 e varie decine nella primavera del 2023) – le autorità israeliane denunciano la “barbarie” dei loro avversari, soprattutto per il fatto che ‘non hanno rispetto per la vita umana’, in una parola il loro “terrorismo”.
Un’accusa che permette loro di essere sempre dalla parte della legge con la coscienza pulita, dissimulando così un sistema di apartheid di una brutalità inaudita che opprime quotidianamente i palestinesi.
Ancora una volta, va ricordato che molte organizzazioni terroristiche, messe alla gogna nel corso della storia, sono passate da una posizione di emarginazione al ruolo di legittimi interlocutori.
In passato, l’Irish Republican Army (IRA), il Fronte di Liberazione Nazionale algerino (FNL), il Congresso Nazionale Africano (African National Congress, ANC) e molti altri sono stati variamente etichettati come gruppi “terroristici”, una parola che aveva lo scopo di depoliticizzare la loro lotta, di presentarla come uno scontro tra il bene e il male. Alla fine, è stato necessario negoziare con loro.
Suonano ancora profetiche le parole del generale de Gaulle dopo l’aggressione israeliana del giugno 1967: “Oggi, Israele organizza, sui territori conquistati, un’occupazione che non può essere portata avanti senza oppressione, repressione, espulsioni... e c’è una resistenza che, a sua volta, viene definita terrorista”.
Non si tratta di un attacco “non provocato”
Come osserva il giornalista israeliano Haggai Matar:
Sono già 700 i morti israeliani (e oltre 400 palestinesi) [al 9 ottobre, ndr], lo stesso numero di morti delle guerre del 1967 contro Egitto, Giordania e Siria.
La situazione politica e geopolitica della regione mediorientale subirà drastici cambiamenti, molto difficili da valutare in questa fase. Ma ciò che gli eventi attuali confermano ancora una volta è che l’occupazione scatena sempre una resistenza di cui gli unici responsabili sono gli occupanti.
Come proclama l’articolo 2 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789, la resistenza all’oppressione è un diritto fondamentale, un diritto che i palestinesi possono giustamente rivendicare.
Fonte
Che terribile colpo per Tel Aviv! Mentre i servizi segreti erano in possesso di informazioni su un imminente attacco, la leadership politica si trincerava nella sua protervia: sconfitti nel 1967, gli arabi non erano in grado di combattere, e quindi l’occupazione dei territori arabi poteva continuare facendola franca all’infinito.
“Cercare di rimettere piede in casa è un’aggressione?”
All’epoca, molti commentatori in Europa e negli Stati Uniti denunciarono un’ingiustificabile, immorale, “non provocata aggressione” egiziano-siriana – un termine molto caro ai leader israeliani perché occulta la causa fondamentale del conflitto: l’occupazione.
Michel Jobert, a quel tempo ministro degli Esteri francese, si mostrò molto lucido: “Cercare di rimettere piede in casa costituisce necessariamente un’aggressione?”.
Se mettere fine all’occupazione del Sinai egiziano e del Golan siriano nel 1973 era legittimo, è forse illegittimo, cinquant’anni dopo, il desiderio dei palestinesi di liberarsi dall’occupazione israeliana? Come nell’ottobre 1973, Tel Aviv è stata colta alla sprovvista dall’azione palestinese, subendo una sconfitta militare di enorme portata.
Anche questa volta, la tracotanza dell’occupante, il disprezzo per i palestinesi, la convinzione di questo governo suprematista ebraico che Dio sia dalla sua parte hanno contribuito alla sua condotta sconsiderata.
L’attacco scatenato dal comando militare congiunto della maggior parte delle organizzazioni palestinesi, sotto la guida delle Brigate Ezzedine Al-Qassam (il braccio armato di Hamas), non ha sorpreso solo per la sua tempistica, ma anche per la portata, l’organizzazione, le capacità militari dispiegate che hanno permesso, tra le altre cose, di sopraffare le basi militari israeliane.
Un attacco che ha unito tutti i palestinesi con l’ampio sostegno di un mondo arabo i cui leader stavano cercando di trattare con Israele sacrificando la Palestina.
Anche Abu Mazen, presidente di un’Autorità palestinese ormai svilita, la cui principale ragion d’essere sembra essere quella di cooperare per la sicurezza con l’esercito israeliano, si è sentito in dovere di dichiarare che il suo popolo “ha il diritto di difendersi dal terrore dei coloni e delle truppe di occupazione” e che “noi abbiamo il dovere di proteggere il nostro popolo”.
Tutti terroristi!
Ogni volta che i palestinesi si ribellano, l’Occidente – così pronto a esaltare la resistenza degli ucraini – invoca il terrorismo. Così, il presidente Emmanuel Macron “ha condannato fermamente gli attacchi terroristici che stanno attualmente colpendo Israele”, senza dire una parola sull’occupazione permanente che è la vera molla della violenza.
La tenace, feroce, ostinata resilienza dei palestinesi stupisce sempre gli occupanti e sembra sconcertare molti commentatori occidentali.
Come in occasione della prima Intifada nel 1987 o della seconda nel 2000, delle azioni armate in Cisgiordania o delle mobilitazioni a favore di Gerusalemme, come per gli scontri intorno a Gaza – assediata dal 2007 e che ha subito sei guerre in 17 anni (400 morti nel 2006, 1.300 morti nel 2008-2009, 160 nel 2012, 2.100 nel 2014, quasi 300 nel 2021 e varie decine nella primavera del 2023) – le autorità israeliane denunciano la “barbarie” dei loro avversari, soprattutto per il fatto che ‘non hanno rispetto per la vita umana’, in una parola il loro “terrorismo”.
Un’accusa che permette loro di essere sempre dalla parte della legge con la coscienza pulita, dissimulando così un sistema di apartheid di una brutalità inaudita che opprime quotidianamente i palestinesi.
Ancora una volta, va ricordato che molte organizzazioni terroristiche, messe alla gogna nel corso della storia, sono passate da una posizione di emarginazione al ruolo di legittimi interlocutori.
In passato, l’Irish Republican Army (IRA), il Fronte di Liberazione Nazionale algerino (FNL), il Congresso Nazionale Africano (African National Congress, ANC) e molti altri sono stati variamente etichettati come gruppi “terroristici”, una parola che aveva lo scopo di depoliticizzare la loro lotta, di presentarla come uno scontro tra il bene e il male. Alla fine, è stato necessario negoziare con loro.
Suonano ancora profetiche le parole del generale de Gaulle dopo l’aggressione israeliana del giugno 1967: “Oggi, Israele organizza, sui territori conquistati, un’occupazione che non può essere portata avanti senza oppressione, repressione, espulsioni... e c’è una resistenza che, a sua volta, viene definita terrorista”.
Non si tratta di un attacco “non provocato”
Come osserva il giornalista israeliano Haggai Matar:
Contrariamente a quanto dicono molti israeliani, e sebbene l’esercito sia stato chiaramente colto completamente alla sprovvista da questa invasione, non si tratta di un attacco unilaterale o non provocato. La paura che gli israeliani provano in questo momento, me compreso, è solo una parte di ciò che i palestinesi provano quotidianamente sotto il regime militare decennale in Cisgiordania e sotto l’assedio e i ripetuti assalti a Gaza.Come in ogni guerra, si può e si deve giustamente deplorare la morte dei civili, ma ci sono forse dei “civili buoni” per i quali versare lacrime e dei “civili cattivi” come i palestinesi uccisi quotidianamente in Cisgiordania, la cui morte suscita così poca indignazione?
Le risposte che sentiamo oggi da molti israeliani – di persone che chiedono di “radere al suolo Gaza”, dal momento che “questi sono selvaggi, non persone con cui si può negoziare”, “stanno assassinando intere famiglie”, “non c’è margine di parola con queste persone” – sono esattamente quelle che ho sentito dire innumerevoli volte dai palestinesi occupati riguardo agli israeliani.
Sono già 700 i morti israeliani (e oltre 400 palestinesi) [al 9 ottobre, ndr], lo stesso numero di morti delle guerre del 1967 contro Egitto, Giordania e Siria.
La situazione politica e geopolitica della regione mediorientale subirà drastici cambiamenti, molto difficili da valutare in questa fase. Ma ciò che gli eventi attuali confermano ancora una volta è che l’occupazione scatena sempre una resistenza di cui gli unici responsabili sono gli occupanti.
Come proclama l’articolo 2 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789, la resistenza all’oppressione è un diritto fondamentale, un diritto che i palestinesi possono giustamente rivendicare.
Fonte
13/03/2022
Dalla Guerra del Kippur all'assedio di Kiev
di Guido Salerno Aletta
L'Europa sta ancora una volta in mezzo, tra gli interessi geopolitici che vedono schierati da una parte gli Usa e dall'altra la Russia. Nel 1973 i prezzi salivano alle stelle, le file ai distributori di carburante si facevano estenuanti, gli inviti al risparmio di energia si moltiplicavano: lo abbiamo già visto, mezzo secolo fa.
Era scoppiata la Guerra del Kippur, con la riconquista da parte dell'Egitto della Penisola del Sinai, a sette anni dalla Guerra dei Sei Giorni che era stata vinta nel 1967 da Israele, occupandola con una azione fulminea. Tutti sapevano che, prima o poi, quel lembo di terra arida e desolata sarebbe dovuto ritornare a far parte dell'Egitto, ma nessuno se ne dava conto.
In quel contesto, l'URSS spalleggiava militarmente e politicamente l'Egitto nella riconquista del Sinai, mentre gli Usa spalleggiavano come sempre Israele: è una analogia di schieramenti davvero impressionante rispetto a quanto sta accadendo in questi giorni. Stavolta, la Russia vuole evitare che l'Ucraina aderisca alla Nato, mentre il governo di Kiev rivendica la tutela americana: ancora una terra di confine che viene contesa, come fu per il Sinai.
Quando, nel 1973, per sostenere l'iniziativa militare del Cairo e sventare le reazioni a favore di Israele, l'intero Mondo Arabo proclamò l'embargo all'Occidente, bloccando il transito delle petroliere nel Canale di Suez e facendo aumentare di ben otto volte il prezzo del barile di petrolio portandolo dai 5 a 40 dollari, il mondo cambiò per sempre: la "Tassa dello Sceicco" ribaltò per sempre il rapporto di forze tra i Paesi produttori di petrolio ed i Paesi trasformatori. I Primi cominciarono ad arricchirsi senza sosta, accumulando montagne di riserve in valuta pregiata, il dollaro con cui si pagava il petrolio da importare. I Secondi, soprattutto i Paesi Europei, persero di competitività: l'Italia ne uscì devastata, perché tutta una serie di produzioni energivore non erano più sostenibili.
La industrializzazione del Mezzogiorno, che puntava ad innescare un ciclo economico che partiva dalle industrie di base, con nuovi centri siderurgici subì una stasi irreversibile: si immaginava di realizzarne addirittura un Quinto Centro a Gioia Tauro, dove non c'era né disponibilità di energia per mandare avanti gli impianti né tanto meno una industria meccanica che utilizzasse l'acciaio prodotto, così come già accadeva per il Quarto Centro dell'Italsider di Taranto, e mentre per il Terzo Centro di Bagnoli si prevedeva di realizzare un ulteriore treno di laminazione a caldo. Fu smantellato prima ancora di entrare in esercizio. Anche la petrolchimica entrò in crisi, e l'industria automobilistica dovette allestire modelli che consumavano sempre di meno.
La vita sociale ne fu stravolta.
Anche se è difficile ritrovare in giro i giornali dell'epoca, i ricordi sono netti nella memoria di coloro che vissero quei giorni: sui cartelloni stradali, stampati in bianco e nero, campeggiava un grande telefono con la didascalia: "Se i prezzi aumentano, chiama il Governo!".
Ed ancora: la edizione del Telegiornale fu anticipata di mezz'ora, alle 20; furono soppressi gli ultimi spettacoli delle 23 al cinema; furono introdotte le "domeniche a piedi" con la circolazione ammessa a targhe alterne, pari e dispari. Da allora, il risparmio energetico si trasformò in un mantra.
L'economia europea, che era cresciuta senza soste nei due decenni precedenti, negli Anni Cinquanta e Sessanta, aumentando di competitività rispetto gli Stati Uniti, ne fu stroncata. Dopo aver subito la crisi del dollaro del 1971, con la sua svalutazione e l'introduzione di dazi all'importazione, quella del 1973 fu una batosta: si entrò in una fase di stagflazione. L'aggiustamento industriale e sociale ai nuovi costi energetici fu un processo lungo e penosissimo.
A mezzo secolo di distanza, 49 anni per l'esattezza, tutto sembra ripetersi: l'assedio di Kiev da parte delle truppe russe, entrate in Ucraina alla fine di febbraio scorso, ripetono lo schema del capovolgimento di fronte subito nel 2014, sette anni prima, quando il governo filorusso di Yanukovich fu spodestato dalla sommossa popolare di Euromaidan. Anche stavolta, tutti sapevano che per la Russia la situazione in Ucraina era diventata insostenibile come lo era stata per l'Egitto la perdita del Sinai nel 1967: era una terra che gli era sempre appartenuta, e che non poteva restare ancora nelle mani di Israele, da sempre spalleggiato dagli Usa.
Nel 1973 il problema dell'Europa era quello di sottrarsi al "ricatto energetico" dei Paesi del Golfo Arabo, dal petrolio importato da cui erano completamente dipendenti.
Gli Stati Uniti avevano molto da guadagnare per un'Europa messa alle corde dall'aumento del prezzo del petrolio: il comportamento dell'Arabia Saudita, con il quale gli Usa hanno una Special Relationship sin dal 1947, fu davvero ambiguo. Anni dopo, infatti, con il sistema dei petrodollari, a Wall Street arrivarono capitali a fiumi. Denari che in fondo erano usciti dalle economie europee che compravano petrolio in dollari.
Nel 2022 il problema dell'Europa è quello di sottrarsi al "ricatto energetico" della Russia, dal gas importato da cui sono completamente dipendenti.
Gli Stati Uniti hanno raggiunto negli scorsi anni la piena indipendenza energetica, sfruttando i giacimenti di scisto, e sono divenuti esportatori netti. Di certo, il peso delle sanzioni comminate alla Russia per il suo intervento militare in Ucraina li danneggia assai meno rispetto ai Paesi europei che invece dipendono dall'import sia per il petrolio che per il gas.
Analogie, a mezzo secolo dalla Prima Grande Crisi Energetica
Dalla Guerra del Kippur all'assedio di Kiev
Fonte
L'Europa sta ancora una volta in mezzo, tra gli interessi geopolitici che vedono schierati da una parte gli Usa e dall'altra la Russia. Nel 1973 i prezzi salivano alle stelle, le file ai distributori di carburante si facevano estenuanti, gli inviti al risparmio di energia si moltiplicavano: lo abbiamo già visto, mezzo secolo fa.
Era scoppiata la Guerra del Kippur, con la riconquista da parte dell'Egitto della Penisola del Sinai, a sette anni dalla Guerra dei Sei Giorni che era stata vinta nel 1967 da Israele, occupandola con una azione fulminea. Tutti sapevano che, prima o poi, quel lembo di terra arida e desolata sarebbe dovuto ritornare a far parte dell'Egitto, ma nessuno se ne dava conto.
In quel contesto, l'URSS spalleggiava militarmente e politicamente l'Egitto nella riconquista del Sinai, mentre gli Usa spalleggiavano come sempre Israele: è una analogia di schieramenti davvero impressionante rispetto a quanto sta accadendo in questi giorni. Stavolta, la Russia vuole evitare che l'Ucraina aderisca alla Nato, mentre il governo di Kiev rivendica la tutela americana: ancora una terra di confine che viene contesa, come fu per il Sinai.
Quando, nel 1973, per sostenere l'iniziativa militare del Cairo e sventare le reazioni a favore di Israele, l'intero Mondo Arabo proclamò l'embargo all'Occidente, bloccando il transito delle petroliere nel Canale di Suez e facendo aumentare di ben otto volte il prezzo del barile di petrolio portandolo dai 5 a 40 dollari, il mondo cambiò per sempre: la "Tassa dello Sceicco" ribaltò per sempre il rapporto di forze tra i Paesi produttori di petrolio ed i Paesi trasformatori. I Primi cominciarono ad arricchirsi senza sosta, accumulando montagne di riserve in valuta pregiata, il dollaro con cui si pagava il petrolio da importare. I Secondi, soprattutto i Paesi Europei, persero di competitività: l'Italia ne uscì devastata, perché tutta una serie di produzioni energivore non erano più sostenibili.
La industrializzazione del Mezzogiorno, che puntava ad innescare un ciclo economico che partiva dalle industrie di base, con nuovi centri siderurgici subì una stasi irreversibile: si immaginava di realizzarne addirittura un Quinto Centro a Gioia Tauro, dove non c'era né disponibilità di energia per mandare avanti gli impianti né tanto meno una industria meccanica che utilizzasse l'acciaio prodotto, così come già accadeva per il Quarto Centro dell'Italsider di Taranto, e mentre per il Terzo Centro di Bagnoli si prevedeva di realizzare un ulteriore treno di laminazione a caldo. Fu smantellato prima ancora di entrare in esercizio. Anche la petrolchimica entrò in crisi, e l'industria automobilistica dovette allestire modelli che consumavano sempre di meno.
La vita sociale ne fu stravolta.
Anche se è difficile ritrovare in giro i giornali dell'epoca, i ricordi sono netti nella memoria di coloro che vissero quei giorni: sui cartelloni stradali, stampati in bianco e nero, campeggiava un grande telefono con la didascalia: "Se i prezzi aumentano, chiama il Governo!".
Ed ancora: la edizione del Telegiornale fu anticipata di mezz'ora, alle 20; furono soppressi gli ultimi spettacoli delle 23 al cinema; furono introdotte le "domeniche a piedi" con la circolazione ammessa a targhe alterne, pari e dispari. Da allora, il risparmio energetico si trasformò in un mantra.
L'economia europea, che era cresciuta senza soste nei due decenni precedenti, negli Anni Cinquanta e Sessanta, aumentando di competitività rispetto gli Stati Uniti, ne fu stroncata. Dopo aver subito la crisi del dollaro del 1971, con la sua svalutazione e l'introduzione di dazi all'importazione, quella del 1973 fu una batosta: si entrò in una fase di stagflazione. L'aggiustamento industriale e sociale ai nuovi costi energetici fu un processo lungo e penosissimo.
A mezzo secolo di distanza, 49 anni per l'esattezza, tutto sembra ripetersi: l'assedio di Kiev da parte delle truppe russe, entrate in Ucraina alla fine di febbraio scorso, ripetono lo schema del capovolgimento di fronte subito nel 2014, sette anni prima, quando il governo filorusso di Yanukovich fu spodestato dalla sommossa popolare di Euromaidan. Anche stavolta, tutti sapevano che per la Russia la situazione in Ucraina era diventata insostenibile come lo era stata per l'Egitto la perdita del Sinai nel 1967: era una terra che gli era sempre appartenuta, e che non poteva restare ancora nelle mani di Israele, da sempre spalleggiato dagli Usa.
Nel 1973 il problema dell'Europa era quello di sottrarsi al "ricatto energetico" dei Paesi del Golfo Arabo, dal petrolio importato da cui erano completamente dipendenti.
Gli Stati Uniti avevano molto da guadagnare per un'Europa messa alle corde dall'aumento del prezzo del petrolio: il comportamento dell'Arabia Saudita, con il quale gli Usa hanno una Special Relationship sin dal 1947, fu davvero ambiguo. Anni dopo, infatti, con il sistema dei petrodollari, a Wall Street arrivarono capitali a fiumi. Denari che in fondo erano usciti dalle economie europee che compravano petrolio in dollari.
Nel 2022 il problema dell'Europa è quello di sottrarsi al "ricatto energetico" della Russia, dal gas importato da cui sono completamente dipendenti.
Gli Stati Uniti hanno raggiunto negli scorsi anni la piena indipendenza energetica, sfruttando i giacimenti di scisto, e sono divenuti esportatori netti. Di certo, il peso delle sanzioni comminate alla Russia per il suo intervento militare in Ucraina li danneggia assai meno rispetto ai Paesi europei che invece dipendono dall'import sia per il petrolio che per il gas.
Analogie, a mezzo secolo dalla Prima Grande Crisi Energetica
Dalla Guerra del Kippur all'assedio di Kiev
Fonte
07/10/2013
Egitto, 51 morti negli scontri di domenica
E' salito ad almeno 51 morti e 268 feriti il bilancio della
domenica di sangue al Cairo e in altre città dell'Egitto. Secondo il
Ministero della Salute egiziano, la maggior parte delle vittime si è
registrata al Cairo e a Giza, città dove il numero degli arresti -
stando alle dichiarazioni del Ministero degli Interni - è salito a quota
423.
Per tutto il giorno si sono scontrati forze di polizia e manifestanti dei Fratelli Musulmani che sono tornati a chiedere la liberazione del presidente islamista Mohammed Morsi deposto dal colpo di stato militare del 3 luglio e detenuto in una località segreta.
Obiettivo dei Fratelli Musulmani, estromessi con la forza dal potere e dichiarati illegali, è stato anche quello di contrastare i festeggiamenti organizzati dalle Forze Armate per il quarantesimo anniversario della guerra del 1973 contro Israele.
Almeno una decina di marce pro Morsi si sono mosse in direzione di piazza Tahrir blindata dalle forze di sicurezza che hanno reagito contro i cortei degli islamisti sparando prima lacrimogeni e poi proiettili ad altezza d'uomo. E' stato un massacro.
Tutto questo mentre la televisione di Stato trasmetteva immagini di festa per la "vittoria" militare di 40 anni fa e foto del capo di stato maggiore Abdel Fattah el Sissi, l'uomo forte dell'Egitto. Nelle strade del Cairo si sono rivissute le stesse drammatiche scene di agosto, quando l'esercito e la polizia sgomberarono i presidi degli islamisti facendo un migliaio di morti.
Un avvertimento minaccioso era giunto due giorni fa dal portavoce della presidenza Ahmed Meslemani, che aveva avvertito che la polizia avrebbe considerato non attivisti ma "agenti di forze straniere" coloro che fossero scesi in piazza contro l'Esercito in occasione dell'anniversario della guerra del 1973. "Rovinare la gioia degli egiziani è un crimine", aveva ammonito.
I Fratelli Musulmani hanno addossato alle autorità nate dal golpe del 3 luglio la responsabilità "per i crimini e le violenze contro manifestanti pacifici" e sollecitato "le organizzazioni per i diritti dell'uomo a condannare questi atti".
La tensione anche oggi è molto alta e si teme l'inizio in Egitto di un nuovo ciclo di sangue e violenze.
Fonte
Per tutto il giorno si sono scontrati forze di polizia e manifestanti dei Fratelli Musulmani che sono tornati a chiedere la liberazione del presidente islamista Mohammed Morsi deposto dal colpo di stato militare del 3 luglio e detenuto in una località segreta.
Obiettivo dei Fratelli Musulmani, estromessi con la forza dal potere e dichiarati illegali, è stato anche quello di contrastare i festeggiamenti organizzati dalle Forze Armate per il quarantesimo anniversario della guerra del 1973 contro Israele.
Almeno una decina di marce pro Morsi si sono mosse in direzione di piazza Tahrir blindata dalle forze di sicurezza che hanno reagito contro i cortei degli islamisti sparando prima lacrimogeni e poi proiettili ad altezza d'uomo. E' stato un massacro.
Tutto questo mentre la televisione di Stato trasmetteva immagini di festa per la "vittoria" militare di 40 anni fa e foto del capo di stato maggiore Abdel Fattah el Sissi, l'uomo forte dell'Egitto. Nelle strade del Cairo si sono rivissute le stesse drammatiche scene di agosto, quando l'esercito e la polizia sgomberarono i presidi degli islamisti facendo un migliaio di morti.
Un avvertimento minaccioso era giunto due giorni fa dal portavoce della presidenza Ahmed Meslemani, che aveva avvertito che la polizia avrebbe considerato non attivisti ma "agenti di forze straniere" coloro che fossero scesi in piazza contro l'Esercito in occasione dell'anniversario della guerra del 1973. "Rovinare la gioia degli egiziani è un crimine", aveva ammonito.
I Fratelli Musulmani hanno addossato alle autorità nate dal golpe del 3 luglio la responsabilità "per i crimini e le violenze contro manifestanti pacifici" e sollecitato "le organizzazioni per i diritti dell'uomo a condannare questi atti".
La tensione anche oggi è molto alta e si teme l'inizio in Egitto di un nuovo ciclo di sangue e violenze.
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